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   :PG.Title: Isabella Orsini
   :PG.Released: 2011-12-13
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Francesco Domenico Guerrazzi
   :DC.Title: Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1880
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Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

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      Title: Isabella Orsini, duchessa di Bracciano
      
      Author: Francesco Domenico Guerrazzi
      
      Release Date: December 13, 2011 [EBook #38298]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ISABELLA ORSINI \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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Gli Editori intendono valersi dei diritti accordatigli dalle Leggi
sulla Proprietà letteraria.

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   | :xx-large:`ISABELLA ORSINI`
   |
   | DUCHESSA DI BRACCIANO,
   |
   | :small:`RACCONTO`
   |
   | :large:`DI F.-D. GUERRAZZI.`
   |
   | —
   |
   | :small:`UNDECIMA IMPRESSIONE.`
   |
   |
   |
   | :large:`FIRENZE.`
   | SUCCESSORI LE MONNIER.
   | —
   | :small:`1880.`

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   | :small:`AL MARCHESE`
   |
   | :largebd:`GINO CAPPONI.`

    *Col desiderio di porre l’onorato tuo nome
    a cosa maggiore in segno di gratitudine per
    la tua benevolenza, di rispetto pel tuo carattere,
    e di ammirazione per la dottrina, ti dedico
    frattanto questa domestica storia.*

    .. class:: right

    | Il tuo rispettoso e affezionato amico
    | F.-D. GUERRAZZI.

    *3 aprile 1844.*

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.. contents:: INDICE
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   :depth: 1

[pg!7]


.. toc-entry:: I. La colpa.

CAPITOLO PRIMO.
===============

LA COLPA.
---------

.. epigraph::

    .. class:: small

    Ma Gesù chinatosi in giù scriveva
    col dito in terra. E com’essi continuavano
    a domandarlo, egli rizzatosi
    disse loro: Colui di voi ch’è senza
    peccato gitti il primo la prima pietra
    contro a lei. — Gesù le disse: Io ancora
    non ti condanno: vattene, e da
    ora innanzi non peccar più.

    .. class:: small right

    :small-caps:`S. Giovanni. VIII.`


“*Ave Maria!* Creatura di cui la vista persuase
l’Eterno a offerirsi vittima espiatoria per la stirpe
onde nascesti alla giustizia irrevocabile della sua legge; — Vergine,
nel seno della quale Dio penetrò
come raggio purissimo in acqua pura; [1]_ — Madre,
che nel tuo grembo, meglio che nell’Arca Santa, la
Divinità conservasti, abbi misericordia di me.

“*Ave Maria!* Regina dei cieli: Dio con gli Angioli
più amorosi, che mai creasse nella esultanza
della sua gloria, ti circondava. Dio pei campi del
suo firmamento le stelle più luminose per tessertene
una corona sceglieva; sotto i tuoi piedi il sole poneva,
e la luna. Cristo riposa sopra il tuo braccio come
sopra un trono eccelso a governare il creato. Tu, che
puoi tutto, abbi misericordia di me!
[pg!8]

“*Ave Maria!* Dio versò il suo sangue in osservanza
dei fati della sua legge. Tu vinci anche i fati;
imperciocchè, quando ti vennero meno le amorevoli
inchieste, tu deponesti l’Eterno dal tuo braccio divino,
e davanti lui ti prostrasti, e con la preghiera
ottenesti quello che non aveva potuto impetrarti la
domanda: — perchè quale uomo mai, o qual Dio,
potrebbe vedere la propria madre prostrata al suo
cospetto, e respingerla sdegnoso da sè? [2]_ Dio è sopra
la natura, non contro la natura. Misericordia dunque,
misericordia di me!

“*Ave Maria!* Solo che tu volga uno sguardo di
benignità sopra l’anima del parricida, ecco diventerà
candida come quella del pargolo battezzato pure
ora. Tu, che hai una lacrima per ogni sventura; — tu,
che dalla miseria a soccorrere i miseri apprendesti; — tu,
che possiedi una consolazione per ogni
tribolato, un buon consiglio per ogni traviato, un soccorso
per qualunque fallo, una difesa a qualsivoglia
colpa, tu sarai sorda solamente per me?

“La contemplazione delle tue glorie nell’alto ti
dissuade dallo abbassare più oltre i tuoi sguardi a
questa valle di lacrime? Le laudi dei celicoli ti hanno
reso forse molesti i gemiti dei tuoi divoti? Madre del
tuo Creatore, ti sarebbe per avventura incresciuta
la tua origine terrena? Lassù nel cielo si costuma
egli come nel mondo?....

“Ahi trista me! Me misera! La mente mi vacilla
a modo di ebbra: pur troppo, pur troppo m’inebbriò
[pg!9]
il dolore, e la parola m’imperversa procellosa per le
labbra quasi un vento di bufera.

“Maria, perdono! Tu sai se infante non aborrendo
io bagnarmi i piè nudi per l’erbe rugiadose,
lasciato il letto tepido, mi conducessi a sceglierti i
fiori, che dai calici aperti bevevano i raggi primi del
sole mattutino; tu sai se io vigilava sempre a guisa
di vestale, perchè il lume della lampada domestica
a te consacrata non si estinguesse; — e se qualche
fatto non degno della tua santa vista commisi, io
prima ti velai il volto, e poi te ne chiesi perdono.
In te sola confido.

“M’infiamma il sangue, anzi pure le midolle mi
consuma e le ossa uno amore....

“Chi è che ha detto amore? Ho io profferito
amore? Ah! per pietà, che nessuno lo sappia.... che
nessuno lo intenda.... che le mie orecchie non lo ascoltino
dalle mie labbra! Folle! E che importa questo,
se ho l’inferno nel cuore? — Sì, un amore infame
mi arde tutta, un amore da far piangere gli angioli.
Maria, non mi guardare nell’anima! Tutti i confessori
del paradiso, non che tu, Vergine immacolata,
diventerebbero rubicondi per vergogna a guardarmi
nell’anima!

“E non pertanto questa fiamma così arde segreta,
che nessuno contemplando la mia pallida faccia potrebbe
dire: — Ecco un’adultera! — Chi dei viventi
saprà distinguere in me come tinga la colpa, o come
il dolore? In quella guisa, che la lampada sepolcrale
[pg!10]
arde illuminando gli scheletri umani senza comparire
di fuori, così l’amore mi vive nell’anima, splendendo
sopra le reliquie miserabili della mia contaminata
virtù.

“Ma in questa fiera battaglia ogni spirito vitale
è venuto meno. Già si approssima l’ora in cui si
aprirà lo abisso entro il quale rovineranno verecondia
di donna, reverenza di marito, decoro di famiglia,
e amore di madre, e tutto insomma, e la salute
dell’anima con essi!

“La salute dell’anima! la perdizione eterna! E
se io, disperata ormai di superare la corrente, mi
lasciassi sopraffare dalle acque....? Se, anima piena
di amarezza, io ardissi fuggire dal tristo carcere del
corpo....? Se prima della chiamata io disciogliessi le
ali fuori della vita, e riparassi sotto il manto del
perdono di Dio....? si apriranno esse le braccia di
Dio per accogliermi, o mi respingeranno? E di vero,
non sono io intieramente corrotta? Dio non penetra
nei nostri cuori, e non vede come li abbia rosi
il peccato? In questa acerba contesa io difendo quella
parte di me che diventerà polvere; l’altra, che ha da
vivere immortale, ormai è perduta. Sia che io rimanga,
o che fugga; sia che mi abbandoni, o che resista,
Isabella, tu sei dannata.... dannata per sempre!

“Dov’è, chi è colui che pose questa legge iniquissima?
Se io non valgo a rompere, voglio mordere
almeno questo fato di ferro. Non ho combattuto,
e non combatto tuttora? Qual è in me la colpa, se io
[pg!11]
non posso vincere? In che cosa peccai, se un serpe
mentre io dormiva mi si è insinuato nel cuore, vi
ha fatto il nido, e lo ha reso a vedersi più tremendo
della testa di Medusa? In che peccai, se non mi basta
la lena a portare questa croce? I caduti non s’irridono,
non si condannano, ma si aiutano. Ebbene,
poichè colpa pensata vale colpa consumata, e portano
ambedue la pena medesima, scendiamo interi
negli abissi del delitto, e moriamo....”

Queste ed altre parole in parte profferiva, in
parte mormorava fra i denti una giovane donna bellissima
di forme, davanti la immagine della Madonna,
opera divina di Frate Angelico.

E cotesta immagine, simbolo di celeste verecondia
e di casti pensieri, sembrava come sbigottita
da preci siffatte; imperciocchè per le parole assai, ma
più pel modo col quale venivano pronunziate, paressero
e fossero in parte immani empietà. La donna
non istava atteggiata a reverenza, ma dritta, proterva,
a fronte alta, con occhi torvi ed intenti, affannoso
il petto, tremule le labbra, dilatate le narici, strette
le mani, inquieti i piedi, — leonessa insomma, piuttostochè
donna, e molto meno poi donna supplichevole.

Aveva ella ragione?

I Greci ricercando sottilmente la natura di questo
nostro cuore, conobbero tali vivere vizi così inerenti
alla sostanza umana da non si potere vincere dalle
forze unite della volontà, delle leggi, dei costumi,
nè dalla religione: però con quello ingegno portentoso,
[pg!12]
che a loro soli concessero i cieli, resero amabile
il vizio, e lo fecero contribuire al bene della repubblica:
invece di aspettare quello che non poterono
prevenire, gli andarono incontro. A modo di quanto
si narra di Mitridate avendo a bere veleno, vi si
abituarono per tempo, togliendogli la facoltà di nuocere.
Osarono anche di più: fecero gli Dei complici
dei misfatti degli uomini; non potendo sollevare
questa polvere fino al cielo, abbassarono il cielo fino
alla polvere, e il colpevole diventò argomento non
di odio, ma di compassione, come quello che aveva
ceduto alla onnipotenza del fato, cui Giove non che
altri cedeva, e che guidando i volenti, i repugnanti
strascina.

Il quale concetto esteso ad ogni maniera di azioni,
sopra modo accoglievano nelle cose di amore. — Anacreonte,
al quale cominciano già a incanutire le
chiome tante volte coronate della lieta edera e di
pampini, se ne sta solo davanti al fuoco in una trista
notte d’inverno. Borea imperversa per lo emisfero
e pei mari, e un turbine di gragnuola forte percuote
la casa del poeta. Egli non ricorda i raggi del
sole di primavera diffusi sopra i fiori e sopra i capelli
delle donne bellissime, non le molli erbe piegate
appena dai piè fugaci delle danzatrici, non l’aure
pregne di vita, che gli parevano susurrare nelle orecchie: — amore,
amore; — i suoi pensieri versano
intorno alla caducità delle nostre sorti quaggiù; vede
la vita volgere più veloce della ruota del carro vincitore
[pg!13]
nei giuochi olimpici, i nostri giorni dileguarsi
più ratti di un’ombra sopra la parete: le rose della
sua fantasia appassiscono alla considerazione della
morte. All’improvviso è battuto alla porta del poeta,
ed accompagna il colpo una voce di pianto. — Può
non sentire pietà il poeta, se la pietà è una delle
più armoniche corde della sua lira celeste? Apre
Anacreonte la porta, e comparisce un fanciullo, molle
di pioggia, e pel dolore allibito: povero fanciullo! i
capelli grommati di diacciuoli gli stanno giù distesi
lungo le guance; le labbra ha livide, le membra intirizzite. — “Qual
mala ventura, o bel fanciullo, ti
sforza a vagare per questa notte consacrata agli Dii
dello inferno?” E intanto senza aspettare risposta
gli spreme il gelo dai capelli, lo spoglia, lo asciuga,
e col calore del fuoco lo ravviva; nè ciò gli bastando,
le mani del fanciullo si ripone in seno per iscaldarle
soavemente co’ tepidi effluvii del suo sangue. Poichè
tornò sopra le labbra il cinabro, e la tremula luce
alle pupille, il fanciullo sorridendo dice: “Or vo’ provare
se la pioggia mi ha guasto l’arco;” — e lo tende
dopo avervi adattata la freccia. Anacreonte improvviso
si sente ferito prima di accorgersi che Amore
irridendo abbandonava la sua casa. — Vendetta di
Apollo fu, se Mirra arse di fiamma incestuosa per
Ciniro; vendette di Venere gli amori di Pasifae pel
tauro, di Fedra per Ippolito; e volere di Giunone e
di Minerva lo immane affetto di Medea per Giasone:
poche commisero colpe, o nessuna, di cui non attribuissero
[pg!14]
la causa a qualche Nume; e così i tragedi,
giovandosi della fede universale nel fato, rappresentarono
sopra le scene quegli orribili fatti, che diversamente
non si sarieno potuti sopportare. E certo
vive, piuttosto sembra talvolta vivere in noi qualche
cosa che può meglio di noi; nè le nostre credenze,
comunque tanto procedano lontane dalle dottrine
antiche, vi repugnano affatto. Forse non crediamo
noi, che la prima madre venisse tentata dal serpente?
E da cotesta ora in poi le orecchie della donna
si lasciano andare più facili delle altre alle insinuazioni
del tentatore. Forse il tentatore non istà fuori,
ma dentro alla femmina, e le siede nel sangue sottile,
nel finissimo tessuto delle vene, nei pori della
pelle dilicata, nel mobile cervello, e nel cuore mobilissimo:
e quando pur fosse così, il tentatore apparirebbe
più inevitabile e gagliardo. Ma le donne
sole cedono alle persuasioni di un demonio, che ora
va tentando con l’odio, ora con la voluttà, ora con
lo amore, ora con la copia dei beni, e, per non discorrerle
tutte, con quante passioni hanno potenza
di muovere il cuore dell’uomo? Oimè! a pochi bastò
la costanza contro la lascivia e l’oro, crudelissimi,
sopra ogni altro, tiranni dell’anima nostra. Personaggi
incliti delle antiche e delle moderne storie, uomini
venerati e venerabili, o per quanto durò ai medesimi
la vita ebbero a combattere siffatte passioni, o troppo
spesso vi giacquero sotto: — e se tra noi fu inalzata
alla degnità del sacramento la penitenza, parmi evidentissima
[pg!15]
prova, che neppure Dio sperò che ci
avessimo a mantenere innocenti; no, non lo sperava,
dacchè imponeva a Simone Pietro, che perdonasse
non solo sette volte, ma bensì settanta volte sette. [3]_ — Povera
Isabella, chi è senza peccato ti scagli la
prima pietra....

Aveva ella torto?

Il primo sorso non inebbria mai, e chi vuole,
può deporre la tazza, e dire: — Basta! — Che Amore
nato appena, il grande arco crollando, e il capo,
sieda re dello spirito, e gridi: — Voglio, e vo’ regnar
solo, — lo cantano i poeti immaginando; [4]_ ma la verità
non è questa. Amore di momento in momento si
compone l’ale di dolci pensieri e di ardenti desiri,
e i suoi dardi si fanno duri in proporzione che il cuore,
contro il quale si dirigono, diventa molle. Nè
Delia accecava perchè contemplò il sole una volta
sola; e chi vuole fuggire le Sirene imiti lo esempio
di Ulisse, e turi le sue orecchie con la cera. Noi
fidiamo troppo, o troppo poco, in noi stessi. Quando
la fiamma di uno sguardo, o il fáscino di una voce
ci lusingano, e la Provvidenza con senso arcano ci
avverte, non tenghiamo conto dell’ammonizione; e diciamo, — “Non
anche questo affetto trasmoda; ove trasmodasse,
basteremo al riparo:” — quando poi lo sentiamo
soverchiare, differiamo il rimedio di giorno in
giorno; vinti finalmente, accusiamo il destino, che ci
siamo fabbricato con le nostre mani medesime. Così
avendo il potere ci manca il volere, e avendo il volere
[pg!16]
ci manca il potere; noi siamo i nostri reziarj. [5]_ Delle
leggi del fato l’uomo può subire quelle che stanno fuori
di lui; le altre, che stanno dentro di lui, non hanno forza:
vincesi il corpo, l’anima no. E se Dio ci concesse
l’anima capace da poterne adoperare le facoltà perfino
contro il suo trono immortale, perchè, o come
vorremo incolparlo, se combattenti codardi gettammo
lo scudo sul principiare della battaglia, o se aborrimmo
adoperare la spada che ci fu posta nelle mani?
Atomi queruli ed ingiusti, noi vorremmo che il Creatore,
rompendo gli ordini eterni delle cose, s’inchinasse
ad ogni momento dalla volta dei cieli per riparare
ai nostri falli, e per acquietarci le procelle
del cuore, che vi andiamo suscitando; egli.... il Creatore,
che lascia rotare vorticosi nello infinito i frammenti
di mondi lacerati, e distendersi nella orribile
sua immensità la tempesta dell’Oceano! Anche la
colpa conosce una specie di dignità; osiamo averla.
Lucifero bandito dalle sedi celesti non accusava veruno,
oppure incolpava sè stesso perchè non era
riuscito nello intento; e Lucifero nella sua tetra grandezza
ci apparisce tale, che se noi non possiamo desiderargli
destini migliori, non ci possiamo astenere
da imprecare per male augurato il momento nel quale
egli provocava lo sdegno dello Eterno. Ma noi troppo
siamo inferiori, sia nel bene sia nel male, alle angeliche
nature. Per darci ad intendere che valghiamo
qualche cosa, presumiamo farci l’onore di credere
che Satana ne abbia tentato. Dove Satana potesse
[pg!17]
volgere sopra di noi i suoi sguardi di fuoco, non ci
tenterebbe ma riderebbe. Può egli darsi Satana peggiore
delle triste nostre inclinazioni, e del volere
nostro intentissimo a educarle ed a crescerle? — Io
non voglio per certo togliere e diminuire alla povera
anima d’Isabella la compassione degli uomini
e la misericordia di Dio, ma solo persuadere che la
misera morte alla quale venne condotta fu pena condegna
ai meriti, o piuttosto ai demeriti suoi.

Mentre Isabella profferiva la strana preghiera
che in parte è stata riferita qui sopra, un cavaliere
di fiera sembianza, aitante della persona, sporse la
testa dal limitare della sala, e stette ad ascoltare le
parole della donna; poi con placido passo le si accostava
chiamando: — “Isabella!....”

La donna a quella voce improvvisa rimase percossa:
le si fece il volto più bianco, le labbra si
mossero senza suono; e la palpebra pesa le cadde,
mentre intorno l’occhio si diffuse un lividore cagionato
dalla rete delle tenui vene diventate sanguigne,
o di colore di piombo. Ella stramazzava per certo,
se il cavaliere era meno pronto a sorreggerla. Dopo
breve silenzio, il cavaliere riprese a dire così:

— “Isabella! voi avete qualche cosa sul cuore,
che desiderate celarmi: perchè questo, Isabella? Sono
io forse così povero amico vostro, che non mi reputiate
degno di essere messo a parte dei vostri più
riposti segreti? O così mi credete voglioso delle mie
contentezze, che non sappia anteporre loro, comecchè
[pg!18]
con mia angoscia inestimabile, il riposo e i desiderii
vostri? Parlate; io per amor vostro mi chiamo
parato a tutto, ma parlate una volta.... Ahi misero
me! E quale vi ha bisogno, Isabella, che voi favelliate?
Io ho inteso anche troppo: non mi credete
animoso voi? Ecco che io vi provo il contrario. Voi
pregate la mia morte; ed io posso, anzi voglio unire
le mie preghiere alle vostre; io richiamerò sopra le
mie labbra la più soave delle preghiere che m’insegnasse
la madre dilettissima. Giù via, Isabella,
prostratevi; io, lo vedete, mi son già prostrato.”

E la donna, male sapendo che cosa si facesse,
cadde genuflessa; ed ambi pregarono.

Ma coteste non furono preghiere pure e serene,
che s’inalzano al cielo come un profumo di anime
innocenti, e gli angioli si piacciono portare sopra
il dorso delle ale candidissime al trono dello Eterno,
e Dio le accoglie come ospiti celesti, e le consola
non altramente, che se afflitte figlie del suo amore si
fossero. Coteste preghiere volarono dai petti anelanti,
rubiconde e scomposte, per modo che non sarebbero
apparsi diversi i delirii della lascivia; e per l’aria
si aggirarono fosche, a guisa di nuvole sorte da impuri
effluvii terreni; nè toccarono le soglie del cielo,
ma ricaddero respinte come il fumo della offerta del
primo omicida, ad accrescere la passione dei peccatori.

E fu ragione; imperciocchè coteste preci non
uscissero sincere dal cuore, e chi le profferiva temeva
[pg!19]
venissero esaudite, e dette appena avrebbe voluto
revocarle. — Mente mortale, o come mal ferma nel
desiderio del bene! Però le guance accese si toccarono;
le mani convulse si cercarono, e si tennero
intrecciate; e le preghiere terminarono con giuramenti
orribili di amarsi sempre in onta dei sacri vincoli, del
decoro geloso di famiglia, della morte, e dello inferno.
Tanto procederono immemori di loro, che dello iniquo
giuramento chiamarono in testimonio la Donna
divina, alla quale intendevano supplicare per salute;
e la Madre della misericordia non torse altrove la
faccia, persuasa che se bugiarde furono allora coteste
preci, le avrebbe poi dovute ascoltare anche
troppo sincere il giorno del pentimento.

Intanto la giustizia registrò la colpa nel libro
ove nulla cancella se non che il sangue.

|

----

.. [1]

   | Come raggio di sole in acqua mera.
   |   (:small-caps:`Dante`.)

   Gli Gnostici, distinti con lo epiteto di *dociti*, negarono in Gesù
   Cristo la natura umana, e lo supposero un fantasma, però che:
   *non dignum est ex utero credere Deum, et Deum Christum....
   non dignum est, ut tanta majestas per sordes et squallores
   mulieris transire credatur*. Questa eresia fu condannata fino
   dai primordii della Chiesa da San Giovanni.

.. [2] L’altro esempio fu, che si legge scritto da Cesario, che
   nel contado di Lovagno fu uno cavaliere giovine di nobile lignaggio,
   il quale in torneamenti e nell’altre vanitadi del mondo
   aveva speso tutto il suo patrimonio: e venuto a povertà, non
   potendo comparire cogli altri cavalieri, com’era usato, divenne
   [pg!20]
   a tanta tristizia e malinconia, che si voleva disperare. Veggendo
   ciò un suo castaldo, confortollo, e dissegli che s’egli volesse
   fare il suo consiglio, egli lo farebbe ricco, e ritornare al primo
   onorevole stato. E rispondendo che sì, una notte lo menò in un
   bosco: e faccendo sua arte di nigromanzia, per la quale era
   usato di chiamare i demonii, venne uno demonio, e disse quello
   che domandava. Al quale rispondendo com’egli gli aveva menato
   uno nobile cavaliere suo signore acciocchè egli lo riponesse
   nello primo stato, dandogli ricchezze e onore: rispose, che ciò
   farebbe prestamente e volentieri, ma che conveniva che in
   prima il cavaliere rinnegasse Gesù Cristo e la fede sua. La qual
   cosa disse il cavaliere che non intendeva fare. Disse il castaldo:
   Dunque non volete voi riavere le ricchezze e lo stato usato?
   andiamci: perchè m’avete fatto affaticare indarno? Veggendo il
   cavaliere quello che fare pure gli convenia se volea essere ricco,
   e la voglia avea pur grande di ritornare al primo stato, lasciossi
   vincere, e consentì al mal consiglio del suo castaldo; e
   avvegnachè mal volentieri e con grande tremore, rinnegò Cristo
   e la sua fede. Fatto ciò, disse il diavolo: Ancora è bisogno ch’egli
   rinnieghi la Madre di Dio, e allora di presente sarà fornito ciò
   ch’elli desidera. Rispuose il cavaliere, che quello giammai non
   farebbe; e diede la volta, partendosi dalle parole. E vegnendo
   per la via, e ripensando il grande suo peccato d’avere rinnegato
   Iddio, pentuto e compunto entrò in una chiesa, dov’era la Vergine
   Maria dipinta col figliuolo in braccio, di legname scolpita;
   davanti alla quale reverentemente inginocchiandosi, e dirottamente
   piangendo, domandò misericordia e perdonanza del
   grande fallo che commesso avea. In quell’ora, un altro cavaliere,
   il quale avea comperato tutte le possessioni di quello cavaliere
   pentuto, entrò in quella chiesa; e veggendo il cavaliere
   divotamente orare, e con lacrime di doloroso pianto dinanzi alla
   imagine, maravigliossi forte, e nascosesi dietro ad una colonna
   della chiesa, aspettando di vedere il fine della lacrimosa orazione
   del cavaliere compunto, il quale bene conoscea. In tal maniera
   l’uno e l’altro cavaliere dimorando, la Vergine Maria per la
   bocca della imagine parlava sì, che ciascheduno di loro chiaramente
   l’udiva, e dicea al figliuolo: Dolcissimo figliuolo, io ti
   priego che tu abbi misericordia di questo cavaliero. Alle quali
   parole niente rispondendo il figliuolo, rivolse da lei la faccia.
   Pregandolo ancora la benigna madre, e dicendo, com’egli era
   stato ingannato, rispuose: Costui, per lo quale tu preghi, m’ha
   [pg!21]
   negato: che debbo fare a lui io? A queste parole la imagine si
   levò in piede; e posto il figliuolo in sull’altare, si gettò ginocchione
   davanti a lui, e disse: Dolcissimo figliuol mio, io ti priego,
   che per lo mio amore tu perdoni a questo cavaliere contrito
   il suo peccato. A questo priego prese il fanciullo la madre
   per mano, e levandola su, disse: Madre carissima, io non posso
   negarti cosa tu domandi: per te perdono al cavaliere tutto suo
   peccato. E riprendendo la madre il figliuolo in braccio, e ritornando
   a sedere, il cavaliere certificato del perdono per le parole
   della madre e del figliuolo, si partia dolente e tristo del peccato,
   ma lieto e consolato della perdonanza conceduta. Uscendo dalla
   chiesa, il cavaliere, che dopo alla colonna avea ascoltato e
   osservato ciò che detto e fatto era, li tenne celatamente dietro, e
   salutollo, e domandollo perchè egli avea tutti gli occhi lacrimosi:
   ed egli rispuose, che ciò avea fatto il vento. Allora il cavaliere
   secondo disse: Non me lo celate tutto ciò che in vêr di
   voi è stato detto e fatto. Onde alla grazia che avete ricevuta,
   per amor di quella che l’ha impetrata, io voglio porgere la mano.
   Io ho una sola figliuola et unica, vergine, la quale vi voglio
   sposare, se v’è in piacere: e tutte le vostre possessioni grandi e
   ricche, che da voi comperai, vi voglio per nome di dota ristituire,
   e intendo di avervi per figliuolo, e lasciarvi reda di tutti
   i miei beni, che sono assai. Udendo ciò il giovane cavaliere, consentì
   al proferto matrimonio. E adempiuto tutto ciò che promesso
   gli era, ringraziò la Vergine Maria, dalla quale riconobbe tutte
   le ricevute grazie. (:small-caps:`Passavanti.`)


.. [3] Signore, quante volte, peccando il mio fratello contro a
   me, gli perdonerò io? Fino a sette volte? — Gesù gli disse:
   Io non ti dico fino a sette volte, ma fin a settanta volte sette.

   .. class:: right

   (:small-caps:`S. Matteo`, Cap. 18.)


.. [4] :small-caps:`Parini.` *Il Mattino.*

.. [5] *Reziarj* erano i gladiatori che combattevano con una
   rete, ed inseguivano i Marmilloni o Galli, che portavano un
   pesce per cimiero, gridando: *Non peto te, Galle, sed piscem
   peto*.

[pg!22]


.. toc-entry:: II. L'amore.

CAPITOLO SECONDO.
=================

L’AMORE.
--------

.. epigraph::

   .. class:: small

   | E bevea da’ suoi lumi
   | Un’estranea dolcezza,
   | Che lasciava nel fine
   | Un non so che di amaro.
   | Sospirava sovente, e non sapeva
   | La cagion dei sospiri.
   | Così fui prima amante, che intendessi
   | Che cosa fosse amore:
   | Ben me ne accorsi alfin....
   |
   |     :small-caps:`Tasso`.


Messer Antonfrancesco Torelli era dei migliori
uomini della terra di Fermo: copioso dei beni di fortuna,
onorato dai suoi, riverito dagli stranieri, lieto
di moglie egregia, e di un figlio in cui aveva riposta
ogni speranza dei suoi anni cadenti.

Beato lui, se avesse creduto vero quello che pur
troppo è verissimo; cioè, il migliore ammaestramento
che possono apprendere i figliuoli derivare dagli
esempii degli ottimi genitori; e non avesse mai accomiatato
da casa il dilettissimo suo Lelio! che non
avrebbe prodotto contristati di amarezza i suoi ultimi
giorni verso il sepolcro. Ma egli compiacendo ai tempi,
desiderò il figlio perito nelle arti cavalleresche,
ed il suo cuore paterno esultò nel presagio che le
gentili donne di Fermo salutassero il figliuolo suo pel
[pg!23]
più compito e cortese gentiluomo di tutto il paese. — In
questo pensiero, avendo Antonfrancesco servitù
grande col cardinale dei Medici in Roma, gli venne
fatto molto di leggieri accomodare nella corte del
granduca Cosimo il suo Lelio in qualità di paggio
nero. Ma Cosimo, logoro per lo smodato esercizio di
tutte le passioni, essendo venuto a morte non bene
ancora maturo, Lelio, giovanetto di leggiadre maniere
e di forme venuste, piacque a donna Isabella figlia
di Cosimo, duchessa di Bracciano, la quale ottenne
che il bel paggio si acconciasse al servizio di lei.

In quei tempi, i gentiluomini servendo in corte
dovevano apprendere a trattare le armi di taglio e
di punta, a combattere con la spada e il pugnale, ed
anche a difendersi inermi dagli assalti improvvisi di
stilo o daghetta, e su ciò andarono per le stampe
eccellenti trattati, che servirono di modello alle altre
nazioni. [6]_ Non trascuravano il trarre di arcobugio,
comecchè questa non fosse reputata nobilissima cosa;
molto importava maneggiare cavalli, sia nella
corsa, sia armeggiando, sia (arte più difficile assai)
corvettando davanti alle dame, solenni giudici allora
di simili industrie. [7]_ Venivano poi le destrezze della
caccia, tra le quali primeggiava quella di lanciare
opportunamente gli sparvieri grifagni e i falconi,
adesso caduta in disuso, o per quello che io sento
solo mantenuta in Olanda; seguitavano gli accorgimenti
dello scalco, e del complire con leggiadria le
nobili donne. A onore del vero, quei gentiluomini facevano
[pg!24]
sembianza tenere in pregio le lettere, ma
non le virili, nè quelle che sgorgano nuove e bollenti
dalla immaginazione infiammata per la virtù del cuore,
sibbene le altre calcate sopra forme già ricevute
e castrate ad *usum Delphini*; e queste lettere componevano
la delizia degli arnesi di corte, a cui la esperienza
e la paura aveva insegnato a toccare cautamente
siffatta pericolosa materia. Certamente sarebbe ingiustizia
lasciare inosservato qualche scrittore, che acceso
dagli estremi aneliti della Repubblica, osò dettare
libri se non fortemente, almeno con coscienza; ma
gli ultimi sospiri durano sempre poco, e lo scrittore
tacque, o piegò il capo ai destini. Ve ne fu qualche
altro che scrisse la verità, ma non osò pubblicarla,
come se avesse voluto instituire eredi delle vendette
i remoti nepoti; e per quello che sembra, i nepoti
fecero aprire il testamento, ma conosciuto il legato
repudiarono la eredità. Le arti poi e le scienze accoglievansi
con migliore viso; ma la chimica era
studiata principalmente pel fine di comporre l’oro
e i veleni di cui gli uomini di quel tempo, in ispecie
i Medici, diventarono solenni manipolatori, e per
quello che ne leggiamo, sembra che le ricerche moderne
non arrivino a gran pezza l’antica tossicologia.
Michelangiolo, immortale monumento della dignità
umana, e testimonianza eterna della verità che l’uomo
fu creato a similitudine di Dio, quando non ebbe
più patria, si consacrava intiero al Paradiso, e gli
subentrava Benvenuto Cellini, uomo di arguto ingegno
[pg!25]
ma scemo di cuore, che logorò la sua potenza
nei lavorii di cinti, di monili, boccali, piatti, e simili
altre quisquilie del lusso; onde, allorquando egli ebbe
a condurre la statua del Perseo, non seppe più sollevare
a grandi cose la mente avvezza agli arnesi
del mondo muliebre, per la quale cosa Alfonso dei
Pazzi la morse con lo acerbo epigramma:

   | Corpo gigante, e gambe di fanciulla
   | Ha il nuovo Perseo: sicchè tutto insieme
   | Ti può bello parer, ma non val nulla.

Ma ritornando al nostro Lelio Torelli, egli era
riuscito a maraviglia in tutti gli esercizi che desiderano
forza e scioltezza di membra. Alle discipline,
ove bisogna assottigliare lo intelletto, o non avea rivolta
la mente, o non vi era arrivato; e nemmeno
prendeva vaghezza dei suoni, dei canti, o dei balli;
i suoi sguardi cadevano sopra un coro di femmine
leggiadre, con minore compiacenza di quella che si
fermassero sopra un cespuglio di rose, e infinitamente
poi minore di quella, con la quale per piani o per
boscaglie teneva dietro al cignale ferito. Nessuno
più prestante di lui a balzare di un salto in sella;
nessuno più infallibile a lanciare un dardo, o ad assestare
un colpo di arcobugio; e per non distenderci
in troppe parole, in ogni maniera di prodezza superava
facilmente non pure tutti i giovani coetanei, ma si
trovava appena chi, anche tra i maggiori, potesse vantarsi
a seguitarlo di gran lunga secondo.
[pg!26]

Però, assai più che non conveniva a nobile fanciullo,
si mostrava voglioso di garbugli e di risse,
e in queste palesava indole feroce; imperciocchè se
per forza o per inganno gli veniva fatto superare
l’avversario, non così di leggieri si placava, ma chiuso
ai miti sensi della pietà e del perdono, continuava
a percuotere, finchè o la stanchezza, o gli accorsi
al trambusto non glielo avessero cavato di sotto. E
poi gli durava il rancore; e guai se un giorno avesse
avuto luogo a sfogare il tesoro di vendetta accumulato
nel profondo dell’anima! i suoi nemici avrebbero
fatto bene a procedere, come suol dirsi, con l’olio
santo in tasca. Del rimanente, tenace negli amori
quanto negli odii, a esporsi nei pericoli sempre primo,
anzi egli solo voleva correrli, e quelli che prediligeva
avevano a ristarsene; e ciò non si creda già
per amore di lode, o per istudio della gratitudine
altrui, chè queste cose non cercava, o sprezzava;
ma per generosità naturale, ed anche per un certo
sentimento di prevalenza ai suoi compagni, di cui lo
ascendente era più facile aborrire che evitare. Piuttosto
temuto che amato, piuttosto riverito che seguitato,
egli sembrava degnissimo d’impero.

Ma certa volta accadde, che donna Isabella avendolo
chiamato a gran fretta, egli ebbe appena tempo
di sbrigarsi dalle mani del suo avversario, e le comparve
così com’era sanguinoso davanti. La nobile
signora, vedutolo in cotesto stato, con voce sdegnosa
gli disse:
[pg!27]

— “Toglietevi dal mio cospetto; voi mi fate
orrore.”

Da quel giorno in poi Lelio non sembra più lo
stesso: se intende profferire qualche motteggio, che
nei tempi passati avrebbe fatto rientrare in gola con
furia di colpi allo incauto parlatore, oggi dal comprimere
forte che fa delle labbra, dal rossore che
gli accende il viso fino alla radice dei capelli, ci accorgiamo
come usi violenza a sè stesso per frenarsi, e
sorride più dolce, e benignamente guarda. Nella persona
va più composto di prima, e cura con diligenza
maggiore la chioma biondissima, e la mondizie degli
abiti; però quel bel colore di amaranto, che sfumato
gli rendeva così fiorite le guance, adesso è impallidito;
il volto ha pensoso, e gli occhi azzurri un poco
rientrati sotto le sopracciglia. Ma non è tutto ancora:
Lelio si apparta spesso dai compagni, e sta mesto e
taciturno a considerare lunga ora o un fiore, o un
falco che gira con magnifiche ruote per lo emisfero,
una nuvoletta che oscilla perplessa pel sereno celeste,
come se i venticelli innamorati se la contendessero;
e molto più spesso la sera, sopra il pendío
di un colle, con ambe le mani intrecciate davanti
alle ginocchia, e la faccia elevata con intentissimo
sguardo, contempla il sole che declina, e l’oro, e la
porpora, e i doviziosi colori della madreperla e dell’iride,
co’ quali il potente padre della vita circonda
il suo sepolcro momentaneo. Appena guarda il suo
giannetto spagnuolo, che si affatica invano risvegliare
[pg!28]
lo inerte signore co’ nitriti, e invano il levriere gli
corre davanti, poi cuccia uno istante, gli torna incontro,
fugge di nuovo a precipizio, gli abbaia intorno,
lo guarda, gli lambisce le mani, gli salta addosso:
Lelio placidamente co’ cenni e con voce gl’impone
starsi quieto, sicchè il povero animale, veduti riuscire
inutili tutti i suoi accorgimenti, con gli orecchi bassi
e con la coda dimessa si pone a giacere ai piedi del
padrone: nè incontravano sorte migliore le armi,
quantunque talora le afferrasse come mosso da subita
smania, e le trattasse così smoderatamente, da venirne
tutto molle di sudore, e sentirsi per alcun
giorno prostrato di forze.

Madonna Isabella possedeva un volumetto delle
rime di messer Francesco Petrarca che si toglieva
quasi sempre a compagno delle sue passeggiate solitarie:
quel libro disparve, chè Lelio se lo era appropriato,
e non si saziava mai di leggervi dentro.

Com’era avvenuta tanta mutazione nel giovane? — Un
giorno, mentr’egli tutto sprofondato nel
libro si avvolgeva a sghembo pei sentieri del bosco di
Cerreto, certe sollazzevoli giovanette della villa lo
aspettarono in cima del viale nascoste dietro alle roveri,
e gittandogli copia di viole nella faccia, gli
dissero ridendo: — “E’ non sono occhi cotesti da logorarsi
su i libri: ridi, e fa all’amore!” — E un castaldo
giovialone, che passava portando un paniere di uva
sopra il capo, ridendo più forte favellò: — “O voi
sì, che ve ne intendete! o mira come ei sia innamorato
[pg!29]
fracido! Si avvicina il finimondo, le nostre ragazze
non conoscono più amore.”

E quando nelle notti serene madonna Isabella,
aperti i balconi della sala, diffondeva pel bruno aere
torrenti di armonia, cantando e sonando, sia che ripetesse
numeri e poesie già composte, o sia che lasciandosi
andare alla ispirazione che l’agitava, componesse
allo improvviso i versi, e le note alle quali
gli sposava, Lelio, come cosa inanimata, se ne stava
giù nel giardino appoggiato a un tronco di albero,
o ad un piedestallo di statua, e beveva uno incanto
fatale, reso più intenso dal tempo, dall’ora, dagli
odorosi effluvii, che l’erbe ed i fiori spruzzati di rugiada
tramandano, e dalla luce dolcissima che piove
dal firmamento stellato; e tanto cotesta estasi rapiva
fuori di sè il povero giovane, che chiusi i balconi,
remossi i lumi, abbandonati tutti gli animali alla
quiete che loro persuade la natura, egli solo rimaneva,
immemore, sempre fisso nel luogo medesimo,
finchè i primi raggi del sole ferendogli gli occhi non
lo richiamassero agli ufficii consueti della vita.

E prima ch’io continui nel racconto di questo
amore, mi giovi dichiarare quello che accennava qui
sopra; voglio dire come non per finzione di poeta,
ma con verità di storico affermassi la Isabella duchessa
di Bracciano dotta in comporre versi e prose
e musiche non solo pensatamente, ma anche allo
improvviso. Nè qui restavano le virtù della inclita
donna, che oltre la lingua materna favellava e scriveva
[pg!30]
speditamente gl’idiomi latino, francese, e spagnuolo;
nelle arti del disegno intendeva quanto qualsivoglia
più celebrato maestro; ed in ogni ornamento,
che a perfetto gentiluomo si addice, e in ogni maniera
di donnesca leggiadria così compita, da esserne reputata
meritamente piuttosto maravigliosa, che rara.
E tutte le cronache che ci sono capitate tra mano,
le quali parlano di questa infelice principessa, quasi
concordi adoperano le seguenti parole: — «Basti dire,
che ella era estimata da tutti, così vicini come
lontani, una vera arca di virtù e di scienze, e per
queste sue eroiche virtù l’amavano tutti i popoli, e
il padre le portava svisceratissimo amore.» [8]_ — Beata
lei, se tanti bei doni di natura, e tanto frutto
di discipline gentili avesse saputo, o potuto adoperare
a rendere avventurosa la sua vita, e la sua memoria
immortale!

Lelio, quando gli veniva fatto, s’introduceva
nella sala d’Isabella, e quivi, speculato bene che nessuno
l’osservasse, prendeva gli strumenti sopra i quali
le agili dita della sua signora avevano volato, e li
baciava smanioso, al cuore se li accostava e alla testa,
e di largo pianto bagnavali; e se rinveniva fogli
dove Isabella avesse vergato qualche verso, leggeva
e rileggeva, e poi provava a formare rime egli stesso;
ma comunque l’anima gli traboccasse di poesia,
non rispondeva la voce amica a significare tanto e
bollentissimo affetto, nè forse sarebbe riuscito a cui
per lungo studio si fosse esercitato nell’arte del dire:
[pg!31]
sicchè fremeva, seco medesimo si corrucciava, e finalmente
concludeva cancellando con le lagrime quanto
aveva scritto con lo inchiostro. Però quel conforto,
seppure possiamo considerarlo tale, gli venne meno:
donna Isabella, trovando le sue polite carte imbrattate,
nè le riuscendo rinvenire il colpevole, di ora
in avanti le ripose con molta avvertenza.

Ma veramente, eccetto quel guasto dei fogli,
donna Isabella non poteva desiderare paggio più assiduo
e più diligente di Lelio: dai moti del volto,
tanto ei la contemplava fisso, aveva appreso a conoscere
i più riposti pensieri dell’animo di lei, nè gli
faceva mestieri di altra dimostrazione per soddisfare
alla sua signora; la quale assiduità poi cresceva al
punto, da comparire fastidiosa quante volte la Isabella
conversava col signor Troilo, dacchè egli allora
immaginasse mille trovati, o per entrare non chiamato
nella stanza, o per non uscirne più. E siccome
di rado avviene, che due creature che si odiino, o
che divisino nuocersi, per quanto s’ingegnino celare
giù nel profondo il proponimento loro, a cagione di
qualche indizio non se ne porgano scambievole avviso,
così gli sguardi di Troilo e di Lelio s’incontravano
acerbi come due spade nemiche; e quanto più Troilo
si ostinava a guardarlo bieco, perchè o per reverenza
per timore Lelio declinasse gli occhi, questi tanto
più si ostinava a tenerglieli fitti nella fronte con
espressione inenarrabile di rabbia: il senso delle poche
parole che si ricambiavano conteneva sempre
[pg!32]
qualche cosa di amaro; amaro il suono della voce;
amari gli atti, il portamento, ed i gesti.

Lelio, certo giorno, insinuatosi secondo il costume
nella stanza d’Isabella, si era recato in mano
il suo leuto, e facendo sembiante tasteggiarlo, prese
a cantare una canzone, che più di ogni altra piaceva
alla Isabella: non si attentava spiegare tutto il volume
della sua voce limpidissima, trattenuto dalla
reverenza del luogo, e perchè, ignaro di musica,
l’aveva appresa a aria ripetendola chi sa quante volte;
ma infervorandosi a poco a poco, cesse allo impeto
che lo moveva, e di rado, o non mai, gli echi
di cotesto sale risonarono di canto così poderoso.
Sopraggiunse inosservata Isabella, e commossa a tanta
dolcezza, si accostò pianamente, e quando Lelio
ebbe terminato la canzone, gli pose una mano sopra
i capelli, palpandoglieli per vezzo, ed esclamò:

— “Chi ti ha insegnato cotesto, mio bel fanciullo?”

— “Amore.... grandissimo, che mi ha preso per
la musica.”

— “E tu, segui i consigli di cotesto amore, perocchè
lo esercizio delle belle discipline affinando lo
intelletto ingentilisca il cuore.”

E siccome la duchessa gli teneva sempre la
mano sul capo, Lelio con voce sofferente così se le
raccomandò:

— “Madonna..., per amore di Dio, io vi supplico
di levarmi la vostra mano dal capo....”
[pg!33]

— “Doveva io non porvela mai....” risponde la
duchessa con voce un cotal poco risentita; e la ritira
a sè prestamente.

— “O signora mia, abbiatemi misericordia, chè
ella mi ardeva il cervello.”

— “Io non vedo perchè la mia mano deva farvi
ufficio della camicia di Nesso.”

— “Non lo so neppure io.... ma lo sento.” E
queste parole profferiva il fanciullo con voce sì tremula,
così pietosa, che la duchessa gli accostò il
palmo della destra alla fronte, e come atterrita riprese:

— “Dio mio, come ti brucia! povero Lelio!...
non vorrei che male lo prendesse.... Aimè! ti svieni!
E qui non giunge nessuno per soccorrerlo.... Lelio!
Lelio! Ahi, che mi muore fra le braccia! Vergine
santa, aiutatelo voi!”

E Lelio fattosi bianco in volto come voto di cera,
tutto madido di freddo sudore, chiuse le palpebre,
abbandonava il capo sopra il seno di donna
Isabella, che lo reggeva con ambedue le braccia; ma
di lì in breve rinveniva, e aperte con un gran sospiro
le palpebre, poichè riconobbe dov’era, e rammentò
il modo e la cagione del suo venir meno,
disse mestamente:

— “Mi era parso morire — oh! perchè non
sono io morto davvero?”

Allora la duchessa si affaccendò a prendere
certe sue acque stillate preziosissime, e gliene bagnò
[pg!34]
le tempie, comunque il giovane per reverenza ripugnasse.

— “Lascia, lascia,” diceva la duchessa; “io
vo’ farti da madre: già per età potrei esserlo.......
quasi.... e per amore..... di certo. Bisogna bene ch’io
ti ami, perchè tua madre vera è lontana, e non può
aiutarti, povero figliuolo. Ma che cosa sono queste smanie?
donde viene questo disperarti? Parlami, aprimi
il tuo cuore intero: io mi sono accorta del tuo impallidire,
del tuo struggerti, e vedo come ti tremi il braccio
allorchè me lo porgi per salire a cavallo. — Ami
forse? Male accorto, non lo celare a me! Anch’io conobbi
gli affanni dello amore e so compatirli. Tu, gentile
come sei, non puoi avere posto i tuoi affetti in basso
luogo, e se fosse troppo alto, oltre che non vi ha disuguaglianza
che amore non uguagli, tu, e per natali incliti,
e per censo, e molto più per bontà, mi sembri degno
di qualunque più illustre parentado; e se io nulla valgo,
ti prometto adoperarmi con tutte le forze per vederti
contento.”

Frattanto Lelio era ridivenuto sano come se non
avesse avuto nulla; anzi, deposta ogni tristizia, si
mostrava ridente, e le guance gli comparivano floride
del colore della giovanezza, primavera della vita.

— “Oh! sì, giusto,” rispondeva con finta verecondia;
“sanno eglino di coteste cose i fanciulli? sono
pensieri da diciotto anni? Che cosa è amore? un
frutto, un’arme, uno sparviero? Ho inteso sempre
dire che crescendo il giovane smagrisce, ma torna
[pg!35]
poi più rigoglioso di prima. Io, signora mia, mi sento
così lieto, così bene disposto, che non mi riesce desiderare
di più; e profferendovi con tutte le viscere
quella mercè, che io posso maggiore, per la vostra
pietà, mi raccomando affinchè vogliate continuarmi
la benevolenza di madre che voi mi avete promessa,
dandovi fede di gentiluomo, che io dal canto mio
mi studierò sempre a non demeritarla giammai.”

— “Lo farò, Lelio,” soggiunse quasi suo malgrado
Isabella: “perchè io abbisogni più che non credi
di persone che mi amino davvero.... Io, vedi, Lelio,
sono misera, ma misera assai, e nessuno sopra questa
terra mi ama; mi amava, e svisceratamente, il
padre mio, ma mi ha lasciata. O padre mio, perchè
mi hai lasciata così sola.... senza consiglio.... derelitta
da tutti....?” — E mentre in siffatto modo favellava,
Lelio, posto un ginocchio a terra, e baciandole il
lembo estremo della vesta, profferiva queste parole:

— “Io faccio voto a Dio essere tutto vostro fino
alla morte.”

La duchessa, come quella che per necessità e
per uso sapeva padroneggiare i moti dell’animo,
accorgendosi essersi lasciata andare più che a lei non
convenisse, per distrarre sè e Lelio dai mesti pensieri
e dagli eventi.

— “Orsù,” disse, “Lelio, io non voglio che vada
perduto il tesoro della voce che ho in voi discoperto:
io intendo che non dobbiate più cantare ad aria,
e mi vi offerisco disposta a insegnarvi la musica. Se
[pg!36]
voi proseguite con la medesima prontezza con la
quale avete incominciato, non passerà molto tempo
che non troverete pari in corte del serenissimo mio
fratello Francesco. Prendiamo la musica della canzone
che avete cantato pur dianzi; io vi mostrerò le
note, e i luoghi dove conviene alzare, dove abbassare
la voce: il signore Giulio Caccini, musico romano,
l’ha composta espressamente per me; ella è piana, e
soavissima per melodia....”

— “Se avessi saputo prima, onoranda signora,
di cui ella fosse opera, mi sarei guardato bene apprenderla
a mente, e molto più cantarla.”

— “Perchè questo, Lelio? avete per avventura
inimicizia col signor Giulio?”

— “Io non ci ho cambiato mai parola; ma cotesto
suo volto mi torna sinistro, mi pare che abbia tutto
intero un collegio di Farisei dentro il cuore....”

— “A me sembra l’opposto: con tutti è amorevole
e discreto; dolce parla, e dolce ride; io mi vi
confesserei....”

— “Ed io lo tengo per il più solenne traditore
che mai sia stato da Giuda in poi. Notate cotesto suo
riso: non sembra suo; io credo che lo abbia accattato
da qualche rigattiere; in quelle sue manine vellutate
non vedete le zampe del gatto, che ha ritirato
gli ugnòli? A tutti raccomanda carità, amore del
prossimo, ma per amore suo, perchè non trova
conto che la gente cerchi pel minuto, e dopo giusto
esame metta i bianchi co’ bianchi e i neri co’ neri.”
[pg!37]

Ed Isabella sorridendo: — “Non giudicate, Lelio,
se non volete essere giudicato.”

— “Queste sono parole sante, che devono intendersi
per filo e per segno, avvegnachè bisognerebbe
in caso diverso rinnegare la esperienza e la vita. E
poi io posso giudicare, perchè non repugno di essere
giudicato.”

E Lelio aveva ragione; e ne fu prova un fatto
di sangue. — Le cronache raccontano, come il capitano
Francesco degli Antinori dovendo portare a
Eleonora di Toledo, moglie di Piero dei Medici, una
lettera amatoria del cavaliere Antonio suo fratello,
per cagione di cotesto amore confinato a Portoferrajo,
aspettato il destro che don Piero uscisse con la sua
comitiva, salisse subito in Palazzo-Vecchio, recandosi
alle stanze di donna Eleonora, la quale allora
abitava quelle dipinte che riescono sopra la Piazza
del grano, e subito chiedesse udienza al portiere:
ma questi aveva ordine assoluto di non lasciare passare
anima al mondo, però che la signora si acconciasse
la testa. Il capitano instava trattarsi di cosa
importantissima: non badasse a cotesto ordine; gli
concedesse passare, o almeno andasse ad avvisarne
la signora. Il portiere, nato ed educato in Inspruck,
non volle intendere ragione; la signora aveva ordinato
che per lo spazio di un’ora non consentisse lo
ingresso a persona, e finchè tutti i sessanta minuti
non erano scorsi, nessuno doveva passare: e non ci
era rimedio. Il capitano prese a passeggiare su e giù
[pg!38]
per l’anticamera sbuffando; e venutogli presto a fastidio
quell’oscillare a modo di pendolo da orologio,
vide che anche il mansueto Caccini stava aspettando
udienza: mutate seco lui alcune parole di cortesia, e
sembrandogli tutto dolcezza, e per di più svisceratissimo
della signora Eleonora, cui egli con aria di compunzione
e con le lacrime agli occhi chiamava la sua
adorata e virtuosa padrona, gli dette incautamente
la lettera, raccomandandogli che per quanto amore
portava a Dio, guardasse bene di non consegnarla
altrui, se non se proprio nelle mani di donna Eleonora.
Il musico, appena il capitano ebbe voltato le spalle, si
nascose nel vuoto di una finestra dietro la tenda, e
aperta la lettera perfidiosamente, conobbe quello di
cui correva generale il sospetto, cioè gli amori del
cavaliere con la principessa; laonde, nella speranza
della buona mancia, ne andò difilato al granduca,
ove domandato prima umile perdono dello avere
aperta la lettera, scusandosi col dire che a ciò lo
aveva condotto lo infinito amore che portava alla
dignità del graziosissimo e serenissimo suo signore
e padrone, gliela ripose in mano. Il granduca leggendo
si mutò in volto; ma, terminata che l’ebbe,
con apparente pacatezza la ripiegò a bello agio, e
dopo aversela messa nel seno, a voce cupa, com’era
il suo costume, così è fama che gli favellasse in brevi
parole: — “Musico, qui vedo quattro colpevoli: il cavaliere
Antinori che scrisse, il capitano Antinori che
portò, Eleonora che doveva ricevere, e te che apristi
[pg!39]
la lettera: va; ognuno avrà mercede secondo i
meriti.”

Isabella per eccellenza di naturale singolarissima
femmina, e dai casi ardui della vita resa mesta, non
diffidente, di subito soggiunse:

— “Chiunque mi vuol bene, ha da smettere questi
mali umori senza ragione: a mio parere, sono disonesti
ed ingiusti, e per lo più palesano indole inchinevole
alla tristizia. Tutti abbiamo diritto di essere
giudicati a seconda delle opere: tu fa, Lelio mio, di
avere sempre migliore l’animo della mente, e ti parrà
la vita meno infelice che agli altri figliuoli di Adamo.
Ora vieni, e impara la canzone di questo valoroso
Romano. Come vuoi tu che l’uomo capace di concepire
così dolci note, abbia dentro di sè un cuore
malvagio?”

Vedi maniera di giudicare degli uomini!

La duchessa, recatasi in mano la carta della musica,
e ordinato a Lelio male repugnante le sedesse
a lato, incominciò a indicargli dove la voce avesse
a posarsi, e come e dove scorrere distesa, o avvolgersi
in gorgheggi melodiosi; insomma tutti gli accorgimenti
del musico arguto. Ma Lelio badava assai
più alle mani candidissime, che non alle note; più
che alle mani, al volto angelico che si animava al
canto; e rimasto estatico, non pure cessava dallo
accompagnare la signora Isabella, ma egli era gran
fatto se durava in lui l’alito vitale. Ed Isabella gli
diceva: — “Ma seguita.” — Ed egli, traendo a fatica
[pg!40]
un filo di voce, continuava per tacere un momento
dopo; ed Isabella di nuovo: — “A che ti stai?” — E
così alternavano i rimproveri e il silenzio. Lelio
poi, come lo persuadeva l’amoroso desio, accostava
il suo al volto della duchessa; onde avveniva sovente
che qualcheduno degli anelli della chioma nerissima
di lei, agitati dal moto della testa, gli toccassero la
guancia: allora vedevi trepidare il fanciullo per tutte
le membra, corruscargli gli occhi di luce maravigliosa
e di lacrime; le labbra aride crisparglisi; pareva
gioia, ed era dolore. E poi la guancia (maraviglioso
caso!) nel punto tocco dai capelli diventava ad un
tratto vermiglia come se vi avessero applicato una
piastra candente di metallo, e la voluttà che ne veniva
al giovane paggio così lo agitava acre e convulsa,
da non la potere sopportare; ma riavutosi
alquanto, tornava alla prova, in quella guisa appunto
che vediamo la farfalla condotta dallo istinto fatale
ostinarsi ad aleggiare intorno alla fiaccola che la consuma.
Così, nulla badando al tempo che fuggiva, dimorarono
lungamente i nostri personaggi; finchè la
duchessa, levando a caso gli occhi, vide starle davanti
messere Troilo Orsino.

Troilo dalla pallida fronte. — I suoi occhi sotto
le ciglia nere ed irsute sfolgoravano come quelli del
milvio intenti alla preda. La destra teneva dentro la
sopra-veste di velluto nero, con la sinistra sopra il
fianco reggeva il cappello a larghe falde ornato di
piume nere, immobile così, che lo avresti creduto
[pg!41]
inanimato. Isabella senza sospetto al mondo sostenne
cotesto sguardo sinistro, e non lo badò; e con modi
facili disse

— “Benvenuto, messere Troilo, prendete parte
nelle mie contentezze: ecco che io ho scoperto in
questo dabben giovane una nuova virtù; canta come
un angiolo, ed io mi propongo coltivargliela, finchè
arrivi alla eccellenza; onde tornato a casa, sua madre
ne abbia gioia, ed egli sia la delizia delle gentildonne
di Fermo.”

E Troilo:

— “Voi rinnoverete la ingiustizia di Amerigo
Vespuccio, dacchè io prima assai di voi aveva scoperto
che cotesto fanciullo col debito governo sarebbe
riuscito, più che altro, musico maraviglioso.”

Sentì Lelio l’acerba e disonesta puntura, e divampò
per la faccia; pur tacque.

— “Signora duchessa,” proseguiva Troilo “io ho
da parlarvi di cose che non sono senza rilievo: piacciavi
concedermi ascolto. — Paggio, prendete; riponete
nella mia stanza, e avvertite di non comparirci
davanti prima della chiamata.”

— “Salvo il vostro onore, messere Troilo, io
m’intrattengo qui ai servigi della clarissima duchessa
mia signora; epperò, ove a lei non piaccia diversamente,
pregovi a tôrre in pace s’io di qui non mi rimuovo.”

Questa volta toccò a Troilo farsi rosso; e già
muoveva le labbra a qualche acerba risposta, quando
Isabella interpostasi prestamente così favellò:
[pg!42]

— “Lelio, obbedite a messere Troilo.”

E Lelio, presa spada, guanti e cappello, inchinatosi
prima in atto di ossequio, s’incamminava lentamente
verso la porta.

— “Paggio!” gli gridò dietro l’Orsini, “fate di
sostenere la mia spada con ambedue le mani; è
pesa, e potrebbe cadervi.”

E Lelio, tratta di un lampo la spada dalla guaina,
e la volgendo in velocissima ruota attorno alla
sua persona, con voce baldanzosa, e senza interrompere
il cammino, rispose:

— “State di buon animo, messere Troilo; chè il
cuore e la lena mi bastano da sostenerla come
conviene a gentiluomo contro a qualunque cavaliere
onorato; — intendete, contro a qualunque cavaliere....”

E non fu sentito se aggiungesse altre parole,
perchè già si era fatto lontano.

— “Ed ecco come,” parlò dispettoso Troilo chiudendo
l’uscio della sala, “la tua biasimevole rilassatezza
ti educa intorno una corona d’insolenti.”

— “Degli insolenti non mi era anco accorta, bensì
di qualche ingrato, Troilo....”

E qui sedutosi accosto, cominciarono a favellare
con parole sommesse, ma concitate; e dagli atti e dalle
sembianze era dato argomentare come non piacevolezza,
non benevolenza, o affetto altro più tenero,
reggessero cotesto colloquio, sibbene rampogne, e rancori,
e paure, avendo la Provvidenza nei suoi eterni
[pg!43]
consigli ordinato che l’uomo per delitti non abbia
ad essere lieto giammai.

Ora io voglio che i miei lettori, e meglio le mie
leggitrici, conoscano essere decorsi tre buoni anni
dal giorno in cui costoro si giurarono eternità di un
affetto, che non avrebbe mai dovuto avere incominciamento;
e tre anni fanno molte eternità nelle cose
di amore. — Eternità! vedete un po’ voi se sia concetto
o parola che alla mente e alle labbra dell’uomo,
e più a quelle della femmina, convengano! I contratti
di amore principiano ordinariamente bilaterali,
e spesso terminano unilaterali; il meglio sta, ma è raro,
nello scioglierli a tempo fisso per consenso scambievole.
I contratti di amore hanno di particolare anche questo,
che mentre nelle permute, nelle compre, nelle locazioni,
e simili, il contraente prima di obbligarsi vuole
conoscere il fatto suo circa le stime, gl’inventarii, e gli
accessorii, con diligenza consueta praticarsi da qualunque
che non sia improvvido del tutto, qui poi stipula e
si obbliga col capo nel sacco, riserbandosi a cose consumate
di stimare e inventariare quanto abbisogna.
E questo giorno tristissimo dello inventario per Isabella
e per Troilo era arrivato e passato, e a questa
ora chi sa quante volte lo avevano compilato.
La verità della storia però ci consiglia a manifestare
come la donna si fosse trovata in grande scapito,
cosa che aveva contribuito assai ad alienare gli animi.
Infatti, in lei era ardore di arti ingenue, e scienza,
e vaghezza di scienza; ingegno pronto e felice, ed
[pg!44]
entusiasmo grandissimo; bontà d’indole somma; sensi
disposti alla compassione; modi eletti, leggiadrie donnesche,
e cortesie veramente regali. Rimane il sentimento
di amore: e che in lei mancasse potenza di
amare, io non vorrei dire perchè non sarebbe vero,
ma ella stessa restava delusa scambiando lo impeto
della immaginazione per una necessità invincibile
del cuore; e siccome nulla conosciamo di più etereo
della fantasia, nè che più presto svapori, così ella si
sentiva sovente non pure maravigliata, ma atterrita
di trovarsi fredda per cose o per uomini, verso le
quali ed i quali l’era parso ardere poco anzi. Avventurosa
lei, se la natura o l’arte avessero equilibrato meglio
il suo cervello col suo cuore! Maestri gravi e solenni
insegnamenti non l’erano mancati; ma se fra i
precetti suasivi rigidezza, ed i precetti consiglieri di
facilità, vediamo come più amabili preferire i secondi,
tra rudimenti severi poi, e sciolti esempj, non è da
domandarsi nemmeno se ottengano preferenza questi
ultimi! E nella casa paterna la circondarono
esempj pessimi; e poi, misera! punirono in lei, più
di tutti innocente, colpe o conseguenze di colpe di
cui avrebbero dovuto più giustamente portare le pene
i fratelli. Infatti, le varie cronache che ho esaminate
concordano in un giudizio medesimo, espresso così
da una di quelle:« — E ciascuno diceva, che bisognava
averci rimediato prima che il principe Francesco
e gli altri suoi fratelli si servissero del mezzo
suo per cavarsi le loro voglie con le altre gentildonne
[pg!45]
della città; menandola tutta notte fuori vestita
da uomo, e pretendere poi ch’ella fosse una
santa.» [9]_ — Isabella pertanto possedeva, o, a meglio
dire, era padroneggiata da ciò che chiamano
temperamento poetico; cuore caldo in balía d’immaginazione
ardente, o cavallo sfrenato a cavaliere furioso,
condizioni piene di eventi luttuosissimi.

E Troilo, quale era egli comparso nel dì dello
inventario? Troilo dalla pallida faccia, dalle ciglia
irsute, e dall’occhio grifagno? Se consideriamo la
persona, a vero dire, pochi sarebbero occorsi cavalieri
in Italia da sostenere il paragone con lui, avvegnachè
così comparisse in ogni suo membro ottimamente
composto, e nel volto formoso, che artisti di
grido lo pregarono a voler fare da modello, onde non
è da dire in quanta superbia fosse salito costui. Costumava
rasi i capelli, polite le guance, e copia di
peli nerissimi sopra il labbro e sul mento: avendo
anche sentito dire, come Alessandro Magno declinasse
alquanto il capo sopra l’omero destro, egli per
non essere da meno di lui, aveva imitato quel vezzo:
vestiva panni o velluti sempre neri; mesto le più
volte, e pensoso; di rado parlante; non già perchè si
reputasse poco valente favellatore, che all’opposto
presumeva tanto di sè, da degradarne Marco Tullio,
ma perchè la sua natura porgeva così. E quando discorreva
poco, lasciava la gente persuasa ch’ei fosse
uomo di alti spiriti e sottile speculatore delle cose
umane; ma se lasciava andarsi a troppo lungo sermone,
[pg!46]
allora tutta si faceva manifesta la vanità dell’animo
suo, siccome avvertivano i nostri vecchi, che
dal suono si conosce la saldezza del vaso. Come poi
i cieli avessero lasciato sdrucciolare quel capo sopra
coteste spalle, era tale quesito da non si potere sciogliere
così sopra due piedi: certo è, che avrebbe
formato la disperazione di quanti si avvisarono argomentare
dai segni esterni le passioni o i concetti dell’anima.
Di mano era prode quanto qualunque gentiluomo
dei suoi tempi, e più feroce di tutti; negli
scontri sanguinosi fra i baroni, pei quali andavano
infami le strade di Roma, primo sempre al cimento,
era ultimo nella ritirata; forte nacque, e forte combatteva,
sebbene la prodizione fosse il bello ideale
delle sue imprese, e il suo eroe prediletto quel famoso
Alfonso Piccolomini, guastatore di strade, che
Ferdinando dei Medici da cardinale salvò di sopra
alle forche, e da granduca ve lo mise. [10]_ Ma nelle
battaglie, dove più che la ferocia giova lo ingegno,
o l’una temperata dall’altro, mostrò tanta dappochezza,
da non potergli mai affidare la condotta di un
colonnello di fanti: e nei negozj non riuscì punto meglio,
perchè talora con importuno silenzio inspirò sospetto;
tale altra con vaniloquio anche più importuno,
dispetto; onde ristettero da spedirlo più oltre
e lo tennero in casa come il Bucintoro, arnese dorato
ed inutile che i Veneziani mettevano fuori per
la pompa delle nozze del doge con la Teti adriatica;
così le sue commissioni consisterono in congratulazioni,
[pg!47]
come ne fanno testimonianza le tre ambascerie
di Francia, dove una volta fu mandato per rallegrarsi
della vittoria riportata dal duca d’Angiò a Moncontour
contro l’ammiraglio Coligny, la seconda quando
Carlo IX condusse per moglie la secondogenita dello
imperatore Massimiliano, e finalmente la terza allorchè
il duca d’Angiò, che poi fu Enrico III, venne
eletto re di Polonia. E non ostante, vanitoso com’era,
non rifiniva mai di volere fare toccare con
mano alla Isabella quale e quanto sacrificio durasse
per lei non combattendo le guerre che non avrebbe
mai combattuto, e sospirando le vittorie che non
avrebbe riportato giammai. L’amore suo per Isabella
fu ozio, fu impeto di sangue giovanile, fu superbia di
vincere donna venustissima di forme, e chiara per
meritata celebrità; e presto gl’increbbe, imperciocchè
le forme, comunque belle, piacciano svariate, e
lo ingegno della donna, come quello che lo umiliava,
era per lui argomento piuttosto di odio che di ammirazione.
Io non affermerò che odiasse Isabella, ma
soffriva impazientemente quel laccio, e con tanta
maggiore impazienza, quanto conosceva non potere
ormai liberarsene, e stringerlo irrevocabilmente con
nodo fatale: chiuso l’animo al gentile, al decoro, al
retto, e al bello, se Isabella declamava le poesie altrui
o le proprie, il sonno lo prendeva: atroce ingiuria
per qualsivoglia poeta, ma per una poetessa fuori
di misura sanguinosa! La musica gli provocava la
emicrania. Con tutto questo, una gelosia fredda e
[pg!48]
spassionata lo agitava, non perchè egli amasse Isabella,
ma perchè Isabella dovesse amare lui: tutti
doveano leggere intorno al collo di lei le parole che
usavano anticamente incidere sopra il collare degli
schiavi: — Appartiene a Troilo Orsini! — Insomma
sopraggiunsero i tempi in cui la lieve ghirlanda di
dittamo e di rose tessuta dallo amore si era convertita
in una catena grave di rimorso e di rampogna
uscita dalle mani delle Furie infernali.

|

----

.. [6] Il sig. Morbio riporta nella *Storia dei Municipi Italiani*
   una parte dell’opera *de Achille Marezzo*, bolognese, maestro
   generale dell’arte dell’armi, che insegna la difesa a chi inerme
   fosse assaltato con daghetta, stilo o pugnale. — *Ivi:* — «Opera
   nova de Achille Marozzo bolognese, maestro generale dell’arte
   dell’armi.» Nella seconda facciata del libro leggesi: — «Opera
   nova chiamata duello, o vero fiore dell’armi de singulari
   abatimenti offensivi et difensivi, composta per Achille Marozzo
   gladiatore bolognese, che tratta de’ casi occorrenti ne _`l’arte`
   militare, dicendosi tutti i casi dubiosi per autoritade de
   iureconsulti, et tratta de gli abatimenti di tutte l’armi, che
   possano adoperare gli homini, a corpo a corpo, a piedi et a
   cavallo, con le figure che dimostrano con l’armi in mano tutti
   gli effetti, et guardie che possano fare o con la spada sola,
   o con pugnale accompagnata, o rotella o targa, o brochiero
   largo, o stretto, o imbracciatura, e così con spada da doi
   mani, o armi inastate de tutte le sorte, col pro et contra,
   et con diverse prese et strette de megia spada, et molti documenti
   a chi volesse ad altri insegnare de combattere, o de
   scrimere, con infinite prese de pugnale che legendo in questo
   apertamente potrai vedere a parte con il segno del passeggiare,
   et le lettere che denotano el tutto, et questo e fatto per
   dare lume agli homini generosi, che si dilettano della virtù de
   [pg!49]
   l’armi, e ancora per quelli che vorranno ad altri insignare,
   con suma diligentia corretto et stampato.» — Trascriveremo
   alcuni ammaestramenti che Marozzo dava per disarmare l’assalitore. — «Documento
   sopra a molte prese de stilo, ovvero
   daghetta, o pugnale, che facilmente tutte se possano fare,
   accadendo, come se costuma a questi moderni tempi, che
   de molti huomini si ritrovano essere offesi per non havere
   arme in mano ne manco scentia. Et io vedendo de questi
   casi occorrere, me sono mosso amorevolmente con l’arte
   mia, a scrivere queste cose, come trovarete davante in questo
   libro, acciò che quelli, che se dilettano de la militia, sieno
   avvertiti ad imparare tale presa, per conservatione de la
   vita loro. Et notati, che dite prese che qui serano composte
   in tutte l’armi, a lotta serano molto utile, per quelli che
   se essercitarono in tal virtude, o vero arte.

   »Hora nota che qua daremo principio alla prima presa,
   havendo denotato de quanta utilitade e a sapere deffensarse
   dal suo inimico, mi sono sforciato dare principio a questa
   prima presa de stillo, over dagetta. Et nota, che avendo il
   tuo inimico una de l’arme sopradette in mano, e necessario
   a guardargli sempre con l’occhio alle mani accio che lui non
   te possa gabare, avenga dio chel tuo inimico te tirasse sopra
   mano d’una dagetta, tu te repararai con la mano manca pigliando
   il braccio tuo alla roversa, cioe il braccio tuo dritto,
   et in questo medesimo pigliare, tu geterai la tua gamba dritta
   de dietro a la destra del tuo inimico trahendo in questo medesimo
   gettare il braccio tuo dritto al collo allo inimico,
   storcendo in tale gettare la tua mano sinistra verso la parte
   dritta del sopra detto, tirando le dette braccia gioso a terra,
   facendo a questo modo farà lui uno capo fitto in drieto.

   »Havendo el tuo nimico con l’armi sotto mano, come appertamente
   dimostra la figura, fermarai l’ochio tuo al pugno
   sopra detto: cioe che traendoti lui disotto insuso per amazarti
   de una ponta tu te gieterai con braccio tuo manco al suo
   braccio dritto, voltando il pugno tuo con le dita ingioso, et
   pigliarai lo stretto passando in el pigliarlo de la tua gamba
   destra, mettendola de fuori da la dritta del sopra detto tuo
   nimico, et in questo medesimo gettare de gamba tu pigliarai
   la coscia destra con la tua mano dritta al sopra detto, cacciandoli,
   in questo pigliare, la testa tua sotto il suo braccio destro,
   et volterai le spalle alla roversa, et a questo modo, tel
   [pg!50]
   portarai via, et getarallo in terra, et serai diffeso galantemente,
   e polito.

   »Volendo declarare il modo da deffensarsi da uno che te
   tirasse de una dagetta per amazarti sopra mano, come in
   questa tertia parte si vede, tu te reparerai trahendo la mano
   tua dritta al braccio destro del tuo inimico, pigliandolo in
   questo tale gettare il detto braccio per di fuori alla roversa
   passando in detto tempo con la tua gamba manca alla destra
   del sopradetto, pigliando in tale passare con il tuo braccio
   mancho la sua gamba dritta, e a questo modo tu lo
   butterai per terra indrieto, e se seria risolto, et gli darai a
   lui delle ferita.»


.. [7] Nè erano senza grave pericolo siffatti esercizj. Nelle cronache
   di Tommaso Costo napoletano, che comprendono lo
   spazio dall’anno 1563 fino al 1586, leggiamo come in Napoli
   nel carnevale del 1579 Muzio Pignattello, uno dei figliuoli del
   marchese vecchio di Lauro, correndo a schiera con altri immascherati
   sotto le finestre della principessa di Bisignano, che
   allora abitava nel palagio che fu del principe di Salerno, dove
   poi fu fatta la chiesa dei gesuiti, precipitò insieme col cavallo
   in cosiffatto modo, che essendo allora ventuna ora, non
   visse più che insino a notte. — E più sotto: Onde si esercitava
   continuamente, e in giocar di arme, et in saltare, et in volteggiare,
   et in cavalcare, et in ballare, et in ogni altra attitudine
   conveniente a cavaliere torneava, e giostrava, ed il tutto
   faceva con tanta felicità, che pochi in alcune cose lo pareggiavano,
   ma in tutte niuno. Nel 1559, quando si fecero in Francia
   le nozze della sorella del re Enrico II con Filiberto duca
   di Savoia, e delle sue figlie, Claudia e Isabella, la prima con
   Carlo di Lorena, la seconda con Filippo II re di Spagna, il re
   correndo la lancia contro il conte di Mongomery, fu percosso
   in maniera, che «la lancia del conte troncandosi nel colpo,
   alzò la visiera dell’elmo del re, e nella fronte inverso l’occhio
   destro ne scassò una sverza in tal guisa, con alcune
   altre minori dalla parte di sotto, che il re diede vista di qua
   e di là di cadere; il che veggendosi, vi corse il principe di
   Ferrara, ch’era in ordine per correre il suo arringo, il duca
   di Guisa, ed altri signori, e scesero il re, e tostamente disarmatolo,
   lo portarono quasi di peso in palazzo, e il distesero
   mezzo morto sopra il letto, e conobber tosto i medici,
   cavandone cinque sverze, che la ferita era mortale. Dolevasi
   [pg!51]
   il re, che poichè gli conveniva pur morire di arme,
   come alcuna volta da astrolagi eragli stato predetto, non gli
   fosse avvenuto in guerra reale, e non in giostra dove gli pareva
   perdere la vita per giuoco, e senza pro veruno, o pregio
   degno di re.» (:small-caps:`Adriani`, *Storie*, lib. 16.)


.. [8] MS. della Bibliot. Reale di Parigi, N. 10, o 74, Capponi,
   e mio.


.. [9] MS. sopra citati.

.. [10] A dì 16 marzo, fu impiccato al Bargello Alfonso Piccolomini.
   Ma di questo bandito è da parlarsi più a lungo.

   Il sig. Alfonso del sig. Iacopo Piccolomini, nobilissimo Senese,
   e ricco di beni di fortuna, come quello ch’era signore
   di castella, et altri beni dai quali cavava grossa entrata e rendita,
   cominciò fino dalla puerizia a dar segno della cattiva
   riuscita che fece, e da giovanetto cominciò a darsi al mal fare,
   e compiacersi d’esser capo di masnadieri, e gloriarsi d’aver
   molte inimicizie, e sapersi da tutti bravamente et ingegnosamente
   riguardare e difendere; per il che facendo ammazzare
   or questo or quello, fu necessitato per timore della giustizia
   ritirarsi ad un suo grosso castello vicino ad Ancona, ove quivi
   dimorò qualche tempo; ma non potendo il di lui genio facinoroso
   e sanguinario comportare star così ozioso dentro un
   castello, balzò in campagna con 300 uomini al tempo di papa
   Gregorio decimoquarto, e nella Marca con diverse specie di
   crudeltà ammazzò molti uomini e donne; predava e storpiava
   bestiami, abbruciava case e biade; dipoi passò nella campagna
   di Roma, facendo l’istesso, ove dimorò più mesi sempre
   in campagna svaligiando et uccidendo i passeggeri: nè furono
   buone le diligenze che da Roma si fecero per rimediarvi; perchè
   egli stando su gli avvisi, e come pratichissimo di quelle
   campagne, se sentiva che le genti che venivano per combatterlo
   fussero in numero superiore al suo, e da non potergli
   resistere, si ritirava in luoghi sicuri, e se il contrario, gli
   aspettava in luoghi vantaggiosi, e così gli obbligava tornarsene
   a Roma senza far nulla, o vero con qualche perdita di loro.
   Onde per minor male, e per levar questa peste d’intorno a
   Roma, il pontefice per opera del sig. Iacopo, richiesto dal cardinale
   Ferdinando de’ Medici, s’indusse a ribenedirlo, ma però
   con queste parole: — «Il cardinale de’ Medici mi levò di su le
   forche un uomo il quale una volta si farà impiccare;» — le
   quali parole furono una vera profezia, perchè il medesimo cardinale
   [pg!52]
   de’ Medici, divenuto granduca di Toscana, lo fece poi
   impiccare, come si dirà. Alfonso così ribenedetto passeggiò
   alcuni giorni per Roma con grand’indegnità, quanto all’universale,
   del pontefice; ma stimolato esso dal suo genio inquieto,
   non contento di viversi così civilmente, riprese la mala
   vita l’anno 1589, e raccolto buon numero dei suoi uomini,
   ritornò in campagna, e ricominciò a far di molto male, e toccando
   con gli suoi lo Stato fiorentino sempre predando, e facendo
   dimostrazioni di nemico, più tosto che di suddito, obbligò
   il granduca, allora Ferdinando già cardinale, a spedirgli
   dietro il sig. Cammillo del Monte con numero cento cavalli e
   mille fanti, con facultà concessagli dal pontefice di poter seguitarlo
   anco dentro lo Stato della Chiesa da per tutto, e fino
   a dieci miglia vicino alle porte di Roma. Così andando, il
   detto sig. Cammillo lo combattè, dissipando et uccidendo la
   maggior parte dei suoi; ma Alfonso con alcuni se ne scappò,
   e non potendo esso ritirarsi tra i Veneziani, nè tra altri principi
   d’Italia, sendo da tutti ributtato, come nemico comune,
   e pubblico guastatore di strade, e non essendo abile di resistere
   a tanta forza, ridotto con due soli compagni, si trasferì
   in abito di pecoraio, e capitò in casa di un contadino tra la
   Romagna e lo Stato di Firenze; ma ivi riconosciuto, fu data
   notizia del suo arrivo a chi guidava la gente di S. A., ove
   subito fu spedito con buona squadra di soldati da’ quali si lasciò
   vilmente far prigione, e condotto a Firenze fu tenuto
   alcuni giorni in prigione; et esaminato più volte, benché senza
   tormenti, confessò tutto quello che attestava la pubblica fama,
   onde la sera del 15 marzo 1590 a ore otto fu condotto in cappella,
   e dal bargello annunziatogli la morte; del che non s’alterò,
   come quello che molto ben sapeva di meritarla, e non
   messo manette nè ceppi ai piedi, com’è solito, ma lasciatolo
   sedere, e stare con suo comodo; e così approssimandosi l’ora
   dell’esecuzione, mostrò una gran viltà; e come cristiano si
   confessò e si comunicò, senza farsi sopra di ciò pregare; ma
   non diede però quell’indizio di salute che si desiderava, poichè
   non mostrò segno di vero pentimento, come si vede negli
   altri, e che in lui bisognava perchè era pubblica voce, e
   forse confermata da lui medesimo nel suo esame, che per opera
   sua gli uomini che erano periti erano più di 300, et una _`infinità`
   di roba rubata, case e campagne arse, e guastate. Fu
   impiccato al ferro la mattina del 16 del detto mese di marzo
   [pg!53]
   1590, circa l’ore 13, ove stette fino alle 22 ore, e doppo
   fu levato dalla compagnia.... e condotto nel tempio, ivi fu
   sepolto. Un suo castello ch’era vicino ad Ancona, di rendita
   migliaia di scudi, andò in potere della Chiesa, et altri suoi
   beni nello Stato di Siena, che erano assai, andorno al fisco
   del granduca con ogni resto del suo avere, del che s’andò
   alimentando et educando una sua figlia pargoletta rimasta sola,
   che di comandamento di S. A. S. fu messa nel monastero
   delle Murate di Firenze.

[pg!54]


.. toc-entry:: III. Il cavaliere Lionardo Salviati.

CAPITOLO TERZO.
===============

IL CAVALIERE LIONARDO SALVIATI.
-------------------------------

.. epigraph::

    .. class:: small

    Essendo di fortuna e d’ingegno meno
    che mediocre, mi sento non dimanco
    avere dalla natura un bene particolare
    ed egregio, nel quale io mi sento tanto
    superiore a molti, quanto quasi di ogni
    uomo in tutte le altre cose mi conosco
    più basso. Questa è una cotal mirabile
    inclinazione, ed una come natural conoscenza
    ch’io ho nella amicizia... Io
    sono a questa parte quasi rapito dallo
    Dio del mio ingegno.

    .. class:: small right

    :small-caps:`Salviati`, *Dialogo dell’Amicizia*.


Come i poeti immaginano una vergine mesta
sopra il margine del rio sfiorare una rosa, darne le
foglie sparte in balía della corrente, e contemplare
l’onda che passa con essa, così Isabella, con la guancia
appoggiata alla mano destra, chiuse le palpebre,
considerava le care rimembranze trasportate dalla
fiumana del tempo. Dove la innocenza? dove le giovanili
affezioni? dove la serena purità dell’anima?
L’albero della vita, che l’era apparso un giorno sì
lieto di perpetua fronda, adesso, oh come orribilmente
brullo! E le scarse foglie rimaste crepitano aride, e
pronte a staccarsi al primo fiato che vi soffi dentro.
È rimasta sola delle figlie di Cosimo: Maria morì di
diciassette anni per colpa di amore; Lucrezia, forse
[pg!55]
pel medesimo fallo, a ventuno spariva dal mondo.
Stella d’influsso sanguinoso era stata per le donne
di casa Medici l’amore! Quel caro giovanetto don
Garzia, da lei amato tanto, [11]_ l’aveva abbandonata
pur egli; ed ora non le riusciva pensare a lui, senza
che la immaginazione le presentasse quel sembiante
di angiolo, che vorrebbe parlare, e non può, e si
sforza accennarle col capo, e i capelli grondanti sangue
gli contaminano tutta la bellissima faccia. E questo
pensiero, Dio sa se le pungeva il cuore! imperocchè
la fama della tragedia domestica fosse arrivata
fino alle sue orecchie, ma la sua anima rifuggisse
inorridita nel crederla vera. Il padre Cosimo, che
agli altri figliuoli o rigido, o crudele, ella aveva provato
tanto benigno, si era dipartito non vecchio ancora
dal mondo; e sebbene morendo le avesse lasciato,
come segni manifesti della sua predilezione, scudi
settemila, un palazzo, scudi tremila sul Pisano, orti
ed abitazioni in Firenze, e gioie che valevano un tesoro,
tutta questa copia di beni non giovava a procurarle
persona amica, in cui sfogarsi, e da cui tôrre
consiglio. Del cardinale Ferdinando non era da farsi
conto, come quello che uscito giovanissimo di casa,
e ridottosi ad abitare Roma, colà aveva riposto il
cuore e i pensieri, o se pensava alla casa, lo faceva
per orgoglio, e per istudio di maestà, verso la quale
si mostrava propensissimo per modo, che in processo
di tempo, assunto al trono della Toscana, prese per
insegna il re delle api col motto: *majestate tantum*.
[pg!56]
E per di più, ella aveva motivo di reputarselo poco
amorevole, avendo nei tempi passati favoriti piuttosto
che ripresi gli amori di don Francesco con la Bianca;
ma si accorgendo poi come cotesta passione mettesse
radici profonde, e tali da partorire disordini,
aveva tentato riparare al mal fatto, attraversandola
con tutto il suo potere; la quale cosa, siccome valse
a concitarle contra il rancore cupo di don Francesco e
la vendetta della Bianca, non fu efficace del pari a
riacquistarle l’amore del cardinale Ferdinando, e
molto meno quello della regina Giovanna sua cognata;
Giovanna, piissima donna, ma pure donna, e
umiliata nelle più dolci affezioni di consorte, di madre,
e nella dignità dell’alto lignaggio, vedendo preposta
a lei figlia d’imperatore, e regina nata di Ungheria
e di Boemia, una avventuriera Veneziana. E
quella angoscia, che del continuo le cruciava l’anima
e le guastava la salute, la rese all’ultimo desiderosa
di vendetta per modo, che una sera passando sul
ponte a Santa Trinita, s’incontrò nella Bianca, e fatta
fermare la carrozza, ordinò agli staffieri la prendessero
e la gettassero in Arno; e se non era il conte
Eliodoro Bastigli, uomo veramente dabbene, che le
facesse considerare quanto sconvenisse cotesto atto
a regina e a cristiana, aggiungendo che se ne rimettesse
a Dio, e gli offerisse le tribolazioni in isconto
dei peccati, cotesto era l’ultimo giorno della Bianca; [12]_
imperciocchè gli staffieri, non la guardando tanto
pel sottile, già si muovevano per metterle addosso
[pg!57]
le mani. Però non tanto poteva vincere sè stessa la
povera donna, che non aborrisse mortalmente chiunque
avesse contribuito ad alienarle il cuore del suo
consorte; e tra questi parendole, e non a torto, che
primeggiasse Isabella, per questa cosa, e per essere
d’indole, di voglie, di esercizj, e di studii non solo
diversa, ma contraria, non v’era male che non le
desiderasse; e comecchè se ne pentisse poi e se ne
confessasse, nonostante, prevalendo la inferma natura
umana, tornava a odiarla più ardentemente di
prima. Di don Pietro, rotto ad ogni più vituperevole
atto, immemore non pure della dignità principesca,
ma perfino dello essere dell’uomo, non era da parlarne
nemmeno. Ahimè! in tanta angustia si trovava
sola: nessuno poteva sovvenirla di consiglio e di
aita; in quel momento volgeva tra sè pensieri pieni
di amarezza; di quei pensieri che lasciano traccia
con una ruga sopra la fronte, e nel cuore tal piaga,
che Dio solo può sanare, e la morte far porre
in oblio.

Lelio, schiusa la porta della sala, annunziava:

— “Il molto magnifico cavaliere Lionardo Salviati
domanda salutarvi, signora.”

— “Lionardo Salviati!” ella esclamò: e stata
alquanto sopra di sè, soggiunse: “per certo, Dio me
lo manda.”

E Lionardo venne introdotto con le debite cerimonie.

Non vi è che dire: — l’arte vorrebbe ch’io facessi
[pg!58]
parlare subito questi due personaggi, e m’ingegnassi
inventare un dialogo vivo, gagliardo, e vibrato
bene, onde non venisse meno il calore della
narrativa; tutto quello che nei racconti o nei drammi
impedisce che l’azione proceda spacciatamente al
suo fine, vuolsi riprendere come errore: le diverse
parti hanno da cospirare allo scioglimento a modo
di altrettante linee rette, le quali, come sappiamo,
compongono il passaggio più breve da un punto all’altro.
E a coloro che avessero potuto dimenticarlo
lo ricordava quel dabbene Guizot allora quando ambasciatore
a Londra non volle che sopra le sue argenterie
s’incidesse altra arme tranne una linea retta
col motto «\ *linea recta brevissima*;» onde ebbe nome
di Catone francese, e a Parigi ne fecero le luminarie
e i falò: — non vi pare egli che si acquisti a buon
mercato in Francia il titolo di Catone? — Io per me
non posso ripetere altro che questo, che chi tale si avvisa
ha ragione, ma che io non posso astenermi dal
commettere il peccato. Quante volte non succede anche
a voi, gentili mie leggitrici, di vedere il bene, ed
appigliarvi al peggio! E poi io comincio a invecchiare,
ed i vecchi nestoreggiano: di più, allorquando consentiva
il mio ingegno a esporre queste ed altre vicende
per via di racconto drammatico, io disegnai,
dietro la scorta di simile accorgimento, fare conoscere
quante maggiori cose per me si potesse relative alle
persone e ai tempi sopra le quali e sopra i quali verserebbe
il mio racconto. Infatti, io non dico a tutte, ma
[pg!59]
alla più parte di voi, amabili mie leggitrici, chi darebbe
simili notizie ov’io non fossi? Ora che siamo
qui in famiglia, confessate se voi avreste mai tempo
e pazienza di attingerle dai tomi in-foglio o in-quarto,
donde io l’estrassi! volumi pesanti e tarlati, che
contaminerebbero la lindura dei vostri candidissimi
guanti con una traccia di polvere punto meno orrenda
a vedersi del sangue sparso sopra il fianco
di Adone. Lasciatemi dunque favellare a mio talento;
siate un poco amiche a me, che mi professo tutto
vostro, e che quanto più posso, *con le ginocchia della
mente inchine*, vi onoro. Forse potrebbe darsi che io
non v’infastidissi: dove però andassi errato, il rimedio
sta in facoltà vostra: voi potete fare in quel modo,
che in caso simile consigliava messere Lodovico
Ariosto:

   | Passi chi vuol tre carte o quattro, senza
   | Leggerne verso....

che non per questo rimarrà mozza la storia, o procederà
meno chiara.

Chi era pertanto, e donde veniva questo magnifico
messer Lionardo Salviati?

Messer Lionardo nacque da Giovanbatista di
Lionardo Salviati e da Ginevra di Carlo di Antonio
Corbinelli. La sua famiglia spesso fu nemica dei Medici.
Il cardinale Salviati congiurò co’ Pazzi per distruggerli
fino dalle radici, andò fallito il disegno,
[pg!60]
e così com’era in roccetto, lo appiccarono alle finestre
del Palazzo della Signoria. Questo accidente non
guastò punto la buona amicizia, e molto meno la
buona parentela delle famiglie; ed un Salviati fu genero
del Magnifico Lorenzo, cognato di papa Leone
Decimo, ed avo del granduca Cosimo, nato da Maria
d’Iacopo Salviati, per modo che Lionardo poteva
considerarsi parente d’Isabella. Lionardo (sebbene
questo non si avesse a dire in quel tempo, ma che
può bene palesarsi adesso) contava appena due anni
più d’Isabella, ed erano stati educati insieme; sicchè
questi le aveva portato e portava svisceratissimo affetto,
non altramente che sorella o altra persona più
congiunta per sangue si fosse. Dotato di temperatura
gentile, e di complessione dilicata, [13]_ poco si trovò acconcio
ai violenti esercizj cavallereschi del tempo,
e si dette intero agli studii delle lettere e della filosofia.
Era pallido in volto, con barba scarsa, ed in
sembiante mesto; di lena fu debole, e nonostante
ebbe voce assai gagliarda, pronunzia chiara e soave
da guadagnarsi l’attenzione; e rendendosi nel discorso
più simile a pregante che a comandante, a
sua voglia delle orecchie e dello animo s’insignoriva
di chiunque favellare lo ascoltava. Il granduca Cosimo
nel 1569 lo aveva insignito della dignità di cavaliere
di Santo Stefano, ed egli, poco uso a vedere
delle cose oltre la scorza, portava la croce rossa
devotamente sopra il petto, persuaso che non avesse
avuto altro scopo, tranne quello di liberare il sepolcro
[pg!61]
di Cristo dalle mani dei cani (chè in quei tempi
così per vezzo appellavano i Turchi, i quali a posta
loro ci pagavano a misura di carboni). Lionardo, nato
quando i destini della repubblica erano sepolti, nudrito
in corte, parente del principe, e ben veduto
da lui, non avendo mai accolte nell’animo le parole
ardenti dei libertini, di cui parte ramingava in miserabile
esilio, parte aveva spento o la morte naturale,
o la scure giuridica, o il pugnale dello assassino;
anzi avendo sentito fino dalla infanzia vituperarli
come facinorosi susurratori per pescare nel torbido,
e nemici infestissimi di Firenze, aveva preso a considerare
davvero Cosimo I liberatore della patria,
tutela fidatissima e sostegno della salute di quella,
personaggio insomma di alto affare, da preporre piuttosto
agli antichi che da paragonare ai moderni. Aggiungi,
che la sua vanità di scrittore rimase pienamente
soddisfatta da Cosimo, il quale «pareva bene
che amasse i virtuosi, e ne faceva segno alcuna
volta piuttosto colle parole che coi fatti; conciossiachè
essendovene pure alcuni, nessuno ne fu da
lui aiutato, onorato e sollevato, se non leggermente.» [14]_
E di vero, quando Lionardo ebbi recitata
la orazione in lode della sua incoronazione, senza
far bocca da ridere gli disse: «che tra le altre cose
per le quali teneva cara la dignità ricevuta, era
questa così degna e così alta orazione che ne succedette:» [15]_
come se Cosimo, che non credeva
più al bianco che al nero, fosse uomo da starsi sopra
[pg!62]
coteste novelle; ma lo faceva così per acquistarsi
rinomanza a buon mercato, e perchè, come
dettava il proverbio fiorentino, sapeva quanto la
carne di allodola [16]_ vada a genio ai letterati, i quali
se spesso mandano fuori vento, più spesso ancora
vengono di vento pasciuti. E certo non fu colpa di
Lionardo se Cosimo non rimase per le sue scritture
famoso nella memoria dei posteri, imperciocchè non
lasciasse sfuggire occasione di levarlo a cielo con
ogni maniera di encomii.

Ma con quanto coraggio, o con quale giustizia
potremmo muovere rampogna a Lionardo Salviati,
se scrittori solenni, di cui giovi ricordare soltanto
Bernardo Davanzati, nel quale il volgarizzamento di
Tacito avrebbe dovuto inspirare lo esempio se non
dello ardire, almeno del pudore, senza mutare fronte
recitavano dai pergami: «la creazione di Cosimo
contenere laude divina, avendo egli acquistato il
principato, bene di tutti gli umani il più desiderabile
e soprano, chiamato per amore, modo di
tutti gli altri il più santo e il più giusto; — e per
virtù dell’animo, già conosciuta dai suoi in guisa
eroica e naturale, averlo spontaneamente fatto
principe; — Siena pel suo dolce e piacevole imperio
potere quasi dire come Temistocle, fuggitosi
in Persia: Se io non perdeva, guai a me, ch’io sarei
perduta! — avere a tutti gli sbanditi restituito
la patria e gli averi; mite, benigno, pio, clementissimo,
diligente a tenere provveduta l’annona
[pg!63]
onde il popolo non patisse penuria di viveri, a diminuire
le pubbliche gravezze studiosissimo sempre,
e così alacre cultore della giustizia, che quella
amò più di sè stesso; di cui porse manifesto segno
allorquando, mentre la guerra ardeva contro Piero
Strozzi, pregò Dio che facesse vincere non lui, ma
chi avesse mente migliore, e la causa più giusta?» [17]_
Se dunque, dico, da simili e da altre enormezze
scrittori nè parenti nè amici non aborrivano, male
potremmo muovere rimprovero contro Lionardo, se
ignorasse o volesse ignorare le armi apparecchiate
dal cardinale Cybo, e la perfidia di Francesco Vettori,
di Roberto Acciaiuoli, di Matteo Strozzi, e del più
tristo di tutti, Francesco Guicciardini, e i terrori
sparsi, e le violenze commesse; e la notte dell’8
gennaio 1537, in cui, Cosimo presente, fu tra i mentovati
di sopra, e Alessandro Vitelli, stabilito si
eleggesse Cosimo duca, e se il bisogno lo richiedesse,
vi si adoperasse la forza; e la mattina del 9,
ove tra gli urli dei soldati che gridavano: — Viva
il duca e i Medici! — e le minaccie del Vitelli, che
giurava se i senatori non si affrettavano ad eleggere
il signore Cosimino, erano tutti morti, venne
creato *spontaneamente* duca.

Cosimo aveva promesso al Guicciardino lasciarsi
governare da lui; ma per questa volta lo schermitore
fu vinto di scherma, e, parve impossibile, da
un giovanetto di diciotto anni! Gli aveva promesso
ancora di tôrre per moglie una sua figliuola; sennonchè
[pg!64]
a lui non bastò neanche il cuore di rammentarglielo,
e morì avvilito dal disprezzo altrui, e di sè
stesso.

È ufficio dello storico (ma io sono un povero
narratore di novelle), ebbene, è ufficio di qualsivoglia
onesto, riferire i bei tratti di cui si onora questa nostra
umana natura. Benedetto Varchi generosamente
racconta nel libro quindicesimo delle Storie un’azione
generosa: prima di tutto ci ammonisce come nella
notte precedente alla elezione *spontanea* di Cosimo,
in una pratica segretissima venisse concluso, ch’ei
si creasse duca *in ogni modo, quando bene bisognasse
adoperare la forza*; e poi narra di quell’ottimo Palla
Rucellai, che disse arditamente non volere più nella
repubblica principi o duchi, e per palesare fatti consuonanti
alle parole, prese la fava bianca, e mostratala
a tutti la gettò nella borsa esclamando: — “*Questa
è la mia sentenza*.” — Al Guicciardini poi e al
Vettori, che di ciò lo riprendevano, notandogli che
la sua fava non valeva più che una, rispose: — “*Se
voi avevate deliberato quello che disegnate di fare, non
occorreva chiamarmi*;” — e rizzatosi per uscire, il cardinale
Cybo lo ritenne con astuta dolcezza, spaventandolo
con la mostra delle armi circostanti, e col
pericolo che avrebbe potuto correre; ma il valentuomo
per nulla sbigottito riprese: — “*O messere cardinale,
io ho passato sessantadue anni, sicchè poco
male oggimai possono farmi*.” — Magnanimi esempii
sono questi, i quali non possono ricordarsi nè lodarsi
[pg!65]
abbastanza; e quante volte meco stesso considero,
come Benedetto Varchi queste storie per commissione
di Cosimo dettasse, a lui medesimo le leggesse,
ed egli senza dimostrare animo turbato le ascoltasse,
mi è forza concludere, che gli uomini capaci di
dire la verità mi paiono anche più rari dei principi
capaci di udirla, *e le piaggerie essere più spesso
una viltà dei cortigiani che una pretensione dei governanti*.

Siena, ecco come fu lieta! Di trentamila anime
che conteneva sul principio della guerra, si trovò
ridotta a dieci: tra miserie, battaglie, e strazii da
fare drizzare i capelli, e che possono, da cui ne
avesse vaghezza, riscontrarsi nel diario del Sozzini
e nei racconti del Roffia, perirono cinquantamila contadini,
senza contare punto coloro che in paesi stranieri
si refugiarono. Il contado ne rimase deserto, rovinata
la cultura dei campi, le industrie distrutte,
sicchè tuttavia Siena se ne risente. E così a dire di Tacito,
ove fanno solitudine appellano pace. Scipione Ammirato,
forse per coscienza, o per orrore, volendo
non tradire la verità, e per altra parte non rincrescere
ai Medici, con ordinamento dei quali scriveva,
prese il partito di lasciare una laguna alla sua storia,
e parve il velo dipinto da Timante sul volto ad
Agamennone nel sacrificio d’Ifigenia. Bernardo Segni, [18]_
all’opposto, nelle storie che furono pubblicate
dopo la sua morte, descrisse questa infamia di Siena
concludendo: «Si arresono al duca, avendo perduto
[pg!66]
tutto il dominio, distrutta ogni loro facoltà; e quasi
la vita di tutti gli uomini di quella patria e di
quella provincia.»

Circa all’annona, dieci volte fu carestia, e tre
volte strinse per modo, che la gente si periva di fame;
nè già si creda in piccolo numero, perchè nella
carestia del 1554, tra la città e il dominio, morissero
meglio di sessantamila persone:[19]_ nel 1549 il grano
costò lire ventisette al sacco, nel 1551 lire trentadue;
nel 1554 lire trentasei e soldi sedici; e nel
1556 lire quarantadue e soldi dodici. [20]_

Se mite ei fosse e clemente, ne fanno fede certi
estratti di memorie manoscritte delle Librerie Magliabechiana
e Riccardiana, [21]_ dai quali ricaviamo,
centotrenta e più dei principali cittadini di Firenze
nel breve giro di pochi anni dichiarati ribelli: quanti
capitavano nelle mani, impiccati o decapitati; qualcheduno
mandato alle Stinche, a beneplacito, o in galea;
parecchi assassinati; a tutti levata la roba, e fino
alle donne la dote. Nella più parte dei memoriali in
cui veniva supplicato per la vita di qualche ribelle,
Cosimo di mano propria scriveva brevemente: *s’impicchi*. [22]_
In qualche luogo ho letto, che degli assassini
stipendiati ne tenesse fino a mille; nè già tutti
uomini plebei, ma in parte costituiti in dignità: e
poi faceva anche da sè, avvegnachè, lasciando da
parte il figlio don Garzia, nessuno storiografo nega
che di propria mano trucidasse Sforza Almeni perugino,
«lasciando però,» aggiunge Aldo Manuzio,
[pg!67]
«che i beni di lui andassero agli eredi, ed adempiendo
alle volontà del trafitto espresse in certa
carta che gli fu rinvenuta nelle tasche.» Non
vi pare egli questo un tratto di benignissimo principe?...
Della preghiera fatta a Dio nella guerra dello
Strozzi perchè desse vittoria alla causa più giusta,
possono somministrare buono argomento di verità,
e la commissione del vescovo di Cortona mandato
in Francia sotto pretesto di complire la regina, ma
in sostanza per corrompere i famigli di Piero Strozzi
onde gli propinassero il veleno recato seco entro
un’ampolla, per cui gli venne nome di vescovo dell’Ampollina, [23]_
e la lettera scritta al capitano Giovanni
Orandini conservata nello Annale XII della Colombaria,
nella quale leggiamo queste parole intorno all’ordine
di assassinare lo Strozzi: «Onde per qualche
modo andando a Siena, per via di una archibusata,
o in qualunque altro modo che migliore paresse
a voi, levarci dinanzi l’arroganza di costui; — il
che facendo, si può promettere diecimila scudi di
fermo, oltre ad acquistare la grazia nostra, e gradi,
e provvisioni.» [24]_ Per la quale cosa è mestieri
confessare, che se molto fidava in Dio, moltissimo
confidava ancora nelle archibugiate; o piuttosto, che
se è vero che invocasse il nome di Dio, ciò facesse
perchè chi usa ingannare gli uomini arriva a tanta
insania, da credere di potere prendere a gabbo anche
Dio. E per dire qualche cosa ancora intorno alla
temperanza d’imporre nuovi carichi al popolo, bastino
[pg!68]
queste poche parole di uno storico lontano dalle
cupidigie del principato, quanto dalle enormità dei
libertini: «Aggravò i cittadini e i sudditi con inaudite
gravezze, raddoppiando gli antichi tributi, e
dei nuovi aggiungendone molti; — nel maneggiare
lo imperio ha in gran parte distrutto l’onore e la
facultà della patria e di tutta la Toscana.» [25]_

Pio certamente egli fu, imperciocchè pene immanissime
promulgasse contro la bestemmia ed altri
peccati, dopo che un terremoto subissò Scarperia,
spaventò Firenze, ed in un giorno sette saette fulminarono
il Palazzo della Signoria; e soprattutto poi,
perchè con prontezza non mai lodata abbastanza,
appena ricevuta la lettera di Pio V, che gli faceva
pressa di consegnare al Maestro del sacro palazzo
monsignor Pietro Carnesecchi, accompagnata dalla
commendatizia del cardinale Pacheco; il quale ammoniva
Cosimo com’egli di due cose lo avesse lodato
presso il papa, cioè non esservi principe in tutta la
cristianità più zelante di lui della Inquisizione, e non
esservi atto che per suo particolare contento e consolazione,
comecchè grave, non fosse per fare eseguire; [26]_
senza punto mettere tempo fra mezzo, avendo
il Carnesecchi in casa, anzi pure seduto alla propria
mensa, lo fece arrestare, e consegnare al padre Maestro. [27]_ — Questo
sagrifizio dei doveri della ospitalità
e dei vincoli dell’amicizia, avvegnachè il Carnesecchi
in tutta la sua vita si fosse dimostrato devotissimo
a casa Medici, ed avesse servito lungamente
[pg!69]
Clemente VII come protonotaro, e Cosimo come segretario
in Venezia; questo sagrifizio di uomo celebrato
per bontà e per dottrina dal Sadoleto, dal Bembo,
dal Mureto, e dal Manuzio, comecchè l’Ammirato,
studioso di scemare la importanza dell’uomo, lo dichiari
*non ignorante*; [28]_ questo sagrifizio, dico, meritava
un premio proporzionato, il quale, se non leggiamo
pattuito espressamente, apparisce abbastanza
promesso nelle seguenti parole nella lettera del 19
giugno 1566, del cardinale Pacheco a Cosimo: «Tenendo
ancora per certo, che da questo caso dipenderà
gran parte della buona corrispondenza che
V. E. deve tenere col papa in questo pontificato.»
Infatti, Pietro Carnesecchi nel 3 ottobre 1567 fu decapitato
in ponte, e abbruciato, [29]_ e Cosimo nel 4
marzo 1569 fu per privilegio del papa coronato granduca,
con facoltà di usare corona ed armi reali. Ma
il Carnesecchi andò a morte con maravigliosa costanza,
anzi si direbbe con qualche ostentazione di forza,
conciossiachè volesse vestire panni elettissimi, e
guanti bianchi: Cosimo poi, quando chiuse gli occhi
al sonno eterno, era egli ugualmente tranquillo?

Nonostante questi fatti, noti adesso per trovarsi
stampati in tutte le storie, ed allora notissimi per
le cose discorse largamente di sopra, io per me vorrei
perdonare al Magnifico cavaliere Salviati, se celebrando
Cosimo non rifinisse di levare a cielo la
clemenza, la strenuità, la prodezza e la mansuetudine
sua, e lui ad Augusto preponesse, però che
[pg!70]
questi ebbe ad usare le proscrizioni, e Cosimo no,
quantunque Cosimo si contentasse assomigliare ad
Augusto, sotto la costellazione del quale, ch’era
il Capricorno, il suo astrologo D. Basilio lo assicurava
essere nato; [30]_ ma una colpa, che nè io
nè altri possiamo perdonare al Salviati, si è lo insegnamento
contenuto nelle parole seguenti, alle quali
sentendo ribrezzo di mettere la mano, le riporterò tali
quali occorrono scritte: «Quelli che i principati dalle
loro patrie o dalle loro repubbliche stati loro profferiti
ricusano; ciò facendo, non pure di viltà di animo,
ma di empietà ancora, o di arroganza manifestissimo
indizio hanno dato. Di viltà, dico, mancando
di coraggio, e gli onori rifiutando, e i governi,
che sono cose appetibili; di empietà, se atti conoscendosi,
hanno negato, in quello che per sè si poteva, di
prestar l’opera loro alla patria; d’arroganza, se
stimatisi inabili, hanno in questo giudizio a quello
della repubblica il lor parere anteposto.» [31]_

Ahi! messere Lionardo, come tristo ragionare
è cotesto! Come suona sofistico e callido, e affatto
indegno di uomo grave! Come e dove vi trasportava
il mal genio, o il bisogno di mentire adulando! Parrebbevi
onestà, se alcuno si prevalesse dei doni di
uomo preso da manía? Molto più dei doni che non
si possono fare, come la libertà della patria che da
Dio viene, e a Dio spetta, ed è inalienabile, perchè
non appartiene a nessuna, ed appartiene a tutte le
generazioni; e la generazione presente, che disereda
[pg!71]
i posteri, come nemica del suo sangue non opera
alto valido. Sarà arrogante il medico, se non abusa
della malattia dello infermo, ma pietosamente lo
risana? — I popoli, quando stanchi della propria dignità
si accasciano in terra come il cammello invocando
qualcheduno che li cavalchi (posto che ciò non avvenga,
come suole quasi sempre accadere, per tradimento
o per fraude), o si possono, o non si possono
guarire: nel primo caso, si guariscono, e poi,
se lo esempio di Licurgo sembra duro a seguirsi, si
adoperi quello di Solone e di Andrea Doria, o piuttosto
scelgasi volontario esilio, dacchè l’uomo mal
vive cittadino là dove principe imperava; nel secondo
caso, consumato ogni sforzo, come Silla getti la scure,
e lo abbandoni alla ira di Dio: almeno tali devono
governarsi le anime che il mondo saluta grandi, che
partite da questa terra esercitano le lingue degli oratori
e le fantasie dei poeti, e finalmente che ricordano
derivare l’uomo origine divina. Per forza o per ingegno,
offerta od usurpata, a verun cittadino è lecito
togliere la libertà alla propria patria: questo contende
la morale, questo la pietà, questo la religione di
tutti i popoli, e principalmente poi la cristiana. — Sì
certamente, la carità cristiana, perchè rigettata la
distinzione di San Tommaso come scolastica, e proposta
piuttosto a modo di disquisizione astratta
che vera in pratica, di tiranno imposto a forza, di
tiranno recatosi addosso volontariamente, onesta è
quella azione che possiamo eleggere sempre, conforme
[pg!72]
insegna Aristotele. Ora, come l’occupare la
libertà della patria può essere cosa eleggibile in ogni
tempo? Per la parte dell’occupante, potrà o vorrà
consultare vie via il volere degli occupati? Saprà
o vorrà egli conoscere se fu spontaneo davvero, e
universale il moto che lo spinse in alto, o quando
declini, o quando cessi? Per la parte degli occupati,
non può essere a meno che non sia momentanea afflizione
e infermità della patria: avvegnachè la patria
consista nella fida cittadinanza alla quale consacriamo
affetti, reverenza, e, al bisogno, le sostanze e la
vita; e questa tolta, la città in cui viviamo non può
chiamarsi patria altrimenti, nè merita i mentovati sacrificj.
E se la patria è più che madre, chi può ridurre
in servitù la propria madre? Se questo offerisse la madre,
come insana non si deve ascoltare; se questo
accettasse il figliuolo, come empio si deve aborrire.
E notate, che simili usurpazioni, come odiosissime,
vanno circondate da simulacri bugiardi di libera dedizione;
e Giulio Cesare stesso ordinò, nei lupercali lo
presentassero di una corona. Inoltre, la libertà, dopo
la vita, è preziosissima cosa: ora quanto più ci torna
cara una cosa, tanto meno se ne presume il dono; e
quando pure potesse alienarsi, potremo supporre
ceduta legalmente la libertà in un momento di ebrezza,
di furore o di errore? Finalmente la città inferma,
immaginiamo, che chiami un cittadino a racconciarle
il freno; per certo lo chiama e lo desidera fino a
tanto che sia stato conseguíto un simile scopo. Ora,
[pg!73]
o il cittadino è capace a compiere il presagio della
patria, o no: se capace, soddisfaccia al bisogno per
cui venne chiamato, e si parta; o non è capace,
manca al fine, e si parta. Ma io forse mi affatico a
dimostrare quello che non abbisogna punto di prova;
quale presunzione, quale insania è mai questa
di concludere per via di argomento ciò che la natura
e Dio scolpivano nel nostro cuore? — E Lionardo
Salviati scrivendo le riferite sentenze, forse non le
credeva; lo fece per apparato di eloquenza, o piuttosto
per amplificazione rettorica, e si accôrse, comecchè
tardi, del torto: ma ormai non era più tempo a
ripararlo; sicchè non n’ebbe in seguito mai il viso lieto,
maledì l’ora che apprese a scrivere prose, e sconfortato
dai disinganni, atterrito da memorie di sangue,
supplicò Dio, che lo intese, ad abbreviargli una
vita tanto male impiegata in disutile della verità e
degli uomini da lui pure amati ardentissimamente.

Rimarrebbe far conoscere adesso quanto nelle
lettere il Salviati nostro valesse; ma non lo concedendo,
com’io vorrei, la indole di questo libro,
m’ingegnerò come meglio io possa, stringendo in
poco il molto. Nelle lingue latina e greca egli fu intendentissimo,
della italiana maestro solenne; più
apprese, e acquistò tesoro maggiore di dottrina di
quella che insegnasse o mettesse fuori, secondo l’uso
di quei letterati, i quali, meglio che ad altro, possiamo
assomigliare alle arche degli avari; compose
copia di poesie, gravi e giocose, che come piace a
[pg!74]
Dio ai giorni nostri ignoriamo, e non istampansi.
Dettò a venti anni il *Dialogo dell’Amicizia*, in cui introduce
Girolamo Benivieni a favellare delle lodi
dell’amicizia a Iacopo Salviati e a Piero Ridolfi. La
occasione sarebbe stata commuovente davvero, fingendo
egli che Girolamo per la perdita dell’amicissimo
suo Pico della Mirandola, portentoso giovane,
chiamato la fenice degl’ingegni, si fosse deliberato
lasciarsi morire; ma poi, di repente mutato consiglio,
convertì in gioia il dolore, pensando che Dio aveva,
come meritevolissimo, chiamato per tempo il Pico
al premio dei Santi: ma la parola priva di calore, le
distinzioni scolastiche, il difetto di fantasia e di passione,
muovono a tutto altro che a piacere o a pietà,
e il fastidio precede di troppe pagine il *laus Deo*.
Le commedie, *la Spina* e *il Granchio*, e’ sono uno
impasto fatto con lievito avanzato nella madia di
Plauto e di Terenzio, sicchè pensate voi se infortito! — Solite
balie mezzane, soliti bari e truffatori, e
vecchi che credono tutto, e vicende impossibili, e
riconoscimenti inverisimili, e riboboli fiorentini, e favella
dura, sicchè noi restiamo maravigliati come la
gente prendesse diletto a coteste rappresentanze che
oggi oseremmo appena imporre come penitenza dei
peccati. Delle cinque lezioni sopra un sonetto del Petrarca,
è da dirsi che ci somministrano piuttosto la
misura della pazienza grandissima dei nostri padri,
che del grande ingegno dell’oratore. Le orazioni, le
funebri in ispecie, paiono proprio fiori da morto.
[pg!75]
Sotto il nome dello Infarinato, contristò con acerbe
scritture l’anima dolorosa di Torquato Tasso; ma la
*Gerusalemme* rimane, e cotesti scritti non si leggono
più da nessuno: e questa azione fa torto al Salviati
come scrittore e come uomo, seppure anche in questo
non lo scusa la sua cieca devozione per casa Medici.
Castrò, come si diceva in quei tempi, il *Decamerone*
di Giovanni Boccaccio; ma i posteri hanno
riso della castrazione, e, lasciato al Salviati il frutto
della castrazione, hanno voluto il Boccaccio intero.
Grande però fu la sua venerazione per questo sommo
scrittore, e scrisse tre volumi di Avvertimenti intorno
alla lingua ricavati dal *Decamerone*: questi volumi
possono anche ai giorni nostri, e forse più che
mai nei giorni presenti, consultarsi dagli studiosi
della gloriosissima nostra favella. La lingua adoperata
dal Salviati è pura, ma non dice nulla; pare un ornamento
di cadavere: non idee, non pensieri, non
immaginazioni; costretto a evitare il grande, che sta
nel vero, forza è che ricorra al falso, e già vediamo
spuntare in lui la sinistra aurora del secento. Di ciò
sia prova questa figura della Orazione per la incoronazione
di Cosimo I: — «Queste mura, Beatissimo
Padre, e queste case, e questi tempii, pare che
ardano del desiderio di presentarsi davanti ai piedi
di Vostra Santità; e questo fiume, e queste piaggie,
e questi monti, par che piedi desiderino per venire;
e questi mari e questo cielo, lingua per favellare,
e per potere di tanto beneficio, se non quello
[pg!76]
che hanno in animo, rendervi almeno qualche
grazia, e presenzialmente riconoscersi debitori.» — Parole
copiose, eloquenza nessuna; epiteti, aggiunti,
riempitivi a ribocco; un periodo intramezzato
vie via da molti altri periodi tra loro parimente rompentisi,
sicchè la locuzione procede confusa, ardua,
imbarazzata, e sopra modo penosa. Parini reputò
potesse leggersi con profitto: io, tranne gli Avvertimenti
che ho detto sopra, non lo credo; e Annibale
Caro, sebbene indirizzasse il suo giudizio al medesimo
Salviati, lascia conoscere abbastanza che non
reputava commendabile il suo stile, come quello
che abbondava di parole, vagava incerto, era pieno
di epiteti oziosi, di periodi lunghi, e di molti più
membri che non bisogna alla chiarezza del dire; il
che sapete che fa confusione; e si lascia indietro gli
auditori.

Insomma messere Lionardo non fu buono cittadino,
e nemmeno valoroso scrittore, e nonostante
uomo di eccellente naturale, tenero degli amici, e
del bene loro studiosissimo. Alcuni reputeranno impossibile
che possa uno individuo essere uomo ottimo
e cattivo cittadino; pure, se contrarietà è, noi la vediamo
in natura, e potrei citare esempii moderni, se
la discretezza lo consentisse.

Lionardo, entrato nella stanza, ebbe cura di
assicurarsi prima se bene il paggio avesse chiuso la
porta, tirò la portiera, poi si mosse alquanto sorridente
verso Isabella, le stendendo in atto amico la
[pg!77]
destra. Ma Isabella gli andò incontro con impeto,
ambe le mani gli pose sopra le spalle, ed appoggiò
il capo al suo seno, esclamando:

— “O buono, o egregio mio Lionardo, voi almeno
non vi siete dimenticato della vostra Isabella!”

Lionardo confuso per cotesto abbandono, e commosso
profondamente, replicava:

— “Mia cara Isabella, signora duchessa, o come,
e perchè avrei dovuto dimenticarvi io?”

Così rimasero alcun poco di tempo; e quindi
postisi a sedere sopra al lettuccio, Isabella guardandolo
in faccia continuò:

— “È tanto tempo che non ci siamo veduti!
E’ mi parete un po’ male disposto. Lionardo, il soverchio
studio vi nuoce....”

— “O Isabella,” disse Lionardo, “il mio male sta
qui dentro,” e si percosse il cuore; “ed io prego continuamente
Dio che mi chiami alla sua pace, e sembra
che egli, com’è misericordiosissimo, già cominci
ad ascoltarmi. Ma lasciamo di me, ch’io per me qui
non venni, o duchessa. Ora vi scongiuro, ascoltatemi
come fratello. Finchè io vi conobbi, se non felice,
sicura, stetti lontano da voi. Avrei desiderato che
voi vi manteneste felice...., perchè” e qui abbassò la
voce “felicità vera consiste nello esercizio della virtù; — ma
i miei sforzi tornarono inutili, e inutili gli
avvertimenti di Cosimo vostro padre, il quale pure
vi ammoniva sovente, dicendo: — Isabella, io in
questo mondo non ho da vivere sempre....” [32]_
[pg!78]

Isabella riprendendo la donnesca alterigia, lo
interrompeva così:

— “Messere Lionardo, ch’è questo che voi
dite? S’io male non mi appongo, voi mi recate oltraggio....”

— “Isabella, per certo io non veniva a questo.
Credete ch’io goda parlandovi come faccio? Pensate
ch’io abbia così male spesi i miei anni vivendo,
da avventurare parole inconsiderate, o peggio? Perchè
mi respingete? Perchè infingervi meco? Ma non
importa: io non cerco i segreti del vostro cuore; se
non mi credete degno di parteciparmeli, io consento
ignorarli; ma udite quello che si crede di voi, udite
il pericolo e provvediamo al riparo....”

— “Io non commisi errore: chi può incolparmi?
Quale traccia....?”

E il Salviati le susurra nell’orecchio: — “La
traccia è fuori della Porta a Prato....”

— “Ah!” gridò spaventata Isabella: e dopo alcuni
momenti balzando in piedi in atto di partire,
soggiunse: — “Almeno egli sia salvo....”

E Lionardo trattenendola per la vesta: — “Fermatevi,
meglio provvederemo noi qui.”

E Isabella, scotendo il capo, e con ambedue
le mani tirandosi indietro dalla fronte i capelli, come
se, fatta audace per la disperazione, volesse che vi
leggessero intera la propria vergogna, mormorava:

— “Ebbene, io sono colpevole....!”

— “Isabella voi correte pericolo di vita....”
[pg!79]

— “Io, e da cui?... Forse tornava di Roma
Giordano?”

— “No; ma e che cosa importa Giordano?”

— “E chi, se non egli, vorrebbe con giustizia
attentarmi alla vita? Francesco forse? Punirebbe in
altrui il suo peccato? Piero?... così sprofondato in
ogni maniera di più sozzo vizio, che l’acqua di Arno
non basterebbe a lavarlo?”

— “Giustizia!.... E voi, figliuola di Cosimo, cercate
giustizia quaggiù? — Francesco odia in altrui
quanto indulge a sè stesso: una fama incerta gli è
pur giunta all’orecchio, che i suoi nemici, estrema
gioia dei vili, dileggiano la sua casa pubblicando
vituperii, che o non sono veri, o, se veri, la più
parte procedono da lui; e poi nel cupo animo teme
della sua Bianca, e intende spaventarla, ove mai
pensasse ad altro affetto che non fosse il suo....”

— “Lionardo, voi favellate fiere parole, le quali
come non posso impugnare, così non posso accogliere
interamente. Insomma, e’ paiono timori più o
meno verosimili; ma da pensare una cosa a volerla,
e da volerla a farla, corre sempre un gran tratto....”

— “Sì certo, i parenti vostri sono usi di commettere
le feroci voglie alla ragione: ma io farei tristo
ufficio sparlando presso voi delle persone di cui
la fama vi è cara. — Isabella, credetelo sopra l’anima
mia, voi correte pericolo di vita....”

— “Lionardo, voi così savio capirete troppo
bene come in casi tanto importanti male può l’uomo
[pg!80]
convincersi dell’altrui convinzione; voi avete fatto
molto, avete fatto anche troppo, onde mi neghiate
onestamente il meno....”

— “È vero; e poi io venni qua disposto a mettere
in avventura la vita: non vi raccomando discrettezza
per me, ve la chiedo per voi, e per tale,
che so che amate più di voi....”

— “Sta bene, parlate.”

— “Ieri mi recai di buon mattino da Francesco,
il quale mi aveva mandato a chiamare, ond’io
lo informassi intorno alla correzione del Boccaccio,
che ho impreso dietro gli ordini di lui: egli era
sceso nella officina chimica; io nonostante mi feci
annunziare da uno staffiere, il quale di lì a poco
tornò dicendomi, che andassi pure costà, che il serenissimo
padrone, come persona di casa, mi riceveva
senza cerimonie nella officina. Io rinvenni
Francesco tutto affaccendato intorno ad un fornello,
considerando certa sostanza chiusa dentro un’ampolla
di vetro. Appena mi vide, così mi parlò: — «Buon
giorno e buono anno, cugino Lionardo; io
sto dietro ad una esperienza che non mi riesce condurre
a termine; or ora leggerò il vostro lavoro del
*Decamerone*, che avrete emendato da pari vostro,
lasciando stare le bellezze, e togliendo quanto offende
i buoni costumi e la religione. Peccato, che
cotesto grande uomo non avesse costumi buoni! Ma
non vi è pericolo, Lionardo, ch’ei sia andato perduto?
N’è vero, cugino, che messere Giovanni prima
[pg!81]
di morire si pentisse, e lasciasse il mondo in odore
di santità?» — Alla quale domanda risposi, che il
Beato Giovanni Colombini nella vita del Beato Pietro
dei Petroni ci assicura, come il Beato Pietro, poco
prima che si partisse a vita migliore, mandasse Giovacchino
Ciani a riprendere il Boccaccio dei suoi
scritti e dei suoi costumi meno che onesti, e nel
tempo stesso a svelargli certi segreti così riposti nel
proprio animo, che il Boccaccio teneva per fermo
nessuno, tranne lui, potesse saperli. Della quale
cosa percosso, messere Giovanni pianse amaramente
i trascorsi passati, e rendendosi a Dio ne fece mirabile
penitenza. [33]_ — «Gran mercè, riprese Francesco;
voi mi avete dato una consolazione desideratissima,
accertandomi che il nostro messere Giovanni
adesso stia in luogo di salute. Or via, siatemi
cortese di aspettarmi per un po’ di tempo, tanto
ch’io mi sbrighi da questa faccenda: andate costà
in libreria, vi troverete in buon dato libri, e parecchi
nuovissimi.» — Entrai nella libreria, fingendo
leggere il primo libro che mi capitò tra mano, ma
seguitava con occhio obliquo il lavorío di Francesco.
Costui non finiva mai di soffiare nei carboni, guardare
attraverso l’ampolla, e poi volgersi a un vasetto
sopra la tavola; e quindi presa un pocolino di
polvere tra le dita, considerandola attentamente diceva:
«Bisogna dire che i nostri vecchi ne sapessero
più di noi, che ce ne abbiano date ad intendere
a serque: il colore ci è; l’apparenza l’ho
[pg!82]
trovata; ma il sapore.... il sapore...., e l’arsenico
sembra fuori di dubbio che ci entrasse: eppure nelle
note al mio Poggio, e nella Cronaca Trivigiana leggo
che il Conte di Virtù.... — in fè di Dio, gli era proprio
tagliato a suo dosso questo titolo! — avvelenasse
con tossico che pareva in tutto e per tutto
sale, lo zio Bernabò, facendoglielo porre così naturale
sopra i fagiuoli.... ma non mi riesce a trovarlo;
io darei mille ducati....!» — In questa, ecco uno
staffiere entrare nella officina, ed annunziare il bargello.
Io non so per quale motivo presi a tremare;
guardai la stanza, speculando se vi era modo di
quinci partirmi, e trovai una porta che metteva
in cortile. Sul punto di uscire. Dio m’inspirò tornare:
seguitai la prima ispirazione, che quasi sempre
ho provato buona, e mi posi cautamente in
ascolto. Il bargello era entrato, e così favellava:
«Il cavaliere Antinori, come sa la Eccellenza Vostra
Serenissima, arrivò ieri da Portoferraio....”

— “Come!” interruppe Isabella, “il cavaliere
Bernardo venne a Firenze senza che noi ne abbiamo
notizia?”

— “Il cavaliere Antinori a questa ora è sepolto.
Dio faccia misericordia all’anima sua!”

— “Gran Madre del Signore! ch’è quello ch’io
sento! Lionardo, ne siete voi sicuro?”

— “Lasciate che io termini. — Il bargello continuava: — «Lo
conducemmo subito dal cavaliere
Serguidi, che gli fece una bravata terribile per
[pg!83]
l’onta recata al suo principe, ammonendolo che si
costituisse in colpa, e si commettesse alla clemenza
vostra. Ma il cavaliere negava a spada tratta, finchè
il Serguidi con voce minacciosa cavò una lettera
dicendo: — «Or via, negherete voi questa?» — Il
cavaliere, visto appena quel foglio, diventò come
un panno lavato; tutto sbaldanzito alzava le mani
supplichevole, senza potere articolare parola. — «Andate
via;» conchiuse il Serguidi, «voi non meritate
perdono.» — Il cavaliere si partiva che pareva ebbro,
sì gli tremavano le gambe sotto, e tirava di
lungo per andarsene a casa come se non fosse fatto
suo: io gli tenni dietro con la famiglia, volendomi
un po’ prendere spasso di costui.» — «Delle tue,» —
interruppe Francesco; «porgimi quel soffietto; va
innanzi, ch’io ti ascolto: non mi tacere nulla, chè
ci prendo propriamente gusto.» — E il bargello:
— «Ei camminava d’inspirazione, perchè si avviava
verso il Palagio. Quando fu alla porta dei lioni, io
me gli scopersi, e gli dissi: — Messere, togliete
in pace ch’io vi serva da maggiordomo: il serenissimo
nostro padrone vi ha preparato un quartiere
da pari vostro qua dentro.... — Il cavaliere mi guardò
come trasognato, e si lasciò condurre a modo di
agnello: stamane poi prima di giorno sono entrato
in prigione col cappellano, e se la dormiva ch’era
uno incanto....» — «Dormiva?» interrogò Francesco
alzando la faccia, che pareva imbrattata di sangue,
di sopra agli ardenti carboni. — «Dormiva.» — «Egli
[pg!84]
non doveva dormire!» — «Eppure dormiva.» — «Voi
gli avete lasciato passare l’ultima notte in
pace. Così si può dire che non abbia sofferto nulla!
E non posso tornare da capo.... n’è vero?» — Il
bargello faceva col capo cenno affermativo. — «Io
l’ho scosso, ed egli si è svegliato alzandosi a sedere
sopra il letto; e ha domandato: — Che ci è egli? — Svegliatevi
un momento, gli ho risposto; poi dormirete
a bello agio: eccovi un prete; voi non avete
più di una ora a morire.» — «Ed egli?....» cercava
di nuovo Francesco. — E il bargello: «Egli ha risposto:
sia fatta la volontà di Dio.» — «Come, propriamente
così?» — «Così per l’appunto.» — «Ma
che non hanno paura di morire?» — «E’ pare che
ce li abbiate avvezzati.» — «No, in questo modo
è troppo poca cosa la morte: provvederemo. Séguita.» — «Si
è confessato per filo e per segno, e
poi mi ha chiesto in grazia di scrivere: gli ho dato
carta, penna e calamaio; ma tremava così forte,
che non poteva formare lettera. Vedete, Serenissimo.» — E
mostrava una carta. Francesco, deposto
il soffietto, l’ha tolta in mano, e la esaminando
parlava: — «Mira un po’ i bei grotteschi! non vi
leggo nulla.» — «Ve lo diceva che non potè scrivere
parola. Allora io ho creduto bene osservare:
Messere cavaliere, poichè mi accorgo che voi non
potete fornire il fatto vostro, consentite ch’io faccia
il mio; e messegli prima le manette, gli ho passato
la corda al collo, e l’ho fatto strangolare in buona
[pg!85]
regola....» — «Va bene: e il capitano Francesco?» — «Oh!
Il capitano ha preso vento; si è cacciato
la calcosa tra i viandanti, ed in Firenze non si
trova....» — Qui non è da dirsi in quale matta frenesia
abbia rotto Francesco: mandava spuma dalla
bocca, sangue dagli occhi: — «Va, corrigli dietro!»
urlava; «spedite cavallari apposta, scoppiate cavalli....
ai confini.... ai confini.» — E il bargello non
sapeva che cosa farsi. Intanto l’ampolla di vetro,
non so per qual causa, si è spezzata: le schegge in
parte hanno colpito la faccia del bargello internandosi
nella carne; quel tristo cacciava fuori dolorosissime
strida. Allora Francesco ad un tratto è tornato
cupo e silenzioso; se non che volgendosi al
bargello, gli ha detto freddamente: — «Affrettate
a curarvi, perchè il vetro è avvelenato.» — Il bargello
fuggiva a precipizio mugolando: — «Povera
moglie! poveri miei figliuoli!....» — Se in quel punto
mi avessero tratto sangue, non me ne sarebbe uscita
una goccia: mi sentivo come inchiodato là dov’era;
già mi tenevo spacciato raccomandando la mia anima
a Dio. Per ventura Francesco si è lasciato andare
giù sopra una sedia, abbassando la testa come
uomo che si sprofonda dentro un pensiero; ed io
distintamente più volte, e ve lo giuro sopra la vita
di mia madre, ho sentito mormorargli fra i denti: — «Ora
provvederemo alle femmine, e presto; — ma
Giordano è in Roma, — e senza il consentimento
suo non mi parrebbe ben fatto; — potrei
[pg!86]
arbitrare, — ma no; — pensi egli a renderne conto.... — a
cui? A Dio, a Dio.... O questo Dio ne pretende
pure tanti dei conti!....» — Avendo intanto ripreso
animo, mi sono appressato pianamente alla porta
del cortile, e sono uscito a ripararmi sotto il cielo;
imperciocchè io temeva, da un punto all’altro, che
sprofondasse la volta del luogo maladetto....!”

Isabella a quel truce racconto si era rimasta
come impietrita; e il misero Leonardo, nascondendosi
il volto tra le mani, in suono quasi di pianto diceva:

— “O Signore! Ed io ho potuto usare la favella,
il nobile dono che voi avete compartito alla
creatura, per laudare costoro! Che cosa penseranno
i posteri di me? Possano andare disperse le opere
mie! Possano dimenticarle presto i nepoti! — E tu.
Dio, che vedi se sia dolore il mio di augurare la
morte ai figli della mia mente, intorno ai quali la
salute ho spesa e lo ingegno, tu sai ancora se questo
voto si parta proprio dal cuore.”

Veramente io penso che grandissima dovesse
in quel momento l’amarezza contristare la povera
anima di Lionardo Salviati!

Ma indi a poco richiamando lo spirito ai casi
presenti, il Salviati voltosi alla Isabella favellò:

— “Orsù via, Isabella, coraggio....”

— “Non è viltà la mia.... è raccapriccio, è ribrezzo. — Infelice
Eleonora! così giovine, così lieta,
tanto affezionata ai piaceri e alla vita! Bisogna salvarla....
bisogna avvisarla.”
[pg!87]

— “Duchessa, ricordatevi non essere vostro il
segreto; intorno a salvarla ci adopreremo.... poi.”

— “Sì, unico amico mio, mio padre, mio tutto;
io mi rimetto, anima e corpo, nelle vostre braccia....”

— “Bene! il tempo stringe. Voi dovete scrivere
una lettera a madama Caterina di Francia: ella
è donna di cuore alto; educata nei mali, deve avere
appreso a soccorrere i miseri; e nata Medici, aborrirà
che la sua casa s’infami con tragedie domestiche.
Il sangue ancora può darsi che qualche cosa faccia:
sicchè ognuna di queste considerazioni per sè, o
tutte insieme riunite, mi sembra pure che abbiano
ad essere attissime per muovere il reale animo suo
a concedervi asilo, e provvedervi mezzi di fuga. Io
assumo il carico di farle pervenire la lettera fino a
Parigi: stasera parte un mio congiunto dei Corbinelli,
accorto giovane e discretissimo, per Lione,
e la consegnerà al luogotenente della città, o se non
gli parrà mezzo affatto sicuro, per amore mio si condurrà
sino a Parigi. Tosto che torni la risposta, non
sarà arduo trasportarvi a Livorno, e colà imbarcarvi
per a Genova, o meglio per a Marsiglia: quivi giunta,
si può dire che siate in salvo....”

— “Ma, e la Eleonora...?”

— “Allora faremo in modo avvisarla, e potrà
venire con esso voi, o andare in Ispagna dal duca
di Alva, meglio dal suo fratello vicerè a Napoli. — Or
via dunque, scrivete la lettera, chè il tempo
vola....”
[pg!88]

E Isabella si pose a scrivere; ma comecchè ella
possedesse maravigliosa facilità a comporre, adesso
le mancavano le parole, cancellava, tornava a cancellare,
faceva da capo; gli affetti che molti e profondi
le turbavano la mente, di leggieri possono
immaginarsi. Alla fine la lettera fu scritta, e:

— “Lionardo,” prese a dire, “sentite un po’ se
così va bene. Io non ho mai durato tanta difficoltà
nel mondo, quanta nello scrivere questa lettera. Dimenticate
che siete lo Infarinato, vi prego....”

— “Porgete.” — «Onorandissima come Madre.
Persona che vi è congiunta per sangue, la sola
superstite delle figlie di Cosimo dei Medici, vi
scongiura che le salviate la vita. Se io sia innocente
o no della colpa che intendono vendicare
nel mio sangue, concedete che io taccia; ma se
pure fossi in colpa, la giovanezza, la lontananza
del marito, e le occasioni, e gli esempj, e il cuore
di femmina pur troppo inchinevole ad amare,
parmi che non mi dovessero fare considerare del
tutto indegna di perdono. Molto ho da temere dal
duca di Bracciano, più molto dal mio fratello Francesco.
Io mi vi raccomando quanto più so e posso:
porgetemi aiuto secondo che la urgenza del
pericolo domanda, affinchè non venga tardo. A
me salverete la vita, alla casa nostra la fama, e
voi farete azione da quella magnanima Reina che
siete, di cui vi darà Dio condegno merito. Dove
meglio reputerà la prudenza vostra opportuno, io
[pg!89]
mi chiuderò in qualche santo monastero, intendendo
e volendo spendere al servigio di Dio quanto mi
avanza di questa misera vita, per ottenere dalla infinita
sua misericordia la remissione delle mie colpe.

»A Caterina reina di Francia....»

— “Mi sembra che vada a dovere; copiatela,
e aggiungete, che la risposta sia con sopraccarta diretta
al mio nome.”

— “Ma!” riprese Isabella abbassando gli occhi
e tingendosi in volto di rossore.... “e Troilo lo abbandonerò
io...?”

— “Troilo,” disse gravemente messere Lionardo,
“conosce come il Turco minacci la Cristianità: egli
deve andare in Ungheria a combattere contro i nemici
della fede, e con morte onorata acquistarsi il
perdono di Dio.... Ma a lui soprattutto guardatevi di
fare trapelare cosa alcuna; egli vi perderebbe di
certo, e sè stesso con voi....”

Isabella sciolse un profondo sospiro, e si pose
con mano tremante a copiare la lettera. Appena fu
terminata, Lionardo arse la minuta, e con molta diligenza
compose un plico. Mentre che il Salviati,
dopo avere suggellata la lettera con le armi dei Medici,
stava per iscrivere la sopraccarta, si sentì un
rumore come di corpo che sospinto con violenza investa
in parete, o percuota nel pavimento; e schiusa
allo improvviso la porta, fu visto Troilo, che alzando
la portiera, e mettendo in avanti il capo, teneva la
faccia di profilo, esclamando con ira:
[pg!90]

— “E’ pare che ti sia venuta in fastidio la vita....”

Lionardo quanto più speditamente potè nascose
la lettera in seno; ma non gli venne fatto con tanta
prestezza quel moto, che Troilo non se ne accorgesse.
Troilo, mutati due passi oltre la porta, si fermò,
volse attorno quel suo sguardo sinistro, e poi, fissando
la duchessa con amaro sorriso, favellò:

— “Dacchè ponete guardie alla vostra porta, io
vi conforto, signora, a sceglierle se non più proterve,
chè questo è impossibile, almeno più gagliarde....”

— “Io aveva creduto che in casa mia la manifestazione
della mia volontà fosse bastevole....”

— “E voi avete creduto male, dacchè vedete
come io sia penetrato qua dentro.” — E in questo
punto deposto il riso, e dandosi in balía al furore,
continuò: — “Che sotterfugi, che tradimenti sono
eglino questi? Voi mi volete condurre alla mazza,
madonna Isabella! e se alla mazza si ha da andare,
dobbiamo essere in due. Se voi siete dei Medici, io
sono degli Orsini; e fo voto a Dio che cane mai non
mi morse, ch’io non volessi del suo pelo. — Che
fate voi, cavaliere? Che cosa è il foglio che vi siete
nascosto nel seno? Presto, mettetelo fuori; io voglio
vederlo....”

— “Cavaliere,” riprese il Salviati con voce pacata,
“ella è cosa che non riguarda punto voi, e non
potete pretendere onestamente....”

— “Questo è ciò che vedremo quando avrò letta
la carta.”
[pg!91]

— “Concedete ch’io mi astenga dal soddisfarvi....
cavaliere.”

— “Signor Salviati, io sono poco uso a sentirmi
contrariare: datemi la lettera, che buon per voi!”

— “Troilo, per quanto avete cara la nostra grazia,
io vi comando tacervi, ed uscire....”

— “Isabella, è tempo ormai che dismettiate i
comandi, e cominciate a obbedire....”

— “Messere Troilo, io vi assicuro sopra la coscienza
di cavaliere onorato, che questa lettera non
vi riguarda....”

— “La coscienza! forse quella con la quale diceste
le lodi del serenissimo signor Cosimo? Un cavaliere
onorato non s’introduce fuggiasco in casa altrui,
non si mescola dei fatti che non lo riguardano,
non viene a ordire trame; e se trame non fossero,
non repugnereste a darmene conto....”

— “E chi siete voi dunque, messere Troilo, di
grazia....?”

— “Io...! Io sono quegli a cui dava in custodia
la sua donna il duca di Bracciano....”

— “Ed osate farvi un diritto di questa custodia?
Ah! messere Troilo....”

— “Che cosa intendete? Salviati, guai a voi!
Io sono uomo da mozzarvi la lingua.... sapete....”

— “Troilo! ove trascorrete? Voi gli dovete onoranza,
non altrimente che se mi fosse fratello....”

— “Onoranda gente davvero sono i fratelli vostri....
La lettera, Salviati, la lettera!”
[pg!92]

— “Io non sarò per darvela mai....”

— “Badate, ch’io vi adopererò la forza....”

— “Userestemi voi villania? Non vedete voi
ch’io sono disarmato....?”

— “Tanto meglio: così verrò più agevolmente
a capo dei miei desiderii. E, aveste spada, tornerebbe
lo stesso: chi tratta la penna regge male la
spada....”

— “La lettera mi sta sul cuore,” disse il Salviati,
facendo croce delle braccia sopra il petto; “e
non l’avrete se non mi strappate ambedue....”

— “E lo farò....”

— “Forsennato! Prima di giungere a lui, e’ vi
sarà forza passare sopra il mio corpo!” grida Isabella
ponendosi tra mezzo a Troilo e a Lionardo.

— “Indietro!” proruppe Troilo; e di un urto
mandò la duchessa traverso al lettuccio.

— “Ahi misera! misera Isabella! a quale uomo
sagrificasti la tua vita....”

— “La lettera....!”

— “Vi ho detto il modo per averla....”

— “Il sangue vostro sia sopra di voi.” — E
traendo fuori la daghetta, Troilo cacciò innanzi la
mano manca per afferrarlo. Lionardo non mosse
passo; imperterrito, con le braccia incrociate sul
petto, si disponeva a patire una violenza contro la
quale, e per la fievolezza della persona e per trovarsi
disarmato, non poteva opporre nulla. Troilo
già lo afferrava, quando si aperse fragorosa la porta,
[pg!93]
ed entrando in sembianza turbata Lelio Torelli, a
voce alta gridò:

— “Il magnifico signore duca di Bracciano....!”

Questo nome parve la testa di Medusa per Troilo:
dette indietro, ripose prestamente la daga nel fodero,
e s’ingegnò ricomporre il volto; se non che
quei due affetti contrarii, di furore e di reprimento,
invece di ricondurvi la serenità, glielo sconvolsero
in modo che metteva paura a vederlo.

Isabella, che giaceva tolta fuori di sè, si drizzò
sopra il lettuccio come per virtù di elettricismo, e
stette disfatta con gli occhi intenti verso la porta.

Il cavaliere Salviati, pensando che non essendo
di casa poteva allontanarsi onestamente salutando
il duca così di passaggio, salvo a complirlo in modo
convenevole a suo tempo, senza affrettarsi troppo,
e con la solita sua compostezza quinci si tolse.

Percorrendo le sale, e giù per le scale, maravigliò
forte di non incontrare il duca, nè vedere nel
cortile o alla porta vestigio alcuno che indicasse l’arrivo
di tanto personaggio: non sapeva come spiegare
la cosa, ma non riputando prudente tornare addietro
per chiarirla, pensò che gli sarebbe bastato un’altra
volta.

Isabella e Troilo tennero per alcuni istanti gli
occhi drizzati verso la porta, pure aspettando di vedere
comparire messere Paolo Giordano; ma poichè
ebbero atteso invano, Troilo rinvenuto primo dal suo
sbigottimento, domandò a Lelio: — “Ebbene, il duca..?”
[pg!94]

E Lelio, che avvisava ormai avesse potuto mettersi
in salvo il cavaliere Salviati, con aria ingenua
a un punto e beffarda si volse a Isabella, e riprese
a dire:

— “Il magnifico signore duca di Bracciano
manda a salutare la signora duchessa, e le fa sapere
che sbrigate alcune sue faccende a Roma, conta venire
a starsi con esso lei verso la metà del prossimo
mese di giugno....”

E fatto un profondissimo inchino, non senza
sogguardare così un tal poco alla trista Troilo, si ritirò.
Troilo si accôrse dell’inganno, e forte mordendosi
le mani, mormorò fra i denti:

— “Sozzo cane traditore, tu me la pagherai!”

|

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.. [11] Salviati. Orazioni per la morte di don Garzia, p. 25 e 45.

.. [12] Vedi Cronaca di Firenze pubblicata dal Morbio.

.. [13] Lettera di Bastiano Rossi, nello elogio degli Illustri Italiani:
   Orazione del Cambi, e Notizie degli uomini illustri dell’Accademia
   Fiorentina.


.. [14] Segni, T. 2. p. 337.

.. [15] Orazione delle lodi del cav. L. Salviati fatta all’Accademia
   Fiorentina da Pier F. Cambi.


.. [16] Vale — piacere di esser lodato, — ed è modo basso.

.. [17] Bernardo Davanzati. Orazione in morte di Cosimo I.

.. [18] Storie, Libro 15.

.. [19] Segni, Storie, libro 14.

.. [20] Elenco pubbl. dal cav. Fabbroni nei *Provvedimenti Annonarj*,
   riportato nella Vita di Cosimo I di Aldo Manuzio. Edizione
   di Pisa, 1823.


.. [21] Questi documenti si trovano a p. 261, Tomo II, delle
   Storie dell’Ammirato. Edizione di Firenze, 1827.


.. [22] Vita dell’Aldo Manuzio sopra citato.

[pg!95]

.. [23] Ammirato. Edizione di Firenze del 1827. Tomo ultimo.

.. [24] Aldo Manuzio, p. 132, in nota. È questa lettera singolarissima,
   che ci pare pregio dell’opera riprodurre intera in
   questa appendice. «Strenuo mio cariss. — Ogni buon principe
   debbe desiderare tre cose oltre a molte altre: l’una di conservare
   l’onore, l’altra lo Stato, la terza l’aver causa di provare
   li servitori, ed avere occasione di gratificarli e beneficarli.
   A noi pare che con la venuta di Piero Strozzi ci sia dato occasione
   di pensare a due di queste: la prima di parerci troppa
   vergogna che costui insolente abbi procurato di venire a Siena,
   e starci con troppo disonor nostro su gli occhi; onde abbiamo
   pensato di fare due cose per questo mezzo: l’una di cercare
   per ogni via e verso di levarci dinanzi questa vergogna; la
   seconda sperimentare li nostri servitori ed amici fedeli, con
   avere occasione di beneficarli servendoci bene in questo affare;
   perchè della terza, di conservar lo Stato, non ci passa
   per pensamento che costui ci possa nuocere, essendo noi per
   provvedere in modo alle cose nostre, che largamente resteranno
   sicure. Onde per eseguire questa nostra intenzione siamo
   certi, ogni persona avere qualche amico confidente, che potessi
   per qualche modo andando in Siena, per via d’una archibusata,
   o in qualunque altro modo che migliore paressi
   a voi, levarci dinanzi l’arroganza di costui; e confidati assai
   che in voi sia totalmente l’animo di servirci, abbiamo pensato
   di proporvi questo, acciò vegghiate di trovare almanco
   due persone fidate: ma vorriano essere forestiere, o vero ribelli,
   o banditi dello Stato nostro; li quali acconciandosi in
   Siena per soldati, o in qualunque altro modo che migliore
   paressi, potessino, presa l’occasione, o con archibuso o altro,
   ammazzare costui. Il che facendo, si può prometter loro al
   fermo dieci mille scudi, oltre ad acquistare la grazia nostra,
   e gradi e provvisioni, come a voi paressi di prometter loro.
   Il che facendo, sarà sotto parola di principe eseguito da noi
   senza alcun dubbio, dilazione, o scrupolo, abbondantissimamente:
   e nel particolar vostro, vi promettiamo raddoppiare
   prima la nostra buona grazia; secondariamente tutto quello
   che voi sapete desiderare per utile ed onor vostro, sapendo
   che con voi non bisogna usar termine d’offerirvi danari, perchè
   offerendovi quanto può essere a comodo vostro con la
   nostra buona grazia, largamente vi potrete promettere da noi
   quanto vi parrà essere necessario per comodo, onore ed util
   [pg!96]
   vostro. Non potriamo più di quello che facciamo incaricarvi,
   e stringervi il desiderio che abbiamo di tal cosa, perchè parendo
   a noi che ci tocchi nell’onore, e stimandolo sopra ogni
   altra cosa, pensate quanto noi lo desideriamo: perchè, sebbene
   gli è molti anni che costui ha fatto professione di fuoruscito,
   e che gli averiamo potuto nuocere molte volte, non
   mai abbiamo pensato tal cosa; ma ora, che vuole arrogantemente
   mostrare di competere, e far sì su gli occhi nostri
   di parer qualcosa, ora ci pare che abbi cerco di offenderci
   nell’onore, e però desideriamo sperimentare gli nostri servitori
   ed amici. Cercate dunque di trovare due almeno, o
   quelli che più vi paresse, che fossino atti a tal cosa, e vedete
   di persuadergli a questo effetto, con ordinar loro quello
   intrattenimento che vi parrà che basti per potere stare su
   luogo o dove andassi per fare tal cosa, che vi rimborseremo
   di quanto dessi loro, o vi manderemo il modo, avvisandocelo
   per tale effetto, come meglio vi parrà. Bisogna bene che
   vi certifichiamo, che il tener voi segreto tal cosa importa
   assai; ma quando bene qualcuno di loro lo scoprissi a
   Piero, non per questo c’importa, ma solo lo diciamo del segreto
   per quello tocca a chi avessi andare a far l’effetto. Del
   sapere l’un dell’altro, o altri che andassino a questo, tutto
   lo lasceremo risolvere come meglio vi parrà. E questa nostra
   aremo caro resti appresso di voi o che l’abbruciate, come
   più vi parrà a proposito, e non venga in notizia d’altri che
   vostra, eccetto però se per animar qualcuno di quelli avessi
   a far lo effetto bisognasse; però non ci estenderemo più con
   questa, credendo aver satisfatto assai alla intenzione nostra,
   e pensiamo al certo dover anco restare satisfatti dell’opera
   vostra, desiderando sopra modo tal cosa. Dateci risposta particolare
   di quanto arete eseguito, dicendoci li nomi di quelli
   mandate, uno o più che siano; e senza fare dimostrazione
   di parlarci, o venire da noi per tal cosa, ci risponderete in
   mano propria, che noi solo vedremo il tutto, ned altra persona
   che il Segretario, che questa scriverà, sarà conscio di
   tal cosa: e Dio vi conservi. — Di Fiorenza, li 5 gennaio
   MDLIII. — Il Duca di Fiorenza.»


.. [25] Segni, Storia, p. 159, 184. Ed. di Milano.

.. [26] Galluzzi, Storia. T. 2, p. 313.

.. [27] Maccrie. Storia della Riforma, p. 275, dove cita Thuani.
   Hist. ad an. 1566.

[pg!97]

.. [28] Storie, Cap. ult.

.. [29] Tuano, Hist. ann. 1566, narrò che abbruciarono il Carnesecchi;
   Laderchi, ann. 1567, rimprovera Tuano per avere
   affermato che abbruciarono il Carnesecchi, senza specificare
   se vivo o morto, negando che la Chiesa abbia fatto mai abbruciare
   vivi gli eretici, ma nell’ultimo volume confessa essersi
   ingannato. Ant., T. 23, f. 200; Maccrie, Storia, p. 276: il Carnesecchi
   però fu prima decapitato, poi abbruciato. Galluzzi,
   T. 2, p. 315.


.. [30] Aldo Manuzio, Vita di Cosimo, p. 51.

.. [31] Orazione nelle esequie del Serenis. G. D. Cosimo, p. 275.

.. [32] MS. della Bibl. Reale di Francia, e MS. Capponi, e mio.

.. [33] Mazzucchelli, nota 17 alla vita di messer Giovanni Boccaccio
   scritta da Filippo Villani: — «A questo silenzio, e alla
   mutazione di sua vita, contribuì non poco ciò che narra il
   B. Gio. Colombini, Fondatore della Religione de’ Gesuati, al
   Cap. XI della vita del B. Pietro de’ Petroni Certosino suo
   amico. Scrive egli, che il B. Pietro poco prima di morire
   diede ordine a Giovacchino Ciani, suo compagno, di portarsi
   dal Boccaccio, e di riprenderlo a suo nome degli scritti suoi
   men che onesti, e di consigliarlo a mutar vita, scoprendogli
   nel tempo stesso molti secreti dell’animo di lui, i quali
   il Boccaccio credeva che niuno al mondo sapesse. Il che
   poco dopo la morte del B. Pietro, seguita a’ 29 di maggio
   del 1361, essendo stato eseguito con istordimento del Boccaccio,
   il quale sapeva che il B. Pietro non lo aveva veduto giammai,
   ne diede egli notizia al Petrarca suo amico, comunicandogli
   il suo proponimento di mutar vita. Il Petrarca, recando
   fede all’ambasciata, lodò con sua lunga lettera, ch’è la quinta
   del lib. I delle Senili, il Boccaccio del buon uso ch’era per
   farne, siccome anche avvenne. Fu allora per avventura che
   fama corse, essersi egli fatto frate della Certosa di Napoli, sul
   qual supposto gli scrisse un sonetto Franco Sacchetti, il quale
   si legge nella prefazione delle Novelle di questo, e incomincia:

      | Pien di quell’acqua dolce d’Elicona ec.;

   e gli dice:

      | Avete preso certosana vesta ec.

   Si sa per altro ch’egli era cherico; come prova chiaramente
   il sig. Manni nel Cap. XIII della sua Vita.»

[pg!98]


.. toc-entry:: IV. L'omicidio.

CAPITOLO QUARTO.
================

L’OMICIDIO.
-----------

.. epigraph::

    .. class:: small

       FRANZ — Voi volete farmi morire di languore.
       Io morrò di disperazione nella età della
       speranza, e voi ne avrete la colpa....
       Dio mio! io che non ho goccia di sangue
       che non sia vostro! io, che respiro
       soltanto per amarvi, e per obbedirvi in
       tutto....

       ADELAIDE — Esci dal mio cospetto....

       FRANZ — Signora!

       ADELAIDE — Va, accusami dunque al tuo signore:

       .. class:: small right

       :small-caps:`Goethe.` — *Goetz di Berlichingen.*


La diffidenza si era insinuata nel cuore d’Isabella
come un aspide in fondo al nido: le suonavano
a modo di ronzio insopportabile le immani parole di
Troilo; vedeva il sospetto codardo, sentiva che anche
da lui avrebbe potuto essere tradita e accusata;
e fissando questo abisso d’infamia, ne risentiva una
vertigine morale punto diversa dalla vertigine fisica,
che sorprende il risguardante qualche dirupo
delle Alpi: però non è da dirsi se studiasse ogni argomento
per non trovarsi insieme con Troilo, o trovandovisi,
fare in modo che qualcuno l’accompagnasse.
Per altra parte, era cresciuto il bisogno di
[pg!99]
tenere il Torelli presso di sè; e la solerzia del giovane,
la sua devozione, e l’assiduità dal medesimo
posta a bene servirla, fecero sì che la Isabella
non potè trattenersi dal guardarlo con occhio di singolare
amorevolezza. Procedendo sempre, come fu
suo destino, improvvida, non pensò che il fanciullo
era oggimai diventato uomo, che in cotesta età le
passioni mandano sottosopra l’anima a guisa di uragani;
non temè, nè si accôrse dello ardore funestissimo,
che infiammava il sangue di Lelio. Tranne
baciarlo in fronte, siccome costumava quando era
garzoncello, si compiaceva tuttavia a scompartirgli
la bella chioma sopra la fronte, e percuoterlo dolcemente
nelle guance, a usargli insomma ogni maniera
di vezzi co’ quali le madri accarezzano i figliuoli dilettissimi;
e se tutto questo fosse un mettere zolfo
sopra il fuoco, lascio pensarlo a coloro, che o sentono
il furore di un primo affetto, o si ricordano
averlo pure una volta provato. Quasi sempre assorta
nei casi imminenti, la Isabella non badava nè si accorgeva
di certi moti di Lelio, che in condizione
più riposata di animo avrebbe agevolmente conosciuto.
Allorchè ella si recava a passeggiare in giardino,
chè ormai di casa usciva più poco, le accadeva
tanto spesso trovarsi come tolta fuori di sè,
che per non investire o pianta, o statua, od oggetto
altro qualunque, si apprendeva al braccio di Lelio,
e secondo che l’agitavano gl’interni pensieri, ora
più, ora meno fortemente glielo stringeva; sicchè
[pg!100]
l’anima di lei per via di coteste strette meglio che
elettriche si trasfondeva nel giovane, il quale con
lunghissimo sguardo come delirante la contemplava,
e a larghi sorsi beveva il veleno che già gli aveva
attossicato irrimediabilmente la esistenza.

La faccia del Torelli, oh quanto mutata! Ormai
non poteva più conoscersi qual fosse la sua età:
con le labbra accese ed aperte come uomo arso da
tormentosa sete, le guance scarne, la pelle tesa sopra
le ossa, tutt’occhi; spesso madido di sudore.
L’acceso desiderio, che gli stava confitto come un
ferro tagliente nel mezzo del cuore, aveva partorito
tale e siffatto disordine nel sistema dei nervi, che
la sensazione più leggera bastava per farlo tremare
da capo alle piante per ispazio di tempo grandissimo;
le vene gli si erano infiammate, e ad ogni
moto, comecchè tenue, il petto gli anelava in guisa,
che pareva gli si volesse rompere; lo travagliava
un affanno continuo; la vista gli si smarriva allo
improvviso in una massa di luce sparsa in miriadi
di faville, o aggirantesi in circoli vorticosi; e nelle
tempie sempre un martellare senza posa, e schifo
di cibo, e notti insonni, o travagliate da spaventosissime
fantasime. Cosiffatta miseria non poteva durare,
e non durò.

Volgeva a sera il giorno più bello del mese di
giugno: il sole tramontato con i suoi ultimi raggi
empiva in parte lo emisfero di una luce serena di
oro purissimo, e dal punto in cui cotesta luce cessava
[pg!101]
cinque raggi pure di oro si diffondevano mirabilmente
in su per lo azzurro dello empireo, in
modo che alla commossa fantasia rappresentavano
la mano del Creatore, che si stendesse pacata a benedire
la natura; le foglie trionfali degli allori, quelle
acute dei mirti, le frastagliate delle quercie, e tutte
insomma della famiglia multiforme degli alberi, apparivano
contornate distintamente in quel campo
magnifico, sicchè avresti creduto potere annoverarle;
il venticello vespertino agitava le cime delle
piante, le quali movendosi l’una verso l’altra parevano
ricambiarsi misteriosi colloquii: e gli uccelli
prima di chiudere gli occhi alla quiete, con dolcissimo
coro, che la natura insegna, e sola può insegnare
la natura, cantavano un inno di gloria al Signore;
le acque rotte tra i sassi non sembra più che
piangano, ma liete mormorino pel continuo incalzarsi
che fanno; più soave spirano il profumo dagli aperti
calici i fiori; con le facoltà concesse dai cieli alle
cose create, il cielo, la terra e le acque instituiscono
una gara a cui meglio riuscirà di manifestare la
gratitudine verso il Gran Padre del mondo, e da
tutte insieme nasce uno incanto, e sorge una favella,
che sembrava dire, e diceva certo: siamo nate ad
amare!

Isabella si era condotta sopra il verone, e qui
seduta, pone il braccio su l’omero di Lelio, e sopra
il braccio appoggia la faccia: gli occhi solleva al
cielo, in atto che rammenta Niobe; o piuttosto una
[pg!102]
testa di Maddalena penitente, come poi seppe immaginare
il nobile pensiero di Guido. Quella sembianza
di preghiera, di mutuo dolore, e di pace stanca,
è sovraumana a vedersi: bene l’aveva disfiorata
la sventura; la febbre lenta che le consuma la vita
gliela vela di mesto pallore, ma cotesta fronte comparisce
pur sempre portentosa di bellezza; — bella
come quella di un angiolo decaduto!

Ella guardava il cielo, e Lelio lei, dacchè nel
volto di cotesta donna egli avesse riposto il suo paradiso;
e così stava immobile e intento, che non
pareva cosa viva; gli si empirono gli occhi di lagrime,
che presero a sgorgare copiose giù per le guance,
senza fare atto di angoscia, nè di altro: così talora
ho veduto cadere la rugiada raccolta nel cavo degli
occhi di qualche statua, e mi parve che piangesse:
ma quindi in breve le lagrime cessarono, arido gli
divenne lo sguardo, dilatato, e corrusco di luce sinistra;
lo invase un tremore come se fosse il ribrezzo
della febbre, e fors’egli era; e allo improvviso, non
sapendo quello che si facesse, vinto da troppo maggiore
potenza, che a lui fosse dato di superare, le
gittò le braccia al collo, e la coperse di baci pel capo,
pel volto, e pel seno, con una smania convulsa,
con tale e siffatto delirio, che in verità metteva
compassione, conciossiachè si saria detto: costui
versa l’anima in quei baci.

Isabella un momento smarrita, richiama l’alterezza
della dignità offesa, e forse, assai più della dignità,
[pg!103]
la principesca superbia; e tremante anch’essa,
ma per altissimo sdegno, respinge energicamente
il giovane paggio, e si svincola dalle braccia di lui;
quindi senza far motto, con occhi orribili, s’incamminava
alla stanza per cui si giungeva al verone; e
Lelio, annientato, le trasse dietro come immemore
del commesso misfatto. Isabella si accosta con veloci
passi verso una tavola, e risolutamente stende la
mano al campanello di argento; poi allo improvviso
sosta, quasi che il volere e il disvolere le contendessero
nella mente; già un pensiero più mite sembrava
che spuntasse tra la procella della passione, comecchè
l’ira durasse: così vediamo pei mari la furia
del vento gareggiare con la furia dell’onda; ma placato
il vento, tornata a splendere l’alma luce del
sole, continuare il mugghio dei marosi minaccevoli
e turbati. Dopo qualche esitanza pur vinse il primo
consiglio, e scosse a più riprese il campanello. Non
bastò la prima nè la seconda volta; finalmente comparve
uno staffiere, al quale la duchessa ordinò: — “Venga
il maggiordomo....”

E il maggiordomo, passato altro buono spazio
di tempo, si recava a ricevere i comandi della duchessa.
Era il maggiordomo don Inigo, gentiluomo
spagnuolo, fidato e discreto come una buona lama
di Toledo: non rideva mai; oltre quelle richieste
dalla necessità, era un gran caso se in capo a un
mese lo udivano favellare tre parole. Di forme robustissimo,
torvo il ciglio, il volto di colore bilioso; — chi
[pg!104]
sa che cosa mai si volgesse in cotesta anima!
Era chiuso come un sepolcro.

— “Mea Señora!” disse inchinandosi.

— “Don Inigo, Lelio nostro ci ha dimostrato
desiderio di ridursi a vivere a casa con i suoi vecchi
parenti; e a noi è sembrato non doverci nè poterci
opporre a così onesto desiderio.... La madre
sua, poveretta! chi sa con quanti voti lo richiama,
e mi parrebbe crudeltà differirle più oltre questa
consolazione. Riveda il figliuol suo cresciuto in ogni
maniera di studii che a valente gentiluomo si addicono;
lo riveda virtuoso e dabbene.... e soprattutto
innocente, — e sia l’orgoglio della sua vita. Don Inigo,
voi accompagnerete Lelio sino a Fermo, e direte ai
suoi parenti, che Lelio ci faceva sempre buona ed
onesta guardia, che ci sarà sempre ricordanza amorevole
come di figlio; che in ogni cosa dove possano
avvantaggiarlo le mie facoltà, si valgano di me non
altrimenti che se io fossi di loro; in ispecie poi alla
madre assicurate che i costumi pravi su di lui non
poterono punto, che io non ebbi a dolermi in nulla
del giovine, tranne certe fanciullaggini, ardimentose
troppo, ma che col tempo si perdonano, appunto
perchè fanciullaggini; nonostante, confortarla io a
scegliergli presto tra le fanciulle di Fermo chi per
venustà di persona, per soavità di modi, e corrispondenza
di affetti possa ridurre in pace uno spirito
di soverchio ardente, un cuore che non è senza
qualche procella. Inigo, condurrete il suo giannetto
[pg!105]
bianco con tutti gli arnesi di velluto cremisino, vesti,
masserizie, insomma ogni cosa, sicchè non rimanga
presso di noi pure una piuma di lui, che la
intendiamo donata, e doniamo. Dalla guardaroba del
duca nostro marito scerrete una collana e un medaglione
da appuntarsi alla berretta, e glieli porrete
nella valigia; vi porrete ancora cento ruspi di oro,
e il certificato amplissimo dei suoi onorati servigi,
che voi firmerete e munirete del nostro sigillo ducale.
Se il caso facesse che il giovane si trovasse
male disposto, prendete una delle nostre carrozze, e
a nome nostro chiedete le pulledre della posta, che
ve le daranno, e partite ad ogni modo. Domani il
sole non deve vedervi a Firenze. Addio.”

E qui, alzata la destra, faceva il cenno col quale
l’orgoglio dichiara alla umiltà che gli si tolga davanti.
Ma poi, premurosa di temperare la durezza dell’atto,
aggiungeva:

— “Andate, Lelio, andate; noi formeremo sempre
mai voti per la vostra felicità, e ci torneranno
accettissime sempre le nuove del vostro buono essere.”

Don Inigo non sapeva darsi pace intorno alle
tante parole spese per tale negozio, a cui gli sembrava
bastante la parola — andate, — se togli quanto
concerneva il giannetto, i ruspi, la collana, e simili;
ma prima di essere carico di tutti quei discorsi,
aveva seco stesso deliberato lasciarli a casa, o farne
getto per la via. Lelio con volto dimesso, composta
[pg!106]
ad arco la persona, quasi rotto per la immensità
dello affanno che l’opprimeva, si allontanò seguendo
il maggiordomo, più che altro somiglievole al condannato
dietro al carnefice che lo mena a guastare.

Isabella lo guardò fisso; stette ancora a guardare
lungamente la porta dond’era scomparso, poi dandosi
forte della palma nella fronte esclamò:

— “Ahi! sciagurata femmina! quanti infelici
per te....”

Isabella non mosse piede fuori della stanza,
ch’era la sua maritale. Questa stanza compariva
spartita in due sezioni: la prima, che faceva capo
a tre finestre sopra il verone, spaziosissima, tappezzata
di damasco operato ad armi dei Medici e degli
Orsini, di colore verde: intorno alla camera, a certe
distanze ricorrevano dei medaglioni di bassorilievo
in marmo rappresentanti varii ritratti di famiglia
dentro grosse cornici dorate: due porte l’una contro
l’altra al termine della stanza andavano distinte per
larghi pilastri di porto-venere; e sopra le porte un
cornicione con due corridietro, od orecchioni, come
dicono in arte, in mezzo ai quali un busto composto
di marmi di qualità diverse, bianco la testa, il
rimanente broccatello; e sotto, la portiera con due
cortine a frange di oro: nei canti due ampissimi
vasi chinesi, o piuttosto giapponesi, turchini, con
mascheroncini, maniglie, ed altri ornamenti di argento
dorato condotti con sottile magistero; appoggiati
[pg!107]
alle pareti due stipi di ebano intarsiati di madreperla,
maraviglia a vedersi, e seggioloni, e sgabelli
di ebano ricoperti di damasco pur verde; in
mezzo, una tavola di ebano e di argento, del medesimo
lavoro degli stipi. Questa prima sezione terminava
in un arco di cui l’estremità posavano sopra
una cornice assai sporgente sostenuta da colonne,
la base e il capitello delle quali erano di bronzo
dorato di ordine corintio, ma il fusto a spirale di
porto-venere ricinto nel cavo della spirale da un
ramo di foglie di mirto in bronzo dorato; il vano
dell’arco coperto da tende di damasco. Oltre l’arco
era il letto, immenso di mole, e carico piuttosto
che ornato d’intagli, di amorini, di fogliami, e frutta,
e piume, da mettere sospetto in chiunque avesse dovuto
giacervi sotto: quali e quante fossero suppellittili,
arnesi, e masserizie là dentro, troppo riuscirebbe
lungo a descrivere; basti all’uopo nostro
conoscere che a canto al letto si vedeva una tavola
del Crocifisso con la Madonna da un lato, e San Giovanni
dall’altro, che posava sopra un zoccolo alto
un braccio circa dal solaio: questa tavola mercè
d’ingegni volgeva sopra mastietti incastrati nel muro,
e lasciava l’adito ad una porta segreta, la quale
mediante certa scala a chiocciola conduceva nelle
stanze terrene meno frequentate dalla gente.

Le ombre avevano occupato il cielo da lunga
ora quando a Isabella parve tempo convenevole a
chiamare le sue cameriste, le quali ebbero ordine
[pg!108]
di accendere una lampada, metterla sopra la tavola,
e andarsi con Dio. Avendo esse domandato se desiderasse
che le dessero mano a spogliare le vesti,
rispose breve: — che farebbe da sé; — ed avendole
accomiatate di nuovo, andò alle porte, e tirò le stanghette,
per cui nessuno, mal suo grado, avrebbe
potuto penetrare là dentro.

In balía dei suoi pensieri, si pose a percorrere
in tutti i lati la stanza con passi ora lenti, ora concitati;
un momento si fermò a contemplare la lampada.
Di lavoro singolare, rammentava questo arnese
uomini e cose di cui appena giunse a noi fama
incertissima: era di bronzo, e presentava di faccia
una testa di elefante con la proboscide rivolta in su,
donde usciva il lucignolo; di profilo, un cigno di cui
il collo ritorto sopra il petto componeva il manico;
di pianta, ti offriva la testa di Medusa con la bocca
atteggiata a disperato dolore, e per questo pertugio
versavano l’olio; di sotto poi, un altro mascherone,
col quale componevano uno insieme ingegnoso le
altre parti della lampada. Isabella, nel guardarla
fisso come faceva, pensava meno alle rovine dei
popoli che alla madre sua, la quale gliela aveva donata
insieme a molte altre antichità etrusche trovate
negli scavi fatti a Castiglione della Pescaia. Certo,
Eleonora di Toledo fu donna aspra di modi, di spiriti
alteri, e poco per natura disposta al perdono;
nonostante, le sue viscere di madre si sarebbero
commosse, ed avrebbe sovvenuto alla figlia deserta,
[pg!109]
che adesso per la partenza di Lelio rimaneva affatto
priva di un’anima in cui confidare. Isabella si affaticava
a imprimere séguito ai suoi pensieri per condurli
a sciogliere le imminenti difficoltà, ma i pensieri
a modo di cavalli sfrenati, vinta la mano alla
ragione, divagavano ora qua ora là, in mille andirivieni,
secondo che o il sangue o gli affetti scotevano
il suo cervello; si stancava per cercare, ma lo
intelletto gli si sprolungava infinito davanti, sterile di
trovati, come un deserto dell’Affrica si presenta
alla caravana privo di qualunque pianta e di asilo.
Stanca di cotesto stato, si mosse finalmente verso
la sezione della stanza ov’era il letto; alzò la tenda
dell’arco, e passata oltre lasciò di nuovo caderla.
Il letto compariva sopra modo lindo, con lenzuoli
bianchissimi di tela di Olanda, ornati di trine
di Malines, e coperta bambagina ricamata con sottile
lavoro: le accorte cameriste vi avevano sparso
sopra rose fresche e fiori di arancio, sicchè poco più
si sarebbe accomodato un letto da sposi. Isabella
prese un lembo del lenzuolo, e lo piegò traverso
al letto, come usa fare chiunque intende giacersi;
ma scoperto che l’ebbe, non andò oltre in
cotesto suo disegno, e si rimase immota accanto a
quello.

— “Ecco!” dopo un lungo guardarlo ella diceva,
“questo letto maritale apparisce lindo e odoroso
come la prima notte delle mie nozze: è bianco, è
polito quanto l’ala del cigno; eppure qual miserabile
[pg!110]
giaciglio di popolo davanti a Dio non è meno contaminato
di questo? Sopra il capezzale stanno due
chiodi, che, o a destra io mi volga o a sinistra, mi
si conficcano dentro le tempie, — l’adulterio e l’omicidio;
perchè questi due pensieri nascono gemelli,
ed io lo so. Qui a capo del letto un demonio, contro
cui acqua santa non giova, agita l’ale, e scuote
sul dormente sonno di febbre, e fantasime di paura.... — Eppure
qui ebbi un giorno quiete di paradiso:
qui fui salutata con la dignità di madre; qui adagiandomi
pensai che se il sonno si fosse prolungato
eterno, la mia anima poteva sperare di essere accolta
come ospite nelle sedi celesti. — Ricordo il
momento in cui Giordano tolta dall’altare qui mi
condusse, ed accennatomi il letto mi disse: — «Sposa
mia, io ti consegno questo letto, e con esso il mio
onore, e la buona rinomanza della famiglia. Io, sovente
impiegato in lontane ambascerie, o nella milizia,
non potrò starti sempre al fianco per consigliarti
e sovvenirti: assumi per tempo virile animo,
e impara a guardarti da te stessa: sappi che niuna
cosa è tanto necessaria a te, e accetta a Dio, e a
me grata, e onorata ai figliuoli che hanno a nascere
da noi, quanto la tua onestà; imperocchè l’onestà
della donna è una corona di gloria sul capo al marito;
l’onestà della madre fa la massima parte della
dote alle figliuole, chè i costumati giovani domandano
sempre, e con buona ragione, donde nasca la
fanciulla che intendono togliere a moglie; la onestà
[pg!111]
in ogni femmina assai più pregiasi della bellezza;
anzi, senza onestà e senza verecondia, o non è bellezza
o presto trapassa. Lodasi il viso bello, ma gli
occhi disonesti lo fanno lordo di biasimo e di vergogna,
pallido di dolore e di tristizia di animo. Piace
una bella persona, una speciosa femmina; ma un
cenno disonesto, un disonesto atto d’incontinenza subito
la rende vile e brutta. La disonestà dispiace a
Dio, e di niuna cosa si trova essere Iddio tanto severo
punitore nelle donne quanto della loro poca
onestà; rendele infami, contennende, e male per
tutta la vita soddisfatte. E pertanto, donna mia, se
tu vuoi fuggire ogni apparenza di disonestà, dimóstrati
a tutti onesta, non fare dispiacere a Dio, a te
stessa, a me, ai comuni figliuoli, e ne avrai lode, e
grazia da tutti.» [34]_ — Se qui davanti mi comparisse
adesso Giordano, e mi domandasse: Come hai conservato
i miei ricordi? Come i tuoi giuramenti mantenesti? — Non
parlerebbe il mio rossore per me?
Queste pareti, questi ornati; e soprattutto queste
immagini di santi non griderebbero ad una voce:
noi siamo polluti! noi siamo polluti! Potrei, o dovrei
io, postergata ogni pudicizia, domandargli a
mia posta: e voi come avete conservato i vostri? — La
colpa altrui, se toglie il diritto di accusare, non
iscusa per questo la tua colpa; e poi, quando la donna
si abbandona in braccia diverse che quelle del suo
marito non sono, sempre le viene in odio il marito,
non cura i figli, la famiglia distrugge; la qual cosa
[pg!112]
nel marito rispetto alla moglie non sempre vediamo
apparire. Aggiungi, che i figli adulteri stanno in casa
monumento perpetuo di vergogna; non possono, o
mal possono cacciarsi per legge, ma dal cuore si
cacciano per odio, fanno nascere la voglia di spengerli,
o si sopportano come nemici, perseguitati
dagli altri, che come ladri della loro sostanza li considerano,
percossi, avviliti, così che l’anima affannosa
della madre non sa bene se deva desiderare che vivano
in tanto miserabile vita, o se piuttosto si muoiano;
e ciò nei trascorsi degli uomini fuori di casa difficilmente
avviene, o non mai. Ecco la moglie infedele
guasta l’anima di tutti: già sono sparsi i semi dell’odio;
la colpa ha seminato il delitto, e la pena lo
mieterà. Oh! fossi morta prima di perdere la mia
innocenza! o piuttosto non fossi io nata! Isabella,
sei sola; lascia l’alterezza del sangue, abbandona il
contegno che t’impone alla vista delle genti la tua
nascita reale; e siccome ai miseri convengono lo
squallore e le lagrime, piangi ora, che puoi, la tua
fama perduta, la tua innocenza, la tua salute, i tuoi
figli, e la tua famiglia; piangi dirotta, chè forse questa
facoltà, che ti senti di piangere, è il primo segno
che la misericordia di Dio ti manda a farti palese
che la sua collera si mitiga verso di te....”

E piangendo forte si lasciò andare boccone sul
letto, movendo il più doloroso lamento che mai femmina
facesse in questo mondo. Così lunga pezza si
giacque, quando le parve udire, ed udì certo un
[pg!113]
rumore di passi nella parte antecedente della stanza.
Si alzò ratta, e levata la tenda dell’arco, ella vide
comparirle davanti, non senza maraviglia e paura,
Lelio Torelli. Quantunque un funesto presentimento
tutta la sconvolgesse, pure, resa animosa dalla urgenza
del pericolo, ella si trasse innanzi, e domandò:

— “A che venite voi? Che cosa cercate?”

— “Io vengo a domandarvi il mio cuore, che
avete spezzato, la mia vita, che avete spenta, la mia
anima, che voi avete perduta....”

— “Ah! Lelio, abbiate pietà di me, non vogliate
crescere la mia sventura, già tanto per sè stessa
insopportabile....”

— “L’avete voi sentita per me? Voi mi avete
rotto come un fiore, che spensierata troncate dal
gambo giù nella spalliera del giardino, e odorato appena
gettate lontano da voi. Ma l’anima di un cristiano
si getta via come una rosa vizza? si calpesta
egli un cuore, che non ha sangue se non per voi,
a modo di una pietra? No, no, la vostra ferocia ha
suscitato la mia; ed io vengo....”

— “E a che vieni, forsennato?”

— “Io vengo a chiedervi amore, e a mantenermi
la promessa antica: io vengo a pretendere la mercede
dei patimenti sofferti....”

— “Tu vaneggi, figliuolo mio! Di quale promessa
mai parli? Chi ti ha persuaso a soffrire?....”

— “E i baci, e i sorrisi, e le dolci parole, e lo
stringere delle mani, e gli sguardi pietosi.... li avete
[pg!114]
voi dimenticati? Non io ho potuto obliarli; eglino
accesero nel mio seno questa fiamma che mi divora.
Che è la parola? Quale vi fa mestiero di favella? Il
labbro è la più inerte di tutte le parti del corpo a
manifestare l’amore; egli dice una cosa sola, ma gli
occhi, ma il volto, svelano mille affetti in un punto:
e voi con tutte queste lusinghe mi avete promesso.
Come! voi, donna di così alto senno, avete potuto
credere che la mia povera anima valesse a resistere
a tanto? Abbiate voi pietà di me! A voi sta sentire
compassione di una miseria, che pure è colpa vostra.
Isabella, per Dio, un po’ di amore, una goccia di
amore a questo disperato....”

— “Lo pensi tu, Lelio! O non vedi ch’io ti
posso essere madre...?”

— “Che importa a me cotesto? La vostra faccia è
bella. Quando mai l’uomo amò col calendario alla mano?
Che monta il tempo? Tutta la vita è un baleno.
Chi sa se il cielo domani coprirà la terra! Almanco
questo baleno, questo soffio fugace sia consolato di un
poco di amore.... Non me lo sono io forse meritato?”

— “Lelio, ma non sai, ma non vedi che io sono
donna altrui?...”

— “Vi trattenne questo forse di darvi altrui?
Perchè farete impedimento a me di quello che per
altro non vi trattenne? Sarete avara meco di uno
affetto, del quale faceste così larga copia ad uomo
che ne fu sempre indegno...?”

— “Odimi, Lelio.... Io, vedi, non mi sdegnerò
[pg!115]
teco; ma se tanto non basta, pensa alla mia eterna
salute....”

— “E se io mi darò la morte con queste mani;
se io per voi andrò dannato; pensate voi che possa
salvarsi l’anima vostra che fu cagione si perdesse
la mia?”

— “Errai; e della mia colpa ne porto le pene,
e non sono le meno amare quelle che adesso mi
dai. Tu mi vedi avvilita davanti a te. Dov’è l’orgoglio
del sangue? Ecco, io sono una peccatrice contrita
ai piè del suo servo. Lasciami la virtù del pentimento.
L’anima nostra può tornare mercè la penitenza
così candida come la rese il battesimo....”

— “Vi pentirete poi; — ma adesso amatemi.”

— “Io non posso amarvi....”

— “Ebbene, lasciatemi amare....”

— “Quali parole invereconde? Quali improntitudini
sono queste? Partite, o io chiamerò la mia
gente....”

— “Guarda bene da pure tentarlo, Isabella! Io
sono deliberato di uccidermi, e di uccidere....”

— “Madre di Dio! Lelio, abbi pietà di tua madre:
torna alla madre tua, che ti aspetta....”

— “Mia madre! Sì, tu, donna crudele, senti
pietà della madre mia! — le hai tolto un figlio, e le
rendi un cadavere. Io non so più di madre, nè di
padre, nè di me stesso; tu sola sei la mia vita, tu
il sangue mio. Isabella, mercè di Lelio; io sto nelle
tue mani. Vuoi tu ch’io sia uno eroe? lo sarò; uno
[pg!116]
assassino? lo sarò. Desideri ch’io mi precipiti giù
dal verone ove mi sono arrampicato a gran pena
per venire da te? ti giuro che lo farò; ma inebriami
una volta del tuo amore; dimmi che mi ami; un sorso....
un sorso solo a queste aride labbra....”

— “O vendetta di Dio, come grave mi percuoti!
Mi si spezza il cuore di affanno....”

— “Senti se io merito da te un benigno risguardo.
Quando ti vidi presa per Troilo, io ti amava, e
tacqui. Non basta: per non ti contristare, io non ti
dissi in quanto basso luogo tu ponevi il tuo affetto,
nè come lo indegno in altri volgari amori si mescolasse;
io per tuo amore ricopersi agli occhi delle
genti le sue iattanze; io non meno mi affaticai a velare
le tue stesse incautezze: a me si deve se la fama
dei vostri amori non giunse agli orecchi del duca;
io vi circondai di mistero; giorno e notte vegliai
intorno a voi. Quando Troilo in punta di piedi pel
buio della notte veniva alla tua stanza, io gli tenevo
dietro con taciti passi.... poteva ucciderlo a mano
salva, e Dio sa se spesso me ne prese la tentazione;
eppure nol feci, pensando allo affanno che ne avresti
sentito. Però lo accompagnai, lo guardai; atterrii
i famigli con la novella di uno spettro notturno, perchè
non ardissero vagare per le stanze prima di
giorno; e mi posi a vigilare fuori della porta, insonnia
non curando nè freddo, per salvarvi dalla sorpresa,
alla quale voi nella imprevidenza vostra tanto
poco pensavate.... Immagina tu qual cuore fosse il
[pg!117]
mio quando sentiva dopo lunga ora i teneri commiati,
i dolci baci, e la promessa di rivedervi la
notte appresso! E tutto questo feci, e tutto questo
penai, per amore tuo, e sempre avrei sofferto in silenzio,
se tu lo amassi ancora: ma adesso tu lo conosci;
sai esserti nemico, di lui hai da temere più
che di qualunque altro, e temi; e quindi te adesso
supplico ad amarmi, ad accettarmi, qual più mi
vuoi, difensore, servo.... e tutto insomma, tutto...
purchè tuo....”

— “Lelio, figliuol mio, cálmati: io, sebbene con
mio sommo rossore, comprendo la immensità del
tuo affetto; freddo cenere ed ossa, io serberò memoria
di te; tu amasti più che ad uomo è concesso di
amare: ma ascolta la preghiera di una caduta in fondo
ad un abisso di miseria: ascoltala come se movesse
da tua madre; abbi pietà di me; esaudisci la supplica
che ti manda dalle profonde viscere una moribonda,
chè ormai sento non potere più vivere, ed
anche potendo non vorrei. Un giorno ti compiacerai
di avermi usata misericordia; al capezzale del letto,
dove lo sguardo della mente rivede la trascorsa vita,
e l’anima anela nel dubbio, se da cotesta indagine
le verrà speranza di salvazione, l’opera santa
che mi farai adesso ti precederà come la nuvola del
popolo ebreo a sgombrarti la via del paradiso. Il
tempo ti sanerà questa piaga: forse Dio tenta ora la
tua virtù per vedere se ne uscirai vittorioso, e già
ti apparecchia guiderdone condegno dei meriti; gli
[pg!118]
angioli stessi in questo momento ti guardano. Non
essere da meno di quello che di te si ripromette
il paradiso. A te buona e casta consorte, a te onorati
figli in questa vita; e a te fama duratura, e gloria
immortale dopo la morte....”

— “Sirena! incantatrice! maliarda! Chi è che
ti negherebbe il vanto d’immaginare cose vane, e
di cantarle allo improvviso? Va, il tuo cuore è più
bronzo di questa lampada. Ora, che temi di essere
venuta in forza altrui, favelli lusinghiera e fallace;
dianzi, al cospetto d’Inigo, minacciavi e schernivi;
nè so bene se adesso tu sii più abietta, di quello
che dianzi tu fossi insolente. Dianzi mi dileggiavi
come un fanciullo; come presuntuoso mi riprendevi,
quasi tu avessi derivata la tua origine da altri che
da Adamo; nulla che mi appartenesse consentivi a
tenerti dintorno; volevi cancellarmi dalla tua memoria,
e, se onestamente il potevi, anche dalla vita;
per istrazio maggiore, la collana del tuo marito mi
gettavi intorno al collo, come la corda del condannato;
e un pugno di monete per sanare le ferite grondanti
sangue del cuore desolato. — Eh! taccia una
volta l’amore, che accolsi per così vile, così bassa,
così feroce creatura. Lo esempio dell’altrui crudeltà
mi faccia crudele. A che mi tengo io più? Perchè
non corro a manifestare la tua infamia a Paolo Giordano?
Perchè non godo almeno vederti precipitare
nel sepolcro con morte disonorata, e di sangue?”

— “Va, accusami....”
[pg!119]

— “No, non andrò ad accusarti; io ti segherò
le vene....”

— “Uccidimi....”

— “Accusarti! ucciderti! E che mi giova cotesto?
Ah! no, Isabella, il tuo amore, dammi il tuo
amore....”

— “Indietro...!”

— “È impossibile! è impossibile! Bisogna che
tu sia mia.... un momento.... poi venga la morte....
e lo inferno....”

E tale dicendo, si avventa ad Isabella per ghermirla:
ella indietreggia, egli incalza. Isabella, palpitante,
non vedeva aperta nessuna via allo scampo:
voleva di nuovo raccomandarsi a Dio, ma dubitava
che come indegna non la volesse esaudire; si teneva
spacciata. — Allo improvviso di sopra la spalla della
duchessa comparisce una lama lunga e forbita; si
spinge innanzi ratta come il fulmine, e con immane
ferita apre il seno di Lelio, e lo trapassa fuor via da
un lato all’altro. Il ferito dà indietro un passo, agitando
le mani levate come uomo che stia presso a
naufragare, ma non può profferire parola intera;
solo alcuni suoni indistinti, ed anche pochi; il sangue
traboccando ribollente e fumante con uno spruzzo
cuopre la lampada, e spenge il lume: nel buio fu
sentita la tavola andare rovesciata sottosopra a cagione
dell’urto col quale il Torelli l’aveva investita,
e il trabalzare, e il cadere, e il rotolare dell’infelice
trafitto.
[pg!120]

Isabella proruppe in un grido così pieno di angoscia
disperata, da disgradarne quello che avrebbe
gittato Lelio, se il cuore fesso orribilmente in due
parti non gli avesse troncata a un punto la favella
e la vita; e quindi ella pure stramazzò sul pavimento,
per modo che parve essere lo spirito anco da
lei dipartito.

Isabella stette lungamente immemore di sè; poi
quando, comunque tuttavia in mezzo al letargo,
l’anima fu tornata agli ufficii consueti della vita, la
percosse una voce, ed era voce di femmina, e di
femmina piangente, che diceva: — Rendimi il mio
figliuolo; — e poichè ella non poteva rispondere,
chè la lingua le stava fitta nel palato, dopo alcuna
dimora sentiva aggiungere: — Sii maledetta! Il sangue
di colei che fece versare sangue, sarà versato! — Poi
le appariva Lelio davanti, senza sguardo, per
occhiaia spaventevole, sconcio tutto nella faccia di
enchimosi, co’ capelli sozzi di sangue e di polvere;
e si poneva lì dritto davanti a lei, ma non faceva
parola: ben si vedeva come si affaticasse a muovere
le labbra per cavarne una voce articolata, ma riuscendogli
con grande stento a trarne appena un singulto,
raccoglieva nel cavo della destra il sangue atro, grondante
giù dalla ferita, e glielo gittava nel volto, in
atto di maledizione! Qui Isabella svegliatasi, balza
a sedere, e non osa schiudere gli occhi; pure alla
fine, mossa da coraggio o da paura, si sforza di aprirli,
e li apre. Ch’è questo? Ella si trova adagiata nel
[pg!121]
proprio letto: la tavola era in mezzo della stanza, e
la lampada di bronzo ardeva, comecchè di pallida
luce. Precipita dal letto; prende la lampada, vi fissa
sopra ansiosamente lo sguardo, e non vede traccia
di sangue in veruno dei tanti incavi co’ quali era lavorata,
nè tampoco traccia che fosse stata ripulita
e rasciutta, e neppure le sembra che vi abbiano rinnuovato
l’olio. Con la lampada in mano, sebbene
esitante, si accosta allo specchio per vedere se avesse
il volto macchiato di sangue, e lo contempla come
per l’ordinario polito: guarda la tavola, guarda il pavimento,
e riscontra tutto terso più che mai fosse,
e asciutto bene. Non sa che cosa pensare: ondeggia
in tempesta grandissima di pensieri, e tra sè dice: — Per
certo io ho sognato; — e siccome noi siamo
inchinevoli sempre a credere massimamente quello
che a noi piace e giova, così Isabella a forza di dire
a sè stessa: — E’ fu un sogno; un mal sogno in verità!
a questa ora chi sa quante miglia si trova lontano
da noi il povero Lelio! — aveva quasi persuaso la
sua mente a dubitare dell’atrocissimo caso.

Schiuse i balconi, e conobbe dall’alba nascente
approssimarsi l'*Ave Maria*; e indi a breve tempo la
campana della cappella venne a confermarla in cotesto
pensiero; e poichè la campana, cessata l'*Ave
Maria*, continuò a sonare a messa, divisò andarsene
a pregare Dio e i Santi, affinchè di un po’ di refrigerio
fossero misericordiosi a lei povera donna, colpevole,
è vero, ma tanto a un punto senza fine infelice.
[pg!122]
I miseri sentono necessità dell’altare. — Si compose
di propria mano la chioma, vestì una veste negletta
di colore scuro, e sola si avviò alla vicina cappella.

Una volta correva il costume seppellire in chiesa;
però vediamo i pavimenti coperti di lapide, e
in mezzo alle lapide un chiusino rotondo, bene spesso
fermato mediante grappe di bronzo. Sopra le lapide
occorrono armi gentilizie di bassorilievo, offesa di
piedi, e le immagini dei defunti con le mani incrociate
sul ventre, involte in larghissime cappe in atto
di dormire, ed iscrizioni che ricordano le virtù del
morto, ma più assai delle virtù del morto la pietà
o la superbia dei vivi.

Sopra una di queste lapide, e precisamente al
punto dove si apre il chiusino, venne a posarsi Isabella,
e quivi in piedi e immobile stette ad assistere
al sagrifizio divino fino al punto in cui il sacerdote
mormora i detti arcani, che hanno virtù di fare scendere
in terra il Dio del cielo: allora seguendo lo
esempio altrui, e molto più il proprio impulso, si
lasciò cadere sopra le ginocchia, prostrandosi in atto
di reverente umiltà; ma la terra le vacillò sotto allo
improvviso, e il ribrezzo di precipitare dentro la sepoltura
valse a farle stendere le braccia intorno a
sè per sostenersi a qualche persona, o cosa. Ella incontrò
un braccio, e forte a quello si strinse: assicuratasi
alquanto, guatò in quel buio, e riconobbe
Troilo nel suo soccorritore, per lo che disse sommessamente:
[pg!123]

— “Ahimè! sotto i nostri piedi sacrileghi Dio
fa tremare la terra....”

— “Non è niente! Il chiusino della lapida fu
smosso stanotte! A vedere, la calcina non ha anche
fatto presa....”

Isabella si cacciò le mani nei capelli, e mordendosi
acerbamente le labbra giunse a non prorompere
in grida. — Fatta vesana, fuggì a precipizio di
chiesa: le ombre tuttavia spesse nella cappella non
concedendo che troppa gente avvertisse a cotesto
atto, impedirono lo scandalo.

È fama ancora, che a cagione di cotesta avventura
gran parte dei capelli alla Isabella diventassero
bianchi; la quale cosa se nelle cronache non trovo
riscontro da confermare, nemmeno mi occorre per
negare, non essendo nuovo d’altronde, che questo
avvenisse per cause molto meno terribili.

Infatti, quando lessero a Maria Antonietta regina
di Francia la sentenza di morte, quindi in breve i
capelli le diventarono bianchi; e questo fu maggiore
motivo. [35]_ Ludovico Sforza il Moro venuto in potestà
di Luigi XII, pensando alle gravi offese fatte a quel
re, nel corso di una notte sola incanutiva; [36]_ e il signore
d’Andelot tenendo la faccia appoggiata alla
mano quando gli portarono la notizia del supplizio
del suo fratello ordinato dal duca di Alva come complice
dei conti di Egmont e di Ornes, tutta quella
parte della barba e del sopracciglio compressa dalla
mano mutò colore, e parve vi fosse caduta sopra farina;
[pg!124]
e questi forse appaiono motivi uguali. [37]_ Finalmente
il Guarino, vista ch’ebbe sommersa una delle
due casse di manoscritti greci, che, raccolti a gran
pena, da Costantinopoli trasportava in Italia, ne prese
tale sconforto, che i capelli di neri subito gli si mutarono
in bianco; [38]_ e questo fu motivo molto minore. — Ma
diverse sono le anime, e diversamente toccano
le menti le cose mortali. [39]_ La bilancia trabocca così
per un grano come per una libbra, e molte volte
taglia più e meglio una, che le cinque spade. [40]_

|

----

.. [34] Agnolo Pandolfini. *Trattato del governo della buona famiglia.* — Questo
   libro, aureo per lingua e per insegnamento
   di buoni costumi, con molte aggiunte fu pubblicato di recente
   a Napoli, ma tolto ad Agnolo Pandolfini, ed attribuito a Leone
   Battista Alberti.


.. [35] Byron, *Il Prigioniero di Chillon*, n. 2.

.. [36] Abrégé de Mézeray.

.. [37] Montaigne, *Voyage en Italie*. T. I.

.. [38] Sismondi, *Letteratura del Mezzogiorno*. T. I.

.. [39] Sunt lacrimæ rerum, et mentes mortalia tangunt. *Eneid.*

.. [40] *Paradiso*, Canto XVI.

[pg!125]


.. toc-entry:: V. Pasquino.

CAPITOLO QUINTO.
================

PASQUINO.
---------

.. epigraph::

   .. class:: small

   | DON LOPEZ
   |
   | Valgame el cielo! que es esto
   | Por que passare mis sentidos?
   | Alma, que aveis eschuchado?
   | Ojos, que es que aveis visto?
   | Tan publica es aja mi aprenta
   | Que ha Uegado a los oidos
   | Del Rey, que mucho si es fuerza
   | Ser los posteros los mios?
   | Ay hombre mas infelice!
   |
   |   :small-caps:`Calderon de la Barca.`
   |   *A secreto agravio secreta venganza.*


Ernando, o Ferdinando dei Medici, fu principe
prestantissimo, e di animo valoroso: quarto figlio di
Cosimo, nacque lontano dal trono, e dalle sue speranze.
Qual destino a lui fosse riserbato ignorava,
ma per certo non chiaro come alla sua vasta ambizione
conveniva, imperciocchè Francesco avesse a
succedere al padre nel principato, Giovanni vestisse
la porpora cardinalizia, e Garzia fosse preposto all’ammiragliato.
E questo pensiero lo faceva stare
di pessima voglia, e lo rodeva per modo, che ne
cadde infermo di languore. Quando poi avvenne il
caso del cardinale Giovanni e di don Garzia, il padre
Cosimo, solertissimo nel provvedere allo stabilimento
[pg!126]
della famiglia, instò presso la corte di Roma, ed
ottenne che il cappello di Giovanni sopra il capo di
Ferdinando si trasferisse. Giaceva infermo nel letto
Ferdinando, allorchè con solenne cerimonia gli presentarono
il cappello rosso, e tanto potè in cotesto
giovane cuore di quattordici anni la contentezza della
cupidigia soddisfatta, che da quel momento prese a
migliorare, e ben presto tornò nello stato primitivo
di salute. [41]_ Mandato a Roma con le paterne istruzioni,
e assistito da uomini versati nel maneggio degli
affari, non solo mantenne, ma gli riuscì ancora di
ampliare presso cotesta corte l’autorità della sua casa,
che pure era grandissima. E di vero, le storie
raccontano come Pasquino pubblicasse alcune volte
cartelli, dove si leggeva scritto: *Cosmus Medices pontifex
maximus.* [42]_ Oltre la destrezza suprema di Cosimo,
gli valse non poco, siccome in tutte le cose,
la buona fortuna; però che Giovanni Angiolo dei Medici
promosso papa, sebbene non fosse di famiglia
congiunta con quella dei Medici di Firenze, pure
compiacendo ad una sua vanità volle farlo credere:
onde in simile concetto non è da dirsi come largheggiasse
in favori verso la famiglia di Cosimo, eleggendo
cardinale Giovanni, cedendogli il suo proprio
cappello, donandogli la sua casa e il suo giardino,
promettendogli tenerlo in luogo di figlio; e tanto
s’infervorò in questo concetto, da lasciarsi andare al
punto di scrivere a Cosimo: «Le cose sue le abbiamo
per nostre, e le nostre vogliamo che sieno
[pg!127]
sue; e l’uno averà sempre a servirsi e aiutarsi
dell’altro, e sarà sempre tra noi un cuore e
un’anima medesima.» [43]_

Ferdinando questo ascendente ampliava in parte
per la sagacia e buona fortuna paterna, in parte con
la protezione splendida largita alle arti e alle lettere,
comunque cadute in etisia, e in parte all’animosa
prontezza di cui fece prova nelle occasioni difficili.
Intorno al quale proposito nelle memorie
manoscritte occorre un caso notabile, che non mi
sembra di trapassare sotto silenzio, ed è questo. Il
cardinale Ferdinando, recatosi certo giorno a complire
papa Pio V, nell’atto d’incurvarglisi davanti lasciò
vedere una forte corazza di ferro, che portava sotto
la veste rossa. Il papa, accortosi della corazza, così
piacevolmente gli favellò: — «Riccardo Plantageneto,
sostenendo la guerra contro i suoi baroni, ridusse
in cattività un vescovo, che armato di piastra
e di maglia gli aveva proceduto contra sopra tutti
i suoi avversarii infestissimo. Il Papa interponendosi
pregò Riccardo a rendere la libertà a cotesto
suo figlio, e il Plantageneto mandò al Papa la
corazza del vescovo, col motto proferito dai figli
di Giacobbe quando gli mostrarono la veste polimita
di Giuseppe: — *guarda, e vedi se questa è la vesta
del tuo figliuolo Giuseppe!* — Cardinale dei Medici,
quale vesta è mai quella che portate sotto il manto
cardinalizio?» — E Ferdinando dandosi forte di
un pugno nel petto, e facendo risuonare l’armatura,
[pg!128]
rispose alteramente: — “Beatissimo Padre, questa è
la veste che conviene a un gran principe.”

Ma più che di queste cose, assai vuolsi lodare
il cardinale per la costanza maravigliosa con la
quale, nonostante le amarezze infinite di cui lo contristava
il fratello Francesco, egli attese sempre a
procacciare il bene della propria famiglia: e sì che
Francesco gli porgeva quotidiani e gravissimi argomenti
per alienarselo, sia negandogli con avaro consiglio
danaro anticipato sopra le sue pensioni, di cui
a cagione della soverchia liberalità sovente era scarso,
sia sprofondandosi ogni giorno più negli amori
dell’avventuriera veneziana. E quando conobbe arrivato
al colmo il mal contento dei popoli per lo insano
procedere di Francesco, a cui non repugnò, accompagnando
l’esequie della moglie Giovanna, cavarsi
la berretta civile, e salutare la Bianca, che stava a
vedere da un balcone di casa Conti, [44]_ e fredde appena
le ceneri della donna reale condurre in segreto
matrimonio in isposa la femmina che le aveva abbreviato
certamente la vita, si recò a Roma, attendendo
quivi a vigilare sopra la prosperità e il decoro della
casa.

Quando poi volle il destino che toccasse a lui
il trono di Toscana, allontanò i consiglieri pessimi
del fratello, e attese davvero a felicitare con tutte le
forze i popoli soggetti. Non incontriamo fra noi comodo
pubblico, instituto di salute, o fondazione
caritatevole, dove il nome di Ferdinando non vi si
[pg!129]
trovi unito, sia come inventore, o come promotore:
ma poichè riesce molto più agevole creare una città
che una cittadinanza, così non potè rilevare lo spirito
decaduto dei suoi popoli, e forse non lo volle;
oppure era un fine a conseguirsi impossibile nella
condizione di principe in cui egli era, e che non voleva
e non poteva abbandonare. Tentò almeno di sottrarre
la Italia alla servitù spagnuola, e scrisse animoso
ai diversi Stati italiani, affinchè, deposta ogni
miserabile gara, si unissero a lui per rivendicarsi in
libertà; ma non gli venne fatto nè anche questo, atteso
lo avvilimento in cui erano caduti: e forse ogni
tentativo sarebbe riuscito invano; conciossiachè si
dieno pei popoli, come per gl’individui, certi momenti
di agonia nei quali nè il moto giova, nè la
quiete; e mentre la seconda non impedisce la morte,
il primo l’affretta. Vero è però, — chè come mi parve
una volta, adesso ugualmente mi sembra, — che nè un
Dio, nè un popolo, possano stare a lungo composti
dentro al sepolcro; Cristo vi rimase tre giorni, ma
le giornate dei popoli si compongono per avventura
di secoli. E i principi italiani ai tempi di Ferdinando
consentivano vivere, agire, e respirare a beneplacito
della Spagna, a lei tendevano supplichevoli le
mani, dal ciglio e dal labbro di lei pendevano. Dio
mio, quanto erano mai miserabile cosa cotesti principi,
che a modo del mendico limosinante il soldo
accattavano il diritto di fare del male per conto altrui,
di tosare, secondo il detto di uno ingegno argutissimo,
[pg!130]
di seconda mano! Come non apparivano
contennendi, e dirò quasi fattori col diritto di vita e
di morte? anzi pure guardiani di negri opranti allo
zucchero, col nerbo in mano. — Ma di ciò basti: e a
Ferdinando non venne neanche dato di aggiungere il
suo nobile scopo contraendo amicizia con la Francia:
dacchè Enrico IV non volle procedere punto diverso
dalla natura dei Francesi, che «richiesti di un benefizio,
pensano prima che utile ne hanno a trarre,
che se possono servire; e quando non ti possono
far bene, tel promettono; quando te ne possono
fare, lo fanno con difficoltà, o non mai; [45]_ natura
appetitosa del bene altrui, e che lo ruberìa col
fiato.» [46]_ E quello che riesce a considerarsi mirabile
si è, che i Francesi, mutabilissimi in tutto, abbiano
poi dimostrato singolare costanza a persistere
in cotesto loro costume, di cui anche Giulio Cesare
porge testimonio nelle sue storie. Maria dei Medici,
figlia di Francesco, a prezzo di tanto tesoro, e mercè
tante sollecitudini da Ferdinando maritata ad Enrico
IV; cotesta Maria, che doveva continuare i legami
di amicizia e di sangue tra Medici e Francia
incominciati con le nozze di Caterina, bandita di
Francia, reietta dalla casa e dalla vista del figlio,
strema di tutto, periva miseramente a Colonia, e le
faceva l’esequie la pietà del pittore Rubens. Vedi
umano giudicio, come in balía della fortuna, che lo
governa a suo senno!

Tale fu Ferdinando dei Medici, e ai miei lettori
[pg!131]
non dorrà s’io mi sia trattenuto alquanto a farglielo
conoscere. D’altronde io noto come la più parte degli
scrittori di racconti si stemperino a descrivere le
sembianze, e molto più i panni dei loro personaggi,
da parere tutti una generazione di sarti; per me, se
volete conoscere come Ferdinando vestisse, e qual
sembrasse, in Livorno vi mando nella Darsena, dove
vedrete la sua statua marmorea sopra la base intorno
alla quale stanno legati quattro schiavi di bronzo; in
Pisa, nel Lungarno a capo della strada Santa Maria,
ove il suo simulacro di marmo sembra che voglia
sollevare, a vero dire con pochissima intenzione,
Pisa caduta, la quale però per essere di marmo non
può rilevarsi affatto, e sta così mezzo tra risorta e
caduta; e in Firenze, in Piazza della Santissima Annunziata,
dove sorge pomposa la sua statua equestre,
composta di bronzo *rapito al fero trace*, come dice
sotto la cinghia della sella. — Ho amato meglio per
questa volta esporre la indole e i costumi di lui; se
m’ingannai, o se dispiacqui, domando perdono, e
riprendo la storia.

Era il giorno di Pasqua. Una cavalcata magnifica
uscita dal palazzo dei Medici si aggira pomposamente
per le vie di Roma. Il cardinale Ferdinando
si recava in cotesto giorno solenne a complire il
papa, ch’era Gregorio XIII, per tenerselo bene edificato.
Il cardinale procedeva sopra una bianca chinea
arnesata di velluto chermesino e napponi di seta
vermiglia, per la massima parte delle groppe coperta
[pg!132]
dal manto cardinalizio: al suo fianco veniva Paolo
Giordano Orsini duca di Bracciano, vestito alla borgognona,
o vogliamo dire alla spagnuola, sopra un
focosissimo cavallo romano stornello, e seco lui si
tratteneva famigliarmente di cose, per quanto era
dato comprendere, di lieve importanza, conciossiachè
il cardinale sembrasse attendervi poco; e solo talora
vi assentisse crollando la testa. Intorno poi, clamorosa
e festiva compariva la corte del duca, ma più
splendida assai quella del cardinale; il quale, secondo
che gli persuadeva la sua natura amplissima, costumò
mantenere onoratamente un numero non minore di
trecento tra gentiluomini, cortigiani, e tutta gente
spettabile per qualche virtù. A vero dire, piuttosto che
a grave corteggio di cardinale, si assomigliavano alle
gualdane che nei giorni festivi scorrono per la terra
dandosi buon tempo: infatti tra loro motteggiavano o
gareggiavano chi meglio maneggiasse i cavalli, facendoli
da un punto all’altro mutare andatura, o costeggiare,
o spiccare corvette o ballottate, e simili altre maestrie;
e alle gentildonne affacciate ai balconi mandava
o dolci sguardi, dolci sorrisi, e talora anche baciamani,
e baci, dei quali parte andavano indarno,
e parte ancora si vedevano ricambiati. E fu vista
ancora errare per l’aria una rosa, e suonare un cachinno,
che parve di donna; e la rosa cadde sopra la
criniera lattata della chinea del cardinale; ma per
subito muoversi degli occhi in su, non riuscì a nessuno
discernere donde cadesse, imperciocchè le finestre
[pg!133]
delle case di ambedue i lati della via in quel
punto comparissero chiuse. Di licenza siffatta un
poco erano da incolparsi i tempi, un poco ancora i
costumi facili del cardinale, che giovane, potente, e
non vincolato da veruno ordine, nelle cose di amore
procedeva meno temperato di quello che alla dignità
sua convenisse, e i cortigiani, siccome vediamo quotidianamente
accadere, la libertà del padrone spingevano
fino alla sfrenatezza, persuasi che se al cardinale
fosse mai caduto in testa redarguirli, egli
avrebbe cominciato con torvo cipiglio, per concludere
poi con giocondo sorriso. D’altronde, giovani
erano, e amabilissimi tutti; e la vita corre così veloce,
che davvero io non vorrei biasimarli, se di ogni
fiore di primavera si facessero ghirlanda intorno ai capegli:
e così a Dio piacesse che non si avessero a rampognare
gli uomini di colpe più gravi, come di queste
potremmo di leggieri perdonarli.

Dopo la cavalcata seguiva la turba della plebe, la
quale senza perchè applaudisce, senza perchè disapprova,
e plaudente o improbante, destinata sempre ad
essere percossa, finchè un giorno, stanca di esaltare e
di deprimere, anche a lei venga voglia di percuotere,
e allora, che Dio ci tenga nella sua santa guardia! Ma
queste voglie la prendono di rado, e il passaggio del
potente in mezzo a lei è come quello della rondine
in mezzo agl’insetti dell’aria; — mangia, e vola.

Così percorrendo la città di contrada in contrada,
giunse la cavalcata al canto del palazzo Caracciolo
[pg!134]
Santobuono, sopra le rovine del quale nei moderni
tempi fabbricarono il palazzo Braschi. Quivi
stanziavano allora Marforio e Pasquino.

Che cosa è Marforio? Che cosa è Pasquino?

Marforio è una statua colossale dell’Oceano giacente
trovata nel Fôro di Marte; donde le venne
il nome. Clemente XII la fece trasportare nel Campidoglio,
e quivi adesso si mostra orgogliosa ai passeggieri.
Pasquino è una statua plebea. Un plebeo,
buono umore davanti la bottega del quale fu scavata,
le dette il nome: è mutilata, è incerta; adesso pare
che si sieno trovati di accordo a battezzarla per un
frammento di Ajace: ad ogni modo umana cosa, nè
Dio, nè Semideo; e quantunque i meriti suoi di gran
lunga superino quelli di Marforio, troppo le corse
diversa la fortuna, imperciocchè invece degli onori
del Campidoglio, per poco stette che nel Tevere non
la precipitassero. Adriano VI fu quegli che le mosse
tanto dura persecuzione; e se nol fece, deve attribuirsi
allo arguto cortigiano che lo persuase, da quel
tronco sepolto in mezzo al limo sarebbero uscite più
voci che da un popolo intero di ranocchie. Ed ecco
come la ingiustizia degli uomini si manifesti negli
stessi tronchi, e nei marmi: Marforio in Campidoglio
come un capitano trionfante; Pasquino per poco
non capitò nel Tevere, e passata così fiera burrasca,
felice lui se sta murato nel canto del palazzo Braschi.
Marforio, secondo il costume dei felici, che fortuna
*qualunque estolle il tuffa prima in Lete*, [47]_ non ricorda
[pg!135]
più i tempi passati: diventato signore, albergato splendidamente,
si è fatto cortigiano, e tace; o se talvolta
parla, va cauto, va circospetto, e sebbene colosso
marmoreo, cammina leggiero come se temesse calcare
uova; adula quasi: ma Pasquino, senza capo,
senza braccia, e senza gambe, esposto ai venti e alla
pioggia, si conservò popolano; e sempre parla,
e sempre morde, e non finisce mai di dire la sua,
nasca quello che ne può nascere; tanto, peggio di
perdere testa, braccia e gambe, non gli può andare.
Marforio però abbandonava la fama; all’opposto Pasquino
non conobbe mai decadimento di bella rinomanza.
Marforio è un disertore, Pasquino gettò via
le gambe per non mai fuggire; quindi il popolo ha
dimenticato Marforio, e crebbe a mille doppii l’amore
al suo Pasquino. Marforio in Campidoglio nel fondo
della corte del Museo Capitolino, accompagnato dai
Satiri di bronzo trovati nel teatro di Pompeo, re
della fontana a cui è sopraposto, si annoia, e se fosse
dato ad un Oceano di marmo sbadigliare, egli sbadiglierebbe.
Per lo contrario, Pasquino palpita, e vive,
ha simpatia col popolo, e comunque acefalo, sentenzia,
ragiona, e rivede i conti meglio di quelli che
hanno capo. Già per vivere in questo mondo non è
provato punto che vi abbisogni il capo; testimonio
Plinio, che afferma trovarsi un popolo di *acefali* da
lui chiamati *blemmii*, la quale cosa se poteva parere
ai tempi di cotesto scrittore stupenda, per noi cessò
da lunga stagione di maravigliare le genti.
[pg!136]

Pasquino spesso è Nemesi perseguitata, che vibra
nel buio un colpo contro l’uomo che beve le lacrime
del popolo, e questo colpo lo giunge nella fronte preciso
come il sasso lanciato dalla fionda di David; — è
Nemesi che raccoglie l’acqua amara che sgorga
nelle contrade della oppressione, e ne tempera il vino
spumoso della superbia; — è Nemesi che mesce i
vermi tra i fiori della felicità spietata; — è Nemesi
che fa traboccare il feroce negli aperti sepolcri, mentre
gli freme tuttora la voce di minaccia sopra la
bocca: — ella mesce di terrore le tenebre, popola
di fantasime i sogni, empie il capezzale di rimorsi,
dà voci alla zolla che cela il delitto ignorato, e perseguita
con gli affanni le vite, con le disperazioni
le morti. — Ma troppo spesso Pasquino nasce dalla
perfidia umana; conciossiachè siavi una gente a cui
la natura disse: — odia, — come all’aquila disse: — vola; — e
l’uomo odia, come l’aquila vola. O Signore
Dio, perchè creasti il serpente che avvelena, la fiera
che divora, l’upas che uccide, e l’uomo che odia?
Ecco, il cielo sereno è un’angoscia per lui, il sole
splendido una ingiuria, il lago limpido uno scherno,
l’anima tranquilla una offesa: egli vorrebbe possedere
lo sguardo del basilisco, i fiati del cholera, i
bitumi dello asfaltide, la disperazione di Giuda, per
contristare quella serenità di azzurro, di linfe, e di
anima innocente.

La verità è il sole più sfolgorante del diadema
di Dio. Nei giorni della creazione egli avrebbe dovuto
[pg!137]
appenderla come unico luminare alla volta dei
cieli. La verità deve uscire palese dalle labbra dell’uomo,
come gl’incensi religiosi dai turiboli di oro.
La opera delle tenebre desidera consumarsi nelle
tenebre. La verità non deve prendere la larva della
menzogna. Perchè mai la verità assumerebbe il sembiante
della calunnia? Il cuore del codardo può diventare
luogo acconcio per un nido di vipere, non
mai il tempio della verità. La verità deve predicarsi
alla faccia del giorno dai luoghi eccelsi, dalle vette
dei colli, dalle aperte sponde dei mari; la verità
deve confermarsi davanti gli uomini che la detestano,
e davanti ai giudici che la condannano a modo
di Socrate innocentissimo. La verità arse sopra i roghi,
ma ecco rinacque dalle sue ceneri a guisa di
fenice; la verità saliva sopra i patiboli, e tornò a palpitare
nei suoi lacerti, come l’animale che rivive negli
scissi frammenti. La verità non ingannava, nè lusingava
persona, imperciocchè ella abbia detto: «Io mi
chiamo martirio sopra questa terra, e gloria in cielo:
chi mi vuole seguire mi segua; io sono una
dura compagna della vita.» [48]_

Chi ha orecchie da ascoltare ascolti: io riprendo
il cammino.

Pasquino, ed anche Marforio non salito allora
in Campidoglio, apparivano in quel giorno solenne
nella pienezza della loro gloria, cinti all’intorno di
una raggiera di satire di tutti i colori e di tutte le
dimensioni; e anche lì il popolo in calca stava leggendo,
[pg!138]
o facendosi leggere, e quanto gli parevano
più acerbe le parole, meglio avvelenate, più acconce
a vituperare un nome, a contristare uno spirito, a
disperare un’anima immortale, e più rompeva in risa
insane, e in dimostrazioni di allegrezza.

E la cavalcata notando alla lontana così magnifico
apparecchio esultava, e se non l’avesse trattenuta
la reverenza avrebbe precorso il cardinale; — si
stringeva, s’ingegnava scuoprire da lungi: chi si
alzava sopra le staffe, e chi faceva prova di raccogliere
la luce con la mano aperta a guisa di tettoia
sopra le ciglia.

— “O egli è concio pel dì delle feste,” dicevano
i cortigiani; “fa proprio pasqua Pasquino; ne vorremo
udire delle belle, la materia non manca; il
fieno è così alto, che invita la frullana;” — e via discorrendo,
sicchè il ronzìo si sentiva da cento passi
allo intorno.

Il cardinale passando vicino alle statue temute,
non torse collo, e non fece sembiante di volgervi lo
sguardo.

Diversamente i cortigiani, che vi caddero sopra
come colombi in un campo di biade, non badando
e non curando se investissero o pestassero i popolani,
i quali si dettero a saltare chi di qua chi di là,
imprecando e urlando nel modo che fanno le rane
quando il toro si accosta alle sponde del padule. — Ond’è,
che cotesta gioventù spensierata e strepitosa
allo improvviso si tace? Sovvengavi delle miriadi di
[pg!139]
passere, che popolano la vasta chioma di un rovere,
e che garriscono senza posa, dondolandosi per le
fronde con moto irrequieto, se allo improvviso apparisce
un falco volteggiante con le sue larghe ruote
in prossimità dell’albero, tacersi sì, che paiono còlte
da subita morte, e rannicchiarsi, e stringere le ale,
e non che ardire il volo di ramo in ramo, ingegnarsi
di stare celate sotto una foglia: in questa guisa i cortigiani
sbaldanziti continuarono gravemente, e in silenzio
la cavalcata.

Pasquino aveva versato un torrente di malignità
contro il cardinale, perchè sopra gli altri reputato
felice. Una delle satire, che riguardava lui, diceva
così. Marforio domandava a Pasquino: “Qual’è la
mula che il Medico cavalca adesso?” — E Pasquino:
“Cavalca la mula del Farnese;” — e ciò alludeva agli
amori, secondo che porgeva la fama, tra Ferdinando
e Clelia, figliuola del cardinale Farnese. Ma questa
era cosa da tollerarsi: quelle poi che apparivano veramente
infami versavano sopra Francesco, sopra
la Bianca, sopra Isabella, il marito, Eleonora di Toledo,
e don Piero dei Medici; ed io, come invereconde
troppo, mi guarderò bene di riferirle.

Il cardinale non torse il capo; ma guardando
obliquo ed acuto aveva quasi con animo presago incontrato
e letto quei vituperii; e fatta avanzare la chinea
di un passo, occupando il duca di Bracciano
con certa sua novella, operò destramente per modo
ch’egli non si addasse di nulla. Quando poi convenevole
[pg!140]
tempo gli parve, fatto cenno ad una sua lancia
spezzata, gli ordinò con voce sommessa quello
che avesse a operare. Ebbe appena la cavalcata svoltato
il canto, che la lancia si voltò indietro con grande
impeto, dando degli sproni al cavallo. La turba si
era raggranellata daccapo, e gioiva di una perfida
gioia, e lodava Pasquino; e gli decretavano per acclamazione
una corona di alloro. Senza pur dire: — largo — la
lancia investe col cavallo la calca, che
di nuovo non fu lenta a sbarattarsi, distribuendo,
senza contarli, colpi di calcio di alabarda a destra
e a sinistra, sopra le braccia, la testa e le spalle
di coloro che punto mostravano di nicchiare; ed arrivato
a Pasquino, gli avventa contro con tanto e tale
impeto la mano chiusa nel guanto di ferro, che ne
riporta visibilmente graffiature, e fatto rifascio di
tutti i cartelli se li porta via, partendo con la medesima
furia con la quale se n’era venuto, senza
darsi un pensiero al mondo della turba, che come
prima lo vide lontano, levò il capo, sempre a modo
dei ranocchi, e si dette a schiamazzare, a bestemmiare
al corpo e al sangue, a volere far carne, e fendergli
il cuore, e lì taglia, ch’egli è rosso; terminò poi come
sempre succede, che chi ebbe contusioni vi pose
lo impiastro, e chi la testa rotta se la fece fasciare.

Ossequiata Sua Santità, per meno lungo sentiero
si ridusse il cardinale al suo palazzo, dove chiuso
nello studio, senza valersi dell’opera di segretario,
scrisse lettera al fratello Francesco, nella quale taciuti
[pg!141]
i rimproveri che pure ad ambedue loro si facevano
meritamente, narrava dei vituperii pubblicati
in contumelia della casa a cagione del vivere scorretto
della Isabella di Bracciano, e della Eleonora
di Toledo, e lo confortava a prendervi con la gravità
sua quel rimedio che gli fosse sembrato a praticarsi
migliore, ottenendo che le rammentate signore
si riducessero a vivere più modestamente. Scritta la
lettera, la consegnava ad un cavallaro, ordinandogli
che si ponesse subito in via, e giunto a Firenze, ad
altri, tranne che al Granduca, non la consegnasse
per quanto avesse cara la vita. La lettera, siccome
egli comandò, giunse pur troppo nelle mani di Francesco;
e quando ebbe partorito quei luttuosissimi
casi che danno argomento a questa Storia, non è
da dirsi se il cardinale ne rimanesse contristato:
ma veramente egli ebbe torto, conciossiachè non si
dovesse lasciare andare a quel così subito empito,
considerando di quanto cupa e feroce natura fosse il
fratel suo, quanto dissimulatore, quanto inchinevole
a mettere le mani nel sangue; come colui che allevato
nei costumi spagnuoli, riputava obbligo di onore,
pari al marito e al fratello, vendicare il torto
della moglie e della sorella, e per di più, era stato
nudrito in corte di Filippo II, per immanità d’indole
fino nei suoi tempi chiamato *demonio del mezzogiorno*. — Basta,
il fato volle così, e forse non
sarà stata l’ultima volta, come neppure la prima,
che Pasquino avrà fatto versare lagrime e sangue.
[pg!142]

Francesco, ricevuta la lettera, la lesse due volte,
e senza che si potesse indovinare dalla sua faccia
pallida e austera se gli porgesse buone o sinistre
novelle, se la ripose con molta cura nel seno; poi
voltosi alla moglie, e alla sorella e alla cognata, che
si trattenevano in donneschi ragionari, disse loro: — “Lo
eminentissimo cardinale Ferdinando sta bene, e
vi saluta.”

Passati alcuni giorni, rimandò il cavallaro del
cardinale a Roma, con lettera contenente breve orazione:
giungergli gratissima la prova della solerzia
usata in vantaggio dell’amplissima loro casata, comecchè
per somma sventura fosse caduta sopra cosa
di per sè rincrescevole assai; stesse sicuro che
avrebbe trovato rimedio a tutto senza scandalo, e
in modo che se ne chiamerebbe contento; anzi, il
fatto meritando grave considerazione, pregarlo, come
aveva praticato negli altri importantissimi negozi,
così in questo a non lo lasciare privo dei suoi prudenti
consigli.

Spedito questo cavallaro, dopo una o due ore
ne spediva un altro, al quale commetteva, che, lasciata
ogni divisa, vestisse abito da mercante, e condottosi
fino a Roma, si presentasse senza darsi a
conoscere al signore Paolo Giordano Orsini duca di
Bracciano, gli consegnasse in proprie mani la lettera
che gli dava, e poi se ne tornasse, senza pure riposarsi
in Roma; per quanto aveva cara la grazia sua,
i suoi comandamenti eseguisse. Diceva la lettera:
[pg!143]

— «Magnifico sig. duca cognato nostro onorandissimo. — Ricevute
le presenti, vorrà V. S. Illma cavalcare
senza porre indugio tra mezzo alla volta
di Firenze con un solo famiglio, o due al più.
Apprenderà il motivo, ch’è urgentissimo, della sua
chiamata dalla nostra bocca, non essendo cosa da
fidarsi alla scrittura; intanto vogliamo che sappia,
come questo negozio, sebbene a noi non estraneo,
riguardi principalmente Lei, e la salute della sua
famiglia. Di questa sua partita sarà bene che non
informi persona a Lei attenente, e meno di ogni
altro lo eminentissimo cardinale Ernando nostro
germano. Faccia la via incognito, schivando studiosamente
di darsi a conoscere; prenda così le
sue misure, da giungere verso la bruna a porta
Romana, portando, tanto V. S. Illma che i suoi
famigli, una penna bianca alla berretta.

«Troverà qualcheduno che farà mettere dentro
alle porte tanto Lei quanto i famigli, senza dare
nome, e noi staremo aspettandola in palazzo.

«Dio la conservi nella sua santa guardia ec.» [49]_

Paolo Giordano, letta e considerata bene la
lettera, levò il fazzoletto di tasca, e si asciugò la
fronte grondante sudore; poi si pose a passeggiare,
tornò quindi a leggere la lettera da capo, e non sapeva
darsi pace.

— “Mi sono io venduto alla catena” — andava
farneticando tra sè, “con questi mercadanti nati pure
eri! Io principe romano! Che lignaggio è il vostro?
[pg!144]
Donde nascete voi? Quando casa mia onoravano baroni,
cavalieri, e uomini di alto affare, i vostri maggiori
non erano degni di reggere loro la staffa. — Al
ricevere questa nostra cavalcherete.... con un famiglio,
due.... non vi darete conoscere a persona....
entrate fuggiasco. — La Dio mercè non siamo sudditi
vostri.... comandate ai vostri servi.... Io non andrò;
ho fermo di non andare, e non andrò....”

E torna a passeggiare. Intanto una voce interna,
quasi partisse da qualche suo consigliere, lo raumiliava
dicendo: — Ma egli è tuo cognato, egli è
principe di corona, che non può muoversi per venire
da te; egli è potentissimo, egli è ricchissimo, di
autorità inestimabile in corte di Roma. Poi la cosa
riguarda te, sicchè pare giusto che tu debba andare
verso lui, ed anche porgergli grazie se si dimostra
cosiffattamente amorevole pei tuoi vantaggi: arrogi
che ti alleva in corte il tuo figliuolo Virginio, e gli
farà lo stato, perchè sopra il tuo ci è poco da contare:
nelle tue strettezze, nel diluvio universale
dei tuoi debiti, chi può se non egli esserti arca di
salvazione? Bracciano, o Bracciano, nobile arnese
dei padri miei, io ti vedo in profezia diventare preda
di qualche fortunato mercante che dopo avere preso
le terre, prenderà anche il titolo.... e così dopo
avere sfrattato la mia illustre prosapia dal castello,
sfratterà il mio nome dalla memoria degli uomini. — Dunque
mi parrebbe giovevole andare, e tenermi
bene edificato questo parente per amore del debito. — Amore! — avrei
[pg!145]
dovuto dire odio: ma gloriosissimo
San Pietro, come potrò io odiare i debiti, se
i debiti furono le mie fasce quando prima venni nel
mondo, e saranno il mio lenzuolo funerario quando
scenderò nel sepolcro? il Bernia compose un capitolo
sopra il debito; fece male, doveva comporvi un
poema epico. — “A Firenze.... Titta! Fa di sellare
tre cavalli a dovere; ci converrà fare cammino.
Tu e Cecchino verrete con esso meco: lasciate la
livrea, ponetevi una penna bianca alla berretta, e
non dimenticate i gabbani. — Egli è dovere condurre
questo povero Cecchino: lo menai via da Firenze,
ch’era, si può dire, sposo novello; e rivedrà volentieri
la vecchia madre, e la moglie. Penso che me
ne saprà grado, o almeno me lo fingo; e questo fingimento
mi fa bene. — Costoro godono meglio di
noi: credono allo amore, e si amano, e si rivedono
con piacere, e si lasciano con affanno.... Io poi ricordo
appena di aver moglie; e sì, che Isabella è
pure vaghissima femmina, e di alto animo, e di ornato
intelletto, e davvero io ho mostrato fare un
gran caso di tutti questi suoi pregi! — Parmi ch’io
lo deva avere per giunta se in casa mia non sarò
odiato: — mi basterebbe dimenticato.”

E se non m’inganno, qual fosse Paolo Giordano
Orsini in molta parte lo ricaviamo da questo suo
discorso: — il piombino dello archipendolo, di cui
un braccio fosse il vizio, l’altro la virtù, per sè
fermo perpetuamente, e incapace a muoversi se impulso
[pg!146]
esterno nol facesse oscillare da una parte o
dall’altra. Spensierato, prodigo, e subito così a inferocirsi
come a placarsi; ma per colpa dei tempi
più spesso trascorrevole nella ira che propenso alla
pietà: e poi, quando era aizzato da chi sapesse prenderlo
pel suo verso, non possiamo immaginare enormezza
a cui non si trovasse parato. Io non voglio
dire che assomigliasse Claudio, il quale avendo
fatto ammazzare la moglie Messalina, quindi a poco
postosi a tavola domandò del perchè la imperatrice
non venisse; [50]_ ma dopo le sanguinose collere, che in
balía loro lo trasportavano, tale lo sorprendeva un
oblío dei commessi misfatti, che nè i sonni gli si
turbavano, nè differiva i conviti, nè trascurava le
feste, sollazzevole così, come se nulla fosse avvenuto:
dissimulatore non per concetto, ma per abito,
e tanto più pericoloso, in quanto che quei suoi modi
facili assicuravano di una certa ingenuità di naturale.

Si partiva pertanto da Roma, e giungeva a Firenze,
dove fu introdotto nel modo convenuto, e
quindi a poco in palazzo.

Francesco stava seduto a mensa in compagnia
della Bianca, e non sì tosto ebbe visto il duca, che
levatosi in piede gli porse cortesemente la destra,
e lo baciò sopra ambedue le gote: compite coteste
accoglienze, il duca s’incamminava verso la Bianca,
che non si mosse, e fattole omaggio, le baciò ossequioso
la mano. [51]_
[pg!147]

Francesco tornato a sedere,

— “Giordano,” disse “voi dovete essere stanco;
ma prima che ve ne andiate a riposare, sedetevi, vi
prego, e ristoratevi alquanto di cibo e di bevanda:
voi lo vedete, noi siamo in famiglia.”

E Paolo Giordano, senza aspettare che gli venisse
reiterato lo invito, si assise a mensa a canto a
Francesco.

Certo nè a poeta nè a romanziere mai si presentò
così magnifica occasione per isfoggiare la sua
facoltà descrittiva. Senza far torto a nessuno, poche
corti allora, e forse anche adesso, possedevano gli
arnesi preziosi di cui i Medici avevano tesoro; e
non già preziosi per la materia, quanto molto più
pel lavoro: — credenze di argento, vasi, vassoi, orciuoli,
bacini, coppe, fiaschi, candelabri, tutto insomma
era maraviglia a vedersi; — ma io lascerò
stare, e mi stringerò a quello che meglio desidera
il mio argomento.

Il duca, quantunque assuefatto alla profusione
romana, rimase sorpreso della copia immensa delle
vivande: e guardando più accuratamente, la sua sorpresa
si accrebbe nel considerare le varie generazioni
dei cibi: — passere minutamente tritate intrise
con rossi di uova, e con farina inzaffranata, spolverizzate
di zucchero, — agli e nasturzi indiani, — cipolle
maligie crude, rafani tedeschi, scalogni, e raponzoli; — inoltre,
dentro vasi di finissimo cristallo
per condire, giengiovi, pepe nero, noce moscada,
[pg!148]
garofani, zenzero, e simili; — in mezzo, una piramide
di uova; e da per tutti i lati, manicaretti e
intingoli di strana apparenza; di più maniere formaggi
posti in diaccio dentro piatti di argento.

Siccome le vivande note poco talentavano al
duca, si avventurò ad assaggiare alcune delle sconosciute,
e bene gliene incolse, imperciocchè fossero
composte di polpe di francolini, di fagiani, di
pernici e di starne, ma acconciate così, che gli bruciavano
il palato, e gli facevano lacrimare gli occhi:
si ricordò di Porzia, che trangugiò carboni ardenti;
non si sapeva persuadere come uomo potesse nudrirsi
in cosiffatta maniera: chiedeva spesso da bere
per temperare l’arsura, e le bevande che gli porgevano
erano diacciate così, che gliene spasimavano
i denti, e i nervi del capo. E poi vini fumosi e
frizzanti, da dare la volta al cervello dopo il secondo
bicchiere. Gli pareva un convito infernale, e che
per assuefarsi a cotesti alimenti e a cotesti liquori,
il granduca e la granduchessa avessero dovuto durare
maggiore fatica di Mitridate, che beveva e mangiava
senza danno qualunque tossico, per gagliardo
che fosse. In breve, fu spento, se non sazio, in lui
il naturale desiderio del cibo e della bevanda, e
prese a guardare il cognato, che silenzioso attendeva
a empirsi lo stomaco, con una specie di rabbia, di
cipolle novelline spolverizzate di zenzero; e poi ad
un tratto cessava dalle cipolle, prendeva un uovo,
e rotto il guscio vi gettava dentro una cucchiaiata
[pg!149]
di pepe nero, e beveva; quindi da capo cipolle; e di
tratto in tratto ordinava: — da bere. — Il coppiero
gli recava un bacino con un fiasco pieno di acqua,
e un piccolo bicchiere pieno di vino suvvi, ed egli
rovesciato quasi tutto il bicchiere nel bacino, lo riempiva
di acqua e lo trangugiava di un sorso. [52]_ Cotesto
depravato costume non era un piacere, ma visibilmente
travaglio, conciossiachè giù dalla fronte gli
gocciasse il sudore, le pupille mandasse torte, ansasse,
e nel volto di colore si tramutasse, ora facendosi
vermiglio come fuoco, ed ora giallo come le candele
che gli ardevano davanti. [53]_ A Paolo Giordano parve,
com’era pur troppo, cotesto un volersi distruggere,
e allora pensava che sarebbe stata cosa più lesta
gittarsi a capo fitto dai finestroni del palazzo. Con
simile idea per la mente egli volse gli occhi alla
Bianca, e gli occhi della Bianca ricambiarono co’ suoi
uno sguardo d’intelligenza. Giordano aveva voluto
esprimere questa domanda: — E come mai voi
che pur siete accorta femmina, consentite che costui
così si uccida? — E la Bianca aveva risposto: — Se
ci patisca, Dio lo sa; voi sapeste con quale arabico
umore mi tocca a fare! Proverò non ostante, e
voi vedrete. —

E quando tempo le parve, la Bianca, côlto il
destro, con quella maggiore piacevolezza che troppo
bene sapeva e poteva adoperare, così favellò:

— “Mio signore e consorte, vorrestemi di grazia
essere cortese di un dono?”
[pg!150]

— “Dite....”

— “Vorreste, per amore mio, essere contento
di rimanervi da cotesto cibo crudo, che io temo forte
non vi abbia a far male?”

— “Bianca, io ve l’ho detto un’altra volta, e
desidererei non avere a dirvelo la terza: in casa
mia, e nel mio Stato, così nelle piccolissime come
nelle grandi cose, assoluto signore voglio essere io....”

— “Nè io vi contrasto il dominio, chè anzi
troppo mi onora chiamarmi vostra schiava; ma per
questa volta vi supplico, cuor mio, gioia mia, vogliate
sodisfarmi....”

E così dicendo, stese la mano al piatto per _`toglierglielo`
davanti. Francesco, preso da impeto rabbioso,
con la manca strinse il braccio della Bianca
forte così che vi rimase impressa di un colore turchino
la traccia delle dita, e fremendo del bramito
di fiera, la guardò bieco, e lungamente negli occhi;
poi senza profferire parola, lento lento aperse la
mano. La Bianca ritirò il braccio illividito senza ardire
dolersi, e ricacciò dentro gli occhi due lacrime
pronte a sgorgare: umiliata e confusa, non seppe nascondere
la vergogna, il dispetto, e la rabbia, fuorchè
gridando: — “Candia!...”

E il destro coppiere le pose tosto davanti il
bacino di argento, il bicchiere di vino di Candia, e
una caraffa di acqua. Ella, lasciata stare l’acqua,
prese il bicchiere, e presto presto lo mandò giù
di un fiato. [54]_
[pg!151]

Al duca pareva assistere al convito di Domiziano,
quando fece portare i cataletti intorno alle tavole
col nome dei commensali: avrebbe desiderato
essere mille miglia lontano di là: si rammentava essersi
sentito meno tristo accompagnando i funerali
di sua madre.

Francesco, come un fanciullo stizzoso, immaginava
potere dimostrare quali e quante fossero la
potenza e la libertà sue di fare a capriccio, empiendosi
la bocca di cipolline tutte coperte di zenzero,
bevendo uova impepate, e tracannando acqua gelata,
finchè una cosa che poteva più di lui, voglio dire la
natura, quasi sdegnosa di sentirsi così manomessa,
gli fece fallo, ed egli gittato un grandissimo sospiro,
si lasciò cadere riverso sopra la spalliera della seggiola,
col capo abbandonato giù sul petto, le braccia
ciondoloni, esclamando:

— “Non ne posso più....”

La Bianca e Giordano gli furono prontamente
dintorno; e gli alzarono la testa: egli teneva la bocca
aperta e torta come se lo avesse preso l’accidente
di gocciola; gli occhi aveva appannati, e il respiro
affannoso.

— “Chiamate il signore Baccio, o il Cappelli,”
disse la Bianca con immensa ansietà: “andate....
muovetevi.... qualcheduno per amore di Dio....”

E Francesco brontolando:

— “Nessuno si muova... Acqua... neve... diaccio...
un poco di aria... aria...”
[pg!152]

Apersero tutti i balconi; gli portarono acqua,
e neve, e diaccio; ed egli ambedue le mani tuffò
dentro la neve, e così gelate se le accostava a più
riprese alla fronte; mescolò nell’acqua diacciata certo
suo elisir, e bevutone alquanto si sentì un poco sollevato.
La Bianca, che fino a quel punto lo aveva
sovvenuto con amorevolissima cura senza dire parola,
allora si avventurò a domandargli:

— “Volete andare a letto?”

— “Sì, fatemelo rinfrescare... rinfrescatelo voi...
nessuno altro della famiglia venga qua dentro...”

E la Bianca di sua mano empì due argentei
recipienti di neve; e il coppiere, portatili nella stanza
da letto, li pose sotto il lenzuolo, tirandoli su e giù
lungo il letto per raffreddarlo.

Scorso che fu un quarto di ora, Francesco, che
silenzioso si era rimasto a sedere, si alzò allo improvviso,
e disse:

— “Andiamo.”

Bianca e Giordano lo sorressero, e giunto a
canto al letto, strappandosi piuttosto che spogliandosi
le vesti, si gettò a giacere. Giordano allora pianamente
favellò:

— “Serenissimo, riposatevi: domani discorreremo
a migliore agio...”

— “No... chi ha tempo non aspetti tempo; io mi
sento meglio. Bianca, ritiratevi: io ho a parlare a
Giordano di cosa che deve rimanere tra me e lui...”

E poichè qualunque osservazione lo avrebbe
[pg!153]
irritato, Bianca si partiva, e restava Giordano. Questi
si pose a sedere presso il cognato, aspettando che
gli fosse venuta la voglia di favellare. Francesco
stato alquanto sopra di sè, come uomo che pensasse
il modo di cominciare, finalmente così prese a dire:

— “Giordano, ascoltatemi bene: — già parmi
inutile ricordarvi, che appartenendo alla mia famiglia,
voi siete come cosa nostra.... e nemmeno mi
sembra avervi a rammentare quanto le vostre cose
mi stieno a cuore....”

— “Bontà vostra...”

— “Non m’interrompete, ascoltate. Ora nell’amarezza
dell’anima mia ho da palesarvi tal fatto, che
al solo pensarvi sento empirmisi di rossore la faccia...
E fosse almeno rimasto celato, che se non si fosse
potuto perdonare, almeno avremmo potuto dissimularlo;
ma no, egli è diventato pubblico; — forma
argomento di scherno pei miei nemici... Giordano,
noi siamo diventati ludibrio delle genti!” — E riposatosi
alquanto continuava: — “Ludibrio delle genti!
Voi siete offeso in me; io in voi. La nostra casa è
piena di vergogna; — Giordano, la vostra moglie, la
mia sorella ci ha coperti di vituperio...”

— “Isabella!...”

— “Purtroppo! E delle sue disonestà ne vanno
attorno le pasquinate, e i cartelli...”

— “Alla croce di Dio, e chi ardiva?... Io gli
strapperò il cuore dal petto, fosse anche in Duomo...”

— “E così confermare con la vendetta quello
[pg!154]
che non ha tanto pubblicamente palesato la ingiuria.
Siate uomo, e frenatevi. Il traditore è vostro congiunto...”

— “Chi mai?”

— “Troilo...”

— “L’amico della mia scelta! Quegli a cui aveva
confidato la custodia del mio onore... Ah!”

— “Costui calpestando i sacri vincoli del sangue,
costui ha tradito il benefattore e l’amico...”

— “Ma ne siete voi certo?”

— “Diconsi esse queste cose senza certezza?”

— “E come io ho potuto ignorarlo fino ad ora,
io misero tradito?”

— “Le orecchie dei consorti sono sempre le
ultime ad ascoltare la propria vergogna... Provvidenza
di Dio!”

— “Francesco, non potreste voi essere per avventura
ingannato? Il principe, comecchè solertissimo,
non tutto vede, non tutto ascolta di per sè stesso...”

— “Io vedo tutto...”

E non era vero; imperciocchè se mai visse principe
che si rapportasse a consiglieri maligni, egli
fosse uno: ma per questa volta aveva ragione.

— “Orsù, questo fato non può mutarsi, bensì
vendicarsi...”

— “Sia....”

— “Ci ascolta nessuno?” — interrogò Francesco
alzandosi a sedere sopra il letto; e sollevata la tenda
di seta, girò attorno alla stanza lo sguardo
[pg!155]
indagatore. — “Andate a vedere, Giordano, se le porte sono
bene chiuse. La Bianca potrebbe starsi in ascolto:
eh! le sono donne; io non posso più vivere con costei,
e non so farne a meno: io giurerei che cotesta
fattucchiera mi ha ammaliato... Potessi rompere lo
incantesimo.... mi proverò...”

— “È tutto chiuso....”

— “Sedete, accostatevi, e stabiliamo la maniera
di provvedere, la quale, avendoci fatto sopra
matura considerazione, mi parrebbe avesse ad essere
questa.” — E qui abbassando la voce, prese a susurrare
lento, con pace, parole arcane, non altramente
che se recitasse il rosario. Di tratto in tratto s’intendeva
un detto più alto, come dalle volte di una spelonca
si stacca la gocciola, e cade sul pavimento,
rompendo in cadenza il silenzio pauroso del luogo.
Giordano non pareva cosa vivente, se non che la
destra spesso gli si apriva distesa, e spesso gli si
stringeva a pugno chiuso. Francesco cessò il susurro
fissando intentamente il cognato che si restava
immobile e sbigottito: alla fine anch’egli con voce
sommessa favellò:

— “Voi mi avete versato lo inferno nell’anima.
E che dirò io a Virginio, se un giorno mai mi domandasse: — Dov’è
mia madre?”

— “Virginio non lo saprà; e lo sapesse, dirà: — Ben
fece... — Io educo Virginio...”

— “Francesco, ma non pensiamo noi, che dopo
la morte vi ha pure ad essere un giudizio?..”
[pg!156]

— “Per cui non ha giudizio. — Ed onta avremo
tra i vivi e tra i morti, se non osassimo quello che
a gentiluomini impone l’onore. E che? Mentre io vincendo
il grido del sangue vi abbandono la vita della
sorella, non saprete voi staccare l’animo vostro da
una moglie colpevole?”

— “Ella non è madre dei vostri figliuoli. Ad
ogni modo io non devo convincermi della vostra
convinzione; volendo ancora, io non potrei: io voglio
vedere da me stesso...”

— “E se non vi riuscisse vedere, sarebb’ella
meno colpevole per ciò? Chi ve la salva dal sospetto?
E Cesare non sofferse neppure la sua moglie sospettata...” [55]_

— “Ma non la uccise. Di questo lasciate il pensiero
a me. — Mi concedete voi adoperare quei modi
che mi parranno più acconci...”

— “Fate, ma cauto, senza scandalo, e non
riveli la vendetta quello che non ha palesato la ingiuria...” [56]_

Qui fu sentito battere alla porta, e Francesco
con voce minaccevole domandò:

— “Chi batte?”

— “Don Pietro.”

— “Il mio fratello! — Egli non ha da vedervi,
Giordano. Partite; andate ad abitare il casino di San
Marco: prendete costà sopra cotesto stipo la chiave;
troverete persona per ricevervi. Vi raccomando il
segreto... Partite... e quando avrete scoperto la odiata
[pg!157]
verità, tenete sempre davanti la mente che voi siete
gentiluomo e cristiano.” [57]_

Giordano si sentiva il cuore così stretto, che
non potè articolare parola: baciò la mano al cognato,
e si allontanò passando per una porta opposta a
quella ov’era stato battuto.

Francesco, ricomposto il lenzuolo che lo copriva,
dolcemente disse:

— “Entrate, don Pietro.”

— “Dio vi guardi, Serenissimo...”

— “Grazia vostra...”

— “Eccomi ai comandi di Vostra Altezza.”

— “Mi pareva ora; chè andarono a vuoto quattro
o cinque chiamate...”

— “Temeva disturbare le gravi occupazioni di
Stato, — e della fabbrica di porcellana di Vostra Altezza; [58]_
e poi, parmi che giunga sempre presto chi
giunge a tempo.”

— “Voi dovreste rammentarvi più spesso, don
Pietro, che voi mi siete vassallo: e se non vi riuscisse
a rispettare meglio l’autorità del capo della
famiglia, dovreste almeno rispettare assai più la
maestà del principe. — Che cosa fate? Perchè vi aggirate
così per la stanza? Sedetevi, ed ascoltatemi
pacatamente.”

— “Don Francesco, ricordatevi ch’io venni qui
sotto la fede vostra, e perchè sapeva che da luglio
la quaresima è lontana; non mi vogliate trucidare
con un sermone....”
[pg!158]

— “Sedete: non vi chiamo per me; mi muove
amore per voi, e studio della reputazione e della
prosperità vostre....”

— “Donde vi è venuta questa partita di amore
fraterno ad un tratto? Ve l’ha mandata da Lisbona
il re Sebastiano co’ galeoni del pepe? [59]_ Queste tenerezze
bisogna dirle per modo e per verso, chè le
sono cose da fare strabiliare i cani.”

— “Merito io cotesto? Non ho dato e non do
prove continue di amare il mio sangue?”

— “Il vostro non so... ma il sangue vi piace...”

— “E poi vi dolete che noi non vi abbiamo
nella nostra grazia, ed empite di querele la corte,
ne scrivete al Cardinale. Ma come reggere con voi?
Già, secondo il costume vostro, di una cosa entrando in
un’altra, mi avete fatto perdere la bussola, e per poco
non ricordo il motivo della chiamata. E sì, che quando
lo udrete io voglio vedervi sbaldanzito, e la petulanza
vostra si convertirà in miserabile avvilimento...”

— “Fratel mio, che voi riuscirete a infastidirmi
non contrasto, dacchè io già mi senta mezzo concio;
ma per farmi andare in giro la testa, io ve la do
per giunta.”

— “Ebbene, voi mi assolvete da qualunque riguardo;
sicchè io vi dico che voi siete il più abietto,
il più svergognato, il più infame cavaliere che viva
in tutta la Cristianità....”

— “Queste sono parole strepitosissime: passate
ai fatti.”
[pg!159]

— “La vostra moglie è un’adultera...”

— “Lo so.”

— “Come? Lo sapete, e non vi siete ancora
vendicato?”

— “Noi altri Medici nelle donne non dobbiamo
avere mai fortuna...”

— “Come? — Che cosa intendete dire?” gridò
Francesco facendo un balzo sopra il letto. — “Di
qual fallo potreste voi appuntare la granduchessa
Giovanna?”

— “Dio l’abbia in pace: ella era una santa.”

— “E della Bianca?”

— “Oh la Bianca!... Dopo le vostre nozze io
non saprei di che cosa incolparla; ma per lo avanti...”

— “Avanti non mi apparteneva, ed io non ho
diritto d’investigare il suo costume prima che fosse
mia.”

— “Eh qui non parliamo punto di voi; gli altri
prendono questo diritto per voi.”

— “Quando noi le gettammo addosso il nostro
manto granducale, scomparve la donna, e sorse la
principessa; ed inalzandola noi al nostro talamo, la
rigenerammo in un battesimo di maestà.”

— “Il bucato non lava tutto, e talora va via
piuttosto il pezzo, che la macchia; e voi dovete
avere un certo segno rosso sopra le mani, che tutta
l’acqua dell’Arno non può lavare; — e questo segno
viene dal sangue del Bonaventuri...”

— “Chi è che sostiene avere io fatto ammazzare
[pg!160]
il Bonaventuri? Lo affermasse anche mio padre, io
gli direi: — Tu menti per la gola! — Io non ordinai,
io non commisi nulla... e lo posso giurare.”

— “Tra ordinare, insinuare, presentire, subodorare,
tollerare, infingersi, e simili, se questo giudizio
avesse ad agitarsi davanti a giudici del mondo,
le marmeggie dei curiali rodi-leggi (dico dei tristi
vè! che ai buoni io faccio di berretta, e mi professo
umilissimo servitore) vi saprebbero trovare tante
limitazioni e tante distinzioni, che per certo nessuno
potrebbe condannarvi; — ma davanti a Dio non si
comparisce per via di procuratori: e voi credete
nascondervi cotesta macchia col guanto, o dare ad
intendere ch’ella sia un rubino?”

— “Ingrato!... sconoscente! Quanto vi hanno
dato i miei nemici per farmi morire di passione? — Sono
modi questi da praticarsi verso il vostro signore,
che se volesse potrebbe troncarvi come una
canna? E nel momento che si prende a cuore le
cose vostre, che vorrebbe conservarvi la reputazione.
Ma io bene doveva sapere ch’ella è opera perduta; — tanto
varrebbe lavare l’arme de’ Pucci.” [60]_

— “Vi domando perdono, Serenissimo; io non
aveva pensiero di contristarvi: ho fatto così per dire,
essendo in famiglia. Se qualcheduno si avvisasse favellare
meno che rispettosamente in presenza mia
dell’Altezza Vostra, io vi giuro da gentiluomo onorato,
che lo passerei da banda a banda. Persuadetevi
bene di questo, Francesco, voi non avrete mai migliori
[pg!161]
amici dei vostri fratelli, e voi in ogni occasione
mostrate non farne conto nessuno; preferite loro un
Serguidi, un Belisario Vinta, e per giunta patite che
da costoro ci venga fatto oltraggio.... Francesco, voi
vi dolete di noi, ma davvero non siete giusto. Da
parte dunque ogni acerbo ragionamento: continuate
a favellare...”

— “Ebbene; io scopersi lo infame contaminatore
della vostra dignità, e l’ho spento.”

— “Povero cavaliere! Se lo meritava; ma egli
era un dabbene uomo....”

— “E chi vi ha detto che fosse cavaliere?”

— “Bernardino Antinori, che avete fatto strozzare
nelle carceri del Bargello? Chi me lo ha detto?
Eccone una nuova! Chi me lo ha detto? Apparentemente,
chi lo sapeva. Francesco, concedete che io vi
dica quattro parole così a modo mio, aperte, franche,
come il cuore le detta, sebbene voi le reputerete, secondo
il solito, partorite da cervello balzano. Noi possiamo
fare quello che ci pare, ma ad una condizione,
ed è questa: che ci bisogna lasciare dire altrui
quello che loro piace. La gente che adoperiamo in
simili negozii, vile nacque ed iniqua si mantiene:
se trovasse chi le gettasse davanti tozzo più grosso,
farebbe a noi quello che da noi comandata fa agli
altri. Sperate voi fedeltà o segreto da cotesti vituperati?
Per le taverne e nelle oscene ubriachezze
vomitano vino e parole di sangue spesso vere, ma
più spesso esagerate a mille doppi, e giù nel popolo,
[pg!162]
che poco ci conosce, noi troviamo ai danni
nostri accumulato tale un tesoro di odio che mette
paura a vederlo....”

— “Avete terminato?”

— “Ora termino. Aggiungete la maladizione della
penna. — La penna è un trovato infernale: io per
me penso che il Demonio precipitando giù dal cielo,
restasse spennacchiato nell’ale da un fulmine di San
Michele, e coteste penne caddero sopra la terra, e
l’uomo le raccolse, e le appuntò, e adesso le adopera
come frecce attossicate col pessimo dei veleni, ch’è
lo inchiostro. Chi sa quanti mercatanzuoli a questa
ora, sotto una compra di lane, o sotto il conto della
trattura della seta, avranno registrato: — «Ricordo
come oggi a dì tanti, anni tanti dalla salutifera
Incarnazione, Francesco de’ Medici ha fatto strangolare
il cavaliere Bernardino Antinori per adulterio
con donna Eleonora di Toledo, moglie di don
Pietro dei Medici!» [61]_ — E oltre i mercadanti,
sonvi i filosofanti, gli storiografi, e l’altra generazione
dei letterati, ai quali io faccio buon viso, dacchè non
ci è rimedio di levarli dal mondo. Questi non possiamo
far tacere; il meglio sta nel prendercela un
poco in pazienza, e poi un poco dando loro la soia,
un poco del pane, condurli a scrivere a modo nostro.

   | Non fu sì savio nè benigno Augusto,
   | Come la tuba di Virgilio suona:
   | L’avere avuto in poesia buon gusto
   | La proscrizione ingiusta gli perdona.

[pg!163]

“Di ciò abbiamo esempi buoni in casa; e senza ricordare
Lorenzo il vecchio, il padre nostro informi, che
spinse la tolleranza fino ad ascoltare da Messere Benedetto
Varchi la lettura di quella sua storia impertinentissima,
e tale da fare dormire in piedi. — Ma
il buono uomo si addolcì tutto, e da quella ora
in poi non rifinì mai da levare Cosimo a cielo, e paragonarlo
a Traiano, a Marco Aurelio, e non so a quali
altri. — Ma ancora io mi accorgo, che vi concilio il
sonno; sicchè ora tocca a voi favellare. Eravamo
rimasti...? Dove? — Ah! che avevate fatto strozzare
il cavaliere Antinori.“

Francesco per natura e per abito accostumato
a’ sobrii parlari, e a cogliere diritto il suo fine, in
quei profluvii di eloquio, per cotesti aggiramenti di
pensiero si sentiva come sopraprendere da capogiro.
Gli fu mestiero raccogliersi alquanto, e dopo un convenevole
spazio di tempo, così riprese il discorso:

— “Dunque se sapevate le disonestà di donna
Eleonora, perchè vive?”

— “Perchè, se recito il *confiteor*, parmi avere
più peccati di lei; e poi perchè non so chi mi salverebbe
dallo zio duca di Alva, e dal cognato Toledo;
i quali, per dirla tra noi, non sono corpi di
santi.”

— “E noi non varremo a tutelarvi contro un
vicerè e contro un duca?”

— “Chi salva dal pugnale dell’assassino?”

— “Un buon giaco di maglia, un buon cuore,
[pg!164]
una buona compagnia, e una buona vigilanza.”

— “Ebbe queste, ed altre avvertenze, Lorenzino
a Venezia....”

— “Non l’ebbe; e fu spento.”

— “Sarà; ma rimane sempre vero, la migliore
difesa consistere nel non avere mai fatto male a
nessuno.”

— “Comunque; — non è da tollerarsi tanta infamia:
io non potrei;... l’onore di nostra casa nol
consente. — Bisogna levarci questa vergogna dal
viso, — e va tolta.”

— “O dov’è il comodo mio? Per me vi affaticavate,
a me pensavate, e al mio bene unicamente
provvedevate? Per voi dunque mi avete chiamato?
Per voi io ho da diventare omicida? Per voi espormi
agli odii di gente potentissima, e vendicativa?”

— “Io tanto poco fo caso degli odii e delle vendette
loro, che vi giuro da gentiluomo, che, raccolto
il processo delle turpitudini di cotesta rea femmina,
lo manderò io stesso al re Filippo, partecipandogli
segretamente la cagione e il modo della sua morte. [62]_
Io prendo sopra me ogni evento, e prometto al bisogno
dichiarare essersi proceduto a questo per mio
consiglio, ed anche per mio espresso comandamento.”

— “Orsù, voi volete ch’io vi accomodi della
vita di Eleonora, ed io lo farò: una moglie non vale
la pena che ci guastiamo il sangue; ma anche voi
da buon fratello dovete accomodarmi di un servigio,
che a voi costa poco, e a me farà un bene grandissimo.
[pg!165]
Io vi domando che mi doniate, o mi prestiate — per
non rendervi più, — quarantamila ducati: le
mie terre nel Pisano questo anno non mi portarono
un ducato di rendita; tra scoli, fossi e colmate, mi
va via un tesoro....”

— “Tutti inabissati di debiti! Tutti spiantati!
Voi, il Cardinale, il duca di Bracciano, dareste fondo
al Perù! Donde ho da cavare tanto danaro?”

— “Una stretta data con garbo alle mammelle
della repubblica, ed è pareggiata ogni cosa. Ma a
voi non fa mestiere di questo: la fama narra mirabilia;
dice che tra oro coniato, in verghe, e in gioie,
voi abbiate cumulato meglio di dieci milioni di oro.
Se così è, vi consigliano male, perchè se levate il danaro
dal commercio, terminerete col diventare principe
di un camposanto.”

— “Sfaccendati! Poltroni! non sanno quello che
si dicano!”

— “Dalle rendite pubbliche voi vi avvantaggiate,
tutte le spese fatte, meglio di ducati trecentomila....”

— “Chi è che ardisce farmi i conti addosso?”

— “Provate a impiccare l’abbaco. — E poi, dai
commerci del corame, delle gioie, dei grani e del pepe,
voi ricavate un tesoro....”

— “Tutti falliscono! Tutti mi portano via! Io ho
deliberato cessare dai commerci: — forse,.... però
non sono deciso,... continuerò in quello del pepe;
ma non più cuoio, non più grani; — chi traffica in
grano muore in paglia.”
[pg!166]

— “Farete come vi aggrada; ma daretemi voi
i quarantamila ducati?”

— “Dio buono, ma dove profondate voi tanta
moneta?”

— “Datemela, ch’è bene spesa: io la impiego a
procurarvi amici. Io la spendo nel popolo, in feste,
in conviti, e in piaceri. La gioventù si abitua al
fasto e alle lussurie: io ve la snervo; io ve l’avvilisco;
io la castro nell’anima; io le tolgo la dignità
dello spirito e la forza del corpo; io ve la dispongo
alla sementa, e voi potete seminarvi quello che meglio
vi torna.”

— “Voi siete pure lo strano umore di uomo!
Avrete i quarantamila ducati; ma mi farete un obbligo
di rimettermeli a poco per volta sopra le rendite
del Pisano....”

— “Per obblighi, io ve ne faccio quanti volete.”

— “Inoltre....”

— “Ahimè! cominciano le restrizioni....”

— “No; voi penserete a spacciare la iniqua moglie,
quando e dove io vi ordinerò....”

— “E anche questo sia concesso. A quando i
ducati?”

— “Domani.”

— “Oh! Buona notte. Adesso bisogna ch’io vada
a fare un po’ di bene. Una gentildonna ha da presentarmi
una sua fanciulla da marito, perchè io le
dia la dote. Poi abbiamo uffizio nella cappella di
San Cappone con una brigata di compagnacci da far
[pg!167]
piangere il diavolo. Forse, se ci entra, ripasseremo
il codice delle quaranta pagine; e alla fine una cocchiata
con accompagnatura di chitarre e arpicorde:
all’alba dei tafani verrò a voi pel buon giorno, e
pel buon anno....”

— “Don Pietro! Don Pietro! Voi non volete
mai mutare costumi; e dovreste pur pensare che
del tempo sprecato così malamente converrà un
giorno renderne conto a Dio. — Almeno aveste addosso
un buon giaco....”

— “Finora il mio giaco fu la buona coscienza;
ma da stasera in poi io vedo che mi bisognerà portarlo. — Dio
vi abbia in guardia.” — E così dicendo
andò via a precipizio.

— “E voi parimente. — Bianca!” — E passato
qualche tempo di nuovo: — “Bianca!”

E la Cappello accorse ansante come persona
che siasi mossa con fretta da luogo lontano.

— “Che cosa desidera il mio signore?”

— “Hai tu sentito nulla dei colloquii che abbiamo
tenuto or ora qua dentro? Io ti avevo accomiatato
non mica per me, dacchè tu sai se io per te conservi
secreto sul cuore comunque piccolissimo, ma
per loro....”

— “Chi loro?”

— “L’Orsini e don Pietro....”

— “Di don Pietro non sapeva io....”

— “Pensa! Io ho tenuto proposito delle loro
mogli, e della vita poco laudabile che menano: mi
[pg!168]
sono raccomandato, perchè procurino persuaderle
alla convenienza, e fare loro una squartata a dovere:
non hai tu inteso nulla?”

— “Nulla.”

— “Vero? via, qualche cosarellina avrai poi inteso.”

— “Da gentildonna onorata....”

— “Bè. — Tu stai sull’ingrugnato per via del
rimproccio di stasera. Ma che vuoi tu? io mi stizzisco
così di leggieri, e me ne pento poi. Quello che
ho sul cuore ho sopra la lingua. Sono troppo sincerone.
Te ne domando perdono....”

— “Oh signore!” — rispose l’artificiosa Veneziana; — “voi
altri uomini di alto affare avete sempre
pel capo mille pensieri e mille inquietudini; la colpa
è nostra che vi venghiamo a disturbare: ma crediamo
fare del bene, e se non indoviniamo, meritiamo compatimento.
Sì giusto! vale la pena che vi prendiate
cura di me. Voi mi avete raccolta, si può dire, per
la strada, e mi avete messa a pari delle regine, e delle
più grandi principesse della Cristianità. La mia vita
sta nel reverirvi e nello amarvi, e per quanto io mi
studii, non mi pare amarvi abbastanza....”

— “Buona Bianca! Eccellente femmina! — Io
mi sento affaticato, e vorrei pure riposarmi. Porgimi
un bicchiere di acqua di cannella. Gran mercè, Bianca.
Ora diremo le preci; per istasera basteranno le
litanie.”

E Bianca prese un libro coperto di velluto cremisino
[pg!169]
con fermagli di oro; s’inginocchiò accanto
al letto recitando le litanie, alle quali Francesco
molto devotamente rispondeva *ora pro nobis*. — Terminate
le litanie, Francesco profferì queste parole:

— “Ecco, un giorno sta per compirsi: noi li
contiamo quando sono passati, — quando non sono
più nostri; — un giorno adesso cade dalla mano del
tempo nello immenso oceano della eternità. — Prima
però che si tuffi in cotesto abisso, guardiamone
l’agonia per argomentare la vita che ha consumato.... — Va,
va in pace anche tu, o giorno della mia vita;
prendi animoso il viatico; e raggiungi i tuoi fratelli
che ti hanno preceduto: tu sei scevro di lacrime, tu
sei passato innocente. L’angiolo dell’accusa non ti
scriverà sopra il suo eterno registro. Anzi, io lo
posso dire francamente, se la fortuna ti avesse tessuto
nella trama mortale di Tito, egli non avrebbe
oggi esclamato: — Ho perduto un giorno!”

Ma chi mai presumeva ingannare costui? Dio?
Sè? — O cuore umano, quanto tremendo a vederti!!

Francesco, con un fascio di cipolle sopra lo stomaco
e due omicidii sull’anima, si addormentava placidamente,
come un operaio della vigna del Signore. [63]_

|

----

.. [41] Galluzzi, *Storia del Granducato*, T. II, p. 271.

.. [42] Galluzzi, *Storia del Granducato*, T. II, e Ammirato,
   Libro ultimo.

[pg!170]

.. [43] Galluzzi, *Storia del Granducato*, T. II.

.. [44] Morbio, *Storia dei Municipii Italiani*, Firenze, p. 27.

.. [45] Machiavelli, *Della natura dei Francesi*.

.. [46] Machiavelli, *Ritratti delle cose di Francia*.

.. [47] Ariosto, *Satire*.

.. [48]

   | Martirio in terra appellasi,
   | Gloria si appella in cielo.

   *Beatrice Tenda*, di Tedaldi-Fores, giovane poeta spento in
   floridissima età.

.. [49] Nella Cronaca MS. del Settimanni nello Archivio delle
   Riformagioni espressamente si dichiara: «Fu fatto venire Paolo
   Giordano da Roma perchè acconsentisse alla morte d’Isabella.» — E
   quivi pure si racconta, come nello agosto successivo
   alla morte d’Isabella «fossero fatti sparire il figlio di Giovanni
   Battista de’ Servi, e Carletto Fortunati, lancia spezzata,
   come quelli che erano reputati drudi d’Isabella.» E che
   Giordano alle istigazioni altrui acconsentisse alla strage della
   moglie, pur troppo impudica, lo confermano ancora i MS. Capponi,
   della Biblioteca R. di Francia, e mio. — Il signore Bell
   nel suo racconto dell'*Accorambona* ci avverte come pei costumi
   spagnuoli, nei quali era stato educato Francesco, correva
   assai più grande l’obbligo nei fratelli di vendicare le
   disonestà della sorella, che nei mariti quelle della moglie. Il
   Galluzzi nella citata *Storia*, Lib. IV, cap. 2, scrive. — «È
   certo che a donna Isabella furono fatti funerali più pomposi
   che a donna Eleonora, e che il granduca e il cardinale non
   solo mantennero dopo con l’Orsini buona corrispondenza,
   ma s’interessarono per acquietare i suoi creditori, e dare
   alla di lui sconcertata economia qualche sistema. Tutto ciò
   proverebbe che, o la morte di donna Isabella non fu violenta,
   o che il granduca e i fratelli essendo di concerto con
   l’Orsini, con la loro dissimulazione resero lo eccesso più
   detestabile.» Davvero tra l’una ipotesi e l’altra corre troppo
   grande divario perchè uno storico solenne se la deva passare
   così scivolando. Da tutte le memorie dei tempi e da tutte le
   storie ricaviamo come la strage fosse imposta, e pagato il
   prezzo del sangue, che non si limitò unicamente nelle premure
   di acconciare la dissestata economia dell’Orsini, ma giunse
   perfino, secondo che ce ne porge testimonianza la Cronaca del
   Settimanni sopra citata, a fare donazione nell’ottobre di cotesto
   [pg!171]
   anno della villa Baroncelli a Paolo Giordano e a Virginio; il
   quale fatto forse indusse in errore l’Ademollo, che affermò
   nelle sue note al racconto intitolato *Marietta dei Ricci*, donna
   Isabella Orsini essere stata strangolata nella villa Baroncelli, oggi
   Poggio Imperiale.


.. [50] Svetonio, *Vita di Claudio*, in fine.

.. [51] La Bianca non era ancora moglie di Francesco I: viveva
   tuttavia l’arciduchessa Giovanna. Questo è anacronismo; ma
   la povera Giovanna, comecchè donna piissima, che condusse vita
   di silenzio e di sacrifizio, non era personaggio tale da ravvivare
   il racconto. Anime sante, ma pallide, nate a soffrire e a
   tacere!


.. [52] Vedi le note seguenti.

.. [53] Fino al tempo del granduca Ferdinando I si adoperavano
   in corte candele di cera gialla: egli le mutò in bianche,
   come conosceremo dalla lettera del Soderino riportata più sotto.


.. [54] Michele Montaigne, invitato a pranzo dal granduca Francesco,
   osservò come questi bevendo mescolava molta acqua
   nel vino, mentre la Bianca tracannavalo quasi puro: «On porte
   à boire à ce duc et à sa femme dans un bassin où il y a un
   verre plein de vin descouvert, et une bouteille de verre
   pleine d’eau: ils prennent le verre de vin, et en versent dans
   le bassin autant qu’il leur semble, et puis le remplissent d’eau
   eux-mêmes, et rasséent le verre dans le bassin que leur tient
   l’échanson. Il mettoit assez d’eau; elle quasi point. Le vice
   des Allemands de se servir de verres grands outre mesure
   est ici au rebours, de les avoir extraordinairement petits.»
   *Voyage*, T. II, p. 59.


.. [55] Svetonio, *Vita di Giulio Cesare*.

.. [56]

   | Porque dixo la venganza
   |   Lo que la offensa no dixo?
   |
   |   *Calderon de la Barca*.

.. [57] Queste ultime parole furono sentite dire da Francesco
   quando licenziò Giordano dopo il segreto colloquio tenuto fra
   loro. MS. Capponi, e mio.


.. [58] «Era una delle principali passioni di Francesco I fabbricare
   porcellane elegantissime, che poi mandava in dono ai
   principi e a grandi baroni.» Galluzzi, T. III, p. 119.


.. [59] «Francesco con una compagnia di mercanti esercitava
   [pg!172]
   questo commercio del pepe, e v’impiegava i suoi galeoni.
   La compagnia acquistava 30,000 cantara di pepe a 32 crusadi
   per cantaro, col patto della esclusiva di venderlo a tutto
   il mondo.» Galluzzi, T. IV, p. 106.


.. [60] Quest’arme fa una testa di Moro.

.. [61] E veramente si trova registrato così entro un libro di
   Ricordi.


.. [62] L’atrocità, narra il Galluzzi, Lib. IV, c. 2, *Storia del
   Granducato*, l’atrocità del fatto fu celata al pubblico, e velata
   con le attestazioni di uno accidente sopraggiuntole per palpitazione
   di cuore, a cui asserivano i fisici essere stata sempre
   soggetta. Al re di Spagna fu confidato per mezzo dello ambasciatore
   tutto il successo con scritto a parte li 16 luglio, in
   questi termini: «Sebbene nella lettera vi si dice dello accidente
   di donna Eleonora, avete nondimeno a dire a Sua Maestà
   Cattolica che il signor don Pietro nostro fratello l’ha levata
   egli stesso di vita per il tradimento ch’ella gli faceva con i
   suoi portamenti indegni di gentildonna, i quali per il suo
   segretario ha fatto intendere a don Pietro suo fratello e pregatolo
   a venir qua, ma egli non ci è voluto venire, e nemmeno
   ha lasciato che il segretario parlasse a Don Garzia.
   Noi abbiamo voluto che la Maestà Sua sappia il vero appunto,
   essendo deliberati ch’ella sappia sempre ogni azione
   di questa casa, e particolarmente questa, perchè se non si
   fosse levato questo velo dagli occhi, non ci sarebbe parso
   di potere bene e onoratamente servire Sua Maestà, alla
   quale, con la prima occasione se le manderà il processo ove
   ella conoscerà con quanta giusta cagione il signor don Pietro
   si sia mosso.» Gradì il re Filippo la confidenza etc.


.. [63] Credo fare cosa gratissima pubblicando la seguente lettera,
   ch’io reputo affatto inedita, e sconosciuta generalmente. È
   stata ricavata dalla Biblioteca Reale di Francia, ove si conserva
   sotto N\ :superscript:`o` 10, O 74. La copia manoscritta è scorrettissima,
   in parte manchevole, e in parte non leggibile, ed io m’ingegnerò
   a correggerne il dettato per modo che possa intendersi.
   Per questa lettera, scritta evidentemente da persona anzi che
   no mordace, e poco amorevole alla casa dei Medici, in ispecie
   poi al granduca Francesco e alla Bianca Cappello, conosceremo
   quanto sia falsa la fama dello avvelenamento di Francesco
   e della Bianca. Il genere di vita dai medesimi praticato
   non aveva mestiero di altro argomento per farli morire sollecitamente,
   [pg!173]
   avvegnachè comprenderemo di leggieri com’essi
   si avvelenassero tutti i giorni.

   «*Lettera di Giovanni Vettorio Soderini allo Illustrissimo
   Signore Silvio Piccolomini sanese, in ragguaglio della
   morte et esequie del Granduca Francesco.*

   »E’ merita il pregio della opera, e mi si appartiene,
   signore Silvio Illustrissimo, scrivere a vostra signoria illustrissima
   una grande e prolissa lettera. Quando, che
   alli giorni passati la Morte cavalcò sopra il suo destriero
   magro e disfatto per investirsi del titolo di Grande. La
   Morte ottenne a Roma il titolo di Grande, e conseguita
   ch’ella ebbe cosiffatta indecentissima intitolazione, se ne
   cavalcava frettolosa alla volta del Poggio a Caiano, e quivi
   con irresistibile forza e pari valore assaltò il Grande Etrusco
   di Firenze e Siena, e lo abbattè alli 19 di ottobre 1587
   a 4 ore e mezzo di notte, e di 47 anni lo privò di vita
   dopo strani e disusati scontorcimenti, e ululati e muggiti
   diversi. Stette senza favella da dopo desinare fino al punto
   in cui fu soprappreso da febbre scottantissima. Il signor
   Pandolfo de’ Bardi, e il signor Troiano Boba, hanno sempre
   attestato che fosse per soverchio insolito esercizio scalmanato,
   e così presa una calda per essersi fermo in frigido
   luogo vicino all’acqua, come pure per causa di vecchi disordini,
   troppa continua beuta di elisir, e suo acquerello,
   et acqua arzente, e da mezzi minerali alchimiata e alterata;
   immoderata e nociva familiarità con l’olio di vetriolo
   ed uso troppo frequente di acqua di cannella stillata; e dal
   mangiare paste e composizioni calide, torte con tutte
   sorte di speziarie, gengiovi, noce moscada, garofani e
   pepe, polpe di capponi, fagiani, francolini, pernici, starne,
   e passere minutamente tritate, intrise con rossi di uova,
   crusca di zucchero, e farina inzaffranata; sorbire prima di
   pasto, fra pasto e dopo pasto continuamente uova con
   pepe lungo di Spagna pesto; empirsi sempre di cibi grossi,
   triviali, e di robaccia dura a smaltire, come agli d’India
   con pepe nero, cipolle, porri, scalogni, aglietti, malige
   [pg!174]
   crude, ramolacci, radici, rafani tedeschi, raponzoli, carciofi,
   cardoni, gobbi, sedani, nuchette, e nasturzii indiani,
   castagne, pere, funghi, tartufi, e in istrabocchevole quantità
   sorte di ogni formaggio; bere vini crudi, frizzanti, raspati,
   indigesti, grechi fumosi e gagliardi, e vino di Spagna,
   di Portercole, e di Reno: lacrima, chiarello, vino di Cipro,
   Malvagia, Candia, vino secco di Spagna, di Corsica,
   di Pietra Nera con la neve, avendo lo stomaco frigidissimo,
   e il fegato caldissimo; ai quali vecchi disordini voglionsi
   aggiungere i nuovi nella presente mala valetudine, come
   in mezzo alla febbre ardente bere gli sciloppi gelati, reluttare
   in tutto e per tutto il cristere, mandare giù pillole
   involte in pasta di ostie tenute a raffreddare nel diaccio,
   medicine e bevande nevate, e nel colmo dell’ardore
   della febbre sotterrarsi le mani nella neve; bere dopo il
   farmaco un gran bicchiere dì acqua agghiacciata; saziarsi
   a strane ore di latte infrigidito, e tirar giù due bicchieri
   di mosto ancora bollente, e poi per l’arsione della gola,
   aridità di lingua, asciuttezza di fauci e palato, collepollarsi
   fra le gote dentro in bocca con due pallottole di cristallo
   di montagna affreddate nel ghiaccio o nella neve,
   e raffreddare il letto con lo scaldino pieno di ghiaccio
   alla foggia del principe Carlo. Questo ed altro faceva a
   guisa del cardinale S. Angiolo, della Queva, del vicerè
   di Napoli, di Giannettino Doria, e del Signor Prospero
   Colonna, ma vi si tolse giù restandone chiaro. Non fece
   testamento prima, nè poi; solo sottoscrisse una polizza
   di sua mano di scudi 50,000 da distribuirsi tra i suoi servitori
   di corte. Confessollo il padre Maranta, il quale mi
   afferma che non ispecificò il numero e la quantità degli
   scudi da distribuirsi, ma raccomandò in generale che
   fosse rimunerata la servitù, e rincrescergli di non potere
   vivere tanto da farlo da se stesso. Il confessore non fu a
   tempo di memorargli se volesse erogare più altro a benefizio
   dei suoi, perchè chiusi gli occhi non potè muovere
   la lingua, o crollare la testa. Nel ricevere i sacramenti
   proferì le orazioni, la confessione della messa, e
   [pg!175]
   il *Miserere* assai speditamente. Monsignor Abbioso lo linì
   della estrema unzione. Il cardinale di Firenze fu assistente
   alla data dei sacramenti, e alla più parte delle cerimonie.

   »Saperà ancora V. S. I. come interrogatolo uno intrinseco
   suo, che cosa volesse dire che in tanta felicità
   di stato, e abbondante potenza di tutte le cose, mai non
   si rallegrasse, così rispondesse: — «Certo ch’io dubito,
   che questa mia moglie non mi abbia fatto qualche malía
   affatturamento, comecchè separato e disgiunto da lei,
   vivere e posa avere non posso.» — Intorno a che più
   volte ragionando la Bianca disse: — «Da mio marito a
   me hanno a correre ore, e non giorni.» —

   »La morte, finito l’uno prima, andò alla volta della
   granduchessa, che stava chioccia, e la sopraggiunse mentre
   con ansia investigava lo stato del marito, e si sforzava
   di fargli ricordare la promessa per la promozione
   di D. Antonio, perchè fidandosi sopra il bene essere del
   Granduca, non gli chiese in vita danari, beni o roba,
   ma indovinando la morte del suo marito dal calpestio di
   un andito all’altro, dalla una all’altra camera, dal rumore
   delle carrozze e dei cavalli, e dal vedere il signore
   Pandolfo de’ Bardi con gli occhi molli, le guancie infuocate
   e bagnate, sospirante spesso, e semivivo, comecchè
   la sua damigella L. V. N. A. gliele avesse poco anzi
   messa in dubbio, cacciato il capo sotto, frastagliando
   parlò: — «Conviene anche a mi morire col mio signore.» — E
   mandato un sospiro interno per entro il cuore,
   non fiatando più fino alle quindici ore e mezzo dell’altra
   mattina, spirò; e come undici ore prima trapassò il marito,
   similmente undici ore dopo morì la moglie; facendo
   comparire con simili accidenti un atto in commedia terminato
   in doppia tragedia nel sopraddetto spazio breve
   dall’uno all’altro. Il successore, che con iscusa di rinforzo
   della sua gotta, si era su le tre ore licenziato da
   lei, alle sette e mezzo giunse alla porta a Prato, ove scontrato
   il primo capitano dei Lanzi, rispettosamente, con
   [pg!176]
   temenza, e tremandogli la voce (credo io per la grande
   novità di mutazione) gli disse: «Ora avete ad essere così
   fedele a me, capitano, da qui innanzi, come a mio fratello
   siete stato.» Il palazzo granducale fu dipoi come
   per lo avanti custodito dai Lanzichenecchi soliti, e gli
   Spagnuoli, che già per questo effetto si erano chiamati
   dal Monte, si rimandarono. In seguito chiamato Bernardo
   Buontalenti, fedelissimo discuopritore dell’intimo Etrusco,
   gli dette il contrassegno, e si fece scuoprire sotterrato
   il tesoro di cinque milioni e mezzo di oro, e di 700,000
   scudi di elette gioie; onde, chi vorrà negare che non
   siamo venuti alla età dell’oro? Già per comune discorso
   danno al nuovo signore per moglie la vedova di Francia,
   ma non vi è fondamento, ch’essendo vissuta regina,
   regina intende morire; e altri altre, secondo la opinione
   di quelli che vogliono indovinare: staremo a vedere
   et udire quello che nascerà, perchè questi son giudicj
   temerarj. Il nuovo signore pensa già, tratta, discorre
   e ragiona di volere rivoltare e ritravagliare il mondo,
   rifare e ritoccare ogni qualunque cosa, rivolgere sottosopra
   ogni mal fatto, ogni sconcio correggere, moderare
   ogni scempiezza; levarsi dattorno i ministri mozzorecchi,
   sbandirsi innanzi tutti i ribaldi, mandar via i cortigiani
   oziosi, superflui e girovaghi; cacciare in malora
   i parassiti, gli adulatori, le finte meretrici, tutte le triste
   persone, e di male affare; gastigare i malvagi, i maligni,
   i rei, gli scellerati, i mariuoli, i tagliaborse, dileguare
   i banditi, punire i ruffiani, i sicarii, i grassatori;
   far morire gli assaltatori di strade, gli assassini, gl’ingannatori,
   i seduttori, i bestemmiatori, i viziosi, gli
   scorretti, i bislacchi, tutti gli uomini di mala vita; mandar
   via, e segregare dal commercio degli altri i vagabondi
   e i girovaghi, tòrre insomma la vita ai pessimi,
   far vivere esaltando, accarezzando, giovando, riconoscere
   premiando, e amando sempre i buoni, e perseguitando
   i contrarj; proibire i giuochi, le bische, le baratterie,
   i ritrovi, le carte, i dadi, le scommesse, e le altre
   [pg!177]
   barerie; levare i grecovendoli, temperare e moderare i
   postriboli e le taverne; mutare le segreterie, li magistrati,
   gli uffiziali, i giudici, i rettori, gli auditori, gl’infedeli
   et insufficienti ministri, e gli uffici distribuire per
   i meriti, e non per i favori, e ai necessitosi; rivedere i
   conti a tutti, e i non buoni gastigare e cassare, avendo
   riguardo ai poveri bisognosi, e sovvenirli di limosine,
   giovarli, aiutarli di comodità, esercitando sempre le doti
   potentissime di principe, che sono liberalità e clemenza;
   afferma, tra le altre cose, la nostra Siena essere mal
   trattata e mal governata: non volerla così, e doversi guidare
   dal Piccolomini vostro cugino, e dal Pannilini. Basta,
   staremo a vedere, imperciocchè non manchi chi affermi
   essersi soltanto dalla padella entrati nella brace,
   Venere sempre dominante, ed essersi mutata la frasca
   non il vino; ma ragionevolmente scorti e conti gli
   errori dell’altro governo, potrà agevolmente correggerli
   nel suo. E di già le avviso la sua prima azione, ch’è
   stata d’imprigionare il procuratore di Livorno, aggravato
   d’infiniti rubamenti e querele, il quale ha voluto
   primieramente ammazzarsi col darsi percossa di un Cristo,
   nostro Signore, posto in croce, e appresso in Santa
   Maria Nuova si è morto. Il cardinale ebbe sempre in
   urto a cagione della sua iniquezza, poco rispetto e malvagità,
   Pietro Lazzero Zeffirini cabalista di Siena, nomandolo
   sempre ghiotto, impiccato, mozzorecchi, e tristo;
   così non prima morto il fratello, e forse prima, o
   in quel punto e in quella ora, diede ordine a messer
   Guido Del Caccia gonfaloniere, che facesse dare la caccia
   a costui, e preso, lo facesse custodire in lato iscampabile;
   talchè data rigida commissione al Cagnaccio principale,
   che con insolenti cani andanti alla presa dell’uomo
   lo rabburchiasse, fu carpito in casa, onde gli disse: — «Siete
   prigione del granduca.» — «Del granduca
   prigione io sono sempre» (rispose). — Al che con sinistra
   e soprastante maniera lo garrì dicendo: — «Havete
   ad essere prigione dadovero.» — Scandalizzossi il signore
   [pg!178]
   Piero Lorenzo, e disse: — «Prigione io, ministro
   di Sua Altezza? voglio vedere il mandato, e suo chirografo.»
   Ed esclamando — io protesto, io ti farò, io ti
   dirò, — lascia pure minacciare e bravare a lui! Intanto
   ei lo afferrò per un braccio, e fattolo muovere lo condusse
   al buio presso di Bora, e forse peggio, avendo ad
   essere giudicato delle tante querele, misfatti, e male opere
   da messere Lorenzo Osimbardi, successore in suo luogo;
   ciò ch’è stato caro, et ha piaciuto a tutta la gente.

   »Ora l’altra sera dopo la morte, il cadavere del Grande
   Etrusco fu portato in lettiga con la guardia del signor
   Piero Antonio dei Bardi con 200 torcie bravissimamente
   portate da uomini di arme, e stefaniani, e uomini di corte,
   fino alla porta della città, e a quella di S. Lorenzo
   con gli stangoni in ispalla dei cavalieri, e dei cortigiani;
   e la seguente sera fu portato il cadavere della Bianca
   con assai meno caterva, 20 torcie sole, alla semplice,
   alla pura, alla solinga, et abietta bene. Il cadavere del
   granduca si vide con la corona, e così stette fino all’avello.
   Il Buontalenti domandò se doveva lasciarsi vedere
   la Bianca, e incoronata; gli fu risposto: *che si era
   vista, e che aveva portato la corona pure assai*; e instando
   egli, dove si avesse a seppellire, gli fu risposto: *dove volete
   voi*; al che replicando, fu risposto interzando: *dove
   volete voi: non la vogliamo fra i nostri*. Onde involta in
   un lenzuolo fu alla rinfusa gittata nel carnaio, ch’è la
   tomba maggiore generale alla plebe. Per lo innanzi ambedue
   i cadaveri furono aperti, e mi accertarono maestro
   Baccio Baldini, e maestro Leopoldo Carlini da Barga,
   essere stato nelle interiora dell’uno e dell’altro la
   medesima simpatia di malore: come di corruzione di fegato
   e polmone, di trista abitudine, di panniccoli nello
   stomaco, e mal colore di arnioni; se non che nel cadavere
   della donna fu gran copia di acqua, comecchè infetta
   da due anni in dietro d’idropisia: e queste combinazioni
   di morte accostatesi insieme nello spazio di 11
   o 12 ore, siccome da prima in altrettanto si ammalarono,
   [pg!179]
   hanno fatto credere allo ignaro volgo e alla rozza
   gente di collegazione di spiriti, e a me hanno fatto sovvenire
   dell’antica commedia di Plauto intitolata *Commorientes*,
   e degli due Plantuomini di... che in *Venere obiere*.
   Alcuni altri imburiassati da popolaresche voci hanno
   creduto che, siccome risuona di fuori il grido da più
   bande, che sieno morti di veleno, ma sono baie; chè fu
   di natura. Et in vero, egli è stato un atto di commedia
   in iscena comparso bene, molto presto finito in doppia
   tragedia; in somma abbiali fatti uscire di vita o il medico,
   o Dio, io la intendo a mio modo.

   »Con la sopraintendenza del cardinale di Firenze il
   nobile Bernardo Vecchietto, il ...... Ricasoli, Bernardo
   Buontalenti, e messer Francesco Lenzoni, hanno ad attendere
   alle cure dell’esequie, le quali si processioneranno
   alli 15 decembre del presente anno.

      Qui sembra che la Lettera termini, e sia stata ripresa assai dopo, perchè
      continua con queste parole:

   »Gianvettorio, come di sopra si può leggere, ha narrato
   la vita del granduca Francesco, i disordini che fece
   nella vita, la causa della malattia, e così della moglie, e
   della morte dell’uno e dell’altra. Ora narrerà succintamente
   l’ordine dell’esequie, delle quali per non essere tedioso
   descriverà solo quello che sostanzialmente gli parrà
   da tenere conto, e lascerà stare la borra, e però dice:

   »Che si partirono dal palazzo granducale con 6 trombetti
   muti a cavallo: era il palazzo parato di nero, e nel
   cortile il cataletto entrovi la effigie del granduca con la
   corona, e così era portato in San Lorenzo dove avevano
   destinato i posti ai magistrati, agli ambasciatori dei
   principi, e a quelli delle comunità. Messere Pietro Angioli
   da Barga fece la orazione funerale, dopo che fu
   entrato il cataletto col cadavere finto, la quale fu tenuta
   dotta, elegante e breve, in latino, dandogli quelle laudi
   che si potevano e convenivano a lui, biasimando i ministri
   cattivi i quali offuscarono in buona parte il buono
   animo e il governo suo, siccome interviene e interverrà
   [pg!180]
   sempre a tutti i principi che troppo si fidano dei loro
   ministri, i quali per lo più sono furfanti, e mercenarj, e
   però sarà bene avere loro l’occhio e l’orecchio alle
   mani; e che del dolore che si ebbe della perdita di tanto
   principe se ne afflisse inconsolabilmente il popolo, se
   non lo confortava la successione del fratello, dal quale
   si deve sperare una vita gioconda e felicissima, con
   quelle altre adulazioni convenienti ad un Oratore, che
   ha da lodare una cosa. Vi furono 11 vescovi. Del baldacchino
   che gli fu portato, non istarò a dire come fosse,
   nè manco del panno ch’era sopra il catafalco, ch’era
   tutto di broccato di oro con frange: napponi di oro ricchissimi,
   e le imprese e i ricami ricchissimi: 80 cavalieri
   con quelli del baldacchino che lo portavano, e 80
   nobili a cavallo gramagliosi, andavano per le strade per
   far cansare gl’impedimenti, e andare ognuno in regola;
   alla porta vi erano 8 gigantesse di carta di chiaro scuro,
   tra le quali una sola sendovi, per essere morte, femmina,
   stima che significasse la Bianca quegli che scrive,
   non vi avendo ad essere altro simbolo che potesse denotare
   colei. Erano in San Lorenzo gli scudi delle 16 città
   tutti posti in fila in testa; e dai lati del coro eravi la sua
   andata a Genova quando vi venne il re Filippo, sendo
   esso principe di poca età; vi era ancora quando andò
   allo imperatore per la moglie Giovanna di Austria regina
   nata, quando s’impadronisce dello Stato, e che i Cappucci
   lo riveriscono rendendogli la obbedienza; la macchina
   di Pratolino, l’addirizzamento dell’Arno, il porto
   et accrescimento di Livorno, le fazioni fatte dalle sue
   galere co’ Turchi, e altre fatte da lui quando andò al Poggio,
   vivo, e tutto vigoroso. Era il catafalco alto braccia
   32, e sotto esso catafalco fu fino a 3,500 tra torcie e
   fiaccole per la chiesa, e su esso catafalco posto il baldacchino
   di tela di oro nera, e sotto il baldacchino il simulato
   corpo. Alle orazioni e preci della messa grande,
   celebrata dal cardinale di Firenze, assisteva tutto il clero.
   La chiesa parata tutta, e archi, e colonne di rasce
   [pg!181]
   bianche e nere, intramezzate con più sorte di motti. Il
   viaggio fu di piazza dai Gondi per la via del Palagio a
   S. Croce, al ponte Rubaconte, per la via dei Bardi, per
   la via dei Guicciardini, a San Felice in Piazza, per via
   Maggio, per il Ponte a Santa Trinita dall’Antinori, al
   canto dei Carnesecchi, dai fondamenti del Duomo, e voltando
   dalla via dei Servi, dai Pucci, dai Medici, a San
   Lorenzo, processionarono 7225 passi in 5 ore. Innanzi
   al feretro andarono tutte le regole di frati, preti, canonici,
   vescovi, arcivescovi, la guardia dei Tedeschi col
   capitano armato a cavallo, ed essi tutti a negro rivestiti;
   82 uomini d’arme, 250 cavalleggieri, 270 cavalieri
   con il loro abito lungo, 29 capitani, e tra essi 45 prigioni,
   e tutto a bruno con le insegne basse, archibusi
   sotto il braccio, e bandiere strascinate; 6 stendardi grandi
   di città principali, uno dei cavalieri di S. Stefano, portati
   a cavallo da persone nobili vestite di abito lungo di
   velluto dovizioso, e quello di mare portato a piedi; e
   arrivati che furono alla porta della chiesa, li riceverono
   sei nobili, e li portarono diritti intorno al catafalco per
   piantarli dentro a certi zoccoli fatti di terra, i quali, insieme
   a tutti gli altri abbigliamenti, rimasero alla chiesa.
   Dietro andarono i magistrati, la corte, i signori, i
   conti raccomandati, ambasciatori delle comunità e città,
   collegi di dottori di leggi, e di medicina, e studj, e la
   famiglia dei Medici. Seguirono appresso a tutti questi
   gramagliosi come gli altri di abito lungo, ma maggiore
   strascico per il gran bruno, 100 imbacuccati, 10 cavalli
   coperti di velluto nero, con amplissimi e potentissimi
   strascichi sostenuti da 60 giovani; le sue armi, cimieri,
   cornetta, stocco, zagaglia e la sopracoverta delle armi
   ricamata di oro furono portate a cavallo dai paggi, e
   con loro 17 baldacchini delle arti con drappelloni nuovi
   portati bassi, terragnioli, bandiere, e bandieruole portate
   ugualmente chine, e attorno la sembianza del morto
   da una banda e dall’altra. Nè può celebrarsi con quanta
   allegria e frequenza di popoli, che non saranno mai
   [pg!182]
   nozze o feste viste, e fatte così con tanta splendidezza,
   che ombreggiarono quelle dello invittissimo Carlo V ordinate
   e consumate a Brusselles, nelle quali si rappresentò
   andante la nave Magellana che fece il giro del
   mondo; e quelle di Giovanni Galeazzo Maria Visconti,
   che durarono 18 ore a passare, e vi furono 3000 torcie
   accese; e quelle del duca Alfonso di Ferrara, che per la
   copia grandissima di lumi fecero l’alluminatissima notte
   apparire limpidissimo giorno.

   »Le doglienze agli re ed ai principi furono queste:

   »Il sig. Ciro Alidori da Castel Rio allo Imperatore,
   in Sassonia e in Pollonia. Il sig. Giovanni Vincenzo
   Vitelli in Ispagna al re Filippo, con istruzione di raffermamento
   di collegazione, e di amicizia, e di servitù;
   e più appresso la SS. R. M. C., affinchè abbia moglie
   che possa essere per lui, benchè i più stimino, che
   per trapassare il negozio con più reputazione sposerà
   prima don Pietro. Il sig. Giovanni Niccolini a Roma. Il
   sig. Razio dal Monte in Francia col notaro a cintola il
   Paccalli per accomodare a modo della regina la vertenza
   che pende tra loro sopra il Poggio a Cajano di acconcimi,
   miglioramenti, ed altre pretensioni, e cacciarvi dentro
   10,000 scudi prestati già al re nella scappata che fe
   già di Pollonia. Il sig. Rutilio Montalvo a Mantova. Il sig.
   Luigi Andonara a Venezia; duro et aspro ginepreto fare
   scilome a quei Magistrati, per dare loro ad intendere
   che non si sia beuto, ond’ei parlò così piano in Pregai,
   che appena fu sentito, sicchè dal segretario maggiore
   venne presa scritta la orazione, e poi gli rispose, ed egli
   riuscì acconciamente. Il sig. Emilio Pucci andò a Napoli,
   Sicilia, e Malta. Il sig. Luca Vaina in Baviera, e in Allemagna.
   Il sig. Alfonso Appiano d’Arragona a Ferrara.
   Il conte Bevilacqua ed il sig. Adriano Tassoni al duca
   di Urbino. Il sig. Matteo Bolli in Savoia, il quale non
   potè passare la Magra allora grossissima di acqua, ed
   essendosi abbattuto con tre dei suoi in un tal sergente
   della banda di quei paesi, con parole di orgoglio e presunzione,
   [pg!183]
   contendè perchè lo facessero passare a ogni
   modo, e lo trattò di villano. Il sergente, adunata la sua
   gente, lo aspettò poco dopo sopra la strada di Lerici, e a
   mano armata pose lui e tutti i suoi in pericoloso stato, per
   il che lo Standera con parole pacificatorie, spintosi innanzi
   alla volta sua, quietamente e posatamente dimostrò con
   buone ragioni al sergente, che per essere il sig. Matteo
   persona pubblica, dependente da principe di potenza
   grande vicino ai suoi signori similmente potenti, non
   volesse essere cagione di risse tra loro, con danno che ne
   verrebbe alla guerra contro ai Saracini comuni nemici.
   A così fatta persuasione sedossi lo scandaloso tumulto,
   del quale poi dolutosene a Genova n’ebbero gli aggressori
   notabile punizione, ma il sergente si dileguò. Il sig.
   Giulio Ricasoli a Massa, a Lucca, e a Genova; ma arrivato
   a Sarzana lo raggiunse il corriere speditogli dietro
   dal cardinale, con ordine che non passasse più innanzi,
   imperciocchè avea avuto certezza di là, che non volendo
   dargli del Serenissimo non arebbe udienza, onde se
   ne tornò subito indietro. Il conte Germanico Ercolani ed
   io siamo stati destinati per costà al Serenissimo di Parma,
   ma io ho voluto satisfare all’animo mio, lasciando
   il carico di tutto al conte, non avendo voluto disconciarmi
   della persona a così lungo viaggio per conto di morti
   tanto poco amati, niente apprezzati, meno dolsuti, e
   punto pianti.

   »Intanto il cardinale duca è tale da fare stare in cervello
   ogni papa, e si crede che non si smantellerà presto
   i panni che ha indosso, servendosi della porpora fino al
   primo conclave, del quale essendogli per legge e per bolle
   vietato lo introito, come privato potrà, se non fare un
   papa a suo modo, ammogliare almeno don Pietro con
   quella di Gardona, o altra, e procurare schiatta successora.
   Alcuni altri hanno opinione, che conoscendo egli
   benissimo che la felicità consiste in sapere, potere, volere,
   e avere in tutti i modi, sia per adoperare la mestola
   che gli è capitata nelle mani, e che gli hanno insegnato
   [pg!184]
   ad usare come conviene, et esercitare il grado che
   ha, attendendo a rassettare le cose guaste.

   »Ha ordinato riformatori della corte l’arcivescovo di
   Pisa, e il vescovo Masi, che l’acconcino alla Borgognona,
   e alla grande di Spagna. Maiordomo maggiore, sotto
   maiordomo maggiore, maestro di casa, e sotto maestro
   di casa, maestro di camera, e sotto maestro di camera,
   maestro di sala, e cavallerizzo maggiore, il quale ha dato
   al sig. Giovanni Vincenzo Vitelli. Gridò a testa delle candele
   gialle che vide accese sopra la credenza di argento,
   dicendo che le vuole bianche a tutti i servigi palatini, e
   aggiunse che non vuole essere ceraiuolo, nè calzolaio,
   nè compratore di gioie, nè di corame, nè tornitore, nè
   tagliatore di pietre, nè bicchieraio, nè stovigliaio, nè alchimista........
   A Gian Bologna di Doagio, che gli
   spiegò lo intenso animo suo dì voler fare un cavallo di
   getto, maggiore per ogni verso un terzo di braccio di
   quello di Roma, da collocarsi sulla piazza della Dogana,
   dirimpetto alla Dogana, domandandolo quanto voleva per
   principiarlo, — rispose: 600 scudi: — al che disse: o cuore
   pusillo! — Ha ordinato dispensarsi danari ai mendicanti
   e ai prigioni: altri si liberino. La moglie di Piero Ridolfi
   studia la rettorica del Cavalcanti per fare uscire ambasciatore
   il suo marito. — Il popolo vuole supplicare per
   la reddizione e diminuzione della metà della paglia e
   delle farine, e che si levi in tutto e per tutto la gabella
   del ceci molli, della carne per i gatti, trippe, peducci,
   zampe, budella, il dazio che si paga per l’aere, per la
   stesa delle tende di mercato vecchio e muricciuoli quivi
   et altrove, segni delle stadere, tassa delle osterie, piombi
   ai fiaschi, segnatura di barili, gabella di bestie e legnami,
   carlini di teste e grossi nuovi, lire del contado, calde
   arrosto, lupini dolci, e tutte sorte di civaie, aranci, cedri,
   limoni, lastricature di strade; e sarà facile, perchè
   di simili aggraviuzzi non ne tiene conto alcuno.

   »Il sig. Alfonso Piccolomini, cugino di VS. Illustrissima,
   farà impiccare come lo abbia nelle mani, e lo disse
   [pg!185]
   da per se nella presa del Lazzeri, del quale è fuora la
   composizione, che dice:

      | Già si è fatta vendetta
      | Della carrozza Alcedema già detta.
      | Gli amici dei cavalli havuto han bando;
      | Ma per Lazzeri quando?
      | Io non pensai giammai udir quell’ora
      | Che il Boia dica: Lazzeri, vien fuora:
      | Allor potrò cantare in larga vena,
      | Zeffiro spira, e il bel tempo rimena.

   »Gli ha dato un giudice delegato di fuori di qua, perchè
   non si palesino le sue azioni, tra le quali se vi fosse
   mescolamento dei suoi affari si sopprimerebbero, nè si
   saprebbe cosa, che di ciò sia.

   »Ha fermo a nome di segretari il cav. Antonio Serguidi,
   il cav. Belisario Vinta, e P. Paolo Corboli, ma
   l’effetto principale è della nuova riforma della Segreteria
   nella guardia delle terre, città, e borghi. L’Usimbardi
   è più che mai in favore del suo padrone, e come capo di
   tutti i segretari della pratica segreta, e sopra il dare degli
   uffizj, dei quali Pietro Conti rimane Cancelliere per
   tenerne la lista, riscontrarli col quadernuccio, e non
   altro; per la quale è stato dato fuori una Caterina, che
   dice:

      | Caterina tu non guardi,
      | E’ governa l’Usimbardi;
      | E se punto tu ti fidi
      | Farà peggio del Serguidi.

   »A Benedetto Uguccioni ha ordinato si rivedano i conti,
   e che quando comanda i lavori abbia rispetto e discrezione
   pei poveri. Assai temono la cassazione, ad assai
   più ha detto che stieno di buono animo, e sperino bene,
   promettendo farsi loro protettore. Dei vecchi servitori
   del fratello, paggi ordinarj, paggi neri, lance spezzate,
   scudieri, cortigiani e uffiziali, saranno cassi e licenziati
   sino alla somma di scudi 20,000 l’anno; molti capitani
   delle bande saranno mutati, e ferme nuove lance spezzate,
   [pg!186]
   e nuovo ordine fatto di archibusieri a cavallo, come
   moltiplicato il numero dei Tedeschi a guardia della
   sua persona. E com’è di dovere, vuole principalmente
   servirsi di quelli che condusse di Roma fino a 300 bocche,
   i quali innanzi tutti conviene rimeritare, e beneficare
   come ha fatto. I danari lasciati da suo fratello ai
   servitori ha ripartito tra i più meritevoli a uguali porzioni,
   ad alcuni ha raffermo la provvisione, e che non
   servano. Ha ordinato rimettersi a don Pietro, liberalissimo
   e magnanimo signore, 10,000 scudi al mese con gli
   interessi, comportando così la ragione di stato, per non
   palesare o toccare i tesori della cassa palatina.

   »Fa professione di benigno, piacevole e cortese signore,
   e similmente di gratitudine, e di beneficare chi
   gli è stato servigiato, tra i quali si può vedere che sia,
   con speranza di molto merito, Riccardo Riccardi, che
   ricercato di entrargli mallevadore a Giovanni Battista
   Michelozzi, gli prestò egli stesso 18,000 scudi. E questo
   avvenne perchè al Michelozzi non bastava lui solo per
   mallevadore, ma voleva bensì tutti tre i fratelli, onde
   egli sdegnato e preso dal puntiglio, volle dimostrare di
   avergli egli solo, e contolli l’uno sull’altro; perchè l’onore
   e l’ambizione, che non possono far fare agli uomini? Al
   conte Ulisse, e alla moglie per antica affezione, ha concesso
   abitare il casino, ma non ci sverneranno, secondo
   si crede, perchè vi si riparerà don Antonio, al quale, essendo
   indisposto, messere Andrea Albertan negò, quantunque
   richiesto, la pietra belzuar, allegando che Bernardo
   speziale ne aveva, e che andasse a quello, e ciò
   per fuggire le taccie che falsamente gli avevano cacciato
   fuori le sciocche lingue intorno alla morte del granduca
   e della granduchessa. Ognuno afferma essere stata cosa
   importante ch’ei non abbia 10 anni meno, perchè altrimenti
   saria stato troppo portato verso le donne, sebbene
   alcuni pretendano che si muta la persona, ma non le
   voglie.........
   A don Filippo, spedalingo di Santa Maria Nuova, vuole
   [pg!187]
   si rivedano i conti; intanto gli ha fatto ritornare scudi
   11,000 per completare il prezzo di 18 poderi contermini
   a Pratolino, che dallo Uguccione e Buommattei furono
   stimati scudi 30,000.

   »Asdrubale Cliva, fatto prigione a Roma a istanza sua,
   è stato condotto in queste carceri per dare conto delle
   tante querele appostegli conforme dice la profezia in
   rima:

      | Asdrubalaccio tosto
      | Dolgasi, che per lui la sorte varia,
      | Che trar gli farà un dì dei calci in aria.

   »Similmente, con ogni studio e autorità, ha dato ordine
   che si spengano e dissipino ovunque sono gli assassini e
   banditi. Ha fatto il cavaliere Beccheria capo e persecutore
   loro con sufficiente numero di satelliti birreggianti
   secondo il bisogno.

   »Ora il popolo minuto per avergli corso dattorno, e
   gridato: *palle, palle*, e *duca, duca*, pensa ch’ei sia diventato
   tutta una pasta con lui, e spera che Arno e Arbia abbiano
   a correre savore, e non solamente savore, ma sapa
   dolce, e mostarda fine, anzi salsa reale: così ognuno
   fruga e rifruga, mesta e rimesta, si spinge innanzi, si
   ringalluzza, e si fa forte. Io ho fatto dipingere un gatto
   soriano, con gli occhi di topazzi sfavillanti, con un motto,
   che gli esce dal c... di fra le zampe, e che dice: *in tenebris
   lucet*.

   »È stato pure dipinto un sole incoronato con cappello
   ed arme, e alcuni vi hanno scritto sotto: *custos, et causa
   salutis; dulce decus nostrum*; altri: *laborum dulce lenimen*;
   ed altri finalmente: *instar operum pretiose*.

   »Fino a questo oggi gli sono state porte 2000 supplicazioni,
   le quali tutte si sperano graziate coll'*ita est concedesi*,
   e non come quelle del defunto duca, che avendo
   supplicato alla Divina Maestà di volere cambiare vita obbligandosi
   a trattare bene, contro il solito suo, i bambini,
   le balie, e la brigata, fu rimessa la informazione al protettore
   nostro San Giovanbattista, et ebbe un
   [pg!188]
   rescritto: — si rimette agli ordini di Giustizia; — onde infiniti versi
   sono stati appiccati in vari luoghi, dei quali i più notabili
   che sieno apparsi e veduti, sono questi:

      | Medicea stirpe, del ben fare ignuda,
      | Di sudore e di fame al mondo nata;
      | Tanto in te stessa, quanto in altri cruda,
      | E del comun languir fatta beata,
      | Finchè in te stessa alma gentile intruda,
      | Che in Francia, Spagna, e Fiandra si dilata;
      | Lupa, Lion, sotto di Pietro il manto
      | Cangerai alfine in riso il lungo pianto.

   »E prima era divulgato il seguente sonetto:

      | Nol so se sia del Ciel destino, o fato,
      |   Che Firenze in tal modo è fatto inferno,
      |   Sendo ridotto a così rio governo,
      |   Che ciascun piange come disperato.
      | Hanno gli empj al maggior gli occhi bendato.
      |   Fa seppellirsi, Dio giusto ed eterno!
      |   Co’ loro inganni giù nel basso Averno,
      |   E pon miglior ministri in ciascun lato.
      | Pietro gli uffici incanta e l’Uguccione,
      |   Ti rinnegar con la sua propria voce,
      |   Il Troscia, il Giovannaccio col Cappone;
      | Carlo Napoleon, che ai banchier nuoce,
      |   Filippo Alberto il negro uccel briccone,
      |   Che i tristi assolve, e i giusti mette in croce.

   »E della Bianca:

      | Qui giace in un avel pien di malie
      | E pien di vizj, la Bianca Cappella,
      | Bagascia, strega, maliarda e fella.
      | Che sempre favorì furfanti e spie.

   »e di più:

      | In questa tomba, in questa oscura buca,
      | Ch’è fossa a quei che non han sepoltura,
      | Opra d’incanti, e di malie fattura,
      | Giace la Bianca moglie del Granduca.

   »Il sig. Orazio Rucellai mio biscompare gli trattò dell’arcivescovo
   di Pisa! affinchè tra tanto dolce non fosse
   [pg!189]
   mescolato un po’ di amarore; ma egli assicurollo dicendo,
   ch’egli era qua per suoi particolari negozj, e non
   per altre faccende; ma si vede bene che l’arcivescovo
   mesta tutto, onde è stato scritto, e divulgato così:

      | Di grazia, Serenissimo Signore,
      |   Fate mercede a tutto il popol grata,
      |   Prendete una granata,
      |   Cacciate l’Uguccione col Corsino,
      |   L’Antella, il Troscia e il Conte in un cantone;
      |   E quello ippocritone
      |   Arcifiscal pisano
      |   Tenetevel lontano,
      |   Chè ognuno ha gran timore
      |   Che non vi faccia infiscalare il cuore,
      |   Perchè egli è tanto tristo,
      |   Che faria diventar cattivo Cristo.

   »E il prelodato mio biscompare ricordògli, che la più
   importante cosa che si appartenga e che si desideri da
   un principe, si è che stia in grazia di Dio, cerchi con
   ogni studio mantenersi la sanità e la benevolenza delle
   persone, più appresso conosca che negli uomini, quantunque
   per molte parti perfetti, pure andare sottoposti a
   varie imperfezioni, tra le quali deve annoverarsi quel
   desio di cui ciascuno è punto, ansio e anelante, cioè la
   vendetta in cui sta volto con ogni studio, e con ogni arte,
   e con ogni pensiero, nè può vivere, nè può stare, non
   trova posa o quiete, e sempre cerca farla, e continuamente
   pensa, e si stimola in essa; allo incontro poi ricevuto
   il benefizio, tosto anzi subito se lo dimentica, non
   ha punto pensiero, nè si rammemora di chi gli ha fatto
   servizio, lo fugge, lo declina, e se crede trovarlo lo scansa.
   Dovere l’uomo prode essere più pronto a rimunerare
   chi gli è stato benefattore, che alla vendetta, e alla ira.
   Ciò essere parte di principe generoso e magnanimo, e
   così facendo essergli per avvenire sempre bene, e moltiplicare
   nelle felicità per se, e per i suoi. — E più appresso,
   dovere avere innanzi lo scritto degli Spiriti Volterrani,
   [pg!190]
   che dice: — chi ha in odio la ingratitudine non
   faccia servizj, imperciocchè egli sempre incapperà in essa; — ma
   ciò non doverlo trattenere punto, perchè il
   principe quando ha fatto il bene è contento per se, e poi
   giovando a uno si contentano molti per lo esempio, o
   per la speranza. Inoltre, che avesse sempre in mente lo
   scritto a Santa Croce del Barberino: *frustra habet, qui non
   utitur*; e poichè anche quivi è scritto, che il mondo si
   regge con le opinioni, cercare di conformarsi nelle sue
   opinioni con le migliori, e oltre a ciò porsi davanti gli
   occhi la gran buona mente di Samadio re, il quale diceva
   intendere a ragunare tesori per istrascinarsene dietro le
   some cariche, per darne a quanti bisognosi incontrasse,
   e poi rifarsi da capo, affermando il Principe essere un
   Giove per tutti onde giovare a ognuno, e più che per altro
   per questo doversi reputare uguale a Dio; finalmente
   il principe avere a fuggire tutti i ministri, i quali per
   proprio conto abbiano affetti particolari, e passioni di loro
   comodo, utile e interesse.

   »E così speriamo che la porchetta nuoti, il mondo
   vada in guazzetto, in candito e in gelatina. Fiorentini
   e Romani corrono la cavallina; Orsini, Mattei, Cecchi,
   Menichelli, marchese d’Ariano, monsignore del Monte,
   Titta, Arragonia, ed alcuno di loro gli è commensale
   continuo. — Se non che monsignore del Monte, non si
   volendo contentare, si è ridotto a mangiare solo con don
   Virginio, e gli è stato ordinata stanza separata, servimenti
   e vivande da principe.

   »Monsignore S. Galletto è comparso tra i primi per S. S.
   a dargli dell’altezza, e del serenissimo, visitando il più
   potente e ricco cardinale che mai abbiano creato, perchè
   il cardinale di Portogallo fu reggente, non re; — vi
   sarebbe Gastone se fosse eletto re di Pollonia, ma si afferma
   dicerto che sarà eletto quello di Svezia, se la vittoria
   del combatterlo stando nella vittoria delle armi, non
   inchini a Massimiliano.

   »I mandati, o lettere ai Cardinali, non sono mancate,
   [pg!191]
   tra i quali a Gioiosa, e a Farnese, ma più per ironia,
   che per altro:

      | Correte, forestieri e terrazzani,
      | Dacchè il granduca nostro Cardinale
      | I fegatelli lancia in bocca ai cani.

   »Ed è corsa ancora una Caterina, che dice:

      | Caterina, gatti, gatti,
      | Assai ciance, e pochi fatti.

   »Il cittadino è rimesso; gli amici sono diventati servitori,
   i servitori schiavi. I forestieri sopra tutti gli altri graditi,
   e antesignani.

   »Il granduca attende a terminare tutti i lavori incominciati
   dal fratello, tanto di fabbriche, quanto di uffizj
   manuali, e anzichè no accresce, avendo preposto a tutti
   il signore Emilio Cavalieri signore di virtù, d’ingegno,
   e d’invenzione rara; come addrizzare Arno in canale,
   condurre in piazza l’acqua di Montereggi, finire il Palazzo,
   alzandolo dietro secondo l’architettura dell’Ammannato;
   levare la Dogana, e appianando case allargarsi
   dalla piazza del Grano, edificare quivi grandi logge, e,
   sopra, granai pubblici; rafforzare gli Uffizj rimettendo
   sotto gli architravi, colonne doppie in coppia vicine, levando
   quelle di pietra serena, finire la Galleria dall’altra
   banda, e farne rigirare intorno delle altre unite a
   quella per tutta la piazza granducale, e rigirando dal
   Sole rientrare sopra la Dogana in palazzo. Ha in animo
   di edificare un ospedale pei convalescenti. Dove aveva
   ad albergare la Sapienza ora alloggia la bestialità, e vi
   crescono le stalle alla barba di Niccolò da Vagliano, che
   ciò prevedere non potè, e dietro a se nell’orto fare un
   memorabile Semplicista. Vuol fare terminare il palazzo
   Pitti, e in mezzo della piazza pendente fare trasportare
   la gran pila elbigna, e similmente mettere mano a rizzare
   la colonna giacente di S. Marco, e dove si può abbellire
   et ornare la città, farlo. Gli è dispiaciuto notabilmente
   [pg!192]
   il disfacimento della facciata del Duomo, e per
   riordinarla a modo vi fa invigilare sopra il cavaliere Pacciotto
   con altri architetti. Ha fantasia d’ingrandire e illustrare
   il palazzo dell’Ambrogiana, dove avendo compro
   un podere, ha donato al venditore sopra la stima fatta
   Sc. 300. Usò liberalità con aver dato elemosina ai poveri,
   e, mancata la provvisione ai contadini, li sovvenne
   del suo. A quattro, trovati a pescare in bandita, fattisigli
   venire innanzi, volle sapere chi fosse stato il primo
   a spogliarsi per pescare, e intesolo, diede a questo 4 scudi,
   e agli altri uno per uno, minacciando loro per la
   seconda volta la cavezza. Fatte l’esequie, alle quali egli
   non intervenne, ma le stette a vedere circa a mezzo
   corridore per una gelosia, dacchè i cardinali non vanno
   mai ai morti, se non ai papi, aspettiamo qualche amorevolezza
   giovevole per molte cose proprie e particolari,
   almeno quando riceverà la Gran Croce di Gran Maestro,
   o alle nozze; ma aggravj di momento per ora non si tolgono,
   e le imposizioni importanti si mantengono. Levò
   ancora il dazio delle stufe, del legname della Opera, e
   si crede che così si farà del corame, e di altre piccole
   cosette di non molta rilevanza, o acconcio. Quanto al Governo,
   Marco Tullio Cicerone lasciò scritto ogni uomo
   sapere bene incominciare, la importanza essere nel perseverare,
   e più nell’ottimamente finire. Ultimamente
   deve VS. Ill. sapere che ogni nuova granata spazza bene
   sempre, e netta lindamente la casa da prima. Io per me
   faccio conto che dove prima mi conveniva portare, e
   andar carico di una soma di acqua, d’ora in poi sarà
   greco, lagrima, o chiarello, ma sempre a soma, e da
   asino; e qui ricordando a VS. Ill. ch’Ella non è per essere
   così pronta a comandare a me, ch’io non sia altrettanto
   e più sollecito a servire lei, le bacio le mani di
   cuore, e me le raccomando ec.»

[pg!193]


.. toc-entry:: VI. Il figlio.

CAPITOLO SESTO.
===============

IL FIGLIO.
----------

.. epigraph::

   .. class:: small

   |   Ma il bacio della madre, oh! non ha pari
   |   E vivon mille affetti in quello affetto.
   | Oh! figli, figli lagrimati e cari,
   |   Chi più vi muoverà la bianca cuna?
   |   Chi più vi guiderà nei vostri lari?
   | Ci apre il labro la madre, e ad una ad una
   |   Ci scioglie le parole, e il primo accento:
   |   È madre:
   |
   |     :small-caps:`Ispirazioni di Bisazza da Messina.`


Caterina di Francia! — Moglie di re, madre di
re.... e non pertanto quale più trista femmina che
mai abbia vissuto o viva nel mondo, accetterebbe
col reame di Francia i dolori della sua vita, o la
sua fama dopo la morte! Nata da principe aborrito,
fanciullina, derelitta, e sola, venne in potestà di repubblicani
inferociti che volevano vendicare in lei
le ingiurie del suo sangue, ed esporla sopra i bastioni
alle artiglierie dei suoi parenti, i quali per certo
non si sarieno rimasti dal trarre...! E nonostante,
alacre e animosa, punto curando il pericolo presentissimo,
ella congiurava per la grandezza della sua
casa. In lei posero i cieli lo istinto e la capacità del
regno. — Moglie giovanetta di Enrico II, si vide posposta
a Diana di Poitiers ormai matura adultera del
[pg!194]
re suo marito; e tacque, e chiuse in cuore la offesa
alla donna, alla moglie e alla regina, ed ella si rimase
come un fuoco nascosto per comparire improvviso
a illuminare o a spaventare il mondo. — Madre
di Francesco II, alla esperienza e gravità sue vide
preferite le frivolezze di Maria Stuarda, moglie quasi
infante di re fanciullo; e tacque, e blandì col riso
sopra le labbra le follie dei reali giovanetti, mentre
guardava addensarsi sul capo il turbine fatale ai gigli
di Francia. — Alla perfine, eccola regina vera, e
regna. — Come Niobe ella ripara sotto il suo manto
una testa pargola di re. Non dubitate, ella saprà
molto meglio difenderla dalla ira delle fazioni, che
la Niobe antica non facesse dagli strali dei figli di
Latona. Che cosa appariva il regno? Che cosa il
re? — Carlo IX era un uccello, — un sinistro uccello
se vi piace, — che si contendevano gli artigli di un
falco e di un avvoltoio. I Guisa si dichiaravano suoi
difensori; ma comprendete voi un re che abbisogni
di un suddito che lo protegga? Gli Ugonotti anch’essi
lo volevano proteggere, come un padrone lo schiavo;
e gli uni e gli altri erano più potenti di Caterina. I
primi si dicevano amici della religione e del trono, e
commisero atti che la religione avrebbe desiderato
esser cieca per non vedere: amici del trono, essi
composero una genealogia che gli faceva discendere
da Carlo-Magno per cacciare dal regno i Capetingi,
come Capeto ne cacciava i Carlovingi; e per ultimo
si fecero demagoghi, e si spensero. — I secondi, avversi
[pg!195]
ai riti cattolici, consentirono che Enrico IV
scambiasse Parigi con una messa: avversi al trono,
terminarono col dare un re alla Francia. Non pel re
dunque si combatteva, ma pel regno. Caterina non
doveva dubitare soltanto della corona, ma del capo;
deposta la clamide reale, lei e i suoi figli aspettava
la veste di terra e di verdura che la morte concede
ai cadaveri. Fiero retaggio apparecchiato dalle insidie
di Luigi XI, dalle sventure di Luigi XII, dalle
insanie di Francesco I, e fatto più arduo per le dottrine
di Lutero, e degli altri settarii che lo seguitarono.
Lo equilibrio non poteva allora come adesso
mantenersi con l’oro sparso, e col gettare dei voti
nella urna; — qui bisognava un fiume di sangue; — qui
invece di voti era forza gettare teste nella urna
del destino: — e Caterina accettò quel retaggio con
tutte le sue conseguenze, — tutte! — Certo coteste
non sono virtù di donna, ma neanche di uomini:
pure gli enti che la Provvidenza pose al governo
dei popoli in questi casi estremi appartengono appena
alla umana natura; anime di bronzo create là
dove si generano il fulmine, l’uragano e gli altri
flagelli di Dio. Caterina impedì che andasse disperso
in brani il reame di Francia nella maggiore stretta
che prima o poi egli abbia dovuto patire.

Lodano Luigi XI, perchè tagliando le teste alla
idra feudale instituiva la grandezza del regno; e
plaudendo il fine, ai mezzi non badano. — Lodano il
cardinale di Richelieu, che ridusse per ultimo i baroni
[pg!196]
servi dorati di corte. — Lodano ancora i Convenzionali,
quando col sangue dei Girondini scrissero
essere la Repubblica una e indivisibile. Ma lasciando
di questi ultimi, erano poi così savii i primi
come predica il mondo? Trasportati anche essi
dallo ardore del disegno, ogni estrema forza essi
adoperarono ad abbattere una muraglia, senza conoscere
quello che dietro di cotesta muraglia potesse
loro apparire; e dietro il muro abbattuto trovarono
una fiera dai denti acuti, dagli occhi infiammati,
avida anch’essa di mordere, cupida di avere, affamata
dalla necessità, sitibonda di sangue, — il popolo
flagellato insomma. — I due principii invasori, senza
un principio tra mezzo che o li disgiungesse, o li
temperasse, certo giorno si avventarono addosso, e il
secondo divorò il primo; ma trangugiato che l’ebbe,
sentì risuscitarlo dentro le proprie viscere, e da
quell’ora giace infermo, e giacerà.... fino a quando?
I destini del mondo stanno chiusi nel pugno di Dio.
Però a me sembra, cosa strana a pensarsi, che
Luigi XI e Richelieu, i più assoluti dei dominatori,
sieno stati padri delle rivoluzioni dei popoli. Caterina
dei Medici, femmina, con re bambini sopra le
braccia, con forze più deboli delle loro, anzi pure
senza forze, fece per la Francia assai più che essi
non fecero: nè i casi le consentirono essere più mite;
nè fu di costumi niente più trista dei suoi tempi;
ed io vorrei che mi dicessero se Luigi XI, se Richelieu,
se Francesco, ed Enrico di Guisa, se lo stesso
[pg!197]
Coligny, sieno stati migliori di lei? Eppure una perpetua
infamia si rinnuova in Francia sopra la memoria
di Caterina dei Medici: non vi è generazione
che in passando non la maledica, e non le imprechi
grave sul capo il marmo del sepolcro, e la vendetta
di Dio! — Quello poi che riuscirebbe inverosimile
a credersi, se non fosse vero, a lei regina sepolta
in tomba reale con la corona e il manto dei
re, mancò una bocca — bocca comunque comprata, — che
pronunziasse la laude venale sopra il suo feretro.
Tre giorni dopo la sua morte, il predicatore Lincestre
così dall’alto del pergamo la raccomandava
agli astanti: «La Regina madre è morta, la quale
vivendo, fece molto bene e molto male, e per me
credo molto più male che bene. In quest’oggi si
presenta una difficoltà, che consiste in sapere se
la Chiesa cattolica deva pregare per lei che visse
tanto male, e così spesso sostenne la eresia, quantunque
si dica che in ultimo sia stata per noi, e
non abbia acconsentito alla morte dei nostri principi.
Su di che io devo dirvi, che se volete recitarle
un *pater* ed *ave* così a casaccio, fate voi;
varrà per quello che può valere: e lo rimetto nella
vostra libertà.»

Basta: — dal giudizio degli uomini si appella a
quello di un giudice che non può fallare. — Intanto,
per questo giudizio terreno giovi pensare che è giudizio
di tali che può dubitarsi perfino se abbiano
veramente giudizio, e che Caterina come Italiana
[pg!198]
non deve sperare giustizia da un popolo presuntuoso,
un tempo grande a caso, perchè vi spruzzò sopra
gli effluvii del suo genio una immensa anima
italiana.

Caterina dei Medici regina di Francia, desiderosa
di risparmiare infamia alla famiglia donde nasceva,
aveva risposto alla lettera di donna Isabella,
mostrandosi dispostissima a darle asilo, ma la consigliava
e pregava di mandare subitamente ad esecuzione
il concetto disegno: avere ordinato a Genova
la raccogliessero; a Marsiglia l’accompagnassero,
e quindi sotto buona scorta fino a Parigi la conducessero,
dove avrebbe pensato ella a metterla in
parte sicura dai sicarii e dai pugnali. Il cavaliere
Lionardo Salviati, ricevuta appena la lettera, la fece
pervenire quanto più sollecitamente e secretamente
potè nelle mani della Isabella col mezzo di don Silvano
Razzi, monaco camaldolese amicissimo suo,
per evitare sospetti ed incontri funesti. Ma Isabella
da poco tempo in qua aveva perduto la consueta costanza;
erasi invilita nell’animo, presentiva il fato,
e lasciava sopraffarsi da quello. I manoscritti che ci
rimangono intorno a questo miserabile caso, in siffatta
maniera favellano: «Ma l’accordo non seguì
altrimenti, perchè così non era la volontà di Dio
benedetto, essendo le cose sue troppo scoperte,
che ormai non si potessero più colorire i disegni,
e poi i suoi pensieri conoscevano tutti.» [64]_ — Insomma,
o non potesse, o non volesse, il fatto sta che
[pg!199]
prima assai della risposta di Caterina regina di Francia,
ella poneva giù dall’anima ogni disegno di fuga.

La duchessa aveva una sorella di latte: ella
bevve l’avanzo dell’alimento della figlia del popolo;
e avventurata lei, se come del latte, si fosse nutrita
delle virtù domestiche della buona nutrice! Però
essendo dotata di naturale eccellente, volle sempre
al suo fianco la sorella, che aveva nome Maria, e
l’amò d’amore svisceratissimo. Senza di lei non le
pareva poter vivere; e a lei confidava i più riposti
secreti del cuore, fintantochè questi furono tali da
potersi confidare senza vergogna; quando poi cessarono
essere innocenti, allora prese a ravvilupparsi
in ambagi e in reticenze; molto più, che avendo
provato mettere a parte Maria di qualche suo pensiero,
che se non poteva reputarsi colpevole, almeno
incominciava a deviare dalla diritta strada, n’ebbe
cotale ammonimento, che le tolse la voglia di continuare.
Maria, comecchè buona femmina fosse, e
non la guardasse tanto pel sottile, pure troppo bene
si accorse che il cuore della sua padrona non era
più con lei, e si accorse ancora che non lo potrebbe
riacquistare se non per via di compiacenza ai suoi
stolti desiderii, e facendosi per così dire complice
sua. Ciò non le consentiva la propria religione, e nè
anche la fede avuta sempre nella sua padrona, e poichè
non trovava maniera di riunirsi a lei qual fu,
deliberò lasciarla qual’era. La povera giovine, per
non istaccarsi dal fianco della Isabella, aveva ricusato
[pg!200]
onesti partiti da accasarsi, e a lode sua conviene
anche aggiungere, avere ella soffocato qualche
affetto che sentiva nascersi nel cuore. Le prime
rose della giovinezza erano alcun poco appassite
per lei: ma vissuta castamente, e schiva di ogni
reo costume, si manteneva pur sempre sanissima
e bella. Mentr’ella stava in simile situazione di animo,
la fortuna le parò innanzi un giovine chiamato
Cecchino del Bandieraio, di cui le andarono a genio
la persona, e più della persona assai la pietà
che dimostrava grandissima verso la sua vecchia
madre. Maria, rimasta sola di casa sua, non ebbe
a domandare licenza a nessuno, tranne alla padrona;
e questa, tanto la vinceva allora la passione,
senza dolore lasciò che Maria l’abbandonasse, la
quale poteva considerarsi come l’àncora estrema
di salvazione per lei; anzi la vide allontanare con
piacere, come persona di cui lo aspetto le riusciva
importuno. Però, secondo che le porgeva la sua
natura veramente reale, ella non le fu parca di
doni: le dette in copia vesti, masserizie, gioie, e
denari, e dolci parole, e raccomandazioni che in
ogni suo bisogno facesse capitale di lei. Quando
vennero al punto del dividersi, prevalse l’antica
tenerezza, e l’abbracciò tanto strettamente, che
non pareva potesse distaccarsi da lei, e pianse; — ma
un bacio ardente dello amore asciugò subito
cotesta lacrima, e Maria fu ben presto dimenticata.

Maria all’opposto non seppe dimenticare Isabella,
[pg!201]
e non cessò mai di recarsi giornalmente al
palazzo per vederla: ma di cento volte le veniva
fatto di vederla una sola, imperciocchè le dicessero
ora, che non poteva; tale altra, ch’era assente; e
la povera Maria se ne tornava indietro mortificata,
col cuore grosso, e gli occhi sovente lacrimosi, ma
non aveva fornita anche mezzo la strada, che scusava
Isabella, credeva vero il motivo del commiato,
si dava torto per averne dubitato, e si confortava
nel presagio che sarebbe stata più avventurosa domani.
Il giorno appresso si rinnovava l’avventura, e
a inacerbirle il rammarico si aggiungeva il ricorrere
che la gente faceva a lei per essere raccomandata
alla Isabella. Invano ella assicurava con mesto sembiante
oramai non potere più nulla sopra l’animo
della duchessa: non la credevano; pensavano volesse
schermirsi da rendere servigio, e le dicevano: «Sapersi,
tanto lei quanto Isabella essere tutta una
cosa, un’anima in due cuori; quanto piaceva a
lei, essa fare; quello che voleva, potere: non ributtasse
la preghiera della vedova e della orfana,
intercedesse e ottenesse; operasse cotesta carità,
ricordasse essere nata dal popolo; non insuperbisse;
un giorno il Signore potrebbe provare anche
lei, e allora le sarebbe dolce pensare al bene
che aveva fatto, e potrebbe domandarne il compenso
dal popolo, che glielo renderebbe gratamente,
conciossiachè ella sapesse che il popolo
conserva viscere di gratitudine.»
[pg!202]

Immaginatevi se cotesto era un dare delle coltella
nel cuore alla povera giovane: nonostante,
come meglio poteva s’ingegnava, e nel suo segreto
si confortava nel pensiero, che se la duchessa le
aveva tolta la grazia sua, non se l’era in verun
conto demeritata.

Intanto Cecchino si era accomodato per lancia
spezzata col signor Paolo Giordano, che lo aveva
condotto a Roma. Egli stette dubbio di menare seco
la Maria, ma considerando che da tutti a un tratto
non poteva essere _`abbandonata` senza infamia la vecchia
madre, [65]_ decise lasciarla, molto più che sperava
tornare spesso a casa. Ma la fortuna gli troncò
i disegni, che di mese in mese promettendo tornare,
e non tornando mai, aveva compiuto i tre anni;
e in questo frattempo la madre con inestimabile
amarezza della moglie e di lui se n’era andata con
Dio. Allora Maria gli scrisse, che non restando altro
che la tenesse a Firenze, anzi essendole venuta
in fastidio, voleva ad ogni patto raggiungerlo a Roma;
ma Cecchino le rispose, non si movesse, imperciocchè
il duca pochi più giorni potrebbe differire per mettersi
in cammino alla volta di Firenze, e sarebbero
tornati in su tutti assieme; non gli parendo bene,
che ella donna sola si avventurasse al viaggio, mentre
le strade erano rotte da masnade intere di grassatori,
e in Roma stessa non si viveva sicuri. E la
buona Maria, tolta la cosa con santa pazienza, aspettava
ogni giorno il marito.
[pg!203]

Era la sera del quattro luglio 1576, e la Maria
se ne stava soletta *traendo dalla rocca la chioma*,
e in silenzio, dopo avere cantato alcune ottave della
canzone di Giosaffatte e Barlaam, e tutto lo episodio
della morte di Zerbino e d’Isabella, commoventissima
immaginazione di Lodovico Ariosto, [66]_ quando
sentì battere alla porta di strada. Trasalì come avviene
a chi ha il cuore sollevato; balzò in piedi, e
tirata la corda della porta si recò a capo di scala
con un suo lume in mano, tra il sì e il no di vedersi
comparire davanti il suo Cecchino: invece ella
vide entrare un uomo tutto nero, che messo il piede
dentro la soglia con molta avvertenza richiuse l’uscio,
e poi prese a salire gravemente le scale. Maria
n’ebbe sospetto, ma come donna animosa non si
lasciando punto sopraffare dalla paura, guardando
meglio, ravvisò nell’uomo nero don Inigo, il taciturno
maggiordomo della duchessa.

— “Buona sera, don Inigo; ben venuto: che
miracoli sono questi?”

Ed Inigo, con parole che ormai non ritenevano
più dello spagnuolo, e non per anche erano diventate
italiane, le rispose:

— “Dio vi guardi, señora Maria, e la Santissima
Vergine del Pilar.” — E continuava a salire:
giunto in sala, si riposò alcun tempo, e finalmente
disse:

— “La mia Señora mi manda a voi perchè verso
la mezzanotte voi vi troviate quanto più potrete
[pg!204]
cautamente alla porta segreta di fianco al palazzo;
picchierete due volte, e vi sarà aperto. Dalla Señora
apprenderete il resto: la quale si raccomanda a voi
per la massima discretezza, trattandosi di cosa ove
ne va la morte o la vita. Buona notte.”

Ed alzandosi, don Inigo com’era venuto se ne
andava.

— “Don Inigo, sentite, fermatevi un momento:
volete *bagnarvi la parola*? O che cosa sia questa?
Gran Madre di Dio! levatemi di pena! se ne sapete
voi nulla, non mi lasciate in questa tribolazione....”

Intanto don Inigo, arrivato in fondo della scala
tirava su il saliscendi, e mezzo fuori della porta si
voltava a inchinare Maria; poi, senza aggiungere
verbo, tirato l’uscio a sè, scompariva.

Rimasta sola, Maria cominciò a mulinare col
cervello: e che cosa fosse, e che cosa volesse, se
bene, o male; ad ogni modo un gran segreto covava
li sotto; dunque Isabella le ritornava la confidenza
antica? Riacquistava la sorella amatissima? se l’avesse
posta a parte di qualche sua contentezza se ne sarebbe
rallegrata; se di qualche suo affanno, l’avrebbe
consolata: proprio il suo angiolo custode l’aveva trattenuta
da partirsi per Roma; ed è pur troppo così,
che non bisogna lasciarci prendere dallo impeto della
furia, che basta non esserseli meritati, la fortuna a
lungo andare ripara i suoi torti, e la città vi rende
onore, e gli amici tornano ad amarvi e a riverirvi
a mille doppi di prima. E in questi dilettabili pensieri
[pg!205]
diventata tutta lieta, non trovava luogo che la capisse,
faceva un gran rimestare di su e di giù per
la casa; si acconciò i capelli, si vestì da festa, e poi
(conciossiachè io non sappia quello che avvenga degli
uomini delle altre parti del mondo, ma in queste
nostre contrade quando una gioia veemente ci occupa
tutti, forza è che prorompiamo nel canto) la Maria si
dette a intuonare non più Giosaffatte e Barlaam, non
più il mesto episodio di Zerbino e d’Isabella, ma
la canzone:

   | Vaghe le montanine pastorelle,
   | Donde venite si leggiadre e belle?
   | Vegnam dall’alpe presso ad un boschetto:
   | Piccola capannella è il nostro sito,
   | Col padre e con la madre in piccol letto,
   | Dove natura ci ha sempre nutrito.
   | Torniam la sera dal prato fiorito,
   | Che abbiam pasciute nostre pecorelle, [67]_

con quello che segue; e tutto le veniva terminato
presto, sicchè l’ora le pareva che fuggisse innanzi a
lei come la farfalla al fanciullo quando smanioso la
perseguita, ed ella volando di ramo in ramo della
siepe, sembra che si prenda giuoco di lui. Finalmente
le ore batterono, e Maria porgendo intentissima
le orecchie le contava con le dita stese su per
le labbra; ma si confuse nel novero: stette più avvertita
al ritocco; se non che anche questa seconda
volta i latrati di un cane per la via le interruppero
la successione dei suoni, e si rimase sapendone quanto
prima: si fece alla finestra per domandarne a qualcheduno
[pg!206]
che passasse; non vide persona: si attentò
battere alla parete per interrogarne il vicino, e questi,
che forse in quel punto pigliava sonno, stizzoso
per essere disturbato rispose acerbo: — “Non lo so.” — Parendo
a Maria patire niente meno di San Lorenzo
sopra la brace, arrovellata dalla curiosità, deliberò
andare, e nel caso di troppa fretta avrebbe aspettato
all’aria aperta, passeggiando; imperciocchè dal
caldo grande, e dalla impazienza grandissima, stando
in casa gliene veniva un martirio da non poterlo in
verun modo sopportare. Però la impazienza non era
meno veemente dall’altra parte; conciossiachè giunta
che fu alla porta segreta, e bussato appena la prima
volta, le si aperse davanti, e vide madonna Isabella
seduta sopra l’ultimo scalino di pietra, bianca in volto
come un voto della Santissima Annunziata, con un
lume ai piedi, che parte della persona le illuminava,
e parte lasciava nelle tenebre. Isabella veduta Maria
si alzò, e senza profferire parola le strinse affettuosamente
la destra, e se l’accostò al cuore, e tolto
il lume cominciò a salire la scala rischiarandole i
passi.

Giunte nella stanza, Isabella depose il lume
presso alla culla di un pargolo. Maraviglia a vedersi
era il lavoro della culla tutta messa ad oro;
maraviglia la coperta di velluto trapunta di bei fogliami
di oro; di seta e di oro le fasce donde uscivano
lembi di trine d’inestimabile valore. Chi ha veduto
nella galleria del palazzo Pitti il ritratto di Leopoldo
[pg!207]
de’ Medici infante che poi fu cardinale, di leggieri
si formerà idea del come fosse questo fanciullo addobbato;
ma la maraviglia a vedersi maggiore era
certamente il fanciullo stesso, oltre ogni credenza
leggiadro. Lo sguardo di Maria corse subito sopra
cotesta creatura, e vedendola tanto vezzosa, prese
a vagheggiarlo, siccome le donne costumano, in questa
maniera:

— “E chi sei, bel fanciullino? Gesù! Quanto egli
è caro! E chi ti ha fatto questi occhietti? E come
ti chiami? Mettendoti due ali, parresti uno angioletto
di amore. [68]_ Su via, sta lieto, ridi un po', mostrami i
bei dentini.”

E qui postogli l’indice sopra la fossetta del
mento lieve lieve lo vellicava, e il pargolo si pose
a ridere festoso e alzava le manine al volto della
Maria, quasi volesse renderle le carezze.

Isabella muta, ma in parte sollevata dalla immensa
mestizia che la opprimeva, si stava considerando
quella scena commovente; pure alla fine, come
la urgenza dei casi desiderava, così prese a dire: — “Vedi?
Questo bel capo in breve compresso dentro
una mano di ferro, o battuto contro la parete, o calpestato
andrà in frantumi: questi occhi schizzeranno
fuori dai cigli rovesciandosi giù per le guancie;
queste membra tenerelle e candidissime in breve
diventeranno una massa informe di carne insanguinata....” —

— “Ohimè! E chi sarà il rinnegato che farà
[pg!208]
questo? Chi mai ardirà l’orribile misfatto nel palazzo
Orsini?”

— “L’Orsini.”

— “Io non capisco. Il signor duca mi parve sempre
cavaliere onorato, e cristiano....”

— “Questo fanciullo è mio, e non del mio marito....
intendi!”

— “Misericordia! — Ma perchè siamo cristiani
se non se per perdonare? Confidate in Dio; confidate
nella virtù del pentimento, gettatevi ai piedi del
vostro marito....”

— “Egli ucciderà me e lui....”

— “Gittatevi ai piedi del vostro fratello....”

— “Egli ucciderà me e lui....”

— “E chi ve lo ha detto? Voi sospettate troppo:
e’ non mi pare bene credere capaci uomini battezzati
di tanta enormezza....”

— “Ah! Maria, gli uomini sono disamorati e
crudeli. Essi vogliono amare noi quanto loro piace;
ma se noi cessiamo amare loro, questo dicono delitto,
e come delitto acerbissimamente puniscono.
Giordano, che dove io mi morissi consunta di amore
per lui non si sarebbe mosso da Roma neppure per
dirmi: — Vattene in pace, o anima affannata, — volerà
come saetta a trucidare me e questa creatura,
perchè io ho dimostrato non mi curare di lui...”

— “Tal sia del duca; i fratelli però....”

— “I fratelli hanno preso un’ombra, ch’è vanità,
e chiamarono onore. Essi che vorrebbero soverchiare
[pg!209]
tutti, e in tutto, si sono resi schiavi di
questa vanità, ne hanno fatto un codice, che citano
senza requie: ma le carte sono affatto bianche;
ognuno vi legge quello che la passione gli detta: una
cosa sola vi apparisce significata mercè di caratteri
di sangue, e questa cosa è morte....”

— “Ebbene, se non si trova più misericordia nel
mondo, fuggite, riparatevi in qualche riposto asilo
dove chiederete perdono del vostro fallo al Signore,
il quale certamente vi perdonerà....”

— “Io non posso partire, nè voglio: io mi sento
colpevole, e non intendo sottrarre il mio capo alla
pena che mi verrà destinata; io non so più che cosa
farmi di una vita piena di rimorsi, di una vita contaminata:
di ora in avanti, se mi avvenga incontrare
la faccia altrui, bisognerà che io abbassi la mia; — e
una figlia di principe che portò corona, deve
aborrire dalla vita quando l’è forza declinare la faccia
rossa di vergogna.... Ma quale ha colpa questa
creatura? Ella è innocente: deve la mia causa separarsi
dalla sua. Questo pargolo ha da essere salvo....”

— “E lo sarà.”

— “O Maria, così favellando mi dai l’unica contentezza
di cui oramai è capace la dolentissima anima
mia. Prendilo.... è tuo.... e come tuo lo salva....”

E così dicendo, tolto il fanciullo, glielo pose sopra
le braccia. Il pargolo, a cui lo aspetto della Maria
era già riuscito grazioso, alzando le mani verso
il viso di lei, pareva che anch’egli come sapesse meglio
[pg!210]
la supplicasse; e Maria baciandolo con affettuosissima
passione favellava:

— “Sì, mio bello angiolo, non pensare, che io
ti salverò. — Sì, che tu non morrai; tu hai da vivere,
hai da essere lieto; e se gli uomini sono crudeli, le
donne sanno essere pietose: e riusciamo noi meglio
di loro, perchè Dio aiuta la pietà, e odia i cattivi....”

— “Maria, io non mi aspettava meno dallo amore
che sempre mi hai portato svisceratissimo, e porti.
Iddio e la tua coscienza ti dieno per la buona opera
quel rimerito che io nè in parole nè in fatti non
potrei renderti mai. Io lo confesso, nei giorni della
mia colpa ti allontanai da me; come importuna mi
venisti in fastidio. Non adontartene: l’uomo cadrebbe
mai in fallo, se non cacciasse lontano da sè
il suo angiolo custode? — Tu mi vedi punita abbastanza
del mio errore con la presente miseria; e per
satisfarti intieramente, come me ne corre l’obbligo,
Maria, io te ne chiedo perdono....”

— “O dolce signora mia, che parole sono queste?
Voi mi volete fare piangere, e qui abbiamo mestieri
di animo fermo e risoluto. Orsù, ditemi quello ch’è
da farsi. La notte e il silenzio copriranno di mistero
le cose; nessuno le saprà, e voi pure vivrete.”

— “Ecco: io presaga della ottima mente tua
avevo apparecchiato quanto bisogna. — In questo
forziero troverai gioie e moneta sufficiente per formare
uno stato. — Se il fanciullo vivrà, voi le adopererete
per allevarlo come conviene; se a Dio piaccia
[pg!211]
chiamarlo a sè, le terrete per voi. Questa è una
lettera che confido solennemente alla tua segretezza.
Allora quando sarai giunta in Parigi, la rimetterai
proprio in mano a madama Caterina regina di
Francia....”

— “Parigi! Francia! Che mi parlate voi? Io
non credeva mai questo.”

— “O che cosa credevi?....”

— “Ma!... portarmi meco il fanciullo; mutare
di strada, ridurmi ad abitare qualche casetta oltrarno,
e quivi dare ad intendere che il figliuolo
fosse mio....”

— “Ciò tornerebbe a nulla, perchè cercheranno
questo innocente coll’ardore del segugio lanciato dietro
alla fiera, e mentre lui non salveresti, tu correresti
pericolo. Con bene altri argomenti vuolsi difendere
questo caro capo: appena lo spazio di mille
miglia tra i suoi persecutori e lui potrà dargli salvezza....”

— “Ah! signora. Io non posso abbandonare Firenze....”

— “Come, non puoi? Ti penti forse del dono?
Vuoi tu mancarmi di fede?”

— “Signora, voi sapete ch’io sono donna altrui.
Mio marito si trova lontano: ora, come posso io
partirmi onestamente senza il suo volere? Come abbandonare
una terra ch’egli non volesse abbandonare?
Se tornando egli, e sapendomi partita, il suo amore
per me si convertisse in odio, e dicesse: — Poichè se
[pg!212]
n’è andata, stia con Dio: — se, fattami randagia pel
mondo senza di lui, egli dubitasse dello amore ch’io
gli porto grandissimo, e della fedeltà che sempre
gli ho conservata, e mi disprezzasse.... Ahi me misera!
Io mi sentirei morire, io certamente ne morrei
di dolore....”

— “Tu ami assai questo tuo marito, o Maria?”

— “E come non lo dovrei amare io? Quando
derelitta da tutti sopra questa terra; morti i genitori,
senza parenti, discacciata da voi, io supplicava
Dio che mi chiamasse a sè, perchè ogni motivo
di vivere mi era venuto meno, e non mi esaudendo
il Signore, sentivo sprofondarmi nella disperazione;
questo amatissimo giovane ebbe misericordia di me,
e mi disse: — Vieni, povera derelitta; agguantati al
mio braccio; noi faremo insieme il viaggio della
vita: se cerchi amore, io ti offro un cuore capace
di amare: — ed io mi vi appigliai come San Pietro
alla veste di Cristo quando gli parve pericolare sopra
il mare; e fui salva, e la vita mi piacque, e tuttavia
mi piace, però che io senta di piacere a lui....
al mio marito.... al mio sposo.... alla unica mia consolazione
sopra la terra....”

— “Te beata! Ma assicúrati, Maria; io starò sopra
gli avvisi appena ei torni; e allora o farò in
maniera di favellargli io medesima, o manderò un
religioso di santi costumi e di dolce facondia che lo
sappia tutto raumiliare, e gli faccia toccare con
mano la tua buona e pia opera; cosicchè, se egli ama
[pg!213]
la virtù, come dev’essere amando te, non solo non
ti porterà rancore, ma dove prima ti amava una
volta, adesso ti amerà mille...”

— “Voi dite bene, voi; ma se non poteste favellargli,
o mandare; — se nell’amarezza del caso improvviso,
preso da passione si guastasse, o se cadesse
infermo... Ahimè! Io tremo tutta in pensando
ch’ei potesse infermare, e non avere la sua Maria a
canto al letto, che lo custodisse...”

— “Io ti giuro sopra l’anima mia, che farò avvisarlo
prima che passi le porte di Firenze: non temere,
io mi lego con parola di principessa, e di cristiana...”

— “Ma quando io potessi credervi sopra questo
punto, Isabella, come sopporterei di bandirmi perpetuamente
dalla patria?”

— “E che cosa trovi adesso che ti piaccia in questa
nostra terra? Lo spirito della repubblica vi è irrevocabilmente
cessato, non come fiamma spenta
per forza, ma come fiamma che abbia consumato
ardendo anche il verde della candela. La più parte
degli spettabili cittadini erra, o spontanea o costretta,
in mesto esilio, sicchè può dirsi di Firenze quello
stesso che si diceva di Pisa dopo la sconfitta della
Meloria, che per vedere Pisa era forza andare a Genova. — In
Lione e in Parigi tu incontrerai il fiore
della cittadinanza nostra. — Le fabbriche regie e i
tempii in Francia o superano, od agguagliano i nostri.
Colà come qua la terra produce frutti giocondi;
[pg!214]
colà come qua il sole e le stelle mandano la benedizione
dei raggi; colà come qua si ama, si odia, e
si nasce, e si vive, e si muore, e Dio esalta gli umili,
e prostra i superbi, e ascolta la preghiera delle
anime innocenti come la tua...”

— “Sì, ma delle immagini a me piace supplicare
in città davanti quella della Santissima Annunziata,
e in campagna davanti a quella dell’Impruneta; — sì,
ma l’organo non mi esalta se non n’echeggiano i
suoni per la volta di Santa Maria del Fiore; quel
soavissimo rezzo vespertino non mi rinfresca se non
mi percuote la faccia tra il Duomo e San Giovanni.
O mia signora, io quando vedo un tronco di albero tagliato
alla radice, mezzo sepolto nel fango, diseredato
oramai di fiori e di frutti, e le migliaia di formiche
che vi correndo sopra lo rendono fastidioso e vuoto,
penso tra me: tale ha da essere lo esule. E poi, io
amo vedere le facce consuete, amo dire, se qualcheduno
mi nasce accanto: — È figliuolo di Ginevra, o
di Laudomine; — se muore: — Dio riposi la buona
anima di Giulio, di Lapo, di Baccio; — ma fuori di
casa ti senti sempre intorno alle orecchie: — è figliuolo
del forestiero, è compagno del forestiero; — e senza
punto volerlo, non rifiniscono mai di farti capire che
non sei nulla costà, e non appartieni a cotesta terra;
e ben per te se ti concedono che tu beva dell’aria
loro, che alla loro luce t’illumini, al sole ti scaldi.
Chi mi darà ascoltare più lo idioma nel quale la mia
madre dolcissima mi garriva inerte, diligente mi
[pg!215]
lodava? — E quando ogni altra cosa in terra straniera
non fosse per venirmi meno, chi mi darà potermi
inginocchiare sopra la lapide che cuopre le ossa dei
miei genitori, e pregare loro *de profundis*? — Nelle
tribolazioni della mia vita, allorchè mi pareva ogni
cosa mi abbandonasse, io mi condussi sopra il sepolcro
dei miei padri, e mi dolsi con loro della non
meritata fortuna, pregandoli ad accogliermi nella
eterna pace: allo improvviso mi sembrò ascoltare
una voce, e la udii certo, che mi consolava dicendo: — Non
disperare, continua il tuo cammino nella via
del Signore, che già sei presso al termine dei tuoi
martirii.”

Isabella, mentre Maria discorreva, mutò con
subita vicenda di colore più volte: allo improvviso
le si gettò ai piedi, e forte abbracciandole le ginocchia,
così prese a dire:

— “Maria, per le ossa dei tuoi parenti, e per
la salute della mia anima e della tua, non mi negare
quanto mi avevi promesso. Vedi una madre senza
fine desolata; vedi se mai fu dolore uguale al mio:
io non lascio le tue ginocchia, se non mi dai pace;
io non leverò la mia faccia dalla polvere, finchè tu
non abbi pronunziata la parola di vita. Tu tornerai
un giorno in questa terra che ti è sì cara, e questo
giorno non si farà troppo aspettare, imperciocchè
coloro che vogliono la mia morte mi seguiranno presto
dentro al sepolcro. — E tu, infelice prima di sapere
infelicità che cosa sia, leva le mani, e supplica questa
[pg!216]
donna, che sola ti può conservare la vita. Io non
posso nulla per te; lo starmi accanto ti reca certissima
morte... Maria!... Maria! così ti usi la Madonna
misericordia al capezzale del letto, come tu adesso
la userai con me! — Pietà di una madre che sta per
vedersi trucidare un figliuolo su gli occhi.... mercè
per Dio....!”

E vedendo come la Maria esitasse incerta di
quello che aveva a fare, drizzatasi come furente,
prese sotto il braccio il fanciullo, che trasse doloroso
vagito, e s’incamminò risoluta verso i balconi:

— “Poichè,” mormorava convulsa “poichè non
mi è riuscito salvarti, nemmeno io ti vedrò morire:
noi moriremo insieme; di ambedue noi raccorranno
le membra sfracellate. Maria, rimanti con Dio. — Contro
di te non parli il parricidio, che tu potevi
impedire.... Via da questo mondo dove la virtù è
crudele, crudele l’odio.... tutte le cose scellerate, e
crudeli...”

Come persona, che dopo avere tra il sì e il no
duramente conteso, si risolve a un partito, Maria
corse dietro a Isabella, e afferratala per la vesta
esclamava:

— “Ebbene, io partirò.... per Francia....”

E Isabella gittatole un braccio intorno al collo,
singhiozzava senza potere profferire parola. Riavutasi
alquanto dalla veemente commozione,

— “Rompiamo ogni indugio,” parlò, “avvegnachè
l’ora si avvicini.” — E sfasciava il fanciullo dagli
[pg!217]
addobbi di velluto, e le fasce, e le trine, e il tappeto
pose nella culla dorata, poi accese il fuoco nel
camino, e vi gettò sopra ogni cosa.

— “Sieno distrutti questi addobbi per sempre:
non ti farebbero fregio, ma vergogna; tu devi dimenticare
la tua origine. Figlio del peccato, ti basti
se la colpa dei genitori non sarà punita fino in te.
Maria, io ti auguro che ti riesca figliuolo dilettissimo,
e tu certo così lo terrai; imperciocchè noi
amiamo le creature per gli affanni che ci costano,
e pei beneficii che loro facciamo; e tu cominci a
farne tale uno per lui, che bene possiamo col cuore
comprendere, non già con le labbra significare. — Maria,
egli ti sarà l’orgoglio della vita, il sollievo
della vecchiezza: ecco io ti cedo tutti i diritti di madre,
che saprai adoperare molto meglio di me. Tu
li eserciterai innocente, e con benigno sguardo del
cielo, essendo pietà in te quello che in me sarebbe
colpa; — però da qualunque origine si dipartano,
sacri e santi diventano i diritti di madre. Tu lo
alleverai nel timore di Dio: fa che sia umile e mansueto;
a lui non convengono sensi superbi. Vigila attenta
che non gli s’insinuino nel cuore consigli feroci.... — Tu
non gli dirai come nacque, e ahimè!
neanche chi gli fu madre: egli mi disprezzerebbe, e
l’onta dei figli pesa sopra l’ossa dei genitori
più grave della lapide di marmo. — Se poi un giorno
tu lo conoscerai, come spero e desidero, inchinevole
alla compassione... se allora volesse sapere ad ogni
[pg!218]
modo la sua madre chi fosse, tu gli dirai: — Una
infelice! — Maria, io ti scongiuro che tu gli raccomandi
di non lasciare mai questa crocellina di perle
ch’io mi levo dal collo, e la metto al suo... Guarda
di bene tenerlo a mente, perchè questo è il mio testamento,
e queste sono le parole novissime che io ti
parlo. — Addio, sangue mio, perdonami la vita che io
ti ho dato; perdonami la colpa in che io ti ho generato...
Addio... per non vederti mai più... forse in paradiso
un giorno. Ma come posso sperare che Dio mi rimetta
il peccato? — Io piangerò giorno e notte, io espierò il
mio fallo col sangue, e la giustizia placata non impedirà
che la misericordia congiunga in cielo quanto
il misfatto separò sopra la terra. — Ma, e mi perdoni
il voto la Madre di Cristo, se in un luogo oltre
questa vita noi non potremo essere uniti, tu, figlio,
abbi il paradiso: nella eterna miseria tornerà di qualche
conforto alla madre tua saperti beato nelle sedi
celesti. — Maria!... prendilo... io non lo benedico per
paura che la mia benedizione non sia per recargli
sinistro augurio...”

— “Povera donna! Beneditelo, beneditelo, chè
il Signore assisterà alla vostra benedizione come a
quella di un santo...”

— “Lo credi, Maria, davvero?”

— “Così Dio abbia la mia anima come io lo
credo....”

— “Signore, purifica per un momento le mie mani,
ond’io possa benedire questo capo innocente!”
[pg!219]
esclamò Isabella levando gli occhi al cielo, e mentalmente
orando. Allora parve venirle dall’alto, e
certamente le venne, una virtù, che le si diffuse nel
volto a modo di raggi. Stese fiduciosa le mani sopra
il fanciullo, e proseguì:

— “Va, figlio mio, io ti benedico....”

Ciò detto, prese il lume tutta tremante, e continuò:

— “Andiamo: prima che aggiorni verranno a
prenderti a casa, e sarai condotta a Livorno, dove
una galera ti aspetta. Andiamo, chè il subito non mi
pare presto abbastanza.”

Maria prese il fanciullo, e lo coperse con un
panno bruno. Isabella la precedeva rischiarandola
come fece al venire. — Arrivata in fondo della scala,
alzò più volte la mano per aprire, e parve non potesse;
ma ad un tratto un nuovo pensiero cadutole
in mente le ridava la prima forza, e costanza.

— “Un bacio... un altro bacio... un altro ancora..
Maria... Figlio mio... per sempre addio...”

Maria la baciò piangendo, e uscì ratta ratta rasentando
i muri con frettolosi passi.

Isabella rifinita di angoscia lasciò cadersi sopra
gli scalini, e appoggiò la fronte sopra la pietra; ma
la sua fronte era più fredda della pietra.
[pg!220]

|

----

.. [64] MS. Capponi.

.. [65]

      | La età di nostra madre mi percuote
      |   Di pietà il core, che da tutti a un tratto
      |   Senza infamia lasciata esser non puote.
      |
      |     :small-caps:`Ariosto`, *Satira* I.

.. [66] L’Ariosto era comunissimo in Italia in quei tempi; adesso
   nelle campagne ne conoscono appena il nome. Montaigne, che
   viaggiava la Italia nei tempi del granduca Francesco, scrive
   nel Tomo III dei suoi Viaggi, p. 172: «Considerai tre cose:
   di vedere la gente di queste bande lavorare, chi a batter
   grano, o acconciarlo, chi a cucire, a filare, la festa di Domenica.
   La seconda, di veder questi contadini il liuto alla
   mano, e *fino alle pastorelle l’Ariosto in bocca*. Questo si
   vede in tutta la Italia. La terza, di veder come lasciano sul
   campo dieci, e quindici, e più giorni il grano segato, senza
   paura del vicino.» — Pare che a quei tempi i Francesi fossero
   più ladri di noi....


.. [67] Poliziano, Canzone nella raccolta del Padre Affò.

.. [68]

      | Mettigli l’ale, è un angiolel di amore.
      |
      |   :small-caps:`Perticari`

[pg!221]


.. toc-entry:: VII. La gelosia.

CAPITOLO SETTIMO.
=================

LA GELOSIA.
-----------

.. epigraph::

   .. class:: small

   | Che dolce più, che più giocondo stato
   |   Saría di quel di un amoroso core?
   |   Che viver più felice e più beato,
   |   Che ritrovarsi in servitù di Amore?
   |   Se non fosse l’uom sempre stimolato
   |   Da quel sospetto rio, da quel timore,
   |   Da quel martír, da quella frenesia,
   |   Da quella rabbia detta gelosia.
   |
   | Questa è la cruda e avvelenata piaga
   |   A cui non val liquor, non vale impiastro,
   |   Nè murmure, nè imagine di saga.....
   |
   |     :small-caps:`Ariosto`, XXXI.


«Beati i poveri di spirito, perciocchè il regno
dei cieli è per loro» [69]_ — Queste sono parole di
Cristo, e quantunque io non dubiti punto che non
sieno state apprese nel profondo consiglio col quale
furono dettate, nonostante mi piace alcuna cosa discorrere,
non sopra loro, che non hanno mestieri di
commento, ma dietro la scorta di loro. — L’uomo
pertanto ha da sfuggire delle scienze quella che lo
fa dubitare. Egli deve amare primamente, ma dirittamente,
sè, poi la famiglia, poi la patria. Sonovi
state, e forse sono tuttavia anime cosiffatte, che la
patria sopra sè stesse amano; ma chi guarda sottile,
comprende che alla patria sagrificando la vita, oltre
[pg!222]
la quale le altre cose paiono contennende o di piccolo
pregio, a cotesto sacrificio le persuase una immensa
cupidità di laude, una libidine irrefrenata di fama;
insomma la propria rinomanza amarono meglio della
propria vita. L’anima nostra non ha da essere menade,
nè baccante per le contrade del sapere; la
scienza conosce le sue orgie funeste più assai di
quelle della dissolutezza: non sempre dalla sua urna
scaturiscono chiare, fresche, e dolci acque; qualche
volta avvelenano. L’albero della scienza non solo non
è l’albero della vita, ma il Signore ha detto all’uomo: «Non
mangiare dell’albero della conoscenza del
bene e del male, perciocchè nel giorno che tu ne
mangerai, per certo morrai». [70]_ — L’uomo che ha
veduto troppo, come Delia contemplando il Sole, è
rimasto per soverchia luce acciecato; il suo cuore
diventò cenere; a nulla si esalta, in nulla ha fede:
virtù, delitti, rettitudine e vizi, suonano una medesima
cosa per lui, frutti dolci in una contrada, attossicati
in un’altra; colpa della terra e del clima:
l’anima è un sospiro che cessa coll’agonia; la patria,
il luogo dove posiamo giorno per giorno la testa riparata
dalla procella; un nome, Iddio.

L’uomo deve contentarsi di stare al *quia*; ove
egli si ponga così all’avventura peregrinando attraverso
le regioni del sapere, i mali che gli ridonderanno
da questo suo errare irrequieto, non gli riusciranno
punto minori di quelli ci vengono dal continuo
andare randagi per lo mondo fisico. Questo gli
[pg!223]
torrà la famiglia, gli amici e la patria; quello la fede
e gli affetti. Giobbe bene a ragione assomiglia la soverchia
sapienza ad un mucchio di cenere, dacchè
veramente ella sia reliquia infelicissima di un fuoco
che non si accenderà mai più. Io l’ho pur detto di
sopra: il Creatore avrebbe dovuto sospendere la verità
alle volte del firmamento come unico luminare:
allora nessuno avrebbe dubitato sopra la luce e il
calore benefico di lei, come forse avviene del Sole;
e ho detto *forse*, conciossiachè non sia mancato chi
dubitasse essere il Sole una massa di fuoco, e lo
pretendesse piuttosto un cumulo di ghiaccio imprimente
un moto di rotazione alle molecole dell’aria: — la
quale opinione è tedesca. — Aasvero l’ebreo
errante comprende il simbolo di questa agonia insaziabile
di sapere: egli cammina, cammina per lande
deserte, per sabbie infuocate, per campi nevosi; egli
ha veduto la cupola di San Pietro, le moschee di Costantinopoli,
i tempii di Brama, quelli di Budda; ha
veduto adorare cani, bovi, coccodrilli, e serpenti;
ha veduto inalzare alla dignità di Dio fino le cipolle! [71]_
sacrificii incruenti, sacrificii di sangue, e vittime
umane; tutto insomma ha veduto; quello che sapeva
ha dimenticato, quello che ha appreso non basta a
placare la superba febbre della sua intelligenza;
quello che vorrebbe sapere per fare paga l’ardente
sete, sta chiuso dentro l’urna del destino: aborre
tornare a casa, perchè nessuno ve lo aspetta; i
suoi parenti sono morti, le generazioni hanno dimenticato
[pg!224]
il suo nome; egli non ama nessuno; nessuno
lui; rifiuta amici, repudia affetti, e rifugge da
legare lacci, che scioglierà domani. Forse nel gran
giorno in cui Dio rivelerà la eterna sua faccia alle
moltitudini delle cose create si quieterà la sua agonia,
e Dio gli darà pace, non perchè abbia amato
molto, ma perchè molto ha sofferto. [72]_

*State contente, umane genti, al quia;* [73]_ — altrimenti
voi vi sentirete crollare sotto i piedi la terra,
sprofondare sopra la testa le volte dei cieli. Voi crescete
educate nella suprema idea di un Ente animatore
col soffio della sua bocca immortale quanto ha
vita nello universo; che rompe come canna fragile
il persecutore, e ripara sotto lo immenso suo manto
l’oppresso: e tu errando troverai popoli che Dio non
conoscono nè adorano, o si fanno Dio di cani, serpi,
bovi, elefanti, e cipolle, e spesso di un mostro
tremendo di forme, ma più tremendo assai pei riti
sanguinosi. Ti sembra pietà custodire il padre infermo
e canuto, confortarlo nei momenti estremi con
ogni maniera di amorevoli ufficii, e comporgli in
pace le spente palpebre: eppure furonvi, e vi hanno
anche popoli, ch’estimano filiale misericordia strappare
i padri dai letti dolorosi, sospenderli a un ramo
attraversato a due alberi, e acceso sotto un gran
fuoco, girare attorno gridando: — il frutto maturo
bisogna che caschi, — finchè il vecchio non cada, e
si consumi dentro le fiamme. [74]_ E tu padre delle nostre
contrade, qual mai soffriresti supplizio per non
[pg!225]
vedere morire, o strappare dalle tue braccia gli
amatissimi figli? In China si offrono i figli pasto ai
cani, o si gettano alla riviera. In Affrica li vendono,
e testimonio Clapperton, non volendo egli comperare
due negri che la madre gli offeriva, prese costei a
maledirli, e a percuoterli, come quelli che dovevano
essere stregati perchè disprezzati dal bianco. [75]_ Pietà
tra noi comporre gl’incliti estinti dentro monumenti
egregi per materia e per lavoro, altrove pietà pascersi
delle membra dei cari defunti. Rimorso e odio
pubblico aspettano quaggiù l’uomo crudele, che potendo
non soccorse al pericolante nell’acqua; in
China, rimorso e rampogna aspettano colui che salva
il naufrago. Leggi, e pene, e giudici noi abbiamo
contro il furto, e tanto più lo puniamo, quanto più
vi adoperarono ingegno, o destrezza; gli Spartani
avevano premii pei ladri; e più larghi, quanto meglio
si dimostravano arguti. Nel paese dei Battas lo
adultero còlto in fallo diventa preda del marito offeso,
che lo lega ad un albero, e convita la parentela
a mangiarlo: ogni commensale si accosta per
ordine di dignità, e taglia il pezzo che meglio gli
talenta; il marito sceglie primo, ed è giusta, e per
quanto leggiamo, come parte meglio saporosa, si riserba
le orecchie; in altre contrade il marito offre
la moglie a cui primo gli giunge per casa, come
dono ospitale: e se questo avviene adesso tra popoli
da noi chiamati barbari, gli Spartani, solenni
maestri di civiltà, lo costumavano una volta, allo
[pg!226]
scopo che dalle proprie mogli uscissero uomini gagliardi
per la difesa della patria. Vereconda cosa
sono i connubii presso gli uomini, e presso gli Dei;
imperciocchè il divino Omero racconti come lo stesso
Giove circondasse di una nuvola impenetrabile agli
occhi dei mortali e dei celesti i suoi abbracciamenti
con Giunone. Sir Bank ci narra avere veduto nei suoi
viaggi un simile atto esercitato in pubblico, e con
molta cerimonia costituire il rito dell’adorazione di
certi popoli selvaggi, al quale assistevano con tali
manifestazioni di pietosissimo zelo, da richiamare
sopra il ciglio lacrime di tenerezza; e tanto basta.

Nè già crediamo che di cosiffatte immani costumanze
le genti presso alle quali si praticano non
sappiano porgere, male o bene, la ragione. Non credono
perchè non comprendono; astrattezze fuori dei
sensi non arrivano a concepire, quindi le rifiutano.
Presumerebbero, gli stolti! che Dio si dimostrasse
come un teorema di Euclide sopra la lavagna: per
religione vorrebbero un’algebra; per altare, l’aritmetica;
per sagrificio votivo, un conto fatto in regola;
per sacerdote, un computista. Estimano pietà troncare
una vita diventata oramai irremediabile dolore;
il proprio seno reputano più decoroso sepolcro, che
la terra o i marmi non sono; temerario consiglio
rompere i disegni della natura; utili alla repubblica
i cittadini educati per tempo nei sottili accorgimenti;
bellissima cortesia mostrarsi così amico dell’ospite,
da offerirgli la cosa più caramente diletta. Peregrinate;
[pg!227]
apprendete, e mentre vi punge il desiderio di
raccogliere fiori da tutto lo universo per inebriarvi
di voluttuose fragranze, ecco insinuarvisi nel cuore
il mal verme del dubbio, che ve lo imputridisce.
Il cuore scettico è morto; ma siccome la mente vive,
così noi sembriamo come gente sopravvissuta a noi
stessi: custodi quasi dei nostri sepolcri. — In verità,
io vi consiglio a starvi contenti al *quia*. Amate molto,
leggete poco, e leggendo, più che altro vi aggradi
la poesia, vino purissimo dell’anima, licore prezioso
che emana da fontane celesti. — E qui notate ch’io
parlo dell’alta poesia, figlia della mente infiammata
dal cuore, conciossiachè anche la poesia che scende
unicamente dallo intelletto generi dubbio. Chi più
sarebbe stato avventuroso del Byron? Quali mai creò
la natura poderosissime ale, che meglio delle sue valessero
a volo smisurato? Chi ebbe maggior cuore,
chi miglior mente di lui? — Ma egli volle vedere
troppo, troppo conoscere, troppo sottilmente indagare
la genesi degli affetti; nuovo Atteone, porta la
pena delle temerarie investigazioni; i suoi stessi fidatissimi
veltri lo perseguitano, e lo lacerano. Quasi
per vaghezza volle aggiungere la corda del dubbio alla
sua lira; parve a lui, che si allargasse la copia dei suoni
svariati, e s’ingannò: cotesta corda gli tagliò le dita
peggio del filo di un pugnale. Consiglio sapientissimo fu
quello dell’Eforo, che ruppe con la scure la nuova
corda aggiunta alla lira argiva. Tre furono le corde
della lira di Olimpo e di Terpandro, quando accompagnarono
[pg!228]
i canti di Dio e della umanità; dodici di
quella di Timoteo, quando cantava al convito di Alessandro
e di Taide, onde ne usciva la infamia di lui,
che si era acquistato il nome di magno, e lo incendio
dell’antica Persepoli; e tre saranno le corde di
qualunque lira, che intende a condurre la umanità
per quanto vi ha di onorato e di grande sopra la
terra, alla patria eterna dei cieli: — queste corde
poi sono, *amore, fede e speranza*.

Ma come entra tutto questo nella mia storia? — Voi
vedrete che ci entra benissimo; imperciocchè
proseguendo vi sarà manifesto come povere genti,
timorose di Dio, e ferme nei precetti della carità
cristiana, vi somministreranno esempii di virtù, che
ormai voi ricercate invano presso uomini o di maggiore
ingegno, o di più larga istruzione dotati.

Giordano in compagnia di Cecchino e di Titta
si erano ridotti, studiando i passi, al casino di San
Marco. Pensavano questi due servi potersi ristorare
di cibo e di bevanda, e dare alle membra stanche
pur finalmente riposo; ma s’ingannarono. Giordano
appena entrato si lasciò cadere sopra la prima seggiola
che gli si parò davanti, e quivi stette immobile
alcun tempo con gli occhi chiusi; dipoi alzò la destra
verso la fronte, e ve la tenne come se temesse che
gli si fosse spezzata, e mormorava tra sè:

— “Qui avvelena ogni cosa! Qui respiro un’aria
di delitto! Mi hanno versato l’inferno nell’anima!
Orsù, voi Titta e Cecchino; qui abbisogna adesso
[pg!229]
che compariscano intere la fedeltà, la prestanza, e
la discretezza vostre. Andate al mio palazzo; presentatevi
a madonna la duchessa; avvertitela.... no....
aspettate.... Da scrivere....”

E il custode del casino, prontissimo esecutore
degli ordini ricevuti, portava quanto gli veniva richiesto.
Giordano agitato com’era si provò a scrivere,
ma la mano tremante gli negava l’ufficio: voleva
affrettarsi, e non gli riusciva; gli bisognò posare.
Tornò più quieto a scrivere brevissime note,
che suggellò, e porse a Titta, continuando lo interrotto
discorso:

— “Non l’avvertite di nulla: porgetele questa lettera,
e le direte precedermi voi di uno o due giorni.
Io non sono a Firenze; — badate bene. In casa osservate
attentissimi ogni atto, ogni detto notate, e
quando avvenga o si dica cosa che per poco vi
paia importante, venite cautamente a referirmela. Io
non mi muovo di qua. — Andate, siatemi fedeli, non
mancate al vostro signore: in breve saprete.... saprete
quello che non avreste voi dovuto sapere mai....
e quello.... pur troppo! che non avrei mai dovuto
dirvi io....”

E con un cenno della mano gli accomiatava. I
servi, piegata la persona ad atto di ossequio, si
dipartivano.

Venuti sopra la strada, e mutati forse cento
passi, Titta prese a dire così:

— “Spero che la fortuna consentirà alla fine di
[pg!230]
lasciarci cenare: abbiamo sofferto in questa nostra
cena più sinistri che lo imperatore Carlo nel suo
regno....”

— “Io poi penso, anzi pensava, ed ho deliberato
in questo momento di abbandonare il soldo del duca,
e ricondurmi qui presso a casa mia.”

— “Domine aiutalo! Avresti per avventura perduto
il cervello? Talvolta lo fa, quando camminiamo
di questi giorni sotto la sferza del sole....”

— “Io non ho perduto il cervello, Titta; non
l’ho perduto. Vedi, quando m’ingaggiai per lancia
spezzata col signor duca, io lo feci per le ragioni che
or ti dirò. Mio padre si era trovato ai tempi della
repubblica, e mi donava un mal dono, perchè invece
di accomodarmi l’animo ai tempi, non rifiniva mai
di favellarmi del signor Giovanni delle bande nere,
del Giacomino, del Ferruccio e di altri tali, per cui
mi entrava la febbre addosso di menare le mani, parendomi
che anche dentro di me la natura avesse
cacciato qualche cosa; ma dove potessi sfogare questa
smania io non vedeva: la guerra di Siena era finita,
e poi mi sarei piuttosto tagliato le mani, che
unirmi agli strozzatori di cotesta nobile cittadinanza.
Condussi moglie per attutire questo feroce talento:
e’ furono novelle. Ad arte meccanica io non sapeva
adattarmi; mercè donna Isabella, ch’è sorella di latte
di mogliema, presi soldo come lancia spezzata del
signor duca, confidando che egli condotto dal papa o
dai Viniziani per generale, avrei militato almeno contro
[pg!231]
i nemici di Cristo, questi sozzi cani di Turchi,
che Dio confonda. Ora ho logoro gli anni migliori
della vita a Roma senza levare un ragno da un buco,
e la spada mi si è arrugginita nel fodero.”

— “Ah sì! La morte si fa tanto aspettare, che
vale proprio la pena di andarle incontro. — O non
è tanta vita trovata? Non hai riscosso la paga? Che
cosa puoi fare di meglio nel mondo, che mangiare
e dormire?”

— “E perchè questo? Gli uomini di cui la rinomanza
corre su per le bocche dei popoli, non erano
carne ed ossa come noi siamo? Non bevevano gli
stessi raggi di luce? Non gl’intirizziva il verno, non
li scaldava la state? Non piangevano essi? Non ridevano
essi? Mortali non erano come siamo noi?”

— “Senti, Cecchino, vi hanno uomini, che crescono
come pini, altri come strame: questo nasce
ogni anno, e ogni anno vi si mette dentro la falce;
lo lasciano a seccare su i prati, e poi lo danno alle
bestie. Noi siamo di questa seconda specie. — Il fieno
può dire: io voglio diventare pino? Tanto vale che
uno di noi presumesse diventare duca, o principe, o
che so io. Quando avrai lasciato un occhio in Affrica,
un braccio in America, una gamba in Ungheria,
al rimanente tronco del tuo corpo dentro al quale
l’anima immortale si sarà ritirata come il presidio
nel cassero della fortezza, daranno il titolo di sergente,
e un paio di giulii di paga. Negli stati popolari,
qualche volta uno di noi poteva scappare avanti;
[pg!232]
ma adesso la gloria è pei grandi signori: la nostra
parte è quella di farci ammazzare; sicchè il meglio
sta nel tirare la paga, e conservarci più che possiamo
in salute. Se la vita è male, anche peggio è
la morte. Chiamano questo mondo valle di lacrime,
ma pare che agli uomini garbi di piangere, perchè
nessuno vorrebbe uscirne neanche con lo sfratto....”

— “E poniamo che tu abbi ragione: ma io non
mangerò mai il pane acquistato con la viltà e col
delitto; — egli mi romperebbe i denti, mi si convertirebbe
in veleno dentro le viscere: io voglio conservarmi
in pace con me stesso.”

— “Che Dio ti aiuti! O che cosa vuoi che i padroni
si facciano della tua virtù? Tu mi pari Diogene,
che condotto al mercato per esservi venduto
gridava: — Chi vuole comprare un padrone! — La
virtù è vela con la quale facciamo poco cammino sul
mare della vita; adesso pei tempi che corrono, la
virtù torna in proposito come uno scaldaletto nel
mese di agosto. La vigilanza sopra la salute dei nostri
padroni, la obbedienza ai comandamenti loro, una
pazienza tedesca di aspettare dietro al cantone, una
prontezza di assestare nel buio un colpo che spacci
senza dar tempo ad un Gesù Maria, e il mistero per
non metterli in cimento, ci procureranno quella fama
che a noi è dato di conseguire, e pane per noi e per
le nostre famiglie....”

— “Mai no, che questo non farò io, — no per
San Giovambattista mio protettore; io prego ch’ei mi
[pg!233]
mandi prima la mala morte.... — Andate, spiate, referite. — Io
mi morderò piuttosto la lingua, che fare
la spia. — E aggiungi, Titta; non senti tu qui dentro
un odore di sangue? E un giorno di questo sangue
dovremo rendere conto. E noi qual pretesto, o quale
scusa potremo addurre di questo sangue versato? Potremo
dire: — Chiedetene conto al nostro padrone?....”

— “Veramente tu mi metti addosso qualche scrupolo;
no pel sangue, chè questo entra nel mestiero....
E di vero essi ci hanno comprato l’anima e il pugnale,
e certamente per adoperarlo in modo diverso
da quello costumato dallo imperatore Domiziano; ma
cotesto nome di spia mi ritorna traverso la gola....
Oltrecchè il duca ci avvilisce senza bisogno. — Quale
ha mestieri (perchè io vedo chiaro che qui dentro
giace nocco) di spie per sapere se gli sia infedele
la moglie? Non ti pare egli così, Cecchino? O che
vorrebbe essere egli il primo marito che intacca il
pane di oro? Questi signori chiappano talora certe
fantasie! Proprio chi più ne sa, meno ne apprende.
Ben fece Rinaldo di Montalbano quando gli misero
davanti la coppa piena, che il marito senza corona
beveva, e il coronato rigettava: — Tengo la moglie
mia per bella e buona; — e buttò via la tazza. Questo
è prudente vivere di marito; e poi volga la fortuna
la ruota, e il villano la marra: ma quando vuolsi
cercare il nodo nel giunco, a che sommano tutte
queste stimate? Tanto è detto antico: — Le femmine
sono tutte di un conio....”
[pg!234]

— “Non è mica vero; e vedi, io giurerei che
adesso parli una cosa, che tu non credi.... O non fu
donna tua madre?”

— “Ah sì! Mia madre fu donna; ma di lei già
non parlava io, nè pensava punto a lei: dico delle
altre....”

— “E tu non credi che nessuna donna possa
amare...?”

— “Io per me lo credo, comecchè paia alcuna
volta il contrario. Pónti sopra la bocca di una spilonca,
e géttavi dentro un grido; l’eco te lo replicherà
sei o dieci volte. Ma il grido è tuo, o della
spilonca? È tuo. Pare che ti rispondano altre voci,
ma t’inganni, perchè tutte quelle voci sono una cosa
con la tua voce stessa. Così se dirai a una donna: — io
ti amo, — ella ti risponderà: — io amo, io
amo, io amo; — ma guai se credi che ella lo abbia
profferito da sè; e’ fu l’eco della tua voce, e male
per te se t’innamori della tua voce come Narciso
s’innamorò della propria faccia.... ai tempi antichi,
quando le donne toccando un fiore rimanevano incinte....”

— “Senti, Titta, io sono giovane, e di poche tavole;
ma comprendo chiaro che il tuo cuore gronda
sangue, forse per qualche meritata ferita: tu non sei
stato amato, o sei stato tradito; ma tu hai amato?”

— “Io ne parlo da filosofo, vedi, senza avere
riguardo a me in nulla. Quello che ti dico sta nella
natura; e non può essere che proceda altramente.
[pg!235]
La incostanza è frutto della giovanezza, come la
fravola odorosa e vermiglia della primavera; la costanza
è frutto degli anni maturi, come la nespola
è il frutto dell’autunno: — però nella donna la virtù
si deve chiamare la nespola della vita! — Tutte le
cose belle appariscono splendide di varietà. Guarda
l’arco baleno, guarda il collo della colomba davanti
al sole, guarda la coda del pavone. — Perchè le
api fanno il dolce mèle e la cera? Perchè volano
ora sopra questo fiore ora sopra quell’altro. E le
femmine sono mosse dallo studio medesimo delle
api. Gli stolti siamo noi, che pretendiamo prendere
un’anima, e riporla in gabbia come un uccello, o
inchiodarla come fa del ducato sopra il suo banco
il cambiatore; anzi, più crudeli che stolti, anche
morti sporgiamo di sotto terra il braccio diventato
nudo osso, e presumiamo tenere pei capelli una povera
donna. Se si manterrà buona vedova, — dicono
i testamenti, — abbia tanto; se no, nulla: sensi bruttissimi
in brutte parole: perchè noi siamo morti,
non hanno gli altri a godere della vita? Noi baciamo
come beviamo; badisi al vino, non al bicchiere:
poco importa, anzi nulla, se la tazza di oggi sia
quella d’ieri; quello che importa moltissimo si è,
che il vino di oggi rallegri il cuore, ed esalti lo
spirito....”

— “Tutto questo starebbe bene se la vita fosse
come un libro, che arrivati al *laus Deo* chiudiamo,
e mettiamo là per non più vederlo; ma tu sai che il
[pg!236]
libro della vita, quando è consumato, ritorna alla
luce riveduto e corretto dallo Autore, per non morire
mai più. [76]_ Quindi noi pensiamo che avremo a
riscontrarci un giorno nella valle di Giosafat: e se la
nostra donna avesse tolto un altro marito, o due,
chi seguirebbe ella? Con chi si accomoderebbe per
la eternità?”

— “Con quello che meglio allora le talentasse:
e non vi sarebbe mestiere di dare del capo nei muri,
imperciocchè tutti avrebbero la volta loro; tutti sarebbero
contenti, solo che tu pensi alla durata della
eternità delle donne, la quale, per quanto mi venne
assicurato da persone degne di fede, comprende
tutta una settimana, e qualche volta un miccino del
lunedì!”

— “Va, va, tu morrai disperato, poichè rinneghi
l’amore. L’amore, dolcissima corrispondenza degli
spiriti, che di due anime ne compone una sola, che
raddoppia le forze e gli aiuti, che si nutrisce di
mutuo sacrifizio come la viola della rugiada.”

— “Novelle, figliuolo mio, novelle: amore è istinto
di rapina, è agonia di dominio, è tenacità di possesso. — L’uomo
ama la donna, come ama il campo.
Tempo già fu, ma un tempo lontano lontano; fa il
tuo conto, anche prima di Adamo, in cui *il mio* e *il
tuo* non significavano niente nelle lingue degli uomini:
il passeggero vedeva pendere dall’albero un
frutto maturo, lo coglieva e il mangiava. Ma una
notte si trovarono insieme certi astiosi, e intorno ad
[pg!237]
una terra, che meglio delle altre appariva feconda,
scavarono una fossa, e la mattina dissero: — Nessuno
passerà questa fossa, perchè la terra quivi dentro
compresa è roba nostra. — Non li badarono gli altri,
e fecero come per lo innanzi. Allora gli astiosi piantarono
una pietra nel confine, e minacciarono mali
a cui osasse passarla. Non ottennero niente meglio
di prima; gli uomini esclusi la reputarono burla. Finalmente
gli astiosi posero sopra cotesta pietra una
mannaia e dissero: — Chi passerà il termine, avrà
mozza la testa. — Gli esclusi sempre più ridevano
della nuova giulleria, e passarono; ma gli altri, tesi
gli agguati, li presero, e li guastarono davvero. Allora
piansero delle donne, dei figliuoli mandarono
dolorosissimi gridi, e la proprietà entrò nelle teste degli
uomini perchè furono troncate le teste....”

— “E che cosa ha da fare questo con l’amore?”

— “Io te l’ho detto, cervellone, amore del
campo è uguale allo amore di donna. Le donne furono
un dì come le fontane: chi aveva sete vi appressava
le labbra, e beveva. Uno astioso certo giorno
si avvisò dire: — Questa donna è mia; — e perchè
gli credessero, inventò certi suoi sciolemi di certezza
dei figli, ed altre diavolerie, come se alle cavalle e
alle vacche non venissero figliuoli senza tante novelle;
e poichè vide che non capivano un’acca, si raccomandò
a un ciarlatano, che faceva da medico, da
dottore, da buffone, e da astrologo; e questi così
per celia giurò, che il Dio Coccodrillo, tenuto in reverenza
[pg!238]
grandissima, gli aveva susurrato negli
orecchi, che bisognava lasciare stare la femmina di
quel tristo, *aliter* sarebbero arrostiti dopo morte a
fuoco di carbone di cerro. Non si veniva a capo di
niente: il ciarlatano volle vincere la prova, e giovandosi
di una invenzione fresca fresca, ch’era un
frutto della terra innominato allora, e poi chiamato
canapa, attorto in filo lungo e capace a legare e a
stringere, ordinò che ai caparbii si mettesse intorno al
collo, e si tirassero su alti sopra un ramo di quercia. Le
quercie stupirono delle nuove ghiande, la lingua si arricchì
di una parolaccia che si chiamò *adulterio*, gli uomini
acquistarono un delitto, e così di male in peggio
*venite adoremus*, come dice lo invitatorio del Diavolo.”

— “Io ti ascolto, e rido, perchè davvero sono
tali sconcezze le tue, che sarebbe fiato gittato rispondervi
a dovere. Io ti leggo traverso al seno, e vedo
che in cuor tuo tu vuoi la baia di me....”

— “La baia! Io parlo del miglior senno che abbia
mai avuto.”

— “Allora tu sei stato sempre matto.”

— “Matto! Or via: meglio che farti legare e
guastare, o non sarebbe che il tuo fratello di morte
dicesse: — Colui che nasce dalla terra e deve
tornare alla terra, non deve usurpare la terra:
vieni, cíbati di questi frutti, che ho colto prima
di te; vieni, scáldati a questo fuoco che ho
acceso prima di te, e ripárati in questa spilonca
che ho trovato, ed è capace per tutti? — Non sarebbe
[pg!239]
meglio, che il padrone della bellezza, lieto
rivo e fugace, invece di respingerne l’assetato, così
gli favellasse amoroso: Dissétati anche tu, povera
anima; non intisichire di agonia, inébriati di amore,
e vivi; non voglio che tu vada a male per cosa di
cui tu soffri inopia, e a me ne avanza per benedire
e santificare. Tanto, bocca baciata non perde ventura,
ma si rinnuova come fa la luna....”

— “Ma di grazia, ove hai scavato tutte queste
giullerie? Comunque tristissima, non è mica farina
del tuo sacco....”

— “E di vero non è: se ti fosse toccato in sorte
di udirla come la udiva io dalla bocca di quell’altissimo
filosofo, di quel divino....”

— “Chi mai divino?”

— “Pietro Aretino.”

— “Ah! non voglio sentirne altro. Divino certo
lo chiamarono, e chiamano; il quale titolo se non
rende testimonianza della sua divinità, attesta certo
la suprema codardia degli uomini, che o glielo conferirono,
o glielo consentirono.”

— “Tu lo calunnii: egli fu nelle amicizie tenacissimo,
e portando amore maraviglioso al sig. Giovanni
delle bande nere, lui con disagio e pericolo seguitava
nelle più arrisicate fazioni....”

— “Cotesta amicizia guasta la fama di quel valentuomo.
Io so troppo bene che mentre il signor
Giovanni combatteva, costui si deliziava con le meretrici
del campo....”
[pg!240]

— “Non è vero, perchè talora rilevò delle ferite....”

— “E che monta questo? Da quando in qua
toccare una ferita significa prodezza? Anche Achille
gli dette di buone pugnalate, ed ei se le tolse piagnendo,
e supplicando la vita. E al Tintoretto, che
cosa seppe rispondere quando gli tolse la misura
col pistolese? Cheto come olio. — E quando Piero
Strozzi lo minacciò di farlo ammazzare nel letto, non
si rinchiuse in casa, non inchiodò porte e finestre
per paura dell’aria?” [77]_

— “O che si fa egli con gente che ti coglie disarmato
e alla sprovvista?.... E in quanto a Piero,
se dava soggezione a Cosimo vostro duca, qual maraviglia
se cercava guardarsene il Divino? E quel
suo cuore sviscerato per le sue figliuoline Austria e
Adria! Tu lo avessi veduto quanto pensiero se ne
dava, e come fu studioso di assicurare loro la dota
nelle mani del duca di Urbino, e come le raccomandava
a tutti i suoi amici....” [78]_

— “Le amava per venderle....”

— “Per Dio, non dirlo...!”

— “Non dirlo? Io lo dico, e lo dirò per quanto
il fiato mi basti. O che pensi che anche a me non
giungesse la fama vergognosa della morte di cotesto
sozzo cane vituperato? Non morì egli udendo con
riso infame le schifezze delle sue sorelle meretrici
nel bordello di Venezia? [79]_ Lévamiti dinanzi, tu sei
fracido fino alle ossa. Va, mangia pane insanguinato:
[pg!241]
io tolgo a patti piuttosto morire di fame: — va,
tienti la tua fede, io la mia. Al capezzale del letto,
nella ora della tua morte, tu vedrai il diavolo che ti
sgraffierà dalla fronte la cresima: io spero vedere la
moglie castissima e dilettissima, i figli buoni, e la
pace degli angioli. — Separiamoci, tu va solo a casa
Orsini.”

— “Io, vedi, dovrei corrucciarmi teco, e farti
conoscere che Titta non pate villanía; ma anche
questo appresi dal Divino, che ai banditori delle verità
è per giunta se tocca meno della lapidazione.
Io dirò al palazzo che ti ha preso male, o che so
io; inventerò una scusa per lasciarti tempo a dare
le spese al tuo cervello, e ridurti domani al tuo solito
posto....”

— “Gran mercè; io non voglio tornare, e non
tornerò. — Titta! accóstati. Vedi, cotesta casa è casa
mia: lì nacqui, e lì crebbi. — Titta! Non vedi un
lume alle finestre? Dimmelo; ho gli occhi offuscati
di lacrime, e non iscorgo bene. Santissima Vergine!
è una donna quella che sta affacciata al balcone? — Titta,
travedo, o vedo bene?”

— “Vedi bene; ella è proprio una femmina.”

— “O questa è Maria! Povera donna, ella mi
aspetta? Chi sa quante notti ha passato alla finestra!
O che consolazione rivedere la mia cara, la
mia dolce Maria!....”

E così esclamando spiccò tale una corsa, che
non gli avrebbe tenuto dietro un capriolo.
[pg!242]

Titta si affaticava invano a raggiungerlo, e gridava:

— “Cecchino, férmati! Cecchino, senti!”

E l’altro correva più che mai. Affannoso, sudante,
arriva Cecchino alla porta di casa sua, e appena
con voci interrotte chiama: — Maria! — Cecchino! — le
rispose la donna con un grido di altissima
allegrezza; e sparve dalla finestra, e fu sentita
precipitare quasi giù per le scale. In meno che non
si dice un *amen* fu aperto l’uscio di strada, e con
le braccia levate si corsero quelle due buone creature
incontro, confondendo baci, lagrime e sospiri,
con tale una passione irrefrenata e profonda, da fare
tenerezza a chiunque avesse potuto vederle, come
propriamente lo fa anche a me adesso, che lo racconto....

Titta arrivò tardi, e trovò l’uscio chiuso e incatenato.
Volle prima battere, ma poi si trattenne,
dicendo:

“Tanto varrebbe bussare alle porte di un camposanto,
e aspettare che venisse ad aprirmi il primo
padre Adamo. *Requiem æternam dona eis, Domine.* — Ormai
Cecchino ha dato un tuffo a capo fitto nello
scimunito. — Non vi è stato verso da cavarne niente
di buono; e Dio sa se mi vi sono slogato le spalle,
perchè io gli voglio bene come a figliuolo, e disegnava
farmene un allievo. — Vedete un po', una
femminuccia me lo ha cavato di sotto. È inutile!
finchè le donne non saranno tolte via, e gli uomini
[pg!243]
non s’innesteranno come susini, il mondo camminerà
di male in peggio. Ma egli è giovane; e il sangue
vuole la sua parte; domani tornerà, un poco abbattuto,
s’intende, ma tornerà. Ora sta a me far tutto;
ed io incomincerò da mangiare, e poi andarmene a
letto, e dormire finchè ne abbia voglia.... — E intanto
il signore Paolo Giordano aspetta? — Aspetti sicuro!
io non ho bisogno di lui: questi padroni vorrebbero
che fossimo buoni, e cattivi; mansueti, e coltellatori;
fedeli, e traditori; tonti, e saputi; angioli, e demoni;
e poi non mangiassimo mai, mai non vestissimo, e
non chiedessimo: insomma se un servitore possedesse
la metà delle virtù che domandano i padroni
da loro, non vi sarebbe così povero fante che non
meritasse avere per servo almeno un marchese. E
poi, a che monta vegliare? Non ha da essere in casa
la Giulia? In meno di cinque minuti saprò più di
quello che io non potrò tenere a mente, o referire;
ed anche senza tanti anfanamenti, se io vorrò fare
seco del ben bellezza, chi fie che mi trattenga? Certo
non ella; il nostro bene è durevole e forte, non
circoscritto, non mai sterile; noi invece dello individuo
amiamo la specie: ella tutti gli uomini; io
tutte le donne; in modo che per noi non si dà lontananza,
non assenza, siamo sempre presenti, sempre
innamorati, siamo come perle di un medesimo
vezzo; di ogni fiore facciamo ghirlanda, e
ce ne incoroniamo la vita. — Un fiore non fa primavera;
l’amore non è compreso in uno affetto
[pg!244]
solo.” — E questi, e tali altri concetti rivolgendo per
la mente, si allontanava dalla casa di Cecchino, tardandogli
oramai di arrivare al palazzo del suo signore.

Con animo più giocondo io ritorno a Cecchino
e alla Maria. Abbracciati e lieti salirono, o piuttosto
volarono su per le scale, offerendo la immagine
delle colombe, che con ale tese e aperte si affrettano
al dolce nido, la quale per essere stata adoprata
dal Dante, a me non rimane a fare altro che
ricordarla. Giunti nel mezzo della sala, si rinnuovarono
le amorose accoglienze: uno interrogava l’altro,
e l’altro per risposta domandava a sua volta; e senza
pure aspettare queste risposte, cose sopra cose ricercavano,
e via, e via, sicchè dai labbri di ambedue
prorompeva un turbine di parole ardenti di
curiosità e di passione. Ma alla fine si accorsero di
cotesto singolare colloquio, e ne risero svisceratamente,
e tornarono a cambiarsi castissimi baci.

— “Orsù,” tutta rubiconda con occhi sfavillanti
favellò la Maria; “tu se’ sozzo di polvere e di sudore;
aspetta ch’io ti porti da lavare mani e viso.”

E quindi a poco tornò, ponendogli davanti la
catinella piena d’acqua; e lieta cantando come se
fosse di bel mezzo giorno, si fece all’armario, prese
uno asciugamano di elettissimo lino tutto odoroso di
fior di gaggío, e glielo porse per asciugarsi, ed ella
pure lo andava aiutando in questo ufficio. Nè qui
si rimase la cura della buona femmina, che quando
[pg!245]
è dabbene, davvero ella è la cara gioia pel cuore
dell’uomo; e postasi a sedere, ordinò che anche il
suo Cecchino sedesse, e sporgendo le mani gli strinse
dolcemente la testa, e se l’adagiò in grembo, e col
pettine gli rinettò i capelli, ne cacciò via la polvere,
li sviluppò dai groppi, e spartiti per quanto si
distende il cranio, gliene acconciò sopra le orecchie
e intorno al collo, meglio che se vi avesse adoperato
il calamistro.

E tenendolo sempre su le gote con ambedue le
mani, gli alzò il volto, lo guardò fisso ridendo, e
vedutolo bello se ne compiacque, come pure è lecito
a onesta moglie gloriarsi di leggiadro e valoroso marito;
e datogli un grosso bacio in mezzo alla fronte,
esclamò proprio col cuore:

— “Tu mi pari un angiolo....”

— “Ma questo angiolo” rispose Cecchino “non essendo
spoglio per ora della sua veste terrena, ha la
maggiore fame che mai figlio di Adamo avesse al
mondo....”

— “Or come questo? Io mi pensava che tu non
avessi bisogno di niente. Perchè non lo hai detto prima?
Non credere mica che tu mi colga sprovvista.
Poco trovi in casa tua, ma però tanto che basterà....”

— “Che cosa vuoi? Abbiamo fatto oggi più di
cinquanta miglia di un fiato. Siamo arrivati a notte,
e ci hanno fermato fin qui senza darci tempo di bagnare
la bocca....”

— “Ma, e non sei tu venuto col signore duca?”
[pg!246]

— “Sono, ma non si ha a sapere; ei non è smontato
al palazzo. — Però di questo a bello agio....”

— “Sì, cuore mio, a bello agio.” — E intanto
la Maria aveva imbandita la mensa in un battere di
occhio, non tanto per le poche masserizie e vivande
che pose sopra la tavola, quanto per la gran fretta
che si dava. I Fiorentini ebbero fama di sottili e di
parchi oltre misura convenevole a chiunque vive onestamente,
e questa fama tuttavia dura. Certo, una
volta furono tali; ma non si creda che si lasciassero
patire: ed anzi dalle leggi che chiamano suntuarie,
rinnovate spesso, e richiamate in vigore, apprendiamo
come la civile parsimonia non nascesse spontanea,
ma in virtù di provvedimenti continui; sappiamo
ancora come lo statuto concedendo pei pranzi
due sole vivande, l’arrosto e il lesso, i Fiorentini
molto di leggieri lo eludessero adoperando moltissime
ragioni carni lesse e arrostite, per l’unico lesso
ed arrosto consentiti dagli statuti. Intorno al vestire,
Franco Sacchetti in certa sua novella piacevolissima
ci ha conservato le infinite arguzie usate dalle donne,
per le quali i giudici non potevano mai coglierle
in fallo, nè riusciva loro mai di applicare la legge. [80]_
E poi quando giungevano in Firenze persone
di alto affare, i cittadini che le ospitavano pagavano
la multa, e sfoggiavano con insolita magnificenza.
I ricordi dei tempi ci hanno conservato il modo tenuto
dal Magnifico Lorenzo con Franceschetto Cibo
e la sua corte, quando venne a fare le nozze con la
[pg!247]
sua figlia; e questa avventura dimostra come sia arte
antica in tutti coloro che attesero a spegnere la libertà
della patria, osservare studiosamente le apparenze,
mentre affilano la scure per tagliare la sostanza. Ma
le casse erano piene di fiorini di oro, grandi i commerci,
maravigliose le industrie, stupende le imprese;
e allora concepivano e mandavano a compimento
cose che ai giorni nostri il solo vederle sbalordisce.
Ingiusta poi è la fama che dura intorno alla grettezza
fiorentina; testimonio recente noi lo troviamo
nelle satire del D’Elci, là dove dice:

   | ... a te torno, o mia frugal Firenze,
   | Dove avarizia ha splendide apparenze. [81]_

Molti lo confermano, ma, come avviene spessissimo,
piuttosto sopra la fede altrui che per osservazione
propria. I Fiorentini ai giorni presenti agita
il demonio del lusso e della pigrizia: come tutti gli
altri popoli della Europa, non dirò che non credano,
ma poco fidano nel paradiso celeste; si sono fabbricati
anch’essi un nuovo paradiso terrestre senza
l’albero della scienza. Poco importa se raccogliamo
fiori di un giorno, e caduchi; anzi, che si rinnovino
è bene; qualsivoglia durata pesa; vivere, e godere
comprende lo scopo supremo delle umane voglie. — Una
volta il secolo dubitava tra il bene e il
male; e certo grandissimo travaglio era cotesto della
mente e del cuore; pure lo stesso tormento rendeva
testimonianza di vita: oggi il secolo crede, sì, crede,
[pg!248]
ma la sua fede non è nel bene. Viviamo tutti come
se il medico ci avesse spediti; e’ pare che temiamo
che domani il cielo non sia per cuoprire la terra: non
più piramidi, non più obelischi; la più faticosa opera
che osiamo imprendere noi, sta in comporre un mazzo
di fiori; la tela del ragno ci sembra cosa troppo secolare,
ci costituiamo numero ed enti nati per consumare
il grano. Orniamo pertanto di papaveri le
tempia dei nostri eroi, sia il sonno la epopea dei nostri
tempi, lo sbadiglio la storia. Nel sepolcro ci aspetta
vita maggiore che sopra questa terra, almeno durante
il periodo della putrefazione. Nessuno ci può
muovere ragionevole rampogna: noi pei tempi, i tempi
per noi: la nicchia e il santo corrispondono a maraviglia.
Perchè logorarci per procacciare una rinomanza
che detestiamo? Perchè attendere a studii i
quali potrebbero fare sospettare la nostra esistenza,
che noi con ogni maniera di sforzo c’ingegniamo mettere
in oblio? I figli nostri cresceranno peggio o meglio
di noi: se peggio, riesce indarno ogni argomento;
se meglio, vergognerebbero delle nostre miserie. — Bene
dunque ci avvisiamo a dormire, a tacere, a godere,
e a morire. Questo veramente si chiama il
trionfo della morte! —

E i piattelli posti sul desco erano due; uno dirimpetto
all’altro. Tutto appariva presto, e a Cecchino
non dava il cuore di gustare le vivande che aveva
desiderato; anzi teneva la faccia rivolta al capo della
mensa, e ad un tratto versò una grossa lacrima, e
[pg!249]
proruppe in un gemito profondo. La moglie, vista
quella subita desolazione, gli domandava smaniosa:

— “O Santa Vergine, ch’è questo mai? Cuore
mio, che cosa ti affligge? Dimmelo via, non lo nascondere
alla tua povera consorte....”

— “Ahi! Maria, non ti ricordi come l’ultima volta
che sedemmo a questa mensa noi fossimo tre....”

E qui successe un silenzio lunghissimo. Primo
a romperlo fu Maria, la quale in questa maniera riprese
a dire:

— “Madonna Laudomine è andata propriamente
in paradiso. Con quanta allegrezza non vide ella avvicinarsi
la ultima sua ora! Come non favellava
co’ Santi, che parevano accorsi per assisterla nel suo
transito! Ormai questa vita le si era fatta grave; il
dolce lume del giorno non rallegrava più le sue amorose
pupille: — e tua madre non avrebbe più veduto
la tua faccia, Cecchino. Ella moriva come una sposa
che va a nozze, e lieta di saperti così bene avviato
nel sentiero del Signore, che niente varrebbe ormai
a fartene abbandonare la traccia. L’ultimo suo pensiero
fu a Dio; il penultimo a te. — Digli, — parlando
le parole estreme mi ammoniva — digli ch’io lo benedico,
digli che i suoi discendenti l’onoreranno perchè
ebbe carità per sua madre; e per ultimo gli dirai,
che quando fie sazio di anni, sua madre lo aspetterà
in paradiso. — Per le quali cose conforta lo spirito
travagliato, e non volere lasciarti in balía del
dolore....”
[pg!250]

— “Certo, la buona donna era vecchia, e adesso
è fatta cittadina del cielo; ma non ostante desideratissima
e dolcissima sopra tutte le cose mi sarebbe
stato poterla vedere....”

— “E chi può dire che adesso, in questo momento
che noi favelliamo, non ci stia qui dintorno?
Se, come è fede, noi siamo anima e corpo, perchè
l’anima che sente amore, concedendolo Dio, non
tornerà a visitare le persone e i luoghi che in questo
mondo le furono cari? Consólati, Cecchino mio;
pei tempi che corrono, il peggio non istà nel morire,
bensì nel vivere....”

Allora Cecchino consentì a nutrirsi, ma gli era
passata la voglia; sicchè in breve ebbe posto fine
alla cena: forse più che non volle, beveva.

La donna, molto per curiosità, e molto ancora
per distrarre il marito dai sinistri pensieri, tornò
sopra il conto del duca.

— “Dunque il signor duca è arrivato?”

— “È arrivato; ma mi fa mestieri trovarmi altro
pane....”

— “Come? Ti avrebbe per avventura cacciato?”

— “No, me ne sono venuto io stesso.... — Ora,
senti; comecchè alle donne non istia bene confidare
le cose che devono rimanersi segrete, nonostante, io,
per averti sempre conosciuto discretissima, e dabbene
femmina, non ti nasconderò veruna parte dell’animo
mio. Il duca è venuto, e credo con mali pensieri.
Con mistero, e a notte, noi penetrammo in Firenze:
[pg!251]
favellò a lungo col cognato, poi si ridusse guardingo
alle stanze del casino di San Marco; quivi rimase
solo, e mandò me e un’altra lancia spezzata al suo
palazzo per dare ad intendere alla signora Isabella,
che domani, o l’altro appresso, ei sarebbe arrivato:
intanto spiassimo, ed ogni fatto e detto a lui diligentissimamente
referissimo....”

— “E la cagione?...”

— “La cagione è manifesta,” riprese Cecchino
abbassando la voce: “fino a Roma corse la fama della
vita della signora Isabella; io per me tengo per fermo
ch’egli sia venuto a vendicare il suo onore nel sangue
della moglie; — e della vita della duchessa all’ora
in cui siamo io non darei un soldo lucchese.”

— “E non vi sarebbe modo di salvare cotesta
male arrivata signora?”

— “Nessuno; perchè, a quanto sembra, i fratelli
hanno voglia di castigarla più assai del marito: oltrechè
mi pare ch’ella sia per ricevere pena condegna
ai suoi meriti; e se io invece di andare a spiare i
fatti suoi, rendermi partecipe della sua morte, e
macchiarmi le mani nel suo sangue, ho tolto commiato
volontario dal duca, non perciò mi sentirei
punto disposto di correre pericolo per tale che non
merita nulla.”

— “O questo come puoi dire? Dunque la bella
rinomanza di una gentildonna sarà in balía del primo
paltoniere che si avvisi contaminarla? Da quando
in qua l’accusa ha da essere leggera in proporzione
[pg!252]
ch’è grave il fallo apposto, e truce la pena?”

— “La persuasione non abbisogna mica di testimoni,
e di strumenti: e poi quando il popolo parla,
Dio ha parlato; e se non è lupo, cane bigio non
manca.”

— “Ed io, comecchè a malincuore, vo’ porre che
la colpa vi sia: ora dimmi, e chi avrebbe dato sopra
la sua moglie diritto di morte al duca? Questo giudice
ha la coscienza netta? Questo accusatore è innocente?
La mani ha pure questo sacerdote? E se non è innocente,
perchè mai giudica e condanna in altrui la
colpa ch’egli pure ha commessa?”

— “Oh! ci corre tra il marito e la moglie. La
moglie mette in casa figliuoli che non vi dovevano
entrare, divide la sostanza tra persone con le quali
non si doveva dividere: il figlio sospettato illegittimo
viene rejetto da tutti; gli altri lo disprezzano;
egli gli odia; e questi germi pessimi troppo sovente
abbiamo veduto partorire nelle famiglie frutti sanguinosi.”

— “E tu non dici il vero; imperciocchè l’uomo
procreando figliuoli fuori di casa, vorrà forse abbandonarli?
Se mai avvenga ch’egli li abbandoni,
ecco il mondo lo biasima, e la sua coscienza lo riprende:
dove poi a loro provveda, non assottiglia
ingiustamente anch’egli la sostanza ai figliuoli legittimi?
No, pari i doveri, pari le colpe, e pari
avrebbero ad essere il perdono, o le pene....”

— “Eppure non è così, e come la discorri non
[pg!253]
mi ci entra. Una ragione vi ha da essere, sebbene
non mi riesca trovarla....”

— “Senti, tu non la trovi perchè non ci è; se
ci fosse, ti ricorrerebbe spontanea alla mente. Io,
pensando tra me, ho veduto che il mondo si riposa
sopra certi principii che va chiamando verità: alcuni
di questi pare vedere e toccare; tanto i letterati
grandi, quanto gl’idioti, ci acconsentono, e dicono: — Sta
bene; — altri poi non s’intendono, paiono
alchimia, e bisogna stillarci sopra il cervello per andarne
capaci. I primi mi paiono monete di buona lega,
i secondi moneta falsa; i primi scendono dalla
natura, i secondi dallo artifizio.”

— “Eh! Le buone femmine non la devono squattrinare
tanto pel sottile, e obbedire alla legge che gli
uomini impongono....”

— “Legge violenta, giudice iniquo, e pena scellerata....”

— “In fe’ di Dio, tu sei riuscita tale favellatrice,
che mi fai spavento. Chi ti ha messo in bocca queste
invereconde parole?”

— “La ragione....”

— “O forse il bisogno di difendere le bieche tue
opere?” E Cecchino commosso da sdegno maraviglioso
prese un coltello, e trapassata la tovaglia, lo
conficcò quasi un pollice dentro la tavola. La povera
Maria, tutta accesa in favore della sua signora,
non pose mente a cotesto atto; anzi con insistente
petulanza:
[pg!254]

— “Che opere e che non opere vai tu fantasticando?”
replicava. “Io ti dico che non ci hanno ad
essere due pesi e due misure, e che non ci
sono....”

— “E va bene. Quando della turpitudine della
duchessa e tua non mi occorresse altra prova che la
presente tua sfrontatezza, dovrebbe bastarmi, e averne
ancora per giunta. Queste erano le festività, queste
le accoglienze, e questi i baci? Ahimè misero!....”

E la Maria, percossa dalla mutata sembianza
del marito, si avvisò domandargli qual subito pensiero
lo tenesse occupato; ma questi ormai non la
badava più, e se ne stava come uomo tratto fuori
di sè, e favellava accenti tronchi in parte dolorosi,
in parte minaccevoli:

— “Ahi! Titta, com’erano le tue parole vangelo. — Ed
io correva a scavezzacollo verso la bene
amata consorte! Valeva meglio mi fossi fiaccato le
gambe; ancorchè i mariti fossero cani, non basterebbero
a guardare le donne loro: — i ladri entreranno
pei tetti. — Io mi voglio buttare via: tanto nel
mondo è finita ogni cosa per me. Però tu non hai
ad essere lieta della mia morte, Maria; — no, faccio
voto a Dio che la mia maladizione ti si attaccherà
come un tarlo nelle ossa. — Tu mi hai tradito, altri
tradirà te; ti si apparecchiano giorni tristi, vita squallida,
e morte amarissima....”

In mezzo a queste querele, che la passione gli
spingeva alla bocca, ecco muovere dalla prossima
[pg!255]
stanza un suono di fanciullo che piange, e una voce
che chiama:

— “Mamma! — Mamma!”

A Cecchino si drizzarono i capelli irti a modo
dello istrice, si fece in volto prima bianco come un
lenzuolo di morto, poi rosso di fiamma; gli tremarono
convulsi i labbri, balenò con gli occhi luce sinistra,
e subito dopo invaso da bestiale furore afferra Maria
per le braccia, e la strascina nella camera. Appena
posero i piedi sopra la soglia, che il bambino si levò
a sedere sopra il letto, e stendendo festoso e giulivo
le mani verso la Maria, che ormai considerava come
oggetto gradito, replicò:

— “Mamma! — Mamma!”

La voce strideva a Cecchino fra i denti come un
bramito di fiera: sospinse da sè con tanto impeto Maria,
che la male arrivata femmina andò a investire
riversa nel letto, e cadde sopra il fanciullo: ella pure,
vinta dalla sorpresa e dalla paura, sbalordita
dallo evento, combattuta anche dalla ira, non era
capace a formare parola: ma la ira presto le cadde
giù dall’animo, e a commoverla più potentemente
sopraggiunse la pietà. — Per poco non le si rompeva
il cuore agitato dal groppo di passioni tanto veementi:
scivolò giù dalla sponda del letto, e postasi in ginocchio,
fece delle mani croce, e col sembiante supplicava
al marito furibondo.

E il marito per via di cotesti atti sempre più
inferociva, e brontolava cupamente:
[pg!256]

— “No... hai da morire... dobbiamo tutti morire...
non vi è pietà... non voglio averla per me...
pensa se a te... e se a questo serpentello...”

E la donna singhiozzando:

— “Cecchino!... Cecchino!... senti...” — E non
le riusciva aggiungere altro.

— “Prepárati a morire... Hai un’ora... mezza...
no... cinque minuti di vita...”

— “Senti... Lasciami...”

— “Riconcíliati con Dio.... Ma è inutile.... tanto,
traditori non entrano in Paradiso...”

— “Non posso...”

— “Hai terminato?”

E Maria sfinita di angoscia, per la impotenza di
cavare dalla gola la parola intera, con la destra faceva
l’atto di chi nega una cosa; e la furia ch’ella
poneva in quel moto era tale, che lo scritto viene
meno a significarla. O come la stringeva ineffabile affanno,
pensando che poche voci avrebbero placato
cotesta procella, composte le ire, salvato tante e
così care vite, e non potere pronunziare cosiffatte
parole! E Cecchino invasato dal demonio, ogni indugio
aborriva, nel pensiero omicida infuriava, e
gli pareva mille anni di tuffare le mani nel sangue
di lei! — Povera donna!

— “E se a te non importa finire, a me tarda incominciare....
Allo inferno, rea femmina!....”

E sguainata la daghetta, la manca sospinse in
avanti per ghermire. Maria proruppe in un grido, e
[pg!257]
percosse come corpo morto sul pavimento. Cecchino,
chiuso il cuore alla pietà, non si ristava; piegò
la persona, ed intendendo a immergerle nel seno la
lama della daghetta, le strappava rabbiosamente e
veli e panni, quando con sua maraviglia vide uscirne
una lettera: immaginò che fosse dell’odiato adultero,
e ne trasse argomento di miserabile gioia, proponendo
estendere fino a lui la vendetta. Prende la
lettera, si accosta al lume, e legge nella sopra carta:

«Alla Maestà Cristianissima di Caterina regina
di Francia.»

Pensò trasognare: guardò la terza e la quarta
volta; lo scritto stava pure come aveva letto la prima. — Spiega
il foglio, e trova:

«Onorandissima come madre. — Considerando
la gravità dei miei peccati, e la pena che me ne
possa incogliere sopra questa terra valgami ad ottenere
dalla misericordia infinita di Dio quel perdono
di cui lo supplico con tutte le viscere dell’anima
mia, ho deliberato di non sottrarmi al
destino, qualunque e’ si sia, che la Provvidenza
mi apparecchia. Ma sebbene io mi appigli a questo
partito, che mi pare essermi dettato dal mio
Angiolo Custode, non posso poi nè devo inviluppare
nella mia rovina una creatura innocente, e
per ogni verso degnissima di commiserazione. Io
confido pertanto questo figlio del mio dolore alla
vostra pietà: pensate che la sua culla è circondata
di serpenti, e la sua vita è la vita della belva del
[pg!258]
bosco, a spegnere la quale ogni uomo pensa avere
ragione e diritto. Non vi vogliono meno della prudenza
e della autorità di Regina gravissima e potentissima
quale voi siete, per salvare questo misero
capo: se non che mi è a bene sperare cagione vedere
come la donna a cui raccomando questo figliuolo
perchè lo riponga nel grembo della M. V.
quasi in porto fidatissimo di salute, lascia patria,
casa, e parenti, per consolare di un qualche conforto
me peritura. Questa donna è mia sorella di
latte: nata e vissuta nelle vie del Signore, mi abbandonò
rejetta nella ora del peccato, e mi ritorna
spontanea in quella della sventura. La urgenza dei
casi non patendo indugi, ella si pone sola in cammino
da me scongiurata; ma io farò in modo che la
raggiunga in breve l’amatissimo suo marito. Giovani
entrambi fedelissimi, meritano la benevolenza
della M. V., che prego a somministrare loro le più
larghe grazie e favori di cui il vostro animo regio
è così copioso largitore con tutti, e specialmente poi
con quelli che in vantaggio dei congiunti vostri e
della magnifica vostra casa si mostrarono volenterosi
di assumere incarichi ancorachè con manifesto
pericolo delle loro sostanze e persone. Io non ho a
dire altro, che supplicare la M. V., per l’amore di
Gesù Cristo nostro Salvatore, di prendere sotto la sua
protezione questa misera creatura. Dio ve ne darà
quel rimerito, che non posso io. — Pensi la M. V. essere
queste le parole novissime di persona a voi
[pg!259]
stretta per sangue; — questo essere il mio testamento; — e
con questa fiducia morire rassegnata
e compunta, chi altramente avrebbe concluso la
vita disperata e bestemmiando. Quando giungerà
alla M. V. la notizia della mia morte, che presento
vicina, vogliate ricordarvi di me nelle vostre
orazioni, e fare suffragare l’anima mia. Vi
auguro in questo mondo le maggiori felicità, che
la gloriosa mente e il cuore magnanimo della
M. V. sanno, per così dire, creare; e baciandovi
le mani mi dichiaro della M. V. indegna, ma pure
affettuosissima figliuola. — Isabella duchessa di
Bracciano.»

Prima assai di arrivare in fondo, Cecchino accorto
dell’errore suo, spogliata la ira, venne preso
da tale una passione al cuore, che non potè fare a
meno di sfogare con lacrime copiosissime. Depose
il foglio; già prima assai aveva scagliato lontana da
sè la daga, e tutto in pianto si abbandonò sopra la
sua Maria, sollevandole amorosamente il capo, e
con mille nomi dolcissimi chiamandola. Ma la povera
donna non dava segno di vita, e nella caduta
aveva percosso così duramente, che dietro la orecchia
destra le si era rotta la pelle, e grondava sangue.
Per poco stette che Cecchino pure non venisse
meno; ma lo sostenne il pensiero di provvedere alla
salute della sua donna amatissima: le fasciò la ferita,
l’adagiò sopra il letto, tentò farla rinvenire con
acqua e con aceto, col fumo della esca, con quello
[pg!260]
delle penne di pollo; insomma non vi fu argomento
che egli non mettesse in opera; ma la donna non
rinveniva. Egli poi non irrompeva in lagnanze inopportune:
gemeva di tratto in tratto, e alzava supplichevoli
gli occhi al cielo. — Alla fine disperato le si
pose al fianco, l’abbracciò stretta, la inondò di lacrime,
la ricoperse di baci, e _`tra i` singhiozzi esclamò: — “Signore,
fate ch’io muoia qui accanto a lei!”

Ma il Signore non volle un tanto danno, e profferito
ch’ebbe appena Cecchino cotesto scongiuro,
che Maria, anch’essa sciolto un profondo sospiro,
aperse gli occhi, immemore di quanto fosse accaduto.

Cecchino si pose in ginocchio davanti a lei, non
osando pure aprire la bocca: ma alla Maria tornava a
poco a poco la memoria dei casi passati, e si sforzò
rilevarsi; e vista aperta la lettera da lei custodita
con gelosa cura nel proprio seno, sollevò Cecchino
da terra, e sorridendo con un languido sorriso mormorò
queste parole:

— “Di poca fede, perchè hai dubitato?” [82]_

E quindi a breve, guardate dal balcone le stelle
soggiunse:

— “Cecchino, non abbiamo tempo a perdere:
tra pochi momenti verranno per noi. Mentre io vesto
il bambino, tu metti assieme i tuoi panni, e cúciti
addosso l’oro e le gioie della signora; — al rimanente
è stato già provveduto.”

Cecchino non aveva volontà propria; ormai obbediva
[pg!261]
come cosa passiva allo impulso che gli veniva
dato: tante, e così diverse, e tanto profonde erano
state le passioni che lo avevano commosso nel giro
di poche ore, ch’ei si sentiva quasi annullato; ma
dove fosse rimasta in lui facoltà di pensare e di volere,
non si sarebbe mai opposto ai desiderii della
sua moglie, che animata da spirito di carità, di
sacrifizio e di amore, gli pareva creatura da uguagliarsi
piuttosto alle sostanze celesti, che anteporsi
alle mortali. Insomma, come cosa santa la riveriva
ed amava. — Di tali e così subiti trapassi vanno
capaci le umane menti quaggiù! Misere intelligenze
in balía della passione, come un fragile schifo commesso
alle tempeste dell’oceano, per poco piangiamo,
per poco ridiamo, ma, e questo importa assai
più, per poco ancora trascorriamo a fatti che come
ci tolgono la dignità dell’uomo e la pace dell’animo,
così ci rendono meritevoli in questa vita del
vituperio degli uomini, e nell’altra dello sdegno di Dio.

Nè s’ingannava punto Maria; perchè non istette
guari, che comparvero due uomini sotto casa, e battuto
con molta circospezione alla porta, invitarono
con piana voce Cecchino, recatosi alla finestra, di
scendere, e avacciarsi, essendo apparecchiata ogni
cosa. Andò prima Maria col pargolo; seguitava Cecchino
con un forziere, chè pochi panni era prudente
portare; e dato il primo passo fuori della porta si
voltò indietro sospirando, e disse:

— “Ti lascio per non rivederti mai più!”
[pg!262]

E scesi che furono, Maria chiamando Cecchino
maravigliò forte di non trovarselo al fianco: stava
per rifare le scale, quando apparve di nuovo Cecchino
affannoso, che le favellò sommessamente:

— “Mi era scordato del rosario di mia madre
sospeso a capo del letto, e sono tornato per esso.
Se fosse appartenuto alla tua, tu non te ne saresti
dimenticata....”

Maria gli prese la mano, e gliela strinse, — perchè
conobbe che non aveva difesa, — e l’accusa le
piacque.

Camminarono alcun tempo in silenzio, e trovata
una carrozza che aspettava presso al canto del Giglio
dietro San Lorenzo, vi entrarono tutti, e si diressero
a porta San Frediano. Quando vi furono vicini,
uno degli sconosciuti scese, e chiamato il gabelliere
mutò seco lui alquante parole, ch’ebbero
virtù di fare aprire la porta. — Lo sconosciuto tornò
alla carrozza, persuase a scendere l’altro compagno,
e disse:

— “Potete andare: — buon viaggio; — Dio vi accompagni.”

Maria, per la pratica grande che ne aveva, e
perchè già cominciava l’orizzonte dalla parte di
oriente a diventare di colore rancio, riconobbe in
cotesto uomo il cavaliere Lionardo Salviati; onde
ebbe baldanza di chiamarlo a sè, dicendo:

— “Favoritemi ascoltare una parola, signore....”
[pg!263]

E il cavaliere ascoltava.

— “Messer Lionardo,” gli mormorò all’orecchio
“quando la vedrete, assicuratela che il suo figliuolo
si trova in salvo: ditele che mio marito viene meco,
sicchè non si prenda altra pena. Se potete, salvatela;
perchè la sua morte, senza il vostro aiuto, è sicura.
La roba che ho lasciato in casa, fatemi la carità
di dire al vostro amico don Silvano che la venda,
e ne dica tanto bene pei morti, e.... pei morti secondo
la mia intenzione....”

— “Sarà fatto.”

E messere Lionardo, chiuso lo sportello, ordinava
che la carrozza partisse.

Maria favellando di morti accennava Isabella,
ma le rimanendo, comecchè languidissimo, un fiato
di speranza, non lo volle spengere alla sua fede con
quella trista commissione; ma in cuore ritenne che
avendola data pei suoi cari defunti, ormai vi si poteva
comprendere anche l’anima d’Isabella.

|

----

.. [69] \ S. Matteo, Cap. V, 3.

.. [70] Genesi, Cap. II, 17.

.. [71]

      | *Porrum et cæpe nefas violare et frangere morsu*
      | *O sanctas gentes quibus hæc nascuntur in hortis*
      | *Numina!*
      |
      |   :small-caps:`Giovenale`, Satira 15.

.. [72] Aasvero, è fama fosse un giudeo, che a Cristo ascendente
   sul Golgota negò un poco di acqua per dissetarsi, ed
   impedì che alla ombra della sua casa alquanto si confortasse;
   quindi fu condannato a vagare sempre avvilito e maledetto.
   [pg!264]
   Questa leggenda, comunissima in Germania, contiene, come
   ognuno vede, un mito. Edgard Quinet sopra questa leggenda ha
   costruito un dramma, i personaggi del quale sono sfingi, venti,
   trofei di arme, rovine, fiumi, e perfino l’Oceano. In mezzo a
   tante e tanto immani stranezze, io non vorrei negare che cotesto
   dramma non contenga parti nobilissime di stupenda
   poesia.


.. [73]

      | State contente, umane genti, al quia;
      | Chè se potuto aveste veder tutto,
      | Mestier non era partorir Maria.
      |
      |   :small-caps:`Dante.`

.. [74] E questo leggiamo non solo che avvenga ancora di presente
   presso taluni popoli della Oceania, ma anticamente avveniva
   presso i Trogloditi, ed altre nazioni, come ce ne fanno
   testimonianza Eliano, Diodoro, e Strabone nel lib. 12, e specialmente
   Agatirchide nelle Storie, fram. de’ Trogloditi; loro
   vitto, circoncisione, funerali ec.


.. [75] Clapperton, *Viaggi nell’interno dell’Affrica*.

.. [76] Egli è concetto tolto dal famoso epitaffio che fece a sè
   stesso Beniamino Franklin:

   .. class:: center

   | Il corpo
   | di
   | Beniamino Franklin
   | Somigliante alla coperta di un libro vecchio
   | Da cui siensi staccati i fogli
   | E la doratura e il titolo cancellati
   | Qui giace
   | Pastura dei vermi
   | Contuttociò
   | L’opera non sarà perduta
   | Avvegnachè com’egli credeva
   | Ricomparirà
   | In una nuova e più bella edizione
   | Riveduta e corretta
   | Dall’Autore.

   .. class:: right

   *Vita di Franklin, p. 253.*


.. [77] Achille della Volta dette in Roma delle pugnalate allo
   Aretino, per cui ne andò stroppiato di un braccio per tutta
   la vita. In proposito di questa avventura il Berni nel sonetto
   contro Pietro Aretino scriveva:

      | Tu ne farai tante e tante
      |   Lingua fradicia, sciocca e senza sale,
      |   Che alfin si troverà pure un pugnale
      |   Miglior di quel di Achille, e più calzante.
      |   Il papa è papa, e tu sei un furfante ec.

   [pg!265]

   Tintoretto sentendo come lo Aretino con ogni maniera di maldicenza
   lo straziasse, un giorno che lo trovò presso alla sua
   bottega, con bel garbo lo invitò a entrare per vedere certi suoi
   dipinti: andò l’Aretino, e il Tintoretto messe prima la spranga
   per di dentro, poi senza profferire parola fattosi ad un armario
   ne trasse un pistolese, o mezza spada, e recatasela ignuda
   nelle mani, si mosse incontra con mal piglio allo Aretino.
   «Ahimè! Tonio, esclamava tremante Pietro, che cosa intendereste
   di fare voi? Guardate da lasciarvi prendere dalla tentazione
   del demonio! Voi mi ammazzereste senza sacramenti...
   come... un cane...» — Ma Tintoretto sempre innanzi, e
   venutogli al fianco, lui, che non aveva membro che stesse
   fermo, misurò col pistolese, e quando lo conobbe prossimo a
   lasciare gli spiriti, sempre torbo in vista gli disse: — «Non
   temete di nulla, messer Piero; siccome mi venne vaghezza
   farvi il ritratto, ho voluto prendervi la misura: potete andare;
   voi siete tre pistolesi e mezzo per l’appunto.» — E apertogli
   l’uscio, lo licenziò. Da quel momento l’Aretino disse sempre
   bene del Tintoretto. L’Aretino essendo stato pur troppo
   intrinsecissimo del sig. Giovanni delle bande nere, continuò la
   sua *servitù* col granduca Cosimo suo figliuolo, dal quale spesso
   riceveva presenti, come ricaviamo dalle sue lettere; però mostrandosi
   avverso a messer Piero Strozzi nel tempo della guerra
   di Siena, compose in suo dileggio un sonetto piacevolissimo il
   quale incomincia:

      | E Piero Strozzi armavirumquecano ec.

   Piero lo fece avvertire che portasse l’olio santo in tasca, perchè
   ad ogni modo voleva farlo ammazzare, anche nel letto;
   per lo che sbigottito l’Aretino durò qualche anno a non
   uscire più di casa. Non posso por fine a questa nota senza ricordare
   gli epitaffi, o *epigrammi*, nel vero significato della parola
   (dacchè per epigrammi intendevano gli antichi le iscrizioni
   funerarie piene di contumelie composte pei vivi), che si ricambiarono
   Paolo Giovio e Pietro Aretino. Il Giovio dettò:

      | Qui giace l’Aretin, poeta tosco:
      | Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,
      | Scusandosi col dir: non lo conosco.

   E l’Aretino di rimando:

      | Qui giace il Giovio, storicone altissimo:
      | Di tutti disse mal, fuorchè dell’asino,
      | Scusandosi col dire: egli è mio prossimo.

[pg!266]

.. [78] Di questo sviscerato amore dell’Aretino per le sue figliuole
   ne fanno fede le sue lettere.


.. [79] È fama che l’Aretino, stando a sedere, e dondolandosi
   sopra i piedi di dietro della seggiola, udendo certi biechi atti
   delle sue sorelle, preso da riso smoderato perdesse lo equilibrio,
   e caduto supino percuotendo del capo sopra il pavimento
   rimanesse morto. Anche il Berni nel sonetto citato gli rinfaccia
   la mala vita delle sue sorelle meretrici nel bordello di Venezia.


.. [80] Novella 137.

.. [81] Satira VII.

.. [82] Paucæ fidei, quare dubitasti? (S. Matteo.)

[pg!267]


.. toc-entry:: VIII. La confessione.

CAPITOLO OTTAVO.
================

LA CONFESSIONE.
---------------

.. epigraph::

    .. class:: small

    Venuta la mattina della Pasqua, la
    donna si levò in su l’aurora et acconciossi,
    et andossene alla chiesa... il
    *marito* dall’altra parte levatosi se ne
    andò a quella medesima chiesa, e fuvvi
    prima di lei... e messasi prestamente
    una delle robe del prete con un cappuccio
    grande a gote, come noi veggiamo
    che i preti portano, avendosel
    tirato un poco innanzi, si mise a sedere
    in coro.... Ora venendo alla confessione,
    tra le altre cose che la donna gli disse,
    avendogli prima detto come maritata
    era, si fu che ella era innamorata....
    Quando il geloso udì questo, gli parve
    che gli fosse dato di un coltello nel
    cuore.

    .. class:: small right

    :small-caps:`Boccaccio`, Giorn. VII, Nov. V.


Evento dei tempi di cui tenghiamo proposito
singolarissimo, e di considerazione veramente degno,
si è quello di vedere come nei conventi si
mantenessero, e dai frati si manifestassero spiriti
avversi al potere costituito, nel modo stesso che
nei tempi antecedenti si era per loro dimostrata
opposizione maravigliosa al principato che si costituiva.
Del qual fatto dandomi io a investigare le
cagioni, parmi che in parte le si debbano attribuire
alla vanità, vizio naturale, che molto di leggeri
[pg!268]
alle menti dei migliori si appiglia, nè da noi
figliuoli di Adamo, per quanta industria sappiamo
adoperarvi dintorno, affatto mai non si scompagna;
parte al difetto della vita attiva, e al chiudersi
nella contemplazione di una cosa; per cui avviene
che la contemplazione così s’insignorisce dell’anima,
che l’uomo si compenetra della idea, la idea
dell’uomo, e diventano tutta una sostanza necessariamente
palpitante e vivente, nè l’una puoi sopprimere
se l’altro non uccidi. La quale condizione
siccome feconda di geste inclite, così talvolta lo è
di luttuosissimi fatti: — per lei sono l’eroe e il pazzo;
ella guida al trionfo o al patibolo, e lo intervallo,
a cui ben vede, apparisce meno largo di quello che
altri per avventura non pensa. Forse la cagione del
fatto considerato può nascere da carità del prossimo,
che non consente a cuori appassionati sopportare
la vista del mal governo al quale viene
condotta la stirpe redenta da Cristo a prezzo di sangue,
ed odiano l’uomo che presume ridurre in menzogna
lo eterno riscatto. — Può anche dirsi, che in
alcuni sia desiderio irresistibile di martirio, che
inebbria a modo di ogni altro amore lo spirito dell’uomo,
e fa parergli bella la morte per una parola
lanciata nella faccia al tiranno nel momento della
sua feroce superbia, e che vi rimarrà impressa
come se l’avesse sfolgorata il fulmine di Dio. — E
forse, e senza forse, altre più molte sono le cagioni
del fatto, che o per cortezza d’ingegno, o per essere
[pg!269]
il luogo male acconcio a simili ricerche, io
cesso discorrere, le quali congiuntamente, e non
ognuna per sè, lo partoriscono, essendo l’origine
delle azioni nostre complessa oltre ogni credere, e
tale da perdervisi dentro i meglio vigorosi intelletti.

Dagli alti pergami scendeva pertanto una parola
animosa, ma spesa invano, non altramente
che se fosse parlata dentro un camposanto. Così la
predica del sabato dopo la seconda domenica di
Quaresima di Fra Girolamo Savonarola valse a far
sì che gli ascoltanti in lacrime dirotte ed in altissime
grida prorompessero, ma non valse a impedire a
Lorenzo il principato, e a lui profeta inerme la
morte infame; nè più tardi la predica del Padre
Marcello di San Francesco in Duomo, la quale, per
quanto le memorie dei tempi ci tramandano, incominciava:
«Firenze, io sento che tu mi vuoi ammazzare;
io la rimetto in te: degli altri predicatori
hai ammazzato. Sappi, Firenze, che questa
sarà la mia corona: volesse Dio ch’io fossi al
primo della Quaresima. Apri pure gli occhi ai tuoi
peccati, Firenze: tu sei fatta una pubblica meretrice:
ma guai a te! guai a te!» [83]_ potè trattenere
le libidini e la tirannide del Granduca Francesco.
Quando la fortuna dei popoli precipita, il braccio
solo di Dio sarebbe bastevole puntello alla grande
rovina. I fati devono essere adempiti, l’antica sapienza
immaginò Giove sottoposto al Destino.
[pg!270]

E Francesco compiacendo al suo fiero talento,
avrebbe desiderato tenere sopra le ginocchia la testa
mozza del frate, e pungerne con uno spillo la
lingua come usò la empia Fulvia del sacro capo di
Cicerone; ma lo trattennero i rudimenti paterni, e
i consigli dei savi educati alla scuola di Cosimo.

La molla tanto acquista di forza in respingere,
quanto più noi la tenghiamo compressa. Un fuoco
chiuso s’irrita dentro al recipiente, e fa violenza
nelle pareti finchè non le rompa; una voglia contradiata
si fa agonia, l’agonia diventa furore. Fino al
1750, cosa incredibile, e vera, in Firenze sopra la
piazza della Signoria, là dove fu bruciato Fra Girolamo,
ogni anno la mattina del 23 di maggio si trovava
*la fiorita*, o fiori sparsi come si costuma davanti
alle chiese nelle feste di qualche santo. [84]_ — A
che montano i fiori? Coi fiori tessiamo le ghirlande
pei morti. — A che nuoce uno amore manifestato una
volta l’anno, e co’ fiori? Chi è quel così male accorto
nemico, che volesse spegnere una vita consunta da
etisia? Non gittate il fiato indarno: la candela è
giunta al verde: sofferite anco due o tre pallidissimi
getti di luce, e poi regnerete in pace nei dominii
ampi dell’erebo e della Notte.

La mente di Cosimo apparecchiò un alveo larghissimo,
lo munì di argini validi, e ad ogni urto
gagliardi; poi consentì, anzi desiderò che la opinione
pubblica a modo di acqua vi dilagasse dentro. Egli
fermo sopra gli argini ne guardava con solerzia ed
[pg!271]
accortezza supreme lo impeto e i moti; e conobbe
sorgerne di tre generazioni uomini.

I primi, ed erano i più, incapaci di pensare e
di agire, vero ripieno della stirpe umana; e questi
lasciava come innocui che il gran flutto del tempo li
riportasse nel nulla donde li aveva prima dipartiti:
appartenevano a questa generazione tutti coloro i
quali nello scontrarsi per le vie, volgendo cautamente
uno la faccia a mezzo giorno, l’altro a tramontana,
per non essere avvertiti dal bargello o da cui per
esso, si stringevano con molta compunzione le mani,
alzavano gli occhi lacrimosi al cielo, sospiravano
profondi, della servitù di Babilonia discorrevano,
Gedeone, Giuda Maccabeo, o Debora ricordavano,
nelle braccia del Signore la causa loro confidavano,
come se il Signore dovesse affannarsi a dare una
patria a cui non la merita, e combattere le battaglie di
un popolo che ha paura dell’armi. — Vi appartenevano
coloro, che copiosi dei beni di fortuna stavano
lontani dalla città compiangendone i cittadini di cui
pareva non si considerassero parte; e come Scipioni
sdegnati, riparavano magnanimamente dalla pubblica
sventura entro uno asilo lieto di quanto l’abbondanza
della terra o la industria degli uomini
sanno produrre di più esquisito per soddisfare le voglie
fisiche dei mortali nel mondo. Dandosi sembiante
di nocchieri stanchi, e rotti dalle fatiche, stavano
dalla riva a considerare le nuove procelle: — essi,
che non avevano mai navigato neppure sopra la
[pg!272]
piana superficie di un lago! E invece di nocchieri,
parevano ed erano del tutto somiglievoli al topo romito
di Lorenzo Pignotti,

   | Che per andar dal mondo assai lontano,
   | Entrò dentro d’un cacio parmigiano. [85]_

Pessimi cittadini, e strumento validissimo di tirannide!

Vi appartenevano coloro, che volendo alla propria
ignavia e alla comune viltà apprestare onesto
motivo, affermavano doversi aspettare a *primavera*:
ma non dicevano quale; sicchè questo loro detto
corrispondeva al cartello che alcuni venditori appiccano
nelle botteghe; ove sta scritto perpetuamente: — oggi
non si fa credenza, domani sì; — e quanto prima
dovere andare il mondo a soqquadro: sapere, e saperlo
di certa scienza, che il Turco voleva entrare
in Ungheria, e tentare Vienna, e non essersi per
anche messo in campagna, perchè non avevano cucito
le tre code al turbante del Gran Visir.... Filippo
II di Spagna avere detto apertamente, che
Cosimo non aveva voluto imprestargli danaro, e
guai a lui! Eglino essere come i pescatori di anguille,
che per pescare con frutto attendevano le
acque torbe. Vi appartenevano quelli, che orridi
per folta capelliera, e per faccia tutta irta di peli,
ormai non potevano produrre altra testimonianza
della umanità loro, tranne la punta del naso; — e
gli altri, che tenevano in tasca forbiti pugnali
[pg!273]
sizienti sangue, e che per ora, onde non lasciarli
asciutti, se ne servivano per mondare le pere; — e
gli altri che per addestrarsi alle armi, e afforzarsi
contro ai perigli, con uno spadone a due mani
davano a torto e a traverso manrovesci, fendenti,
e punte da Orlando entro sacchi ripieni di semola;
e quando erano tutti in sudore, scalmanati e rubicondi
esclamavano: — «Beviamo! abbiamo bene
meritato della patria!» — e giù bicchieri di santa
ragione. Costoro una capacità avevano certo, e se
il lago di Bientina fosse stato vino, a questa ora
sarebbe asciutto da duecento e più anni a questa
parte; — e gli altri infine, che alle stelle remote ed
alla luna confidavano le secrete ansietà, i lai arcani,
e gli ardori interni, che il giorno dopo della esalazione
loro correvano manoscritti per tutta la città.
Vi appartenevano finalmente, non già perchè venga
meno il catalogo, ma perchè non riesca sazievole il
novero troppo lungo dei disutilacci che non fur mai
vivi, quelli i quali si affaticavano a far credere che
mediante l’alfabeto si poteva racquistare la perduta
dignità: — «I figli della terra, essi dicevano, misero
lo scompiglio nelle sedi celesti ponendo
Olimpo sopra Ossa, e Ossa sopra Pelia, e provocarono
la tremenda procella dei fulmini di Giove:
noi meglio avvisati torneremo nei cieli alla sordina;
fabbrichiamo copia di scale tascabili, apparecchiamo
degli spaghi, e così quando se lo
aspetteranno meno, noi daremo una scalata alle
[pg!274]
nuvole. L’uomo è più da temersi col naso cavalcato
da un paio di occhiali di Roma, che cavalcante
egli stesso un buon destriero di battaglia;
un libro in-quarto difende meglio un popolo di
una fortezza; da una lettera sola scaturiscono più
libbre di civiltà, che da un cannone da trentasei
libbre di palla; un *elle* ferisce meglio di una
lancia, un *j* lungo fende assai più di una scimitarra;
un dittongo può diventare il passo delle
Termopili, — o le Forche Caudine: — lasciate fare
a noi; col tempo e con la pazienza foreremo le
Alpi anche con una lesina: vedete il tarlo!....» — Ahi
sciagurati! Il tarlo rodendo muore nella ignobile
tomba che ha scavato. Enceladi *in-sedicesimo*, non si
fa guerra a Giove con gli aghi, le corazze di malva,
e le barbute di gusci di noce, come gli eroi della Batracomiomachia
di Omero! Nè uomini nè donne; androgini
morali, molto più nuocciono alla parte a cui
si appigliano, che le cavallette di Moisè non guastarono
le mèssi nelle pianure egiziane.

Ma quello ch’era a considerarsi più strano consisteva
in questo, che anche presso i fuoriusciti, anzi
principalmente presso loro, non si rifiniva mai di
congiurare: quei di fuori tacciavano di accidia e di
peggio quei di dentro, e li proverbiavano sopra la
primavera, sopra l’autunno, e simili altre miserie;
quei di dentro mettevano accusa a quelli di fuori:
ambo i lati smaniosi di fare, ambo i lati incapaci di
fare, ardenti come fuoco quando la occasione d’irrompere
[pg!275]
si allontanava, diaccio quando pareva avvicinarsi:
una parte biasimava l’altra, e sopra tutto
erano irreconciliabili in massima, chè taluni sostenevano
il mondo avere ad essere un arcolaio, tali
altri una girandola. I fuoriusciti stavano per la girandola,
quei di casa per l’arcolaio: «Poniamo,
dicevano i primi, fuoco alle polveri, e vedrete
come lieve scintilla gran fiamma secondi; vedrete
qual mole di lava ardente inonderà la terra: fate,
ardite; se qualcheduno per caso ne restasse appeso
per la gola a cagione della Legge spolverina, [86]_
non se ne dia per inteso, dacchè dalle sue
ossa nasceranno vendicatori, e il suo sangue cadrà
come rugiada di vita sul fiore che sospiriamo.» — «Non
vuolsi avventurare così grossa
posta, rispondevano i secondi: chi va piano va sano;
tardi, ma certo: *festina lente, tarde, sed tuto*
(con le altre leggende per le quali anche la pizzuga
presume farsi credere generale di eserciti).
La vita dei popoli è lunga lunga; se non sarà dato
di goderne a noi, bene! ne goderanno i nipoti dei
bisnipoti dei nostri nipoti (questi, come vedete, la
pigliavano larga); anche a noi tarderebbe stendere
la mano al frutto bagnato di tanto sudore,
ma noi sappiamo contenerci prudentemente, ma
noi sappiamo aspettare. Il mondo è un arcolaio,
vi diciamo; intorno alle stecche voi vedete accomodata
la matassa: a vero dire, apparisce un
poco arruffata, pure pian pianino, con giudizio,
[pg!276]
senza troppa fretta, noi giungeremo a dipanarla.»

E i primi dicevano ai secondi: «Ma voi state in
seno delle vostre famiglie, ma voi coprono i tetti
paterni, voi l’avito censo alimenta, voi ragionate
così davanti al domestico focolare; e noi andiamo
randagi in terra straniera, noi divora l’agonia
del suolo natale, noi tollerano impazientemente
ospiti avari, nè i patrii affetti ci scaldano, nè il
patrio sole.»

E i secondi replicavano: — «Dunque non è amor
di patria quello che vi muove, bensì dei vostri comodi
particolari!» Nè qui restava la turpe vicenda
delle rampogne; chè anzi così trascorrevano smodate
e piene di scandalo, da muovere perfino la compassione
dei loro stessi nemici.... Privi di senno nel
concepire, senza coraggio nel mandare ad esecuzione,
mancavano *dello estremo benefizio della sventura, — voglio
dire della dignità nel sopportarla*.

Tutti questi umori di lunga mano conoscevansi,
e non che ne insospettissero, ne ricavavano maraviglioso
diletto, come di vedute grottesche della
lanterna magica politica, le quali si dipingessero
passando sopra le pareti della sala degli Otto.

Le due rimanenti maniere di uomini concordavano
in questo, che favoriti dai cieli di ottimo discernimento,
assottigliato per lungo esercizio dei
buoni studii, erano destinati a formare il credito della
fazione a cui si fossero rivolti. — Ma differenziavano
poi in questo altro, che alcuni si erano lasciati persuadere,
[pg!277]
e chinato il capo servivano; ed alcuni non
petulanti, non pervicaci, non superbi, si erano avvolti
nella solitudine e nel silenzio, convinti che là
dove le magnanime parole vengono interdette, la
migliore cosa che avanza all’onorato cittadino è
tacere.

Costumano gl’Indiani quando fanno la caccia
agli elefanti, condurre seco alcuni di cotesti animali
addomesticati, che scorto appena il salvatico gli si
fanno dintorno tutti festosi, e s’ingegnano avviarlo
verso il chiuso: ov’egli repugni, a suono di colpi
di proboscide, metà carezza, metà percossa, ve lo
costringono; e ridotto nel chiuso, guasto dallo esempio,
depone subito gli spiriti feroci, e lascia mettersi
addosso la gualdrappa di scarlatto, gli arnesi
indorati, e i campanelli di argento. — Non diversi
erano gli argomenti posti in uso per vincere la gente,
e ridurla alla propria devozione, la quale poi
non pativa difetto di ragioni valevoli a giustificare
il partito abbracciato; ed invero davano ad intendere:
«Non giova egli mitigare un destino, che per
quanto sembra a noi non è concesso mutare? Non
giova egli rendere umano un potere, che inacerbito
può diventare feroce? Quando ci manca la
facoltà di tôrre via Polifemo, meglio vale aprirgli
due occhi, che acciecarlo dell’uno. Se i tempi
sinistri ci contendono di spargere la gioia sopra le
generazioni, adoperiamoci a risparmiare loro delle
lagrime amare. Così operando, noi sagrifichiamo
[pg!278]
i nostri affetti privati a vantaggio della umanità,
le nostre ambizioni particolari deponiamo; non
agli uomini, ma a sè stesso compiace colui, il
quale anche con qualche suo carico non opera il
bene che le condizioni del secolo gli consentono
solo di fare.»

I rigidi all’opposto sostenevano: — «che quando
davanti ai popoli adunati non può rendersi conto
delle proprie azioni, bisogna condurci nella vita
in cosiffatto modo, che la presenza basti per la
orazione: nè il popolo discernerla tanto per la
sottile; e allorchè vede anima da un lato, e prezzo
dall’altro, reputa il contratto di compra e vendita
perfezionato, e nella notte tutti i gatti sono
grigi, come insegna il proverbio; e male, avvolti
in una cappa medesima, possiamo distinguere
gli Ebrei dai Sammaritani: il popolo abbisogna
di fede, la quale non si persuade per via di astrattezze
e di ragionamenti, ma in virtù di un fatto,
o di un domma semplicissimo. Il libro del destino
essere chiuso ad occhi mortali; e presumere troppo
di sè chiunque avvisasse prognosticare oggi quanto
sarà per accadere domani: ora, se i presagi loro
venissero meno, se quel fato, che riputavano immobile,
prendesse a girare più volubile della ruota
della fortuna, qual gonfalone desidereranno vincitore?
A quale fazione si accosteranno? A qual
parte rimarranno fedeli? Quale tradiranno? I nuovi
obblighi anteporranno agli antichi, o piuttosto gli
[pg!279]
antichi ai nuovi? Perchè lo inclito personaggio si
porrà egli in condizione da non conoscere in qual
lato il suo dovere lo appelli in certi momenti solenni
in cui la sola esitanza è peccato gravissimo
avanti Dio, e misfatto presso gli uomini? Nè quella
vantata temperanza del male giova punto, anzi nuoce;
imperciocchè sia della umana natura desiderare,
cercare, e trovare ai gravi mali rimedio, mentre ai
sopportabili si adatta, e a mano a mano perduta
qualunque virtù, l’anima dell’uomo diventa più
paziente della schiena di un cammello. Arrogi, che
le parti si smarriscono nello insieme; e contemplando
la fabbrica, nessuno ci consiglia indagare
la forma delle singole pietre, mentre l’obelisco di
granito, monolito e solitario, leva la fronte senza
paura di fulmine, e rende testimonianza perenne
che fu creato dalla natura, e formato dagli uomini
per celebrare le lodi del sole.» [87]_

A vero dire, il discorso loro suonava piuttosto
superbo che giusto, conciossiachè l’uomo, fragilissimo
tessuto di vene e di nervi, io non so come
possa paragonarsi agli obelischi di granito: e che
non fossero obelischi lo dimostrava chiaro lo sparire
improvviso ora di questo ora di quello, e lo acciaccarsi
per la misteriosa, tenebrosa e tenace persecuzione
che veniva loro mossa: da per tutto contrarietà;
discordia in casa, ingiustizia nei tribunali,
orrore in chiesa; accolti con disprezzo; rigettati con
acerbità; nelle più care affezioni insidiati; nelle sostanze
[pg!280]
disfatti. Non basta ancora: — il senno vilipeso
come follía, la costanza riputata insania, le intenzioni
calunniate, e diseredati perfino dello scopo unico
a cui tende la virtù infelice, — il premio della lode.

Però pochi annoverano le storie, che con animo
invitto abbiano resistito a così infame guerra: alcuni
rarissimi, non potendo più oltre sopportare,
e mutare non volendo, tolsero a lasciarsi morire di
fame, o a volgere contro sè stessi le mani omicide,
e i nomi di cotesti grandi infelici, più che altrove
occorrono registrati nelle storie di Tacito, di Dione
e di Svetonio; altri, più presto singolari che rari,
deliberarono bevere intero il calice di fiele che la
tirannide appressava alle loro labbra: anzi, pensandovi
sopra, due soli io vedo in questa terra essere
quelli che ardirono subire interi i novissimi fati;
ma uno fu Cristo, ed era Dio; l’altro, uomo invero,
ma di natura quasi divina, e si chiamò Socrate.

Ora lasciamo di Dio: ma quale fama al mondo
può uguagliare la fama di Socrate?

— Oh! questa ella è pure la insopportabile lettura,
parmi sentire che dica qualche mio leggitore:
ora vedete, quando la narrazione precipita, e la catastrofe
dovrebbe correre diritta al suo fine, questo
singolare cervello, senza darsi un pensiero al mondo
dell’ansietà nostra, si pone a inabissarsi in novelle
che nulla fanno al caso, menando il cane per l’aia
e andandosene a Roma per Ravenna. Questo è uno
intendere l’arte niente; conciossiachè gli animi si
[pg!281]
raffreddino, l’azione proceda così a balzelloni come
persona ebbra, e tutto lo effetto rimanga guasto da
cima a fondo, senza rimedio. — O lettore mio benevolo,
ed anche, se ti piace, malevolo; considera di
grazia, che se tu premi moltissimo a te stesso, anche
io qualche cosa importo a me; e se scrivo compiacendo
al tuo ingegno, deh! non mostrarmiti acerbo,
nè farmi il viso dell’uomo di arme, se talora
mi prende vaghezza di compiacere al mio. A me
torna grato gittarmi come una tavola sopra il mare
dei pensamenti, e lasciarmi in balía dei flutti, che
mi sbattono in quella parte e in quell’altra. Io ho
bisogno d’inebriarmi di fede e di speranze, come
di muschio. Quando io immagino che dai miei concetti,
dalla ironia, e dalle rampogne, possa uscirne
un qualche frutto, io bacio la penna, e penso che
la felicità, volando via dal mondo, nel battere le ale
lasciasse cadere la penna come una rimembranza di
sè, e come pegno che forse un giorno potrebbe tornare
a visitare queste sedi terrestri. Vorrai tu, o
lettore, arguirmi di follia, o tentare di curarmi?
La tua compassione mi riuscirebbe più importuna
della tua crudeltà. Trasillo, alienato di mente, stava
nel Pireo contando le navi ch’entravano in porto,
di nuovo le spediva, e fuori di modo rallegravasi
quando tornavano a salvamento, come colui che immaginava
appartenerglisi tutte. Eliano racconta come
suo fratello, tornato di Sicilia, desse opera a guarirlo
di cotesta infermità, e riuscisse a sanarlo. Trasillo
[pg!282]
riacquistato con la ragione il sentimento della sua
povertà, imprecò sul capo del fratello l’Eumenidi,
e maledisse alla pietà capace di rapire un bene, incapace
a preservare da un male. [88]_ —

Titta giunse (dacchè tutti, vivi o morti, arriviamo
al nostro fine) al palazzo del duca: tirò la
corda quattro volte e sei, e nessuno rispose. — Si
vede bene, egli seco stesso pensava, che il marito
è fuori, e non si aspetta in casa; e se i mariti si
avvisano arrivare improvvisi, devono scontare la
mala creanza: ma io, che non sono marito, non voglio
aspettare, e ci pongo subito rimedio. —

E quanto meglio seppe introdusse tra i ferri del
cancello il braccio destro e parte dell’omero, e con
la punta delle dita prese il saliscendi, e lo aperse.
Ciò fatto, si avviò pianamente alla stanza del portiere,
che stesi i gomiti sopra una tavola, con la
guancia riposata sul dorso delle mani, dormiva un
sonno da disgradarne i ghiri. Il sollazzevole uomo,
recatosi in mano il corno, da un lato se lo appressò
alla bocca, con l’altro ricoperse quasi l’orecchio
manco del portiere, e quindi raccolto quanto più
fiato poteva dentro il capace polmone, ne trasse un
suono che fece tremare da cima a fondo il palazzo.
Io non dirò quale urlo sgangherato mettesse fuori
il portiere, nè quale enorme salto spiccasse: cose
sono queste che molto meglio le si possono immaginare
che descrivere: non era morto, nè vivo; tremava
tutto; in qual mondo si trovasse non sapeva.
[pg!283]
Non creatura umana, non bestia dentro il palazzo
e fuori per la contrada, poterono tenersi salde nel
letto nel giaciglio, chè balzarono spaventate per
vedere che cosa fosse.

Quando Titta ebbe intorno pressochè tutta la
famiglia del duca, si volse al maggiordomo don Inigo,
e gli disse:

— “Vengo pei servigi dello eccellentissimo signor
duca: arrivo pure ora, e preme che io consegni
a Madama la duchessa una lettera.”

— “In cotesto arnese Vostra Signoria non può
presentarsi alla nostra padrona; fatevi in prima orrevole
come conviene, e poi mi proverò di annunziarvi.”

Condottolo in guardaroba, gli fe trarre gli usatti
polverosi e ogni altra veste, e ricopertolo dell’assisa
orsina, lo confortò ad aspettare tanto che avvisasse
la signora duchessa.

Isabella non dormiva: il sonno da gran tempo
non iscuoteva più la quiete dalle sue ale sopra cotesti
occhi infelici; ed anche senza invocarlo ella lo
lasciava passare, imperocchè, se acerba la travagliava
la veglia con gli argomenti del pensiero, assai
più doloroso la stringeva il sonno con i suoi torbidi
fantasmi. Ormai rassegnata al destino imminente,
per cosa che avvenisse non si turbava; chiudeva le
pupille, e mormorava sommessa: — *In manus tuas,
Domine, commendo spiritum meum.* — Sentì schiudere
l’uscio della stanza, le parve che alcuno le
domandasse se potesse entrare, e rispose con un
[pg!284]
moto, ch’ella non sapeva se consentisse o negasse,
sicchè rimase maravigliata altamente quando riaprendo
gli occhi si vide un uomo davanti col ginocchio
piegato presentarle sopra un cuscino di
velluto cremisi una lettera. Nudrita nelle maniere
contegnose di corte, tolse la lettera con un tal quale
piglio affatto principesco, e lesse la carta, poi la
commise nelle mani del maggiordomo, ordinando:

— “La riporrete, don Inigo, nello archivio. — Alzatevi. — Don
Inigo, date a questo soldato la solita
mancia dei corrieri; anzi doppia, perchè la
nuova che porta mi giunge oltremodo gradita. Inigo,
tra pochi giorni dopo tanto lunga assenza noi rivedremo
il serenissimo signor duca. — Dio vi abbia
in guardia. Buona notte: andate.”

E quando ebbero preso commiato, Isabella, senza
avvertire se qualcheduno ascoltasse le sue parole, dal
lettuccio ove si era posta a giacere, di nuovo così
favellò a madonna Lucrezia Frescobaldi, sua dama
di compagnia:

— “Madonna Lucrezia, noi siamo pronti a fare
la nostra dipartita, sicchè parmi bene che ci abbiamo
a provvedere di viatico.”

Madonna Lucrezia apparteneva alla generazione
di quelle pallide e sfumate creature, le quali sogliono
accompagnare i potenti: vengono con la fortuna,
e vanno con essa; non già perchè triste o maligne,
ma perchè sta nella loro natura a guisa dello
elitropio di volgersi a seconda della curva del sole;
[pg!285]
partecipano della famiglia delle foglie, che come nascono
con la primavera, così vengono meno nello
autunno. Volontà propria non possiedono, a negare
o ad affermare incapaci; nel modo che i barometri
si modificano alle impressioni dell’aria, le menti loro
si piegano giusta la volontà dei loro signori. Pericolosissima
gente questa fu sempre considerata e si
considera anche adesso, imperciocchè dove i signori
non incontrassero voglie tanto disposte a servirli,
forse assai meno cose oserebbero di quelle che noi
li vediamo avventurare ogni dì; molto meno poi se
trovassero anime come quelle della popolana Maria,
che promettono obbedienza e la prestano, ma non
vendono la coscienza, e quando arrivano in parte
ove è mestieri dispiacere al padrone della terra o
al Signore del Cielo, confidando in colui che veste
il giglio della valle, alimenta anche il tardigrado,
poveri e soli si mettono a perigliare pel deserto della
vita esclamando come il patriarca Abramo: — Dio
provvederà!

Ma i potenti di rado possiedono amici; troppo
gran copia di beni avrebbe loro compartita la fortuna.
Tolgano esempio da quel re di Spagna, se desiderano
stare in compagnia di un amico; — si facciano
dipingere insieme con un cane.

Madonna Lucrezia pertanto, affettuosa come la
regola del tre, rispondeva:

— “Serenissima, faccia quello che il suo cuore
le ispira.”
[pg!286]

— “Sì, ho deliberato confessarmi a Dio delle mie
colpe; ma io vorrei qualche santo uomo, veramente
maestro in divinità, il quale sapesse confortare l’anima
stanca, e porgere riposo alla mente combattuta dal
dubbio. Vi corre alcuno alla memoria, che fosse capace
da tanto?”

— “Io non saprei.”

— “A me parrebbe adattato al mio bisogno
quel frate di San Francesco chiamato Padre Marcello,
che mena tanto rumore per la città...”

— “Serenissima, anche a me ne parrebbe
bene.”

— “Però non si converrebbe chiamarlo, perchè
forse non consentirebbe a venire; o venendo, ciò non
potrebbe succedere così segretamente che gli oziosi
non lo giungessero a sapere, e a me sopra modo talentano
la discretezza e il mistero...”

— “La dice saviamente, Serenissima; salvo onore
dell’Ordine, talvolta cotesti Padri accolgono più superbia
sotto quel saio, che un barone sotto un mantello
di broccato.”

— “E andando io alla chiesa, potrei di leggieri
venire conosciuta.”

— “La non v’è cosa più facile...”

— “Forse.... domani no.... chè ormai è tardi
troppo, ed io mal potrei in tanta angustia di tempo
concentrarmi in me stessa, e ricercarmi come conviene
nell’anima...”

— “Certo, in così breve ora non le sarà dato
[pg!287]
di rammentare tutti i suoi peccati, Eccellentissima
Signora Duchessa...”

— “Che cosa sapete voi dei miei peccati? E
quali, e quanti essi sieno? Chi vi ha detto che mi
riuscirà ricordarli difficile?”

La Lucrezia, per troppa voglia di compiacere
alla sua padrona, seguendo l’usato costume, assentiva
dove aveva a dubitare. Il cortigiano anco il
meglio sparvierato qualche volta incappa in questo;
ma se lambisce la meta, di rado riurta dentro così,
che gli si rompa il carro. La Lucrezia poteva rispondere: — Eh!
mia signora, se mi sono coperta con la
mano la faccia, sappia che tra dito e dito ho avventurato
un occhio a modo della Vergognosa di Campo
Santo, e ne ho vedute anche troppe. — Ma figuratevi!
Costei non avea pur balía a concepire cosiffatti pensieri;
li avrebbe cacciati come una tentazione del
demonio: però rispondeva come d’ispirazione:

— “Per una coscienza dignitosa e schietta come
la sua, che di tutto si fa scrupolo, che ogni fuscello
converte in trave... capisco bene che lo esame di
coscienza la è cosa seria... Certo, volendo bevere
grosso come tante e tante costumano!.... Ma per lei,
Serenissima, mi pare abbia ad essere cosa seria....”

Sono eglino di vecchia data gli ami da pescare?
Io per me penso che con essi da Adamo in qua abbiano
preso i pesci. Così, per quanto sia l’adulazione
antica, per quanto ogni uomo giuri conoscerla e detestarla,
non ostante per virtù di lusinga rimasero
[pg!288]
presi, e sempre si prenderanno gli uomini, e specialmente
le donne. Se ne persuada chi legge; noi siamo
ordinati a ricordarci della esperienza e dei suoi insegnamenti,
come delle rondini che passarono pel
nostro cielo, come del fumo che uscì dal nostro cammino
dieci anni indietro.

Isabella, comecchè avesse voglia di altro, pure
sorrise sentendosi lodata, e Dio sa quanto a diritto.

— “Domani l’altro mattina ci potremmo levare
per tempissimo, e coperte di una mantiglia nera andarcene
in Santa Croce, e farvi le nostre devozioni,
e tornarcene inosservate a casa quando fosse ancora
buona otta.”

— “Maisì, Serenissima, che la mi pare ben pensata
con la solita eccellenza del suo ottimo giudizio.”

“— Bene, via; fate che la cosa rimanga in voi,
e non la manifestate ad anima viva....”

— “Per questo poi la Serenità vostra conosce
la fedeltà e discretezza mie....”

— “Andate a riposarvi, chè l’ora si fa tarda:
e domani potrei forse chiamarvi di buon mattino.”

— “Dio la tenga nella sua santa custodia.”

-----

Non pellegrino mai, nè romeo, pervenne a toccare
tanto devotamente il luogo del suo pellegrinaggio,
come Titta sedeva alla perfine a mensa. In
così ampia copia di cibi e di bevanda, presto ebbe
sazia la fame, ma per la sete fu ben altra cosa; imperciocchè,
come la fiamma cresce per legna che
[pg!289]
vi gettiamo sopra, dal bere riardeva in lui più intensa
l’agonia del bere. Però Titta non era uomo da
lasciarsi rubare la mano della ragione dal vino:
troppo ve ne sarebbe voluto; tuffava così la sua intelligenza
nel vino come le anatre diguazzano pei
laghi, o piuttosto a guisa dei destri nuotatori che
toccato appena il fondo tornano a galleggiare sopra
la superficie; e in cotesta mezza veglia del pensiero
egli si mostrava più che mai fosse astuto e maligno.
Accade sovente all’anima, che nella pienezza
dello esercizio delle sue facoltà non abbia potenza
d’immaginare o definire una cosa, che alla mattina,
non bene occupata dai sensi negli ufficii consueti,
vede mirabilmente distinta per mezzo ai tenui sogni
che precedono la vita come l’alba precede al giorno.
In questo modo stesso noi vediamo uomini mezzo
ebbri molto meglio concepire e operare, che se fossero
affatto sani.

I servi, considerando come con costui non si
finisse mai, si erano dileguati mano a mano, ed egli
secondo il suo desiderio rimasto solo con la Giulia,
così riprese a favellare:

— “O Giulia! O vino! O carte! O stelle polari
di questa mia vita; che cosa diventerebbe il mondo
senza di voi? Una lanterna spenta, una candela
senza lucignolo, una lampada senza olio. Se qualcheduno
mi dicesse: — Tu hai a scegliere: — io risponderei: — Non
posso; — perchè Giulia non può
stare senza il vino, e il vino non può stare senza le
[pg!290]
carte: e sono cose queste come Ser Cecco e la Corte
del Berni:

   | Ser Cecco non può star senza la Corte,
   | Nè la Corte può star senza Ser Cecco....

Esse vivono necessariamente insieme; formano
tutte una sostanza sola; esistono unite come l’anima
e il corpo. Togliete l’anima al corpo, e voi vedrete
questo disfarsi come Giulia si disfarebbe senza il vino,
e il vino si disfarebbe senza le carte. Giulia!....“

— “Io per me non m’intendo di tanti riboboli;
ma chi sa a quante tu li avrai già detti.... E’ mi hanno
aria le tue parole di panni vecchi; che per troppo
uso e’ cascano a pezzi....”

— “O Giulia! Io ti giuro da gentiluomo, *foi de
gentilhomme*, come diceva Francesco I di Francia,
che quello che ho detto a te non l’ho mai detto a
nessuno....”

— “Certo a nessuno....”

— “Credilo come credi al pane: io per amore
mi sento un Mongibello, ma per costanza sono fermo
come le Alpi....”

— “E al danno aggiungi lo strazio contro me
povera femmina; che ora fanno non so nemmeno io
quanti mesi, che ti piango e ti desidero invano,
stancando con le mie preghiere e coi miei voti tutti
i Santi del Paradiso....”

— “O Giulia!”

— “E sì, che in questo tempo non mancarono
i lusinghieri che mi venissero attorno, e persone che
[pg!291]
mi promettessero mari e monti: ma di loro non m’incresce;
bensì duolmi di un povero giovane, che
le tentò tutte per innamorarmi, e vedendo di non
vi potere riuscire si precipitò....”

— “Nella osteria del Fico....”

— “Come, mi faresti tu il torto a non ci credere?....”

— “Ma Giulia, come vuoi tu che creda siffatte
cose io che le ascolto, mentre neanche tu, che le dici,
le credi! — Non t’ingrugnire, no; viemmi accanto;
senti, quando io ti abbraccio, parmi abbracciare
il genere umano. — Non t’ingrugnire, no,
figliuola mia; senti, ragioniamo sul sodo. — Io vorrei
dalle procelle della vita ripararmi in un porto
di pace; e tu potresti ripararvi meco, perchè, Santa
Vergine, in qual parte posso sperare riposo in cui
tu non sia? Delle cose passate non si avrebbe a parlare:
io celebrando teco il sacrosanto matrimonio,
farei delle tue venture come un grandissimo bucato
nelle acque del fiume Lete. Che cosa m’importa domandare
alla fontana che mi disseta oggi: — Chi
hai tu abbeverato con l’acqua di ieri? — Gli
anni passano, Giulia; e bisogna armarci di provvidenza...”

— “Ma e’ mi pare, che tra i miei e i tuoi qualche
dozzina ne corra....”

— “Poni da parte, Giulia, un momento queste
giullerie donnesche, e ricorda che voi altre siete
fiori: crescete presto, cessate presto, e il meglio
[pg!292]
che rimanga di voi è la memoria. Io ti ho detto di
ragionare sul sodo. Ormai scorsero anni ben molti,
ch’io mi accomodai per lancia spezzata col signore
duca Paolo Giordano: io ho rilevato per lui parecchie
ferite: una volta, nella battaglia di Lepanto,
se io non era, un Turco gli tagliava netta la testa
come un giunco, e nonostante io mi rimango lancia
spezzata. E la finisse qui: ma io sempre ho visto i
cavalli da carrozza scendere alla carretta; e un
giorno o l’altro noi ci possiamo trovare, prima di
muovere le piante al gran viaggio, a fare una posata
nello spedale di Santa Maria Nuova....”

— “Ma come rimediarci? Tu mi pai un po’ parente
dei topi, che volevano attaccare il campanello
al collo del gatto....”

— “Femmina, stammi a udire, imperciocchè sia
provato che noi altri uomini possediamo molto maggiore
comprendonio di voi. — Bisognerebbe pertanto
poterci mettere da parte un gruzzolo di moneta, e
poi vedere di aprire una botteguccia dove condurre
qualche traffico di buona riuscita. Tu ci accudiresti,
ed io ti aiuterei a badarvi, e m’ingegnerei in altre
faccende....”

— “Non lo aveva io detto, che tu raccontavi la
novella dei topi? per far queste cose ci vogliono di
danari....”

— “Certamente, e con la tua dote....”

— “Io non ho dote....”

— “Non hai dote? O Giulia!”
[pg!293]

— “O Titta!”

— “Allora l’ultima parola è detta fra noi. — Addio....
Tu vêr Gerusalemme, io verso Egitto, come
disse Alete ad Argante.”

— “Ma, o che non potremmo fare il matrimonio
senza dote?”

— “Non si può: la dote, vedi, Giulia, è proprio
come la veste del matrimonio; senza di lei comparirebbe
ignudo; e tu pensa quanta sarebbe indecenza
mostrare un così solenne sacramento ignudo. — E
se volgiamo il pensiero ai tempi antichi, noi sappiamo
le Muse esser rimaste fanciulle in casa, perchè Apollo
non poteva provvederle di altra dote che di foglie
di alloro....”

— “Però tu non puoi darmi ad intendere che
della moneta non ne abbi acquistata; e dove l’hai
messa?”

— “Tutta spesa in opere pie, Giulia, in opere
di carità: e gli amici mi devono un tesoro. Come
fare? Quando ne ho, non mi riesce ricusarli; e così
mi ritrovo al verde troppo più spesso ch’io non vorrei....
Però ritorneranno un giorno, ma adesso non
vi è da farne conto....”

— “Via, nè io poi voglio dirmi del tutto strema:
ma la è piccola cosa....”

— “Ogni pruno fa siepe; con la buona voglia e
il lavoro sì alza la cupola del Duomo. Ora dimmi,
quanto tieni tu in serbo? Mil....?”

— “Cen....”
[pg!294]

— “O Giulia!”

— “Un cento di ducati....”

— “Ahimè, non servono a nulla!”

E Giulia si strinse nelle spalle. Titta stato alquanto
sopra di sè, continuava:

— “Ma non è mai lecito disperare della patria,
come disse Temistocle: se tu mi aiuti, ci è modo di
venire a capo della fortuna. Stammi attenta, femmina....
Tu dei sapere che il duca mio signore è uomo
astioso...”

— “Peggio per lui...”

— “Gli si è cacciata in testa una strana fantasia;
egli pretende che la gente sopra la rinomanza di Colombo,
di Amerigo, dei Cabotto, del Pigafetta, e
degli altri abbiano a tirare di frego; egli vuole fare
una scoperta prodigiosa. Non basta: egli intende che
tutto il mondo la sappia; e a questa scoperta lo abbiamo
ad aiutare noi...”

— “O virtù del vino!”

— “Femmina, ascolta. Questa scoperta consiste
nel conoscere che la sua moglie gli è infedele. Notizie
traverse gliene sono pervenute, ma egli vuole
saperle di certa scienza, e toccare con le sue mani;
allora confiderà questa bellissima cosa alle sette
trombe della fama, ed anzi io penso che la farà stampare
dal Torrentino in ottavo.... — Fàtti più in qua,
ch’io vo’ parlare basso. — Egli, il duca, mi ha mandato
a posta per vedere come va la bisogna, e per
riferirglielo; e dove io gliene porga notizia certa, mi
[pg!295]
ha promesso trecento ducati di presente, oltre la
grazia sua in perpetuo, e comodi quali io sappia desiderare
maggiori....”

— “Di’ tu da senno!”

— “Rammentami un santo in cui tu abbi fede; io
giurerò per quello. Così, per mercè tua, noi guadagneremo
la moneta, e mettendo co’ tuoi trecento scudi...”

— “Ho detto cento.”

— “Cento scudi con questi trecento ducati, avremo
messo insieme quanto abbisogna per mandare a
compimento le nostre nozze...”

Allora la donna improvvida e malvagia prese a
raccontare quanto sapeva (e ne sapeva anche troppe)
sul conto della propria signora, la quale sopra
le altre donne della sua famiglia l’aveva prediletta e
prediligeva, e molto anche aggiunse per aggravarla;
finalmente gli partecipò, siccome stando ad oregliare,
secondo il suo costume, alla porta della duchessa,
aveva ricavato che il giorno appresso di buon mattino
sarebbe andata a confessarsi da Padre Marcello
di San Francesco. A Titta sembrò adesso conoscerne
più assai di quello che gliene facesse mestieri. La
donna non rifiniva più di dire; come i ciechi, che,
secondo porge il proverbio, con un soldo cominciano,
e per due non ismettono. — Titta pensando come
ormai nulla giovasse vegliare, si lasciò in balía del
sonno; e la donna infervorata stette un pezzo prima
di accorgersi che il suo futuro marito dormiva profondamente.
[pg!296]

— “Pensa quando saremo maritati!” esclamò
ella; e stizzita datogli con la mano un grande urto
sopra la spalla, si ridusse a dormire nella sua
stanza.

-----

Il suono che spinse Titta fuori del suo corno,
colpì nel palazzo Orsini un’altra persona, e questa
fu Troilo. Egli si sentì il cuore oppresso di affanno:
balzò da giacere appoggiandosi sopra il gomito destro,
e spinse fuori dalla sponda del letto ambedue
le gambe; poi irresoluto ristette, tese lungamente
l’orecchio per conoscere dal moto qual caso fosse
avvenuto, e poichè quindi in breve tutto tornò nel
suo primo silenzio, egli si fece animo per vestirsi, e
scendere cautamente alle stanze della duchessa.

— “Entrate” disse Isabella con voce pacata e
sicura, quando senti toccare la porta della sua stanza:
e Troilo entrò. Ella non sorpresa, non paurosa,
gli volse uno sguardo, e riprese tranquilla la consueta
attitudine. Troilo fu il primo che incominciasse
a favellare così:

— “Isabella, non sapete voi che Paolo Giordano
sta per fare ritorno a Firenze?....”

— “Lo so.”

— “E come lo sapete voi?”

— “Per lettere che mi ha mandato, le quali dicevano
che fra pochi giorni si sarebbe ridotto a
casa....”

— “E non avete voi letto altro in coteste lettere?”
[pg!297]

— “Null’altro....”

— “E sì, che io so che vi stava scritta un’altra
notizia, almeno dovevate voi leggerla.”

— “Quale?”

— “Che voi all’arrivo di Paolo Giordano sarete
fatta morire di mala morte....”

— “Dio disponga di me come gli piace. Troilo,
io sono apparecchiata a morire....”

— “Che parlate voi? Voi avete un mondo intero
a percorrere: piena di forza, di potenza e di bellezza,
come consentirete a lasciare una scena dove sostenete
così bene la vostra parte? Quando il frutto
è acerbo, non deve lasciarsi scuotere dai rami della
vita. E forse voi non aveste mai tempo migliore di
questo per godere convenientemente delle cose umane,
nè troppo facile a lasciarvi portare dalle illusioni
della giovanezza, nè troppo esitante, per le incertezze
degli anni che declinano. Ecco incominciare per voi
la stagione di cogliere i fiori della esperienza....”

— “Io sono decrepita nel cuore, e amo la morte
come non ho mai amata persona nel mondo....”

— “Ma voi fate onta alla Provvidenza divina, e
a voi stessa. Non vi lasciate andare a così tristo abbattimento;
voi potreste pentirvene, e forse sarebbe
tardi. Su, via, prendete animo; non vi sconfortate,
per Dio!....”

Isabella piegò lo sguardo, e tenutolo alquanto
fermo sopra Troilo, soggiunse:

— “Gran mercè! Tenete per voi il vostro coraggio;
[pg!298]
io ne serbo quanto basta. Troilo, quando il rimanermi
qui non fosse ferma deliberazione dell’animo
mio, pensate voi che mi avanzasse per avventura altro
partito da prendere? No. Fuggendo, io mostrerei al
mondo la mia vergogna. Quello ch’è incerto, o pochi
conoscono, io paleserei; più della colpa assai direbbe
la paura, quindi maggiore assai la necessità della
vendetta. E poi, in qual parte potrei io ripararmi nella
quale, ferro, o laccio, o veleno non mi aggiungessero?
E concesso ancora ch’io sapessi rinvenire luogo
capace a difendermi, io ho meditato sopra il soccorso
che l’uomo ci getta come un tozzo di pane al
lebbroso; ho sentito la rampogna acerba e incessante
mossa contro la mia colpa, non perchè biasimevole,
ma perchè manifesta; ho sentito la pietà che rode le
ossa, e la compassione che avvelena il sangue; ho visto
gli sdegni superbi, i sorrisi amari, i presti fastidii;
e brividi di morte mi agghiacciarono da capo
alle piante. — No, meglio morire di un colpo, che
disfarci atrocemente sotto questo martirio rinnovato
di giorno in giorno, anzi pure di ora in ora, di minuto
in minuto. Prometeo non iscelse per certo la
vita a patto di sentirsi divorare le viscere dallo implacabile
avvoltoio.”

— “Questo vostro sbigottimento nasce, Isabella,
dal non avere saputo immaginare rimedio altro diverso
che la fuga: altri partiti ci avanzano....”

— “Io non so vederli....”

— “E sono i più agevoli....”
[pg!299]

— “Se provvedessero con sicurezza alla onestà!..”

— “Persuadetevi, che più certi non si possono
dare.... Paolo Giordano ci vuole morti; e questo noi
abbiamo a ritenere per fermo. Ora, — dacchè noi non
possiamo più stare in questo mondo assieme, — dacchè
qualcheduno di noi ha da scegliere diversa dimora,
egli n’esca, che ci vuole cacciare, non noi,
che ce lo avremmo tollerato a grande agio....”

— “E così allo adulterio aggiungere l’omicidio?
E per ammenda di un delitto commetterne un altro,
che offende più gli uomini, e Dio?”

— “L’uno è quasi il figliuolo primogenito dell’altro;
e la necessità scusa; imperciocchè quale
precetto o quale legge c’impone rispettare una vita,
che si è convertita in pugnale per trafiggere la nostra?
Porgiamo ascolto alla natura, benignissima
madre, che mai non falla; e questa vi dirà che
delle due cose, uccidere od essere ucciso, meglio
è uccidere....”

— “Voi mi fate ribrezzo.”

— “E perchè?”

— “Perchè, se io interrogo il mio cuore, una
voce mi grida: — Quale precetto mai, quale legge
ci persuade a punire colui che non commesse la
colpa? Quale giustizia sopporta che facciamo una
vittima perchè commettemmo un delitto? No, così
non si cambiano le parti nè in questo mondo nè
in quell’altro....”

— “All’altro penseremo poi; per ora pensiamo
[pg!300]
a questo Voi, Isabella, dovete pure avere appreso
da vostro padre il modo di comporre una bevanda
soave al gusto, e che addormenti dolcemente.... e
non faccia risvegliare mai più....”

— “Ahi tristo! Voi vorreste rinnovare gli orrori
della famiglia di Atreo....”

— “No, io non intendo incominciare nulla di
nuovo; basta che continuiate nella pratica dei domestici
esempii....”

Isabella declinò la faccia diventata alcun poco
vermiglia; poi sollevandola, e scuotendola da una
spalla all’altra siccome era suo costume, riprese con
voce risoluta:

— “Ebbene, questo delitto non contaminerà le
carte della storia: la casa nostra non avrà la sua
Clitennestra; e dove voi, Troilo, vi avvisaste concepire
sinistro disegno sopra la vita del vostro cugino,
guardatevi! Io lo difenderò con tutte le mie
facoltà; eziandio con la vita....”

— “Isabella, voi non potete separare la vostra
fortuna dalla mia: noi volenti strinse per poco lo
amore; noi non volenti stringe adesso con nodo indissolubile
il delitto....”

— “Questi sono vincoli pei codardi; io non ho
paura, e li rompo....”

— “Pur troppo io conosco che non avete paura,
e pur troppo io comprendo in che cosa vi affidate....
A voi arride la speranza del perdono; voi riposate
sopra le parole accorte, le arti del simulare, la voluttà
[pg!301]
degli amplessi.... — Si, tu, malvagia femmina,
nei tuoi artificii confidi; e se a consacrare la tua
pace ti fia mestieri un sacrificio e una vittima,
ecco, il mio capo è destinato alla espiazione di
lutti....”

— “E allora fuggite, riparatevi altrove. Vi preme
forse necessità di averi? Io posso darvi quanto desiderate; — prendete
tutto quello mi trovo a possedere
di contante e di gioie: — pel viaggio ch’io
sto per imprendere, nulla giovano i danari.”

— “E se voi temevate i sicarii, voi cugina di
Caterina di Francia, come me ne potrò salvare io
senza protezione e senza appoggio? Se voi contrista
il pensiero dei soccorsi scarsi, tepidi ed anche
acerbi, come potrò sperarli io larghi, efficaci e
piacevoli? Invano tentate comparire generosa con
largire soccorsi che non giovano, e persuadendo
provvedimenti che non assicurano. Qui non vedo
altra via tranne il veleno....”

— “Ed io vi giuro sopra l’anima mia che Giordano
vivrà....”

— “No, tu devi avvelenarlo....”

— “Se tu non movessi la mia compassione, mi
moveresti il riso....”

— “Ora ascolta, e ridi a tua posta poi. — Noi abbiamo
un figlio. Io già immaginava la tua perfida ostinatezza.
Togliti cotesta larva di pentimento, invereconda!
e sappi che col mio sangue tu non farai il
lavacro delle tue sozzure, per Dio! — Noi abbiamo un
[pg!302]
figlio: io ho già mandato per lui; e se tu non consenti
a salvarmi, — e a salvare anche te stessa, sconsigliata
che sei, — prima che sorga il sole io te lo getto trucidato
nelle braccia. — Morto che sia Giordano, noi ci
sposeremo, non già perchè possiamo tornare ad amarci
mai; anzi, se tu mi aborri, piacemi significarti che
io pure nientemeno ti aborro; ma per placare la cupa
superbia degli orgogliosi tuoi fratelli, che presumono
nessuna nobiltà al mondo possa pareggiare la loro,
e furono poc’anzi mercanti; e ci assentano la vita....
E tu starai volentierosa lontana da me, come io con
tutto il cuore ti giuro fuggirti le mille miglia lontano....”

Mentre Troilo queste parole con feroce passione
profferiva, Isabella manifestava ad ora ad ora segni
d’impazienza, d’ira, e di voglia accesa a usare
qualche mal tratto contro il cavaliere villano; ma
con immenso sforzo si represse, e quando costui
ebbe terminato, ostentando nel sembiante e nella
voce una serenità che certamente l’era lontana dall’animo,
rispose:

— “Egregio padre in vero, che ricorda i figli soltanto
per trucidarli. Troilo, il cuore della femmina
può errare ed essere ingannato, quando è amante;
ma non s’inganna nè erra, allorchè è madre. Tu ti
flagelli invano nei tuoi truci disegni; — il tuo figliuolo
adesso si trova in parte ove non teme le tue carezze
paterne....”

— “Anche il figliuolo mi hai tolto?”
[pg!303]

— “E ardisci lagnarti ch’io lo abbia salvato dalle
tue mani parricide?”

— “Rendimi il figliuolo! — Rendimi il mio
figliuolo! io ti sego le vene....”

— “Ferisci!....” — E Isabella pallida in volto del
pallore della morte, ma pure pacata, gli porgeva nuda
la gola. Troilo stette alquanto sopra di sè, e quindi
mormorò:

— “E che cosa importa a me la sua morte? Io
voglio vivere....” E ripose nella guaina lo stile. — Poi
allo improvviso, come vela dianzi tumida per forza
di vento, al cessare di questo cade giù inerte lungo
l’antenna, quel suo cuore codardo, privo affatto di
costanza, si avvili; un rivolgimento stupendo quanto
improvviso si operò dentro di lui; e di baldanzoso
diventato timido, con occhi incerti, con voce dimessa,
rivolgendosi ad Isabella, in sembianze che s’ingegnava
rendere supplichevoli, ed erano abiette, proseguiva:

— “Deh! Isabella; quello che la passione mi
spingeva sopra le labbra obliate, vi prego: il sangue
invade la mente, e l’uomo non sa talvolta quello che
si dica o si faccia. Voi sarete perdonata, io lo spero
e desidero; solo che voi vogliate (tanto dono di
persuasione, di bellezza e di grazia il cielo vi concesse),
Paolo Giordano non caccerà le sue mani nel
vostro sangue. — Deh! ottenendo il vostro perdono,
ottenetemi anche il mio; o se, accorta come siete, vedrete
che possa giovarvi negare, negate: della discretezza
[pg!304]
mia non dubitate punto, chè troppo grossa
posta ne corre anche a me; e a tempo debito, voi
favorendomi, prenderò commiato da questa casa funesta,
continuando nella milizia, dove a questa ora
avrei acquistato grado e nome distinti. — Me lo promettete
voi, Isabella? Posso contarvi? Parlate di
grazia.... parlate. — Non mi lasciate qui sopra le spine:
mi sento l’anima contristata di angoscia ineffabile;
vi ricordi finalmente me essere padre del vostro
figliuolo...”

— “Valeva meglio non rammentarlo, Orsini; in
verità era meglio. Comunque sia, nel modo che avrei
difeso Paolo Giordano difenderò voi. Menzogne io non
dirò certo, ma ove possa onestarsi la colpa, per amore
di tutti io lo farò; e se Dio mi dà vita, m’ingegnerò
conseguire, se non perdono, pietà. Ormai per me
non può più darsi gioia nel mondo; pure io mi terrò
meno infelice assai, sapendovi avventuroso. Ora partite,
Troilo, io ho bisogno di pace....”

E Troilo, declinata la testa, con le braccia in
croce sopra il petto, si allontanava.

Isabella gli tenne dietro col guardo, e intese
lungamente fissa nella porta donde costui era sparito:
di subito dandosi forte del palmo aperto dentro
la fronte:

— “Misera!” esclamò; “me misera! per quale
uomo io ho perduto la mia dignità di donna, e la
salute dell’anima....”
[pg!305]

Era una notte di luglio limpida e serena, e le
stelle alternavano per le sfere i loro moti celesti,
piovendo una rugiada di luce sopra la terra, che non
merita tanto sorriso di amore. I tempi, le cose, e gli
uomini che vedeste allora, voi raggi castissimi, tornarono
morendo colà donde uscirono prima di nascere:
altri, bene altri voi vedrete uomini, e tempi; ma
quella luce che emana da voi durerà eterna, o come
tutti gli altri fuochi vi consumate ardendo? È scritto,
che un giorno Dio sperderà in atomi, che non s’incontreranno
mai più, questa massa di fango insanguinato
che noi chiamiamo terra; e bene sta, — e
quasi tarda che sia: ma è scritto parimente, che i
vostri amabili occhi si spengeranno, e Dio vi chiuderà
le palpebre come a vergini morte in mezzo ai
tripudj della vita. La voce dell’Eterno, pari al muggito
di mille oceani in tempesta, tornerà a fremere
per le solitudini sterminate delle tenebre e dello
abisso. Di tanta immensità di cose create non rimarrà
nè uno eco, nè una memoria, nè una ombra; — come
l’occhio cerca e non trova la goccia caduta nel mare,
come l’occhio cerca e non trova la stella che scende
giù dallo emisfero per le notti di estate; così il tempo
fie che precipiti nel seno della eternità; — questa
madre terribile ucciderà il suo figlio stringendolo
nelle braccia, e lo seppellirà nelle proprie sue viscere.
O Signore, e come può l’uomo pensando alla
morte delle stelle conservare nel cuore disegni sinistri?
Migliaia di secoli scorreranno prima che le stelle
[pg!306]
cessino di narrare nei cieli le glorie di Dio; — e da
mille secoli prima che ciò avvenga questo mio ente
diviso in molecole infinite sarà agitato pei vasti regni
della natura. E nonostante, considerando come un
giorno avrete a morire anche voi, bellissime luci di
amore, mi cade l’animo sbaldanzito, e mi pare cosa
del tutto a concepirsi impossibile come gli uomini,
creature di un minuto, incontrandosi passando sopra
una terra che passa con loro, invece di sollevare
la mano per percuotersi, non si balenino un
riso, e si dileguino nel nulla, apparizione leggiera,
fugace, ma almeno gioconda.

Per questa notte, un uomo, come serpe che
striscia, attenuando la persona, rasentando lungo i
muri, coprendosi col più denso delle tenebre, e
levando talvolta la testa per imprecare al raggio
remoto di cui le stelle sono pie alla squallida terra,
si affrettava verso un luogo determinato. Questo luogo
fu il convento di Santa Croce. Giunto alla porta del
chiostro, tirò pianamente la corda del campanello, moderando
la voglia che si sentiva grandissima di dargli
tale strappata, da svegliare tutto il Convento: si pose
ad origliare alla commessura, e poichè non gli parve
sentire muovere passo, lasciato trascorrere convenevole
spazio di tempo, tornò a suonare di nuovo: e
così ripeteva quattro volte e sei, e già era trascorso
in alcuno atto d’impazienza, quando gli sembrò udire,
e udì certo, qualche rumore di dentro: si ricompose
subito, e si acconciò la persona a devozione. Una
[pg!307]
mano franca aperse deliberatamente la porta: e per
quei tempi non era poco; conciossiachè vivessero in
tanto sospetto, che per aprire in ora tanto avanzata
desiderassero segnali e contrassegni, come si costuma
nelle fortezze assediate; e nel punto medesimo una
voce piena, e non pertanto piacevole, favellò:

— “*Deo gratias*: che domandate voi nel nome
santissimo di Dio....”

— “Reverendo Padre,” rispose lo sconosciuto
“Dio in questo momento chiama a sè un solenne
peccatore. Come tutti i nodi giungono al pettine,
così in questa terribile ora gli tornano a mente i
commessi misfatti, e dispera della misericordia divina,
e bestemmiando coloro da cui nacque, e l’ora
in che venne al mondo, corre presentissimo pericolo
di morire dannato...”

— “Misero lui perchè peccava; più misero assai,
perchè dispera della misericordia del Signore!....”

— “E così mi affaticava a dimostrargli io; ma
come ignorante di divinità, ho veduto fare poco
frutto le mie parole: tuttavolta non ho mai smesso di
raumiliarlo, e persuaderlo a credere, che alla per fine
ogni cosa si accomoda, che Dio è tanto vecchio, e
ne ha vedute tante e poi tante, che adesso non deve
starsi sul difficile, e cercare il nodo nel giunco, e il
quinto piede al montone; che un bel bucato di pentimento,
ma di quello proprio vero, ha lavato bene
altre colpe che le sue per avventura non sono...”
[pg!308]

— “Certo, grandissima è la virtù del pentimento,
e Dio come il buon pastore si travaglia principalmente
dietro la pecora smarrita.”

— “E il moribondo ha detto: — Ma chi ardirebbe
presentare la mia anima a Dio, senza paura che
non si coprisse gli occhi con le mani? Chi leverà per
me una preghiera, senza paura che le vengano chiuse
le porte del cielo in faccia? Un solo... un solo giusto
io conosco al mondo, che varrebbe a ispirarmi un
filo di fede.... ma è troppo tardi.... egli non verrà....
a questa ora rinfranca con breve riposo le membra
affaticate nelle opere di Dio... Ahimè è troppo tardi!...
E traendo doloroso guaito, si rotolava smanioso per
il letto. Alla fine mi riusciva a fatica a cavargli di
bocca il nome di questo venerabile uomo, che certamente
non vuolsi negare santissimo e dottissimo, essendo
questo vostro reverendo Padre Marcello, che
Dio sempre letifichi. — E comecchè l’ora sia tarda,
nonostante mi è parso bene mettermi in avventura,
sperando che mi sia conceduta la grazia di potere
anch’io povero peccatore contribuire alla salvazione
di un’anima battezzata....”

E siccome il frate stava pensoso sopra sè, e non
rispondeva, egli soggiunse ponendo tra una parola e
l’altra certa pausa studiata:

— “Oltrechè, essendo il moribondo fuori di modo
ricchissimo, e grande mercatante, nè per quanto io
mi conosca avendo figli, o parenti se non lontanissimi,
ho pensato che inestimabile quantità di pecunia
[pg!309]
avrebbe lasciato per essere spesa in opere pie, elemosine,
uffizii, eccetera.”

Però il frate non aveva punto dato ascolto al
ragionamento finale di costui: e allo improvviso,
come se risensasse, favellò:

— “Tanto, morire una volta dobbiamo; e la migliore
delle morti sicuramente è quella che noi incontriamo
nel servigio di Dio. Questa vita di sospetto
sembra una morte di tutti i momenti. — Dabbene
uomo, tu nella semplicità del tuo cuore consigliasti
come il più dotto dei Padri della Chiesa. Dio volle
dare mercede uguale tanto agli operai che vennero
matutini, quanto agli altri che si fecero verso sera
alla sua vigna. La carità non guarda l’orologio; e
l’ora più luminosa per lei è quella in cui può portare
maggiore soccorso ai poveri afflitti. La carità operata
nel buio della notte è quella che più si manifesta all’occhio
di Dio. La casa del Signore non rimane mai
vuota: picchiate, e vi sarà aperto. La fontana della
pietà celeste non viene mai meno: domandate, e vi
sarà dato da bere; — il sangue del Redentore scorre
perenne lavacro per le anime pentite e umiliate. — Certo,
pieni di pericolo camminano i tempi, e mani
invisibili percuotono i sacerdoti. La religione adesso
geme sopra il sangue dei martiri che bagna la terra
senza fecondarla. E vi è chi vuole la religione sua
ancella, anzi pure complice, e presume vestirla della
sua assisa; le proprie armi gentilizie sostituire sopra
la stola alla Croce, e stipendiarla come una lancia
[pg!310]
spezzata. — Tolga Dio tanta infamia: la religione ha
mandato di mettersi in mezzo fra l’oppresso e l’oppressore,
salvare il primo sotto le fimbrie del sacro
manto, guardare in faccia il secondo, lanciargli contro
l’anatema, e trascinarlo pei capelli davanti a un tribunale
dove egli è polvere... Ma questa città ha lapidato
i suoi profeti; — gli angioli piansero quando
videro Fra Girolamo arso dal popolo, e pei cieli corse
un lamento: — O Signore, o Signore, è forse venuta
la fine del mondo? — Come nello uffizio della settimana
santa al terminare di ogni salmo spengono un
lume; e quando saranno spenti tutti, batteranno le
tenebre, e come ferocemente! — Tu mi potresti ingannare.
Giuda tradì Cristo baciandolo; ma io voglio
piuttosto essere tradito una volta, che sospettare per
tutta la vita.... Va innanzi, uomo; ch’io ti vengo dietro....”

— “Come, siete voi?....”

— “Io sono Frate Marcello. Gli altri dormono,
ma a me il Signore ha detto: — Veglia, perchè la tua
vita sarà breve, e dormirai presto i sonni perduti
dentro il sepolcro. — La preghiera è la mia sposa,
la predicazione la sorella, il pianto la mia voluttà....”

E tratto a sè l’uscio, si cacciava dietro ai passi
dello sconosciuto.

Lo sconosciuto, il quale (imperciocchè io non
ami procedere per via di sorpresa) era Titta, camminava
a capo chino con passi obliqui come persona
presa fortemente da qualche passione; e di
[pg!311]
vero la cosa stava siccome appariva. Egli, che aveva
logorato tanti anni di vita negli articoli di fede ai
quali credeva Margutte, adesso, nel giro di poche
ore, la sua fortuna gli poneva davanti due generose
anime, quella di Cecchino, e l’altra del Padre Marcello;
sicchè, quando se lo pensava meno, un dubbio
gli sorgeva nella mente, che forse egli aveva
forviato per tutto il tempo ch’era vissuto nel mondo,
e, senza troppo comprenderla, quella dignità gli
sembrava un fatto stupendo. — Inoltre, quel confidarsi
pronto e spontaneo in lui, tanto poco di confidenza
meritevole; la onesta baldanza che nasce dal
sentirci innocenti; l’oblio o il disprezzo di qualunque
pericolo quando si trattava di fare opera di carità,
lo agitavano di affetti così nuovi e profondi, che non
sapeva darsene pace. Quello poi che ai sottili indagatori
di questa nostra umana natura, senza comparire
punto impossibile, giungerà maraviglioso, era
questo, che mentre procedeva deliberato di condurre
a fine la insidia tramata ai danni del frate, supplicava
l’Angelo Custode che lo trattenesse, e frugava nelle
latebre intime del cuore in traccia di una qualche
virtù, che gli servisse a modo di áncora, alla quale
appigliandosi, salvarsi dal naufragio.

Fra Marcello, quantunque le strade di Firenze
ignorasse, pure conobbe che per bene due volte lo
aveva fatto passare nella medesima via, onde gli
parve bene di percuotere sopra la spalla il suo conduttore,
e dirgli
[pg!312]

— “Fratello, avvertite al cammino...”

— “Ah! voi avete ragione; io mi era sprofondato
in un pensiero dal quale, se la mercè vostra
non mi soccorreva, non so quando mi fosse avvenuto
di uscire; e perchè questo caso non si rinnuovi,
piacciavi rispondere ad alcuni dubbi che mi
sono caduti nel pensiero. Ora via, Padre, dove pensate
voi che ci menino con tutte queste contese intorno
alla religione?”

— “Questo è troppo lungo discorso; ma io ho
fede che meneranno a bene. Per me Lutero è un
cerbero, che abbaia perchè non gli hanno gettato
l’osso: ma egli morse le foglie, non la radice; lacerò
la frangia, e non la stoffa. Egli è noioso come
una critica, e dura soltanto perchè dura il difetto:
se la Chiesa si forbisca nella piscina mistica, manca
Lutero con altri innovatori. Già non s’intendono fra
loro nel fabbricare la nuova Babelle; ritorna l’antico
prodigio della confusione delle lingue, tutti percorrono
sentieri senza riuscita. Queste tribolazioni passeranno;
ma prima che passino, io temo che vi se
ne aggiungeranno molte altre delle nuove: ribellato
lo spirito umano dall’autorità, forza è che si stanchi
nel cammino dei superbi ragionamenti. Immaginando
le superstizioni e gli errori necessaria sostanza delle
religioni, si legheranno per distruggerle tutte; e
questi io presagisco essere giorni pieni di dolore: vedo
rinnovarsi l’aceto, e il fiele, e le spine, e le percosse,
e i chiodi, e la lanciata di Cristo; vedo il dubbio
[pg!313]
come un vento venuto dal deserto inaridire le mèssi
della fede, della carità, e della speranza. Ma poichè
l’uomo col solo lume della ragione non attinge le sedi
celesti, rimarrà spaventato considerando nel cielo uno
abisso come nello inferno, e sentirà di nuovo bisogno
di un Dio, che abbia avuto dolore, amore e
senso di umanità, e cercherà di nuovo il suo Cristo,
il quale, come si racconta che per San Francesco
facesse, staccherà le braccia dalla croce per abbracciarlo.
La religione rivenuta pronuba delle anime
umane, dopo averle sposate sopra questa terra
co’ vincoli dell’amore, le avvierà verso la patria
eterna a cui tutti aspiriamo, ch’è il cielo...”

— “Bè, bè, queste paionmi cose da venire di là
da giudicare i vivi e i morti. Lasciamo il cielo, dacchè,
come dite, è negozio lungo: di questa nostra
terra, di questa cosa che chiamano patria terrena,
che ne pensate voi?”

— “Figliuolo mio, ella è morta: no, non è morta...
è apparenza di morte il sonno che l’opprime...
ma così è grave questo sonno, che oggimai parmi
che senza un miracolo di Dio ella non possa risvegliarsi
mai più. Sappi, sappi, figliuolo mio, che non
possono tormentare oppressori, se non consentono a
lasciarsi tormentare gli oppressi; nè la difficoltà consiste
a tôrre di mezzo il tiranno, sibbene a procurare
le virtù costituenti l’onesto vivere civile. Questa città
nel tempo della morte del duca Alessandro palesava
come possa, spento il tiranno, rimanere la servitù;
[pg!314]
e ciò avverti per le sorti interne: in quanto alle
esterne poi, Dio è forte, e sta coi forti. Questi stolti
immaginano vincere Spagna col Cristianissimo, il Cristianissimo
con la Spagna, e stendono ora all’uno, ora
all’altro, supplichevoli quelle mani che dovevano
chiudere per minacciare e percuotere ambedue. — Fuori
i barbari! — gridava il glorioso pontefice Giulio
II; e barbari erano tutti quelli che non ebbero
nascimento quaggiù. O stolti! che credete la baronia
di Spagna e di Francia avere a lasciare i dolci castelli,
e le consorti, e i figli, perigliarsi su i mari, arrampicarsi
per le cime ardue dei monti, e convenire nelle
vostre contrade per combattere un torneo a tutta oltranza,
e darne il premio a voi neghittosi, che lo state
a vedere. O stolti! quel popolo che non sa difendere
la terra nella quale lo pose la natura, non merita possederla;
il mondo è di cui se lo piglia; così provvide
la legge del fato. Luigi XI fece la Francia unito e
forte reame. Carlo V ebbe lo intendimento medesimo
per Germania e Spagna. Quel sì vantato Lorenzo
de’ Medici, che cosa fece egli? Con artificj da giocoliere
mantenne in equilibrio discorde i frammenti dei
frammenti di un popolo. Non fu monumento quello,
ma un mosaico di pietruzze, o piuttosto una statua
di carta pesta, e il primo vento che si messe dalle
Alpi la rovesciò: Carlo VIII corse la Italia con gli
speroni di legno. Ora siamo rotti sopra la vita, i popoli
italiani stettero a vedere morire la repubblica
di Firenze come un gladiatore combattente: alla
[pg!315]
morte onorata applausero tutti, non la soccorse nessuno;
e la repubblica cadendo scrisse col proprio
sangue sopra l’arena una sentenza fiera, e che deve
compirsi: — E voi pure cadrete, ma infami. — Venezia
si finge seduta sopra un trono, e siede sopra
il sepolcro che la deve raccogliere. Genova fa come
la rondine, che composto il nido in luogo eccelso si
tiene sicura, e non pensa alla freccia del cacciatore,
che arriva alle nuvole.... Io respiro un’aria di avelli;
io calpesto una terra di camposanto....”

— “E allora, Padre, non vi sia grave ascoltare
queste parole, che cento e più anni fa compose un
canonico, che la sapeva lunga, ma lunga davvero:

   | O ciechi, il tanto affaticar che giova?
   | Tutti tornate alla gran madre antica,
   | E il nome vostro appena si ritrova.“[89]_

— “Poni mente: primo perchè il cielo non mi
largiva il dono della profezia, e siccome potrei per
avventura andare errato, così bisogna fare quello
che dobbiamo, senza darci pensiero di quanto sia per
avvenire; secondo, perchè da un maestro mio intesi
dire, che un Dio e un popolo, comecchè morti, non
possono stare lungamente dentro il sepolcro: e di
vero, Gesù Cristo vi dimorò tre giorni. Le giornate
dei popoli veramente sono secoli; ma gli uomini fuggono
come ombre; la umanità rimane. Ogni buon
germe fruttifica al cospetto di Dio, e a tempo debito
uscirà a giocondare la terra; se non ne mangeremo
noi, seminiamolo, ne mangeranno i nostri figliuoli.
[pg!316]
Terzo, perchè io vi ho detto, che non la reputo morta,
ma sì appresa da mortale letargo. Ormai non mi
giova, anzi aborro spendere la vita che Dio mi compartiva,
a scolpire una cassa di marmo egregio con
sottile lavoro, e riporvi dentro la patria, e poi ammantarmi
di paramenti maestosi, accendere lumi
sopra candelabri di oro, empire d’incenso i turiboli,
e cantarle intorno con note divine la preghiera dei
defunti. Questo io aborro, comecchè con infinita amarezza
dell’anima lo vegga praticare da uomini di nobile
ingegno, ma di cuore pusillo... Hai tu sentito
narrare della regina Giovanna, la madre di Carlo V?
Quando le morì il consorte Filippo, ch’ella amò tanto,
non lo volle sepolto, ma imbalsamato lo pose sopra
un letto ricchissimo di velluto nero, e finchè
visse gli sedeva accanto, ad ora ad ora spiando se
mai si risvegliasse: questa era carità, e follia. Io poi
imito lo esempio caritatevole con sapienza, imperciocchè
non reputi morta la patria, ma addormentata
come per forza d’incantagione; e giorno e notte
la veglio, profferendo sopra di lei parole di amore,
più spesso di dolore, e d’ira: talvolta con sali spiritosi,
e con altri cosiffatti argomenti m’ingegno richiamarla
alla vita; tale altra le mani le caccio dentro
alle chiome, o le appresso alle labbra un carbone
ardente, come Dio fece ad Isaia, o le incido la carne
presso il cuore per vedere se ne spicci vivido sangue. — Certo....
certo, fin qui indarno tornarono le
parole, e dei capelli mi rimasero in mano intere le
[pg!317]
ciocche strappate.... Ma se presso allo svegliarsi,
queste parole d’ira, di dolore, e di amore, questi
fatti di carità e di sdegno valessero a romperle il
letargo dalla testa un minuto, un secondo, prima
del tempo stabilito dal fato, non ti parrebbe la mia
vita, cento vite di cittadini santamente spese....”

— Questo cervello di frate, pensava Titta fra sè,
mi pare un molino a vento; ma anche simili molini,
quando la stagione corre propizia, macinano grano,
e bene. Per uscire da questo vespaio, non ci è altro
rimedio che farlo incappucciare; — e non ostante mi
sembra una grande e nobile creatura. L’Aretino non
era degno di legargli il calzare; — però di mutamento
non è più tempo, e mi bisogna lasciare il
trave tarlato per paura che non rovini la casa.... — Eccoci
al punto!.... Davver davvero, io commetto
un solenne tradimento: ma gettato sul mucchio delle
mie cattive opere, non ne crescerà il volume.... E
poi, guai a cui gli torcesse pure un capello.... Alfine
non si tratta di cosa grave; poche ore di chiusa,
co’ migliori comodi che sapesse mai desiderare.... E
gli chiederò perdono..., ed egli come umanissimo me
lo concederà.... —

Così tra sè mulinando, vide esser giunto alla
posta; ch’era lo sbocco della via del Mandorlo: allora
accostatesi le dita della mano destra alle labbra,
ne trasse un fischio acutissimo, e allo improvviso,
senza sapere donde fossero piovuti, staccandosi quasi
dalle pareti delle case, ecco apparire quattro uomini,
[pg!318]
che circondarono il frate. Padre Marcello sentendosi
infiammato di subita ira, stese la mano, e forte stringendo
il braccio a Titta, con voce commossa gli
disse:

— “Tu mi tradisci!” — Ma indi a poco ridivenuto
mite, in suono mansueto gli aggiunse: “Dio ti
perdoni. — *Domine, in manus tuas commendo spiritum
meum.*”

— “No, Padre mio, non dubitate; noi non vogliamo
farvi un male al mondo. Io ve lo giuro per
la Santissima Nunziata, che sendo qui presso, come
vedete, può dirsi in certo modo che mi ascolti. Noi
non abbiamo bisogno della vostra vita, ma sì della
vostra cappa. Noi vogliamo per qualche ora diventare
voi, senza però che voi cessiate essere voi. Voi
a tempo debito sarete ricondotto al convento come
una sposa. Intanto, voi non potreste venire innanzi
se prima non consentiste a farvi bendare gli occhi...”

— “Fate... Assai più gravi oltraggi ebbe a soffrire
il mio divino Maestro. Non mi dolgo per me, ma
io mi addoloro per quelle povere anime allo esizio
delle quali io troppo bene mi avveggo che voi tramate
qualche opera di tenebre....”

E porse il capo alla benda, studioso di evitare
più che per lui si potesse i contatti della gente tristissima.
Bendato il frate che fu, e assicuratisi bene
che non potesse vedere, lo condussero nella piazza
della Santissima Nunziata, dove aggiratolo per tutti
i lati, affinchè non si addasse del cammino per lo
[pg!319]
quale intendevano avviarlo, percorsa la via dello
Studio, e la piazza di San Marco, lo messero dentro
al casino.

Condottolo in una stanza apparecchiata all’uopo,
che corrispondeva al giardino di cui le finestre però
erano state chiuse con saldissime imposte inchiodate
esternamente, Titta esitando, che quasi sentiva venirsi
meno il cuore all’atto inverecondo, con una
voce dimessa così favellò:

— “Padre, non vi sia grave se vi tolgo la cappa
di dosso....”

— “Guarda, che tu commetti sacrilegio, e se
Dio ti cogliesse in questo punto di mala morte, tu
ruineresti irreparabilmente nello inferno....”

— “Padre, *in primis*, protesto ch’io già nol faccio
per recarvi oltraggio; poi mi obbligo solennemente
a riportarvela fra non molte ore; ed infine,
essendo il caldo grandissimo, io non mi persuado come
possa commettere tanto brutto peccato liberandovi
per alcun poco di tempo da così grave cilizio....”

— “Quando io vestiva questo abito, giurai che
non lo avrei deposto finchè mi durava la vita....”

— “E voi non rompete il giuramento, imperciocchè
patite violenza, e non vi concorre per nulla
la volontà vostra....”

— “Ma perchè mi usi violenza? In che cosa ti
nocqui? Dove mai ti conobbi?”

— “O Padre, avreste dovuto accorgervi ch’io
violentato adopro violenza...”
[pg!320]

— “Se conosci il male, perchè non te ne
astieni?”

— “Arduo sarebbe stato prima di ora: adesso
poi, impossibile.”

— “Sciagurato! Io ti compiango. Quando mi riporterai
questa veste, sarà macchiata di sangue:
forse ad occhio mortale non comparirà quel sangue,
ma Dio lo vedrà: un’anima cristiana starà allora
davanti al suo trono, e chiederà vendetta.... e l’avrà....”

— “E fosse la sola!” mormorò Titta. — “Padre,
l’ora si fa tarda, datemi la vostra cappa....”

— “Oh! prendimi, prendimi piuttosto la vita....”

— “Io vi ho detto abbisognare noi della vostra
cappa, e non della vostra vita: io, quanto più so e
posso, mi raccomando umilmente, affinchè non consentiate
che noi vi mettiamo le mani addosso. — Toglieteci
la necessità di questo estremo; anche noi
obbediamo a cui può molto più di noi. E non obbedendo,
saremmo tutti morti....”

— “Ebbene, strappatemela di dosso; — e Dio rimeriti
colui che n’è cagione a misura delle opere.”

Titta e gli altri si strinsero attorno al frate, il
quale per quanto gli bastarono le forze fece prova
resistere: ma in breve rimase superato, come colui
che di piccola lena era: e troppo lo vincevano
i suoi avversarii. Avuta la cappa, si allontanarono
frettolosi, come lupi che ghermita la preda s’intanino;
e Padre Marcello, accortosi dal silenzio essere
rimasto solo, si tolse la benda.
[pg!321]

Vôlti attorno gli sguardi, vide una stanza ornata
di pitture egregie, ed insigne di opere di scoltura
condotte in marmo e in bronzo; vide apprestato
un letto magnifico, una tavola coperta di varie
ragioni cibi e bevande, ed i doppieri che tramandavano
vivissima luce: ma da tutte queste cose torse
gli occhi contristati, e li posò sopra uno inginocchiatoio
dove gli occorse un crocifisso e un libro, che
dalla mole gli parve, ed era, un messale. Col cuore
pieno si gettò davanti al crocifisso, e si sciolse in lacrime
amare.

Egli pianse, conciossiachè comunque piissimo
uomo ei si fosse, nonostante anche in lui quel di
Adamo vivesse; pianse la ingiuria atroce sofferta e
il sacrilego strazio; pianse l’offesa fatta a Dio; pianse
per l’anima o anime a cui aveva compreso ordirsi
tradimento; e fervorose inalzava le preghiere perchè
il Signore sorgesse, e agli empii la sua virtù dimostrasse.
Certo non fu mai con voti più ardenti
supplicato un miracolo, nè con maggiore fede atteso,
nè da casi più urgenti voluto: ma a cui poteva
operarlo piacque diversamente.

-----

Le stelle incominciavano a farsi meno spesse
nel cielo, quando dallo interno della chiesa di Santa
Croce, vicino alla porta maggiore della facciata, fu
udito un fragore di chiavi, e un muovere di passi
pesanti. Subito dopo, tutto di un tratto tirarono il
catorcio. Un frate converso sporse il capo guardando
[pg!322]
a destra e a sinistra, lo sollevò fiutando quasi la vivida
aura matutina, e stropicciandosi presto e forte
le mani esclamò: — bella giornata! — Poi salutato
di nuovo con uno sguardo il firmamento, rientrò in
chiesa investigando se le lampade fossero rimaste
accese; e poichè, sebbene accese, un lume così fioco
tramandassero, che parevano presso a morire, si affrettò
verso la sagrestia per infondervi nuovo olio.

In questo mezzo, un altro frate, strisciando
lungo le mura, s’introdusse sospettoso e furtivo in
chiesa per la porta maggiore, e con presti passi si
accostò ad un confessionale sotto l’organo, lo aperse,
e vi si chiuse dentro.

In fede di Dio, cotesta apparizione avrebbe cacciato
addosso lo spavento ai meglio animosi, imperciocchè
al passare di dietro le colonne della navata
del tutto scomparisse, e allo improvviso attraversando
il raggio delle lampade appese agli archi, una
figura nera e lunga pel pavimento, sopra la parete
si vedesse trascorrere veloce come una fantasima.

Non andò guari, che da più parti convennero
alcuni devoti ed alcune devote, recando in mano
quale la lanterna, e chi il torchietto, che l’aria quieta
non valeva ad agitarne neppure la fiammella, e tutti
si accolsero, a modo che i colombi fanno alla pastura,
intorno al confessionale di sotto l’organo. — Cominciano
le confessioni: ma in quel giorno, con maraviglia
non piccola dei devoti, Padre Marcello pareva
avere messo da parte la consueta mansuetudine.
[pg!323]
Poco udiva, meno favellava, e negli atti e nelle parole
troppo appariva diverso da quello che era.

A certa madre, che si accusava avere maledetto
il figliuolo perchè si fosse ardito di batterla, disse: — “Ha
fatto bene, conciossiachè ora vi castighi per
non averlo voi o voluto o saputo castigare quando
era tempo.”

A tale, che ricevuto in deposito del danaro da uno
amico, aveva nei proprii bisogni convertito la pecunia
depositata, e domandava adesso perdono e consiglio,
rispose brevemente acerbo: — “Gettatevi in Arno.”

Vi fu una femmina, che confessava essere troppo
inchinevole alle ire, e intemperante di lingua, per
cui spesso tra lei e il marito correvano di brutte
parole, e si empiva di subuglio la casa; ond’ella
dalla carità del frate supplicava sapesse indicarle rimedio
efficace: e il frate senza più: — “Chiedetene
alle cesoie.”

Ad altra donna, che esposta una serie di peccati
non piccola, minacciava andarsene per le lunghe,
ruppe la parola di bocca interrogando: — “Quanti
anni contate voi? — Sessantacinque, Padre, come
viene ferragosto. — Meglio per voi; così, dacchè voi
non sapete lasciare il peccato, presto il peccato lascerà
voi.”

A tale, che con lacrime molte si accusava avere
tradito un suo parente facendogli la spia agli Otto,
chiuse dispettoso lo sportello in faccia, esclamando: — “Largo
è lo inferno!”
[pg!324]

E prima che io termini, piacemi riportare quanto
egli disse a un curiale. — “Padre, favellava il curiale,
in certa lite nella quale sentiva avere il torto,
ingannai l’avversario, e mi riuscì ottenere una sentenza
favorevole.” — “Figliuolo mio, le difese forensi
mi paiono talvolta partite a primiera giuocate fra
due professori di carte. Poco male! Peccato più,
peccato meno, ci vorrebbero più argani a tirare su
un’anima come la vostra in paradiso, che non ne
abbisognarono per portare le campane in cima al
campanile: è tempo perso; potete andare....”

Se via se ne andassero i penitenti sbigottiti non
è da domandare. — Cotesto, pensavano essi, vorranno
dire santo uomo? Lui teologo sommo, e in divinità
dottissimo? Lui a conoscere le infermità capace,
a trattarle pietoso, a guarirle unico? Più che
di altro costui ha sembianza di uomo di arme; e
meglio del cappuccio sopra la testa, o del breviario
nelle mani, gli starebbe una barbuta e una
spada.

Allo improvviso, due donne avvolte dentro ampissima
mantiglia di seta nera, curando poco la turba,
che genuflessa e stipata stava intorno al confessionale,
trapassano; e mentre una occupa la nicchia del penitente,
l’altra in atto di preghiera le si pone ai piedi.
La turba sentendosi così urtare senza compassione,
non che osasse lamentarsi, si scansa rispettosa, dicendo: — “Coteste
hanno ad essere due grandi signore; — passano,
e pestano!...”
[pg!325]

— “Padre!” comincia colei che tiene il confessionale.

Il confessore si agitava commosso visibilmente,
e si recando alla bocca un lembo della cappa, e quello
stretto tra i denti rispondeva:

— “Dite su!...”

— “Padre!....” — E la parola per continuare
mancava. Il confessore, non più impaziente, ma
aspettato spazio convenevole di tempo, riprende
sommesso...

— “Dite su!”

— “Padre mio, è egli ben vero che Dio a qualunque
grande peccato perdoni?....”

— “Questa è la colpa più grave della quale
avreste potuto per avventura accusarvi. Avete voi
bene esaminata la vostra coscienza? Siete voi disposta
a non celare nulla dei vostri atti e detti, opere,
omissioni, pensieri, insomma senza restrizione nulla?
Ricordatevi che Santo Agostino insegna, la confessione
essere plenaria dimostrazione della infermità
interna per isperanza di ottenerne guarigione; e comecchè
questo sia moltissimo, tuttavolta non basta,
e si richiede un cuore contrito ed umiliato: — questo
cuore contrito portate voi? Se così è, come vi
auguro, parlate; l’uomo si stancherà prima di peccare,
che la misericordia di perdonare...”

— “*Amen*, Padre mio, *amen!* Io parlerò confidando
nel perdono, non già perchè io possa meritarlo,
ma perchè, come mi dite, è grandissima la
[pg!326]
divina bontà. Io sono figlia, madre, sposa, e cittadina
del pari colpevole...”

— “Bene!”

— “Cittadina, poco giovai: a molti nocqui, e se
pure ad alcuno feci del bene, io sento come mi movesse
meno la perfetta carità, quanto una pompa vana
di comparire soccorrevole. Io non celai alla mia sinistra
la elemosina data dalla destra; anzi mi piacque
che lo sapesse il mondo, e che per la gente se ne
favellasse...”

— “Questo non è merito, ma non peccato. Voi
avete comprato fama terrena: coteste elemosine voi
non troverete registrate nei libri del paradiso. *Recepisti
mercedem tuam*, avete ricevuto la vostra mercede.
È la carità del Fariseo; quella che ai giorni
nostri maggiormente costuma. Gli uomini adesso
danno un soldo a suono di tromba, lo avvisano con
le campane, ne fanno appiccare i cedoloni sopra tutti
i canti... Vanità di vanità! dice il predicatore. Fate
conto dunque che le vostre sieno partite saldate...”

— “Nè figlia porsi ascolto ai consigli del padre,
nè ai suoi ammonimenti obbediva. — Io non ho da
vivere sempre — egli diceva: — ma lui e me avventurosi,
se mi avesse dato meno consigli, e, Dio faccia
misericordia all’anima sua, esempi migliori!”

— “E sposa?...”

— “Sposa! — La natura mi largiva un dono funesto:
fantasia ardentissima, voglie irrequiete, disposizione
maravigliosa a imparare e a ritenere. Tutto
[pg!327]
quanto è capace ad esaltare la mente e ad infiammare
il cuore io appresi, e con passione esercitai.
Nudrita di delizie, festeggiata, e lusingata sempre con
parole soavi; circondata da lascivie e da costumi rotti
ad ogni maniera d’intemperanza; data in moglie ad
un uomo che io non conosceva, nè egli mi conosceva,
poco ci andammo a genio, meno ci amammo: egli
soldato, io cultrice delle Muse. Un giorno, oppresso
da insopportabile fastidio il mio marito partiva: doveva
rimanere lontano tre mesi, e vi stette tre anni.
Io volli presumere troppo di me, e la superbia mi
prese. Poi mi piacque immaginare un fato, che sola
la mia mente concepiva, una passione invincibile nudrita
unicamente dalla mia fantasia, e creando, e
dirò quasi imprestando ad un uomo di per sè nullo
le qualità di perfezione che io sognai per gli estri
della poesia... fabbricai con le mie mani lo abisso
ove caddi... e mi perdei. Quando io mi svegliai, vidi
la mia casa piena di obbrobrio, e davanti a me uno
abiettissimo uomo, e me più abietta di lui, però che
a lui mi fossi sottoposta. — La mèsse della colpa fu
da me largamente raccolta, lacrime senza fine amare,
e dolori ineffabili, e disprezzo di me, e pentimento
tardo pur troppo, ma immenso, profondo, e tale
insomma, che io credo che il Signore possa avere
veduto lo uguale, superiore non mai...”

— “E molte furono le volte che commetteste adulterio?”
insisteva con voce roca e lenta il confessore.

— “O Padre, basta... non ricercate più oltre, se
[pg!328]
non volete vedermi morire di vergogna ai vostri piedi.”

— “Bene! — Ma lo adultero eravi forse congiunto
per sangue? Come si chiama egli?...”

Dove meno fosse stata in quel punto commossa
Isabella, le volava di bocca il nome di Troilo: ma
incapace a formare parola, avendo dovuto riprendere
lena, pensò non solo non correrle obbligo di rivelare
il nome del complice, anzi all’opposto la carità
imporle di tacerlo religiosamente; per la qual cosa,
allorchè il confessore tornava a insistere:

— “L’adultero è per avventura vostro congiunto?
Come si chiama egli?”

Ella risoluta rispose: — “Io accuso me, non gli
altri. Questo non posso dirvi, nè voi potete domandare,
nè io vi dirò....”

— “Come! questo è di sostanza! Secondo i gradi
della parentela il peccato muta specie, ed aggrava
notabilmente. Ed io vo’ che avvertiate, due essere le
parentele; naturale la prima, spirituale la seconda,
che nasce dal tenere al sacro fonte una creatura.....
Onde per gius canonico, vedete, il cugino — a modo
di esempio — del vostro marito vi sarebbe congiunto
in secondo grado, e lo adulterio diventerebbe incesto,
peccato che offende più Iddio, e molto maggiormente
disturba gli ordini del vivere civile...”

— “Ahimè! Di quanto orrore mi penetrate voi
le ossa....”

— “Ora dunque parlate: vi è parente costui?”

— “Voi vi siete apposto... Cugino...”
[pg!329]

— “Cugino!”

— “Nè qui finisce...”

— “No?”

— “Madre infelice... un figlio.”

— “Un figlio? E come si chiama? E quanti
anni ha?”

— “Pochi mesi....”

— “Non anni, è vero... non anni?”

— “No, mesi; ma ciò che importa?”

— “Assai...”

— “E siccome egli non è per lato di tutti i genitori
ai suoi fratelli fratello, così io lo bandiva dalla
mia casa, non già dal mio cuore.”

— “E dove lo mandaste? Dove si trova egli?”

— “Questo non importa che io vi dica, o Padre.
Ho fatto come l’aquila; gli ho apprestato il nido in
parte ove non può arrivarlo maltalento umano. In
quanto alle sostanze, il mio figliuolo legittimo non ne
patirà jattura, avendolo provveduto co’ danari donatimi
dal mio defunto padre, che morendo mi lasciò
casamenti, e poderi, e gioie di molto valore...”

Qui si rimase alcun poco in silenzio: considerando
poi come il tempo incalzasse soggiunse:

— “Adesso, Padre mio, mantenetemi la promessa.
Io non vi ho taciuto nulla, vi ho aperto la mia
infermità: sanatela voi; profferite la parola prodigiosa
che mi ritornerà la innocenza perduta, e mi farà
degna di confidare nel perdono; apritemi le porte
del paradiso; datemi, voi che lo potete, l’oblio..”
[pg!330]

E poichè il Frate non rispondeva, la donna continuava
smaniosa:

— “Perchè tacete, o Padre? È così grande peccato
il mio, che il Signore nei tesori della sua misericordia
non sappia ritrovare perdono? Non lo negava
Pietro? Non lo perseguiva Paolo? E non pertanto
furono vasi di elezione, ed apostoli delle genti! Io per
me non chiedo tanta grazia; mi basta un frusto di
pietà, una stilla di refrigerio e di oblio. Scioglietemi
dal peccato, salvatemi dalla mia disperazione.
Io so che *in articulo mortis* voi potete assolvere anche
dai casi riservati. — Sentite, fate conto ch’io sia
in transito; credetelo, io mi trovo in agonia; poche
più ore mi avanzano per vivere: presso alla tremenda
partita, voi non mi potete negare il viatico di speranza
e di perdono, per cui l’anima s’incammina al tribunale
di Dio, dove tremando e confidando aspetta che
venga confermata la sentenza del sacerdote che lo
rappresenta sopra la terra...”

E il Frate non rispondeva.

Isabella torna a supplicare, a interrogare, e a
piangere; ma sempre invano. Il confessionario vocale
diventò silenzioso come un sepolcro. Allora Isabella
presa da impazienza stese la mano, e la cacciò dentro
alla tribuna occupata dal confessore, tentando
incontrarlo nel cieco aere: ella temeva che qualche
male improvviso lo avesse incolto. Quali e quanti
fossero la sua maraviglia, il suo cordoglio, e il terrore,
quando conobbe a prova scomparso il Frate,
[pg!331]
sel pensi chi legge. Un ghiaccio le strinse il cuore;
e appena dalla gola chiusa mandando un singulto,
cadde priva di sentimento sopra lo inginocchiatoio.

E bene le giovò avere vicina madonna Lucrezia,
la quale occupata poco dai propri pensieri porgeva
attenzione grandissima alle cose circostanti; imperciocchè
accorse con subita premura, e adoperando
accortamente ogni mezzo per farla risensare, l’ebbe
in breve ora ricondotta agli uffici consueti della vita.

Isabella da una parte pensando tutta fremente
al pericolo corso di empire di scandalo la chiesa,
e di darsi a conoscere; e dall’altra parte, con ispavento
punto minore vedendo diventare il giorno
chiaro, si appoggiava al braccio di madonna Lucrezia,
e quantunque vacillasse, pure con presti passi
quindi si tolse.

Venuta all’aria aperta, levò gli occhi al cielo,
e vide una dopo l’altra scomparire le stelle, non
come fiaccole spente per forza di vento, ma a modo
di splendori che godono confondersi dentro fuoco
più grande: — così le anime umane, emanazioni della
Divinità, sciolte dalle membra che le legano, amano
mescolarsi nel seno immenso di Dio. Dalla parte di
oriente, un tenue velo di vapori colorato di oro circondava
Firenze la bella, simile a una Madonna dei
suoi immortali pittori, circonfusa del nimbo radiato.
La natura con tutte le cose create, come un citarista
versa da tutte le corde della lira un torrente di melodia,
levava al Creatore l’inno della mattina: non vi
[pg!332]
era oggetto, non animale che o con la preghiera, o
col voto del cuore, o con la letizia dello sguardo, o
col profumo, o col canto verso il cielo, non si avviasse
a salutare il Padre della luce, e un murmure
indistinto si diffondeva lontano lontano quasi fremito
della vecchia terra che si rallegrasse nel sentirsi
scaldare le membra intirizzite dal benefico calore.
Salute, primogenito del pensiero di Dio, salute, o
Sole, imperciocchè nulla sia morto davanti al tuo
cospetto, e ogni cosa palpiti e si ravvivi, e dagli stessi
sepolcri dove giacciono i miei cari defunti tu estragga
fiori, ornamento delle chiome di giovani amanti, e
di donne innamorate.

Isabella levò gli occhi al cielo, e tornò il sorriso
al suo pallido volto, e piegando la faccia alla
plaga donde il sole nasceva, così favellò:

— Come bella è la vita! — Ma per goderla bisogna
possedere giovanezza di anni, e giovanezza di
cuore, e innocenza, ed entusiasmo; bisogna essere
tali da reggere il paragone con gli effluvii dei fiori,
col canto degli uccelli, con le tinte dell’ale della farfalla,
con la esultanza dei primi raggi matutini. O vita!
Dacchè come fui non potrei goderti, sofferirti come
io sono non voglio: chi cessò di regnare getti la corona;
il manto reale rimasto sopra le spalle a cui
mancò il regno, è peso e ignominia. Ma la morte mi
si approssima forse desiderata, come l’ombra dell’albero
al viaggiatore che cammina fino dall’Ave Maria
per lande infocate sotto la sferza del sole? Mi accosto
[pg!333]
alla morte col desiderio del pellegrino stanco, che
vede a sera tra lo incerto chiarore del crepuscolo
spuntare il campanile del suo villaggio? Posso dire
al sepolcro: — Tu sei il mio sposo? Mi aspetta oltre
la soglia della vita pace? Sì, mi aspetta la pace, avvegnachè
io abbia amato, sperato, e sofferto molto.
Di un’altra cosa mi pento, ed è di avere desiderato
di porre un mediatore tra me e il mio Dio. Il sacerdote
mi ha respinto dal tempio: a me basta che tu,
o Creatore di tutti, non mi respinga dal cielo. Io mi
confesso a te, o Signore; tu non abbisogni di dichiarazioni,
perchè con uno sguardo mi hai scandagliato
l’anima, e penetrato nelle mie midolle. — Vorrei che
il mio spirito movesse verso di te sul primo raggio
che sta per isgorgare giù da quel monte.... Ma dove
questo non possa farsi, tieni aperte le braccia, o
Signore, perchè non istarò molto a ricovrarmi sotto
le grandi ali del tuo perdono. —

-----

I penitenti rimasti attorno al confessionale aspettarono
lunga ora che Padre Marcello ritornasse; ma
poichè videro riuscire le dimore vane, alcuni si fecero
in Sagrestia per domandarne: ne ricercarono in
cella, in libreria, e non lasciarono luogo senza tentarlo;
non lo trovarono. Cominciando ad accogliere
qualche sospetto, presero voce fuori del Convento,
e raccolsero che taluno pensava averlo veduto in via
del Diluvio, col cappuccio tirato sopra gli occhi, camminare
come un uomo cui prema sollecita cura; a
[pg!334]
tale altro era parso vederlo passare per Borgo a Pinti
così avacciando il cammino, che spesso intricandosi
nei lembi della tonaca accennava cadere. — Dove poi
fosse andato ignoravano, e neppure avrebbero potuto
immaginarlo. Cresceva la maraviglia, non senza mescolarvisi
un poco di paura. Il Priore mandò alcuni
zelanti dell’Ordine perchè con bella maniera s’informassero
dai gabellieri delle porte: andarono, ricercarono
quanto meglio potevano sottilmente, ma nessuno
valse a somministrarne notizia. Intanto, fra le
indagini, il terrore, e il dolore, passò la giornata; parecchie
ore della notte si successero, e i frati stavano
adunati nel refettorio, chi pregando, chi col suo
vicino favellando: i più animosi si offerivano salire
in pulpito, ed annunziare ai popoli la sparizione e
forse il martirio del Padre Marcello; i timidi confortavano
ad aspettare, a vedere meglio, a non precipitare:
quanti erano capi, tante le sentenze, come
avviene ove si accoglie una congrega di uomini dubbiosi
a deliberare sopra qualche dubbiezza; — quando
di repente fu sentito un languido squillo del campanello
della porta di strada. Assorsero tutti come un
uomo solo, chè forte vedemmo in ogni tempo essere
lo spirito di corporazione, e s’incamminarono, senza
che ne rimanesse indietro pure uno, verso la porta.
Chi narrerà convenientemente le lacrime, i gridi di
gioia, le accoglienze amorose, i reiterati abbracciari,
i baci, e tutte le altre dimostrazioni di affetto
in che proruppero i nostri Frati, quando videro ricomparire
[pg!335]
il loro Padre Marcello? Egli a tutti rispose,
tutti abbracciò, e baciò: gli scorrevano sul
volto dolcissime lacrime; ma quel suo volto compariva
stravolto, e impresso così profondamente da
qualche interno corruccio, che moveva a un punto
compassione, e paura.

Parlò breve, e disse: — “Avere corso un pericolo
grandissimo; essere vivo come per miracolo: dovere
la vita alla misericordia di Dio, e per certo ancora
alle preghiere dei suoi fratelli: nella pienezza del
cuor suo ringraziarli, e supplicarli a volerlo accompagnare
in chiesa per rendere mercede al Sommo
Dio, che con aiuto tanto visibile lo aveva soccorso
in cotesta acerba avventura.”

Andarono, e ringraziarono Dio; poi Fra Marcello
si restrinse col Priore a parlamento, dove avendo
considerato il caso, e quello che poteva nascere, a
scanso di scandali crederono bene pel momento dare
luogo al tempo, e tenersi in disparte, perchè non ne
venisse danno a Frate Marcello, e all’Ordine: partisse
per Roma, e subito; colà a cui spettava partecipasse
lo strazio e il mal governo che si facevano alla
Chiesa di Dio, confortasse a prendere solleciti provvedimenti,
e tornasse poi gagliardo degli aiuti del
Pontefice contro questi falsi cattolici, i quali trascorrevano
in atti per tal modo nefandi, da cui i luterani
medesimi compresi da orrore avrebbero
aborrito.

Titta fu quegli, che riconducendo il Frate incolume
[pg!336]
a notte inoltrata al Convento, aveva mantenuta
fedelmente la promessa. [90]_

|

----

.. [83] Morbio, *Storia dei Municipj italiani*.

.. [84] Fu accennato altrove, e si riporta nella edizione del *Reggimento
   delle Repubbliche* di Fra Girolamo Savonarola, fatta a
   Pisa dai Caparro, in principio.


.. [85] Favole.

.. [86] Legge crudele contro alle congiure e ai banditi, pubblicata
   sotto Cosimo I, e dal nome del suo autore Spolverini
   chiamata così. Galluzzi, *Storia del Granducato*.


.. [87] Gli obelischi erano inalzati al Sole. In Ammiano Marcellino
   si leggono tradotte in latino le iscrizioni dedicatorie al
   Sole del grande obelisco di Roma.


.. [88] Eliano, *Storie varie*.

.. [89] Petrarca.

.. [90] *Il signor Prof. Giuseppe Arcangeli, persona dotta e
   proba, si compiacque dettare sopra il personaggio del Padre
   Marcello il commento seguente, che pubblichiamo ad istanza
   del signor F.-D. Guerrazzi, desideroso di mostrare in questo
   modo il conto ch’ei fa delle qualità intellettuali e molto
   più morali del signor Prof. Gius, Arcangeli.*

   .. class:: right

   | :small-caps:`L’Editore.`

   Il Padre Marcello, o più comunemente Marcellino, fu così
   chiamato, come i Frati costumano, da San Marcello sua patria:
   ma alla Religione il suo vero nome fu quello di Evangelista,
   ed al secolo di Lorenzo. Nacque d’Adamo e d’Agata Gerbi,
   nella suddetta Terra, capo-luogo della montagna pistoiese,
   nel 1530, anno fatale alla Repubblica di Firenze. Questa famiglia
   Gerbi pare che fosse fra le potenti della Terra: perocchè
   leggo nella Cronaca del capitano Domenico Cini come fino
   dal 1488 seguitando la parte dei Cancellieri era venuta a fieri
   [pg!337]
   scontri coi Calestrini seguaci della Panciatica; tantochè i Fiorentini
   deliberarono per l’amor della pace di bandire i capi
   delle famiglie rivali co’ più animosi de’ lor consorti. Ma pensando
   dall’altro lato che il cacciare le due parti avrebbe spopolato
   la Terra, vollero che il bando fosse per una sola, e rimisero
   la cosa alla sorte. Toccò la peggio ai Gerbi, i quali
   costretti a lasciare la dolce patria, vollero almeno che una durevole
   memoria di loro vi rimanesse, e fondarono perciò un
   benefizio sotto il titolo della Visitazione, di cui fino ai dì nostri
   è stato investito uno dei Gerbi. Alcuni si ripararono nei
   monti del Frignano nel Modenese: altri andarono a cercar la
   ventura nel regno di Napoli. Pare però che dopo la cacciata
   di Piero dei Medici alcuni ripatriassero, finchè, vinti i Cancellieri
   nella fatal battaglia di Cavinana, ne doveron partire novamente.
   È probabile che il padre del nostro Marcello perisse,
   in quella battaglia, e gran parte della fortuna sua fosse predata
   dai vincitori, perchè il medesimo ci racconta come viveva
   soletto coll’afflitta madre, la quale avvezza a più prospero
   stato non poteva sostenere di buon animo la povertà.
   Da giovinetto si rese frate di San Francesco nel convento di
   Giaccherino presso Pistoia; e mostrato per tempo il suo potente
   ingegno, fu dichiarato cittadino pistoiese, e per questa
   via ebbe un posto di grazia per l’Università di Parigi fiorente
   allora pei teologici studj. Nei quali si avanzò maravigliosamente,
   vi sostenne diverse tesi, ed ebbe laurea con plauso da
   quel solenne collegio. Preceduto dalla buona fama, ritornò tra
   i suoi frati, i quali lo adoperarono in ufici gravissimi e principalmente
   nell’apostolico ministero. Quale e quanto vi si mostrasse
   ce lo direbbero, senz’altre prove, le generose parole
   che riferisce la Cronaca pubblicata dal Morbio, opportunamente
   riportate in questo libro dall’autore. E il Dondori, nel
   ragguaglio che ci dà assai minuto della vita del nostro frate,
   allude a questo coraggio narrandoci alla sua rozza maniera,
   *come il P. Marcellino fece una grande esagerazione, e discese
   a riprensioni molto vive: e Francesco I disse che bisognava
   lasciarlo predicare, perchè era mandato da Dio a riprendere
   i peccati non tanto colla parola, quanto colla vita
   esemplare. Ed invero, segue sempre il Dondori, predicava
   con franchezza e autorità e libertà grande, sicchè non era
   nessuno che non sentisse ancora palpitare il cuore e non
   impallidisse pieno di spavento*. Questa tolleranza medesima
   [pg!338]
   usata sul principio da Lorenzo il Magnifico verso il Savonarola,
   avevala adoperata pel nostro P. Marcello anche Cosimo
   primo, il quale udendolo predicare in Duomo con apostolica
   libertà, faceva le viste di compiacersene, e come raccontano
   di Luigi XIV a riguardo di Massillon, così diceva ai cortigiani
   che l’attorniavano: *ecco come si vorrebbono tutti i predicatori*.
   Anzi per farselo amico, eraselo scelto a confessore: e due
   volte volle farlo vescovo, prima di Volterra, poi di Cortona.
   Ma l’austero frate ricusò quell’onore costantemente, come più
   tardi ricusò da Gregorio XIII il cappello cardinalizio. Quantunque
   spendesse gran tempo nel predicare, recandosi in vari
   paesi d’Italia, pure non dismesse mai gli studj; e quando ebbe
   fermata la stanza in Roma, molte furon le opere che egli scrisse,
   a dichiarazione specialmente delle Scritture. Rimando alla *Biblioteca
   pistoiese* dello Zaccheria chi avesse curiosità di saperne
   i titoli e l’edizioni. Citerò solo un’opera assai curiosa,
   la *Metamorfosi d’un virtuoso*, che pubblicò col pseudonimo
   di Lorenzo Selva. È un Romanzo degno in molte parti d’esser
   paragonato alla eleganza squisita del Firenzuola. L’autore sotto
   il finto nome di Acrisio vi discorre probabilmente molti casi
   della prima sua giovinezza, trattenendosi in special modo a
   descrivere una fanciulla bellissima dell’animo e della persona,
   la quale onorava come la più cara immagine della virtù, anzi
   (dice nel proemio) come la virtù stessa. Bellissime sono le descrizioni
   della montagna di Pistoia, con frequenti allusioni storiche,
   con aneddoti e novelle graziose, e con poesie sparse qua
   e là di tanta vaghezza e semplicità, da rimanertene lungamente
   nell’animo la dolcezza. Eppure questo libro è pochissimo conosciuto
   anche da quelli che si dilettano di studj eleganti.
   *Habent sua fata libelli.* E sì che fu letto avidamente appena
   vide la luce, e se ne ripeterono quattro edizioni. L’ultima
   notata dallo Zaccheria è la fiorentina del 1615 scorrettissima
   e scemata di qualche passo ardito contro il miserabile fasto
   spagnuolo, piaga dolorosa fra le tante che in quel tempo affliggevan
   l’Italia. Il P. Marcello non smesse mai finchè visse
   di predicare. Il popolo romano accorreva sempre ad udirlo.
   Sentendo avvicinare il suo fine, annunziò in Araceli l’ultima
   delle sue prediche; e il giorno dell’Epifania dell’anno 1593,
   pallido ed abbattuto salì sulla cattedra che avea fatto coprire
   d’un velo nero, e cominciò colle parole di Giobbe: *Sto et non
   respicis: clamo et non exaudis*. Era il generoso dolore di
   [pg!339]
   Dante quando gridava: *Son gli giusti occhi tuoi rivolti altrove?*
   Dopo la predica si pose giù colla febbre, e poco dopo cessò
   di vivere, nell’età sempre fresca di anni sessantatrè. Per non
   lasciare addietro nessuna cosa di lui, io dirò pure (e me ne
   sappian grado i devoti e i romantici) che per l’autorità sua si
   cominciò in Roma a suonare la campana de’ morti alla prim’ora
   di notte, pia costumanza che si distese ben presto per
   tutta Italia. — Un ritratto del P. Marcellino trovasi nel Convento
   di Giaccherino presso Pistoia, ed un altro in tela, rimasto obliato
   lungamente in una soffitta, è stato finalmente collocato
   nella Sagrestia della Chiesa Propositura di S. Marcello. Questo
   è l’unico monumento che rimanga di lui nella patria. Chi ne
   bramasse più distese notizie, ricorra al Dondori nella *Pietà di
   Pistoia*, allo Zaccheria nella *Biblioteca Pistoiese*; finalmente
   ai *Santi Pistoiesi*, opera del Canonico Ferdinando Panieri. La
   più compiuta notizia fra quante ne sian pubblicate fin qui sarà
   data sicuramente nella *Biografia pistoiese* che Enrico Bindi
   e Giuseppe Tigri preparano con diligentissimi studj; la quale,
   quando sia favorita siccome merita dai nostri concittadini, non
   tarderà a comparire, recando onore grandissimo alla nostra città
   ed incremento non lieve alla patria letteratura.

   .. class:: right

   | :small-caps:`Giuseppe Arcangeli.`

[pg!340]


.. toc-entry:: IX. La morte.

CAPITOLO NONO.
==============

LA MORTE.
---------

.. epigraph::

   .. class:: small

   | Pues esta noche ha da ver
   |   El fin de my desgravio
   |   Medio mas prudente, y sabio
   |   Para acabarlo de hacer.
   | Leonor (ahi de my) Leonor
   |   Bella como licenciosa
   |   Tan infeliz como hermosa
   |   Ruina fatal de my honor.
   | Leonor, que al dolor rendida
   |   Y al sentimiento postrada
   |   Dexò la muerte burlada
   |   En las manos de la vida,
   |   Ha de morir......
   |
   |     :small-caps:`Calderon de la Barca.`


Un servo arriva affannoso, e avvisando la duchessa,
che lo eccellentissimo signor duca ha fatto
capo alla strada con la sua nobile accompagnatura;
dopo pochi istanti ne sopraggiunge un altro, avvertendo
che il duca entrò nel cortile, che scese, e che
a questa ora messe il piede sopra le scale. La duchessa,
quando ebbe ciò udito, sorse in piedi, e circondata
dai gentiluomini di famiglia, dalle damigelle,
e dalle donne, tenendo al fianco Troilo, composta
la fronte a serenità, richiamando, e Dio sa con quanto
ineffabile sforzo, un sorriso sopra le labbra, mosse
nè frettolosa, nè lenta, con bella e dignitosa leggiadria
verso il marito.
[pg!341]

S’incontrarono in cima alle scale: si gettarono
le braccia al collo; si baciarono reiterate volte, e
parevano commossi profondamente, ed invero erano: — ma
da quali affetti commossi? Questo poteva vedere
solo Dio. — Ai circostanti sembrava che la commozione
nascesse dal desiderio lungo di rivedersi
adesso appagato, dal piacere di riunire le membra
di una famiglia con troppo danno separata; insomma
dalle domestiche gioie, delle quali gli uomini fanno
così poco conto quando le possiedono, con rammarico
inestimabile le piangono perdute, e con tanta
esultanza a pochi fortunatissimi è dato potere riacquistare.
E sciolto dagli amplessi della consorte, il
duca, come colui che di modi gentileschi era copiosamente
adornato, strinse la mano a Troilo, lo baciò
e abbracciò, gli altri di casa non pose in dimenticanza,
che all’opposto gli accarezzava e chiamava a
nome, di loro e delle famiglie con molta premura
interrogava, mostrando avere conservato buona memoria
di tutto, e di tutti.

Ridottisi quindi nelle secrete stanze, il duca,
la duchessa e Troilo, Paolo Giordano favellò:

— “Parmi bene, Isabella, che noi mandiamo
subito ad avvisare il Serenissimo vostro fratello,
affinchè ci sia cortese di farci accompagnare a casa
Virginio nostro: — troppo mi tarda vederlo. Io so bene
ch’ei ci cresce rigoglioso, e si mostra dispostissimo
ad ogni maniera di esercizi che si addicono ad un
principe grande; e lasciando del mio sangue, nascendo
[pg!342]
dal vostro, che ha onorato il mondo con tanti
uomini virtuosi in armi e in sapere, non poteva essere
a meno.... Ma qual gioia provata per messaggio o per
lettera può uguagliare quella che deriva nel cuore
paterno dal vedere la cara immagine, e dallo udire
la soave voce del figlio....!”

— “Giordano, ho già provveduto. La madre conosce
i desiderii del padre prima assai che dal suo
cuore s’incamminino verso le labbra.”

— “Dilettissima mia.... che cosa vi dirò io? Abbiatene
mercè. O come consola questa aria di casa,
che posso chiamare veramente mia! Come questi affetti
scendono soavi sopra l’anima, e paiono un fiato di
primavera, che sgombri ogni nuvola di tristezza, di
cure moleste, e di rancore. Sì... sì, l’aria dei campi
aperti, e della vetta dei monti, quella marina che
mi pungeva la faccia il giorno della battaglia di
Lepanto, non dirò che non mi tornassero faustissime,
e gradito anche mi fu il fremito della battaglia, e il
lampo del sole su per le armi cristiane gloriosamente
diffuso, e sopra ogni cosa accetto il grido superbo
della vittoria;.... ma tu, aria di casa mia, — aria di
casa mia — io non ti ho trovato altrove....!”

— “Però non si ottiene fama seggendo in piuma,
come dice il Poeta; e voi avete aggiunto un monumento
nobilissimo di laude alla onoranza inclita di
casa vostra. Certo è impresa ardua assai fare crescere
quello ch’è tanto in alto; solo concedesi alle
aquile cominciare il volo dalla cima delle Alpi...”
[pg!343]

“Novelle! Il Poeta vostro a senno mio avrebbe
potuto rassomigliare molto meglio la gloria al fumo
in aere od alla spuma nell’acqua. [91]_ Pace, riposo, è
il sospiro incessante dell’uomo. Quanto più gagliarde
noi formiamo le cose nostre, o le imprese; quanto
più acri ci mordono le passioni, il tempo vi esercita
sopra il peso dell’ale, e con maggior prestezza uomini,
cose, e rinomanze, e cuori distrugge. Questa
potenza fa come il vento, che le più alte cime più
percuote; e la bufera, che schianta la rovere sopra
il dorso della montagna, usa mercede alla viola nella
vallata... Io sono vecchio....!”

— “Ahimè! Credete voi forse che le passioni
più capaci a scompigliare il cuore umano sieno quelle
che occorrono nei campi, o nei parlamenti? Spesso
nelle stanze dorate, e sotto le cortine di damasco si
accendono tali fiamme, da disgradarne, non che altre,
quelle dello inferno....”

— “Checchè sia degli altri, ecco qua, io ho il
volto pieno di rughe, e a voi il tempo con la calugine
delle estreme sue penne ardì appena lambirvi
l’angolo degli occhi.”

— “Egli è forse il volto solo, che invecchia?
Non sapete voi, che l’uomo sopravvive talvolta a sè
medesimo? Ignorate voi, che sovente il cuore ci sta
dentro il seno come un morto nella bara? Ahi! Giordano,
per la morte di Dio io vi giuro che i dolori da
voi patiti nello starvi lontano dalle pareti domestiche
non furono punto più gravi di quelli che soffersi
[pg!344]
io rimanendomi qui in casa derelitta, e sola. — Io
ravviso nel mio pallido volto i segni della rovina
dell’anima. — Non impugnate; cessate di negare facendo
cenno col capo: io possiedo un amico rigido,
che nè per minaccia, nè per supplicazione, nè per
mercede vuol cessare dal dire la verità; che infranto
in mille pezzi assume mille lingue per ripetermela
più importuna che mai; che dovrebbe bandirsi di
corte, poichè non si vuole piegare a lusinghe, e non
pertanto è arnese del quale noi non possiamo fare
a meno.... E si chiama — come ormai avete indovinato — Specchio....”

— “No in verità, io non mi era apposto; e giusto
andavo mulinando col cervello chi mai si fosse
questo Anassarco di corte....” [92]_

— “Il magnifico messer Virginio!” annunziò un
paggio alzando la cortina della porta; e subito dopo
fu visto entrare un giovanetto sul finire della adolescenza,
di mirabile sembiante, grave nei modi, e
vestito di colori oscuri.

Avete voi veduto quel feroce animale chiamato
giaguaro come si lanci orribilmente dal suo nascondiglio
sopra la preda aspettata? Nemmeno io l’ho
visto, ma fate conto che con isbalzi punto minori
Paolo Giordano si precipitasse sul figlio Virginio;
conciossiachè in quei tempi le passioni certo non
sempre piacevoli si dimostrassero troppo più spesso
che non faceva mestieri, o gioconde, o feroci, ma
veementissime sempre, e in quella guisa che il vento
[pg!345]
Simoun manda sossopra le sabbie del deserto, sovvertivano
i sentimenti dell’anima. Lo strinse convulso,
lo baciò pei capelli, pel volto, e pel seno, lo
tenne lungamente nelle braccia, quasi con gli amplessi
lo soffocava, come il boa nelle sue spire il
nemico: — geloso, aborriva che altri della sua gioia
partecipasse: lo tirò in disparte, lo guardò fisso fisso
negli occhi, e poi rompendo in dirottissimo pianto,
tra i singhiozzi esclamò:

— “Oh figliuolo mio! mio sangue vero! Speranza
e orgoglio della nobile casa Orsina!”

Meravigliarono tutti; e Virginio, invece di corrispondere
a così stemperate dimostrazioni di affetto,
stavasene a modo di sbigottito, e guardava la madre
desideroso di più soavi amplessi; ma il padre s’ingegnava
assorbire tutta l’attenzione del figlio, e tra
la madre e lo sguardo del figliuolo s’ingegnava interporre
la sua persona. Alla perfine Virginio si sciolse
da coteste ardenti carezze, e volò nelle braccia che
la madre gli tendeva aperte, e si ricambiarono uno
abbracciamento lungo e dolcissimo, il quale io in
questa terra non saprei rassomigliare che ad un altro
amplesso dato da madre amorosa a figliuolo diletto;
nè forse lassù in cielo gli amplessi degli angioli davanti
il trono dello Eterno superano in affetto quelli
materni.

Paolo Giordano guardò con occhio pieno di mestizia
quelle due creature: il suo cuore si sollevò in
un sospiro che compresse a mezzo, e respinse verso
[pg!346]
la sua sorgente; poi gli occhi gli si offuscarono
di sangue e di bile, e li volse trucemente contro
Troilo; il quale annichilito teneva fitti i suoi sopra il
pavimento. Non si ha da dubitare, che se Isabella
e Troilo non fossero stati in quel punto preoccupati,
la prima nella esultanza del figlio, e l’altro dai rimorsi
della coscienza, in quei così spaventevoli sguardi di
Paolo Giordano avrebbero letto la propria condanna,
avvegnachè rivelassero lo inferno.

E come se sopportasse impazientemente che così
si tenessero congiunte due anime destinate a separarsi
presto, piuttosto geloso di uno amore che voleva
e intendeva avesse a diventare tutto suo, chiamato
a sè con voce alquanto acerba Virginio, gli disse:

— “Esaminarti come tu sii valoroso in lettere
a me non appartiene, chè di siffatte novelle io comprendo
poco; ma dimmi su, come maneggi un cavallo?
come tratti tu l’arme? Ti fanno paura le
spade?”

— “Provate!....”

— “Di grandissimo cuore.” — E Paolo Giordano
fece portare da un famiglio gli arnesi necessarii alla
scherma, ch’egli non lasciava mai indietro, come
colui che si sentiva peritissimo in questo esercizio.
Qui cominciarono uno assalto oltremodo furioso, in
cui se Paolo Giordano si mostrò, com’era naturale,
di maggiore lena del figlio, questi alla sua volta di
agilità pari alla paterna, e per i suoi anni veramente
maravigliosa.
[pg!347]

— “Troilo!” esultante Paolo Giordano esclamava,
“Troilo, in fe’ di Dio, è una delle migliori spade
ch’io mi abbia trovato fin qui. Fatemi grazia, Troilo,
provate un po’ anche voi; nei tempi, te pure, o
Troilo, estimavano franca spada i nostri capitani.”

— “Nei tempi! — Ma adesso mi sento sgagliardito.
Oh! quanto era meglio che mi fossi condotto
anche io a far procaccio di bella fama, o di morte
onorata....”

— “E che? Troilo, guardando casa mia, avreste
voi per avventura acquistato vergogna?....”

— “No... ma egli mi sembra che sarebbe stato
più desiderabile trovarmi alle Curzolari....”

— “Troilo, io voglio che sappiate che in ogni
parte, e in ogni ufficio dove uomo si porti da cavaliere
leale, può guadagnarsi onore... — Ora via, fatemi
contento, provate.”

E Troilo provò; ma il braccio gli tremava, e
valeva appena a sostenere la spada: si tenne sopra
le difese, e in breve, come svogliato, declinò la punta:

— “Non sono più quello di prima; morì di me
gran parte. Se Dio mi concede vita che basti, ho
deliberato andare a ritemperarmi nella religione di
Malta....”

— “Farete opera meritoria, Troilo: e giova
adesso lo andare, che il sommo Pontefice ha compartito
indulgenze larghissime a chiunque si muova per
combattere contro gl’infedeli. Voi siete stanco di
oziare, io di travagliarmi; e ambedue cerchiamo
[pg!348]
nuovi modi di vita. Così va il mondo: non ci acquietiamo
mai nelle sorti presenti; facciamo come gli
infermi, che dando volta ora su questo, ora sopra
quell’altro fianco, s’ingegnano confortare il loro travaglio.
Io non so se il sepolcro ci darà fama; ma certamente
il sepolcro solo varrà a darci riposo. — Ma
che parlo io di sepolcro! E perchè voi siete così mesti
nei sembianti? Questo è giorno di esultanza, questo
è uno dei giorni che spiana più di una ruga sopra
la fronte e sopra il cuore: godete! Io mi sento
il più lieto uomo della terra. La mia casa deve risonare
di grida festose.... Giubbilate! vi scongiuro,
giubbilate! — io vi comando....”

— “Credete voi che la gioia possa comandarsi
come una colonna di fanti!” parlò con voce languida
Isabella.

— “E qual cosa impedisce ch’ella non venga
spontanea?”

— “L’anima nostra prende agevolmente l’abito
della mestizia, nè può lasciarlo così di subito come
noi altre donne facciamo di un velo o di una cintura.
E poi, si danno gioie modeste e segrete, che
all’aria aperta svaporano, che voglionsi custodire a
modo del fuoco di Vesta dentro il sacrario della
anima...”

— “No, viva Dio! io amo la franca e viva gioia,
amo il giubbilo fragoroso che si compiace dei fuochi,
si diletta dei banchetti e dei festini, i fiori e i
suoni desidera. — Ben venga l’allegria, che s’indora
[pg!349]
co’ primi raggi del sole matutino, e si rinfresca di
rugiade, pei prati discorre e pei boschi, dietro le
fiere si affatica. — In campagna, su, in campagna:
dentro queste prigioni che chiamano città, non possiamo
respirare a nostro agio: una oppressura stringe
il petto, e affanna il cuore. Costà vedremo se vi riuscirà
continuare nella mestizia. — Io voglio vedervi
lieti: io vi farò tutti contenti, o non sono Paolo Giordano
Orsini duca di Bracciano. — Isabella, sentite:
ho deliberato recarmi a complire il Serenissimo fratello
vostro: prenderò meco Virginio; e resagli,
come per me si conviene, debita onoranza, torrò
commiato subito, e ci ridurremo senza porre tempo
tra mezzo a starci in villa, al bel nostro Cerreto.
Quivi sono ombre, e fiere, e macchie; colà scorrono
copiose e fresche acque: quindi l’occhio si delizia
sopra grandissima parte di questo paradiso terrestre
che le genti salutano col nome di Toscana. — Nessuno
speri gustare le dolcezze domestiche meglio
che per la quiete dei campi, o all’ombra delle foreste;
e noi colà ci sentiremo felici. — Non vi piace
così, Isabella? Certo, voi accogliete troppo entusiasmo
nell’anima per negarmi questo. Marito io di
poetessa, apro il cuore allo spirito della poesia....”

— “A me gradisce quanto piace a voi, signore
mio; — pure, considerate come faccia grandissimo
caldo, e avreste minore fastidio camminando di
notte....”

— “Sì veramente, che qui respiriamo noi! — Non
[pg!350]
sentite, che pare che piova fuoco? In Firenze
non capisco più il sole: durante il verno, scivola
così di nuvola in nuvola, come un fallito che mescolandosi
nella calca s’ingegni sottrarsi al donzello
della Mercanzia; nella estate poi, ci sta conficcato
come un chiodo, e le vuole il bene che portò al suo
figliuolo Fetonte.... E poi ad uomo di arme ha da
recare fastidio il sole? — Che ne di’ tu, Troilo?”

— “Salvo vostro onore, acconsentirei allo avviso
della duchessa....”

— “Or bene, via, se ti dà noia il sole, tu andrai
in carrozza con lei; — e noi viaggeremo a cavallo....”

— “A cavallo verrò ancora io!” disse con voce
commossa Troilo. E Paolo Giordano sorridendo rispose:

— “Non te l’ho detto mica per offesa, Troilo;
io mi credeva che tu volessi continuare a farle quella
buona e fedele guardia che tu le hai fatta fin qui....”

E posto fine alle parole, tolto per mano Virginio,
assicurando che presto ritornerebbe accompagnato
con onorevole corteggio di gentiluomini, si dipartiva
per andare a complire il suo cognato.

Partito che fu, Troilo e Isabella, com’è da credersi,
con tutte le facoltà dell’anima loro si fecero a
pesare le parole profferite da Paolo Giordano, e a
sottoporre a minuto esame i gesti, gli sguardi, ed
ogni particolare sfuggito ad occhi meno veggenti dei
loro. Così stavano sprofondati nella indagine, che se
in quel punto il terremoto avesse scosso la città, non
[pg!351]
se ne sarebbero accorti, siccome corre fama, e si
legge per le storie, che avvenisse ai Romani e ai
Cartaginesi combattenti la battaglia del Trasimeno.
Maravigliosa cosa poi fu questa, che entrambi nel
punto stesso ed in modo affatto contrario le riflessioni
loro concludessero, e mentre Troilo deponeva
la paura, l’altra dava l’addio alla speranza.

E senza adoperarvi il linguaggio delle labbra,
con le infinite altre favelle che la sembianza umana
è capace di significare, si erano manifestati a che
cosa pensassero, e come il giudizio loro decidesse;
e poichè pur troppo si accorgevano non accordarsi,
una voglia smaniosa si era cacciata addosso a Troilo
di conoscere più apertamente i sensi d’Isabella. Ma
licenziare i molti convenuti non pareva onesto, nè
prudente stringersi al cospetto di loro in segreto
colloquio, ed era pericoloso lasciare Troilo che continuasse
cenni ed ammicchi, a tutti sciaguratamente
palesi, di volerle ad ogni costo parlare; ond’ella per
lo meno reo partito scelse andare presso una sua
tavola; e quivi recatosi in mano il canzoniere del
Petrarca, cercò un sonetto, lo lesse attentamente in
prima, e incisa lievemente con l’ugna la parte della
pagina dove voleva che l’attenzione di Troilo si riposasse,
lo lasciò aperto, accennando dell’occhio al
medesimo che si facesse a leggerlo: poi, tolto motivo
di non so quale parola profferita dagli astanti, provò
di mescersi nei loro colloquii, cosa che le venne conseguíta
molto di leggeri, come colei che era disinvolta
[pg!352]
e arguta molto. Troilo, quando gli parve tempo
convenevole, si accostò al tavolino, e lesse nel punto
segnato:

   | Ma del misero stato ove noi semo
   |   Condotte dalla vita altra serena,
   |   Un sol conforto, e della morte, avemo:
   | Che vendetta è di lui ch’a ciò ne mena;
   |   Lo qual in forza altrui, presso all’estremo,
   |   Riman legato con maggior catena.

Troilo fece spallucce, dicendo tra sè: — Questa
ormai gode reputarsi spacciata; ma come non si
scorge chiaro che Paolo Giordano è il più lieto uomo
del mondo? A costei piace, e giova, che tu vada
lontano, Troilo. Ma noi ci conosciamo di vecchio: e
non mi sono mai sentito disposto come adesso a
starmi qui, e a vederne la fine. Che a me convenga
rendere la piazza, trovo giusto; e se la vogliono con
una mano, io gliela do con due: ma qui bisogna capitolare
a patti onorevoli; andare agli accordi con
vantaggio; ed io intendo uscirne con tutti gli onori
della milizia, armi e bagagli, e non essere cacciato
come un vecchio fante di famiglia senza ben-servito. —

Nè andò troppo lungo tempo, che Paolo Giordano
ricomparve accompagnato orrevolmente, ma
senza Virginio. Quando Isabella lo vide solo, le si
spense in cuore l’estremo alito della speranza, a renunziare
al quale la creatura umana con difficoltà
infinita si conduce. Allora le parve davvero sentirsi
[pg!353]
leggere in faccia la sentenza di morte. Ed è la morte
una molto terribile cosa per tutti, ma segnatamente
poi per quelli che da infermità fisica non si trovano
disposti a patirla. Le corse un brivido nelle ossa; le
diventarono bianche le guance e la fronte; le labbra
le si crisparono pagonazze e convulse. E senza dubbio
non si vuole punto negare che bene il suo intelletto
l’avvertisse, avvegnachè non era da credersi
che presente il figlio volessero usare violenza contro
la madre. Ella andò incontro a Paolo Giordano, e
con una espressione inenarrabile lo interrogò:

— “Dov’è Virginio nostro?”

— “Il fratel vostro lo ha voluto trattenere ad
ogni costo: ha detto che anche troppo egli è facile
a svagarsi, e poi fa sudare acqua e sangue a rimetterlo
in carreggiata. Veramente mi parve ardua cosa
ch’io non mi abbia a godere il figliuolo mio dopo
tanti anni di lontananza; ma voi sapete che a me
tocca tenere bene edificato il Serenissimo.... Però ha
promesso mandarlo per un giorno in villa accompagnato
dall’aio....”

— “In villa! Qual villa?”

— “Al Cerreto.”

— “E quando?”

— “Presto....”

— “In villa lo manderà sicuramente, ma non al
Cerreto.... Forse domani...”

— “Non mi ha detto domani....”

— “No? — Ma a me il cuore lo porge.... Ahimè!
[pg!354]
perchè non gli ho dato il bacio dello addio?....”

— “Temete che vi manchi tempo a baciarlo?”

— “Credete voi che io avrò tempo a baciarlo?”
domandò Isabella cacciandogli addosso due sguardi
da penetrare nei più intimi ripostigli del cuore. E
Paolo Giordano, mandando obliqui i suoi occhi, s’ingegnava
sfuggire da indagini e da contestazioni:

— “Lo credo benissimo: o chi vi ha a tenere?
E, in caso di oblio, noi manderemo per esso. — Orsù
dunque, a cavallo; a che ci trattenghiamo più oltre?
Al Cerreto, alla pace.... alla quiete.... al riposo delle
durate fatiche.... ai dolci sonni!”

— “*Stultum est somno delectari, mortem horrere,
cum somnus assiduus sit mortis mutatio.*”

— “Che andate voi mormorando, Isabella?”

— “Tornavami al pensiero una sentenza di Seneca
nel libro dei costumi intorno al sonno, fratello
della morte....”

— “Come si addice cotesta citazione al caso
nostro?”

— “Niente.” — E due lacrime, — due lacrime sole
le proruppero dagli occhi, non già scendendo giù per
le guancie secondo l’usato costume, ma schizzando
a zampillo come l’ultima freccia scoccata dall’arco
del dolore. [93]_

— “A cavallo!...”

E i famigli istigati dalle premure di Titta, che
ormai si erano accorti avere ad obbedire come il
duca, e più del duca con prestezza mirabile apparecchiavano
[pg!355]
cavalli, carrozze, e un carro di masserizie
non solite a trovarsi in villa. Il maggiordomo
don Inigo aveva domandato con la solita brevità: — Se
avesse a caricare molte argenterie, e biancherie; — ma
Titta gli rispondeva:

— “Mai no, maggiordomo, chè io faccio conto
che al Cerreto vi soggiorneremo per poco.”

E si posero in via. — Il sole dardeggiava cocentissimo
i suoi raggi; tacevano i venti; non ispirava
un alito, e la vampa infuocata del tiranno dei cieli
opprimeva le cose e gli animali. Le fronde degli alberi
stavano immobili, chè non fiato, non sospiro di vento
osava agitarle; le acque non mandavano il consueto
mormorío; in tanto silenzio, e in così grande solitudine,
sole le cicale quasi ebbre di calore si affaticavano
nel canto fastidioso, che deve terminare con la
loro vita; e qualche ramarro traversando veloce più
che saetta la via, andava cercando un refrigerio di
cespuglio in cespuglio: ad aggravare l’affanno del
cammino, sommossa dalle zampe dei cavalli sorge
la polvere, e ricade tenacissima sopra i capelli e le
vesti dei cavalieri. I cavalli, smarrita la solita vivezza,
incedono anelanti, con le orecchie dimesse, e giù pei
colli e per le anche grondano sudore. — Paolo Giordano
acceso in volto, e molestato anch’egli da insopportabile
smania, dissimula non ostante il disagio,
e dice con voce, che s’ingegna fingere festosa:

— “Questo bagno di sole ravvivare il sangue;
l’uomo nato in terra italiana doversi rinfrescare infaticabilmente
[pg!356]
il petto co’ raggi del pianeta del giorno;
il calore essere padre di vita, anzi la vita stessa;
conciossiachè noi nasciamo caldi, e moriamo freddi;” — e
simili altre novelle, alle quali attendevano
pochi, rispondeva nessuno.

Intanto a grandissima pena giunsero sopra le
sponde dell’Arno. Nei giorni precedenti era caduto
un rovescio improvviso di pioggia, che sebbene avesse
aumentato la intensità del calore, per modo che sembrasse
piovuto fuoco, nonostante l’Arno se n’era
riempito, e menava le acque grosse giù per la china.
Chiamato il navalestro, accorse vedendo tanto nobile
e così inaspettata comitiva, e propose passarla in due
volte; molto più che le acque essendo gonfie, e la
barca trovandosi pel soverchio peso ad affondare di
troppo, potevano correre il rischio di qualche sinistro.
Ma tutti si mostravano impazienti di valicare il
fiume, e sopra gli altri il duca; però scesi i cavalieri
dai palafreni loro, le donne dalla carrozza, entrarono
in barca alla rinfusa con le bestie e co’ cariaggi,
senza punto pensare alle parole del navalestro, che
non si rimaneva di ammonire. Paolo Giordano e
Isabella si erano condotti sopra la parte estrema
della barca, che doveva prima toccare la sponda,
senza ricambiarsi parola. Paolo Giordano si pone a
guardare fisso le acque che scorrono; — scorrevano
quasi spinte da forza arcana, e gorgogliando profondo
pareva quasi si lagnassero della fuggevole
durata consentita loro dai fati. Allo improvviso,
[pg!357]
come se volgesse il discorso a sè medesimo, favella:

— “Queste acque, che mi passano con tanta furia
davanti gli occhi, si acquieteranno certamente
nel mare; ma le anime umane, non meno transeunti
di queste acque, dove mai giungeranno?”

— “Dove piacerà alla misericordia di Dio,” risponde
Isabella.

— “Misericordia! Dite piuttosto dove le meneranno
le opere e i meriti che si saranno acquistate
in questo nostro correre alla morte, che si chiama
vita....”

— “Giordano mio, nessuna creatura umana presuma
salvarsi mercè i suoi meriti. — Che cosa siamo
noi, se Dio non ci sovviene?”

— “Voi confidate molto nella misericordia di
Dio?”

— “Intieramente.”

— “Ma se i sacerdoti vi avessero chiarito imperdonabile....?”

— “Non mi terrei per disperata, e vorrei udire
io stessa questa parola di rigore dalle labbra immortali
del Padre di ogni carità....”

— “Ma Dio è giudice e vendicatore; egli visita
le generazioni, e punisce i peccati dei padri nei remotissimi
nepoti....”

— “Noi conosciamo un’altra legge, e sta nel
perdono, nella carità, e nello amore; e quella beatissima
donna di Santa Teresa chiama infelice il
demonio, perchè non sa perdonare, nè amare...”
[pg!358]

— “Domine aiutaci! — Andiamo capovolti! — Ve
lo aveva detto io!”

Questi gridi interruppero improvvisi il colloquio.
Subito dopo, ogni cosa era paura e subuglio. La
corda entro cui scorrevano le guide della barca si
ruppe; lo impeto delle acque sospingendola di traverso,
stava per sommergerla, priva com’era di quel
sostegno: urgeva imminentissimo il pericolo, diventato
maggiore pei moti incomposti degli uomini e
degli animali: l’orlo della barca toccava già l’acqua;
già stava per riempirsi irreparabilmente.

Paolo Giordano in quel trambusto non solo non
parve che se ne spaventasse, ma anzi ne godesse,
e con un grande urlo esclamò:

— “Tutti allo inferno!”

Ma il navalestro fu in tempo a cacciare la stanga
dalla parte ove la barca minacciava affondare, e
questa ristette a un pelo dallo sparire sotto acqua. — Riparato
così al subito pericolo, gli altri sovvennero
il navalestro; e adoperandovi le forze riunite,
valsero a tenere ferma, sebbene con fatica, la barca:
allora un garzone con altra corda in mano si gittò nel
fiume, e superata la corrente mise piede sul greto,
e con l’aiuto di qualche villano, che aspettava dall’altra
riva per traghettare, tirando la corda di cui
un capo era rimasto legato alla barca, la condusse
in luogo di salute. Scesero, e al navalestro, che
col berretto in mano andava ricordandosi alla memoria
loro, che parevano ai sembianti fratelli germani
[pg!359]
dell’oblio, Isabella guardandosi addietro, parlò:

— “Perchè ci hai salvato? Molti sarebbero morti
innocenti, che ora andranno dannati.”

E Paolo Giordano:

— “Perchè ci hai salvato? Chi te lo aveva detto?
E chi te lo aveva domandato? Saremmo iti allo
inferno senza pure accorgercene.”

Troilo e gli altri lo guatarono in cagnesco. Il
dabbene uomo pensava trasecolare. Rimaneva ultimo
don Inigo, tutto nero, pallido in volto, truce negli
sguardi. Se agli occhi del navalestro gli altri sembrarono
il demonio, questo pareva la versiera: ormai
in cuor suo aveva fatto una croce sopra la mancia
sperata; nonostante per non mancare al costume si
mosse per chiedergliela, ma la voce gli venne meno
a fiore di labbra. Don Inigo gli sbarrò addosso due
occhi per cui il navalestro dette indietro tre passi, e
don Inigo col medesimo sembiante lo incalzava pure
sempre, e quegli sempre indietro. Don Inigo si cacciò
la mano sotto il giustacore; e l’altro, temendo che
ne traesse daghetta o pugnale, si tenne per ispacciato;
ma invece ne cavò due bellissimi ruspi, e
glieli porse. Il navalestro non si fidava, ma l’amore
del danaro vinse la paura; si accostò, e stese anch’esso
la mano aperta, ma tremante. Don Inigo
lasciò cadervi dentro i ruspi senza dire parola; li
prese l’altro senza fiatare: quegli volse le spalle al
navalestro, il navalestro a lui, che correndo a gambe
verso la barca, non si tenne sicuro finchè non vi si
[pg!360]
trovò dentro. Allora aperse la mano, sospettando
che le monete fossero diventate di piombo, siccome
suole accadere, giusta la volgare credenza, di quelle
che vengono coniate nella zecca infernale; ma di
oro, come gli parvero prima, così anche adesso gli
parevano: ad ogni modo se le chiuse bene in saccoccia
esclamando:

— “Io le farò benedire, perchè se non era la
Tregenda quella che ho passato poco anzi, vo’ che
mi si dica non essere io il navalestro del Petroio!”

Eccoli giunti a Cerreto-Guidi; eccoli giunti a piè
delle ardue cordonate per le quali si perviene faticosamente
in cima alla villa.

Villa! Sì certo così chiamavano e tuttavia chiamano
il fabbricato che fu una volta proprietà d’Isabella
Orsini a Cerreto-Guidi. Bellissima colà ride
la natura, e fa di sè lieta mostra, e nonostante gli
uomini mettendovi sopra quelle funeste loro mani
sono giunti a renderla luogo di terrore: un poggio
che lasciato stare intatto sarebbe stato quanto altro
mai delizioso e leggiadro, fasciarono di mattoni e di
pietre, e lo convertirono in fortilizio. Quattro scali
ripidissimi, due per parte, conducono alla sommità:
i primi formano angolo a piè del colle, e si distendono
a destra l’uno, l’altro a sinistra; i secondi
prendono principio là dove questi terminano, e si
riuniscono in angolo davanti la piazza del palagio. I
muri vengono giù a scarpa, tutti di mattoni di colore
vivacissimo, sicchè paiono pure ora tinti di sangue:
[pg!361]
le bozze, i cordoni, e gli orli dei parapetti sono di
pietra di Gonfolina; i primi scali attraversano quarantadue
cordoni l’uno dall’altro assai più di un
gran passo discosto, i secondi di quarantatrè; il poggio
sotto è scavato, e l’uomo vi si avvolge per tortuosi
sotterranei. In mezzo alla muraglia occorre
parimente di pietra una immane arme; ma le palle
medicee, o per provvidenza di tempo, o per opera
umana caddero, come cadde la famiglia dei Medici,
come cadde la potenza di lei, come cadranno tutti
i potenti del mondo nel sepolcro. A cui più tardi, a
cui più presto, ma a tutti fatalmente sovrasta l’autunno,
imperciocchè noi siamo fronde attaccate all’albero
del tempo, e il tempo anch’egli è fronda peritura
della eternità. Ma caduti gli uomini, e spente le
cose, avanza la fama, la quale comecchè vecchia e
zoppa, non muore mai, nè si ferma; e sebbene tardi,
arriva sempre a raccontare ai posteri i vizi e le virtù
dei trapassati. Vissero tristi potenti, che le strapparono
la lingua, e crederono averla resa muta: ma la
lingua della fama rinasce come la testa della idra;
e Dio non consente che venga Ercole per lei, avvegnachè
la mandi sopra questa terra a modo di precursore
della sua tarda, ma inevitabile giustizia. —

Il palagio contiene una sala vastissima terrena:
in fondo ha un arco, e dalla parte destra dell’arco
mediante larghe scale di pietra si ascende al primo
piano.

Entrati appena a mano destra, occorre un quartiere.
[pg!362]
Entratevi, andate in fondo, ed ecco troverete
una stanza che fa cantonata: uno dei lati, quello di
fianco, guarda mezzogiorno; l’altro di facciata, ponente.
Adesso ha una sola finestra sopra la facciata;
nel tempo della nostra storia ne aveva due. La seconda
si apriva nel lato di ponente: vi sono due
porte: una grande, e palese; l’altra piccola, e segreta,
una volta coperta dalla tappezzeria di damasco
verde. Io ho misurata la stanza, e la trovai dieci
passi lunga, e sette larga. Nel muro vidi uno armario
profondo, di cui nessuno si accorge dove non
guardi attentamente: voltate in su gli occhi al soffitto
altissimo; avvertite, sono sedici travicelli, che
posano sopra un trave maestro.... Ma non è per farvi
contare i travi e i travicelli, che io vi persuado a
voltare in su gli occhi; no in verità: badate bene,
là sotto il trave maestro accanto al terzo travicello,
contando dalla parte parallela alla facciata, e osserverete
un fóro....

Ricordate cotesta stanza, e quel fóro. — Corrono
ormai duecentosessantotto anni che quel fóro sta
così....

Cerreto fu detto dalla copia dei cerri che ombravano
il colle e larghissimo tratto di paese, come
Frassineto dai frassini, e Suvereto dai sugheri, e
Rovereto dai roveri. [94]_ — Ora dove andarono i cerri?
L’occhio del passeggero cerca invano un albero sotto
del quale riposare il capo riarso dalla vampa del
sole, e non unicamente a Cerreto, ma per quanto
[pg!363]
si distende la Toscana, e perfino sopra i gioghi ardui
degli Appennini, ogni giorno più scarsi s’incontrano
gli alberi. — Oh! ella è pure trista necessità quella
di spogliare la terra di tanto stupendo ornamento.
Sparirono le selve, e con esse le Driadi, e le Amadriadi,
e i Fauni, e i Silvani, e l’altra amabile famiglia
di cui le popolava la fantasia dei poeti; sparirono
le selve, e con esse i cavalieri erranti, le
lancie corse, le imprese onorate, le fate, i nani; e le
regine della bellezza di che le faceva liete la immaginazione
dei romanzieri. Le Ninfe dei boschi seguitarono
al mare ululando i tronchi diletti, e li raccomandarono
alle Vergini oceanine, non altramente
che se fossero stati figliuoli dilettissimi: e le oceanine
Vergini ne presero cura, gli foggiarono in navi,
gli ornarono di vele candidissime come le ale dello
smergo, dettero loro la velocità dello albatro, la
vaghezza dello alcione; poi con le mani e con gli
omeri nudi ne spinsero la poppa; e i venti secondi,
gareggiando con le Ninfe, soffiarono dentro le vele,
e si compiacquero distendere pel cielo azzurro la
bandiera della nostra contrada.

La nave, percorso mari intentati, portò arti, riti
e insegnamenti di ordinario vivere civile a popoli
sconosciuti e selvaggi, e la bandiera della contrada
era salutata nelle remotissime spiagge come un segno
di salute. Ahimè! questo è un desiderio che
ormai non potrebbe più andare, quantunque volendo,
adempito. La patria ha perduto la chioma dei
[pg!364]
suoi boschi, in quella medesima guisa che le greche
vergini si recidevano i capelli sopra le tombe dei
diletti defunti. I nostri alberi furono convertiti in
navi, ma non per noi; i venti ne spiegarono la bandiera,
ma non era la nostra; sostennero battaglie,
ma non per le sorti della patria; andarono cariche
di merci, ma non raccolte nelle nostre campagne,
nè dalle mani nostre fabbricate: bene furono condotte
per mari ignoti a traverso inusitate procelle e
immani pericoli da italiani uomini, ma di coteste
imprese altri raccolse il frutto, e alla patria venne
una sterile rinomanza. Nazioni barbare ci comprano
i boschi, mentre presso di loro il ferro si astiene
dalle querce sotto le quali i Druidi celebravano i
misteriosi sacrificii. — Ahi! gente trista, che vendi
tutto, e potendo venderesti anche il tuo sole e il tuo
cielo, perchè, se in te non hai parte alcuna di ardimento
o di gloria, diseredi i tuoi nipoti? Perchè, non
contenta della tua vilezza, apparecchi ai tuoi figli
una eredità di vergogna e di lacrime? Qual giudicio
ti aspetta oltre la fossa, dacchè i figliuoli si accorgeranno
di avere avuto genitori soltanto dal male
che ne ricevono!

Ma Cerreto allora andava ombroso di copia di
cerri, di olmi, di lecci, di querce e di alberi di
ogni maniera; e per quei boschi volavano di ramo
in ramo fagiani, francolini, ed altre infinite famiglie
di uccelli; per le frasche saltavano caprioli, daini,
cervi, e lepri, e cignali; sicchè era luogo sopra ogni
[pg!365]
altro adattissimo alle cacce, delizia suprema della
vita dei principi.

Mentre Isabella sorretta dal suo consorte poneva
il piede sopra lo scalo, inciampò nel primo cordone,
e ne sentì acerbo dolore; onde voltasi a Paolo Giordano
sorridendo mesta gli disse:

— “Malo augurio è questo: un Romano tornerebbe
indietro.” [95]_

E Paolo Giordano, non occorrendogli alla mente
nulla di buono, si tacque, sforzandosi a sua posta
di ridere.

Giunti nel palagio, ognuno andò nelle sue stanze;
il duca in quelle ov’era la camera dal fóro qui
sopra descritta, attendendo alle mondizie della persona.

Fatto ch’ebbero lavacro delle membra con
acque odorifere, cambiate le vestimenta, acconci i
capelli, si ridussero nel piazzale avanti il palagio.

Il sole privo di raggi sembrava un occhio insanguinato,
e lo emisfero da quella parte offriva
l’apparenza di un lago di sangue. Immenso spazio
di paese si distendeva davanti ai nostri personaggi,
chè da quella sommità in gran parte i contadi di
Firenze, di Pistoia, di Volterra, di Pisa, di Colle,
di Samminiato, e perfino di Livorno, si scorgono.
Gruppi di case si vedono su per quei poggi dintorno
come gregge di capre alla pastura; dai casolari s’innalzavano
diritte colonne di fumo, e voci di canzoni
melanconiche si diffondevano per la campagna, alle
[pg!366]
quali rispondevano alla lontana altre voci del pari
piene di mestizia. Da una nuvola nera di tratto in
tratto guizzava una lingua di fuoco simile alla spada
dell’Arcangelo vendicatore nascosto per avventura
là dentro. Il sole intanto si attenua.... adesso pare
una margine di ferita.... è sparito! Isabella, mossa
da impeto irresistibile, sporgendo ambe le braccia
con l’abbandono disperato col quale vediamo sparire
sotto la terra i dilettissimi nostri, esclamava:

— “Addio, o sole, addio!” — E con le mani si
coperse la faccia.

— “Addio a domani,” riprese Giordano; “e fa
di levarti con meno tristo sembiante di quello col
quale ci abbandoni. Belle campagne, amiche selve,
ozii beati, pur torno alfine a godervi, nè io sarò per
certo a lasciarvi sì presto. Io sono stanco di correre
dietro alla gloria, che mai si raggiunge; o se si raggiunge,
quando l’uomo pensa di stringere un sommo
bene, torna con le mani vuote al petto. Io voglio
deliziarmi nelle domestiche dolcezze, le sole veraci
nel mondo. Mi rendo in colpa, e vi domando perdono,
Isabella, e mi vi lego con giuramento di non
lasciarvi mai più. Mercè vostra, se io tornando a
casa non vi comparvi straniero; grazie sieno alla
bontà egregia della indole vostra, se dopo tanti anni
riducendomi a voi mi fate credere di essermi partito
pure ieri. Il mio cuore è infermo; a voi sta guarirlo
affatto dalla febbre dell’ambizione, che lo ha travagliato
mai tanto.”
[pg!367]

E Isabella lo guardava, e sorrideva mesta senza
aprire labbro; ma Troilo, che le parole reputava
vere, consolandolo favellava così:

— “Ora come potete dire avere speso i vostri
giorni invano? voi in cento battaglie avete raccolto
tanta mèsse di allori, da coronarne due Cesari; e per
tacere delle altre, a Lepanto, combattendo fortissimamente
vi acquistaste tal nome, che la storia
registrerà con orgoglio nelle eterne sue pagine.
Deh! vogliate appagare il mio lungo desiderio:
narratemi le vicende di cotesta battaglia di giganti.”

— “Più tardi, Troilo, più tardi: ma, io ve lo
ripeto, tutto è vanità. Guarda, e vedrai qual bene
uscì da tante morti, da tanto affanno, e da tante
ferite? I Cristiani l’uno dell’altro astiosi non seguitarono
il corso della vittoria; i Turchi insorgono più
infesti che mai; e Don Giovanni, malgradito vincitore,
riporta in premio della sua prodigiosa prestanza
l’oblio, e lui avventuroso se non lo incoglie
anche peggio! Quel suo gran cuore di soldato, che
si espande nei pericoli del combattimento, condannato
a rodersi in corte, presto cesserà di battere; [96]_
imperciocchè la gloria fosse la sua aria, il suo sangue
il pericolo, le battaglie la vita. Appunto lo esempio
di cotesto illustre infelice mi persuade a fare
senno, e a piegare le vele affaticate dal lungo cammino. — Veramente
è tardi, ma pur meglio una
volta che mai; la mia vita ha consumato anche il
[pg!368]
vespero.... almeno Dio mi conceda riposato il tramonto!”

-----

Gli scudieri avevano con molto accorgimento
apparecchiato le mense giù nella sala terrena, e liete
apparivano dei doni di Cerere e di Lieo; molti doppieri
mandavano luce vivissima, la quale si rifletteva
con raggi infiniti pei lucidi argenti, per le porcellane
candide, e pei forbitissimi cristalli. Avevano
aperte tutte le porte che mettevano capo nella sala;
e di riscontro alla porta maestra che dava adito al
piazzale, l’altra corrispondente ai giardini; e nonostante,
tale era la gravezza dell’aere affannoso, che
non una fiaccola vedevi oscillare sopra i candelieri,
e le pieghe delle portiere stavano immobili non altramente
che se di marmo o di piombo si fossero. — Per
tante foci non iscaturiva refrigerio alcuno di aria
fresca.

E si assisero a mensa. Paolo Giordano faceva
ogni sforzo affinchè i commensali si dessero in balía
alla gioia scapigliata e fragorosa: egli aveva mestieri
di eccitamento; s’ingegnava stordirsi; nel rumore di
allegrezza bugiarda intendeva celare la interna procella:
insomma due cose egli cercava principalmente,
coraggio a persistere, e capacità a simulare. Alla
perfine gli venne conseguito il disegno: i commensali,
non avendo motivo di reputare falsi i conforti
di Paolo Giordano, si abbandonarono a franca ed
aperta dimostrazione di esultanza; e così venne temperata
[pg!369]
la gioia artifiziosa e ghiaccia che ostentava
costui. Troilo, comecchè, seguendo il costume degli
ignoranti, assai presumesse di sè, e quindi sperando
bene gli sembrasse non potere sbagliare, pure non
se ne stava del tutto tranquillo, e per lo meno reo
consiglio divisò affogare ogni tristizia nel vino. Cominciarono
i colloqui a diventare concitati e vivaci;
i motti arguti volavano di labbro in labbro; di su, di
giù, s’incrociavano i detti lepidi, e non mancarono
parole di doppio significato, e novelle, che fanno abbassare
gli occhi e sorridere le donne. Ferveva la
mensa; gli scudieri si affaccendavano attorno recando
vini di più maniere, e fumanti vivande; il mormorio,
che nasce da molte voci favellanti insieme, indizio
certo di festoso banchetto, empiva attorno la
sala e di tratto in tratto era rotto da altissime risa.

Ma Isabella partecipa a cotesta giocondità quanto
importa per non dare prova del turbamento che l’angustia;
e non le sfugge che Paolo Giordano, mentre
conforta gli altri e lei a bere sovente, egli non beve
mai, tocco appena con le labbra il bicchiere, lo
pone sopra il vassoio. I suoi occhi cercano spesso
quelli di Giordano; ma Giordano li schiva a sommo
studio; o, se pure li incontra, li torce altrove con
prestezza maravigliosa. Non è già ch’ella si affanni
di questo, dispostissima a tutto; ma per una vanità
insita alla nostra natura, si compiace nel volere manifestare
a Giordano come lei si potesse uccidere,
non ingannare.
[pg!370]

E poichè agli uomini non mancano mai motivi
di bevere e di nuocere, così nè importa riferire, nè
giova, in quante guise e per quante cause bevessero.

Troilo in parte cedendo alla universale esultanza,
in parte anche per procurarsi viepiù la grazia
del cugino, si alza improvviso, e tenendo in mano
un bicchiere colmo, in questo modo propizia a Paolo
Giordano:

— “Alla salute del cavaliere fortissimo di Cristo,
al felice combattitore di Lepanto....”

Non vi è cosa al mondo che pesi tanto immensamente
insoffribile, quanto la laude in bocca al
nemico: nessuna ingiuria può crucciare quanto cotesto
elogio; e a Giordano poi parve fuor di modo
molesto, come colui che conobbe troppo bene dipartirsi
da stupidezza, ma mescolata da malizia; ed
è anche questa offesa non piccola alla vanità dell’uomo,
lasciare lo stolto in fede di averti potuto
gabbare. Pure Giordano simulò; che quando aveva
tolto a sostenere la prova, sebbene la sua natura
non glielo consentisse, era capace per arte a simulare
quanto il meglio addestrato.

Allo invito di Troilo risposero tutti acclamando;
e comecchè nella frenesia di cotesto urlo grande
fosse la virtù del vino, pure così sgorgava sincero
dal cuore, che il guerriero n’ebbe conforto, e gli
temperò l’amaro che gli porgeva la origine di cotesto
grido, pensando da cui movesse, e perchè.

Giordano si levò anch’egli in piedi, e preso un
[pg!371]
bicchiere, atteggiando la persona al saluto diceva:

— “Per me è troppo! Ma lingua umana non potrà
mai esaltare tanto che basti le anime inclite di
coloro che combattendo in cotesta memorabile giornata
perirono.”

— “Oh! di grazia, signor duca, non ci negate il
piacere e l’onore di sentire raccontare da voi le vicende
di cotesta battaglia: ve lo chiediamo per quanto
amore portate alla vostra dama....”

— “No; a che monta? Non lo avete voi letto per
le storie dei tempi?”

E i commensali di nuovo con voci diverse:

— “Ma così allo ingrosso; — senza distinzione di
fatti e di casi: — chi più offendesse, chi meglio difendesse. — E
poi, altro, bene altro è leggere una
relazione di battaglia, che udirla da tale che vi combatteva,
il sangue suo vi versava e vinceva. Per
mercè, narrateci la battaglia.”

E Titta che vi aveva accompagnato Paolo Giordano,
e al suo fianco combattuto, e salvatogli la vita,
desiderava che la prodezza sua insieme a quella
del suo signore si manifestasse; sicchè più degli altri
premuroso instava onde Paolo Giordano, che pure
era bel parlatore, esponesse le vicende e i pericoli
della battaglia famosa. Nè la repugnanza di Giordano
poi, a guardargli sottilmente nel cuore, si sarebbe
conosciuta sincera; non già ch’ei fosse *miles gloriosus*,
ma ad ogni soldato piace ricordare le zuffe e le ferite,
e mostrarsi largo dispensiere di laude ai nemici,
[pg!372]
o vincitori, o vinti; — se vincitori, per onestare
la disfatta; — se vinti, per fare più bello il trionfo.

Titta pertanto, con tal suo garbo che non
era preghiera, non comando, e dell’una partecipava
e dell’altro, aggiungeva:

— “Di grazia, Eccellenza, se la modestia trattiene
lei, non defraudi me delle mie lodi; perchè ancora
io combattei; e avendomi la fortuna piuttosto che
la mia prodezza fatto abilità di salvare la vita ad uno
strenuissimo guerriero, non posso renunziare ai vantaggi
che mi vengono da questa azione, comunque
condotta dal caso....”

— “Tu mi hai vinto, ed io non potrei tacere
onestamente quando il silenzio dovesse essermi
ascritto a ingratitudine. Orsù, favorite le orecchie; io
favellerò breve e disadorno, com’è concesso a un soldato.
E voi, Isabella, ritenete quanto sarò per dire,
e fatene nobile argomento dei vostri canti.... avvegnachè
al guerriero oggimai per guiderdone null’altro
rimanga, tranne il riso della bellezza, e la luce del canto....”

— “Non basta?” — domandò Isabella.

— “È troppo. — La Cristianità si era commossa
profondamente: baroni di alto lignaggio, uomini plebei,
da tutte parti accorrevano a combattere i nemici
di Cristo, molti per ottenere la remissione dei
peccati, e le indulgenze bene in questa occasione largite
dal pontefice Pio V; ma come erano le voglie dei
combattenti prontissime, immensa la cupidità di stringersi
[pg!373]
a mortale battaglia, così non accordavano le
segrete intenzione dei principi collegati. Desideravano
la giornata i Veneziani, la desiderava caldissimamente
il Pontefice; ma Filippo II repugnava avventurarsi
in impresa dove ne andavano tutte le forze
del regno, e dove la vittoria forse avanzava meglio
le cose degli altri collegati che le sue; nè in quel
suo profondo e maligno consiglio amava che gl’italiani
uomini acquistassero una bella fama, temendo
che non venissero a sentire il bisogno, come vuole
la nostra natura, di acquistarne una molto maggiore.
Il gran Commendatore di Castiglia era stato imposto
a don Giovanni di Austria come un freno da rodere,
e non rifiniva mai da susurrargli negli orecchi, temperasse
quei suoi spiriti bollenti; suprema gloria,
suprema religione essere il vantaggio del re suo fratello:
sicchè l’anima grande di cotesto magnanimo
pendeva contristata da incertezza affannosa. Ma ogni
giorno accorreva nuova gente per combattere, non
cercando altro premio nè altra gloria, tranne quella
di spargere il proprio sangue per la fede. Don Giovanni
mandava dal cuore profondi sospiri, stava torbido;
con gli occhi fissi al pavimento ora divampava
vermiglio, ora pallidissimo allibiva. Ad aggiungere
sproni a cotesta anima, di per sè focosa, si univano
i conforti di Gabrio Serbelloni, generale delle artiglierie,
di Ascanio della Cornia, maestro generale di
campo, e di Sforza conte di Santafiore, generale
degl’Italiani pel re Filippo, e sopra tutto una cura [97]_
[pg!374]
misteriosa e profonda che gli prorompeva dal cuore,
e che pure sapeva quel forte regalmente comprimere: — e
nonostante, pareva che la battaglia non sarebbe
accaduta, chè la fortuna legata ai peggiori con
ogni sua possa attraversava la impresa; e già una
fama molesta si spargeva, che per essere la stagione
tarda, fortunevoli i venti, avrebbero in cotesto anno
tentato senza più impadronirsi di Castelnuovo, o della
Velona, o di Durazzo, o di Santa Maura. Arrogi che
don Giovanni stesso, concitato di grandissimo sdegno
contro i Veneziani, per poco stette a perdere la occasione
per la quale il suo nome perverrà immortale
ai più tardi nepoti. Le galee veneziane scarseggiando
di soldati, parve bene a don Giovanni di fornirle
con le sue genti italiane e spagnuole; rimedio peggiore
del male, conciossiachè non passasse giorno
che non ne nascessero tumulti, e risse, e zuffe sanguinose.
Il capitano Muzio da Cortona, posto sopra la
galea di Andrea Calergi nobile cretense, venuto a contesa
con alcuni Veneziani, messa mano alla spada,
ne ferì parecchi; onde vi si fece tumulto, fu chiamato
all’arme, e volgendoglisi quanta accorse quivi gente
veneziana allo incontro, malamente il conciavano;
ma il Veniero generale veneziano, come se ciò non
bastasse, lo fece prendere, e così grondante sangue
senza misericordia impiccare. Don Giovanni, estimando
offesa la sua autorità, era deliberato a tôrre
una solenne vendetta contro i Veneziani, rigettando
gli argomenti co’ quali Marcantonio Colonna e il provveditore
[pg!375]
Barbarigo s’ingegnavano raumiliarlo. — Ma
Dio, che vegliava alla salute nostra, operò sì che
pervenisse col mezzo di certa nave di Candia la
nuova infelice della perdita di Famagosta; ed aggiungeva
la fama, come Marcantonio Bragadino e Astorre
Baglioni, difesala valorosamente dieci mesi, costretti
per diffalta di munizioni e dalla impazienza dei cittadini,
l’avessero resa a patti onorati: ma il barbaro
vincitore rompendo la fede, ordinò prima, che al
Bragadino si mozzassero le orecchie, e poi fattolo
trarre a vituperio sopra la piazza, dopo inenarrabili
strazii volle che lo scorticassero vivo; nè di ciò ancora
contento, riempita la pelle di fieno, la sospese all’antenna
di una galeotta, mostrando per la Soria e per
le altre contrade del Turco lo infame trofeo. — Allora
don Giovanni, chiusi gli occhi, e diventato pallido
in volto come per morte, parve uomo che avesse
ricevuto una percossa fortissima sopra il capo; e così
stette alcun tempo: poi componendosi a regale atteggiamento,
si volse al Veniero pacato, e la mano gli
stendendo disse: — Pace! noi non abbiamo nemici
altri che i Turchi. — Quel sembiante, quelle parole,
e il modo col quale furono profferite, fecero raccapricciare
gli amici che gli stavano attorno: pensate
quale effetto avrebbero sortito sopra i nemici! Marcantonio
Colonna, che gli era accanto, mi affermò
che nella luce sinistra degli occhi di cotesto magnanimo
principe a lui parve leggere la morte di ventimila
infedeli. Il Veniero strinse la invitta destra, e
[pg!376]
la baciò, e non potè ristarsi da esclamare fra i singulti: — Disgraziato
Bragadin! Povero sangue! — Spagnuoli,
Tedeschi, e Italiani, deposta ogni ira, si gettarono
lacrimando le braccia al collo, si baciarono
in bocca, e si dissero: — Pace! — Quindi con súbita
vicenda cacciandosi le mani fra i capelli, percuotendo
dei piedi la terra, con orribilissimo grido urlarono: — Arme,
arme! — Ed arme sia! — rispose don Giovanni
recandosi in mano la spada nuda, che agitata
traverso ai raggi del sole parve mandare, e mandò
certo vivissimi lampi di luce divina; ed ordinò che
sopra la sua galera spiegassero il gonfalone della
Lega mandato dal Pontefice, ov’era dipinto il Crocifisso
con l’arme dei collegati sotto, nel mezzo
quella del Papa, a mano destra quella del Re, e a
sinistra quella dei Veneziani. Il vento, e non fu lieve
auspicio di vittoria, distese per l’aria il glorioso
vessillo, per modo che pareva mani invisibili lo tenessero
tirato pei quattro lati; e don Giovanni fissandovi
gli occhi con pietosissimo affetto, esclamò: — *In
hoc signo vinces!* — *In hoc signo vinces!* — esclamarono
i prossimi; e queste sacre parole, con
prestezza prodigiosa propalate, vennero in un momento
dai più remoti legni ripetute. Il gran Commendatore
di Castiglia, che aveva dal Re mandato segreto
di attraversare la impresa, sia che considerasse
quanto era grande pericolo mostrarsi avverso, sia
piuttosto che dallo impeto universale si sentisse stravolto,
mutati atti e sembiante, procedeva più animoso
[pg!377]
degli altri, e sovente mormorava: — Da Madrid
si può comandare di starsi fermi, ma davanti il nemico
non si può obbedire! —

“Un altro successo nel quale vedemmo manifestarsi
palese la mano di Dio fu questo, che essendo
i nemici lontani, e potendo schivare di venire a giornata,
e qualcheduno dei caporali loro avendolo con
moltissimi ragionari persuaso, allo improvviso giunsero
le spie, le quali avvisarono essere rimasto indietro
il nerbo dell’armata cristiana. Notizia che in
parte era vera, ma accresciuta di mille doppi dalla
fama, avvegnadio si movessero tardi e non arrivassero
in tempo le ventisei navi capitanate da don Cesare
Davalo d’Arragona, in quei tempi dolentissimo
per la morte del marchese di Pescara suo fratello,
morto il luglio avanti: il quale insieme con don Giovanni
era stato proposto a capo di tutta la impresa.
Sopra queste navi andarono le fanterie tedesche
condotte dai conti Alberigo da Londrone, e Vinciguerra
d’Arco, per modo che essendosi vinta la impresa
massimamente per lo sforzo degli Italiani, a
cagione loro non c’incolse diminuzione di gloria. — Nel
medesimo errore condussero noi le nostre spie
referendoci con false notizie mancare nell’armata
turchesca Aluccialì con ottanta galee. Così da una
parte e dall’altra maraviglioso era il desiderio di
combattere, parendo ad ognuno doverne avere la meglio.
Alì Pascià del mare, considerando spirargli prosperevole
il vento, senza frapporre altro indugio
[pg!378]
mosse tutta l’armata con fretta molta, ed ordine poco,
dal golfo di Lepanto. Il cavaliere Gildandrada,
mandato innanzi a specolare, tornava il sei di ottobre,
che fu sabato, nel cupo delle tenebre, a farci
avvertiti dello approssimarsi dei nemici: navigammo
tutta la notte; e la mattina all’alba sette ottobre, giorno
della festa di Santa Giustina vergine, attingemmo
le Curzolari, anticamente chiamate Echinadi, distanti
circa trentacinque miglia da Lepanto. In questa,
ecco tornare Giovanni Andrea Doria, avvisando si
disponessero a combattere, conciossiachè l’armata
turchesca secondata dal vento stava per giungere loro
addosso. Allora don Giovanni con mirabile serenità
comandò che l’armata si mettesse in ordinanza, la
quale fu questa: le galee si divisero in centro, in
corni, in vanguardia e in dietro-guardia, in maniera
che parevano disegnare la forma di un’aquila. — Giovanni
Andrea Doria capitanava il corno destro con
cinquantatrè galee, ed ebbe insegna verde attaccata
alla punta dell’antenna. Agostino Barbarigo condusse
il corno sinistro con altrettante galee, spiegando bandiere
gialle dal calcese. Fu preposto alla retroguardia
don Alvaro di Baxan, marchese di Santacroce, con
trenta galee e bandiera bianca sopra la poppa, disposto
a soccorrere dove meglio ne apparisse il bisogno.
Guidò la vanguardia con otto galee don Giovanni
di Cardona, portante anch’egli insegna bianca.
La battaglia poi, di sessantuna galea, governava don
Giovanni con bandiera azzurra in cima all’albero; e
[pg!379]
siccome presagivano che lo sforzo disperato si sarebbe
vôlto da questa parte, così posero a difesa
della galea reale, a mano destra, la Capitana del
papa con Marcantonio Colonna generale, Romagasso,
ed altri cavalieri; a sinistra, la Capitana veneziana
con Sebastiano Veniero generale, appresso la quale
era la Capitana di Genova con Alessandro Farnese
principe di Parma, e dall’altra parte la Capitana di
Savoia con Francesco Maria della Rovere duca di
Urbino: i lati di questa battaglia venivano chiusi a
destra dalla Capitana di Malta, a sinistra dalla Capitana
Lomellina, dove combatteva io stesso; — avanti
alla poppa della Reale stavano la Capitana
e la Padrona di Spagna col gran Commendatore.
Ottimo accorgimento poi fu, come dimostrò lo
effetto, di porre le sei galeazze veneziane, munite
ognuna di quattrocento archibusieri elettissimi, di
sessanta cannoni di bronzo, di tormenti e di fuochi
artificiali da offendere, davanti forse un mezzo miglio
i corni e la battaglia; le due governate da Andrea
Pesaro e Pietro Pisani di fronte al corno destro;
le due di Antonio e Agostino Bragadino, innanzi
al sinistro; a capo della battaglia le altre di Giacomo
Guoro e Francesco Duodo. — Ahimè! perchè
non mi arride un genio amico, e perchè non mi
ascolta tutta la Cristianità, per celebrare col canto,
che eterna anche i mortali, quei magnanimi che accorsero
volontarii a prendere parte nella memoranda
giornata? Io pregherei la Madre di Dio, che non
[pg!380]
circonda la fronte di allori caduchi in Elicona, a richiamarmi
alla memoria i nomi tutti degl’incliti che
vinsero vivendo, e de’ martiri che vinsero morendo;
e principalmente di questi, dacchè sebbene io creda
che si delizino adesso nelle sedi beate, pure il suono
della laude torna più degl’incensi gradito anche ai
celesti. Ma non isfrondiamo l’alloro; che forse nascerà
chi con voce migliore valga a dispensare il meritato
guiderdone a cotesti generosi: così almeno giova
sperare! Dalla parte opposta, condotta dal vento greco-levante,
che le spirava secondo, si avanza l’armata
nemica, occupando largo spazio di mare, frettolosa
e scomposta, come quella cui tardava sterminarci,
e temeva le sfuggisse davanti una vittoria certissima.
Descriveva la forma di mezza luna: trecento
e più erano le vele. Alì Pascià generale di mare, e
Pertau generale di terra, guidavano la battaglia;
Siroc governatore di Alessandria, e Memetbeg governatore
di Negroponte, il corno destro; il sinistro
Aluccialì vicerè di Algeri. La Reale turchesca
non appariva meno gagliardamente difesa della nostra,
avendo ai lati sei galee principali, tre di qua
e tre di là, su le quali a mano destra erano Pertau,
Mamud Rais capitano dei Giannizzeri, Saderbei governatore
di Metelino, e a sinistra Mustafà tesoriere,
Caracoza governatore della Velona, e Caragialì capitano
dei corsari. Don Giovanni, poichè ebbe veduta
in ordine l’armata, sceso dentro un agile legnetto,
trasvolava di galea in galea, confortando a combattere
[pg!381]
valorosamente con brevissime e fortissime parole,
chè il tempo, il luogo, e la indole dell’uomo
non consentivano lunghe dicerie. Corre fama che
giunto sotto la Capitana di Venezia, nel vedere Sebastiano
Veniero, vecchio di settantasei anni, tutto
cinto di elette e splendide armi, col capo scoperto
per canizie venerabile, acceso in volto di stupendo
ardore, confortare i suoi ad operare virtuosamente,
ammirando la bontà dell’uomo, gli gridasse: — Padre!
padre! benediteci tutti!... — E il Veniero guardando
il cielo, quasi impetrando dall’alto la facoltà
di benedire, stese il braccio, e fece il segno della
salute esclamando; — siate benedetti in nome del
Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. — Dalle galee
usciva un fremito, annunzio di prossima strage....“

— “Io mi ricordo” interruppe Titta “che giunto
sotto la nostra Lomellina, ci fece un baciamano, e
gridò: — A voi non dico nulla, uomini prodi, — e
sparì via....”

— “I cappuccini e i gesuiti col crocifisso in mano,
e con parole ardenti sopra i labbri, senza paura
del pericolo imminente, di su, di giù, trascorrevano
suscitando le ire, aizzando il furore, a tutti concedendo
remissione di peccati, e indulgenze amplissime,
e speranza certa di vincere, e preda infinita....”
Quando don Giovanni si ridusse al bordo della sua
galea, gli occorse agli occhi una fregatina piena di
vigorosi rematori in atto di aspettare: ne domandava
al governatore della sua galea, il quale rispose: —
[pg!382]
averla apparecchiata ad ogni evento, perchè il principe
potesse mettersi in salvo: — e don Giovanni
fieramente: — Affondatela; fo voto a Dio di volere
piuttosto morire combattendo per Cristo, che campare
con vergogna. — Al Commendatore, che per
debito di ufficio lo ammoniva ad avvertire meglio
sopra il fatto del combattere: — Orsù, disse, il tempo
della consulta è passato; ora attendete ad operare il
consultato. — Ecco balena la Reale turchesca; si
spande il rimbombo dell’artiglieria: il segnale è dato,
la Reale nostra risponde; la battaglia è ingaggiata.
Disegno dei nemici fu spingendosi innanzi a forma
di mezza luna col vento in poppa insinuarsi nei nostri
lati, passare alle spalle, e invilupparci dentro
un cerchio di morte. Le sei galeazze poco curarono,
e quei prestanti Veneziani imperterriti e fermi non
fecero atto finchè non li ebbero a mezzo tiro di archibugio;
allora, di subito, e in un medesimo punto,
spararono trecento sessanta cannonate, e duemila
quattrocento archibugiate! L’orribile fragore sbigottì
quei medesimi che lo avevano suscitato: il mare si
commosse come per burrasca, e le galee sospinte
da urto violentissimo presero a vacillare incapaci
di governo; ma presto i nostri si riconfortarono notando
i danni del nemico, e caricati con maravigliosa
velocità gli arcobugi, continuarono a trarre disperatamente.
E io vo’ che sappiate come in questa bisogna
giovassero i nuovi arcobugi a ruota, ch’essendo
piccoli, e a maneggiarsi accomodati, non era chi non
[pg!383]
isparasse almeno tre volte prima che i nemici avessero
sparato una sola con quei loro gravissimi: e
tale fu il primo momento della splendida vittoria. La
virtù vinse il furore; e i Turchi, mai più avvezzi a
simili incontri, ebbero ad allargarsi laceri e sanguinosi,
a mutare ordine di battaglia e a dividersi in
tre schiere come la nostra armata.

“Quantunque grande apparisse la prestanza dei
nostri, la quale pure è dono prezioso dell’alto, volle
nonostante il Signore con segno più visibile della
grazia sua palesarci come per noi combattesse, dacchè
in quel punto accadde notabile mutazione di
vento; cessò il greco-levante favorevole ai Turchi,
e mosse un ponente-maestro propizio ai Cristiani,
portando il fumo contro di loro, e privandoli del
vedere. Scirocco intanto, non ismarritosi nell’animo,
ordinava alle sue galee schifassero le galeazze, e rasentando
il lido colà dove il fiume Acheloo sbocca
in mare, si cacciassero fra la terra e le galee del
Barbarigo, e facessero prova di assalirlo alle spalle.
Barbarigo però, punto meno astuto capitano, le
estreme galee fa che si approssimino alla terra, e
descrivano con le altre una linea diagonale, componendo
uno angolo acuto di cui un lato veniva formato
dalla terra, l’altro dalle sue galee; e tolto in
mezzo Scirocco, usando del vento propizio lo spinge
contro la isola. Aspramente si combatte per ambe le
parti; ma le galee turchesche perdendo sempre più
mare, investono nel lido; i Cristiani le seguono, le
[pg!384]
raggiungono, sopra quanti Turchi mettono le mani
addosso tanti tagliano a pezzi; le galee parte vengono
in nostro potere, parte con le artiglierie affondano,
parte finalmente abbruciano. Ma non senza
sangue da questo lato acquistammo vittoria; dacchè,
per tacere delle altre morti, mentre più infuria la mischia
tra Scirocco e Barbarigo, quasi nello istante
medesimo cadono quegli morto, questi ferito mortalmente
di una freccia in un occhio, mentre allontanando
lo scudo dalla faccia si affatica a concitare
i combattenti agli estremi conati. Barbarigo, sentendosi
percosso a morte, mentre vacillando indietreggia,
deputa in luogo suo Marco Quirini, che secondato
da Antonio Canale e dal Cicogna, i quali tutti
fecero in quel giorno testimonianza amplissima di
onorata virtù, seguita il corso della vittoria, distruggendo
le reliquie di cotesta squadra governata da
Memetbeg Pascià di Negroponte, e da Alì rinnegato
corsale. E in questa fazione furono visti il Cicogna,
che guasto per la faccia e per le mani da una pignatta
di fuoco artificiato, sopportando inenarrabili
spasimi, non volle mai ritirarsi se prima non ebbe
vinta la galea nemica, la quale adesso come trofeo
nobilissimo è conservata nello arsenale di Venezia;
e il provveditore Antonio Canale, che vestito di una
veste lunga e bianca imbottita di cotone, con cappello
simile in testa, e in piedi scarpe di corda per
non isdrucciolare, menando uno spadone a due mani,
empiva di terrore e di strage le galee nemiche
[pg!385]
sopra le quali balzava con agilità e destrezza maravigliosa.
Giovanni Contarini dei conti di Zaffo però
ebbe la gloria di prendere la galea di Scirocco, e
trovatovi sopra morto questo nemico del nome cristiano,
gli fece troncare la testa, e conficcatala sopra
una picca gridò tre volte: — Ecco la testa di
Scirocco! — per confortare i suoi, ed atterrire i nemici.
Presso al timone giaceva il moribondo Barbarigo,
e ad ora ad ora domandava ai circostanti: — Abbiamo
anche vinto? — Quando strappata dalla
poppa nemica la insegna, il Quirino accorse alla
volta del Barbarigo gridando: — Vittoria! — il morente
si terse il sangue dagli occhi gravi ormai del
sonno della morte, vide la odiata insegna, e rise,
poi pregò che gliela porgessero, e recatasela in mano,
vi si ravviluppò dentro come nel suo lenzuolo
sepolcrale; e non osando noi separarlo dal trofeo
sul quale esalava l’anima gloriosa, con la bandiera
medesima lo sotterrammo a grande onoranza in terra
benedetta.... [98]_

“Ma lo sforzo disperato accadeva intorno alla
battaglia. — Alì Pascià si era spinto innanzi animosamente,
e come i Turchi costumano, con immenso
fragore di tamburi, di trombe, di ceramelle, e di
altri istrumenti guerreschi; nè presumevano atterrirci
meno con urli di minaccia, e scede, e strepito
di arme percosse tra loro. Don Giovanni, armato di
piastra e maglia, stringendo nella destra un’azza
pesante, si loca sublime con la persona scoperta sopra
[pg!386]
il castello da poppa, ed ordina a Lopez di Figheroa
capo degli archibusieri, che per cosa dicano
i nemici o facciano, nessuno ardisca porre mano a
ferire se prima egli non ne desse il segnale alzando
l’azza. I Turchi sempre e più sempre si accostano,
e sparano archibugi, e scoccano freccie sopra i nostri
con danno non piccolo; e molto ancora ci portavano
angustia due colubrine da prora, le quali ci
avrebbero deserti se più pronti fossero stati a caricarle,
e a spararle. Ci pareva duro dovere stare
fermi a tanto strazio, molto più che di tratto in
tratto vedevamo caderci al fianco qualche amico o
congiunto, e lacero rimuoverlo dal ponte, e calarlo
di sotto. Avremmo quasi tacciato di viltà don Giovanni;
ove noi non sapessimo chente uomo ei si fosse,
e volgendogli lo sguardo addosso, ci pareva una
statua di bronzo in mezzo alle freccie e alle palle
che gli fischiavano attorno, di cui egli faceva caso
quanto del vento che gli agitava le chiome. Quando
la Reale turchesca ci venne sotto a meno che a mezzo
tiro di archibugio, don Giovanni leva l’azza, e l’agita
impetuoso a mulinello: i nostri colpi parvero un
colpo solo; il fumo sospinto verso i nemici ci tolse
la vista del danno che avevano ricevuto; allorchè si
dileguava, il ponte avverso ci apparve quasi abbandonato.
Prima però che il fumo passasse via, don
Giovanni ordina dare di forza nei remi, e la galea
sospinta ancora dal vento scorreva come un uccello.
Un altro accorgimento aveva preparato don Giovanni,
[pg!387]
e fu questo, di far troncare allo improvviso
i rostri o speroni alla sua galea, perchè accostandosi
meglio alla nemica, gli fosse fatta maggiore comodità
di potervi saltare sopra: cotesto esempio da noi
tutti immediatamente imitato fu un altro motivo di
vittoria.

“Il fumo passa, e la galea di Alì apparve quasi
deserta sul ponte. Don Giovanni, còlto il destro, gridava: — Avanti,
cavalieri, andiamo alla vittoria.... noi
non possiamo se non vincere, perocchè morendo ci
aspetti una palma in paradiso; vivendo, un lauro sopra
la terra. — E posto fine al parlare, come colui
al quale tardava fare, corre con maraviglioso ardore
alla prora, lo seguitano gli altri volenterosi, ed ecco,
in meno che non balena, si arrampicano, saliscono, e
stanno nella Reale turchesca. Alì, provvido capitano
intanto dalle galee circostanti aveva domandato soccorso,
che movendosi tostano per via di scale e di
corde saliva da poppa, mentre i nostri penetravano
da prua: per la qual cosa la battaglia rinfrescata
s’inacerbiva, e ridottasi tutta intorno all’albero maestro,
nè i Turchi valevano a cacciare i Cristiani, nè
i Cristiani a conquistare intera la galea mezzo occupata.
Tanto era grande la calca, così stipate le schiere,
che nessuna arme giovava, tranne i pugnali; e i
combattenti, come li trasportava il furore, vi adoperavano
i morsi non altrimenti che se belve si fossero:
e tu vedevi quella foresta di capi ora piegare da
questo, ora dall’altro lato, come campo di biade mature
[pg!388]
agitato da venti contrarii. Non domandavano
quartiere, nè lo desideravano: guerra di esterminio
fu quella. Ma ecco, quale che ne fosse la cagione, i
Cristiani prendono a balenare, lasciano piede, indietreggiano,
e gli avversarii dove i nostri levano l’orma
pongono incalzando la loro, e crescono in ardimento
quanto i Cristiani degradano in vilezza: già molti
degli attergati sospinti dal moto irresistibile cadono
riversi nel mare, altri più fortunati saltano sopra la
Reale di Spagna.... Che più? Che più? Don Giovanni
stesso è travolto dai suoi nei passi dolorosi della
fuga. Non meno provvidi, i nostri avevano già munita
la Reale di nuove milizie, che arrivando alla riscossa
non solo impedirono ai Turchi invadere la
nostra galea, non solo li trattennero sopra l’orlo
estremo della prua, ma duramente gli rincalzarono
indietro, e ai nostri fu dato salire di nuovo sopra la
Reale dei Turchi. Sul ponte della galea s’ingaggia
nuova zuffa, e ormai da più di un’ora versavasi sangue,
nè si sapeva da qual parte si sarebbe inclinata
la vittoria; sangue era la coperta, giù dalle pavesate
lungo i fianchi della galea colava sangue, e il mare
sollevando la spuma orrendamente vermiglia pareva
che ribollisse di sangue. Ahi! truce vino, che dispensa
nei suoi conviti la guerra. — Quattro volte
fummo respinti, quattro volte penetrammo nella Reale
dei Turchi: laceri da ambe le parti, da ambe le
parti per morti illustri dolentissimi: e dei superstiti
quale ferito, quale spossato sì, che la mano non reggeva
[pg!389]
più l’arme. In una di queste zuffe avvenne che
rimanesse morto lo strenuo cavaliere Bernardino Cardine
senza ferita: una palla di smeriglio gli percosse
la rotella, la quale per essere coperta di finissimo
acciaio non venne rotta, ma tanto violentemente gliela
fece battere nel petto, che il Cardine ne cadde senza
vita sul ponte. E l’ultima volta che don Giovanni fu
respinto, successe un altro caso notabile, che indietreggiando
egli senza mai voltare la faccia al nemico,
sia che il piede sopra lo intavolato lubrico gli sdrucciolasse,
o quale altra ne fosse la cagione, cade, ed
accenna precipitare supino nell’acqua; se non che un
soldato spagnuolo, che non gli si era mai dipartito
dal fianco, lo abbrancò forte con la destra per la
cintura mentre con la manca si atteneva al sarchiame:
allo improvviso il soldato prorompe in un grido; il
braccio manco gli ciondola giù cionco; egli e don
Giovanni senza rimedio precipitavano, quando allo
Spagnuolo venne fatto afferrare co’ denti un cavo, e
quivi si tenne finchè, accorso prontissimo lo aiuto,
furono salvi ambedue. Don Giovanni illeso da qualunque
percossa si apparecchia agli estremi conati. — Prodi
uomini, grida, anche uno sforzo, e abbiamo
vinto. — Mentre però attende a riordinare i suoi Spagnuoli,
che in quel giorno mostrarono davvero virtù
romana, avvennero due successi pei quali ci fu data
vinta la impresa. La galea comandata dal signore
Alfonso d’Appiano sfolgoreggiava con le artiglierie
la Reale turchesca, ed essendo bassa di prora, portava
[pg!390]
tutti i suoi colpi nel corpo della galea nemica,
fracassando quanto incontrava; e a questa bassezza
andammo pure debitori di un altro principalissimo
motivo di vittoria. Una palla sbalza un fusto immane,
o troncone, e lo sbalestra con tanta violenza contro
Alì, che rotto in più parti della persona, dà con
le spalle dentro l’albero maestro, e schizzatolo del
suo sangue cade giù moribondo. — O che fa egli Marcantonio
Colonna? Il valore dell’uomo, la memoria
delle imprese passate, la caldezza con la quale questa
impresa aveva promossa, ad un tratto e al maggiore
uopo vennero meno? Come sta egli irresoluto?
Com’egli, generale del Pontefice, vede impassibilmente
discorrere tanto sangue cristiano? Egli si talenta
spaziare pei mari come se andasse a diporto
in barca a godersi il ventolino della sera; anzi pure
sparisce dal ponte, e non sanno più ove siasi cacciato. — Questo
uomo singolarissimo aveva avuto la costanza
di starsi in mezzo agli scoppi delle artiglierie,
agli sbalzi dei fusti, al precipitare degli alberi e delle
corde, fra i varii e orribili aspetti della morte, fra
tante cause di pietà e di furore, senza commoversi
punto, aspettando tempo opportuno a esterminare il
nemico: quando conobbe la fortuna parargli davanti
la occasione, andò sotto il ponte, e volgendosi con
gran voce ai condannati al remo, così favellò: — Gente!
Dio vi aveva riscattato, e voi vi siete resi indegni
del riscatto; l’acqua del battesimo fu sparsa sopra
il vostro capo invano: voi lo avete così contaminato
[pg!391]
di pensieri iniqui, che ormai non dà più luogo a una
benedizione. Voi siete disperati della salute eterna.
In questo mondo quando profferiscono il vostro nome,
le vostre madri, le vostre mogli, o le vostre
figlie declinano vergognando la faccia; i cittadini vi
tengono come bestie feroci. Il cielo vi rifiuta, e la terra
vi aborre. Ebbene, io vi riconcilierò con Dio e con
gli uomini: io posso far sì che dai vostri parenti sia
ricordato il nome vostro con orgoglio: io posso operare
in maniera che la mano del più cortese cavaliere
della cristianità si stenda verso la vostra senza
tenerla per disonorata.... — E quei miseri ad una voce
dicevano: — Deh! signor nostro, misericordia di noi!
Dateci almeno comodità di morire combattendo. — Ebbene,
rispose Marcantonio, io vi dono la libertà:
non vi movete dagli scanni; io torno sopra il ponte:
quando udirete uno squillo di tromba, riunitevi; e al
secondo, con quanta maggiore forza vi concedeva la
natura, adoperandovi gli ultimi sforzi puntate i piedi,
e agitate i remi. Quando sentirete avere noi investito
la galea nemica, saltate fuori, e combattete
come l’anima v’ispira. — Tornò sul ponte, e afferrato
il timone indirizzò la prua contro la poppa di Alì.
Il primo squillo di tromba si fece sentire, poco dopo il
secondo. La galea dava un balzo come foca ferita:
l’acqua flagellata ribolle, e mugghia fremente e spumosa
fuggendo via. La galea, percorso un breve
tratto di mare, con urto irresistibile investe il luogo
designato. La Reale turchesca per poco non capovolta:
[pg!392]
con l’orlo della pavesata si tuffa in mare da un
fianco, dall’altro mostra scoperta la carena; la più
parte dei difensori rimane con impeto irresistibile
balestrata lontana nell’acqua, e così pure avveniva
dell’ammiraglio, se non si appigliava all’albero maestro
con ambe le braccia. Quando tornò diritta, il
Colonna prevalendosi dello sbigottimento dei nemici,
saltò sopra la galea accompagnato dai suoi, e se ne
rese padrone. Riarse la ira dei comandanti turcheschi;
le galee messe in custodia dalla Reale, e sette
nuove se ne mossero ad un tratto per condurre don
Giovanni a pessimo partito. Il Veniero solo si fece
contro a tutte, sostenendone lo impeto con prodigioso
valore; ma quel fiero vecchio sopraffatto dal numero
vedeva scemare di momento in momento il numero
dei suoi; una freccia gli aveva trapassato un piede,
e un poco per l’acerbità del dolore, un poco per la
perdita del sangue sentiva non potere più reggere:
urgeva il bisogno del soccorso, e non sapeva piegarsi
a domandarlo. Giovanni Loredano e Catarino
Malipiero videro il pericolo dell’inclito vecchio, e
accorsero a sovvenirlo; questi prodi giovani potevano
starsi dietro le pavesate che ci tornarono validissimo
riparo della giornata, ma non glielo consentiva
la egregia natura; dalla cintola in su si
mostrano scoperti, e mentre combattono da veraci
campioni di Cristo, percossi di arcobugio cadono
entrambi morti nelle corsíe. Il marchese di Santa
Croce, che già si era mosso, giunse se non a tempo
[pg!393]
per salvare la vita al Malipiero e al Loredano, opportuno
almeno a vendicarne la morte; i Turchi furono
tagliati a pezzi, e le galee caddero in nostro potere.
Corse fama nei tempi, che il Veniero s’impadronisse
della Capitana di Pertau Pascià, ma la fama non raccontava
il vero, e fu la Lomellina, che vinse Pertau...“

— “Ah! signor duca, a voi non istà esporre questa
parte della battaglia. Fummo noi che superammo
la Capitana del Pascià; e davvero se vi adoperammo
lo estremo della nostra virtù a vincere, non ci opposero
punto meno gagliardo furore i nemici. Morì, mi
ricordo, quell’ottimo Marino Contareno; morirono, e
in ricordarlo mi prende ribrezzo ed affanno, con
esempio immortale i quattro fratelli Cornaro; ahimè!
il fiore dei magnanimi periva; ma, comunque fulminati
attorno dalle galee nemiche, non lasciammo la
presa, e ci scagliammo laceri, ma deliberati di vincere
o di morire. Certo ogni orma impressa da noi
costava sangue, ma i passi erano alla vittoria: già
anelanti, e pugnando con le coltella, arriviamo a
mezza galea. Il signore duca a capo di tutti pareva un
angiolo che ci conducesse al trionfo...”

— “E se tu, Titta, meno avevi in cuore il tuo
padrone, a questa ora non rimarrebbero di lui che
le nude ossa, e il nome. Bene la mente dolorosa
ricorre a Orazio e a Virginio Orsini, consorti miei,
che mi caddero ai piedi mortalmente feriti; bene
m’ingombra l’anima di tristezza la memoria di Fabio
[pg!394]
mio nepote, percosso a un punto di arcobugio in una
spalla, e di fuoco nel collo, avvoltolarsi per la coperta
morendo senza piangere il fiore della perduta
giovanezza, anzi contento di essere chiamato presto
alla pace di Dio; ed io mentre mi chino a soccorrerlo,
ecco sento trafiggermi di freccia la gamba destra;
e quando levo la faccia, una mano stringente un
pugnale rovina sopra di me improvvido di difesa; il
pugnale sfugge dalla mano, e innocuo mi cade sopra
la persona; la mano anch’essa mi cade sul capo, ma
separata dal braccio, e con la mano un lavacro di
sangue m’inonda il volto...”

— “Così è; mi capitò proprio a tiro, senza che
io ci pensassi nemmeno, e la tagliai netta come un
giunco...”

— “Ed io mi ti professo debitore della vita, e
finchè Paolo Giordano Orsini avrà un cuore e una
casa, Titta Carbonana occuperà un posto nel cuore
e nella casa di Paolo Giordano Orsini... — Beviamo! — Alla
memoria dei morti alla battaglia di Lepanto!”

— “Dio li abbia in gloria!...” acclamarono da
tutte le parti.

— “Orsù dunque,” riprese Paolo Giordano, “diamo
compimento alla storia. La Lomellina, soccorsa da
Vincenzo Querini, delle sette galee che la combattevano
ne prese cinque. Pertau gittatosi dentro un caicco
a furia di remi si allontana; e noi vedemmo le
spalle di quel feroce vôlte in amarissima fuga. Molti
si danno vanto della morte di Caracozza; ma la verità
[pg!395]
è che Giovambattista Benedetti cipriotto, uomo
d’inestimabile valore, superata prima la galea Corcut,
accortosi avere dappresso Caracozza, gli si avventò
addosso disperatamente. Con ira punto minore Caracozza
rovina contro lui, sia che lo strascinasse
vaghezza di gloria, sia, come credesi piuttosto, un
odio antico: s’incontrarono: — una scarica di arcobugi
fatta da ambe le parti gl’involse di fumo, e quando
il fumo sparve, ambedue stavano supini, e spenti per
molte ferite tutte nel petto. Al Benedetti subentrava
Onorato Gaetano, nepote del papa, il quale, secondo
che udimmo da persone degne di fede, aiutato da
Alessandro Negroni, e da Pattaro Buzzacherino, con
non troppa difficoltà condusse a termine cotesta onorata
fazione. I Cristiani schiavi sopra le galee turche,
accortisi dallo scompiglio che la fortuna abbandonava
li aborriti padroni, rompono le catene, e afferrate
quelle armi che il furore e il caso ministrano, fanno
acerba vendetta dei lunghi patimenti, e assicurano
la vittoria. Mentre queste cose succedono nella battaglia
e nel corno sinistro dell’armata cristiana, procedeva
alquanto avversa la sorte nel corno destro.
Giovanni Andrea Doria, il quale doveva scostarsi
dalla battaglia soltanto quattro corpi di galea, trasgredì
il comando, e si distese pel mare. Dicono che
il facesse con buono intendimento, sia per dare campo
alla battaglia e al corno sinistro che si allargassero,
e si ponessero con agio in ordinanza, sia per sospetto
di non rimanere avviluppalo da Uccialì, che gli veniva
[pg!396]
incontro con molto maggiore numero di galee
che non erano le sue; sia finalmente per prendere il
vento in poppa onde dare dentro con impeto ai legni
nemici. Ma Uccialì, espertissimo capitano di mare,
quando conobbe le galee del corno destro così sparpagliate
e lontane, non potere di leggieri l’una l’altra
soccorrere, senza punto curarsi di essere sotto
vento, si strinse addosso alle smembrate con forze
di gran lunga superiori, e uccisi i principali capitani,
ne prende dodici. Qui apparve la virtù di Benedetto
Soranzo, da paragonarsi piuttosto all’antica che preporre
alla moderna; imperciocchè, visti morti o feriti
intorno a sè tutti i compagni, ed egli stesso essendo
in più parti della persona impiagato, non gli bastò
l’animo di considerare la sua galea calcata da orme
turchesche, nè potè patire che rassettata un giorno
i nemici se ne valessero ai danni della patria dolcissima;
onde strascinatosi al luogo dove si conserva la
munizione della polvere, vi appiccò il fuoco, e sè,
la galea, e tutti i nemici che vi stavano sopra con
orribile scoppio slanciò rotti e mutilati per l’aria.
Uno solo per somma ventura campava; e fu Giacomo
Giustiniani, che sospinto senza offesa lontano nel
mare, potè per miracolo salvarsi a nuoto. Nè certo
vuolsi tacere il fiero scontro della Capitana di Malta,
la quale investita da tre galee turchesche combatteva
intrepidamente mostrando dura fronte alla
fortuna; se non che Uccialì ravvisando lo stendardo
di San Giovanni, come colui che si professava capitale
[pg!397]
nemico della Religione di Malta, non vergognò
spingerle contra altre tre galee per averla ad ogni
modo. Fra Pietro Giustiniano, generale, considerando
soprastare a sè e ai suoi l’ultimo fato, li esortò a
morire animosamente, dacchè per vincere non v’era
speranza, e del rendersi non parlava nemmeno.
Durò la mischia di sei galee contro una, gloriosa pei
Cristiani, infame ai Turchi, tre ore; due terzi della
gente giaceva uccisa, l’altro terzo grondante sangue;
il generale per tre immani piaghe versava la vita;
cinquanta cavalieri nobilissimi avevano spirato l’anima;
la galea fino al castello occupata; lo stendardo
caduto in potere dei nemici; e nonostante faceva
prova difendersi. Frate Agnolo Martellini, vostro cavaliere
fiorentino, ridotto a men tristo partito degli
altri, sosteneva la onorata agonia. Uccialì compreso
di rabbia ordinava si mettesse fuoco alla galea, ma
il Doria facendo forza di remi sopraggiunse alla vendetta,
e la fece; imperciocchè urtando i nemici stanchi
dallo aspro combattimento, ne menò orribile strage,
ammazzando Caragialì, capitano di Algeri, con
moltissimi altri caporali turcheschi. — E belle di fama e
di sventura furono le galee toscane, le quali per mala
sorte seguitarono il Doria. La Fiorentina, combattuta
da sette galeotte, rimase vuota di soldati e di ciurma;
sopravvisse ferito gravemente Tommaso dei Medici,
la più parte dei cavalieri di Santo Stefano combattendo
fino all’ultimo sospiro compiva la vita. La galea
di San Giovanni, guidata dal cavaliere Agnolo
[pg!398]
Biffoli, patì una stretta punto meno dolente, chè il
capitano vi fu ferito di due archibugiate nella gola,
ed oltre al cavaliere Simone Tornabuoni e Luigi
Ciacchi, vi morirono sessanta uomini di valore; e
peggio capitava la galea sopra la quale combatteva
Ascanio della Cornia, circondata da quattro nemiche,
se meno pronto giungeva al soccorso Alfonso di
Appiano, capo delle galee fiorentine. Ma ormai da
ogni lato sonava il grido della vittoria, e Uccialì vedendo
movergli contro tutta l’armata nemica per
invilupparlo, e prostrarlo, deliberò partire. Don Giovanni
di Cardona si avvisò contrastargli la fuga con
le otto galee di Sicilia, ma scompigliato da forze
maggiori, riportati non piccoli danni, ebbe a cedere
il passo. I provveditori Canale e Quirini si misero
a dargli la caccia; sennonchè avendo stanchi i galeotti
per le durate fatiche, con infinita amarezza lo
contemplarono ridursi a salvamento con quaranta
legni, la nostra galea corfiotta, e lo stendardo di San
Giovanni. In questa fuga accaddero due casi degni
di memoria, i quali furono, che Giovambattista Mastrillo
Nolano, e Giulio Caraffa Napoletano, mentre
sono con altri compagni condotti prigioni sopra due
diversi brigantini, mostrando nel momento stesso la
medesima audacia come se si fossero data la intesa,
si sollevano contro i Turchi, accoltellano i Rays,
e quanti altri fecero sembianza resistere, e di schiavi
e vinti diventati liberi e vincitori, tornarono a
noi, che a braccia aperte li accogliemmo, co’ brigantini
[pg!399]
nemici pieni di schiavi e di ricchissima preda.

“Circondato da nere nuvole, il sole declinava al
tramonto, gittando lungo per le onde uno sguardo
obliquo, per cui avveniva che la parte rischiarata
mandasse vivida luce, e l’altro mare fosse ingombro
di tenebre: al fiotto dei marosi si accompagnavano
gli urli, le imprecazioni, le supplicazioni, e i
singulti, e da lontano parevano un pianto solo, — il
pianto della natura sopra lo strazio dei suoi figliuoli
certo da lei non creati per lacerarsi così. Per la
striscia di luce comparivano casi da far piangere
gli angioli, e taluni, ma pochi, degni affatto della
origine celeste dell’uomo. Vedevi una gente chiusa
al terrore salire sopra le galee che abbruciavano,
cacciarsi tra le fiamme, senza sospetto che in quel
punto ardendo le polveri preda e predatori dirompessero
in frammenti minutissimi; altri non sazi ancora
di combattere, siccome l’odio implacabile li
flagella, si acciuffano pei capelli o per le barbe, e
in difetto di arme co’ pugni percuotonsi, co’ denti si
lacerano, ed ora la testa dell’uno or la testa dell’altro
con infelice vicenda sparisce sotto le onde,
finchè queste, sdegnose quasi che durasse tanta ira
in creature così fragili e caduche, le avviluppano
nello immenso seno, e non compariscono più. — Poc’oltre
si contendono un albero, o fusto, o troncone,
per appigliarvisi, e rimanervi tanto che giunga
il soccorso; ma mentre, più caritativi e meglio assennati,
poteva bastare a tutti la tavola della salute,
[pg!400]
consumando le forze estreme per possederla
ognuno esclusivamente per sè, li opprime un fato
comune; tale altro stupido di paura, abborrendo
annegare, afferra un frammento di galea che arde, e
fuggendo l’acqua perisce per dolorose bruciature; — e
infiniti palischermi guizzavano di qua e di là
pieni di gente ebbra di vittoria, che le teste dei
Turchi natanti toglievano a bersaglio, come il cacciatore
costuma delle anitre per gli stagni; e a quale
si accostava supplicando la vita lasciavano che mettesse
le mani sopra la banda del caicco, oppure gli
porgevano il remo quasi per aiuto, poi a colpi di
accetta tagliavano le mani, o fendevano loro la testa
con disoneste ed infami ferite. Pochi di questi
burchi (avvegnachè il ben fare sia sempre poco)
andavano in traccia dei cari parenti e dei compagni,
vivi o morti ch’e’ fossero; pietosa e vana cura,
però non vana tanto, che a qualcheduno non venisse
fatto trovare quello che andava cercando, e lo amato
capo dalle onde estraeva: se speranza di salvarlo in
vita balenava, con ogni maniera di ufficio lo proseguiva;
morto poi, lo rivestiva, lo armava, nella
destra gli poneva stocco o zagaglia, lo faceva orrevole,
e come vivo e ascoltante lo lodava. Questa battaglia,
dove combatterono assai più di cinquecento
vascelli, durò da mezzogiorno fin presso alle ventidue
ore: vi morirono dei nemici, chi dice ventimila,
chi trentamila, e chi un numero maggiore; su
di che mi stringo a dire, che molti certamente furono,
[pg!401]
ma nessuno li contò. [99]_ Dei nostri mancarono alla
chiamata settemila sei cento cinquantasei; liberammo
dodicimila schiavi cristiani; i vascelli presi sommarono
a duegento: noi perdemmo la sola galea corfiotta:
degli altri legni nemici, se togli quaranta
scampati con Uccialì, quale rimase sommerso, quale
arso; acquistammo cento diciassette cannoni, duegento
cinquantotto pezzi di artiglieria minore, e diciassette
petriere; prigioni circa quattromila, tra i
quali, per tacere degli altri, comparivano notabilissimi
i figliuoli di Alì, di cui il maggiore moriva di
angoscia a Napoli, e l’altro trattenuto in prigione
cortese dal papa. Immensa la preda. Nella galea di
Alì trovarono ventiduemila soldanini di oro, in quella
di Caracozza quarantamila; e in tutte le altre copia
così di pecunia come di armi, di arnesi e di vesti
doviziose, conciossiachè i Turchi estimando mettere
in fuga i Cristiani con la vista, e di girsene, piuttosto
che a battaglia, a giocondo ritrovo, procedevano
ornati, di magnifici abbigliamenti vestiti, circondati
di tutte quelle delizie cui erano costumati a godersi
nella sicurezza della città; oltrechè seco loro apportavano
le spoglie nobilissime di Cipro e delle riviere
cristiane, che nel lungo corso avevano lasciato deserte.

“Ma il generale Veniero, come colui che avendo
consumato gran parte della sua vita sul mare era
sottile speculatore dei venti, persuase a don Giovanni,
il quale, deposto ogni altro affetto, lui abbracciava,
[pg!402]
lui onorava unicamente, lui padre chiamava,
e a modo di padre con reverenza filiale proseguiva,
a ripararsi, senza mettere tempo di mezzo, in qualche
porto vicino, ed indicò Petalà sopra la riviera
della Natolia, dacchè il tempo minacciasse fortuna.
L’armata assentiva al comando, e adoperandovi
forza di vele e di remi, verso le quattro ore di notte
gittò l’áncora in Petalà, lungi sei miglia dal luogo
del conflitto. [100]_ Don Giovanni, consigliato dalla egregia
sua indole, volle prima di tutto si provvedesse
ai feriti, e quanto meglio fu dato con animo prontissimo
gli obbedimmo. Ed egli stesso non indulgendo
a fatica, così senza prendere cibo si recò a visitare
i giacenti. Poco invero poteva egli giovare effettualmente
a quei miseri; ma la presenza amica, la maestà
dello aspetto, una parola di refrigerio rese a qualcheduno
di loro meno acerbo lo spasimo delle piaghe,
più tolleranda la morte. Ora accadde, che passando
presso a un giacente sopra un mucchio di paglia,
don Giovanni sentisse con molta familiarità salutarsi:

“— Buona sera, don Giovanni!

“E questi, a cui non giungeva nuova la voce, ma
su quel subito non ricordava di quale si fosse, rispose
nel paterno sermone come appunto favellava
il giacente:

“— Dio vi guardi, prode uomo, e la Santa Vergine:
voi, a quanto pare, siete rimasto offeso; sopportate
pazientemente: fo voto a Dio per la vostra salute....
A poco prezzo avete acquistato una fama immortale....
[pg!403]

“— Il prezzo non è poco; — ma non importa.
Don Giovanni, voi avete sembiante di non ravvisarmi...

“— Mi sembra!... Ma sarebbe impossibile!... Don
Michele...?

“— Cervantes Saavedra, tutto vostro per la vita,
e per la morte.

“— Ah! Don Michele mio, datemi la mano....

“— Io ve l’ho data, don Giovanni; se potesse
crescermi di nuovo, io di nuovo ve la darei, in fede
di Dio....

“E il giacente mostrava per l’aria scura il braccio
mutilato involto di panni sanguinosi. Don Giovanni
allora riconobbe in lui il soldato che lo sostenne
precipitante in pericolo di vita: tacque, e se
il buio non era, noi vedevamo piangere lo invitto
capitano. Scorso un lieve spazio di tempo, Don Giovanni
riprese con voce tutta commossa:

“— E quando siete arrivato? E perchè non vi
mostraste?

“Don Michele rispose:

“— Tardi venni, perchè da Genova a Napoli,
mercè il santo collegio delle muse, [101]_ di cui mi confesso
sacerdote indegnissimo, non mi trovai danaro
sufficiente da pagare cavallo o vettura, e Dio sa se
io me ne affliggeva, timoroso di giungere intempestivo;
ma, come piacque alla Nostra Signora, mi trovai
alla mostra che faceste alle Gomenizze. Aveva statuito
mettermi nella battaglia al vostro fianco, disposto
[pg!404]
a difendere con la mia vita il fortissimo campione
della Cristianità, e il sangue più nobile di Spagna;
la fortuna amica per questa volta mi assentiva pieno
il disegno, ed io devo ringraziarla se avendole data
la vita, me la ritorna indietro con una mano di meno.
Mi parve poi bene non farmi conoscere, perchè se la
morte mi risparmiava, avrei potuto stringere la vostra
destra onorata, e rallegrarmi della vostra gloria; se
all’opposto era destinato ch’io soccombessi, ignorandolo
voi, non ne avrebbe sentito cordoglio l’animo
vostro per me amorosissimo; e se finalmente dovevamo
morire ambedue ci troveremmo adesso alla
presenza di Dio....

“Queste parole semplici, e nonostante maestose
di grandezza, ci empivano di maraviglia, quando uno
Spagnuolo interruppe il silenzio religioso, osservando: — Chi
mai avrebbe creduto incontrare tra i guerrieri
di Lepanto il nostro poeta! — Alla quale considerazione
Don Michele sempre pacato rispose:

“— Cavaliere, voi cessereste dallo stupore, ove
poneste mente che tutto quanto apparisce grande,
forte e magnifico, è poesia. — Don Giovanni nostro
deve salutarsi come l’altissimo poeta della Spagna....
Di due ragioni vi hanno poeti: — quelli che operano
le cose belle, e gli altri che le cantano. — Don Giovanni
ci ha dato l’argomento del poema: — adesso
chi comporrà per lui la nobile epopea? Ah! Signore...
non io.... che non mi sento da tanto. —

“Così s’incontravano i due più eletti spiriti che
[pg!405]
abbia mai partorito la Spagna: entrambi grandissimi,
e infelicissimi, e tenuti in piccolo conto in quella
contrada, che tra i posteri avrà fama principalmente
perchè patria di loro.

“Come troppo bene aveva preveduto il Veniero,
imperversò nella notte una spaventevole procella. Le
galee rimaste accese, più che mai divampanti di
fiamme, ora apparivano sopra la sommità dei marosi,
ora sparivano, o sbattute trasversalmente volavano
per la superficie delle acque.... Davvero avevano
sembianza di demoni, che sbucati dallo inferno
fossero accorsi a raccogliere le anime, ad esultare
della immensa strage nel luogo del conflitto! — Alla
dimane, migliaia di cadaveri ingombravano i lidi,
e il mare roteava le azzurre sue onde come nei
primi giorni della creazione: cotesto flutto fremente
rompentesi contro la riva, pareva che dicesse: — O
terra, riprendi i tuoi figliuoli; con un soffio delle
mie narici ecco ho respinto da me questa polvere insanguinata
e rabbiosa, che chiami umanità. Se i tuoi
figli si avvisano solcarmi il volto, io richiudo tosto
quel solco, e nessuno può trovarne la traccia; se io
li sopporto sul dorso, io il faccio come dei trastulli
costumano i garzoni volubili, per sollazzarmi, e per
romperli. Ecco io mi sono purificato da loro; l’orma
dello eccidio di Lepanto rimane sopra di me come il
volo dell’alcione per l’aria. Tu, mia indegna sorella,
soffri le costoro città, e lacera quotidianamente, e
in mille guise torturata, non sai vendicarti, anzi
[pg!406]
dagli aperti solchi tramandi perenne sostanza per
nutrirli; deh! fa senno e fenditi una volta a seppellirli
tutti. Se pure offesa senza misura ti muovi,
sobbissi qualche città, o qualche catena di montagne
tranghiotti; le tue ire paiono piuttosto di madre che
rimprovera, che di giustiziere che punisce. Io, tempo
già fu, venni a mondarti con universale lavacro, e
mi tarderebbe di ritornarvi adesso, che ti contemplo
assai più sozza di prima, se non mi respingesse
dalle tue sponde la parola di Dio. Vieni, supplica
meco il Creatore che revochi il comando, ed io ti
purgherò per sempre con la moltitudine delle mie
acque, — con un diluvio, — per questa volta — senza
Noè....

“Tale la mia commossa fantasia immaginava. — Come
il mondo cristiano esultasse, voi sapete. Il
sommo Pontefice volle che abbattuto lungo tratto di
mura presso a porta Capena, per quella breccia
Marcantonio Colonna entrasse in Roma, e a modo
degli antichi Cesari trionfando al Campidoglio si riducesse;
dove giunto, gli fu presentato un grosso
dono di danari, che da lui accettato ne ringraziò
prima il Papa, e poi subito depositò affinchè ne facessero
la dota a molte orfane e povere donzelle.
Così, ricco non di altro tesoro che di fama accresciuta,
tornava Marcantonio alle sue case, tanto più
grande quanto più solo: anima veramente romana!
I Veneziani, ai quali pure i due terzi dei caduti in
battaglia spettavano, non patirono che come morti
[pg!407]
si piangessero quei valorosi che caduti combattendo
con l’arme alla mano rivivevano a secolo immortale,
e i loro più stretti parenti comparvero nelle pubbliche
grazie che si resero a Dio vestiti di broccato
e di altre stoffe preziose: sangue anch’essi latino!
Quello però che voi non potete avere inteso, si è
questo, che Filippo di Spagna acerbamente sofferse
la vittoria, rampognando il fratello di avere posto
in avventura le forze della monarchia, senza che la
vittoria valesse a produrgli vantaggio; e mentre il
sommo Pontefice saluta nella effusione del cuore don
Giovanni con le parole dello Evangelista: — *Fuit
homo missus a Deo, cui nomen erat Joannes,* — vi
fu tale in Consiglio, che non rifuggì da proporre si
consultasse se gli si dovesse tagliare la testa. Vergognò
Filippo medesimo della tremenda viltà dei suoi
consiglieri; viltà maggiore di quella che avesse potuto
desiderare egli stesso. Scampava don Giovanni
la vita, ma percosso dal rimprovero disonesto, lo
divora adesso lo sconforto e il dolore: — e ciò era
astio spagnuolo! Quale ne venne da tante morti, da
tanto valore, e da così prodigiosa vittoria, comodo
ai Cristiani? dalla rinomanza in fuori, nulla. Gloria,
ebbrezza delle anime grandi, oh come scadi dalla
estimazione e dal desiderio, quando sei fatta traffico
di principi, ghiacci calcolatori delle nobili passioni!
Ognuno pensa a sè, e per oggi; lo indomani non conosce,
o non cura. Venezia in mare, la Pollonia in
terra, rimangono abbandonate come due vedette
[pg!408]
perdute incontra agli sforzi dei nemici della fede.
Un giorno (disperda il Signore l’augurio) abbattuti
quei due baluardi, i Cristiani si sveglieranno agli
urli dei contadi, alle fiamme delle arse città; — se
Dio non provvede, fra venti anni noi saremo tutti
Turchi...”

Qui dava termine Giordano al suo lungo racconto,
e intorno intorno correva un fremito come di
gente che approva in un punto ed aborrisce una cosa;
e poichè in altri bei ragionari si fu trattenuta
alquanto la compagnia, vedendo come le stelle dal
cielo ormai declinassero, e sentendosi vaghezza di
riposo, Paolo Giordano levatosi da mensa, l’accomiatava
con dolci e reiterati saluti, pregandola starsi
pronta domane per correre i boschi prima che la
sferza del sole si facesse sentire di soverchio cocente.
Egli stesso dato di braccio alla consorte Isabella fino
alle scale l’accompagnava, dove baciatale la mano,
con augurii di notte felicissima da lei si dipartiva.

Ognuno si ritirò nelle proprie stanze, e forte
lo premendo il bisogno di ristorare le membra stanche,
si dava in balía del sonno.

-----

In meno che non volge mezza ora pareva che
dormissero tutti.

Pareva!....

Paolo Giordano vegliava....

Venuto nelle sue stanze, si abbandona sopra un
seggiolone, appoggiando la faccia al pugno sinistro,
[pg!409]
e lasciando giù pendente la destra. È bianco, e contraffatto,
e non mormora parola: due bei bracchetti
bianchi col collarino di scarlatto ricamato di oro,
accostumati a ricevere le sue carezze, gli giacciono
ai piedi, lo guatano fisso, e quasi ingegnandosi di
richiamare l’attenzione del padrone sopra di loro,
gli vanno lambendo dolcemente la mano. Sembra
che di nuovo si agitasse nell’anima del duca una
contesa fierissima tra il volere e il disvolere; ma
bene esaminata ogni cosa, discusso quanto poteva
giovare, e quanto nuocere, librate le ragioni del
bene e del male, o almeno quelle che a lui parevano
tali, e la offesa, e la vendetta, e il perdono,
assai potè conoscersi chiaro a quale conclusione
scendesse quando gli sfuggirono dai labbri le parole:

— Ella è cosa che bisogna compire!

E quindi subito:

— “Titta!”

— “Signore.”

Paolo Giordano strascicando la voce tra i denti:

— “Hai.... tu.... apprestato?....”

— “Hollo.”

E successe un silenzio affannoso: poi lo ruppe
Paolo Giordano chiamando:

— “Titta!”

— “Signore...”

— “Ah! era pur meglio restare morti nella battaglia
di Lepanto!”

— “Era....”
[pg!410]

— “Dì, non ti pare bella mogliema? Non ti
pare leggiadra, prestante, dotta in tutte le graziosissime
guise del bel parlare gentile?”

— “Maisì, signore, maisì!....”

— “E non ti pare sacrilegio spegnere a un tratto
con un soffio proditorio tanta luce di venustà e
d’ingegno?”

— “Era pur meglio, signor duca, che noi fossimo
morti nella battaglia di Lepanto!....”

Il duca si alzò da sedere asciugandosi la fronte
grondante di sudore; — passeggiò nella stanza agitato;
poi allo improvviso fermandosi, e ficcando gli occhi
negli occhi di Titta, favellò:

— “Ma non sai altro che formare augurii di cosa
ormai a conseguirsi impossibile? — Non hai tu in
pronto un consiglio che valga? — Nulla! — Nulla! — Siete
uomini voi, o echi di spilonche?”

— “Non avete voi detto essere una cosa che
bisognava compire? Come volete voi che consiglino
i servi, quando i padroni manifestano che terranno
i consigli in parte di resistenza ai desiderii loro?”

— “Titta, hai ragione; — tu hai meco sempre
il torto solenne di avere sempre ragione.... Quanto
ti ordinava apprestasti?....”

— “Tutto.... e potete riscontrarlo da per voi
stesso.... guardando.... in su....”

— “Sta bene.... non importa.... mi fido....” — E in
vece di sollevare lo sguardo lo affiggeva al pavimento. — “Ora
prendi questi due bracchetti, e va
[pg!411]
quanto meglio ti verrà fatto silenzioso alle stanze di
madonna la duchessa; batti soave.... e le dirai....” — E
qui abbassò la voce continuando a parlare. Titta
assentiva col capo. Paolo Giordano quindi a poco
riprese nel solito suono:

— “Adoperandovi parole piacevoli; con maniere
affatto ufficiose. Hai capito? — Ora vai....”

E siccome pareva che Titta mettesse tra mezzo
alcuna dimora, Paolo Giordano ripete:

— “Vai....”

Titta prese i bracchi, e mentre stava per passare
la soglia della porta, si sofferma, e voltata la
faccia a Giordano, lentamente favella:

— “Ho io da andare, signor duca?....”

— “Vai.... vai.... Ella è una cosa che bisogna
compire!”

E Titta andò. — Egli ascende pianamente le scale,
si accosta alla stanza di donna Isabella, — e appena
la tocca, gli viene domandato di dentro:

— “Chi è? Che cosa volete?”

— “Da parte del signor duca io devo supplicarvi,
madonna, ad accettare questi due bracchetti,
ch’egli vi manda in dono affinchè voi li teniate cari
per amor suo; e desidera ancora che domani li proviate
a caccia com’essi sieno addestrati, e capaci: — pregavi
inoltre, che di tanto voi gli vogliate essere
cortese, di condurvi a stare alquanto seco lui,
avvegnadio gli paia strano che dopo tanti anni
di lontananza non dobbiate incontrarvi insieme
[pg!412]
senza testimoni.... E veramente anche a me pare....”

Titta entrando vide come Isabella stesse con la
signora Lucrezia Frescobaldi prostrata davanti una
immagine della Beata Vergine, leggendo orazioni
entro a un messale; ond’ei pensò tra sè: — “Meglio
così, ella si è provvista di viatico pel gran viaggio.”

Isabella si leva in piedi, e rimasta alquanto
sopra sè, domanda alla Lucrezia:

— “*Vo io, o no, a dormire con mio marito?
Che dite voi?*”

E la Frescobaldi stringendosi nelle spalle rispose:

— “*Faccia quello che vuole: egli però è suo
marito.*” [102]_

— “Vadasi dunque.”

E la povera signora scese lenta, ma pure senza
tremare.

La Lucrezia, o la curiosità la movesse, o la
compassione, o piuttosto, come io credo, ambedue
queste cose, uscendo dalla consueta impassibilità
deliberò seguitarla inosservata alla lontana. Appena
l’ebbe vista entrare nelle stanze del marito, affrettò
velocissima il passo, e appose l’orecchio alla porta.

Udì liete accoglienze, e un salutare festoso.

— “Come a Dio piace, la incomincia a dovere,” — susurra
a fiore di labbra.

Poi le parve ascoltare, e ascoltò certo, suono
di riso: e di baci dati e restituiti.

— “Di bene in meglio....”
[pg!413]

E trattenendo il fiato, intende tuttavia cupidamente.... — Ma
oggimai più non mi lice andare oltre
con le parole, e ripeterò col Poeta:

   | Gli abbracciamenti, i baci, i colpi lieti,
   | Tace la casta Musa vergognosa,
   | E dalla congiunzion di quei pianeti
   | Ritorce il plettro, e di cantar non osa.
   | Sol mormora tra sè detti secreti,
   | Che. . . . . . . . . . . . . . . . . [103]_

La Lucrezia in punta di piedi tornava alle sue
stanze, pensando: — “Io fo conto che tempesta in
casa non vi abbia più da essere, o se pure vi sarà,
noi la vedremo conchiudere con qualche baleno, ma
senza fulmini.”

-----

Mezza ora forse, o poco più, era passata dal
momento in cui madonna Lucrezia abbandonava la
porta delle stanze di Paolo Giordano, che si aperse
di nuovo, e ne uscì Titta, il quale traversata la sala
si condusse alla porta dello appartamento di Troilo,
e colà giunto, si dette a bussare con le nocca senza
troppo riguardo.

Troilo, comecchè gli paresse non avere motivo
a sospettare, tuttavolta o per cagione della insolita
fatica, o del calore del sole, o del bere soverchio,
si sentiva acceso il sangue, e svoltolandosi per il
letto non poteva chiudere occhio. Ond’è che avendo
inteso subito il rumore scese il letto, ed aperse.
[pg!414]

— “Cosa è che vuoi, Titta, con quel tuo viso
da cataletto?”

— “Vostra Signoria, se alla prima non si appone,
alla seconda non falla. Il signor duca m’invia
a significarle, che non trova modo di prendere
sonno....”

— “Giusto come a me....!”

— “Tanto meglio; — onde vi prega volere andare
a tenergli un po’ di compagnia, e a fare insieme
due chiacchiere.... Così vi terrete sollevati
tutti e due....”

— “*Erat in votis!* Attendi; in un *amen* mi vesto,
e vengo teco.”

E abbigliatosi con quelle vesti che prima gli
capitarono sotto le mani, presto fu in punto. Titta
con un torchio acceso in mano lo precedeva, ma arrivato
alla porta di Paolo Giordano, trattosi da parte,
e inchinata la persona, favella ossequiosamente:

— “Passi, Eccellenza!”

Entrato Troilo, Titta chiuse, dando volta alla
chiave, ponendosela in tasca; e intromesso che fu
colui nella seconda stanza, anche di cotesta chiuse
con molta accortezza la porta, rimanendo di fuori.

Troilo, posto piede nella stanza, vede Paolo
Giordano seduto accanto al letto davanti una tavola,
e, o fosse la fantasia, o la virtù del lume, da una
ora a questa parte gli sembra di dieci anni invecchiato.
Giordano senza levare gli occhi gli dice:

— “Troilo, sedete.”
[pg!415]

Cotesta voce non contiene in sè minaccia, nulla
ha di rancore, è placida, è sommessa, — e non pertanto
non pare articolata dalle labbra; — uscita così
dagl’imi precordii come dal fondo di una sepoltura,
ebbe forza d’infondere un ghiaccio nelle ossa di Troilo.

E Troilo sedeva.

— “Troilo, a me fa mestieri favellarvi parole, che
giova a me dirle, ascoltarle voi negli orrori delle tenebre....
negli arcani silenzi della notte.... Troilo, dopo
tre anni lunghissimi di lontananza io torno a casa....
ma questa dove torno è casa mia? Posso io dormire
sicuro? Posso io sedermi senza sospetto a mensa?....”

Troilo côlto alla impensata, improvvido di consiglio,
si tace.

— “Troilo! Quando io mi partiva da casa, conoscendo
la donna che mi fu moglie — che adesso mi è
moglie, — di mobile fantasia, sciolta nei modi per
colpa di educazione assai più che a severa gentildonna
non conviene.... facile a trascorrere.... petulante....
proterva.... io aborrii lasciare confidato il tesoro del
mio onore in mani non dirò infedeli, ma per certo
pericolose. — Di cui doveva confidare io, se non del
mio sangue? Te dunque scelsi, a te raccomandai il
mio onore, che pure è il tuo, e ti scongiurai con le
lacrime agli occhi ad averne buona e vigilante custodia....
Te lo ricordi, Troilo? È vero? Vorresti
forse smentirmi?.... E volendo, potresti?”

— “È vero...”

— “E ti ricordi le promesse che mi facesti allora?
[pg!416]
Te le sei ricordate tu sempre? Rendimi ora
dunque ragione: come hai tu esercitata guardia leale
intorno a mia moglie?....”

Giordano tiene il braccio destro col pugno teso
sopra la tavola.... orrendamente ha contratti i muscoli
della fronte, le sopracciglia aggrottate, e le pupille
a mezzo sotto di loro nascoste mandano traverso ai
peli arruffati una luce come di fuoco ardente dentro
un roveto. La lingua di Troilo sta confitta al palato;
e Giordano di nuovo:

— “Come hai tu esercitato vigilante custodia intorno
alla mia moglie?”

E poichè la risposta non viene, egli continua:

— “Se devo porgere ascolto alle novelle che me
ne giunsero fino a Roma, veramente io ho perduto
la mia fama senza rimedio; la mia casa è piena di
obbrobrio: ormai io non potrò più udire il nome
della donna mia senza sospetto che lo profferiscano
per onta o per dileggio. Virginio non potrà udire il
nome della madre senza abbassare la faccia per la
vergogna. Nefande cose avemmo ad ascoltare, cugino,
e tali a cui inorridisce la natura.... tali che sono a
sopportarsi impossibili, che nè posso, nè so, nè voglio
a patto niuno sofferire io....”

— “Giordano!....” con voce di agonia replica
Troilo; — “un cavaliere come voi fornito di quell’ottimo
discernimento che tutti conoscono.... pratico
delle cose del mondo.... vorrà credere a parole bugiarde....
ai detti di uomini oziosi.... e maligni? Noi
[pg!417]
generalmente il popolo estima felici; e genti cui l’astio
rode gioiscono nello avventarci strali avvelenati. — Facciamoli
piangere, esse dicono; così nel pianto
saranno uguali a noi....”

— “E tu ben parli; ma la nequissima voce mi
venne confermata da tale, che ormai non posso più
dubitare.”

— “Ella è poi di fede degna come voi reputate?”

— “Lascio a te giudicarne. Me lo confessava
Isabella....”

— “Ah! Isabella....?”

— “Isabella....”

— “Vostra moglie....”

— “Ella dessa.... mogliema. — Ora mi dì, Troilo....
il tuo nome è Orsini? Il sangue che nelle tue vene
discorre è un sangue stesso del mio? — Rispondi!”

— “E a che dirvi quello che voi troppo bene
sapete?”

— “Perchè mi giova in questo momento solenne
udirlo da te, ed essere certo che tu lo ricordi, che
te ne senti convinto... Così mi trovo circondato di traditori, — che
dal mio sangue in fuori... io non ardisco
sperare non essere tradito... Dunque tu sei mio sangue...?
Ora dammi un consiglio!... Isabella... l’ho io
da perdonare, o da ammazzare?...”

— “E devo consigliarvi io?”

— “Sì...”

— “Ma nè io, nè altri mi crede capace da tanto.
Voi avete molto maggiore senno di me...”
[pg!418]

— “Io però non lo penso; e posto ancora che ciò
fosse, estimi forse che non si perda in simili casi il
senno? Orsù, io t’impongo di consigliarmi...”

— “E allora... considerate, Giordano, come sia
misericordioso il Signore;.... e come gl’incliti personaggi
che a lui si rassomigliano compariscano miti
e clementi:.... ottenga pietà presso di voi la debolezza
della natura, la età della donna, e gli esempj
non buoni nei quali venne nudrita;... vi ritorni al
pensiero quello che con la solita prudenza ragionavate
poco anzi, la fantasia mobile, la indole immaginosa,
il tempo, il luogo, la occasione;... ed anche...
il fato, Giordano, dacchè noi tutti governa un fato
insuperabile.... e usate misericordia.... Isabella non
potrà più presentarsi al vostro cospetto decorosa d’innocenza;
voi non la potrete amare mai più.... e forse
stimarla nemmeno.... e non pertanto avanza all’offeso
una contentezza, acre è vero, eppure desiderabile
sempre, quella cioè di sentirsi immeritevole della
offesa, — e di vedere l’offensore pentito nel profondo
dell’anima....”

— “Vedi se ti manca il senno! Tu non patisci
certamente difetto di eloquenza.... Ed io lo immaginava! — Davvero
io vorrei seguitare il tuo consiglio,
ma un pensiero me ne distoglie, ed è questo:
in simile negozio ci va soltanto dell’onore mio? Il
decoro di famiglia non deve estimarsi a modo di fidecommesso,
che a me non è dato alienare, e neanche
diminuire, ma che nella sua interezza io devo rendere
[pg!419]
ai figli così immaculato e chiaro come io dai
miei maggiori lo ricevei? Diversamente operando,
non ti pare egli che un giorno potrei sentirmi dire
dai padri: — Che cosa hai tu fatto del nostro patrimonio? — E
dai figli: Non è questo il nostro retaggio...?”

— “Io crederei fosse bello le vendette ardue
cercare, e compire; le altre, che per farle basta
volerle, parmi dimostrazione di animo grande abbandonare.
Vincere altrui è cosa lodevole, vincere
poi sè stesso, divina....”

— “Ed anche per ciò io mi persuaderei a perdonarla....
quasi...., sennonchè un altro motivo mi
cruccia, ed impedisce che il mio cuore si apra alla
pietà; ed è la ostinazione della donna a tenermi
celato il nome dello adultero....”

— “E nol sapete voi?”

— “No.... E tu lo sai?...”

— “Io? No.”

— “E questo pensava anch’io, perchè altro ti
venne in pensiero, che guardarmi la donna, ed hai
per ciò con la casa mia e meco un torto grandissimo,
Troilo; un torto del quale io non so come possa
mandarti assoluto. — Ma forse non vuolsi attribuire
a te solo tutta la colpa, e in parte.... anzi in grandissima
parte.... è mia, che sapendoti e giovane e
cupido di gloria, e di alto cuore, ad altro dovevi
attendere tu che a fare lo eunuco di palazzo....”

— “Ed ella dunque recusa di svelarvi il nome...?”
[pg!420]

— “Nè per preghiera, nè per minaccia, nè per
la speranza del perdono costei a verun patto assentiva
mitigare la esacerbata anima mia....”

— “Certo, grave colpa è questa.... E tentaste
tutte le vie?”

-“Tutte....”

— “Vedete dunque, Giordano, come male consigli
chi non sa come le cose stieno: — se questa sua
caparbietà avessi conosciuto avanti, io vi avrei consigliato
in modo diverso.”

— “Diverso!”

— “Anzi contrario....”

— “Lo vedi tu stesso! Io mi vi trovo sospinto
irresistibilmente: almeno conoscessi colui che non
trattenne pudore di contaminarmi la casa mentre io
versava il mio sangue per la fede di Cristo.... colui
che non lo dissuase la reverenza della casa mia.... e
più della reverenza la paura della mia spada! — Ah!
mi parrebbe essere non infelice affatto, se potessi cacciargli
le mani nel seno.... strappargli il cuore, e
sbatterglielo nelle guancie.... — E vedi, Troilo, io
glielo farei, quanto è vero Dio.... ma il codardo si
cela.... Oh chi sei tu, che mi hai ferito a morte, e
non mi hai tolta la vita? Qual è il tuo nome? Móstrati! — Niente....
Ahi! quanto lacera il dolore della
offesa fatta da persona oscura, o abietta, o ignorata,
contro la quale non possiamo vendicarci, o vendicandoci
rimarremmo macchiati più assai dalla vendetta
che dalla offesa....”
[pg!421]

— “E veramente simili offese desiderano lavacro
di sangue...”

— “E poichè non posso versare quello dello
adultero aborrito... che di’ tu?...”

— “Parmi...”

— “No... parmi” — dice Giordano levandosi in
piedi; — “qui fa mestieri aprirmi il tuo concetto intero...”

— “Allora...”

“Allora? Perchè esiti tu? Qui non ci ascolta
nessuno... nessuno...”

— “Allora... il decoro geloso di famiglia domanda
che... sparisca da questo mondo Isabella...”

— “Sta bene,” — rispose Giordano; e stesa la
mano al cortinaggio, ne tira da parte le cortine,
aggiungendo: — “Ecco... guarda; — io l’ho fatto...”

— “Ah vendetta di Dio!” — urla Troilo; e dando
tre o quattro balzi allo indietro con le mani dentro
i capelli, percuote con le spalle e col capo violentissimamente
nella opposta parete.

Colei che fu donna Isabella Orsini giace resupina
sopra il letto a modo di sedente: sciolte e rabbuffate
le chiome, tesi i bracci, con le mani attrappite;
il volto nero, e chiazzato di sangue; aperta la
bocca, e sozza di bava sanguinosa; gli occhi aperti,
intenti, scoppianti fuori dai cigli... Una corda sottile
le stringe tuttavia il delicato collo, di cui i capi si
perdono pel buio della stanza, e terminano al soffitto.

Infelice spettacolo di colpa e di perfidia!
[pg!422]

«Così perì Isabella dei Medici, che avrebbe
fatto sè ed altrui felici, se il cielo le avesse dato
o minore bellezza, o maggiore virtù, o migliori
parenti.» [104]_

Giordano pallido anch’esso nel volto come per
morte, ma comprimendo con violenza prodigiosa la
passione che gli sconvolge l’anima, immobile dal
luogo ove tiene aperte le cortine, sporge il braccio
destro verso il cugino, e continua a favellare così:

— “Ora il mio letto diventò deserto... chè ogni
donna tremerà le si converta in supplizio; — la mia
casa è deserta, perchè il padre non può vivere col
figlio di cui ha strangolato la madre... Giorni torbidi,
e infami, — notti insonni, e piene di rimorsi e di
paura, — morte acerba... giudizio di Dio tremendo, — ecco
la pace che mi hai dato, Troilo! — Troilo,
tu, e non altri! — Uomo iniquo ed abietto... io ti conosco...
intero... e vedo e so come a costei, che fu
moglie mia, meno deve essere stata dura la morte,
che la coscienza di avere perduto la sua dignità di
principessa, di consorte, e di madre... per così miserabile
e schifosa creatura come sei tu. — Ribaldo!
Non è morto il segreto con la tua complice... no...
nè con la strage di lei, da te consigliata, Giordano
perdeva la traccia del traditore. — Ora a te sta morire.
Io potrei e dovrei _`astenermi` di levarti l’anima
trista con questa mano di cavaliere onorato; un sicario
basta al sicario; — ma come patisci giusta
morte, così non voglio che tu possa, ove mai c’incontrassimo
[pg!423]
nell’altro mondo, lagnarti del modo della
pena...”

Così dicendo, prende due spade nude poste ai
piedi del cadavere, e gettandone una per terra alla
volta di Troilo, soggiunge:

— “Toglila su, e difenditi; e poichè sei vissuto
da traditore, muori almeno da gentiluomo...”

Come asta di arco tesa da mano robusta, che
lasciata la corda violentemente si addirizza, così Troilo
di curvo fattosi diritto, quasi lo invadesse il demonio,
dà un balzo verso la finestra aperta alle sue spalle,
afferra con ambe le mani il parapetto, e con un altro
balzo si precipita fuori. Volle fortuna, comecchè
cadesse a capo fitto, per essere la finestra poco elevata
da terra, e per esservi l’erba cresciuta sotto
foltissima, non ne riportasse alcun male, onde tornato
subitamente in piedi si cacciò giù alla dirotta
per le scale di pietra.

Paolo Giordano, visto l’atto, come colui ch’era
valido di membra, ed agile molto, con prestezza
punto minore, di un salto ebbe varcato la finestra; — e
giù via incalzando con la spada ignuda nella
mano il fuggitivo.

Non parola, — non minaccia; — soltanto udivasi
con duplice cadenza il suono dei passi accelerati
per le scalee.

Trascorreva Troilo avanti, ma nel lungo corso
perduta la lena, disusato ormai dai cavallereschi
esercizii, lo avrebbe raggiunto sicuramente Giordano,
[pg!424]
se questi a mezzo del secondo scalo urtando forte
col piede dentro a un cordone di pietra, non fosse
stramazzato sopra la viva selce, sdrucciolando per
lungo tratto, e per quelle asperità macolandosi costole
e petto, e in parte scorticandosi, e rompendosi
le mani ed il viso. Gli scappò dalla destra la spada,
la quale a balzelloni, rompendo i silenzii della notte,
con pauroso fragore, chè di elettissimo acciaro ella
era, andò a fermarsi lontano lontano sopra la pubblica
via.

Non che gli fosse dato abilità d’inseguire Troilo,
Giordano allora potè a stento rilevarsi; ma sollevata
appena la persona sopra i gomiti appuntellati a
terra, tese la faccia dalla parte onde Troilo si dileguava;
e gli cacciò dietro per lo buio della notte
questa truce sentenza:

— “Poichè non sei voluto morire da cavaliere,
non passeranno mesi che tu morirai come un
cane!”

Titta raccolse il suo signore malconcio: gli lavò
le piaghe, e con amorevole cura gliele fasciò; poi
lui gemente e fremente ripose sur un lettuccio nell’anticamera.

Andò quindi per madonna Lucrezia, la quale
percossa dal fiero caso, tanto a lei più tremendo
quanto meno aspettato, rimase meglio di una ora
a ricuperare gli spiriti e la parola; nè mai ebbe più
bene mentre che visse, nè fu veduta più ridere o
rallegrarsi. Tornata in sè, Titta le si pose davanti,
[pg!425]
e col dito indice della destra alzato in mezzo ai sopraccigli,
lento lento profferì queste parole:

— “Madonna!... sentite bene!... La signora duchessa
è morta allo improvviso.... di accidente....
_`sopraggiuntole` nel lavarsi con acqua fredda la testa...
per cagione del quale accidente... cadde in
grembo vostro... e la sorprese la morte senza avere
tempo di darle soccorso.... Badate, madonna, da
sbagliare, se avete cara la vita!... Gli avvisi da parteciparsi
della sua morte alle corti — preparati fino
da ieri — parlano per lo appunto così.... Tenetevi
dunque per avvertita...” [105]_

Sciolto il cadavere dal laccio, fu trasferito da
Titta nelle sue stanze; e adagiato sopra il Ietto, Lucrezia
mandò per Inigo, e gli disse parola per parola
quanto l’era stato imposto da Titta. Il maggiordomo,
dato uno sguardo al cadavere, troppo bene si
accôrse del caso, e con la mano manca preso il
lembo del lenzuolo gli coperse la faccia nera per lo
travaso del sangue, mentre col dosso della destra si
asciugava una lacrima. — Inigo il maggiordomo, reputato
cuore di pietra, piangeva.

— “Dio riceva in pace l’anima di questa povera
signora!” — E dato un grosso sospiro, non parlò,
più.

Al cadavere d’Isabella furono fatte l’esequie
grandi e solenni: famigli, parenti — e il marito — e
i fratelli, presero le vesti gramagliose. Sopra il feretro
le recitarono la orazione funebre composta da
[pg!426]
uno accademico della Crusca in forbitissima favella
toscana.

Prezzo del sangue fu, in parte il pagamento, in
parte la composizione dei debiti di Paolo Giordano
Orsini; e questo narra il Galluzzi. [106]_ Il Settimanni
poi ci fa sapere come il duca di Bracciano conseguisse
dalla munificenza del cognato premio anche
maggiore, cioè nell’ottobre prossimo la donazione di
Poggio a Baroncelli, oggi Imperiale. [107]_ La quale notizia
indusse per avventura in errore taluno, che
scrisse la strage della Isabella avvenuta al Poggio
Imperiale, e non a Cerreto. [108]_

E Dio, che non paga il sabato, dette anch’egli
il guiderdone a Paolo Giordano condegno ai meriti.
Orribilissima morte lo incolse; la sua anima si contaminò
di nuovi delitti, conciossiachè il sangue chiami
al sangue, come vediamo succedere pel vino; e il
giudizio rimase aperto, talchè n’ebbero temenza i
suoi successori. E se ci saranno dalla fortuna non
avversa largiti tempo e salute, i nuovi casi della vita
di Paolo Giordano ci somministreranno argomento
per altro racconto.

Come Troilo finisse, lo ricaviamo dal passo seguente
delle storie del Galluzzi. «Il Granduca determinò
pertanto di esplorare l’animo della Regina
e inviare a cotesta corte un suo segretario, valendosi
del pretesto di esigere il residuo dei suoi crediti
procedenti dagl’imprestiti fatti al re Carlo IX,
giacchè appunto spiravano allora i termini delle
[pg!427]
assegnazioni. A questo solo effetto doveva estendersi
la sua commissione, ma si accordava la libertà,
secondo la occasione, di rimproverare alla
Regina il suo malanimo verso la casa Medici, e la
ingiuria fatta al Granduca. Arrivato il segretario a
Parigi, ed esposta la sua commissione, la Regina
gli disse: *Io non so come potrò aiutare questo desiderio
del Granduca, poichè accomoda al re di Spagna
un milione di oro per volta, e con noi guarda
adesso in sì poca somma.* — Rimostrò il segretario
che se il re di Spagna era stato servito di grosse
somme, aveva anche mostrato di tenere più conto
del Granduca che non aveva fatto lei, la quale lo
aveva maltrattato, e fattogli ingiuria che non meritava. — *Questo
confesso, diss’ella, e lo feci perchè
il Granduca non tiene conto di me, anzi con tanto
dispiacere mio e del re ci ha fatto ammazzare sugli
occhi Troilo Orsini, ed altri, che non ci pare
ben fatto, essendo questo Regno libero, e che ognuno
ci può stare.* — Replicò il segretario che avendo
l’Orsini e altri peccato gravemente contro il Granduca,
non conveniva a lei, che pure era del suo
sangue, proteggerli e soccorrerli con danari. — *Or
basta*, riprese la regina, *scrivete al Granduca che
non proceda più di questa maniera, e massimamente
in non fare ammazzare persona in questo Regno,
perchè il re mio figlio non lo comporterà.*» [109]_

-----

La morale poi del libro (e qui protesto servire
[pg!428]
al genio del tempo, che non trovando più morale
addosso alle persone, per incontrarla in qualche
parte la desidera almeno *relegata* e *rilegata* dentro
a un volume) è questa:

Ponemmo sul principio la sentenza di Gesù Cristo
per la donna adultera:

*Colui di voi ch’è senza peccato getti il primo la
pietra contro di lei.*

Però la misericordia del Signore non derogava
alla sua legge scritta nel Deuteronomio, e nello
Esodo:

*Non commettere adulterio.*

Ed ogni seme di colpa forza è che generi il
frutto doloroso della pena.

|

----

.. [91]

   | Ormai convien che tu così ti spoltre,
   |   Disse 'l Maestro, chè, seggendo in piuma,
   |   In fama non si vien, nè sotto coltre:
   | Sanza la qual chi sua vita consuma,
   |   Cotal vestigio in terra di sè lascia,
   |   Qual fumo in aere od in acqua la schiuma.
   |
   |     *Inferno*, XXIV.

.. [92] Anassarco, filosofo di Abdera, fu pestato dentro a un
   mortaio per comandamento di Nicocreonte tiranno di Cipro.
   Mentre i carnefici lo pestavano, egli finchè gli bastò la lena
   diceva: — «Pestate pure la scorza di Anassarco; voi non potete
   nulla sopra l’anima sua.»


.. [93] Nelle Memorie del maresciallo di Bassompierre noi leggiamo
   il seguente passo notabilissimo. — «Maria dei Medici
   [pg!429]
   sul declinare della sua autorità di reggente disegnava negare
   ad alcuni baroni, che a grande istanza la pressavano, il richiamo
   di alcuni banditi, ma non osava pronunziare il rifiuto
   prima di conoscere la sua condizione presente; quindi
   ostentando un motivo, chiama in disparte Bassompierre, e
   gli domanda quali mezzi di resistenza le rimangano. Bassompierre
   risponde: — Nessuno, — molto più che alcuni amici,
   come il marchese di Ancre, l’avevano abbandonata. — Lors
   la reine ne peut se tenir de jeter quatre ou cinq larmes, se
   tournant vers la fenètre afin qu’on ne la vît pas pleurer, et
   *ce que je n’avois jamais vu, elles ne coulèrent point comme
   quand on a accoutumé de pleurer, mais se* dardèrent *hors
   des yeux sans couler sur les joues.*»


.. [94] Molti sono i luoghi in Italia, a dire del Muratori, *Antiq.
   ital.*, che trassero nome dagli alberi: *Frassineto*, *Rovereto*,
   *Suvereto* *ec.*, e vie discorrendo.


.. [95] Lamoignon-Malesherbes, il vecchio difensore di Luigi XVI,
   essendo tratto al patibolo, mentre urtava col piede in uno scalino
   della prigione, osservò «che un Romano sarebbe tornato
   indietro.»


.. [96] «Non passò molto che si ebbe l’avviso della morte di
   don Giovanni di Austria, cagionatagli da febbre e da spiacevole
   noia di soverchie cure.» Costo, *Storia del Regno di
   Napoli*.


.. [97] Qual fosse la segreta cura di don Giovanni ce la seppe
   rivelare l’illustre signor cavaliere Carlo T. Dalbono nel suo
   bellissimo libro delle *Tradizioni Popolari* del Regno di Napoli.
   Nelle *Fiere di Castelnuovo* espone come don Giovanni salvasse
   nell’assalto di Granata una giovanetta maomettana della quale
   divenne amante riamato, e n’ebbe un figlio, dolcissima cura
   dei genitori. Cresciuto di anni e di bellezza, don Giovanni teneva
   in corte il garzone a modo di paggio insieme con altri
   nobilissimi giovani. Sventura volle che don Giovanni essendo
   vago di nudrire bestie feroci avesse tra le altre una immane
   leonessa; mentre i paggi giocavano in prossimità del serraglio,
   una palla cadde vicino alla leonessa; i giovanetti, come succede,
   presero a istigarsi a vicenda per vedere chi tra loro meglio
   animoso fosse andato a raccoglierla. Arrighetto, seguendo gl’impulsi
   della sua magnanima natura, accorse prontissimo e ne rimase
   infelicemente sbranato... — Nove giorni dopo la tragica
   morte del figlio, don Giovanni partì da Napoli con l’armata
   [pg!430]
   navale. Il dì 24 agosto giunse a Messina, dove collegatosi con
   le galee dei confederati mosse alle Curzolari, e quindi al golfo
   di Lepanto dove fu combattuta la immortale battaglia. Narra
   il cavaliere Dalbono come fino a qualche anno addietro, nella
   chiesa di santa Barbara in Castelnuovo, si vedesse una lapide
   con questa iscrizione:

   .. class:: center

   | ARR.
   | R. FILIUS AMORIS
   | 1571.

.. [98] «Le ferite del Pike erano mortali; nondimeno conservando
   ancora malgrado crudeli patimenti tutto lo eroico suo
   ardore: — *Avanti, avanti, miei bravi, sclamò egli, vendicate
   il vostro generale!* — Tali furono le ultime parole che
   potè rivolgere alle sue truppe, parole che le infiammarono
   di nuovo coraggio. Alcuni soldati lo portarono poi sulla riva,
   e cammin facendo clamorose acclamazioni gli annunciarono
   la riuscita dell’attacco, e riconfortarono i suoi ultimi momenti:
   poco dopo lo condussero a bordo della nave *il Pert*,
   e gli recarono la bandiera nemica: a quella vista ripresero
   i suoi occhi il loro splendore accostumato, ed accennò che
   gliela mettessero sul capo, e spirò gloriosamente circondato
   dai trofei della vittoria.» Trelawny, nelle Memorie di un cadetto
   di famiglia, racconta come Dewit, famosissimo corsale,
   ferito a morte dentro la bandiera nemica si avviluppasse, e
   quivi chiuso rendesse l’ultimo fiato.


.. [99] *Ma nessuno li contò.* Questa è la espressione che adopera
   quel giudizioso Ludovico Muratori narrando negli *Annali*
   la battaglia di Lepanto.


.. [100] I particolari della battaglia di Lepanto furono con molta
   diligenza raccolti dai seguenti scrittori: :small-caps:`Adriani`, *Storia dei
   suoi tempi*. — :small-caps:`Costo`, *Storia dei suoi tempi*. — :small-caps:`Doglioni`, *Storie*. — :small-caps:`Campana`,
   *Seguito alla storie del Tarcagnota*. — :small-caps:`Fra. Dionigi`
   da Fano, *Seguito alle storie del Tarcagnota*. — :small-caps:`Muratori`,
   *Annali*. — :small-caps:`Botta`, *Seguito al Guicciardino*, ed altri non pochi.


.. [101]

   | Apollo, tua mercè, tua mercè, santo
   |   Collegio delle Muse, io non mi trovo
   |   Tanto per voi, ch’io possa farmi un manto
   |
   |     :small-caps:`Ariosto`, *Satire*.

.. [102] Queste parole furono quelle appunto che profferivano
   [pg!431]
   Isabella e Lucrezia, e tutti i ricordi del tempo ce le conservarono
   precisamente.


.. [103] Tassoni, *Secchia rapita*, Canto II.

.. [104] Botta, *Storia d’Italia* fino al 1789. Libro XIV.

.. [105] L’avviso partecipato alle Corti conteneva le circostanze
   «che questa infelice, nel lavarsi la testa sopraggiunta da uno
   accidente, cadde in grembo alle sue damigelle, e fu sorpresa
   dalla morte senza aver tempo di darle verun soccorso.» Galluzzi.
   *Storia del Granducato*, Lib. IV, Cap. II.


.. [106] «Il granduca e il cardinale mantennero con l’Orsini la
   buona corrispondenza, ma anco s’interessarono per acquietare
   i suoi creditori, e dare alla di lui sconcertata economia
   qualche sistema. Tutto ciò proverebbe, o che la morte di
   donna Isabella non fu violenta, o che il granduca e i fratelli,
   essendo di concerto con l’Orsini, con la loro dissimulazione
   resero lo eccesso più detestabile.» Lib. IV, Cap. II.


.. [107] Cronaca MS. del Settimanni, nello Archivio delle Riformagioni.

.. [108] Ademollo, nelle note al romanzo *Marietta dei Ricci*.

.. [109] Galluzzi, lib. :small-caps:`IV`, Cap. V, T. II.

.. class:: center

| Nota alla pag. [pg 44]_, verso 1.

*Crediamo far cosa gratissima di pubblicare una lettera
autografa d’Isabella Orsini, la quale dimostra la bontà della
indole di lei, che volentieri s’induceva a impegnare un gioiello
per provvedere ai bisogni delle serve, e raccomanda quel
suo vecchio servitore. Questa lettera è conservata nel suo originale
con altri documenti preziosissimi da un dotto e pio
sacerdote.*

   .. class:: italics

   | M\ :superscript:`co` M. Giannozzo

Non ho prima che adesso possuto darvi risposta perchè mi
sono avuta a stroppiar del dito grosso, et dubito che mi resti
[pg!432]
un poco impedito. ricevetti le cose mandatemi da M. Guglielmo
ciò è dua para di maniche, d’argento uno paro et
l’altro d’oro et quattro para di seta, tre pezze dargenteria et
tre mostre di velo, non so quante braccia sia il pezzo. penso
che staremo dalle parti di qua qualche giorno. però mi parrebbe
al proposito dovessi fornir la casa di grano et legne alle
mie donne inanzi salga più di prezzo et se non avete comodità
di denari potrete impegniar quel mio giojello per cento o
cento cinquanta scudi a qualche vostro amico et servirvi di
quelli denari a questo effetto et mandatemi la somma delli debiti
che ho per fino all’ultimo di questo mese. viene costà
biagio mio stalliere per aver certi sua denari delle paghe vecchie.
di grazia fate che valerio gnene dia quanto prima aciò
che se possi poi tornare a servirmi per queste male strade. fatemi
fare braccia 106. di cerretti di seta bertina et bianca a
poste come vedrete qui la mostra in un pocho di carta et
non essendo questa mia per altro state sano. di Camaldoli il
dì 30 di luglio 1564.

.. class:: right

| Vostra degnia :small-caps:`Isabella Medici`
| :small-caps:`Orsina`

   | al di fuori

.. class:: italics

Al Mag\ :superscript:`co` M. Giannozzo da Ceparello nostro Caris\ :superscript:`mo`

|
|

.. class:: center large

| FINE.

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (côlto/còlto, follia/follía, ronzio/ronzìo e simili),
   correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
   Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

      | 48 — casi occorrenti ne `l’arte`_ [larte]
      | 52 — et una `infinità`_ [infinita] di roba
      | 150 — stese la mano al piatto per `toglierglielo`_ [toglierglierlo]
      | 202 — non poteva essere `abbandonata`_ [abbadonata]
      | 345 — `tra i`_ [trai] singhiozzi esclamò
      | 422 — e dovrei `astenermi`_ [asternermi] di levarti l’anima
      | 425 — di accidente.... `sopraggiuntole`_ [sapraggiuntole] nel lavarsi

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK ISABELLA ORSINI \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

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electronic work, you indicate that you have read, understand, agree to
and accept all the terms of this license and intellectual property
(trademark/copyright) agreement. If you do not agree to abide by all
the terms of this agreement, you must cease using and return or
destroy all copies of Project Gutenberg™ electronic works in your
possession. If you paid a fee for obtaining a copy of or access to a
Project Gutenberg™ electronic work and you do not agree to be bound by
the terms of this agreement, you may obtain a refund from the person
or entity to whom you paid the fee as set forth in paragraph 1.E.8.

**1.B.** “Project Gutenberg” is a registered trademark. It may only be
used on or associated in any way with an electronic work by people who
agree to be bound by the terms of this agreement. There are a few
things that you can do with most Project Gutenberg™ electronic works
even without complying with the full terms of this agreement. See
paragraph 1.C below. There are a lot of things you can do with Project
Gutenberg™ electronic works if you follow the terms of this agreement
and help preserve free future access to Project Gutenberg™ electronic
works. See paragraph 1.E below.

**1.C.** The Project Gutenberg Literary Archive Foundation (“the
Foundation” or PGLAF), owns a compilation copyright in the collection
of Project Gutenberg™ electronic works. Nearly all the individual
works in the collection are in the public domain in the United
States. If an individual work is in the public domain in the United
States and you are located in the United States, we do not claim a
right to prevent you from copying, distributing, performing,
displaying or creating derivative works based on the work as long as
all references to Project Gutenberg are removed. Of course, we hope
that you will support the Project Gutenberg™ mission of promoting free
access to electronic works by freely sharing Project Gutenberg™ works
in compliance with the terms of this agreement for keeping the Project
Gutenberg™ name associated with the work. You can easily comply with
the terms of this agreement by keeping this work in the same format
with its attached full Project Gutenberg™ License when you share it
without charge with others.



**1.D.** The copyright laws of the place where you are located also
govern what you can do with this work. Copyright laws in most
countries are in a constant state of change. If you are outside the
United States, check the laws of your country in addition to the terms
of this agreement before downloading, copying, displaying, performing,
distributing or creating derivative works based on this work or any
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representations concerning the copyright status of any work in any
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on which the phrase “Project Gutenberg” appears, or with which the
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  This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
  almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
  re-use it under the terms of the Project Gutenberg License included
  with this eBook or online at http://www.gutenberg.org

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can be copied and distributed to anyone in the United States without
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of paragraphs 1.E.1 through 1.E.7 or obtain permission for the use of
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posted with the permission of the copyright holder, your use and
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with the permission of the copyright holder found at the beginning of
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this electronic work, or any part of this electronic work, without
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active links or immediate access to the full terms of the Project
Gutenberg™ License.

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any word processing or hypertext form. However, if you provide access
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version posted on the official Project Gutenberg™ web site
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expense to the user, provide a copy, a means of exporting a copy, or a
means of obtaining a copy upon request, of the work in its original
“Plain Vanilla ASCII” or other form. Any alternate format must include
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that

.. class:: open

- You pay a royalty fee of 20% of the gross profits you derive from
  the use of Project Gutenberg™ works calculated using the method you
  already use to calculate your applicable taxes. The fee is owed to
  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
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“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
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TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
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lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
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the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

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forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
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**1.F.5.** Some states do not allow disclaimers of certain implied
warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

**1.F.6.** INDEMNITY – You agree to indemnify and hold the Foundation,
the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
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Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
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Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
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Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

