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   :PG.Title: Fame usurpate
   :PG.Released: 2012-01-15
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   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Vittorio Imbriani
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Fame usurpate
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Fame usurpate
      
      Author: Vittorio Imbriani
      
      Release Date: January 15, 2012 [EBook #38578]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FAME USURPATE \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   | :xx-large:`FAME USURPATE`
   |
   | QUATTRO STUDII
   | :small:`DI`
   | :large:`VITTORIO IMBRIANI`
   | CON VARIE GIUNTE
   |
   |
   | :small:`SECONDA EDIZIONE`
   |
   |
   | NAPOLI
   | :small:`CAV. ANTONIO MORANO, EDITORE`
   | :small:`371, Via Roma, 372.`
   | —
   | :small:`M.DCCC.LXXXVIII.`

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   | Proprietà Letteraria

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QUALCHE SPIEGAZIONE
===================


Affidatomi il grato compito di curar la ristampa
di questo volume, ho cercato di riprodurre
fedelmente la edizione eseguita sotto gli
occhi dell'autore pei tipi di A. Trani, — Napoli,
1877; ed ormai resa irreperibile. Solo, mi
son permesso mutare, dove si vedeva chiaro,
trattarsi di mende tipografiche. Nel resto, ho
spinto la fedeltà, fino allo scrupolo, specie per
la punteggiatura, la quale, — quantunque un po'
diversa da quella adoperata dall'Imbriani, negli
ultimi anni, — pure, giova a spiegarci, come,
dopo maturo esame, a poco a poco, era venuto
formandosi il suo metodo ortografico.

Certo, io non potevo far diversamente... Ma
l'autore, — che non si stancava mai d'adoperar
la lima, — vi avrebbe trovato da modificare
e da correggere, come, del resto, ce ne fa fede
una copia del libro, che egli andava preparando
per la futura edizione, nelle prime pagine con
ritocchi e mutamenti, di tutt'i quali ho tenuto
conto.

Ai quattro studî si sono aggiunti due altri,
l'uno sul Manin e l'altro sul Cairoli, secondo
era divisamento dell'istesso Imbriani, tanto da
esserne in trattative con qualche editore; trattative
non conchiuse per ragioni, che, qui, è
inutile specificare. In fine, ho raccolto, in appendice,
tre o quattro altre cosette, che, altrimenti,
sarebbero andate smarrite; e che, (se non m'inganno)
giovano alcun poco a meglio chiarire il
suo pensiero.

E godo commemorare il secondo anniversario,
(che ricorre oggi) della morte immatura del
povero Imbriani, con la pubblicazione di un'opera,
la quale maggiormente giovò a farlo conoscere
che è tanta parte di lui. Anzi, fo voti, che questo
sia l'inizio d'una serie di ristampe de' tanti
suoi lavori, perchè ritengo, non potersi meglio
onorare la memoria, se non divulgandone gli
scritti, in cui rivive la sua simpatica ed originale
personalità, e contribuire, in tal guisa, a
fargli rendere giustizia dalla coscienza nazionale.

   | Capodanno, M.DCCC.LXXXVIII.

.. class:: right

| *Gaetano Amalfi.*

----

.. clearpage::

[pg!1]

AVVERTENZA
==========


Ripubblico, ritoccati, ma senza alterazioni sostanziali,
quattro studî critici, scritti parecchi anni
fa. Vennero stampati dapprima in giornali o riviste;
e conservano sempre la macchia originale,
essendo conditi di capestrerie, che dovevano, secondo
me, renderli tollerabili al palato de' lettori
di *Appendici*, Se non erro però, sotto all'intingolo
più o men pruriginoso, v'è cibo sano e nutriente.

Ho intitolato il volume *Fame Usurpate*. Un birrichino
d'un pretazzuolo schiericato, mi fece un
casa del diavolo addosso, perchè avevo adoperato,
in non so che versucciacci, *Fame*, plurale di *Fama*.
M'ero servito di quel vocabolo pensatamente e
confortato anche da esempli numerosi del Petrarca
e del Boccaccio. Quindi, invece di recitarne il *mea
culpa*, colgo con piacere l'occasione di ripeter la
parola sopra un frontespizio, per mostrare in qual
conto tenga le riprensioni delle birbe, degli sciocchi
e degl'ignoranti, che s'imponeano a parlar di
lingua, senz'aver neppur letto i migliori nostri
scrittori.

[pg!2]
Non c'è cosa, ch'io aborra quanto le riputazioni
scroccate d'ogni genere; quanto le virtù posticce,
gli eroi (*façon* Sapri) finti ed i falsi dei. Nulla di
più dannoso per un popolo de' culti irrazionali, di
ogni venerazione inconsistente. Ho cercato sempre
di purgarne l'animo mio; ed ho sempre consigliato
altrui di tenersene immune, di resistere agli andazzi,
di non venerare od amar checchessia, se
non a ragion veduta. Da sedici anni, in questa
Italia, che mi riesce tanto diversa dal mio desiderio,
veggo invece l'impostura e la ciarlataneria
riscuoter plauso e trionfare; farabutti e dappochi
incensarsi a vicenda; le fabbriche di grandi uomini
artificiali ingombrare il mercato politico e
letterario, e cattedre e parlamento, di prodotti di
scarto. Non inchinandomi ad alcun vitello, nè di
carne nè d'oro; non comperando io lodi bugiarde
con encomî menzogneri; dicendo sempre quel, che
io stimo vero; mi son procacciato nemici e malevoli
senza fine, molti dolori e non ho fatto gli affari
miei. Ma non me ne duole; ch'io so d'aver
fatto il dover mio, ch'è meglio.

Potrà darsi, che la pubblicazione di questo volumetto
stuzzichi un vespaio. Che m'importa? Ad
un Italiano, amante della patria e devoto alla dinastia,
che può importare di persecuzioncelle letterarie
in questo momento? Qual pettegolezzo o
briga o dissapore privato può aggiungere all'amarezza,
ch'io provo, vedendo il potere in mani abjette
e malfide, scorgendo i pericoli, che corrono la Monarchia
[pg!3]
e l'Unità, prevedendo l'avvenire, che ci
minaccia?

   |   . . . . La cruda e iniqua
   | Ragion di parte vinse
   | Valor, senno e virtù; sì che in segreto
   | Ne geme Italia, rossa di vergogna [#]_.

.. [#] *A' Moderati*, vinti ne' Comizi del 5 Novembre 1876. Canzone
   di Matteo Raeli. — Noto Tip. di Fr. Zammit. 1876.


Uomini peggiori e più scadenti no, che non è
possibile l'immaginarne, ma uomini ugualmente malvagi
ed insipienti, son forse giunti qualche rara
volta altrove al potere: però sempre in tempo di
rivoluzione, ne' parossismi della massima perturbazion
morale, quando la canaglia prevaleva e sopraffaceva
armata mano. Che il santuario dello
Stato potesse venir profanato in tempi ordinarî e
per le vie legali da tanta dappocaggine ed iniquità;
che, per un voto delle Camere, ratificato dagli
elettori, dovessimo subire questo obbrobrio di Ministero;
mi spaventa e sgomenta. Qual è dunque
mai lo stato morale e sociale dell'Italia, se qui è
possibile e si tollera pazientemente quel, che altrove
non si ammetterebbe neppure come ipotesi?

Per la patria e la dinastia, inseparabili nel cuor
mio, nulla posso: non posso nè lavar la macchia,
nè rimuovere il pericolo. Ma stimando, che chiunque,
comunque, ancorchè per un solo istante abbia
potuto acquetarsi ed anche solo mentalmente
[pg!4]
consentire ad un tanto vitupero e scempio, debba
arrossirne; voglio almeno, a tutela della fama mia,
dichiarare, pure innanzi a questo volumetto, ch'io
non ho nulla di comune con la banda de' sedicenti
progressisti.

   | Roma, 7 Gennaio 1877.

.. class:: right

| **Imbriani.**

[pg!5]




IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA
===========================

.. class:: center

   | (ALEARDO ALEARDI)
   |  —
   | :small:`M.DCCC.LXIV.`

[pg!7]


A TOMMASO GAR
-------------

— «\ *Mesi fa, Ella, per ispronarmi, a scrivere, sulle
poesie d'Aleardo Aleardi, mi fu cortese dell'ultima
edizione fiorentina, impressa da Gaspare Barbèra,
nel MDCCCLXIV. Veramente, percorse, io le aveva,
già, non tutte, altra volta, e quando la fama dell'autore
era bambina, accogliendone un'impressione,
ma senza badare a formarmene un criterio
proprio. Non mi pareva roba da badarci più che
tanto. Stavolta,... La lo sa, La lo sa, son fanatico
per l'incisione: baratterei tutta l'incolore scuola pittorica
lombarda, per un'acquaforte del Rembrandt!
Oh s'immagini, dunque! Quel ritrattaccio dell'Aleardi
impomatato e stregghiato, che sta rimpetto al
frontespizio, come drago sul sogliare d'orti incantati.
All'adocchiarlo, raccapricciai; ed il volume ruzzolò,
per le terre.*» —

— «\ *Sicchè, non ha letto?*» —

— «\ *Anzi! Raccattai l'opera; la spolverai; tagliai,
con la stecca, i fogli; e, poi, mi dissi: Coraggio!
Avanti, marsc'! E lessi, rilessi, studiai, postillai,
da cima a fondo, il cosiddetto e sedicente poeta
civile. Ma...*». —

— «\ *Ma che?*». —

[pg!8]
— «\ *Ferma un'opinione in capo, esito a porla in
carta! L'impegno assunto, duolmi, oltre ogni dire,
per un giusto riguardo. Maledettissimi riguardi!
Inceppano, precludono qualunque libero moto, al
malcapitato estetico. Sono mostri, che* non lasciano
altrui passar per la sua via. *Stai, per isnocciolare
quattro verità, forse, dure, ma che stimi utili e che
ti costan fatica, quando ti si para davanti una considerazione,
uno scrupolo di convenienza; ed o t'imbavaglia
o ti sforza a balbettare qualche scempiaggine
menzognera e lusinghiera. Non se la pigli,
con l'amico, che ommise d'avvertirla, quand'Ella,
ierdassera, sedette a carteggiare, con quel baro:
caspita! egli tacque, per onesti riguardi. E, sempre,
per qualche buon riguardo, che mogli e drude c'infinocchiano;
e che i ministri.... ne sballan tante.
Qual meraviglia, quindi, se, per convenienza, per
delicatezza, un critico anch'esso s'inducesse a mentire
od almanco ad ammutolire?*». —

— «\ *Pure, abbiamo dietro le spalle i tempi, quando si
pagava in busse od a pugnalate le giuste riprensioni.
Ma comprendo! Il quieto vivere è desiderabile; e,
talvolta, si teme, che gli scrittori biasimati.....*». —

[pg!9]
— «\ *No, giuraddio! Temere? Un corno. Temere
chi? La mi farebbe attaccar moccoli e ceri! O ch'io
mi spiego male o ch'Ella m'ha franteso. Potrà darsi,
che, altrove, allignino, tuttavia, scribacchini, a' quali
imporre silenzio, con l'intimidazione; ma quì, tra
noi, mi giova crederne spenta la razza. I riguardi
ci s'impongono non dalla violenza, anzi dalla seduzione,
ch'è vera forma di violenza, come sclama
l'Emilia Gallotti, nel povero dramma lessinghiano.
Sempronio ci pare un imbrattacarte: foss'egli efferato
e potente, al pari del tiranno siracusano,
glielo spiattelleremmo, sul muso, lì. Ma c'è, che, quantunque
imbrattacarte, ha congiunti e congiunte,
amici ed amiche, ammiratori ed ammiratrici; ed
il critico meschinello (guarda combinazione!) sarà
congiunto, ammiratore od amico od altro di alcuna
od alcuno fra loro. C'è, che visceri d'uomo, ne abbiamo,
ancor, noi, checchè blaterino gli scrittorelli
tartassati. Abbiamo le debolezze della carne; ed*, al
postutto, non siamo angeli, *come piagnucolava l'anima
candida di Tartufo. Crocifiggeteci e non ritratteremo
la menoma scioccheriuola, rivaleggiando coi
fanatici (politici e religiosi), i quali si saranno, pur,
talvolta, accorti delle assurdità, che perfidiavano nel
confessare, per amor proprio malinteso. Ma non
oseremmo affermare, che, a mezzogiorno, il sole sta,
nel punto zenitale, ove dubitassimo di contristare
persona cui ci leghi affetto; di attirarci, puta, occhiatacce
bieche, da quel par d'occhi bruni, tanto
gentili quando sorridono..... Ecco, io mi trovo, ad
un simil bivio: o non dar parola al mio concetto
d'Aleardo Aleardi; o calpestare riguardi e rispetti
di non piccol momento*». —

— «\ *Che? Un par d'occhi bruni.... eh?*» —

— «\ *Nossignore: una barba grigia. Si tratta d'uno
di que' pochi Italiani, esuli, tuttora, sul territorio
del Regno d'Italia; d'un uomo, che ha mezza logora
la vita negli studî e mezza per la patria; ambasciadore
della seconda efimera repubblica veneta
alla seconda efimera repubblica gallica; del quale
ho sperimentata la solerte benevolenza. Come non
volergli bene? Ed egli, intimo dell'Aleardi lo ha incuorato
a poetare; ne ha ricorretti gli stracciafogli;
e si compiace della celebrità, che altri, forse,
chiamerà facile ed usurpata, ch'egli rèputa, appena,
adeguata, a' meriti dell'amico. Quest'uomo è
la Signoria Sua. So, che Le dorrà, ch'io scriva,
come sto per iscrivere. Me ne spiace, assai;
pure.....*» —

[pg!10]
— «\ *Pure?*» —

— «\ *Scrivo! certo, ch'Ella mi perdonerà. Le debbe
esser noto a pruova, che, per l'onesto scrittore, quando
ha la penna in mano, è giuocoforza scarabocchiare
sotto la dettatura di quell'accattabrighe della
coscienza. Il solo giornalista di qualche merito in
Italia, Ruggiero Bonghi, dice (non so se sinceramente,
ma, certo, congruamente):* Io non vedo altro
compenso dello scrivere, che giovare, dicendo il vero.
Quando lo scrittore o non sa o non può vincere
le difficoltà, che gli si oppongono a ciò, meglio
tacere; e scegliere soggetti, ne' quali non debba
mentire o dissimulare, a sè medesimo. *Ma il galantuomo,
la penna non può non recarsela in mano,
quando ha qualcosa da bandire. Chi stima di posseder
la verità e non si sbraccia per acquistarle
fautori, aderenti, proseliti, partigiani, mi fa schifo.
Al levita, capitato in mezzo ad un sinedrio di crisomoscolatri
e che si sa provvisto di saldi muscoli
abduttori ed adduttori, la sindèresi non concederebbe,
mai, pace o tregua, s'egli non iconoclasteggiasse
un tantino. Conoscendo quanto io La riverisca,
Ella comprenderà, quanto mi affligga, il dover
porre alla berlina un verseggiatore mediocre,
ma protetto da Lei. E da un tale atto e dalla presente
dedica, che ad uomo volgare parrebbe impertinenza,
trarrà motivo, per confermarmi quella
Sua stima, che tanto ambisco*». —

[pg!11]

   |   Angosce finse e simulò letizie
   | Con quell'accento che non vien dal core.
   |
   |   :small-caps:`Aleardo Aleardi` — *Accanto a Roma*.


I.
--

Discuto il poeta, non l'uomo. Osservazioni, epiteti,
giudizî s'hanno a riferire, alla personalità dello
scrittore Aleardo Aleardi, ente astratto; non allo
Aleardi, uomo in carne ed ossa, che, da taluni, mi
si afferma essere una cara persona. Se questo è, debbo
rimpiangere di non aver avuto seco relazione di sorta,
tranne una sola stretta di mano e momentanea. Potrà
darsi, ch'io paja talvolta *troppo acerbo*, (com'ebbe
a dire Alessandro Manzoni;) e mi spiacerebbe, se
l'irruenza del dire scemasse credito alla cosa detta;
prometto d'avere ogni riguardo, ogn'indulgenza possibile.
Ma so scriver solo, fotografando i sentimenti
miei: la rettorica mia consiste nell'esprimere
quantunque io pensi, comunque il pensi. Ora, basta
il barlume d'intelligenza, largito a' cretini, per comprendere,
come un Italiano non possa ragionar di
quanto, a parer suo, ammorba la nostra letteratura
contemporanea, accademicamente, spassionatamente,
in quella guisa, che discorrerebbe d'un cattivo andazzo
antico, degli Arcadi o de' Frugoniani. Altro è
il passato, altro il presente. Mentre ferve la mischia,
io me n'infischio di mostrarmi garbato e cavalleresco.
[pg!12]
Che un pessimo verseggiatore, dugent'anni sono
soddisfacesse, perfettamente, a' bisogni estetici della
nazione, è fenomeno storico, che ci aveva la sua
ragion d'essere; giudicarlo o discuterlo, non serve;
bisogna rendersene conto. Al male odierno, invece,
conviene ostare, rimediare, aprendo gli occhi agli
illusi, mostrando alla gente di facile contentatura
quel, che, pure, avrebbe il dritto di pretendere.
Questa norma vale e per la politica e per le lettere.
Nel combattere un error divulgato e radicato, sarò,
quasi chirurgo, che intende a guarire una cancrena
profonda e diffusa, adoperando, senza alcun ritegno,
tutti i ferri del mestiere: chi l'ha per mal, si scinga.
Si sbaglia, addirittura, ritenendo la calma contrassegno
dell'aver ragione, e l'irruenza per indizio
dell'aver torto: è faccenda di temperamento. Chi
s'appassiona (già, si sa!) facilmente, trasmoda: ed
io non nego di parlare, appassionatamente. Son certo,
che l'Aleardi, lui, me ne saprà grado. Lo sdegnarsi
di qualcosa parmi un renderle omaggio, prendendola
sul serio. Una volta, trattenendosi il Goethe, in una
cittaducola di bagni, nel passeggiar, per un viottolo,
che conduceva, ad un mulino, incontrò non so qual
principe: sopravvennero alcuni muli carichi di sacca
di farina, e bisognò ricoverarsi in una casipola. I due
intavolarono discussioni profonde sulle cose umane
e divine. Ed essendosi mentovati *I Masnadieri* dello
Schiller, quel principe sclamò: — «S'io fossi stato
messer Domineddio, nell'accingermi a creare il
mondo, prevedendo, che vi si sarebbero scritti *I
Masnadieri*, io non l'avrei creato.» — Il giudizio
era, passionalmente, esagerato: lo Schiller, però,
avrebbe avuto torto di lagnarsene, perchè attribuiva
tanta importanza, ad una sconciatura da collegiale.
E, poi, distinguiamo: c'è passione e passione. C'è
la passione, che rampolla da un interesse personale,
esclusivo e, quindi, irrazionale, o illogico; e la passione
monda, razionale, che mira al vantaggio universale.
E di quale altro genere potrebb'essere l'affetto
immenso, che ho riposto nella Letteratura Italiana,
[pg!13]
reputandola la incarnazione più sublime del
bello poetico? Questo, a scanso d'equivoci.


II
--

   | *Ire bollenti e fuggitive; santa*
   | *Ignoranza dell'odio e dell'oblio;....*
   | *Carità di perdoni; una serena*
   | *Purezza di pensier, mista a febbrile*
   | *Sperïenza di cupide carezze;*
   | *Ingenue fedi; desiderî audaci*
   | *E insazïati; avidità di arcane*
   | *Ebrezze; del martirio e de la tomba*
   | *Uno sprezzo magnanimo; un perenne*
   | *Vagheggiamento dell'eterna idea;*
   | *Ecco, Elisa, il poeta....*

No, cara ed ignota Elisa, non creder, mica, da
gonza, quanto scarabocchia l'Aleardi in una delle
peggiori fra le sue *Ore cattive*. Dato e non concesso,
che questa addizione impoetica di qualità sopraccariche
d'epiteti, abbia, per prodotto, una persona,
io, francamente, non saprei ravvisare, nelle poste,
le *membra disjecta* d'un poeta, anzi, piuttosto, quelle
d'un frate. Non i requisiti politici, fisici, morali o
religiosi costituiscono il poeta; anzi la virtù di sentire
ogni pensiero, in modo da trasformarlo in fantasma:
tutto il resto è puro ammenicolo, quando non
guasta. Che il viceconte Vittorio Hugo viva fra gli
adulterî o che il conte Giacomo Leopardi muoja
vergine; che il consigliere intimo Gian Lupo di
Goethe strisci, nella corte d'un principato lillipuziano,
o che Giorgio Byron aspetti, imperterrito,
il naufragio imminente, sulle coste della Corsica;
che Alessandro Manzoni sia capace di perdonar finanche
a que' tedeschi, i quali fustigarono in pubblica
piazza le sue milanesi, o che Dante Allaghieri
sia uomo, da non perdonarla, neppure al suo
Brunetto Latini; gua', sono accidenti! ci spiegano
le peculiarità di que' valenti; bisogna conoscerli, per
[pg!14]
rendersene conto e del contenuto delle scritture;
ma, con essi e senz'essi, e' si puole essere poeta. Un
Byron impotente e leccazampe, un Allaghieri codardo
e perdonevole, un Manzoni scettico e donnajuolo,
un Goethe patriota e tribuneggiatore, un
Leopardi ignorante e spensierato, un Hugo che non
fosse banderuola politica, avrebber possedute le istessissime
facoltà poetiche, la medesima immaginativa.
Sia di creta, di bronzo o di oro la lampade, il valore
della luce, che ne scaturisce, non cambia. Sia
rosso o verde o bianco il vetro del cartoccio o della
palla, non importa; importa, bensì, che l'intensità
della luce valga ad illuminare e adombrare gli oggetti,
nel microcosmo della stanza, per modo, che
acquistino fisonomia. Ogni determinazione, che non
è essenziale alla fantasia, non influisce sul valore
poetico dello scrittore. Il sentimento del poeta, trasfuso
nella cosa vagheggiata (impressione, riflessione,
idea, fatto, eccetera,) ne trasfigura l'effettività
in guisa, ch'essa implichi un cotal concetto dell'Universo,
la cui special forma è indifferente, il cui
pregio artistico dipende, da tutt'altre ragioni, che
non è il merito intrinseco. E, nel mondo ideale, dove
il caso, il fortuito sono sconosciuti, ogni parte implica
il tutto, ogni individuo contiene la legge generica,
più, ancora, che nel mondo effettivo. La rappresentazione
d'un'onda può rendermi l'immensità
de' mari. Gli adagi veneti m'insegnano, che *do' done
e un'oca fa un marcà e che tre femene e un pignato
e 'l marcà ex fato*. E, se una rondine non fa primavera
nel proverbio, in quante poesie popolari è il
contrario! Un uomo raffigura l'umanità; e nelle vicissitudini
d'un amore si espongono le vicende dell'universo.
In pittura, in iscultura, nella musica, è
lo stesso.

Il poeta porta (o conscia od inconsciamente) un
mondo, in sè: cioè, un sistema; cioè un concetto.
Mondo, che, apparirà tanto più poeticamente perfetto,
quanto più risponderà a tutte le peculiarità
dell'animo suo, quanto più sarà subjettivo. Difatti,
[pg!15]
allora, esso poeta saprà infondere più vita e più
caldo alle singole parti. Che s'egli, invece, non ha
sentite e trovate, nel proprio petto, le leggi del suo
mondo, questo mancherà di spontaneità e di originalità,
potremo chiamarlo rettorico. Vi sorprende,
neh, ch'io parli, così, avvezzi a sentir lodare gli antichi
pel loro objettivismo poetico? Ma bisogna distinguere!
Il concetto vuol essere subjettivo, specifico
dell'artista; e la sua fantasia deve aver tanto
vigore, da rappresentarglielo come piena e perfetta
objettività.

Intendiamoci bene, però! Si tratta non d'un sistema
o d'un concetto scientifico o filosofico, anzi di
un concetto poetico. Poco monta, ch'e' sia falso, in
sè, purchè bello; e, quando risponda, onninamente,
al cuore del poeta, non potrà non rappresentarci un
momento dello spirito dell'epoca; il modo di sentire
sempre conforme a sè stesso (*sibi constat*) fa sì
che egli in ogni immagine ti lascia sfolgorare dinanzi
l'intero concetto, perchè ogni suo fantasma
contiene l'universale. Quella unità, che la scienza
dimostra, vien sentita dalla Poesia; e per questo
Scienza e Poesia s'invadono a vicenda, come due
larghe fiumane, che provengano da giogaje discostissime,
ma scorrano vicine, e delle quali or l'una or
l'altra straripando allaghi l'alveo della contigua. Di
fatti: — «senza immaginazione non vi è nessuna
specie di scienza; e chi non ha fantasia può a sua
posta chiamarsi uno scienziato, ma in realtà non
è che un'eco esterna, un pappagallo senza ragione;
e noi, per non privarlo di un'illusione che gli
procura un piacere, lo tratteremo a tutto pasto di
naturalista, ma fra noi non possiamo dissimularci
che egli non è che un copista, perchè non riconcepisce
e non comprende la Natura. Comprendere
è rifare il fatto, e ricreare il creato; fare o rifare,
creare o ricreare, è sempre immaginare». — Dice
il De Meis e dice benone; e quando mai no?

Or bene, qual'è l'idea logica del mondo poetico
di Aleardo Aleardi? l'occhiale ch'egli adopera per
[pg!16]
guardare i fatti e le idee? il sentimento dominante
sustrato del suo carattere poetico?


III.
----

Quel sentimento che nel mondo delle cose si chiama
fatuità.

L 'Aleardi non giunge mai a percepire chiaro e spiccato
il fantasma, ad infondergli autonomia, perchè
tra 'l fantasma contemplato e lui contemplatore s'inframmette
sempre un'altra immagine: quella della sua
propria riverita persona. Non ci ricorda l'attore interamente
assorbito dal personaggio, anzi il burattinajo
che ti dimena sugli occhi de' fantoccini di legno,
e quasi gli dolesse di dar campo all'illusione,
caccia di tempo in tempo la propria zucca sul palcoscenico.
Sembra preoccupato da paura che l'opera
faccia dimenticare il poeta; e s'interrompe, al meglio,
e si lascia cader la maschera per rettificare il
vostro abbaglio, caso aveste supposto daddovero in
iscena altri che lui. Siffatta relazione fra l'autore e
le sue creazioni è giustificata nell'umoristico, quando
lo scrittore intende appunto ad uccidere la poesia,
riducendola a fantasmagoria col dimostrare la nullità
intrinseca, la dipendenza del fantasma dal suo
capriccio; ma dovunque è serietà diventa incompatibile.
Pare che di ciò l'Aleardi non abbia sospetto:
per lui, temi e concetti non sono qualcosa d'essenziale,
anzi lo svariato scenario che il farà figurare,
innanzi al quale ei potrà pavoneggiarsi ora in una,
ora in altra veste. L'universo esiste soltanto per suscitargli
un'emozione ch'egli esprime con più civetteria
che poesia. Il Giusti scriveva ad un amico celiando: — «sa,
che l'Io è come le mosche; più lo
scacci, più ti ronza d'intorno, e per questo non ti
maravigliare se *io* comincio dal mio signor me.» — L'Aleardi
comincia e finisce da sè. E sì, pretende
che l'ammiriate, com'egli si ammira; registra ogni
suo moto, ogni gesto, ogni atteggiamento, quasi che
importassero molto; ed esagera ed ostenta e vuol che
[pg!17]
guardiate attraverso una lente magnificativa tutte
le miserie di una vita prosaica, d'un animo comune:
tepidi amorazzi, peccadigli che non son delitti, le
solite lacrimette, le solite orazioncelle. Questo per
mostrarsi uomo di carattere, dopo detto *Che l'angoscia
profonda ha il suo pudor*, dopo affermato di sdegnare
l'indiscreto verso *Che pubblica gli affetti intimi al
volgo*. L'effetto non può non essere comico. Scartabellando
il suo volume sei indotto in tentazione
di credere che nelle brigate le belle signore invitate
da lui per la contraddanza gli rispondano: — «Tropp'onore,
mio poeta;» — che scarrozzando col virginia
in bocca alle Cascine, tremi per l'*olimpia febbre
de' carmi*; e che pappandosi il mezzo sorbetto la
sera, innanzi al Caffè d'Italia su' deschetti in via
Santa-Trìnita, ad ogni cucchiaino rimastichi qualche
*acre reminiscenza del passato pianto*.

L'idea, ridicolamente eccessiva, della sua importanza
come poeta, si manifesta in modo presso che
io non dissi scandaloso nelle dediche premesse ad
ogni singolo componimento, dove la forma epigrafica
le dà spicco e la scusanda del verso è svanita.
Citerò qualche esempio caratteristico.

.. class:: center

   | :small-caps:`A. Te.`
   | :small-caps:`Nina. Sarego-Alighieri-Gozzadini.`
   | :small-caps:`Che. Comprendi. Più. Che. Non. Dico.`

Il rivolgersi ad una donna, ad una giovane sposa,
accennando in nube ad una secreta intelligenza, è
una impertinenza tanto fatta, una incontrovertibil
pruova di fatuità indelicata. Inoltre il poeta sembra
alludere ad un senso profondo, remoto d'ogni sua
parola, senso intelligibile soltanto a pochi eletti: ed
oltre i miracoli espressi ne' versi, ci ha le mirabilia
taciute, i portenti rimasti chiusi nell'animo di lui
ed i quali non gli è dato manifestarci, senza dubbio
perchè: — «quantunque v'ha di meglio nel cuore,
non n'esce mai» — per dirla col Lamartine, ingegno
della stessa tempra, ma di ben altre proporzioni.
[pg!18]
Bella frase! gentil pensiero! se non che l'ammetterlo
per vero equivarrebbe ad una sentenza capitale
contro la poesia. Il contrario è vero, come dice
Ludovico Börne: — «In quella forma che ogni spirito
trova la propria glorificazione in un corpo,
anche ogni pensiero vede nella parola la sua perfezione». — Certo,
qualche volta, si pruova una
giusta renitenza a pubblicare od anche scrivere
de' versi che rivelano alcune parti o piaghe segrete
dell'animo nostro. Il Musset, parlando in una lettera
confidenziale di certe stanze ad una suora della Carità
che lo avea accudito, dice: — «I versi per suor
Marcellina, io li finirò uno di questi giorni, l'anno
prossimo, fra dieci anni, quando mi piacerà e se
mi piacerà. Ma non li pubblicherò mai e non voglio
neppure scriverli. È già troppo l'averteli
recitati. Ho detto tante cose a' gonzi e ne dirò
loro ancor tante, che ho pure il dritto, una volta
in vita mia, di comporre qualche strofa per uso
mio particolare. La mia ammirazione e la mia
riconoscenza per quella santa ragazza non saran
mai impiastricciate d'inchiostro da' rulli del torcoliere.
Cosa fatta capo ha; non toccar più questo
tasto. La Signora Di-Castries m'approva, asserendo:
che giova aver nell'animo un cassetto
segreto, purchè vi si nasconda solo roba salubre.» — Benone,
ma non bisogna andar decantando il contenuto
del ripostiglio occulto; nèd il Musset pretese
mai d'essere ammirato per que' versi alla Marcellina
che nessuno avea visti. Chi si vanta di ciò che non
mostra, induce a credere di non aver che mostrare;
appunto come uno che non ispendesse mai e parlasse
delle sue ricchezze le farebbe credere immaginarie.

.. class:: center

   | :small-caps:`Pongo. Sul. Sepolcro.`
   | :small-caps:`Di.`
   | :smges:`Carlo Troja`
   | :small-caps:`Questo. Canto.`
   | :small-caps:`Che. Vivendo. Ebbe. Caro.`

[pg!19]
Non appurandosi altro di questo Carlo Troja (da
non confondersi col grande istorico napolitano) che
l'aver egli ammirato i versi d'Aleardo Aleardi, e'
ci si para davanti come un uomo il quale non abbia
fatto altro vita natural durante (vita bene spesa affè!);
come una ristampa peggiorata di quel Jacopo Boswell;
che per la prona ammirazione verso Samuele Johnson
s'è lucrata una ridicola immortalità fra gl'inglesi,
tanto che Tommaso Babington Macaulay chiama
spiritosamente *lue boswelliana* ogni venerazione
inconsulta, irragionata, inintelligente.

.. class:: center

   | :small-caps:`A. Giuseppe. Garibaldi.`
   | :small-caps:`Aleardo. Aleardi.`

Da pari a pari. Narrano che Goffredo Augusto
Bürger visitasse una volta il Goethe, col quale non
s'era per anco incontrato personalmente, e che per
farsi conoscere gli dicesse: — «Voi siete il Goethe,
io sono il Bürger;» — ma soggiungono che il Goethe
gli voltasse le spalle, lasciandolo in asso.

La fatuità non è l'orgoglio, rimpicciolisce: quindi
(se m'han detto il vero: ma, se non è vero, è ben
trovato!) quindi la debolezza dell'Aleardi di mutarsi
il prenome di Gaetano, che veramente è un po' volgare,
in quello inaudito d'Aleardo, che è d'un buffo,
ma d'un buffo!...... Vergognarsi d'essere l'omonimo
dell'autore della *Scienza della Legislazione*! Ma il
Foscolo si vergognò di portare lo stesso prenome dell'autore
del *Principe*, — «quando in Ugo cambiò
ser Nicoletto!» — Piccolezze umane! Il volgo si
preoccupa molto de' nomi, e da essi giudica gli uomini:
non del tutto irrazionalmente, s'e' si trattasse
de' cognomi, i quali indicano la schiatta, sebbene
la fragilità delle mogli cagioni molte perturbazioncelle
note ed ignote; ma scioccamente affatto,
per quanto concerne i prenomi, dipendendo
questi dall'arbitrio de' genitori, de' parenti, de' compari.
Un critico inglese a proposito di alcuni verseggiatori
americani scriveva: — «C'era o c'è un
[pg!20]
certo Dwight, il quale ha stampato un poema in forma
d'epopea; ed il nome suo di battesimo era Timoteo». — Il
lettore volgare sogghigna d'un poema
epico che ha per autore un Timoteo e l'opera
gli par giudicata. Sarebbe come se un napoletano
per confutar la filosofia del Gioberti, si limitasse a
dire-: — «Che razza di filosofia volete che stampi uno
che si chiama *Si Vicienzo*?» — Ma se l'Aleardi
fosse davvero quello *sdegnoso* pel quale e' si spaccia,
avrebbe pensato l'uomo illustrar il nome, non il
nome l'uomo.

   | *What's in a name? That which we call a rose,*
   | *By any other name would smell as sweet.*

Questa idiosincrasia, che nell'Aleardi ci stomaca,
non è punto rara nella colonia europea del Parnaso.
Splendido esempio presso i francesi Alfonso di Lamartine,
pertinace a descrivere se dovunque ed ognora,
nel parossismo dell'effusione lirica, quasi nel
momento dell'affetto avesse avuto uno specchio davanti
ed equanimità da studiarvi le mosse, il nodo
della cravatta e la discriminatura. Finanche quando
da una sua parola dipendono le sorti della patria,
quando volgo ed assemblea aspettano che egli decida,
per proclamare o la repubblica o la reggenza della
duchessa d'Orléans, ha tempo da pensare all'atteggiamento,
da notare i gesti propri. Finanche piangendo
una figliuola unica, perduta per sua colpa!

   |   *Le front dans mes deux mains, je m'assis sur la pierre,*
   | *Pensant à ce qu'avait pensé ce front divin,*
   | *Et repassant en moi de leur source à leur fin,*
   | *Ces larmes dont le cours a creusé ma carrière.*

Or bene, Aleardo Aleardi ha trovato modo di superare
Alfonso di Lamartine! Allegramente, pècori
giobertiani! ecco un nuovo documento del nostro
primato! Anche rivedendo la madre in cielo, egli
pensa solo a coglier l'occasione per esaltar sè, calunniando
[pg!21]
un popolo ed un secolo, dei quali non
possiede e non comprende la robusta virtù:

   | *Nuovamente accorrâi questo sdegnoso*
   | *Che partorivi con fatica tanta,*
   | *O troppo presto o troppo tardi, in mezzo*
   | *A le viltadi d'una fiacca stirpe.*

Ogni quadro gli sembrerebbe imperfetto s'egli non
vi occupasse il primo piano. In un *canto* profetizza
l'ingresso trionfale del Re nella patria Verona, la
dimane d'una vittoria sugli Austriaci: benchè la descrizione
sia mediocrissimamente favoleggiata, pure
il semplice pensiero della cosa descritta esercita tal
potenza su d'un patriota Italiano, ch'e' si riman
compunti fino alle lacrime. Quand'ecco, sul più
bello, l'autore, quasi arrovellato che veronesi e leggitori,
assorti nell'immagine simpatica del Re, dimentichino
lui, scappa fuori così:

   | *Emanuele, Re d'Italia, anch'io*
   | *Non ultimo poeta,*
   | *Un saluto t'invio. Certo mia madre,*
   | *Santa com'era, divinando il figlio,*
   | *Me al nascere di panni*
   | *Tricolori fasciò. Sin da fanciullo....*

eccetera. E così giù per ventun verso farnetica di sè,
finchè gli paia tempo, dopo essersi ricordato e raccomandato
all'attenzione del rispettabil pubblico e
dell'inclita guarnigione, di riprendere l'interminabile
pittura, slavata in guisa da sembrare quel che
ahimè! non puol essere, copiata dalle gazzette.

In una *poesia volante* (dichiaro fra parentesi di
non capire come possano volare le poesie) troviamo
il Nostro prigione oltr'Alpi. Una giovanetta, *fior di
cortesia, ch'ei non vide mai, nè vedrà forse in terra
mai*, gli ha usato di quelle benevolenze che scendono
tanto dolci al cuor dell'esule e del captivo.
Come ringraziare una donna se non lodandola? e
[pg!22]
che lodare credibilmente in una ignota ed incognita?
Il nome: questo nome fu anche della madre di lui
e par quasi che stabilisca una parentela fra' due.
Benone! chi non ha talvolta profittato di simile coincidenze,
chi non le ha spesso astutamente mentite,
per trovare punti di contatto con qualcuna che gli
premeva? Fin qui la poesia riesce gentile, affettuosa;
la situazione è felice: commuove daddovero quell'uomo
costretto ad accettare alcunchè da una donna
ed il quale può rimeritarnela solo con poche strofette.
Ma l'Aleardi non si ferma su questo motivo;
non può rassegnarsi a rimaner nella mente della
giovane Fraile un carcerato qualunque; vuol darsi
importanza; gli manca la sublime verecondia che nel
*Conte di Carmagnola* del Manzoni induce il Pergola
figlio a confondersi con gli altri prigionieri volgari
e tacere; quindi termina:

   | *Ma siccome ho giurato alla mia Musa*
   | *Di non cantar fuor dell'Italia mai,*
   | *Se la incontri per via*
   | *Non le dir ch'io cantai, bella Maria.*

Ecco sfumata la gentile impressione. Non vedi più
che la fatuità poetica di chi si fa correre dietro per
lo mondo una personificazione della Poesia, quasi
uscito lui d'Italia, ne sia svanito ogni lume d'Arte.
E *siccome*, nel senso di *poichè*, non è Italiano; gallicismo,
barbarismo.

Come ultima sciagura a Genova ed a Pisa, *scellerate
nipoti di Caino*, il Nostro annunzia loro che
il Vate le maledice: se le perpetue guerricciuole
delle repubblichette medievali non avesser procacciato
altro danno che le imprecazioni dell'Aleardi!...
Convien rileggere intero il brano per rendersi ragione
di tutto il prepotente effetto comico della scappata.
L'autore, per rappresentarmi le due città, le
personifica: Pisa, *in sella ad una prua spumante*,
scende a giostrare con Genova, *leonessa saettatrice*:
e non si capisce punto perchè non abbia all'incontrario
[pg!23]
fatta inforcar la prora a Genova e chiamata
luna sagittaria Pisa. Il Poeta passa di lì, forse camminando
sulle acque come san Pietro, probabilmente
qual ei vien descritto altrove: *l'astro del genio in
fronte*, e senza dubbio coi baffi e col pizzo dell'Aleardi;
e si ferma a recitare con qualche opportuna
variante i versi di Ugo Foscolo sulla battaglia di Maratona.
Perchè un anatema conturbi chi l'ascolta,
si richiede autorità in chi lo profferisce: quest'autorità
si acquista dal moralista persuadendoci dell'altezza
del suo ideale etico, dal poeta impossessandosi
della nostra fantasia con immagini che ci sforzino a
sentire come lui. Chi non impreca con l'Allighieri
alla crudeltà di Pisa contro la famiglia del conte Ugolino?
chi non accetta, nel leggerlo, il giudizio che
Dante fa de' contemporanei e de' passati? e non dura
fatica poi a rettificarlo in modo conforme alla verità
storica, tanto è il fascino di quella poesia? onde il Settembrini
ha in somma parte ragione scrivendo che: — «il
giudizio che si fa di queste anime, a ciascuna delle
quali si assegna il suo *stato* è il gran giudizio fatto
da dio nella coscienza dell'uomo libero ragionante;
è il giudizio che si aspettava nel Mille e non venne
ed ora è fatto....» — Ma l'Aleardi non avendo saputo
trascinarci con le immagini sue, rimane un declamatore
esautorato.

Vorrei finirla su questo capitolo; ma mi accorgo
d'una conseguenza della fatuità poetica; sulla quale
m'incombe il dovere di richiamar l'attenzione delle
signore Italiane. Badate, care dilette, a non annaspare
nessun amoretto con chi pizzica del poeta, senz'averci
prima pensato bene. Non è cosa da farsi alla
cieca: al primo bisticcio sarebbe capace di mandarvi
a casa l'intera penisola, sana sana, acciò rendiate
conto delle vostre bizze:

   | *.... Oh sconsigliata*
   | *L'Itala donna cui fu dato in sorte*
   | *Stringersi al petto un'amorosa testa*
   | *Nata agli allori, che la cinge invece*
   | [pg!24]
   | *Di domestiche spine! A lei di contro*
   | *La penisola sorga, e le domandi*
   | *Terribil conto del perchè la inerte*
   | *Stella non manda lume....*

Avete inteso? Pare che non avesse tanto torto quell'amico
di Gian Cristiano Kestner, che gli scriveva,
quando il Goethe con leggerezza inescusabile lo ebbe
posto alla berlina insieme con la moglie nei *Patimenti
del giovane Werther*: — «Salvo il rispetto dovuto
all'amico vostro, ma gli è pericoloso d'avere
un autore per amico.» — Per me, fossi femmina
ed avessi letto que' versi, e poi l'Aleardi mi richiedesse
di amore, non lo promuoverei mai da patito a
drudo. E poichè mi trovo maschio, quantunque non
la pretenda a poeta, prevedendo il caso in cui mi
venga in sèguito un simile ghiribizzo, chieggo il
permesso di dichiarar qui solennemente e dichiaro:
*che in ogni mio futuro dissidio con qualsivoglia Italiana
non sarà mai chiamata ad immischiarsi la penisola,
intendendo io rinunziare e rinunziando esplicitamente
ad invocarne l'intervento.* Ce la vedremo
a tu per tu, da solo a sola. E consiglio le mie care
compatriote di fare scrivere e sottoscrivere una dichiarazione
identica a tutti gli adoratori loro presenti
ed avvenire, che, registrata e bollata, si depositerà
presso pubblico notaio. Sia quest'atto una
formalità indispensabile (sennò, no) per chiunque
vuol rendersi loro aggiudicatario, come la cauzione
provvisoria per chiunque concorre ad un pubblico
appalto.

Ma riconosciuto, pure, che la fatuità sia il più
spiccato sentimento dell'Aleardi poeta, non sarà certo
il solo, neh? Giulio Cesare venne accusato d'esser
un bell'imbusto, anzi un finocchio: nè siffatte colpe
il rimpicciolivano. O se questo fosse il caso d'un
Giulio Cesare della poesia? La fatuità, la vanità si
condona volentieri al merito. Quali sono le altre
parti dell'animo di lui? quali sono i concetti nei
quali ha dato opera ad incarnarle?

[pg!25]


IV.
---

Aleardo Aleardi ha scombiccherati parecchi componimenti
in cui parla della madre e d'Italia e di
libertà e d'amore e di religione: cose tutte le quali
sono state e saranno in eterno fonte ricchissima di
vera poesia. Ad un patto però: che siano sentite, che
divengano passione, che si concretino in fantasmi
autonomi. Sono poesia nelle loro manifestazioni, non
già nella loro astrattezza. Spieghiamoci con un paragone:
i paragoni, se non provano, rischiarano;
ed in casi molti, rischiarare val quanto provare.

Nelle *due pagine autobiografiche* preposte ai suoi
Canti il nostro autore vi dice: *Ho considerato la
poesia come la perla del pensiero: chè nasce anche
ella da una febbre dell'animo, come la perla da un
malessere della conchiglia: chè l'aceto della scurrilità
e della malvagità la distrugge come l'aceto dissolve
la perla.* A dirla, io non so se l'aceto dissolva le
perle, e mi ho annodato la cocca della pezzuola per
ricordarmi di chiederne a Sebastiano De Luca la prima
volta ch'io l'incontri; so bensì di certo, che la scurrilità
è, quanto ogni altro, schietto e legittimo elemento
di poesia: e se l'Aleardi non si trova in grado
di comprenderlo, suo danno. Non sarebbe il solo;
moltissimi, tutte le nature fiacche sono negate all'intelligenza
delle categorie comiche. Ma lasciamo
star ciò, ch'io non intendeva citare il paragone per
biasimarlo, anzi per farlo mio. La perla si produce
dalla secrezione sovrabbondante della materia che
fodera la conchiglia, la quale, agglomerandosi in alcuni
punti a mo' di bernoccolo, senza dubbio ingenera
nell'ostrica un piacevol prurito; e tante volte
l'ostrica ricopre di sostanza madreperlare qualche
corpo estraneo, che gli dava noia con la sua forma
irregolare, ma poi arrotondito dagli strati che gli si
sovrappongono, non torna più d'incomodo. Se non
che più l'escrescenza ed il corpo estraneo stanno e
più divengono voluminosi; la protuberanza si stacca
[pg!26]
dal guscio e diventa una cosa per se, la pallottola ingigantisce,
e dànno peso e dànno molestia all'animale,
finchè questi non trovi modi di sbarazzarsene. Con simile
appunto si ravvisa il processo poetico nella mente
dello scrittore dalla percezione all'espressione.
Il percepire avidamente l'objetto, (fatto, sentimento,
eccetera) l'assumerlo in sè, l'appropriarselo, procaccia
dapprima una piacevole impressione: l'è quel diletto
che noi precisamente cerchiamo nella lettura od in
teatro. Anche quando la percezione è tornata dolorosa
o per la sua veemenza o per la sua natura, lavorandoci
intorno con l'immaginazione, togliendone
le asperità, finisce per essere ospite gradita della memoria.
Poi, mano mano che procede la traduzione dell'objetto
in immagine interna, e quanto più questa
divien viva e potente, *id est* autonoma, s'ingenera e
cresce un malessere nell'animo del poeta, cagionato
dalla presenza del fantasma. Malessere del quale si
guarisce incarnando esso fantasma in un lavoro, estrinsecandolo.
La stessissima successione di momenti si
percorre nella generazione fisica dal concepire allo
sgravo. Più il pensiero diventa perfetto in sè, tutto
immagine, cioè artistico, e più diventa estraneo allo
scrittore, che quindi è angosciato dalla sua presenza,
come donna negli ultimi mesi della gravidanza. Il
fantasma s'impone allo scrittore, che non gli comanda,
anzi il subisce. Molti anni dopo la pubblicazione
delle *Affinità Elettive*, il Goethe leggendo
il carteggio di Ferdinando Solger trovò una lettera
su quel romanzo, la quale gli parve il meglio che
se ne fosse scritto. Il Solger, riconoscendo che il
fatto era il prodotto di tutti i caratteri, pur biasimava
quello d'Eduardo: — «Non saprei volergliene» — disse
il Goethe — «nemmanco io posso soffrirlo,
benchè pieno di verità... Ma, mi piacesse
o mi spiacesse, dovetti farlo a quel modo.» — Notatevi
quel *dovetti*. Ecco perchè diceva che tutti quei
santi e gentili affetti, i quali rendono caro un uomo
nella vita empirica ordinaria, per mutarsi in poesia
han bisogno prima di *diventar passione*, cioè di crescere
[pg!27]
in intensità, e poi di *trasformarsi in fantasmi
autonomi*, cioè in immagini che abbiano in sè la ragion
di loro vita e non siano mero prodotto dell'arbitrio
di chi scrive.

Tanto la passione, quanto l'autonomia del fantasma,
sono rese impossibili per Aleardo Aleardi dall'idiosincrasia
che chiamammo fatuità poetica. Il fantasma
non acquista mai effettività objettiva nella
sua mente; l'affetto non diventa mai cosa seria pel
suo cuore; anzi egli se ne fregia, come una civettuola
di finte trecce e di nastri nell'acconciarsi. Egli non
può mai profondarsi nell'objetto, poichè questo al
postutto non ha importanza intrinseca agli occhi suoi,
anzi è solo un mezzo per farlo figurare. L'amor patrio,
l'amor filiale, l'amor divino e finalmente ciò
che dicesi amore per eccellenza e per antonomasia,
sono nel freddo animo e morto di lui piante esotiche,
le quali non fioriscono mai come passione.

Aleardo Aleardi ne si protesta buon cristiano: s'adonterebbe
se lo chiamassimo, come Lisandro chiamava
Aristodemo nella prima e men cattiva tragedia
del Monti:

   |     *..... Uomo*
   | *Non sottoposto all'opinar del volgo*
   | *.... che questi dei, quest'ombre*
   | *De l'umano timor, guarda e sorride.*

Ma un vero credente forse temerebbe che quel suo
cristianesimo rettorico e sbiadito voglia conferir tanto
poco alla sua salvezza eterna quanto poco giova al
suo merito letterario. Quel dio, così spesso apostrofato,
non è persona, anzi personificazione; e neppure: è
una mera occasione, un pretesto, per rammodernare
in fragorosi versi il cianciume delle immagini bibliche.
Una vecchia protestantaccia importunava sempre
la fantesca cattolica, acciò ne andasse al tempio
ed ascoltasse i sermoni del pastore. La domestica
v'andò una domenica per arrendevolezza; e si sciroppò
la predica, attenta e devotamente. A casa poi
la padrona l'accolse con una sfuriata
[pg!28]
d'interrogazioni. — «Neh, ch'è una gran bella cosa? Neh, che
vi si parla benissimo e pertinentissimamente di
iddio?» — La servetta, dopo aver ascoltato un
pezzo, poi rispose: — «Ne parlan molto, ma nol mostran
punto». — L'Aleardi nomina sempre dio;
ma non cel mostra mai. Ma non ha la più remota
idea dell'ardente religiosità ed appassionata, che cerca
sfogo irreperibile nella penitenza, nelle stravaganze
de' riti, nella preghiera; che guasta tante belle ginocchia
e consuma tanti animi gentili sul genuflessorio
o nel confessionile; che fa piangere; che fa
sperare e sperare e disperare; che ci fa vedere il nostro
ideale morale come una personalità distinta da
noi, o amico perdonevole o giudice inesorabile. Egli
non ha mai provato e neppure intelletto cose siano
la paurosa preoccupazione dell'eternità, gli scrupoli
severi, quei dubbi che schiantano il cuore, gl'imperativi
categorici, i delirî sublimi di san Tommaso
d'Aquino o di santa Teresa d'Avila, che udivano
esterrefatti parlare i Cristi di legno, che si accorgevano
con isbigottimento d'essere stati rapiti al
cielo. Cheh! la religione dell'Aleardi non è neppure
una cosa eterna, come la concepisce e pratica certa
brava gente che va puntualmente a sentir messa la
domenica e tutti i giorni crocesegnati nel calendario;
che mangia di magro mercoledì, venerdì e sabato;
che obbedisce al decalogo ed ai precetti di
santa madre chiesa: ma nei quali dio non vive. Questa
religione rifredda, alla Don Abbondio, desta almeno
il riso o il disgusto: è cosa da commedia, è
cosa scurrile; ma lo scurrile è categoria del comico
ed il comico è forma di poesia. Invece il cristianesimo
dell'Aleardi sembra un abito stanco, una vuota
consuetudine di professarsi cristiano, com'usa pur
troppo da molti in Italia, quantunque in fondo non
si sia più cristiani che turchi o scettici od hegeliani
e s'ignorino affatto gli spasimi e le voluttà del sentimento
religioso, e non si pratichino neppure i riti
del culto. Da questa disposizion d'animo può solo
emergere l'ironia, e quando l'autore non sa o non
[pg!29]
può ironizzare, e vuol fingersi cristiano come Vincenzo
Monti si fingeva pagano, rimarrà sempre nel
declamatorio e nel rettorico.


V.
--

Nè diversamente accade all'Aleardi quando ragiona
d'amor patrio o di libertà.

— «Come, come? cos'ha detto? Forse abbiamo
franteso. Il patriottismo, il liberalismo non sarebbero
passione in Aleardo Aleardi? E le sue persecuzioni?
E l'esilio? E Iosephstadt? Ed i tempi passati....
*su lo strame De le prigion, col trave Del
patibolo in faccia?*» —

Io non dico dell'uomo: che importa dell'uomo a
me ed a voi? Ma dall'Aleardi poeta anche l'amor
patrio si ostenta sol per dare un qualche spicco alla
personalità del poeta, rassomigliando alla foglietta
d'argento che l'orafo sottopone ad un mediocre plasma
di smeraldo acciò sfolgori quanto una vera gemma.
Il patriottismo del cittadino rimane sterile per
lo scrittore: ne parla, nol mostra. Cos'è l'Italia per
lui? Si scartabellano senza frutto i canti in cerca
d'un concetto della patria, della libertà, espresso in
una immagine ammodo: per l'autore, come per quei
filosofanti medievali, sono meri *flatus vocis*. Leggi
la famosa canzone del Petrarca: *Italia mia, benchè
il parlar sia indarno*; leggi la invettiva dantesca:
*Ahi serva Italia di dolore ostello*; leggi le *Fantasie*
di Giovanni Berchet; leggi fin que' miseri epigrammuzzi
di Vittorio Alfieri; ed innanzi alla tua mente
starà chiara e viva un'immagine di questa tua patria;
ognuno di que' sommi me l'ha rappresentata
com'e' l'ha sentita, come la sua fantasia gliela raffigurava
o presente o futura. Ma non sente, non ha
viva in sè l'Italia nostra, colui che parlandone a
Gesù Cristo in paradiso, la chiama:

   | *La terra tua, però che là su un* (ahi!) *sacro*
   | *Colle, di voti e di laureti adorno,*
   | [pg!30]
   | *La verginella ebrea,*
   | *Che ti fu madre, un giorno*
   | *La poveretta casa deponea.*

Ma che? tutta l'istoria e la gloria nostra non è
dunque nulla per l'animo di costui? La bellezza di
questa terra, la virtù di questo popolo, sono cose
tanto estranee alla sua coscienza, che per raffigurarmi
l'Italia ei dà di piglio alla casa della Madonna?
E se almeno fosse un picchiapetto, un bigotto,
un uomo religioso; e ci credesse davvero alla
alleata casa! se fosse di quelli che, andandovi in
pellegrinaggio, piangendovi di tenerezza, stimano
gloria maggiore per la patria l'esserne depositaria,
anzichè di tutti i trofei romani! Ma, nossignori,
rettorica pretta! e' se ne ride e tutt'al più concede
con lo Astigiano che sia *Pur men risibil delle antiche
dee*. Quanto alla cacofonia del *su un*, so che
potrebbe tentare di scusarla, citando il *Furioso* (Canto
II. Stanza XLI.)

   | *Che nel mezzo, su un sasso, avea un castello*
   | *Forte e ben posto e a meraviglia bello.*

Allora si pronunziava e taluno scriveva *s'un*; contrazione
che non so quanto si ammetterebbe adesso.

Pure queste parole dolcissime *Italia* e *Libertà*, per
quanto sia vuoto di sentimento chi le pronuncia,
possedevano e posseggono una strana virtù: di strappar
lacrime agli occhi, di strappar plauso alle mani;
come il nome della diletta che circonfonde per noi
d'un'aureola le più schifose creature. La più stupida
uscita contro i tedeschi, procaccia agli attori una
sfuriata di battimani: ed insomma la popolarità della
*Francesca da Rimini* di Silvio Pellico per tre quarte
parti si deve alla fragorosa apostrafe all'Italia. Ogni
strimpellator di violino che scortichi pe' caffè l'Inno
di Garibaldi è sicuramente applaudito e raccoglie
soldi assai nel vassoino; prima, perchè ricorda agli
acculattatori delle panche una persona che loro è
[pg!31]
simpatica; poi e soprattutto perchè sanno di fare un
dispetto ai questurini. Ed il ripeter sempre *Italia*
e *Libertà*, ha procacciato il favor popolare all'Aleardi;
ha coperto d'un pampano la sua nudità poetica.

Riguardo poi all'ostentarci di continuo il martirio
di quei pochi mesi di prigionia.... cazzica! io non
sono tanto offeso esteticamente dal modo in cui se
ne parla, quanto moralmente dall'udir tanto baccano
per tanta parvità di materia: *much ado about
nothing*. Ma venne osservato già da un pezzo, come
ne' rivolgimenti politici chi meno si lamenta è sempre
chi più perde; e viceversa chi fa più bordello
è sempre chi meno ha sofferta. Noi, giovani della
nuova Italia, educati negli esilî all'odio aperto od
in patria all'odio coperto delle tirannidi; avvezzi a
considerare come avvenire inevitabile e desiderabile
gli ergastoli ed i patiboli sortiti da' nostri maggiori;
noi, che tutti, tranne pochi dappochi e gl'impediti
da forza superiore, abbiamo indossato o la
tunica del soldato o la camicia del volontario; noi,
consueti a non calcolar mai per ostacoli le minacce
ed i pericoli; noi, che s'è mostrato di essere uomini
e di meritare d'esser liberi; noi, ci perdoni l'illustrissimo
signor commendatore Aleardo Aleardi; non
siamo, noi commossi da chi guaisce quasi femminetta
per breve carcerazione o non lungo sbandeggiamento,
consolato da stipendî malguadagnati. Forse
nell'epoca slombata anteriore al milleottocenquarantotto,
nell'epoca frustata da quel Giuseppe Giusti
che il signor commendatore Aleardo Aleardi fatuamente
chiama il *suo povero Beppe*, forse allora
si scroccava un brevetto d'eroe, di martire, mercè
d'una visita domiciliare o d'una detenzioncella preventiva.
Ma ora!... Quanti hanno sofferto viemmaggiormente;
e, quel che più monta, operato qualcosa;
ed illustri non ci rompono gli stivali col raccontarcela
sempre daccapo magnificando; oscuri, non pensano
neppure a farsi valere! E che direbbe il signor
commendatore Aleardo Aleardi se avesse vissuto
come Luigi Settembrini metà della vita fra 'l carcere
[pg!32]
e la galera e _`settantadue` ore in confortatorio?
sempre uomo ed allora e prima e dopo? Ed il Settembrini
di tutto parla e fors'anche (anzi senza forse)
non di tutto tutto a proposito; ma degli anni e delle
ore in cui fu eroe, mai. E che direbbe il signor
commendatore Aleardo Aleardi se a lui giovanetto
fossero toccate dalla polizia austriaca le vessazioni
che il pittore leccese Gioacchino Toma sofferse dalla
borbonica e mercè le quali rischiava di crepar di
fame? Autodidatta, egli era venuto da Tricase a
Napoli pedestremente per amor dell'arte e campava
facendo l'ornamentista il giorno e studiando il nudo
la sera: sbandirlo dalla metropoli era un precludergli
ogn'avvenire artistico ed un togliergli ogni mezzo
di sostentarsi nel presente. Ed ha penato con impassibilità,
s'è onestamente ingegnato, ha preso le armi
nel momento opportuno, ha pugnato con coraggio,
senza poi mendicare il riconoscimento delle sue spalline
insurrezionali. Ed il Toma non chiacchiera mai
corampopulo de' suoi fatti, non si dipinge da protagonista
ne' suoi quadri; ed è uomo che dopo aver pennelleggiato
quel capolavoro dello *Esame rigoroso del
Sant'Uffizio*, perchè sente altamente dell'Arte, perchè
sente pudicamente di sè, teme d'aver mal fatto, appoggia
la tela con la superficie dipinta rivolta al
muro, la guarda di tempo in tempo dubitando sempre
e finalmente, sforzato dagli amici e dal bisogno, la
porta di contraggenio all'Esposizione, dove la intera
Napoli la ammira. Non tutti siamo da tanto, nè per
valore nè per modestia: sappiamcelo! Ma tutti o sommi
o minimi, o scrittori od artisti, riguarderemmo come
insultante una legge sul tenore dell'Ateniese, che
il commendatore Aleardo Aleardi sembra rimpiangere,
la quale vietasse agli scrittori od agli artisti
di avventurarsi in battaglia. E se mai legge analoga
ricevesse l'approvazione de' due rami del Parlamento
e venisse sancita e promulgata dal Re, non
ci casca un dubbio al mondo, che malgrado la nostra
devozione al Parlamento ed al Re, la trasgrediremmo.

[pg!33]
Ben inteso che ho parlato sempre non dell'Aleardi
uomo, anzi dell'Aleardi poeta. Dunque non ha
sentito nè la religione, ned il patriottismo. Vediamo
se per avventura abbia sentito l'amore.


VI.
---

L'amore è per le letterature de' popoli moderni
quel che la vôlta è per le loro architetture. E l'uno
e l'altra acquistarono valore per l'Arte appo i Romani
e signoria presso che esclusiva nel Medio-Evo.
Allora la vôlta divenne principio e norma di ogni
costruzione artistica, anche nelle contrade dalle
quali il clima e la natura del materiale in uso avrebbero
dovuto apparentemente escluderla. Inesauribile
nelle forme e nelle combinazioni; pieghevole
ad ogni scopo, ad ogni bizzarria; capricciosamente
complicata nel gotico e nel barocco; miracolosa nelle
cupole, ne' ponti, negli acquedotti; perchè cominciasse
a perdere del suo d'impero, conveniva che
questo matto secolo decimonono desse di piglio a
due materiali sin'oggi trascurati dall'arte edificatoria:
al ferro ed al vetro, rivaleggiando con lo
Atlante dell'Ariosto e con le fate de' conti popolari.

Parlavamo di amore. Non v'ha passione più spontanea,
più universale, più comprensibile: ogni uomo,
che sia uomo, ogni animale, che abbia anima,
debbe averla sentita o sott'una o sott'altra forma;
se finanche le cieche forze di natura sembrano sciogliersi
in rapporti amorosi! — «Niuno effetto ovvero
accidente, qualunque ei si sia, è tanto universale
e comune a tutte le cose. Perciocchè egli
non è cosa nessuna in luogo nessuno, nè tanto
bassa e ignobile, nè così alta ed eccellente, la
quale non abbia in sè qualche amore; anzi quanto
è più nobile ciascuna cosa e più perfetta, tanto ha
senz'alcun fallo più perfetto amore e più nobile.» — Così
Benedetto Varchi. Foggiandosi l'amore
diversissimamente, secondo le più minute e nascose
parti della personalità amante e dell'amata,
[pg!34]
esso è inesauribile nelle sue modificazioni: e quindi,
tanti poeti, tanti amori. Sel sanno e conscii di
quanto lor giovi quest'affetto, non possono pensarvi
senza entusiasmo e riconoscenza, — «sono innamorati
dell'amore; — *Applaudissez du moins pour l'amour
de l'amour*, conchiude una volta Teodoro di
Banville. Hanno adoperato le più vaghe parole ed
efficaci per rappresentarcelo vivamente; hanno sfruttato
le cave delle metafore e degli epiteti per caratterizzarlo.
L'hanno chiamato fiamma, catena, sospiro,
piaga, luce, guerra, martoro, follia, raggio;
ed ognuno di questi termini indica ed implica già
di per sè ed *in nuce* un concetto della passione;
sebbene col tempo, pur troppo, rimettendo della efficacia
primitiva, siano precipitati nell'uso volgare
della lingua, e sappiano del rettorico quando lo scrittore
indifferentemente li adopera. Ed Aleardo Aleardi
in busca di novità chiama l'amore.... voi non
vorrete credermi, ed è pur così.... chiama l'amore:
*assillo!* Dunque non è per lui la fiamma divoratrice
del vivicomburio; nè la piaga onde sgorga il sangue
e la cancrena si diffonde; nè la catena obbrobriosa,
fatale e pur cara; ned il martirio immeritato e
sofferto imperturbatamente, grazie alla buona speranza
che lo allevia; ned il raggio implorato che
dissipa gli errori della tenebria; no! chêh! anzi una
delle innumerevoli noje della vita, seccatura inevitabile
che ci sforziamo di scacciare come l'importuno
tafano, bestemmiando la santa volontà di messer
domineddio. L'amore è un disturbo della nostra
pace; distrae Narciso che si specchia al fonte, e
sparpaglia e fa diventar frenetica con le sue punture
la povera mandra umana che rumina tranquillamente
all'ombra. Nè si scusi l'Aleardi allegando
il tropo esser tolto di peso dall'ode terza d'Anacreonte
tejo. Perchè rubare quando non si sa utilizzare
il furto? In quello scherzo umoristico dello
amico di Policrate samio, un puro paragone simile,
fatto di volo, sta bene; ma chi ne fa una metafora
e l'adopera sul serio, non sa quel che si faccia.
[pg!35]
E la passione amorosa che in Omero esiste appena
come accessorio e sotto la forma quasi brutale d'affetto
conjugale; che l'Erissimaco di Platone confessa
con istupore di non trovare encomiata da alcuno
de' tanti innografi; che in Virgilio, quantunque
essenziale d'importanza, è puramente episodica
nella composizione: diventa dalla poesia provenzale
in poi fondamento e condizione d'ogni poesia. Sembra
che ormai l'ideale possa incarnarsi solo in forme
femminili; e che la via fatta, o prosperamente
od indarno, per raggiungerlo, l'Iliade combattuta
e l'Odissea sostenuta, possa ritrarsi unicamente dipingendo
le vicende di un amore. Diceva il Goethe: — «Rassomiglio
le donne a patere d'argento,
in cui noi poniamo frutta d'oro. L'idea, ch'io ne
ho, non l'astraggo dalle parvenze effettive, anzi
m'è innata, od è sorta in me dio sa come. I caratteri
femminili, che ho rappresentati, se ne sono
avvantaggiati: sono meglio sempre che nella effettività...
La donna è l'unico vaso, che rimanga
a' moderni, per versarvi la loro idealità. Degli
uomini non c'è, che farne. Omero ha tutto preso
anticipatamente in Achille ed Ulisse, nel più forte
e nel più saggio.»

Questo modo di concepir l'amore apparterrebbe al
più basso comico, al buffonesco. Quando il monaco
medievale raffigurava nella miglior passione umana
il demonio tentatore e si crocesignava scorgendo una
bella ragazza, era ridicolo; ma latitava pur sempre
uno strazio altamente serio in fondo a quell'apparenza
comica: tutto il fàscino della tentazione, tutto
l'intenso desiderio del frutto vietato, tutta l'ebbrezza
d'una gioia momentanea fruita a prezzo d'eterni tormenti.
Quando l'alverniate Sebastian-Rocco-Nicolò
Chamfort definiva l'amore: — «scambio di due capricci
e contatto di due epidermidi» — era ignobilmente
prosaico; eppure si ravvisa qualcosa di tragico
in quest'uomo costretto dal ragionamento e dall'esperienza
a negare la maggior dolcezza della vita.
Epperò quel comico spontaneo e questo comico
[pg!36]
dottrinario serbano una certa dignità. Invece il comico
del concetto implicito nella espressione aleardesca,
risiede nell'incapacità del subjetto, il quale
si dimostra disadatto a gustar l'amore. È una comicità
nauseosa, come quella dell'eunuco innamorato
delle sultane che attuffa nel bagno o conduce al talamo
del padrone, nelle *Lettere persiane* di Carlo
di Secondat, barone della Brède e di Montesquieu.

Ho detto *è*, doveva dire *sarebbe*, se fosse sentita
ed enucleata, il che non è. Meno forse d'ogni altra
cosa l'Aleardi concepisce l'amore: qui proprio non
ha mai barlume di vera tenerezza o di vera disperazione,
qui dove l'infimo degli scrivacchiatori coglie
spesso qualche felice momento. S'egli ostenta
d'essere amato, non commette un'indiscrezione scusabile
dall'affetto sovrabbondante, anzi una calcolata
scimmieggiatura di Vittor Hugo per propalare
che una signora *comiffò* il chiama: *mio poeta*. Se
impreca ad una ritrosa, non accade pel crepacuore
della passione insoddisfatta, anzi per tradire, imitando
Giacomo Leopardi nell'*Aspasia*, dispetto e meraviglia
che una donna abbia potuto non istimarsi
onorata e beata d'esser prescelta ad appagar le voglie
d'un tanto vate. Ripeto, tutto questo tornerebbe
sublimemente disgustoso, se il comico ne fosse sentito
e svolto: ma l'autore parla con la massima serietà
e senza evidenza.

Non sente l'amore. Descrivendo due amanti, i
quali godono: — «quel soave fin d'amor, che pare
All'ignorante vulgo un grave eccesso,» — il signor
Aleardi ha osato chiamare i momenti di voluttuosa
ebbrezza:

   | *........ ore di cielo,*
   | *Che ne l'inferno echeggiano.......;*

e _`peggiora` nell'ultima edizione questo pessimo brano,
correggendo:

   | *Ore di ciel, che il ciel condanna.*

[pg!37]
Corpo di Bacco! ed io crederei che questo uomo
abbia potuto amare mai? Oh quegli cui una gentile
desideratissima è stata quandochessia benigna una
ora; quegli che almeno con la fantasia cupidamente
ha bramato un'ora di felicità; sente nel ritrarla, non
casca in freddure, in concettini, in antitesi; non
pensa ned al cielo, ned all'inferno: quel presente
è tale che spreoccupa del futuro.

— «Ma l'Aleardi ha forse voluto manifestare la
sua riprovazione per gli amori illeciti, che ne offendono
il senso morale....»

— Poverino! Davvero? E gli uomini dal senso
morale conturbato, gli uomini ripieni di santo sdegno
contro il peccato, a' tempi nostri il rivelano coi
bisticci; come un secentista, come il cappuccino nel
*Campo di Wallenstein*, del quale lo Schiller coadjuvato
dal Goethe compilò la parlata sulle opere di
Abramo da Santa Chiara? Che tanfo da don Pirlone!
L'Aleardi ha voluto mentire una riprovazione
che non sentiva, e non gli è riuscito. Non potremmo
che commiserarlo se davvero sentita l'avesse:
Dante era un carattere moralmente severissimo, come
non ce n'è più, e colloca Francesca col cognato
nella bufera infernale; eppure piange al vederli, eppure
gliene duole, eppure s'impietosisce fino a cadere
in deliquio: condanna e non impreca, perchè
la mente gl'impone di condannare, ma il cuore scusa;
invidia que' meschini, ma la fantasia, ritraendogliene
la dolce colpa, lo invaghisce di essa.

Ma lasciamo Dante: i paragoni sono odiosi. Il Nostro
dichiara di amare ardentemente non so che Maria,
ed in pruova le propone.....

— «Cosa? Badiamo, veh, di moderare le espressioni!....» —

— Non c'è da moderar nulla; non fu mai vista
più moderazione in alcun amadore. Le propone di
andarsene soli scorrazzando senza saper dove......

— «Scarrozzando?» —

— No, scorrazzando, a piedi.

— «E non sarebbe meglio prender la ferrovia e
[pg!38]
scapparsene per un mesetto a Parigi, ch'è il luogo
più acconcio per godersi lietamente la luna di
miele di qualsivoglia amore?» —

— Crederei, ma i giudizî differiscono. Le promette
di raccogliere muschio e fargliene un guanciale, senza
federa; di *suaderle il sonno cantando la sua canzon
più bella*; e di meriggiarle accanto sotto *all'odorosa
tenda d'un'acacia tardiva* perchè non diventi mora....

— «Vedi bàlia e ninna-nanna! non sarebbe
meglio andare all'albergo e farle preparare un buon
letto sprimacciato, magari a due piazze?» —

— A parer nostro, ma i gusti variano. Caso sopravvenisse
un temporale; *di freschi allori le farà
ghirlanda*; acciò vada: *rispettata dai fulmini le
chiome*......

— «O non sarebbe meglio aprire il paracqua?» —

— Secondo gli usi odierni, ma i costumi cambiano.
Quando poi la Maria avrà sete le

   | *..... corrà pei solchi,*
   | *L'onda del ciel nel calice dei fiori.*
   | *Che dio prepara all'uccellin che migra....*

— «E quando l'avrà fame?» —

— Una creatura tanto eterea non ha mai fame;
ad ogni modo *le frangerà il suo pane sovra un desco
di rose e di viole*;

— «Magro pranzo e desco incomodo!» —

— Quistion d'abito. Malgrado la etereità, pure
a queste offerte seducenti, la Maria va

   | *..... celando, con la man di neve,*
   | *L'esistenza che in porpora la tinge.*

— «La *man di neve*? scommetterei che il *braccio
eburneo* e le *labbra coralline* son poco discoste.
Una ciliegia tira l'altra». —

— Zitto, che adesso viene il bello. L'amante per
_`assicurar` lei che tituba, le dice:

   | *Rea non sarai: però che sempre è mesta*
   | *Quella letizia che di colpa odora.*

[pg!39]
— «Odore di colpa? somiglierà all'odore di becco,
m'immagino. Un amante chiama reato e colpa
lo scopo dell'amor suo? Mi burli? O che nuovo
modo di sedurre? che nuova razza d'amanti è
codesta?» —

— Una esotica, rinvenuta dall'Aleardi, che han
fatto probabilmente commendatore in grazia della
preziosa scoperta zoologica, e non già, come si buccina
dalle male lingue, in mercede de' versi scarabocchiati
nell'albo del ministro Natoli. Egli prosegue: — «Al
fondo non ci separa che un pregiudizio
stolto. La progenie umana

   | *ai capricciosi*
   | *Moti del suo pensier diede il superbo*
   | *Nome di legge.*

Ma non importa: rispetteremo lo stolto pregiudizio,
perchè... lo rispetteremo. Vivremo come fratello
e sorella, placidamente insieme. *Mia non sarai.
Fidati*». — E descrive gli amori di due isolette
vicine, consorti, ma separate da mare profondissimo:
*Si guardan sempre e non si toccan mai*;
della luna e del globo, che fanno all'amore, quantunque

   | *...... una infinita*
   | *Lontananza di freddo aer le parte:*
   | *Si guardan sempre e non si toccan mai,*

e conchiude:

   | *Così noi due, soletti pellegrini,*
   | *In vicinanza coraggiosa e monda,*
   | *Malinconicamente esuleremo;*

sicchè nojaltri lettori si finisce col fargli l'atroce ingiuria
di credere che la Maria potesse fidarsi daddovero!
Chieggo scusa dello scherzo, che convengo
esser di pessimo gusto. Ma sfido io di rimanere in
contegno leggendo questa robaccia e ricordando che
pur c'è chi l'ammira *bona fide*.

[pg!40]
Chiunque ha un po' di mondo sa che nella vita si
dànno casi analoghi; due infelici, due miserrimi possono
trovarsi in una posizione falsa siffatta; ma se
amano veramente, sinceramente, uno strazio catartico,
una tragica colluttazione debbe verificarsi negli
animi loro. Et, od il travaglio interno, cresciuto
al punto — «che sostener nol può forza mortale» — gentilmente
uccide i travagliati; oppure, vincendo
ogni ritegno, sforzandoli a violare i dettami della coscienza,
apparecchia la necessità della espiazione.
Tale sarebbe il caso d'un fratello e d'una sorella che
si amassero d'amore non fraterno, come il Renato e
l'Amalia di Francesco-Augusto, visconte di Chateaubriand.
Ma una rassegnazione placida, come questa
dell'Aleardi, che non fa presentire nessuna catastrofe,
è non meno psicologicamente assurda, che poeticamente
incapace di soddisfarci. Verso la fine dello
squarcio che ho riassunto si notano alcune descrizioncelle
indovinate, almeno come intenzione: la rosa,

   | *All'amoroso rosignuol contesa;*
   | Le isole, che
   | *..... l'una all'altra*
   | *Sorridon liete;*
   | La luna e la terra, che:
   | *..... nelle notti,*
   | *Si scambiano un saluto alternamente*
   | *Con favella di luce;*

ma perchè riuscissero poetiche qui, avrebbe da ogni
parola dovuto trapelare la meraviglia, che a dispetto
d'ogni legge naturale, il fiore e l'augello, le due
isole, i due astri non si costringano in amplesso, ingenerando
negli uditori il convincimento, che malgrado
tutte le belle promesse, dopo la prima giornata
di viaggio, il poeta sarà uomo e la Maria sarà
donna, e la categoria morale violata preparerà la sua
vendetta e la loro rovina. Allora avremmo biasimato
l'aberrazione pur commiserando quei traviati, come
nella *Mirra* dello *Allobrogo feroce* (che fu allobrogo
solo ne' versi del Foscolo) per quanto s'inorridisca
[pg!41]
delle brame incestuose è pur forza compatire la vittima
infelice della Nemesi. Ma così, come l'Aleardi
li ha rappresentati: primo, l'impedimento, rimanendo
troppo nel vago, sa del capriccio irragionevole; e,
secondo, la rassegnazione sa d'impotenza. Il poeta
non ha sentito: non v'è strazio di sorta in lui.

Non v'è di che stupire. L'amore è abnegazione,
oblio di sè: come può dunque amare un autolatra?
Chi non vede che sè solo dappertutto, non può provare
alcuna maniera di affetto. E questo è il caso
nell'Aleardi anche per l'amor filiale: più lo decanta,
più ne ostenta, e meno ci commuove. Se fra' cani
ci fosser de' verseggiatori, forse a qualche o bracco
o levriere o barbone od alano o mastino o molosso
potrebbe condonarsi il dire:

   | *..... ne la deserta*
   | *Mia cameretta ancor sento il celeste*
   | *Tuo profumo di santa;*

ma per la *genitura* o meglio progenitura di Giapeto,
un figliuolo che fiuta od annusa la madre è una immagine
ridicola, ed un profumo di santa non si sa
cosa sia. Nè mi si citi la Novella sesta della seconda
giornata del *Decameron*, dov'è detto: — «Il figliuolo,
quantunque molto si maravigliasse, ricordandosi di
averla molte volte avanti in quel castello medesimo
veduta e mai non riconosciutola, pur nondimeno
conobbe incontanente l'odor materno e sè
medesimo della sua preterita trascuraggine biasimando,
lei nelle braccia ricevuta lagrimando teneramente
basciò.» — Che *odore* in questo brano non
indichi cosa che agisce sull'olfatto, è chiaro. La Crusca
registra lo squarcio come esempio di odore nel
senso d'indizio o sentore; e dopo — «conobbe incontanente
l'odor materno» — aggiunge parenteticamente — «cioè
la raffigurò.» — La spiegazione
letterale non parmi soddisfacente, ma non importa.
La brutal metafora del Boccaccio non era da prendersi
per ingemmarne una lirica.

[pg!42]


VII.
----

La passione è femmina, il concetto è maschio;
quella vuol esser fecondata da questo per produrre
un portato poetico. L'animo dello scrittore il paragono
ad un areme, un gineceo, un serraglio; i suoi
affetti mi rappresentano le odalische; ed il concetto
figura il pascià che gitta il fazzoletto a qual più gli
aggrada. Nella Real Casa dell'Annunziata di Napoli,
(*di squallida risorta ampliata*, come vi dice una lapide
insulsa, che ricorda il celebre: *L'un era padovano
e l'altro laico*) dove con pochissima carità si
diseducano le projette, v'era e v'è forse ancora una
usanza singolare: stretta clausura tutto l'anno, ma
il giorno della festa del luogo, le porte si spalancano
o spaparanzano (come s'esprime energicamente il dialetto
partenopeo, con parola, che secondo il Manzoni,
la lingua Italiana gl'invidia). Chiunque voglia entrare
e visitare il brefotrofio, padrone. Le educande,
in gran montura, stanno impalate lì come tanti capi
di merci in vendita; e se alcuna mi dà nel genio,
posso scegliermela e sposarla su due piedi e crearne
una madre-famiglia: non c'è memoria che un'esposita
avesse rifiutato un pretendente per quanto laido,
scontraffatto, decrepito e scostumato, che una cosa
anelano esse tutte più che lo Ebreo la venuta del
Messia: di liberarsi dalla bolgia, dalla tomba, in cui
gemono; in cui sono oppressi i polmoni, depressi gli
spiriti; dove non si può nè respirare nè sperar bene.
Appunto quelle innocentine somigliano alle disposizioni
dell'animo nostro, che si precipiterebbero col
più scapestrato concetto, pur di uscire da' muti claustri
della mente, e vivere nella luce e nello splendore
della parola. Ogni componimento implica un
concetto, che n'è l'anima, ch'è il pensiero il quale
in esso risiede e s'incentra, facendone un microcosmo.
Sparito il concetto, ogni poesia sfigurerebbe;
la più zeppa e ridondante d'immagini vaghe sarebbe
soltanto un mucchietto di preziose gemme. Perchè
[pg!43]
le gioie si spietrino; e, come nel mito indiano sotto
la mano prepotente della divinità, divengano membra
di sommo splendore e fattezze d'impareggiata
avvenenza e vita: bisogna che il signor concetto
sopprima con un colpo di stato l'autonomia delle singole
parti ed immagini, subordinandole ad una unità
superiore. Allora il componimento addiventa un tutto
organico, acquista coscienza e significato. Il Carteromaco,
nel sesto canto del *Ricciardetto*, ha un bel
paragone che qui quadrerebbe:

   | *Come il pittor ch'a mosaico si dice,*
   | *Dev'esser il poeta a mio parere;*
   | *E quegli è riputato il più felice,*
   | *Che meglio accoppia pietre bianche e nere*
   | *E rosse e gialle: e poi di tutte elice*
   | *Una fera, una donna, un cavaliere.*
   | *Così deve il poeta, se sa fare,*
   | *Di varie cose il suo poema ornare.*

Le pietruzze variopinte son le immagini singole,
il concetto è appunto quella figura che risulta dal
compaginarle. Il concetto pare dunque la più capace
affermazione in cui si concreti il sentito dal poeta:
se lo scrittore avesse male o deficientemente sentito,
la riflessione genitrice del concetto, mancherebbe di
sustrato, di un objetto sul quale esercitarsi. Nè mi
si opponga il trovarsi qualche rara volta alti concetti
senza punto sentimento, puta, nelle liriche di
Giovambattista Vico. È vero, quindi nol nego. Ma
non essendo stati sentiti, anzi solo pensati, que' concetti
non si trasformarono di scienza in poesia; commuovono
forse l'intelletto ma non la fantasia. Ed
occorre non dimenticar mai, che scienza e poesia,
quantunque spesso coincidano, sono essenzialmente
due. Esaminiamo un po' qualche concetto de' componimenti
di Aleardo Aleardi.

Chi non ripensa frequentemente un'*Ora della sua
giovinezza*, divenuta momentosa per l'intera esistenza?
Od anche le ore più volgari della prima età?
Il trovarsi oppresso e stanco dalla ricchezza di contenuto
[pg!44]
della vita; il guardarsi indietro vagheggiando
l'insulso tempo infantile, quando e' si vegetava; è
umana cosa. Accade talvolta momentaneamente alle
anime più robuste, vieppiù spesso alle fiacche ed imbecilli.
Questo rimpianto, manifestato sotto forme
adatte ad esprimere ciò che può esser solo un sentimento
passaggiero, un accesso acuto, ha la sua ragion
d'essere come ogni sentimento, e ci appaga negl'Idilli,
nelle Romanze, nell'Elegie, che so! Se vien
adoperato umoristicamente, meglio ancora. Ma non
puole affermarsi con serietà in un lavoro a pretensioni
e proporzioni colossali, che appena l'approfondisci,
salta agli occhi quanto ha in sè di buffo, di
ignobile, d'antipoetico, di gretto. Ed è così facile il
cadere nell'indeterminato e nel declamatorio! — «Gli
animi della fanciullezza» — scriveva il Leopardi — «sono,
nella memoria di ciascheduno, quasi i tempi
favolosi della vita; come, nella memoria delle nazioni,
i tempi favolosi sono quelli della fanciullezza
delle medesime.» — In quel modo che il popolo
Romano a' tempi di Augusto non poteva rimpianger
sul serio il Regno di Saturno, in quel modo che il
collegio de' cardinali non brama sul serio d'esser ricondotto
a' tempi degli apostoli; ciascun di noi non
vagheggia sul serio com'ideale l'adolescenza, neppure
i più scontenti della propria vita posteriore. Che,
badate, particolarmente poetica, non è la giovinezza
in sè, bensì quel grande sperare che si fa in essa ed
il cui risolversi in fumo è tanto tragico. Dunque non
m'hai da diffonderti troppo ne' particolari, non hai
da infilzarmi prolisse querimonie da donnicciuola;
anzi devi sapermi evocare splendidamente ma sobriamente
con qualche immagini potenti, quell'epoca di
beata inscienza ed incoscienza; farneticare di ciò che
avrebbe potuto essere, che saresti potuto divenire;
e poi con un tratto, con una parola, richiamarmi,
revocarmi al presente amaro, nudo, sconsolato. Così
mi seduci; t'impossessi dell'animo mio; e non mi
lasci campo di riflettere e dirti: — «Che diamine!
Non t'avvilire! Sii uomo!» — Aleardo Aleardi, invaso
[pg!45]
dalla stanchezza della virilità, rimpiange la
quietitudine dell'animo puerile, il babbo, la mamma;
racconta come una fiata, cavalcando a diporto, gli
paresse di vedere co' proprî occhi ricombatter la battaglia
di Rivoli; come, nel tornare a casa, pensasse
alla Polonia; e, giunto alla tomba d'una fanciulla
scannata dal ganzo, le imponesse di apparire per dargli
notizie dell'insurrezione di allora (MDCCCXXXI);
e come la donzella emergesse dal sepolcro per dirgli:

   | *..... la vergine polacca...,*
   | *Or che ti parlo è già meco sotterra;*

e come quindi una femmina vestita tricolore, *velata
tutta d'iridi sacre*, nientemeno che l'Itala Musa in
persona, intervenisse e sclamasse:

   | *No. T'inganni, fanciulla. Ella è sepolta,*
   | *Ma non è morta. Un popolo non muore;*

affermando cosa che ogni alunno di ginnasio dovrebbe
saper falsa, chè di popoli ne son morti tanti tanti;
e come poi quest'*Itala Musa* si mettesse a baciucchiar
lui, che da quel giorno ha sempre cantato....
non dice però se da basso, tenore, baritono o soprano.

Maledetta! debbo di nuovo chiedere scusa al leggitore
per una facezia di cattivo gusto! Ma lo scherno
s'impone a chi si vede imbandir prosuntuosamente
queste... via, scavizzoliamo una parola blanda: questo
pasticciotto insulso. Non basta il più saldo proposito
di rimaner serio, quando si leggono ridicolaggini.
L'Aleardi non s'abbandona ingenuamente
alle reminiscenze giovanili, cheh! non racconta alla
buona fatti accaduti o possibili; le sue invenzioni
stravaganti e pretensiose debbono voler dire qualcosa;
e noi abbiamo il diritto di appurare che significhino
tante bizzarrie? che simboleggia quella visione? perchè
invece di entrare nel caffè a dare un'occhiatina
alle gazzette, scappa ad evocare una monella uccisa
[pg!46]
dal damo? eccetera. Ahimè, tutto ciò non significa,
non dice nulla nulla; è un pretesto per descrivere
gl'inverni irlandesi, una personificazione battezzata
dea Vittoria, e che so io! un puro pretesto per isciorinare
cognizioni di nomenclatura botanica e versi e
versi e versi, ed informarci ch'egli è *l'enfant chéri
des dames*, che fa girare il capo alle signore, ma
che soprattutto la Musa travede per lui:

   | *Mesto crebbe e virile il nostro amore;*
   | *E di te indarno ingelosir le belle*
   | *Creature, che un dì mi seminâro*
   | *Di vipere e di fior la primavera*
   | *Della mia vita; e stettero per anni*
   | *Del mio riso signore e del mio pianto.*

Che malora sia l'*Itala Musa*, non so troppo, io.
Forse il nostro casto verseggiatore avrà davvero incontrato
ed abbracciato in sul far bruzzo qualcuna
vestita tricolore; ma cosa fosse quest'una, il dirò con
una parola, quantunque m'abbiano a leggere occhi più
sicuramente pudichi de' suoi.... Eppure, no; meglio
una perifrasi.... E nemmanco di questa c'è bisogno:
ci siamo intesi.

Nelle *Prime Storie* il poetino suppone gl'Italiani
immemori e svergognati, visto ch'e' ne ha mendicato
invano un po' d'attenzione: quindi cerca consolazione
tornando alla Musa e vuol cantare, non però dei
vieti e vuoti numi d'Olimpo: altri tempi! La Grecia
non favoleggia più, anzi compie grandi gesta (si
vede!) e noi com'essa abbiamo per Ippocrene la patria.
Speriamo e cantiamo. La Musa, comincia a
cantare; e per iscegliere un tema *palpitante d'attualità*,
parafrasa il Genesi, ciarla delle repubblichette
Italiane, delle crociate, della scoperta delle Americhe,
eccetera. E quanti popoli furono indarno! La
civiltà segue il corso del sole: ma prima dell'egemonia
americana, e non si sa perchè, dovrà sorgere
e tramontare un nuovo periodo egemonico Italiano.
Sfido io a pescare un concetto in questo guazzabuglio,
in questo cibreo di volgarità e d'amenità. L'autore
[pg!47]
voleva rifare poeticamente la storia universale?
Dunque, bisognava cavarne una somma, identificarla
in personaggi ne' quali il pensiero filosofico diventasse
vita, dando alle grette scrupolosità d'esattezza,
bando alle inimmaginose nomenclature. Già, se vi
limitate a riversificarmi per la millesima volta le storielle
della mitologia biblica, non filosoferete, nè
poeterete. Invece, infondendo nuovo contenuto al
mito, potrete produrre splendide creazioni, come l'*Inno
ai Patriarchi* di Giacomo Leopardi; o per iscegliere
un esempio che non sembri all'Aleardi una caricatura,
come *Il Prigioniero* di Francesco De-Sanctis,
che senza dubbio è il *non plus ultra* di quanto può
fare chi non è nato poeta.

Che serve esaminare ad uno ad uno questi titoli
d'una pretesa infondata? Quando l'Aleardi accusa
l'*Itala Musa* d'esserglisi prostituita, è un calunniatore;
e basta dimostrar falsa una parte del suo racconto,
uno de' documenti presentati, perchè ragionevolmente
non sia più da credergli in nulla. Due
sole parole sul *Canto politico in morte della Contessa
Marianna Giusti, nata Marchesa Saibante*, dedicato
*Al Venturo Pontefice*, perchè le ingiuste contumelie
e facili e senza pericolo e codarde quindi e plebee,
contro la canizie veneranda del pontefice vivente mi
cagionano un tal disgusto, che avrei preferito passare
senza ragionarne. Qui era balenato all'Autore
un gran concetto. Egli chiede alla morta: — «Perchè
morire? ora che riacquistiamo una patria! esser
cittadina d'un gran popolo, non è meglio forse,
che diventare abitatrice del cielo?» — Quanta profondità
in questo ingenuo pensiero! come esprime acconciamente
le idee moderne dell'uman genere adulto,
che pago della sua sfera, conscio del suo significato,
rinunzia volontariamente ad ogni speranza oltremondana!
l'uomo si sente dappiù del santo, del dio, parti
del suo spirito; la vita con le sue vicissitudini vien
anteposta alla beatitudine immobile. Somiglia il concetto
del *Prometeo* del Goethe, che in quel frammento
del francofortese rimane troppo astratto e filosofico,
[pg!48]
non si anima in tutto, non acquista vita
piena e salda. Ebbene, di questo gran concetto che
inciampava, messer Aleardo Aleardi non s'è nemmeno
accorto! anzi giunge a tale eccesso di platealità
da mandare la sua morte in cielo a pregare per
l'Italia, come farebbe ogni scolaretto, come si legge
su tutte le lapidi, come han fatto millantamila altri
imbrattacarte prima di lui; eccetera, eccetera.


VIII.
-----

Bastino codesti esempli: quando esaminassi tutti
i canti, dovrei perennemente ripetermi. Vi è però,
giustizia vuole ch'io 'l confessi, una maniera di componimenti,
nella quale Aleardo Aleardi riesce egregio,
poichè vi si può fare ammeno di concetto e di
sentimento, vi basta un'emozioncella momentanea,
un pensiero isolato. Intendo parlare di quelle, che
volgarmente si chiamano *poesie d'occasione*; che i
francesi denominano *fuggitive*; ch'egli addimanda,
con un epiteto abbastanza incongruo, *volanti*; e che
suppergiù corrispondono agli *Epigrammi* degli antichi.

Ho già notate alcune gentili strofuzze per una Maria
Wagner; e non tacerò delle stanze per le venete,
che mandano all'emigrazione i loro vezzi. Le misere
hanno sentito

   | *..... come un lamento*
   | *Di nota voce languida per fame,*
   | *Che vereconda dimandasse a stento*
   | *La carità d'un obolo di rame.*

Ed in questi versi e' s'avverte qualcosa di strascinato,
che s'attaglia stupendamente al pensiero espresso e
fa sentire la languidezza ed il ritegno col quale la
voce chiede; ma perchè *obolo di rame*? tanto vale
un obolo di rame quanto un obolo di argento, come
tanto pesa un chilogramma di ferro, quanto un chilogramma
di penne. Le Venete hanno udito; e commosse
pregano un barcaiuolo di recare que' pochi giojelli
[pg!49]
scampati alla rapina tedesca sull'altra riva del
fiume: *Riva gioconda e pur riva d'esilio*; e di rammentare
agli esuli che Venezia aspetta. Convien far
la tara a queste esagerazioni: se le Venete ci avessero
mandate tutte le gemme, tutta l'oreficeria loro,
gli emigrati sarebber divenuti tanti signoroni; ma,
preso con discrezione, il pensiero è semplice e vero,
e nelle poche quartine e' ci ha momenti indovinati e
riboccanti di poesia. Esempligrazia, quando parla del

   | *..... cor degli stranieri,*
   |   *Bersaglio eterno all'Itale vendette,*

l'Aleardi dice meglio e più sull'odio fra la razza germanica
e la schiatta latina, esprime vieppiù robusta
e vivacemente l'astio accumulato dalle sofferenze,
che non faccia con prolisse filastrocche nel *Canto
politico*, ne' *Sette Soldati* ed altrove. Nondimeno anche
qui non mancano dissonanze. Le Venete han la
parola:

   | *A noi meschine, in questi dì supremi*
   | *Fra la speme e lo spasimo ondeggianti,*
   | *Non si confanno anelli o dïademi,*
   | *Perle non si confanno o dïamanti.*

strofa tollerabile, quantunque la smania dell'antitesi
e del parallelismo vi giunga fino al bisticcio: *speme
e spasimo*, *diademi e diamanti*, scherzi aliterativi,
artifiziucoli, che la passione traboccante e sincera
non comporta forse, ma che qui dove si tratta soltanto
di formulare un'emozioncella in modo spiccato,
facile a ritenersi, musicale anzichè poetico, sono
forse non immeritevoli d'indulto. Approvo anche la
dieresi, sebbene di solito *diamante* sia trissillabo, e
nello italianizzar vocaboli greci che cominciano per
*dià*, come *diavolo*, *diadema*, si soglia restringere la
particella in una sola sillaba, facendo dell'i una *j*
consonante; così Dante: *Che questi lasciò un diavolo
in sua vece.* [pg!50] Ma l'Aleardi fa seguire immediatamente
quest'altro tetrastico:

   | *Abbiam catene in cambio di smaniglie,*
   | *La fune al collo in cambio di monili;*
   | *Le nostre fronti gocciano vermiglie*
   | *Sotto un serto di rie spine servili;*

che è pura rettorica: immagini false e quindi inefficaci
e poi vengono questi versi:

   | *Noi pur, se giova, taglierem le chiome;*
   | *E, con le trecce de' capelli neri,*
   | *Tenderem corde da avventar saette;*

elle sono rettorica pretta. Care, non fate, che non
giova. Vi svisereste senza scopo. Solo gl'indigeni della
Nuova-Zelanda adoprano saette, ora; nel secolo dei
cannoni rigati e de' fucili ad ago. All'Aleardi, strano
fenomeno, sembra prosaico il caratteristico, ch'è il
vero poetico, e quindi s'attuffa nei luoghi comuni.
Anch'egli Francesco Dall'Ongaro (altra bella cima
e cara gioia!) ne' suoi *Stornelli* (che non sono altrimenti
*stornelli*, anzi *rispetti*) fa offrire dalle livornesi
il sacrificio di questa bellezza muliebre. La Maria
Antonietta (dice egli) aveva giurato (*credat Judaeus
Apella, non ego*) tornando, d'imbottirsi le materassa
e gli origlieri con le trecce delle livornesi; e queste
rispondono, ricordando come in altri secoli le loro
capellature servissero a tender gli archi, e promettendo
d'impiegarle ora a fasciar le ferite ai volontarî.
Reminiscenza del Tasso: ma non si comprende,
come nel caso dell'Erminia e di Tancredi, la necessità
di ricorrere a tali fasciature poco igieniche e
molto disadatte: manca pezze, bindelli e sfilacci?

   |   *Altezza, queste trecce, o brune o bionde,*
   | *Le abbiam già tronche un dì di propria mano,*
   | *Per tender gli archi e risarcir le fionde*
   | *Ai difensori dell'onor toscano.*
   | *Or fascerem le margini profonde*
   | *Ai volontarî del lombardo piano....*
   | [pg!51]
   | *Ma voi non ci godrete ore tranquille,*
   | *Vi pungeranno, Altezza, al par di spille....*

Ma questa freddura è roba vecchia, vieta, stantia,
rancida, barba di cassone e di scaffale, fritta e rifritta,
trita e ritrita, detta e ridetta le mille volte e
meglio assai da scrittori precedenti, e con più spirito,
Per esempio, il secentista Antonio Muscettola ha composta
una canzone concettosa intitolata, *La chioma
recisa*, dedicata al signor Mario Rota, in cui scrive:

   |   *IV. Già di recisa chioma*
   | *Fabricarsi mirò bellico arnese,*
   | *Perchè fusser difese*
   | *L'eccelse rocche sue, l'antica Roma;*
   | *Et or nove armi architettando Amore,*
   | *Troncò quel crin per saettarmi il core.*
   |   *XI.... Et, o beata sorte,*
   | *Se la crudel che mi ferì sdegnosa,*
   | *Divenuta pietosa*
   | *Di mia vicina irreparabil morte,*
   | *Troncasse del suo crin le fila vaghe*
   | *Del sen trafitto per fasciar le piaghe.*

Le tre ottave *Alle Donne Milanesi* sono indovinate,
meno la seconda. Il componimento venne recitato
in una festa data a Milano nel MDCCCLX, da signore
veneziane abbrunate, che presentavano dei
mazzolini di fiori alle lombarde e che invece di darsi
in ispettacolo con simili commedie, avrebber servito
meglio assai la patria standosene costumatamente in
casa a rinacciare o far conserve od insegnare a compitare
a' figliuoli. Come è ben sentito il verso onomatopeico,
che rappresenta l'austriaco, *Ululando la
lingua di Lutero!* magnifico e caratteristico in bocca
d'Italiane cattoliche. L'ultima ottava poi è un capolavoro
tecnico e poetico: quanta gentilezza nella
chiusa:

   | *E voi, lombarde memori sorelle,*
   | *Se mai trovate tra i soavi odori*
   | *Qualche stilla rimasta per incanto,*
   | *Badate, o pie, non è rugiada, è pianto.*

[pg!52]
Nel madrigale *A Re Vittorio Emmanuele* finalmente,
col quale Venezia serva è supposta accompagnare un
bucchè, la personificazione è così spontanea e ben
riuscita, che non oso condannarla; l'antitesi è così
gentile e ben trattata, così franco e ben maneggiato
il verso, che neppure un pedante osa chiedere da
quando in qua le parti sono invertite e le spose mandino
ramiglietti (mi si perdoni il napoletanesimo autorizzato
da un esempio del Tansillo) mandino ramaglietti
agli sposi, ed un napolitano stesso leggendo
non pensa all'equivoco osceno che nel suo dialetto
offre l'ultimo verso e quella parolaccia *mazzo*. Quando
si giunge a preoccupare un napolitano fino al punto
di non fargli avvertire una porcheria, è tutto dire.
*C'est un joli rien*, come dicono oltr'Alpi. Per questi
nulla, per queste inezie solo, aveva disposizione e
capacità l'Aleardi: ed è veramente da rimpiangere
ch'e' non ne abbia scritto in maggior numero.

Nulla? inezie? Sbaglio, ho mal detto. Non è mica
la mole che fa il merito d'una poesia, anzi la perfezione:
e parecchi rimangono immortali per siffatte
gemme epigrammatiche. L'impressione momentanea
ha dritto ad essere espressa dal vate; e molti poeti
non possono, per idiosincrasia loro, ammucchiare i
pensieri, le immagini, i sentimenti che quotidianamente
si presentano alla fantasia, ammucchiarli, dico,
ne' magazzini della memoria pe' casi in cui occorrano;
se non li esitassero subito, li perderebbero. Così pure
alcune frutta bisogna coglierle e mangiarle; la dimane
non sarebber più commestibili. Così pure alcune
pietanze vogliono esser trangugiate calde; a
Napoli dicono: *friggi e servi*. Aggiungerò che l'eccellenza
si raggiunge più agevolmente in queste bagattelle,
che ne' lavori di lunga lena. S'è sempre
freschi; non s'è sopraggiunti da quelle stanchezze
micidiali, che inducono spesso a buttar giù l'opera
di anni od a lasciare interrotte minacce di lavori ingenti;
non si rischia di riuscir mediocre in qualche
parte, che sbagliata fa scomparire il rimanente quantunque
ottimo; non si è costretti a sacrificare, ad eliminare
[pg!53]
mille bellezze, che non servono per lo schema
concepito. Maestro del genere è l'Arouet: e dire che
il signor di Ferney se n'è compiaciuto equivale al
ragionare la bontà del genere; l'istinto inconscio
d'un tanto genio è infallibile.

   | *Chè intelletto divin, celeste ingegno,*
   | *Nulla a caso giammai forma e dispone.*
   |     (Adone. VI. 8.)

Il Goethe opinava: — «Quantunque scriva un Voltaire,
mi par buono, sebbene io protesti contro
alcune temerità; ma le poesie d'occasione sono fra
le sue cose più aggraziate: non v'incontri verso,
che non ridondi di chiarezza, di spirito, di venustà,
d'ilarità. Non visse mai poeta che al par
di lui comandasse a bacchetta l'ingegno proprio.
Una volta, mentre egli, dopo lunga visita alla
Du-Chatelet, stava per incarrozzarsi, sopraggiunge
un messaggio dalle educande del vicino convento;
le quali, volendo recitare pel natalizio della Badessa
*la Morte di Cesare*, pregavano l'autore d'un
prologo apposta. L'occasione era tanto amena, che
l'uomo non potea lasciarsela sfuggire. E' si fa recare
penna, carta e calamajo; e verga il prologo
richiesto sul caminetto, in piedi. Saran venti versi:
la poesia è pensatissima e perfetta, appropriatissima
al caso, d'ottimo gusto. Ma non mi pare inserita
nella raccolta delle sue opere.» — Un genere,
ripeto, che lo amante della dotta Urania, che
il Proteo multiforme della Francia ha coltivato con
amore, non può disprezzarsi da chicchessia ragionevolmente.


IX.
---

— «Ma, chi scrive, bisogna pur che dica qualcosa;
e gli ha da essere un impiccio indiavolato
quando manca sentimento e concetto!» —

— Gnornò. Anzi, stimala per la cosa del mondo
più comoda: si scarabocchia carta e carta senza fatica,
senza palpiti, senza patemi, senza sciuparsi,
[pg!54]
come amavano la Veneranda ed il Taddeo dell'*Amor
pacifico*. Grazie a' tanti secoli di vita che l'uman
genere conta, grazie alla lunga esplicazione
letteraria della mente Italiana, v'è una sterminata
quantità di formolato a disposizione delle fantasie
sterili: espressioni consacrate, immagini proverbiali,
concetti volgari, luoghi comuni, parole e pensieri che
furono forse un tempo roba poetica e sentita, ormai
ridotta dall'uso a mere cifre, a segni convenzionali,
come quelle monetacce, che circolando a lungo pèrdono
l'impronta del conio. — «La lingua verseggia
per lui,» — diceva il Goethe a proposito de' componimenti
dilettanteschi d'un Re bavaro. In somma
delle somme, v'ha il mare inesauribile del rettorico
(faccio per non nominarlo); di ciò che alcuni in Economia
Politica addimandano ricchezza comune e gratuita,
e che appunto perchè gratuita e comune, mal
si spaccia per ricchezza nella scienza sociale e mal
si battezzerebbe poesia nell'Arte. Ci è il sol di luglio
del proverbio; e molti se ne fan belli, e molti
il vendono, e molti dabbenuomini il comprano a caro
prezzo, come cosa di valore e rara. All'oceano del
rettorico, del formolato, attinge, senz'ombra di scrupolo,
copiosamente Aleardo Aleardi: ne' suoi canti
non ravvisi la manifestazione immaginosa di concetti
sentiti, anzi un sèguito di formole, de' lunghi polinomî
di cosiddette imagini poetiche. Ed il lettore
ne riman commosso suppergiù come lo spettatore da
una pergamena istoriata di rebeschi o da un papiro
coperto di geroglifici.

Quindi non vien freddato un tanghero nelle sue
battaglie, del quale non si deplori la solita madre
o l'immancabile sposa che ne aspettano il ritorno
conteso in eterno! Se una fanciulletta od una contessucola
sparenta, consoliamoci, anzi rallegriamoci:
le sono ite ad acculattar qualche panca in cielo alla
destra di dio padre onnipotente ed intercedono per
nojaltri! Se accade una mischia, ecco subito i singhiozzi
obbligati delle mamme e delle sorelline! I
sepolti, ci s'intende, aspettano vendetta ed invocano
[pg!55]
l'ira del nume sul carnefice! I mondi danzano. (Ho
l'imbarazzo della scelta fra mille esempli di questa
immagine più vecchia del brodetto. Antonio Muscettola,
nella canzone a don Giuseppe de' Medici, Prencipe
di Ottaiano, in cui narra come *danzando con
la sua donna, da molti diamanti, ch'ella avea nelle
dita, gli fu in gran parte scemato il diletto*, scrive:

   | *Stanco il mondo godea*
   | *Tranquille piume in fra gli orror segreti:*
   | *E scintillanti e belle*
   | *Tessean lucidi balli in ciel le stelle).*

La natura inneggia al creatore. I firmamenti sono
una tenda. La terra è un granel di polvere, chi la
guardi dal cielo. (Vedi, per restringermi ad una citazione,
la parlata d'Amore, in fine del quint'atto
dello *Endimone* del Guidi:

   | *E la terra, che appare immensa mole,*
   | *Dall'uno all'altro polo*
   | *Sarà, sott'un tuo sguardo, un punto solo.)*

I vespri tuonano come quegli arcangeli, de' quali
nessuno ha udito la musica mai. Il Byron ha lasciato
*l'ossa ad Albione ed i poemi al mondo*. (Di simili divisioni
della eredità degli uomini grandi o spacciati
per tali, potrei addurne centomila esempli. Mi basti
rammentare la iscrizione sulla tomba del cardinal
Parisio in Santa Maria degli Angeli a Roma ed il
sonetto in morte di Torquato Tasso, che leggesi nelle
*Tre Grazie* del seicentista Antonio Bruni da Manduria:

   |   *Morto il gran Tasso, anzi avvivato in dio*
   | *Quei, che già riportò fra' cigni il vanto;*
   | *Tra la Fama e la Terra e 'l Ciel s'udio*
   | *Bella gara d'onor fra 'l lutto e 'l pianto.*
   |   *Il Ciel diceva: «Il gran Torquato è mio,*
   | *Poi ch'apprese da me celeste il canto».*
   | *Dicea la Terra: «A me si dee, perch'io*
   | *Di me stessa gli ordii caduco il manto».*
   | [pg!56]
   | *Ma soggiunse la Fama: «Anzi, a me sola*
   | *Dèssi il cantor che vinse il dio di Delo,*
   | *Perchè in Pindo per me chiaro sen vola».*
   | *Indi Febo parlò da un aureo velo:*
   | *«La Fama il nome, or che all'obblio s'invola,*
   | *S'abbia; il corpo la Terra; e l'alma il Cielo».)*

Quel destriero barbaro, di cui già Orazio, scalpita
nei canti dell'Aleardi per mille millesime volte sulle
tombe Italiane:

   | *Barbarus heu! cineres insistet victor et urbem*
   | *Eques sonante verberabit ungula;*

eccetera, eccetera. Non vi si cansa un platealità demagogica
o rivoluzionaria. Beninteso, che l'eminente
statista, il quale in Austria si chiamava Clemente-Vincislao-Nepomuceno-Lotario
Principe di Metternich
e nel Reame delle Due-Sicilie, Duca di Portella
vien gratificato dall'epiteto di assassino, e l'Austria
riceve il predicato *perfida*, eccetera eccetera. Insomma
ad ogni personaggio, ad ogni stato è conservato l'aggettivo
in uso presso i politicanti da caffè ed i gazzettieri
di trivio: l'Aleardi potrà servire di repertorio,
quando una più giusta cognizione ed estimazione
della storia li avrà fatti dimenticare agli avvenire.
La Polonia cos'è? La terra di Giovanni Sobieschi,
ben inteso, abbandonata dalla ingratitudine di questa
Europa, che essa salvò dalla barbarie musulmana....
(Vedi i compendî di Storia ad uso delle scuole; tutti
gli articoli di fondo scombiccherati da' politicanti sentimentali
sulla Polonia; e tutte le insulse filastrocche
verseggiate su di essa da' poetonzoli Italiani, cominciando
da Giuseppe Ricciardi e terminando a Pasquale
Turiello, o s'altri v'ha più da meno, miseri
stemperatori delle tumide parole dello Châteaubriand
nella biografia del Rancé: *Sobieski entra dans Vienne
par la bréche qu'avait ouverte le canon des Turcs.
Les Polonais sauvèrent l'Europe, qui laisse exterminer
aujourd'hui la Pologne. L'histoire n'est pas
plus reconnaissante que les hommes;* goffi parafrasatori
[pg!57]
delle belle strofe del Poerio per l'arrivo in Sicilia
dello autocrate Niccolò).

Che dirò delle reminiscenze mitologiche, pagane e
cristiane, eccletica e rettoricamente adoperate; delle
personificazioni, che ti agghiacciono ad ogni piè sospinto?
Bacco piange sulla crittogama; *l'insidioso
Satana vola largamente con l'ale sul tenebroso tetto
del Quirinale;* le anime vengono *assunte al glorioso
bacio del Cristo*; e via discorrendo. Non crediate già
che il merito d'una battaglia trionfata spetti a' nostri
prodi! Ohibò!

   | *..... Il derisore*
   | *Dio de le fughe visita le file*
   | *Degli stranieri e il core.*

La convenzione di Vilagos ed il preteso tradimento
sono bell'e spiegati col matrimonio di Arturo Görgey.

— «Che forse amoreggiava con la figliuola del
conte Rüdiger?» —

— Nossignore, anzi.....

   | *..... l'infamia..... su lo aborrito*
   | *Campo di Ieno a lui pose nel dito*
   | *Il suo vipereo anello nuziale.*

Chieggo a voi che avete combattuto, o come mi rappresentereste
un combattimento, una vittoria? M'immagino
che porreste in luce un tratto caratteristico,
il quale lasciasse indovinare il tumulto, le vicende
della battaglia, del trionfo; che vi regolereste insomma
press'a poco come Giovanni Berchet nelle
*Fantasie*, quando sua mercè riviviamo a' tempi di Legnano,
divenuti ne' suoi carmi più belli che non fossero
nella torbida realtà. Ecco invece in qual guisa
l'Aleardi si lusinga di pormi una vittoria sott'occhi,
una vittoria del Bonaparte sull'Alvinczy;

   | *Un giorno, immansueta e bella*
   | *Dea, la vittoria scese; e per quei poggi*
   | *Danzò la danza pirrica su metro*
   | *Repubblicano....*

[pg!58]
eccetera, eccetera. Veggo con la mente una sgualdrina
scambiettare, non mica combattersi una mischia.
Vien proprio voglia di esclamare, come i contadini
bresciani, quando per la calura sorgono vapori
da' campi acquitrinosi, ch'essi addimandano *nidi
della vecchia*, di sclamare: *Bala, pör vecia!... che
gh'ho in cul el to balà!*

Chiunque è avvezzo a non creare le immagini che
adopera e ci è avvezzo per l'ottima ragione che non
sente poeticamente; chiunque è avvezzo a servirsi
del formolato: non potrà cansare, nel prendere delle
*res nullius*, di por talvolta la mano anche su qualcosa
che abbia un padrone, che non sia ancor divenuto
patrimonio pubblico. E l'immagine od il pensiero
accattato da uno scrittore, costituisce ciò che
con blanda parola si addimanda reminiscenza e con
altre più dure o meno ipocrite plagio o furto. Volere
o non volere, alla mente senz'utero, inetta a fantasticare
o favoleggiare con indipendenza, si affacciano
que' pensieri forniti e forbiti, perfetti, potenti;
e non avendo essa virtù di trasformarli specificamente,
le s'impongono. Quindi niente meraviglia,
se percorrendo il Nostro, l'orecchio è percosso ogni
tanto da un'eco languida d'altri scrittori contemporanei,
massime del Foscolo, del Manzoni, del
Leopardi e de' franzesi Hugo e Lamartine. Anche su
codesto capitolo io mi pregio d'essere frammanicone:
nulla di più lecito che il riprendere l'opera d'altri.
V'è del vero in quelle parole del Beroaldo di Verville:
*Ceux qui disent «j'ai vu ceci et cela autre
part» sont des chetifs averlans. Quand on mange
d'un chapon, est-ce le chapon qu'il y a plus de cent
ans qui fut mangé et chié?* In Arte l'appropriarsi
l'altrui non è rubare. Ad un patto però: che tu faccia
tuo quel che t'appropri, che e' imprima il tuo
suggello, che vi scolpisca la tua marca, te, la tua
personalità; che ne ricavi miglior partito dello inventore;
che tu faccia come l'occupatore, l'usurpatore
d'un terreno demaniale inculto ed insalubre,
il quale il dissodi ed il bonifichi. Ingenerandosi ogni
[pg!59]
immagine da un'impressione, importa ben poco al
fondo se questa prima impressione sia naturale affatto,
oppure una immagine artistica anch'essa. —
«Il mondo riman sempre il medesimo; le condizioni
si ripetono; l'un popolo vive, ama e sente come
l'altro; o perchè un poeta non dovrebbe favoleggiar
come l'altro? Se le situazioni della vita sono simili,
perchè pretendere dissimili le situazioni della
poesia?» — Così diceva una volta il Goethe, chiaccherando
su' motivi delle poesie popolari serbe, tradotte
in tedesco dalla Talvj; mentre Federigo-Guglielmo
Riemer e Giampietro Eckermann osservavano:
avere il Goethe, aver essi stessi, adoperati parecchi
di quei motivi senza saper di serbo. C'era stato
incontro. Ma come li avevano esplicati? a modo loro,
non alla serba. Ogni tema, ogni situazione, ogni personaggio,
ogn'idea, ogn'immagine, ogni metafora vive
in ogni letteratura una lunga enucleazione poetica;
le differenti fantasie di molti poeti guardano quegli
elementi diversamente, successivamente e li esplicano,
enucleano, svolgono, sinchè se ne sia cavato
il cavabile; anzi, queste manifestazioni successive
procedono storica e logicamente l'una dall'altra: si
presuppongono e s'implicano. Gustave Pianelle ha
compilato un libro: *Echi poetiche*, in cui registra
molte imitazioni di squarci latini fatti da classici
francesi: ce ne ha, che sono trasformazioni, ce ne
ha, che rimangono semplici copie. Negli *Annali per
le letterature romanze ed inglese*, un tedesco stampava
testè non so che saggio sulle imitazioni degli
antichi nell'Ariosto; e per citarne una, l'episodio
di Cloridano e Medoro è ispirato evidentemente dall'episodio
di Eurialo e Niso: ma quanto diverso!
Giampietro D'Alessandro pubblicò verso il M.DC.IV
uno scritto sugli accatti analoghi del Tasso; non ho
vista l'opera, ma il Mannerini la rivendica per cosa
propria od almeno afferma di aver messo insieme un
lavoro consimile, nella prefazione al *Pastor costante*.
Quante immagini l'Allighieri non desume da Virgilio!
diremo che il saccheggi? Le famose ottave
[pg!60]
di Torquato Tasso sulla rosa presuppongono quelle
di Ludovico Ariosto, che non ci sarebbero senza le
stanze d'Angiolo Poliziano, imitate dagli esametri
di Catullo: ma il Poliziano non ruba Catullo; nè
l'Ariosto il Poliziano; ned il Tasso l'Ariosto: hanno
esplicato e trasformato il concetto, sempre. Invece,
nel *Cantore Sciaculi*, l'Aleardi manomette il *Bertrano
dal Bornio* di Ludovico Uhland; nel paragone
che chiude le *Lettere a Maria*, ruba il *Mazeppa* di
Vittor Hugo; qui la trasformazione, l'esplicazione ulteriore
del concetto manca. Nel *Triste Dramma*, nelle
*Città Italiane*, nell'*È morta*, nella *Viola*, nel *Giuoco di
Palla*, eccetera, eccetera; ecco dovunque reminiscenze
del Foscolo e del Leopardi. Evidentemente Aleardo
Aleardi non è infetto della delicatezza morbosa che
spingeva Alfredo di Musset ad avvertire in nota ai
lettori come qualmente egli avesse accattata questa
o quella metafora del tale o tal altro. Non ha la
franchezza con cui il De-Iouy diceva nella prefazione
ad una commedia: — «Un generale estero,
noto pe' suoi fiaschi nella guerra d'America, il
quale si consolava con trionfucoli teatrali a Londra
delle batoste solenni buscate a Saratoga, il
Bourgoyne, aveva già ideato di rappresentare una
ereditiera circondata da proci avidi. Non avrei
avuto scrupolo alcuno, il confesso, d'accattar da
lui un motto arguto, un carattere nuovo, una
scena od anche una situazione interessante, se ne
avessi trovati nel suo lavoro: gl'imprestiti fatti
agli stranieri non venner mai tenuti per plagi.
Ma seguendo in ciò l'esempio dato spessissimo dagli
autori inglesi, non li avrei imitati anche nel
tacere gl'imprestiti da me fatti e nel disconoscere
i miei debiti». — Insomma, per non uscir fuori
della Italia, anzi per rimanere nel Veneto, lo Aleardi
non ha l'ingenuità simpatica di Pietro Michieli, che
dichiarava al lettore della sua *Benda di Cupido*: — «L'autore
non ne ricerca lode, che di fatica;
essendone la minor parte di sua inventione, e la
maggiore trasportata da autori d'altre lingue.
[pg!61]
L'esser egli il maggiore nemico che possa haver
l'otio è cagione di ciò: poichè, quando egli non si
sente così pronta la vena poetica per comporre
del proprio ingegno, s'ingegna almeno d'affaticarsi
intorno alle compositioni da altri in altre
lingue scritte, per non passare il corso della sua
vita (per quanto può) in altro, che in attioni virtuose.
In altri è stato stimato lodevole simile esercitio,
e forse anco in lui non verrà biasimato.
Tanto più, che avendo fino ad hora consignato
alle stampe molti volumi di sua propria et assoluta
inventione, da quelli si viene in cognitione,
che non ha bisogno di mendicare dagli altri, essendo
dovitioso nel proprio capriccio». — Ma del
Nostro non abbiamo volumi *di sua propria et assoluta
inventione*.

Giovanni Berchet scrisse una volta:

   | Come il mar su cui si posa
   | Sono immensi i guai d'Italia,
   | Inesausto è il suo dolor. —

ed Aleardo Aleardi augura con cristiana carità al
comunista francese di venir deportato in isole lontane:

   | *Dove lo cinga un lutto*
   | *Perpetuo come il flutto.*

Alessandro Poerio ha detto parlando de' suoi dolorosi
tempi:

   | Nel seno del poeta
   | Non s'agita il profeta;
   | Gli è chiuso l'avvenir; —

ed Aleardo Aleardi ripete:

   | *..... E nel poeta*
   | *Il profeta morì.*

Il Marino disse:

   | Così dunque cangiar sinistra sorte
   | Può maniglie in manette? anella in nodi?
   | Gli aurei monili in ruvide ritorte?
   |                                 *Adone* XIV. 299.

[pg!62]
Ed Aleardo Aleardi, come abbiam visto, scimmiotta:

   | *Abbiam catene in cambio di smaniglie,*
   | *La fune al collo in cambio di monili.*

Alessandro Manzoni ha posto in bocca al suo Adelchi
certi versi, che lo Adelchi storico ripudierebbe,
ma che tutti sanno a mente:

   | ..... Una feroce
   | Forza il mondo possiede e fa nomarsi
   | Dritto: la man degli avi insanguinata
   | Seminò l'ingiustizia; i padri l'hanno
   | Coltivata col sangue, e ormai la terra
   | Altra messe non dà; —

versi che Aleardo Aleardi copia così:

   | *L'odio fu sparso, il postero*
   | *Raccoglierà vendetta.*

Lo stesso Manzoni vi rappresenta Alboino che sale
sopra 'l monte, rivolge in giù lo sguardo all'Italia e
sclama: — «Questa terra è mia!» — Ed Aleardo
Aleardi imita:

   | *.... Or su que' sassi... si sdraja*
   | *Il vïennese sordido gregario:*
   | *Stende le membra, del bastone esperte,*
   | *Plebeamente, e, accesa l'acre foglia*
   | *Americana, guarda in ver le pingui*
   | *Venete valli e le lombarde e dice:*
   | *«Quelli son miei poderi.»*

E, (salta agli occhi) imita con ben poco discernimento.
La esclamazione, dal Manzoni acconciamente suggerita
ad Alboino Re, non istà bene sulle labbra dei
poveri soldati tedeschi, i quali, come gli avrebbe dovuto
insegnare *il suo povero Beppe*:

   | .... Re pauroso
   | Degl'Italici moti e degli slavi
   | Strappa a' lor tetti e qua senza riposo
   | Schiavi li spinge per tenerci schiavi!

[pg!63]
Ci vuole anche un po' di criterio per utilizzare ammodo
gli spogli è gli *excerpta* fatti nello scartabellare
i buoni autori: non foss'altro per non somigliare
alla moglie del tintore. Un giorno che aveva bisogno
di cenere per le stoviglie o pel bucato, dà di piglio
ad una catasta di guado e di verzino, credendo fosse
roba di scarto; e con buona alchimia da cinquecento
lire di droghe trasse cinquazei centesimi di cenere.

Il Byron, sclamando:

   | *Know ye the land where the cypress and myrtle*
   | *Are emblems of deeds that are done in their clime?*

con quel che segue, ha imitato il Goethe, che nel
*Guglielmo Maestri* fa dire alla sua Mignon:

   | *Kennst Du das Land? wo die Citronen blühn*

eccetera. Il fatto è innegato: quella splendida introduzione
ad uno dei più cari poemetti dello irrequieto
inglese, venne aggiunta sulle bozze di stampa;
è da lodarsi di non avere rifuggito dall'imitare. Ed
il Goethe ed il Byron han date stupende descrizioni,
idealizzando la natura di due contrade a loro cognite
e memorande. E la forma interrogativa ne' loro
versi non è arbitraria, anzi ha un significato: indica
la nostalgia degl'interlocutori, quel desiderio
intensamente appassionato, il quale non può credere
ignoto ad alcuno l'oggetto dell'affezione nostra, e
chiama tutti a testimoni che si ha ragione di amare.
Ma quando Aleardo Aleardi sul serio ti chiede:

   | *..... Hai tu veduto*
   | *Ne la convalle di Siddim profonda,*
   | *Sotto il nitido ciel di Palestina,*
   | *Hai veduto brillar sinistramente*
   | *La laguna d'Asfalte?*

questa interrogazione è rettorica, perchè senza ragione
d'essere, mera scimmieggiatura. Quando il
Nostro, parlandoci d'un prigioniero che ritrae sulle
mura del carcere la sua ganza, chiama *arte di Giotto*
la pittura; questa denominazione parafrastica è rettorica,
[pg!64]
perchè il povero Ambrogio Bondone qui non
c'entra: il richiamarcelo in mente ci distrae dal
prigioniero e dal suo triste sollazzo; mentre invece
altrove, come ho avvertito, il tedesco è stupenda e
caratteristicamente chiamato *lingua di Lutero*, rammentando
così tutto l'odio che ogni Italiano vuoi
cattolico, vuoi incredulo, deve alla nazione che generò
quel secondo periodo di barbarie e di recrudescenza
fanatica addimandato Riforma. Le descrizioni
dell'inverno islandese e simili, sono rettorica nell'Aleardi,
perchè il paragone serve solo a determinare
e caratterizzare il termine principale, a compierne
il fantasma; ed ove diventi un tutto per sè,
una cosa autonoma: ove lo scrittore nel pennelleggiarlo
ecceda i limiti e dimentichi il principale, dobbiamo
conchiudere che il poeta patisce di distrazioni,
*id est* che non è potentemente preoccupato dall'essenziale,
che non ne è quindi commosso. Ecco
perchè tali strampalataggini convengono agli umoristi,
a' quali importa mostrarsi fuori et al disopra
della poesia. La scelta de' paragoni non è concessa
all'arbitrio del poeta; non gli è mica lecito di adoperar
questo o quello, a capriccio, perchè nuovo,
perchè gli va a sangue, per una sua fisima, perchè
così gli pare e piace. Gnornò: le similitudini hanno
una necessità logica derivata dal sentimento, dal soggetto,
dal carattere che volete esprimere; e quell'Italiano,
il quale, per mostrare come l'anima sua, risalendo
i tempi, migri agli anni della giovinezza, descrive
in trentun _`versi` i cigni che migrano d'Islanda
in Grecia, doveva proprio aver l'animo più freddo del
naso d'un gatto o vogliam dire (per non incorrere
nella colpa che riprendiamo) più fredda delle ghiacciaje
che circondan l'Ecla.

[pg!65]


X.
--

Mai non disse Aleardo Aleardi la più giusta cosa,
che quando fece reclamare dalla sua musa come proprio
retaggio

   | *..... Fucate fantasie, vestite*
   | *D'arte caduca.*

Infatti, chi, per mancanza di concetti e di sentimenti,
nonchè di forma e di pensieri proprî, è costretto
a vivacchiare di accatto e d'impostura, cerca
per istinto necessario o per necessità istintiva, di
nasconder questa menda esaggerando [#]_, spaccando e
rinvergando in cose estranee alla poesia le quali egli
falsamente giudica fregi ed ornamenti, l'originalità,
la virtù di piacere, che la steril sua fantasia è impotente
a dargli. Questi mezzucci riescono spesso ad
illudere e si scrocca fama di poeta; ma, trascorso il
primo bollore, vien riconosciuto che lo scrittore è
precipitato nel goffo, nel mostruoso ed ha sconfinato
dalla poesia. Così talvolta una vecchiaccia, o rinsecchita
od adiposa, a furia di perrucchini, di belletto,
di bambace, di fascette, di polvere di riso e
d'altri simili ordigni e cosmetici, giunge a simulare
un'apparenza di grazia e di gioventù; e (l'uomo è
fragile!) può farti scusabilmente girare il capo come
un arcolajo per minuti cinque. Ma dopo i cinque minuti
di capogiro scusabili, come la ti ha concesso
un favore e l'effervescenza del sangue calmandosi
toglie il momentaneo velo all'occhio, saresti inescusabile
se non sapessi vederla nella schifosa realtà
sua ed abborrirla.

.. [#] *Esaggero*, con due *gg*, per conservare al vocabolo la forza del valore
   etimologico. Viene da *Ex-aggero*. Gherardinianismo sporadico.


Il nuovo piace anche a me: cui non piace? Pure,
cosa intendete per nuovo? La novità non istà per
Aleardo Aleardi nell'incarnare ne' suoi componimenti
concetti e sentimenti così connaturati, che diano una
[pg!66]
impronta particolare, singolare a' pensieri, alle immagini,
alla lingua, al verso. Egli spesso si figura
di ringiovanire il triviale e l'altrui che costituiscono
il fondo della sua poesia, aggiungendovi de' ghirigori
superflui, degli ammennicoli inutili, frammischiandovi
qualche barbaro o strano vocabolaccio. Ha
molto del secentista, come del resto quasi tutti i più
vantati del secolo fra gli stranieri. Del pari Bernardino
di San-Pietro non ravvisava il merito del suo
*Paolo e Virginia* nello aver creato delle persone vive
o nell'importanza del concetto poetico e sociale;
bensì nell'aver posta la coppia innamorata fra gli
insoliti banani e palmizî, invece di collocarla fra le
querce e le ficaje consuete.

Esemplifichiamo.

Il poeta non è botanico, nè la botanica è poesia.
L'insopportabile abuso, che fa l'Aleardi di termini
tecnici, i quali talvolta mi mascherano stranamente
le più note pianticelle, non ha senso, ed esaspera il
lettore. Mi ricorda la rabbia del vecchio cortigiano
Behrisch, il quale avea riempita una delle stanze
assegnategli per alloggio nella duchesca di Dessavia,
con graste di geranî, pianta di moda, allora. Ma i
botanici in Lamagna fecero distinzioni e suddivisioni
tra geranî e geranî, attribuendo il nome di pelargonie
ad alcune varietà. Ed il Behrisch li malediva: — «Imbecilli!
io mi rallegravo di aver la stanza piena
di geranî, e loro vengono e dicono che, nossignore,
son pelargonie. Ed io cos'ho da farmene se non
sono geranî? delle pelargonie a me cos'importa?» — Que'
nomacci eterocliti non ci stanno mica
per una necessità poetica; vi son tirati pe' capelli
a documento della scienza botanica dell'autore. Ad
Alessandro Manzoni, che si guarda ben dal farla,
noi perdoneremmo quest'ostentazion di sapere, la
quale in lui potrebbe psicologicamente giustificarsi.
Difatti, il descrittore del giardino inselvatichito
di Renzo Tramaglini non è un dilettante di botanica,
anzi un filologo di primissim'ordine, che ha
ideato una classificazione delle piante originalissima,
[pg!67]
e, come mi asseverano uomini competenti, scientificamente
superiore a quelle dello svezzese Carlo
di Linneo o del ginevrino Augustino-Piramo Decandolle.
Ma la scienza dell'Aleardi probabilmente si
riduce a qualche reminiscenza scolastica, all'aver
isfogliato un manuale od all'aver passeggiato in qualche
giardino de' semplici, leggendo su' polizzini attaccati
alle piante od impalati lungo le ajuole: *conifere*,
*lonicere*, *ottonie*, *bromelie*, *benisterie*, *ninfee*,
*napelli*, *solatro*, *ranuncolo scellerato*, *lemna*, eccetera,
eccetera. Propongo un'ipotesi: forse il Nostro fa ciò
per mero esercizio mnemonico. Diceva il Goethe: — Degli
studî ci rimane sol quanto praticamente applichiamo,
il resto va perduto.» — L'autore adopera
que' termini, perchè gli rimanga impressa qualche
cognizioncella botanica racimolata qua e là. Non
sarei punto sorpreso, che non avendole mentovate
mai, ignori cosa sono la vellintonia, l'eucalitto, la
zeodaria, lo xilosteo, le alimacee, il liriodentro tulipifero,
l'asimina triloba, eccetera, eccetera.

Il poeta non è topografo; nè la natura per sè stessa
poetica. Mancando l'uomo che vi si agita, non ci
commuove. Il mondo senza uomini, come dice Piersippe
Giusti, ossia il Marchese Giuseppe Spiriti, nella
*Salace trasformata*:

   | ..... ancorchè spettacolo giocondo
   | Di meraviglie sia egli a sè stesso,
   | Pur fora qual teatro a cui sian tolti
   | Chi vi giuochi la sera e chi l'ascolti.

Dunque, volendo rappresentarmi, puta caso, una
valle, basta dipingermela come scena di un avvenimento
caratteristico, ed è perfettamente inutile che
tu spenda un cinquanta versi a particolareggiarmene
la pianta, i nomi antichi e moderni, le produzioni
e che so io; minuzie interessantissime in una *Guida
novissima del Viaggiatore*, ma che non suscitano immagini
commoventi, così da dar vita al fantasma di
quella valle. Più analizzi, più distingui, più sminuzzi,
più *dettagli* e meno veggo l'insieme. Dimmi
[pg!68]
che i monti son cinerei, che la consolare è candida
(l'avran forse lastricata di carrara lustro), che il fiume
è verde (cosa da stagno), e mi avrai unicamente
posto sotto gli occhi tre immobili macchiacce: verdognola
cinerognola e biancastra. Dimmi che passano
poane pel cielo e zattere pel fiume; ed io potrò solo
fondare meditazioni ornitologiche e commerciali su
codesti fatti. Dimmi che l'Adice reca a Verona un
sorriso di Trento, ed io rispondo sbadigliando: — «rettorica!» — Dimmi
che un fortino veneto è trasformato
in fortezza austriaca, ed io ti ringrazio della
notizia archeologica.

— «Ma» — scappa fuori l'Aleardi, indispettito come
un bambino, al quale si vieti di fare ogni impertinenza — «questo
no, quello no; corpo dell'ostia, come
aveva io a fare per dipinger poeticamente la
Chiusa?» —

— Come, eh? Semplicissimo! Cancellar tutta la descrizione
salvo queste parole:

   | *..... Il loco ha somiglianza*
   | *Di Termopile, e forse alcuno attende*
   | *Leonida venturo.*

Ma sa Ella, che questa immagine è degnissima del
maggior poeta? Illumina la personalità dell'autore;
suscita l'objetto innanzi alla fantasia; promuove un
tumulto di pensieri. Ecco qua, senza corredo d'annotanzioncelle
prosentuose, senza imprecazioni, senza
contorsioni o scontorcimenti, lo scrittore si dimostra,
io m'accorgo, ch'egli è patriota; m'accorgo, ch'egli
è di una terra serva sì, ma ognor fremente, e fiduciosa
nella vicina riscossa, e certa di non mancare
al proprio dovere: onesta baldanza! Ch'è d'un paese
insomma, *eo immitior quia toleraverat*, che ha dato
i Mille come la Grecia i Trecento. Quella sola immagine
mi dipinge la valle nella fantasia così vivace
e caratteristicamente, come s'io l'avessi vista co' proprî
occhi miei: vi ha pochi esempli d'una descrizione
poetica tanto vera e perfetta. Ma perduta questa geniale
oasi in un deserto d'inconcludenze e di rettorica,
[pg!69]
passa inavvertita e fallisce l'effetto. Quel che
più importa allo scrittore ambizioso, non dico di eccellenza,
anzi solo di serietà, è il saper cancellare.
Un componimento esce dalla fantasia, come la statua
di bronzo dalla forma, tutto sbavature; bisogna limare
e cesellare, cesellare e limare senza mai stancarsi.
Dicon che lo Schiller fosse maestro di cosiffatte
potagioni. Gli avevano mandato una volta pel
suo *Almanacco delle Muse* non so che oda pomposa
in ventidue strofe: a furia di cancellazioni e' la ridusse
a sette, e sì che mediante le crudeli amputazioni
il prodotto ci guadagnò, rimanendo intatto nelle
sette strofe il buono sparpagliato per le ventidue.
Pirro Lallebasque, ossia Pasquale Borrelli da Tornareccio,
osservò bene, quantunque barbaramente si
esprimesse, scrivendo: — «Noi non siamo prolissi, se
non perchè ci manca il tempo o la pazienza di
esser brevi.» — Voleva dire: *Siamo prolissi, sol perchè*,
eccettera. Come disse il Metternich al Varnhagen? — «Se
scorgo qualche oscurità nel mio dettato
o sento che qualche brano potrebbe non riuscir
chiaro ai lettori, seguo il consiglio datomi una volta
dal vecchio barone di Thugut, uomo pratico che
m'insegnò di non ingegnarmi a dare un altro giro
al pensiero, a modificarlo, anzi di studiarmi solo
di cancellare quanto vi ha di superfluo nel luogo
oscuro; il rimanente esprime compiutamente e sicuramente
il senso. E trovo di fatto che il semplice
si regge da sè, i puntelli e gli aiuti oscurano per
lo più». —

Il poeta non è delegato di questura: non gli è concesso,
mal presume di raffigurarmi una persona,
enumerandone i connotati, perchè con essi posso solo
al più arrabbattarmi a costruirmi nella mente un insieme
di venti parti; ma l'immagine non mi balza
viva nella fantasia, non vi s'affaccia repentinamente,
non *Fa di sè bella et improvvisa mostra*, come *Diana
in scena o Citerea si mostra*. Che vita nelle Silvie e
nelle Nerine del Leopardi! eppure il recanatese non
le esamina membro per membro dal vertice alle piante
[pg!70]
come in una visita medica, come usa con le meretrici.
L'Elvira, la bellissima donna amata da Consalvo,
era alta un metro e settanta, oppure un metro
e sessanta centimetri? La Nerina era bruna o bionda?
L'occhio della Silvia era nero od azzurro? Solo incidentalmente
apprendiamo che quest'ultima era di
capel nero:

   | Non ti molceva il core,
   | La dolce lode, or delle negre chiome,
   | Or degli sguardi innamorati e schivi;
   | Nè teco le compagne, a' di festivi,
   | Ragionavan d'amore.

In prosa, si può ammettere qualche latitudine nel
descrivere i protagonisti; eppure Alfredo di Vigny
(ch'è tra' quattro o cinque francesi di questo secolo,
i quali abbiano saputo scrivere) sclamava: — «Non
ho punto bisogno d'un ritratto in miniatura d'ogni
vostro personaggio. Credetemi, a chiunque sia per
poco immaginoso, basta uno schizzo. Un tratto indovinato
vai più di tanti particolari. Se vi lascio
fare, mi direte la manifattura de' nastri di seta adoperati
per la coccarda degli scarpini. Abito pernicioso
di narrare, che si diffonde spaventevolmente.» — Chi
si lascia vincere dalla smania, dalla mania di descrivere,
non ha più freno, e sacrifica tutto pur di
soddisfarla. Mi ricordo, in un romanzo francese, che
un tale dà un'occhiata, una occhiata fugace in una
stanza e vede.... vede i più minuti oggetti, che ne
vengono minutamente enumerati e descritti; vede e
nota ciò, che un'ora di esame attento non sarebbe
sufficiente a vedere e notare. Diceva il Goethe di Gualtiero
Scotto: — «Strano che appunto la virtuosità nel
particolareggiare, lo induca in errore! Nell'*Ivanhoe*
descrive l'apparenza e le vesti d'un forestiero, che
entra durante la mensa nel tinello d'un maniere,
e sta bene; ma che ne descriva i piedi, le calze
e la calzatura è uno sproposito. Quando siedi a
mensa di sera, se qualcuno entra, ne scorgi solo
la parte superiore del corpo. Descrivendo i piedi,
[pg!71]
entra subito in ballo la luce del giorno, e così la
scena perde il carattere notturno.» — La poesia, impotente
a darmi la forma esterna, mi dà la coscienza
o l'azione del personaggio, che la fantasia del lettore
riveste in un battibaleno di forme corrispondenti: in
chi vuol gustarla, si richieggono alcune attitudini
d'immaginazione, come in chi vuol gustar musica
si richiede orecchio. Le Belle Arti, esse, invece, mi
presentano le forme esterne, sotto le quali indovino
una coscienza. Indarno lo scrittore sgobba per distinguere
e determinare con parole i più minuti particolari
od accidenti di forma e di colore: più s'affacchina,
più l'oggetto sfugge. La vita del fantasma
poetico non istà in un occhio piuttosto azzurro che
nero, in un braccio più o men bianco, in questa o
quella linea.

   | *Avea riccia la chioma e colorata*
   | *Come la buccia di castagna alpina*
   | *Molti fior di giardino avrian voluto*
   | *Paragonarsi coll'aerea tinta*
   | *Che azzurreggiava nella sua pupilla:*
   | *Ma ciò che forse le venia più presso*
   | *Era il lin che fiorisce o il ciel di sera.*

Misericordia! eccoci alla più ridicola materialità, al
passaporto in versi: capelli castagni e ricci; occhi
cilestri. Eppoi questi occhi non ci guardano, non ci
splendono, non ci ridono; sono vuoti di sentimento,
due immobili macchie azzurregianti, sulla cui gradazione
un tintore ragiona (l'Alfieri direbbe *dissertaziona*)
in guisa da fare andare in solluchero l'autore
del *Dialogo sui colori che si danno alle sete*. È
Maria Luisa, Porcellana, Isabella, Minerva, Turchino
del Re, Turchino Ghimè, Turchino della Regina,
Turchino màmmola, Turchino di cobalto, Azzurro o
Lapislazzuli? Sarà forse Celeste blù, Blù Raimond,
Blù porcellana. Blù Isabella, Blù Maria Luisa, Blù
Napoleone? O non piuttosto Aria, Celeste cielo, Latticino,
Celeste chiaro, Celestino, Celeste Laudon,
Celeste cupo o Celeste Lumiera?

[pg!72]
— «O come aveva a fare» — sclama l'Aleardi con
l'accento indispettito dello scolare, che nell'esame
non giunge a soddisfare con alcuna risposta i pedagoghi, — «come
avevo a fare, per dipingere la mia
Caterina Cavalieri di Monte? Me lo insegna Lei?» —

— Perchè no, caro? Lo insegnare agl'ignoranti è
opera di misericordia. O se a quel nome dolcissimo
di Caterina si congiungesse daddovero in mente vostra
una immagine, di tutta la lunga descrizione avreste
scritto que' soli versi:

   | *... da ch'ella era nata...*
   | *... Mai sovra il paterno*
   | *Camperello la grandine non cadde*
   | *Nè al* (cacofonia) *mandorlo imprudente arse la brina*
   | *I frutti; nè verun maggior dolore*
   | *Osò varcarne la vegliata soglia.*

Versi, che mi ricordano questi altri nell'*Ardelia* d'Olympo
degli Alessandri da Sassoferrato, il quale, parlando
d'una bella donna, scrive:

   |  — «E contra lei non giova dura sorte,
   | Che vince il ciel con sue piacevolezze...
   | La donna e 'l ciel e 'l mar governa e muove
   | L'aer la terra e l'universo clima;
   | Et son sopra natura le sue prove.» —

Similmente il Maresciallo di Francia, Biagio di
Monteluco, scrive di Andrea Doria; — «parca che il
mare ne ridottasse e quindi non si dovea scontentarlo
od irritarlo senza grande occasione.» — Similmente
il cavalier Marino:

   | Di tai chimere vo' che tu ti rida,
   | Ancor che d'empio ciel raggio ti tocchi:
   | Qual sì cruda sarà stella omicida
   | Che rigor non deponga ai tuoi begli occhi?

Quanta gentilezza in questa fanciulla dell'Aleardi,
che ne impone alle stesse inesorabili leggi di natura,
al fato stesso, il quale le risparmia il dolore debito
ad ogni carne umana! Deh come può essere, che chi
inciampa siffatte bellezze, non le comprenda, non ne
[pg!73]
abbia coscienza; e trovi requie solo quando ne ha
distrutto l'effetto con mille aggiunte stolte? — «Vojaltri
dilettanti» — scriveva presso a poco il Mozart
a non so che barone, il quale gli avea mandate alcune
composizioni: — «o non avete pensieri propri
e rubate gli altrui; o ne avete e non sapete cavarne
partito.» —

Simili baleni di poesia s'incontrano veramente nell'Aleardi;
ma pur troppo son baleni fugacissimi, che
fanno meglio avvertire la tenebria circostante, come
gli spiragli nel sotterraneo di Montezuma, a detta
d'Antonio de Solis, *permitian solamente la (luz) que
bastava, para que se viesse la obscuridad*. È uffizio,
è gioia, è dovere del critico richiamar sempre l'attenzione
su queste belle parti; e specialmente poi
quando in uno scrittore sono rare, mi sembra più che
dovere, carità fiorita. Quanto è viva la nobil-donna
ungherese, frustata dagli sgherri austriaci!

   | *.... La gentil ribelle*
   | *Sentì infamarsi le patrizie terga*
   | *Dal vitupero dell'austriaca verga,*
   | *E odiò la vita. E, dato*
   | *L'ultimo bacio a le atterrite ancelle,*
   | *Sotto la pietra del sepolcro ascose*
   | *Le membra vergognose.*

T'impietosisci e parteggi per quella infelice ribelle,
benchè il senno ti dica la legge dover essere sempre
obbedita e la ribellione punita e soppressa a qualunque
costo ed in tutti i modi, e che i governi costituiti
hanno autorità suprema ed assoluta in chi sorge a combatterli.
Quant'è sentito quel dire con enfasi, affermando
Roma esser nostra, solo nostra:

   | *Se cosa alcuna di straniero è in essa,*
   | *Sono il pianto e le ceneri de' servi,*
   | *Ch'ivi traemmo dalla vinta terra.*

Spiove, l'atmosfera si rasserena:

   | *Scuote i fogliami, che gli fero ombrello,*
   | *L'augelletto e giocondo vola via:*
   | [pg!74]
   | *Manda il ramo una stilla, e par che pianga*
   | *Dell'ospite cantor la dipartita.*

Questo si chiama animar la natura, e l'immagine
non sarebbe mai venuta in capo, a chi non avesse
provato lo strazio di crudeli addii. — «È precetto d'Aristotile» — diceva
un retore egregio del seicento — che
quelle sono le ottime traslazioni, le quali *cat'enérgian*
sono appellate; cioè, quando le cose inanimate
s'inducono ad operare, come se fussero animate;
quale, per esempio, è quella di Omero, che
attribuisce il desiderio alla saetta di Panduro, dicendo,
che ella desiderasse di volare fra gl'inimici;
e quell'altra, che dice delle onde, *cyrtà phalerióonta*,
cioè gobbe e che s'imbiancavano o incanutivano.
Di questa sorta di traslazioni così parla Quintiliano:
*Praecipueque ex iis oritur mira sublimitas, quae
audaciae proxima periculo translationis attolitur,
cum rebus sensu carentibus actuni quandam et animos
damus. Qualis est:* :small-caps:`pontem indignatus Araxes;`
*et illa Ciceronis:* :small-caps:`Quid enim tuus ille districtus
in acie Pharsalica gladius agebat? cuius latus ille
mucro petebat? qui sensus erat armorum tuorum.`» —
Eccone un altro esempio Aleardesco: gli austriaci hanno
innalzato la forca sugli spaldi mantovani per appiccarvi
un patriota:

   | *.... In mezzo a un campo*
   | *Scellerato, spingea le immonde braccia*
   | *Un patibolo al ciel, quasi pregasse*
   | *D'essere fulminato.*

Un letteratuolo, premiato nello scorso secolo dall'Accademia
francese, ha scritto: *Les dieux ont un
Olympe et nous une patrie.* Nell'Aleardi, il poeta
assunto a' cieli, li percorre, se ne inebbria, dipinge
la terra come un meschino granello di sabbia e poscia
con poca logica, ma con infinita poesia sclama:

   | *Oh! potess'io, poscia che avrò veduto*
   | *Sì addentro l'universo, un'ora sola*
   | [pg!75]
   | *Rinascere alla terra Itala e sciorre*
   | *Rivelator di meraviglie un carme,*
   | *Nobile, forte, non caduco e nuovo.*

Quant'è vero quest'uomo che stima un'ora di vita
in patria, più che l'eternità in cielo! quanto è vero
questo letterato che apprezza più la fama terrena della
beatitudine paradisiaca! Ma l'ultimo verso stona; l'impressione
sublime de' precedenti è ammorzata da quella
gelida filza d'aggettivi qualificativi, che terminerebbe
degnamente l'allocuzione d'un professor di quarta ginnasiale
nell'assegnare agli allievi un tema di esercitazione
rettorica. Nè si scusi l'Aleardi citando Dante:

   | Pareva a me che nube ne coprisse
   | Lucida, spessa, solida e pulita.

In una descrizione di cosa materiale, que' quattro
aggettivi, che ne determinano le qualità essenziali,
sono necessari; ma i quattro aggettivi appiccati da
lui al carme, *rivelator di meraviglie* inaudite, ne indicano
qualità, che si sottintendevano e ch'egli escogita
con la riflessione.

Nell'*Ardelia di Messer Baldessar Olympo da Sassoferrato
Nella quale si contiene Sonetti Capitoli Dialoghi
Frottole et Strambotti Et di nuovo con ogni diligentia
Stampata et ridotta in una bella e nuova forma*;
opera pubblicata, come in calce all'ultima pagina:
*In Venetia per Dominico de' Franceschi al segno
della Regina 1569*; trovo parecchie Ottave di
*Epitetti* (sic) *bellissimi di Baldessare Olympo da Sassoferrato
in laude di Leontia*. Sono una sfuriata prima
di aggettivi e poi di sostantivi; e veramente questo
genere di poesia, che si direbbe imitata dall'Aleardi,
non richiede isforzo grande di fantasia. Eccone per
saggio una stanza:

   | \— «Unica, eccelsa, singulare, grata,
   | Gentil, soave, gratiosa e honesta;
   | Piacevole, gioconda, accostumata,
   | Inclita, saggia, famosa, modesta;
   | [pg!76]
   | Ingeniosa, accorta, vaga, ornata,
   | Humil, pietosa, dolce, pia e presta;
   | Celeste, amena, ludibonda e lieta,
   | Tepida, pura, angelica e discreta.» —

Deh, perchè tutti i *canti* non sono pari a' pochi
brani surriferiti? Allora l'estetico saluterebbe con
gioia in Aleardo Aleardi, se non il — «quinto gran
poeta Italiano,» — come ha detto qualche imbecille,
che non conosceva di certo ne l'Alfieri, ned il Leopardi,
ned il Manzoni, di certo una nostra nuova gloria.
Mentre invece ora queste gemme, *rari nantes
in gurgite vasto*, servono solo a dimostrare non esserci
letamajo, nel quale non possano scavizzolarsi
perle. Basterebbe aver pazienza e stomaco da razzolarvi,
e chi sa? potrebbero trovarsi dei galantuomini
sugli stalli della sinistra parlamentare. Ma quando
in un tutto artistico qualcosa non riesce, esso è sbagliato
come tutto, per quanto alcune singole parti
possano essere buone in sè, e quindi l'autore ha prodotto
un'opera senza pregio e valore. Un'immagine
indovinata non può salvare un componimento pessimo
del resto; giacchè una sola immagine basta unicamente
a formare l'epigramma, genere di componimento,
pel quale riconoscemmo gran disposizione nell'Aleardi.

Il poeta non è dotto, ned istoriografo; dottrina e
poesia son due: possono coincidere, possono divergere.
Non so immaginar cosa più ridicola del pretendere
ad un merito poetico versificando nozioni geologiche
od isteriche o rendendo inintelligibili i versi
senza un buon corredo di noterelle. Ma non è poi
lecito, quando uno vuol darsi l'aria del dottore, d'incorrere
in quegli svarioni, che fanno scoppiare i precordi
dalle risa e giustificano lo scherzo: *doctores a
docendo, sicut montes a movendo*. Estendere la passione
delle reminiscenze e del rettorico fino ai farfalloni,
l'è un po' troppo. Nè vale per iscusa il provare
che l'errore fu tenuto ieri per verità inconcussa:
oh bella! tu vivi oggi; e, se se' savio, hai da vivere
[pg!77]
com'usa oggi. Se tutto muta! Non più d'un dieci anni
fa, quando ottenevi da una signora il ritratto, potevi
tenerti sicuro dal fatto tuo, anzi le belle facevano
quasi quasi più difficoltà per accordarti la miniatura,
che per concederti i sommi favori: adesso, invece,
possediamo la fotografia di chi ci pare, e nessuna
l'ha per male e non implica nulla. Fosse del pari
agevole l'aver gli originali in braccio! Se quindi uno
scrittore, ora, facesse andare in bestia qualcuno, solo
perchè scopre il ritratto della sua donna in mano ad
altri, farebbe una castroneria. In simili castronerie
incorre parecchie volte il Nostro.

È egli lecito d'impiegare ben sedici versi a maledire
quel valentuomo, anzi grand'uomo, che fu Omar
ed a compianger l'uman genere per lo incendio della
biblioteca alessandrina, che i bimbi a scola imparano
il prelodato Omar non aver mai bruciata, perchè già
distrutta prima di lui? Stupisco che l'Aleardi calunni
un nimico melensamente, uniformandosi a' suggerimenti
di Don Basilio. È egli permesso di chiamare
il tedesco

   |   *..... ispido nipote*
   | *Dei Nibelungi da la fulva chioma,*

quando non c'è uomo colto, che ignori i Nibelungi
essere stati Franchi? appartenevano cioè al ramo meno
incolto e men barbaro del tronco germanico, che si
staccò da esso e si fuse interamente con la popolazione
gallica stedescandosi. Non farei certo un carico
d'ignorarlo, a chi non s'occupa di Letteratura germanica;
ma perchè voler far mostra di intendersene,
quando se n'è digiuni? E egli ammessibile di celebrare
il magiaro come una

   | *..... gentil favella,*
   | *Che non ha madre, che non ha sorella,*

creando un nuovo fenomeno filologico? Una lingua
prima e senza parentele! È egli perdonabile di battezzare
per *Cimbri* i tedeschi? Mah! e dire che Aleardo
Aleardi sprofessoreggia, la fa da professore in Firenze!
[pg!78]
Sia però notato a lode de' fiorentini, l'uditorio di lui
comporsi di qualche inglesaccia sfiancata, di qualche
damina emancipata, del loro codazzo e degli amici
del professore. L'Italia impiega pur bene i danari,
che gli snocciola! Pagherei una lauta mancia, sborserei
una larga cortesia, a chi potesse dimostrarmi,
che l'insegnamento di lui è stato fecondo del benchè
menomo frutto.


XI.
---

Scendendo ora alle minute particolarità di lingua,
stile, eccetera; sarò brevissimo e mi guarderò bene
dal cercare il pel nell'uovo. Manca ad ogni cosa la
vita organica, il significato. Spargi con più cura il
cacio grattugiato su' maccheroni, che Aleardo Aleardi
non dissemini gli adjettivi pel discorso: per lo più
ci stanno senza ragione, sono manifestazione dell'arbitrio
dello scrittore. Gli abitanti delle valli retiche
favoleggiano, che messer domineddio prese un giorno
seco dalle bolgette, nelle quali si rinchiudevano le
sementi delle lingue e le andò sparpagliando per le
terre: e dove buttò semente d'Italiano, lì si parlò
poi l'Italiano; dove d'inglese, ivi l'inglese; dove di
spagnuolo, lo spagnuolo e via discorrendo. Ma, giunto
ne' Grigioni, o che gli girasse il capo o che gli si
sdruciacchiassero le tasche, fatto sta, che cadde una
poca di ciascuna semente in quelle valli; ed ecco
perchè fino al giorno d'oggi vi è tanta eteroclita diversità
di linguaggi; e da un villaggio romancio passi
al tedesco e dal tedesco all'Italiano e poi ne trovi
un altro romancio, eccetera. Bisogna dire, che, nel
far versi. Aleardo Aleardi confonda i sacchetti degli
epiteti e delle metafore.

Da quando in qua la stirpe de' cigni è *battagliera*?
Qual popolo ha gli occhi *crocei*, se il croco è il *carthamus
tinctorius* de' botanici? Chi ravviserebbe i granatieri
napoleonici mascherati da *omerici fanti*? Il
*sapiente legno del Nazereno* è una sciarada, che s'indovina
a scaparcisi un po' su: giudico meno facili ad
interpretarsi *le cupole intemerate di neve*, e quindi
[pg!79]
mi affretto ad aggiungere che s'intendono le montagne.
Che diavolerie sieno la *febbre lionina del trionfo*,
le *cento febbri de' vent'anni*, *l'olimpia febbre de' carmi*,
*il febbril zampillo della vena*, e diecimila altre
febbri e febbrilità registrate ne' canti dell'Aleardi,
forse potrà dircelo Salvatore Tommasi, Carlo Gallozzi
Salvatore de Renzi; atterrito, io sclamo col
venosino: *nova febrium terris incubuit cohors!* Come
vedete, manca pure una certa varietà. L'amore è un
*assillo*, l'indipendenza è un altro *assillo*... Basta; ma,
prima di conchiudere, lasciatemi citare due versi unici
nel loro genere:

   | *...... E dalla rada ove Colombo nacque*
   | *Volò san Giorgio a cavalcar sull'acque.*

Ostia! (dirò anch'io alla Veneta: una bestemmia qualche
volta la ci vuole! ) ostia, che tropi! L'è un miracolo,
l'è un *tour de force* da santo, veramente miracoloso,
il cavalcare volando od il volare cavalcando
sulle acque marine! sfido il più valente cavallerizzo
di quante compagnie equestri girano, girònzano, girovagano
per l'Italia, a fare altrettanto. Eppure, neppure
questa corbelleria..... no, la parola è scortese,
mutiamola; neppure questa *frase poetica* è originale!
Sicuro, Francesco Maria Arouet Voltaire c'informa,
che Niccolò Malebranche, volendo un giorno dimostrare,
come ad un filosofo torni agevole di fare il
poeta quando gli piace, componesse d'improvviso il
distico seguente:

   | Il fait en ce beau jour le plus beau temps du monde.
   | Pour aller à cheval sur la terre et sur l'onde.

Nè mi sembra, che lo Aleardi possa scusarsi, allegando,
che *cavalcare il mare* (e non *cavalcare sulle
acque*) è stato adoperato semplicemente per *navigare*,
(se pure non è errore di stampa per *travalicare*), per
esempio dallo Straparola da Caraviaggio nella favola
IV della III delle sue *Tredici piacevoli notti*: — «Alchia,
veduta la volontà di Fortunio ogni ora
più pronta, nè vedendo modo, nè via di poterlo
[pg!80]
rimuovere dal suo duro proponimento, diedegli la
maledizione, pregando Iddio, che se gli avvenisse
per alcun tempo di cavalcare il mare, ei fusse dalla
Sirena non altrimenti inghiottito, che sono le navi
dalle procellose e gonfiate onde marine.» —

Cosa volete ch'io dica de' continui bisticci? Servono
a vieppiù manifestare la commozione, la serietà
del poeta! Abbiamo già rilevate le *ore di ciel,
che il ciel condanna*. Persio è chiamato un *giovanetto
incolpabile, vissuto in colpevoli tempi*. Per dire
che un galantuomo è ito a Patrasso, l'Aleardi scrive:

   | *....... già sul.... petto,*
   | *Esercitato da sì lunghe croci,*
   | *L'ultima croce sta.*

I martiri, que' poco autentici, ma molto uggiosi martiri,
erano trascinati

   | *..... nei densi circhi a sazïar le tigri*
   | *D'Affrica, ad allegar l'inclite noje*
   | *De le tigri di Roma.*

Io non aspiro a pedanteggiare; *nil humani a me alienum
puto*, e non condanno *a priori* ogni bisticcio.
Quando ci quadra, *optume*. Veramente in altre
lingue e ne' dialetti Italiani sta sempre meglio, che
nell'Italiano aulico, e si confà più all'indole bonaria
e gioviale di que' popoli oltramontani, che non alla
nostra severa e contegnosa; è cosa di volgo, e nelle
parlate del volgo non istona, sta al posto suo. Pure,
ove abbia un perchè, ove dica e significhi qualcosa,
non l'escluderei. È forma di pensiero comico: ed il
contenuto delle poesie vernacole, sendo sempre necessariamente
comico, in esse devi *a priori* aspettarti
a trovarlo di frequente. Ma ficcarti nel bel mezzo
d'un serio discorso il più sconchiusionato de' bisticci,
che, opposto all'intenzion manifesta dello scrittore,
a quantunque precede e segue, scioglie buffonescamente
il momento tragico, è leggerezza inconcepibile.
Passò il tempo in cui ammiravamo Pietro della
Vigna, il quale, in una relazione ufficiale sulla vittoria
[pg!81]
di Cortenuova, osava scrivere bisquizzando. *Et
dum castrametatì sunt juxta* :small-caps:`Lolium` *perditionis filii,
ut rationem segetis perderent, zizaniae, quae a vulgo*
:small-caps:`Lolium` *dicitur, semina seminarunt.* E lasciamo a' tedeschi
applaudire il loro Paolo Heyse, scrittorucolo,
che, in una sconcia tragedia ed insulsa sulla istoria
della *Francesca da Rimini*, scarabocchiata (o che pare
apposta per render indulgenti verso il rettoricume
del Pellico ed indurci ad apprezzarlo e desiderarlo),
fa bisticciare Paolo su due sensi della parola *vergeben*
(perdonare ed avvelenare,) allorchè la Francesca
gli dice avergli rimesso lo inganno per cui si trova
moglie del deforme Lanciotto, invece d'esser mogliera
di lui:

   | *Doch ich vergeb'es und vergess'es nie,*
   | *Dass ich mit Lügengift dir schnöd vergeben.*

— «Il bisticcio» — diceva un secentista, notate,
bene, un secentista! — «è segno di animo sciolto e
non passionato; e maravigliosa cosa è, quanto egli
impedisca la commozione dello affetto. Però, quando
il Poeta lo mette in bocca di chi si rammarica, una
delle due: fa credere che quegli si burli o che esso
sia un bue; e verifica in sè quel proverbio, che *chi
bisticcia è una bestiaccia*.» —

Sulla prosodia poche parole: Aleardo Aleardi fa
meno spropositi d'altri verseggiatori contemporanei,
che pure raccolgon plauso, come Arnaldo Fusinato,
per esempio. Ma *carriaggi* non è, nè puol essere trissillabo;
*viaggiatrice* non è, nè puole esser quadrissilabo.
Veramente un *sottile ravignan patrizio* nello —
«Epitaffio di Cesare, in opposto sentimento a quello
del Sannazzaro,» — ha posto questo verso:

   | Fuggi viator: qui di sanguigne spoglie...

Ma chi non sa quanto poco e di lingua e di prosodia
s'intendesse Paolo Costa? *Espiazione* bruttamente si
contrae a cinque sillabe, dietro il mal esempio dato
da qualcuno per le parole in *ione*. — «Non dichiamo
noi *compassione* con quattro e i poeti con cinque
[pg!82]
sillabe? Non *intentione*, *operatione*, *devotione*, *invidioso*,
*litigioso* e mille altri noi con una meno, e
i poeti con una sillaba più?» — Così messer Fagiano;
ma la pronunzia de' poeti è la buona: la dieresi
ci vuole: la i è una vocale in quelle parole; ed
il mutarla in j è un errore sempre, in cui però, nol
nego, sono incorsi qualchevolta anche gli ottimi, conformandosi
alla cattiva pronuncia fiorentina. Che nella
lingua ci sia la tendenza a trasformar in j la i, che
segue una consonante precedendo una vocale, non
può negarsi; ma questa trasformazione, quando ha
avuto luogo, ha cagionato sempre un'alterazione profonda
nella consonante precedente od almeno ne ha
prodotto il raddoppiamento: (confronta *vezzo* da *vitium*,
*mezzo* da *medium*, *ragione* da *ratio*, *rabbia* da
*rabies*, *figlio* da *filius*, *ingegno* da *ingenium* e via discorrendo).

Ma vorreste imitarli, quegli ottimi, anche quando
errano? Chi farebbe senza rimorso un trissillabo di
*Beatrice*, quantunque Dante istesso abbia perpetrato
questo delitto di prosodia? E forse può scusarsi in
lui, ripeto, perchè avrà pronunziato alla fiorentina
*Biatrice* ossia *Bjatrice*: ricordiamoci, che egli vien
riconosciuto fiorentino da' dannati dallo accento:

   | ...... ma fiorentino
   | Mi sembri veramente, *quand'io t'odo*.

Ma con sei sillabe, *espiazione*, per la giacitura degli
accenti, non entrerebbe in alcun endecasillabo! Davvero?
Poco male! o che tutti i vocaboli debbono potersi
ficcare in ogni verso? Rammentiamoci gli epigrammi
di Marziale in onore dello schiavo Earino.

   | Nomen nobile, molle, delicatum,
   | Versu dicere non rudi volebam:
   | Sed tu, syllaba contumax repugnas!
   | Dicunt Earinon tamen Poetae,
   | Sed Graeci, quibus est nihil negatum,
   | Et quos *áres áres* decet sonare:
   | Nobis non licet esse tam disertis,
   | Qui Musas colimus severiores.

[pg!83]
A' quali versi un commentatore annota: *Jocatur
hic noster... in nomine Earini, Domitiani eunuchi ex
pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen quidem
dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim*
ear *ver sonat), at idem contumacibus syllabis constare,
quae neque hexametri neque* hendecasyllabon
*rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos tantum
aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem
istiusce* :small-caps:`Earinus` *tres primae syllabae breves. Sed
quid obstitit, scire velim, quominus hic Noster iambicis
aut scazonte uteretur?* Il giambo tragico tedesco,
essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una
breve e d'una lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli,
nè per questo impaccia chi è valente.

Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio,
che mi ricorda que' majali inglesi tutta ciccia,
dallo scheletro ridotto a' minimi termini, schisato. [#]_
Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico, sonoro;
ma questo, checchè molti vaneggino, non è
[pg!84]
mica un pregio. I nostri maggiori poeti sol di quando
in quando hanno scritto be' versi: il verso allora è
indovinato quando non l'avverti, quando combacia
perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa
di bello per sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!...
Quando, letto uno squarcio verseggiato, gli uditori
esclameranno: — «che be' versi!» — dite pure, che il
ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale
soverchia il fantastico. Non crediate però, che
l'Aleardi abbia nel maneggio del verso la virtuosità,
la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota
lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei
sapere quali orecchie in Italia valgano a pescare il
ritmo ne' seguenti endecasillabi:

   | ..... Sarai del Cristo, anima di Maria....
   | ..... E passò. Io stetti in disperato pianto....
   | ..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;

o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza
incespicare questa filza di liquide: *Vela la nebbia de
le stelle il lume.*

.. [#] Ho visto con piacere seguito questo giudizio dal Barrili, uno
   de' pochi, se non il solo scrittor di novelle contemporaneo, che mostri
   istruzione e buon gusto. Egli non vi parlerebbe di cavalli *amburghesi*,
   come il Tarchetti; non vi porrebbe Rouen, la patria del
   Cornelio, sul mare, come Salvatore Farina nel *Tesoro di Donnina*;
   egli non farebbe, come il Guerzoni, scrivere da una bennata fanciulla
   alla madre la dimane delle nozze. — «Ti mando tutti i baci
   che mio marito mi lascia disponibili,» — frase che non adoprerebbe
   una donna da conio. Eccone le parole: — «Luisa! Bel nome!
   Egli lo sapeva finalmente, e stava con fanciullesca cura a pronunziarlo,
   non come si fa a Genova, ma scandendolo in tre sillabe:
   *Lu-i-sa*, e sibilando un tal poco l'esse alla maniera toscano.
   E' non era un nome strano, di quelli, che certi capiscarichi impongono
   alle bambine, per dare importanza di eroine da romanzo
   o da dramma alle loro creature grame. Gli era un nome quieto,
   gentile, dolce a pronunziarsi e dolce a udirsi: Luisa! E' non era
   *Elisa*, nome da mettere in endecasillabi morbidi e flosci come
   quelli di... acqua in bocca per non farci maledire dal secolo, che
   li ha in gran pregio. Non era neppure *Eloisa*, nome da far ricordare
   la badessa del Paracleto, innamorata d'un teologo, o la svizzera
   di Giangiacomo Rousseau, innamorata d'un astrologo sconclusionato.
   Era *Luisa*: modestamente, unicamente e soavemente
   *Luisa*.» —


La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre
a' non commossi. La *genitura de' giusti* è frase di pessimo
gusto. *Zillo* è un vocabolo che nessun vocabolario
registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella *Ornitologia
toscana*, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII
al M.DCCC.XXXI, dica, che i rampichini propriamente
*mettan zilli* (I, 188.) Sarà probabilmente una
corruzione idiomatica di *zirlo*; io non la ripudierei,
perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti,
che importi una nuova distinzione e più minuta. Ma
qui rimarrebbe a spiegare da quando in qua gl'insetti
abbian preso ad imitare le voci de' tordi o dei
rampichini. Il *ne* spesso viene adoperato dall'Aleardi
in modo, che rasentando la sgrammaticatura, non è
certo eleganza, anzi sconcio pleonasma. L'esse impura
in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo *lo*;
è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con
[pg!85]
intenzione d'ottenere bellezze, per dare maggior forza,
non per accozzare orrori, come:

   | ..... E il scintillio de le fraterne spade...
   | ..... Ma al scintillar de le serene stelle...

Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere
una immagine gentile, l'Aleardi non potrebbe neppure
accampare per iscusa di pensare, come un candidato
alla licenza liceale, che conosco: — «L'articolo
*lo* si adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo
*il*, quando si parla villanamente.» — *Opinione*
(chiamiamola così) che fe' sclamare a Diomede Marvasi: — «Dunque,
se dicessi ad uno: *ti darò un calcio
nello sedere*, sarei cortese.»


XII.
----

Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come
Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che
pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria
di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente
ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita
uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio
concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere,
dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune
e casca nel rettorico; e da un altro scrittore
e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà
di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando,
sfoggiando meriti non poetici; e le immagini
particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il
verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione
di un pensiero organico, sibbene un composto
artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà
solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella
Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama
di gran poeta.

Nel caso nostro speciale, le cagioni del fenomeno
sono due soprattutto: prima la dappocaggine, la pecoraggine
della critica ordinaria; e poi, le condizioni
[pg!86]
politiche, le quali trasformavano le parole *patria* e
*libertà* in parafulmini estetici per le più inette scritture.
In Italia, al presente, critica non può dirsi,
che ve ne sia: giudichiamo con l'utero, cerebrinamente,
per ragioni subjettive e psicologiche, per simpatia
ed antipatia, per ispirito di parte, per motivi
personali. Si fischia un dramma, perchè il padre dell'autore
era poliziotto austriaco; si leva al cielo una
colascionata, perchè lo scrittore è stato in carcere a
Iosephstadt, o lusinga le passioni popolari (o meglio
plebee) piaggiando l'*eroe di Caprera*, insultando
Pio IX. Aveva ragione il De Vigny nel dire. — «che
i tempi di rivoluzione sono comodi e propizi alle
mediocrità» — ed aveva sovranamente torto il Goethe
di affermare: — «che un grande effetto presuppone
sempre una gran causa; che una poesia popolare
e diffusa deve aver qualità eminenti; che
un dramma il quale si mantiene per venti anni
ed ha le simpatie del pubblico dev'essere qualcosa
in sè.» — Le opere stesse a proposito delle quali
parlava così, le poesie dell'Uhland ed i drammi del
Kotzebue provano il contrario. Son ormai roba morta
e stramorta; e riesce malagevole il comprendere,
come incontrasser tanto un tempo. Insomma, il plauso
non guarentisce bontà. Pe' versi dell'Aleardi si rinnoverà
quel che da Tacito impariamo esser pure avvenuto
a' zibaldoni di Vejentone: *Nero Vejentonis libros
exuri jussit, conquisibos lectitatosque donec cum
periculo parabantur; mox licentia habendi oblivionem
attulit.* Ora Aleardo Aleardi, destituito d'ogni valore
intrinseco, è di moda a dispetto della ragione; è un
andazzo, che deve finire come tutti i dirizzoni, ma
del quale ho stimato utile affrettar la fine: buona cosa
è lo accelerar la suppurazione degli ascessi. Non c'è
maggior pena per chi si dà all'estetica del lavorare
su scrittori d'ultim'ordine e senza importanza; il critico
si compiace nell'esporvi perchè i grandi son grandi
e non può trovar diletto a dimostrare perchè i piccoli
sono piccoli; allo storico letterario giova occuparsi
de' protagonisti, non delle comparse. Se non
[pg!87]
che, spesso bisogna sacrificare le inclinazioni all'utilità
comune: l'innalzare una Reggia, un teatro, un
arco trionfale è più gradevole, appaga più lo amor
proprio, dello scavare una cloaca; ma, quando v'è
necessità d'una cloaca, il miglior architetto non le
negherà l'opera sua. Era ormai tempo di atterrare
un idolo vano; ed io ho studiato e parlato coscienziosamente,
senza tacer la lode dove andava amministrata.
Spero d'aver convinto chiunque m'ha letto
e d'aver dimostrato il mio assunto, cioè, che Aleardo
Aleardi:

   | *Angosce finse e simulò letizie,*
   | *Con quell'accento, che non vien dal core.*

Del rimanente, poichè *nolenti non fit beneficium*,
padronissimo pure chiunque di non accettare la mano,
ch'io gli offro e porgo per ispastojarsi da una indecorosa
ammirazione; e di perseverare nell'errore.
Ma mi permetterò di paragonarlo al giudeo, del quale
un amico mi raccontò la tragicomica avventura.

Poveraccio! Figurarsi un dotto rabbino, esimio talmudista,
oracolo delle sinagoghe, arbitro del sinedrio,
non so come capitombolato in una fossa piena, colma,
riboccante di....... chi m'insegna una circonlocuzione
decente? insomma in una fossa simile alla
bolgia secondo dell'inferno dantesco, dove stanno e si
accasciano Alessio Interminei da Lucca e la Taide;
in una fossa — «che con gli occhi e col naso facea
zuffa.» — Francamente, non avrei voluto essere
ne' panni del meschinello: confitto in quella fetida
poltiglia fino al mento, con le braccia impegolate
così da non potersi nemmanco schermire dagl'innumerevoli
sciami di mosche e tafani, che suscitati da
uno splendido sole, gli mangiavano quasi la testa.
La bellezza appunto della giornata, aveva indotto
Benedetto Spinosa, già combattuto dalla tisi, che doveva
ucciderlo l'anno di poi, a fare una passeggiatina
in campagna; il caso volle, ch'ei capitasse di
lì e scorgesse quel capo, che emergeva dallo sterco.
[pg!88]
Subito si accinse a cavare il rabbino da quell'angoscia;
ma il tentativo non gli riuscì meglio degli altri
fatti per isfrancar l'uman genere dalla fogna dell'errore.
Lo Spinosa, sceso sul margine della fossa, afferrandosi
con la manca ad un salcio, sporse con la destra
il bastoncello al talmudista confitto nel giulebbe, gridandogli,
che facesse uno sforzo per agguantarlo. Ma
quel giudeo non si mosse, non diè crollo: era un sabato
e la sacrosanta sua religione, ch'ei ritenea per
unica vera, gl'imponeva di astenersi da qualsivoglia
lavoro. Serenamente, superbamente, rispose allo Spinosa:

   | *Sabbatha sancta colo*
   | *Et de stercore exire nolo.*

Ed il filosofo, accortosi d'avere a fare con un individuo
da' convincimenti robusti, dalla fede incrollabile,
gli replicò non senza l'onesto dispetto di chi
suo malgrado si lava le mani dell'altrui sciocchezza:

   | *Sabbatha sancta quidem*
   | *Remanebis ibidem.*

E ripulitesi le punte delle scarpe, già contaminate
alcun poco, nell'erba fresca e folta, s'avviò verso
casa, ripensando all'incorregibilità dell'uman genere,
che, pur di non contraddire ad un'idea ricevuta,
consente a rimaner sepolto vivo nelle chiaviche.

[pg!89]


POSCRITTA
---------

.. class:: center

   | :small:`(M.DCCC.LXXII.)`
   |
   | SCORSA BIBLIOGRAFICA

..

    *In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino
    di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi,
    44. — M.DCCC.LXXI.*

— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che
tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato
sulle cose di religione e su quello, che sarà
per essere di noi al di là della tomba, prima di
lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo
manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che,
in tanta confusione di concetti e di credenze, nella
quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia,
questa lunga serie di onesti documenti
frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così
l'autore in una nota.

Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi
poveri versi per beneficare l'uman genere; questi
poveri versi sono un credo, via, sono il testamento
religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino
d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio
e sull'immortalità dell'anima. La gente
ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata,
ponderata, che rischiarerà la confusione universale.
Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne
degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota
pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo,
[pg!90]
che questo effato non abbia punto meno autorità
del celebre decreto sul medesimo argomento,
suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese.
L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo
non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono
per conto proprio alle prescrizioni di nessun
culto; ma che pure affettano di dare molta importanza
alla religione, perchè credono, che lo scettico
inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi
agli altri la fede, acquisti fama di testa politica
e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei
quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega.
Costoro, adesso, applaudiscono al *gran poeta,
che tratta argomenti morali, filosofici, civili*; anzi un
certo P. P. in un'Appendice dell'*Opinione*, vorrebbe
persino, che ne ammirassimo *il coraggio*... Ah! certo,
se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella
Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi
la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e
gli altri! Ma lasciamo la burletta.

Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare
a' voti. Gli atti di fede, i *credi*, non importano un
corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, sia
*pro*, sia *contra*, sono cosa fatua e vana. Io mi fo
beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper
ragionare la credenza sua, quanto del sedicente
libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare
la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente
co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza
dell'individuo, non altro. Meditare, pensare,
non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto
qualcosa, scrivendo:

   | *.... s'io vivente unico, in vetta*
   | *D'una rupe restassi, esterrefatto*
   | *Testimone dell'ultima ruina* (del mondo),
   | *Oh! non ancor dimetterei la salda*
   | *Fede nella immortale anima e in dio.*

Orazio ha ben detto:

   | *Si fractus illalatur orbis*
   | *Impavidum ferient ruinae;*

[pg!91]
e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare
questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è
alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che
neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma
non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario
alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità
dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo
ammette il mondo dover finire; e solo alcune
generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.

Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque
l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «\ *Tutto
è mistero.* Io non so in fondo nulla
nulla e dell'uno e dell'altra. *Nè per lagrime mai,
nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia
dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale
Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non
so; so che a me stesso Sono un mistero.*» — Gli è
presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli
miei dilettissimi in Cristo: o dio
c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual
sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un
giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice
adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi,
che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete:
quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che
avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi
commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava
lassù in un volume eterno ed indistruttibile.
Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti
accamperete? Lì non varranno i sofismi della
eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare
compri testimonî, che vi discolpino e calunnino
altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e
lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver
sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata
l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca
voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il
danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma
c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo;
ogni terminologia filosofica le ammette; ma
[pg!92]
bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo
la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo
in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se
non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali
argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete
giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII,
Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro
in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli
altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci,
nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata.
Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può
concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una
parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto
sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata
una panacea morale col dire, che crede in dio
e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi
ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè
si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna
idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica
futura. Fede, significa cognizione; cognizione
forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione
sempre. Pigliate la più melensa femminetta del
volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella
conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà
un concetto grande o meschino, sublime o grottesco,
alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra
quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso.
La parola dio, nella mente di lei, suscita un
pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione
e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi
si contenta del semplice *flatus vocis*, rammentandomi
quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolo
*dio*, maschera con la sua grandezza il vuoto
del pensiero di chi 'l profferisce [#]_.» — Sotto al cranio
di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso
il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola
[pg!93]
scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede,
affetta di credere.

.. [#] Daniele Stern, il cui vero nome era Contessa d'Agoult, più
   nota veramente per le avventure galanti, che per le opere letterarie.


Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua:
abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza
scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero,
ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?

No, pur troppo. In questo carme *In morte di Donna
Bianca Rebizzo*, ritroviamo peggiorato il vecchio
Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo
a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un
centone innestandovi amenità, platealità e concettini.
In fondo egli ha voluto soltanto rifare *L'Espoir en
dieu* di Alfredo di Musset; rappresentare un uomo
straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità
di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado
che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il
ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore
della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo:
gli è appunto questo sentimento vigliacco, il
prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,

   | *Il non saper nell'orba fantasia*
   | *La morte immaginar, che cosa sia,*

(come è detto ne' *Paralipomeni* della *Batracomiomachia*,)
da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha
l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta
romano, il quale augurava l'immortalità materiale
a' codardi e la morte in premio a' prodi: *Mors utinam
pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te
sola daret!* Non ha la mente epicurea, nè può capire
Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea
della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba
ogni vita civile e la chiama... *metus... Acheruntis...
humanam qui vitam turbat ab imo*, od il Bruno, quando
dice, che le speranze di essa: *Humanam turbant pacem
saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque
moribus prosunt.* Tali concetti non sono pane
pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor
giovane colui, che al cielo è caro;» — ma
[pg!94]
gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti;
ma pensa, che i giovani antichi certo non
avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di
vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni
generazione hanno un bel prometterci il paradiso:
riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh
potere essere rassicurato sull'avvenire,
ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio!
Io voglio credere, io ho bisogno di credere,
io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi
sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi
non sa concretare in immagini l'amor della vita, la
paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali,
la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli
non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione,
che non dà valore filosofico al suo *credo*, gli
toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico.
Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi
versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il
suo centone rettorico ci lascia freddi.

Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle
Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis,
sulla quale fu fatto l'epigramma:

   | *Comme tout renchérit*, disait un amateur.
   | *Les œuvres de Genlis à six francs par volume!*
   | *Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,*
   |     *Pour la moitié j'avais l'auteur.*

Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè,
giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in
Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al
babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò
di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese
rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa
villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando
Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina
da trent'anni, perchè indiziato autore della
quartina seguente contro la Pompadour;

[pg!95]

   | La Marquise a bien des appas:
   | Ses traits sont vifs, ses grâces franches,
   | Et les fleurs naissent sous ses pas...
   | Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!

il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera
da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente
il Maurepas, quando era in auge, portando
sempre seco la berretta da notte: un cortigiano
non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto
meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e
chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando
pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose
il Souvré alteramente. Chiudo la
parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la
rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star
lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto.
Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto;
e, giacchè i danari non volevano venir a lui,
andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio,
gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò
solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal
genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo.
Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo,
che il posdomani sarebbero venute a pranzo
le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che
avrà la bontà di
smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi
decentemente.» — Il Marchesino, non osando
confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò
di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e,
cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre
rispose in modo, che non dava campo ad insistere
od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli;
sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito.
Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da
letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò
un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida;
e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che
in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito
[pg!96]
intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece
le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso
la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti
ed un frammento dello scudo formavano il resto
della giubba, che il Marchesino indossò giubilando.
E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente
le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile,
giù per le scale, sudando pel peso degli abiti,
reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza
e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore,
che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano
indarno di domande il Marchesino, che le conduceva
trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse
il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie
opime della sua stanza e la *Gerusalemme Liberata*
ridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese
in tono fulmineo ragione della stravaganza, della
mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale,
ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose
il Louvois — «Ella mi ha imposto
di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre
di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa
per obbedirle.» —

Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando,
dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco
avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi
ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo
di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla
stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta
si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da
una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una
colpa grave:

   | ... il poverel digiuno
   | Scende ad atto talor, che 'n miglior stato
   | Avria in altri biasmato.

Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria,
per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto
a giubba. La descrizione della gioventù è desunta
[pg!97]
dalle *Ricordanze*, e guasta [#]_: l'orrore d'una
giovinetta antica per la morte, è desunto dal canto
*Sopra un bassorilievo antico sepolcrale*, e guasto; le
interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè
delle cose, son desunti dal *Canto notturno d'un pastore,
errante nell'Asia*, e guasti. Fa proprio dolore;
è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri,
che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto
come figure, che adornano da lunga pezza le stanze
della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il
Voltaire leggeva un giorno la sua *Semiramide*, presente
il Piron: c'erano intercalati nella tragedia
versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte
se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza
con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese
la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa?
È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che
conosco.» —

.. [#] L'Aleardi dice, rimanendo sempre nell'indeterminato:

      | ... Nell'April della vita, allor che varchi
      | Quasi danzando il limitar del mondo
      | Fiorito a festa e della tua venuta
      | Si allegra ogni sembiante, e ad ogni giorno
      | Mette le piume una speranza e vola
      | Pe 'l novo aere cantando, poi che il Vero,
      | Freddo saettator, nessuna ancora
      | Ne uccise...

   Ed il Leopardi ha espresso in più poesie il rimpianto per la gioventù
   perduta, dicendo, che *la scena del mondo sorride in vista di
   paradiso al guardo giovanile*, e che

      | *... s'accinge all'opra*
      | *Di questa vita come a danza o gioco*
      | *Il misero mortal...* (La vita solitaria)
      | *... Chi rimembrar vi può senza sospiri,*
      | *O primo entrar di giovinezza, o giorni*
      | *Vezzosi, inenarrabili, allor quando*
      | *Al rapito mortal primieramente*
      | *Sorridon le donzelle; a gara intorno*
      | *Ogni cosa sorride: invidia tace,*
      | *Non desta ancora ovver benigna....* (Ricordanze)
      | *... In sul fiorir d'ogni speranza, e molto*
      | *Prima, che incontro alla festosa fronte*
      | *I lùgubri suoi lampi il ver baleni.*
      |     (Sopra un bassorilievo)

[pg!98]

Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi,
che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola
d'una cara donna e venerata, (se non pregevole
e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto,
in mezzo ad una raccolta di persone, che le
voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la
quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si
fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi,
che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo,
il quale scenda dallo empireo a dare un bacio
alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui
non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo
le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci
d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del
resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto
Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlato
*ex-professo*. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse
una zeppa cosiffatta in un suo componimento,
gli daremmo *zero* punti! Ma cosa diremo, cosa diremo
di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più
vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata
e nuova l'immagine della morte fatta apparire
in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è
forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità
del lettore corrisponde all'impotenza
dello scrittore. Il quale, è da stupire, come
non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna
Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo
onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei,
rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna
Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento
l'Agnol Gabriello.

   | ..... A un tratto apparve
   | Un angiolo da lei sola distinto:
   | Avea nere le chiome e l'ali nere,
   | Punteggiate di *stelle*; e, *nelle* nere
   | Pupille, ardeagli un lume agonizzante,
   | Che parea tremolar nello infinito (??).
   |  — «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,
   | Forse e tu pure a festeggiar venisti
   | [pg!99]
   | La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;
   | E in fronte la baciò...

Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte,
che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per
poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime;
e sfido io chicchessia a non isghignazzar delle *speranze,
che mettono le piume e volano cantando pel
novo aere*:

   | *.... poi, che il Vero,*
   | *Freddo saettator, nessuna ancora*
   | *Ne uccise....*

È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa
si lasci distrarre da quanto incontra sotto
la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero
dominante, che investa, che invasi lo scrittore;
che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni
metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle
amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano
mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde
ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla
Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione
geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo,
*i due legni in croce in cima ad un colle* divengono
l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima
ardente di amore operoso, non se ne parla neppure.
Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,

   | .... per le sacre selve
   | I fauni agonizzâro alle scontrose
   | Driadi moribonde avviticchiati;
   | E galleggiar sopra i flutti marini.
   | Dell'estinte Nereidi le salme....

E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti.
L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui
sappiamo, che il dire: *i fauni, le driadi e le nereidi
son morti*, è una metafora; che, in realtà, non son
morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo
[pg!100]
ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar
troppo la metafora e trattarla come cosa salda,
si cade nel goffo e nel vuoto. *La primavera della
vita* è buona metafora; ma i *prati della primavera
della vita*, e *la fanciulla, che col piè sedicenne va
correndo lungo i prati della sua primavera*, sono
goffaggini le quali non significan nulla. *La terra,
che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida
d'Acheronte*, è qualcosa, che non giungo a capire.
Non ci può esser nulla di più antipatico del
vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con
altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:

   | .... lo stesso Achille
   | *Deiforme* avria tolto essere in terra
   | Schiavo *affamato* di signore *avaro*,
   | Anzi che dominar *scettrata* larva
   | Sull'ombre *vane* de la *morta* gente.

Che cascaggine! *Il moral cipresso*, è insulso. *Fondere
in lagrime*, sarà francese, ma Italiano non è.
*Metter risi* per ridere, non si dice: quel *tutta mettea
risi la casa*, fa credere, che tutta la famiglia,
compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino,
stessero affaccendati in cucina e mettessero a
cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.

   | *L'acque mediterranee ululava...*
   | *Se bionda scenda o argentea la chioma....*
   | *Di dio, oppure fiammelle distinte...*

sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle
vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che
in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione,
ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in
questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha
imparato, che *viaggia* è trissillabo, non dissillabo,
come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari
pure, che le lettere in versi si chiamano da noi:
*Epistole*.

Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti
contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta,
[pg!101]
gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale,
nuovo nelle immagini; venusto nella forma;
vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso
de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi
conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or
bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII
a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una
sua favola boschereccia, intitolata *Origine di Vicenza* [#]_,
stampandovi in calce, come usava allora, *parecchi
sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera*.
Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece
i *soffietti* su' giornali, sulle *Nuove Antologie*, sulle
*Riviste Europee*, non meno inverecondi; opera d'anonimi
per lo più, talvolta di salariati o compiacenti
dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in
qualche caso di esso scrittore medesimo; *soffietti*,
che poi taluni autori fan persino ristampare dietro
[pg!102]
alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli
editori riproducono su' loro cataloghi: *mutatis mutandis*
è la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti
in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido,
accademico Incerto, che scrive:

   | Canti con stil sì chiaro e sì facondo,
   | Aleardi, ch'estinta a terra cade
   | La possanza del tempo; e la pietade
   | Tua varca ardita oltre l'oblio profondo.

Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:

   | Forma sì dolce la tua musa il canto,
   | Che non ha chi l'agguagli..... In Elicona
   | Poggi sì ardito e con perpetuo onore
   | Tessi fregi di glorie a le tue carte.

E così tutti quanti: il Rinchiuso, l'Aggravato, l'Eccitato,
l'Incolto, il Tardo, il Lucido, l'Illustrato, il
Temperato. Nè basta; Giambattista Basile il Pigro,
il gran Basile, dice di questo Aleardi seicentista nel
*Teagene* (Canto V; stanza LXI):

   | L'Aleardi, ne l'ale aquila vera!

..

.. [#] Ludovico Aleardi non era un volgarissimo fabbro di versi.
   Ecco in qual modo fa parlare Giove nel prologo delle *Origini di
   Vicenza*:

      | Tra le parti, onde il mondo
      | In ampio giro si dilata e spande,
      | O che circonda co' suoi flutti il mare;
      | O che cinga de' monti alta corona,
      | O che in bel largo pian stenda le membra,
      | Non ve n'è certo alcuna
      | Che l'Italia pareggi.
      | L'Italia è il fior di tutte e la bellezza,
      | E d'ogni altra provincia è la Regina
      | Così vols'io crearla
      | Quando il profondo caos disciolsi e trassi
      | Fuor dalle oscure tenebre la luce,
      | Che poi sì bella machina scoperse
      | E le celesti sfere agli occhi altrui.
      | Volli quinci arrecar cocente arsura.
      | Quindi algente rigor; sterile un loco,
      | Altro fecondo far; ma, sotto un cielo
      | Temperato e felice
      | Locai l'Italia, quasi
      | Unico de la terra almo giardino.
      | Movi il passo onde vuoi: da un lato scorgi
      | Colli sempre fioriti e sempre verdi;
      | Da l'altro spaziose ampie campagne,
      | Ove una Primavera eterna ride.
      | Corron rivi d'argento in grembo a l'erbe;
      | Sembra ogni prato un ciel cinto di stelle;
      | Ogni cosa è divina, il tutto alletta, ecc. ecc.

E, nelle *Odi e Madrigali*, esagera anche più la
lode, esplicandola:

   | Mentre spieghi, Aleardo,
   | Con stile almo e sovrano
   | De l'infelice Amida il caso strano,
   | Chi ascolta il raro canto
   | Forz'è, che rida al riso e pianga al pianto;
   | Ami nel dolce amore;
   | Gioisca nel gioire;
   | Languisca nel languire;
   | E si trasformi il core,
   | Leggendo il suo dolor nel suo dolore;
   | Mora ne la sua morte
   | E corra seco una medesma sorte:
   | Così pònno i tuoi detti
   | Mover nostr'alme e dominar gli affetti.

[pg!103]
Sono passati due secoli e mezzo, e Ludovico Aleardi,
Accademico Olimpico e Inviato detto l'Infecondo,
è profondamente ignoto; così accadrà di certo anche
infallibilmente del Professore Aleardo, dopo qualche
tempo. Ve ne sto mallevadore. Il tempo è galantuomo.
[pg!104]

[pg!105]




UN CAPOLAVORO SBAGLIATO
=======================

.. class:: center

   | (IL FAUSTO DEL GOETHE)
   | —
   | :small:`(M.DCCC.LXV.)`

[pg!107]


I. — *Impressione e Giudizio.*
------------------------------

La gente colta in Italia da lunga pezza era informata,
che un certo Gian Lupo (Volfango, alla tedesca)
di Goethe, nato in Francoforte sul Meno l'anno
millesettecentoquarantanove e poi consigliere intimo
dell'altezza serenissima del Granduca di Vimaria,
avea dato alla luce una favola drammatica intitolata:
*Fausto, tragedia*; e composta da una dedica, un preludio
sul teatro, un prologo in cielo e due parti,
delle quali la prima non è divisa in atti e la seconda
ne comprende cinque. Ma, possedendone solo volgarizzamenti
monchi, poco divulgati ed affatto illeggibili,
l'inclito pubblico nostro, (avvezzo alla pecoraggine,
alla inerzia intellettuale, a giurare *in verba
magistri* dalle istituzioni, che ha più care e più venera,
non che dalla educazione,) faceva atto di fede
in chi pretende sapere, ammirando universalmente
l'ignoto poema, come l'ultimo sforzo d'ogni virtù
poetica e nominandolo con cieca reverenza. E gran
tempo, ch'io mi sono accorto di codesto pregiudizio,
ma fin qui non ho curato di contraddirvi. La cosa
mi pareva più buffa, che dannosa. L'opinione irragionata
(si badi: per ora dico *irragionata*, non *irragionevole*)
dell'eccellenza d'un objetto ignoto non
[pg!108]
ha, nè può avere importanza pratica. In che varrebbe
a pervertire il nostro buon gusto in fatto di arti belle
(supposto che ne avessimo) lo stimare capilavori architettonici
que' due Teocalli di Teotihuacan, il Tonatiuh-Ytzaqual
(casa del Sole) ed il Meztli-Ytzaqual
(casa della Luna,) che gl'Italiani non conoscono neppur
dipinti? Lo incognito s'immagina analogo al cognito:
ce li figureremmo sul fare de' templi antichi.
O forse che il proclamare pel *non plus ultra* della
musica l'armonia pitagorica delle sfere, che l'orecchio
umano non ode, come assordato dal frastuono
stesso, ci renderebbe disadatti a ben giudicare degli
accordi di Giuseppe Verdi e d'altri, accordi ancora
percepibili?

La faccenda muterebbe aspetto, se una vergata
magica trasportasse domattina nel bel mezzo di Roma
o nel centro di Napoli que' due monumenti messicani;
o se posdomani s'inventasse qualche cornetto
acustico, col quale distinguere i suoni delle sette
corde di quella gran lira, ch'è l'universo. Ed ora, che
il Fausto, ripetutamente tradotto (in prosa, la prima
parte da Giovita Scalvini e la seconda da Giuseppe
Gazzino; ed in versi da Federigo Persico, Anselmo
Guerrieri, Andrea Maffei); recitato ed applaudito nei
nostri teatri, sicchè può dirsene con lo Stazio: *Itala
iam studio discit memoratque inventus*; diventa per
noi qualcosa più d'un gran nome: l'opinione, che il
pubblico se ne forma, può aver conseguenze giovevoli
o perniciose. Un giudizio, un parere sulla benchè
menoma opera d'arte, sul più umile degli scritterelli
o degli scrittorelli, implica necessariamente,
quantunque spesso inconsciamente, un criterio, cioè
niente meno che tutto un sistema estetico e quindi
filosofico.

Ho detto: *l'opinione, che il pubblico se ne forma*;
e non già *l'impressione, che ne riceve*. Distinguiamo,
prego. Scappo in teatro per divertirmi: purchè lo
spettacolo mi fornisca quel solletico desiderato, ho
raggiunto lo scopo, ed il come non m'importa; o si
ripeta dalla maestria del poeta o dalla valentia del
[pg!109]
macchinista, è tutt'una per me. Ho riso? son disarmato!
Ho dimenticato per poco il fascio delle mie
cure, il peso delle mie catene? benedetto lo imbrattacarte!

   | Sclamava un classicista furibondo:
   | \— «Drammi francesi!... Poh! che beccheria!
   | S'ammazzan nel prim'atto, nel secondo,
   | E nel terzo e nel quarto e tira via!» —
   | \— «Aggiungi» — lo interruppi — «se ti pare,
   | Che il pubblico s'ammazza per entrare». —

Così dice spiritosamente Luciano Montaspro; ma
non dice, che han ragione tanto il suo classicista
quanto il pubblico: quegli non trovando ne' drammi
francesi ciò, che cercava: l'arte squisita; questo, trovandovi
invece quanto bramava: un surrogato delle
tauromachie e de' ludi gladiatori, soli spettacoli, che
veramente piacer possano alle plebi. Spesso le più
insulse produzioni ci valgono di passare un pajo d'orette
piacevolmente: mi parrebbe pedanteria il rinunziare
allo svago col pretesto, che l'opra non incarna
degnamente il concetto dell'Arte. Santo diavolo!
cosa c'entrano con l'Arte il dramma, che mi
rassegno a subire per ammazzare una serata, ed il
romanzuccio, che leggicchio in viaggio o prima di
spegnere il lume a letto? Cavatone quel momentaneo
sollazzo, *più di lor non si ragiona*. Hanno la vita
efimera del giornale e senza avvenire, senza dimane.

Se non che l'impressione poi dev'esser frenata dal
turbare la serenità del nostro giudizio, quando un
lavoro affaccia pretese artistiche: premiare con applausi
lo spasso datoci dalla tal rappresentazione non
implica punto l'attribuirle merito intrinseco. Piacevole
e bello non si registrano mica quali sinonimi:
ed il nostro buon pubblico pratica stupendamente
questa distinzione, quando, con le palme rosse ancora
de' battimani, continua a stimar l'autore un ridicolo
e sentenzia, che il dramma è una minchioneria. È
opportuno il premettere questi ricordi, acciò non s'interpreti
il biasimo d'un capolavoro alla tedesca, esempligrazia
[pg!110]
del *Fausto* del Goethe, per biasimo implicito
o di chi s'è scomodato a tradurlo, o di chi s'è
dispendiato a rappresentarlo, o di chi s'è indolenzito
le mani ad applaudirlo; anzi dobbiamo riconoscenza
a chiunque, rinserrando un nuovo objetto nella cerchia
delle nostre nozioni, ci sforza a nuova attività
mentale. Molto meno stimo poi da riprendersi chi
l'ha potato e raffazzonato, con non maggior licenza
di quella, che s'adopera tutto giorno nella buona
Germania, dove pure viene stimato un miracolo; di
quella, che l'autore in persona adoperò, quando volle
rendere rappresentabile il suo bel parto: rinunzieremo
quest'ufficio agli stradotti critici Icchese, Ipsilon
e Zeta, che ne ciarlano con tanto sicura prosopopea,
senza trovarsi in grado di leggerlo.

In quanto alle traduzioni, che ho ricordate, poche
parole. Ho udito decantar per ottima e bellissima
quella del Guerrieri. Non so. Non m'è riuscito di
procacciarmela. Ben può essere, ma non oserei affermarla
tale sulla fede altrui, sul plauso de' giornali,
perchè so lodarsi in Italia ogni cosaccia, ed il merito
d'ogni lavoro esser generalmente da presupporsi in
ragione inversa del plauso immediatamente riscosso.
Fu detto di Ludovico XIV, che, se avesse voluto, i
cortigiani suoi lo avrebbero adorato. Non c'è imbrattacarte
nostro, il quale non si trovi nelle stesse condizioni
e non voglia essere e non venga adorato.

La versione del Persico fu pubblicata in Napoli
nel M.DCCC.LXI. Nessuno vi ha badato. Chi ci colpa?
L'epoca della stampa? Allora in verità c'era altro
da fare, che badare a versi d'un Persico qualunque.
Il muro chinese, che tuttora separa intellettualmente
il Mezzogiorno d'Italia dal Settentrione e dal resto
del mondo; e per cui le produzioni napoletane rimangon
sempre oscure e depresse? Ogni napoletano, che
ha fatto gemere i torchi senza emerger dalla oscurità,
se la piglia con questo preteso muro chinese!
O l'esserle mancato il plauso della setta, la quale,
poichè il Persico s'imbrancò nelle sue file, ne leva
al cielo ogni quisquilia e gli ha così fatto un certo
[pg!111]
nome? O finalmente il poco valore dell'opera? Scelga
il lettore fra le quattro ipotesi. Vo' solo avvertirlo,
che il Persico traduce il *Fausto* in versi sciolti, togliendogli
così quel carattere lirico, o meglio, melodrammatico,
spiccatissimo nell'originale; ch'e' fa
di *violento* un trissillabo; ch'e' non rende spesso il
testo e che spesso 'l frantende. Per esempio, nelle prime
pagine, *un soffio magico, che tempestoso circonda
uno stuolo* di fantasmi, si trasforma in *aure scosse
da' celesti vanni*. Gli amici del Goethe, *frodati di
amene ore dal destino*, divengono pel Persico

   | *... i cari, che ingannò il giocondo*
   | *Fugace istante,....*

Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi
tutto fosse *nuovo e di momento, ma piacevole nel contempo*;
il Persico gli fa desiderare che *tutto riesca
nuovo e, che più monta, alletti*. Dice il tedesco: *mostratevi
esemplari (musterhaft)*; e la versione: *fatevi
innanzi maestrevolmente* (come se nel testo fosse:
*meisterhaft*). Poco più in là, nell'originale, l'impresario
dichiara non esser *mortificato* da un biasimo;
nella traduzione egli non n'è *scosso*. Una *nottolata*
diventa una *notte selvaggia (sic!)* Potrei continuare
all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde
io desumo questi esempli, c'è peggio.

Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato,
non era ancora di ragion pubblica, quando
stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto.
In qual conto debba tenersi potrà desumersi da
un'altra mia dissertazioncella.

Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino,
prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento,
perchè la soppressione del verso fa una
gran tara alle bellezze del *Fausto*,) può servir solo
a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i
quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano.
A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l
dire, che traducono *Fliegengott* (cioè: Belzebù) per —
[pg!112]
«Moschedio» —; *Valpurgisnacht* (tregenda) per —
«notte di Valburga [#]_»; *Eröffne ich Räume vielen
Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen*
(schiudo spazî dove molti milioni abiteranno,
se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io
schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali
si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza,
che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza
almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman
poi oscuro il *Fausto*! Diamine,
se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo
dice, che l'orma della sua vita non può *in Aeonen
untergehen*. Il Gazzino non capisce quella parola
greca *o aiòn* (epoca lunga, eternità); e traduce: —
«non può andar inghiottita dall'Eunoè [#]_» — Un
paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici,
che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per
lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi!
lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco
da quindici al grado ne val quattro delle Italiane
o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati
[pg!113]
da Rinaldo nel secondo canto del *Ricciardetto*.

   |   A piè di questa smisurata pianta
   | Vide legata una gentil donzella,
   | Che i crini d'oro con la man si schianta,
   | E si affligge, e si affanna, e si arrovella.
   | Ma, come dir si suole, ai sordi canta;
   | E quel, che par più cosa atroce e fella,
   | Le vide star da dritta e da sinestra
   | Due bestie, lunghe un tiro di balestra.
   |   Eran questi due rospi velenosi
   | Grossi così, sì sporchi e disadatti,
   | Che avrian fatto di loro timorosi
   | Non pur la donna de gli angelici atti,
   | Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,
   | E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;
   | Che ognun di loro egli era fatto in guisa,
   | Che avria co' morsi una balena uccisa.

Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa
e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea
ragione: — «Un minchione trova sempre un più
minchione per ammirarlo.» — *Un sot trouve toujours
un plus sot qui l'admire.* Vedete l'abate Fornari
quanti e quali ammiratori ha!

.. [#] I tedeschi credevano che la tregenda più solenne delle streghe
   avesse luogo la notte di santa Valburga, quindi quella notte
   significava per loro *tregenda*, come, secondo le varie parti d'Italia,
   lo sgombero, ch'è un'altra specie di tragenda, si chiama *il san Michele*
   od *il quattro Maggio*. E poi, quando indichiamo il giorno dal
   nome del santo, vi prefiggiamo sempre l'epiteto di *santo*: puta: — «il
   giorno di sant'Anna fu un gran tremuoto;» — «alcuni dicono
   l'Imperatore Federico II morto il giorno di san Luca ed altri
   in quello di santa Lucia» — Sicchè *notte di Valburga* non
   s'ha a dire in modo alcuno; ma, se si volesse pur dire, s'avrebbe
   a dir *notte di santa Valburga*. In questo errore cadono tutti i traduttori
   del Goethe.


.. [#] Nè questo vocabolo si trova solo usato dal Goethe, nèd il
   Goethe fu il primo ad usarlo. :small-caps:`Musaeus` (*Volksmaerchen. Stumme
   Liebe*) — «Denn du sollst wissen, dass wenn die Seele von dem
   Korper scheidet, sich nach dem Ort der Ruhe verlangt, und diese
   heisse Sehnsucht macht ihr die lahre zu Aeonen, so lange sie
   in einem fremden Eiemente schmachtet,» —:small-caps:`Museaus.` (*Volksmaerchen.
   Riehilde.*): — «Kein Wunsch war ihnen uebrig als
   der, aeonenlang ihr wechselseitiges Glück zu geniessen ohne
   Wandel.» —



II. — *Imparzialità Italiana.*
------------------------------

Turàti dunque gli orecchi alle blandie dell'impressione,
ch'è una sirena fuorviatrice, giudicheremo
il Fausto come va giudicato, e come (ch'io sappia)
non fu per anco giudicato; vale a dire secondo l'essenza
ed il valore intrinseco. Ci sarà norma e codice
quella scienza critica, che procede ignara di riguardi
per illustrazion di nomi; irrispettosa d'ogni
autorità, che non è il vero; spiattellando alle riputazioni
usurpate, come Don Giovanni De Vargas agli
Stati Generali dei Paesi-Bassi, un franco: *non curamus
previlegios vestros*, cui l'esser maccheronico
non minora solennità. E la applicheremo con quella
imparzialità Italiana, che può insuperbire di non
aver mai degradata una quistione artistica a quistione
[pg!114]
di puntiglio nazionale. Ecco una delle non
poche faccende, nelle quali, bisogna pur convenirne,
siamo popolo esemplare. Più volte spropositammo,
sollevando immeritevoli sugli altari; ma, sfumata
l'ebbrezza momentanea, li abbiamo ricollocati tranquillamente
al posto loro, guardandoci ben bene dall'imitare
que' bravi tedeschi, cui non rimorde scrupolo
di sublimare il consigliere aulico Federico di
Schiller sopra l'Alfieri ed il Cornelio e d'esaltare la
cornacchia Lessing per le penne rubacchiate al pavone
Diderot, *torbo* quanto volete ma *furibondo* no.
Invece l'Aretino ed il Cavalier Marini ed il Metastasio
e tant'altri non caddero dal cuore e dall'estimazione
di nessun altro popolo così prontamente e
compiutamente come da quella del proprio; anzi,
potrebbero giustamente lagnarsi della troppa severità
dei concittadini e chiedere la revisione del loro
processo. — «Gl'Italiani,» — scriveva Michel Montagna — «che
ragionevolmente si vantano d'aver
la mente più svelta e la parola più sana, che le
nazioni contemporanee, han testè conferito il titolo
di divino all'Aretino; in cui, salvo il parlar
gonfio e tempestato d'arguzie, ingegnose certo,
ma lambiccate e fantastiche, oltre l'eloquenza
in somma, qual ch'ella sia, non veggo nulla al
di sopra della comune degli scrittori del secolo,
non ch'egli s'avvicini alla divinità antica di Platone.» — Ma
fu proprio sola la nazione Italiana
a chiamar divino lo Aretino? E gli appiccicò quello
epiteto sul serio? I versi dell'Ariosto mi pajon satirici.
Le collane d'oro non gli venivan date da
Italiani. Da noi, si applaudi principalmente, perchè
*flagello de' Principi*, che non avevamo allora motivo
alcuno di venerare od amare. E, del resto, quanto
tempo serbammo sugli altari quell'idolo? Chi legge
più lo Aretino in Italia? Ed altrove è pur tuttavia
oggetto di studio e se ne stampano biografie. Il Marino
fu più divinizzato in Francia, che tra noi: lì
ebbe più solide testimonianze d'ammirazione. Ma nè
gli uomini tutti, nè tutte le nazioni sanno praticar
[pg!115]
la giustizia verso di sè e verso degli altri. E, se la
nostra è da noverarsi tra le fastidiose, che disprezzano
con amore ogni cosa propria, che le valutano
al disotto del pregio intrinseco, ce ne ha pure di
buffamente presuntuose, sempre con lo *chez-nous* a
fior di labbra, capacissime, come la villana rifatta
di Carlo Goldoni, di rammentare con rammarico i
fagiuoli scaldati del tugurio paterno, mentre s'affrettano
ad imbandirle ghiotte vivande,

   | *..... in bianche spoglie....*
   | *..... Prodi ministri; e lor sue leggi detta*
   | *Una gran mente, del paese uscita,*
   | *Ove Colberto e Riciliù fur chiari.*

L'Italia odierna versa in condizioni, che la privilegiano
di rimanere immune da ogni invidia, come
da ogni vanità in fatto d'Arte. Dopo aver incarnate
spontaneamente tutte le categorie estetiche, adesso
non si trova più in un'epoca produttiva. Siamo letterariamente
nello stato di sicurezza e d'imparzialità,
che risulta dal meritato possesso ed incontestabile di
un'alta posizione; nello stato appunto, in cui politicamente
si trova l'aristocrazia d'Inghilterra. Non
possono tôrci d'aver fatto quel, che s'è fatto; e ci
riposiamo sugli allori passati, e, sendo inerti al presente,
nessuna rivalità viva può accecarci gli occhi
della mente, annebbiarci lo intelletto. Stiamo per
ora fuori della mischia; assistiamo come spettatori
alle gare altrui; anzi, se si ha da dir proprio tutto
il vero, neppure a queste gare altrui abbadiamo gran
fatto. Ove il critico e l'estetico Italiano dovessero
limitarsi ad esaminare le scritture pubblicate in patria
alla giornata, potrebber chiudere bottega: son
pochissime; e, le più, immeritevoli, che altri se ne
occupi di proposito. Non oserei certo affermare, che
una sola delle opere pubblicate da quando sono nato
io fino adesso, possa scendere a' posteri, possa venir
letta universalmente da qua a... non dico altro, ma
un quindici o venti altri anni. La nostra letteratura
sonnecchia; corre per lei un'epoca improduttiva, una
[pg!116]
stagione morta. Ed il poco alimento, che assorbe questo
boa intorpidito, ch'è la fantasia Italiana, consiste
in traduzionacce od in roba forestiera.

Eppure, i verdi succhi sono in moto sotto la corteccia,
che par secca; eppure, in questo raccoglimento
della fantasia nazionale, durante questa apparente
inerzia, questo sopore della favoleggiativa nostra, si
prepara, si elabora il nuovo indirizzo, che poi andrà
maturando per secoli; si accozzano e digeriscono dalla
coscienza nazionale gli elementi del nuovo mondo
poetico. L'Italia, ora, nol partorisce, gli è vero; ma
non già perchè sterile, come giudica taluno, anzi
perchè pregna. Il vulcano è addormentato, non ispento;
e presagisco prossimo un nuovo periodo eruttivo.
Ed, appunto per ciò, non s'offerse mai più largo
campo e fecondo alle fatiche del critico. Possiamo non
solo formolare il giudizio della nazione sulla sua attività
letteraria ed artistica passata e contemporanea,
anzi additarle pure, in certo modo, quel, ch'essa ha
da fare; la via, nella quale s'ha a mettere. Spetta
a noi lo sgombrare e dissodare il terreno; il collocar
le guide, sulle quali scorrerà velocissima la nostra
storia letteraria; il dare lo sfratto a' pregiudizî ed
agli errori, che pur troppo ottenebrano le menti; il
purificare ed aguzzare il senso del bello. Si può ripetere
insomma ora in Italia, quanto fece la critica
nel secolo scorso in Lamagna; alla cui opera essa
Magna va debitrice della intera sua esplicazion letteraria,
che è quanto di meglio si possa fare da un
popolo come il tedesco, piuttosto scarso di attitudini
artistiche. Ed otterremo l'intento, avvezzando il nostro
popolo a rendersi conto d'ogni prodotto dell'attività
umana nel campo dell'Arte; dandogli di questa
e delle sue forme un pieno concetto e giusto.


III. — *Digressione.*
---------------------

E qui mi permetterò una prima digressione: prima
di parecchie. Io, mi piace, come dicono i francesi,
di far la *scuola cespugliare*, d'andare a zonzo. Tanto
[pg!117]
non ho nessunissima fretta di rabescar la parola *fine*
in calce al quaderno. E, quando al lettore dispiaccia
il mio divagare, ha incontestabilmente il dritto di
non leggermi: viva sicuro, che io non l'obbligherò,
come fa pe' suoi madrigali il Rochester, nel *Cromuello*
di Vittorio Hugo, a legger le mie critiche per
ordine regio, *de par le Roi*. Dunque, basta guardarsi
intorno e veder quanta roba ferve, bolle in questa
caldaia, ch'è la patria nostra, per convincersi,
come al momento opportuno dovrà pur sorgere l'ingegno
destinato ad incarnare in qualche capolavoro
poetico i subbugli, i garbugli ed i guazzabugli presenti,
vene inesauste di tragico e di comico, le
quali non deggiono rimanere inutili, inesplorate, non
esercitate per l'Arte, non *arbitriate*, (per adoperar
un sicilianesimo, del quale Vito D'Ondes-Reggio patrocinava
l'uso; guardandosi però bene dall'usarlo
pel primo per non farsi melare.) Sarebbe proprio peccato,
che nessun poeta illustrasse questo Malebolge
Italiano, che nessuno cavasse un mondo poetico da
un tanto caos morale. Caos, Malebolge, che bisogna,
questo sì, che bisogna guardare con quell'amore, il
quale dischiude l'intendimento dell'objetto, e senza
cui non si combina nulla di concludente. La baraonda,
i vaneggiamenti, le agitazioni, le superstizioni,
le follie, gli spropositi, le melensaggini, le
chiacchiere, e persin le turpitudini nostre, debbono
esserci cari: s'ha a fissare lo sguardo con compiacenza
in essi. Non bisogna imitare alcuni, che si
mettono in opposizione con l'intero indirizzo nazionale
e gridano sperpetue e trovan tutto brutto,
tutto sconcio, tutto male. E, piacendomi e garbandomi
ed andandomi a sangue gli esempligrazia ed i
fatti personali, quantunque (e forse perchè) proclamati
odiosi dalla plebe e quantunque, come so per
prova, procaccino alle palle di pistola ed alle lame
di sciabola il gusto di assaggiare le nostre povere
carni; dirò, per ribadire il mio pensiero, che disconviensi
fare come il Cantù, per esempio. Aprendo la
storia della Letteratura Italiana, ch'egli ha recentemente
[pg!118]
pubblicata, magra compilazione (al paro di
ogni altra opera di lui) non avvivata da una scintilla
di simpatia per le cose nostre; l'autore vi sembrerà
uno di que' cagnacci ringhiosi, che impedito
di addentare dalla catena, sfoga il dispetto latrando,
e scombavando, e divorando almen con gli occhi rossi
chiunque passi. Così questo jettatore pinzochero maledice
non solo al presente nostro, intellettuale, morale
e politico, ma (non senza logica, sendo il presente
conseguenza del passato), anche a tutti i nostri
grandi pensatori e scrittori disinvolti da Dante Allighieri
a Giuseppe Giusti; e, non potendo, come il
Caro fe' pel Castelvetro, raccomandarli *agli inquisitori,
al bargello et al grandissimo diavolo*, li denunzia
all'esecrazione delle plebi bigotte. Non sa quel,
che si faccia; non comprende l'opera della mente
poetica Italiana, perchè non l'ama: merita pietà, se
non perdono, come l'eunuco, che ingenuamente confessasse
di non sapersi capacitare de' gusti del padrone,
di non capire cosa il pascià trovi da ammirare
in una biondina od in una brunetta, in una guancia
fresca ed in un seno colmo. Ma noi, (professando col
commediografo latino di non ripudiare alcuna parte
umana, protestando col francese di non venir più
commossi dal vedere un uomo furbo, ingiusto, avido,
che dal veder voraci gli avvoltoi, maligni gli scimmioni
e rabbiosi i lupi,) noi (dico) osserveremo con
benevoglienza tutti gli strani così venuti a galla
nella rivoluzione, come il zoologo sorride con simpatia
a' più schifosi rettili sorti dal fango, come il
patologo saluta con interesse le ulceri più abominose.
In ogni insetto v'è il tipo animale, in ogni morbo
v'è la nosologia e la morte: ed essi sanno scorgere
l'idea nel fenomeno, la forma tipica nel caso singolare.
E così il critico ed il poeta sanno scorgere,
esempligrazia in Giovanni Nicotera o Giacomo Tofano,
qualcosa, che, idealizzata, potrà dare creazioni
paragonabili a quel Conte di Culagna, che fu un
Conte Brusantini, a quel *nuovo amico* di Giuseppe
Giusti, il quale, prima di vivere poeticamente in
[pg!119]
uno de' suoi scherzi, ch'è di moda il chiamare immortali,
gli si era dato a conoscere nella prosa della
vita, com'ebbe a narrare illustrando il proverbio:
*sotto consiglio non richiesto, gatta ci cova.* Oh Nicotera,
oh Tofano, che non potrà cavar da voi uno
scrittore co' fiocchi!


IV. — *Importanza storica e concetto filosofico.*
-------------------------------------------------

Dall'importanza particolare, cui può pretendere
il *Fausto* nella storia letteraria d'Allemagna, prescinderemo
affatto. Tra perchè non aggiunge ned un
ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè
l'occuparcene renderebbe necessaria (parlando io ad
un pubblico Italiano, il quale non è punto obbligato
a conoscere le letterature forestiere ed esercita largamente
questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria
una bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera
operosità poetica tedesca; lavoro, che non può
farsi incidentalmente e di sbieco, anzi pretenderebbe,
che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse
più volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera
del Goethe, dimenticando le condizioni psicologiche
speciali dell'autore e le vicende, che gliela
ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu prodotta,
e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto,
col render ragione de' difetti di un componimento,
c'induce spesso a non avvertirli od a scusarli, quando
li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non siamo
tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo
del signor Goethe ed anche lo stato della coltura in
Lamagna vengano perfettamente rappresentate nel
*Fausto*? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale
a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia
un'opera d'Arte perfetta, finita, piena.

Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto
filosofico dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci
di quanto egli può aver *voluto dire* o *voluto
fare*. Investigheremo solo solo quanto egli ha detto
o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che
[pg!120]
hanno costretto a gemere i torchi, fa parlar così un
dipintore: — «Mi dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse
qualche allegorìa per appiccicarla al mio
quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi
e dappochi; e le mie non debbon *significare*, anzi
*essere*.» — Da lunga pezza gli oracoli sono screditati
in Italia ed imparammo, che la sibillinità è
indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità.
Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino
fa de' suoi versi lascivi:

   |   Ombreggia il ver Parnaso e non rivela
   | Gli alti misteri ai semplici profàni;
   | Ma, con mentita scorza, asconde e cela
   | (Quasi in rozzo Silen) celesti arcani.
   | Però dal vel, che tesse or la mia tela
   | In molli versi e favolosi e vani,
   | Questo senso verace altri raccoglia:
   | «Smoderato piacer termina in doglia».

Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali — «così,
com'è solito farsi col bambino, che, mostrandogli
l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di provarsi a
ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare;
similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente,
avrebbero disgustato, ingegnavansi con
grande artifizio di ricoprire, acciocchè forse la meraviglia
della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.» — E
ridiamo anche di Francesco Palermo,
che trova ammirabile questo stratagemma.
Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio)
definisce il *Fausto*: — «il lavoro più misterioso, che
mai venisse scritto.» — Ridiamo del Varnhagen
d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i contemporanei,
i quali non si lasciavan commuovere dalla favola,
secondo lui, grandiosa del *Fausto*; e trovava
non esser Dante in nessun luogo più grande e potente
del Goethe in fine della parte seconda, perchè
«l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra
della rozza fede ecclesiastica ad una considerazione
serena del mondo e dell'esistenza, la quale
[pg!121]
veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo;
ma questo appunto è il bello, che il cristianesimo
stesso c'impenni l'ali per oltrepassarne le barriere.» — Cosa
importa, che il Goethe profetizzi
nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene
e se non fa balzare il cuor nostro? Venga
pure, in tal caso, la sua tragedia venerata dagli addetti
della nuova fede, ma non proposta a noi per
trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga
paragonata non alla *Commedia* dantesca, anzi a' discorsi
delle sorelle Cràtere e Pellopida, delle quali
narra Celio Malespini, che: — «ogni intelletto più
sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi
che quasi tutte le parole, che loro uscivano di
bocca (quando volevano però uscire dalle generalità
del favellare) erano così oscure e fosche,
che molti pochi le intendevano». — Il Manzoni
rispondeva ad un chiarissimo (senza esser omo,) il
quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone
in difesa degl'*Inni sacri*: — «Si contenti, ch'io non
dica nulla sul passo, dov'ella incontra difficoltà,
giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima
giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno
bisogno d'interpretazione, non la meritano». — Non
nego, che il dirizzone presente, esemplificando
una volta più l'oraziano

   | *... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque*
   | *Quae nunc sunt in honore.....*

rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare
le sciarade proposte dalla sfinge Poesia. La
moda odierna pretende dagli scrittori profondi concetti
morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso
ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli
strampalati. Ed in questo ha torto marcio: Arte
e Scienza sono cose diverse, delle quali ciascuna ha
una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima:
l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe
e non giova ad alcuna. L'impareggiata profondità
delle indagini di Giambattista Vico non ne campa
[pg!122]
dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un
pensiero dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che
commova gli affetti, ecciti la fantasia. La Commedia
dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi quantunque
allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila.
La vita e l'importanza vien conferita a' lavori
d'Arte dal concetto estetico, che incarnano; dal problema
artistico o tecnico, che risolvono; essenzialmente
diverso nelle diverse arti, giacchè il problema
pittorico, che un pittore risolve con un quadro,
il problema scultorio, che l'intagliatore risolve con
una statua, ed il poetico, che un poeta risolve con
un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente
comune: basti notare, che le arti del disegno
e la musica si rivolgono principalmente e direttamente
al senso ed alla fantasia solo mediatamente
per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla
mente, e sol per mezzo della fantasia (nè sempre)
eccita il senso. Il problema artistico, tecnico, lo
scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a suo
talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene
pure non ne abbia sempre piena coscienzia o
non ne valuti tutta l'importanza, quando, scrivendo
per qualche tendenza morale, religiosa, politica,
bada solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,)
è la sola cosa, che ci de' premere.

Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale:
scientifico) non può se non rade volte esser
chiaramente veduto e liberamente voluto dallo artista;
non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua;
ned egli può farne libera elezione: essendo esso un
risultato necessario del primo, il quale non può non
implicarlo, non determinarlo virtualmente. E questo
diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per
poco, ch'e' degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi
nel singolare solo mediante il particolare; l'estetica
non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema enciclopedico;
e quel bello, che essa rintracciando va,
esser semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo.
Quindi suppergiù, senza grandi
[pg!123]
stiracchiature, in quel modo stesso, che con ogni
religione o sistema si riesce a dare una spiegazione
più o men plausibile del cosmo, in qualunque opera
d'arte, ch'è un _`microcosmo`, può trovarsi incarnato,
(senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia
concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.


V. — *Tre esempli.*
-------------------

Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito
di Prometeo, plasmator d'uomini e vittima de' numi.
In questa, ch'è tra le più sublimi sue creazioni poetiche,
la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò
la propria sorte e la propria missione artistica,
di conferire forma ideale compiuta (e quindi
umana) alle divine forze e creatrici della natura;
adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire,
come ormai supervacanea: e difatti cadde, vittima
del cristianesimo e preda de' barbari, appunto
come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli
avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come

   | *..... Il calavrese abate Giovacchino*
   | *Di spirito profetico dotato....*)

fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre
istintivamente il bel mito; e lontanissimo dal
pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il concretò in
forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente
fuori da quel sentito idealizzamento di tutta la vita
e di tutto il pensiero greco antico. Ed a noi garba
ed accomoda vedere in esso il valore storico, il
pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto
pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva,
ned il popolo, per cui fu scritto; poteva essergli
attribuito sol dopo il volger di secoli, dopo avvenimenti
posteriori.

I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa
roba; ed ormai chiunque legge Eschilo s'è avvezzo
ad andarvela cercando.

[pg!124]
Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, *more
solito*, ignoriamo finanche l'esistenza; ed al *cui cener
freddo* un futuro Natoli *farà* certo *l'onor divino*
di battezzare dal suo nome un qualche liceo del
Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De
Meis paragona l'Uomo e l'Universo, questi due contrarî
identici, alla divina Commedia; eccone il raffronto
riassunto: — «L'uomo è in uno macrocosmo
e microcosmo. E non per questo due esseri agglutinati;
anzi un essere solo, graduato in sè, e fatto,
come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno
è il corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il
pensiero e l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal
vegetabile, è un vegetabile, naturale, materiale; e
perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci
è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro.
L'anima, ch'egli ha dal bruto, è un'animale,
ed è parte materiale e parte immateriale, ma sempre
naturale; epperò ci è la tua e la mia, come
ci è questo e quello animale. Il pensiero ch'egli
ha da dio, è dio infinito in persona *et homo et
caro factus est*. Il corpo è il primo estremo, l'inferno,
il basso fondo dell'universo, in cui l'una
bolgia dal pozzo di Lucifero al limbo dei bambini
e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra
gli estremi, il purgatorio:

   | *.... Ove l'umano spirito si purga*
   | *E di salire al ciel divenga degno...*

E come il dantesco purgatorio, che di scaglione
in iscaglione arriva al terrestre paradiso, l'animale
d'anima in anima giunge fino all'umana, che lo
amore e la scienza spogliano a poco a poco della
brutalità. Ma, se siamo molti corpi e molte anime,
non siamo se non un pensiero, un solo infinito
iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando
Dante, ossia l'uomo non ancora battezzato, poeta
in compagnia degli amati poeti, del buon Virgilio
e del gentile Stazio, *oh dolce guida e cara*, saliva
il faticoso purgatorio, quasi non era se non un
animale. Quando poi la misteriosa visione gli apparve
[pg!125]
ed ei nel mistico grifone intravide *il suo
aspetto stesso*, e si presentì, e conobbe ormai vicino
il cielo. E quando all'antica Lia, sogno,
ombra, figura, succedette la vera Matilde e l'ebbe
immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò
la pigra carne. Dopo quel salutare, ma
esterno lavacro, aspirò solo alla vita eterna, alla
vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele
antica si sostituì la nuova Beatrice, che
lo manodusse al cielo; ed egli, ancora aggravato
di anima e di natura, corse sulle facili ali della
umana scienza per le celesti sfere, ei non era per
questo ancora beato. Ma quando, giunto al vero
empireo, ad un tratto si trovò allato san Bernardo;
quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile
amore ed alla scienza umana delle cose divine
la scienza divina, che penetrò il suo pensiero;
e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo
sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora
e men che umano, fu fatto davvero umano;
allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo si
disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che
le superne sfere dell'intelletto erano tutte l'una
nell'altra, e tutte erano una sfera, un Empireo,
un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella,
assisa nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata
e indiata; e sè conobbe indiato in lei,
e fu felice ed immortale». — Evidentemente il
De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno
di lui il pretendere, che Dante premeditasse
di simboleggiare nella Commedia un sistema filosofico,
il quale, presupponendo tutta l'enucleazione
della filosofia moderna, era impossibile a que' tempi.
Anzi vuol dire, che il concetto poetico dell'Allighieri,
che quella personalità umana, la quale, a poco a
poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le
qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia,
si rarefà, o (se vi piace) s'innalza a personalità divina,
implica di necessità, sebben certo inconsciamente,
il medesimo concetto filosofico ch'egli De
[pg!126]
Meis espone disdacalicamente in veste contemporanea.
E vedete, cos'accade. Il poema di Dante è
tutto, come la sua *Vita Nuova*, un'allegoria: ma
questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata
in un capolavoro, veramente indovinato,
noi possiamo all'allegoria dantesca, che secondo la
nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne
un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo
appunto, che, al sistema tolomaico, il quale non ci
appagava più, sostituimmo il copernicano spiegando
anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che il
giorno prima spiegavamo benissimo col primo.

Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto
poco sia da considerarsi il concetto scientifico,
che il poeta si pensa d'infondere subjettivamente
nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con
quel, che di necessità risulta dal poetico, (anzi come
spesso il contraddica alla recisa, come spesso l'autore
*tendenzioso* faccia un'opera di *tendenza* affatto contraria
a quella, che lo ispirava,) cel somministrerà
Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello
incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da
negarsi; un ateista sclamerebbe con Orazio:

   | *.... Durum: sed levius fit patientia*
   | *Quidquid corrigere est nefas;....*

o col Tasso, che, nel *Torrismondo*, male imita questo
luogo:

   | *Duro: ma sofferir conviensi in terra*
   | *Ciò, che necessità comanda e sforza.*

Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina
e la morale cristiana, sarebbe chiaro da mille
e mille squarci del suo racconto, quand'anche non
ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure!
chi non vede, la potente rappresentazione, che individua
così bene *quel secolo* e *questo paese*; la simpatia
per la manifestazione storica, pe' costumi ed i
caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere
appunto salda e recisa negazione implicita del cristianesimo?
[pg!127]
Perchè il cristianesimo ha un ideale
fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e rimodellare
tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice
senza il molteplice; intenderebbe sopprimere
tutte le varietà individuali, tutto il rigoglio della
vita particolare, sottoponendo tutte le coscienze ad
una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i
mortali alla imitazione dell'uomodio, esemplare di
ogni virtù; onde il Goethe, ateo dichiarato, il chiamava
irreverentemente *un furto, perpetrato a danno
dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli
uccelli, per comporre un più ricco penname all'uccello
di paradiso*. Quella critica manzoniana così
arguta e derisoria, quella gentile ironia così insinuante,
rispettano invero la tradizione ed il domma
religioso; professano anzi altamente di rispettarli:
ma questo rispetto, sendo affatto arbitrario, dipendendo
solo dal capriccio subjettivo dell'autore e non
già dall'intimo organismo della sua scienza, non
trova eco nel lettore. Altro è dire *io son cristiano*
e celebrare ad ogni istante il cristianesimo; ed altro
esser cristiano davvero, naturalmente, senza sforzo,
cristiano e credente sempre in ogni punto, su
d'ogni quistione. E spesso sotto la pelle agnina del
Manzoni picchiapetto, vedi apparire il pelame lupigno
dello incredulo antico.

Per esempio, quando l'autore de' *Promessi Sposi*
s'interrompe al meglio, nel descrivere il Vicario di
provvisione, rannicchiato nel suo più sicuro e riposto
nascondiglio, per dire: — «Del resto, quel,
che facesse, così appuntino non si può sapere,
giacchè egli era solo; e la storia è costretta a indovinare.
Fortuna, che la c'è avvezza!» — chi
generalizza, chi legge pensando, va subito con la
mente alle tante cose, delle quali gli uomini non
hanno nessuna sperienza o testimonianza autorevole,
e che quindi *sono avvezzi ad indovinare*. E difatti
il Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di
quelli, che poi voglion mostrare di creder tutto dai
coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi; ed un
[pg!128]
tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela
sempre sulla fede assunta e la contamina e la
vizia e la neutralizza.


VI. — *Ulteriori conseguenze.*
------------------------------

Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni
poetiche non posseggono vita propria e spontanea,
il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti,
delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale
subordina il mito all'epimitio, la favola al *fabula
docet*; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono
le affermazioni assolute, dirò con maggiore
esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini,
i suoi personaggi non acquisteranno mai e
poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente)
effettività objettiva; vedremo sempre il
filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che
muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo,
incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre
delle *moralità* (per dirla con l'antico termine tecnico
francese) cioè delle azioni di persone allegoriche
e simboliche, che durano nella vuota generalità
del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la
ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale.
E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo
ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci
la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè
da una impressione naturale solo può prendere
le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura
della fantasia umana il partire invece da un
concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo,
concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe
l'elemento sensibile, che gli è indispensabile
per essere poetico; ed indispensabile tanto, che
la scienza del bello si chiama scienza del sensibile
per eccellenza, *estetica*? Partendo all'opposto da una
impressione naturale, io posso aggiungervi con la
mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria
prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine.
[pg!129]
Così fa tutto giorno la nostra immaginativa,
così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.

Pel solo Dante questa regola non vale in tutto.
Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione:
ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita
ad una personificazione, ad una mera allegoria, che
la gente han potuto credere e perfidiano a credere,
doversi assolutamente trattare di una persona salda,
effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta
testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente
mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro
in Firenze una pettegola, il cui nome si
avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente
allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri,
s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre
dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai
stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle
stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti
del cielo. Nè le moralità, di cui parlava,
cesseranno di esser tali, perchè le *dramatis personae*
invece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù,
s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente
versificato da Federigo Schiller: Marchese
di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo.
Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere
generico, imponendogli un vuoto nome e particolare;
nè si nasconde la grettezza d'un concetto
impoetico con l'orpello del *color locale* e con l'ammucchiare
facile erudizione ed indigesta. Il vero color
locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione
de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî.
Nella parte seconda del *Fausto*, c'è la scena
di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di
scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure
allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi
loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno.
Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar
la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di
una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che
[pg!130]
quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e
bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano,
ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la
Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor
innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel
ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo
scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca,
e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli
può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio
capriccio; e questa è posizione favorevole solo
all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria
contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che
si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e
può conseguir l'intento solo attribuendo un senso
generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco.
Non è da negarsi il valore tipico, generico,
anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo
subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizione *sine
qua non* del lavoro artistico, indipendente da ogni
volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente
costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?


VII. — *Fausto è l'uomo.*
-------------------------

Noi dunque considereremo il *Fausto* in sè, pura e
semplicemente come lavoro d'Arte; ci brigheremo
solo d'investigarne il concetto poetico e d'esaminare
in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci
in questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa.
Ci ha de' valentuomini, i quali stimano di aver emesso
un grande oracolo, e d'aver confutata anticipatamente
ogni objezione critica, con lo sclamare che — «Fausto
rappresenta l'uomo, l'umanità.» — (Lascio
il vocabolo, perchè, sebben loro l'adoperino barbaramente
nel senso di *uman genere*, qui può rimanere
come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un
nuovo ed unico pregio al poema, oppure il sottraesse
alla competenza della stregua comune! Lodi siffatte
manifestano soltanto il poco valore, ch'è da attribuirsi
[pg!131]
ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare
l'uomo e l'umanità in un'opera d'arte, non è
mica effetto d'una risoluzione, d'un subjettivo proponimento
ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza
necessaria, è per così dire la riprova della
produzione del Bello. Non che apparir dote speciale,
privilegio esclusivo del tale o tal altro personaggio
poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva,
*sine qua non* d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene
uno qualsiasi, che ne ostenti deficienza. L'uomo
artistico (e quindi il poetico, ch'è un particolare determinarsi
di quello), comunque caratterizzato, il
*Consalvo* di Giacomo Leopardi, il *Jacopo Ortis* di
Ugo Foscolo, il *Filippo* di Vittorio Alfieri, il *Sardanapalo
lombardo* di Giuseppe Parini, il *Renzo
Tramaglini* di Alessandro Manzoni, l'*Esule di Parga*
di Giovanni Berchet, il *Gingillino* di Giuseppe Giusti,
*tutti tutti* insomma (per esprimermi quanto più
complessivamente posso, come il Goethe nell'indicare
gl'innumerevoli cantori del coro finale della
tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva
col Librettista, che indicava per iscena il *porto
d'Aulide con mille navi*!....) Che stavo dicendo? Mi
son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli
uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno
un dato uomo idealizzato al vivo, appunto
per questo mi danno l'immagine dell'uomo assoluto;
e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati,
mi simboleggiano la storia dell'Uman genere e le
sorti dell'Universo.

Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: *Non è
bello quel, ch'è bello, ma quel, che piace*; e questo
proverbio significa solo, che il concetto del Bello
varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o
per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei
casi determinati. Un Universale, un Archètipo qualunque,
non si effettiva immediatamente in nessun
dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e
momento determinato, non esaurisce il proprio contenuto
in alcun individuo, anzi soltanto nella serie
[pg!132]
e nella successione, nel numero infinito e nell'operosità
degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia,
nel caso nostro, di quanti uomini furono e sono
e saranno, nessuno è l'*Uomo*, ancorchè, anzi perchè
l'Uomo è in tutti i passati, i presenti, i futuri. Ma,
se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta
in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento,
essa però si compie (e può solo afferrarsi compiuta)
dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta al mar delle
cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed
assomma le serie e le successioni. Sicchè, invece di
una effettività, ne abbiamo due; o meglio, abbiamo
due guise, due modi d'effettività: una (objettiva) nel
mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi
loro tumultuoso, nel *mare dell'essere*; l'altra
(subjettiva) nella mente capace e cogitante; la vita
e la filosofia; oppure, volendo prendere un paragone
materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il
carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale
prodotto dalla scienza chimica. A queste due
forme d'effettivazione è da farsi arrota d'una terza,
che, proseguendo nella similitudine, compareremo
al diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la
cosa stessa, sono tre forme di un medesimo corpo
primo: una la trovo in natura ad ogni passo; l'altra
devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti
abbaglia col suo splendore ed è naturale come la
prima ed è pura come la seconda. La mente umana
praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato
al mediato, dal mero fatto all'idea pura, *nihil
in intellectu quod non prius in sensu*; è quindi di
tutta necessità, che gli Universali, gli Archetipi,
prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante
il pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:

   | *.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,*
   | *Però che solo da sensato apprende*
   | *Ciò, che fa poscia d'intelletto degno....*
   | *.... Nostre apprensiva da esser verace*
   | *Tragge intenzione, e dentro a noi la spiega...*

[pg!133]
Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra
la tale singola esistenza determinata, (esempligrazia,
un uomo, il tal di tale,) rispondere in modo
assoluto al proprio concetto; e quindi in essa esistenza
incarnarsi perfettamente dapprima un Universale,
(nel caso nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente
l'Universalissimo, l'Idea assoluta, che è presente
nella serie degli Universali, appunto come
ciascun Universale è presente ne' singoli individui
del suo ciclo. La mente umana, *che sempre al suo
fin sale, non vede cosa mortale* nell'objetto vagheggiato,

   | *..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,*
   | *Ma, perchè è troppo debole e fallace,*
   | *Trascende in ver la forma universale;*
   | *.... che all'uom saggio quel, che muore,*
   | *Porger quiete non può....*

Questa sembianza è allucinazione, in quanto che
nessun Universale, e quindi *a fortiori* molto meno
l'Universalissimo, può esaurire la propria epifania
in qualsivoglia essere singolare e determinato, per
quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non
essendo gli Universali e l'Universalissimo arzigogoli
meri, vuote intellezioni, anzi veramente effettivi
negli esseri determinati, quantunque non in
ciascun d'essi), la è un'allucinazione esatta (come
dice spiritosamente il Taine della percezione esterna),
una sembianza gravida di contenuto. Quest'allucinazione,
questa sembianza è ciò, che addimandiamo
il Bello; ossia l'Universale, l'Archetipo in
forma d'apparenza limitata; ossia, nel caso nostro,
un individuo umano, un carattere, che riassuma in
sè tutte le parti umane, tutto *l'uomo*, sicchè nulla
apparisca nel personaggio, che non sia espressione
dell'Umanità; e questa non contenga parte alcuna,
che non s'incarni nel personaggio — «Il Bello è il
prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua
parte sia espressione d'una Idea» — dice il Tari.
Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù così la
[pg!134]
pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero
diversamente il concetto. O che altro significano
i versi del Marino, co' quali spiega l'amore?

   |   L'anima, nata infra l'eterne forme,
   | Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama,
   | De la beltà celeste in terra l'orme
   | Cerca; e ciò che l'alletta e segue e brama.
   | E quando oggetto a' suoi pensier conforme
   | Trova, vi corre ardentemente e l'ama.

La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi
crediamo conforme a questo tipo, a questa idea,
chiamiamo appunto bello.


VIII. — *Triplice contenuto.*
-----------------------------

Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi
del leggitore, il *Fausto* del Goethe esser quasi una
fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico
diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali
formano tre strati varî per colore e per natura; e
quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono
nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali
sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e
pere cotte; oppure *sarcraut* (che in volgar nostro
diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e
pezzuoli d'aringhe fritte. Nel *Fausto*, ravvisiamo:
un'epopea, che ha l'*alter ego* del sommommolo, una
novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda,
che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.

Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene
assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica
in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia
cosmica; e, facendo del destino degli uomini
l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano
con un'anima umana, debole, impotente a reagire;
*enimvero dii nos homines quasi pilas habent*. Eppoi,
quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla,
il Padr'Eterno trova modo di trafugargli,
[pg!135]
di truffargli, *de lui escamoter* la sudata ricompensa,
l'anima del peccatore, abusando della propria
prepotenza e della natura bestiale del demonio; il
quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare
i begli angiolètti ed a far loro proposte
invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene
rimanere col danno e con le beffe. Questa
è l'epopea contenuta nel *Fausto*.

Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza;
trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana;
le attossica la mamma con lo sbagliare la dose
d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli
da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa;
e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta,
sperando nascondere quell'accidente, commette
un infanticidio; è processata e condannata nel capo;
e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal
carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una
grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio,
non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia.
Questa è la novella inclusa nel *Fausto*.

La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio
dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca
il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà
l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente,
anzi giunga pure a procacciargli un momento di
quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la
minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda
ad una trave, asseverava non essere ned in poter
suo, ned in quel di Belzebù *con tutta la Giudecca
e tutte le Bolge* di accordargli. Il demonio il fa ringiovanire
da una fatucchiera; e poi, standogli sempre
a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè
non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga
la pattuita felicità:

   | *.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,*
   | *Pur sempre egli dovria finir dannato* [#]_.

.. [#] :small-caps:`Fausto.` *Parte I. Soliloquio di Mefistofele:*

      | *.... Und hætte er sich auch nicht dem Teufel uebergeben*
      | *Er muesste doch zu Grunde gehen!*

[pg!136]

Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il
conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta,
pare colma la misura e che lo spirito d'abisso
si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche
parole, la leggenda contenuta nella prima parte
del *Fausto*: dell'ulteriore svolgimento compreso nella
seconda parte crediamo di dover dare una più
minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di
poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma
l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare
il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici
delle infinite stravaganze e (diciamola com'è)
insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona
conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non
poco da fare anche ad una buona testa, che voglia
rendersi padrone di quanto v'è *insecrato*.» — Ma
perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così
ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti,
ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei
primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare
un gergo convenzionale, (per mezzo del quale,
fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e
così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione)
almen giustificano (sebben male) la infelice
ipotesi, con la paura, della quale asseriscono
i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo
aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche
e simili? Non era il caso di pensare col
Bernia, che:

   |   Le cose belle, e preziose e care,
   | Saporite, soavi e delicate,
   | Scoperte in man non si debbon portare,
   | Perchè da i porci non siano imbrattate.
   | Da la natura si vuole imparare,
   | Che ha le sue frutta e le sue cose, armate
   | Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza,
   | Contra la violenza et a la forza
   |   Del ciel, degli animali e degli uccelli;
   | Et ha nascosto sotto terra l'oro
   | E le gioje e le perle e gli altri belli
   | Secreti agli uomin, perchè costin loro:
   | [pg!137]
   | E son ben smemorati e pazzi quelli,
   | Che, fuor portando palese il tesoro,
   | Par, che chiamino i ladri e gli assassini
   | E 'l diavol, che li spogli e li rovini.

Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa
fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare.
Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci
inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci
duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado
l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette
savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola
Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di
far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che
pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo?
Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno,
che l'occuparsi tanto a proporne quanto a
sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i
pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna:
tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte
si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda
parte del *Fausto*, torniamo.

Nel primo atto, Ariele (reminiscenza della *Tempesta*
shakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti
ad indur pace col canto nell'animo esagitato
del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè
essi compatiscono l'uomo della sventura, senza
indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole
prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E
Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla
frescura notturna, capace ancora di godere e di operare;
e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già
nella vuota astrattezza della cognizione scientifica,
(oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque
astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne
dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei
nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride
rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella
Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri
della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan
tutti, che le cose vadan proprio male assai.
[pg!138]
L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora
occupa *ad interim* il posto di buffone palatino, e
promette di procacciar denaro mediante le virtù della
natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo
fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il
quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non
si abbia a parlare a cristiani di natura e di
spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano
gli atei. La natura esser peccato, lo spirito
demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno
dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i
quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue
uno strano ed interminabile sfilar
di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla
deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi,
Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti
fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose,
Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna,
Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie,
Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello
auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione
procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto,
ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino
con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente
durante la mascherata un decreto per
l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei
delle terre imperiali: il popolo n'è contento,
come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro
in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una
galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere
una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare
Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo;
i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende
dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno
per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente
od incandescente, che sia, alle *Madri*. Queste le son
dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute
dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella
solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si
va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando.
[pg!139]
Le son visibili al chiarore d'un tripode
arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo
ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato
d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar
la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo
il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una
torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e
cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar
la carnagione, eccetera. Finalmente comincia
lo spettacolo innanzi alla corte assembrata.
Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato
dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti
maschi trovan divina e la platea femminile brutta
e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il
furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol
ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior
enfasi: *onestà, onestà!* così le più.... c'intendiamo
neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce
bella sì la spartana, ma la non gli va a
fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa
più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi
delle carezze, che si fan le due ombre, tocca
il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano,
Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando
fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato,
perchè *i suggerimenti son l'eloquenza del
diavolo*, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo
il tumulto, che ha luogo in corte, e che
pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata
da tante fantasmagorie nella mente del
lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara
cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire
le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):

   | *Quasi quasi anche a me gira la testa* [#]_.

.. [#] *Nun fängt mir an fast selbst der Kopf zu schwanken.*

Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo
nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace
[pg!140]
esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione
dottorale, conversa prima con gl'insetti,
tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico,
poi con quell'ingenuo studente della prima
parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona
a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo,
perchè *in tedesco si mentisce, quando si è cortesi*.
Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio,
ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo
chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente
di generar gli uomini, che prima era stato
in uso: *Lucina sine concubitu*. (Non so quanto la
scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali
invece vorrebbero *concubitus sine Lucina* e sogliono
rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine
Santissima, che concepisti senza peccare, facci
peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena
nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un
figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone,
secondo Casimiro Della Vigna: *Fils de la liberté, tu
rénias ta mère!* Di primo acchito pianta lì suo padre
per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre
per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto
(che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori
dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di
Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche
antiche, tranne i numi propriamente detti.
La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbe
*mesca francesca*. C'è un pò di tutto:
Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli,
ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le
ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni
colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe;
Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta
dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar
la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver
brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed
Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete,
che discutono sull'origine plutonica o nettunica
del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una
[pg!141]
di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale
innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel
cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera.
Il povero lettore rimane trasognato; e gli è
forza di sclamare, come quel povero studente, quando
Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia:

   | *... Ascolto tanta roba strabiliando*
   | *Quasi in capo un mulin mi stia girando* [#]_.

.. [#] *Mir Vird non alle dem so dumm, Als ging mir ein Muehlrad
   im Kopf herum.*


Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila
anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la
donna mitologica è una cosa *sui generis*; il
poeta ve la presenta quando gli accomoda; non
diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi
sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e
corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante
nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche!
L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle,
torna in casa di Menelao, incaricata da questo di
preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il
vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la
vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano
a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate
al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina
e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e
l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire
la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di
compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso
tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la
Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi
e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao,
spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira
con la bella in certe grotte, dove generano Euforione
(Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade
al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il
corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi
in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio
[pg!142]
un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore
che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è
costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la
tavola pitagorica della strega:

   | *Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole*
   | *Che un senso includer debban le parole* [#]_.

.. [#]

      | *Gewoehnlich glaubt der Mensch, wenn er nur Worte hoert,*
      |   *Es muesse sich dabei doch auch was denken lassen.*

   Versi, che sono semplice generalizzamento di que' due bellissimi
   del Voltaire su Federigo II di Prussia, detto dagli adulatori
   Magno:

      | Il me dit: *Je vous aime;* et je crus, comme un sot,
      |   Qu'il était quelqu' idée attachée a ce mot.

Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti
dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa
di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con
gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica,
Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre
per forza d'argini al mare quanto suolo rimane
scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia
di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro
i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni
da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto
evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele,
libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di
scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni
simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo
intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo,
che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo
arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè
provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi
di questo tramenio, e mormora fra sè, come don
Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta
delle semistreghe:

   | *Vediamo di sfuggir dal viavai;*
   | *Nemmanco un pari mio reggervi può* [#]_.

.. [#] *Lass uns aus dem Gedraeng'entweichen; Es ist zu toll sogar
   fuer meinesgleichen.*

[pg!143]

Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto.
Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni,
fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli
di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi
biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva;
il Talleyrand non aveva ancor detto il suo:
*surtout pas de zèle*. Ci si presentano quattro donnacce
grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito
ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio
peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura,
entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque
cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un
canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati
sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che
fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra
il solo scopo degno della vita, prova quella tal
pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e
muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla
tomba, appunto come il partito d'azione chiama i
suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco
l'anima del peccatore; *tot circa unum caput tumultuantes
deos*, direbbe Seneca morale. Frattanto
sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre
lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro
proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle
e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente
l'*immortale* di Fausto, e poi lo lasciano lì
come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla
madonna, ossia dall'*eterna muliebrità*. A questa scappata,
il lettore butta in un canto il volume e conchiude,
persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio
del poeta appunto appuntino come il Direttore
del Preludio:

   | *T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,*
   | *Che l'appagarla avvien difficilmente* [#]_.

.. [#]

      | *Sucht nur die Menschen zu verwirren,*
      |   *Sie zu befriedigen ist schwer.*

Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora,
ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti
[pg!144]
dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si
lamentava degli ammiratori — «che frantendevano
tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso
a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva
ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La
senilità della seconda parte è evidente: in essa
l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione
della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle
condizioni romantiche, che avevano ispirato il
*Goffredo di Berlichinga* ed il *Werther*. — «Il peccato
dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio
Tari — «comincia, come ogni peccato, con la
spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova
Babelle addirittura, nella seconda parte del
*Fausto* del Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente
rende enimmatica, e degna d'un Giove
(che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore
di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare,
che agli scrittori tedeschi in genere non
sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il
non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse
emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII,
dice: — «Incontravo spesso il Klopstock
in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo
qualche volta de' suoi scritti, della sua *Messiade*;
ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi
bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla,
che anzi talora non la comprendeva affatto. Si
pose a ridere e rispose: *Anche a me avviene il
medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio
per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo
più il senso e son costretto a tornare indietro
per afferrare il mio proprio concetto.*» — Suppergiù
lo stesso è a dirsi del *Fausto*, che il _`Goethe`
stesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso.
L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio,
quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo.
L'uno influisce sull'altro, ma relazione
ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'*Odissea*
e nel *Gil-Blas*, importa di esprimere un mondo
[pg!145]
svariato; e s'avvale della favola di un eroe
celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque
gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente!
In una tal composizione importa solo
che le singole masse sieno grandiose e chiare;
mentre come insieme, riman sempre incommensurabile.
Ed appunto per ciò, come problema insoluto,
adesca gli uomini a nuove osservazioni e
ripetute.» —

Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina
a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e
che già formano una discreta biblioteca. Quel, che
c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non
esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato
e non concesso che stia); non ha acquistato valore
per la coscienza del popolo tedesco, non ha data
una di quelle figure, che vivono eternamente nella
fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si
contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo,
è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente,
per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci;
così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso,
trascurerebbe i cinque canti aggiunti.


IX. — *L'epopea del Fausto.*
----------------------------

Che il mondo sia sgovernato da due principî belligeranti,
che, sgarati a vicenda, sono ambo eterni:

   | *.... deux principes en guerre,*
   | *Qui, vaincus tour à tour, sont tous deux immortels;*

che sia da considerarsi come una scacchiera, sulla
quale Ormuz ed Arimane, il Signore ed il demonio,
muovono nojaltri come tanti re, regine, alfieri, cavalli,
torri e pedine; è un antichissimo concetto,
fondato sull'apparente dualismo fra il bene ed il
male, e nel quale stupendamente si può esporre lo
strazio disperato dell'umana vita; chè, quantunque
abbia già servito a tutti e tanti poeti, non è
ancora sfruttato. Nel libro di Giobbe e nel *Paradiso perduto*
[pg!146]
di Giovanni Milton (altra riputazione
in gran parte usurpata!) è veduto seriamente; è
preso invece comicamente in una Ballata di Vittorio
Hugo. Essa ballata contiensi nel capolavoro poetico
del Besanzonese, nel solo volume, che gli prorompesse
veracemente da precordî, in que' virulenti
*Castighi*, cumolo d'ingiuste, assurde, ma appassionate
invettive e diatribe contro il governo del non
mai troppo laudato Due Dicembre, che documentano
ad una la somma fantasia poetica dell'autore e la sua
mancanza di criterio e dappocaggine politica. Non
v'è opera in qualsiasi letteratura, che possa reggere
al paragone di quest'alito infiammato: altro che i
giambi archilochei; altro che la bile del vecchio
Giovenale — «turgido di urente lava» — *gonflé de
lave ardente*; altro che il Misogallo; o l'incalzante
invettivare di Augusto Barbier! Un alemanno maestro
di musica ed opuscolista di spirito, chiama i
*Castighi*: — «una colossale sinfonia dell'ira, dell'odio,
dell'ironia; in onor della quale occorrerebbe
supporre una decima figliuola al vecchio padre
Apollo, ed insediare nella Mitologia una decima
Musa, col ferro e col fuoco per attributi. Sono la
miglior pruova della *mostruosità* di Luigi Napoleone,
dell'esser egli qualcosa di soprannaturale;
però che ogni uomo mortale, straordinario e buono, [#]_
sarebbe stato di necessità moralmente e
materialmente annichilito da quest'opera» — come
i tipi della vecchia Toscana dall'acre scherzare di
Beppe da Monsummano. — «L'ho letta e riletta e
divorata per ben dieci volte sussecutive, con entusiasmo
[pg!147]
ed edificazione; le debbo d'aver passate
alcune ore impareggiabili, tanto più che l'ebbi
presto ravvisata per una mera fantasia dell'autore.
Peccato! ma il Napoleone de' *Castighi*, non esiste
se non nella mente del poeta. Peccato? anzi,
sbaglio, meglio così; ridonda a maggior gloria di
Vittorio Hugo l'aver non solo dato forma d'arte
al suo objetto, ma l'averlo inventato di pianta.
E lo Imperator de' franzesi insuperbisca — ed
aggiunga all'elenco de' benefizî resi all'uman genere — d'avere,
quantunque indirettamente, ringiovanita
la vena poetica dell'Hugo, che sarebbe finalmente
isterilita a furia di chiacchiere nell'Assemblea.» — L'autore
di questi brani si chiama
Giovanni di Buelow; ch'è diventato, più che pe' suoi
concerti, celebre, perchè la moglie lo ha piantato
lì per andarsene a star col Wagner.

   | Spregiator del passato
   | Dal presente spregiato....
   | O musicante, che ci vieni a dire,
   | Che le tue note son dell'avvenire?
   | Che ne sai tu? Via, lascia a' nascituri
   | Il vanto de' spropositi futuri.

.. [#] Idiotismo Napoletano, del quale chieggo umilmente scusa alla
   memoria del marchese Puoti. Per chi non ebbe la ventura (o sciagura,
   secondo ch'e' si giudica) di nascere

      | In quel corno d'Italia, che s'imborga
      | Di Bari, di Gaeta o di Crotona;
      | Da ove Tronto e Verde in mare sgorga;

   non comprendesse il significato e l'efficacia di quell'*e buono*,
   noto, che *straordinario e buono* equivale al dire: *per quanto straordinario
   sia, ancora che sia straordinario*.


L'opuscoletto, pubblicato anonimo in Berlino nel
MDCCCLIX, s'intitola: *Critica di Napoleone III,
modesto tentativo di operar la cataratta alla Democrazia*.


X. — *Seconda Digressione.*
---------------------------

E quì mi permetterò di sconfinare una seconda
volta dal tema.

Nel mondo, qual'è, ciascuno procura di uscir dal
branco, di farsi avanti comecchessia, ad ogni costo,
ben sapendo di contare per avversarii, congiurati a'
suoi danni, tutti gli altri bipedi implumi. Lo Svarto
dell'*Adelchi* è l'uomo, perchè ambiziosi siam tutti di
più o men degna ambizione; tutti aspiriamo ad essere
de' *parvenus*, a rifarci, a poggiare, a sublimarci.
Giulio Cesare ambisce la conquista del mondo, e la
[pg!148]
Carminella crestaina di portare il cappellino: l'objetto
varia in infinito, ma la passione rimane sempre
quella stessa. A tutti è innato il desiderio, anzi,
il bisogno di sovrastare, di soperchiare e di godere
quelle poche soddisfazioni della vita, che sono tanto
infinitamente minori di numero alla richiesta. Sappiamo
e dal proverbio, e, pur troppo, dall'esperienza:
*i cani essere più delle lepri e le trappole più dei
topi*; e quindi ciascun s'industria, o con la violenza
o con l'astuzia, di sfollare, ritardare, sgarare, superare
i competitori. Dovunque è proposto un tozzo
di pane a cento affamati, ognun d'essi sarà cordiale
e capital nimico de' novantanove rimanenti. Dovunque
una corona è in disputa fra dieci pretendenti,
ciascun di costoro farà quanto è in lui per sottrarla
alla cupidigia degli altri ed imporla al proprio capo.
Dovunque c'è una donna per gli amori d'un intero
popolo, accadrà, come un poeta fa raccontare ad una
certa Filomena essere intravvenuto, quando fu rapita
da ladroni ghezzi:

   | Ma di me sono tutti incaloriti:
   | E mentre ognun mi chiede, ognun mi vuole,
   | Vengon tra loro ad acerbe parole.
   |   Da le parole poi vengono ai fatti,
   | E si dànno le sciable per la testa,
   | Sicchè si sono omai quasi disfatti.
   | Un drappello di pochi ancor ne resta,
   | Ma questi pur si batton come matti.
   | Che più? Con sommo mio piacere e festa,
   | Veggo i nemici miei condotti a morte
   | E il ciel ringrazio di sì bella sorte.

Accadrà, insomma una battaglia *omnium in omnes*,
di tutti contro tutti, e, quel ch'è peggio, l'infelice
correrà il brutto rischio di non venire isforzata
da nessuno, quando la cosa avesse a finire come nell'*arcisopratragichissima
tragedia, Rutzvanscad il
giovane*, dove nella chiusa, il suggeritore emerge
dalla buca, col manoscritto sotto il braccio e col lanternino
in mano, per dire:

[pg!149]

   | Uditori, m'accorgo, che aspettate,
   | Che nuova della pugna alcun vi porti;
   | Voi l'aspettate invan; son tutti morti.

Ove un ambizioso con parole o con fatti si proponga
candidato ad un impero, giurabbacco! dobbiamo
tenerci avvisati, *id est* mezzo salvati. Sarebbe
arcadica semplicità l'aspettarsi, che gli scrupoli il
distolgano dall'adoperare i mezzi conducenti allo
scòpo; e buassaggine pretta il figurarci, che accordandogli
dieci o cinquanta, cioè agevolandogli il modo
d'ottener tutto, egli debba codardamente contentarsi
a smettere dal proseguire il suo ideale. *Chi più ne ha,
più ne vorrebbe*: somministrar denaro al biscazziere,
non sembra il rimedio più opportuno per guarirlo
dalla furia del giuoco; o care le mie fanciulle, ed a
voi, che avete un tantin di malizia, io chieggo, se il
concedere un baciuzzo all'innamorato, anzichè appagarlo,
non serva ad istimolarne più e più le voglie?

Ora quali sono i mezzi per conseguire l'impero?

Studiate un po' di storia, leggete un po' il Machiavelli,
datevi intorno un'occhiata, dimenticatevi la
rettorica filantropinesca, che ci ammorba, e vedrete
quali siano quelli ammessi da' costumi. Ed appunto,
perchè ammessi da' *costumi*, il che importa corrispondenti
e conformi alla coscienza, a' *bisogni etici*
de' popoli, (che altra origine non hanno i costumi)
non possono, sotto pena d'incongruenza, chiamarsi
*immorali*. Ma, direte, anche il segretario fiorentino li
chiama *vie cattive*; anche secondo lui, le presupposizioni
sarebbero contrarie al Bonaparte; — «Et perchè
il riordinare una città al vivere politico presuppone
un uomo buono et il diventare per violenza Principe
di una repubblica presuppone un uomo cattivo; per
questo si troverà, che radissime volte accaggia, che
un uomo buono voglia diventar Principe per vie cattive,
ancorchè il fine suo fosse buono; et che uno reo
divenuto Principe voglia operare bene et che gli
caggia nell'animo usare quella autorità bene, che
egli ha male acquistata». — Prima di tutto, l'autore
[pg!150]
dei *Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio*, qui
parla secondo l'uso volgare: ma in politica non ci è
veramente nulla di cattivo e di male, tranne ciò, che
non serve a raggiungere lo scopo e contraddice apertamente
alle consuetudini leali, appunto come nella
guerra. E poi, se anche le azioni per le quali il
terzo Bonaparte è giunto ad afferrare quel potere,
ch'esercita pel bene universale, fossero triste, dovremmo
ammirare ed amar di più quel generoso, il
quale, pur di giovare agli altri, a' più, avrebbe consentito
a macchiar la propria fama e la propria coscienza.
Sacrificar la illibatezza propria alla salute
pubblica è l'apice della virtù.

Così va studiato quell'ardimento del Due Dicembre,
che fondò l'impero francese, forse efimero; ed
ha fondato il Regno d'Italia, certamente duraturo.
Napoleone avea manifestato chiaro il proposito di continuare
la quarta dinastia; la sua candidatura presidenziale
fu posta ed interpretata come candidatura
imperiale, e la maggioranza de' francesi l'approvò;
l'Assemblea nazionale approvò le richieste di denaro
e la condotta politica di lui presidente; il colpo di
stato s'era udito annunziare e procrastinare più volte
che la prima recita del *Fausto* dal Majeroni; il Thiers
gridava: *l'impero è fatto*, ed il popolo applaudiva;
l'intero popolo franzese, che avea nominato il presidente,
gli fu complice per isgozzar la repubblica.
Quanto vien fatto dal capo dello stato libero, è da ritenersi
fatto da tutti i cittadini. *Si consentiunt homines
plures, ut quidquid fecerit unus aliuquis, vel
coetus ex pluribus, id se pro actione unuscujusque
ipsorum habituros esse, erit unusquisque actionum
quas is homo vel coetus faciet auctor. Neque ergo
actionem ullam illorum accusare potest, quin se ipsum
accuse:* dice san Tommaso Hobbes. Ciò posto, come
può chiamarsi tradimento, misfatto ed infamia quell'azione?
Arretrandosi dal compiere il colpo di Stato,
Napoleone avrebbe dato pruova d'essere non mica
un galantuomo, veh, anzi il *casto Giuseppe* del poter
supremo, un quissimile del Pietro Morrone dantesco,
[pg!151]
*che fece per viltade il gran rifiuto* ed è tanto
differente dallo storico. Chiamatelo pure sfinge; dite
pure di lui quanto Lorenzo Bellini diceva del bucchero:

   |   Non si direbbe mai, nè quel, ch'egli è,
   | Nè quel, ch'ei fu, nè quel, ch'egli sarà;
   | E molto men quel, ch'ei pensa fra sè,
   | E quel, ch'egli ha pensato e penserà;
   | Nè si direbbe mai quel, ch'egli fè,
   | E quel, ch'ei va facendo e ch'ei farà:
   | Perch'egli è un così stranio oltramontano,
   | Che dio ne guardi ogni fedel cristiano.

Che per questo? In fin de' conti poi l'incomprensibilità
può essere in due modi: o per colpa dell'objetto,
che non si lasci comprendere, o per colpa
del subjetto, che non sappia comprendere: quand'io
mi sono spiegato chiaro, chi non capisce, suo danno.
È proprio il caso di dire come quel tale, cui s'enumeravano
tutte le indegnità del Voltaire, conchiudendo,
ch'e' non conosceva neppure l'ortografia: — «Tanto
peggio per Monna Ortografia.» — «Dicendo Neri
di Gino Capponi a Cosmo de' Medici: *Io vorrei,
che tu mi dicessi le cose chiare, sì, ch'io le intendessi;*
gli rispose: *Impara il mio linguaggio.*» — Ludovico
Domenichi nelle *Facezie* (Venezia, Muschio,
M.D.LXII. Libro III. pag. 184). Allorchè
Vittorio Hugo esorta a non pugnalare il terzo imperatore
de' franzesi, perchè *le gogne infami han d'uopo
talvolta d'esser fregiate da un imperadore*; e, rivolgendosi
a' popoli, esclama: *Largo, largo, quest'uomo
è segnato. Lasciate passar Caino, è cosa di dio*; che
volete? io mi ricordo la iscrizione sotto il ritratto
dello Spinosa, premesso alla biografia impastata stranamente
di diatribe e panegirico, che ne compilò il
buon Padre Gesuita Giovanni Colero. Dice: *Benedictus
de Spinosa, Amstelodamensis, Gentis et professionis
Judaeus, postea cetui Cristianorum se adiungens,
primi systematis inter Atheos subtiliores Architectus,
tandem, ut Atheorum nostrae aetatis Princeps,
Hagae Comitum infelicem vitam clausit, characterem
reprobationis in vultu gerens.* [pg!152] E l'Hegel,
se non erro, sclamava press'a poco in tal forma: — «Concedo.
Sì! Porta quel carattere in volto,
ma è segno di riprovazione attiva e non già passiva.
Lui Spinoza, degno d'esser canonizzato almen
quanto Tommaso d'Aquino per la vita immacolata
e per que' miracoli delle sue scritture,
dall'alto della sua mente riprova ogni menzogna,
ogni iniquità; ed i reprobi, siete voi, RR. PP. e
chi tiene della vostra, o parteggia per voi.» —

Ma v'ha più. I cataclismi politici non derivano la
ragion d'essere da' capricci o dalle passioni individuali
di questo o quello ambizioso, checchè paja.
Anzi hanno una maggiore e più remota necessità storica,
la quale si manifesta negl'individui, ne' loro
capricci e nelle loro passioni: *est deus in nobis*. A
rimutare il governo di un popolo storico, non basta
che ad un presso ch'io non dissi ne spunti in capo
il pio desiderio. Grazie al cielo, le leggi dell'enucleazione
civile sono fatali; e non possono venir contorte,
falsate, impedite, arremorate, no, dalle pazzie
d'un capoameno, dalle malvagità d'un farabutto, o
dalle castronerie inique e da' misfatti buffoneschi
d'un coso, che sia, come la tela del Negrotto, ordita
di coglione e ripiena di baron con l'effe. Napoleone
III, nel crearsi autocrata dei franzesi, adempiva
una gran missione, incarnava un sogno popolare,
soddisfaceva un bisogno sentitissimo; basta considerar
le grandi conseguenze, delle quali è già stato
fecondo quell'atto, e restringendomi a citarne una:
l'*Unificazione d'Italia*, per benedirlo ed allelujarlo e
chiamarlo: santo, santo, santo!

Del resto, e' si sa, *notus lippis et tonsoribus*, che
a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene
avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla.
Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi
facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non
facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre,
avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine,
[pg!153]
quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la
Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche
e le infinite più o men repubblicane, famose
queste per la dappocaggine e perversità dei
capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir
d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora
saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria,
dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e
del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice
di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti
e senza guerre civili in permanenza.
Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre
città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa,
a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo,
di qualche monello, di qualche femminetta
o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre
è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il
culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi
può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur
siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche,
adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli
autori d'immensa riconoscenza e pertinace [#]_.

.. [#] Io scriveva così nel M.DCCC.LXV; undici anni fa. Ora l'impero
   francese è crollato; e delle creazioni di Napoleone avanza solo
   il Regno d'Italia, che durerà, ne vivo certo, malgrado i pericoli,
   che corre, affidato in mani indegne, incapaci e malsicure; soffrendo
   della vergogna e della jattura presente, confido nello avvenire. Avrei
   potuto sopprimere questo squarcio o rimutarlo; non ho voluto. L'ammirazione,
   la devozione, la riconoscenza, la reverenza, che sentivo
   allora per Napoleone, sono divenute forse anche maggiori, per la
   pietà della gran tragedia in cui cadde e sparve.


Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona
ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica
non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.


XI. — *Una ballata di Vittorio Hugo ed il* prologo in cielo.
------------------------------------------------------------

Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo
(il quale non può ormai più vantarsi;

   | *.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine*
   | *Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),*

[pg!154]
finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere
col diavolo, giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman
genere odiosissimo ad entrambi. Ma quel giorno
facevano proprio messe meschine: l'uno giocava un
abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio
di un principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre
li lasciò vincere al diavolo, dicendogli: — «Togli
su, già non saprai farne checchessia.» — «La sbagli!» — esclamò
quegli; e, sghignazzando, li trasformò
in un papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la
falsità intrinseca de' giudizî, così sputati intorno a
due ottimi; badiamo solo al merito letterario della
invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti
e veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza
derisa, da alcun altro empio, l'apparente imprevidenza
della cosiddetta Provvidenza, che fa strabiliare
gli uomini *paucae fidei*, tanto poco è la sapienza
con la quale par loro, che regga il mondo, e
per isbizzarrirsi:

   | *..... torca alla religione*
   | *Tal, che fu nato a cingersi la spada,*
   | *Facendo Re di tal ch'è da sermone.*

L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito
ben chiaro; e con tremenda ironia colpisce non solo
le persone del Mastai e del Bonaparte e le istituzioni
del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze
cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza
di dio.

Ed ora apro il *Fausto* ed inciampo nel *Prologo leste*.
A leggerlo, mi persuado e convinco, che scopo
del poema è di sciogliere con l'ironia l'intera mitologia
cristiana, e dico fra me e me: — «Bravo!
L'idea, letterariamente, se non è nuova, non può
neppur dirsi esausta; finchè durerà la fede, la caricatura
di essa offrirà buoni motivi allo Artista.» — E
m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata
sul genere dello *Scherno degli Dei* del concittadino di
Vanni Fucci bestia, un quissimile di quanto parecchi
hanno tentato ed il Voltaire ha fatto

[pg!155]

   | *..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,*
   | *Che il grande Enrico suo vince d'assai*

è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico
della Francia. E mi figuro e concepisco il dramma
quale una sanguinolenta caricatura, in cui tanto le
potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire
come una fantasmagoria evocata dal poeta per
distruggerla satiricamente dal punto di vista umano
e materialista; riversando, travasando nelle forme
impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali
moderne, tutte le determinazioni della vita
umana prosaica e volgare. Il lavoro, così fatto, sarebbe
stata l'epopea della vittoria riportata dal comico
sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente
il concetto implicito nel Decameron, la ribellione
della carne contro la tirannide dello spirito e dell'ascetismo,
della spontaneità contro il formalismo; la
conquista d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo
storico della Germania nel secolo scorso appunto
com'era emerso con una anticipazione di quattro
secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel
trecento. Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe
non ha fatto. Il prologo ci sta proprio a pigione; è
uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione seria,
ancorchè remota; mera variazione rettorica sul
libro di Giobbe, che può stimarsi eseguita con minore
o con maggior virtuosità, ma non giunge ad affermarsi
come creazione originale ed indipendente. Qui
l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per
la natura dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale,
derivata da paragoni, che rimpiccioliscono,
da giochetti sulle parole, da scambietti di spirito, da
quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno
del subjetto e della situazione. Per esempio, quando
il Signore se n'è andato, Mefistofele sclama, ed è il
maggiore sforzo di spirito che faccia in quella scena:

   | *Quel buon vecchiardo visitar dilettomi*
   | *Di quando in quando; e seco in buoni termini*
   | *Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi*
   | *Sì* umanamente *conversar col* diavolo.

[pg!156]
Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli
arcangeli, quel dio, quel demonio crudelmente
curiosi nella loro olimpica indifferenza delle passioni
umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella
corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile,
appunto come fanno i bimbi, quando tormentano
per disonesto passatempo il malcapitato uccelletto,
che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe
stato felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti
e sorpresi ed invidiosi della vita umana ricca
di contenuto, di gioje, di voluttà, di virtù, di passioni;
ed intenti malvagiamente a distrugger negli
altri quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili
a quella Latona, che, per vendetta de' suoi lombi
poco fertili, faceva assaettare la figliuolanza della
Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo domineddio
come un barbogio burbero pedante, che
professa la massima indifferenza per gli affari di questo
mondo e li concede volentieri alla provvida amministrazione
del demonio, contentandosi di rimbrottarlo,
quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico
pare, perchè questo carattere è bensì abbozzato in
poche parole, ma non già svolto in un'azione; e quindi
non diventa vivo, non sussiste quale fantasma autonomo.

In fine alla seconda parte, questo prologo acquista
una tal quale conclusione; ma la persona di dio è
sparita ed invece troviamo non so quale — «eterna
muliebrità,» — che la surroga, scrocca l'anima di
Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo
dal far la guardia al sepolcro del vecchio
stregone. L'eterna muliebrità, assume, a buon fine,
la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il
demonio si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo
e cercando di sedurre gli angioletti di paradiso.
Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in
somma in tentazione del

   |   *..... vizio, per cui dio Sabaoth*
   | *Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;*
   | [pg!157]
   |   *Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot*
   | *Erant, tutti consunse, si che a pena*
   | *Campò fuggendo un innocente Lot.*

Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per
quanto possa sembrare immorale ed irreligioso! Oh
se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual partito
poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî,
de' quali un capobrigante, un camorrista, che
si rispetta, rifuggirebbe! Avremmo visto spuntare
una passione brutale invero, ma pur sempre passione,
in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate
tutte:

   | *Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,*
   | *Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,*
   | *Où n'avait pas germè la plus chétive fleur.*

Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare
la sua perpetua negazione. Mefistofele, divenendo più
che mai disgustoso, avrebbe destato per la prima
volta simpatia e compassione, perchè quel suo accesso
di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra
in lui finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento
dell'umano dal diabolico non era cosa da
farsi in una scena ed incidentalmente, anzi bastava
per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe
riconosciuto Mefistofele a protagonista. Del resto, la
scena, che nell'intento del Goethe era allegorica,
rimane una freddura slavata senza colore o calore.

La parte epica del Fausto è appena accennata;
nel lavoro ci sta per un dippiù, v'è appicicata arbitrariamente.
È però gran segno di leggerezza in uno
scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere
dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone
afferrar l'indole, crede di potersi sbrigare, in un
pajo di scene incidentali, di vastissimi concetti, e
di far balzare con quattro martellate all'impazzata
un Mosè dal marmo.

[pg!158]


XII. — *L'antica Leggenda di Fausto.*
-------------------------------------

Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano,
è tolto da un mito popolare tedesco nel quale
si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie
stregonesche, che fruirono grandissima voga presso
la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune
nemmanco la nostra Italia; come documentano,
per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni
Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono
parecchie versioni, ma la più antica e di combutta
più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte
sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per
la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda
alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible.
Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima
e mista d'elementi popolari e letterarî.

Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso
Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese [#]_
*concessa pudet ire via*, poichè:

   | *..... ogni segnato calle*
   | *Provò contrario alla tranquilla vita;*

ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelico
*iugum suave* [#]_, bramando emular dio
[pg!159]
nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per
dirla nell'ingenuo linguaggio del testo: *prese ad
amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila
e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando
que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero
monti su monti e volessero guerreggiare
con la divinità*. Ma presto s'avvede di non bastare
a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte,
quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:

   | *L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.*

Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più
dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio.
Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre
dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe
a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non
ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi
aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura,
che dopo morto avrà a scontare le debite pene,
va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non
vo' dannarmi per cagion tua.»

   | *..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,*
   | *Quasi servo fedel, che franco viva,*
   | *Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....*

Ma ben presto s'accorge di non potersi *spesare* (come
diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano
alquanto il vuoto dell'animo:

   | *Car l'habitude est tout au pauvre coeur humain;*

[pg!160]
richiama il servo scacciato; ne impara il nome proprio,
ch'è Mefistofele; e stringe seco e sottoscrive
col sangue, cavatosi dalla sinistra, un patto solenne,
in virtù del quale gli abbandona l'anima, purchè il
serva fedelmente ventiquattr'anni e purchè non gli
nasconda alcun vero: *tantulo impendio ingens victoria
stetit!*

.. [#] L'Università di Vittemberga è ora traslocata in Halle sulla
   Saale. Non sarà inutile, per determinare il carattere storico del
   mito Faustesco, il ridursi in mente la parte, avuta da Vittemberga
   nella infaustissima riforma e malauguratissima, che venne inopportuna
   a fermare per un pezzo ed a scontorcere lo svolgimento
   del pensiero Italiano.


.. [#]

      |   *Non il pondo, è l'obbrobrio del giogo,*
      | *Che m'incute un supremo terror!*
      | *Meglio il batter dei denti ed il rogo,*
      | *Che d'abbietto servaggio il rossor.*
      |   *Non v'ha domma, che l'uom non apprenda*
      | *Con impavido ghigno a schernir;*
      | *Non v'ha pena tenace ed orrenda,*
      | *Ch'ei non sappia in silenzio soffrir.*
      |   *La cervice io non piego a una legge,*
      | *Che il mio libero voto non ha;*
      | *La virtù, che il pensier mi corregge,*
      | *Contra i numi securo mi fa.*
      |   *Patria e Prence, ho speranze ed affetto*
      | *E di gloria mi schiudo il sentier;*
      | *Ho le gioie del cielo a dispetto.*
      | *Come l'ombra, che simula il ver.*
      |   *La mia fede a ogni fola negando,*
      | *Io fra l'opre e i diletti vivrò;*
      | *Voi dal ciel poi cacciatemi in bando.....*
      | *Questo gusto rapirvi io non vo'....*

Mefistofele comincia dal divertire quel villan rifatto
del padrone (che diventando erudito, non avea,
come accade a' più, cessato d'esser uomo) con fantasmagorie
di cacce e simili; poi lo veste di stoffe
preziose e gl'imbandisce vivande e bevande squisitissime,
rubate a cucine ed a cantine principesche.
A Fausto (si vede proprio che non ha pensieri) vien
subito voglia di ammogliarsi; e non consentendo il
diavolo, ch'egli commetta questa scioccheria e celebri
un sacramento, vengono a contesa. Il necromante
vuol esser ubbidito,

   | *Sic volo, sic iubeo, sit pro ratione voluntas:*

ed il *veto* assoluto del su' famiglio serve solo a maggiormente
infervorarlo. *A chasque opposition on ne
regar de pas si elle est iuste; mais a tort ou a droict
comment on s'en desfera: au lieu d'y tendre les bras,
nous y tendons les griffes*; e così appunto fa lo spirito
infernale: apparisce per la prima volta a Fausto
sotto la sua vera forma, orribile tanto che il poverino
sbigottisce e scappa via. E quantunque, come
dice Seneca, *omnium rerum voluptas ipso quo debet
fugare periculo crescit*, non osa riparlar più di mogliazzo.
Mefistofele però gli procaccia in compenso
ogni notte una nuova e bellissima donna; basta, che
egli si figuri a piacimento un tipo di avvenenza,
perchè un succubo condiscendente assuma la forma
desiderata. Negl'intervalli fra tanti piaceri, servo e
padrone discutono su' quattro novissimi, come il neoconte
Giuseppe Ricciardi fece anche più opportunamente,
quando ebbe il coraggio di starsi tutta una
santa nottata in una stanza d'albergo, provvista di
un letto solo, insieme con una donnetta, che, senza
[pg!161]
conoscerlo altrimente, lo aveva accettato per cavalier
servente, a chiacchierare sull'immortalità dell'anima;
egli sul letto e quella buttata sur un materasso
per terra. (Così racconta l'amico nelle sue
scipitissime *Memorie d'un ribelle*, senz'accorgersi,
ch'e' si mette alla berlina da sè.) Queste conversazioni
mortificano talvolta un poco il dottore. Mefistofele
gli dice fra le altre: — «Io son diavolo e mi
conduco alla diabolica e bene sta. Ma, fossi uomo
come te, preferirei d'umiliarmi a domineddio e servir
lui, anzi che le dimonia.» — Fausto si stringe
nelle spalle e risponde, press'a poco come il conte
Almaviva al buon Figaro: *je n'aime pas les valets
raisonneurs.*

Sazio di tali godimenti, stanco di siffatti colloquî,
Fausto vuol brillare nel mondo; e, con ammirazione
e stupore universale spiega dalla cattedra gli arcani
della natura e predice l'avvenire; *tanto*, come scriveva
il Voltaire al Maupertuis, *tanto i professori di
ogni specie son lì per accalappiar gli uomini*. Insoddisfatto
in breve anche di ciò:

   | *..... Variam semper dant otia mentem;*

dopo aver appurato dal suo Mefistofele quanto questi
sa dall'altro mondo, delibera di conoscerlo *de visu*,
facendovi una scorsa: cosa, per quanto impossibile
a noi altri esseri effettivi, *grazia, che ad uom mortal
raro si dona*, altrettanto agevole a' personaggi
poetici,

   | *Casus multis hic cognitus, ac iam*
   | *Tritus, et e medio fortunae ductus acervo.*

Prima d'avviarsi, è visitato da una eletta di Satanassi,
Draghignazzi, Libicocchi, Barbericce e Graffiacani,
che nè l'arroncigliano nè l'assordano con
*diverse cennamelle*, ma pure gli lascian partendo la
casa zeppa d'un formicolio di vermicciattoli, sicchè
gli è forza sgombrarne. Non per questo smette quel
proponimento. Seduto in un seggiuolo d'ossa, sugli
omeri di Belzebù, rigira con tutto comodo l'inferno,
[pg!162]
osservandone le fiamme, lo stridore ed il batter dei
denti. Finita questa impresa, vuol vedere il cielo; e
vola in un carro trascinato da draghi verso le stelle,
che dappresso si presentano all'occhio come vastissimi
mondi, mentre invece la terra sotto lui diventa
piccolina piccolina quanto un tuorlo d'uovo. E giunge
così fino alla soglia del Paradiso; ma l'ingresso gli
è vietato da un cherubo. Appagata siffatta curiosità
oltramondana, pensa a godersi la terra; e, seguendo
il consiglio contenuto in due versi, che ricordo da
bambino senza rammentarmene l'autore o dove gli
abbia letti:

   | *Linque tuas sedes, alienaque littora quaere,*
   | *O iuvenis! maior rerum tibi nascitur ordo;*

principia dal visitarne le contrade ed i popoli, cavalcando
Mefistofele, trasformato in ippogrifo, *inippogrifato*.
In Roma, si rammarica di non esser diventato
papa, considerando come questi sciala! Sentimento
degno del figliuolo d'un villano tedesco, a'
cui occhi il sommo gerarca deve parere invidiabile
non per la coscienza di essere stato prescelto dallo
Spirito-Santo a rappresentar dio in terra ed a guidare
il gregge de' fedeli; non pel potere e l'autorità
ch'egli esercita; non per gli onori, che il circondano;
non per l'immortalità storica assicurata; bensì per gli
agi della vita, pe' comodi e pe' piaceri materiali, onde
può godere, se invece d'esser natura ascetica e scrupolosa,
vuol rifarsi in quegli ultimi anni delle astinenze
precedenti. Fausto, stando invisibile accosto
alla mensa del Pontefice, gli fa sparire dal piatto i
migliori bocconi, come Leombruno a Madonna Aquilina;
onde il dabben vicario di Cristo, figurandosi
aleggiargli intorno qualche anima tribolata e commiserandola
e cercando darle pace, ne' modi, che la
liturgia insegna, muove a riso l'empio buffone. Fausto
trasvola quindi a spacciarsi pel profeta nel serraglio
del Gransultano. O che mancavan femmine di
buona volontà in Europa? Gnornò, ma *furem signata
sollicitant, aperta effractarius praeterit*, dice Seneca.
[pg!163]
E quelle mogli e concubine (è nota la vanità femminile!)
si stimano beate, onorate di giacersi con lui,
perchè si tratta del profeta, veh, non per alcun altro
motivo, ohibò! La beffa dura da se' giorni, nei
quali una fitta nebbia involge il serraglio; e poscia
il Pseudomacometto sparisce, lasciando timoroso e
contrito il Sultano, che se la beve, come ogni altro;
e si riprende per belle e per buone mogli e concubine,
degnate degli amplessi del profeta. Che perla
e modello di marito! È la vecchia storia di Giove,
Alcmena ed Anfitrione; è suppergiù la storia di Capelbruno
del Batacchi.

Rimpatriato, il Dottore si presenta alla Corte dello
Imperador Carlo V, che gli chiede e ne ottiene di
evocare il massimo (com'egli stima) fra' guerrieri e fra
gli eroi dell'Antichità: Alessandro Magno. E quindi
Fausto si acconcia a rimanere in corte, via, per trastullarla,
(in posizione poco dignitosa, come quella
occupata dal Goethe in Weimar, che gira e rigira,
fu di giullare); e vien facendo molte burle e facezie,
trasportate in questo mito da quelli di Simon Mago,
d'Alberto Magno, dell'abate Fuldano Erlolfo, di Giovanni
Teutonio, dello Scoto, del boemo Zitone e di
Roberto di Normandia. Le buffonerie magiche, le
celie negromantesche, ne formano anzi, secondo il
Gervinus, la parte schiettamente popolare, che volgo
e scolaresca si trasmettevano tradizionalmente; mentre
i viaggi, la discesa all'inferno e l'ascensione al
cielo, sono la parte elaborata da' dotti, tradizione
letteraria e non popolare. Di genuinamente popolare,
in questo mito tedesco, di creazione nazionale spontanea,
ci sarebbe insomma solo, l'avere _`attribuito` al
personaggio di Fausto parecchie goffaggini: *La botte
dà del vin, ch'ella ha*. Il popolo tedesco, abbandonato
a sè medesimo, non piallato e levigato da un
po' di coltura, straniera, non tirato e tenuto su dallo
studio, non poteva concepir nulla di degno. Per contentare
i faustologi e gli storici infatuati della letteratura
alemanna, noteremo, che le facezie non vengon
fatte spontaneamente da Fausto per alcuna necessità
[pg!164]
del suo carattere, non sono psicologicamente
motivate; che anzi gli sembra produrle per ordine
espresso, per compiacenza verso l'imperatore. Sono
intruse nella favola. Dicono, che la somiglianza
del suo nome col popolarissimo d'uno de' pretesi inventori
tedeschi della stampa, i quali (come ora sembra
provato da ricerche, a me note solo per fama)
frodarono della debita gloria il nostro Panfilo Cataldo,
abbia favorito la tendenza ad appiccare a Fausto
tutte le tradizioni di quel genere.

Finalmente (ed eccoci al più bello) Fausto vuole
anche godere il passato in ciò, ch'ebbe di più prezioso
e vago; come ha già goduto tutto il presente
nello spazio e pregustato il futuro con la divinazione:
ed evoca e trae dalla tomba secolare l'Elena
greca formosissima, per la cui demonica avvenenza
i vecchiardi trojani assiderati affermavan convenirsi
che due popoli a vicenda si distruggessero e che la
loro città perisse. Incantato della sua tanta leggiadria
e fors'anche perchè nell'uomo vi è la passione
per l'abnorme, pel mostruoso:

   | *Quod licet, ingratum est; quod non licet, acrius urit:*

non sa più separarsene o rinunziarvi; la vuol sempre
compagna; e genera seco un figliuolo onniscio,
che gli prenunzia l'avvenire d'ogni cosa. Frattanto,
il tempo pattuito con Mefistofele stando per finire,
il Dottore s'ammalinconisce ed il demonio lo schernisce,
lo sbeffeggia, il deride. Ma non c'è rimedio:

   | *Le livre de la vie est le livre suprême*
   | *Qu'on ne peut ni fermer, ni rouvrir à son choix;*
   | *Le passage attachant ne s'y lit pas deux fois;*
   | *Mais le feuillet fatal se tourne de lui-même.*
   | *On voudrait revenir à la page où l'on aime*
   | *Et la page où l'on meurt est déjà sous les doigts.*

Sulla mezzanotte dell'ultimo giorno, la studentesca
odono un gran frastuono; e la dimane trovano Fausto
sbranato dal demonio nelle sue stanze. L'Elena
ed il figliuolo enno spariti.

Eccovi il contenuto del mito di Fausto, con la
[pg!165]
scoria, con le escrescenze e co' bitorzoli, onde un
vero poeta dovrebbe rimondarlo, volendogli dar forma
artistica, come di più sordida zavorra Dante nostro
ha depurato il mito della discesa agl'inferni,
della visita all'altro mondo. L'uman genere non ha
forse mai incarnata in più ampia e più larga tela,
con inconscia ingenuità, le ribellioni contro i concetti
cristiani, che l'Evo Medio comprimeva sì, ma
non poteva sopprimere. Quanto potrebbe esser colossale
un Fausto insaziabile non solo nel godere, anzi
ancora più nell'apprendere; il quale deliberatamente
incorresse nell'eterna dannazione, non sedotto da vane
lusinghe, non per una momentanea impazienza, bensì
per trovar modo di spiegar l'enimma supremo; il
quale si desse al diavolo, pattuendo però che da questi
non gli venga nascosta cosa, ch'egli esamini, e
gli si risponda solo e sempre il vero, tutto il vero,
non altro del vero! Quanta poesia nella febbre irrequieta
di conoscer *fondo a tutto l'universo*, la quale
spronerebbe Fausto a rifrugare ogni parte dell'interno
animo suo e della natura esterna; la quale
l'indurrebbe ad interrogar l'inferno, e, non ottenendone
risposta soddisfacente, a volare sino sulla soglia
del paradiso, e gli persuaderebbe di strapparsi
alle voluttà per la gloria ed alla gloria per la scienza.
Quanto sarebbe sublime il perseverare nella empiezza
e nella ribellion mentale per senso di dignità,
mentre il demonio stesso gli consiglierebbe di
piegare, e dimostrerebbe la propria bestial natura,
confessando di operare solo istintivamente! E finalmente
quanto potrebb'esser profondo il non acquetarsi
di Fausto se non nel godimento (ossia nella cognizione)
dell'antichità storica, simboleggiata nell'Elena
greca; poichè la scienza storica solo, checchè
vaneggi il Lessing, vale a sciogliere tutti i conflitti
e sedare tutti i turbamenti umani, ha virtù di
dare sicurezza e verità e tregua e requie e forza di
vaticinare (cioè di prevedere) l'avvenire delle universe
cose al povero genere umano, inappagato dallo
spensierato godimento materiale, che gli offre il naturalismo,
[pg!166]
dalle vacue speculazioni, e dal complesso
ma sminuzzato sperimentalismo empirico. Ah! la storia
è la vera Afrodite intellettuale, della quale viemmeglio
che della fisica Tito Lucrezio Caro avrebbe
potuto esametrare

   | *Nam tu sola potes tranquilla pace iuvare*
   | *Mortales; quoniam belli fere moenera Mavors*
   | *Armipotens regit, in gremium qui saepe tuum se*
   | *Reiicit, aeterno devincto vulnere amoris.*


XIII. — *Modo in cui il Goethe poetava.*
----------------------------------------

Le idiosincrasie degli scrittori spiegano le peculiarità
delle scritture.

Cos'ha mai ricavato il Goethe da questo enorme
tema, vasto in guisa che l'intera divina Comedia
dantesca v'è inclusa in forma d'episodio? Qual'è il
concetto del poema, o, come a lui piace scrivere,
della *tragedia*, ch'egli ha bravamente architettata
sul sustrato mitico? Spiattellamola com'ella è:

   | *......... amphora cœpit*
   | *Institui; currente rota, cur urceus exit?...*
   | *.... Anfora a far s'imprese; e perchè poi,*
   | *Gira la ruota e n'esce orciuol?....*

Perchè? Vel dirò. La mente dello scrittore non
ha saputo cogliere e fermarsi ad esplicare un particolar
lato poetico del subjetto vastissimo ed un po'
indeterminato, anzi vi ha spaziato dentro quasi a
diporto, senza nè volontà nè valore di abbracciarlo,
comprenderlo, rimpastarlo ed imprimervi la propria
immagine e similitudine; ha rimaneggiata la cera
senza imprimervi alcun determinato suggello, senza
volerne perdere il minimo avanzo; ha fatto come il
proto, quando, rimaneggiando una composizione, cambia
la giustificazione, cambia il formato, ma non
muta i tipi, nè molto meno le espressioni od i pensieri.
Il Goethe, che s'arrabatta col Fausto, mi ha
l'aria d'un inquilino di locanda, il quale si permette
[pg!167]
al più più di sparpagliare qualche sua masseriziuola
su' marmi de' cassettoni e del camminetto, di far
appendere alla parete qualche ritrattino a lui caro,
di far traslocare qualche suppellettile, ma che non
ha nè dritto ned ardire di rimutare ogni cosa, di
trasformare l'arredatura della cameretta a suo capriccio
e di pianta; perchè insomma insomma poi
non è il padron di casa. Faceva d'uopo d'un Atlante
per suffolcere il mondo, il microcosmo del mito faustesco;
ed il Goethe ha dimenticato, che quando si
scardina un mondo, s'hanno da aver omeri da sorreggerlo.
E sì, che non ha mai neppure ammessa la
possibilità di far fiasco, neppure sospettato di essere
impari a tanto tema; e che il mito di Fausto non
era peso dalle sue braccia, *nè ovra da polir con la
sua lima*. La mente sua non s'è mai agghiacciata
estimandosi giustamente. Per ammirarlo, dobbiamo
ammettere,

   | *Qu'il est beau qu'un mortel jusques aux cieux s'élance,*
   | *Qu'il est beau même d'en tomber!*

Certo, se d'alcun'altra mai, ben potrà dirsi di questa
fantastica leggenda popolare o letteraria, ch'essa
circoscrive in sè qualunque concetto possa avere
qualsivoglia ottimo artista: ma per arrivare a quello
con *la man, che obbedisce all'intelletto*, e' si richiede
senza meno, che un concetto sia nell'intelletto, sia
nell'artista. Per fare lo spezzatino di lepre, ci vuole,
prima di tutto, una lepre. Il mito è materia inerte
come il marmo, come la donna amata; ed in esso si
nasconde tanto il comico quanto il sublime;

   | *... Il mal, ch'io fuggo; e 'l ben, ch'io mi prometto;*
   | *In te, Donna leggiadra, altera e diva,*
   | *Tal si nasconde;....*

spetta all'ingegno mio di cavarne quel, che meglio
m'aggrada. Ma concetti determinati poetici mancavano
al Goethe. Parrà un paradosso! ma tant'è!
prego il cortese lettore di rammentarsi la distinzione
[pg!168]
stabilita più su fra concetti scientifici e poetici. Un
concetto poetico manca in presso che tutti i lavori
di lunga lena del Goethe: ed il difetto si spiega
agevolmente dal modo, in cui lavorava l'Eccellenza
sua e dalla natura intima delle opere, le quali sono
per lo più in un certo senso, mere poesie d'occasione.
Non iscaturivano da potente esaltazione della
fantasia favoleggiatrice; anzi servivano di sfogo momentaneo
per ogni affetto, che ingombrasse, opprimesse
l'animo dell'autore. Il poetare equivaleva pel
Goethe ad un purgante morale. Gli è uno spingere
un pocolino troppo in là o per dir meglio un prender
troppo letteralmente l'aristotelico concetto della *catarsi*;
gli è un abbassare la poesia nella cerchia dell'igiene
e della dieta; gli è un dare all'attività poetica simiglianza
un po' po' eccessiva ed indiscreta col ponzare.

Io non conosco metodo più acconcio ad iscacciare
il malumore, a dar l'ostracismo alla melanconia, nè
so che altri abbia sperimentato rimedio più efficace
a' maggiori turbamenti d'animo, alle passioni più
tempestose, dello scapricciarsi da solo a solo con madama
penna, del tentare di ritrarre e descrivere quel
malumore, quella melancolia, que' turbamenti, quelle
passioni. *Probatum est!* E stimo di poter esser buon
giudice in questo, perchè (o ch'io sia nato tale, o
che tale io mi sia divenuto per colpa propria od altrui)
fatto sta, che sono una bestia ipocondrica, ma
come ce n'ha poche; ed appena ricordo d'aver riso
di cuore qualche rara, rarissima volta tanto, tanto
tempo fa. Caso patissi dello stesso malore, amico lettore,
prova la mia ricetta: al primo accesso d'umor
nero, presto, lesto, impugna la penna, siedi a tavolino
e studiati di dire quel, che ti bolle in corpo.
Doppio effetto benefico: tutta la parte indeterminata,
vaga, il *flebile nescio quid*, il *nequeo quin fleam*
senza un perchè, il musicale dell'affetto insomma,
svanisce, non potendo concretarsi in parole; riman
solo la parte salda del dolore, la piaga vera davvero.
Tenta di scandagliarla, auscultarla, specularla
ben bene: e, dopo cinque minuti, l'interesse tuo sarà
[pg!169]
trasferito dalla passione alla descrizione della stessa,
la guarderai objettivamente ed ormai con più curiosità
che partecipazione. Sarai rasserenato, e da paragonarsi
a que' studenti fanatici di medicina i quali
inoculatosi il viro sifilitico o trangugiati farmachi
mal noti, per istudiare le fasi vuoi dell'infezione,
vuoi dell'attossicamento, tutti intenti nelle osservazioni,
non provano più il dolore. S'è dato il caso,
che vedeste di que' ritratti fotografici, venuti pur ora
di moda, in cui la persona medesima è riprodotta
du' volte sul medesimo fondo in due atteggiamenti
diversi? esempligrazia, mentre vende guanti a sè
stessa; mentre tocca il polso al suo signor sè coricato
ed infermo; mentre, con la pistola ancora in
pugno, urta col piede il cadavere della signoria propria,
che ha uccisa in duello? Oh que' ritratti! Io
non so guardarli senza un brivido strano! Dico bene?
La più atroce fantasia, che possa assediar l'uomo in
sogno, non è, che le cariatidi del portone scuotano
il pondo dell'architrave e da que' robusti giganti,
che pajono, salgono le scale o scrollino alla Sansonesca
l'edificio, per far le tarde vendette dell'oppressione,
*eo immitiores quia toleraverunt*; — non
è, che mentre tu riposi tranquillamente nella cameretta
serrata con doppio giro di chiave, le figure lì
dipinte, e penzolanti dalle pareti, abbiano a distaccarsi
dal quadro e venire a sedere sul tuo letto; — non
è, che tu abbia a riscuoterti sepolto vivo nella
tomba gentilizia, e schiattarvi rosicchiando per fame
i pugni rinsecchiti, oppure rinvenire come l'abate
Prévost, nel teatro anatomico, mezzo sezionato da
una turba di pappini; — non è, che tutte le bestiacce
del museo zoologico, pel quale conduci la tua
signora, racquistino ad un tratto ossa e polpe e si
scaraventino addosso a voi; — non è, di cadere e
cadere da una torre altissima giù, giù, nell'abisso,
senza dar mai un picchio nel fondo; — non è, di
nuotare per un pelago sconfinato ed innavigato,
spossandoti a fuggire da frotte, stuoli, morre, eserciti,
caterve, moltitudini innumerevoli di que' paurosi
[pg!170]
mostri marini: orche, pescicani, caccialotti, balene; — no,
c'è peggio assai da immaginare. Questi
spaventi son nulla al paragone dell'orrendo sogno
d'un Menecmo, d'un Simillimo, che vi sia cioè nel
mondo altri *tutto al volto, ai costumi, alla favella*
simile a te; che porta il tuo nome; che da tutti è
preso in fallo per te; che la tua donna riceve, come
accorrebbe te, e compiace, credendo appagarti; delle
azioni ree del quale tu innocente sei responsabile; che
gode malignamente di frantumare e contaminare ogni
gioja tua, e farti scontare il fio della sua perversità;..... Oh
non v'ha pensiero più fecondo di raccapriccio!
Ebbene, tal'è press'a poco l'effetto dello
studio posto nel descrivere od analizzare le passioni
proprie: l'animo si sdoppia, il paziente e l'indagante
divengono due, e la carne e la mente, che
soffrono, divengono estranee alla mente, che esamina
e ritratta: sono due Simillimi. Se non che, in questo
caso, il male è salubre, il *menecmismo ideale* risana
i corpi attossicati dall'ipocondria o dalle passioni.

Certo, ogni commozion poetica prende innegabilmente
le mosse da una commozione effettiva dell'animo,
ma non perchè l'una procede dall'altra è
da confondersi quella con questa. Anche il figliuolo
si presuppone generato dal su' babbo; e non per ciò
sono una persona. L'impressione naturale è *sempre
scema*; semplice e cruda, non può chiamarsi poesia,
mancando dell'elemento principale, dell'idealità. Il
bello naturale, per diventare bello artistico e specialmente
poetico, dev'essere elaborato per tutti gli
stadî della fantasia; come un cibo, per diventare
aumento e sussidio dell'organismo, deve subire tutte
le operazioni meccaniche e chimiche, le aggiunzioni
e separazioni, che si addimandano *processo digestivo*:
l'intuizione di un objetto qualsiasi si trasforma
mano mano in immaginazione e l'immaginazione
finalmente è tradotta ed innalzata a fantasia
pura e piena. Questa trasformazione e traduzione ha
per iscopo e termine la creazione di fantasmi autonomi,
[pg!171]
i quali non ritengono più nulla di comune col
fenomeno originale, che mise in moto la facoltà generativa
del bello. Un figliuolo adulto non ha più
nulla di comune co' genitori, nè la Madonna della
Seggiola con la Fornarina, nè l'Aspasia del Leopardi
con Madama Targioni.

Il Goethe non isconfina mai mai dal primo stadio
intuitivo; gli manca la virtù digestiva suprema, che
trasfigura l'obietto sentito o percepito (cosa, persona,
affetto, avvenimento) in fantasma: metamorfosi
vieppiù strana di quella, per cui acqua ed aria si
trasformano in legno e fronda, oppure asparagi e
broccoli si tramutano in muscolatura ed ossame o pelame.
Egli sa adornare, raffazzonare, compaginare il
percepito, ma non può rimutarlo sostanzialmente,
farne una cosa autonoma ed originale: quindi eccolo
costretto a fluttuare fra la *copia del vero* e *l'allegoria*,
tra il fotografico ed il didascalico, forma incipiente
questa, forma evanescente quella dell'Arte,
ed in fondo a dirla, tanto l'una quanto l'altra estranee
all'Arte. Ci dà quindi ritratti, relazioni particolareggiate,
descrizioni minute; tutta roba, onde
può mostrarmi il riscontro in natura, onde può rendermi
scrupolosamente ragione: *ho scritto la tal cosa
così e così, perchè ho visto questo, ho sentito questo*:
se non che una bazzecola manca a tanta perfezione,
quella minchioneria, costitutiva dell'artistico
e del poetico, ch'è l'elemento fantastico, ideale.

Persuadiamoci finalmente, che n'è pur tempo,
d'una verità, la quale ha il sommo, (benchè non
raro) pregio di non essere assiomatica, anzi di risultar
quasi conclusione dall'esplicazione del concetto
estetico, in Italia almeno. Quindi (è bene avvertirlo)
potè ignorarsi o negarsi da' nostri predecessori,
senza che meritino taccia di sconnessi, come
sarebbe accaduto se avessero negato il quattr'e
quattr'otto; ma non può disconoscersi da noi altri
senza mostrarci dappochi quanto chi credesse ancora
nel sistema tolomaico o nelle superstizioni medievali
o nella eccellenza del governo repubblicano. Dunque
[pg!172]
il bello artistico e, per conseguenza, il poetico,
non ti riuscirà mai di scavizzolarli nel mondo delle
cose, anzi devi stimarli parti della fantasia. Quando
esistessero effettivamente sceverati nella loro purezza;
quanto il Bello naturale fosse identico al Bellissimo,
a quel, che, a scanso d'equivoci, per adoperare
una parola impregiudicata, monda d'idee accessorie,
chiamerei il *Pulcherrimo*, cioè, al Bello assoluto;
le arti sarebbero pleonasma, duplicato supervacaneo;
ripeterebbero senz'alcun prò, peggiorando;
a noi si converrebbe inchinar per vera l'opinione,
che le condannava ad imitare servilmente la natura;
e quelle divine idee si degraderebbero ad onesto
passatempo senza degno scopo sufficiente. Se la
macchia e la fattezza tipica e l'armonia ed il fantastico
sfolgorassero nelle cose e negli uomini, nei
suoni e nelle voci naturali, nella vita e nella storia,
*in verbis, herbis et lapidibus*; oh guà! cesserebbe il
perchè della Poesia, della Scultura, della Musica e
della Pittura. Invece di spiroscafare sino in Toscana,
*ch'è più in là dell'Abruzzo*, per ammirarvi quei
miracoli di Arte, che vi sono accumulati, invece di
arrampicarci su per le scale e degli Uffizî, (ripide tanto,
ch'io ne disgrado le vie *diserte e scoscese*, di cui
Dante, e stupisco che il *clubbe Alpino* non le registri
fra le più meritorie ascensioni!) invece, dico,
basterebbe spalancar le impannate o scendere in
istrada; e guardare i monti, il mare, le case, chi
va, chi viene e chi sta. Invece di accalcarci ne' teatri
micidialissimi, nelle afose sale da concerti, faremmo
una passeggiatina lunghesso il marsonante
o porgeremmo l'orecchio a' suoni confusi esalati
dalle campagne. Invece di leggicchiare o scrivacchiare
e poemetti e romanzucoli e drammonzoli, ripenseremmo
i nostri casi e gli altrui. Ma che! per
quanto vaga sia la femmina, che ti godi, ed il paese,
in cui dimori, per quanto sia svariata la tua
propria vita, non ti appagano, ti lascian sempre il
desiderio di finzioni pittoriche e poetiche. Giacchè,
ripetiamoci ancora, l'Artistico, il Poetico non hanno
[pg!173]
effettività naturale, sono anzi visioni della mente,
quando concentra ed esaurisce tutto un dato Universale
od Esemplare od Archetipo, che dir si voglia,
tutta una data *Idea determinata*, in un particolar
fantasma. Certo, conforme alle norme del processo
empirico, la primissima spinta ce la dà un oggetto:
ma veh, se non abbiamo succhi gastrici da
digerir l'impressione, è vano il lusingarci di cogliere
il Bello. Il tale e quale dell'effetto materiale non è
poesia.

   | *Ho un bastoncel di legno, ricoperto*
   | *Di cuoio; ha nome marito: ma il legno*
   | *È legno, sa?*

dice cinicamente una donna poetica tedesca [#]_, la
Maria della lirica di Arrigo Heine intitolata *Ratcliff*,
da non confondersi con la tragedia, com'e' la
chiama, intitolata *Guglielmo Ratcliff* [#]_. Il legno
riman sempre legno e l'effettivo naturale non sarà
mai il Poetico.

.. [#] *Hab' einen Stock von Holz, der ueberzogen Mit Leder ist;
   Gemahl sich nennt; doch Holz Ist Holz.*


.. [#] Non potevo prevedere, scrivendo questo studio, che ci sarebbe
   poi stato, chi avrebbe avuto il barbaro coraggio ed il pessimo gusto
   di voltare (molto infedelmente) in Italiano quelle sconciature
   giovanili dello Heine, che sono le due sue pretese tragedie; e che,
   nella nostra Italia, si sarebbero trovati pubblici babbei per applaudire,
   quando in Germania stessa nessuno pensò mai a rappresentare
   e nessuno le tenne rappresentabili.


A questo poetico, il Goethe non è giunto, se non
radissime volte nelle *Liriche*. I rimanenti scritti di
lui sono da paragonarsi all'organismo vegetale, che
non ha potuto progredire fino alla vitalità animale
ed al pensiero umano, impigliato nel meglio della
enucleazione. Noi seguiamo fase per fase la più o
meno splendida vegetazione delle opere del Goethe;
le vediamo germinare, crescere, fiorire, e rinsecchire;
quel, che non vediamo mai, si è, che pur una
volta staccandosi dal terreno, dalla melma del reale,
che le ha prodotte, ed acquistando moto e ragion
[pg!174]
d'essere propria, progrediscano fino ad incarnare un
concetto; ripeto, la vegetazione c'è, manca la vita,
manca il pensiero.

L'aver assodato questo fatto, cioè, che la sensazione
poetica del Goethe è assolutamente identica
con la sensazione materiale di lui, ci dà la chiave
del perchè le scritture sue più sentite, più affascinanti
siano appunto le giovanili, quando, ne' grandi
poeti nostri, sogliono piuttosto essere, non le senili,
chè la vecchiezza è morte comune di tutte le facoltà,
anzi le vergate o dettate nell'età provetta.
La potenza creativa, la virtù plastica e caratteristica
del signor consigliere, fondandosi esclusivamente e
dipendendo integralmente dalla freschezza e dall'ingenuità
dell'impressione fisica o morale, dovea languire
parallelamente all'infiacchirsi e al declinare
di questa, con l'ottundersi de' sensi e con l'infracidire
in quella pettegola corte granducale d'ultim'ordine,
la quale egli avea per compito e per ambizione
di mantenere allegra: compito ed ambizione da giullare.

Non è lecito d'ignorare, in qual modo germogliassero
i *Patimenti del giovane Werther*. Tutti
sanno che quel romanzo è un mosaico sul genere
della bandiera del piovano Arlotto, ricavato in gran
parte da frammenti di lettere e di un giornale veramente
scritto, composto d'impressioni effettivamente
sentite, con personaggi conosciuti in società;
che ha per sustrato, insomma un amoretto ed una
situazione sperimentati dall'autore, nonchè un'avventura
e la catastrofe d'un suo conoscente, d'un
certo Jerusalem [#]_. Non osiamo lagnarcene, chè questo
essenzialissimo difetto estetico del libro, quando
lo si consideri com'opera d'Arte, questo suo esser
*vero* quasi dalla prima all'ultima parola, questo suo
[pg!175]
esser prosa e non poesia appunto, gli conferisce tanta
forza d'ossessione, tanta efficacia ed evidenza; rende
impossibile lo scartabellarlo senza rimaner lì avvinti
alla lettura, senza sclamare ogni tratto: — «È vero!
è vero! l'ho provato anch'io!» — senza sognarne
la notte. Sei stato mai a Pompei? Sì, eh? Dunque
avrai ammirato que' simulacri di statue in gesso, ottenuti
recentemente, ricolmando con iscagliola le cavità
lasciate nella cenere impietrita da' cadaveri degli
antichi pompejani sciolti in polvere? Or bè, che
te ne pare? Son qualcosa d'informe, di orrendo, n'è
vero? Giurabbacco, non t'arbitreresti a paragonarli
nemmanco per burla al *Gladiatore moribondo*, al
*Marsia scorticato*, all'*Anteo soffocato* alla *Pietà* michelangiolesca?
Pure, quanto maggiore ispavento e
compatimento non incutono? quanto non è loro più
facile commuoverci fino alle lacrime, farci rimaner
di sasso, lì sbigottiti? Dico bene? O perchè? Per la
materialità loro stessa: per quella potenza di espressione;
per l'idea, che non sono una finzione d'artista.
Ecco la maschera d'un uomo, che s'è buttato
vinto per morire; ecco un volto umano vero, il volto
d'un dato uomo, che ha vissuto davvero, eccolo
sconvolto non da un dolore simulato, come la fisonomia
dell'istrione, come il *marmo del trojan Laocoonte*,
bensì da una stretta disperata e mortale. In
quella scagliola, stanno impigliati gli ossami d'infelici,
de' quali il gesso con l'arrendevole flusso ha
surrogate le parti molli. Ed io, che guardo, non provo
più un'emozione estetica, anzi un dolore effettivo e
positivo. Non mi veggo più dinanzi un sasso scolpito
ad immagine e similitudine della Niobe, madre
infelicissima, anzi l'orrido scoglio appunto, che fu la
Niobe ed ebbe vita al par di me. Non assisto ad un
assalto di scherma, nel quale gusterei la disinvoltura
e la pratica degli emuli; anzi son testimone in
un duello, in cui ogni botta vien diretta a spillar
sangue ed a trabalzar nel nulla la vita de' contendenti.
Non intendo più ad una rappresentazione teatrale,
dove mi si spiegano i varî moti delle passioni
[pg!176]
d'un moribondo, anzi contemplo un combattimento
gladiatorio che non avrà fine, se non con la morte
d'uno de' gareggianti. L'autore stesso, parlando del
*Werther* in vecchiaja, nel M.DCCC.XXIV, diceva: — «È
una creatura, che ho cibata, quasi pellicano,
col sangue del mio cuore. V'è tanto del più
intimo del mio petto, sentimenti e pensieri, quanto
basterebbe per un romanzo in dieci di que' volumetti.
Del resto, sol'una volta ho riletta l'opera;
e mi guarderei bene dal ritentar la pruova. Sparge
razzi incendiarî. Mi sbigottisco e temerei di sentir
nuovamente lo stato patologico, che produsse
lo scritto». — Male, quando la produzione artistica
è effetto d'uno stato o stadio patologico.

.. [#] Vedi l'opera tedesca intitolata: *Goethe e Werther. Lettere del
   Goethe, le più giovanili, con documenti illustrativi, pubblicate da
   A. Kestner, Regio Consigliere d'Ambasciata Annoverese, Incaricato
   d'affari presso la Santità del Papa. Seconda Edizione. Stoccarda ed
   Augusta, presso il Cotta, M.DCCC.LV.*


Ma chi oserà biasimare il modo di comporre, cui
dobbiamo il *Werther*? Arte o non Arte, è qualcosa
di stupendo. Chi torcerebbe gli occhi da que' gessi
pompejani, allegando l'irragionevol ragione, che non
sono la Niobe? chi rifiuterebbe di presenziare ad una
tauromachia, iscusandosi col dire, che non è il *Filippo*
o la *Mirra*? Quegli spettacoli ci commuovono
potentemente; e basta. Ma badiamo però, veh! tal
commozione non è punto estetica: è la commozione
brutale, che produce lo aspetto del vero, non la commozione
ideale, che vien generata dalla contemplazione
dell'opera d'arte. Comico è quindi il plauso,
che questo procedere indigesto ha incontrato in Germania,
dove quasi quasi, invece di legger le biografie
del Goethe per meglio comprenderne le scritture,
se ne studiano anzi le opere come illustrazion
della vita. I termini vengono invertiti. A noi, la
*Vita di Vittorio Alfieri, scritta da esso*, ci dischiude
l'intelligenza della poesia di quell'uomo miracoloso,
che seppe tanto caratterizzar sè stesso in un verso:
*Scrivo, perchè non m'è dato di fare*; ed i tedeschi
si discervellano sul *Fausto*, sulla *Jfigenia in Aulide*,
sul *Tasso*, sulle *Affinità elettive*, sul *Guglielmo Maestri*,
eccetera sulle più insignificanti corbellerie vergate
dal Goethe, per indagare che ci fosse nell'animo
di lui in quel tal tempo, quali fossero allora le
[pg!177]
sue pratiche ed i suoi trastulli. Ed ove si consideri
da una banda l'ignobiltà d'una vita di ottantatrè
anni, sciupata in melensi amorazzi, in mille pettegolezzi,
fra gli ozî insulsi ed istenterelleschi d'una
corte granducale, in un ambiente accuratamente depurato
d'ogni egregio affetto, patriottismo, grandi
ambizioni, libertà politica e simili; dall'altra l'idolatria,
con la quale i tedeschi l'han vagheggiata,
quasi ultimo ideale di una vita virilmente spesa e
felice; si potrà formolare sulle condizioni morali dell'intera
Germania un giudizio, forse e senza forse
poco lusinghiero, ma giusto e meritato. E, se volete
ben comprendere la superiorità morale del popolo
Italiano, rammentatevi quali furono i poeti, che vagheggiavamo
per ideali; l'abisso, che separa l'anima
sdegnosa d'un Vittorio Alfieri da' consiglieri aulici
Federico di Schiller e Gian Lupo di Goethe, uomini
di plebe nobilitati, vi dà la misura della distanza fra
le due nazioni.

Ma che parlo della corte di Vimaria e degli ozî
insulsi ed istenterelleschi del nostro autore? Conveniva
egli stesso di averci sciupato molto tempo
facendo l'impresario: — «Invece, avrei potuti scriver
parecchi bravi drammi: ma non me ne pento.
La mia attività e la mia produzione, io le ho sempre
considerate simbolicamente; e mi è stato in
fondo indifferentissimo il far pignate o scodelle». —

Del resto, è vero, che il Goethe v'ebbe anche di
serie di occupazioni: per tacer dell'altre, fu ministro
della guerra. L'esercito vimariense si componeva
di seicento uomini con una cavalleria di cinquanta
usseri; ed il Ministero, d'un ministro e d'un segretario
con uno scrivano. Esercito però sempre ragguardevole,
se paragonato a quello del conte di Limburgo-Styrum,
il quale possedeva uno stupendo reggimento
di usseri, composto da un colonnello, sei uffiziali
e due gregari [#]_.

.. [#] Non c'era pericolo, che potesse vincer delle battaglie di Sadowa
   e di Sedan; ed era meglio per la pace e la felicità del
   mondo.

[pg!178]

In omaggio all'acume critico del tedesco, convien
pure, ch'io dica, aver egli più d'una volta compreso
questo suo stato d'inconcludenza morale. Non citerò
autori moderni, anzi le parole, che il ladro conte
palatino Gian Casimiro scriveva nel MDLXXVIII
(nel tempo appunto in cui si elaborava dalla coscienza
popolare il mito di Fausto) al Langravio di
Assia: — «Il Duca d'Alba mostrò di conoscerci per
bene, quando trascorse a dire, i principi tedeschi
esser come i leoni, i grifoni e l'aquile de' loro
stemmi; grandi animalacci ben provveduti d'unghioni,
d'artigli, di zanne e di rostri, ma inetti
non che a mordere e graffiare, a morsecchiare e
sgraffignare. Ad ogni straniero è notissimo che noi
sappiamo scrivucchiare e consumar carta, e ragunar
fatue assemblee, ma non già conchiuder checchessia;
il che per fermo ridonda di sommo vilipendio
alla nazione tedesca».


XIV. — *Genesi del Fausto e la Dedica.*
---------------------------------------

Appunto come i *Patimenti del giovane Werther*,
quantunque in guisa meno apparente, maturarono
presso che tutte (o perchè non dissi: tutte?) le opere
del Goethe, ed il *Fausto* anch'esso in capolista. Dell'*Affinità
elettiva* l'Autore diceva: — «Non v'è rigo,
ch'io non abbia *vissuto*; e v'è ficcata dentro più
roba, che chicchessia valga ad assimilarsi in una
sola lettera». — Non vi pare di sentire un ciarlatano
vantare il suo cerotto? Del *Fausto* poi dice: —
È qualcosa di affatto incommensurabile. Si rifletta,
che la prima parte fu prodotta da uno stato alquanto
torbo, oscuro dell'individuo, del subjetto.
Appunto questa oscurità adesca gli uomini, che vi
si affaccendano volentieri intorno, come a tutti i
problemi insolubili.» — Dire, che l'autore vi si è
dato da fare intorno da' diciannove agli ottantadue
anni, gli è un dire appunto, che non ha mai saputo
trovarne il bandolo. Tante volte l'innamorata, per
farci un po' stare a segno con occhio e dita e lingua,
[pg!179]
è insusurrata dall'arcidiavolo ad incannarci sulle
mani qualche matassaccia arruffata di filo, che vuol
raggomitolare; e noi, perfidamente, invece di agevolarle
il compito, facciamo il possibile per iscompigliar
sempre più quel refe, acciò la prossima vicinanza
si prolunghi e, nello inchinarsi per isbrigar
qualche groppo, la maliziosetta possa portar la fronte
quasi fino alle nostre labbra e far come se non si
avvedesse del fuggitivo contatto. Fossimo ancora nei
beati tempi de' paragoni mitologici, vi direi, il Goethe
essersi imbertonato della Melpomene; e, mentre questa
gli avea dato a tenere la matassa del mito faustesco,
intendendo finalmente ravviarla e dipanarlo,
farle quello appunto, ch'i' v'ho detto e che tutti abbiam
fatto, ma con qualcosa d'un po' meno stantio
della Melpomene. Ripeto, in un tema poetico c'è
tutto; ma il tutto è il nulla, l'indifferenza, la neutralità,
il caotico. Perchè da un caos risulti un cosmo,
è d'uopo che si sviluppino in esso le forze chimiche
e le fisiche e le dinamiche e poi la vita organica.
Perchè un tema poetico si trasformi in opera d'arte,
bisogna che l'autore vi trasfonda lo *spiritus dei*
biblico, il quale noi addimandiamo concetto, come
più gli aggrada o comico o sublime, che poco importa.
Pienissima libertà nella scelta del concetto,
ma, una volta avvenuta questa scelta, ogni libertà
sparisce; come già, in un paese benordinato, ci è
largo campo a discuter le proposte, che, una volta
convertite in leggi, sono da obbedirsi ciecamente
senza recalcitrare od obbiettare, gua', sotto pena di
far la zuppa nel paniere. Ove il poeta rimanga imparziale
fra venti concetti attagliabili al tema, infraddue
fra il tragico ed il buffonesco, tirato egualissimamente
da *uno ed altro desio*,

   |     *..... sua cura*
   | *Sè stessa lega sì che fuor non spira.*

Il tema, lo stoffo, il mito somiglia que' macigni
de' conti di fate, sterili, brulli: Mosè, a spezzarvi su
la verga, non ne stillerebbe un gocciol d'acqua; Columella,
[pg!180]
ad ararli e vangarli e zapparli, non vi farebbe
venir su mezzo fil di erba; e tutti gl'ingegnieri
del mondo, a sviscerarlo, non ne ricaverebbero un
filone di metallo, un catollo di carbon fossile. Pure,
basta pronunziar sommessamente la parola magica,
e s'aprono di per sè, senz'altro; e dimostrano palagi
d'incredibile fasto, in fondo in fondo dei quali,
ne' gabinetti ben chiusi, su' letti nascosi da spessi
cortinaggi, riposano quelle avvenenti principesse incantate,
più belle del sole, simboli delle creazioni
immortali di monna poesia. Il Goethe non seppe
trovare la parola dell'incantesimo pel *Fausto* suo:
nè questo mi sorprende. Egli non potea rinvenire in
fondo al bicchiere la virtù poetica, come vi trovava
la sua amabilità nella conversazione, almeno
secondo la competentissima Anna Maria Germana,
Baronessa di Stael-Olsazia, nata Necker, ch'ebbe a
dirgli ad un pranzo di corte: — «di non poterlo sopportare,
se non quando avesse un par di bottiglie
di Sciampagna in capo.» —

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui apro una
parentesi.

Al che l'Eccellenza del consiglier Di-Goethe replicò
sotto voce in tedesco (e si noti, che l'autrice
del libro *sull'Allemagna*, simile solo in questo al vecchio
Tacito, non intendeva sillaba di tedesco): *bisogna
dunque che ci siamo ubbriacati le parecchie
volte insieme*. Il motto è riferito da lui stesso, se non
isbaglio, negli *Annali* (per quanto eccessiva sia la
mia smania d'esattezza nelle citazioni, non m'incomoderò
a scartabellare cinque o sei volumi per tale
inezia). Io gliel credo ed ammiro: chè, in verità,
neppure uno sguattero Italiano oserebbe dire ad una
signora impertinenze, in lingua ad essa ignota. Ma
nella corte granducale vimariense, questo si stimava
un tratto di spirito: tra' ciechi il monocolo è Re.
Ecco un fatterello (non oso chiamarlo *aneddoto*, ricavandolo
da un libro a stampa) che dimostrerà il
buon tono introdotto in quella corte microscopica da
Carlo Augusto, granduca, e dal Goethe, favorito.
[pg!181]
Questi due monelli di quaranta o cinquant'anni, una
sera, spengono il lume alla Gochhausen, dama di
corte, soprannominata familiarmente Tusnelda (che
galateo, chiamar le persone, le signore e sian pure
signore da strapazzo, con soprannomi beffardi!) mentre
saliva nella sua camera. Essa non ne fa caso,
giunge al corridoio e cerca a tentone la porta. Ma
che? non trova nè legname, nè toppe: con le mani
tocca una parete liscia, continua. Comincia a turbarsi,
a perdere il capo; e, sbigottita, vuol correre
dalla Granduchessa, che ha serrato l'uscio a chiave
e non risponde al picchio. Risale, ritasta le mura:
indarno! Ed in quel buio d'una nottata freddissima,
ebbe a morire fra il gelo e la paura. Lo spiritoso
principe e l'arguto poeta avevan fatto tòrre
l'uscio e murar la stanza!

Prego il lettore di avvertire, ch'io qui chiudo la
parentesi aperta più sopra.

Dunque il Goethe ha fiutato, annasato, odorato per
ogni banda, ma non ha studiato, come sarebbe stato
il debito, quel miracoloso tema inciampato; appunto
come la Tusnelda, ha toccato ogni cantuccio del muro,
senza trovar la porticina per entrare in istanza.
Ha fatto a mo' de' viaggiatori economi e prudenti,
che, invece di ascendere il Monte Bianco, si contentano
di circuirlo e guardarlo da mille punti diversi;
come chi per conoscer Napoli non vi mettesse
il piede sul lastrico, non vi dimorasse e praticasse,
pago a guardarla dal mare e da Capodimonte e da
Sammartino e da' Camaldoli e da Posillipo. Secondo
che soffiava il vento o che gli ribolliva nell'animo,
ha derivato dal mito faustesco il pretesto, l'occasione
d'una scena, d'un soliloquio, d'una strofa, in cui,
quando liricamente e quando allegoricamente, sfogarsi;
e questo ad intervalli di tempo grandissimi,
e più che sufficienti a render qualunque uomo, non
che il leggerissimo e volubile Goethe, estraneo all'antico
Adamo. Poi, di tempo in tempo, quando il
materiale così accatastato ammontava a quantità ragguardevole,
ci si è messo intorno una e due e tre
[pg!182]
volte con l'arco della schiena, pretendendo ridurlo
ad unità d'animo e di corpo. Conoscete il palazzo
così detto delle Finanze o di San Giacomo o de' Ministeri
qui nella nostra Napoli, dove furono e sono
ammucchiate tante e tante ladronaie? Prima sorgevano
in quel luogo molti edifizî pubblici e privati,
diversissimi d'epoca e di struttura e fra gli altri una
chiesa, un monistero, un ospedale; ed il Borbone
Ferdinando I commise all'architetto Stefano Gasse
di comporre tutti que' pezzi diversi ad un conglomerato,
a *monade* di palazzo, aggiungendovi il necessario.
Che pasticcio ne sia risultato e quanta
poca relazione abbia la facciata della fabbrica con
la disposizione interna, è inutile il dirlo.

Non sarà però inutile il giustificare quel grecismo
*monade*, che pensatamente ho scritto. La legge eufonica
è suprema nella lingua Italiana, come la *salus
patriae* nella politica. Dicendo: *un'unità*, formi
la più esosa cacofonia del mondo, anche a prescindere
dalla monotonia, che in ogni volume un po'
astratto, risulta fatalmente dalla sovrabbondanza dei
sustantivi in *ità*. Ecco le ragioni buone o cattive,
le quali m'inducono a proporre di sostituire al vocabolo
*unità*, il vocabolo *monade*, che in greco vuol
dire il medesimo; ch'è più armonico, ch'è già naturalizzato
ed un po' più legalmente di Giuseppe
Lazzaro; che ogni colta persona intende; e che, non
appartenendo al linguaggio vulgare, è scevro da ogni
amalgama d'idee accessorie, ha l'impassibilità, la
neutralità, la spregiudicatezza, che tanto si confà
per un termine scientifico e che il povero Geremia
Bentham arrabbiava tanto di non trovare quasi mai
nella nomenclatura legale ed economica.

Ah queste benedette digressioni! Che dicevo prima
della monade e delle Finanze? Mi rammento! Dunque,
il Goethe, per comporre a monade i frammenti
ponzati in parecchi anni, ha potato ed aggiunto ed
ordinato! E qua una zeppa, e là un puntello, più
su mastice, più giù colla; e dovunque e soprattutto
intonaco e vernice di spirito, di frizzi, d'epigrammi;
[pg!183]
profusione d'immagini e sentenze ed illecebre!
E poi allegoria in buon dato per nascondere le commettiture,
perchè la statua, incollata da centomila
scheggiuole, figuri scolpita in un ceppo, ed il Giove
Olimpico rinacciato a forza d'oro e d'ebano e d'avorio
apparisca ricavato da un masso o da una fusione!
Non è d'uopo aggiungere, che, s'egli non è
riuscito a fare tanto, era però impossibilissimo che
chicchessia vi riuscisse. Tutti i ripieghi ed i ripeschi
immaginabili e concepibili, sono impotenti, inefficaci
a riparare ed anche a dissimulare il peccato originale
della mancanza d'un concetto organico! E questo
benedetto peccato originale è d'una razza, la
quale, in poesia almeno, non si cancella con un risciacquo,
con un battesimo

   | *Heu, nimium faciles qui tristia crimina....*
   |   *Fluminea tolli posse putatis aqua!*

Dicevo: *in poesia almeno*, perchè in patologia, gli
idroterapisti sostengono il contrario, e guariscono con
docce ed aspersioni e bagnature ogni malore ereditato
più o men legittimamente. Di quanto si dice in
teologia, mi astengo dal parlare: *haec neque affirmare
neque refellere operæ pretium est... famæ rerum
standum est*, dirò con Tito Livio *passim*.

Di tal colpa il Goethe s'è reso confesso, ma non
pentito nella *Dedica*, uno de' più discreti squarci lirici,
che mai prorompessero da petto tedesco. Esso
produce sull'animo del lettore lo stesso desolante effetto
del *Commiato d'Haydn*; sinfonia, che (dicono)
stringa il cuore, quando si ode ammutolire uno strumento
dopo l'altro e si veggono uno per volta i sonatori
finire la parte, spegnere il lume, ravvoltolare
il quaderno ed accommiatarsi. In quelle quattr'ottave,
c'è uno strazio da non dirsi del poeta e dell'uomo,
che si ravvisa ormai solo e derelitto nel vasto
mondo, tra la *folla sconosciuta*, poichè le *anime,
alle quali avea cantato i primi, non ascoltano i versi
seguenti*; cui ogni *incerto fantasma* del suo poema
è una reminiscenza [pg!184] *de' primi amori ed amicizie: e
rinnovella il duolo; cui quanto sparve saldamente appare*.
Il poeta stesso non vede in quelle forme se
non mera nebbia; e per lui non hanno altra parte
di saldo e d'efficace fuorchè l'allusione, la reminiscenza
del sentito e del provato in altr'epoca.

Difatti è accaduto il debito: l'opera sua è rimasta
un seguito di frammenti senz'altro nesso oltre i nomi
de' personaggi; e dico i nomi, perchè vedremo inconsistenti
i caratteri. E prima scaltramente l'aveva
pubblicata come frammentaria: ed allora stava, che
non poteva star meglio, e non obbligava ad applicarle
la stregua, con cui misuriamo i lavori poetici,
che si presentano con mutria e sussiego, quasi incarnassero
dio sa quali concetti profondissimi, altissimi,
lunghissimi e larghissimi. Deposta l'idea di
trovarceli, ed esaminando il *Fausto* scena per iscena,
parlata per parlata, ciascuno squarcio per sè come
cosa indipendente e compiuta, come tanti scapricciamenti
dello scrittore; noi troviamo qua e là
idillî passabili, non brutti brani lirici, discreti epigrammi.
Salvo alcune bizzarrie senz'ombra di senso
comune (ce ne ha pur troppo e troppe: frall'altre
le scene della strega e della tregenda e soprattutto
l'intermezzo delle *Nozze d'oro d'Oberone con Titania*)
ogni cosa isolatamente andrebbe benino, si potrebbe
tollerare: ma l'accozzaglia violenta di parti
malconnesse, di suoni e tinte, che stonano, offende,
assorda ed accieca. Ed il ricco ammanto stilistico,
buttato su queste brutte conformazioni, sì che non
giunge a nasconderle all'esame degli occhi, fa proprio
l'effetto d'una preziosa veste sugli omeri d'uno
scimmione:

   | *Humani qualis simulator simius oris,*
   | *Quem puer arridens pretioso stamine serum*
   | *Velavit, nudasque nates ac terga reliquit*
   | *Ludibrium mensis.*

Chi poi s'incuriosasse d'appurare, da quali particolari
fatti della vita del Goethe risultasse il *Fausto*,
si dia la pena di scartabellarne l'autobiografia
[pg!185]
e qualche biografia; e se non lo stomaca fin dalle
prime pagine la fatuità di lui o la prona ammirazione
del biografo, non tarderà a ravvisare ad uno
ad uno tutti i personaggi della tragedia.


XV. — *La novella del* Fausto *ed una romanza di Federico Schiller*.
--------------------------------------------------------------------

Questo modo, in cui s'è formato, o meglio (poichè
si tratta d'un prodotto inorganico) cristallizzato
il *Fausto* nella mente del Goethe, ci dà l'intelligenza
del come egli potesse confondere ed amalgamare
due temi eterogenei: una leggenda epica ed
una novella. Per lui non è stata mai incombenza
seria lo svolgere il mito faustesco: ha pensato solo
a prenderne, a derivarne occasioni più o meno propizie,
per isfogare i proprî affetti, per esporre ed
estrinsecare mille concetti suoi subjettivi, per isghiribizzarsi
insomma. Quindi, ha indugiato di preferenza,
non già dove ragion comandava, che il subjetto
più largamente si esplicasse, anzi dov'egli più si
compiaceva. Così l'asino *ricco e quartato*, che non
viaggia mica pel minimo scopo, girovagando pel mondo,
non si trattiene ne' luoghi, dove potrebbe lavorare
od imparare di più, anzi là dove una qualunque
momentanea capestreria l'arremori. Quindi si
spiega, come l'incidentale sia spesso spesso svolto
con accuratezza maggiore dell'essenziale; come un
episodio possa acquistar proporzioni da rincantucciare
il soggetto primitivo in un angoletto della tela.
Quindi si capisce, perchè il Goethe non abbia
avuto tanto discernimento critico o tanto istinto produttivo,
da scernere i due temi d'indole diversa, affacciati
contemporaneamente alla sua fantasia, e, per
conseguenza, o da ottare fra' due, come un onorevole
eletto in più collegi, o da lavorarli separatamente
in due produzioni diverse. E sapete, che ha
ottenuto dal congiungere in istrano nodo due composizioni
di natura e di caratteri ripugnanti, eh? Il
plasmare un mostro letterario, non dissimile da quel
[pg!186]
mostro teratologico, che furono Rita e Cristina: due
testoline da' pensieri distinti, due corpicciattoli di
temperamento differente, collegati eteroclitamente
per le spine dorsali, i quali avevano alcune vertebre
comuni in siffatta guisa, che dava loro ogni podestà,
anzi necessità di nuocersi e nessunissima di giovarsi.
La prima parte del *Fausto*, così com'è, si suddivide
in due; come la luna, ha due emisferi: uno
perpetuamente volto alla terra, l'altro eternamente
sottratto alla nostra vista. Dal principio alla scena
della strega, prevalgono esclusivamente gl'ingredienti
leggendarî, dall'incontro della Margherita sino
al fine, e' si naviga in piena novella. E, quel
ch'è peggio, le due metà non sono organicamente
congiunte, anzi arbitrariamente saldate; non vediamo
prorompere la novella analitica e psicologica, che
è il forte de' moderni, nel bel mezzo dell'ingenuo
ed allegorico mondo della leggenda; non acquistar
coscienza l'uomo, il quale prima si è creduto aggirato
da potenze soprannaturali estrinseche ed ora finalmente
riconosce di non aver seguito se non l'indole
e le passioni proprie, di avere in sè le sue determinazioni.
No, no: il prodotto di quest'unione
non è mica la fusione organica de' due generi, come
nel centauro la fusione del tipo umano col cavallino,
anzi un impasto informe:

   |     *... turpiter atrum*
   | *Desinet in piscem mulier formosa superne...*
   |     *... donna leggiadra*
   | *Ne l'aspetto, si strema in atra coda*
   | *Di sozzo pesce...*

L'aquila che spiccava il volo verso l'Olimpo è impaniata!
Una volta arrenato nella novella, per quanto
poscia messer Goethe s'arrabattasse e sgobbasse
e si sfacchinasse in ben sessantadue anni a sferrare
la navicella dello ingegno da quel banco di sabbia,
fu indarno.

Ma, come c'è banco e banco, così pure c'è novella
e novella; arrenare alle foci del Tevere è una
[pg!187]
bùzzera: alleviato d'un po' di zavorra, il bastimento
si rialza di per sè; incagliare in un banco corallino
a mezzo le solitudini del Pacifico, è qualcosa di più
serio. Veramente, la novella è siffattamente connaturata,
da tenere più o meno del prosaico; essendo
solo l'esposizione artistica di un caso, che rompe la
monotonia della vita ordinaria e vulgare, e quindi
presupponendo la non esistenza d'un mondo poetico,
la nessuna poesia dell'epoca e del luogo. Il
fatto, da essa registrato, è una oasi, che presuppone
il deserto; è la vita organica, che vellica appena la
prima buccia dell'immensità inorganica, senza la
quale sarebbe un impossibile; è uno sprazzo di luce
nella tenebria prosaica. Come se l'universo fosse una
di quelle sterminate basiliche, di quelle mostruose
cattedrali buje buje nelle ore vespertine, e come se
qua e là poche lampade rischiarassero sulle pareti o
qualche affresco mezzo obliterato di Ambrogiotto Bondone
o qualche bassorilievo mezzo adeguato di Niccolò
Pisano. La poesia sparita, almeno agli occhi
dello scrittore, dal corpo sociale, dalla vita complessa,
si rintana in qualche individuo, in qualche avvenimento.

Le forme artistiche e letterarie possono quasi quasi
classificarsi come le malattie. Alcune felicitano l'uman
genere solo in certe date epoche, sono *epidemiche*,
come il signore o la signora Còlera o Colèra
(non so come abbia a dirsi, che, grazie al cielo, fra
di noi, non s'è giunti ad appurarne nemmanco il
genere e la quantità!) Altre imperversano solo in
determinate contrade e sono *locali*; come esempligrazia
l'avvenente damigella Pellagra, buona ragazza,
che, in Italia, non esce mai di casa sua, della
pianura lombarda. Vediamo il tal secolo o la tal gente
incapaci, incapacissimi di accozzare un dramma od
un'epopea. Impossibile ad un poeta ebreo di combinare
un'opera drammatica pur che fosse, ancorchè
inferiore alle premiate dall'Accademia Pontaniana.
Proverbiale, che il francese *non ha testa epica*, nè
la *Franciade* del Viennet (Potentissimo Sovrano,
[pg!188]
Gran Commendatore, Gran Maestro e Presidente del
Supremo Consiglio della Frammassoneria Scozzese
antica ed accettata per la Francia e sue dipendenze)
smentisce il proverbio. Ma v'ha pure forme letterarie
comuni a tutti i tempi, a tutti i luoghi, a
tutti i popoli; che *mutatis mutandis, servatis servandis,
ommissis ommittendis*, fioriscon sempre e dovunque.
Fra queste, principalissima è la novella,
genere tanto facile, da crescere, *sit venia verbo*,
spontaneamente, come i fiorellini de' campi inculti,
cui la mancanza d'innesto e d'educazione non toglie
o riseca gentilezza. Spesso il novelliere non fece
se non guardarsi intorno, intinger la penna: *Poi
quel che vide ei scrisse*; e, tante volte, dopo che egli
si fu scapato ad inventare un bel fatterello, eccolo
accader tale e quale e' l'aveva immaginato: cosa da
ammattire! Delle cento novelle del Certaldese, chi
nol sa? ve n'ha tante, delle quali può provarsi ed
un dabben uomo, il Manni, ha difatti prolissamente
tentato di provar di molte, co' documenti in mano,
la positività storica; ma forse non tutti sanno le più
ritrovarsi nelle altre letterature, e non solo nelle
coeve, anzi pure nelle antichissime, a cominciar dalla
sanscrita: o che il medesimo fatto più volte accadesse,
o che gli eventi commettessero un plagio verso
la poesia. La credula zoologia d'un tempo ritenne
le perle stille di rugiada purissima, raccolte in mare
da qualche ostrica: or bene, il mare salso e sterile
è questa vita umana; le stille di rugiada son quei
rari e brevi eventi, che l'addolciscono; l'ostrica è
il povero scrittore; e la perla è la novella, ch'egli
forma in sè.

Avrebbe quindi torto marcio, chi si dolesse di non
trovare nella Novella l'idealità, che forma lo incanto
di altre forme poetiche, putacaso dello Idillio.
Ma c'è un più ed un meno; c'è la novella, che
quasi raggiunge e tocca la pura atmosfera poetica,
e ci ha quella, che riman fitta nella mota; dalla
gentilezza squisita di *Paolo e Virginia* al cinismo
ributtante dell'*Angelo Gabriello* o della *Pastorella*
[pg!189]
del nostro Marini, oh! v'è che ire! E sfido, sì davvero,
ad accennarmi fra le più oscene, di cui giustamente
insuperbisce la Letteratura Italiana, malgrado
le ciance di chi pretenderebbe degradar la
poesia ad ancella della morale, sfido ad accennarmi
una Novella più schifosamente prosaica di quella, in
cui immette e si conchiude la prima parte del *Fausto*
del Goethe. Il protagonista seduce la Ghita non
tanto con l'affetto, quanto co' doni: pensando quell'anima
di fango della ragazza, che tutti *corron dietro
all'oro, che dall'oro dipende tutto, che la beltà
stessa del povero è inutile e si loda mezzo per compassione*
(scena serale nella cameretta della Ghita).
Non basta, che Fausto ricorra ad una ruffiana per
trovar modo di affiatarsi con la ganza; per cattivarsi
la mezzana, commette una falsa testimonianza, cioè
uno di quegli atti abjettissimi, che non possono redimersi,
se non col proprio sacrificio per degno scopo,
come accade nell'episodio di Olindo e Sofronia.
Non basta, che la volgarissima Ghita si conduca da
sua pari; bisogna di giunta, che avveleni la mamma;
e, quel ch'è più, non intenzionalmente, anzi
per isbaglio. Non basta, che Fausto disonori Valentino;
è d'uopo che l'uccida, giovandosi slealmente
delle arti diaboliche, e due persone contr'una. E
poi non solo abbandonerà la druda, anzi l'abbandonerà
incinta e nella miseria e senza che si capisca
perchè; e la derelitta commetterà un infanticidio
e la processeranno e l'impiccheranno... Ahimè, dove
siamo cascati! Nella novella giudiziaria; anzi nel
fatto diverso di cronaca, per servirmi del gergo giornalistico!
E tutto ciò non è nemmanco, ultima speranza,
non è nemmanco svolto con l'analisi psicologica
severa, accurata; che sola può render tollerabili
siffatti personaggi e cotali avvenimenti; che
somministra tanta virtù d'ossessione alle figure del
romanzo moderno, e, richiedendo imperiosamente i
comodi dalla forma narrativa e la prolissità dell'orazione
sciolta, esclude in modo assoluto que' fatti
e que' caratteri dalla tragedia, anzi forse in genere
[pg!190]
ed in massima dalla forma drammatica. Dove siamo?
fra gente e condizioni, che, nella vita salda, addimanderemmo
svergognati e sozzure; e che, trattandosi
d'Arte, ci basterà chiamare roba impoetica, perchè
deficienti della motivazione ed esplicazione, che
possono ancora destare un certo interesse estetico,
ancorchè di bassa lega.

Il Goethe, in un suo epigramma, si fa prima rimproverbiare
d'aver rappresentato sempre istrioni e
zingari e simil gentame, quasi che non conoscesse
la buona società; e poi rimbecca la critica, rimpolpetta
gli oppositori, rispondendo: — «Ho visto anche
troppa buona società; la chiaman buona, appunto
perchè non dà il menomo appicco alla menoma
poesiucola!» — L'epigramma (caratteristico assai
pel Goethe) sproposita, attribuendo al puro tematico
vieppiù importanza, che non abbia. Un galantuomo
in sè non è certo più, ma non è neppure manco poetico
d'un furfante. La Poesia è arte assolutamente
spirituale, che ci affranca in tutto e per tutto dalla
tirannide della materia: non siamo più nella pittura,
dove certamente una rovina incarna il concetto
dell'Arte, viemmeglio del più splendido palagio, ed
un cencio pidocchioso è incomparabilmente più pittoresco
d'una *giamberga* conforme all'ultimo figurino.
Il poetico è nell'intima ragione de' caratteri
e non già nella pura apparenza del personaggio. Rappresentami
il boja, se ti pare; ma non me n'hai da
darmene le vesti, l'abituro e simili accessorî; anzi
l'animo, che si dimostri nell'azione.

In che abbiano attinenza col mito faustesco la falsa
testimonianza, il matricidio involontario, lo infanticidio,
l'alienazion mentale ed il processo, questo subisso
di prosa prosaica insomma, lascio giudicare al
benevolo lettore o malevolo. A me pare, che valga
solo a diradare l'atmosfera poetica, a farci ripiombare
dall'olimpo leggendario in galera e ne' postriboli:
*Da tanta altezza in così basso loco.* Eppure,
il Goethe era siffattamente innamorato dell'episodio
della Ghita; il considerava qualcosa di tanto bello
[pg!191]
ed indovinato; che nella propria autobiografia (da
lui con troppa ingenua sincerità intitolata: *Verità
e favola*) si rammarica della facilità giovanile, con
cui parlava de' lavori in corso e se ne consultava
con gli amici. Facilità, che gli procacciò il dispetto
di vedersi rubàto questo tema e sfruttato da molti,
prima ancora della stampa de' suoi frammenti fausteschi.
Oh! fatuità ingenua! Che c'è egli in questo
episodio, che non sia triviale, che non possa venir
in mente ad ogni fedel minchione? Fra le altre trattazioni,
la men cattiva e più nota si è l'*Infanticida*,
romanza giovanile di Gian Cristoforo Federico Schiller
(ch'era di due lustri appunto minore del Goethe);
cui nessun ingrediente, ch'è nella prima parte del
*Fausto*, manca, tranne Mefistofele; e, non rappresentando
Mefistofele nulla nulla nell'episodio della
Margherita, ch'è po' poi tutta la prima parte del
*Fausto*, non per questo vi manca cosa alcuna. Ma
la forma di romanza è viemmaggiormente acconcia
alla natura del subjetto, dando campo di concentrar
tutta la luce e l'attenzione sul voluto momento poetico
e facoltà di rincalzar nell'ombra i prosaici; facendo
del componimento uno sfogo lirico (ciò, che
il Byron chiamò poscia *monodia*) della rea nell'ascendere
il patibolo. Chi non iscorge quanto una simile
posizione è favorevole alla poesia, la quale ama
di evocare, come una successione di lampi sempre
più sfolgoreggianti, mille immagini del passato, acciò
meglio si vegga la tenebria del vedovo presente?
Cui non sovviene immediatamente lo strazio, che, da
una posizione consimile, ha saputo distillare Giacomo
Leopardi nelle sue *Ricordanze*? Chi non rammenta
il soliloquio del Conte di Carmagnola, incarcerato
e presso a morte? non è se non un seguito
di esclamazioni, ma ogni esclamazione evoca un fantasma
ed uno strazio. Se non che l'*Infanticida*, scritta
con l'enfasi rettorica e la smania d'effetto, che lo
Schiller non seppe o non volle ismetter mai e che
gli fanno scambiare il frastuono col vero, l'idropico
col pingue, i tropi e le figure (veste) col sentimento
[pg!192]
(corpo), non giunge (come fanno stupendamente il
Leopardi ed il Manzoni, ch'eran ben altre paste di
poeti) ad incarnare un'immagine ben contornata e
viva; anzi si perde in un linguaggio vago, incerto,
che nulla poteva rappresentarmi allo scrittore e nulla
dice al lettore. Udite un po', come la Luisa ricorda
i suoi tempi giovanili! — «Addio, sogni tessuti di
oro, figli del paradiso, fantasie! Ahi! che morirono
nel bocciuolo, senza poter mai fiorire alla luce!
Mi copriva l'abito di cigno dell'innocenza, leggiadramente
adorno di rosei nastri,» — eccetera.
Questo è linguaggio idropico, che mi cuopre il vuoto.
I sogni non sono prodotto botanico, del quale si
abbiano a raccontar le vicissitudini; l'innocenza non
è una sartina, della quale vogli descrivermi gli abiti!
Anzi e quelli e questi sono stati contenuto della
vita della Luisa, ed innanzi alla fantasia di lei dovrebbero
non presentarsi nell'indeterminato del nome
generico, bensì nella ricchezza del fatto speciale;
come il *dato* sogno, come la *data* azione, in cui si
esternava l'innocenza! Il reato è scoverto, la giustizia
accorre: — «Il bargello picchiava orribilmente,
e più orribilmente il mio cuore; lieta, io mi
affretto a spegnere le fiamme del mio dolore nella
fredda morte.» — Freddure e concettini invece di
sentimento. Da ultimo si accorge di aver commosso
ad inutil pietà gli astanti e finanche il boja. Qui
dovrebbe balenarle la speranza momentanea della
salute, tosto dolorosamente rintuzzata e strozzata dall'irremovibile
realtà; ma invece essa dice: — «Lacrime,
lacrime nello sguardo del carnefice? Bendatemi
tosto gli occhi. Manigoldo, non sai tu spezzare
un giglio! pallido manigoldo, non tremare.» — E
quest'ultimo tratto bellissimo davvero, o perchè
deve essere neutralizzato dalla ridicolaggine di quel
pretensioso paragonarsi al giglio; che non fu del resto
mai simbolo delle sgualdrinelle? Lo Schiller, come
poeta lirico, è poco al disopra del nostro Parzanese;
e, come poeta drammatico, rimane inferiore
al Niccolini... Ma noi Italiani, passato il primo momento
[pg!193]
d'*engoûment*, siamo giusti estimatori del merito
de' nostri e non faremo certo mai per Bista Niccolini
tutte le pulcinellate, che i tedeschi han fatte
per lo Schiller. Gli è pur vero, che abbiamo di meglio
del Niccolini e gli alemanni non hanno nulla
di superiore allo Schiller.


XVI. — *Incertezze.*
--------------------

Le menti grandi si limitano, le limitate si gonfiano;
ma *chi troppo abbraccia nulla stringe*. Il Goethe,
come non ha saputo scegliere fra leggenda, epopea
e novella, (anzi, volendo conservarle tutte, ha
soffocate le tre teste di questa tragedia-cerbero, a
mo' di chi per voler far allevar tutti i micini alla
su' povera gatta li facesse morir di fame *en bloc*;) così
pure non gli diè il cuore di sacrificare un solo di
mille concetti, che poteva incarnare nel suo lavoro.
Ognuno è stato ammesso ad inspirare un verso, una
parlata, una scena, un avvenimento, secondo che una
impressione od un affetto qualunque il suscitava;
quindi appicco agli scoliasti per vederci quanto loro
aggrada e ragion per noi di dire: *dov'è tutto, non
è nulla.* Malgrado l'affezione, con cui il Goethe ha
lavorato e rilavorato per anni ed anni i frammenti
del *Fausto*, aggiungendone sempre di nuovi, non
sembra prender tanto sul serio il lavoro, che non gli
venga arcispesso il ghiribizzo di contemplarlo ironicamente,
di satireggiarlo e parodiarlo. Ora, non c'è
che ridire sul suo pieno, pienissimo diritto, di foggiare,
come più gli andasse a sangue, il mito popolare;
di ritrattarlo a suo piacimento; d'imporgli insomma
lo stampo, che meglio a lui gradisse. Al poeta
non è ristretta in modo alcuno la facoltà di concepire
a suo beneplacito. Ma sapete perchè? Perchè
non è nel suo arbitrio il far nulla d'arbitrario, anzi,
se egli è poeta, non può concepire senza conformarsi
alle necessità psicologiche e storiche. Assoluta libertà
significa assoluta servitù, giacchè vuol dire essere
soggetto, soggiacere piena ed esclusivamente alle determinazioni
[pg!194]
intrinseche, ciò sono le più necessarie
e fatali. Ora, messer Goethe avea piena facoltà di
scegliere fra ciò, che chiamerei il metodo umido, e
ciò, che potrebbe dirsi il metodo secco della letteratura,
fra 'l pianto ed il riso, fra 'l tragico e l'umoristico;
nulla ostava a che trattasse quell'argomento,
che riassume in sè tutti i miti stregoneschi,
come appunto Michele di Cervantes-Saavedra ed assai
meglio e prima Ludovico Ariosto, avevano bistrattato
il ciclo cavalleresco; o farne la caricatura esterna
o svolgerne l'interna ironia. Poteva anche prenderlo
sul serio (perchè no, gua'? c'è gente, che prende sul
serio roba anche più bislacca!) e rinsanguinare la
forma vuota oramai, riversandovi un concetto nuovo.
Ma quel, che non potea far lui, che nessun poeta
al mondo potrebbe mai fare, implicando inconcettosità,
*id est* mancanza d'un concetto definito, (ch'è
in poesia quel medesimo, che la sprincipiatezza sarebbe
in morale); quel che non era in poter del Goethe
di fare, gli era appunto quel, ch'egli ha preteso
fare: l'oscillare fral sublime ed il comico, fral
tragico e l'umoristico, fra lo spiritoso e l'appassionato,
fral buffonesco ed il dignitoso; e pretendere,
che il lettore s'immedesimi talmente, non con l'andamento
dell'opera, anzi con la capestreria dello
scrittore, da seguirlo compiacentemente in tutte le
disposizioni d'animo, in cui gli piace ingolfarsi per
sue ragioni subjettive, che non c'entrano con le necessità
e le determinazioni dello scritto. Ora, in Arte,
il capriccio è inammessibile; ed ecco forse perchè
le donne non sanno concludervi mai null'altro se non
che fiaschi, per quanto la generosità virile le degni
talora di plauso. Adottato un modo di vedere per un
lavoro qualunque, il modo di trattare ne deriva con
ferrea necessità: l'umore stesso, l'umore, scherzo
supremo e sovrano con ogni objetto, sbrigliato è soltanto
in apparenza; in fatto, ha norme invalicabili,
nè può mai sconfinare da quel conflitto interno, da
quella contraddizione sentita fra la forma tiranna e
l'idea rubella, che ne costituiscono il fondo. [pg!195] (*Sconfinare
da un conflitto*! Che frase! Non dirò *Intendami
chi può che m'intend'io*; perchè so, che il lettore
m'ha capito. Nè d'altro ho cura).

Ma che? se *il prologo celeste* del *Fausto* mi fa supporre
un'opera ironica, volto poi la facciata ed incontro
l'arcisublime (almanco nell'intenzione) monologo
del protagonista. A quale impressione dovrò
confidarmi? a nessuna delle due: aspetterò, che una
altra scena m'illumini sul carattere del lavoro. Ed
avrò un bell'aspettare, si! *Sperando meglio, si divien
veglio*, dice l'adagio toscano. Durante l'intero
dramma, osserviamo un parallelismo incessante del
sublime col comico: stanno lì eretti, l'uno a fronte
dell'altro, l'uno accanto all'altro, ignorandosi e distruggendosi
a vicenda, nello stess'atto, nella stessa
scena, spesso nella parlata medesima, nel periodo
medesimo, e presso ch'io non dissi nel vocabolo medesimo:
non c'è mediazione fra' due termini, non
c'è soluzione del contrasto crudissimo. L'onesto lettore
non sa dove sbatter col capo, vedendo le scene
dileggiar le scene, le parlate caricatureggiar le parlate,
ed i personaggi fare perpetuamente le fiche ai
personaggi; e rimane sbalordito, infraddue, senza
sapere, se abbia da sciogliersi in lacrime o da smammarsi
di risa.

Mi rammento una serata, che io trascorsi non ha
guari in campagna. Avevo pranzato non malaccio,
e tutte le mie facoltà fisiche ed intellettuali erano
assorbite dalle funzioni digestive. Mi trovava in uno
di que' momenti d'apatia somma, ne' quali proprio
l'uomo è materia inerte, non ha più sentimenti, non
ha più pensieri suoi; in cui la mente sonnecchia, e
le fibre si lasciano animalescamente andare. Dice il
proverbio: *uomo solitario o bestia o angelo...* (Nota,
lettore, che l'angelo e la bestia hanno di comune
la loro inferiorità estetica rispetto all'uomo; anzi
l'angelo, poeticamente, artisticamente, è al di sotto
assai della bestia; perchè questa possiede l'istinto
almeno e l'individualità; mentre il signor angelo è
pura neutralità, acqua fresca mera, carta bianca e
[pg!196]
non ha personalità). Dunque, ripeto, o bestia od angelo,
ch'io mi fossi in quel punto, appartato dagli
amici, percoreva su e giù al bujo una filza di stanze.
In fondo, v'era una finestra, che affacciava sur
un piazzale; e di lì sentivo risa lietissime ed il tintinnio
d'un cembalo ed il tripudio d'una tarantella
prolungata. Dirimpetto, si usciva sur una loggia; e
di lì potevo ascoltar le grida disperate, che venivano
da una casupola poco discosta, d'una madre, che frai
singhiozzi ed il pianto, malgrado le vane ciance delle
vicine, sclamava ogni tratto: — «Povera Carmela
mia! povera Carmela!» — Se avessi sentito solo
le risa od il pianto, l'impressione mi avrebbe trascinato
ad un corso di pensieri o mestissimi o giulivi;
ma così giungevano semplicemente a neutralizzarsi
nell'animo ed a lasciarlo immerso nell'apatia
poltrona digestiva *ut supra*.

Appunto così rimane il lettore del *Fausto*; manca
il tono generale, difetta il sentimento dominante.
Non c'è scampo, mi bisogna ripeterlo tautologicamente
su tutti i toni, a rischio di diventare importuno.
Povero lettor mio, scusami; io mi raccomando
all'indulgenza tua con le parole, che Piero, nel *Convitato
di pietra* del Molière, dice alla sua Carlottina
in francese contadinesco: *Je te dis toujou la même
chose, par ce que c'est toujou la même chose; et si
ce n'était pas toujou la même chose, je ne te dirais
pas toujou la même chose.*

Subito dopo che Fausto ha evocato il demonio, ecco
Mefistofele, evocando il Re de' ratti, far la parodia
della propria precedente incantazione. Nella scena
del giardino, le conversazioni buffonesche di Mefistofele
e della Marta, tramezzando i ragionari amorosamente
idillici del protagonista, e della Margherita,
li rendono burleschi: il poeta, intendendo augumentar
l'effetto colla contrapposizione, non si
avvide, che, ravvicinato il sentimentalismo dell'una
coppia alla comica brutalità dell'altra, il momento
più forte ed intenso dovea necessariamente distruggere
ed assorbire il più fiacco. Il riso è un acido
[pg!197]
corrosivo, che non lascia intatto nulla, che tutto intacca:
la negazione è da più della semplice affermazione.
Così pure il Wagner ecclissa ed annulla
Fausto. Così la scena dell'abbindolamento dello studente
è il punto culminante della metà leggendaria
della prima parte. Così, per finirla, Fausto e Mefistofele
sono solo due semicaratteri, di qua tutto il
sublime, di là tutto il comico, che si trovano composti
e combinati normalmente nella stessa persona
bella o poetica, ma che qui stanno disgiunti in due
personaggi, rimasi imperfetti, invece di fondersi a
monade in personalità viva ed intera.


XVII. — *Disocchiatezza e la scena della maliarda.*
---------------------------------------------------

Questo *infraddue*, quest'oscillare del poeta, questa
indeterminatezza del sentimento, quando gli fa
trascorrer dinanzi inavvertiti i più be' momenti originali
offerti dal tema, quando il costringe a strozzarli
e gl'impedisce di svolgerli, inforsandolo sul da
fare. Ne prendo ad esempio gli amori di Fausto con
l'Elena greca; amori, che formano la parte più suscettiva
di un concettoso svolgimento poetico nell'antico
libercolo. Due volte vi si parla dell'Elena
greca: la prima, si racconta come Fausto l'evocasse,
innanzi agli attoniti studenti, ragunati per cenare
a lira e soldo in casa sua, e come tutti ne rimanessero
talmente accesi, da non poter chiudere occhio
nella nottata; la seconda, come Fausto ne facesse
la propria concubina e l'ingravidasse, con quel che
segue.

Esclusa dal primo lavoro del Goethe intorno a Fausto,
e rilegata nella seconda parte, quell'avventura,
che avrebbe dovuto essere l'essenziale, anzi il fondamento
dell'opera, è trasformata in un assurdo (in
un *fuori del tempo*, come Vittorio Hugo intitola un
suo canto, che differisce ben poco da un *fuori d'opera*;)
diventa, come avemmo a dire, episodio inconcludente,
senza scopo nell'economia totale dell'opera,
senza influsso determinato sulla sua enucleazione.
[pg!198]
Per amor di brevità mi diffonderò solo
sopra un altro esempio oltre a questo.

Dopo la scena della cantina, stomachevolmente
sciocca (mi servo de' termini adatti e proprî, e, come
diceva il Boleo, *J'appelle chat un chat et Rolet
un fripon*), nella scena della cucina stregonica, nauseosamente
insulsa; nel bel mezzo d'un oceano di
inconcludenza, salutiamo ad un tratto un concetto
sublime con più frenesia, che non ingombrò le zucche
de' compagni di Cristoforo Colombo, quando poteron
gridare *terra, terra!* o le menti de' compagni
del greco Senofonte, quando poteron gridare *mare,
mare!* Fausto è un vecchio, che, per godere il mondo,
la vita, da lui trascurati in gioventù fra *carcami
di bestie ed ossa di morti, fra' mucchi di libri polverosi
e tarlati*, si fa ringiovanire per virtù d'incantesimi.
Al lettore s'apre issofatto una ridente prospettiva
di poesia, come al nobiluomo svedese, di cui
nel *Romito del Cenisio*, si scopre il *sorriso dell'Italica
pianura*. Egli tripudia al pensiero di farla finita
con le astruserie, di far punto e basta con le conversazioni
inconcludenti e di vedersi balzar viva
rimpetto un'azione; e gli scappa di bocca, come al
pubblico napoletano, quando, alla prima recita del
*Carmagnola*, vide, in una delle ultime scene del
quinto atto, due femmine sul palcoscenico, un ingenuo:
*finalmente!* Mi par di vederlo, quel dabben
lettore, sdraiato sulla poltrona a dondolo, cavarsi di
bocca il sigaro, che fin allora avea masticacchiato
dispettosamente anzichè fumato; di vederlo trarselo
di bocca e scuoter col mignolo la cenere nella sputacchiera
e fantasticare fra sè e sè. Ascoltiamolo,
quand'anche dovessimo meritarci la taccia d'indiscreti: — «Oh
cattera, ci siamo! diceva ben io: non
si può, non può scroccarsi di pianta una riputazion
colossale, gigantesca, piramidale, come quella
del Goethe! Bravo il mio Goethe! Comincio a comprenderti,
t'indovino! Ora, i dubbî di Fausto cesseranno
di presentarsi quale puro sfogo declamatorio,
anzi si realizzano, si effettivano, si concretano
[pg!199]
in una situazione. Mo' sì, che Fausto simboleggerà
davvero e da senno l'uomo moderno! e questo naturalmente,
impremeditatamente, come semplice
risultato dell'opera. Falcia, falcia il mio Goethe;
qui c'è messe impareggiabile di poesia. Tocchiamo
la terra ferma d'un subjetto concreto: gli amori
d'un vecchiardo ringiovanito dagl'incantesimi; la
senilità sconsolata del pensiero ammogliata alla
gioventù corporale; il sozzo necromante, che ammalia
e contamina la vergine innocente. Bell'intreccio!
il quale mi rappresenta in modo stupendo
la cognizione prematura d'ogni cosa, che ci cosperge
d'amaro e di disgusto ogni gaudio, ogni
momento della vita, spoetizzandoli sempre anticipatamente,
non lasciando campo ad alcun inaspettato,
ad alcuna lusinga, ad alcuna speranza, ad
alcuna illusione, ad alcun errore, escludendo la
*dolce e timida asinità giovanile*, come dice lo Heine....
e la felicità di meravigliarsi e stupire. Dura
scienza, cognizione fatale, che in ogni voluttà ci
lascia provar solo una reminiscenza di quanto sappiamo
altri aver provato! Fausto diventa voi, me,
noi tutti, stanchi come la Messalina giovenalesca
prima d'esser sazi; che dico! prima di aver fatto
checchessia, che possa stancarci! pe' quali le passioni,
pregustate con la cognizione, non han più
soavità; simili all'artista, che per aver troppo minutamente
vagheggiate ed ultimate con la fantasia
le sue creazioni, allorchè finalmente impugna lo
scalpello od abbranca il pennello, è già nauseato
dell'opera, non ha più che aggiungerci. Noi aspettiamo
impazienti dall'infanzia il promesso destarsi
de' sensi nella pubertà; e c'informiamo così minutamente
quanto e quale avrà da essere, che,
giunto, non ha più la verginità d'impressione, la
quale principalmente gli avrebbe attribuita dolcezza,
nè può fruttarci se non disinganni. Non facciamo un giuramento
d'affetto, senza presentire,
presapere, che il violeremo; non desideriamo una
donna, senza prevedere, che ci disgusterà. Le passioni
[pg!200]
hanno perduta ogni spontaneità: ci sentiamo
precondannati a far della vita un'esercitazion rettorica,
a ricalcare le orme de' predecessori, a rifare
e riprovare quanto altri han fatto e provato
meglio assai di noi, perchè ingenuamente, senza
modelli e maestri. Ed i men persuasi dell'autenticità
della Bibbia, rimangon compresi dalla verità
d'alcune parole dell'Ecclesiaste: *Quid est quod
fuit? ipsum quod futurum est. Quid est quod faciendum
est? ipsum quod factum est. Nihil sub sole
novum, nec valet quisquam dicere: «Hoc recens
est». Iam enim praecessit in saeculis quae fuerunt
ante nos.* Magnifica occasione questa, che s'offre
al Goethe, di darci perfetta la figura, onde il Renato
dello Chateaubriand è abbozzo informe; e di
darcela, rinsanguinando le forme mitologiche cristiane.
E dal contrasto fra la gioventù e la vecchiezza
nel medesimo petto, si ha da svolgere ogni
parte della tragedia, e risulterà la catastrofe. Bravo
il mio Goethe! evviva! grand'uomo!» —

Piano, ingenuo il mio lettore, non far conti senza
l'oste, prego. Non applaudire il Goethe pel pensiero,
che tu gli supponi e ch'egli, ahimè! non ebbe.
Non condurti come que' buoni Italiani del quarantotto,
che stimarono Pio IX riformatore e liberale
per certe idee, che al povero Papa non vennero in
capo mai. Le leggerezze son brutta cosa; e noi non
possediamo, come que' tedeschi, una tal riputazione
di serietà, da permetterci di perpetrarne impunemente
senza discapito. Il Goethe poteva fare, quel che tu
dì', certo: ma non l'ha fatto. Poteva far anche altrimenti,
e vo' dirti in che modo, io; come avrebber
fatto forse Aristofane d'Atene o qualcuno de' troppo
negletti nostri secentisti svolgendo ed incarnando il
concetto, espresso nell'ultimo distico della scena dell'incantesimo:

   | *Quel licor, ch'hai nel corpo, ti fa scorgere*
   | *Elena greca in qualsivoglia femmina* [#]_.

.. [#]

      | *Du siehst, mit diesem Tranke in Leibe,*
      | *Bald Helenen in jedem Weibe.*

[pg!201]
Figurati Fausto, il grande, il dottissimo, l'arciscettico
Fausto non pure innamorato di *non so che Gentucca*,
(giacchè in fatto di volgarità, la Ghita lascia
poco o nulla a desiderare) anzi Fausto inteso a venerare
qualche decrepita sbilenca meretrice come le
colonne di Ercole e del buono e del bello. A che
prostituisce la sua scienza impareggiata? a giustificare
con sofismi l'error suo. A che degrada la necromanzia
e l'ajuto diabolico? ad obbligar cielo e
terra a porsi in ginocchio dinanzi a quell'idolo abjettissimo;
a soddisfarne i capricci dissennati:

   | *Un cotal matto intrabescato, in aria,*
   | *Puffete! e luna e sole ed ogni stella*
   | *Scoppiar faria, per divertir la bella* [#]_.

.. [#]

      | *So ein verliebter Thor verpufft*
      | *Euch Sonne, Mond und Sterne,*
      | *Zum Zeitvertreib dem Liebchen in die Luft.*

In questa crociata per imporre al mondo il proprio
errore, come l'Occidente medievale pretendeva imporgli
le sue superstizioni, in questo conflitto, debbe
fiaccarsi e succombere. Una situazione consimile è
accennata da Guglielmo Shakespeare, quando, per
virtù di succhi d'erbe, fa innamorare la Titania,
Regina de' Genî, del rozzo tessitore Bossom, che di
giunta uno spiritello maliziosetto ha *tradotto*, come
gli gridano i compagni, trasformandogli il capo in
una testa d'asino: ch'è presso a poco il modo di
tradurre adoperato da' traduttori Italiani, ch'io conosco,
col *Fausto*. Lo stesso Aristofane non avrebbe
avuto nulla di più selvaggiamente derisorio: lo stesso
Molière, nell'*Ammalato immaginario* e nel *Borghese
Gentiluomo*, non avrebbe tanto velenosamente sbuffoneggiate
le traveggole umane. O la favola veramente
acconcia a simboleggiare l'idolatria secolare
del nostro uman genere per altre favole, portati dell'idealismo
medievale, con tutte le loro parti brutte
e laide e sconce; che destarono il cachinno sarcastico
del Rabelais e del Machiavelli, quando esso
[pg!202]
uman genere, che stimava stringere al seno i pomi
de' giardini esperî, si accorse *De presser tendrement
un navet sur son coeur!* Il Goethe non era forse incapace
di accogliere simili concetti, per dir così, titanici;
e ne fan fede, per tacer d'altro, le poche
scene frammentarie intitolate *Satiro*, ben degne che
qualche gran mente vi fiuti l'argomento d'un'opera
colossale: ma la sua naturaccia molle e mutevole,
quasi meretricia, (e questa sua conscia femminilità
spiega, come al dio biblico virile del *Prologo celeste*
surrogasse un *eterno muliebre* in fine alla seconda
parte) non era atta a covarli con la costanza e l'esclusività,
che solo potevano condurle a buon porto.
E neppure nel *Satiro*, del resto, fu originale; giacchè
l'argomento è preso dal *Fauno, finto dio*, favola
boschereccia d'Illuminato Perazzoli da Imola (*Bologna*
M. DC. IV) e da' *Falsi dei*, favola pastorale
*piacevolissima* di Ercole Cimilotti, Estuante, accademico
inquieto, dove Graziano, Pantalone, Burattino
e Zani vengon presi per dei dagli abitanti di
Arcadia.


XVIII. — *Intervento diabolico.*
--------------------------------

Altro e maggior documento della leggerezza, della
superficialità, dell'inconsistenza messa in questo lavoro,
si è la parte, che vi rappresentano il diavolo
e le streghe. I poeti hanno la nomea di taumaturghi,
e sono anch'io qui per attestare miracoli di più
d'uno, il quale mi ha fatto piovere

   |   *... amare lacrime dal viso*
   | *Con un vento angoscioso di sospiri,*

miracoli certo un pochetto men dubbî del vescovile,
attestato da Gian Giacomo Rousseau, quando stava
con la Warens; e del quale, giurerei, Monsignor Tipaldi
non avrebbe tentato di far la seconda edizione,
a proposito dell'incendio vuoi della Vicaria, vuoi
dell'Arsenale. Ma, taumaturgheggi pur lo scrittore
[pg!203]
a sua posta, non gli riuscirà mai di far prendere sul
serio agli uditori ed a' lettori, quanto difetta necessariamente
di serietà intrinseca per esso lui. Ora,
nel *Fausto* del Goethe, l'intervento diabolico non
ha la benchè menoma ragion d'essere; in tutto il
poema, niente accade, che il dimostri utile o necessario
o concludente; è superfetazione mera; contatto
infecondo, dal quale nulla può derivar di vivo,
come dagli amplessi della lussuriosa figliuola di Cesare
Augusto, che gli anneddotisti ci assicurano essersi
più che mai sfrenatamente abbandonata agli
amanti nel tempo delle gravidanze.

Nel mito popolare, e' si trattava di compier cose
più che impossibili ad ogni umana virtù: trasvolare,
con la rapidità del pensiero, interminati spazî; prevedere
e predire *quid sit futurum cras*; soprattutto
poi sforzare le cancella di Dite, *irremeabilis unda*,
ed amare e godere Elena greco-trojano-egiziaca,
(*trojana* soprattutto!) polvere ed ombra da trenta secoli;
quindi ben si comprende, che, per soddisfare
una potenza di desiderio, impaziente d'ogni limitazione
antropologica, inappagabile ne' confini d'una
contrada o d'un'epoca determinata, gli escogitatori
della favola ricorressero ad inficcarci Mefistofele, *ut
tragici poetae confugiunt ad deum, quum explicare
argumenti exitum non possunt*. Anzi in esso mito
l'intervento soprannaturale, (che la critica del settecento,
gallicizzando, chiamava: *macchina*), è motore
primo e precipuo, scopo ultimo ed essenziale,
principio e fine, succo e sangue del lavoro. Ma gli
amori di Fausto e della Ghita, che po' poi son tutta
la prima parte del *Fausto*, chi vorrà stimarli qualcos'altro
di una volgarissima avventura umana, di
quelle, che quotidianamente intervengono, in cui il
più dappoco fra nojaltri si fiderebbe di protagonisteggiare
a dovere, senza bisogno che un principe
infernale gli tenga il candeliere, purchè sapesse sbrigarsi
degli scrupoli? certe cose piacciono più a vedersele
in due, a quattr'occhi, fra te e me; ed un
giovane fanatico ed una sempliciotta innamorata o
[pg!204]
pronta a vendersi non han bisogno che si scomodi
Lucifero per metterli su. Togli Mefistofele di mezzo;
affededdio, che tutto camminerebbe egualmente bene.
E non c'è che dire, lo scrittore stesso ne ha piena
coscienza, quando imbocca a Fausto que' tre versi:

   | *Ah, se di requie io sol m'avessi un'otta!*
   | *Del diavolo davver non saria d'uopo*
   | *A raggirar cotesta sempliciotta* [#]_.

.. [#]

      | *Hätt' ich nur sieben Stunden Ruh'*
      | *Brauchte den Teufel nicht dazu*
      | *So ein Geschöpfchen zu verführen.*

O che altro fa egli, questo tizzon d'inferno messo
in iscena con tanto fracasso, che altro fa egli di necessario
all'azione, se non procacciar giojelli, abboccarsi
con una ruffianaccia e preparar cavalli per
la fuga? Ogni Figaro, ogni cameriere, ogni mozzo
di stalla sarebbe da tanto. Per sì poco non si scomodano
quegli angioli rubelli. Quanto al tempo abbreviato,
può aver luogo solo mediante un imperfetto
svolgimento psicologico.

E poi! Il Fausto mitico è cristiano: patteggia col
diavolo, perchè cerca un alleato contro quel dio personale
e tirannico, che Pier Giuseppe Proudhon (un
suo discendente, m'immagino) stimava di aver irrefutabilmente
dimostrato sinonimo del male; e' crede
nell'esistenza del diavolo e ne paventa il potere, e
dio è per lui qualcosa d'effettivo, una persona viva,
che egli odia, appunto come solo può odiarsi una
persona ed un vivo. Ma un dottor Fausto scettico,
anzi panteista (non si giunge ad appurare, ad assodare,
a chiarire, che diamine sia; ora ti par questo,
ora ti par quello!) un dottor Fausto, il quale si dà
a quel diavolo, in cui non crede, rinnegando quel
dio, che per lui è un *flatus vocis*,..... caspita! io
non so due parole per indicare un'idea: è un bell'assurdo,
anzi un brutt'assurdo. Il suo apostatare è
una semplice simulazione di apostasia, giacchè rinnega
iddio, ch'egli nega, per darsi al diavolo, cui
logicamente non può credere, se discrede in dio. Dal
[pg!205]
momento che riconosce a pruova l'esistenza del diavolo,
gli deve esser dimostra quella di dio, ed allora
come può rimaner ateo?

Insomma la sua apostasia è qualcosa di prosaico,
di schifoso, come quella di certa gente, sapete, la
quale, con nuova speculazione, si fa protestante in
Italia nostra, *incredibile dictu!* quasi che le burattinate
del protestantesimo potessero allignare in una
chiara mente Italiana ed abbarbagliarla! quasi che
un Italiano potesse di buona fede rinnegar la religione
cattolica per un'altra! E prima di tutto, vi
rammenterò una bella parola di quel celebre Pietro
Paolo Royer-Collard, che Don Ferrante, vivendo ai
nostri dì, chiamerebbe senza dubbio come Giovanni
Bottero: *galantuomo sì, ma acuto*. Eccola: *On ne
divise pas l'homme, on ne fait pas au scepticisme sa
part; dès qu'il a pénetré dans l'entendement, il l'envahit
tout entier.* Comprendo, che un uomo creda la
ragione impotente a scoprire il vero, e si sobarchi
ad un'autorità, e s'inchini a tutta l'impalcatura
dommatica della Chiesa Romana. Comprendo del pari,
che uno creda nella virtù della mente umana,
ed allora rifiuti ogni forma di cristianesimi. Quel che
umilmente confesso di non comprendere, è il venire
a patti del raziocinio e della fede, è una ragione,
che ammetta qualcosa d'indimostrabile; è una tiepida
fede, che accetta dieci dommi e repudia l'undecimo.
O dentro o fuori, non c'è via di mezzo: *En
présence du ciel il faut croire ou nier.* Il protestantesimo
storpia ed inrachitichisce l'intellettiva: l'Italiano,
che si sfranca della chiesa cattolica, non
può credere in altra religione, anzi va difilato a prostrarsi
agli altari negativi di San Razionalismo. Perchè?
perchè non è nell'arbitrio nostro il creder
quel, che ne pare, anzi l'individuo può solo digerir
diversamente le credenze, le quali alimentano le facoltà
morali dell'organismo nazionale, in cui rappresenta
una cellula. Ora, il cattolicismo è prodotto
Italiano, è manifattura nostra; è il velluto in cui
abbiamo trasformato l'organzino giudaico; è l'oro
[pg!206]
in cui tramutammo alchimisticamente il piombo delle
dottrine neoplatoniche miste di caldaismo; in esso
è trasfuso gran parte del nostro antichissimo politeismo;
e quindi ha profonde radici nella coscienza
nazionale, contiene il concetto di dio, della religione,
quali emergono storicamente dal nostro enucleamento
religioso ed intellettuale. Ma tutte le sette
protestanti son per noi qualcosa d'immediato, di
estraneo al carattere, alla coscienza popolare; e quindi
è un bell'impossibile che abbian presa sugl'individui.

Ohimè, ch'io m'accorgo di aver nuovamente digredito!
Il fatto è fatto; ma, credetemi, stavolta,
non l'ho proprio fatto apposta e prometto di non
farlo più. E, tornando a quanto dicevamo a proposito
dell'essersi il Goethe discostato dal mito, trasformando
il suo Fausto in uno scettico, soggiungeremo,
che, in tale caso, v'era pur sempre modo da
cavarne partito, ma non più ingenuamente. Bisognava
rappresentarmelo volteriano, incredulo, pirronico,
in mezzo alle più scompigliate taumaturgie
diaboliche e celesti, occupato a discuterle ed a sofisticamente
spiegarle co' mezzi semplici della natura;
a provare al demonio, che sel porta via, che
esso è una *vanità, che par persona*; all'inferno, che
lo abbrucia, ch'esso non esiste e che quelle fiamme
sono mera illusione; al Sabaot, che il percuote e
castiga, ch'esso è un *nome vano, senza subjetto*. Bisognava
insomma esplicare in Fausto il carattere,
appena accennato nel *Proctofantasmista* della tregenda.


XIX. — *I caratteri de' protagonisti.*
--------------------------------------

Il Fausto mitico è davvero insaziabile e non sai
se più di passioni o di godimenti. Non lascia intentato
alcun Regno del pensiero, alcun angolo della
natura; anzi fruga, fruga dovunque e schianta da
ogni albero scienza e voluttà, nè si appaga, se non
dopo averne tocco l'apice in grembo alla sua famigliuola
storica. Fausto è lo scienziato del rinascimento,
[pg!207]
che nega l'enciclopedia dommatica dell'epoca,
e tenta di costituirne un'altra; però, potendosi
con l'empirismo asseguir bensì cognizioni staccate,
ma non già far corpo di scienza, Fausto rimane inappagato.
Ecco perchè chiama il diavolo; e, condannato
a creder solo *fatti*, vuole almanco verificarli
tutti ad uno ad uno co' sensi proprî. Quindi le arti
necromantiche, i viaggi per questo e per quell'altro
mondo,

   | *... monde étrange, absurde, inhabitable,*
   | *Et qui, pour valoir mieux que le seul véritable,*
   | *N'a pas même un instant eu besoin d'exister;*

quindi le vaticinazioni, l'evocazioni, le fantasmagorie;
quindi quel fare assumere al succubo la forma
d'ogni bella, ch'ei pensa. L'insaziabilità non rimane
parola vuota, anzi s'incarna in un seguito d'azioni,
costituisce il carattere.

Ed il Fausto del Goethe?

Ben so, che mi si possono citare versi a centinaja
ed in parte bellissimi, ne' quali si ragiona di scontento,
d'irrequietezza, d'inappagabilità; ma le ciance
son ciance, veniamo a' fatti. Ahimè, non corrispondono!
Vittorio Alfieri dice aureamente sul carattere
della Clitennestra nell'Oreste suo, che doveva essere:
*Or madre, or moglie, e non mai moglie o madre*;
dice aureamente, la cosa esser più facile ad esprimersi
in un verso, che a rappresentarsi per cinque
atti. So quel, che volete dire; vi s'affaccia sulle
labbra il giudizio, che Mefistofele fa di Fausto:

   | *... Gli diè la sorte irrefrenabil mente,*
   | *Che ognor trascorre, e troppo impazïente*
   | *Di questo mondo un sol piacer non gode* [#]_:

.. [#]

      | *Ihm hat das Schicksal einen Geist gegeben,*
      | *Der ungebändigt immer vorwärts dringt;*
      | *Und dessen übereiltes Streben*
      | *Der Erde Freuden überspringt.*

[pg!208]
e quanto soggiunge altrove:

   | *... Nè gioja il sazia, nè ventura appaga*
   | *Per mutabili forme egli arde ognora* [#]_.

.. [#]

      | *Seconda parte, in fine:*
      | *Ihn sättigt keine Lust, ihm gnügt kein Glück,*
      | *So bühlt er fort nach wechselnden Gestalten.*

So quel, che volete dire: vi sovviene la parlata di
Fausto nel sottoscrivere il patto: *Acchetiamo le ardenti
passioni negli abissi della sensualità: ogni portento
sia pronto in impenetrabile veste necromantica.
Immergiamoci ne' vortici del tempo, nell'incalzare
degli avvenimenti: e dolore e godimento, trionfo
e noja si avvicendino celeremente.* Ma in quali fatti,
in quali azioni si esplicano, s'incarnano queste rotonde
parole?

Sono un programma da deputato della sinistra, che
gracchia su tutti i toni: *abbasso i consorti, onestà,
disinteresse*; e poi? poi va al Parlamento per vendere
il suo voto o le assenze od il silenzio, per isbrigar
faccende avvocatescamente, per carpire impieghi
e ricevitorie, non già per l'incorruttibile signoria
sua, ohibò! anzi solo per una sesquiserqua di parenti
prossimi o remoti; per ottenere un titolo buffonesco
di conte, mentre repubblicaneggia... I democratici
son ghiotti di titoli, oh assai! e quando manca loro
una baronia legittima, ne usurpano persino da bravi
qualcuna più o meno spuria, come vediamo farsi dall'autopseudo
barone Nicotera.

Se avesse operato a dovere Fausto, ed io allora
senza il programma mi sarei accorto ben io come
stavano le cose. L'assenza di misura e di scopo, la
impazienza d'afferrar qualcosa a volo, il compiacersi
ad intingere il muso in ogni salsa, conveniva rappresentare
e raffigurarmi il tumulto della vita sociale
per tuffarvi entro Fausto; il quasi aveva condursi
davvero, come se il suo programma di vita fosse
questo:

   | Stender convien la destra ad ogni frutto,
   | Abituarsi a qualsivoglia affetto;
   | [pg!209]
   | Gustare in questo mondo un po' di tutto
   | Pisciando in molte nevi e in più d'un letto;
   | Al caldo, al freddo, alla letizia, al lutto,
   | Al bene, al male, assuefarsi il petto,
   | Ne' rapidi momenti tra la culla
   | E 'l cataletto. Ed appagarsi? In nulla.

Ecco! Ma niente affatto: il Fausto del Goethe è
la più contentabil persona, che immaginar si possa,
vera figura comica. Gli è un bimbo, irrequieto finchè
l'incateni allo scrittojo, ma che, come gli viene
fatta licenza d'alzarsi dallo studio, trova subito da
spassarsi quieto quieto e quatto quatto, allegro del
più semplice giocattolo; gli è una cagnuola, che non
sa trovar pace in casa, ma che, subito sguinzagliata
per istrada, ci segue mogia mogia. Diamine, dove
mai dimostra incontentabilità, insaziabilità? Non
certo quando una brigatella d'ubbriaconi e la prima
sgualdrinella inciampata, l'incantano. Non certo
quando si compiace dello spettacolo plebeo (Dante
avrebbe detto: *Il voler ciò mirare è bassa voglia*)
d'una brutale gozzoviglia, la quale che non si fa
amnistiare per la genialità e lo spirito de' stravizzanti;
nè quando e' si diverte a fare il giocatore di
bussolotti. Non quando, appena vista l'immagine
dell'Elena nello specchio magico, va in estasi. E
molto meno, quando, incontrata una fanciulla per
via, subito spasima e s'acqueta in quell'amore e non
chiede oltre. L'impazienza e l'intolleranza di ogni
cosa conosciuta, ch'è il fondo caratteristico del Fausto
mitico, e che questi ha di comune con Don Giovanni,
non è più innata nel Fausto Goethiano, che
ogn'istante ha d'uopo di essere spronato e rinzelato
da quella pittima cordiale di Mefistofele.

Ed infatti Mefistofele e Fausto non sono due personalità
spiccate, anzi due spicchî d'una medesima
e sola personalità. I loro colloquî si potrebbero arcibenone
trasformare in un lungo soliloquio senza
mutarvi presso che nulla: così, tante volte, noi nel
ragionare con noi stessi, dialogizziamo il pensiero
per maggior comodo. Mefistofele è formato da una
[pg!210]
costola di Fausto come l'Eva biblica da una costola
d'Adamo: ma, quando la costola del padre putativo
dell'uman genere divenne una persona autonoma, in
Mefistofele non abbiamo ned autonomia, nè personalità,
nè consistenza, qualità essenziali e *sine qua
non* del personaggio poetico. Sembra, che il Goethe
si sia scritta una lista di tutte le parti più o men
diaboliche; e che quindi ragionatamente abbia fabbricato
il suo Mefistofele. E perchè il demonio ha
da essere osceno e cinico, gli ficca di quando in
quando una parolina poco decente in bocca; e perchè
il demonio ha da essere bugiardo, gli suggerisce
qua e là una bugiuola, e via discorrendo. Ma
questo non è il modo nè di percepire, nè di rappresentare
un personaggio poetico, un fantasma! Il
cinismo non vien rappresentato da una porcheria,
nè lo spirito da una spiritosaggine; ma e l'uno e
l'altro debbon divenir fondamento del carattere, debbono
informare ogni azione, ogni pensiero, ed esser
sempre ugualmente presenti in ogni parola ed in
ogni fatto. Il Diderot dice un gran bel vero, quando
asserisce, che, dato un piede, un'ugna, la menoma
parte di un certo corpo, la natura necessariamente
non può farvi altre parti corrispondenti, se non ricostruendo
quel dato corpo tale e quale ed in quella
tale attitudine. Non c'è uomo, che abbia punto punto
pratica di mondo, il quale non sappia immediatamente
distinguere il vero cinico, che può avere un
linguaggio compostissimo, da chi è semplicemente
sboccato così per vezzo o per mal vezzo.

Questo vale anche e più pel carattere di Fausto.
Il poeta mi deve rivelare in ogni caso tutto il personaggio,
e non già dimostrarmi separatamente in
venti scene, in venti episodî, altrettante parti del
suo carattere: che sarebbe lavoro d'anatomista non
di artista, e gli anatomisti dell'opera d'Arte siamo
in un certo senso noialtri critici. L'Arte sta appunto
nel mostrarmi in ogni atto, in ogni parola,
tutto l'uomo con ogni sua determinazione, talchè il
percepisca ed il comprenda, lì, nella sua totalità
[pg!211]
complessa e mel veggia viver dinanzi; e non istà
mica nello sciorinarmene successivamente queste determinazioni,
*membra disjecta*. Che il procurator
generale dimostri il tale imputato ubbriacone documentando
un fatto, il manifesti giuocatore rendendo
inconfutabile un altro, ed il convinca ladruncolo,
provandone un terzo, sta bene; ma voi, poeta, raccontandomene
un solo, siete in obbligo di rappresentarmi
quel tale, (poniamo che sia Panurgo, e che
voi siate Cecco Rabelais), ubbriacone e ladro e giuocatore
e presso ch'io non dissi e tutto ad un tempo.
Non dovete mostrarmi il Triboulent, come Vittorio
Hugo nel suo *Roi s'amuse*, prima buffone e poi padre,
ma sempre e poi sempre Triboulet, misto di
padre e di buffone.

— «Ma nella stessa Natura le manifestazioni delle
parti di un carattere sono per lo più successive!»

— Apparentemente, perchè nella Natura non c'è
la concentrazione, la perfetta unità tra l'Idea e la
immagine, che costituisce il *Bello*; ed appunto per
questo l'Arte non è la Natura ed in lei sola si incontra
perfettamente incarnato quel tal Bello. Ed
è pur la strana cosa, che gente dotta in Italia disconosca
una verità fondamentale di quest'importanza,
alla quale le nostre plebi sono giunte per
istinto da secoli. Infatti, quando i canti popolari vogliono
sublimare oltre ogni dire la bellezza d'una
innamorata, la chiamano *fatta con la penna, col
pennello, di stucco, dipinta con vero pennello*.

   | *Sei tanto bella, iddio ti benedica,*
   | *Par che t'abbia dipinto Santo Luca.*

Quindi pur troppo noi, quando si parla di Fausto,
abbiamo il dritto di chiedere: *qual Fausto? di quale
scena?* Certo, che quello del primo soliloquio non
ha molto di comune con quello della cucina magica
o con quello, che di soppiatto entra nella cameretta
di Rita e che ne fugge, giurando di non riporvi il
piede mai più. [pg!212] Non basta dire: *ho due anime in petto,
che tendono a disgiungersi: l'una si avviticchia
appassionatamente al mondo, l'altra vuole ad ogni
costo innalzarsi all'empireo degli avi* [#]_: bisogna
esplicarne e realizzar questo contrasto. Ed è appunto
ciò che Messer Goethe non ha fatto. Un giovane inglese
gli confessava di trovare il *Fausto* difficiletto;
ed egli rispose — :«Certo gliene avrei sconsigliata
la lettura. Si tratta d'una stravaganza, che eccede
il sentir comune. Ci si è impegolato senza consultarmi?
Faccia di cavarsela! Fausto è un individuo
singolarissimo: a pochissimi è dato compenetrarsi
dello stato dell'animo di lui. Parimente il carattere
di Mefistofele è difficile per l'ironia come risultato
vivo di lungo studio del mondo. Vegga cosa le
riesce capirne!» — Quanta fatua presunzione! Come
uno scrittore può illudersi in tal forma sul valore
delle cose proprie?

.. [#]

      | *Zwei Seelen wohnen, ach! in meiner Brust;*
      | *Die eine will sich von der andern trennen:*
      | *Die eine hält, in derber Liebeslust,*
      | *Sich an die Welt mit klammernden Organen;*
      | *Die andre hebt gewaltsam sich vom Dust*
      | *Zu den Gefilden hoher Ahnen.*

Della Margherita non c'è troppo che dire: l'artistico
in que' turpi caratteri sta nell'esplicazione
psicologica, che qui veniva implicitamente esclusa
dalla forma drammatica; forma ripugnante al contenuto.

Il *Fausto* del Goethe è un capolavoro sbagliato,
è l'aborto d'un capolavoro: non è quindi meraviglia,
se in esso trovi parti ben conformate, che, raggiungendo
un più maturo sviluppo, avrebbero potuto ammaliare;
come non è meraviglia, se in un aborto si
ravvisano gli organi, che esplicati e compiuti avrebber
composti un uomo od una donna bellissima. La
fatuità e la vanagloria nazionale del tedesco, e la
buona fede o dabbenaggine latina potranno accordargli
una voga più o men duratura, ma il tempo
ad ogni modo ne farà giustizia. E chi non guarda
solo la buccia, può già accorgersene ed argomentarlo
da più d'un fenomeno. Il mito di Fausto rimane ancora
[pg!213]
adoperabile, non ha ricevuto forma definitiva.
Il popolo stesso del Goethe, che pure non ha una
grande stregua estetica, non s'è appagato della forma
da lui imposta al mito: e questo è già l'implicita
condanna del suo poema. Parecchi, dopo di lui, hanno
(ed inutilmente del pari) tentato d'incarnare quel
grande e vastissimo argomento, che rimane fin qui
come l'arco d'Ulisse, inutile a' Proci, aspettando
forse che un genio Italiano sorga e compia anche
per esso, ciò che è stato nostra missione di fare per
gli altri grandi cicli poetici del Medio-Evo.

Ma se, come parmi d'aver accennato, sfilando questo
disacconcio collare, esaminiamo ogni scena per
sè, ogni parlata a parte, ogni perla isolatamente,
allora dobbiamo confessarci vinti anche noi, subir
l'incanto come chicchessia, andare in estasi e perdonare
la prona ammirazione de' fanatici del Goethe:
ci sarà forza convenire, poche opere contener tante
bellezze poetiche quante ne racchiude questo mostro.
Abbiamo finora severamente biasimato, non perchè
ciechi per esse; e se ora non le analizziamo ad una
ad una e non le facciamo risaltare nel pieno loro
fulgore, non è che si sia ingiusti. Ma chi non le conosce?
sarebbe superflua ed interminabil cosa il dimostrarle
ad una ad una; le son tante e tanto note,
che han fatto velo a molti e tutt'altro che volgari
uomini sul merito essenziale dell'opera stessa totale,
e che, malgrado tutti e tutti i suoi difetti, la salveranno
dal pieno obblio. A noi conviene non disconoscere
questi meriti, ma non permettere altresì,
che ci facciano velo all'intelletto. Non confondiamo
l'impressione e il giudizio.


XX. — *Conclusione.*
--------------------

Lettore, io mi sento un po' stanco; e debbo argomentarne
e credere, che tu sia peggio stanco di
me: potrei continuare un pezzo ancora per infastidirti,
essendo il mio tema su per giù del genere di
quelli mentovati dal Coleridge: [pg!214] *Soggetti, su' quali e'
mi sarebbe malagevole non dir troppo, sebben certo
al postutto di tacer sempre la miglior parte e di lasciar
più da spigolare altrui che non avrò mietuto
io*; ma per la meglio conchiuderemo. Una scrittura
non deve aspirare ad esaurire qualsiasi argomento,
anzi l'unica gloria, che le si convenga ambire, sta
nell'eccitare la mente del lettore a pensarvi su, nel
darle una buona spinta durevole per un pezzo; come
quel gran calcio, col quale il Padre Eterno, secondo
l'affresco di Raffaello, mise in moto le sfere celesti.
Dunque, riassumiamoci; quantunque abbia camminato
alquanto a sbalzi, quantunque abbia spesso
fuorviato in digressioni, pure ho inteso di svolgere
un ordine di pensieri logicamente concatenati.

Facendo l'autopsia estetica dell'opera del Goethe,
vi abbiamo ravvisato un triplice contenuto eterogeneo:
epopea, leggenda e novella. Vedemmo l'epopea
starvi proprio a pigione; e leggenda e novella, non
fuse in una monade artistica, appaiono solo agglutinate
esternamente. Esaminammo la novella, che
rinvenimmo: nell'invenzione, prosaica e plebea; nell'esecuzione,
difettosa dello sviluppo psicologico, il
quale suol formare il poetico e la malia del genere.
Notomizzata poi la leggenda, vi scoprimmo la deficienza
d'un concetto organico, *caussa ex qua* (per
trasportare in estetica la vibrata espressione fisiologica
del Van Helmonzio) necessariamente derivasse
ogni membro, ogni scena, ogni verso; invece regnarvi
sovrane le aspirazioni, ispirazioni, disperazioni
ed esasperazioni momentanee dello scrittore,
che ne desumeva pretesti ed occasioni per isfogare
i suoi affetti subjettivi. Da queste circostanze, cioè
dalla inconcettosità e dalla subjettività morbosa, sì
dell'opera che dell'autore, giudicammo risultare tutti
gli altri difetti organici della tragedia, l'incertezza
del tono, l'ironia neutralizzata, la disocchiatezza pei
migliori momenti poetici, la sproporzione delle parti,
la disutilità della macchina, l'insussistenza dei
caratteri, la mancanza d'idealità e la sovrabbondanza
d'Allegorico: colpe artistiche, che non si ricomprano
[pg!215]
o compensano da bellezze particolari ed
incidentali, per quanto grandi queste si vogliano benevolmente
supporre, e noi le abbiamo supposte arcigrandissime,
per dispensarci dall'esaminarle, senza
incorrere nella taccia di parzialità.

— «Ma come spieghi poi la fama gigantesca, conseguita
dalle opere del Goethe in generale e dal
*Fausto* in particolare?» —

— «Dove? in Lamagna o fuori?» —

— «In Lamagna, presso di noi, dappertutto: il
fenomeno è quel desso dovunque s'avveri.» —

— «Piano, piano! Il fenomeno è sostanzialmente
diverso secondo il dove. Distinguiamo, amico lettore
stimatissimo.» —

— «Distinguiamo pure; tanto non ci si perde nulla,
tranne un po' di fiato. Dunque, in Germania?..» —

— «In Germania?... Caro mio, l'è una gran bella
virtù l'amor proprio e quel cosiddetto patriottismo,
che n'è una forma particolare. Dice il proverbio
veneziano: *a tutti ghe sa de bon la so scorezeta!*
I prodotti patrî sembran sempre portenti. Ricordati
la gioia di Vittorio Alfieri, nell'incontrare un somarello
a Gottinga, perchè il somaro gli rammentava
l'Italia; ricordati il giubilo di Arrigo Heine
nel rimpatriare: *la melma della strada consolare
era fango patrio! I cavalli scodinzolavano confidenzialmente,
come se fossimo stati antiche conoscenze,
e le loro mete mi parean belle quanto i pomi
di Atalanta!* Quel fango e quello sterco eran la
Germania! Qual che si sia il merito intrinseco del
*Fausto*, dovremmo stimare il tedesco di ammirarlo,
ancorchè questo feticcismo dipendesse dall'imperfezione
delle sue facoltà estetiche, quistione etnografica
ed antropologica, che qui non occorre sviscerare;
da quella imperfezione, che gli fa attribuir
tanta tanta esagerata importanza all'arte sua epigonica
di stufa, e sentenziare tanto erroneamente
sulle arti spontanee e di valore assoluto degli altri
paesi. Ma! da palato avvezzo al pan di segala ed
alla cervogia, non puoi pretendere fine giudicio
[pg!216]
sulla qualità de' vini annosi di bottiglia e del pan
buffetto.» —

— «Questo potrebbe correre, laddove la Germania
fosse sola ad applaudire il *Fausto*! Ma il mondo
intero non può errare: *voce di popolo, voce di dio!*»

— «Ohi! tu dici gli spropositi a coppie, a paja; come
chi prendesse due colombi ad una fava. *In primis*,
non tutto il mondo consente, perchè, se non
altri (dico come quel Greco) dissento io. E poi...
supponendo che tu sappi di latino, eccoti una sentenza
ciceroniana: *Ego hoc iudico, si quando turpe
non sit, tamen non esse non turpe, quum id a moltitudine
laudetur.* O, caso ti fossi in mal punto
lasciato indurre da quel Mastro di scuola (eminente
se vuoi, quel che ti piace, ma mastro di scuola e
non altro) ch'è Teodoro Mommsen, a considerar
Cicerone, *non più d'una vil succiola* (per dirla col
Redi), e quindi non attribuissi autorità alle sue
parole, eccoti qualcosa di patavino: *nil tam inaestimable
est quam animi multitudinis.* O, caso ti
fossi lasciato sedurre da quel Bertoldo anzi Cacasenno
del Niebuhr a valutar Tito Livio quanto una
ghiarabaldana...»

— «Amor mio, torniamo a bomba, che se ci avessimo
a sperdere nuovamente in digressioni e citazioni,
non la finiremmo più. Conosco i miei polli
e la tua chiacchiera!» —

— «Torniamo. Senti questa. Un certo brioso pittore,
scapatello e bizzarro, fu chiamato in un paesucolo
di provincia, sepolto fra gli Appennini, ad
impiastricciar d'affreschi non so che cupola o parete
o vôlta di chiesa o cappella o santuario consacrato
all'Assunta. Que' bravi provincialoni, te lo
pagano anticipatamente e profumatissimamente, te
lo trattano come noi metropolinatacci fastidiosi non
tratteremmo l'uomo, che pienamente incarnasse
l'Universale del Pittore: feste e cortesie! Capirai
che il giovinastro si dispensò dal toccare la calce
od i colori in vista delle occupazioni maggiori, che
il trattenevano notte e giorno vuoi nell'osteria a
[pg!217]
classificare i vini del contado per ordine di merito,
e sentenziar quali potrebbero figurare nella
prossima esposizione agronomica, vuoi presso qualche
forese, che addottrinava non so se nella filantropia
o nella filandria. Frattanto si avvicinava e
finalmente aggiornò la vigilia della festa della signora
de' cieli e patrona di quel borgo; ed il poverino
si destò imbarazzatissimo: la dimane dovea
scoprirsi la cupola o parete o volta, che si fosse,
ahimè! bianca come ei l'avea trovata.» —

— «Scusa, sai, se t'interrompo: l'aneddoto è patetico,
niuno più alieno di me dal negarlo, commoventissimo,
ma che c'entra?...»

— «Col *Fausto*, eh? Ascolta ed impara. Ho riletto
di fresco l'Evangelia e ne ho appreso il parlar per
parabola. Dunque, il nostro pittore in imbarazzo,
pensa, ripensa, escogitò una sottil malizia. Balza
di letto, scapigliato, scamiciato, e *sit venia verbo*
allenzuolato, corre al terrazzino ed improvvisa un
baccano del trentamila. Trae gente, si fa popolo;
che è? che non è? L'uomo al balcone somiglia un
invasato ed annunzia d'aver fruita una visione. Il
pezzo più grosso tra' celicoli, l'Assunta in propria
persona, gli si è manifestata in sogno (niente meno!)
per ringraziarlo di averla così ben dipinta.
E gli ha dato l'annunzio d'averlo posto all'ordine
del giorno delle legioni celesti e proposto per non
so qual paradisiaca decorazione (il Puoti mi correggerebbe:
*onorificenza*). Ed ha soggiunto, che,
per dargli maggiore e particolar segno della sua
compiacenza, avea disposto, a nome della barbara
logica divina ed ahi! pur troppo patologica, secondo
la quale i figliuoli scontano pe' genitori....
Ma lasciami far punto a questo maledetto periodo;
e' mi vuol mancare il fiato. Dunque, l'Assunta avea
decretato e decretava, che nessun figliuolo di mignotta
potesse veder quella pittura, che anzi a costoro
la parete apparisse nuda e bianca. La fama
della visione miracolosa si divulgò ratta qual lampo;
sembrò segno patente della protezione concessa
[pg!218]
dall'Assunta al popolo suo; e, come ogni coglioneria,
che venga sfrontatamente asserita, trovò credito.
Que' foresi avrebbero piuttosto rinnegati tutti
gli articoli di fede, che dubitato della sua verità.
La dimane chiesa piena zeppa, popolo stivato, accalcato;
tutti col naso in aria. Il pittore disammanta
le pareti, supposte dipinte; ed un clamore unanime
di ammirazione sorge e rimbomba per quelle
vòlte: *Bello, stupendo! Oh ma il viso di quella madonnina!
Oh gli angioletti! Oh quelle merite! Oh
quella gloria! A me piaccion più que' santerelli!
Capolavoro! Il nostro pittore è un Sanzio ed un
Santo! Egli sarà cittadino de' cieli col favore della
madonna, accordiamogli il diploma di cittadino onorario
del comune, così vivremo sicuri che il nostro
paese venga rappresentato in paradiso!*» —

— «Ma dunque c'era dipinto qualcosa? o credevano
di vedercela? illusione ottica, eh?».

— «Nòe, fratel mio. Non c'era nulla, non vedevan
nulla, ma nessuno ardiva confessarsi figliuolo
di mignotta. Pari sorte a quegli affreschi è toccata
al *Fausto*. I tedeschi han tanto asserito,
ch'era un capolavoro e la più bella cosa, nonchè
del Goethe (ciò potrebbe accordarsi) ma di quante
letterature fur, sono e saranno, ed han tanto fama
di gente ammodo e dabbene; che gli altri popoli,
quantunque forse non vi scorgessero tante bellezze,
non vi scoprissero tanta profondità, non volendo
passare ad ogni modo per zotici, han fatto coro.
Così va il mondo, amico; impara, impara. S'io
fossi stato un di que' vecchi, de' quali il Veneto
dice: *i nostri vecci i stava cent'ani col cul a la
piova prima de far un proverbio*: ed anche: *i n'ha
magnà la roba e i n'ha lassà i proverbi*; francamente,
fossi stato un di loro, ne avrei fatto quest'uno,
che mi par bellissimo e verissimo, (notalo
nel tuo taccuino): *Faccia di mattone e cuor di leone,
signor del mondo fanno ogni minchione.* Fa tesoro
di quest'apoftegma, c'ha pochi d'ugualmente
inconcussi».

[pg!219]
Questa è una ragione; ce n'ha poi du' altre, cioè
*la nostra facilità ad ammirare l'esotico e l'esser di
moda la tedescheria*; ragioni queste, che mi dispiace
assegnare, perchè sembrerà a taluno, ch'io caschi
nel rettorico dell'amor patrio, come certi farisei, che
si crocesegnano nel sentir nominare cose forestiere.
Ma non è colpa mia, se quel, ch'essi blaterano accademicamente
per crassa ignoranza, concorda in parte,
con quel, ch'io dirò, per saldo e maturo consiglio,
frutto di parecchi begli anni impiegati nello
studio di letterature straniere. Nè mi pento d'averveli
consacrati, essendosi così rinvigorita la mia coscienza
d'Italiano, tanto che una rivista filosofica tedesca
ha pensato vituperarmi con l'epiteto ironico
d'*Italianissimo*; suppongo che intendesse offendermi,
nè poteva conferirmi titolo, che maggiormente mi solleticasse.
A' tempi di fra Paolo si ripeteva nelle Lagune:
*prima veneziani e poi cristiani*; io dico: *prima
Italiano e poscia omo*; e m'appoggio al teorema filosofico
che l'universale, il generico non può esprimersi
nell'individuale, tranne mediante il particolare.
L'Uomo è un tipo perfettamente astratto; di reale c'è
solo l'uomo determinato come razza e patria e cittadinanza.

Dunque, fonte dell'errore è l'ossequio eccessivo,
l'ossequio pecorino ed irrazionale tributato alle cose
germaniche, da chi in buona fede le ammira, senza
conoscerle, come se lo svolgimento della stessa filosofia
alemanna avesse per maggiore importanza oltre
una dotta curiosità. Qui non è luogo a diffondermi
sull'argomento; per conseguenza mi basta indicare,
che una filosofia non può prendersi a prestanza da
un altro popolo, ma bisogna ad una nazione saperla
generar da sè. — «Quand'anche potessimo esser dotti
dell'altrui sapere, almeno savî possiamo esser solo
della nostra propria saviezza» — come ben dice
Michele Eyquem di Montagna. Sottosopra, il lettore
se n'è certo avveduto, io seguo l'estetica ed in genere
la filosofia stessa, insegnata dallo hegelianismo.
Ma le seguo perchè quella dottrina è dimostrabilmente
[pg!220]
conseguenza logica implicita, ancorchè non
normale di tutta l'enucleazione filosofica del pensiero
Italiano. Ed appunto per assodar questo punto non
arrischio mai un teorema senza corroborarlo con una
citazione letteraria de' nostri classici. Vorrei così aprir
gli occhi a molti; e far loro toccar con mano da quanto
tempo fossero retaggio comune, ricchezza gratuita
appo noi, tante dottrine, ch'essi, per inscienza di
storia letteraria ed artistica, reputano nuove di
zecca, solo perchè oltr'alpi circolano da poco. Vorrei
far lor comprendere quanto danno rechi il rendersi
incomprensibile, adoperando formole algebriche, indegne
della limpidità della nostra favella. Pappagalleggiando,
non acquisteremo sicuro la stima degli
stranieri, veh! Certamente non vi possono essere
due assoluti, uno per noi, uno pe' tedeschi: ma vi possono
essere centomila modi di conoscerlo quest'uno
assoluto, anzi vi sono e si adattano alle coscienze
nazionali ed alle individuali. Il Monte Bianco è sempre
il medesimo, ondunque si guardi: ma qual differenza
di aspetti, secondo che stai nella valle d'Aosta
od in quella di Sciamuni, e secondo il punto della
vallea, dal quale guardi! Nondimeno, finchè si rimane
in Metafisica, la disputa è più terminologica che altro;
ma quando si scende all'applicazione nelle singole
scienze, *comincian le dolenti note*. La filosofia
tedesca si propone esclusivamente (nèd oso basimarnela)
di glorificare il germanismo, di mostrare, che
quelle nazioni lì furono principalissime fra le storiche,
che meglio delle altre incarnarono ed incarnano
le parti civili, che la loro filosofia, le loro istituzioni,
le loro arti, le loro letterature oscurano quelle
de' rimanenti popoli. Parecchi babbei se l'han bevuta
e predicano questo nuovo evangelo. Ma figuratevi
l'impiccio d'ogni Italiano, che abbia mezza dramma
di pudore e di buon senso (so cattedratici, che ne vivono
sprovvisti) quando s'è trattato non più dell'importazione
della metafisica hegeliana, anzi delle branche
della filosofia applicata! E veramente riuscirà un
po' difficile il persuaderci che la Riforma sia stata
[pg!221]
una bella cosa e buona, che tutti i nostri grandi operassero
inconcludentemente, che la nostra letteratura
non abbia importanza a petto alla tedesca, e che
l'Arte nostra classica impallidisca a fronte agli impiastri
di Monaco e Düsseldorf! Le credenze degl'individui
sono il risultato dell'enucleazione intellettuale
del popolo; il che rende le opinioni viemmen
libere, che altri non creda. Ma quando ci faremo a
studiare il nostro passato, ad indagarne le leggi? quando
cercheremo di pensare la nostra vita nazionale?
e di rivendicare a noi la gloria, che davvero ci spetta?
quando ci avvedremo che chi più accanitamente
grida: *Hegel, Hegel! Goethe, Goethe! Kaulbach, Kaulbach!*
è d'ordinario chi men li conosce e meno può
giudicarne, apostolo farabutto d'un falso messia, che
egli stesso ignora?

Il nutrir fastidio delle cose nostrali, e fanciullesca
passione per l'esotico ci disonora. Studiatelo almeno
seriamente e non dilettantescamente codesto forestierume;
paragonatelo alle produzioni indigene e poi
sputate pure sentenze e cujussi; non è male saper
di che si parla. Volete miracoli da adorare? Io vi
dirò, che pur è meglio non adorar nulla: ma, quando
persistiate, neh dove trovereste maggiori miracoli dei
vostri? Che se poi amate il subjetto della parola del
Cambronne, io vi consiglierò di guarire questa depravazione
di gusto, ma quando la coprofagia in voi
si riconosca insanabile, beh! invece di raccorre preziosamente
stronzi *per l'Alemanno barbaro paese discorrendo*
(come diceva Masuccio Salernitano) per minor
male invaghitevi dello sterco Italiano: ce n'abbiamo
tanto!

[pg!223]




UN PRETESO POETA
================

.. class:: center

   | (GIACOMO ZANELLA)
   |
   | :small:`M.DCCC.LXXI.`

[pg!225]


Angelo Camillo De Meis racconta, in fine del suo
*Dopo la Laurea*, delle scoperte paleontologiche, fatte
da un certo Peppantonio, in una caverna a pochi
passi dal polo australe: — «Scava scava, se n'è venuto
via con centoventiquattro sacca, piene piene
di pezzettini d'ossi occipitali e frontali e parietali,
tutti press'a poco umani; e ne ha formato circa
ottocentottantotto generi; ed ha avuto la felice idea
di dedicarli a' più eccellenti poeti epici e drammatici
contemporanei. C'è la *Pratia epileptica* e la
*Chiossonia paralytica*; e, per non far torto a quelli,
che si distinguono nel genere lirico, ha formato la
*Vittorhughia atassica* e la *Zanellia superflua*». —

Queste due ultime parole sembran dapprima solo
un frizzo garbato; ma le credo il miglior giudicio
possibile su' versi dell'abate Giacomo Zanella, cavaliere
dell'ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, uffiziale
dell'ordine della Corona d'Italia, professore ordinario
di lingua e letteratura Italiana presso lo studio
filosofico della R. Università di Padova e condirettore
del seminario filologico-storico, nonchè deputato
provinciale nel consiglio provinciale per le scuole; e
(se non erro) membro effettivo del R. Istituto di Scienze,
Lettere ed Arti di Venezia. Quanta roba, eh! Può
darsi, che egli sia un egregio sacerdote: bisognerebbe
[pg!226]
sentir l'opinione del suo vescovo. Può darsi, che riesca,
ottimo amministratore: il Ministro della Pubblica
Istruzione e gli amministrati sono giudici legittimi
se non competenti. Può darsi ancora, ch'egli si dimostri
professor valente; sebbene non nasconderò,
che mi sorprende il vederlo cattedratico ordinario,
senza che sia noto per alcun serio lavoro storico o
critico; ma non è il solo in Italia, che non possegga
titoli giustificativi, cui possa gridarsi: *fuori i libri!*
Soliti favori! Qui però non dobbiamo occuparci nè
dello insegnante, nè dell'accademico, nè dall'amministratore;
bensì del verseggiatore. Come tale, è superfluo:
non ha una ragion d'essere al mondo. Ed è
superfluo, perchè le sue qualità poetiche sono affatte
nulle; perchè non arricchisce il nostro mondo fantastico
nè d'un concetto, nè d'una immagine. Il dico
con dolorosa convinzione e dopo esame accurato del
volume, per cui venne acclamato poeta da' birrichini,
i quali in Italia fanno mercimonio di lodi e d'encomî.
Il Zanella scrive versucciattoli, che in un albo
od in occasione d'un onomastico, d'una festicciuola
qualunque di famiglia, possono far buona figura; i
molti di questo genere, da lui rivolti a' componenti
della famiglia Lampertico, lo han fatto chiamare da
qualche malevolo: *il poeta aulico di casa Lampertico.*
Ma ben altro è l'ingraziarsi presso una famiglia
doviziosa ed il diventarvi ospite desiderato ne' banchetti
e nelle feste; e ben altro il segnare, il significare
un nuovo passo della fantasia di un gran popolo,
e del popolo, che ha, senza dubbio, il maggior
passato poetico.

Che dico! da pochi, arcipochi si può pretender
tanto. Ci contenteremmo, ammireremmo, se il Zanella,
anche senz'aprir vie nuove, fosse capace di
crear di belle immagini e vivaci, fosse almeno capace
di piegare il verso a nuove forme, lasciando
pure ad altri di avvalersene a miglior uopo.

Nondimeno gli encomiasti non son mancati. Da
noi non fa mai difetto una penna compiacente (la
parola propria sarebbe *ruffiana*; ma non s'ha a dire
[pg!227]
tra la gente ammodo. Non l'adoperiamo dunque!)
che si presti a levare a cielo qualche chiarissimo;
massime quando corrono raccomandazioni di persone
influenti; quando un Lampertico, per esempio, ed
un Giorgini commendano e vogliono. È così facil
cosa il lodare a casaccio, l'appiccicare una selva di
epiteti gentili a' nomi ed alle cose! il citare alcuni
brani d'un autore ed andare in estasi senza dir perchè!
Certo, lettori, che gustino così alla cieca, che
ammirino senza rendersi e render conto delle ragioni,
che li fanno strasecolare, ci vogliono e ce ne voglion
molti. E' sono appunto quelli, che si addimandano
il volgo; e senza grandi uomini e senza uomini
di vaglia si potrebbe stare al mondo; senza
volgo, no davvero. Ma uno scrittore, uno, che pretende
d'intendersene, uno, che si arroga di spiegare
al pubblico cosa debba approvare e biasimare, commette
una vera indecenza, schiccherando insulse dicerie
encomiastiche. Per articolesse di tal fatta, il
gergo de' giornalisti adopera un bel nome: le chiamano
*soffietti*. I francesi le dicon *reclames*. Ad ogni
modo son brutture.

Un certo Isidoro Del Lungo... sbaglio: il chiarissimo
Isidoro Del Lungo, professore di Letteratura
Italiana presso il Regio Liceo Dante di Firenze, cavaliere
dell'Ordine de' Santi Maurizio e Lazzaro, Accademico
residente della Crusca e di quelli deputati
alla compilazione quotidiana del Vocabolario; prese
l'assunto di annunziare a' quattro venti, ch'era sorto
*un nuovo poeta*. Impiastricciò un dialogo, che incomincia
con una lode all'editore del Zanella, della
quale non può discernersi altro approposito od altro
motivo, tranne il desiderio, naturalissimo in chi scrive,
d'ingraziarsi con un editore accreditato. Prosegue,
rivelando il suo dispettuzzo, per non essere stato nominato
membro della commissione, che compila il
vocabolario giorginiano. Quindi, ingiurie generali a
tutti i verseggiatori moderni, perchè *verba generalia
non sunt appiccicatoria*; ed un inchino particolare
a' più dappochi, che gli avvenga di nominare. Una
[pg!228]
scappellata al Carducci, (ch'io non so come possa
nominarsi da un galantuomo e da un buon cittadino,
senza che l'indignazione morale trabocchi); un sorrisetto
al Maccari ed al Castagnola e persino un saluto
al Rapisardi ed una reverenza al Ventura. Cita
titoli e brani de' componimenti del Zanella e loda e
loda, senza ragionar mai le tante lodi; ed appena
appena in fine, in via di concessione, ammette che
non tutto sia perfetto nel volume; che la *poesia* del
Zanella abbia *certi difetti*.

Veramente io ritengo le coserelle meschinissime
del Zanella non meritare il fastidio di una disamina
seria. Allorchè il volume venne in luce, gli detti una
scorsa, quanto bastava a chiarirmi di che roba si trattasse,
ed il buttai lì subito. Leggicchiate le lodi del
Del Lungo, risi del maldestro incensatore; su conclusioni
motivate in quel modo da un tale avvocato
fiscale, stimai che il pubblico dovesse giudicare tutto
all'incontrario. Ma il pubblico è pecora: il pubblico
accetta i giudizî bell'e formolati, senza criterio, da
chiunque gli vengan porti, purchè gli si porgano con
improntitudine ed arroganza. Dorme all'udienza e
sottoscrive la sentenza, che un qualunque, istituendosi
cancelliere di autorità propria, gli pon sotto la
penna. In fondo, il male poteva non sembrar grande:
che un Zanella di più o di meno, sul falso giuramento
d'un criticonzolo qualsiasi, scrocchi per venti
o quindici anni un po' di mezza celebrità, non sembra
affare capitale. Ma il vedere que' versi, così raccomandati,
per le mani di tanti; il vederli studiati ed
imparati a memoria; il vedere, in un programma ufficiale,
parlato della *Letteratura Italiana da Dante al
Zanella*; mi ha fatto impensierire. Il Zanella non appartiene
alla storia, anzi alla teratologia letteraria; i
suoi componimenti contengono cattiva poesia e concetti
immorali; non è forse una cattiva azione tanto il
commendarli contro-coscienza, quanto il tacerne un
biasimo coscienzioso? — «È insopportabile in un critico
la tolleranza di componimenti mediocri,» — scriveva
Giovanni Berchet. — «La tolleranza è un dovere
[pg!229]
religioso, è una virtù sociale, ma in materia
poetica non è comandata da nessuna filosofia.» — Ed
io posso soggiungere, come lui: — «Eppure, sia
detto in buona coscienza, non entra mai ne' disegni
nostri una menoma intenzione di pigliare la
penna in mano per muovere la bile ad una menoma
persona.» — Ma, chi ammira il Zanella, a me
sembra aver perduta la intelligenza del bello poetico:
chi ne accetta le dottrine, è forza che diventi
cattivo cittadino ed uomo di sensi volgari. Il dimostrerò.
Inoltre, per me l'arte è cosa seria; e non credo
davvero, che intorno ad essa le opinioni sian libere:
c'è una opinione giusta e ci ha le false; ed in affare
di tanto momento, non saprei ostentare l'apatia, di
cui fa mostra a proposito della castità della mogliera,
Ulrico, cavalier boemo, appresso il Bandello (*Parte I,
Novella XXI*); nè dirò mai: — «Credete voi ciò, che
vi pare, che io non ve lo divieto; e lasciate, che
io creda quello, che più m'aggrada e mi cape nella
mente; perciocchè il mio credere non vi può annojare,
nè il vostro discredere mi reca danno alcuno,
essendo libero a ciascuno, in simili avvenimenti,
pensare e credere ciò, che più gli va per
l'animo!» — Gli àpati son ébeti.

Nel MDXCIII, corse voce, che fosse spuntato un
dente molare d'oro ad un fanciullo slesiano. Il fatto
commosse grandemente i dotti di Lamagna; ed un
certo Horstius, professore di medicina in non so quale
universitaducola di quel paese lì, in seguito a ricerche
profonde, pubblicò, due anni dopo, la storia del
dente, dichiarandolo di natura doppia come Gesù Cristo,
cioè parte naturale, parte miracoloso; ed assicurando,
che domineddio l'aveva collocato nell'alveolo
mascellare del ragazzo, per consolare la Cristianità
afflitta dalle vittorie turche. Dopo l'Horstius,
scrisse sull'argomento il Rullandus; e, due anni dopo,
l'Inglosterus (altro dotto alla tedesca d'allora) confutò
il Rullandus; dal quale gli fu replicato sapientemente.
Un quarto dottorone, in una monografia,
raccolse tutte le opinioni già enunciate, aggiungendovi
[pg!230]
la sua. Sventuratamente capitò un orefice ad
esaminare il dente miracoloso; e durò poco ad accorgersi,
che non era altrimenti di metallo massiccio;
che non era d'oro, anzi solo ad arte dorato, rivestito
d'una fogliolina d'oro. Del ser Zanella han parlato
gli Horstius, i Rullandus, e gl'Inglosterus; gli
è ormai tempo, che un povero orefice lo esamini e
dica la sua.

L'Italia ha tanti verseggiatori, ch'è uno sgomento.
Come distinguersi in mezzo a tal frotta o caterva di
mediocrità? Come fare per far chiasso? come acquistare
un po' di celebrità senza troppo affacchinarsi?
Ecco il problema difficilissimo, che si presenta innanzi
ad ogni sedicente poeta Italiano. Chi fosse artista
daddovero, chi avesse una potente favoleggiativa,
chi avesse qualcosa in corpo, il quesito non gli
si affaccerebbe neppure alla mente. Porterebbe in sè
un mondo poetico impaziente di esprimersi, di affermarsi.
Ma questo è caso raro; i più, senza ispirazione,
senza fantasia, non avendo un vero contenuto
poetico, non sapendo in sostanza che dirci ed a che
applicare la sciagurata facilità, l'improba smania
d'imbrattar carte, cercano di essere originali o per
qualche bizzarrie d'espressione, o pel tematico. Quindi
abbiamo specialità poetiche come specialità mediche.
In quella maniera appunto, che ci sono dentisti ed
ostetrici ed ortopedisti ed oftalmoiatri; noi troviamo,
che, per esempio, un novelliere non mette in iscena
se non pupi in uniforme: ha la privativa dei racconti
militari; il tale altro parla solo di delitti, di sangue,
di stupri e di patiboli: ha la specialità delle storie
giudiziarie; Meneghino si aggira sempre tra le tombe
e promette di morire ad ogni ottava; il dottor Ballanzoni
coltiva unicamente la bestemmia e l'imprecazione;
Pulcinella ha il monopolio dell'umanitarietà
e della filantropineria; ed un Zanni, ossia il Zanella,
si è impossessato della natura e delle scienze naturali;
e si è fatto il poeta del positivismo, del positivismo
Italiano.

Le origini del positivismo Italiano sono le più semplici
[pg!231]
del mondo. Non è sorto per necessità logica;
non proviene da una esigenza del pensiero nazionale,
da una evoluzione scientifica, cheh! In quel
riffa raffa di cattedre, che ha luogo dal cinquantanove
in poi, parecchie cattedre filosofiche vennero
agguantate da chi stimo filosofo quanto io mi credo
sinologo o jamatologo. Gli è accaduto, per esempio,
che al gran lotto della pubblica istruzione guadagnasse
l'ambo di una cattedra di Filosofia, chi era
cognito soltanto per qualche monografia storica più
o meno spropositata, più o meno monca, più o meno
male scritta, piaggiando ogni partito. Posizione imbarazzante!
ma più d'una volta s'è visto, e fuori
e da noi, uomini coscienziosi, costretti dalla fame
ad assumere l'insegnamento di materie non per anco
da loro studiate, mettendocisi coll'arco della schiena,
conchiuder qualcosa, e riuscir valenti; per più d'uno
è stato vero, che *insegnando s'impara*. Invece coloro,
cui alludo, pe' quali l'importante era lo stipendio,
ritennero più comodo il negare la scienza,
che venivano chiamati ad insegnare e che avrebber
dovuto imparare; il dire: — «La filosofia non c'è, la
filosofia è un assurdo; le idee generali son ircocervi
anzi ippotragelafi; non vi ha se non fatti
singoli; il mondo è essenzialmente frammentario;
tutto è accidente, o tutt'al più legge, che regola
l'accidente; tutto è empirismo; la cognizione assoluta,
il vero assoluto,

   | Di fuor del qual nessun vero si spazia,

è un'allucinazione dello intelletto. Limitiamoci alla
cognizione di qualche fenomeno, di mille fenomeni,
via, d'una serie infinita di fenomeni. Questo
è il *non plus ultra* dello sforzo intellettuale
umano. E se una voce segreta, anzi un bisogno
imperioso vi costringe a chieder qualcosaltro alla
scienza, a riproporle ostinatamente i quesiti supremi,
oggetto della filosofia, saggi mortali, castratevi
l'intelletto! E se la ragione vi afferra e vi
[pg!232]
vuole fare entrare nel suo talamo, o casti Giuseppi
del pensiero, lasciatele in mano il mantello e fuggitevene
in farsetto, e rimanete involontariamente
«ignari!» — Il sacerdote predicava l'ateismo! il
professore bandiva l'inesistenza della scienza, per
insegnar la quale il pagavamo! Osceno spettacolo!
Quando il prete od il maestro dubitano del loro credo
o della loro dottrina, se son galantuomini scendano
dal pulpito e dalla cattedra ed aprano bottega per
conto proprio.

E così la gioventù Italiana fece a gara ad evirarsi
intellettualmente: e credè che fosse un merito
di esser più eunuca. E fu certo un titolo per andare
avanti ed aver plauso ed aver guadagno. Povera
Italia!

Di questa scuola ciarlatanesca è poeta il Zanella.

Chi vuol rendersi ben ragione del suo valore artistico,
del modo nel quale costui comprende la Natura,
mi faccia il piacere di rileggere il *Dopo la
Laurea* del De-Meis; e dico rileggere, perchè non
posso ammettere, che una persona colta non abbia
letto quel volume. Vi trovi una lettera, la seconda,
che, se non fosse stata stampata parecchi anni prima
che il Zanella acquistasse qualche notorietà oltre la
cerchia de' nobiluzzi veneti, si direbbe una continua
allusione al poeta aulico di casa Lampertico. L'argomento
della lettera di Giorgio a Filalete è assolutamente
lo stesso della lirica zanelliana intitolata
*Natura e Scienza*; ne la direi il miglior commento,
se i componimenti del Zanella fossero tra le cose,
che si commentano; ed essa ci abiliterà a giudicarne
ammodo. Entrambe prendono le mosse dall'intuizione
e divinazione ed interpretazione poetica, che l'umanità
fanciulla, che la fantasia, fa de' fenomeni
naturali. Verseggia così quel di Chiampo:

   |   Come ritrosa Vergine, t'involi,
   | Discortese Natura, al guardo umano,
   |   Che, pel lento mutar di mille soli,
   | Di cielo in terra t'ha cercato invano.
   | [pg!233]
   |   Con giocondo terror vide talvolta
   | Balenar dall'abisso il tuo sembiante;
   |   Ma tosto, di più nere ombre ravvolta,
   | Scese la notte sul deluso amante.

E quel di Bucchianico fa scrivere al suo Giorgio: — «Quante
volte, prima di abbandonare la mia
casa e la mia patria, mentre m'aggirava per l'ameno
boschetto, che circonda il mio tetto paterno,
io era andato pensando alla mia inutile vita e alla
cieca ignoranza, in cui la traeva! E poi, stanco,
mi stendeva sopra un praticello smaltato di fiori,
all'ombra di un gran mandorlo; e mi metteva a
guardare il profondo cielo e i lontani campi; e talvolta
mi curvava a terra e guardava lungamente
le erbette e i fiorellini, che mi crescevano intorno!
Alla vista di quelle cose sì belle, io era a poco
a poco commosso. La giovane fantasia mi s'infiammava;
ed io vedeva quell'erba animarsi, muoversi
e voltare verso di me le loro punte; e da quelle
tramandare un oscuro susurro, che mi pareva la
voce della Natura e mi faceva palpitare o tremare.
*O natura, o Natura*, io pensava fra me, *parla dunque,
spiegati chiaro, dimmi chi sei! tu chiudi dentro
di te qualche cosa, che i miei occhi non veggono;
giacchè non sono quelle deboli foglie e quegli
umili fiori, che potrebbero farmi palpitare e tremare;
esce da loro una virtù arcana, ci è in loro
qualche cosa d'infinito e di divino, cui risponde
la mia anima, che in questo momento si sente anche
essa infinita ed immortale; ci sei tu, o Natura. Ma
io non so, chi tu possa essere: ed io ho bisogno di
saperlo, ho bisogno di scuoter questo grave sonno
e diradare questa così fitta oscurità, che mi copre
la mente. Ma.... non è più il tempo delle rivelazioni,
che si fanno al cuore dell'uomo; e cui l'alta
fantasia presta le sue forme. Oh no! non è più il
tempo dell'ispirato sentimento e della mistica immaginazione.
È il tempo della profonda ragione e
della severa scienza, alla quale si perviene solo per
la via del lungo studio e della grave fatica. Non
si ha dunque a fare come il nostro Giacomo,*» — [pg!234] Leopardi,
veh! non Zanella; — «\ *che aspettava sempre
l'ispirazione e stava con l'orecchio teso, se
mai la risposta della diva Natura si facesse un
giorno sentire dentro al suo cuore; e, non udendo
mai nulla, s'affliggeva e si disperava. Io invece
studierò; io ti cercherò, o Natura; io t'incalzerò
dappertutto; ti frugherò piega per piega; ti rovisterò
molecola per molecola. Avrò pazienza, ti starò
intorno cinque, sei, otto, dieci anni, finchè non ti
avrò strappato il tuo secreto: questo terribile secreto,
di cui sei tanto gelosa, e che tieni sepolto,
io non so se nel profondo o di te stessa o del mio
cuore*.» —

L'Uomo del Zanella; il Giorgio del De-Meis, simbolo
dell'Uomo anch'esso, ambiscono tutt'e due di
scoprire il segreto e l'essenza della Natura; e l'uno
e l'altro ricorrono alle scienze naturali, sperimentali,
empiriche, via. Il Zanella, che non è, come il
De-Meis, un naturalista valente, rimpicciolisce il
concetto della cosa, riducendola a mero affare di microscopio
e telescopio; ma non vuol dire! Ecco l'Uomo
dotto in botanica ed in mineralogia ed in zoologia
ed in astronomia; eccolo fisico, chimico e meccanico;
eccolo cristallografo e fisiologo: — «Il secreto
della Natura è scoperto!» — sclama fanciullescamente
lieto il Zanella; ed innalza un inno alla potenza
dell'ingegno umano. Nondimeno, è costretto a
soggiungere:

   | ... Fuggon forse le tenebre di pria
   | E palese di dio splende il disegno?

è costretto a riproporsi gli antichi interrogativi: —
«A che tutto questo? cos'è il mondo? qual è lo
scopo dell'Universo? dell'uman genere? ed io che
sono?» — E qui si stringe nelle spalle e vi dice
tutto ciò essere il secreto di domineddio, e noi non
[pg!235]
dover presuntuosamente indagarlo. Cos'aveva egli
dunque scoperto?

Ed ora ascoltiamo Giorgio: — «Mi gittai di lancio
e a corpo perduto allo studio di quelle, che chiamano
scienze naturali. Io sperava sempre di riudire
un giorno la voce della Natura. Io era certo,
che uscirebbe più chiara di dentro a que' vaghi cristalli,
divenuti il mio più caro trastullo; dall'interno
di quelle innumerevoli forme vegetali, con
le quali tanto mi divertiva; dall'intimo di quelle
ricche forme animali, che io curiosamente ricercava.
Io diveniva di mano in mano più avido di
farmivi sempre più addentro, per arrivare fino a
quel sacro penetrale, dove m'aspettava, che l'oracolo
avrebbe parlato. Ma sono dieci anni ed io
non ho udito mai nulla.... Talvolta domandava
i dotti, che aveva preso a guida in quegli ameni
studî, se mai tenessero il grande secreto.... Ma
que' grandi uomini non mi davano se non piccole
risposte. Essi si ridevano della mia semplicità; o
si rammaricavano e mi compiangevano del mio poco
progresso nella scienza. Poichè, a sentirli, del vero
progresso è segno, quando uno non fa altrui, nè
si fa più a sè stesso di sì stolte quistioni, e più
non vi pensa. *Ille se valde proficisse sciat*, quegli
solo, che s'è ben finito di persuadere, che
non solo non v'è la soluzione, ma non v'è nemmeno
la quistione; la quale non è se non una nostra
invenzione, una illusione ottica, che succede
nel cervello dell'uomo fiacco e ignorante e non
ha punto che far con la Natura. E severamente
mi ammonivano, se progresso volevo fare e diventar
davvero uno scienziato, che fossi ben persuaso
e tenessi bene a mente, che quello era tutto:
chimica, fisica, meccanica; e che al mondo altro
non v'è fuorchè cristalli e cellule; e sì crittogame
e fanerogame senza numero; e insetti piccoli e insetti
grandi, come sarebbe a dire le scimie, che è
quanto dire gli uomini; e che in tutti codesti amminnicoli
consiste la scienza. *Possibile*! io diceva
[pg!236]
fra me: *la scienza della Natura sarebbe dunque la
scienza degli amminnicoli!* Io era tutt'altro che
persuaso. Non era quello il progresso, che io voleva
fare; non era il frutto, che io anelava di raccogliere
da' miei studii. A quel prezzo io non avrei
voluto giammai diventare uno scienziato.» —

Un siffatto positivismo può benissimo accordarsi
con qualunque e religione e superstizione. Ed invero,
quanto è oggetto della religione (prescindendo
dalla parte etica) e della vera scienza, rimane escluso
dal campo delle investigazioni di questa ignoranza
scientifica. Il Zanella vi rappresenta il tipo dello
scienziato evirato nel suo Galileo; e gli fa recitare
il credo e soggiungere:

   | Tal mi detta una fe'; sull'alto arcano
   | Tace scïenza. Dall'audaci inchieste,
   | Che di qua dell'avel non han risposta,
   | Tempo è ben, che si tolga; e di glossemi
   | Più non faccia tesoro, a cui (*sic*) suggello
   | Legittimo non pose esperïenza,
   | Paragone del vero. Allor ch'io venni
   | Ne' suoi giardini, a me disse Sofia:
   | \— «Figlio, del mondo le riposte origini
   | Non ricercar, nè a qual lontano termine
   | L'universo si volve; impervie tenebre
   | All'umana ragion, quando la fiaccola
   | La fe' non alzi e l'atro calle illumini.
   | Modesta più, ma men fallace indagine
   | A te fia di Natura il libro svolgere,
   | Che chiuso giace, di secrete sillabe
   | Tutto vergato e d'incompresi numeri.» —

Appunto la spiegazione di questi numeri e di queste
sillabe chiede ansiosamente l'uman genere; la
cui semplice cognizione non ha pregio alcuno od importanza.
Che importa, che giova, conoscer l'alfabeto
d'una lingua, ignorandone la grammatica e le
parole, in modo da poter compitare un libro sanscrito
o russo, puta, senza capir nulla? A che giova,
per esempio, ad un contadino di poter materialmente
[pg!237]
legger la *Divina Comedia* o gli *Eroici furori*,
se non giunge ad afferrarne pure il senso? Questo
*senso* della Natura, la spiegazione delle sillabe secrete
e degl'incompresi numeri, il De-Meis la fa
chiedere a Giorgio, che lascia l'Italia per la Francia:
— «Lì vasti e bene ordinati musei; professori
di spirito e scienziati con cervelli chiari e vasti,
ben forniti e bene ordinati come i loro musei. Io
era bramoso di vedere a qual punto ne fossero; e
fin dove con la mente si fossero spinti di là da
quell'ordine apparente de' loro due musei; e mi
intendo quello del Giardino delle Piante e quell'altro,
che se ne portano dentro il capo. Entro
nel primo con loro: ed ecco i miei grandi uomini
rapiti nella contemplazione di tanti oggetti naturali,
convenuti in quel luogo da tutti i punti della
terra; e andarne in estasi. — § *C'est curieux! c'est
singulier! c'est bizarre! c'est étrange! c'est joli!
c'est merveilleux!* — § *Mais quelle est la raison
de toutes ces belles choses? qu'est-ce donc que tout
cela signifie?* — § *Monsieur, cela signifie que le bon
dieu a voulu que cela fût ainsi; et nous n'avons
qu'à dire: ainsi soit-il!* — Questo era l'ultimo costrutto,
questa la definitiva conchiusione, alla quale
i miei grandi naturalisti parevano giunti, e l'alto
cacume, cui sembrava, che si fossero elevati. Io
però non mi teneva niente soddisfatto di questa
nuova e veramente singolare, curiosa e sorprendente
scienza. Un buon dio senza ragione, che si
mette a fare delle cose curiose e strane, per divertire
il prossimo, e farsi particolarmente ammirare
della sua abilità da qualche centinaio di naturalisti,
che le studiano ne' loro amminnicoli, in
verità gli è un dio troppo buono; ma non è cosa,
di cui possa restar capace un onest'uomo, che abbia
dramma di ragione» —

Ma, se i naturalisti oltramontani interrogati da
Giorgio, di buona fede si chiudono nelle scienze sperimentali
e negano le virtù speculative alla mente
umana, pel Zanella non è così in fondo. Egli ha notizia
[pg!238]
confusa del lavoro intellettuale umano; e ritiene,
ch'esso abbia raggiunto la meta. Egli crede,
che le *tenebre di pria* siano svanite, che l'uomo non
sia più deluso amante del vero, anzi, che lo abbia
afferrato. Il crede, senza saper troppo perchè, perchè
l'ha sentito dire; questa credenza è un pregiudizio
per lui, un preconcetto, ma ce l'ha.

Finora, quando veri credenti od ipocriti, apostoli
o bacchettoni volevano distogliere dalle investigazioni
*pericolose* la mente umana e ricondurla in sacristia
od all'ossequio per la rivelazione, cercavano
di provare l'incertezza della scienza, l'impotenza
dello ingegno nostro, cercavano di convincerci che
la ragione e la scienza non valgono ad assodare alcun
vero, che sola fonte di verità è la religione. Il
Zanella, invece, cinicamente riconosce, che la scienza
c'è e che può; confessa, che la ragione ci dà il vero;
ma, dice lui, ci tolgon la pace del cuore; *ergo*,
volgiam loro le spalle. La scissura nell'uomo morale
moderno non è una scoverta del nostro dabben sacerdote;
altri l'hanno cantata prima di lui; altri ha
rappresentato il contrasto tra 'l cuore e la fantasia,
che si riattaccano alla tradizione, al *dolce imaginare*,
e la mente, la ragione, che impone, deducendole,
verità incresciose, che pur non persuadono. Il
Leopardi, il Musset hanno scritti versi duraturi:

   | *Que me reste-t-il donc? Ma raison tourmentée*
   | *Essaye en vain de croire et mon coeur de douter;*
   | *Le Chrétien m'épouvante; et ce que dit l'Athée,*
   | *En dépit de mes sens, je ne puis l'écouter.*

Il Zanella invece vi dirà, che il secolo:

   | Stretti nel pugno i conquistati veri
   | Sale superbo incontro al cielo: immensa
   | Luce è ne' suoi pensieri....

Qui non vi è più dubbio: certezza piena invece!
Il secolo ha conquistato i veri; il secolo ha luce nei
[pg!239]
pensieri; la gigantomachia moderna, la scalata, che
gli eroi del pensiero danno all'Olimpo, non è un
atto di levità giovanile, di sconsigliatezza, di presunzione;
è, pel Zanella, la pura e semplice estrinsecazione
necessaria dell'attività del secolo. Il Musset
dubitava de' risultati della scienza; e, dopo ascoltato
Aristotele e Platone, diceva: *j'applaudis et
poursuis mon chemin*; e quindi poteva anche tentare
di sottrarsi alla filosofia e di ridiventar credenzone;
sebbene, appunto perchè aveva saputo qualcosa,
imparandola, acquistando quel sapere da sè, non potesse
acquetarsi ne' dommi, che ci si presentano bell'e
formolati, inassimilabili: la ragione si ribellava.
Ma voi, Zanella, non dubitate più; voi, siete tanto
XIX secolo (o lode o biasimo, che a voi paja ed altrui)
da creder fermamente alla scienza. Perchè dunque
mi parlate di notte del cuore, che si fa più densa?
Vel dirò! Perchè avete un'anima fiacca e poltrona.
Perchè

   | .... dal dì, che lo scettro in sua man tolto,
   | *Più non v'ha dio*, l'uom disse; e Re si assise
   | Dell'Universo, il volto
   | Scolorato abbassò, nè più sorrise.

Vi manca serietà di propositi, forza di carattere,
vigoria di mente, amore dello studio! La vostra personalità
morale è nulla. Morta la speranza, che riconduce
a dio, tutto per voi è notte, a detta vostra.
Voi non avete dunque nè famiglia, nè patria, nè
Principe? non leggi sacre ed amate? non avete doveri?
non credete alla virtù? Avete tanto imparato
e dal vostro sapere positivo non rampolla un ideale,
un imperativo categorico, che dia norma e scopo al
viver vostro! Tutte quelle sante parole per voi sono
vuote di senso, se vi manca la speranza d'una ricompensa;
e, come diceva l'Hegel allo Heine, vorreste
esser premiato di non aver abbandonato la
madre vecchia ed inferma e di non avere avvelenato
vostro fratello! Delle due l'una: o le speranze,
[pg!240]
che dite morte, erano ingannevoli e fallaci.
E perchè vi fermate a rimpiangerle? Animo, e createvi
altre speranze, un altro ideale men fragile, più
conforme alla coscienza vostra. O non erano ingannevoli
e fallaci. Ed allora bisogna, che ricostruiate
con lo studio e la critica la fede scrollata: la vera
scienza l'ha a rifare, la vera scienza, che guarda
l'essenza delle cose e non gli amminnicoli.

Ma la scienza pretesa vostra, onde menate tanto
scalpore, non è per voi qualcosa di serio, anzi una
ricreazione, un ozio tutto al più; e vi ha momenti,
in cui manifestamente l'odiate. Quindi le lodi dell'ignoranza,
simboleggiata nella favola della Psiche:

   |   O dell'anima umana, a cui (*sic*) fatale
   | È sovente del ver la conoscenza,
   | Immagine gentil, Psiche immortale;
   |   O divina farfalla, a cui (*sic*) l'essenza
   | Delle cose è nascosta, o sol si svela
   | Quanto basti al gioir dell'innocenza;
   |   Lascia, Psiche, l'improvvida querela,
   | Nè desiar conoscere lo sposo,
   | Che la temuta oscurità ti cela.
   |   Men dolce, o semplicetta, è bacio ascoso?
   | Dolci meno gli amplessi e le parole;
   | Onde bea Quel non visto il tuo riposo?

Eppure la favola stessa della Psiche, se a forza
e' vuol cavarne un epimitio, dovrebbe insegnargli,
che non vi ha godimento vero, schietto, sincero,
senza conoscenza! Guardate quanto è più morale e
gentile il pensiero della plebe pagana che quello di
questo mezzoprete semicristiano! Certo di baci, che
imitavan le colombe, e di bene scossi congiungimenti,
avrebbe potuto appagarsi la Psiche, se...
fosse stata contenta alla brutalità. Ma, contentandosene,
sarebbe stata solo una meretrice volgarissima,
degna che Amore le recesse addosso, come racconta
il Machiavelli di aver fatto lui a non so qual
vecchia scrofa, che gli si prostituiva al bujo. E finchè
la Psiche tollera pazientemente gli amplessi dell'ignoto
[pg!241]
nume, perchè questi le scuote bene il pelliccione
e le procaccia copia di grandi agi e comodi,
essa Psiche è ben poco interessante, è una volgarissima
mantenuta. Solo allora ci commuove, solo
allora la stimiamo, quando prende la fiaccola ed il
pugnale, per illuminarsi e distruggere anche le sue
gioie ove turpe ne ravvisasse la fonte; quando è perseguitata
e raminga ed infelice ed *amante*; ed è divenuta
amante, dacchè ha saputo chi giacesse seco,
dacchè ha conosciuto il suo rapitore. Solo questi suoi
travagli son poetici e commoventi; solo in virtù di
essi diventa degna dell'apoteosi. Ma, sacrosanti dei!
chi di noi non istima orrendo e turpe, che una
donna faccia copia di sè ad uno ignoto, fra le tenebre!

Questa lode dell'ignoranza, dell'asinità volontaria,
questo inculcar la ciucaggine, che accade metaforicamente
qui, è altrove fatto a viso impudentemente
scoperto. Leggasi la poesia intitolata: A *mia
madre*, dove il Zanella dichiara di riconoscere, che
la mamma gli ha dato ad intender da bimbo un mondo
di corbellerie; eppure dichiara di antepor quelle, che
e' dichiara falsità, imposture, corbellerie, a' portati
della scienza, perchè questi *non appagano il core*.
Insomma, lui alla scienza chiede pace dell'animo e
piacere; chiede quel, che la scienza non ha missione
di dare; riserbandosi di ripudiarne le conseguenze,
ove non gli garbino:

   |   Madre! di dotte inchieste
   | Tornan ben lagrimevoli gli allori,
   | Se più crucciose e meste
   | Fansi le vite e più gelati i cori.
   | Se dal ver riedo meno eccelso e puro (!!??)
   | Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.

Bella tempra d'uomo coscienzioso, il quale può
chiudere volontariamente gli occhi al vero! La fede
cristiana per lui non è un convincimento, non è una
fiaccola potente; egli ha subaperte a mala pena le
[pg!242]
porte del sapere e ne è uscito un vento, che l'ha
spenta: presto, il Zanella ritappa l'uscio e rimane
al buio per paura d'infreddarsi. Ahimè! uno può
rimpiangere le fedi e le illusioni svanite, ma non
può, quando sieno state distrutte da un altro convincimento
e più maturo, non può credervi unicamente,
perchè fa proposito di credervi. V'è mai toccato
d'esser tradito dalla ganza? Dopo le pruove del
tradimento, si può fingere di ignorarlo, si può perdonarlo,
si può continuare la relazione; una sola cosa
è impossibile, credere ancora in colei, che vi ha
mentito e che conoscete falsa. A nutrir fede in una
persona non basta volere. E molto meno può credersi
per un effetto della propria volontà arbitraria, quando
il ragionamento e la ragione hanno scosso i vostri
primi convincimenti; o discredere ciò, che saldi argomenti
e stringenti vi dimostrano. Questo, ben inteso,
per le anime oneste; coloro poi, la cui religione
è una pura moda ed un semplice mezzo, possono
veramente credere quel, che vogliono, pur che vogliano.
Ma chiameremo fede la loro?

Insomma il Zanella la pensa come Matteo Bandello,
e con le parole del grande novelliere potremmo
rendere il suo concetto della vita umana (*parte I,
Novella XXV*): — «Io non vo' già dire, che la investigazione
della verità non sia cosa lodevolissima,
anzi l'affermo e lodo; ma ben vo' dire, che tutti
gli atti umani devono esser fatti a luogo e tempo...
Noi siamo venuti qui, non per disputare od astrologare
o far lite, ma per ricrearci, darci piacere
e stare con gioja ed allegrezza.» — Ma il Zanella
ha torto marcio: e l'esempio de' secoli passati ci scaltrisce
su' dolorosi frutti, che producono simili dottrine.
Guai al popolo, che cade nello indifferentismo,
nell'apatia filosofica o religiosa; che non pensa più
alle dotte inchieste, anzi a ricrearsi e darsi piacere!
Il vero è l'unica cosa meritevole d'amore. Non perchè
ci possa esser baconianamente utile: anzi quell'idea
di servirsene per un qualche scopo meschino
e determinato, me lo sfata. Io amo il vero anche
[pg!243]
insalubre e velenoso; quello, che infelicita ed opprime.
Amo quel vero, che mi fa soffrire; ed il preferisco
all'errore utile, proficuo. Io ringrazierei colui,
che mi provasse con documenti alla mano l'amico
venerato essere un malvagio e la donna amata essere
venale. Certo, da tali rivelazioni sarei reso infelicissimo
e miserrimo più che nol sia ora, ma avrei
un errore tolto dalla mia mente. Come dice stupendamente
Tommaso Stigliani in principio del XX canto
del suo *Mondo Nuovo*:

   |   Ben finsero a ragion gli antichi esperti,
   | Che 'l sentier di virtù sia un aspro colle;
   | E quel del vizio, con fioretti inserti,
   | Una pianura delicata e molle:
   | Poichè il volgare stuol de l'alme inerti
   | Vive tranquillo e mai noja non tolle;
   | E quei, che ad alte imprese opera dànno,
   | Soggiaccion sempre ad infinito affanno.

Ora nessuna impresa v'ha più alta della ricerca
disinteressata del vero assoluto.

Nel Zanella non c'è alcuna serietà. Questo fabbro
di versi non ha ideale alcuno, non ha nulla di generoso.
Scommetterei, ch'è un buontempone. Sicuro,
qua e là, sotto alla misera porpora di pensieri accattati,
trasparisce la natura del beone e del ghiottone,
come si scorse l'orecchia dell'asino sotto la
spoglia del Leone: sembra poeta *famelico*, anzi che
*melico*. Qua e là una immagine gastronomica rivela
l'indole vera dello scrittore: il soldato usa sempre
immagini guerriere; il marinajo traslati marinareschi;
ed il Zanella toglie con predilezione i paragoni
e le metafore dal desco e dalla mensa. Parla del taglio
dell'istmo di Suez, ne parla in via di paragone
e quindi non avrebbe dovuto diffondervisi intorno;
eppure egli non sa astenersi dall'aggiungere questi
due versi, affatto superflui:

   | E, sul desco de' popoli, il tributo
   | Porran d'avversi climi Orto ed Occaso;

[pg!244]
sicchè, per lui, l'importante, il caratteristico, nel
taglio dell'istmo di Suez, è la maggior facilità di
procacciarsi taluni oggetti di buccolica. Altrove fa
che Galileo deplori i guai, che accadono

   | ... se custode de' celesti veri
   | Autorità non siede; e sola il pane
   | Di sapienza a' parvoli non frange.

Quando vuol descrivere l'affratellamento degli uomini,
sel raffigura sotto la forma d'un simposio:

   |     ..... convenuti
   | A banchetto comun da tutti i venti,
   | Varî di volto e d'abito, i mortali
   | La prima volta si gridâr fratelli.

Questo secolo XIX è grande, secondo lui, perchè
migliora ed accresce le risorse culinarie, migliorando
ed accrescendo le quali, le anime anch'esse si trovano
migliorate:

   | Lode all'età, che, migliorando il vitto
   | E la veste e l'albergo all'umil volgo,
   | L'alme ancor ne migliora....

Sapevo, che qualche volta s'insegna a leggere ai
bimbi con le chicche; ma, che si migliorasser le
anime col buon vitto, mi giunge nuovo. Il contrario
è vero: il benessere materiale corrompe, stempra.
Lo scopo dell'uman genere, pel Nostro, è il mangiar
bene:

   | Or tanta luce di scoperte e tanta
   | Fiamma di brame indefinite, immense.
   | All'uom largite non avrebbe iddio;
   | Se del pan, che matura il patrio solco,
   | E del vestir, che la vellosa groppa
   | Di domestica agnella gli consente,
   | Dirsi pago dovea.

Dunque, questo bisogno di scienza, che ci travaglia,
questa sete misteriosa di sapere, ha per oggetto
[pg!245]
principale di trovar nuove salse ed intingoli, stoffe
più leggiadre per adornarsi! Vergogna, a chi può
contentarsi del pane, che matura il patrio sole o
come dice il Giusti: *del fiasco paesano e del galletto!*
La nobiltà d'animo sta nel sentire una brama indefinita,
immensa di leccornie esotiche e di bottiglie
peregrine! Ned Apicio nè Sardanapalo giunsero mai
a proclamar dottrine così turpi; e ciò, che vi ha di
più turpe, è l'incoscienza, con cui le profferisce il
Zanella, *sans s'en douter*. Anche descrivendo il mattino,
la divina bellezza del sole, ispiratrice di tante
teogonie a' popoli antichi, suscita nella fantasia del
sor Abate idee di pranzo:

   |   Nell'umida zolla discende feconda
   | Del sole la luce, che il germe matura;
   |   S'imporpora il grappo: la messe s'imbionda;
   | Il desco a' mortali prepara Natura.

Egli trova, che gl'Irlandesi debbono esser lietissimi
di lasciar la patria, dove tocca loro (povera gente!)
di mangiar solo patate, ossia il

   | .... sordido pomo,
   | Ne' (*sic, ahi!*) squallidi inverni miserrimo pasto;

pe' pingui novali di

   | .... un terreno, che accoglie la greggia,
   | Al gelso benigno, benigno alla vite.

Patate in Irlanda, manzo in Australia, c'è da rimaner
sospesi forse un istante solo? Curioso, che
gl'Irlandesi non emigrino però, se non col pianto
agli occhi e col core straziato; e che i più preferiscano
la miseria in patria a tanto bene lontano da
essa! Tutta la poesia *Egoismo e Carità* è su questo
tono. Una madrefamiglia dev'essere, dice il Zanella,

   |   ... lieta, se miri
   | Giulivo il suo drappello al desco accolto.

[pg!246]
Cornelia, lei, s'allegrava pensando a' trionfi oratorî
futuri de' figliuoli! Un pellegrino va a visitare gli
amici esuli, unicamente, dice lui:

   | Per bevere un bicchier del loro vino.

Per dio, solo s'io fossi vinattiere avrei gusto d'una
visita, fatta con questo scopo dichiarato. Beninteso,
che amor di patria nel Zanella non ne trasparisce,
non ce n'è: si mangia anche in Australia e forse
meglio e certo più mercato che in Italia. *Patria est
ubi pasco, non ubi nasco*, mi diceva il mio primo
maestro di matematica, emigrato spagnuolo carlista
(valente maestro d'un pessimo scolare). Ed il Zanella:

   |   A' greppi divelta dell'Alpe natale,
   | In rive migliori, la pianta si attrista;
   |   Ma sotto ogni cielo l'errante mortale
   | Con vomero e pialla la patria conquista.

Il Danton, gran farabutto, ci fa perdonare ogni
sua colpa, od almeno si fa compatire, malgrado la
sua perversità, quando rifiuta di fuggire per salvar
la vita, dicendo la patria non portarsi via attaccata
alle suola delle scarpe. Io confesso (anche a rischio
d'essere paragonato ad una pianta) di farmi della
patria un'idea un po' più alta e spirituale: e di non
saper concepire come il vomero e la pialla possano
conquistarla ad alcuno. Patria significa leggi, istituzioni,
costumi, storia, lingua, abitudini, relazioni,
affetti; e tutto ciò concretato in un dato luogo e fra
date persone. Amo quest'Italia così fatta, così organata:
mutatemela, e chi sa, se continuerei ad
amarla ugualmente? Un'Italia repubblicana a me
sarebbe ancor qualcosa? *Nescio.* Ma qual dottrina
più immorale di questa, che consiglia e loda di sprezzare
e spezzare i doveri, che s'hanno verso lo Stato,
i vincoli, che legano alla patria ed al principe, per
procacciare alla propria persona un benessere maggiore?
[pg!247]
Per un vescovado in Istiria od in Ungheria
sarebbe dunque divenuto buono Austriaco il Zanella?

Abbiamo visto, che la scienza, pel Zanella, è l'amminnicolo.
Ma ci è almeno esattezza nelle minute
particolarità scientifiche, ch'egli affastella? nel qual
caso, i suoi versi, come quelli dello *Invito a Lesbia
Cidonia*, potrebbero avere qualche utilità pedagogica.
Niente affatto. Io, che sono pure il grand'asino in
tutte le scienze sperimentali, che ne ho soltanto
quelle nozioni imperfette e superficiali, le quali oggigiorno
son patrimonio universale, io posso pur cogliere
ad ogni piè sospinto il Zanella in fallo. Per
esempio, scrive il sor abate del sole, chiamandolo:

   |   ..... l'astro gigante
   | Che indura la quercia sul dorso del monte,
   | Che spento carbone ralluma in diamante.

Che il diamante sia puro carbonio, come il carbone
stesso, sapevamcelo; ma che il carbone divenga
diamante e divenga tale per azione del sole, è falso.
Oh, se così fosse, quanti carboni spenti vedremmo
esposti al sole su pe' tetti!

Manca al Zanella il senso del vero. Udite un po',
com'ei descrive Galileo Galilei, che, vecchio e cieco,
siede a respirare un po' d'aria verso il tramonto,
avendo a fianco una sua figliuola:

   |   .... Ei tenea sovra una sfera
   | La manca mano; e, con la destra, in aria
   | Scrive taciti cerchi...

Questa è una mossa, un atteggio, una posa, alla
quale il Zanella ha condannato il povero vecchio;
non una posizione naturale e spontanea di lui.

Sopraggiunge il Milton, chiamato dal Zanella: *anglico
bardo*: il Milton non è mai stato bardo, nè bardato.
La Maria Galilei gli chiede:

   | Chi t'ha scorto quassù? che cerchi, incauto?

Perchè incauto? perchè tanta rettorica? Sembra di
[pg!248]
legger le novelle delle balie, quando due incauti picchiano
all'uscio dell'Orco e l'Orchessa li ammonisce
di fuggir subito, subito, subito.

Se il Zanella vuol descrivere le ore notturne, vi
dirà:

   |   Appena è vespero.
   | E già tranquilla
   | Sovra le coltrici
   | Posa la villa.

Lasciando che qui *villa* pe' *villani* fa un bruttissimo
effetto (*la villa, che posa sopra le coltrici!*), falso
è, che al vespero già si dorma in villa; assolutamente
fuor di proposito quel *coltrici*, pe' duri letti
de' contadini; mera reminiscenza manzoniana: *Sulla
diserta coltrice, Accanto a lui posò*. Ma coltrice è una
delle parole predilette dal Zanella, come *transito*,
*sonito*. Passiamo oltre: ecco come egli rappresenta una
fanciulla, che fa toletta:

   |   Scalpita e smania
   | La giovinetta,
   | Che il velo roseo
   | Del ballo aspetta.

Che è fatta giumenta? Scalpitare è fuor di posto
affatto e smaniare è fuor di luogo. Lassù, nell'Osservatorio:

   |   Sbadiglia, abbrivida,
   | Scote di brine
   | Vigile astronomo
   | Rorido il crine;

e questo nel momento in cui *Iadi e Pleiadi fansi più
chiare*. Sbadiglia! è ignobile e comico; perchè cel
rappresenta noiato e distratto. Andiamo avanti. Si
festeggia l'onomastico d'una signora? La cognata
defunta il festeggia in paradiso con gli angeli!

   | Ella non viene. Il biondo capo adorno
   | D'eterni fiori nell'eterna Reggia,
   | Agli angioli confusa, ella festeggia
   |     Il tuo bel giorno.

[pg!249]
Sudicia adulazione ed empia; come se gli angeli
di paradiso dovessero incaricarsi degli onomastici e
de' pranzi di famiglia di casa Lampertico! Una suocera
decanta al genero la merce, vo' dir la figliuola,
ch'ella gli consegna:

   |   Fresche ghirlande arrecheratti in dono
   | D'immutabile amore; in sulla sera
   |   Attenderà di tue pedate il suono....

La seconda immagine è buona; ma che canchero sono
le fresche ghirlande d'immutabile amore?

Lo esprimere con verità ciò, che veramente si
sente, con que' piccoli tratti, che testificano l'impressione
originale, fa propriamente il grande scrittore.
I volgari si servono sempre di frasi fritte e
rifritte, bell'e fatte, senza il conio loro proprio, che
somigliano alle vesti accattate da' rigattieri.

Quindi tutte le vecchie ciarpe mitologiche, che
credevamo da lunga pezza smesse, il Zanella le adopera
ancora; e mille cifre morte e per sempre, che
esprimono la freddezza assoluta, assiderante della
sua mente. Quindi Apollo e Pindo ed Elicona tornano
in ballo; quindi fa dire al Milton (che mi diventa
un Alpinista).

   |   ...... In sogno
   | A me spesso venian l'ombre de' vati
   | E mi dicean: — «Del glorioso monte
   | Figlio, dispera guadagnar la cima...» —

Quindi fa, che il Galilei gli risponda:

   |     \— «Se brama
   | Del poetico allor, figlio, ti punge,
   | Ben le tue chiome un dì n'andranno altere.» —
   |     .... «d'Elicona
   | Alle velate finzïoni avvezzo.» —

Quindi, altrove, vi assicurerà, che alcuni, se avessero
sortito l'ingegno d'un suo amico:

   | Chiaro di sè, nell'Apollineo Regno,
   | Avrian levato ambizïoso suono.

[pg!250]
E ci darà la preziosa notizia, che Camillo Benso di
Cavour si dedicava occultamente a pratiche di cerimonie
pagane:

   | A' cupi genî del Tirren custodi
   | Serti offriva non visto....

E parlerà così de' sogni:

   |   Con ala nivea,
   | Per l'aure brune,
   | I sogni or piovono
   | Sopra le cune.

E, per dare un ultimo esempio di queste ciarpe, ci
apprenderà, che la gioventù fugge

   | Su' veloci del tempo invidi vanni.

Il Zanella pretende di essersi formato lo stile, traducendo
dagli erotici latini; ed ha voluto comunicare
al pubblico alcuni saggi di coteste sue versioni.
Egli stima, essergli tornato utilissimo siffatto esercizio,
abituandolo a non contentarsi della prima forma;
e vuol darci quindi modestamente ad intendere,
d'aver acquistate, mercè di esso, tutte le qualità,
che ci vogliono per durare immortale: — «Nelle cave
di pietra, che sono in Chiampo, mio luogo natale,
ho veduto, che i primi strati non hanno valore;
come quelli, che facilmente si sfogliano e si sgretolano.
Solamente dopo il secondo o il terzo, esce
la lastra magnifica, che resiste alla forza dissolvente
del sole e del ghiaccio». — Veramente, a me
non pare, che lo stile del Zanella valga gran cosa;
ma non posso recisamente negare, che l'esercizio di
tradurre gli sia tornato giovevole, perchè può benissimo
darsi, che prima egli facesse peggio. Quel, che
discerno chiaro, è, che i suoi volgarizzamenti sono
fatti senza intelligenza poetica del testo, senza gusto
alcuno. Prendo a caso qualche esempio. Ecco,
mi cade sott'occhi l'Elegia III del Libro I de' *Tristi*
[pg!251]
di Publio Ovidio Nasone, voltata dal Zanella in istrofette
savioliche. Gli è un metro, che spesso rende
ammodo i distici latini, sebbene in questo caso non
mi paia indicato, non mi sembri grave abbastanza
e solenne; però, non oso biasimarne la scelta, giacchè
non saprei proprio quale altro proporne in vece:
la terzina, metro forse più acconcio per tradurre i
distici, quando trattasi di Ovidio, riesce troppo lunga,
perchè già Ovidio è un po' vuoto. Ma che dire del
modo di volgarizzare?

   | *Cum subit illius tristissima noctis imago*
   |   *Quae mihi supremum tempus in urbe fuit;*
   | *Cum repeto noctem, qua tot mihi cara reliqui;*
   |   *Labitur ex oculis nunc quoque gutta meis.*

..

   |   Quando alla notte orribile
   | Io col pensier ritorno,
   | Che sotto il ciel romuleo
   | Fu l'ultimo mio giorno;
   |   Quando cotante io medito
   | Dolcezze, che lasciai;
   | Di subitana lagrima
   | Molli ancor sento i rai.

Una notte, ch'è l'ultimo giorno? O che scempiaggine
è codesta? Ovidio ha scritto *supremum
tempus*, rappresentandola quasi come un'agonia fatale.
*Il ciel romuleo* non vale quell'*Urbe* tanto semplice
e tanto eloquente. Non è mica Ovidio, che
torna col pensiero alla sua partenza per l'esiglio,
oh no! egli vorrebbe dimenticare, se fosse possibile,
la ricordanza atroce; anzi l'immagine di quella notte
si risveglia da sè nella fantasia di lui, dovunque,
fatalmente; vi s'introduce quasi di soppiatto: *subiit*.
Solo quando questa immagine si è già insignorita
di lui, egli ne rianda tutti i momenti e l'abbandono
di tante care cose. Questo secondo momento è del
tutto pretermesso dal Zanella, che invece fa meditare
le dilezioni lasciate. Il *tot mihi cara* comprende
mille cose, che non sono *dolcezze*: i lari, l'esercizio
[pg!252]
della cittadinanza, eccetera. Sopraffatto dall'amara
ricordanza, Ovidio piange. Ma non confessa di piangere
il superbo. Una stilla gli discorre dagli occhi.
Ed è sorpreso, che ciò accada ancora: *nunc quoque*,
in quella età! dopo tanto tempo del fatto! Dico
*tanto tempo*, perchè il dolore lo ha fatto sembrar
lunghissimo. Egli insomma vuol quasi dimostrarsi
irresponsabile del pianto: è una cosa, che accade per
forza maggiore. Come ci stia a pigione il *subitana*
è evidente; anzi è una lagrima stentata; anzi una
stilla: il poeta si vergogna di chiamarla col nome
proprio. Che dire poi di quel *rai*, per occhi! Un
uomo, un cavalier romano, chiama raggi i proprî
occhi? e quando? appunto quando il dolore li ha
abbattuti, quando non hanno più nulla di radiante!

   | *Jam prope lux aderat, qua me discedere Caesar*
   |     *Finibus extremae jusserat Ausoniae.*

..

   |   Era il mattin già prossimo;
   | E, per regale editto,
   | Io dai confini Italici
   | Uscir dovea proscritto.

Qui è sparita l'antitesi fra l'*aderat* e il *discedere*;
fra il reddire della luce, che lascia l'Italia
ogni sera per tornare ogni mattina, e la partenza
senza reddita del poeta. La luce è giunta: *aderat*;
soprapprende e sorprende l'infelice; la luce, che
tutto abbella e che deve far palese a tutti il suo partire!
Confesso di non capire il *regale editto*. Cesare
non era Re: povera storia! Anche più bestiale è
quel *proscritto*. Ovidio non era *proscritto*. Si allontanava
per un semplice comando di un uomo; non
dava noja se non ad un solo nella vasta città: ed il
nomina; era mandato a domicilio coatto, via, confinato
per *misura di polizia*, per un *provvedimento
economico*; soggiaceva ad un arbitrio ed il fa capire
senza espressamente dirlo. *Uscire da' confini Italici*
è frase, che non rende il [pg!253] *discedere finibus extremae
Ausoniae*; quel *discedere* ci dà lo strazio del distacco;
quel *finibus extremae Ausoniae* ci rappresenta
tutto il dolore, che cresce a mano a mano che il
profugo si allontana dalla Città. Vivere relegato in
un cantuccio d'Italia, andare a Pianosa od alle Tremiti,
sarebbe già duro e crudele; ma Cesare vuol di
più: vuole che l'infelice vada tra' barbari. Son queste
minuzie, che producono lo effetto poetico.

Che dire del *torpuerant longa pectora nostra mora*,
reso con:.... *immenso Sbalordimento all'animo Moto
avea tolto a senso*? Che dire di questa insulsa imitazione
del Manzoni:

   |   Giacqui, percosso, attonito,
   | Come percosso e domo
   | Uom giace dalla folgore:
   | Tronco vital, non uomo;

che dovrebbe rendere il celeberrimo distico e citatissimo:

   | *Non aliter stupui, quam qui Iovis ignibus ictus*
   |   *Vivit; et est vitae nescius ipse suae.*

*Disperato spasimo*, non traduce punto l'*imbre per
indignas usque cadente genas*. *Fortuna amara* è tutt'altra
cosa del fato, che diamine! Cerco invano
nel testo latino l'equivalente della zeppa: *lungi dal
patrio Tevere*. Ovidio dice più in là, che ogni angolo
della casa avea lagrime; ma gli si fa la parodia scrivendo:

   | Non ha la casa un angolo,
   | Che sia di pianto asciutto.

*I Lari*, non son *le case*; e la serie d'idee, che suscitava
nel lettore latino l'allusione agli dei domestici,
è uccisa dalla espressione sostituita dal Zanella.
Ned Ovidio ha mai detto, che la moglie irreligiosamente
*assalisse di acre rimprovero i Penati*;
anzi afferma, che li pregò prolissamente e indarno!
Ma basta! Questo saggio è sufficiente per mostrare
[pg!254]
con quanta intelligenza letterale e poetica del testo
e con quanto gusto traduca il Zanella. E si tratta
d'Ovidio, vale a dire del più facile scrittore latino!
d'uno, che sarei forse forse buono a tradurre anch'io,
figuriamoci!

So, che a molti queste mie parole sul Zanella sembreranno
uno scandalo. So, che s'egli avesse a morire
oppure ad impazzare, diranno che ci colpo io
e che la mia penna è peggio del pugnale del sicario.
Dicano! Sbraitino! Poco male! Padroni! Si servano!
Se dovessimo preoccuparci de' falsi giudicî
d'ogni dappoco o d'ogni farabutto, che si smaschera;
d'ogni manutengolo letterario o politico, che si mette
alla berlina, e cui si guastan l'ova nel paniere; d'ogni
asino, che diventa nimico giurato di chiunque abbatte
quegl'Idoli, ch'egli si compiaceva nell'adorare, si starebbe
freschi! Col dimostrare irrazionale un ossequio,
spero poco di ritrarne subito il volgo, perchè conosco
la pecoraggine umana e l'irragionevolezza; ma voglio
lavarmi le mani dello errore de' miei coevi. Ho bandito
verità, che mi stavano a cuore, lealmente. E so
di poter iscrivere su qualunque cosa mia le parole
stesse, che ho lette sul frontespizio d'un manoscritto
d'Alchimia mostratomi dal Minieri Riccio:

.. class:: center

   | QUI FRAUDEM
   | QUAERIT ET
   | HABET COR
   | IMPURUM
   | A ME RECEDAT.

[pg!255]


POSCRITTA
---------

.. class:: center

   | (Agosto M.DCCC.LXXVI)

— «Possibile, possibile, che a' giorni nostri non ci
sia più alcuno, capace di scarabocchiar venti versi,
senza commettere qualche svarione di prosodia, che
farebbe perdere la pazienza a Sant'Ilarione, che
farebbe andare Giobbe fuori della grazia di Dio,
che farebbe salir la senapa al naso del più mite
uomo del mondo?» —

Così dicevo dianzi leggendo un componimento del
Zanella nell'ultimo fascicolo della *Nuova Antologia*,
giunto a' versi:

   | E fantasia, coi facili colori
   | Che l'ïeri (sic) ignorò, veste il domani.

— «\ *Ieri* è un dissillabo, che diamine! e mai mai
e poi mai non si scisse, non potrà scindersi quel
_`dittongamento` *ie*, (ch'è semplice rinforzamento o
*guna* d'un *e* accentata latina), per farne un trissillabo,
corpo di Bacco! come mai non s'è detto,
nè mai potrà dirsi *pïede* invece di *piede*, *mïele* invece
di *miele*, *fïele* invece di *fiele*, e via discorrendo,
santo diavolo!» —

E nel dire, *santo diavolo!* detti un gran pugno
sul tavolo e rovesciai malauguratamente il calamaio;
cadde sul fascicolo dell'*Antologia*, che non è mio.
La poesia del Zanella ne rimase tutta imbrattata,
ed ora non può più leggersi in quell'esemplare.
Così almeno chi l'avrà fra le mani, potrà, fingersi,
figurarsi, immaginarsi, che la fosse una bella cosa.

Si diventa intolleranti, si diventa villani, vedendo
l'ignoranza e la ciarlataneria, gonfie, onorate ed applaudite!
Ecco qua, un giornale annunzia un'*Ode
classica* per nozze Papasogli Remaggi, stampata a
[pg!256]
Pisa dal Nistri, opera — «di N. F. Pelosini, il nome
del quale, quando si parla di scrittori, che
sanno la lingua e sanno adoperarla come va, non
so perchè non venga subito alla mente di tutti
gl'Italiani!» — Perchè, caro giornalista? O non
ne citi tu questo endecasillabo: Dilette *Pieridi le
nuove Furie*? E ti pare, che gl'Italiani possan credere,
che sappia la lingua loro, chi contrae il quadrisillabo
*Pieridi* in un trisillabo, quasi significasse:
*le figliuole del sior Piero*? Oh Zanella, oh Pelosini,
se v'accingeste bravamente a rifar gli studî
scarsi e sbagliati?

Ma che si burla, a stampare di questa robaccia?
Dirò con le parole istesse del Zanella e sarà l'ultima
frase, che io mai dica o scriva intorno a costui:

   | Orecchie tanto pazïenti il mondo
   | Oggi non ha...

[pg!257]




TRADUTTORE, TRADITORE
=====================

.. class:: center

   | (ANDREA MAFFEI)
   |
   | :small:`M.DCCC.LXIX.`

[pg!259]


Andrea Maffei, da forse meglio che cinquant'anni,
pubblica volgarizzamenti dal tedesco e dall'Inglese,
in prosa ed in versi. I suoi componimenti originali
hanno incontrato poco; ma le traduzioni, sebbene
spesso e' s'arrabattasse intorno ad autori di
pochissimo conto, come a dire Salomone Gessner e
Gian Ladislao Pyrker, gli han valso fama. Oramai
tutti lo stimano conoscitore profondo di quegl'idiomi,
interprete felicissimo degli autori stranieri, ottimo
verseggiatore. È una riputazione fatta; il pregiudizio
sta in favor suo. Il nome di lui raccomanda una
scrittura e le assicura spaccio. Il solo, per quanto
io mi sappia, che contraddicesse all'opinione universale,
fu Giuseppe Mazzini, il quale fin dal
M.DCCC.XXXVII s'esprimeva così in un articolo
sul *Moto letterario in Italia*: — «Abbiamo alcune
traduzioni di autori stranieri; ma, generalmente,
il senso e lo spirito degli originali sono immolati
a modi artificiali e di convenzione, nelle traduzioni
di Maffei (*sic*) come in altre». — Se non che,
in letteratura ed in politica, il Mazzini persuade il
contrario di ciò, che vorrebbe consigliare: è un'autorità
alla rovescia. Quindi il suo biasimo, se pur
venne letto ed avvertito, giovò all'incremento della
[pg!260]
celebrità del Maffei. Mi assicurano, anche la Caterina
Percoto aver, molti anni fa, rivedute le bucce
ad alcune traduzioni del Maffei: ma non nocque
alla riputazione di lui; perchè quel lavoro critico è
rimasto del tutto ignoto. Chi cura gli scarabocchi
femminili?

Ed, il confesso ingenuamente, fino all'altrieri, ho
creduto anch'io ciecamente non immeritata tanta
fama, sebbene poco m'andasse a sangue quel verseggiare
fragoroso, che affatica il timpano, non diversamente
da un cannoneggiar frequente e vicino:
scuola di Vincenzo Monti. Per quanto malvolentieri
uno si rassegni a giurare sulla fede altrui, torna impossibile
a chiunque il verificare di per sè i titoli
d'ogni celebrità. Un esame coscienzioso di qualsivoglia
produzioncella artistica richiede tanto tempo
e tanto sciupo di pensiero, che, in moltissimi casi,
pare opportuno l'accettare indiscussa l'opinion volgare,
quantunque volte la responsabilità propria non
viene impegnata. Come verificare di per sè i titoli
d'ogni celebrità, distinguendo i validi dagl'inammessibili?

Ma l'altrieri m'è capitato un volume, che s'intitola:
*Fausto, tragedia di Wolfango (sic) Goethe,
tradotta da Andrea Maffei. Seconda edizione compiuta.
Parte seconda. Firenze. Successori Le-Monnier.
1869*. (insedicesimo di IV-431 pagg. oltre bottello
e frontespizio in principio e l'indice in fine).
Parecchi svarioni, che notai scartabellandolo, mi
resero attento. Per esempio, il Goethe (nell'atto V)
scrive, facendo parlare Fausto de' terreni da lui dissodati
ed inferiori al livello del mare: — «che v'è
spazio per milioni, *Nicht sicher zwar doch thätig-frei
zu wohnen* (per abitare malsicuri in vero, ma
liberi ed operosi).» — Ed il Maffei gli fa dire proprio
l'opposto: — «Non sol per abitarvi in sicurezza,
Ma in operosa libertà». — Tutto lo squarcio seguente
è franteso. Il Goethe scrive: *Und so verbringt,
umrungen von Gefahr, Hier Kindheit, Mann und
Greis sein tüchtig Iahr* (e così, fanciulli, uomini e
[pg!261]
vecchi, passeranno qui il lor buon tempo, cinti da
pericolo); ed il Maffei a controsenso: — «Tal che
il giovane, il vecchio e l'uom maturo Giorni agiati
conduca» — Ora, il pericolo può tornare indifferente
e persino aggradevole. Alfredo di Vigny ha
scritto un capitolo stupendo sull'amore del pericolo,
chiamandolo: — «sorgente di mille voluttà incognite
a' più; lotta, che ha trionfi intimi, pieni di magnificenza». — (*Confronta*
:small-caps:`Leopardi`, *A un vincitore
nel pallone*). Ma nessuno al mondo, ch'io sappia,
ha mai pensato di chiamar comodo il pericolare.
Il Goethe, almeno, di certo no. Nella traduzione
del Maffei, trovo in bocca ad un coro questa
sentenza: — «Chi posseder la bella Fra le belle pretende,
innanzi tutto Armisi di prudenza». — Ma,
nell'originale, è detto tutto all'incontrario: — «si
provvegga prudentemente di armi». — In un altro
punto, secondo il Maffei, Mefistofele esclamerebbe: — «Andiam
così, noi sciocchi, Dal palagio alla cieca
angusta casa». — Per poco che il traduttore avesse
riflettuto, Mefistofele essere il demonio e quindi immortale,
avrebbe messo un indeterminato *si va* invece
di quella prima persona plurale, che qui riesce
assurda e di cui non trovi traccia nell'originale. Subito
dopo segue un coro di Lémuri, che il Maffei
traduce: — «Poi che la buccia Mi s'aggrinzò, Poi
che la gruccia M'appuntellò, Vicino al *tumulo* Mi
cadde il piè... Perchè dischiudere Doveasi a me?» — Nel
testo non è fatta parola di bucce, che s'aggrinzano,
nè di grucce, che appuntellano, nè di piedi,
che cadono. Vi è detto: — «Ora la perfida vecchiaia
mi ha percossa con la sua gruccia; io incespicai
sull'uscio della *fossa*...... perchè stava appunto
aperta?» — O quel *fossa* reso per *tumulo* non è
stupendo? che direbbe un geologo il quale scrivesse
il *cratere del Vesuvio* e cui stampassero il *cono*, sotto
pretesto, che, nell'uso volgare, i due termini s'usano
promiscuamente? Altrove Fausto insegna all'Elena
greca tutto l'incanto della rima; e quindi, essendo
il lor castello minacciato dal povero Menelao, infiamma
[pg!262]
i guerrieri seguaci alla pugna, dividendo loro
anticipatamente la Grecia, isminuzzandola loro in
tanti feuduzzi, con briose quartine di trocaici rimati.
Il Maffei ha la crudeltà di voltare la parlata in isciolti,
contro ogni intenzione dell'autore. Altrove inciampo
in quest'espressione: — «dall'Hazio all'Ellade». — La
mia scienza geografica non bastava
ad interpretarla. Sapeva Azio cosa fosse; ma quel
promontorio è appunto in Ellade e non prese mai
l'H in alcuna lingua. Non potevo supporre un *lapsus
calami* od uno errore tipografico per *dal Lazio all'Ellade*,
che il nostro sacro Lazio c'entrava come
il cavolo a merenda. Riscontro l'originale e trovo
*Harz*, che vale quanto *Selva Ercinia*. Questo si chiama
tradurre ad orecchio; e mi ricorda l'aneddoto
volgare, che lessi in una collezione manoscritta di
facezie popolari, gentilmente comunicatemi dal dottor
Ludovico Paganelli da Castrocaro.

Un vescovo visitava la chiesuola del più umile
villaggio della diocesi. Sopra l'altarino d'una cappella,
pendeva un quadro originale dell'esimio pittore
Michelangelo Buonascopa, il più fecondo pennelleggiatore,
che mai vivesse, (come dimostrano le
opere di lui, sparse pel mondo ed in altri siti),
tanto che se n'è fin voluto fare un personaggio mitico,
al quale vengono attribuite le fatiche di molti,
un Ercole ed un Omero della pittura. Monsignore
si fermò a guardare il dipinto, che rappresentava
il presepio. Vi vedevi la Vergine, inginocchiata
innanzi al Bambino, entrambo con le loro brave
corone di rame indorato sul capo; e sopra c'era la
scritta: *Quem genuit adoravit*; che il Manzoni parafraserebbe:

   | E l'adorò; beata!
   | Innanzi al dio prostrata,
   | Che il puro sen le aprì.

Monsignore guardava; e lesse la scritta, e ripetè parecchie
volte la frase latina a bassa voce, macchinalmente,
come suole accadere, pensando forse a
[pg!263]
tutt'altro. Il secretario di su' Eminenza, stimando
per avventura che il padrone non avesse inteso quel
latinetto e volendo fare il saputello, scappò fuori a
dire con la massima prosopopea: — «Già monsignore,
*que' di Genova l'indorarono*; chè qua, ed
in tutta la provincia, non si scavizzolerebbe un
operaio capace di far bene di questi lavori. Bisogna
ricorrer sempre a' forestieri, quando si vuole
un'indoratura ammodo.» — Il povero Vescovo fece
bocca da ridere, e si astenne per cristiana carità dal
mortificare il prosuntuoso. Ma si persuase d'aver per
segretario una gran bestia. I diocesani n'eran già
persuasissimi da un pezzo.

Insomma, dopo uno studio attento del volume, ho
dovuto conchiudere, che la bella fama del Maffei
l'è usurpata, giacchè sarebbe malagevole il tradurre
con meno intelligenza, con più inesattezza, accumulando
più spropositi. Duolmi il profferir queste
parole, le quali potrebbero forse contristare una canizie;
ma sarei timido amico al vero, se riguardi di
tal fatta mi persuadessero di tacere. Della persona
del Maffei, potrei astenermi dal parlare ancorchè
fosse da dirne ogni male, perchè lo starne zitto non
implicherebbe ned ignoranza nè complicità, non nuocerebbe
ad alcuno. Delle opere gli è un altro par di
maniche. L'interesse de' terzi, cioè degl'Italiani,
che, ignorando il tedesco, credon proprio di leggere
il Goethe, quando s'inghiottono la traduzione Maffei,
mi obbliga a parlare. Del resto, non chieggo di venir
creduto senza pruova: tolgo quindi a disaminare
la prima scena, paragonando versione e testo. Chi
avrà la pazienza di seguirmi, non potrà dissentir
meco. Nel giorno di Sant'Andrea pescatore, che
pesca l'anime al Signore, in Firenze, le famiglie
sogliono giocare a cruscherella. Il babbo getta in un
gran monte di crusca, che sta in mezzo al tavolo,
intorno cui seggono i giocatori, vi getta una manciata
di centesimi. Quindi si rimescola crusca e centesimi,
come un popolo in rivoluzione; e poi si divide
il gran monte in tanti monticelli quanti sono
[pg!264]
i ragunati, appunto in quella forma, che alcuni bassi
ambiziosi vorrebbero federativamente sminuzzar l'Italia.
Ognuno frunga nella crusca, che gli vien assegnata;
e que' centesimi, ch'e' vi trova, son suoi;
e, se nulla trova, i compagni tel fischiano. Il mio
monticello di crusca è la versione del Maffei; i centesimi,
che vi cerco, sono gli spropositi; per dio! ne
trovo finchè voglio; son più gli errori che i periodi,
più i centesimini che i granelli di crusca.

Questa scena ha nel testo centoquindici versi,
nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo
arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola
generale, un verso Italiano analogo riesce più
che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo
tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente,
le nostre forme grammaticali sono viceversa
più energiche, la nostra conjugazione è
più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi
spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue
ne facciamo a meno. Lo argomento della scena
è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di
spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello
stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli
l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta
il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato
d'anima e di corpo, desideroso di godimento
e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura
inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto,
che ce ne offre la vita. — «L'attività è
l'uomo,» — dice il Barrili. — «\ *Fare, fare* è l'impresa
gentilizia di questo credente nel cuore, scettico
nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia,
voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed
è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo,
anco se scritti col proprio sangue, non tengono.
Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere
al vero, ha salvata l'anima sua (*L'Olmo e
l'Edera.* X).» — Del resto, questa prima scena
della seconda parte del *Fausto* è fredda: non parla
nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto
[pg!265]
sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non
sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote
rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per
esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli
vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire
di natura da appassionare per sè stessi, materialmente
il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane
ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico
e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che
bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione,
codesto incallimento di Fausto, codesto suo
lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle,
che, un attento ed affettuoso esame del
problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento,
per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso
ed accadere in virtù de' canti soprannaturali
delle *sifilidi* (come avrebbe detto il Madoj-Albanese);
bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci,
da sembrarci, nonchè possibile, necessario.
Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una
scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe
non ha visto; ned era forse in grado di eseguire.
Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza
questa musicale anzichè poetica, però sempre
bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi,
che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando
agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea
bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente
de' fenomeni naturali, lingua discretamente
pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale
tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e
la deficienza di contenuto poetico, che questa scena
ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali
sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera
de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione,
vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con
tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente
e riferirla alla relazione, che han fra di
loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata
l'irrequietezza intellettuale e morale della
[pg!266]
gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la
vecchiaja, serenamente contemplativa, universale,
eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima
parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto
d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda
parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi
apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro,
più spassionato; e chi non ha molto visto e molto
provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi
rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima
parte, evoca le lotte intime delle passioni e della
coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in
un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e
glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia,
vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza
a prescindere dal precedente o cel mostra da
un punto di vista, che la sola seconda parte può
spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile
alla vita ed alle vicende personali del Goethe,
non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento
di *arpe eolie* al canto di Ariele è cosa
stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non
fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di
far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è
imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista
svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema
pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare
come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi
poche parole. C'è un suo epigramma, *Totalità*,
che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto
dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non
la finirei: ma torniamo a bomba.

I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri,
scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti
a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con
Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero
ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme
ed imitare con la propria armonia il genio e la
natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto
il numero quanto la locuzione son tolti a fine di
[pg!267]
ben condurre e di partorir l'espressione, la quale
dee essere regola e misura di tutti i colori poetici,
che debbono avere stima ed approvazione proporzionata
all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E
Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa
analogia dei metri col subietto è
trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura
se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti
gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi
una Elegia col sistro e coi timpani
è una facezia da carnevale». — Il coro de'
Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî.
Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa
consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici
tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî
irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto
è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si
ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione
alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge
Che il terzinante antico mastro ditta;» — come,
a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania,
nell'ultimo decennio del secolo scorso, da
Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò
persino in una tragedia, quantunque non ci
sia metro meno drammatico, come può convincersene
chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le
tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi
ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se
non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In
Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina;
invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti;
e, per lo più, mette il punto fermo dopo il
primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato
male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi,
e che ha voluto così accrescere od inconsciamente
forse solo ne ha cresciuto il suono, non
so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro,
cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo
scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze.
In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il
[pg!268]
tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago;
e quindi il metro, adoperato da questi, diventa
immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco
sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto
dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi,
settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi.
Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere
anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa
lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce
al paragone delle strofe precedenti, invece
di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile
poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine
di Fausto: bisognava assolutamente conservare
il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a
casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico,
perchè destituito della solennità compassata,
serena del terzetto. La bellezza principale della scena,
come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri
esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti,
che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il
Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella
scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare
dal comodo e dalla facilità, non dalla natura
del soggetto.

Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.

.. class:: center

   | VERSI I-VIII. :small-caps:`Tedesco.`
   | *Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:*

..

   | Wenn der Blüthen Frühlings-Regen
   | Ueber alle schwebend sinkt,
   | Wenn der Felder grüner Segen
   | Allen Erdgebornen blinkt,
   | Kleiner Elfen Geistergrösse
   | Eilet wo sie helfen kann,
   | Ob er heilig? ob er böse?
   | Iammert sie der Unglücksmann.

[pg!269]

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi
    sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi
    splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli
    silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia),
    compatisce all'uomo della sventura.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Allor che la feconda
   | Piova di maggio cade
   | Sui campi, e delle biade
   | La verde spica imbionda,
   | Picciolo stuol di spiriti
   | Volenteroso accorre,
   | E dove possa, al misero
   | O buono o reo, soccorre.

Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici
di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono,
piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha
nè visto nè tradotto quel *Blüthen*? I versi tedeschi
rammentano subito il petrarchesco: *Da' be' rami
scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo...
con un vago errore, Girando*;... e si direbbero tradotti
dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo
Benivieni nel suo *Amore*, verso il fine, ha
questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi:
*Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde
gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando
rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le
frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior,
che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe
ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono.*
Il Marino (*Adone* II. 25.) narra, che Amore,
chiamato da Venere: *Corre ingordo a l'invito; e,
colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie;
Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo,
In colorita grandine lo scioglie.* [pg!270] Alessandro Guidi in
una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani)
scrive: *E la dolce degl'inni aurea famiglia,
Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo
alla città latina.* Cito siffatti esempî e ne citerò altri
in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta
evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate
dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di
strano, nulla che possa confondere o perturbare un
traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata
dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico
Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di
Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse;
sebbene sia qui detto per incidenza non valgano
agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea
parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche
modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse
gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè
in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio
Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto
pavese come inventore d'un nuovo modo di
poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda;
siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi
campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a
tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini,
quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi
Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce
nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo
stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta
la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono
nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle
forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca,
come a me parrebbe meglio, per la somiglianza
con *istenterellesco*. Così il Bernia dice del
demonio Scarampino: *Minuto il ghiottarello e piccolino,
Ma bene è grande e grosso di malizia.* Così
l'Imperiale nel *Casalino*: *Anco statura in noi par,
che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande;
Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha
corpo pigmeo spirto gigante.* Così il Padre Carlo Casalicchio
[pg!271]
della Compagnia di Gesù dice (*L'Utile nel
Dolce.* V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze
era: — «detto così, perchè quanto era grande
d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza,
tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così
Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour
era piccolo, sclama: *Oh fu pur grande il piccioletto
conte!* La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere,
anzi pur compatire allo infelice; e questo
sentimento è significato con energia dallo intraducibile
*jammern* (eccitar compassione) che, avendo
per soggetto il compatito e reggendo il compassionante
all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma
tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono
nel Maffei. Altro è *misero*, altro è *l'uomo della sventura*:
codesta espressione all'ossianica indica un
grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei
v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato
volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente
ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero
tanto curato d'un tapinello qualunque. Le
sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non
averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini
d'Italia; *figli dell'affanno*: che miseria sarebbe il
tradurre o l'interpretare come se dicesse soltanto
*affannati*! Giorni fa, visitando la *bella villanella* di
Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una
lapide que' versi: *Amo la tomba, ove si dorme in
pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto
una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto
fiore.* Sostituire in essi *addolorato* a *figlio del dolore*,
o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto,
quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione
de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino,
che aveva tradotto così: *Appena vien, che cada Dal
cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è,
che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi
a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che
in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente,
Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto.*
[pg!272]
Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino,
che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare
un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi
mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi
asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare,
aver tanto egli quanto il Maffei tradotto
non dall'originale anzi da una cattiva traduzion
francese.

.. class:: center

   | VERSI IX-XIII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Ariele.*

..

   | Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,
   | Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,
   | Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;
   | Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,
   | Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda,
    dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi: _`sedate`
    il bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi,
    ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto
    orrore.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Gentile, aereo stuolo,
   | Che vai su quella mesta
   | Fronte girando a volo,
   | La virtù consueta or manifesta.
   | Le cure irrequiete
   | In quell'animo afflitto,
   | Silfidi, raddolcite; e ne svellete
   | L'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.
   | Fate che non molesti il suo riposo
   | Ricordo tormentoso.

Il *mesta*, l'*afflitto*, l'*ond'è trafitto* son riempiture,
imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente,
[pg!273]
sembra, che il Maffei si sia proposto di
mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale,
di ringentirle. Altro che *raddolcire cure irrequiete*!
si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente
combattono fra di loro e contro la coscienza!
Altro che *ricordo tormentoso*! si tratta di raccapriccio
per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha
patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza
intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato
la madre della Ghita ed assassinato il fratello
ed abbandonata e costretta al delitto quella povera
sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per
lui qualcosa di più che un semplice *ricordo tormentoso*,
come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di
far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi
si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza,
d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo
d'acqua di Lete, d'onda letea o *letale* com'è
meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'*amarezza*
agli ardenti rimorsi?

.. class:: center

   | VERSI XIV-XV. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Ariele.*

..

   | Vier sind die Pausen nächtlicher Weile,
   | Nun ohne Säumen füllt sie freundlich aus.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Quattro sono gli spazî del tempo notturno (= La notte
    ha quattro vigilie); riempiteli ora senza indugio benignamente.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Quattro pause ha la notte. A lui tranquille
   | Scorrano

La notte non ha pause, è senza soluzioni di continuità,
non si ferma mai. Si tratta di *stadii*, non
[pg!274]
di *pause*. Io rendo il *Pausen* con lo *spazî*, ricordando
Tommaso Stigliani da Matera: poeta *materiale*,
come il chiamavano bisticciando i nemici. Nel *Mondo
Nuovo*, egli dice di Cristoforo Colombo, che, la notte
prima d'una battaglia con gli Aitini, *Stette egli inginocchiato,
infin che il quinto Degli spazî notturni
udì finirsi, Seguendo sempre il supplicar non finto
Con percuotersi il petto ed empio dirsi*. Ben è vero,
che da' Romani essa notte partivasi in quattro vigilie,
ciascuna di tre ore nostre circa; ed il Goethe
rappresenta in esse quattro momenti del sonno, come
potrà vedersi. Dapprima lo spirito, appartandosi dal
mondo, esterno ambiente, si ritira in sè stesso, si rannicchia,
*sse requaquiglia* (si rinconchiglia) come
scrivevano i secentisti napoletaneschi con bel tropo
ed energico; ma, quando gli occhi son chiusi e gli
oggetti non agiscono più immediatamente sullo spirito,
gli emblemi loro echeggiano nella mente e vi
si specchiano nelle immagini de' sogni, finchè non
illanguidiscano, spariscano e sottentri il vero sonno
riparatore, la pace indisturbata dello spirito. Ma,
come il sonno non succede immediatamente alla veglia,
così pure rientra e si risolve nella veglia mediatamente
e solo mediante il sogno: le immagini
del mondo esteriore ricominciano a farsi sentire, ridivengono
potenti e vivaci, finchè ci riconducano
rinvigoriti alla piena coscienza di noi stessi. Sicchè
il primo verso è tradotto con un'espressione falsa;
ma il secondo poi è tradotto a contrassenso, come
se alludesse a Fausto, mentre invece tratta de' silfi,
a' quali raccomanda di cominciare senza indugio a
spendere le ore notturne in quell'opera di carità.

.. class:: center

   | VERSI XVI-XXI. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Ariele.*

..

   | Erst senkt sein Haupt aufs kühle Polster nieder,
   | Dann badet ihn im Thau aus Lethes Fluth;
   | Gelenk sind bald die Krampferstarrten Glieder,
   | [pg!275]
   | Wenn er gestärkt dem Tag entgegen ruht.
   | Vollbringt der Elfen schönste Pflicht,
   | Gebt ihn zurück dem heiligen Licht.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Prima dechinategli il capo sul fresco guanciale; poscia immergetelo
    nella rugiada dell'onda letéa. Le membra convulsamente
    irrigidite si scioglieranno tosto, risponde egli
    rinvigorito sino al giorno. Compite il più bel dovere de' silfi:
    restituitelo alla santa luce.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   |   . . . . . Su guanciale
   | Morbido lo adagiate, e colle stille
   | Attinte alla fatale
   | Onda di Lete,
   | Ne irrorate le membra, e lo vedrete
   | Sciogliersi dal letargo in picciol'ora.
   | E poi, quando all'aurora
   | S'appressi, caldo di vigor novello,
   | Degli obblighi il più bello
   | Compite; e dolcemente
   | Riapritegli il ciglio al sol nascente.

Ariele non manda mica i silfi in cerca d'un morbido
guanciale: i silfi, che albergano nelle scoscenditure
de' monti, fra' sassi, sotto le foglie, non hanno
nè cuscini, nè materazza, nè coltrici, nè capezzali;
Ariele parla del *fresco guanciale* offerto naturalmente
dall'erba. Difatti, Fausto è *auf blumigen Rasen
gebettet*, — «coricato sull'erba fiorita». — Il Marini
dice similmente di un suo personaggio: *Or,
perchè 'l sol già poggia e i poggi inaura, Lascia i riposi
de l'erboso letto* (*Adone XV. 25.*) ed anche:
*Giacea sul piumacciuol d'un violeto Lungo un ruscel
freschetto e cristallino, Corcato quasi in morbido
tappeto Un pargoletto e tenero bambino* (*Adone XV.
33.* Vedi pure, III. 84: *Avventurosi fiori, erba felice,
Che dell'Idolo mio languido e stanco, Siete guanciali
al volto e piume al fianco*) — Aleardo Aleardi
[pg!276]
ha voluto imitare questa imagine di erboso letto e
di giaciglio fiorito, ed, al solito suo, è riuscito a
renderla ridicola e grottesca, dicendo alla sua Maria;
*coi molli Muschi, divelti a le natali ombrie, Farò
sponda a la tua splendida testa D'Italiana*. Il *fatale*
è puro riempitivo in grazia della rima: il Goethe
non ce l'avea messo; nè l'adoperò il pure ridondante
Marini, in un luogo, in cui fa fare al sonno
personificato, la parte, che qui fanno i silfi: *Già da
l'ombrose sue riposte cave De la notte compagno,
aprendo l'ali, Con lento e grato furto il sonno grave
Tolse la luce ai pigri occhi mortali. E, con dolce
tirannide e soave, Sparse le tempie altrui d'acque
letali. I tranquilli riposi e lusinghieri S'insignorian
de' senni e de' pensieri.* (*Adone XIV. 43*). Bei versi,
ma per me guasti da quello equivocissimo *letale*, che
propriamente vuol dir *mortale*, sebbene il Marino
anche altrove ed altri pure l'abbiano adoperato nel
senso di *leteo*; esempligrazia: L'*isola d'ogni intorno
abbracia e chiude (Come scorger ben puoi) l'onda
letale*. — *Caldo di vigor novello* è una frasca rettorica,
un ghirigoro senza scopo, invece del semplice
e schietto *rinvigorito* del testo. *Sciogliersi dal letargo*,
significa ridestarsi, rinvenire; ma il Goethe
non dice mica, che Fausto si sveglierà presto, giacchè
vuole, ch'e' dorma tutte l'ore notturne; dice
bensì, che, riposando, rinvigorito dall'obblio del
passato e del rimorso perturbatore de' sonni e de' sogni,
nonchè dalla freschezza del giaciglio (siamo
anima e corpo!) cesserà lo spasimo, che gl'irrigidisce
le membra, si dileguerà la rigidità spasmodica.
Il Maffei ha sbagliata la punteggiatura del tedesco,
ponendo dopo *Glieder* il punto, ch'è dopo *ruht*. Nella
sua traduzione s'impara, che il più bello degli obblighi,
assolutamente parlando, è il riaprire gli occhi
di uno al sol nascente; sicchè la sora Maddalena,
che mi sveglia il mattino, portandomi il caffè,
adempirebbe con quest'atto solo alle più alte esigenze
morali. Non discuto su codesta teorica: ma
il Goethe non l'ha enunciata mai; e dice invece il
[pg!277]
*più bel dovere de' silfi* (de' Silfi, si noti) essere il ridare
lo sventurato alla santa luce, il ridargli la compiacenza
di vivere (e non già, il riaprirne le ciglia
al sol novello).

.. class:: center

   | VERSI XXII-XXIX. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Coro di Silfi.*

..

   | Wenn sich lau die Lüfte füllen
   | Um dem grünumschränkten Plan,
   | Süsse Düfte, Nebelhüllen
   | Senkt die Dämmerung heran;
   | Lispelt leise süssen Frieden,
   | Wiegt das Herz in Kindesruh,
   | Und den Augen dieses Müden
   | Schliesst des Tages Pforte zu.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE.

..

    Quando tepide l'aure si riversano sulla pianura cinta di
    verde, il crepuscolo diffonde soavi olezzi e velame di nebbia;
    mormora sommessamente di pace soave; culla il cuore
    come nel riposo infantile; e chiude innanzi agli occhi di questo
    stanco la porta del giorno (le ciglia).

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Quando l'aura leggera leggera
   | L'erbe e i fiori al maggese accarezzi,
   | E ne mandi la placida sera
   | Ombre molli, dolcissimi olezzi,
   | Quella calma spiratagli al core,
   | Che il dormente fanciullo conforta:
   | Poi chiudete del giorno, che more,
   | Alle stanche sue ciglia la porta.

Curioso è qui lo scambio di alcuni presenti dell'indicativo
con altrettanti imperativi. Nella traduzione
del Maffei, le silfidi si esortano ad operare ciò,
che nell'originale decantano come effetto d'una sera
di primavera: sichè l'ultimo distico diventa un logogrifo
[pg!278]
insolubile. Il Goethe esprime con impareggiabile
armonia di verso questo pensiero semplicissimo:
che il crepuscolo vespertino suade pace all'animo.
Il Maffei si è ricordato del decasillabo del
Berchet: *Una brezza leggera leggera*; ma la reminiscenza
è qui inopportuna, trattandosi non di una
fresca brezza mattutina e marina, anzi d'un tepido
scirocco, grave di odori e di vapori. Quel *che more*
è un riempitivo inutile, che guasta la metafora: *chiudete
la porta del giorno, che more, alle ciglia stanche!*
E, badiamo bene, *porte del giorno*, chiama il
Goethe appunto le ciglia, con metafora imitata da
Pitagora, che le addimandava *porte del sole*, secondo
c'informa Diogene Laerzio (VIII, 29.); perchè, aperte,
lasciano entrare in noi il giorno, il sole. Similmente
*porte del desio* ha chiamati gli occhi il de la
Fontaine: *Que dirais-je des traits, où les ris sont
logés? De ceux, que les amours ont entre eux partagés?
Des yeux aux brillantes merveilles, Qui sont
les portes du désir? Et surtout des lèvres vermeilles,
Qui sont les sources du plaisir?* Non mi sovviene,
qui su due piedi, d'alcuno esempio Italiano
di simile metafora, neppure in quel seicento, al quale
mi giova ricorrere in questa occasione, perchè il Goethe
non è, per lo stile e pe' concetti, se non un
mediocre seicentista, e sebbene quell'espressione vi
ricorra spesso. Per esempio, il Marino fa chiamar da
Venere *porte del cielo* le palpebre di Adone, (III.
89) ma perchè pone il suo paradiso negli occhi di
Adone: *Sonno, ma tu, s'egli è pur ver, che sei Viva
e verace immagine di morte, Anzi, di qualità simile
a lei, Suo germano t'appelli e suo consorte; Come,
come potesti a' danni miei, Entrar del ciel ne le beate
porte? Con che licenza, oltre l'usato ardita, Puoi
negli occhi abitar de la mia vita?* (Vedi anche *Adone*,
I, 19). Tommaso Stigliani (Mondo Nuovo, VIII)
fa descriver così al Cavalier del Sogno *la beltà falsa
di sognate membra*, cioè la donna, per la quale Amore
l'avea piagato in sogno: [pg!279] *Quei labbri, ch'avrian
vinto, o ninfe, e stanco Qual più ardente corallo è
nel mar vostro, Con vaghezza chiudean non vista
unquanco Quanto oggi ha di gentile il secol nostro.
Lasso! chiudean per miei perpetui mali Un bel tesor
di perle orientali. Fra le quai se formava ella
parola, Vista aperta del ciel la porta avresti.* Qui
*porta del cielo* è adoperata metaforicamente per felicità.
Ma l'essere insolita tra noi codesta metafora
del Goethe, non iscusa il Maffei, che non l'ha intesa.

.. class:: center

   | VERSI XXX-XXXVII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue il Coro:*

..

   | Nacht ist schon hereingesunken,
   | Schliesst sich heilig Stern an Stern;
   | Grosse Lichter, kleine Funken,
   | Glitzern nah und glänzen fern:
   | Glitzern hier im See sich spiegelnd
   | Glänzen droben klarer Nacht;
   | Tiefsten Ruhens Glück besiegelnd
   | Herrscht des Mondes volle Pracht.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE.

..

    La notte è già discesa: stella a stella santamente si affianca.
    Grandi luminari, piccole faville scintillano da presso
    e splendono da lunge; scintillan qui, specchiandosi nel lago;
    splendono lassù nella chiara notte. La piena magnificenza
    della luna regna suggellando la felicità dell'altissima quiete.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Sulla terra son l'ombre cadute,
   | Astro ad astro nel ciel si congiunge;
   | Ampie luci, scintille minute
   | Van raggiando da presso, da lunge.
   | Splendon là nella notte serena,
   | Guizzan qui nel cristallo dell'onda.
   | E la luna vivissima e piena
   | È suggello alla pace profonda.

[pg!280]
Non c'è male; malgrado qualche imbellettatura
sconveniente, come quel dire *le ombre* invece del
semplice *notte*; e sì, che nella strofa precedente *molli
ombre* significava i vapori che sorgono a sera. Si
vede, che questa parola ed alcune altre, (per esempio
*ciglio*, *onda*) sono predilette dal Maffei, unicamente
pel suono armonioso; seicentismo, stile mariniano.
*Onda* può essere un fiume, un rivolo, una
gora, un mare, un lago, una vasca; può esser l'oceano
od una pozzanghera; ma qui il Goethe indica
esplicitamente il pelaghetto, ove si raccolgon l'acque
della cascata. L'antitesi fra lo splendere da lontano
e lo scintillar velatamente dappresso, che poi viene
meglio svolto in due versi, sparisce nel *Van raggiando
da lunge, da presso*. E perchè mai togliere
quell'avverbio *santamente* o *pudicamente* (come piacerà
di rendere lo *heilig*), che attribuisce non so che
di umano agli astri del cielo? Il Leopardi ha pur
detto: *Più che mezze oramai l'ore notturne Eran
passate; e il corso all'oceàno, Inchinavan pudiche
e taciturne Le stelle, ardendo sul deserto piano.*

.. class:: center

   | VERSI XXXVIII-XLV. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue il Coro.*
..

   | Schon verloschen sind die Stunden,
   | Hingeschwunden Schmerz und Glück;
   | Fühl' es vor! Du wirst gesunden;
   | Traue neuem Tagesblik.
   | Thäler grünen, Hügel schwellen',
   | Buschen sich zu Schattenzuh;
   | Und in schwanken Silberschwellen
   | Wogt die Saat der Ernte zu.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Già le ore sono estinte; dolore e gioia svaniti. Devi presentirlo:
    guarirai; fida allo sguardo del nuovo dì. Le valli
    verdeggiano; i colli s'ingrandiscono, incespugliandosi, (così
    da offrire) ombrosi riposi; e gli arrendevoli flutti argentini
    del seminato ondeggiano verso la mietitura.

[pg!281]

.. class:: center

   | TRADUZIONE di :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Già veloci fuggirono l'ore,
   | S'involarono i gaudii, i tormenti;
   | Per le fibre, pei rivi del core
   | Rifluir la salute non senti?
   | Ti confida nel dì, che risorge!
   | Già dal buio escon valli e colline,
   | E lo sguardo pe' colli già scorge
   | L'ondular delle spiche argentine.

Le *fibre*, i *rivi del cuore*, il *rifluire della salute*
non esistono nel testo, dove, invece di questo sfoggio
d'orpello, si legge solo: *tu risanerai* (*du wirst
gesunden*). Non so poi dove il Maffei abbia trovato
detto, che valli e colline escono dal buio. Il Goethe
vuol dire, e forse si esprime con poca chiarezza, che
lo spettacolo, che la nuova luce manifesterà, deve
servire a Fausto di augurio, di presentimento della
sua guarigione. Quale spettacolo? Quello offerto dalla
primavera: il verdeggiar de' campi, il frondeggiar
delle colline boscose, che offrono ameni recessi; l'ondeggiar
delle biade, che vanno maturando. Il Maffei
non ha capito, non ha distinto e non ha reso
questo sentimento; l'ha confuso ed amalgamato con
altri, che seguono.

.. class:: center

   | VERSI XLVI-LIII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue il Coro:*

..

   | Wunsch um Wünsche zu erlangen
   | Schaue nach dem Glanze dort!
   | Leise bist du nur umfangen,
   | Schlaf ist Schale, wirf sie fort!
   | Säume nicht dich zu erdreisten
   | Wenn die Menge zaudernd schweift;
   | Alles kann der Edle leisten,
   | Der versteht und rasch ergreift.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Per (saper come) conseguire desiderio sopra desiderio, contempla
    [pg!282]
    lo splendore là. Sei solo lievemente allacciato: spoglia
    l'involucro del sonno. Non indugiare negli ardimenti,
    mentre la moltitudine erra titubando. Tutto può fare il generoso
    intelligente e pronto all'opera.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Vuoi la foga appagar delle brame?
   | Guarda i raggi, che il sol ti saetta.
   | T'avviluppa lievissimo stame;
   | Scorza è il sonno, lo strappa, lo getta!
   | Mentre il volgo s'indugia sgomento,
   | Segui tu coraggioso la via:
   | Chi conosce ed afferra il momento
   | Non ha prova, che dura gli sia.

*I raggi, che saetta il sole*, non va, perchè il sole
non è ancora sorto, e sorgerà solo durante la seguente
parlata; che il Goethe mette in bocca ad
Ariele, e che il Maffei (non so perchè) attribuisce
al coro; anzi solo durante il monologo di Fausto. Lo
splendore, di cui parlano i silfi, è l'aurora, evidentemente.
Non si comprende, come il fissar gli occhi
nel sole possa *appagar la foga delle brame*; nè Fausto
può avere alcun desiderio di appagar questa foga,
giacchè, nel punto in cui fosse pago, dovrebbe, secondo
il pattuito, venire in potestà del diavolo. Basta
ricordarsi le parole, con le quali ha giurato nella
prima parte: — «Se dirò mai al momento: *deh indugia!
sei tanto bello!* allora potrai gettarmi in
ceppi, allora andrò volentieri in precipizio. Allora
suoni pure per me il doppio de' morti, allora sarai
libero del tuo servizio: si fermi pure l'oriuolo;
cada pure l'indice; cessi per me il tempo!» — E
difatti, quando, in fine di questa seconda parte,
pronuncia quelle parole, cade morto e Mefistofele
vuole impossessarsi dell'anima sua. I silfi, in questa
strofa, esortano Fausto: a rivolgersi speranzosamente
all'aurora incipiente; a scuotere il sonno; e destarsi
rinvigorito a nuova ed incessante attività, poichè
alla mente audace ed operosa tutto riesce: [pg!283] *audaces
fortuna iuvat*. *Sgomento* è troppo forte per *zaudernd*.
Non mi piace quel *momento*, che rimpiccolisce e specializza
troppo, e che non c'è nel testo.

.. class:: center

   | VERSI LIV-LXVI. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Ariele, mentre un mostruoso frastuono annuncia l'avvicinarsi del sole.*

..

   | Horchet! horchet! dem Sturm der Horen;
   | Tönend wird für Geistes-Ohren
   | Schon der neue Tag geboren.
   | Felsenthore knarren rasselnd,
   | Phöbus Räder rollen prasselnd;
   | Welch Getöse bringt das Licht!
   | Es trommetet! es posaunet!
   | Auge blinzt und Ohr erstaunet!
   | Unerhörtes hört sich nicht!
   | Schlüpfet zu den Blumenkronen,
   | Tiefer, tiefer, still zu wohnen,
   | In die Felsen, unters Laub:
   | Trifft es euch, so seid ihr taub.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Ascoltate, ascoltate il tempestar delle Ore! Il nuovo giorno
    nasce risonando per le orecchie degli spiriti. Le porte di macigno
    gemono sgrigliolando, le ruote di Febo brontolano cigolando:
    qual frastuono porta la luce! Che strombettio! che
    clangore! L'occhio si batte e l'orecchio stupisce: non si ode
    l'inaudibile. Rimpiattatevi nelle corolle de' fiori, più giù, più
    giù, per abitar tranquilli, fra' macigni, sotto il fogliame: se
    vi coglie, insordirete.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.
..

   | Udite! udite! il turbine dell'ore
   | V'annuncia, o silfi, che rinasce il giorno.
   | Altissimo fragore
   | Mandano e gioghi e valli.
   | Cigola e stride il cocchio
   | Del sole... Oh qual frastuono
   | Spande il ritorno
   | [pg!284]
   | Della luce!... È di tube, è di timballi
   | Romor confuso!... L'occhio,
   | L'orecchio offesi, attoniti ne sono.
   | Senso non è, che a tollerar ciò vaglia...
   | Celatevi tra' fiori!
   | Giù, giù ne' fori
   | Del monte o tra le foglie
   | Della boscaglia!
   | Tutti v'assorda, se quel tuon vi coglie.

Il meglio in questo *galimathias* (parlo dell'originale)
è l'onda del verso e l'armonia imitativa, che
va perduta, come s'è notato, nella versione. Il *turbine
dell'ore* non comprendo, che sia; nè l'originale
dice che annunzî il giorno. Quel *dem Sturm der
Horen* è un dativo, retto dal verbo *horchen*, ascoltare.
E le Ore son qui una fredda reminiscenza omerica,
giacchè nell'Iliade vengon dette custodi delle
porte del cielo, che dovevan chiudere ed aprire secondo
l'occorrenza. Tommaso Stigliani, parlando delle
feste in Barcellona pel ritorno di Colombo (XXIV, 76):
*Festeggiossi ogni dì, finchè l'aurora Schiuse al decimonono
in ciel le porte*. Chiunque ha visto sorgere
il sole, sa che il precede quasi una vibrazione dell'aria;
il Goethe immagina, cotesta vibrazione essere
effetto del rumore, fatto dalle Ore nello spalancare
le porte dell'Olimpo e dal carro di Febo, che
prorompe cigolando quasi di sotto una volta sonora.
Questo suono è percettibile per gli spiriti superiori
come Ariele, per l'orecchio loro è armonia; invece
assorderebbe i silfi, gli spiritelli, che, secondo la mitologia
germanica, sono pure anime naturali (per gli
spiritelli, e la loro natura, ecc. Vedi *Adone* XII,
135-145). Ciò che supera la forza percettiva (che il
Goethe molto infelicemente chiama l'*inaudito*) non
può udirsi. Monsignor Giovanni Guidiccioni ha detto
in un suo sonettucolo: ....... *come vince l'armonia
celeste, L'umano udir*. Sfido io d'indovinar tutto questo
dalla versione del Maffei! *Le porte di macigno*,
le termopili dell'Olimpo divengono presso lui *gioghi
e valli*. Le reminiscenze classiche delle Ore e di
[pg!285]
Febo, spariscono; sparisce il parallelismo onomatopeico
tra emistichio ed emistichio, tra verso e verso. Si
ommette *per abitar tranquille*. *Tra' fiori* è tutt'altro
che *nelle corolle*; altro è stare *fra*, altro è stare *in*,
che diamine! *Fogliame* è diversa cosa da *foglie della
boscaglia*: un albero isolato ha fogliame anche esso.

S'introducono de' *timballi*, a' quali il Goethe non
ha pensato, dicendo egli con quel verso *Es trommetet,
es posaunet!* precisamente nè più nè meno
di quanto il Marini ha detto nel suo: *Già squilla il
corno e già la tromba scoppia.* (*Adone.* XVI. 36).

Nel Goethe però manca il soggetto, e non si capisce
da chi venga prodotto lo strombettio ed il
clangore; di quali strumenti si tratti, o chi vi soffia
drento. Questi perfetti riscontri tra frasi del Goethe
e frasi del Marino sono frequentissimi. Per esempio
il *Brennst du nicht und fühlest mich entbrannt*
della *fidanzata di Corinto*, si ritrova in fine de' seguenti
versi dell'*Adone* (III. 96) *Fan con occhio loquace
e muta bocca, Eco amorosa i tormentati cori,
Dove, invece di voce, il vago sguardo, Quinci e quindi
risponde: Ardi, ch'io ardo.*

.. class:: center

   | VERSI LXVII-LXXIII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Fausto.*

..

   |   Des Lebens Pulse schlagen frisch lebendig
   | Aetherische Dämm'rung milde zu begrüssen,
   | Du Erde warst auch diese Nacht beständig,
   |   Und athmest neu erquickt zu meinen Füssen;
   | Beginnest schon mit Lust mich zu umgeben,
   | Du regst und rührst ein kräftiges Beschliessen,
   |   Zum höchsten Dasein immerfort zu streben.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    I polsi vitali battono con brio vivace per salutare soavemente
    il crepuscolo etereo. Tu, terra, sei rimasa stabile anche
    stanotte; e, rinfrancata, mi respiri a' piedi. Già cominci
    a circondarmi di brame; e inizî e muovi un saldo proposito
    di tendere incessantemente alla più alta esistenza.

[pg!286]

.. class:: center

   | TRADUZIONE DI :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   | Battono i polsi miei da nuova e fresca
   | Vigoria confortati. Immota, o terra,
   | Pur nella notte, che passò, tu fosti;
   | Ed or sotto al mio pie' ringagliardita
   | Respiri; ed incominci a circondarmi
   | Di voluttà, svegliandomi nel petto
   | Più bollente desio d'alzar le penne
   | Ad un'alta esistenza.

Fausto si direbbe dalla versione un difensore del
sistema di Tolomeo, che affermi altamente le dottrine
del caposcuola sull'immobilità della terra; eppure
nell'originale egli dice invece: — «Tu, terra,
se' rimasta tale e quale stanotte; non ti sei mutata;
rimani sempre la medesima!» — ed il lettore
sottintende naturalmente, che Fausto, lui, si
sente mutato. Il Goethe non dice *sotto al mio piè*;
anzi, più gentilmente *a' miei piedi*. Non dice *ringagliardita*,
anzi rinfrancata, ricreata, ravvivata,
quasi rimbaldanzita. E queste parole più miti mi
fanno immaginare la terra, quasi una bella donna,
che persuada Fausto di vivere ancora; mentre le
parole brutali, adoperate dal Maffei, rendono impossibile
questa immaginazione, e distruggono una bellezza.
*Lust* qui non è nel senso di voluttà, anzi in
quello di brama, bramosia, concupiscenza; accennando
all'idea, che sarà meglio espressa ne' due
versi seguenti. *Nel petto* è riempitura vacua. *Desio
bollente* o *più bollente* è tutt'altra cosa d'un *proponimento
energico*, d'una *salda risoluzione*, com'ha il
testo. *Desiderare* è un po' diverso da *risolvere*: Fausto
ha desiderato nella prima parte, qui risolve. *Alzar
le penne*, è un cencio rettorico, che fa sorridere chiunque
ricorda quel divino episodio del *Furioso*, laddove
Ruggiero prende in groppa dell'Ippogrifo Angelica,
legata al duro sasso (X. 114). Per riguardo
alle Signore, non citerò l'originale, anzi la traduzione
latina del marchese Torquato Barbolani, dei
[pg!287]
conti di Montauto: *Fraenat ibi audaces cursus, ac
desilit udum Fervidus in pratum juvenis: tum complicat
alas Gryps quadrupes, tensaeque magis, quas
calcar amoris Excierat, remanent.* Avrei citata la
traduzione in dialetto bolognese d'Eraclito Manfredi,
poichè in Italia s'è convenuti, potersi arrischiare
in dialetto qualunque facezia, senza scandalizzar le
orecchie stitiche. Ma il Manfredi o per iscrupoli (come
dichiara, traducendo l'episodio di Alcina: *al
prev arstar uffesa L'urechia d'un qualchdun d' mi
uditur*), o per agevolarsi il compito o per altro, ha
pensato bene di ommettere nella sua versione il verso,
cui alludo; e scrive soltanto: *Ai era in mezz'a
st' bosch un pradsin bell, Cun un riulin, ch'i fiur e
gli erb bagnava, Qusi quî al fì gli aliassrar a quel so
usel, Ch pr'aria vular d' più allora 'n pinsava.* Il
Maffei non è il solo cattivo traduttore, che sia al
mondo: ma torniamo ad occuparcene. *Alta* è positivo,
*la più alta* è superlativo; perchè sostituir quello
a questo?

.. class:: center

   | VERSI LXXIV-LXXXII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Fausto.*

..

   | In Dämmerschein liegt schon die Welt erschlossen,
   | Der Wald ertönt von tausendstimmigem Leben;
   |   Thal aus Thal ein ist Nebelstreif ergossen;
   | Doch senckt sich Himmelsklarheit in die Tiefen,
   | Und Zweig und Aeste, frisch erquickt, entsprossen
   |   Dem duft'gen Abgrund, wo versenkt sie schliefen;
   | Auch Farb' an Farbe klärt sich los vom Grunde,
   | Wo Blum' und Blatt von Zitterperle triefen,
   |   Ein Paradies wird um mich her die Runde.

.. class:: center

   | TRADUZIONE DAL TEDESCO

..

    Il mondo giace già dischiuso nel barlume crepuscolare; il
    bosco risuona di vita dalle mille voci; di valle in valle si
    stende una striscia di nebbia; puro il chiarore del cielo discende
    nelle profondità, e ramuscelli e rami, rinfrancati germogliano
    (si staccano) dal fondo fragrante, nel quale dormivano
    [pg!288]
    immersi; anche colore sopra colore si stacca, rischiarandosi
    dal fondo, dove foglia e fiore grondano di tremule
    perle. Le circostanze divengono un paradiso.

.. class:: center

   | TRADUZIONE di :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   |   . . . Il mondo irrompe
   | Dal crepuscolo incerto, in cui si chiuse;
   | E si levano al ciel dalla foresta
   | Le mille voci della vita. Un bianco
   | Vapor su tutta la vallea si versa.
   | Pure il lume del ciel nelle più basse
   | Parti discende; e sbucano dal fondo,
   | Ove occulti dormiano, e rami e tronchi
   | Ristorati. I colori omai distinti
   | Si ravvivano anch'essi, ove la perla
   | Della rugiada i suoi tremuli veli
   | Stende sui fiori e sulle foglie. Un vero
   | Eden sorride agli occhi miei.

Comincio dal dire, che non mi soddisfa punto
questo sminuzzare in tanti perioduzzi il gran periodo
dell'originale; la parlata perde subito il suo
carattere di maestosa solennità e diviene rotta,
affannosa, e quindi non esprime più lo stato dell'animo
di Fausto, secondo le intenzioni dell'Autore.
Il quale non ha punto scritto *il mondo irrompe
dal crepuscolo* (il complemento *incerto, in cui si
chiuse*, è aggiunta gratuita del Maffei) anzi dice:
«quantunque immerso nel crepuscolo, è pure manifesto
il mondo.» — Fausto non dice le mille
voci della foresta levarsi al cielo: sarebbe un pensiero
da San Francesco, da chi ci crede, da chi leva
l'animo ad un dio creatore. L'epiteto di *bianco* non
viene attribuito dal tedesco a' vapori, che potrebbero
anche essere azzurrognoli, grigiastri, rossastri, come
ne ho visto spessissimo in Isvizzera. Quelle *parti
basse* sono un tantino indecenti e comiche. *La perla
della rugiada, che stende i tremuli veli sui fiori e
sulle foglie*, è una circonlocuzione affettata per quel
semplice: *Fiori e foglie grondano di tremule perle.*
Antonio Bruni da Manduria (in alcune ottave intorno
[pg!289]
a *Sant'Elisabetta, Regina di Portogallo, che
convertì il pane, destinato a' poveri, in rose*) ha lasciato
scritto: *Queste, che ammira il ciel, rosa odorate,
Mentre ai fonti i cristalli il ghiaccio indura,
Già non son parti, no, d'aure rosate, Con portento
del verno e di natura; Nè di tremule perle inargentate
Le spiega l'alba rugiadosa e pura; Nè l'apre
intempestive arte ingegnosa, Quasi Reine in su la
Reggia erbosa.* Le frasi, con le quali il Maffei indica
l'apparire de' colori, sono la prova evidente del
poco studio, ch'egli ha messo nel Goethe. Tutti sanno,
che l'Autore del *Fausto* ha pensato e scritto
molto sulla natura e formazione de' colori; che egli
è creatore d'una teorica in proposito; e che, sul finire
della sua lunga vita, si teneva più de' suoi lavori
fisici che de' poetici. Disse una volta all'Eckermann: — «Per
fare epoca nel mondo, ci voglion
due cose: buona testa ed una grande eredità. Napoleone
eredò la rivoluzione francese; Federico II
di Prussia la guerra silesiana; Lutero l'oscurantismo
pretesco; a me tocca l'errore della dottrina
newtoniana. Invero i contemporanei non sospettano
neppure l'opera, che fo; ma i posteri confesseranno,
che l'eredità mia non era punto cattiva.» — Ed
un'altra fiata al medesimo: — «Gli
errori degli avversarî miei sono da un secolo troppo
universalmente divulgati, perchè io possa sperar
compagni nel mio solitario cammino. Rimarrò solo.
E mi par talvolta di essere il naufrago, che afferra
una tavola atta a sostenere un solo. Quel
solo si salva, mentre i rimanenti miserabilmente
annegano.» — E poi, un'altra volta ancora: — «Di
ciò, che ho fatto come scrittore, non invanisco.
Vissero egregî poeti (ed anche migliori di me)
prima, e ve ne saran dopo. Ma ch'io, nel mio secolo,
nella difficile scienza de' colori, sia il solo,
che sappia il vero, di ciò mi tengo; ed ho quindi
coscienza d'essere superiore a molti.» — Scusate
la modestia! Quando il Goethe, nella seconda parte
del *Fausto*, parla di fenomeni relativi a' colori, adopera
[pg!290]
sempre espressioni attinte e somministrate dalla
sua nuova teorica, nella quale il *fondo oscuro* aveva
un'importanza capitale. È qualcosa di caratteristico,
che non crederei lecito di mutare. Cosa diremmo d'un
traduttore di Dante, il quale travisasse le frasi, che
alludono a determinate spiegazioni di fenomeni naturali?

.. class:: center

   | VERSI LXXXIII-XCI. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Fausto.*

..

   | Hinaufgeschaut! — Der Berge Gipfelriesen
   | Verkünden schon die feierlichste Stunde;
   |   Sie dürfen früh des ewigen Lichts geniessen
   | Das später sich zu uns hernieder wendet.
   | Jetzt zu der Alpe grüngesenkten Wiesen
   |   Wird neuer Glanz und Deutlichkeit gespendet,
   | Und stufenweis herab ist es gelungen.
   | Sie tritt hervor! — und, leider schon geblendet
   |   Kehr' ich mich weg von Augenschmerz durchdrungen.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Guarda in su! — I cacùmi giganti de' monti prenunziano
    già l'ora solennissima: lor è dato godere per tempo della
    eterna luce, che più tardi si volge in giù a noi. Ora vien
    largito nuovo splendore e chiarezza alle praterie verdeggianti
    sul ripido declivio della montagna; e gradatamente è giunta
    giù da noi. Apparisce (il sole)! — E purtroppo, già abbacinato,
    mi volgo altrove compenetrato dal dolore degli occhi.

.. class:: center

   | TRADUZIONE di :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   |   . . . Ti drizza
   | Lassù! — Gli ardui comignoli del monte
   | Son dell'ora solenne avvisatori.
   | Questi pònno gioir del primo raggio
   | Che dardeggia la luce: ella si volge
   | Più tarda a noi. Splendori ai verdi prati
   | Dell'Alpe ha già profusi, ed or s'avanza
   | Di grado in grado... Ohimè pur troppo è giunta.
   | Dell'acuto suo dardo il ciglio offeso
   | Dolorando si chiude.

[pg!291]
Come a dire: *Ti drizza lassù?* Non si tratta di
mettersi in cammino, anzi di guardare in su, rimanendo
fermi. Quel *comignolo*, con la sua desinenza
alla diminutiva, ingenera un'impressione proprio opposta
a quella, che il Goethe voleva suscitare col
*Gipfelriesen*. Il *dürfen* non esprime semplice possibilità,
e quindi è mal reso col *pônno*; solo potere?
ma vorrei vedere anche questa, che il fondo de' burroni
s'illuminasse prima de' cacumi circostanti! *Il
primo raggio, che dardeggia la luce* e più giù *dell'acuto
suo dardo il ciglio offeso*, sono il solito orpello,
che ricopre semplici espressioni dell'originale. Orpello
inutile, metafore a pigione, tropi vani ne ha tanti
il Goethe: perchè aggiungergliene? Più sopra il
Maffei aveva detto: *Guarda i raggi, che il sol ti saetta.*
Sicchè non può nemmanco dirsi, che gli ornamenti, i
quali egli stima di aggiungere allo stile (forse a parer
suo) disadorno e negletto del Goethe, brillino per la
varietà. Considerando questa profusione di dardi e
saette, si prenderebbe il traduttore per un uomo bellicoso,
che sogna sempre di armi. Chi sa, che, come
quel Giampietro Eckermann, che fu al Goethe quel,
che Jacopo Bosswell era stato al Johnson; chi, sa
che il Maffei non sia anch'egli appassionato per tirare
al bersaglio con archi e balestre? Ma se imbrocca al
tiro a segno come nel tradurre... giuraddio! Per esempio,
egli traduce *Alpe* tedesco, con *alpe* Italiano;
e non posso mandargliela buona. Quella parola è un
idiotismo svizzero; e ne' dialetti elvetici, indica ogni
montagna, che serve di pascolo fino alla vetta, alle
mandre. Diverso è il significato del vocabolo Italiano;
*Alpe*, da noi, è qualsivoglia monte con l'idea accessoria
di selvatichezza ed impraticabilità, come dimostra
l'aggettivo *alpestre*; idea, dalla quale rarissimo
o mai si prescinde. Nella Cronaca sconchiusionata,
attribuita a Dino Compagni, è parlato delle *utili alpi*,
che circondan Firenze; s'aggiunga questo alla lista
de' tanti spropositi e delle tante improprietà di lingua
del Pseudodino! Ma neppure quando i pedanti eran
più infatuati delle pretese bellezze di quella impudente
[pg!292]
impostura e ne imponevano lo studio nelle
scuole, come testo di lingua, neppure allora questo
uso della parola Alpe ha trovato imitatori. Ecco come
il Marino descrive una montagna *alpestra* (*Adone.*
VI. 65), *Qui tace* (la Psiche) *e già d'una montagna
alpestra Eccola intanto giunta alla radice, Che al sol
volge le terga e spiega a destra, Sotto il gran giogo
l'ispida cervice. Quindi di sterpi e selci aspira e silvestra
Pende sassosa e rigida pendice; Rigida sì, che
appena s'assecura D'abitarvi l'orror con la paura.
Il mar sonante a fronte ha per confine Da' fianchi acute
pietre e schegge rotte, Dirupati macigni e rocce alpine.
Oscure tane e cavernose grotte, Precipizî profondi,
atre ruine, Dove risorge il dì come la notte, Dove
inospiti sempre e sempre foschi Dilatan l'ombre lor
baratri e boschi*. — Tali sono le *Alpi* Italiane. Il seicentista
Antonio Bruni, in una ballata, in cui *si contende
il primato dell'inverno e della primavera*, fa
dire a Tirsi: *E cieco è, chi non mira, Quanto diletti
a gli occhi, Veder alpe nevosa, a cui d'intorno Germogliano
i diamanti; La cui cima ne va con altrui
scorno, Qual lussureggia il mar co' suoi coralli, Ricco
di serenissimi cristalli.* Questa descrizione sconverrebbe
ad un'*Alpe* nel senso tedesco del vocabolo;
mentre vi sta benissimo appiccicato quel *grüngesenkt*,
ch'è del rimanente un vocabolo coniato dal Goethe
contro le regole della composizione. Non bisogna
mica credere, che quantunque egli scriva sia bene
scritto. Ma bellissimo trovo quel dire *apparisce*, sottintendendo
il sole, come il Manzoni ha detto: — «Ei
fu!» — sottintendendo Napoleone I. Sarebbe da
tradurre con un *eccolo!* parmi. Il Maffei riferisce quell'*apparisce*
alla luce, dimenticando che la è apparita
da un pezzo; e, quel ch'è peggio, obbliando,
che un *sie* femminile (il sole in tedesco è femmino;
*die Sonne*), non può riferirsi alla luce, ch'è un neutro:
*das Licht*.

[pg!293]

.. class:: center

   | VERSI XCII-CII. — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Fausto.*

..

   | So ist es also, wenn ein sehnend Hoffen
   | Dem höchsten Wunsch sich traulich zugerungen,
   |   Erfüllungspforten findet flügeloffen;
   | Nun aber bricht aus jenen ew'gen Gründen
   | Ein Flammen Uebermass, wir stehn betroffen,
   |   Des Lebens Fackel wollten wir entzünden,
   | Ein Feuermeer umschlingt uns, welch'ein Feuer!
   | Ist's Lieb'? ist's Hass? die glühend uns emwinden,
   |   Mit Schmerz und Freuden wechselnd ungeheuer,
   | So dass wir wieder nach der Erde blicken,
   | Zu bergen uns in jugendlichsten Schleier.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Dunque, avviene così, quando una speranza anelante, spintasi
    lottando fiduciosamente sino al desiderio supremo, trova
    spalancate le porte dell'adempimento. Allora poi erompe da
    que' fondi eterni un eccesso di fiamme; si rimane percossi
    (sorpresi). Volevamo accendere la fiaccola della vita; e ne
    circonda un mare di fuoco. Qual fuoco! È amore od odio,
    che ne abbraccia ardendo, alternando mostruosamente dolore
    e gioie; sicchè di nuovo ci rivolgiamo con lo sguardo alla
    terra, per nasconderci nel velo più giovanile?

.. class:: center

   | TRADUZIONE di :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   |   . . . È tale appunto
   | La speranza dell'uomo, allor che stima
   | Raggiunto il sommo de' suoi voti, e trova
   | Schiuso il varco alla meta. Ah! ma s'eleva
   | Da que' baratri eterni un mar di foco!
   | Stupefatto n'è l'uomo, e della vita
   | Vuol la face allumarvi... Immense fiamme
   | Gli fan siepe d'intorno... ed oh, quai fiamme!
   | Son d'amor? d'odio sono? Egli n'è cinto,
   | Esagitato con fiera vicenda
   | Fra la gioia e il dolore; a tal che gli occhi
   | Di nuovo atterra per celar nel manto
   | De' suoi primi innocenti anni la fronte.

[pg!294]
Fausto, abbarbagliato dalla luce di quel sole, ch'era
tanto avido di contemplare, la paragona al gaudio
supremo, che aveva sperato e tentato di conseguire
nella cognizione assoluta ed immediata della natura;
non avendo poi forza di afferrare l'essenza del vero,
aveva disperato. Basta rammentarsi l'evocazione dello
Spirito terrestre, in principio della prima parte. Questa
immagine piacque tanto al Goethe, che l'ha ripetuta
altrove: — «Considerando gli ultimi progressi
delle scienze naturali, e' mi par d'essere un viaggiatore,
che vada verso Oriente durante il crepuscolo
mattutino e miri con gioia la luce crescente
ed aspetti desiosamente l'apparire del grande astro
di fuoco; ma poi, quando questo spunta, rivolge
altrove gli occhi, inetti a sostenere lo splendore
desiderato». — Nella traduzione, non posso approvare
quello *schiuso il varco alla meta*; altro che
*schiuso*, spalancato, aperte ambo le bande! E *varco*,
è troppo generico, mi toglie le determinazioni, che
mi venivan suscitate nella favoleggiativa dalle porte
dell'originale, da quelle porte spalancate per accogliermi
e che mi condurranno all'adempimento dei
miei voti, che sono spalancate per ricoverare finalmente
la speme, la quale ha tanto anelato e combattuto
fin allora. Non è ammissibile neppure quell'*atterrar
gli occhi*; che equivale pura e semplicemente
all'avvallarli, inchinarli. Ma il Goethe dice invece,
che si guarda indietro, verso la terra, che si cessa
dal proseguire quel supremo voto, dal voler afferrar
l'essenza delle cose, per ravvolgersi nel velo più giovanile,
cioè per contentarsi come la prima gioventù
di ammirare ingenuamente il mondo e la natura, senz'alcuno
impaziente desiderio o tentativo di penetrarne
il misterioso secreto; anzi il velo stesso attraverso
del quale ammirano l'universo, aumenta
nelle menti giovanili il devoto raccoglimento, che
esso inspira loro. Sentimento assolutamente falsato
dalla frase *per celar nel manto de' suoi primi innocenti
anni la fronte*, di cui sarei molto imbarazzato a dare
la spiegazione.

[pg!295]

.. class:: center

   | VERSI CIII-CXV — :small-caps:`Tedesco.`
   | *Segue Fausto.*

..

   |   So bleibe denn die Sonne mir im Rücken!
   | Der Wassersturz, das Felsenriff durchbrausend,
   | Ihn schau'ich an mit wachsendem Entzücken.
   |   Von Sturz zu Sturzen wälzt er jetzt in tausend
   | Dann aber tausend Strömen sich ergiessend
   | Hoch in die Lüfte Schaum an Schäume sausend.
   |   Allein wie herrlich diesem Sturm erspriessend,
   | Wölbt sich des bunten Bogens Wechsel-Dauer,
   | Bald rein gezeichnet, bald in Luft zerfliessend,
   |   Umher verbreitend duftig kühle Schauer.
   | Der spiegelt ab das menschliche Bestreben.
   | Ihm sinne nach und du begreifst genauer;
   |   Am farb'gen Abglanz haben wir das Leben.

.. class:: center

   | TRADUZIONE LETTERALE

..

    Dunque mi rimanga il sole a tergo. Io miro con diletto
    crescente la cascata, che attraversa rumoreggiando quel masso
    di rupi. Si precipita di salto in salto, diffondendosi in mille
    e poi mille correnti, e scaglia sibilando in aria schiuma sopra
    schiuma. Eppure, come s'incurva magnificamente l'alterna
    durata dell'arco variopinto, sorgendo da questa tempesta, ora
    nettamente disegnato, ora dissolvendosi nell'aria, spargendo
    intorno un raccapriccio profumato e fresco. Specchia l'affaticarsi
    umano. Pensa ad esso e comprenderai più esattamente:
    nel riflesso colorato abbiamo la vita.

.. class:: center

   | TRADUZIONE di :small-caps:`Andrea Maffei`.

..

   |   Dunque al sol diam le spalle. Il ruinoso
   | Torrente, che devolvesi fremendo
   | Per gli alpestri burroni, attrae con gioia
   | Ognor crescente il guardo mio. Lo veggo
   | Precipite avvallar di balzo in balzo.
   | Frangersi in mille rivi, ed una nube
   | Sgorgar per l'aere d'agitata spuma.
   | Oh come da quel vortice si leva
   | L'arcobaleno maestoso e spiega
   | [pg!296]
   | La settemplice curva! Ora è distinto,
   | Or nell'aria è perduto, ed un ribrezzo
   | Vaporoso diffonde. E speglio forse
   | Quell'iride non è de' nostri affetti?
   | Pensavi e certo ne sarai. Nel lampo
   | Di quei sette colori abbiam la vita.

La descrizione della cataratta e dell'arcobaleno è
stupenda nell'originale. Il Goethe s'era occupato per
anni ed anni del fenomeno ottico, che produce l'iride.
Nè queste sue descrizioni poetiche sono senza sustrato
d'impressione naturale. Una volta, che il
Goethe vecchissimo narrava, come ispirato dal bel
paese intorno al lago de' Quattro Cantoni, avesse
meditato nel MDCCXCVII un'epopea in esametri sul
mito di Guglielmo Tell, (misericordia!) e come poi,
distratto da occupazioni diverse, avesse ceduto il
soggetto allo Schiller, che ne ricavò una tragedia
(manco male!), Giampietro Eckerman osservò, sembrargli,
che la descrizione in terzine nella prima
scena della seconda parte del *Fausto*, dovess'essere
una reminiscenza di quelle impressioni della natura
svizzera. Rispose il Goethe: — «Nol nego; non avrei
mai potuto pensare il contenuto delle terzine, senza
le fresche impressioni di quella natura portentosa.
Ma questo è quanto ho coniato dell'oro di quelle
località. Ho abbandonato il rimanente allo Schiller». — Ci
abbiamo inoltre del Goethe una dipintura
della cascata di Pissevache nel Vallese, la quale aveva
senza dubbio contribuito a generare il fantasma nella
sua immaginativa: — «Ad un'altezza discreta, prorompe
da un crepaccio del monte un forte rivolo,
fiammeggiando, in un bacino, dove è ridotto in polvere
e schiuma, che viene sparpagliata qua e là dal
vento. Apparve il sole e dette doppia vita allo spettacolo.
Giù, tra il vapore d'acqua, si ha dall'una e
dall'altra parte, secondo che si cammina, un arcobaleno
proprio vicino. Andando più su, si gode
un fenomeno vieppiù bello ancora»; — eccetera.
Altrove parla della cascata del Reno presso Sciaffusa,
[pg!297]
com'ei la rivedesse illuminata dal sole: — «L'iride
appariva nella sua maggior bellezza: poggiava tranquillamente
nell'immensa schiuma, che ferve, e,
mentre minaccia di violentemente distruggerla, è
costretta a riprodurla di nuovo ogni istante». — Ora,
Fausto ravvisa nell'iride della caduta un'immagine
de' godimenti umani. La fruizione piena, assoluta,
non è per noi; ma ne abbiamo un riflesso
nella vita, quando operosamente ci affermiamo ne' limiti,
che la natura ci assegna. La traduzione sembra
d'uomo, che non abbia mai viste cataratte ed archibaleni.
Il *torrente ruinoso, che si revolve fremendo
per gli alpestri burroni* desta in Fausto estasi e non
gioia: c'è di che rimanere estatico, ma non di che
rallegrarsi nello spettacolo. Non capisco *la nube di
spuma, che sgorga per l'aere*. Sembra, che il Goethe,
massime invecchiando, prediligesse smodatamente le
frasi, in cui si ripete un medesimo vocabolo; ne abbiamo
incontrate parecchie in questa scena, ed ecco
tre ripetizioni in un sol periodo in tre versi successivi:
*Von Sturz zu Sturzen*; *in tausend dann aber tausend
Strömen*; *Schaum an Schäume*. Perchè cancella il
Maffei due di queste ripetizioni intenzionali? o che
il nostro linguaggio non le ammette o non se ne compiace?
*Das menschliche Bestreben* non è *i nostri affetti*;
*begreifen* vuol dire *concepire*, *capire* e non *certificarsi*.
Tradur l'ultimo verso, come fa il Maffei, gli è un
certificare di non aver capito ciò, che l'Autore intendeva
dire. Antonio Bruni, volendo indicare un
pensiero non dissimile da quello del Goethe, ha scritto:
*Pria che vestisse in me spoglia mortale Quest'alma,
o mio bel nume,... Nel Sole inaccessibile immortale
Mirò il tuo Bello; e s'or pur l'ama e in voto
Gli sacra il cor divoto, De l'eterno splendore ama un
riflesso*. Nel tedesco leggo *riflesso colorato* e non *lampo
di que' sette colori*; riflesso non è il medesimo di
lampo.

Il lettore può giudicare ora, se ho disaminato ed
analizzato con imparzialità questo brano di traduzione,
scelto a caso, e tra' più facili. Avrei potuto giustamente
[pg!298]
sì, ma malignamente ricorrere a squarci
malagevoli; e mostrare anche più chiaro, che ho ragione
di chiamare usurpata la fama del Maffei. M'hanno
appoggiato a volte l'incarico di esaminare alcuni pretendenti
alla patente d'idoneità per insegnare il tedesco.
Ebbene, in coscienza, se mi ritrovassi in quel
ballo, ed i candidati traducessero come il Maffei, io
non li riconoscerei mica idonei. — «Una patente, a
voialtri? Patente d'incapacità!» — Invece quest'uomo,
che tradisce in tal modo i malcapitati testi,
conta tra di noi per una autorità in fatto di letteratura
alemanna. Ha panegiristi ridicoli; giovanotti, i quali
ignorando fin l'alfabeto tedesco, discorrono del *Fausto*,
scarabocchiando cicalate inconcludenti, compilazioni
eseguite sugli articoli della *Rivista de' Due Mondi*.
Giuochi, che fanno i letterati oggi, come farebbero
gli agenti di cambio od i capistazione, od altro, se
sperassero di lucrar qualche soldarello di più. Buffoncelli,
che chiamano il traduttore-traditore — «ingegno
poderoso, che ha padronanza sulle due lingue,
e lunghi e pertinaci studî su tutta quanta la letteratura
tedesca, e straordinaria felicità di sapere
trovar sempre nella poesia e nell'idioma della sua
patria la frase, la parola, il modo di dire, che corrispondano
a ciò, che volle significare l'autore nella
propria lingua». — Il pubblico ignaro, sentendo
affermare così ricisamente, crede alla competenza dell'encomiasta
e plaude ingannato, senza sapere quel
che si applauda. Ben inteso poi, che s'usa *ora in
Italia un traffico di lodi, Pur che al lodato il lodator
risponda; E l'adulazion va per vicenda* (come scrisse
nel secolo scorso il sedicente inventore de' versi martelliani,
a proposito d'un altro Maffei, Scipione, assai
da più). Quindi, imitando la carità di Giovanni da
S. Giovanni, Andrea Maffei chiamerà — «giovane
d'alto ingegno» — nella prefazione al secondo volume,
chi gli ha dimenato sotto il naso quell'incenso
smaccato in un discorso prefisso al primo. Non c'è
cosa, che più ripugni alla dignità d'un principiante,
dell'assumer l'incarico d'una prefazione all'opera
[pg!299]
d'un autore vivo e riputato; l'è un impegnarsi a
lodare, a panegirizzare in tutto e per tutto. A questo
non pensa il pubblico; e, sulla fede del Maffei, ritiene
grand'uomo in erba anche quel ragazzo lì: *sic itur
ad astra*.

È triste a dirsi; ma da cinquant'anni, che il Maffei
traduce e vien lodato, non un solo de' suoi lettori
infiniti, non uno de' suoi panegiristi, s'è incomodato
a riscontrarne le versioni con l'originale.
Non uno ha sentito il bisogno, ha sospettato che
fosse dovere, obbligo, di esaminare prima di applaudire!
È una immoralità letteraria, che fa spavento!
Per me, non voglio esserne complice.
[pg!300]

[pg!301]


POSCRITTA
---------

.. class:: center

   | LETTERA A LUIGI MORANDI

..

   | *Caro Morandi*,

So, che tornando con insistenza sopra un argomento,
si risica di riuscir tediosi; ma non posso esimermi
dallo aggiunger due postille al mio articolo
sul Maffei, rilevando due errori, che trasandai di
notare ne' versi disaminati.

I. Nel soliloquio di Fausto, il Maffei ommette di
pianta il secondo verso (sessagesimottavo della scena)
che suona in tedesco: *Aetherische Dämmrung milde
zu begrüssen.* Nella sua versione, non ci ha parola,
che ne renda il senso o l'intenzione. Forse lo imbrogliava
(e non dico ch'e' sia facile a tradursi!) ed
ha girata la difficoltà.

II. L'altro errore mi vien fatto notare dal prof.
Felice Tocco; e trascriverò quindi le parole di lui: — «Ne'
versi XCII-CII credo, che ti sia sfuggito un
altro errore del Maffei traducendo un imperfetto
*wollten* col presente (*vuol*) tradisce pienamente il
testo. Nel tedesco è espressa una certa opposizione
tra il desiderio ed il fatto. *Noi volevamo* (semplicemente)
*accendere la fiaccola della vita; ed* (invece)
*un mare di fuoco ne circonda*. Nella traduzione
del Maffei, questa opposizione scompare; e sembra,
che il desiderio di accendere la face della vita succeda
[pg!302]
alla vista delle fiamme di fuoco: *Ah! ma s'eleva
Da quei baratri eterni un mar di foco! Stupefatto
n'è l'uomo; e, della vita Vuol la face allumarvi....
Immense fiamme Gli fan siepe d'intorno!*» —

Ed ora, basta davvero. Non voglio spigolare altro,
dov'ho mietuto; sebbene certo di aver lasciato cadere
più spighe, che non ne abbia immagazzinate nel
granaio, o, per parlar fuori metafora, trascurate un
numero di spropositi e d'improprietà maggiore di
quello che registro. Ah! mio caro, il mestiere del
traduttore non è il più facile del mondo; e chi vi si
mette con poca dottrina, con punto gusto e con molta
presunzione, può scroccarsi fama, non meritarla.
Diranno, ch'io parlo così per invidia. Invidia di chi,
di che? Se non isdegnassi, se degnassi imbrancarmi
con tutti i ciarlatani, che mutuamente s'incensano
in Italia, se avessi anch'io una spina dorsale flessibile
ed una penna cortigiana, come mi avrebber
caro! che grand'uomo sarei! Ma la quistione non è
lì. Dato e non concesso, che parlassi per astio e per
rovello, allego fatti? somministro prove? Oh dicano
allora!

   | Forse di me con gloria si favella
   | Dove d'essi o si tace o si maldice:
   | Dico appo i buoni, a malgrado di quella
   | Loro ignorante turba adulatrice,
   | Che in presenza li adora e che li appella
   | Con titoli di grandi e di felici.

E poi l'intendo diversamente: per me l'è quistione
di dovere, non di gloria. Che gloria può acquistarsi
dimostrando inane un preteso miracolo, falsa una
riparazione usurpata? Nessuna; ma si può rendere
così un servigio a' concittadini. Sta sano e riama
il tuo

.. class:: right

   | **Imbriani.**

..

   | Firenze, 21. III. 70.

[pg!303]




DANIELE MANIN
=============

[pg!305]


È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice
delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola: *Daniele
Manin e Venezia* (1804-1853). *Narrazione del
prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti
inediti, depositati dal generale Giorgio Manin
al Museo Correr e da documenti del R. Archivio
dei Frari. Firenze, successori Le Monnier*, 1875.
È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre
quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il
frontespizio. La correzione tipografica lascia molto
a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina.
Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina
180) si legge: *il governo d'Italia*; e deve dire: *d'Inghilterra*.
In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla
di *Rimanenza delle Corse camerali* e di *Somministrazione
di parte d'argento*, invece di *Casse* e *paste*;
e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo
al passivo. Si fa dire a' giornali parigini,
che, appena sbarcato il Manin in Francia, *le sol devenait
tout-à-coup la meilleure part de son existence:
sa femme mourait*. I giornali parigini avran detto
molto probabilmente *dévorait* e non *devenait*. Dico
con l'Hugo: *j'en passe et des meilleurs.*

La lingua poi di questo volume patriottico ha
[pg!306]
spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano.
L'autore si mostra inesperto della conjugazione
e del regime de' verbi. Scrive: *se si avessero
fatti ostacoli* (pag. 27); *si aveva tentato di tener prigioniera*
(pag. 41); *si aveva pure cercato la maniera
più energica* (pag. 55); *ospedali che si avrebbero
aperti in seguito* (pag. 371), eccetera. Ed in
tutti questi casi andava adoperato l'ausiliario *essere*,
non *avere*. Scrive: *non curatevi* (pag. 333). Ma s'ha
a dire: *Non vi curate*; e la seconda persona plurale
dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione,
non tollera encliticbe pronominali. Scrive:
*pregato il Palffy a concedere* (pag. 26). Ma il verbo
*pregare* regge la preposizione *di*; si prega *di fare*
e non *a fare* alcunchè. Scrive: *non può che ripetere*
(pag. 180); *non è che un'amplificazione* (pagina
155); attribuendo al *che* valore di *se non*. Sconcio
gallicismo e sozzo, invece di *può solo ripetere*,
*è una mera amplificazione*, oppure *non può se non
ripetere*, eccetera. Scrive: *Noi siamo liberi e possiamo
doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo*
(pag. 33), eccetera. Barbarismo: *lo* è pronome,
non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non
pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'è
*libero*. Scrive: *Siccome il piroscafo partiva* (pag. 37);
*siccome però il Cavedalis continuava* (pag. 211); adoperando
*siccome* nel senso di *poichè*, là dove in italiano
useremmo semplicemente il verbo al gerundio:
*Partendo il piroscafo*; *ma continuando il Cavedalis*.
Scrive: *notizie di maggior levatura* (pag. IV). Ma la
levatura è degli uomini; egli volea dire: *di maggior
momento*. Scrive: *il via va* (pag. 407); ma si dice
*via vai*. Scrive *togliermi di dosso le anella* (pag. 387),
con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le
anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di
dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad
un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia,
nel sacco, via. Scrive: *il di lui comando* (pag. 273).
Ma va detto: *il comando di lui*; o, come venne pure
scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella
[pg!307]
Novella II della Giornata IV del *Pecorone* — «Era
tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè
fine, nè fondo» — ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe
alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso:
*il lui comando*. Scrive d'un incendio: *nè si potè salvare
il tetto ed una parte del primo piano* (pag. 382).
E probabilmente vuol dire dell'*ultimo piano*, ch'è
il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo,
anche i superiori sarebbero necessariamente crollati.
Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:

   | ... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,
   | Per restringer gran massa in picciol fascio.

Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto di *ideologo*
appiccato proprio a torto al Lamartine, *qui n'en
peut mais*; ed uno sproposito enorme di geografia
(pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia
della Cernaja: *là nella Troade antica*. Mi giova
credere, che lo Errera volesse dir *Tauride*; la Troade
è altrove.

Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura,
gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto
alla purezza dello eloquio ed alla proprietà.
Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano
tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto
parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento
e del cinquecento, siamo precipitati in una
licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi,
nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè
di spropositi ortografici.

Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile,
facciamoci ad esaminare il contenuto del volume.
L'autore dice: — «Il nostro ufficio è quello di scrivere
la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei
quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» — Ma
in realtà egli ha inteso scrivere
una istoria discretamente minuta della città di Venezia
nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla
[pg!308]
vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo,
non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche
momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione
veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie.
Ed il tema era bello, attraente per la parte
drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono
ricavarsene:

   | Le istorie nostre, in molte parti sparte,
   | Andrien raccolte e farne una sustanza.

Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte
di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine;
di raggrupparli sapientemente; di delinearli
co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza;
di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in
guisa da presentarci un quadro logicamente combinato,
onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto
degli avvenimenti. La narrazione va sempre
saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora
retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando
altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe,
od accenna, senza indicarli preciso, essere
avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per
farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di
economia nel disegno dello scritto e la esecuzione
abborracciata sono evidenti.

Per esempio... (A me non piace asserir checchessia
senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione);
dunque, per esempio, nel *Proemio* si parla
molto della *lotta legale*, sostenuta dal Manin e terminata
col suo arresto, senza informarci in che propriamente
consistesse, di quali mezzi si servisse,
quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi
interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli
argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che
bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due.
Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati
della provincia di Venezia, che il quattro luglio
M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon
[pg!309]
narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e
parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume
e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo
l'autore se n'esce con un — «Intanto erano
accaduti fatti gravi in Italia;» — e, sebbene la
nozione di essi fatti sia indispensabile per capire
quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli
anche crudamente con quattro parole, preferisce
lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di
rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla
guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale
fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di
Venezia. Una volta è detto che: — «al 7 e l'8 (luglio
1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a
lode di Venezia e del suo estuario». — (E, sia detto
fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di
Venezia, il comprendo; ma a lode dell'*Estuario*? Per
Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la
guarnigione; ma per *Estuario* cosa s'intenderà? Chi
direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode
dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera
di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro
il Manin, pubblicato tra' *Documenti della Guerra
Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio
1850*; il quale dice, d'un tale, ch'e' *correva
da* (sic) *Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne,
innestate sul vero*. Un imbandigione di pastoje!
e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi
e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo;
ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia
e *per l'Estuario*, e non possiamo appurare di
che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti,
la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti,
traspare, si suppone, ma non viene narrata,
non che particolareggiata.

E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i
silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono
ad indurti in errore sullo stato della città assediata,
sulle condizioni e lo *spirito*, come suol dirsi, della
cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna
[pg!310]
confusamente alla proposta del Tommasèo di
porre una iscrizione in luogo pubblico — «ad Agostino
Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco
là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu
ucciso dai suoi.» — Il fatto, che narrato così, sembra
cosa innocente e comune, meritava d'essere
spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelle *Memorie
Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro*. — «Agostino
Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di
maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora
comandante la batteria del Ponte, per accendere
una mina sotto ad un arco presso gli avamposti
nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo:
*l'opera è ardita, potrei rimanervi*. Il Cosenz ne
prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra
leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando
possibilmente nascondersi al nemico; ma,
avendo la barca dato nel secco, messosi egli in
acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due
ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente
interpretando i segni, ch'egli facea col cappello
verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor
vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il
ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto
all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì
alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani,
disse a sua scusa, essere stato colà spedito
da un ufficiale *in occhiali* (i quali appunto il Cosenz
portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio
dell'Ulloa, comandante il circondario, corre
tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca
dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una
mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva
far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per
disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi
bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda
alla prefettura d'ordine pubblico». — Fin qui tutto
è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. — «Rimesso
in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la
moltitudine inferocita grida al traditore; e non
[pg!311]
vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano,
che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi
alla riva, sette od otto più furenti si slanciano
in acqua, si avventano contro l'infelice, e,
trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero
vittima d'un patriottico furore.» — La narrazione
del Carrano, meno particolareggiata, concorda
sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale,
racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere
non essere stato nessun militare presente alla
cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva
la condotta della truppa non essere stata
lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto?
Che in Venezia, allora, non v'era più nè
sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non
è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato,
anche facendo fuoco contro la moltitudine
inferocita, anche a costo della propria vita, com'era
stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato
e punito per l'atto iniquo. Non si tratta
di un semplice errore della giustizia militare sommaria,
cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si
tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti
senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era
nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere
per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto
di narrare e porre in luce questo avvenimento ed
altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una
Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni
dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione
non *demoralizzata* (scusate la brutta parola)
da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che
sventuratamente non è vero e che, fortunatamente,
non è possibile!

Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro,
esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne
ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi
ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse
in un tanto e strano incalzar di vicende; come
e perchè le sue opinioni si modificassero per opera
[pg!312]
e degli eventi e della riflessione; come e perchè il
repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la
fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico.
Che bel campo per l'artista ed il psicologo!
Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto
di rappresentazione e nessun lavoro di analisi.
L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente
esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi
innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza
essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i
meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato;
come pure senza attribuire al popolo ed alla
guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare
in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea,
che non fece rivivere il senno de' magnifici
Senatori della Serenissima, senza prorompere in
inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo
freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le
vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa
di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole,
una pagina, che può ricordarsi con qualche
orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata,
senza presidio di esercito regolare, senza governo
ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha
dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra.
E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni
negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero
in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe
d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo,
con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo,
che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi
anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari,
che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili.
E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche
ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli
ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti),
che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati
in fondo al suo volume e che ne sono l'unica
parte in qualche modo pregevole.

[pg!313]


II.
---

Certo, uno storico dev'essere innamorato del tema
suo. Se egli non pruova una predilezione particolare
per l'epoca, pe' fatti, per gli uomini, dei quali prende
a narrare, non conchiuderà nulla di buono. — «Se,
a detta di un ultimo estetico (lo Eckardt,) la scelta
geniale della stoffa è per la fantasia una specie
di scelta nuziale; que' capricciosi, che, alla guisa
degli Spartani, ammogliansi a colei, che prima loro
capitò dinanzi nelle tenebre, non rivelano gusto individuale
e rimangono estranei alle loro opere». — Così,
benissimo, al solito suo, il nostro Antonio Tari. — Ma
questa simpatia non deve essere di tal fatta da
far velo alla mente mai. Devi compiacerti di quegli
uomini e di quegli eventi; non rappresentar gli uomini
e gli eventi in modo, che a te piacciano; non
fingerteli così e così per poi compiacerti della creazione
della tua fantasia. Questa è opera da poeta,
non da istorico, al quale nè l'amor di patria, nè
l'amor di parte, che suol essere anche più forte,
ahimè! debbono offuscar l'intelletto, cui nessuno affetto
deve indurre a declinar minimamente dal vero.

Io affermo presso i popoli moderni non conoscersi
più cosa sia davvero patriottismo ed eroismo. L'eroismo
ed il patriottismo non possono trovarsi nel
cuore d'un popolo moderno in quel grado, in quella
limpida schiettezza, che ammiriamo nelle pagine
delle storie antiche. E sapete chi li ha uccisi, o
per dir meglio, cionchi e monchi? Quella, che
chiamano civiltà; la mitezza, anzi effeminatezza,
anzi eviratezza de' costumi moderni; il rispetto delle
persone e delle proprietà private, sancito dalle consuetudini
della guerra; lo svolgimento del diritto internazionale;
lo affratellamento degli uomini; e tanti
altri pretesi progressi, invocati come una benedizione,
iniziati da' filosofi e da' giuristi, che hanno
risparmiato molte lagrime e molti misfatti, ma che,
per fatale compenso, infiacchiscono, affievoliscono,
[pg!314]
debilitano i più nobili sentimenti dell'animo umano
ed i più benefici.

Per qual ragione i popoli antichi difendevano con
tanta pertinacia la libertà loro; e, senza intempestivi
giuramenti e ridicoli, combattevano davvero
fino allo stremo? Perchè anteponevano comunemente
la morte alla resa? Perchè ci dettero tanti esempli
memorandi di città, che preferirono la distruzione
all'aprir le porte? di castella, onde il nemico si impadronì
solo, quando furono un mucchio di rovine;
e nel senso letterale della espressione, non già per
modo di dire e per iperbole, come avviene delle
fortezze o delle città moderne? Perchè quella concordia,
quella unanimità ne' partiti disperati? e plebaglia
e femminelle e gaudenti e vegliardi e persino
i fanciulli consenzienti nel proprio scempio, irridenti
il vincitore? Perchè Sagunto, perchè Cartagine?

La risposta è agevolissima: perchè allora la sorte
del vinto era effettivamente e per ogni verso (non
già solo metaforicamente e moralmente), peggior della
morte. Il vinto diventava cosa: perdeva proprietà,
famiglia, libertà individuale. Non si trattava della
semplice libertà politica o della mutazione di principato,
come nelle guerre moderne; non solo di interessi
ideali e morali, che il volgo, le donne, i
fanciulli, i doviziosi, i dediti al lucro comprendon
poco. Il vinto vedeva confiscati gli averi suoi, farne
bottino, ripartirli fra' vincitori; si vedeva contaminar
sotto gli occhi le donne di casa ed i figliuoli e
vendere e sparpagliare come un branco di pecore;
lui stesso era fatto schiavo, venduto adoperato a fatiche
esorbitanti, condannato a peggio, che un ergastolo.
Qual meraviglia, se, per evitare tanti mali,
per allontanarli almeno, anche i fiacchi ed i dappoco
ostinatamente, pervicacemente durassero alla fame,
alla prepotenza? se respingessero superbamente ogni
patto? Le guerre navali fra turchi e cristiani erano
accanite, perchè? perchè i prigioni od a fil di spada
od incatenati sui banchi de' rèmigi. Se gli abitanti
di Strasburgo, di Metz, di Parigi, eccetera, avessero
[pg!315]
avuto a temere quel fato, ch'era la sorte ammessa e
convenuta dei vinti nelle guerre antiche, oh quali resistenze
eroiche avremmo forse da ammirare! E chi
sa? resistenza eroica vuol dir forse vittoria: di cosa
nasce cosa. Ma invece ora, anche a' più indomiti, basta
lo *aver soddisfatto all'esigenze dell'onor militare,
basta aver fatto buona figura*, come dicono. La guerra
diventa un torneo fra gli eserciti. Si fa di tutto per
diminuirne gli orrori. E non si considera, se questa diminuzione
di orrori non sia per caso con discapito della
grandezza morale degli animi. Al Machiavelli sagacissimo
non poteva isfuggire un tal fatto: — «Il modo
del vivere di oggi, rispetto alla cristiana religione,
non impone quella necessità al difendersi, che anticamente
era. Perchè allora gli uomini vinti in
guerra o s'ammazzavano o rimanevano in perpetuo
schiavi, dove menavano la loro vita miseramente;
le terre vinte, o si desolavano, o n'erano
cacciati gli abitatori, tolti i loro beni, mandati
dispersi per il mondo, tanto che i superati in guerra
pativano ogni ultima miseria. Da questo timore
spaventati, gli uomini tenevano gli esercizî militari
vivi, ed onoravano chi era eccellente in quelli.
Ma oggi questa paura in maggior parte è perduta;
de' vinti pochi se ne ammazza, niuno se ne tiene
lungamente prigione, perchè con facilità si liberano.
Le città, ancora che elle si sieno mille volte
ribellate, non si disfanno; lasciansi gli uomini
ne' beni loro, in modo, che il maggior male, che
si teme, è una taglia; talmente, che gli uomini
non vogliono sottomettersi agli ordini militari e
stentare tutta vita sotto quelli, per fuggire quelli
pericoli, de' quali temono poco». —

L'assedio di Venezia riconduce naturalmente nella
mente l'assedio di un'altra città, simile nella costruzione
a Venezia, fabbricata anch'essa sovra isolette
in mezzo alle acque ed accessibile solo per
mezzo degli argini, dalla terra ferma, come Venezia
solo pel ponte della Laguna. Io parlo di quella Temistitan
asteca, (che sorgeva, dov'ora è la Messico
[pg!316]
castigliana), espugnata dal Cortese ne' M.D.XXI. E si
noti, che i Temistitanesi si trovarono in condizioni
peggiori de' Veneziani. L'estuario era sgombro di
navi austriache, e solcato dalle nostre; mentre il lago
di Messico era signoreggiato da' brigantini spagnuoli.
La superiorità delle armi degl'invasori dell'America
sulle difese degli indigeni, era infinita; l'agglomerazione
di bocche inutili, stoltamente eccessiva. Le
descrizioni de' patimenti de' poveri anaguachesi fanno
raccapriccio. Terminate le provisioni, mangiavano insetti,
mangiavan radici di piante lacustri; morivan
d'inedia, antropofagheggiavano: *de los niños, no
quedó nadie, que las mismas madres y padres los
comían (que era gran lástima de ver, y mayormente
de sufrir).* Eppure, nè la fame giunta a tal segno,
nè la pestilenza, nè l'inutilità della difesa, nè le
morti (che il Cortez stimava a cendiciassettemile e
l'Ixtlilxocitl fa ascendere a dugenquarantamila,) poterono
indurre quel popolo, cui pur si offeriva una
capitolazione onorevole, a cedere; e la città dovette
essere conquistata a palmo a palmo, nello stretto
significato della espressione, abbattendone a mano a
mano gli edificî e ricolmandone i canali, ed ammazzando
quanti s'incontravano. Se Guatimozino avesse
avuto polvere da sparo, non c'è dubbio al mondo,
ch'e' si sarebbe fatto saltare in aria; e non c'è dubbio
al mondo; che i sudditi avrebbero acconsentito
senza mormorare a perir tutti così. A' tempi nostri,
nello stato della civiltà nostra, con le molli tempre
nostre, sarebbe assurdo il pretendere, che si rinnovassero
simili esempli. Ma questa impossibilità del
pieno eroismo ed assoluto, non è forse da compiangere,
da deplorare? Paragonato all'assedio di Temistitan,
quello di Venezia sembra come un assalto
di scherma di fronte al duello fra Achille ed Ettore.

Comunque sia, l'assedio di Venezia è divenuto per
gl'Italiani una leggenda, i cui santi protagonisti
sono Guglielmo Pepe e Daniele Manin. Ma la fama
del Manin ha oscurata quella del Pepe, quantunque,
trattandosi d'un assedio, parrebbe giusto, che il
[pg!317]
primo alloro toccasse al capo militare e non già al
capo civile, la cui sola missione doveva essere di somministrare
al primo i mezzi di prolungare e sostener
la difesa. Certo è, che il Pepe ha una sola statua,
a Torino, e postagli dalla pietà della vedova;
ed un busto a Catanzaro, che per esser posto nell'atrio
dello Asilo Infantile, sembra una satira. E
busto e statua sono opere infelici e non ritraggono
adeguatamente la bellezza veneranda del vegliardo,
ch'era stato un tempo il più bel giovane di Napoli
e dello esercito di Gioacchino. — Al Manin invece
(se non è strettamente vero quel, che dice lo Errera,
che — «Torino, Milano, Firenze, Genova e
quante sono le illustri città d'Italia, *gli* eressero
un monumento o una lapide, o del suo nome intitolarono
una via o un Istituto» — perchè, per
esempio, e tacendo di molte altre, nè Napoli, nè
Bologna, nè Catania, città d'Italia anch'esse e tra
le più illustri, gli han decretati onori siffatti); al
Manin il plauso è più concorde, più prolungato. Ma
perchè? Per gli atti delle sue dittature ed amministrazioni?
Niente affatto. Il vero motivo di quegli
onori, sproporzionati alle opere, ve lo accenna il
dabben Cibrario, dicendo: — «Io ho sempre rispettato
e rispetto tutte le opinioni, che muovono da
intimo convincimento, e trovo naturalissimo, che
a Venezia, con sì splendide memorie di repubblica,
vi fossero repubblicani. Onorerei Daniele Manin
di tutto cuore, quand'anche fosse morto repubblicano;
ma più l'onoro e l'amo per avere con
nobile e raro esempio riconosciuto più tardi e dichiarato,
che la salvezza d'Italia stava nella bandiera
e nella spada, che il Re di Sardegna avea
consacrata a redimere questa *gran madre d'eroi,
saturnia terra*.» —

Così è. La popolarità Italiana del Manin comincia
nel M.DCCC.LVI. Il presidente e dittatore di una effimera
repubblichetta e microscopica, sarebbe ora
dimenticato dalla nazione, se, come altri, avesse
perfidiato nello sterile repubblicaneggiare (e mi si
[pg!318]
perdoni l'epiteto poco parlamentare) stolido; rimarrebbe
al più al più venerato da un partitello, da
un manipolo, da una chiesuola, da una setta. Noi
non lodiamo ed onoriamo il presidente ed il dittatore;
ma un poco il presidente, che, sebbene di
mala grazia, seppe ripudiar la repubblica il tre luglio
M.DCCC.XLVIII e far votare la fusione col Piemonte;
e moltissimo l'esule, che essendo stato presidente
e dittatore, ancorchè di repubblica effimera
e microscopica, seppe passare bravamente il Rubicone,
rinnegare il passato, rinnegare lo assurdo ideale
giovanile, ravvedersi, distruggere il partito repubblicano,
far tacere le discordie, che avevan cagionato
in gran parte le catastrofi e le vergogne del
quarantotto, persuadere tante teste deboli ed incolte,
unite però a cuori generosi e braccia forti, della necessità
e della bontà della Monarchia unitaria. Questo
atto il rende caro alla nazione tutta e pregiato.
Questo atto rivela più fortezza d'animo, che la presa
dell'Arsenale e la difesa di Venezia, e giovò molto
più all'unificazione d'Italia ed alla liberazione. Tolto
questo, la vita di lui sarebbe quella di un agitatore
e d'un rivoluzionario volgare, come ce n'ha tanti.


III.
----

Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica,
sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto
amante di libertà non ben determinata, come accade
agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del
quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non
hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente
adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto
tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo,
chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o
c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito.
Così, per esempio, nella quistione della ferrovia
ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto
ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di
giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere,
[pg!319]
che i capitalisti possano esser cupidi d'altro,
è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza
degli azionisti non avesse fede alcuna nella
direzione Italiana della società, non la stimasse capace
e s'impensierisse dello avviamento preso dagli
affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato
la costruzione e la gestione della ferrovia sino al
compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo,
io, che di simili faccende non m'intendo, non
oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse
molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche,
ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti
finanziarî, invece di provare all'adunanza,
che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige
e migliori dello appoggiare al governo la costruzione,
fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a
fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso
de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe
una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione
nazionale c'entrava come
il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita
di azionisti! La mancanza di approposito
e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità,
che approvò la proposta.

Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo
a riandare il tempo speso prima della rivoluzione
dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII
si posero o furono posti a presiedere governi, e a
capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno
tanta materia di racconto, di considerazioni e di
giudizi, che la storia della lor vita di preparazione,
potrebbe assorbire per avventura quella della loro
vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto
celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano
noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse
la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin.
Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto
solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere.
Uomo senza passato». —

Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile,
[pg!320]
anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette
affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere,
stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini,
che salivano repentinamente al potere o riempivano
le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano
su pe' giornali o capitaneggiavano schiere,
erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà
politiche, economiche, amministrative, militari,
le quali non possono risolversi con delle belle frasi.
Ma credevano in buona fede, che si potesse governare,
amministrare, guerreggiare per ispirazione,
entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel
modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare.
Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso
politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe
pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani,
che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano
nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia
(che mai non se ne dia loro l'occasione!)

Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima,
dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano
indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che
s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando
l'arte di governare, quanto è detto nel *Romanzo
Borghese* di Antonio Furetière di chi verseggia senza
studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient
des vernt faicts par des gentils hommes
qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient
par pure galanterie sans avoir leu de livre
et sans que ce fust leur mestier: *Hò par la mort,
non pas da ma vie*, reprit chaudement Charrosselles
*pourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est
pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir
fait une méchante marmite, ou un forgeron
une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est
pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on
pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession
de valeur si, pour faire le galand, il allait
monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?*». — Giustissime
sono le osservazioni del
[pg!321]
Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa
affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di
veder crollare in un battibaleno per subita tempesta
quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna;
ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi
di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla
manovra senza saperne boccata, e di non potere
reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è
chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle
funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga
come correggere quanti censura, avido di particolari
e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose
e di generalità vacue».

Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate
ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia
e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich
e le concessioni imperiali, imbaldanzivano
gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori,
che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente,
ignorando se gli atti loro sarebbero poi
approvati, dubitando della stabilità della Monarchia
Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina
e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà
di stampa e di riunione rendevano più pericolosa
quella concessione e quella distribuzione ai
disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron
subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la
ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri
cristiani:

   |   Questa sanguigna spada è quella stessa.
   | Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.
   | Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,
   | Ch'udirà la novella ei volentieri.
   | E caro esser gli dee, che 'l suo bel dono
   | Sia conosciuto al paragon sì buono.
   |   Ditegli, che vederne omai s'aspetti,
   | Ne le viscere sue più certa pruova;
   | E quando d'assalirne ei non s'affretti
   | Verrò non aspettato ov'ei si truova.

[pg!322]
La disciplina si rilascia e la speranza della impunità,
che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere
in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il
loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio
non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e
puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le
guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate
senza dubbio della complicità della truppa, irrompono
nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed,
ordinando loro un maggior Boday di operare, atto,
che lo Errera qualifica di *trama subdola* (sic!), si
ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa
comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale
a molto buon mercato, non per virtù propria,
non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione
infranse e trasgredì il giuramento militare,
qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy
perdono sempre più la testa e vien loro un po' di
tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday
e consiglia di operare, rispondono presso a poco
come quel Re appo il Cornelio:

   |   Si ce désordre était sans chef et sans conducte
   | Je voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:
   | Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.
   | Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;
   | Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;
   | Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;
   | Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,
   | Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.

Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le
poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione;
sbigottito dalle notizie di Milano e
delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo
forse ad ordini superiori; bramosi certo di
salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono.
Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il
coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici
sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente
[pg!323]
questi fatti, compendiando un discorso del
Manin:

   |   .... Si scuote, si rinfiamma ed arde
   | D'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,
   | Con l'opre nuove, che non son bugiarde.
   |   Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce
   | L'austriaca possa; e quell'altier prestigio
   | De' vanti austriaci in un balen svanisce.
   |   Bastan due giorni all'immortal prodigio.
   | Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;
   | Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.

Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi,
senza troppo riflettere, proclamata una repubblica.
Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere
«abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne
«uno nuovo; ed il più adatto ci *sembra* quello
«della repubblica, che *rammenti le glorie passate*». — Così
il Manin: ma la ragione *non ci sembra* molto
soda. Una forma di governo non si sceglie per amore
di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato;
per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per
giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne
posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio
mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere
il primo presidente d'una Venezia democratica,
come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia
aristocratica.

Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì
tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio
di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò
diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie
Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha
lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali
di esse si credevano in obbligo di esortare
il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare
sentimenti di larghissima nazionalità per togliere
del tutto i motivi del malumore;» — e nel
subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento
della unione con la Lombardia, e dimostravano in
[pg!324]
mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata
dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri
e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo
gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non
so davvero, che lumi potesse portare sulle materie,
che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè
bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti
e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e
non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito
almeno soltanto inutile, non dannoso, come il
Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di
reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri
ed ambasciadori *pour rire*, da commedia. Stava zitto
almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno
evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se
ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera
è costretto a convenire, che parecchie note (leggi:
quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono
ispirate ad una lirica e ad un sentimento,
che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò
soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità
delle cui proposte sovrabbondano
gli esempli; e la cui leggerezza come
diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin,
che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno
proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei
giornali, destituite di verità». — Ma veramente
tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda
chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi
della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come
suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al
tegame: *fatti in là, chè tu mi tengi.*

Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e
diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già
costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi,
mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse
e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe,
appunto non si volle fare. E non si volle fare per
non perdere la popolarità ed i plausi della piazza.
Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî,
[pg!325]
invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero
male le imposte, invocando poi doni patriottici
e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare
e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche
del Medio Evo:

   | De tributo Caesaris nemo cogitabat,
   | Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.

Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in
agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con
le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea
falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli.
Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero
essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace
od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio
di Venezia; ma giova non dimenticarla,
non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi
e sventuratamente in modo particolare delle Italiane,
ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo.
Come se le passeggiate, le piazzate, le
chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie,
le processioni, le rassegne, i *Te-Deum*, eccetera,
eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda
la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria,
che non distraggan troppo dal lavoro, che non
ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le
comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione,
quando non si è ancor definitivamente
acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici,
è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva
allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar
le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali
come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle
privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera
v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi;
più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete,
forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in
certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa)
a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del
[pg!326]
Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giurò
*di morire per San Marco*. Non siamo informati, se
fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un
prete *guappo* e sanguinario, può sembrar lodevole,
a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote
il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo
dimenticare, che la religione cattolica imponeva
a quel messere di non far differenza alcuna
fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del
pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità
alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi
gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion
di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza
ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano
il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani
della guardia civica». — Così pure Piersilvestro
Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?)
per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero
tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco
gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far
di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!

Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo;
mente turbata dalla fede religiosa ardentissima;
uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno,
ma più di acquistar gloria propugnando una
causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle
ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me,
anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia,
nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge:
*Non poteris alterius gentis hominem Regem facere
qui non sit frater tuus.* — «Non potrai darti per Re
lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza
nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta
dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu
chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto
(chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno)
che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione,
sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna.
La causa nostra dovea vincer seco o cader
seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con
[pg!327]
un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come
poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba
il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al
maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente
Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco
conto.

Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe
del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée: *Un
de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des
volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de
meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il
est impossible de faire battre les Italiens, excepté les
Piémontais qui ne peuvent être partout.* Credo, che
lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto
poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in
ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio;
gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma
pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani
erano in grado di tener testa in campo aperto ad
un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio
ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.

Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza
d'Italia poteva aversi solo per opera di
Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata
fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che
fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma
delle somme, se non altro, il *giogo piemontese* sarebbe
stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o
perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che
le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per
volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia
erano federalisti, sebbene si vergognassero di
apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi,
crittofederalisti.

Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben
credere, che l'unità vera della nazione è da me
ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni
si sforzino di ottenere una qualche aggregazione
parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali
fanno al Piemonte torto o danno, e preparano
[pg!328]
nuove scissure, forse non meno deplorabili delle
antiche». — Chi non *desidera*, anzi *vuole*, l'unità
vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni
parziali, le quali conducono ad essa, con
tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i
carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia
a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea
veneta un discorso per provare, che: — «decidere
subito sulla condizione politica di Venezia non era
inevitabile, non utile, non decoroso: non *inevitabile*,
perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare
il nemico, nè forniva danari e milizie; non
*utile*, perchè il decidere allora diceva timore, o
sarebbe stato un peso e una umiliazione di più;
non *decoroso* per Re Carlo Alberto, cui si toglieva
occasione di operare con magnanimità per farne
un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e
cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo
uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè
il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come
dice l'Errera; proposta, la cui
opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno;
ma che almeno non era ignobile, come l'altra del
Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento
del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli
di Genova.

Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente
a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti
governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re
e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo
di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia.
Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona,
mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre
costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda
e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per
esser quindi a guerra finita, congedato anche, se
occorre, da una congrega di letterati e di avvocati,
da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini!
Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie,
grazie alla leva ed alle imposte, dovevano
[pg!329]
essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il
cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici
ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti
erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità
può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando
ci s'impone dal più forte.

L'unione col Piemonte era una tal necessità, che,
quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei
retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un
ferito consente all'amputazione. Le provincie erano
loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia
perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il
Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve
la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò
in Venezia sembrava ai più essere *intempestivo*
e pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi,
che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro
ed a guerra finita; *pericoloso*, perchè la guerra
avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè
nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei
popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e
destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La
miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti.
L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si
son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della
nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie
sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni
inoperose non avevamo a curarci. Ma validi
aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un
governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso;
ed il principio monarchico solo, altamente
proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare
le irruenze pericolose, contenere la piazza e
far prevalere la volontà non degli schiamazzatori,
anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo,
che non va scambiato con la folla, la quale
s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e
tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da
bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).

L'Unione francamente accettata da' Ducati, era
[pg!330]
francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete.
Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti
ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare
i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si
fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono
servire i signori di Milano. Facciano la fusione
col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno
subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano,
già travagliata da una setta, che
si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta
con pensieri discordi e perciò con mano assai debole
dal Governo provvisorio, vincolò la fusione
a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea
costituente, che ordinasse le forme del reggimento
interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava
d'organizzazione, ma rispetto all'antica
monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar
le armi a pro d'Italia, perchè già *ab antico*
era fortemente organizzata. Condizione nuovissima
nella storia, che portava in grembo una nuova ed
intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano
spingersi agli ultimi termini della democrazia e
mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente
di repubblica. Qualche membro del Governo
provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente
invece e gli altri, opinavano, che la Costituente,
eletta sulle basi del voto universale, presentasse
una guarentigia immensa di moderazione.
Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore
o minore autorità, che gli si dovesse attribuire,
egli, che combatteva per un principio e
non certo per gl'interessi della Corona, accettò
senza palese ripugnanza anche quella condizione,
benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero
con gran calore, che dovea respingersi. Invece
Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli
dicea tra sè: *O saremo vincitori e col favor della
vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea
sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà
più il caso d'un'Assemblea costituente*». — Lealtà
[pg!331]
rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano.
Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber
venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale
la sconfitta, che fece metter senno a tante
menti incomposte e confuse, preparando la concordia
del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie,
di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe
dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo
visti condotti ad un conflitto tra 'l potere
esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un
colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione
del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea
nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.

Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte,
si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual
parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando
di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e
resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non
posso esser niente; posso esser dell'opposizione,
ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano,
che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero
per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi
le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli
Stati Sardi.

Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello
dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni.
Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle
sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero
avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto;
ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non
sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava,
occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi
l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un
nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo,
ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in
campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo
scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa
truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è
a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela,
vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al
[pg!332]
Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila
uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina
e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli
ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono
qui combattendo difficoltà d'ogni
genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire
con la forza de' gendarmi il generale duca Lante.
Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata.
Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma
bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli
di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre
denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne
e distrarne dallo esercito, perchè, come dice
il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio
tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto
gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa
del Manin e compagni, e nei provvedimenti
e nella scelta del personale, era stata proprio troppa.
Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare
un comando, quel Zucchi, che firmava poi
la capitolazione di Palmanova, portante, che *la città
riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista
ancora di munizioni da bocca e da guerra, si
rendeva spontanea*. Ed i repubblicani milanesi accoglievano
quindi con ovazioni e — «levavano alle
stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente
proclamato di farne un competitore al Re
Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come
testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.

Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini;
prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato.
Venezia formicolava di spie austriache. — «E che
sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano
del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale,
disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei
ore della sera del ventisei ottobre avea saputo,
cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita
da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu
detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante
di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...

[pg!333]
Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra.
Era poi a capo della polizia un certo Renzowich,
il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza
del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo
la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza
col nemico. Così quel brav'uomo, che
era l'amato presidente del Governo veneziano, si
faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò
ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il
Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di
(*sic*) Manin, senza di cui egli non osava
portare più innanzi il peso della dittatura; quel
Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo
libero della risorta Venezia, sta ora come direttore
della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî
dell'Austria». —

Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere
un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano,
non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice,
che a furia d'*errori* si alienava l'animo de' cittadini;
e fra questi *errori* pone: l'aver dato lo sfratto
a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari
fossero consegnate da' privati sotto pena di
multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti
tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani
delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una
volta per settimana, mentre urgeva, che il paese
fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori,
non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non
i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar
la grammatica. I battaglioni della speranza e
simili ragazzate, per le quali *inorgogliva* e *s'inteneriva*
il Manin, sono trastulli da tempi sereni e non
vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore
fosse nel permettere quella esercitazione settimanale?
nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere
i tumulti e pene personali severissime per ricuperar
le armi?

Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva,
non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo
[pg!334]
lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe
gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò
la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva,
ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione
di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio
uno scopo determinato [#]_, e se in Venezia si
trattava unicamente della difesa, non era senno dar
la somma delle cose in mano a chi del difender piazze
e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della
ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di
continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta
con quella data funesta dell'*XI agosto*, quasi a ricordanza
d'un fausto evento, quasi da quel giorno,
che per ogni avveduto era il principio della fine,
cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella
coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani
rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe
dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e
del battaglione piemontese, che le circostanze della
guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino
allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio
bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò
solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente!
Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè
non impossibile il _`ripigliarsi` più tardi
la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia
propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito
meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande
aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche
per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare
stima di noi, per non far cadere una seconda
volta il leone di San Marco *senza mandar ruggito*.
Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame
[pg!335]
delle spade: *Non isguainarmi senza giusto motivo;
non rinfoderarmi senza onore.* Ma non c'era bisogno
di proclamar la repubblica: questa parola non
dava forza, tutt'altro.

.. [#] «Il dittatore era fatto a tempo e non in perpetuo; e per ovviare
   solamente a quella cagione, mediante la quale era creato.
   E la sua autorità si estendeva in poter deliberare per sè stesso
   circa i modi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa senza
   consulte, e punire ciascuno senza appellazione; ma non poteva
   far cosa, che fosse in diminuzione dello Stato, come sarebbe stato
   tòrre autorità al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della
   città o farne di nuovi». — :small-caps:`Mach.` *Deche.* c. XXXIX.


Pure la proclamazione fece gridare il Manin: *Salvatore
della patria*, che non salvò, nè poteva salvare.
I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato
Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi,
mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere
sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento
estero, che andò mendicando in tutti i modi,
fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia.
Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli
era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente
la popolazione con lusinghe, alle quali fosse
estraneo; credeva davvero, che la sua città natia
per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia
d'Europa, potesse esser appoggiata dalle
potenze e difesa contro le pretese dell'Austria;
e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e
diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità
sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo
d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente
rispose: *Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri
non me ne impiccio.* Le risposte della Francia
erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo
stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire!
E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una
benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di
mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via,
per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia
ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o
giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite
per lavar l'onta di Campoformio». — Il
diceva sul serio, lui: ma la Francia
di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver
cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che
c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da
arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva
disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta
[pg!336]
ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio
è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per
chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in
nome della umanità». — Questi interventi
filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo
di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio
del proprio paese: e solo in questo modo può giovare
indirettamente alla intera umanità, di cui come
tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan
Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto
storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E
giù chiacchiere e sillogismi. Avete
un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti
solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare;
solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà
ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene
bene, perchè guai alla nazione, che il
dimentichi!

Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle
ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità
di Venezia. «È certo, che l'Austria
questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla
mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie
e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin.
Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima,
ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi
e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini
dice, che la laguna basta a difendere la Venezia
coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e
intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi,
di non poter difendere quel distretto con
meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera
non ne bastano tremila.» — È doloroso a
dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia
fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono)
quanto era possibile fare. Taccio della inerzia
inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia,
certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare,
ma recare gravi danni al commercio austriaco,
acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice
[pg!337]
il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti
il naviglio accresciuto di un paio di fregate
a vapore, e fatto più abbondante provvisione
di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al
mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero
dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi
onore più grande all'Italia. E poi da cosa non
nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi
si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le
facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e
moltissimi emigrarono o stettero tranquilli
alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere
altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque,
se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio
militare.

Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano
come il Navagero:

   | Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armis
   |   Et tamen audaci pectore bella geram.
   | Confertas turbabo acies: densosque per hostes
   |   Deferar et praeceps in media arma ruam.
   | Vivere quippe aliis; Venetis ea denique vera
   |   Vita est, pro patria decubuisse sua.

Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il
popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei
e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò
a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad
un popolo, che vuole difendersi, tutto
serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e
si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa
diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi
fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune,
e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica
di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure
frate Pantaleo.

Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa
de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni
di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo
di popolarità, ch'è la restituzione gratuita
[pg!338]
de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non
abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando
si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo
Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana,
di tremila lire elargite al padre Gavazzi,
non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di
chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città
erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali
si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie
in Venezia e fuori; *l'elemosina per la patria*, (che
doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando
per la chiesa, trasformati così in agenti delle
tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per
gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno
al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che
l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno
e la magia dell'affettuosa vostra parola ne
assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione
della carta veneta dalle casse degli altri
governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi
avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva
sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito,
se non dove era imposta con la forza? Sarebbe
piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come
quelle monete, con le quali il diavolo comperava le
anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa
ridere il leggere nominata una commissione *per istudiare
e presentare un progetto tendente a menomare
e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano
dalle frequenti oscillazioni della carta*. Il rimedio era
pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza.
Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta
scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè,
mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni
al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità
ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano,
non perchè la povera gente aveva denari in copia;
ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie
preziose alle casse pubbliche.

La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove)
[pg!339]
condannò Venezia. E non posso non notare
cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del
Manin, aver egli creduto *preparati a Torino i casi
di Novara*! Fu il suo primo pensiero all'annunzio
di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio
dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le
stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel
sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato
molti creduli, perchè *infinita è la turba degli sciocchi*!
Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere
il *senso profetico*, che l'Errera vorrebbe attribuirgli,
ma dal saper estimare equamente i fatti politici più
semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli
affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della
diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre
non so che atroce machiavellismo in ogni azione,
in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le
sorti della guerra avevan cominciato a volgere in
peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed
il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna
insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale
in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e
che si vuole anzi da essa proposta e respinta da
Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si
misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra
nell'interesse dinastico. *O tutto in una volta, o nulla*;
e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo
nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da
venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed
onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone
le sorti da quelle della rimanente Lombardia
e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di
tutti; era pronto nel quarantotto a gridar *tradimento,
tradimento*, se il Re, per salvare almeno la Lombardia,
fosse stato costretto, come nel cinquantanove,
a procrastinar l'impresa di Venezia.

Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non
fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del
Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe
darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che
[pg!340]
fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato,
il quale in virtù d'una facondia non sempre
di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee
rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo
e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna
serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè
militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su
spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il
merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali,
i quali avrebber forse fatto meglio e più, se
non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente
avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse
stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza
ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre
e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire
ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la
difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure
scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia
per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So
benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare
gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente
distruggere una gloria Italiana. Non mi curo
di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia
sempre meglio di una illusione o d'una menzogna:
la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se
pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar
la verità, come un vestito, al dosso della
passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia
di dir la verità ai principi, ma anche al popolo;
bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche
contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita,
ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero,
ardito e quando occorre, saper contrastar alla
passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe
pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate,
esaltandole, magnificandole, mostrandone
solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo
così nuove quarantottate per l'avvenire: e
dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo,
ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche
[pg!341]
americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo
contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere,
che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri,
da un esercito irregolare. Della condotta politica dei
suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci
in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe
anche a dimostrarla tale, il ravvedimento,
ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento,
con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica
poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono
alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano,
l'aiuto prezioso della concordia nazionale.
[pg!342]

[pg!343]




È GALANTUOMO IL CAIROLI?
========================

.. class:: small

L'Editore ha rivolte insistenti preghiere alla Signora Vedova
Imbriani, perchè desistesse dalla pubblicazione dello scritto su
B. Cairoli, incluso nel presente volume delle *Fame Usurpate*. Ma
la nobil Donna s'è recisamente negata, tenendo essa sommamente
a riprodurre, con l'integrità degli scritti, intera, la personalità del
compianto marito, senza mutilazioni od apposite omissioni di alcuno
di essi, ed attenendosi allo stipulato contratto d'includervi,
cioè, gli articoli su *Manin* e *B. Cairoli*.

.. class:: right

:small-caps:`L'Editore.`

.. clearpage::

[pg!345]

|
|

.. class:: small

Essendosi, il dieci Decembre MDCCC.LXXVIII, nel Consiglio
Comunale di Pomigliano d'Arco, proposto di concedere la cittadinanza
onoraria al signor Benedetto Cairoli; il Consigliere Vittorio
Imbriani parlò contro siffatta proposta, dicendo presso a poco quanto
segue:

Ho visto con sorpresa convocato straordinariamente,
previa *licenza de' superiori*, il nostro Consiglio Comunale,
per conferire non so che cittadinanza onoraria
al signor Benedetto Cairoli; ed eccomi qui per
combatter la proposta e votar contro. Secco molto
di rado il Consiglio con gli sproloquî miei: prego
quindi, in vista della rarità della cosa, quand'anche
dovessi urtare alcuno, di lasciarmi dire con tolleranza,
se non con benevolenza.

Prima di tutto, io non ho mai capito cosa significhi
cittadinanza onoraria. Le nostre leggi parlano
di una cittadinanza sola, effettivissima e non onoraria:
quella, che si gode nello Stato. Legalmente,
il termine *cittadino* non ha altro senso, se non quello
di regnicolo, che gode i diritti politici e civili. Nel
linguaggio comune ha bensì quello di abitante d'una
città, in opposizione ad abitante del contado, *contadino*.
Ma Pomigliano d'Arco non ha titolo di città.
Le cittadinanze onorarie di date città sono cose di
[pg!346]
que' tempi e di que' luoghi, in cui le singole città
hanno privilegî, hanno rendite patrimoniali, che si
dividono in danaro, o terreni, i cui prodotti si ripartiscono
in natura fra' cittadini. Allora la cittadinanza
onoraria significa qualcosa: il diritto di partecipare
a tali benefizî, ancorchè non si soggiaccia
a' pesi della cittadinanza effettiva. Ma qual privilegio
ha un pomiglianese, di cui qualunque cittadino
Italiano venga a dimorare fra noi, non fruisca? E,
ripeto, se non c'è una cittadinanza pomiglianese
effettiva, come può esserci l'onoraria? Sarebbe un
titolo arbitrario e *sine re*, non procacciando nè diritti
ned onori.

Ma, s'anche questo titolo significasse qualcosa, nol
conferirei mai ad un ministro in carica. Sarebbe o
parrebbe (che val poi l'istesso) atto di servilità, di
cortigianeria o di speculazione. Si crederebbe, che
qualche consigliere, promovendo questo voto, aspirasse
ad ottenere in ricambio una croce di cavaliere,
un ciondolo. Si crederebbe, che la dimostrazione
fosse inculcata, suggerita, per un fine qualunque,
dal prefetto o dal sottoprefetto. Nessuno crederebbe
alla spontaneità od al disinteresse nostro. Brutte supposizioni,
e, ch'è peggio, ancorchè erronee, non
dimostrabili tali! Ci macchierebbero tutti.

C'è di più. Dubito forte della legalità della cosa;
e metto innanzi la quistion pregiudiziale. Questa
onorificenza ad un ministro è, in fondo, un voto
politico: mascherato sì, ma tale evidentemente; ed
i voti politici a noi son vietati. Noi dobbiamo occuparci
solo della stretta cerchia degl'interessi municipali.
Non si tratta d'accordare un'onorificenza al
Cairoli, per benemerenze particolari verso il comune
nostro, anzi per sue pretese benemerenze verso l'Italia
intiera, per benemerenze d'ordine generale. A
queste, forse, all'ora presente, il solo giudice autorizzato
e legale, dopo il Re, vale a dire il Parlamento,
avrà probabilmente dato il debito guiderdone...
un voto di sfiducia! tante esse sono e così grandi
e sfavillanti! E noi, che non abbiamo sott'occhi gli
[pg!347]
atti del processo, noi cui la legge vieta di occuparci
di queste faccende, noi Consiglio Comunale di Pomigliano
d'Arco, ci metteremmo a lodare, dove forse
il Parlamento condanna! Faremmo un atto illegale
e ridicolo, al quale arrossirei di avere avuto la benchè
menoma parte. Vedendosi in pericolo nel Parlamento,
gli uomini funesti, che ci sgovernano, vorrebbero
promuovere un'agitazione fittizia ed estraparlamentare.
Saremmo noi tanto buoni da lasciarci
condurre pel naso e servirli? Mi sembra offensiva per
me come per noi tutti la supposizione.

Che se poi anche voleste, uscendo dalla cerchia
delle vostre attribuzioni, fare un voto politico; fatelo
apertamente, ma fatelo in modo da non offendere
il senso morale. Mi spiego. Io non credo che a Benedetto
Cairoli spettino plausi od onori. Alieno da riguardi
vigliacchi, asserisco che quest'uomo non merita
ned affetto nè stima: tutt'altro!

Che si onorerebbe in lui? L'uomo politico, già;
chè meriti di altro genere, letterarî, scientifici, militari,
gli mancano. Ma, come uomo politico, il Cairoli
non ha dimostra nè capacità nè (rincresce il dirlo)
lealtà. Mi arieggia molto la tela del Negrotto, come
dicono i toscani proverbialmente.

Scarso d'ingegno, vergine di studî severi, nudo
di pratica amministrativa, ha manifestato la dappocaggine
piramidale e l'ingenuità preadamitica del
politicante da caffè e da mittinghi, ne' discorsi fatti
alla Camera in questi diciotto anni, goffamente retorici,
ampollosi e senza costrutto. È giunto, per
raggiri parlamentari e perchè la sua parte aveva bisogno
d'una testa di legno non volgarmente disonesta,
alla direzione delle cose pubbliche. Ed ha
avuto la sfacciataggine di accettare il potere, quantunque,
col non incaricarsi di nessun particolar dicastero,
abbia implicitamente riconosciuta la inettezza
propria. Cosa dite d'un tale uomo, il quale si pappa
lo stipendio di ministro senza portafogli, cioè: di
ministro, che non presta servigi effettivi, amministrativi,
utili? e per di più pretende quel, che nessun
[pg!348]
ministro di destra ebbe mai, l'alloggio *gratis*? Non
vi pare, che scrocchi quel soldo? Cosa direste di un
uomo, ignaro di marineria, che, pericolando il vascello,
s'impadronisse del timone o si lasciasse persuadere
ad accettarlo, e, con le sue manovre, necessariamente
false, di necessità conducesse la nave e
l'equipaggio a perdizione? In coscienza, potreste
chiamarlo onest'uomo? Pazzo furioso, sì, e pericoloso;
tristo perverso, sì: che, con la sua presunzione
e boria, reca danni esiziali.

Difatti, vedete a che n'è il paese per la insipienza
colossale di questo dappoco presuntuoso!

Una politica da bettole ci ha condotto al trattato
di Berlino, ch'è per noi umiliante e funesto. Ma,
poco male sarebbe. I guai peggiori sono all'interno.
I repubblicani, gl'internazionalisti e simili ribaldi,
tutte le generazioni di malfattori insomma sono rimbaldanzite:
ormai confessano arditamente, persino
ne' Licei governativi, i loro pravi disegni, che traducono
in atto al largo Carriera Grande. La diserzione,
la ribellione, il regicidio sono levati impunemente
a cielo e molto rimessamente puniti. L'ordine
pubblico non è più tutelato a sufficienza.

Finanziariamente siamo al caos, proprio! L'Italia
cammina a passi di gigante verso una catastrofe: in
fondo alle amenità presenti non c'è se non il fallimento
od un nuovo aggravamento d'imposte. Questi
finanzieri di strapazzo hanno ferito a morte ed esautorata
una tassa, che gettava molto e che, immedesimandosi
col prezzo d'un oggetto di consumo universale,
non era troppo fastidiosa pe' contribuenti,
i quali ci si andavano a poco a poco avvezzando,
dico il macinato; mentre propongono spese nuove di
miliardi, e mentre falsano le cifre de' bilanci ed il
sistema di contabilità, per far credere i gonzi negli
avanzi inesistenti. Per poco colti e molto sciocchi,
che siano, il Cairoli e complici non possono illudersi
e non iscorgere l'inanità e l'assurdità del loro sistema.
Ma le proposte contemporanee di disgravî e
di ferrovie, debbono servire come strumento elettorale,
[pg!349]
per abbindolare i credenzoni. Abbacinando con
tante grazie gli elettori, che non s'accorgono della
impossibilità delle promesse, sperano que' messeri
nuovi trionfi dalle urne. Ed il giorno, in cui i nodi
venissero al pettine? In quel giorno, questi ciarlatani
si ritirerebbero; e lascierebbero il paese ne' guai,
e negl'imbrogli i successori, a raccôrre l'impopolarità
e l'odiosità de' provvedimenti terribili od incresciosi,
che essi ora preparano e rendono inevitabili.
Si ritirerebbero con la popolarità scroccata. No, questo
non è condursi da galantuomini! L'onest'uomo
politico, l'uomo leale, dice tutto il vero, tutto il
duro vero ed amaro al paese, e predica i sacrifizî,
che possono rimediare al male, anche a rischio di
farsi aborrire e lapidare. Gli onest'uomini non promettono
miracoli inattendibili per ottenere grazia nel
giorno del rendimento de' conti o per procrastinarlo,
perpetuandosi al ministero, dove sono indegni di
stare!

La capacità del Cairoli! Sta nell'aver reso possibile
il misfatto del Passannante, nel mentire senza
pudore al paese per ingannarlo, nel gettare i semi
della guerra civile. Volete onorare queste belle opere
e buone?

Capacità, dunque, da premiare ed onorare, nessuna;
ma v'è forse in lui, come altri vuole, un carattere
da ammirare ed esaltare? una tempra d'uomo da
proporre come esemplare e modello?

Nemmanco. Chi non sa, che questo Cairoli ha fatta
sempre professione di repubblicanismo anzi di mazzinianismo?
Non era egli, non è tuttora, presidente,
vicepresidente o membro onorario obligato di qualunque
sodalizio demagogico? Non è di quelli, che
hanno assoldato gli assassini Monti e Tognetti? Non
è di quelli, che hanno per profeta il Mazzini, il
quale mandò un sicario ad ammazzare l'avolo di Re
Umberto? Non è promotore d'un monumento a quell'uomo
iniquo, che ha vissuto lautamente per anni
alle spese de' gonzi d'Italia? Non è tuttora amico
intimo de' repubblicani più sfacciati? e non sorgon
[pg!350]
questi concordi in Parlamento e ne' giornali a difenderlo?
L'anno scorso, alla commemorazione de' morti
di Mentana, non camminava egli con la bandiera
rossa? Ammirate consistenza di carattere! pochi mesi
di poi, era ministro del Re d'Italia! S'ha il diritto
di chiedergli, vedendolo accarezzato in Corte ed applaudito
dalle sette, a chi serva davvero e chi inganni.
Stare con Cristo o col diavolo ad un tempo
non si può: fare gl'interessi del Re Umberto e della
repubblica contemporaneamente, è impossibile. Chi
tradisce il Cairoli? L'antico suo partito, cui lo avvincono
complicità criminose di setta; o la dinastia,
cui testè giurava fedeltà? o tradisce e quello e questa,
pensando solo alla propria esaltazione ed al proprio
profitto?

I Rabagas, giungendo al potere, rinnegano veramente
per lo più la feccia, che ve li ha portati.
Finchè pappan essi lo stipendio ministeriale; finchè
il fumo e l'arrosto del potere sono per essi; non
pensano a rovesciar la dinastia, che li tien ritti: la
voglion conservata, perchè la sfruttano. Verissimo:
ma ne preparano la caduta, ma ne menomano il
prestigio, ma le tolgono a poco a poco ogni puntello,
per rendersi indispensabili e per mettersi in grado
di sfruttarne anche la caduta. Il loro ideale è quel
Zorrilla, che incarrozza il suo Re per l'estero, dopo
averlo obbligato ad abdicare; e continua a far da
ministro, dopo proclamata la repubblica. Il Cairoli
ha un brutto nome: *Cairœu*, in lombardo, è il tarlo;
ho paura, paura, che questo tarlo del Cairoli non
rovini la Monarchia.

Per credere nella fede monarchica del Cairoli, mi
ci vorrebbero pruove palpabili, evidenti della sua
rottura con la setta. Esse mancano; anzi egli è sempre
il cucco de' settarî; ed i faziosi suoi sostenitori ci minacciano
persino la guerra civile, caso questo servitore
malfido e dappoco venga rimandato dal Re,
dietro un voto delle Camere!

Onorando il Cairoli, si onorerebbero i Rabagas; si
onorerebbero gli uomini, che mascherano ipocritamente
[pg!351]
la loro fede politica per giungere al potere;
e che insidiano il Principe, al quale han giurato di
servire, od almeno lo disservono, augurandosi di dargli
o di vedergli dare lo sfratto.

— «Ma,» — direte; — «qual, ch'e' sia, quest'uomo,
ha testè reso un gran servigio personale al Re, lo
ha difeso ed è stato ferito difendendolo: vogliamo
onorarlo per quest'atto; e, sulla ferituzza, sulla
scalfittura, ch'ha alla coscia, applicare come empiastro
la nostra cittadinanza onoraria.» —

Io aborro le fame usurpate comunque e di qualunque
genere. Ora, se ben guardo, il Cairoli non
ha fatto il proprio dovere nè prima, nè durante l'attentato;
e non ha reso alcun servigio vero al Re,
checchè giovi ad altri far credere.

Il Passannante è stato autore materiale, esecutore
di un misfatto esecrando; ma non vi pare, che un
po' di responsabilità morale pesi anche su chi gli ha
guasta la mente? Chiunque implicita od esplicita,
diretta od indirettamente, ha predicato la legittimità
dell'assassinio politico, esaltandone i fautori e gli
esecutori ed i teoretici; chiunque fu amico e lodatore
del Mazzini o dell'Orsini; chiunque fu stipendiatore
del Monti e del Tognetti: ha la sua parte
di responsabilità in questo misfatto esecrando. A perturbar
la testa del cuoco di Salvia han contribuito
i mormoratori contro Vittorio Emanuele, quanti hanno
sparlato delle istituzioni monarchiche, quanti hanno
apertamente o copertamente insinuato, che si starebbe
meglio da' popoli, tolti di mezzo i Re. Indirettamente
adunque ci ha la sua parte di responsabilità
anche il Cairoli. Lui ha creduto ben fare,
pagando il Monti ed il Tognetti, anni sono, per
commettere un codardo misfatto ed inutile; e se n'è
vantato; ed altri lo han ritenuto ciò non ostante un
galantuomo. Qual meraviglia, che il Passannante e
la setta, che lo ha stipendiato, credessero ben fare
e meritar lodi? Quando si negano i principî morali,
è ragazzata meravigliarsi poi delle conseguenze, che
derivano dal caos sussecutivo.

[pg!352]
Se il Passannante ha potuto salire sulla predella
della carrozza reale; se questa non era guardata,
scortata da persone di fiducia; se la vita del Re è
stata quindi posta a serio repentaglio, e con essa
l'esistenza del Regno d'Italia; o non ci colpa in
tutto od almeno in somma parte la cattiva polizia?
Della sorveglianza monca, della nessuna tutela o
cautela, è responsabile il Governo; e per conseguenza
il capo di esso, ch'è il Cairoli, invece di segni d'onore,
meriterebbe biasimo e castigo.

Un assassino si scaglia sul Re, ha tempo di vibrargli
un colpo e due. Il Re si difende. Che fa
frattanto il Cairoli? Dov'erano gli occhi suoi? dove
la sua attenzione? dove il suo coraggio? Per iscuotersi,
ha bisogno, che una Donna, che l'adorata nostra
Regina, più virilmente sentendo, che lui, gli si
volga con tuono d'amaro rimprovero e gli dica: — «Cairoli,
salvi il Re!...» — Allora egli afferra non
il braccio, anzi i capelli dell'assassino.... E volete
onorare questo servo pigro e tardo, che ha bisogno
d'un rimprovero muliebre, d'un augusto rimbrotto,
per fare il dover suo, per far ciò, ch'era semplice
dovere d'umanità in favore anche d'un incognito,
anche d'un nimico, nonchè d'un buon Re, d'un
benefattore? Ma i Cairoli sempre così! Ragazzi, sono
teatralmente condotti ad arruolarsi dalla mamma; ministri,
sono a stento indotti dall'amara rampogna
della Regina ad aiutare il loro Re, che lotta personalmente
col sicario! Ammiro la generosità di Re
Umberto, che fregia il ministro scalfito alla coscia
della medaglia d'oro al valor militare! riguardi politici
ve lo hanno obbligato, come riguardi politici
obbligavano Ludovico XVIII a tollerare il regicida
Fouchè.

Io non avrei dette queste cose, se non ci fossi proprio
stato tirato co' capelli. Non le avrei dette qui,
se non si fosse tentato di farci esorbitare dalla nostra
competenza per solleticare la vanità di uomini screditati,
per servir loro di strumento. Se dispiacerà ad
alcuno di veder così messa a nudo la nullità intellettuale
[pg!353]
e morale del Cairoli, se la prenda non con
me, ma con chi ha fatto la mala proposta, sulla quale
io propongo la pregiudiziale, trattandosi d'una proposta
politica. E contro la quale voterò, qualora la
pregiudiziale non venga accettata.

.. class:: small

Il Consiglio Comunale approvò con sette voti contro quattro la
pregiudiziale; e si rifiutò quindi ad accordare l'onorificenza proposta
al signor Benedetto Cairoli.
[pg!354]

[pg!355]




APPENDICE
=========

.. class:: small

L'Imbriani, permettendo la ristampa del suo *studio letteraturografico* sull'Aleardi, nel giornale di Foligno, *L'Umbria*, (30 Gennaio,
1866) vi premetteva la seguente avvertenza.

|

L'Italia, per necessità storiche, delle quali sarebbe vano
e stolto l'affliggersi, si trova in un'epoca di raccoglimento,
ossia d'improduttività artistica e massime poetica; da queste
epoche *maggesi*, si ripete la fecondità delle seguenti; e quindi
ora forse più che mai, importa il dare lo sfratto ad ogni critica
superficiale ed arbitraria e il diffondere idee vere sulla
poesia, acciò l'epoca produttiva, che deve seguire, che non può non
seguire, che seguirà, non trascorra in insanie, non ristagni in
angiporti mefitici; come esempligrazia è accaduto a quell'epoca
produttiva, che per la letteratura francese succedette
alla sterilità della fine del secolo scorso, e de' due primi decennî
di questo; epoca che comincia colla pubblicazione delle
poesie postume di Andrea Chenier nel 1821. Ed io ho consacrato
e spero utilizzare la mia poca virtù all'opera di formulare
per la coscienza di tutti quel concetto del poetico che
è nel sentimento di ognuno, di mostrare come questo concetto
si svolga e s'affermi storicamente ne' nostri capo-lavori letterarî.
Il difficile dell'impresa è nella necessità di dedurre
ogni principio della critica dalla scienza estetica, quando i
cari nostri compatrioti hanno più avversione pe' *succhi amari*
della filosofia, che gli idrofobi per *chiare, fresche e dolci
acque*. Ma Torquato e prima di lui Lucrezio, ci hanno insegnato
a superare queste difficoltà,

   |   *..... porgendo aspersi*
   | *Di soave licor gli orli del vaso.*

[pg!356]
Quindi, volendo dire che sia la *poesia*, che si richieda per
formare un capolavoro poetico, io non ho scritta una lista
d'ingredienti, una ricetta, come si suol fare. Anzi, partendo
dal principio che ogni critica deve contenere un intero concetto
della poesia, *alias* tutta un'estetica, appunto come ogni
lavoro poetico deve contenere un intero concetto dell'universo,
ho preso Aleardo Aleardi, ed ho cercato di dimostrare
com'egli non incarnasse *alcun momento dell'idea poetica*.
Sapevo di dir cosa che a molti parrebbe eresia, ma ho dovuto
convincermi con piacere, che moltissimi la pensavano come
me, e che parecchi si sono lasciati convincere da' miei argomenti;
alcuni hanno contradetto, nessuno ha confutato.

-----

(Dal *Fanfulla*, Domenica 13 Aprile, 1879).

.. class:: right

| Pomigliano d'Arco, 5 aprile.

..

   | *Caro Fanfulla*,

Nel numero del 2 corrente, parlando delle traduzioni del
Maffei, le giudichi *troppo e burbanzosamente e ingiustamente
dispregiate da altri*. Ch'io sappia, a dispregiarle
fummo in tre: il Mazzini, (ahi fiera compagnia!), la Percoto
ed un tuo servo. Se il Mazzini e la Percoto fossero burbanzosi
ed ingiusti, non so nè mi curo indagare. Il servo tuo
non si limitò a spigolare qua e là qualche errore; anzi confrontando
tutta la prima scena della seconda parte del *Fausto*,
ch'è lunghetta, tradotta dal Maffei con l'originale, a
parola a parola, conchiuse il Maffei tradire, non tradurre.
Sarò stato ingiusto; e molti me l'hanno detto, sebbene nessuno
abbia dimostrato insussistente un mio appunto; ma
come può chiamarsi *burbanzoso* un raffronto lungo, paziente,
coscienzioso? Burbanza sarebbe stato lo affermare, senza ragionamento
e senza allegar fatti. Ti prego dunque di eccettuare
da quegli *altri*, che *burbanzosamente* dispregiarono e
dispregiano le versioni del Maffei, il tuo

.. class:: right

   | :small-caps:`Vittorio Imbriani.`

[pg!357]

-----

(Dal *Supplemento della Gazzetta d'Italia*, Domenica
17 Giugno, 1877).

.. class:: center

   | A proposito di una critica di D. Gnoli.

..

   | *Pregiatissimo Signor Direttore*,

Molti si sono spassati a fulminarmi con articolesse, pel
mio libro *Fame usurpate*; e tutti, manifestando un santo
orrore per l'iconoclasta il quale non ammira pecorinamente,
nè gli eroi *façon* Sapri, ned i poeti sul genere dell'Aleardi.
Non uno però, che abbia stimato debito suo, oltre l'inorridire,
anche il confutare; il provare, che io sragiono o mentisco,
il contrapporre raziocinio a raziocinio, dimostrazione
a dimostrazione, sebbene il cosiddetto Cigno dell'Avon affermi
le ragioni esser più comuni delle more lungo le siepi
nell'agosto; i miei terribili contradditori han preferito allo
addurne, il sopraffarmi di contumelie. Non una asserzione di
fatto speciale, non un ragionamento m'han confutato questi
sedicenti critici. Buon pro faccia a' valentuomini ed a chi
giura nelle parole loro una critica siffatta.

Ultimo, ma non diverso, è venuto fuori nella *Nuova Antologia*
lo sproloquio d'un signore, il cui nome ricorda la
voce del micio, Gnoli, ed il quale mi fa persin dire quanto
non ho mai sognato di dire, per poter avere il destro di farmi
rimproveri, apparentemente ragionevoli. Basti un esempio; asserisce,
ch'io chiami *birba e pretazzuolo schiericato* un messere
*perchè* mi aveva mosso un appunto; e si scandalizza di
tanta irruenza. Oh galantuomo! Io ho scritto che una birba
di pretazzuolo schiericato, mi aveva mosso uno sciocco appunto
ed erroneo, non che quel tale fosse birba per avermi
censurato: la qualità di birba, come quella di cattivo prete,
preesistevano in lui. S'io dicessi esempligrazia lo *svescione
dell'autopseudo barone Nicotera è tanto ignorante da scrivere
maggistratura, così con due gg*, non intenderei certo
di stabilire un nesso di derivazione fra la ignoranza supina
del signor ministro e la sua smania esternativa e l'usurpazione
del titolo. Potrebbe anch'essere prode come Maurizio
di Sassonia e barone autenticissimo senza pratica maggiore
[pg!358]
di studi e di libri! S'io dicessi *il prof. Gnoli stampa spropositi
ed inezie*, non verrei mica a dire, che egli è professore
per le inezie e gli spropositi suoi, ch'io conosco, anzi
per quelle altre bellissime e sapientissime cose, ch'io non
conosco.

Questo dotto signore, si meraviglia ch'io chiami il Goethe,
*Gian Lupo*; ed ammettendo, che dalla prima sillaba del nome
Wolfgang possa ricavarsi l'Italiano Lupo, non sa capire come
dal *gang* io abbia fatto *Gianni*. Ahimè! Il Goethe si chiamava
*Johannes Wolfgang* ed io rendo *Johannes* con *Gianni*
e *Wolfgang* con *Lupo* e parmi tradur bene. Si noti, che il
Gnoli ha testè pubblicato un volume di circa quattrocento
pagine, in cui traduce ed illustra liriche del Goethe: con
quanta coscienza e competenza, può supporsi dall'ignorare
egli persino il nome esatto del francofortese! Non debbe
averne lette nè le opere nè la vita! Condizione, senza dubbio,
ottima per tradurlo, illustrarlo e guardar dall'alto in
basso chi giudica capolavoro sbagliato il *Fausto*, dopo lungo
studio ed allegandone il *perchè*! Per norma del Gnoli, gl'insegnerò
esser costume alemanno, diverso dall'italiano, di
chiamare le persone dall'ultimo dei nomi di battesimo. Un
Prosdocimo Bartolomeo Zebedeo Gnoli, per esempio, nell'uso
comune, se italiano, sarebbe chiamato Prosdocimo Gnoli, se
tedesco, Zebedeo Gnoli.

Basti quest'unico esempio a dimostrare la levità e l'incompetenza
del Gnoli, ed esautorarne il giudicio. E mi creda,
non è per proposito di stravaganza, ch'io contraddico spesso
alle opinioni ed alle consuetudini volgari, ma bensì perchè
il volgo è composto da un numero infinito di Gnoli, a' quali
non somiglio e non voglio somigliare, ecco!

Non valeva certo la pena, egregio signor Direttore, d'importunar
Lei ed i suoi lettori per una miseria tale: nè di
rompere lo sdegnoso silenzio, che soglio osservare verso chi,
invece di ragioni, m'affastella contro solo chiacchiere o contumelie.
Ma desideravo da gran tempo un pretesto, per testimoniarle
pubblicamente la gratitudine, che io, come ogni
Italiano veramente devoto alla Dinastia ed alla Unità, sento
per l'opera santa del suo giornale, il quale dura imperterrito
[pg!359]
sulla breccia, senza pensolare, senza curarsi delle insidie,
dei tradimenti e delle sconfessioni dei timidi ipocriti,
che in cuor loro si rallegrano di quanto fingono deplorare
corampopulo. Ella, | *Sans chercher à savoir et sans considérer
| Si quelqu'un a penché, qu'on aurait cru plus
ferme, | Et si plusieurs s'en vont, qui devraient demeurer*,
combatte i farabutti, gli affaristi ed i demagoghi, mascherati
per amor della cuccagna, che minano la Monarchia e preparano
la dissoluzione della patria. Quanto Le invidio di potersi
purgare quotidianamente e pubblicamente d'ogni sospetto
di rassegnazione; nonchè di complicità, ne' vituperî
presenti, nel disordine odierno delle cose! Prosegua nella onesta
via, dispregiando le furie degli smascherati ed il biasimo
gesuitico de' menni, anzi rallegrandosene ed insuperbendone.

Mi creda dunque, con particolare ossequio

.. class:: right

   | Suo obbligatissimo e devotissimo
   | :small-caps:`Vittorio Imbriani`

-----

.. class:: small

Fra le carte dell'Imbriani, si sono trovati questi appunti:

..

Il Manin avea promesso di non accettar *mai* condizioni
lesive della indipendenza, pronunziando quella brutta parola,
*le mot le plus antipolitique, dont tout ministre devrait
s'abstenir*. Il popolo naturalmente avea risposto dalla piazza: — «No,
non le accetteremo mai!» — Ed il buon presidente
aveva accettato per denari contanti quella promessa
anonima e collettiva. Il Pepe una volta disse: — «Vi assicuro,
che tutto il sangue, che ho nelle vene lo spargerò
per la Venezia, e tutti gli ufficiali che mi circondano faranno
altrettanto; me ne rendo mallevadore» — Un'altra
volta nell'Assemblea s'era proposta una pena contro il primo
che pronunciasse la parola *capitolazione*. Il Manin vi si oppose;
ma sapete perchè? — «Non vi sarà chi parli di capitolazione;
ma se vi fosse, il popolo tutto, ed io primo,
andremo ad impedire quest'infamia, questo tradimento». — In
questo discorso c'è in germe l'assassinio dello Stefani!

[pg!360]

-----

(Dal *Fanfulla*, Agosto, 1878).

.. class:: center large

   | PAPA BARUCCABÀ

Cicerone ha chiamata la storia *maestra della vita*, perchè
c'informa delle corbellerie delle generazioni precedenti, appunto
come i maestri c'insegnano gli spropositi fatti da loro...
senza poter impedire, che se ne faccia noi nuove edizioni
ampliate e più scorrette. È una gran consolazione il vedere,
che, su per giù, gli uomini sono stati sempre gli stessi ed
il mondo è ito sempre ad un modo! Un galantuomo si riconcilia
co' suoi tempi e ci vive più rassegnato, scorgendo,
che non son da meno dei secoli precedenti.

Dunque, in una vecchia cronaca anonima della badia di
Grottaferrata, ho trovata una bella storia!

C'era una volta, *dove e quando dir non so*, un gran ricchissimo
mercante d'un ebreo. Il quale, o che fosse tocco
dalla grazia divina; o che venisse gentilmente *compulso* alla
conversione, come spesso usava nel medio-evo; o che si seccasse,
lui giovane, bello, facoltoso, di abitare in ghetto, di
portar la berretta gialla e d'essere trattato peggio d'un cane;
che non vedesse altro modo per salvar le proprie ricchezze;
o qual che se ne fosse la ragione; deliberò di farsi cristiano.
Nella sinagoga venne scomunicato, ed in chiesa accolto trionfalmente.
Nella Giudecca gli gridarono la croce addosso:
*Racha!* ma la parte cristiana della città gridò *evviva* ed illuminò
le finestre la sera del suo battesimo. Ed ebbe per
compare un vecchio porporato, de' più influenti.

Baruccabà s'accorse presto, che chi teneva il mestolo in
mano tra' cristiani era il clero; il quale trattava il gregge
popolare poco meglio degli ebrei, oh, poco meglio assai!
Volle imbrancarsi fra' dominatori; ed entrò negli ordini. Ricco,
audace, scaltro, protetto dal compare cardinale, facendo mostre
d'ingegno, ostendando virtù e devozione, dispensando
quattrini al bisogno, ed avendo cambiato paese, andò avanti,
salì rapidamente di grado in grado, di ufficio in ufficio. E,
dopo molti anni, quando il suo protettore era già morto,
versando il Santo Padre di allora in gravi difficoltà pecuniarie
[pg!361]
pe' molti cani e falconi da mantenere, Baruccabà comperò
un cappello cardinalizio per trentamila scudi d'oro. Ed
eccolo principe di Santa Chiesa. Nessuno a Roma conosceva
l'origine di lui; se no... Sapete pure, la Curia, che se ne intende,
non ha mai voluto ammettere il neofito negli alti gradi
del suo magistero, *ne in superbiam elatus, in judicium incidat
diaboli*.

Passarono molti altri anni; morirono molti pontefici, si tennero
molti conclavi. In uno, i cardinali non potevano mettersi
d'accordo; c'erano varie parti e discordi, parecchi pretendenti.
Si stava chiusi da mesi, senza combinar nulla. Che
ti fa il bravo cardinale Baruccabà? Si ricorda del modo, con
cui era divenuto cardinale, e se ne serve per divenire papa.
Comperò un nucleo di colleghi disperati; promise mari e
monti a quanti per incapacità od indegnità erano stati tenuti
in disparte da' pontefici precedenti, ed eccolo proclamato
successore di san Pietro.

E fece da papa, come avrebbe fatto ogni altro in que' tempi,
nè più, nè meno. Predicò astinenze, bandì digiuni; istituì
ordini religiosi; premiò ed arricchì gli amici ed i fautori;
si sbrigò dei nemici; scagliò interdetti e fulminò scomuniche;
edificò chiese; fece *abbruggiare* vivi gli eretici; conculcò
gli antichi suoi fratelli giudei peggio che mai. Ma, insomma,
non c'era da dir niente sul suo zelo, nè da rimproverarlo
di poca e dubbia fede.

Eppure, c'era chi della sua fede dubitava. Quando un uomo
va molto in su e vien posto in evidenza, subito se ne rifrugano
gli antecedenti. Così fecero per il nostro Baruccabà;
ed i cardinali, che gli erano stati contrari in conclave; e gli
scontenti e gl'ingrati della dimane, scoprirono, ch'egli era
ebreo di nascita, ch'egli era divenuto cristiano solo in età
matura.

Un papa ebreo! Com'è mai possibile, che sia degno vicario
di Cristo? Com'è mai possibile, che ci creda davvero
davvero in tutto e per tutto? Qualche magagna nella fede
doveva averla! E deliberarono di farne la prova.

Un giorno, mentre papa Baruccabà faceva colezione e
mangiava del prosciutto squisito, perchè bisogna dirvi, che
[pg!362]
egli affettava una predilezione singolare per la carne di maiale,
appunto acciò non si credesse aver egli gusti israelitici...
dunque, un giorno, mentre il papa asciolveva, ecco ad
un tratto tutte le campane delle trecentosessantasei chiese
di Roma sonare a gloria. Uno scampanio spaventevole! Non
s'udì mai simil frastuono! Ne disgrado una salva di trecento
cannoni Armstrong! Baum! Baum! Baum! Din, din, din!
Campanoni, Campanini, campanelle, campanacce. Pareva il
finimondo, a dir poco, pareva!

Al papa cadde dal pugno un bicchiere di vino, ch'ei portava
alle labbra:

— Che cos'è mai questo? Che nuova festa a mia insaputa?
Che significa? Chi ha dato ordine? Chi ha permesso?

— Santità, non sappiamo.

— Che qualcuno vada ad informarsi! Misericordia, che
fracasso!

Esce un prelato; e, frattanto, non essendoci cosa alla quale
l'uomo non s'abitui, malgrado quel diavoleto, il papa proseguì
la colezione.

Dopo un quarto d'ora, torna il prelato ansante:

— Santità, Santità!

— Che c'è?

— Beatissimo Padre, non sa...

— Oh se avessi saputo, c'era da mandar te ad informarsi?

— La Beatitudine Vostra non può immaginare...

— Che sai tu quel ch'io immagino o posso immaginare?
Oh insomma! la dici o non la dici? parli o non parli?

— Sommo Gerarca, Ella non vorrà credere...

— Che cosa?

— Sente questo scampanìo?

— Fra poco nol sentirò più, che mi avrà assordato...

— Mi lasci riprender fiato! Son fuor di me! Dicono... dicono
che suonano a festa, perchè...

— Perchè?

— Perchè è nato il Messia!

A queste parole, Baruccabà, dimenticando luogo ed ufficio,
[pg!363]
salta come un razzo malgrado la vecchiaia; e, rovesciando
quasi col pugno il desco, esclama:

— Ma se lo dicevo sempre io, che ancora avea da nascere!

Lo deposero! ed il nome suo non figura più neppure nel
catalogo de' papi. Povero Baruccabà!

----

Questa è la storia che ho letto nel manoscritto di Grottaferrata.
Manoscritto anonimo, di chiara scrittura monacale
del XIV secolo, segnato col numero 87 lettera F, che
si conserva in quell'Archivio, scaffale XVII; ed è curiosamente
intitolato: *Memento Dierum Reparationis.*

Veniamo ora all'applicazione. C'è un regno nel mondo...
un regno di Madagascar o di Congo, dove un antico repubblicano,
un bel giorno, si trova, ministro degli interni!

Il repubblicano, ben inteso, fa il ministro, come qualunque
altro ministro, che fosse stato sempre e solo monarchico
sfegatato. Della sua lealtà non c'è a dubitarne menomamente.
Ce l'assicura lui, ce l'assicurano i suoi. Ne' banchetti fa
brindisi al Re, nelle lettere a' principi si professa devoto
alla dinastia; esagera la parte.

Ma, che volete? che farci? chi rammenta gli antichi proclami,
gli antichi discorsi, gli antichi brindisi, le antiche
lettere, ed il passato di Sua Eccellenza, dubita! Non sa persuadersi!

Non della lealtà, no, questo mai! Non delle intenzioni,
oibò! Dubita della fede!

Se domani, per caso, in qualche angolo del Regno... di
Madagascar o di Congo, tutto ad un tratto, mentre il ministro
siede a banchetto e porta un brindisi agl'*inseparabili*,
al Re ed alla patria, sonassero le campane a gloria per la
pretesa nascita della repubblica madagascarrese o conghese?
Se in un cantuccio del reame, un gruppo di antichi amici
di Sua Eccellenza trionfasse e inalberasse una bandiera non
macchiata da croce alcuna?...

Son cose che si son vedute!

Chi toglie dal capo a' memori il sospetto, che, in quel momento
supremo, il ministro del re di Madagascar o di Congo,
[pg!364]
ritornando suo malgrado, involontariamente, alle antiche credenze,
non balzi in piedi e non esclami anche lui:

— Ma se l'avevo detto sempre, che la repubblica aveva
da venire.

----

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (madre-famiglia/madrefamiglia, allegoria/allegorìa,
   Chateaubriand/Châteaubriand e simili), correggendo senza annotazione
   minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi
   (tra parentesi il testo originale):


      | 32 — e la galera e `settantadue`_ [settandue]
      | 36 — e `peggiora`_ [pèggiora] nell'ultima edizione
      | 38 — L'amante per `assicurar`_ [assicur] lei
      | 64 — descrive in trentun `versi`_ [verso] i cigni
      | 123 — opera d'arte, ch'è un `microcosmo`_ [microsmo]
      | 144 — che il `Goethe`_ [Gothe] stesso ha riconosciuto
      | 163 — l'avere `attribuito`_ [attributo] al personaggio
      | 255 — non potrà scindersi quel `dittongamento`_ [dittogamento]
      | 272 — `sedate`_ [se, date] il bieco conflitto
      | 334 — non impossibile il `ripigliarsi`_ [ripiglirsi] più tardi

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK FAME USURPATE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

A Word from Project Gutenberg
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.. _Project Gutenberg License:

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``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
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exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
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freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
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how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
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596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
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For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

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public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
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Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
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