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   :PG.Title: Dal mio verziere
   :PG.Released: 2012-01-28
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Jolanda
   :DC.Title: Dal mio verziere
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Dal mio verziere
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
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      Title: Dal mio verziere
      
      Author: Jolanda
      
      Release Date: January 28, 2012 [EBook #38698]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL MIO VERZIERE \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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   | :x-large:`JOLANDA`
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   | :xx-large:`Dal mio Verziere`
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   | SAGGI DI POLEMICA E DI CRITICA
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   | :small:`Terza Edizione`
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   | :small:`ROCCA S. CASCIANO`
   | LICINIO CAPPELLI, :small-caps:`Editore`
   | :small:`Libraio Editore di S. M. la Regina Madre`

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   | :small:`PROPRIETÀ PRIVATA`
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   | :small:`Rocca S. Casciano Stabilimento Tipografico Licinio Cappelli 1910.`

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[pg!5]

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:small-caps:`ad ELDA GIANELLI`

[pg!6]

[pg!7]

.. vspace:: 2

..

   | :largeit:`Dilettissima,`


*Ti ringrazio d'avere affettuosamente assentito
ch'io scriva in fronte a questa raccolta il tuo nome
che è uno dei vanti gentili d'Italia. I gracili
prodotti del mio verziere presentati così sembreranno
forse meno meschini. A te, buona, qualcuno
parrà anche dolce: come per me qualcuno, avvolto
già nelle lontane luci del ricordo, ha perduto il
suo qualunque valore reale per acquistarne uno
fantastico, inestimabile.*

*Questo libro contiene i documenti della nostra
amicizia. Cominciammo, ti ricordi? con un bisticcio.
Un mio interrogativo a proposito d'un poeta
ti diede sui nervi: vi rispondesti con amabile vivacità.
Io replicai, tu rispondesti di nuovo. E così
ci accanimmo per qualche tempo intorno alla produzione
intellettuale d'una persona ad entrambe
affatto sconosciuta, la quale non avrà probabilmente
mai saputo di questa cortese tenzone di dame per
causa sua.*
[pg!8]

*Vennero, come messaggi di pace dall'una all'altra,
libri, fotografie, lettere. Facemmo quello
che gli avversari, in arte o in politica, dell'altro
sesso non fanno: ci manifestammo con leale schiettezza
la reciproca stima che le discordi opinioni
non avevano punto scemato; ci stendemmo la mano
attraverso il mare.*

*Molte circostanze dolorose della mia vita, la
tua costante e tenera sollecitudine verso di me,
affrettarono poi la nostra amicizia che si è fatta
sempre più intima, sempre più soave, che ancora
dura, che ho fede non dilegui mai, perchè negli
elementi che la compongono v'ha dell'immortalità.*

*Oltre la carissima traccia di te, altre reminiscenze
care e meste veggo evaporare da ogni parte
di questo volume che ho composto senza saperlo,
colle impressioni delle mie letture nello spazio di
qualche anno, a intervalli, in un luogo o nell'altro;
sempre però fra pareti santificate dai sogni,
dalle lagrime, dal lavoro. Ad ognuno di questi
miei scritti potrei indugiare per dirti in quale posizione
della stanza era la mia scrivania quando
fu composto, e che paesaggio vedevo dalla finestra,
l'ora, e le emozioni che mi agitavano, e
il pensiero dominante a cui molto spesso la mia
opera non era legata che attraverso ad una più o
meno lunga catena d'idee. Ci sarebbe, te lo assicuro,
la tavolozza per un altro libro, e te ne parlerei
se questa lettura fosse riservata a te. Ma agli altri,
capirai, non importerà proprio nulla di saper
di più.*
[pg!9]

*Pure temo di non essere capace di nascondere
che riordino commossa queste pagine su cui l'atmosfera
di giorni diversi e lontani ha lasciato un
riflesso percepibile a me sola, come un atomo di
quella parte della mia vita che si è spenta. Penso
alle persone che mi erano vicino e che hanno raccolto
la primizia di questa fioritura che doveva durare
più di loro, sparite nell'infinito della morte
(come voi, povero Alberto Sormani!) o nel vuoto
della lontananza in cui s'addensa il silenzio lieve
ed enorme, isolatore, più amaro, spesso, della morte.
Ed io errando in ispirito lungo le pagine del
mio Verziere mi somiglio alla Dama Pensosa d'un
poeta squisito di cui è fatta menzione qua dentro,
a lei che errava nell'occaso autunnale, lungo i
viali sfrondati, fra l'ineffabile e simbolica mestizia
delle foglie cadenti... Se non che io, al limite,
trovo ancora te ad aspettarmi, te che mi stendi le
braccia e mi sorridi ancora.*

   | Cento, Settembre 1895

.. class:: right

| :small-caps:`Jolanda`.

[pg!10]

[pg!11]




Per un sasso in colombaia.
==========================

.. class:: right

| *Ad Alberto Sormani* [#]_

.. [#] Autore d'un articolo provocante: «Contro le donne che
   scrivono». (Vita Moderna, Milano, Gennaio 1892). N. d. A.


Un caso dei più fortuiti mi mette sott'occhi un
giornale che non conoscevo e il nome di uno scrittore
che ammiravo, il quale ha la pazienza di occuparsi
di noi. Di noi, ahimè.... perchè anch'io ho
la disgrazia di avviarmi con la reproba schiera verso
la via della perdizione. Io sono una donna che scrive!
e che legge anche! e, quel che è peggio, che
medita su quello che ha letto, quando c'è di che
meditare, come in quell'articolo che era il vostro
signor Sormani, nella *Vita moderna*, uno scritto fiero,
forte, adamantino.

Gettate il guanto con un'insolenza così bella e
così nuova che m'invoglia a raccattarlo, deplorando
però, credetelo, di non contrapporre al vostro che
il mio nome, un nebuloso nome. Meritavate di più;
ma, pazienza: forse l'avversaria degna verrà.

[pg!12]
Premetto dunque che io odio sinceramente, accanitamente
i Ganimedi, i Narcisi e tutti gli Arcadi
passati, presenti e futuri; che i madrigali non mi
hanno mai fatto nè caldo nè freddo.... se mai, più
freddo che caldo; e che quindi le qualità belle e
vere che esaltate nel vostro sesso non avrebbero
ammiratrice più fervente di me; ma..... bisogna proprio
essere uomini per non accorgersi della differenza
immensa, spaventosa, lagrimevole che passa fra
l'archetipo-uomo perdentesi oramai nelle brume dell'ignoto,
e i suoi milioni d'esemplari sempre più degeneri,
sempre più trascurati, sempre più capricciosamente
modificati. Mi fate venire in mente, vedete,
certi vecchi codici del trecento, nei quali, a furia
d'essere copiati e ricopiati sulle copie, non ci si
raccapezza più. Figuratevi: erano centinaia e centinaia
di copisti press'a poco nell'ordine di un albero
genealogico, e mentre un ramo si ricordava troppo
del dialetto paesano, un altro ramo rinfronzoliva
per migliorare, finchè arrivati a un passo duro postillavano
tutti: *Graecum est, non potest legi*.

E per noi questo non sarebbe neanche il peggior
male. Il peggior male è quello di conoscer la lingua,
perchè allora si è obbligati ad accorgersi degli
strafalcioni. E più vi scalmanate a descriverci
l'uomo quale dovrebbe essere, più ci disgustate dell'uomo
quale è.

Come!? L'uomo è più forte, più intelligente, più
ardito, più prepotente, meno istintivo e più sensibile, — dite;
e tengo a lasciarvi la piena responsabilità
di questa corona di aggettivi: poi dobbiamo assistere
tutti i giorni nelle gran scene dell'ambizione
e dell'amore a vigliaccherie incredibili, a transazioni
ignominiose, a cretinerie classiche, a pusillanimità
[pg!13]
senza scusa? Dov'è l'uomo forte delle vostre
scritture in quella pallida falange di larve maschili
che certe donne succhiano come le uova gettandone
il guscio per le povere mogli future? Dov'è l'uomo
intelligente in quella moltitudine di rari ingegni, ciascuno
dei quali ha inventato una scuola o risolto un
problema senza però aver tempo nè previdenza per
scioglier quello d'una vita dignitosa e serena coltivando
il cuore e lo spirito della donna sua? Dov'è
l'uomo meno istintivo e più sensibile fra quegli apostoli
dell'umanitarismo che colgono un fiore più o
meno rusticano sapendo che lo getteranno quando
cadranno i pètali e resterà il frutto? — E indugiando
un momento sul capitolo dell'intelligenza, che
è quello che m'interessa di più, l'intuizione, questa
qualità oramai ammessa quasi come esclusiva della
donna, il buon senso pratico, che ci si concede pure
in preminenza, o non sono manifestazioni d'un
intelletto che ha uno sviluppo diverso, ma non inferiore
a quello dell'uomo? E, badate, qui bisogna
ch'io citi un gran nome anche a costo di farvi inorridire:
è Spencer che lo dice. La donna, al dire
dello Spencer, non intende meno dell'uomo, ma comprende
in altro modo: l'uno studia, l'altra indovina;
questi rammenta, quella profetizza. E non è poco
mi pare.

Dirò di più: quando la donna vuole (e lo vuole
poco, per fortuna!) o riesce a liberarsi dagli innumerevoli
viluppi che le fanno un ginepraio della
via dell'arte dove voi potete incamminarvi tranquillamente
con il sigaro in bocca, non solo vi uguaglia,
ma vi sorpassa, giacchè acquista la vostra larghezza
di mente senza perdere la sua finezza divinatrice
che voi ottenete sempre poco e a stento, e artificiosamente.
[pg!14]
Vorrei che fosse possibile dare ad un giovinetto
e ad una fanciulla un'educazione ed un'istruzione
identica con la medesima libertà di vita, e vi
assicuro che a vent'anni la giovinetta si sarebbe lasciato
indietro il suo coetaneo. La donna ha dalla sua,
per riuscire, una pazienza, una astuzia, una tenacità,
un raccoglimento, un'elasticità di fibra che voi non
avete. Per questo anche s'invecchia prima. La nostra
vita è più intensa e più completa, come quella degli
abitanti del mezzogiorno, che pagano con un precoce
sfiorire il precoce rigoglio d'ogni loro facoltà. Voi
avete cento modi di spendere le forze che la donna
serba tranquillamente per il trionfo de' suoi ideali.
In voi la materia bruta prevale, e raramente siete
capaci di vincere una sola delle rudi battaglie che
la donna doma in silenzio, sorridendo. I vostri affetti,
se sono veri, arrivano fino al Dio Termine del
campo sconfinato dell'egoismo; se lo sorpassano,
sono sensazioni, non più sentimenti. Non avete neanche
di spontaneo il sentimento della paternità,
che in voi non è che un'abitudine.

Passiamo al capitolo della bellezza. Voi uomini
non fate che invocarla, in prosa e in versi, nella
vita e nel sogno. Non sarebbe questa, per avventura,
una divina nostalgia della natura che tenta completarsi,
come in noi è quella della forza, accennata
così argutamente da voi? Che volete! risalendo
al prototipo della specie, non mi riesce proprio di
immaginare, fra la novella frescura d'un mondo
appena schiuso, Adamo più bello di Eva. Avrò torto,
forse, e lascio al Mantegazza e a voi la difficile
soluzione di questo problema d'estetica. Del resto,
la maternità e la moda deformano presto la
donna, le passioni la solcano, la fatica l'avvizzisce.
[pg!15]
Ma trovo pure qui, nel vostro paragone animalesco,
una ragione che avvalora le mie precedenti: se il
maschio è il più bello in tutta la creazione, la femmina
è la più intelligente ed emerge nella scala dei
bruti, là dove esiste la parità dell'educazione.

Io adoro il Fogazzaro perchè è idealista e perchè
la sua arte ha sfumature delicatissime d'ombra.
Quel posto «alto e glorioso» ch'egli e voi ci offrite,
noi lo occuperemmo con gioia credetelo, e la nostalgia
che ne sentiamo non è meno forte dell'altra,
tanto che un'infinità di donne si ostina e si logora
per conquistarlo, accorgendosi sempre troppo tardi
del miraggio. Se nella vita ci fossero dei Daniele
Cortis, ci sarebbero anche delle Elene, ve lo assicuro.
Ma dove sono, ditelo, queste creature privilegiate, ben
degne di assorbire tutti i tesori di abnegazione profonda
e di affetto intelligente, di cui può disporre un'eletta
natura muliebre? Credete voi, per esempio, che i
fanatici indiani si lascierebbero pestare così allegramente,
se l'elefante che li calpesta non fosse un dio?

L'arte (ci siamo!) l'arte può affinare, corrompere,
e non sempre elevare l'anima. Ma, badiamo, è una
legge uguale e severa per tutti. Una donna non eleva
il suo livello morale scrivendo un bozzetto o un romanzo,
come l'uomo non lo eleva pubblicando una
dozzina di Elzeviri. Perchè scriviamo? E voi, perchè
scrivete? Per migliorarvi? no. Per dire delle cose
grandi? ma allora perchè ne dite tante delle futili?
Per insegnare? _`Ebbene` anche noi! e la letteratura dei
bambini non è mai stata così bella e così buona
come ora che è quasi tutta nelle nostre mani.

Una donna che scrive, in questo anno di grazia
1892 non è più lo spauracchio di nessuno. Oramai
si è scoperto che la donna che scrive sa anche lavorare,
[pg!16]
mentre le donne che lavorano solamente, non
sanno scrivere. Ma qui l'argomento si fa vasto come
un mare. Voi ci volete a vostra immagine e somiglianza,
avete la bontà di occuparvi del nostro miglioramento
intellettuale e sociale, vi degnate di
farci muovere con più o meno garbo nei vostri romanzi
in cui si trovano persino donne ideali che
conversano in latino.... (vedi *Val di Olivi* del Barrili)
poi se una di noi, poveretta, un bel giorno
trovandosi con tre idee in testa preferisce sedersi
alla scrivania e metterle giù nella pace onesta della
sua casa invece di oziare passeggiando o di far
della maldicenza nei *five o'clock thea*, le gridate la
croce addosso e la mandate a far la calza che qualche
ora innanzi le toglieste di mano per farla assistere
ad una conferenza dedicata a lei magari sull'origine
dei Comuni e delle Monarchie.... Che...
originali siete voi!

La penna è galeotta, dite. E la musica no? Eppure
nessuno pensa a rimproverar la musica alle
signore. Credete voi che se Francesca non avesse
saputo leggere, Paolo non l'avrebbe baciata sulla
bocca tutto tremante? O che si sarebbero salvati
entrambi dalle ire di Lanciotto se invece di leggere
avessero per esempio suonato il mandolino? — Anzi,
guardate, io credo che la letteratura sia per la
donna la meno pericolosa di tutte le arti. La fantasia
vi si sbizzarisce e si appaga; la mente è obbligata
a letture serie che la ritemprano, a un lavorio
d'indagine che ne acuisce il senso intuitivo a giovamento
dell'educazione dei figli e della pace domestica.

Ricercando le cause ascose nelle pagine di psicologia,
ella si rende ragione di molte sensazioni
che le apparivano ingrandite dalla nebbia del mistero,
[pg!17]
mette a posto molte fantasticherie umiliandole,
trionfa di molte debolezze: qualchevolta, guardate,
si salva perchè non hanno più effetto su di lei, che
ha rimestato nel crogiuolo, gli artifizi della seduzione.

Pensate un po' ai giovani e alle ragazze che
vanno insieme all'Università e ditemi se è frequente
il caso di un amoreggiamento, di uno scandalo,
se piuttosto la dolce fatica intellettuale durata in
comune non crea fra i due sessi una fratellanza, la
sola destinata a degenerare in amicizia vera. Molti
esempi così d'un affetto disinteressato, profondo, potrei
citarvi fra uomini e donne che scrivono, in tutti
i secoli.

L'arte è un conforto, voi lo sapete da tanto tempo,
or bene non lo negate a noi questo conforto, questa
tormentosa gioia. Vi sono tante donne, non belle,
non più giovani, a cui fu negato, non solo l'amore,
ma anche la dolcezza della famiglia e della maternità,
poichè le loro qualità erano tutte intime e umili
e voi uomini non vi curaste di rilevarle: — dunque
se queste zitellone, invece d'inacidire rodendo sè e
gli altri, invece d'immalinconire a far le cenerentole
o le monachine, diventassero Vestali del bello e
cercassero di colmare il vuoto delle loro esistenze
vivendo una vita ideale fuori del tempo; se tentassero
di sopire le loro tristezze suggendo l'oblio
dalla divina fonte incantata — in nome di chi vi
arroghereste il diritto di condannarle? di dar loro
l'ostracismo? perchè sono donne che scrivono?.....
Ma scrivano, in nome di Dio! Della carta e dell'inchiostro
ce n'è per tutti; e se non faranno capolavori,
se non ne verrà che un libro atto a raddolcire le
[pg!18]
veglie di un malato o le angoscie d'una reclusione,
non avranno fatto un'opera inutile. Via, è meglio
che scrivano le donne che gli studenti di Liceo!

Vorrei proprio sapere se è solamente la penna
che vi ispira orrore fra le bianche dita femminili, o
se la vostra contrarietà si estende a tutte le arti coltivate
da loro. Poichè ve ne sono che stonano di più.
La pittura per esempio: una donna che va alla scuola
del nudo... che ve ne pare? E le scultrici che si
impiastricciano le mani delicate? E le violiniste?
E le donne che suonano il flauto.... Che ribrezzo,
non è vero? E la drammatica? Credete voi che
una scena d'amore in azione non sia più dannosa
alla nostra natura che una scena d'amore scritta?
Bando all'arte dunque per noi, e tutte a farsi monache.
O santo cielo...! ma che avesse ragione Gemma
Ferruggia, quando vi diceva placidamente....
codino?

Io non lo credo, però. Non lo suppongo nemmeno.
Siete troppo intelligente, troppo fervido, troppo
ardito. Un codino autentico ci avrebbe detto forse
le cose che ci avete detto voi, ma ce le avrebbe
dette male, mentre voi ce le regalate elegantemente.
Poi mi fate degli scarti! Altro che codinismo!

Gemma Ferruggia vi osserva dolcemente, sapientemente,
che la donna ricorre all'arte per salvarsi
dalla passione. Voi le rispondete che parla come S.
Paolo e come Tolstoî; voi le dite che non trovate
perniciosa la passione, l'amore, nella vita d'una donna,
anzi che per voi è l'ideale della vita femminile,
e che ce l'avete con l'opera artistica perchè sottrae
all'opera naturale degli affetti. A me pare che parliate,
voi, un poco come.... un Mussulmano. Amore
libero? Quand même? ma e tutta la vostra morale?

[pg!19]
Anch'io conosco delle donne oneste che non scrivono,
ma ne conosco ancora più di quelle altre
che... non hanno tempo di scrivere. E posso anche
assicurarvi che i Don Giovanni preferiscono cercarle
nei salotti, anzichè nelle biblioteche. Volete che vi
confidi qual'è il vero Galeotto nella vita d'una donna?
*È l'ozio dello spirito*. Una donna che non sa
cosa pensare, pensa a far dei malestri, come i bambini.
L'arte corrompe, vi ho detto; ma ora vi dico
che l'ozio corrompe ancora di più.

In quanto al pudore femminile, a cui fate appello
a proposito della stampa, via c'è un po' di sensibilità
morbosa in tutto questo. Il pudore del pensiero!
dell'osservazione! nei lavori d'indole (come
avete notato) esclusivamente idealista di cui si compone
la produzione letteraria femminile! Quanto credete
che ci perda il pudore in una pagina, per esempio,
di critica letteraria? Io preferisco di leggere
in un giornale un sonetto della mia sorellina che
canta agli astri il suo amore, piuttosto che di vederle
certi libri sul tavolino. Il pudore ci patirebbe
di più. E se proprio volete esserne i custodi gelosi,
se proprio desiderate che la donna non perda un
atomo del suo profumo di mammola, ebbene, allora
perchè non cominciate a bandire una crociata contro
le scollature?

Ah uomini, uomini! Vi piacciono i veli e il pudore
delle turche, a voi!...

E vi confesso un orribile sospetto: mi pare d'aver
capito che l'ammirazione di cui ci onorate scema
in ragione dell'aumento del nostro peso cerebrale.
Come sarà?

Ma io sono alla fine, e mi accorgo di avervi
detto, più meno garbatamente, un sacco di vituperi.
[pg!20]
Per fortuna che siete un uomo giovane e forte
e che posso risparmiarmi di dirvi *pardon*, anche
se vi ho camminato un poco sui piedi. Che volete?
Il vostro articolo mi ha messo addosso cento diavolini,
e vi assicuro che se non fossi una donna
che scrive, avrei cominciato oggi a scrivere per aver
il piacere di potervi rispondere. Io non sono una
virago, tutt'altro; ma sono una donnina che ha più
coraggio di quello che pare. Poi mi chiamo Jolanda,
e gli scacchi matti non mi spaventano troppo.
Anzi, qualche volta, me li lascio dare apposta.

[pg!21]




Un libro che giunge a proposito.
================================

.. class:: center

| [E. Zola: La Débacle.]


È un romanzo. Un volume tutto pieno di sangue
e di fuoco, lanciato come un fulmine da un piccolo
Giove fra la pensosa trepidazione della lunga vigilia
di un migliore avvenire. È un libro sulla guerra
scritto da Emilio Zola, il solo fra gli scrittori moderni,
credo, che potesse adoperare l'ardente materia senza
sminuirla, senza accrescerla di qualche elemento soggettivo,
senza scottarsi le dita. La gente che legge
non avrebbe più il diritto di lagnarsi per un anno
almeno, poichè un lavoro così poderoso, così imparziale,
d'un interesse così unanime basta a determinare
il valore artistico d'un periodo non breve di
tempo.

Quaranta o cinquanta anni fa, prescindendo dalle
condizioni sociali e politiche d'Italia, un libro simile
avrebbe menato chiasso; chi sa per quanti
mesi si sarebbe commentato e discusso, ci sarebbero
stati partigiani bollenti e avversarii ostinati; ma
quell'ingenuo tempo è passato: ora nel mondo intellettuale
si sbriciola con un feroce sorriso o, se
l'opera s'impone, ci si abitua subito alla sua superiorità.
L'ammirazione muore, ahimè, l'ammirazione
che ingentiliva e metteva le ali alle giovinezze.
Nulla colpisce più.

[pg!22]
Pure la *Débacle* deve scuotere; è impossibile che
non scuota. Mentre si parla della necessità del disarmo
ed echeggiano ancora le voci che nei congressi
domandano la pace, mentre ancora per l'aria
vola come un fragrante fior di gelsomino un volumetto
scritto per la buona causa da un'aristocratica
mano femminile, e sottovoce ne implorano il trionfo
milioni di cuori, e un vecchio Slavo sogna, con la
pace, di rinnovare il mondo, ecco un brusco e involontario
cambiamento di sistema, ecco la malattia
curata omeopaticamente, ecco lo Zola a dimostrarci
che la guerra è non solo necessaria ma salutare,
ma provvidenziale, come un rimedio energico contro
la putredine delle nazioni. Mi par di ricordare che
il libro dovesse intitolarsi «\ *La Saignée*» — titolo
che ai simbolisti sarebbe piaciuto di più e che avrebbe
forse meglio sintetizzato lo spirito, non voglio
dire l'intento, del volume. *Débacle*, «lo scioglimento — lo
sgombero — la catastrofe» è meno brutale,
meno... Zoliano. Del resto è con compiacenza che
qui noto come il Maestro accenni a sbrattare la sua
arte che resta così di un sincero e sano naturalismo
ben degna di esser madre di un'arte nuova ideale.
In seicentotrentasei pagine fitte non ve n'ha una
che obblighi la signora che legge a velarsi la faccia;
e, come osserva acutamente il Depanis nel suo
sagace articolo della *Gazzetta Letteraria*, questa volta
non bisogna attribuire la straordinaria tiratura
delle copie a una ragione di pornografia.

No; la ragione, grazie a Dio, è affatto spirituale.
Nessuno più ignora che il romanzo dello Zola è
tramato sulla guerra franco-prussiana; si può dire
anzi che romanzo non c'è: sono episodi, macchiette,
figure che aiutano a ricostruire dilettevolmente e
[pg!23]
sommariamente la storia di quella disgraziata campagna,
permettendoci di penetrare con una rara verosimiglianza
nell'ambiente dell'atroce dramma, direi
nei cuori. I vecchi ricordano, i giovani respirano
l'aria di un passato che evapora già nell'epopea, nella
leggenda: tutti poi in quest'ora, in cui gli spiriti
bellicosi sono anestetizzati, vogliono osservare riflessa
l'immagine dello spaventoso fantasma già lontano.

L'immagine è orribile infatti. Ora, a mente fredda,
pare impossibile di averlo potuto sopportare tanto
tempo; pare impossibile che si avesse a tollerarlo
ancora fra noi. È ancora e sempre la selvaggia
moralità dell'opera zoliana, che par derivata dalle
teorie di un certo filosofo vero o immaginario di
cui parla in qualche luogo il Bourget, un filosofo
che consigliava agli ammalati di qualche amorazzo
dei sensi la cura d'un'osservazione all'ospedale delle
infermità più schifose che affliggono il corpo umano.
È il rudimentale rimedio degli antichi, che disgustavano
dall'ubriachezza con l'esposizione dello
schiavo ebro. Forse questo libro che mette la guerra
come una condizione imposta dalla natura nell'eterna
lotta d'ogni giorno; che la dice necessaria
all'esistenza stessa delle nazioni; che la chiama la
forza mantenuta e rinnovellata dall'azione, la vita
rinascente sempre giovine dalla morte; questo libro
popolato di larve e scritto da un romanziere è destinato
alla gloria di essere un condottiero ideale
della gran crociata bandita contro la guerra in nome
della civiltà.

Non ci sarebbe troppo da stupirne. Alla foglia
di rosa il vanto di far traboccare la coppa. Ognuno
sa l'efficacia che ebbero nei nostri moti di libertà
[pg!24]
nazionale gli inni del Mameli e le poesie del Berchet.
I tempi sono mutati e le abitudini. Ora lo Zola
col suo epico poema in prosa potrebbe essere
senza saperlo, magari senza volerlo, il bardo della
pace.

Poichè è impossibile di scorrere quelle pagine
con indifferenza. Zola ha visitato e studiato palmo
per palmo il teatro della guerra: l'illusione della
realtà è quindi perfetta. Si vive negli orrori, nelle
ambascie, nei carnai, nell'abbrutimento della specie
umana e questo dà sopratutto la tristezza infinita dei
mali che gli uomini potrebbero e non vogliono evitare;
dà l'avvilimento d'una degradazione cercata,
la vergogna d'un affratellamento con le razze primitive
e bestiali per cui pensiero è una parola vana.
È un'angoscia inesprimibile che opprime riflettendo
che solamente vent'anni ci separano da quelle barbarie,
da quel flagello i cui episodi sono degni di
far riscontro alle scene del Terrore... È una lettura
che spossa quasi materialmente per il continuo fremito
d'orrore e di pietà che sospende la vita; per
il coraggio vero di cui bisogna disporre per vincere
la ripugnanza e la tentazione di chiudere il libro
e scappar via, via nel verde, nella serenità, accanto
a qualche bell'opera feconda e pacifica per
dimenticare... Certi episodi non si possono leggere
due volte: quello del bambino febbricitante e assetato
che rimane arso nell'incendio di gioia; quello
del prussiano scannato su una tavola come una bestia
da macello, episodio feroce in cui par che lo
Zola stesso voglia infine concedere uno sfogo a una
punta inevitabile di rancore costantemente e ammirabilmente
domo dalla perfetta imparzialità. Tutta
l'immoralità della guerra può essere sintetizzata, in
[pg!25]
questa scena nella quale una donna può assistere
col suo figliuoletto, passivamente, al supplizio di colui
che l'ha resa madre, quasi anzi provocarlo, perchè
è un nemico dei suoi, e profittare della loro
reciproca posizione per vendicarsi orribilmente d'un
amore, non d'uno sfregio.

Poi l'amico che uccide l'amico all'impazzata, mentre
ambedue combattono divisi da un'idea; e la donnina
leggera che si concede al vincitore; e le masse
condotte alla strage quasi inconscie; e le speculazioni
indegne; e le rassegnazioni stupide; e i sacrifici
inutili; e tutta la immensa miseria, infine,
della guerra che rimesta e mette a galla il limo del
l'umanità.

Dei vari pregi di colorito, di andamento, di forma
sarebbe lungo, e per me arduo, il parlare. Poi
oramai lo Zola non si discute più: a qualunque scuola
si appartenga, qualunque concetto artistico si difenda,
allo Zola ci si inchina. La sua opera resterà
forse sola a rappresentare la letteratura romantica
francese di questo scorcio di secolo, e sarà un monumento
grandioso dalla cima fiorita di emblematiche
guglie rilucenti e leggiere. Ah, non gli si
faccia carico di affinarsi nel simbolo! Il simbolo è
un prezioso elemento d'arte per i pensatori profondi!
Mi pare che l'opera zoliana spogliandosene, si
spoglierebbe d'un'irradiazione luminosa, si rimpicciolirebbe
in tanti piccoli circoli viziosi e terreni,
mentre così assurge alla dignità efficace e grandiosa
d'una teoria universale.

Non c'è bisogno d'esser molto acuti nel pensiero
e gagliardi nella immaginazione per intendere la
poesia suggestiva di certe vignette, dirò così, ornamentali.
La vecchia incognita, lacera e scapigliata
[pg!26]
come una furia, che dalla soglia della sua capanna
urla «\ *vili!*» ai soldati che hanno l'ordine di retrocedere,
indicando loro il Reno tedesco, mentre la
sua scarna persona pare giganteggiare in quell'atto;
il tranquillo lavoratore che durante una sanguinosa
giornata di battaglia continua imperturbabile a spingere
innanzi il suo aratro giacchè «non sarebbe
perchè si combatteva che le messi cesserebbero di
crescere e gli uomini di vivere»: la gloriosa spada
del capitano vinto, spezzata con una forza atletica
dalla gracile mano d'una madre dolorosa; l'aiuola
di margherite, nell'ambulanza, arrossata senza posa
di acqua insanguinata fino a diventare un piaccicchiccio
nauseabondo; e tanti e tanti che io sciupo
citando sommariamente così.

Ancora una parola, però: un'esclamazione ammirativa
per il racconto della fatale battaglia di Sèdan,
racconto elaborato con sommo magistero; per
la figura dell'imperatore che s'intravede a intervalli,
così oggettivamente; per la descrizione del grande
incendio di Parigi titanicamente grandiosa. Si finisce
per avere le vertigini di quell'eterna porpora di
sangue e di fuoco, di quella distruzione pazza, diabolica,
vorticosa, orgiasticamente macabra; e la mente
eccitata par travolgersi nel delirio del povero
Maurizio, il soldato ferito, morente, che inneggia alla
distruzione, all'ecatombe, come a una salutare disinfezione,
come a una pasqua di vita...

Ebbene, no; gli Dei sono sazi di respirare sangue
e fuoco, e non è con un sacrifizio umano che
si schiuderà agli uomini la feconda e pacifica landa
sognata da Faust. L'amore deve estinguere, siccome
invocava il De Amicis in una vecchia e nobile
poesia, questo «fiume dai vortici cruenti», questo
[pg!27]
«mare di lagrime infinite». Ma però si innalzi, secondo
il desiderio del poeta, un grande monumento
di gloria a tutti i morti delle guerre umane, e la
paura di ridiventar barbari o romantici non ci faccia — per
pietà — rinnegare o sminuire il bello e
santo eroismo italiano dove fu.

[pg!28]




Impressioni di un sogno.
========================

.. class:: center

| [:small-caps:`Neera`: *Nel Sogno*. — Milano, Chiesa e Guindani 1893.]


Un sogno in cui non sia che terra e cielo: il
cielo cristallino, uguale, soffuso d'un calmo e un po'
freddo sorriso verso la terra; le vette estreme rivolte
come braccia adoranti e aspettanti verso il cielo:
tutto il pallore e il silenzio e i terrori e la grandiosità
selvaggia delle altezze, come in qualche vasta
e gentile concezione di Shakespeare. Ecco la
scena. E in questo sfondo primordiale un asceta,
umile, ardente, pio, che benedice i suoi fratelli invisibili
con la rugiada e gli aromi fluttuanti dei rododendri
in fiore, e due fanciulle, due purezze assolute,
ma l'una come l'acqua, l'altra come la fiamma.
Intorno ad essi tutta la vita organica, vegetativa;
in essi tutta l'elevazione spontanea del pensiero
nella contemplazione mistica dei fenomeni naturali:
la rispondenza immediata, come un riflesso, fra le
più belle cose create e i sentimenti più casti, tendenti
tutti verso l'infinito, tutti nati dallo stesso principio
di adorazione. Il visibile e l'invisibile, gli aspetti
e le visioni, la realtà e il simbolo insieme fusi ai
confini del mondo.

[pg!29]
L'autrice di questa concezione un po' insolita,
una donna d'attività e d'ingegno, si domanda se
l'essere umano, sbocciato e allevato così al riparo
di tutte le brutture, nell'ignoranza completa del male,
possa affrancarsene; ma dal fondo della storia,
dall'ideale e leggendario paradiso terrestre che forse
le attraversò la mente mentre ella sognava questo
sogno verginale, tutto accenna mestamente di
no; tutto dice che il male, l'antico avversario, è annidato
come un germe mortale in noi, non fuori di
noi; che è in nostro potere di arrestarne il progresso,
ma non di strapparne la radice; che l'ignorarlo
non sarebbe un aumento di difesa, ma un aumento
di debolezza, e la inevitabile, brusca rivelazione porterebbe
la morte.

Le Marie, le due gemelle, affidate quasi nasciture
dalla madre derelitta all'asceta che impose loro
lo stesso nome, il nome grave e soave ad un tempo,
crescono come due asfodeli in quella solitaria sfera
di sogno. Ma nell'una, l'ho detto, era la purezza
dell'acqua lustrale, nell'altra la purezza struggitrice
del fuoco. I canti e l'opera dei minatori, a piè della
montagna, che sbigottiscono l'una, rivelano all'altra
la vita ed essa si slancia, vi si perde, mentre la
sorella muore per la sola divinazione della verità.

L'autrice, che si chiama Neera, ha circonfuso
l'austero e delicato lavoro di una semplice leggiadrìa
di stile che forma un insieme armonioso con
l'idea. Ma non tutti, temo, l'hanno compresa. La
maggioranza ha aperto il libro credendo di imbattersi
in un romanzo dei soliti, un romanzo analitico
sentimentale, come quelli a cui la penna industre
della scrittrice lombarda ci ha abituati; poi non
trovando case, nè ville, nè salotti, nè signore, nè
[pg!30]
sfumature psicologiche, nessun vestigio di civiltà,
insomma, i più restano disorientati, scontenti, come
dinanzi a una mistificazione. Invece questa opera
di Neera è un'originale e aristocratica opera d'arte,
la più originale e la più aristocratica ch'ella abbia
scritto fin qui. Poichè il valore d'una creazione non
risiede nella mole e nemmeno nell'importanza del
lavoro, ma nell'equilibrio, nella completa fusione
del pensiero con la parola, nel raggiungimento
di quel qualunque ideale vagheggiato. Una volta
lessi, non mi ricordo più dove, ma certo in un
libro bello e buono, questa gran verità che dovrebbe
apparire come il famoso *Mane Tekel Fares*
sulla prima pagina d'ogni libro che s'imprende a
giudicare: Non bisogna domandarsi *perchè* l'autore
ha voluto far così invece che in altro modo: ma
esaminare *come* è riuscito: non giudicare l'opera
dal punto di vista della nostra simpatia o antipatia
per quel tal soggetto o per quel tale ambiente, ma
giudicarla nella luce in cui si rivelò all'autore: vedere
se ha o no raggiunto il suo fine. Le parole,
come si vede, sono mie, ma non importa; la massima
che mi colpì è questa. L'arte deve essere libera, la
critica d'un oggettivismo assoluto.

Però io penso pure che il pubblico, i lettori,
hanno i loro diritti. Il diritto, cioè, di trovare qualche
mano dipinta che indichi la vera via quando
ci si trova fuori dalle strade maestre. Ora le prefazioni
non fanno più paura a nessuno, le prefazioni
non si saltano più, si leggono, si gustano e... anche
qualche volta, fanno risparmiare di leggere il libro.
Sul serio: quando si abbia la fortuna d'avere un'idea
un po' insolita, un po' originale, e la fortuna
ancora più grande di saperla esporre con garbo e
[pg!31]
con ingegno in pochi tratti da maestro, bisogna
avere anche la compiacenza di indicarne un po' la
topografia, di fare qualche onore di casa. *Noblesse
oblige*, non c'è rimedio.

Neera potrebbe dirmi che non ha scritto per
tutti, che le basta di essere intesa e apprezzata da
coloro pei quali il titolo è un appoggio bastevole,
ma non importa: doveva dire anche questo. Allora
il volumetto elegante e severo sarebbe stato assunto
in una sfera superiore, nella sua vera. Ad ogni
modo, chi ha fine intelletto d'arte ha l'obbligo di ammirarlo
e d'intenderlo come una musica classica
religiosa, come una pagina di Bach o di Palestrina.
Le ardue difficoltà dell'ambiente insolito, dell'esposizione
di sentimenti primordiali, del rimanere nell'idealità
senza smarrirsi nel misticismo, nella semplicità
e nella purezza senza cadere nella rigidità,
sono state affrontate e vinte dalla valente scrittrice
con molta bravura. Ella deve aver letto a lungo i
Vangeli, deve aver gustato la rozzezza sublime di
quella letteratura primitiva che significava le cose
più alte, più belle, più grandi che siano nella natura
umana. Deve averne intesa la poesia silvestre,
l'efficacia, la vera religiosità, poichè nelle umili e
ispirate e ardenti aspirazioni dell'asceta passa un
soffio biblico, veramente; e nella selvatica e mite
adolescenza delle fanciulle ritroviamo il riflesso di
qualcuna delle vergini dolci e ardenti che ridono
come fiori fra le mèssi in quell'antica opulenza patriarcale.
Qualchecosa di semplice, di solenne, di
poetico è filtrato nello stile e nell'idea; qualchecosa
di profondamente sincero: sia ispirazione, sia fede.

Ecco, per dare un saggio del bellissimo libro la
[pg!32]
scena più leggiadra e più ideale, quella della morte
di Maria dopo la sparizione della sorella:

«Era il tramonto; le ombre invadevano la cameretta,
ed ella non aveva voluto che si accendesse
il lume. Davanti alla piccola finestra la neve scendeva
lenta.

«— Padre, recitami le litanie della Vergine.

«Egli incominciò.

«Nella luce crepuscolare, con quell'uomo inginocchiato
per terra, con quella fanciulla che moriva,
la bellissima fra le preghiere acquistava un fascino
soprannaturale. Ad ogni versetto Maria rispondeva
col semplice movimento delle labbra, calma
ed assorta in una visione interna. Come al prete
mancava la voce per lo strazio, ella gli pose la mano
sulla spalla, quasi a confortarlo, ed egli continuò.
Giunto alle parole *Virgo fidelis*, un singhiozzo gli
spezzò la voce.

«Oh! era ben lei la vergine fedele, la vergine
martire del proprio ideale, l'ermellino che non sopravvive
alla macchia! *Virgo fidelis*, riprese due o
tre volte nell'esaltamento del proprio dolore; nè altro
aggiunse, ed ella non lo richiese.

«L'ombra diveniva sempre più nera. Egli fece
un movimento per accendere il lume, ma la mano
posata sulla sua spalla lo trattenne, e, mentre cercava
di distinguere al buio il dolce viso, Maria
disse:

«— Quanta luce!»

-----

La morte di questa fanciulla immacolata come
un giglio, il suo seppellimento sulla più alta vetta,
nella neve candida che velava la terra e riempiva
lo spazio, hanno un carattere simbolico in cui lo
[pg!33]
spirito si diletta e si raccoglie. Lo svolgimento graduato
delle emozioni e dell'amore nell'altra Maria,
è pure reso a tratti delicati e sicuri, da artista.
D'un'elevatezza d'apostolo e di martire sono tutte
le aspirazioni e i pensieri dell'eremita rivolti a
Dio.

-----

«.... che cosa egli aveva fatto? Aveva creduto
di poter compiere da solo quello a cui non riuscirono
milioni di martiri e di eroi, quello che Dio
non permette ancora. Aveva creduto di allontanare
ogni male dalle sue pecorelle, tenendole lontane dal
mondo, quasi Egli non fosse laggiù come Difensore
e dappertutto come Punitore».

Così l'atto d'umiliazione lo quetava, e come un
eroico neofita dei primi tempi, questo martire spirituale
finisce per benedire la mano che lo flagella,
per trovare nel suo dolore, come i veri eletti, il sublime
marchio dei privilegiati, un elemento di perfezione:

-----

«— Colpitemi ancora, ancora, mio Dio, e fate
che il mio cuore arda d'amore per Voi, poichè non
nell'appagamento sta la perfezione, bensì in un crescendo
di ardore. — »

-----

E il sogno cessa a questo triste e sublime matutino...

[pg!34]




Poeta o Scienziato?
===================


Mentre quasi tutti i giornali letterari fanno a
gara per innalzare in un'apoteosi sfolgorante Camillo
_`Checcucci` e il suo poema della Vita, il *Fanfulla
della Domenica* ci fa una risatina su e gli volta
le spalle. Anche elevando la risatina e l'atto all'ufficio
salutare dello schiavo antico dietro il carro
del conquistatore, dispiace di non vederne ammessa
la discussione da uno dei giornali più simpatici d'Italia.
Oh, bel paese, dalle facili ebbrezze e dai facili
disdegni! bel paese in cui ogni giorno spicca il volo
e... si tuffa un Icaro, sei pur adorabile coi tuoi novi
entusiasmi di nazione ardente e giovinetta! Intanto
la novellina di Cornelio Lapide e l'esempio dell'Alfieri
che qualcuno tirò in ballo per questo poeta
emergente dalle ombre, mi sembrano abusi d'un effetto
di gran cassa in una marcia, sia pure trionfale.
E innanzi tutto è proprio *vero* poeta il Checcucci?
poeta nell'anima, nella fantasia, nelle sensazioni,
nelle divinazioni? o piuttosto la poesia non è in
lui che la fodera del geologo, dell'ignologo, dell'areologo,
del naturalista?... Egli sale, è vero, a vertiginose
altezze, e si immerge nei bagliori di atmosfere
luminose; ma vi sale in pallone: non coll'ala
libera e poderosa; ed assai spesso mentre l'anima
[pg!35]
e lo sguardo saturi di quei splendori provano la
voluttà del dissolversi nell'infinito, una cordicella che
si strappa, un sacchettino di zavorra che cade, una
valvola che sibili ci ricordano che viaggiamo sull'aria
per via di combinazioni fisiche e non sul mantello
di Mefistofele o sull'aquila di Giove. Fa tristezza
ed ira cadere così da un bello squarcio di
lirismo in una frase giuridica o in una fredda formula
tecnica di chimica e d'astronomia; e al moltiplicarsi
degli esempi, incalzanti verso il fine, si
arriva a far un atto d'impazienza e concludere che
la *Vita* del signor Checcucci è un delirio scientifico,
uno di quei deliri splendidi e tremendi che il Lombroso
potrebbe additarci come affermazione di qualche
sua teoria: — o, — più fantasiosamente, balena
l'idea di un incubo punitore cagionato da un rimorso:
per esempio il rimorso d'aver abbandonato una
professione per un'altra, ambedue poi cozzanti e soverchiantesi
nel sogno.

Citare è difficile per la copiosità della vena poetica,
abbondanza inevitabile forse per un poema cui
«poser mano e cielo e terra». Un'immagine delicatissima;
Shelleyana — un po' troppo Shelleyana
anzi — è questa nel Canto del Regno Vegetale:

   |   E tu m'affida, o gracil sensitiva,
   | Chi vesta in te sensibile persona,
   | Chi teco tremi nelle tue paure;
   | E se del viver mio tu pur sei viva
   | Vieni e allevia alle mie le tue sventure.

e quest'altra ardita e assai bella, nello stesso canto
parlando ai fiori:

   | Ma quando il triste inverno e gli uragani
   | Vi sfrondano gli steli,
   | [pg!36]
   | E quali aperte mani
   | Volan le foglie a scongiurare i cieli,
   | Allor mi vince una pietà profonda
   | Come d'un volgo preso da terrore,
   | E qual piovesse vittima ogni fronda,
   | Conforme ai rami mi si schianta il cuore.

E alla terra parla così:

   | . . . . genuflesso sulle tue rugiade
   | Vedrò che gioie alle muscose rocce
   | E che conforti infonda all'arse biade
   | La fresca carità di quelle gocce;
   | Verrò le notti ad arrestar per l'ombre
   | Gli odorosi messaggi
   | Spinti alla luna dalle tue vallee
   | E a spiar l'amor suo calar sui raggi
   | E l'amor tuo salir dalle maree.

Emanazione di poesia fresca e gentile: come
questa al Fuoco è davvero una vampa scoppiettante,
striata, gagliarda:

   | Eccola; scocca e vola
   | Miracolosa, indomita e possente
   | L'elettrica scintilla
   | Che scatta al mondo la vittoria e leva
   | Dall'agitata argilla
   | Le fiamme dei metalli e gli occhi d'Eva.
   | . . . . . . . . . . . . . . . .
   | Dai fatui fuochi all'albe nebulose
   | Balza, lampeggia e crea,
   | E ardendo cuori e cose
   | Nei soli è luce e nelle teste idea.
   | . . . . . . . . . . . . . . . .
   | Ed io l'invoco con la testa ignuda
   | Questa tremenda dia
   | Che brucia a baci e a spasimi si dona;
   | Penetri stimma nella carne mia,
   | Paga se solca d'un suo raggio santo
   | La croce del dolor da dove io canto.

[pg!37]
Dal mare dipinge più efficacemente i tumulti che
le immensità:

   | E quanto più sollevi le procelle
   | Ad insultar gli scogli;
   | Tanto maggior la tua tristezza pare,
   | E fra loro accenandoti le stelle,
   | Ti chiameranno l'astro dei cordogli.
   | Ma va' per l'universo a dar l'allarme
   | Col tuo tetro fragore
   | Come in tempesta stormo di campana.
   | E sia quel verbo ansante di dolore
   | L'eco fedel d'ogni sciagura umana.

Cantando l'aria, accenna ad intuirne fantasticamente,
e ne rende qualchevolta magicamente, le fluttuazioni
frementi di vita e piene di mistero:

   | Spiriti esulta il regno tuo, vanenti
   | Divinità camminan le tue sfere;
   | Son limpide città d'ombre viventi
   | Queste sul capo mio tacite sere?
   | Non forse ospiti in seno
   | L'anime che migran dai petti umani
   | Ferme sull'ali a scongiurar l'oblio
   | Dai consueti mani,
   | Sospese in te fra il camposanto e Dio?
   | E quando sui sopiti
   | Sfiorano i sogni ed erran le visioni,
   | È forse allor che quei poveri estinti
   | Tentan parlare ai vivi...

E così dopo i quattro elementi il Checcucci ci
canta i tre regni della natura, poi l'Uomo, il Sole,
l'Atomo, l'Etere, la Materia, la Forza, e Dio; e quasi
tutti i canti hanno un corruscare multicolore di
gemme e si svolgono in fili d'oro. Ma, purtroppo,
[pg!38]
quasi in ogni canto c'imbattiamo anche in versi di
questo genere (parla all'Universo):

   | E come tu combaci ed utilizzi
   | A governar gli empiri
   | Senza sbilanci e senza incagliamenti,

o come questi, che fanno agghiacciare il sangue:

   | Chi sa da dove è emerso
   | Per capillarità di sensazioni
   | Questo respiro....

oppure:

   | Han le carezze dell'amor gli artigli
   | E la maternità dai marsupiali
   | Insegna al mondo a palpitar sui figli;

od anche, parlando all'uomo:

   | A tutte le convalli e tutti i mari
   | Rapisti i sali, i fosfori, e gl'incensi
   | *E son tuoi tributarî*
   | Tutti i vissuti a ingentilirti i sensi.

E intanto quei «tributari» richiamano alla mente
le tasse e l'esattore con una lucidità spaventosa.
L'uomo è proprio il più maltrattato dal signor Checcucci.
Un po' più giù lo consiglia a tracciar sulla
creta:

   | L'itinerario delle tue sventure;

gli dice di costringere i cieli

   | A imbeverar d'elettrico le valli

[pg!39]
concludendo che la vaporiera

   |   . . . . . . ridestrutto nel torace il sole
   | Il suo monarca rapida trascina.

Inoltre il Checcucci dimostra una certa predilezione
per le similitudini... come chiamarle? sociologiche?...
tendenza allarmante in un poeta; e canta
le sponde *colonizzate* dai baci del sole, i pianeti
in *sodalizio* di pietà, la *nazionalità* dei mondi, le *teorie*,
ruggenti entro i vulcani (teorie persuasive!) la
fratellanza dell'universo, i raggi *delinquenti* e i lampeggi
*degradati*, l'*assemblea* torrida, l'atomo che non
*presenzierà* più «dei cieli al gran lavoro» l'*umanesimo*
dei cieli, il genio *collettivo* ecc.; poi da sociologo
diventa impresario e sogna

   | I drammi dell'amore
   | Rappresentar nella platea dei cieli
   | Maestro il tempo e metodo il dolore

avvertendoci però del suo temperamento un po'......
nervoso, poichè l'energia che rattiene gli atomi componente
il suo corpo gli

   | .... apre in solchi elettrici le vene
   | E in batterie magnetiche il costato.

Ancora, nel canto: Forza e Materia, ci ammanisce
versi come i seguenti:

   | Tanto chi ozia, quanto chi lavora
   | Per vie segrete fatalmente crea.
   | Tramonta il sol, ma dura l'afa ancora,
   | Muore la testa ma riman l'idea,
   | In tutta questa universal famiglia
   | [pg!40]
   | Non siamo che congiunti
   | Dal tempo per l'abisso spatriati,
   | Dispersi in cielo a grumoli di punti
   | Economicamente utilizzati.

Ecco: che questo sia linguaggio da buon padre
di famiglia è indiscutibile; ma da poeta poi... avrei
i miei dubbi e non pochi. Dubbi che si fanno giganti
udendolo riprendere più avanti sullo stesso
tono che

   |   Nel gran tesoro della creazione
   | Ogni tormento tuo sarà quotato:
   | E perchè il bello e il buono
   | Possan compire la loro evoluzione
   | Fa d'uopo al ciel che venga utilizzato
   | Ogni tuo pianto ed ogni tuo perdono.

E in un altro punto, chiamandoci con un sonoro
«Quà, quà» che fa venir voglia di cedere il passo
agli anatrotti, fra le tante belle cose che ci promette,
trovo anche questa:

   | Annunzio ai proletari
   | La carità dei codici venturi
   | Sfamati, a domicilio, dagli armenti
   | E annunzio ai nascituri
   | Come parlar coi fuochi ai firmamenti.

È uno sgomento, Dio buono! E vado domandandomi
con melanconico rammarico come mai un
verseggiatore che ha saputo pennelleggiare così finamente
e così grandiosamente certe alate visioni,
sia poi caduto in queste goffaggini che mutano le
iri variopinte in un abito da Arlecchino e farebbero
diventar monella una suora di carità. — Perchè
quell'insistenza sul verbo *mugliare*, insistenza che ci
[pg!41]
trasporta troppo spesso vicino alle... cascine? — Perchè
quella predilezione per un'immagine già sfruttata
completamente dal De Amicis in un verso solo
della sua migliore poesia «\ *Come vorrei morire*»
nell'ultimo splendido verso:

   | «Col sole in fronte ed una palla in core»

dopo il quale, tutti questi del signor Checcucci:
«Col fuoco ai fianchi e con la luce in testa», «Col
genio in testa ed il coraggio in cuore», «Con la
porpora ai labbri e il riso agli occhi», «Coi cori a
rango e coi vessilli in testa», ecc. non sono che
parodìe? Peccato! Forse se il poeta della Vita si
contentava di cantarci i miti e le leggende e i simboli
degli elementi, dei regni della natura, dei paesi
del sole, invece di farci della cosmogonìa, della
cosmologia e dell'archeologia da trattato scientifico,
l'Italia esulterebbe oggi per una originale e artistica
creazione di più. Così come è, i bei versi vigorosi,
iridati e fluenti cingono un'aureola al loro cantore:
ma temo forte che i vapori terrestri, stagnanti, finiranno
per offuscarne la luminosità. In alto dunque,
e voli: abbracci un po' meno e idealizzi un
po' più e perdoneremo volentieri all'angelica farfalla
di non essere un elefante. Dal grandioso che sbalordisce,
al grottesco che attira il frizzo, il passo è
così breve!

[pg!42]




Per colpa di un Poema.
======================


Credevo proprio di non parlarne più. Ma poichè
un'amabile quanto valente scrittrice ha voluto ricordarmi,
a proposito di Cammillo Checcucci e della
sua *Vita*, mi sento tentata di aggiungere una parola
in coda all'argomento.

Qualche mese addietro, appena letto il volume,
dissi ad alta voce le mie impressioni nella *Battaglia
Bizantina*, e le intitolai così: «\ *Poeta o Scienziato?*»
La risposta mi veniva da sè; me la dava l'eco dell'ultima
parola. Ora la signorina Gianelli, invertendo
appunto forse per ragione d'eco la domanda, mi
grida: — Poeta, poeta, poeta. — Vediamo un po'.

Ricordo che mentre m'accingevo con gioia a far
la conoscenza di questo nuovo astro, che per il fervore
dell'entusiasmo di molti pareva destinato a impallidire
il sole, mi venne fra le mani un periodico
fiorentino che fra un coro di lodi riportava un brano
del poema. Era una parte del canto alla *Terra*.
Ebbene, mi ci accostai con una specie di reverenza,
come ogni volta che so di stare per essere iniziata
al culto d'una nuova manifestazione del bello;
lo lessi, lo rilessi, con un'attenzione quasi religiosa
ma ahimè, dopo non mi trovai nel cuore e nella
mente che l'interrogazione fatale: — Sta tutto qui? — E
[pg!43]
questa interrogazione, allora forse un tantino
imprudente, mi assediò anche terminato il libro che
chiusi triste per la delusione. Al solito. Fuori di
qualche ispirazione felice, specialmente nei primi
canti, io non trovai, confesso, che aridità, che monotonia,
che goffaggine, che... presunzione. Delle
immagini leggiadre, degli squarci lirici efficaci, degli
accenti delicati, dissi tutto il bene che potevo;
sul resto risi. Un poeta a cui è balenato il concetto
colossale di un poema sulla *Vita*, che ha domandato
la sua ispirazione agli elementi, alle forze, a Dio,
doveva darci qualche cosa di più, doveva dirci qualche
cosa di nuovo, doveva farci entrare nel mondo
riflesso dalla sua fantasia e non trascinarci in una
faticosa spedizione geologica, facendoci inciampare
nei ciottoli ad ogni momento. Non ho dimenticato
ancora certi *marsupiali*, certe *capillarità di sensazioni*,
certi *sbilanci* e certi *incagliamenti*.

«Il poeta», dice uno degli ingegni più chiari e
più penetranti d'Italia, il Nencioni, «il vero poeta,
non è un sognatore ma un veggente,» ed io gli
faccio eco con intima convinzione. Un veggente, sì;
egli deve aver lo sguardo più acuto di noi e l'orizzonte
più vasto; egli deve fissare e discernere ciò
che non è che una fluttuazione iridata e luminosa
ai nostri occhi; egli deve sviscerar l'anima delle cose
e intenderne il linguaggio arcano: intuirne il
simbolo, e senza enumerarci le sfere celesti farci
sentire con una parola tutta l'immensità dell'infinito,
evocarci con un'immagine tutto un mondo di larve
e di splendori; richiamarci, con un metro o con
un'intonazione, le visioni delle età passate; farci
respirare, insomma, l'aria dei secoli e illuminarci di
tutte le luci e avvolgerci di tutti i colori. Oh, non
[pg!44]
chiediamo al poeta il perchè delle cose; l'analisi
svela e distrugge; la poesia deve afferrare complessivamente
gli aspetti, i sentimenti, per farsene un'anima
e rivestirla poi di tutti gli splendori dell'idealità.
E sempre dall'alto, qualunque soggetto ci svolga,
storia leggenda, ci canti le sinfonie della natura
o le battaglie del cuore.

L'estensione non fa l'altezza, la vastità di un
concetto non fa l'opera d'arte. In nessun'epoca, credo,
si fece tanto spreco di grandiosità come nel
seicento; parole, monumenti, pitture, vita, tutto doveva
essere grande, magnifico. E quanto orpello invece!
quanto presuntuoso barocchismo! Che abbondanza
opprimente di materia, che assenza malinconica
di classica sobrietà!

Mancava l'essenza, quell'essenza che ho cercato
invano fra i quindici canti che compongono il poema
della *Vita*; quell'essenza che deve scorrere sotto
la trama d'un'opera d'arte come una linfa vivificatrice,
che dà freschezza, e intensità, e vigorìa, e
tumulti fecondi. Che m'importa se sono quattro versi
invece che quattrocento quelli che mi dànno la
divinazione dell'infinito o che mi fanno piangere
sulle lotte degli umani? La corda ha vibrato, l'emozione
artistica o del sentimento c'è; basta. Io preferisco
un piccolo bronzo di Jerace alla torre Eiffel
che ha sbalordito mezzo mondo. Questione di gusti.

E voi stessa, signorina, che difendete l'autore
della *Vita*, non potete trattenervi dal convenire che
accanto alle bellezze che io pure riconosco, v'è nel
poema «l'ampollosità che affanna e la minuzia pedantesca
che agghiaccia. A profondità filosofiche,
dite, seguono declamazioni, in cui il pensiero diluisce;
agli slanci più arditi, ai più vigorosi colori,
[pg!45]
alle grazie più schiette dell'arte, sono spesso vicini
subentrano lunghi periodi intralciati, che accusano
la preoccupazione ed hanno quasi l'aria di bisticci
scientifici.» Ebbene, a me pare che ce ne sia
abbastanza per distruggere il poeta. Come volete che
la poesia alata, eterea, inafferabile e luminosa, e ingannatrice
come il regno della fata Morgana, non
dilegui all'apparire della scienza, che ci avverte di
tutte le menzogne, che ci mette in guardia contro
tutti gli incanti, che ci sveglia da tutti i sogni?

Un poema scientifico per me è una contraddizione,
un paradosso. Si reggerà se la scienza si
personifica in larve fantasiose come nel *Faust* di Goethe,
in spiriti smaglianti come nel capolavoro dantesco,
(lasciando dormire i genii) se si diffonde nel
panteismo, come nei versi puri e freddi del Marradi,
oppure se diverrà favola come in una delicata
creazione di Alfredo Baccelli. Ma un poema cosmogonico
e solitario come quello del Checcucci, in
cui non si sente che la sua voce come quella di
Dio, durante i sei giorni della Creazione, non può
che trascinarci sotto il suo peso soffocando in sè
ogni melodioso accento di passione, frenando ogni
volo, spegnendo bagliori, ottenebrando l'immensità.
Poi, che ne dite voi, signorina, voi l'autrice elegante
di tanti versi armoniosi, fra cui non dimentico
certi «\ *Fiori d'Arancio*» fragrantissimi: che ne dite
di certe trascuraggini di forma che accuserebbero
la fretta, se non si sapesse anche troppo che la *Vita*
costò sei anni di lavoro al suo poeta? di certe ripetizioni,
stucchevoli, d'immagini e di vocaboli? di
certe parole così barbare, così barbare che fanno
accapponar la pelle come lo stridere d'una lama sul
vetro?

[pg!46]
Cuore e fede, cara signorina, possono fare un
galantuomo, ma non bastano per formare un poeta.
Del resto che importa? meglio per lui e per noi. I
galantuomini sono così rari! e dei poeti ce ne sono
tanti...

[pg!47]




Aspettando un Alessandro.
=========================


. . . . . un Alessandro, sì, o meglio forse nel
caso nostro un'Alessandrina, che col suo bravo paio
di forbici (arma più umile, ma qualche volta più
spiccia della spada) venisse a tagliare il nodo Checcucciano
intorno al quale da troppo tempo la signorina
Gianelli ed io stanchiamo le mani delicate.

Se al silenzio non si potesse dare che un'unica
interpretazione, starei zitta e addio; ma si ha un
bel indorare il silenzio; tacerà sempre chi non sa
più cosa dire. Veramente gran che di nuovo da dire
non l'ho più neppur io; feci le mie considerazioni
e ridissi le mie impressioni come la signorina Gianelli
fece e ridisse le sue. Ora vorrei solamente domandarle
il permesso di stenderle non la mano, ma
tutte e due le braccia, per ringraziarla del troppo
bene che disse di me e della simpatia di cui mi
onora; vorrei dirle il desiderio di vederla qui in
una poltroncina, accanto alla mia, nella beata solitudine
del mio salottino di studio, per continuare
la nostra polemica in tutta intimità e difendermi
dall'accusa d'incoerenza, che con un garbo tutto femminile
mi fa più intuire che leggere fra le sue righe
cortesi.

No, cara signorina Elda, non ho mutato opinione,
l'ho solamente accentuata e forse per quel cattivo
[pg!48]
vezzo d'ostinarsi vieppiù nel proprio parere, magari
di esagerarlo, quando insorge qualcuno che
vuol dimostrarci il contrario. Parlando subito di quel
libro, fresca di lettura e trovandomi contro al gusto
dei più, non osai, confesso, di impancarmi a dir
crudo e netto il mio parere, come lo spifferavo al
piccolo crocchio dei miei amici, ma vi gettai su un
velo di dubbio, abbastanza trasparente, mi parve
per farlo conoscere a chi lo voleva intendere.

Ora che non temo più l'immaturità delle mie
impressioni, ora che la falange partigiana dell'astro
novello non s'è accresciuta, non solo, ma si sfronda
di molte illusioni; ora con voi, signorina, e in un
giornale di signore, mi attento a togliere quel velo
e a confidarvi all'orecchio che l'autore della mastodontica
*Vita*, secondo il mio umilissimo modo di
vedere, non è niente affatto poeta, che qualche
*emanazione di poesia fresca e gentile* e il *corruscare
di gemme e i fili d'oro* e tante belle cose che scovai
esultante fra i fossili della *Vita*, e anche *i bei versi
vigorosi iridati fluenti*, di cui feci perfino al signor
Checcucci un'aureola (badate; scrissi *i bei versi*
per distinguerli da... quegli altri del poema), tutta
questa fragilità in sboccio, insomma, — *il fummo
del ruscel di sopra aduggia* — e, come io temevo, ora
un po' di lontano, stempera tutto in una tinta greve
e monotona di cielo piovorno.

Non dallo scienziato scorgevo io sprigionarsi il
poeta, ma ascoltavo con malinconica curiosità lo
scienziato delirare, poichè, persuadetevi, signorina,
anche agli scienziati è permesso di aver il delirio
qualchevolta, e fantasticavo monellescamente (non
lo dimenticate!) su un incubo punitore cagionato
dal rimorso di aver abbandonata una professione
[pg!49]
per un'altra. E se dissi che il Checcucci, prendendo
il suo soggetto da un diverso lato e con diversi intenti,
sarebbe forse riuscito a donare all'Italia una
artistica creazione, non lo dissi perchè avessi riconosciuto
in lui, come voi dite, la stoffa del poeta,
ma per misurare la distanza che lo separava da un
supposto poeta vero. Se l'autore della *Vita*, prese
il suo soggetto da quel lato, gli è segno che lo ha
*sentito* così. Se la *Vita* non fosse la *Vita*, Checcucci
non sarebbe più Checcucci. E perdonatemi il bisticcio.

Ancora: perchè, signorina, non volete ricordare
accanto alla mia ammirazione per le bellezze che
mi vanto di aver spigolato nel vostro prediletto poema,
le impertinenze che mi scivolarono dalla penna?
Perchè non ricordarvi del mio sconforto per quelle
nubi che salivano, salivano, togliendomi ogni illusione
d'azzurro? non ricordarvi delle mie nervose
impazienze crescenti fino a risolversi in una risata
irriverente? perchè non ricordarvi che lo collocavo,
più volentieri fra i buoni padri di famiglia che fra
i poeti, udendo parlare di *grumoli di punti economicamente
utilizzati*: — dite, perchè?

«È uno sgomento, Dio buono, (finivo guardandomi
intorno fra le rovine), e vado domandandomi
con melanconico rammarico come mai un *verseggiatore*
che ha saputo pennelleggiare così finamente e
così grandiosamente certe alate visioni, sia poi caduto
in queste goffaggini che mutano le iridi variopinte in
un abito da Arlecchino...

«.... In alto dunque, e voli; abbracci un po' meno
e idealizzi un po' più, e perdoneremo volentieri
all'angelica farfalla di non essere un elefante. Dal
[pg!50]
grandioso che sbalordisce al grottesco che attira il
frizzo, il passo è così breve!

Così finivo la mia succinta recensione nella *Battaglia
Bizantina*, e così ripeto ora e non vorrei ripeterlo
solamente a voi, signorina, ma a coloro che
credono che pur di far dello spirito si rida scioccamente
di tutto. Qualche volta si ride per non piangere,
e ci sarebbe proprio da piangere se si pensasse
un poco alle nostre condizioni letterarie d'Italia,
e come dal vecchio seicento e dalla giovine
America s'annida in modo allarmante fra noi la mania
del concettoso, dello stracarico, dell'enorme, dell'immane.
Tutti si fermano a guardare l'orso che
balla, pochi a meditare sulla variopinta meraviglia
di un insettuzzo che vola!

Oh, no, gentile Elda, credete, credete a me, non
è un mito il poeta quale tentai di dipingerlo, nè
dovrebbe essere un taumaturgo; basterebbe che
fosse un poeta e non un verseggiatore, basterebbe
che appunto si trovasse a disagio in un secolo come
il nostro che voi chiamate a ragione positivo, scettico,
investigatore; basterebbe che non sapesse il
peso specifico del sole, ma che si prostrasse ad
adorarlo. Potrei fare la scommessa che un vero poeta
(e grazie a Dio, sebbene scarsi, ne conosco ancora),
un vero poeta non scriverà mai una sola delle
parole dotte che il Checcucci mi ha insegnato.
La scienza, questa spietata carità, ci darà faticando
dei versi, dall'ignoranza popolare fluirà essenza vera
di poesia. Omero non sapeva come fosse fatto il
mondo, e Dante ha detto degli strafalcioni astronomici.
Non lo dimentichiamo.

[pg!51]




Sfumature.
==========

.. class:: center

| :small-caps:`(dal diario di Maria)`


.. class:: right

| 1 Gennaio 189...

Quanti potranno intendere questa mia manìa delle
sfumature? le sfumature che si insinuano, si dilatano,
avvolgono, s'addensano dappertutto senza occupar
troppo spazio, senza risvegliar troppa critica,
senza determinare nulla? le sfumature che non
si pesano sulla bilancia della esistenza e che, forse
per questo, si trovano distribuite così poco equamente!
Talvolta io penso che cosa sarebbe il mondo
dell'arte, del pensiero, dell'azione, senza le sfumature
che fondono, che adornano, che ammorbidiscono,
che smorzano o ravvivano previdentemente.
All'arte danno ora la divinazione, ora l'eleganza, o
la verità, o l'umorismo, o il patetico nella più delicata
ed alta efficacia; nel pensiero sono l'analisi, l'intuizione,
la finezza, il profumo — ricchezza e travaglio
dei pallidi abitatori del regno spirituale; nella
vita, oh nella vita quanto bisogno di sfumature!
esse sono la parola amabile o generosa o conciliativa
venuta a tempo; sono la carità d'un silenzio e
d'un sorriso; la cortesia che ammanta l'indifferenza
e la noja; le attenzioni e la riconoscenza verso chi
ci vuol bene; tutto ciò insomma che forma l'aureola
della femminilità.

[pg!52]

.. class:: right

| 11 Gennaio

È la stagione delle lunghe serate. Non ne diciamo
troppo male. Gli affetti e le dolcezze del focolare
si avvivano come le stanze all'accendersi dei
lumi dopo il livido svanire dell'ultima luce. Gli ambienti
sono più tepidi, gli spiriti più gai. La solitudine
stessa nelle sere d'inverno, si riveste d'un colore
d'austerità feconda che la rende meno triste.
Non è come in certi tramonti di primavera o d'autunno,
in cui l'anima indocile ai legami della volontà
migra in alto insieme alle nubi di rosa e di viola per
tornare più mesta, più solitaria più infelice. Nelle veglie
invernali ci si accomoda nell'angolo più simpatico
del salottino, e là, protette dalla penombra raccolta
del gran paralume, si scrive. Sia all'amico venerando,
alla sorella giovinetta, al figliuolo collegiale,
al fratello, alla madre, ma le nostre lettere
devono portare una forza, un sorriso, un esempio,
un pensiero, una fede... Qualchevolta è un libretto
che esce dalle misteriose profondità della scrivania — un
libretto come questo, dove si notano da anni
le impressioni, i pensieri, i libri letti, i versi preferiti,
i progressi morali e intellettuali dei figliuoletti
che sbocciano al nostro alito amoroso... È un'utile
abitudine; insegna a pensare, ad analizzare, a
determinare; poi è una pallida conservazione della
vita passata che non svapora del tutto, chiusa così
in essenza fra le pagine. Ma per far ciò fruttuosamente,
occorre sopratutto la sincerità; una sincerità
acuta, spietata, che disgombri affatto la coscienza
dalle nebulose fra cui si vizia e si falsa. Bisogna
avere il coraggio delle contraddizioni, dell'opinione
intima, che è quasi sempre la più timida, della rigidezza
[pg!53]
per le fantasticherie e i languori; bisogna
pervenire allo sdoppiamento completo di sè; foggiarsi
e alimentare in noi un piccolo giudice giusto
ma supremamente severo. Allora il libriccino diventa
una specie di controllo morale, e solo allora un consigliere
efficace.

Io aspetto con delizia le sere di solitudine per
dare l'ultima mano alla novella, all'articolo, per trionfare
d'una pagina ribelle, per incominciare un lungo
e più arduo lavoro. Alla sera i bambini dormono,
i parenti, gli amici, i servi non interrompono — si
sa che nulla reclama il nostro intervento, si
sa di potersi abbandonare con pieno diritto e dedizione
totale all'opera faticosa e gentile. E nel gran
silenzio che si addensa intorno, balenano copiose
le idee, e scendono in raggi fecondi nell'espressione
agile ed efficace. Si scrive, si scrive, si sogna
senza dormire, si vive con persone che non si conoscono,
che non esistono, ma che si agitano e soffrono
e vivono e parlano animati da noi, figli del
nostro dolore, quasi sempre. Poi ad un tratto uno
scricchiolio, un suono, una voce ci scuotono, si
guarda l'oriuolo e sfugge un'esclamazione di meraviglia.
Già terminata la sera? E ci troviamo nel
cervello un capriccio di meno e qualche idea di
più.

.. class:: right

| 12 Gennaio

Giulia mi ha detto che non tutte le signore possono
usare del magico specifico, cui accennai ieri,
per occupare il tempo. Certo; ma molte però possono
impiegarlo vivendo nello spirito dei sommi
che nella solitudine scrissero per la solitudine. Tutte
poi possono procurarsi il sano diletto intellettuale
[pg!54]
di leggere un libro che non sia dei soliti romanzi e
neanche un arido sfoggio di erudizione. Uno di quei
libri di cui non scarseggia la moderna letteratura
italiana; che aiutano a formarsi criterii e gusti proprii,
e che ci permettono di seguire con discernimento,
oltre che con amore, gli studi dei nostri figliuoli.

E il pianoforte non è un potente ausiliario nelle
sere di solitudine? Si può suonare tutta la sinfonia o
la suonata classica, o la «fuga» senza annoiare nessuno:
si può ripetere a sazietà e canterellare anche,
senza giudici incomodi, la pagina preferita dello
spartito; si può umilmente eseguire degli studi e
pazientemente compitare il pezzo di musica, senza
fare in presenza di testimoni la parte di scolarine.

E i lavoretti destinati a una persona cara, che
non devono essere veduti da nessuno, proprio da
nessuno? E le sorprese per i bambini? i raffazzonamenti
segreti all'abito e al cappellino per una
data circostanza? L'esercizio delle lingue straniere?
L'adornamento nuovo per il salottino o per la tavola
da desinare? E i corredini, i corredini per i
piccoli incogniti che si aspettano dal regno dei sogni
e che le mamme amano preparare nel raccoglimento,
quasi sgomente d'uno sguardo indifferente,
come d'una profanazione?

Oh, no, no: sono gli uomini i più da compiangere
nelle sere di solitudine, non noi!

.. class:: right

| 14 Gennaio

Ho prolungato la passeggiata sulla via maestra
più del solito, oggi. Tornando, vedevo qua e là nelle
case le finestre basse illuminate. Allora ho pensato
[pg!55]
che le famiglie numerose e casalinghe sanno veramente,
esse, tutta la mite bontà delle serate invernali.
Sparita la bianca tovaglia, il tappeto si popola
di cestelline, di libri, di cartelle, di giornali, di giuochi.
I bambini fanno gli ultimi schiamazzi prima di
sedersi a fare il còmpito di scuola o di andare a
letto. Il nipotino più assennato o la signorina più
amabile, si accingono a far la partita alle carte colla
nonna. Gli uomini accendono il sigaro, le signore
si scaldano un momento in crocchio al caminetto,
prima di mettersi alle loro occupazioni serali. È
il momento delle discussioni, delle chiacchiere vivaci.
L'ultimo numero della rivista letteraria o del
giornale di moda circola; le testoline si accostano, i
nasi maschili s'intromettono, le celie impertinenti volano.
Qualche mamma, sola, rimane un momento in
silenzio, con le braccia conserte e la fronte china,
pensando a un caro lontano; qualche volta è l'immagine
d'un perduto che passa nell'attimo silente, nel
sospiro, nell'eloquenza d'uno sguardo...

.. class:: right

| 15 Febbraio

Ho letto un sublime lavoro di Edoardo Schurè:
*Le drame musical*. La prima parte tratta dell'estetica
nell'arte in generale; la seconda è quasi tutta occupata
dall'opera Wagneriana. Ma non è punto inaccessibile
nè gravoso. È un ricamo che uno fra gli
ingegni più illuminati dei nostri tempi ha voluto
fare sulla trama di tutto il bello, fiorito da secoli
nelle immaginazioni colorite dai tempi. Un lavoro
di mago sulla concezione d'un titano. Ah che bellezza!
Le favole diafane e leggiadre dell'antica
Grecia ci passano sul capo, e le danze e l'armonia.
[pg!56]
È un'accolta di genii e un mite raggiare di larve del
loro pensiero: Dante e Goethe, Palestrina e Beethoven,
Shelley e Virgilio, e finalmente Wagner nell'impero
dei suoi fulgidissimi sogni. L'opera Wagneriana
dopo la lettura del secondo volume composto dell'analisi
di ogni suo dramma, diventa comprensibile
e facile anche ai non iniziati alle sfere superne del
divino mondo della melodia. Trascrivo dal volume
I, dal capitolo della danza primitiva e l'epopea:

«Tandis que les peuples montagnards ont vu
apparaître le cortége de Pan et du divin Dionysos,
les peuplades maritimes se sont familiarisées,
dans leurs courses avec le cycle des divinités
voluptueuses ou tristes, rêveuses ou enjouées de
la mer. Chose étrange, les plus aimés de ces dieux,
ce ne sont pas toujours les plus puissants, mais
ceux qui meurent jeunes et beaux, ceux qui fascinent
et qui tuent. C'est le bel adolescent Adonaïs,
aimé d'Aphrodite, qui meurt déchiré par un sanglier,
mais qui renaît tous les printemps avec la
floraison; c'est Attis qui se suicide dans un désespoir
d'amour et dont le sang répandu sur la mousse
refleurit en violettes; c'est Hylas, ravi par les
nymphes des sources; c'est surtout l'étrange et
significative Proserpine, qui symbolise le décevant
mystère de la nature, son ardeur de destruction et
de résurrection, la mort éternelle dans la vie, et
la vie éternelle dans la mort».

.. class:: right

| 2 Marzo

Le giornate si allungano, pigramente, lentamente,
ma si allungano; in certe ore si può spalancare le
finestre al sole dimenticando la stufa, od uscire a
pigliarselo. Gli alberi sono ancora rigidi e muti,
[pg!57]
l'aria sgarbata, ma in certi riflessi più vivi, in certe
ondulazioni più dolci, in qualche corolla bianca di
margheritina, c'è già la promessa della primavera;
come nello spesseggiare dei spiragli luminosi sotto
le nere gallerie che forano le montagne, c'è la speranza
dell'aperto, della liberazione. Ah! la luce! — pensano
con un profondo sollievo i viaggiatori guardandosi
in faccia. Ah! la vita! — sospirano gli
umani, malinconici viaggiatori anch'essi, e ad ogni
schiudersi annuale di gemme, è una sorpresa e un
sorriso come dinanzi ad una inattesa concessione
benigna del rigido Destino.

.. class:: right

| 17 Marzo

Ho scoperto dei tesori in granaio. Uno sgabello
imbottito di cuoio, una lucernina, una ròcca, un
cofanetto e una cornice rococò. Ho trovato delle
ragnatele, della polvere, dei topi, ma non ho indietreggiato; — avevo
un coraggio veramente da esploratrice.
Oh dolce e fine poesia dei granai, ben io
tutta ti sento! La poesia dei tetti a grondaia e dell'accavallamento
misterioso e pauroso di travi; la
poesia delle finestrette a fior di terra, dalle quali
si scopre un nuovo orizzonte, e le scalette pericolose
che menano agli abbaini soleggiati, dal fascino
strano, austero e selvaggio; e i vecchi quadri accatastati
che vi guardano dalle pareti; visi o scene
che l'ombra del fondo per sommergere come quella
del Tempo; le scranne dei nostri vecchi, che vi
lasciarono un po' l'impronta della loro personalità,
le seggioline alte che ci accolsero bimbi e che ci
guardano con stupore come noi le guardiamo con
meraviglia; e qualche vecchio strumento muto e
[pg!58]
cadente come la bocca o le mani che lo animarono;
e qualche giocattolo rudimentale che dorme fra una
generazione e l'altra, rinnovandosi come la fenice;
e vecchie tavole che sanno i gai e cerimoniosi conviti
degli avi; i piccoli tavolini da lavoro, coi cuscinetti
fissi per gli aghi, che sanno soli, forse, lagrime
e romantici segreti che nessuno dubitò... Buoni
e vecchi granai dove il presente diventa il passato,
dove le cose tutte hanno una voce, una leggenda, un'anima,
siete forse voi che mettete nel cuore di tanta
infanzia che vi predilige, i germi, che più tardi
porteranno il loro frutto, d'una delicata idealità, d'una
sana poesia?

.. class:: right

| 9 Maggio

Primavera! la magica parola evocatrice di sogni,
di rose, di speranze; la blanda medicina in una
coppa d'oro! Quanti ti aspettano o Dea! I vecchi
per riacquistare un po' di forza, i malati un po' di
salute, i mesti un po' di serenità; ti aspettano le
scolarine per cogliere le viole, gli studenti per le
vacanze di Pasqua, le mamme per veder prosperare
e sviluppare i loro piccini, le fanciulle per unirsi a
un desiderato compagno fra il sorriso del cielo e
della terra...

Anche Elisa si sposa. Me lo ha detto cogli occhi
raggianti. Voleva vestirsi di celeste per la cerimonia
religiosa: io l'ho sconsigliata vivamente. L'abito
da sposa deve essere bianco, interamente bianco.
E una stola, è un simbolo; se si modifica non ha
più alcun significato, resta un abbigliamento da sera
poco concordante con la serietà e la santità del rito
memorando. Un abito bianco, austero, molti fiori
[pg!59]
d'arancio, freschi possibilmente, un lungo e finissimo
velo... Ecco, così.

Ho spezzato un'altra lancia in favore della villettina
nascosta nel verde a preferenza del viaggio
di nozze, inopportuno, assurdo, barbaro. Nei primi
tempi le spose si rapivano, poi si simulò il ratto,
ora si portano a spasso solamente... ma è sempre
una brutalità.

Ho detto ad Elisa di non sciorinare il suo amore,
di non disperdere i più cari e tumultosi ricordi
nella volgarità degli *hôtels* e delle *pensioni*: le ho detto
di scegliersi il suo nido con cura amorosa, di trovarlo
lontano dal mondo curioso e irrisorio, sia fra
i pini sulle alpi o fra gli aranci sull'azzurro mare,
fra il verde boscoso di un colle o nella distesa di
smeraldo d'un'ubertosa pianura; le ho detto di nascondere
la sua felicità, esile fiammella, come si protegge
la lampada con la mano...

.. class:: right

| 1 Giugno

Mentre lavoravo è venuto Ettore S. che ha posato
sul mio tavolino un libro soffuso di aristocratica
e soave femminilità. È quello intitolato: «Poesie
d'una regina», la regina di Romania che si vela
dello squisito _`pseudonimo` di Carmen Sylva. Il volumetto
piccolo, bianco, fregiato d'oro e contenente
un ritratto e un autografo della regina-artista; tutto
palpitante di onesti sensi di madre e di donna, ha
messo una nota fine e ideale di più nel mio salottino.
La traduzione dal tedesco, quantunque lodata
anche dall'autrice, a me par molto mal riuscita; ma
se pur è possibile astrarsi dalla forma e rintracciare
lo spirito originale che circola dentro, l'impressione
[pg!60]
è fragrantissima. Questa dama, che dalla vergine
rozzezza silvestre distilla arte raffinata, mi fa pensare
alle favolose ninfe dei boschi, diafane e bionde
nella selvaggia natura. Il mio amico interpretando
i miei gusti o il mio sentimento aveva messo il
segno ad una pagina dove si legge questa poesia:

.. class:: center

| NEL PAESE DEI SOGNI

..

   | Vorrei esser regina, ma soltanto
   | Se la corona mia fosse di fiori,
   | E il tessuto d'un ragno il regal manto
   | E stille di rugiada i suoi splendori.
   |
   | E sarebbe il dio Sol cerimoniere,
   | Una nube il mio cocchio — mie donzelle
   | Le muse — allor, nè ironiche, nè fiere,
   | Ci guarderebber di lassù le stelle.
   |
   | E vorrei tutte accoglier nel mio regno
   | Le foreste del mondo — e l'arti in fiore —
   | De' nobili pensieri esser sostegno
   | Vorrei — e forte reggere ogni core. —
   |
   | Ma invece il serto è greve — e poichè è detto
   | Che mai non accadranno queste cose,
   | Vorrei essere il folle ruscelletto
   | A l'ombra delle roccie alte e muscose.

..

.. class:: right

| 15 Giugno

..... La casa è uno dei pochi ideali della donna
che effettuandosi non si sfata. Quando la fanciulla
fatta moglie mette piede per la prima volta fra
quelle pareti in cui aleggia col suo vago incanto il
futuro, ella le ama già, ella vi ha abitato nei suoi
sogni, vi ha architettato degli episodii, vi ha già
vissuto ore divine. Quindi è quasi con un sorriso
di riconoscimento che, stretta al suo compagno, ne
[pg!61]
fa la prima ricognizione. Era proprio così: c'è proprio
tutto, e c'è l'amore volatilizzato nell'atmosfera
che illumina, riscalda, e facilita e abbellisce azioni
e cose. Dopo un paio d'ore, la casa ideale di ieri è
identificata nella casa reale di oggi, e la dimora vera
si riflette fedelmente nel paese del sogno. Quelle
pareti sono già piene di memorie, di speranze; appartengono
già alla nostra vita interiore; e le adoriamo
come il passato e le difendiamo come l'avvenire.

Pure non saranno consacrate che il giorno in
cui vi piangeremo per la prima volta.

Mi piacerebbe di domandare a cento donne scelte
a gruppi nelle diverse classi sociali come sognano
una casa. Scommetto che anche fra quelle medesime
che preferiscono un palazzo o un castello, un *châlet*
o un villino, una casetta o una capanna, non si
_`troverebbero` le stesse aspirazioni. La donna rispecchia
nella casa le gradazioni più indistinte della sua
natura. Si potrebbe dirle: *Dimmi come è la tua casa
e ti dirò chi sei.*

Io credo che la mia casa ideale farebbe disperare
più d'un ingegnere. La vorrei fra un giardino
pieno di alberi e di fiori, non importa dove; bassa,
a un sol piano, terminata alle due estremità da due
stanze rotonde, coperte a cupola, e circuite di finestre;
indi fiancheggiate da due torrette alte e snelle
e accessibili per spaziare nell'orizzonte. Il corpo
della casa dovrebbe essere tutta una sala, e tutta la
parete di mezzogiorno fatta di vetri, come una serra.
La luce verrebbe mitigata dalle piante rampicanti di
fuori e dalle tende nell'interno: la gran sala si dividerebbe
in stanze e salottini per mezzo di grandi
paraventi e di pareti sottili e rientranti, all'uso giapponese.

[pg!62]
Fiori ed arte dappertutto; e viver là fra i miei
affetti e i miei libri. Non chiederei mai di uscirne...
Oh il sogno divino!

.. class:: right

| Fine Giugno

Ettore S. e Filiberto U. mi hanno accompagnato
ieri, sul vespro, nella visita che ho dovuto fare alla
signora Armanda. Malgrado la mia coraggiosa difesa
e la mia aria severa, quei due monelli hanno riso
tutto il tempo del ritorno pensando al grembiule
all'*enfant* della povera signora. Infatti i grembiuli
danno tale un aspetto di semplicità ingenua che
una signora non li può portare senza stonatura. I
soli grembiuli permessi alle signore sono quelli
messi unicamente per salvar l'abito, per far qualche
faccenduola, per giocare coi bambini; i grembiuli
ampi di lana nera o grigia che l'infanzia adora
come tutte le cose che sanno di bontà e di vecchiezza — i
provvidi grembiuli che asciugano le lagrimette,
che si riempiono dei balocchi, che si chiazzano
di polvere o di fango, che servono così bene
a far lo strascico, legati alla cintura; i grembiuli
che restano nei ricordi dell'età ignorante e lieta,
insieme al viso grinzoso d'una governante, alla dolcezza
dei baci materni.

.. class:: right

| 1 Luglio

Come alle prime brezze pungenti e alle prime
brume che il sole non riesce più a diradare, ci
assale il desiderio dolce di un nido tepido e illuminato,
ora a questi primi soffi molli, a questi primi
fulgori che spossano, s'insinua una tentazione terribile
d'ozio e di vagabondaggio.

[pg!63]
La scarsa falange dei felici per rinnovare in un diverso
ambiente e colorire diversamente la propria
felicità: la gran maggioranza dei malcontenti per
l'illusione d'un sollievo alle noie, alle difficoltà quotidiane
che aduggiano la vita più degli stessi grandi
dolori; e finalmente lo stuolo numeroso degli afflitti
che vogliono esser soli col loro martirio e Dio.

C'è chi sogna il mare ed il suo odor salso ritemprante,
la sua sabbia fine e ardente in cui è così
voluttuoso seppellirsi, i suoi cento aspetti di colori,
la sua immensità ritmica e sonante. C'è chi aspira
ai monti, alle stradicciuole petrose, ombreggiate dai
castagni, al rezzo verde mattutino, fra cui mormora
e scintilla un fonte salutare. Chi si slancia col pensiero
ancor più in alto, sulle vette purissime soffuse
di delicati riflessi d'aurora, dove solo gli abissi
paiono vegliare insaziati e feroci. V'ha chi si contenta
di meno: di una bianca casetta fra una distesa
aromatica di fieno falciato; v'ha chi vorrebbe di
più: una peregrinazione attraverso mari e paesi non
veduti; c'è chi tende agli incanti un po' mesti dei
laghi; ci sono poi, finalmente, dei fortunati che
hanno ancora qualche castello turrito, più o meno
autentico, dove ritirarsi al fresco e annoiarsi, magari,
un pochino, da castellani. Ma esiste pure un gran
numero di persone per cui tutti questi paesaggi
rimangono nella sfera durevole e insieme intangibile
delle cose sognate. Quante! Tutti coloro per cui il
problema non è di viver meglio, ma semplicemente
e terribilmente di *vivere*. Coloro che s'agitano nella
sfera del piccolo commercio, le famiglie di impiegati
di quarto o quinto ordine che hanno per tutta
rendita il magro stipendio; quelli che campano col
piccolo provento d'un'industria o d'una scuola. Quante
[pg!64]
volte io penso a questa povera gente che non ha
l'epidermide abbastanza dura per mescolarsi alle
distrazioni del popolo e per non sentire la nostalgia
delle distrazioni dei ricchi; tante povere piccole
mani sciupate dall'ago; tanti begli occhi affaticati
dai libri; tante teste grigie indolenzite dai fornelli
e dai pazienti rammendi, tante gambuccie di fanciulli
anelanti agli spazii erbosi, alle arene benefiche.

Ma per loro, per questa povera gente, non c'è
che qualche sosta in qualche pubblico giardino, di
sera, quando i negozi e le cure sono finite, con la
prospettiva delle stanzuccie al quarto piano anguste,
brucianti nelle notti affannose; qualche gita fuori
di porta la domenica, coll'incubo, per i giovani,
dei desiderii perpetuamente insoddisfatti; per i vecchi,
dei perpetui dinieghi; ci sono le pianticine di
geranio e di viola sul davanzale, le piccole fortune
invidiate di un pergolato di *volubilis* su un terrazzo
di due metri — gli orizzonti di qualche punta d'albero,
di qualche scorcio di viale...

.. class:: right

| 1 Novembre

Dopo un'assenza un po' prolungata riapro il mio
diario che potrei chiamare il libro delle sfumature.
Malinconiche sfumature quelle d'oggi. Le sfumature
del grigio, del marrone, del bianco; dei colori della
penitenza e delle fredde purezze solitarie. Mi pare che
nell'inverno le tinte gaie dormano il giorno e vivano
la notte come la gioconda e lieve falange dei silfi
e delle fate, come tutte le cose ridenti che non si
sa più dove siano. La notte trionfano, folleggiano
nei ritrovi, nei teatri, nei balli, nei conviti; fra pareti
rabescate ed ornate, sotto un sole di gas o d'elettricità,
[pg!65]
fra il profumo delle essenze, nel prorompere
d'una vita fittizia e artificiale che brucia e non riscalda.
Il giorno si rinchiudono, non si sa dove,
negli armadi, negli spogliatoi, nei cofani, negli
angoli, per ricomparire coi primi lumi.

Richiusi, segregati, abbandonati, i vividi colori
dormono e sognano. Sognano la primavera così lontana,
così inverosimile, colle sue fresche tinte di
rosa e di viola, col lume del suo tepido sole fecondo,
coll'alito intriso di vivo profumo. Sognano l'estate
così morta, l'estate col suo azzurreggiare di
marine, le pompe de' suoi papaveri fra il grano
biondo, la frescura dei verdi colli, la ferocia del suo
sole meridiano. E anche l'autunno di ricordo recente
sognano: l'autunno, divinamente stanco e mesto delle
troppe cose vedute, delle grandi opere compite,
ancora un poco ridente, ma già raccolto, già pio,
già presago dell'imminente sonno eterno... Refrigeranti
sogni di ricordi che conservano ai colori la
loro freschezza nativa.

.. class:: right

| 18 Novembre

L'inverno viene. E sono pochi quelli che lo vedono
venire con gioia. Pochissimi. Voi, forse, che
nel dolce settembre consacraste il vostro amore
sognando la luminosa e tepida intimità del nido recente;
lei, freschissima signorina, a cui la stagione
dei balli e dei ritrovi promette facili trionfi; voi,
novellini che vi confondete ancora con le ballerine
e le *divettes* da caffè-concerto, e voi, grandi egoisti,
per cui l'inverno non è che una sfilata di sere illuminate
a luce elettrica e riscaldate a calorifero, affollate
di visioni intellettuali e di realtà elette. Ma
per questi pochi, che sterminato numero torce il
[pg!66]
viso al Vecchio secolare e fedele, e lo respinge fino
a perdita di forze, e chiama a raccolta per opporglisi
tutto l'eroismo di cui può disporre anima
umana! Chi ha intorno al desco famigliare delle
teste canute e venerande e chi ne ha delle piccine
e fragili; chi ha uno stuolo d'angioletti senz'ali da
coprir di lana da cima a fondo e chi vigila su un
diletto infermo come su un fiore; chi si prepara
faticosamente un avvenire nella povertà laboriosa e
chi lotta per la vita nella miseria. Tutti, collegiali
e soldati, scolari e maestri, operaie e signore, hanno
un movimento d'odio e di ribellione per la stagione
spietata che aggrava ad ognuno il fardello dell'esistenza.
Oh il dolore di una recente perdita, quando
la neve fiocca copiosa e lenta dietro ai cristalli a
cui appoggiamo la fronte colla mente alla tomba
gelida e lontana! Oh l'amarezza sconsolata di qualche
addio più assoluto della morte, quando la nebbia
cala sulla campagna intorpidita e qualche squilla
lontana saluta il giorno e fumano i casolari dove
s'accende qualche lume! Oh le lontananze lunghe,
le attese snervanti, le lotte segrete, le dissimulazioni
eroiche, i desiderii ardenti e vani, nelle brevi e
grigie giornate invernali, quando tutto s'impregna
d'umidore malsano, e i marciapiedi luccicano, e gli
ambienti più raccolti e più gentili e più gai paiono
illividire! Oh inverno, come bisognerebbe essere
felici per vederti inoltrare senza sgomento!

.. class:: right

| 30 Novembre

.... Si è detto e ripetuto che non vi furono mai,
come al presente, tante istituzioni benefiche e un
maggior numero di scontenti e di bisognosi. È perchè
la società nella sua evoluzione verso il progresso
[pg!67]
si crea necessità che prima non conosceva?
È perchè la vita civile odierna ci pone maggiormente
a contatto dei nostri simili e ne sentiamo più i lamenti
e ne vediamo più i bisogni? Fatto si è che i poveri
ci sono e restano, e che ora più del solito sentiamo
l'impulso e il dovere di soccorrerli; ora, nel desolato
inverno che le miserie morali e fisiche ingigantisce
come in certi paesi polari s'ingigantisce
l'aspetto delle cose per un fenomeno di rifrazione.

Per i poveri si danza, si canta, si suona, si recita,
si fanno gli alberi di Natale e le lotterie e va
benissimo, non sofisticherò: il fine giustifica i mezzi.
Ma la carità vera, cristiana, benefica per l'anima di
chi la fa quanto per l'anima di chi la riceve, è
praticata da pochi, purtroppo. Tutti sanno che la
carità diretta, nascosta, da simile a simile, esercitata
con discernimento ed alacrità è nobile e buona: ci
esaltiamo tutti per un atto di filantropìa ben diretto;
i libri che ci nutrirono lo spirito nella giovinezza
ne sono sàturi, imbevuti ne sono quelli che diamo
in mano ai nostri figliuoli. Dunque in teoria tutti
d'accordo, ma in pratica? Noi daremo un soldo a
un vagabondo per levarcelo di torno sulla via; ma
quante volte, assidendoci al desco famigliare innanzi
alla minestra fumante, ne leviamo una ciotola per
la vecchierella da cui ci separa un muro, che fa
rammollire per i suoi denti malfermi il tozzo di
pane nell'acqua e intirizzisce sotto lo scialle sdruscito?
Noi insegniamo ai bambini di cospargere di
briciole il davanzale nevoso della finestra per i passeri
vaganti, ma non li conduciamo che assai raramente
nelle case del povero per sollevarlo.

Sarebbe così bello, invece, e così proficuo che
ogni mamma dedicasse un'ora la settimana a qualche
[pg!68]
visita di carità fatta coi suoi figliuoli! Che li
avvezzasse a veder da vicino miserie che neppur
sospettano, e senza troppa paura della loro tristezza!
I piccoli cuori, puri ancora e impressionabili, si
stringerebbero, sì, le tenere menti aperte istintivamente
alla giustizia avrebbero forse un senso di
ribellione contro le leggi supreme ed incomprensibili;
ma dalla pietà e dallo sdegno non germinerebbe
uno zelo di compensare, di riparare che porterebbe
il suo frutto nelle età mature?

Se avessi autorità, vorrei raccomandare a tutte
le mamme che vigilano con intelletto amoroso sullo
sviluppo morale delle creature di cui sono la guida
e l'esempio primo — vorrei raccomandare di fare
del sentimento della carità una delle basi dell'educazione.
Ciò si può fare a qualunque classe sociale
si appartenga: poichè non è l'entità dell'elemosina
che la rende utile e santa. Se ricchi, i ragazzi abbiano
un salvadenaro per i loro piccoli mendicanti
protetti, e le bimbe imparino a confezionare gli abitini,
a far calze per loro, e il passaggio nelle squallide
soffitte lasci largamente dolci e doni, come
quello delle buone fate possenti. Se in condizione
modesta, fare in modo che i bambini si privino
qualche volta d'un giocattolo, d'un indumento per
darlo al povero; fare che lo dia da sè, a costo del
sacrifizio, combattendo inesorabilmente con ingegnosa
cautela ogni possibile spunto di egoismo o
d'indifferenza, due cattivi germi non infrequenti di
cui vediamo purtroppo fra gli uomini lo sviluppo
rovinoso. «Quando un bambino fa l'elemosina, dice
il gran bardo dei fanciulli, il De Amicis, è come se
dalla sua mano cadesse insieme un obolo e un
fiore». È infatti una così suggestiva gentilezza, una
[pg!69]
visione così pura, così spirante tenerezza e bontà,
che invita a inginocchiarsi per pregare....

.. class:: right

| 5 Dicembre

... Ho letto in questi giorni un libro non nuovo,
assai vecchio anzi; ma, senza far torto a nessuno,
quante volte ci si pente d'aver aperto un libro vecchio
a preferenza d'uno nuovo? un libro ch'io chiamerei
volentieri *di stagione*. È il *Voyage autour de
ma chambre* di Saverio de Maistre e lo dico *di stagione*,
perchè insegna a viaggiare in modo molto
comodo ed opportuno per l'inverno, viaggiare senza
muoversi dal canto del fuoco; e, come Dante nel
pelago buio, discendere negli oscuri recessi dell'anima,
e risalire come lui di stella in stella nei campi
luminosi del sogno. Viaggiare intorno alla propria
camera, sostando sugli oggetti noti e cari, vuol dire
viver fuori del tempo, nel passato e nell'avvenire,
sfilar ad una ad una le ore vissute come i chicchi
di un rosario, chiudendo con un'invocazione pia e
ansiosa che par preghiera, contar ad una ad una
le giornate del futuro come i bocciuoli di un virgulto
accarezzato e protetto. Il letto, che è il santuario
della vita e della morte, il rifugio del dolore;
lo specchio il consigliere fedele e schietto che accoglie
lagrime e sorrisi, freschezze e rughe, veli
bianchi e veli neri; e il tavolino da lavoro a cui ci
assidemmo nelle trepide vigilie e negli squallidi
indomani; e la piccola scrivania complice e responsabile,
e la poltroncina insidiosa per la nostra attività,
di dove udimmo una voce, una parola che non
dimenticheremo più.

Poi i quadretti, le fotografie, i gingilli, ognuno
dei quali ha una storia, un episodio, un ricordo,
[pg!70]
cristallizzazioni tenui e gentili di goccie che caddero
nel gran mare dell'eternità. Se ogni donna raccontasse
la storia della sua camera, racconterebbe
quella della sua vita. Nessuna lo vorrebbe forse,
ma qualcuna, chi sà? la racconta come me a sè
stessa e pensa col Mantegazza che il piacere della
proprietà, per quanto esigua, è uno dei più dolci
piaceri. Una signorina, intelligente quanto simpatica,
mi ha detto un giorno: — Io non amo una cosa
quando è bella, l'amo quando è mia.

.. class:: right

| ..... una sera di Dicembre

Ho incominciato questo libriccino inneggiando,
quasi, alla solitudine delle serate invernali; ora, all'ultima
pagina ne provo un improvviso sgomento....
È il tempo dell'intimità, della vita buona della famiglia.
Non c'è scapolo, per quanto sventato, che
non abbia sognato in una rigida sera nevosa un
angolo di caminetto e una personcina sottile; non c'è
vecchio celibe, per quanto impenitente, che non
abbia pensato un attimo, udendo battere la pioggia
contro i vetri, a un sorriso di bimbo e a una mano
di donna più accurata di quella della fedele governante.
Oh, sogni e pensieri brevi, s'intende, che
non tornano più in primavera, che in primavera si
disfarebbero anzi, se un momento galeotto avesse
permesso che si desse loro la tessitura della realtà.
D'accordo. Ma anche per il sogno d'un attimo e
per il pensiero d'un istante s'accresce la gloria radiosa
del focolare; gloria che è un poco quella di
noi donne, poichè ne siamo le vestali e le regine.

Tutte le donne che vogliono essere e rimanere
squisitamente tali, dovrebbero amare l'inverno; e
non perchè la vita mondana che riprende con maggior
[pg!71]
impulso permette loro di mostrarsi più belle,
ma perchè la vita della casa nella sua maggior
fragranza permette loro di mostrarsi più buone. Lo
*sport*, i viaggi, l'alpinismo, il ciclismo, tutti i pretesti
di vagabondaggio estivo non ci rubano più
gli uomini; molti affari anche, molte professioni,
danno qualche tregua l'inverno; le forti mani, leggermente
incallite nei violenti esercizi fisici e stanche
di regger la penna, si riposano volentieri a far
l'arcolaio a una matassa di lana, o a riordinare le
gradazioni delle matassine seriche, o a prendere e
posare il porta-aghi, le forbici, gli innumerevoli
ninnoli che ingombrano gli astucci e le cestelline
da lavoro. Sono le ore in cui i teneri e vigili cuori
femminili irraggiano e riscaldano; le ore in cui tutte
le donne devono diventare un po' mamme: collo
sposo, col fratello, coll'amico. Quanti preziosi consigli,
quante refrigeranti parole, quante efficaci
esortazioni, quanto luminoso seme d'idee può cadere
dolce e lento da un labbro femminile sul cuore
del suo compagno, mentre le piccole mani s'industriano,
creatrici o riparatrici, e le leggiadre teste
sono chine sul lavoro e gli occhi belli non guardano
e non turbano! Chi può dire le opere magnanime,
i capolavori, le decisioni coraggiose e riabilitatrici
di cui hanno gettato il primo filo queste
Aracni pie dell'intelletto d'Amore? *Cherchez la femme*,
la donna, sì, cercate la donna, ma non solo in
fondo agli intrighi volgari; cercatela in fondo a
tutte le opere belle, a tutte le opere grandi, a tutte
le opere buone: un sorriso o una lagrima di donna
sono nella base d'ogni ideale opera umana, come
nelle fondamenta degli antichi edifizii i frammenti
di marmi preziosi e le monete d'oro......

[pg!72]




Giosuè Carducci: — Cadore.
==========================

.. class:: center

| [Pubblicato la prima volta nella «Cordelia» giornale per le giovinette, anno XI.]


È il terzo anno che mentre il settembre tramonta
nella sua placidità cristallina, e precisamente in una
giornata che ha l'aureola d'oro di un anniversario
glorioso, il più grande dei viventi poeti italiani ci
regala un fior dell'Alpe come un'ideale medaglia
di commemorazione. A Giosuè Carducci, che pare
aver soltanto la nobile ambizione d'udirsi chiamare
il poeta civile d'Italia, inchiniamoci oggi in atto di
ringraziamento: noi signore, che rappresentiamo la
gentilezza presente: voi, signorine, che con miglior
fortuna forse, continuerete a rappresentarla nel
futuro.

Piemonte, La bicocca di San Giacomo, Cadore — possono
essere tre canti d'una non lontana epopea
destinata a eternare nelle plaghe dell'arte ciò
che nel torbido mondo degli uomini potrebbe essere
dimenticato.

Nessuno più degno del Carducci di questa alta
missione.

Egli non tramanderà alle genti nuove le ricchezze
eroiche del nostro passato vestite puerilmente all'ultima
moda, ma drappeggiate classicamente in tutta
la purezza di un'arte che non morirà, perchè in lei
[pg!73]
palpitano elementi della bellezza immortale. L'ode è
scritta nel metro inventato dal più antico dei poeti
lirici eolii — il metro prediletto dal Carducci che
amò dirsi l'ultimo de' loro figli; con un intermezzo
in archilochio-eroico efficacissimo. La ideò, pare,
nella piazza di Pieve di Cadore la cui fotografia si
vede unita all'opuscolo. Come gli antichi nelle loro
creazioni si compiacevano di avvicinare la forza
alla bellezza, così il Carducci canta riuniti un artista
e un martire: il Tiziano, che rese illustre il paesetto
in cui nacque; Pietro Calvi, che lo rese glorioso.
Il monumento dell'uno grandeggia; il profilo
dell'altro si disegna in un medaglione, modestamente,
fra un ricordo marmoreo dedicato ai Cadorini caduti
nel 1848 per l'indipendenza Italiana. Ma ambedue
sono ugualmente grandi per la patria; ambedue
ugualmente degni di esser celebrati dal poeta.

È bellissima questa fusione dei raggi luminosi
delle due anime: quella del genio e quella dell'eroe.
«Sei grande» dice il poeta al genio:

   | «Sei grande. Eterno co 'l sole l'iride
   | de' tuoi colori consola gli uomini,
   | sorride natura a l'idea
   | giovin perpetua ne le tue
   |
   | forme. Al baleno di quei fantasimi
   | roseo passante su 'l torvo secolo
   | passava il tumulto del ferro,
   | ne l'alto guardavano le genti;
   |
   | e quei che Roma corse e l'Italia,
   | struggitor freddo, fiammingo cesare [#]_
   | sè stesso obliava, i pennelli
   | chino a raccogliere dal tuo piede.

.. [#] Carlo V.

[pg!74]
E dopo aver richiesto dello spirito magno l'austero
silente chiostro de' Frari e i monti paterni e
il cielo azzurro che ride e bacia la candida statua,
continua:

   | Sei grande. E pure là da quel povero
   | marmo più forte mi chiama e i cantici
   | antichi mi chiede quel baldo
   | riso di giovine disfidante.
   |
   | Che è che sfidi, divino giovane?
   | la pugna, il fato, l'irrompente impeto
   | dei mille contr'uno disfidi,
   | anima eroica: Pietro Calvi.

Poi con forza ed emozione crescenti — poichè
pare che l'eroe tocchi più dell'artista il cuore e l'estro
del bardo — egli scongiura che finchè il Piave
scorra ingombro dei ruderi delle selve che diedero
pini al vecchio S. Marco, e finchè il sole occiduo
colori i monti delle Marmarole, sì che

   | rifulgan, palagio di sogni,
   | eliso di spiriti e di fate,
   |
   | Suoni soave, suoni terribile,
   | ne i desideri da le memorie,
   | o Calvi, il tuo nome; e balzando
   | pallidi i giovini cerchin l'arme.

.. class:: center

| \*\*\*

O gentili e trionfali figure del nostro Risorgimento,
come siamo liete noi donne e fanciulle, noi
giovani, di rintracciarvi rilucenti fra i versi magnifici,
come i guerrieri eletti nel dantesco dolce aere
luminoso! E pare davvero un personaggio dantesco
questo giovane capitano

   | «biondo, diritto immobile,»

[pg!75]
che nel sole di maggio sventola fieramente contro
al nemico il segnale della guerra, la guerra dell'affrancamento,
l'unica guerra santa.

   | Afferran l'armi e a festa i giovani tizïaneschi
   |   scendon cantando Italia;
   | stanno le donne a' neri veroni di legno, fioriti
   |   di geranio e garofani.
   |
   | Udite: Un suon lontano discende, approssima, sale,
   |   corre, cresce, propagasi;
   | un suon che piange e chiama, che grida, che prega, che infuria
   |   insistente, terribile.
   |
   | . . . . . . . . . . . . . . . . . .
   |
   | Che è? chiede il nemico venendone all'abboccamento,
   |   e pur con gli occhi interroga.
   | Le campane del popol d'Italia sono: a la morte
   |   vostra o a la nostra suonano.
   |
   | Ahi, Pietro Calvi, al piano te poi fra sett'anni la morte
   |   da le fosse di Mantova
   | rapirà. Tu venisti cercandola come la sposa
   |   celatamente un esule.
   |
   | Quale già d'Austria l'armi, tal d'Austria la forca or ti guarda
   |   sereno ed impassibile,
   | grato a l'ostil giudicio che milite il manda a la sacra
   |   legïon de gli spiriti.
   |
   | Non mai più nobil alma, non mai sprigionando lanciasti
   |   a l'avvenir d'Italia
   | Belfiore, oscura fossa d'austriache forche, fulgente
   |   Belfiore, ara di martiri.

Dopo le rapide ed efficaci impressioni di quei
giovani belli e arditi che corrono alla morte cantando
il nome della loro terra, di quelle donne ai
balconi, di quel rintocco insistente, crescente, diffuso
delle campane, di quell'intrepido martire nella
valle dal poetico nome — impressioni date magistralmente;
[pg!76]
il cantore in un ultimo impeto patriottico
impreca a chi dimenticasse quel martire, a chi
negasse la patria:

   | e a chi la patria nega, nel cervello, nel sangue
   | sozza una forma brulichi
   | di suicidio.....

la tortura morale più orribile, la tortura dei vili....

Nella terza parte il Carducci, «lasciando dietro
a sè mar si crudele,» torna alle serene bellezze
del Cadore nel metro alcaico, in una pittura di paesaggio
stupenda:

   |   ..... Lento nel pallido
   | candor de la giovine luna
   | stendesi il murmure de gli abeti
   | da te, carezza lunga sú 'l magico
   | sonno de l'acque. Di biondi parvoli
   | fioriscono a te le contrade,
   | e da le pendenti rupi il fieno
   |
   | falcian cantando le fiere vergini
   | attorte in nere bende la fulvida
   | chioma; sfavillan di lampi
   | cèruli rapidi gli occhi: mentre
   |
   | il carrettiere per le precipiti
   | vie tre cavalli regge ad un carico
   | di pino da lungi odorante
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ma poi sul finire gli sfugge di nuovo uno de'
suoi gridi titanici: un grido di Prometeo:

   | Io vo rapirti, Cadore, l'anima
   | di Pietro Calvi; per la penisola
   | io voglio su l'ali del canto
   | aralda mandarla.

[pg!77]
Per ora è questa — dice il poeta — non quella
del Vecellio che richiede l'Italia. Quando l'Italia
sarà tutta forte, tutta vittoriosa anche nello spirito
dei suoi figliuoli, allora chiederemo a Tiziano che
ne dipinga il trionfo nel più bello e nel più memorabile
dei suoi monumenti: nel Campidoglio.

Spirito eroico e gentile evocato da un sommo,
fa che non sia remoto quel tempo! fa che i giovani
d'Italia non ti sentano vanamente passare!

[pg!78]




Il conte zio.
=============

.. class:: center

| [Scritto per una specie d'inchiesta aperta dal *Fanfulla della Domenica* su una pretesa contradizione riscontrata nel carattere del «Conte zio» dei Promessi Sposi. N. d. A.]


L'invito è cortese, la questione attraente e tentatrice;
ma, consapevole della mia pochezza, scendo
in lizza timidamente, nascondendomi il più che è
possibile all'ombra di quel gran nome, che i vecchi
adorano e che tutti i giovani — manzoniani o no — dovrebbero
inchinare reverenti. Intanto rileggendo
attentamente quel bellissimo capitolo decimonono
dei *Promessi Sposi*, in cui le qualità più simpatiche
dell'autore rifulgono di viva luce, si è tratti subito
ad ammirare la magistrale sapienza del Manzoni
nel dialogo, tanto per la fine ed ingegnosa condotta
alla conclusione, come per la naturalezza inimitabile.
Quelle esitazioni, quelle frasi lasciate a mezzo, e
non solamente in bocca al Conte Zio, per cui sono
una caratteristica, ma pur anche in bocca del padre
provinciale, è arte finissima per indurre il lettore a
credersi veramente spettatore invisibile dei due interlocutori,
che parlano con le esitazioni vere di chi
cerca la parola esatta o l'immagine appropriata nel
discorso.

[pg!79]
Ed ora entrando in materia, per esporre coraggiosamente
il mio parere, soggiungo che non mi
pare di riscontrar contradizione alcuna fra le linee
generali del carattere del Conte Zio e il suo modo
di trattare la faccenda col molto reverendo padre:
giacchè se il Conte ci viene raffigurato dall'autore
come un barattolo di farmacia vuoto di dentro, sappiamo
pure che aveva su certe parole arabe per
mantenere il credito alla bottega; e il credito non
l'avrebbe mantenuto, se invece di usare di quelle
«spalmature di vernice che la politica a più mani
aveva messe sopra il suo viso,» fosse entrato impazientito
a piè pari nell'argomento, narrando brutalmente
al religioso la storiella scandalosa di fra
Cristoforo: tanto più che da certe reticenze del padre
provinciale, da certi tentativi di difesa, egli ha
dovuto intendere facilmente che non era quello il
bandolo, e che la stima in cui si teneva o a torto
o a ragione fra Cristoforo, avrebbe forse reso inefficace
quell'accusa troppo grave facendo gridare alla
calunnia.

Quindi bisognava che il magnifico signore s'attenesse
al verosimile per non urtar troppo il molto
reverendo padre, tanto più che fra i due (parla il
Manzoni) «passava un'antica conoscenza; s'erano
veduti di rado, ma ogni volta con gran dimostrazioni
d'amicizia e con proferte sperticate di servigi:»
un'amicizia insomma piena di riguardi e di cerimonie.

L'offesa recata a fra Cristoforo con quell'accusa
era un'offesa all'abito che portava l'amico molto reverendo,
il quale stava appunto cantando di quell'abito
la gloria e i miracoli. Così la confidenza di
un semplice urto fra il padre Cristoforo e don Rodrigo,
condite con le solite reticenze di quel «parlare
[pg!80]
ambiguo, quel tacere significativo, quello spingere
d'occhi che esprimeva non posso parlare,»
era proprio quello che ci voleva in quel momento
per conseguire il suo intento senza metterlo nell'imbarazzo
di parlar chiaro — cosa, che con quel suo
metodo doveva riuscirgli abbastanza difficile. Insomma,
fece nè più nè meno del solito, e questo mi
pare che vada d'accordo con le linee generali: la
mancanza di coltura, di dottrina, d'ingegno, la sua
sufficienza boriosa con cui si convinceva certo che
se un individuo qualunque dava noia alla sua casa,
quell'individuo era bell'e spacciato — si scacciava
come una mosca importuna — motivo di sfratto che
doveva solleticare la sua vanità più del racconto
esplicito dell'intrigo di fra Cristoforo.

Inoltre, essendosi Attilio scaltramente indugiato
sulla necessità di garantire l'onore del casato dalle
ironie di quel frate che «trova maggior gusto a
farla vedere a Rodrigo, appunto perchè questi ha
un protettore naturale di tanta autorità come Vossignoria
(il Conte Zio) e che egli se ne ride dei grandi
e dei politici, e che il cordone di San Francesco
tien legate anche le spade...», la boria spagnolesca
del Conte Zio dovè sentirsi punta tanto sul vivo da
queste parole ardimentose riferitegli, da fargli mettere
subito in seconda riga la storiella scandalosa,
salvo poi a servirsene come ausiliario, se il padre
avesse negato o promesso vagamente ciò ch'egli
chiedeva.

Ed ora mi parrebbe che si possa continuare a
giudicare il Conte Zio per quello che è sempre stato — uno
cioè che ha solamente la verniciatura del
grand'uomo — per il barattolo vuoto, per lo spaccone
che crede di acquistar credito — e lo acquista
[pg!81]
in quel pubblico! — raccontando d'essersi sentito
domandare, in presenza di mezza la Corte, come
gli piacesse Madrid: di aver visto da un posto distinto
le caccie del toro, e di essersi udito dire
dal conte duca, a quattr'occhi, nel vano di una finestra,
che il duomo di Milano era il tempio più
grande che fosse nei dominii del re. L'omissione di
un accenno a Lucia nel dialogo col provinciale non
è avvedutezza, ma imbarazzo complimentoso, boria
e un pizzico di quella diplomazia che l'autore gli
dona, e che non si può a meno di concedergli in
una posizione come la sua, che poco o tanto della
diplomazia ne doveva insegnare.

[pg!82]




Questioni femminili.
====================


.. class:: right

| :small-caps:`A Neera`.

È con tutta la deferenza ch'io oso dirigervi la
parola, signora, maestra. La vostra voce dolce e ferma
è la sola voce di donna in Italia che ci ripeta
con gentile ritornello qualche cosa che sta un po'
più in su dell'arte di ornare un abito o di addobbare
un salotto, ma che non cessa forse di esser
arte: arte spirituale. Io sento il desiderio, intanto,
di ringraziarvene vivamente per conto mio; e perchè
no? anche a nome delle tante che vi innalzano
in silenzio la loro riconoscenza — le quali poi forse,
dopo, ringrazieranno me.

Ed ora che vi è noto il mio animo, continuo con
più coraggio. Vorrei esporvi qualche riflessione che
sono andata facendo fra me mentre leggevo il vostro
ultimo articolo, *Il lavoro della donna*, con molta
attenzione, come leggo ogni scritto firmato da voi.

Signora, voi parlaste di felicità; voi intendete di
guidarci animosamente col vostro magico filo di seta
attraverso al laberinto fosco e intricato della vita,
fino alla terra promessa, dove non piangeremo più.
Oh, ditemi, sarà possibile? Io che vi seguo con energia,
con impazienza quasi, quando mi parlate di
conforti, di lotte, di altezze, ora, alla rilucente parola
vana m'assale tutta la stanchezza del cammino. No,
[pg!83]
gentile, non ci parlate di felicità: in casa o fuori,
nella cattedra o nella poltrona accanto al fuoco, noi
non la troveremo mai, lo sappiamo: è la voce dei
secoli che ce lo dice: è l'eco della vostra voce di
ieri che ci incitava severamente al martirio. Non
c'illudiamo, dunque, è meglio; poi la ricerca ostinata
affannosa della felicità è un egoismo supremo. Lasciamolo
agli uomini. Mettiamo un'altra parola invece,
una parola pia, umile, buona; diciamo: *consolazione*.

Si tratta quindi di consolarci con un'elevazione
morale delle ingiustizie, dei travagli, delle pene che
piovono sul debole capo della donna — non so perchè — in
maggior quantità. E se questa consolazione,
per le circostanze, o per l'indole, o per
l'educazione, qualche donna può trovarla vera ed
efficace fra le miserie di un ospedale o fra le luminosità
del regno dell'arte, perchè l'uomo, il suo
compagno, dovrà dire a costei che non sarà mai
una fuggitiva ma sempre una diseredata: vattene,
qui non c'è posto per te!? — Per rimetterla ad ogni
costo nello stretto circolo delle attribuzioni domestiche?
Ma se il suo focolare è freddo? E questa
anima grande e severa avida di ritemprarsi alle
fonti della scienza, credete che potrà raccogliervisi
e rassegnarsi a spegnersi anch'essa inutile e infeconda?
A vantaggio di che?

Mi fanno ridere quelli che parlano di concorrenza.
Come se non fosse molto più comodo e più
facile per la donna di rimanersene nella sua casa
a far qualche lavoruccio, leggere qualche romanzo,
a strimpellare qualche melodia; come se la via che
ci guida a un ideale qualunque, appena fuori della
soglia domestica non fosse, per noi, infinitamente
più ardua e più ingombra che per gli uomini!

[pg!84]
Spero che avrete notato ch'io non ho parlato di
toga, nè di cattedra, cose ch'io credo incompatibili
con la natura femminile, almeno nelle razze latine.
Io non ho perorato che per l'arte — tutta l'arte — e
una sola scienza dove sono convinta che la donna
può esplicare mirabilmente tutte le buone doti del
suo sesso: la medicina. Del resto, biasimandola o
encomiandola, lasciatele libero, pienamente, il campo
d'azione: fate che non sia relegata accanto alle culle
dei bimbi o alle poltrone dei vecchi, ma che vi rimanga
lei per elezione, per scelta, e ci resterà, io
sono sicura che ci resterà, finchè i vecchi e i bambini
avranno bisogno di lei. E se non ci resterà, io
preferisco saperla misericordiosamente china su un
altro bambino malato, piuttosto che su di una tazza
di thè in un salotto pieno di galanteria; io preferisco
vederla strappata al focolare dall'arte o dalla scienza,
piuttosto che dagli aridi ascetismi del monastero...
Voi siete intelligente, non vi scandalizzerete,
lo so.

Poi, ditemi, signora: credete che la donna ci
perderebbe assai a *mascolinizzarsi* (come voi dite)
un poco? Trovate voi che la donna del secolo decimonono
sia arrivata a un punto tale di sprezzatura,
di praticità, di aridezza, di pedanteria, da dover
dirle: arrestati o la donna non ci sarà più!? Io
veramente non me ne accorgo, e finchè una maggioranza
femminile mi dà a meditare sulla causa
dell'attività e della stanchezza delle loro giornate, e
finchè veggo le mamme inculcare ai futuri legislatori,
agli artisti futuri l'arte difficile del vestirsi
elegantemente, mi pare che a quegli estremi siamo
ancora lontani, e sopratutto mi pare per il bene
[pg!85]
delle generazioni future che un po' più di serietà, di
tempra nella donna, non sarebbe proprio male.

Che volete, signora; io ho a questo proposito
idee tutte mie, false forse, ma ho delle idee, ciò che
è sempre meglio che non ne avere: io credo che
una franca, geniale, semplice scambievolezza di rapporti
morali fra un sesso e l'altro, senza misticismi
e senza sensualità, quella simpatica e sana amicizia
che si ordisce solo quando le anime sono rivolte a
un faticoso intento comune, non farebbe perdere nè
alla donna la sua delicatezza, nè all'uomo la sua
forza. Sono elementi naturali in essi e la natura si
lascia mitigare, mai fuorviare. L'uomo imparerà a
stimarci e ad apprezzarci di più; la donna diventerà
più forte e meno civetta: e se anche a lei resterà
un po' meno di tempo per amare, gliene resterà
anche di meno per... pentirsi a tornare da capo.

Via, gentilissima, non ci facciamo illusioni: siccome
non siamo santi e siccome io spero che non
lo diventiamo del tutto, una collaborazione spirituale
come voi e molti eletti la sognano non si può ottenere
per ora che mediante un tale esaltamento e a
casi tanto isolati che avrà tutta l'aria di una mostruosità.
Non bisogna forzarla, bisogna prepararla. La
donna, ieri schiava, non può diventar regina oggi
senza esser prima la compagna vera, intelligente,
operosa; senza saper prima di che sono fatte certe
lotte e certe vittorie. Quando l'uomo cesserà di
dirle: — Taci, tu non te ne intendi, — solo allora
ella potrà animarlo, ispirarlo, consolarlo, efficacemente,
durevolmente. Noi conosciamo poco e male
gli uomini, credete; e gli uomini conoscono malissimo
noi. In ogni modo una dedizione cieca, assoluta,
quasi suggestionata, sia anche della donna
[pg!86]
superiore, per l'uomo superiore, io non la ammetto;
perchè quella donna non sarà mai compensata, nè
intesa, nè adorata abbastanza; perchè l'uomo superiore
se vedrà un bel visino malinconico (che magari
non sarà che la maschera di una testa vuota),
quell'uomo ci farà su una creazione così splendida
e così inverosimile, che l'amica intellettuale e meno
favorita dalla fortuna non avrà di meglio a fare che
volatilizzarsi e sparire.

Io, mia signora, confesso, non ho la vostra bella
fede che nessun sacrifizio di donna sia stato perduto,
nessuna lagrima dispersa; io penso prosaicamente
che molte margherite furono gettate... a chi sapete,
e, per consolarmi, che la maggior parte dei nomi
di donna che si leggono nelle opere d'arte d'un uomo
non furono degni della lor parte di gloria.

Pure, quando trovo nelle letterature nordiche
che ora pare gettino una fredda ombra anche sulla
vita — quando trovo un modello di donna eletta
compiere freddamente, calcolatamente, un adulterio
nel morboso delirio di fabbricare in quell'ora l'uomo
ideale, e ritornarsene poi nella sua casa, fra i suoi
figliuoli a viverci *come prima* aspettando che le nasca
il Messia — io mi sento fortemente tentata di preferire
a questo mostro intellettuale *les jolis zéros* della
fresca e ignorante amante di Rivarol il quale non
le chiedeva che d'aver dello spirito come... una rosa!

[pg!87]




Pleiade nuova.
==============


I.
--

.. class:: center

| :small-caps:`Elda Gianelli`: «\ *Riflessi*»
| [Pubblicato la prima volta nella *Cordelia*, giornale per le giovinette — anno XI.]

L'altra mattina — una mattina caliginosa di questo
inverno musone — un fior di biancospino è
piovuto nella mia stanza. Veniva di lontano, da un
lembo estremo d'Italia sorriso dall'azzurro mare,
veniva sull'aria umidiccia a portarmi una carezza di
primavera.

Parlo di un volumetto; niveo, leggiadro, su cui
riluce un gentil nome femminile non più nuovo, e
un titolo (oh i titoli!) per delicatezza e per simbolo
affascinante. Lo apersi, lo scorsi, e l'impressione di
primavera rimase; il fior di biancospino mi donò tutto
l'olezzo schietto della sua corolla silvana di un'amarezza
velata di soavità. Così sono i versi di Elda
Gianelli, nati dal dolore di un'anima ancor giovine;
alimentati da una fresca vena di poesia abbondante
qualche volta sino all'insofferenza dei limiti. Spesso
la coppa trabocca. La causa è carina, non c'è che
dire: è un petalo di rosa: pure, quando manca, i
[pg!88]
riflessi sono più coloriti e più profondi. Io la vorrei
sempre come in «Romanticismo» e in «Pace»,
due bozzetti in cui la fine sobrietà lascia navigar
la mente in un mare di fantasie donandole più godimento
di una lunga lirica o di un poema ingegnoso
dopo i quali non resta più nulla da indovinare. Udite,
signorine:

.. class:: center

| PACE

..

   |   Strani su l'acqua cheta
   |   L'ombre formando vanno
   |   Intrecci; una segreta
   |   Storia quell'ombre sanno.
   | Passa la luna lieta,
   | Le immobili alghe stanno;
   | La storia del poeta
   | Non esse tradiranno.
   |   Si riuniron lente
   |   Sovra la testa bruna
   |   Ch'or posa dolcemente
   | Nel molle greto. Alcuna
   | Sul bel fronte pallente
   | Cura più non s'aduna.

Il dramma di quelle ombre conscie e mute, che
traspare appena dalla breve poesia come il delitto
da una poetica leggenda, evocandoci fronde e mormorii
intorno a una pallida parvenza, suscitandoci
una pietà strana per un ignoto martirio, ci scuote,
non è vero? come un'arma corrosa trovata per caso
in un'aiuola fiorita. Leggiamo ora questa, che io,
non so bene perchè, prediligo:

.. class:: center

| ROMANTICISMO

..

   |   Piegò la bella dama
   |   La bianca fronte austera:
   |   In atto di preghiera
   |   Giunse le mani e: M'ama,
   | [pg!89]
   | M'ama! tra sè proferse,
   | La intese appena il core;
   | Pur tutta di rossore
   | La fronte si coverse.
   |   E con triste abbandono
   |   Si sciolsero le mani...
   |   E de i detti profani
   |   Al cor pregò perdono.

.. class:: center

| \*\*\*

Oh la poetica visione! Vedete voi, seduta nella
gran scranna massiccia la fragile dama rigida e
pura come una Vergine di Sandro Botticelli? Le
mani giunte sono fini e lunghette, china l'altera
fronte di castellana, pensoso e vigile l'occhio che
sogna l'amore. Intanto dal balcone gotico inghirlandato
di gelsomini sale la melodia d'un liuto e d'una
voce che plora nel fresco e rustico idioma provenzale....

La dama sogna, l'incognita dama; ma ecco s'agita,
s'anima, vive: le mani le cadono prosciolte in
grembo, il petto si gonfia di sospiri. Chi sei tu?
Forse Maria di Champagne, la patrona dell'amor
cortese? o Giovanna di Fiandra, auspice di poemi?
o Jolanda, contessa di Saint-Pol, che presiedeva
alla prima traduzione della vecchia cronaca di Turpino?
o Maria di Francia, la soave cantatrice di
«Lai» in cui vibra una tenera passione tutta nuova,
l'autrice immaginosa che fantastica di cavalieri amati
dalle fate, di regine amoreggianti coi misteriosi
cavalieri del lago, di paesi incantati dove trecento
anni passano come tre giorni; la creatrice dei leggendari
nomi di Bisclavret, d'Eliduc, di Guingamor,
di Tiolet, di Grisedelis, cespiti di chi sa che fioritura....

[pg!90]
O Dio, ma dove volo con la fantasia? Signorine,
non v'arrabbiate.... mi pareva d'esser sola....

Ora, ai piedi dei due componimenti ispiratori, se
io non fossi un'orecchiante in materia poetica, vorrei
osservare che fra la non scarsa varietà di metro
che la Gianelli adopera sapientemente, il settenario
è quello che le s'addice di più. Ma non facciamo
questioni tecniche. La tecnica è come l'osso: guai se
la intacca un ferro inesperto. E in grazia dell'esattezza
non arricciate il naso, vi prego, al chirurgico
paragone.

Un sonetto che rispecchia una Provenza *autentica*
è quello ispirato a Clemenza Isaura di Tolosa,
il quale insieme ai due sul Verno e all'altro intitolato:
«Ruina» accentuano tra gli altri una nitidezza
disinvolta e una certa profondità d'osservazione e
di pensiero che meraviglia e rallegra in una giovane
autrice. Leggiamone uno per saggio:

.. class:: center

| CLEMENZA ISAURA

..

   | Dolci, o soave tolosana, i mali
   | Che il vostro labro in dolci versi ha pianto;
   | Vaghi i casti pensier del vostro canto
   | Come colombe da le candid'ali,
   |
   | Visser nel puro ciel de gl'ideali
   | La mente vostra e il vostro cor d'incanto,
   | E secolar di voi rimase il vanto,
   | O regina de' giuochi floreali.
   |
   | Bei tempi i vostri! A l'innocente gara
   | I poeti correan; stuolo cortese,
   | Per un fior d'eglantina ed un sorriso.
   |
   | E Amor sol era dilettosa o amara
   | Cagion de' carmi, e del dolor palese
   | D'uno, pronto ogni cor gemea conquiso.

[pg!91]
Che ve ne sembra? Non par di sentire il Marradi
con una sottil vena di passione di più?

Volevo voltare in fretta alcune pagine, ma non
posso. Questi due sonetti mi attraggono irresistibilmente:

.. class:: center

| PENSIERO D'INVERNO
|
| I.

..

   | Oh, l'inverno del cor! la nebbia greve
   | Che sul vibrante cerebro s'adima!
   | E la memoria d'ogni sogno lieve
   | Fa che, peso insoffribile, l'opprima!
   |
   | Oh, l'inverno nel cor, quando ancor breve
   | È la via corsa, allettatrice in prima;
   | E dormon sotto a la precoce neve
   | Per sempre i fiori onde appariva opima,
   |
   | Passa il garrulo maggio, e ride in festa
   | La terra, e dice al cor: vedi? la vita
   | Si rinnova e l'amore. Or, su, ti desta!
   |
   | Ma come a maggio landa isterilita
   | Non dà fil d'erba, il cor gelido resta,
   | La virtù del rinascere smarrita.

.. class:: center

| II.

..

   | E al capo mio ridea la primavera
   | Quando il verno sul cor impronto scese;
   | E s'aprìa l'alma giovinetta altera
   | A' lieti sogni, quando il gel la offese.
   |
   | E rapida calò da l'alba a sera
   | La sua giornata, a la stagion scortese;
   | Ella non fe' lamenti, non preghiera,
   | E romita tra l'ombre ombra si rese,
   | [pg!92]
   |
   | Ed amò il verno, che la pace assente
   | Profonda, e al germe di fallaci fiori
   | Chiude la vita, inesorabilmente:
   |
   | Il verno, immite a' giovanili cuori,
   | Ma non ingrato alla severa mente
   | Nel suo disprezzo di lucenti errori.

.. class:: center

| \*\*\*

Ecco l'amara e copiosa fonte dell'ispirazione: il
Dolore; ed ecco i versi più spontanei di Elda Gianelli.
Qui anche la chiusa è serrata e succosa, mentre,
lo dico per incidente, spesso gli ultimi versi
delle sue composizioni sono meno felici dei primi.
Per esempio questo principio di due fluenti ottave:

   | Come una vela candida e romita
   | Naviga il mio pensier per l'ampio mare

promettevano per la fine qualche cosa di più; ed
anche l'altro grazioso primo verso:

   | O solitaria perla del core,
   | Pensier...

e questi, soavissimi, dopo il titolo di «Riflessi:»

   | Voi siete i fiori dell'anima mia,
   | Anima triste, fior senza colore;

ci fanno sperare una progressione che non viene e
la cui mancanza ci lascia un po' freddi, stavo per
dire tristi, come in musica la risoluzione indefinita
d'una armonia.

In compenso però la strofa corre sempre agile
e alata, e, come dissi, l'idea palpita sotto il fragile
involucro gentile. Le «Ruine» contro cui si frangono
i secoli e che una latente forza, minuta, paziente
[pg!93]
continua, può, in un secondo, avvallare; «Leggendo
Byron» ne' cui canti ella cerca con un desiderio
scrutatore e con una fine intuizione tutta femminile
la poesia di ciò che tacque e l'oscuro poema d'un
cuor di sposa che nessuno penetrò; i «Grotteschi»
d'un dipinto, che le danno un ribrezzo e un fascino
di mistero Eleusino; il sanguinoso episodio di vendetta
ch'ella coglie nell'«Edda» la epopea nordica — lasciandoci
l'impressione eroica e pietosa
della tronca testa imbrattata di Swankilda dai capelli
d'oro; tutto ciò non è sentimentalismo nè larva di
poesia. E nel sentimentalismo non ci cade mai; anche
se rivolge lo sguardo pensoso e il bel cuor di
donna alle miserie che la circondano, e s'intenerisce
al sogno del piccolo suonatore girovago o prevede
un morticino prossimo nel bianco fanciullo che incontra
in chiesa il dì dei morti:

   | Un gramo fanciullin da gli occhi strani,
   | Come smarriti, d'animuccia in bando.

ci dica il segreto di passione d'una giovine morta
che par sorridere in pace, o si ricordi d'un vespro
mestissimo; sospiri allo sfogliarsi delle rose o aneli
di dileguare nell'infinito, Elda Gianelli non è sdolcinata
nè manierata, mai. Le sue rime la rivelano
una forte e amorosa tempra di donna, un'anima
eletta di fanciulla. Deve essere bruna e ardente come
la Sulamite; lei stessa confida al fiume che è irrequieta
come lui, che come lui corre verso un destino
ignoto; coraggiosa, fiera, celando lotte e ferite con
la pudicizia del dolore ch'è nelle anime superiori e
virili, fermentando qualchevolta in una protesta, in
un slancio di libertà ribelle, calda, onesta, schietta,
temperata sempre donnescamente.

[pg!94]
Poichè la fervida poetessa dal nome alato è sopratutto
*donna*. Essa deve appartenere a quella fortunata
categoria di signore a cui gli uomini perdonano
volentieri di adoperare la penna perchè sanno
maneggiar l'ago con la stessa maestria, la stessa
facilità. Quella fanciulla bruna che la Gianelli ci dipinge
seduta ad un verone rivestito d'edera, che
agucchia con la mano leggiera e il pensiero vagabondo,
in faccia al mare, al gran mare, deve esser
lei; e se Elda non fosse una cara figliuola non
avrebbe sentito così intimamente la poesia umile e
vera di quel «picciolo tinello» nelle «dolci sere»
di riunione domestica; in cui il suo pensiero ardito
e indomabile e i drammi del cuore le paiono una
stonatura e una menzogna. Eppure no, è l'augellino
avido di azzurro a cui il morbido nido non basta
più, e si slancia..... ma l'impressione dolce del muschio
fra cui nacque e la fragranza delle erbe che
allacciavano la sua cuna gli rimangono e lo seguono
nel suo viaggio acreo, per lungo tempo. Così la
musa di questa figliuola, di questa signorina, è profumata
e vereconda, e non ci sarà bisogno di sottrarre
agli sguardi curiosi delle fanciulle i suoi volumetti
di versi, come si deve fare qualchevolta
per certe liriche sebbene portino nomi di signorine....

   | Forse il pensier non sente la carezza
   | Del pensier che si perde a sè simil,
   | Di un eterno sognar ne la vanezza,
   | Smarrito in terra spirito gentil?
   | Forse tutte non vengon le parole
   | Soavi accolte da soavi cor?
   | Forse i versi non han, povere fole,
   | Per altri pazzi un ideal valor?

[pg!95]
Vorrei che fosser molti i pazzi di così gentile
follìa; molte le anime pure ed illuminate del raggio
divino rifrangentesi nella sua, almeno tutte voi, signorine.
E allora una fresca falange di leggiadre
guerriere dalla verga fiorita metterebbe in fuga il
tenebroso esercito dei malcontenti, dei pedanti, degli
scettici dell'ingegno femminile. E flagellandoli
con le verghe odorose, e soverchiandoli con un
affollamento di visi giocondi, chiedereste loro con
le vostre voci argentine, assordanti, prepotenti, spietate,
cosa sarebbe la primavera se nell'aria non
fluttuassero farfalle e petali e profumi, e se accanto
ai pomposi non sbocciassero i fragili fiori?


II.
---

.. class:: center

| (:small-caps:`Ettore Sanfelice`: *Gru migranti*).

Ho chiuso un volumetto di versi, non dei soliti.
Del resto c'era da prevederlo. Ettore Sanfelice non
è un ignoto nell'animosa schiera dei giovani bardi
di questo scorcio di secolo. Di lui abbiamo, oltre
varii scritti minori, due raccolte di Rime edite dallo
Zanichelli, qualche scena lirica di soggetto biblico,
e un dramma poetico: «Concordio», nel quale la
vigorìa del concetto è rivestita radiosamente di
versi sciolti d'una bellezza e d'un'efficacia non comune.
Egli ha salpato con la sua navicella carica
di tesori ed ora veleggia forte delle sue dovizie
alla conquista dei paesi della gloria [#]_.

.. [#] Questo scritto apparve la prima volta nel «\ *Bios*» di
   Napoli (Ottobre 1891). Il Sanfelice ha pubblicato ancora: *Il
   Guercino* — *Ercole* — discorsi (Bologna, Azzoguidi 1991). — *I
   Cenci*, trag. di P. B. Shelley — Traduzione (Verona, Tedeschi
   1862). — *Prometeo liberato*, dramma di P. B. Shelley — Traduzione
   (L. Roux, Torino-Roma 1894). — *Adorazione*, Poema,
   (Parma, Ferrari e Pellegrini 1894). — *Dalla Neve alla
   Rosa* (Velletri, Pio Stacca 1895). — *Thomas*, dramma (Parma,
   Ferreri e Pellegrini 1895) ed altro ancora. Il Sanfelice, purtroppo,
   va spegnendosi per una implacabile infermità che lo
   ha tolto completamente alla conoscenza della vita e alla
   sua arte. N. d. A.

[pg!96]

Frattanto lancia un primo stuolo di «Gru migranti»,
fantasia di titolo così elegante che fa subito
bene pronosticare. Poichè s'ha un bel chiamarla
raffinatezza morbosa o decadenza bizantina, questa
nostra delicatezza tutta moderna d'orecchio e di
gusti che spia nella parola il colore e l'armonia,
che ne spreme l'intima essenza e ne ricerca il simbolo
occulto: sia perfezione o corruzione, se ne
disperino pure i grammatici, il gusto c'è, e ci si
lima per appagarlo, tanto che resterà come una delle
caratteristiche della nostra letteratura contemporanea.
Il titolo quindi deve riassumere oggi non solo l'indole
ma l'anima del lavoro, e tutto ciò che d'inafferrabile
e di vago resta sempre nella mente dell'autore
intorno all'opera compiuta — qualchecosa che
non era possibile tradurre e che egli vede diffondersi
e accerchiare la creazione sua, fatta realtà,
come quei vapori luminosi che qualchevolta fanno
una sfumatura intorno alla luna. Raramente quando
il titolo è di cattivo gusto l'opera è perfetta: in un
punto o nell'altro rivelerà la goffaggine del padre
che non seppe vegliare al suo battesimo. «\ *Il verso
è tutto*» proclama il D'Annunzio; — e il titolo non
è poco — osservo io. La presunzione, la modestia,
la scimunitaggine, la fantasia, l'austerità la raffinatezza
raggiano dal frontespizio, sono la firma morale
dell'autore. Almeno così mi pare che sia.

[pg!97]
Le «Gru Migranti» del Sanfelice si svolgono in
lunga teoria, poderose e altere come aquilette regali,
su un orizzonte a pause di nembi e di sole, nella
solitudine d'una via del cielo troppo eccelsa per essere
ingombra. «.... *Come i gru van cantando lor lai*»
egli effonde la piena delle rime in una ricchezza di
metro e di concetto che non si riscontrano frequentemente
fra i nostri giovani autori. E neppure si trovano
molti che conoscano come lui l'arte difficile del condensare — qualità
che in prosa può esser solamente
simpatica, ma che in poesia io ritengo indispensabile.
Peccato che di questa sua forza egli vada tanto altero
da abusarne un pochino a scapito qualchevolta della
chiarezza e dell'eleganza; — ma in tempi d'anemia
come questi si può ben perdonare un'esuberanza di
salute, specialmente se il più delle volte c'incontriamo
in versi come questi:

   | Scendono i morti e salgono le spiche,
   | recano quelli un'eco nel mister,
   | e forse queste, pane alle fatiche,
   | fremono della terra un pio pensier.

Io conosco qualche poema in cui si è tirato in
ballo gli elementi e qualche cosa di più, che non
riesce a dare il senso arcano e profondo della palingenesi
come queste quattro righe nutrite d'una così
gentile maestà. Di questi componimentini, coloriti e
tenui come fiori, che raccolgono essenza vera di
poesia, è costellato il volumetto denso e sottile. Il
Sanfelice li chiama semplicemente «Sensi lirici» o
«Note liriche» e sono un'innovazione riuscitissima,
intorno alla quale amerei indugiare a lungo con una
compiacenza tutta femminile come fra ninnoli fragili
e costosi. Ma «la via lunga il piede *mi* sospinge»;
poi il giovine autore, tutto volto a più serii ideali,
[pg!98]
mi richiama con un rammarico che par rimprovero
alle creazioni maggiori che nel suo volumetto sono
poi le più numerose.

Anche nella compilazione del libro c'è un po' di
affastellamento — bisogna convenirne. I versi originali
s'alternano senz'ordine con le traduzioni, e un
leggiadrissimo monologo in versi martelliani confuso
così nel pelago minaccia di naufragare. Si direbbe
che il Sanfelice col suo tesoro di rime d'oro puro,
riunite con una noncuranza da gran signore, voglia
gettar una sfida alla gran caterva della mediocrità
che dilata la moneta spicciola sul candore degli
elzeviri. Pure, per una seconda edizione, mi permetterei
di consigliarlo a lasciar circolare un po' più
d'aria nel suo volume, anche sacrificando qualche
pagina, per esempio quelle dedicate a tutta la Bellezza,
trentatrè strofe d'una filosofia che starebbe
meglio in prosa. Ma ora intanto esaminiamo il libro
com'è.

Il Sanfelice, poichè non è un poeta volgare, s'accosta
al sonetto con una specie di reverenza e lo sceglie
per gli sfoghi dell'anima e per i soggetti preferiti — proprio
come si ricorrerebbe a una persona eletta e
antica per confidarle i nostri affanni e i nostri sogni.
«Cassiodoro», «Anacreonte», «Saffo», «Arturo e
Morgana», «Ginevra», «In Excelsis» sono a parer
mio fra i belli i bellissimi. La prima quartina dell'«Ora»
è superba:

   | Ecco l'ora ch'io sento turbinare
   | i chiusi canti sospiranti il volo;
   | nella lirica febbre ardemi un duolo
   | titanico: è il mio cuor simile al mare.

Ma segue una cruda immagine, che sebbene efficace,
è di un verismo che offende. E questo si riscontra
[pg!99]
varie volte nella poesia del Sanfelice. Mentre
si cammina nell'azzurro fra le stelle o fra i laberinti
odorosi d'un giardino incantato, una parola, una similitudine,
un verso, pungono e fanno arrossire. E
questo è strano in un poeta che sa raggiungere le
alte cime dell'idealità e regnarvi anche a costo di
avvolgersi di nubi. Si direbbe che sdegna di reggersi
a mezz'aria. Ma poi quell'altezza di quando in
quando gli dà le vertigini, l'aria troppo fina s'infiamma
e lo arde, allora scende a precipizio e ci
sveglia sulla terra rudemente, non senza una punta
di monelleria.

Il sonetto «Cassiodoro» è però fra gli altri un
quadretto storico d'un'aristocratica e severa classicità:

   | Nel cortile del chiostro è somma pace;
   | odi sol la fontana; un frate accanto,
   | cui fluisce canizie e il cuor non tace,
   | fisa nell'acqua il memore occhio santo.
   |
   | È Cassiodoro, la latina face
   | tra le gotiche nebbie e 'l nostro pianto;
   | il libro di Boezio in man gli giace,
   | vedovo a lui di suo placido incanto.
   |
   | Ed ecco uscir due lieti fraticelli:
   | \— Altri volumi ritrovammo, o padre,
   | che sepolti giacean, fiori di Roma.
   |
   | \— Serbateli! Alleluja! È vivo in quelli
   | il nome e la virtù della gran madre
   | pei dì futuri. — E fier mosse la chioma.

Non sono molti i giovani che si trovino nella
mente, come il Sanfelice, una solida coltura capace
di alimentare sostanziosamente la vena poetica del
loro ingegno, di colorirla delle tinte più fosche e più
ridenti della storia e della favola, di profumarla di
[pg!100]
tutta l'intima essenza d'un concetto afferrato con
sicurezza sintetica e profonda. La sua tavolozza è
lussureggiante di tinte sfumate illimitatamente da una
fantasia sbrigliata e gentile. Dei, ninfe, mostri, maghi,
fate, castellane, paggi, genii secolari, larve romantiche — visioni
di bellezza, d'arte, di paesi ideali — sfilano
nella melodia del verso, fra le garze d'oro
del simbolo, nella luce velata e dolce delle età passate.
Vorrei poter dare un'idea dei versi sciolti
robusti e armoniosi che compongono la «Favola»
e «La poesia Georgica» — due frammenti che sembrano
di un marmo di Prassitele; dare un'idea della
grandiosità sobria ed efficace che informa «Saturno»
e «Il fiume selvaggio», della gemmata eleganza
d'una «Sestina nuziale», della fantasia che azzurreggia
nella «Visione di _`Franz Liszt`» e nella «Nascita
del Minotauro», dell'appassionata mestizia
d'alcuni sonetti, del lirismo dolce e melanconico delle
«Elegie d'ottobre», del ritmo carezzevole del «Valtzer
mortale», delle iridescenze che rivestono d'un fulgore
di rosa e di viola i tre brevi componimenti:
«Sirene» — «Perle» — «Lagrime», e pennelleggiano
variamente pensieri, accenti, visioni in pochi
versi senza titolo riuniti in gruppi come fiori; ma
non mi è possibile perchè dovrei trascrivere mezzo
libro. Pure non so rifiutarmi il piacere di ridire ancora
qualche verso:

   | La vecchietta filando, e sorridendo
   | come può solo la senil dolcezza,
   | mi narrava le fiabe, e ridicea
   | pur col tremulo labbro le canzoni
   | del suo bel tempo. La vecchietta avea
   | nome di santa; nonna ella non era,
   | anzi nè dato avea bacio di sposa.
   | Con piacere io l'udia; socchiusi i cigli,
   | [pg!101]
   | m'imaginavo estraneo a questa vita,
   | come se l'eco d'un ignoto mondo
   | cogliessi in qualche regno del Silenzio.
   | Ma la voce si fe' fioca narrando,
   | il fuso stette, e grato sonno vinse
   | la dolce Parca piena di leggende.

Ecco che qui riluce una qualità simpatica del
Sanfelice: quella di sentire sinceramente la poesia
delle vecchie cose, persino delle più umili. Così,
quantunque adori l'antichità classica con tutto il suo
corteggio di miti e di forme, pure si sofferma volentieri
dinanzi a qualche episodio romantico o ingenuo
purchè abbia l'aroma della vetustà. Certi soggetti in
mano sua pigliano l'aspetto di quei gioielli fragili e
preziosi di vecchio stile, un po' barocco anche, che
ricordano le nonne semplici e serene agghindate a
festa. Nè l'erudizione e la fantasia inaridiscono il
sentimento che serpeggia dappertutto in lagrime e
sorrisi, e irrompe sovente in qualche canto d'amore
indomito e tempestoso che non di rado termina in
uno sconfortante abbandono. Le traduzioni dal vecchio
inglese, poi, sono pregevolissime; specialmente
quella dei difficili sonetti dello _`Shakespeare` fatta con
una fedeltà elegante quanto rara. C'è da augurarsi
presto quella in prosa delle opere dello Shelley che
il Sanfelice ci promette.

Ma sopratutto auguriamoci un secondo stuolo di
Gru che, come queste, ci portino nelle loro piume
un riflesso della dolce plaga dell'arte e dei sogni.

[pg!102]


III.
----

.. class:: center

| Cosimo Giorgieri-Contri: :small-caps:`Poesie`.

    [Questo articolo fu scritto quindici anni or sono, quando
    il Giorgieri Contri, che ora ha un posto sicuro tra i nostri
    migliori poeti contemporanei, era ancora alle sue prime
    armi. L'autrice di questo scritto ha la compiacenza d'essere
    stata fra i primi a rilevare la delicata e originale personalità
    artistica di lui. (N. d. A.)]

Una prosa, una poesia che colpisce senza la suggestione
di un nome che la illumini della luce già
conquistata da tutta una produzione felice antecedente,
è un gentile trionfo spirituale per l'autore e
per il lettore. Il convenzionalismo e l'indifferenza che
adunano intorno all'opera artistica una ghiaccia ben
più spessa e dolorosa di quella dell'Inferno Dantesco,
non possono essere infranti che da un ingegno eccezionalmente
saturo di vitalità. Questo specialmente
per l'Italia, in cui il nome è tutto; in cui, ahimè,
troppe volte la delicatezza svapora fra la maggioranza
sgarbata e vistosa. Il Giorgieri-Contri è un
giovine, quasi sconosciuto finora, che non ha pubblicato,
ch'io mi sappia, nessuna raccolta di versi,
che sta ora attendendo al suo primo romanzo; una
personalità artistica ancora in bocciuolo; il momento
[pg!103]
più eloquente o più vago per l'arte, pel fiore. È un
raccoglimento soave tra mistico e ardente, un po'
melanconico anche, come tutti gli stadi di bellezza
e di fragilità che non possono durare, che sono come
le carità benigne del vecchio Destino.

Le poesie del Giorgieri-Contri, migranti come
fogliuzze su per i giornali, non possono passare
inosservate ai raffinati della vita intellettuale. Una
dolcezza tenera, insinuante, semplice, aristocratica,
come quella che spira in certi delicati versi di Bourget,
di Verlaine, scorrente nella più pura e melodiosa
forma italiana: una velatura tranquilla e squisita che
sbiadisce, allontana e spiritualizza l'immagine come
nel sogno, un'eleganza artistica e rara che non sminuisce
mai, però, la freschezza della sensazione, dell'immagine,
del sentimento. E da questo felice equilibrio
l'effondersi di una suggestione di fantasia e di
verità, ma buona, ma refrigerante; come una melodia
facile e gentile che pur ci ricordi un'ora lontana e
divina e tumultuosa in cui riassumemmo tutta la
nostra parte di felicità.

Cosimo Giorgieri-Contri intitola «Autunni Antichi»
un breve cielo di rime, e la doppia melanconia
dell'autunno e del passato impallidisce dolentemente
le visioni leggiadre. Quei suoi due amanti del secolo
della cipria e dei madrigali — la bianca favorita — il
re — la pensosa signora vestita di viola — si
delineano diafani e vissuti come certe evocazioni di
Pierre Loti, l'insuperato mietitore d'asfodeli che
guarda nell'ideale come in una lente magica che gli
ricompone l'inafferrabile, e gli avvicina dalle profonde
lontananze secolari, persone, voci, cose nella
loro evidenza originaria.

Ricordo il primo sonetto: «Galante Autunno».

   | [pg!104]
   | Gli amanti sono: un giovine signore
   |   con spada e parrucchina incipriata,
   |   e una piccola dama dilicata,
   |   in broccatello azzurro a passiflore.
   |
   | Siedon sopra una gran pietra, baciata
   |   da un sol d'ottobre tepido, che muore,
   |   e la terra, dintorno, è da un dolore
   |   di morte foglie tutta addolorata.
   |
   | Che si dicono? Forse un madrigale
   |   un po' tenero e un po' lambiccatello
   |   L'autunno muore e il giorno: ella lo sente.
   |
   | Cade ancor qualche foglia amaramente,
   |   e nel pallido vespro autunnale
   |   che tinte smorte ha il vecchio broccatello!

.. class:: center

| \*\*\*

Segue «\ *La caccia*», nel quale la sfilata dei cavalieri
nell'ombra d'autunno e quel rosso orizzonte in
cui il re si affisa sognando, mentre il vento gli passa
lamentoso alle spalle come un presentimento, danno
una visione e un pensiero tenace. Poi il *Labirinto*,
di così fine metafora; — la *Favorita* che l'autore ci
fa rivivere così delicatamente in quel suo solo ricordarne
accanto a una vasca il passo leggiero e il
«pallore ducale» della mano; — un'idea di amore
e di fugacità così sommessamente espressa al mormorio
d'un filo d'acqua di Villa Borghese; — indi
la *Pensosa*, la pensosa dama vestita di viola che mi
sembra la dama della *Sensitiva* di Shelley: «che
pareva aver pietà dell'erba che i suoi piedi piegavano»
e quelle foglie che, tornata al castello, la
Pensosa si troverà sullo strascico «omaggio del
parco autunnale alle veste viola» dànno al suo poeta
un'immagine gentilissima:

[pg!105]

   | e penserà che pure Ella è passata sola
   | nella vita, e null'altro le riman del passaggio
   | che qualche foglia morta che l'autunno ha corrosa.

Chiude il breve ciclo l'epitaffio scritto sulla tomba
di un cane — versi coloriti di un lieve *humor* epigrammatico
che rivelano un lato nuovo di questa
eletta personalità.

Io m'auguro, e credo che molti — non per le
mie parole ma per il ricordo dei versi incantevoli — si
augureranno, di trovar presto il nome del giovane
poeta in fronte a un nitido volume. Oh copertine
levigate, dai raggi d'oro, copertine auree e
fiorite, ospitereste finalmente qualchecosa degno di
voi!

[pg!106]




Edoardo Bellamy.
================

.. class:: center

| :small-caps:`Nell'anno 2000`.


Ecco un libro fortunato. L'Apocalittico sogno
d'una nuova età dell'oro è stato di buon augurio al
giovine autore americano. A Boston, dove il volume
uscì col suo titolo originario: «\ *Looking Backward*»,
se ne fecero 335 edizioni; ed in Italia, nella succinta
veste latina che gli ha adattato il signor P.
Mazzoni, comparisce già per la quinta volta. È un
tantino troppo, mi pare, per un libro che non meritando
il nome di romanzo, nè essendo un serio studio
sociale — titoli a cui aspira — conviene relegare
nella sezione delle curiosità. Maravigliosa gente
questi Americani! Mi sembrano titani fanciulli che si
balocchino col sole e colla luna. Edoardo Bellamy si
è baloccato coi secoli. Il protagonista del suo racconto,
un tal Giuliano West, per rimedio contro un'insonnia
ostinata, si faceva addormentare ogni sera
da un ipnotizzatore nella sua camera da letto sotterranea,
foderata di cemento idraulico e coperta
di lastre di macigno: il servo che solo sapeva il
segreto, lo destava ogni mattina. Ma un incendio
nella notte distrugge la casa, il servo perisce nelle
fiamme, il medico ipnotizzatore era andato all'altro
capo del mondo proprio la sera prima, e Giuliano
continua a dormire nel suo sotterraneo, finchè un
[pg!107]
figlio del XX secolo, per certi scavi, non gli rompe
l'alto sonno nella testa. Suppongo che la tromba
della Resurrezione gli avrebbe cagionato meno stupore
della voce del dottor Leete che lo avvertiva
garbatamente: — Siamo nell'anno 2000, signore».

Naturalmente Giuliano West crede ad uno scherzo;
è impossibile che abbia tanto dormito, lui che
pativa d'insonnia! Ma deve pur rendersi all'evidenza:
ha proprio schiacciato un sonnellino di un secolo! e
mentre gli altri osservano curiosamente quell'uomo
vestito all'antica fra quelle suppellettili che fanno
rivivere ai loro occhi un'era di barbarie, Giuliano si
guarda allo specchio... e si trova giovine, vigoroso e
sveglio più di prima. Ecco se non altro un conforto
inaspettato. Ma quel povero naufrago di un altro secolo
si trova pure assai solo, e non può impedirsi di
pensare con rammarico alla generazione sparita fra
cui erano le sue conoscenze e i suoi affetti, a quel
passato che avrebbe dovuto essere il suo avvenire,
alla sua fidanzata Edith. — Edith? — gli dice il suo
ospite; — è la mia figliuola. — E gli presenta una
bella fanciulla fresca come un fiore. Giuliano se ne
innamora: e più tardi apprende che Edith Leete non
è altro che la pronipote di Edith Bartlett, la sua
antica fidanzata, la quale dopo averlo pianto morto
per quattordici anni aveva fatto un matrimonio di riflessione.
Sulle prime Giuliano le serba un po' di
rancore per questa conclusione, poi pensa che se la
prima Edith non si fosse consolata, l'Edith nuova
non esisterebbe, e si consola anche lui.

Questa è tutta la parte romantica che, scritta con
maggior spigliatezza, arguzia e colore, potrebbe riuscire,
sebben tenue, amenissima. La parte sociale del
racconto è una magnifica assurdità, abbagliante e
[pg!108]
ingannevole come la scienza dei romanzi di Giulio
Verne coi quali questo di Bellamy ha un'aria di famiglia.
Nell'anno duemila non vi saranno più poveri, nè
oziosi, nè malfattori, nè nemici, nè avari, nè tiranni,
nè potenti. Una grande armata industriale, in cui
tutti indistintamente dovranno servire per il loro paese
fra il ventunesimo e il quarantacinquesimo anno,
livellerà tutte le classi e darà a tutte l'agiatezza, il
lavoro, la felicità operosa, una serena tranquillità.
Dopo i quarantacinque anni ognuno sarà libero di
dedicarsi all'arte o alle occupazioni preferite, fino
alla morte, che con la fatica così equamente distribuita
e l'igiene imperante, colpirà solamente nell'estrema
vecchiezza. Non si parla di ospedali; le prigioni
sono sparite, poichè è sparito il dèmone cattivo
sobillatore: la miseria — il germe della corruzione:
l'oro. Il danaro non ha più valore, è lettera morta,
non si compera e non si vende più; non vi sono più
stipendi nè patrimoni. Un libro di credito che ogni
cittadino tiene dallo Stato fa le veci del metallo e
della cartamoneta; non più dunque interessi privati,
piccole industrie, case bancarie, speculatori, affaristi;
ogni proprietà, ogni commercio sono fusi in un'unica
produzione nazionale ugualmente distribuita da un
Presidente che diventa un fornitore.

Ai miei occhi, agli occhi dei profani, questo immane
meccanismo di ordinamento sociale descritto
minuziosamente sbalordisce, per la sua apparenza di
larga semplicità; una semplicità così elementare, così
logica, che a tutta prima fa stropicciare gli occhi ed
esclamare: «Ma dunque perchè questo non sarebbe
possibile?» Poi, ahimè! appena ci si avvicina un
poco, anche gli inesperti del grande e doloroso problema,
s'accorgono del miraggio. L'edifizio è vasto e
[pg!109]
splendido, fantasioso e severo; superbo come un arco
di trionfo, pio come una cattedrale: ingombra i cieli
nel fulgore sano del sole, ma non posa sulla terra;
non ha base, non ha fondamenta; ad un soffio svanirà.
E svanisce.

Svanisce poichè è inutile, se noi misera progenie
d'Eva non potremo abitarlo giammai. Ci vorrebbero
degli spiriti luminosi e incorporei da Paradiso Dantesco.
Ma noi con questo po' po' di zavorra? Povero
edificio! Altro che sventramento!

Il signor Bellamy ha dimenticato assolutamente
il terribile mostro delle passioni che ognuno di noi
porta appiattato alle spalle e che ci sospinge e ci
uccide. Non più oro; dunque non più delitti, non più
assassinî, non più rapine, non più suicidi ha detto
lui: dunque non più forza pubblica, non più luoghi
di pena; e fratellanza e ordine perfetto. Oh «\ *Amour,
mysterieux amour, douce misère!*», dove ti relega il
signor Bellamy per emanciparsi così di te?... I delitti
e i suicidî mossi dall'amore non sono forse altrettanti
di quelli mossi dall'avidità? L'amore non genera
forse la gelosia, l'odio, la vendetta, la ribellione, i
rimorsi? Poi, lasciando in pace l'amore, e l'egoismo,
così tenace nella natura umana? l'ira, l'invidia, l'infingardaggine
e tutto quel brulicame di cattivi instinti
e di tendenze malsane che ci ribolle nel sangue, che
riusciremo a domare, a soffocare giammai? Siamo
in terra, signor Bellamy! — Peccato! — Lo so, ma
ci siamo; e intanto le vostre sapienti precauzioni per
la felicità mi fanno venire in mente una vecchia
fiaba in cui una bambina per salvarsi dal lupo manaro
turò colla bambagia ogni spiraglio, ogni pertugio,
ogni crepaccio della sua casa, chiuse le finestre
[pg!110]
e si coricò tranquilla... dimenticando aperto l'uscio.
Cose che succedono.

E non è solamente su questa.... distrazione che si
trova a ridire. Manca l'equilibrio nel lavoro dello
scrittore americano. Mentre su certi punti s'indugia
a sazietà, come nell'ordinamento industriale, su certi
altri sorvola, come nella questione religiosa, essenzialissima.
Di agricoltura non una parola; di arte non
sappiamo se non che il solo giudice sarà il pubblico
il cui verdetto «per l'alto livello universale dell'educazione
odierna — parla il dottor Leete — acquista
un valore assoluto, preciso, che ai vostri tempi era
del tutto impossibile». Quindi a tutti lo stesso granellino
di sale della sapienza o la stessa patente di
asinaggine. Il genio che si sprigiona e vola, l'intelligenza
illuminata e divinatrice, il buon gusto innato
e individuale, tutto tagliato a spazzola. Nessuno più
farà musica in casa. Si potrà aver musica però a
domicilio in tutte le ore del giorno e della notte
toccando un bottoncino elettrico, press'a poco come
il gas e l'acquedotto. Oh razza anglo-sassone, ti
riconosco!

Anche sull'educazione, sulle professioni, sul servizio
sanitario, pochi e non soddisfacenti ragguagli.
La piaga dei domestici cicatrizzata perchè non vi
saranno domestici. Si va a mangiare al ristorante,
alla cucina dello Stato e «in caso di emergenze speciali — spiega
il solito dottor Leete — come il ripulimento
o rinnovamento generale della casa, possiamo
sempre invocare l'assistenza dell'armata industriale.
Dunque in quel civilissimo secolo il ripulimento della
casa è un'*emergenza speciale*! E dire che quando
parlano di noi del secolo decimonono ci chiamano
*barbari*. Siamo proprio noi i barbari, dottor Leete?...

[pg!111]
Ingegnosa e verosimile l'idea del trasporto dei
pacchi a domicilio per mezzo di tubi pneumatici; e,
per le giornate piovose, le gran tele impermeabili
che scendendo a terra trasformano i marciapiedi in
altrettanti corridoi asciutti e ben illuminati. Anche fa
piacere il non riscontrare in un libro d'intenti così
eminentemente socialisti, nessuna invettiva, nessuna
crudezza, nessuna suggestione.

   | «Per altre vie, per altri porti
   | Verrai a piaggia non qui per passare».

significano circa le parole del dottor Leete all'indirizzo
di quei signori dalla bandiera rossa; e quell'aura
di pace, quella compostezza serena danno al racconto
un simpatico carattere elevato e fine che gli apre
tutte le porte indistintamente.

Il capitolo dedicato all'eterno femminino è il migliore
del volume. È un bell'ideale di emancipazione
sana, onesta, vera, a cui la donna perviene per mezzo
del lavoro. Essa pure appartiene all'armata industriale
che non lascia se non per i doveri della maternità, e
può attendere come l'uomo ad un genere d'occupazione
preferito. Naturalmente sono per lei i lavori più
facili e i meno faticosi — è la cavalleria del secolo
ventunesimo — e la donna diventa così la vera eguale,
la vera compagna, la vera cooperatrice dell'uomo.

Inorridite, rinnegatemi, amiche che passate radiose
di gemme nei balli calpestando le trine da mille lire
il metro, e che v'adagiate nella morbidezza degli intimi
salottini esauste per un viaggio alla Sterne nelle
regioni pettegole e profumate; inorridite, ma ho
chiuso fra quel capitolo un desiderio e un rammarico....
Che buona salute! che appetiti! che soddisfazione pura
e lieta! una stanchezza piena di sollievo, un riposo
[pg!112]
pieno di dolcezza, una vita feconda e operosa. Oh l'attraente
visione! Non più tempo per le emicranie, per
le nevrosi logoranti, per le fantasticherie velenose, per
i languori cattivi, per gli ozî insidiosi. Mai più annoiarsi,
mai più! Poi la gentile alterezza di bastare a
noi stesse, e l'affrancamento da ogni schiavitù: quella
di un'ipocrita galanteria che ci confina fra i gingilli
fragili e inutili, o l'altra meno umiliante ma più triste
che condanna la donna a girare intorno allo stretto
circolo delle attribuzioni domestiche, con gli occhi
bendati, senza tregua, per tutta la vita; come i cavalli
che una volta facevano andar le macine dei tintori....

Ed ora un raggio anche per voi, signorine. Immaginate
voi che paradiso sarà il mondo quando verrà
abbattuto quel famoso «Dio dell'or» che miete tante
speranze e inaridisce tanti cuori? che appare sempre,
o quasi, livido, inesorabile spettro fra il gioioso festino
della vostra giovinezza? Pensate un po' che ebbrezza
volare all'anima gemella sbarazzate e libere per sempre
da tutte quelle brutte miserie di doti, di notai, di
patrimoni, di assegni, che offuscano lo splendore delle
vostre aluccie di farfalle! Sarà un tripudio di gioventù,
di bellezza, d'amore!

Ma, ahimè, questo è l'ultimo sogno — un sogno
d'alba! — bisogna destarsi e lasciare il baldo e pacifico
popolo evocato da Edoardo Bellamy. Avesse egli
la potenza del mago Merlino e noi i meriti di Bradamante
per poter assistere con convinzione alla sfilata
di questi nostri discendenti futuri! Ci sarebbe proprio
da consolarsi.

[pg!113]




Maternità.
==========

.. class:: center

| [Dall'Idea liberale, Milano, 1894.]


Vediamo di deviare un poco dall'eterna e oziosa
questione. Minaccia di diventare una cosa insopportabile.
Quasi non bastassero i poeti a farci responsabili
dei loro peccati.... in rima — i romanzieri a
fotografarci negli atteggiamenti più inverosimili — i
giornalisti che tentano tutti i giorni di farci mandare
a carte quarantanove riempiendo le colonne
dei giornali estivi di *fisciù* alla Maria-Antonietta, di
trine, di occhi di tutti i colori, ecco gli antropologi ad
annunziarci che ci fanno l'onore di tagliarci a striscie
per scoprire il meccanismo che ci fa ridere e piangere....

Povere donne! prima la lana da filare e Vesta da
servire; poi i chiostri e i mariti di ferro, più tardi
gli specchietti del Rinascimento che ci attiravano e
ci uccidevano come le allodole; indi i cavalieri serventi;
ed ora gli scienziati che ci prendono curiosamente
con due dita e ci mettono sotto il microscopio
come se si trattasse d'un microbo di nuova specie....

Signore intelligenti e di buona volontà, che leggete
la *Idea liberale*, volete che insorgiamo? volete
che si bandisca una crociata contro quest'ultima
cattiva piega del secolo che dopo aver tutto decomposto
[pg!114]
o spostato, minaccia di continuare la sua bell'opera
con noi assegnandoci per nostra definitiva
dimora la casella degli uomini degenerati?...

Un momento, signore; non scappate: c'è qui chi ci
salva. Fra tutti gli articoli scritti in questi giorni per
la nostra causa ve n'ha uno, nella severa e simpatica
*Gazzetta letteraria*, che dà la nota giusta in questo
frastuono d'accordature. Ha l'aria d'una trovata, eppure
è una cosa semplicissima: la storia dell'uovo di
Colombo. Mi dispiace di non conoscere l'autore, signor
Augusto Lenzoni, per non potergli esprimere direttamente
la mia viva approvazione. Era una cosa così
elementare! come mai non vi hanno pensato prima?
Giusto; era questo il difficile: pensarci.

«La psiche umana — dice il Lenzoni nel suo
geniale scritto — è così varia, così complessa, così
proteiforme, che nessuno può misurarla, nè pesarla,
nè circoscriverla in una formola assoluta. Hanno
voluto fare della donna un essere psicologicamente
diverso dall'uomo, e forse le differenze non esistono
sono insignificanti».

Arrivati, dunque, dopo il lungo studio a questa
trionfale conclusione, mi pare che non ci sia altro
da dire. Un altro campo però si schiude, vasto, fiorito,
troppo poco troppo male esplorato fin qui: voglio,
dire il regno della donna madre.

E qui, siano pur numerose e vivaci e impertinenti
anche e minuziose le discussioni, noi non ce ne lagneremo.
Nessuna osservazione che riguardi questa alta
missione femminile può essere oziosa o pettegola o indiscreta.
Esigendo il meglio e cercando la perfezione
per i figli vostri, signori, per i continuatori del vostro
nome e delle vostre tradizioni, siete nel vostro pieno
diritto, non solo, ma le donne intellettuali, a cui facevo
[pg!115]
appello poc'anzi, solleciteranno il vostro aiuto, il
vostro consiglio, la vostra approvazione.... adagio, non
di tutti — di quelli che se ne mostreranno degni.

Ma, ahimè! dimenticavo che proprio questi non
hanno tempo da perdere per noi, per i loro figliuoli.
Preferiscono stillarsi il cervello a rifare gli uomini già
fatti, piuttosto che a crescer bene quelli che sono da
fare... Tutt'al più, passando, tra un programma elettorale
e un articolo di sociologia, ci dicono bruscamente:
«Così non va, non siete atte ad educare le
generazioni dei tempi nuovi, voi non avete il capo che
ai gioielli e ai merletti, vergogna!» E non pensano
neanche per ombra che se la coscienza e la dignità
della donna sono così abbassate, la colpa in massima
parte incombe su di loro.

Madre è una parola grave, una parola austera, una
parola che invecchia, che implica una rete di doveri
grandi e piccini che gli uomini, egoisti per eccellenza,
sono annoiati di rispettare. Essi considerano riempite
di trascuranza, di sprezzo, di puerilità tutte le ore che
la donna non dedica a loro, anche se le impiega intorno
alla culla del loro figliuolo. Quando una donna
è madre, la si abbandona alla sua creatura o la si
fa disertare.

Rarissimamente l'uomo le sacrificherà una delle
sue ore di libertà randagia — le dirà la bellezza e
la bontà e la poesia della sua missione — l'animerà
nelle difficoltà e nei travagli della sua vita. L'uomo
apprezza la *sportwoman*, l'artista, l'ispiratrice, l'appassionata,
tutto ciò che ha foggiato lui; ma le
tenere e timide virtù, che germinano spontanee in
ogni cuore di giovinetta, egli trascura sbadatamente
volontariamente finchè illanguidiscono e si spengono.
Qual innamorato, qual pretendente alla mano
[pg!116]
d'una signorina, mostra d'interessarsi meno all'abbigliamento
di lei che alle sue ipotetiche cognizioni
d'educatrice futura? Qual fidanzato, qual giovine
marito parla alla sua compagna d'un indirizzo morale
e intellettuale da dare al figliuolo che verrà? Dov'è
quel giovinotto che nell'accingersi a farsi una famiglia
sua s'assicura e procura che colei ch'egli preferisce
per tutta la vita, non sia ignara della grave
responsabilità che le spetta, delle lotte a cui muove
incontro? Ma nessuno! Ma nulla! Si sposano come
colombi dal desìo chiamati, con le mani piene di
fiori e la testa di romanticherie, e fuggono di qua
e di là sognando un'eterna luna di miele: e quando
il figliuolo s'annunzia — spesse volte non desiderato — è
finita: il signore sospira pensando alla interminabile
sequela di brighe e di spese, la signora
diventa nervosa vedendo il suo vitino di vespa allargarsi
e le sue eleganti *toilettes* invecchiare nell'armadio....

Ma poi quando il bambino c'è, vero e vivo, si trova
che è una cosa più semplice di quel che pareva;
c'è la balia, poi verrà la bambinaia, poi la istitutrice,
il collegio: si può dunque continuare a fare la vita
solita senza scomodarsi troppo. Poi un bambino distrae
più del cane e del pappagallo nelle giornate piovose,
finalmente lo si vestirà tanto bene che diventerà
il più bell'ornamento artistico della casa. E la mammina
comincia subito a sgridarlo se si fa una macchia,
ride se si pavoneggia, è fiera di vederlo atteggiarsi a
tiranno — continuando presso a poco così, finchè il
bambino o la bambina riescono una seconda edizione,
più meno corretta, dei loro progenitori.

Ma perchè, mentre l'igiene dell'infanzia ha fatto
progressi indiscutibili, mentre si vigila rigorosamente
[pg!117]
a che i bambini non manchino ai loro obblighi di civiltà,
mentre pare si abbia fretta d'abbreviare e d'immalinconire
l'infanzia ordinandola in una piccola
società costituita che dell'altra avrà riflesse le malignità,
le galanterie, le ingiustizie; perchè, mentre si
mandano i bambini nei piccoli balli alle gare d'eleganza,
e si allevano nelle mollezze dei tessuti e delle
atmosfere, si pensa così poco alla loro piccola anima
che si schiude ricevendo indelebilmente l'impressione
di tutto ciò che la circonda e che la farà eletta o volgare?
Povere piccole anime di bimbi *fin de siècle*,
vestiti da bambola, chi si ricorda di voi? chi vi
studia? chi vi analizza? chi lascia cadere in voi il
grano delle alte virtù? La governante inglese o tedesca
forse? ah, no....

Purtroppo, la frivolezza e l'insufficienza della
donna madre, generalmente parlando, sono grandi;
ma bisogna aggiungere però che non è meno grande
la sciocchezza dell'uomo che di queste vacuità gode
tessere una corona giovanile per ornamento del suo
ideale muliebre; non è meno grande la responsabilità
sua d'una trascuranza d'indirizzo intellettuale e morale
verso quella che deve esser la madre dei suoi
figliuoli, verso i figli che in lui, più che in ogni altro,
vedono l'esempio e l'autorità — verso la società stessa
finchè s'arrogherà tutti i privilegi e tutti i diritti,
considerando la donna, non come un complemento,
come un accessorio della sua vita.

«Le premier devoir d'une femme c'est d'être belle»
ha detto non so più che grand'uomo, e questo motto
di spirito profondamente immorale, confermato e illustrato
a sazietà nella vita e nell'arte dalla maggioranza
del sesso forte, ha finito per diventare la divisa
delle donne che non vogliono rinunciare ad essere
[pg!118]
amate e ammirate — alla loro parte di sole. Farsi
belle — ecco il compendio d'intere esistenze, ma lo
vogliono i nostri compagni, in questo inflessibili; e
allora quando una donna sia bella, proprio bella,
l'uomo non ha diritto di chiederle di più.

Non c'è che un piccolo inconveniente. La donna
ridotta così allo stato di giuocattolo dovrà necessariamente
correre la sorte dei giuocattoli; ieri sul cuore,
oggi in briciole sotto i piedi. Non c'è rispetto di donna
che la salvi, nè dignità di madre che la protegga.
Rispetto? venerazione? Vecchiumi! Madre? — oh,
una dolce parola; ma non ricorda più che una cosa
antica passata di moda, sbiadita, intorno a cui con
un po' di studio e di fantasia si può ancora ricostruire
scene di una bonaria epoca passata, come alla vista
d'un ritratto di famiglia o d'un oggetto di museo....
Ma poi a poco a poco anche la evocazione non sarà
più possibile — la verità sfumerà nella leggenda, gli
uomini si vergogneranno di dover la vita a una creatura
che non sapranno più considerare che come una
curiosità della creazione; la negheranno. Opera d'una
donna Dante? Colombo? Galileo? Napoleone? Chè!
si sono fatti da loro!

[pg!119]




Narcisi e Poeti.
================

.. class:: center

| [Marradi, «\ *Nuovi canti*» (Milano, Treves 1890).]


Spessissimo, leggendo gli ultimi versi d'un volumetto
di rime elegante, attraente, mi sorprendo a
pensare ai narcisi come per un'evoluzione naturale
di pensiero — come se una china dolcemente irresistibile
obbligasse le mie idee a scendere dai seguaci
d'Apollo ai leggiadri fiori reclinati sulla riviera tersa
a contemplarsi amorosamente. Suppongo ciò accada
perchè la similitudine è press'a poco esatta e perchè
non sono rari i poeti-narcisi nel fiorito giardino
d'Italia... I toscani specialmente — poeti o no — s'inebriano
tutti volentieri di quella lor vena facile,
scintillante, gemmata, che zampilla inesauribile, che
scorre armoniosa allietando e carezzando l'orecchio;
ma dopo, eccoli puniti della pena inflitta al re che
amò troppo la ricchezza: ogni cosa si cangia in oro
al tocco della loro mano, in oro freddo, inutile,
inanimato.

Un tesoro, uno splendore; ma la vita cessa — e
di questa gelidezza aurea rifulge il volumetto di Giovanni
Marradi.

Il Marradi è senza dubbio uno dei nostri migliori
poeti contemporanei. I suoi versi hanno una delicatezza
soave, una purezza di forma, una fluidità
[pg!120]
melodiosa non comune. Molti di questi «Nuovi Canti»,
i più belli, non erano ignoti agli ammiratori del suo
ingegno: essi ricordano di aver esultato scoprendoli
nelle riviste o nei giornali, giudicandoli gioielli.

Ora, rilegati tutti insieme, non sembrano più gli
stessi. Perchè? Forse è la monotonìa che li sbiadisce;
forse ciò che formava l'intimo pregio d'ognuno: una
purezza radiosa e tranquilla, diffonde sul gruppo
troppa pace, la bianca pace delle altezze, la pace
delle cose morte.

Alle volte, qua e là, da qualche iridescenza più
vivace, da qualche raggio saettante, da qualche luminosa
Morgana si è tratti a sperare di sentirsi riscaldati
da un'ondata di sole meridiano; d'udire un'eco,
un singhiozzo, una voce, e si trepida nell'attesa del
miracolo desiderato. Invano; le iridescenze si cancellano,
le saette dei raggi illanguidiscono, il giorno
tramonta nel silenzio fresco e vergine d'un mondo
novello ancora inabitato. Giovanni Marradi nel suo
grandioso ed alto panteismo non aspira che ad identificarsi
coll'azzurro del suo cielo e del suo mare, coi
suoi colli boscosi, coi suoi giardini fragranti, colle sue
foreste, colle sue primavere di cui nulla turba il perpetuo
sereno, e in cui vuol cullarsi e fantasticare colla
superiorità olimpica d'un dio. Quindi è naturale che
le tempeste, gli uragani, le lotte, le tenebre del mondo
dei viventi gli giungano affievolite e sfumate come
un'eco, come una nebbia, come un sogno. Ed egli canta
così senza palpiti, senza lagrime, senza dolore e senza
gioia; canta librato in alto simile all'allodola, tutto
assorto nel suo gorgheggio sapiente e melodioso.

Tra questi «Canti» mi sembrano bellissimi i
sonetti primaverili intitolati «\ *Matelda*»; quelli compresi
sotto l'unico titolo di «\ *Sabato Santo*» in cui
[pg!121]
spira una letizia lustrale; quelli del «\ *Calendimaggio*»
tutti odorosi delle rose fiorentine; quelli di «\ *Montenero*»
scultorei: trovo mestamente leggiadra la «\ *Ballata
d'Autunno*»; creata da un'ispirazione assai felice
la «\ *Quercia abbattuta*». Molte bellezze s'incontrano
pure nell'«\ *Epistola Senese*» in cui il Medio Evo è
evocato efficacemente in un'ottava sola:

   | O sogni! o poesia! Sazie di stragi
   | prosternavansi a Dio nella pia mole
   | ferrate genti, cui ridean fra gli agi
   | corti d'amore e suoni di mandòle.
   | Allor surgean le cupole e i palagi,
   | fiorian le torri come steli al sole,
   | e per l'itale vie l'ossuta e cava
   | faccia di Dante in estasi passava.

Stupenda anche — sopratutto perchè è forte e vibrante
d'un non so che di pietoso per l'irrequietezza
umana — l'ode «\ *Varcando gli Appennini*». Altre
due poesie, due sonetti, emergono pure dalla raccolta
perchè trasfigurati da un turbamento gentile che dona
loro una beltà tutta spirituale. Sono nel ciclo «\ *D'oltremare*».
Eccone uno:

.. class:: center

| III.

..

   | Ma io, di notte, quando la campana
   |   rintocca i quarti delle vigili ore,
   |   e il grido delle scolte s'allontana
   |   di sui prossimi spaldi e lento muore,
   |
   | penso che in faccia a noi, dentro un'arcana
   |   mole, v'han genti in quel sinistro orrore
   |   sepolte nel silenzio. E d'una strana
   |   pietà mi piange e mi trabocca il cuore.
   |
   | Io penso agli angiporti ignoti al sole
   |   da cui scova la fame un volgo affranto
   |   popolator de la terribil mole,
   | [pg!122]
   |
   | E vien dagli angiporti umidi un canto
   |   che nella notte palpita e si duole,
   |   e sembra della trista isola il pianto.

Questo spirito insolito di sentimento e di vita nuova
dimostri l'ideale di perfezione a cui potrebbe assurgere
la lirica dal Marradi purchè palpitasse di qualche
tumulto, purchè la bellezza marmorea e fredda si
solcasse delle lagrime della passione. Per ora non
sono che emozioni fuggevoli, dopo le quali egli affonda
di nuovo nel suo giaciglio di fiori e ricomincia a
fantasticare. Ora pensa a un'isola per conto proprio
all'isola dei beati:

   | laggiù dov'io vorrei, lunge da tutti,
   | bere a limpidi sorsi il refrigerio
   | delle maree, posando dalla vita,
   | mentre scorresse cullata dai flutti,
   | senza un rimpianto, senza un desiderio
   | la mia beatitudine infinita.

Ma io non gli auguro di trovarla, poichè il *nirvâna*
non è la vita; io, se osassi, augurerei invece
alla sua splendida Musa solitaria che sogna fra il rezzo
nel bel castello incantato, il principe amoroso della
leggenda che allontanando le fronde la destasse con
un bacio.

[pg!123]




Alberto Cantoni.
================

.. class:: center

| UN RE UMORISTA
| [Firenze; Barbèra, 1890.]


Diciamolo, via: ci vuol un po' di coraggio a questi
lumi di luna!... Non parlo, beninteso, del re, ma
dell'autore, che ha scritto quelle tre parole in fronte
al suo volume prima di mandarlo per il mondo.
Corrono tempi così permalosi, è così accanita la
rabbia di questo scorcio di secolo, come ebbe a chiamarla
argutamente il Bonghi, che non mi meraviglierei
punto se un dì o l'altro saltasse fuori qualche
nuova cima d'ingegno con la scoperta peregrina che
quel libro è una satira e l'autore un politicone della
tempra più sottile. E allora, povero signore! avrebbe
un bell'arrabbattarsi con le opere e con le parole per
dimostrare il contrario; potrebbe magari morire per
il trionfo della sua fede, non gli farebbero neanche
la grazia di cinque minuti per ascoltarlo, ubriacati
dall'ardore di procurargli a modo loro l'immortalità.

Ma Alberto Cantoni, avvezzo com'è ad anatomizzare
i suoi polli prima di mangiarseli, dopo il titolo
stuzzicante si trincera in un prologo poetico e forte
come una rocca medioevale. Le memorie dell'incognito
re gli sono promesse in un vagone di ferrovia
[pg!124]
cosmopolita e gli arrivano poi per la posta dall'Inghilterra
ben suggellate e scritte in francese (perchè
non in *volapùk*, la lingua universale?).

E lungo le memorie, divise in cinque fascicoli, non
un raggio, non un filo, non la più piccola velleità
d'una qualunque bandiera. Se l'intenzione della satira
ci fosse, il Cantoni non avrebbe messo, mi pare, tanta
cura per infiltrarci nella mente quasi a nostra insaputa
la tranquilla persuasione che ciò non sia.

Un umorismo fine si diffonde per tutto il libro,
a volte arguto, a volte un po' dilavato, di buona lega
sempre.

Leggendolo di seguito, me ne rimase l'impressione
d'una di quelle polle d'acqua leggermente ferrugginosa
sgorgante di continuo con un gorgoglio di dolcezza
brontolona. Il sapore non piace a tutti, nè
sempre; ma quando il palato ci si abitua, si prova un
certo piacere ad affrontarlo. «\ *Un re umorista*» non
è un romanzo nè un libro nato da un pensiero profondo;
egli appartiene a una categoria assai scarsa
in Italia, ma che non per questo ha la sua ragione
di essere come altrove, specialmente poi se i mezzi
adoperati sono sapienti, come ad esempio, qui, la
snellezza dello stile di una prodigalità veramente
toscana. Anzi qualchevolta se ne abusa, e allora
l'agilità diventa acrobatismo, il quale, se da un certo
punto di vista può costringere all'ammirazione, cessa
in pari tempo d'esser arte vera.

Anche di quello spirito incisivo, motteggiatore,
ch'è una delle attrattive del libro, il Cantoni si compiace
troppo, di quando in quando a danno dell'efficacia,
della finezza e delle linee generali del lavoro.
Talora si stempera in tutta la vanità delle Storielle
di Camillo Boito, tal'altra si condensa invece nell'essenza
[pg!125]
saporosa dei Paradossi di Nordau. Nè intendo
con questo di sminuire la sua personalità di scrittore
che si delinea spiccata come poche — -tanto spiccata
da impedirgli perfino di modificarla, quando entrano
in ballo altri personaggi che a rigor di legge non
sarebbe troppo verosimile trovare tutti, e sempre, in
vena di far dell'umorismo come il protagonista o
come lui. Per esempio, quella cortigiana d'ordine
molto inferiore, che il re per un caso fortuito rapisce
di notte dalla via, si esprime come la regina e come
il presidente del consiglio: i due interlocutori che
parlano di più. E dallo spunto dei discorsi di quelli
che parlano di meno, si capisce che, se la loro
loquacità fosse maggiore, manifesterebbero il loro
pensiero allo stesso modo, che è quello del re. Ciò
dà al volume una tinta di monotonia e un'intonazione
di leggerezza che logorano la trama già lieve
della narrazione.

Vero è che essendo memorie scritte da una persona
sola, questa avrebbe potuto colorire del suo stile
i discorsi che ripeteva; ma è verosimile che li infiorasse
anche dei suoi sinonimi, dei suoi paragoni, dei
suoi tratti di spirito?

Scoglio rude, questo del soggettivismo; contro il
quale è così facile urtare specialmente nel dialogo — dramma
o romanzo che sia — scoglio che pochissimi
evitano, perchè mentre quasi tutti si occupano a
donare ad ognuna delle proprie creature intellettuali
una fisonomia propria, un'individualità, un tipo insomma,
pochissimi si curano di darle anche una
sfumatura di linguaggio proprio e distinto, come
ognuno di noi ha nella vita a complemento e ad
affermazione di sè. In questo i francesi possono
esserci maestri. Quante larve di Zola, di Daudet, del
[pg!126]
Flaubert, del povero Maupassant ci sono rimaste vive
e nette nella memoria non tanto per quello che fanno
per quello che pensano, quanto per un loro modo
speciale di esprimersi: o un laconismo, o una parola
insistente, o un giro di frasi, o un'esclamazione, o
un vizio di pronuncia, che li rappresenta a noi autonomi
e fuori affatto della lente dello scrittore! Qui in
Italia, invece, sia per la difficoltà grande della lingua
che si piega a stento ai capricci della nostra fantasia,
o perchè l'idioma regionale non è ancor fuso in un
disinvolto parlar italiano, nello scoglio danno anche i
sommi — non eccettuato il D'Annunzio, il grande
incantatore; e Matilde Serao, la fiamma viva.

Ma il «Re» mi aspetta, ed è proprio una cosa
nuova far aspettare un re.

Bando dunque alle minuzie, tanto più che l'intento
principale di Alberto Cantoni non fu di fare un romanzo,
ma di guardare il mondo da un punto di vista
diverso dal comune e con un paio di lenti lievemente
affumicate. Molte cellule racchiudenti il germe dei
grandi problemi della morale e della vita si susseguono
sotto i suoi occhi: molte, non tutte; ed anche
su queste indugia la lente più per afferrarne l'ironia
e la vanità che per analizzarle o colmarle del suo
pensiero. Raramente questo re espone un concetto
suo, ben definito, e qui somiglio quell'amabile brontolone
a certuni che non sanno che crollare il capo
e sindacare e sofisticare colle mani alla cintola e
col cervello soffuso di vaporosità inutili quanto leggiadre.

Condotta con arte delicata è la progressione di
quel leggero pessimismo che forma il fondo dell'*humor*
in generale e di queste regie memorie in particolare:
appena trasparente dapprima, si addensa coll'ammonticchiarsi
[pg!127]
degli anni, degli avvenimenti, al ringagliardire
del vento che spazza via i pètali della fiorita
di rose, su cui camminano tutti a vent'anni — giovani
re, e giovani popolani.

Fra i capitoli, il cui titolo è spesso d'un'originalità
di dubbio gusto, ammiro quello dedicato al ballo
«Flamenco» nel quale la vigoria è assai armoniosamente
commista alla cesellatura e alla sobrietà. Fresche
e malinconicamente vere, le pagine in cui passa
una graziosa figurina di attrice che la lunga abitudine
dell'artificio ha reso incapace di esprimere con naturalezza
un sentimento sentito; — simpatica la scena,
che già accennai, fra re e cortigiana, scena fuggevole
d'una fantasia di ballata o di sogno; — drammatico,
malgrado lo spumeggiare dello spirito che ne attenua
la tragicità, l'episodio dell'attentato alla vita del re,
arrischiato dalla bianca mano di Katie, la lettrice
russa che quel capo ameno di sovrano si limita per il
momento a legare per i polsi a uno stipo col fazzoletto,
come un'Angelica.... vestita! È una pennellata
carina, d'indole schiettamente francese, meno le conseguenze
che possono essere, ahimè, di tutti i paesi...
Il re è rimasto incolume, ma un sospetto postumo,
abbastanza avvalorato, che Katie abbia tentato il colpo
meno per ragioni politiche che per ragioni amorose,
gli conficca nell'anima uno dei soliti dardi contro cui
non v'ha scudo nè difesa; e la bellissima dagli occhi
azzurri e dalla voce melodiosa è vendicata, almeno
per qualche tempo, più raffinatamente che non lo
avesse potuto fare con la piccola pallina di piombo
mirata al cuore.

Nel capitolo delle «Esposizioni» v'hanno osservazioni
e definizioni sottili, fra cui questa che meriterebbe
[pg!128]
di essere stampata in fronte al volumetto non
comune:

«L'umorismo è l'arte di far sorridere melanconicamente
le persone intelligenti».

«.... Anche l'umore è una gran forza» — scrive
più innanzi a pagina 210 — «appena che sia ben
diretta, e può talvolta arrivare dove non arriva la
logica nel campo del pensiero, nè la esperienza nel
campo dei fatti. — In ogni modo, camicia di Nesso
o nimbo leggiero che esso sia, non diventerà mai
tale cosa da potersi levare e mettere come un abito
di cerimonia e non importa nulla se guasterà talvolta
le cose buone che non sono molte, perchè
più sovente darà mano a sopportare le cattive che
non sono poche».

Del resto l'osservazione minuta, esatta, non priva
d'una certa arguzia, s'incontra sovente in queste memorie
regali che hanno il pregio massimo di essere
quelle d'un uomo sincero dotato del triste privilegio
di conoscere e di analizzare sopratutto sè stesso spietatamente.
Questo re psicologo ci dice il perchè di
molte contraddizioni, di certe intime lotte che fanno
sorridere gli uomini d'azione e che travagliano i delicati:
le gesta dell'anima, ignorate, misteriose spesso
per gli eroi medesimi costretti a pugnare nel laberinto
contro un Minotauro invisibile.... Benvenuto dunque
il serico filo che questo principe ci affida sorridendo!

Com'è vera nella sua complicazione l'analisi di
quella «irritazione morale»: «.... si rivelava con dei
rapidi passaggi dalla più febbrile allegria alla più
depressa mestizia, con delle interruzioni di abbattimento
e come di nausea dell'uno stato e dell'altro.
A quest'ultima condizione ed anche alla tristezza,
per quanto profonda, mi sapeva talvolta rassegnare,
[pg!129]
ma non mai, appena che ci pensassi un po', alla
troppa giocondità, perchè forse più morbosa degli
altri stati, e perchè, quanto più essa dava segno
di sè medesima, ed altrettanto io era sicuro di
piombare più a fondo nell'estremo opposto».

Ed anche questa, acuta ed essenzialmente umana:
«........ gli spasimi del dolor fisico, e non importa
quali, possono avere benigna influenza sopra lo spirito,
allo stesso modo come le angoscie del cuore
possono avvalorarvi a sostenere le torture del corpo.
Nient'altro. *Dolor acerrimus farmacus*».

È invecchiato il giovine re, che si compensava alla
notte della rigida etichetta del giorno, galoppando sul
suo cavallo alla ventura, proprio come un ardente
principe delle novelline di fate. È invecchiato, immalinconito,
ha la gotta, ed esagera i suoi scrupoli sino
a tralasciare di scrivere le sue memorie, che gli pare
debbano scemare l'ultima energia che vuol serbare
al suo popolo.

«Povera umanità!» termina sospirando. «Ma più
poveri di tutti coloro i quali si stillano continuamente
il cervello per determinare, ciascuno alla sua
maniera, le origini, i procedimenti e gli effetti del
male in terra, senza tentare di reciderlo, almeno
dentro di essi, e senza porre mente che se non ci
fosse stato il male, via, siamo giusti, nemmeno si
avrebbe mai saputo che cosa fosse il bene. Come
siamo ridicoli e lagrimevoli insieme!»

Ecco, non c'è bisogno d'esser re per arrivare a
questa conclusione. Tutti, grandi e piccoli, maestri e
discepoli, purchè portino in sè il germe dell'analisi — dello
splendido fior velenoso — sono sicuri di
rimanerne vittima pei primi. È una delle nostre grandi
[pg!130]
miserie questa voluttà insaziabile della vivisezione,
che ci fa rialzare dissanguati, vacui, nauseati e sopratutto
tristi della terribile tristezza dell'impotenza
e della vanità. Almeno il male giovi, almeno le vittime
ammonticchiate sugli altari servano a propiziare
l'arte, la gran Dea.... Speriamo.

Ora ci dia un romanzo il Cantoni: un romanzo
oggettivo. Sarà un romanzo psicologico, fine, elegante;
questa, più che una speranza, è una fede.

[pg!131]




I poeti nella Prosa.
====================


I.
--

.. class:: center

| *Elda Gianelli*: :small-caps:`Incontro`
| [Trieste, (Balestra, 1890).]

Un sagace critico, il Brunetière, nel suo volume
sul romanzo naturalista, parla degli scrittori giunti
al romanzo per diverso cammino, ognuno dei quali
ha le vesti impregnate di un aroma caratteristico
che s'insinua e rimane nella grande officina. «... Il
y en a d'autres qui sont venus au roman par la
poésie: ceux-ci, leurs descriptions les trahissent, et
si consciencieusement qu'ils s'appliquent à la peinture
de l'exacte réalité, je ne sais quoi de délicat
et de charmant ou de douloureux et d'ému perce
toujours, qui les fait reconnaître poêtes.»

Subito si riconoscono. Come i nobili decaduti
portano nella folla una nota personale di gracilità
fine e sofferente che fa qualche volta una pietosa
stonatura: così nella prosa i poeti portano qualche
cosa di esotico, di gentile, di insolito, spesso di leggiadramente
inesperto che parla del loro paradiso,
perduto.

Qualche volta è una frase concentrata, tagliente
che abbaglia come un baleno e significa più che
[pg!132]
dieci pagine; — qualche volta è un'immagine aerea
colorita, caduta là come una farfalla in un agguato: — talvolta
è un tempestare di parole nuove, ardite
che turbano e appagano, o un zampillo luminoso
che si sprigiona e sale, o la trama tutta del lavoro
che riluce aurea.

I migliori nella prosa non sono per solito i migliori
nella lirica. I poeti maggiori, quelli che hanno
raggiunto la perfezione nella difficile arte del
sintetizzare, sono raramente in prosa limpidi, semplici,
ordinati, fini. Se hanno l'efficacia quasi sempre
e la forza, hanno anche quasi sempre il nervosismo
o la brutalità. Gli altri invece, i poeti un
po' dilavati, all'acqua di rose come li chiamano — in
prosa sono magici. Hanno la delicatezza, l'armonia,
l'eleganza, il senso estetico: in una parola
non sono mai tanto altamente poeti come quando
scrivono senza le rime.

È forse per questa ragione che i francesi moderni
ci sono superiori nella prosa, come noi siamo
ad essi maggiori nella poesia.

In questa specie di legge del taglione v'ha però
una scappatoia, uno scampo. Ed è per quegli spiriti
felicemente equilibrati che non sono intrisi ma
intinti di poesia; che sotto l'involucro iridescente
e prezioso hanno una mente pratica e nutrita d'osservazioni
sottili e profonde. Sono quasi sempre
spiriti forti e buoni, cui l'intima e continua nozione
della vita ritempra, non corrompe; e se talvolta par
abbuiarli di scetticismo, il velo non è mai così denso
nè così irrimediabilmente calato da non sperare che
una volta o l'altra, a un dolce raggio di sole, possa
rialzarsi su un viso già fidente e già pieno di sogni.

Hanno la forza e la grazia, sono, come lo Shelley
[pg!133]
si riprometteva di essere, «dolci ed arditi.» La
tempra e la vaghezza della loro lirica fa sempre
perdonar loro qualche possibile mancanza di forma
di originalità; e la somma sincerità d'osservazione
che assurge per mezzo della verità alla più delicata
poesia, compensa la loro prosa della scarsezza dell'elemento
fantastico che qualche volta s'incontra in loro.

La colonia artistica femminile, o per la sua superiorità
di senso pratico sull'altra, o per la sua inferiorità
di cognizioni scolastiche — deficienza spesso
provvidenziale — può vantare forse più della
maschile di codesti campioni vincitori. Oggi ne abbiamo
un esempio dei più efficaci in una donna
gentile e valorosa, un'italiana di Trieste: Elda Gianelli.
Dei suoi meriti di poetessa, dei fulgori incantati
che raggiano dalle sue raccolte di versi, ebbi
l'onore di parlare, e a suo tempo persone competenti
assai più di me li encomiarono. Ora mi è assai
caro di rintracciare in un nuovo volumetto di
prose questo tipo muliebre di scrittrice, ardente e
severo.

Sono racconti e bozzetti aggruppati, secondo il
poco simpatico uso presente, sotto il titolo del primo
racconto e del più lungo, che viceversa non
è poi quasi mai il più pregevole, qui come altrove.
«Incontro», questo nome schietto e disinvolto che
fa immaginare una cortese figura femminile che
ci viene innanzi amichevolmente, è quello della
novella che inaugura il volume. Date le premesse
dell'azione, l'ambiente, i caratteri delineati con sicurezza
e il numero dei personaggi, credo che
questo racconto, qua e là un po' sbiadito o affrettato,
guadagnerebbe a rifondersi in un romanzo
per equilibrarsi e affermarsi, precisamente come certe
[pg!134]
ricche nature adolescenti hanno bisogno per esplicarsi
con ordine, dello sviluppo completo. Un romanzo
che incominciasse con la scena che dà principio
al racconto incomincierebbe assai bene. Quel
vecchio conte, incollerito contro i reumatismi e la
vecchiaia, non è una delle solite figure di padre
nobile da commedia: è la vera vecchiaia del libertino,
del despota, dell'egoista, arida e amara vecchiezza,
più triste ancora di quella della sua vittima: la moglie
inebetita dagli spasimi morali procuratile da lui.

Il solo fatto di quei due individui, di quelle due
anime così lontane e così barbaramente avvinte dalle
leggi umane e naturali, dal matrimonio e dall'infermità,
che vivono, cioè respirano sotto lo stesso
tetto, nella stessa gran sala, accanto al medesimo
vecchio camino, è di un'alta potenza drammatica,
di un'eloquenza indicibile. La Gianelli ha portato il
suo sassolino all'edificio pericolante ancora del divorzio,
forse inconsciamente: ma è una conclusione
che si può dedurre, che si deduce dalla logica implacabile
dei fatti e... basta.

Un'altra figura ben delineata e viva è quella di
Marcella Sanvillari nello stesso *Incontro*; la figlia
dignitosa ed onesta, quasi austera, della madre sgualdrina,
antica amante e cattivo genio del conte. L'incontro
è quello di Marcella con Massimo: i figli
innocenti. A Massimo dapprima fa orrore il progetto
di sposare la figlia della ganza di suo padre che
gli renderebbe in dote la sostanza ignominiosamente
sottratta alla sua casa impoverita; ma poi, quando
conosce la fanciulla, non più giovane nè bella, ma
fatta forte e degna dal dolore, se ne innamora nel
senso più alto e più nobile della parola, rinunzia
alla dote e si sposano, poveri.

[pg!135]
Come ho detto, tranne la prima scena efficacissima
e l'incontro di Massimo con Marcella dipinto
con delicata maestria e rara chiaroveggenza femminile,
questo racconto non lo direi una perfezione.
Si legge tutto, però, avidamente.

Se lo spazio non incalzasse, indugierei con diletto
su gli altri scritti, ognuno dei quali ha più di
un pregio o di analisi o di osservazione o di forma,
ma non posso raccoglierli tutti in uno spazio così
ristretto: li sgualcirei. Così scelgo: *Padron Paolo*,
*Settembre*, *La giornata di Andrea*.

Non si può quasi rilevare l'azione del primo,
tanto è semplice. La figlia di padron Paolo, un agiato
campagnuolo, ha troppo amato un famiglio;
e padron Paolo li discaccia entrambi, li manda in
una bicocca isolata e malsana alla miseria, verosimilmente
alla morte. La penna della Gianelli, già
sintetica e vigorosa come poche penne femminili,
ha qui raggiunto il massimo della sintesi, della vigoria.
Ho letto poche cose così pietose, così tristi,
della tristezza ineffabile dello sfrondamento assoluto,
eterno. Paolina non ha più un'illusione per
il suo amore che le grava solamente come un'espiazione
nel momento in cui ne avrebbe bisogno come
di una fortezza e di una difesa. Ella subisce il suo
destino con la passività delle anime rozze, ma ne
risente tutta la desolazione. Vorrei potere trascrivere
la pagina in cui è dipinto il piccolo e dolente
convoglio all'atto della partenza; un carretto carico
di misere masserizie, e su quelle, all'uscire di chiesa
dove s'erano uniti in matrimonio, da una parte
la sposa dall'altra lo sposo «\ *che volgeva il dorso, la
testa giù, il collo seppellito nelle spalle, nell'attitudine
di un vecchietto immiserito*» già quasi estranei l'uno
[pg!136]
all'altra, al sole levante, nella solitudine fredda
ancora, dinanzi alla pianura che «\ *si apriva come un
deserto*.» Una pagina per sobrietà, per colorito, per
naturalezza non indegna dei nostri ultimi immortali
del Grossi o del Manzoni.

*La giornata di Andrea* è più importante come
svolgimento; è un vero racconto, ben proporzionato,
questo, fortemente concepito ma un po' nebulosamente
tradotto. Mi pare che la Gianelli abbia inteso
di dipingere la giornata della caduta, della fine
di un ingegno, ma le intenzioni dell'autrice attraverso
il cervello bizzarro e guasto del protagonista
restano un poco nell'ombra. Pure, appunto per il suo
carattere eminentemente oggettivo che dà molto rilievo
alla figura di Andrea e molta verità alle altre,
che accenna con garbo un gracile episodio d'amore,
*La giornata di Andrea* rimane un quadro dipinto alla
brava, un quadro d'impressioni vive ed ardite.

Ma la più bella pagina del libro, secondo il mio
gusto e il mio parere, è *Settembre*. C'è tutto; delicatezza,
poesia, acutezza, pensiero. Mi pare Bourget,
l'inarrivabile. È un'idealità raggiunta, un'illusione
fermata con uno spillo d'oro. Qui bisogna proprio
rileggere e tacere...

«Lasciatemi sbizzarrire, diceva lo spirito del
poeta, lasciatemi piangere la melanconia sottile
delle cose belle che passano, quella profonda delle
cose tristi che arrivano.

«.... Vedete il settembre, il bel settembre dal
verde intatto, dagli alberi onusti, dal cielo di cobalto
e il sol d'oro che non brucia più, dai tramonti
magnifici, dalla luna stupefacente, a cui il
detto popolare vuole che sette lune si inchinino.
È la bellezza il settembre, la bellezza perfetta nella
[pg!137]
sua maturità sfolgorante, il trionfo della vita,
il compimento delle promesse di un anno intero.

«Lo salutano ricchi e poveri, giovani e vecchi.
Egli è buono con tutti. Aprile promette, settembre
ottiene. Le rondini si accingono alla partenza, i
fidanzati al viaggio di nozze. Le une e gli altri
ritardano ancora qualche poco. Il sole arriva caldo
ancora alle note grondaie; settembre, il bel
settembre dei nostri climi non ha fretta. È come
una dolce sosta nel tempo.»

Qualcuno ha tacciato Elda Gianelli di cercare lo
strano, il bizzarro. Veramente per muovere con fondamento
questa accusa nell'atmosfera in cui oggi
ci si agita e si scrive è necessario, mi sembra, di
riscontrare anomalie tali da impensierire seriamente
sullo stato mentale dell'autore. Non si richiede niente
di meno in quest'anno letterario mille ottocento novantadue...
Oppure dobbiamo credere che il diapason
dell'originalità stramba si sia spostato al punto
da esser caduto al luogo della verità che si trova
troppo verosimile per esser vera?...

La Gianelli osserva e raccoglie nella vita anche
troppo, anche a costo di apparir di quando in quando
umile e pedestre. La sua arte è equilibrata, determinata,
sincera, onesta. Ella non ama le raffinatezze
morbose, le voluttuose descrizioni, le cincischiature,
il dettaglio. Ella non ama neanche la vaporosità
di cui qualche volta i genietti alati della
poesia paiono avvolgerla a tradimento, e di quel
nimbo la sua geniale figura si illeggiadrisce come un
giovane viso di un velo. Ma se ne libera presto,
poichè ella non vuole pigliar abbaglio sul proprio
cammino e tiene a guidare con mano sicura e sapiente
la propria fantasia nelle vie stellate, infinite.
[pg!138]
La moralità, il patetico, il soave, il bello, scaturiscono
nelle sue creazioni dall'esposizione limpida
e semplice dei sentimenti, dei fatti, come i fiori
delle acque. Ella parrebbe estranea all'opera sua se
un sottile profumo non rivelasse la sua presenza
vigile e invisibile; l'alito della creazione.

Dolce fatica quando Amore spira! più che dolce
quando per una condizione morale ribelle o dolorosa
o insolita, viene cercata come un sollievo all'abbondanza
del cuore! L'ispirazione fluisce come
il canto dalla gola dell'usignolo, la mente tutta vibrante
per la presenza del Dio dà scintille e bagliori
poc'anzi sconosciuti, si tracciano parole meccanicamente,
tutti assorti nella voce che detta dentro
che non è la nostra ma che si identifica così deliziosamente
con noi. Mi pare (sono illusa o indovina?)
mi pare che *Incontro* sia stato scritto appunto
così, nella fluttuazione nova d'una nova vita, scritto
senza pena, lagrimando o sorridendo, ma dolcemente,
tanto vi scorre fresca l'ispirazione, idealizzata ancora
da un non so che di tenero, di sommesso, di appassionato,
di avvolgente... Un libro scritto in tono
minore; un libro scritto, direbbe il D'Annunzio, con
la Grazia...


II.
---

.. class:: center

| *Cosimo Giorgieri-Contri*: :small-caps:`Lo Stagno`

Quando, parecchi mesi or sono, mi piacque occuparmi
dell'arte elegante e finissima del Giorgieri
Contri, il quale (noncuranza piuttosto unica che rara
in questa fiera delle vanità) non ha ancora raccolto
[pg!139]
i suoi bei versi [#]_, accennai pure al romanzo
futuro che era appena, allora, una promessa. Ora
il volume è uscito nella classica bianca veste battesimale
dalla più solerte casa editrice d'Italia, ma
ciò che è meglio, ha realizzato quasi interamente
quello che ci si attendeva da lui.

.. [#] Gli ha raccolti sotto il titolo: *Il Convegno dei cipressi*.
   (Milano, Chiesa e Guindani, 1895) e fecero già il giro dell'Italia
   meritatamente apprezzati e applauditi. N. d. A.


Nella prima pagina, nell'atrio, troviamo l'autore
fra un gruppo d'amici che ci mette in guardia contro
questo «povero libro ineguale, scritto a diversi
intervalli di tempo: la prima parte nella giovinezza
che spera e sogna ancora, la seconda nella giovinezza
che muove già alla quiete, donde non
vengono più luci di speranze o di sogni.» «I critici — ci
avverte ancora — lo troveranno troppo
slegato e i dilettanti troppo semplice...» Ma noi gli
sorrideremo e passeremo oltre senza dargli retta.

Sono quasi trecento pagine d'una colorita delicatezza,
che si suggono dolcemente, si respirano, se
ne resta intrisi. Tutto diafano e molle e suggestivo
come in una notte plenilunare; tutto di una poetica
tenuità di sogno, d'una semplicità malinconica di
vita vera, seducente il nostro spirito col fascino dei
libri pieni di pensiero, più sottile, più penetrante
di quello dei libri pieni d'azione. In queste pagine,
raccolte sotto il titolo simbolico e a parer mio non
troppo esatto di «\ *Stagno*», si svolge la storia di
un'anima troppo delicata che non trovando o non
avendo la forza di cercare appoggi nell'amore, nell'arte,
nell'amicizia, nel lavoro, si ripiega miseramente
[pg!140]
sa sè stessa medicando le sue ferite con una
filosofia desolata.

Con la mano abile e leggiera, usa a determinare
le sfumature senza toglier nulla della loro vaporosità,
il Giorgieri-Contri ci fa sfilare dinanzi visioni
penetranti di paesaggi, di figure eleganti e
tranquille, di idilli leggiadri o mesti, analizzando
aspetti, anime, cose, con intuizione profonda, cui
l'esattezza non toglie una vaga tinta di originalità
che rivela la tempra dello scrittore. Nè alcun mezzo
volgare, nessuna tragicità, facilitano col rilievo la
descrizione. Non c'è neppure il forte dramma intimo
che oramai nella produzione romantica ha preso
il posto del frettoloso e ingenuo movimento dei
romanzi d'un giorno. Null'altro che le nebbie, il tedio,
i languori di qualche inverno malsano dell'anima
come su noi tutti, fioritura estrema del secolo,
n'è passato qualcuno: condizione spirituale che, essendo
la più penosamente sconsolata, è pure la più
difficile per l'arte che deve essere profonda e squisita.
In questo grigio velario fluttuano bensì sogni
di rosa e di viola — aspirazioni, promesse, forse,
ma indeterminate e lontane.

Così a questo Filippo che non sa che passeggiare
in campagna e in città, solo o più o meno
bene accompagnato, verrebbe voglia d'augurare ciò
che un giovane di mia conoscenza, un po' intinto
della stessa pece, si augurava come ricostituente:
un gran viaggio, una gran malattia o un grande
amore. Filippo Albio ama, ma questo amore è una
fiamma di candela, oscillante, debole, che non illumina
nè riscalda, che la lontananza assopisce, gli
ostacoli esauriscono, la fatalità vince quasi senza
lotta, che la morte stessa dell'amata non fa che tingere
[pg!141]
di romanticheria. Triste amore di tempi tristi,
nel quale c'è più egoismo che passione, più irresolutezza
che delicatezza — che si fa una barriera
morale di una fisima sentimentale o che passa poi
senza scrupoli attraverso all'olocausto d'un'illibatezza
immeritata. Egli per salvare Ifigenia da un esempio
triste malvagio d'amore, vi rinunzia e la lascia
sposare dolente ad un uomo che non ama e
che non l'ama — ma ne accetta poi la dedizione
come la cosa più naturale del mondo quando ella
tradita, disillusa, viene a gettarglisi tra le braccia,
due povere braccia che non hanno nemmeno la forza
di custodirsi quella dolcezza per sempre.

La figurina di Ifigenia è dipinta con un tocco
elegante, leggiero, sapiente. In lei tutto è impulso,
sincerità. Una vera bambina, una vera giovinetta,
una vera donna — di quelle che la maggioranza maschile
ama: bella e ignorante, debole e dolce, con
un po' di grazia che nasconde la banalità, fatta più
per le carezze che per l'amore. Nè la fanciulla, vittima
delle sofisticherie sentimentali dell'innamorato,
nè la donna vittima dell'egoismo dell'amante, giungono
a destarci una compassione profonda — poichè
la fanciulla non ha saputo che rassegnarsi e la
donna non ha saputo che cedere, rassegnazione e
dedizione nè elevata nè intera.

Questa signorina che sa muoversi, vestirsi, passeggiare,
pregare, guardar la luna e aver l'emicrania
così leggiadramente, non sente le complicazioni
dolorose di quel povero cuore malato che le batte
vicino, non posa mai la sua mano bianca sul braccio
del suo compagno per dirgli, con la voce dolce
che pareva venire di lontano, una di quelle parole
che l'amore sa trovare e che non si dimenticano
[pg!142]
più. E la donna che in uno slancio più inconsulto
che generoso viene a domandar conforto a lui che
pareva averla dimenticata, non sa poi affermare coraggiosamente
il suo amore, reagire contro la fine
del suo sogno, contro le fosche malinconie dell'amato,
farsi la sua salvezza, il suo angelo custode
per sempre. Rientrando sotto il tetto coniugale, vilmente,
presso l'uomo che non stima più, che non
ama, che ha ingannato, il soffio di passione che poteva
essere grandioso se non puro, si spenge nell'adulterio
volgare.

Una pena trista pare incombere su questa coppia
gentile ed amante dal principio del libro sino
alla fine, quella di amarsi per lasciarsi, per dimostrare
non la fugacità ma l'inutilità dell'amore...

Una figura di secondo ordine, ma vigorosa e simpatica
è quella di Giacomo, l'amico di Filippo, che
ha delle teorie tutte sue, originali e profonde, sulla
vita e sull'amore: «Niente riempie più nobilmente
la vita che pensare all'impossibile, — dice una volta, — c'è
qualche cosa di grande in questo pensiero
che ti occupa, qualche cosa di orgoglioso nel
dire a te stesso che la tua vita non ha una meta
uguale a quella di tutti gli uomini, ma una meta
che non raggiungerai mai e che pure preferisci ad
ogni altra più certa e più ridente, forse.»

E un'altra volta: «Nella vita tutto quanto non
è stoltezza è volgarità: amo meglio esser stolto che
volgare.» Ecco un'individualista convinto!

Ma un giorno questo uomo che ci appare sereno
e qualchevolta eletto nel dolore, sopraffatto dalla
sua tortura morale si uccide. Questo l'arte non rendeva
necessario e il libro ha una vena malsana di
più... Squisito libro però, malgrado quel po' di sconnessione
[pg!143]
che l'autore stesso riconosce e giustifica;
d'una squisitezza di pensiero, d'una vaporosità di
forma, d'una semplicità di stile come, pur troppo,
in Italia non siamo avvezzi a riscontrare. La prosa
di questo poeta fa pensare a quella di Bourget e
di Loti, gl'indimenticabili: al primo, per la percezione
netta di qualche lato più complesso e più
oscuro dell'anima; al secondo, per quell'indefinibile
senso che ha della nostalgia la mestizia assorbente,
dolce, languidamente gravosa, e che li tiene non solo
quando parlano del passato che spiega per essi tutto
il suo fascino di leggenda e di storia, ma anche
quando sorridono, quando si dicono felici. Paiono
fiori cresciuti all'ombra e imploranti sempre, anche
inconsciamente, la carezza fulgida, vivificante del
sole.

Trascrivo una pittura stupenda:

«Quella sera rimanemmo a lungo, ricordo, mia
madre ed io seduti davanti alla casa. La notte era
profonda e splendida; i tre re brillavano netti sul
cielo d'un fulgor di mosaico e tutto il cielo pareva
cosparso di una polvere fina, come sabbia d'argento.
La valle taceva immersa nel buio; ne saliva appena
il trillare dei grilli d'una cadenza lenta e dolce.
Accanto a noi qualche foglia muoveva nel vento,
un grosso pino fletteva la punta, a tratti, e a tratti
pure la sabbia del viale scricchiolava. C'era nella
notte un fascino acuto; tutto pareva vegliasse e
dormisse nel medesimo tempo: una impressione
strana, ma decisa. Tutto pareva attendesse qualche
cosa, sospirasse, invocasse, sperasse. E quella strana
impressione si faceva pure su me.»

Ma tutta la soave magia dell'Autore si effonde
quando comincia a parlar del passato. E non per
[pg!144]
ricordare o rimpiangere, non un passato, ma tutto
il passato in astratto — tutta la sterminata immensità
sbarrata dall'ieri inesorabilmente. Questo amore
delle cose perdute, delle cose morte, sembra il più
grande amore della sua vita, la sua idealità più
gentile, il suo sogno più caro; è certo la nota fondamentale
di tutta l'opera del giovine poeta, un ritornello
triste, ma d'un incanto irresistibile. È il
Giorgieri che parla per bocca del suo personaggio,
qui:

«C'è, nel dire che una persona e un ricordo
non tornerà più, qualche cosa di così acutamente
dolente che riesce certe volte per fino a dolcezza.
Non tornando più, quel ricordo o quella persona si
manterranno sempre come noi li abbiamo nel cuore,
puri, incontaminati, sereni.»

E ancora: «C'è, in questo ritorno dell'anima alle
cose dilette e perdute, una tristezza così dolce
che vince perfino il pensiero amaro della vanità del
ritorno. Vivere o pensare di vivere non è la stessa
cosa in fondo?»

E più in là: «Io sentivo in me come aperto un
abisso dove sarebbero andati a finire tutti i desideri
realizzati d'un giorno; io vedevo, io prevedevo
la vanità e la meschinità delle cose desiderate, e
pure il desiderio restava, reso anzi più acuto da
quella grande idea della fine che passava dietro di
lui.»

Infine questa riflessione così giusta e così sottile;

«Pare quasi che il rimpianto sparga sul cuore
qualche cosa di così perfidamente dolce che ogni altra
dolcezza non possa superarlo.»

Queste osservazioni penetranti e delicate che incontriamo
quasi ad ogni pagina, fanno ai personaggi
[pg!145]
un fondo sfumato, quasi indistinto, ma d'un'armonia
estetica grande — come la fusione smorta e sapiente
negli arazzi antichi nei quali non si sa quasi dove
il fondo finisca e dove la scena incomincia. Lo *Stagno*
con le sue fantasie semplici e meste tramate d'oro,
dà l'idea di uno di quelli arazzi meravigliosi, che
paiono tessuti dalle fate nel paese dei Sogni.

Così passano i poeti nella prosa, elevandola fino
ad essi per non scendere fino a lei: facendola evaporare
tutta in una nebbia di profumo, in un'irradiazione
di bellezza che serba della prosa la sincerità
gentile, che ha della poesia lo splendore regale.
Per questo, qualche volta, tutti intesi nella
musicalità della loro sfera, i poeti non pensano che
certi giri di frase, certi concetti, certi vocaboli possono
parere artificiosi o insoliti troppo, a chi giudica
dal punto di vista dell'idioma parlato: così anche
nello «Stagno» per chi lo leggerà o lo giudicherà
coi criteri soliti applicati ai romanzi, troverà
qualche neo o nell'insistenza di qualche verbo tronco,
in qualche inverosimiglianza nell'orditura dei
fatti, in una certa compiacenza esagerata dei colori
e dei profumi — compiacenza che diventa un
po' fissazione quando fa dire all'autore che la piccola
Ifigenia aveva i capelli che odoravano di caprifoglio,
e fatta donna, gli occhi, le pelliccie, i guanti,
le scarpe, le calze violette... A costo di rovesciarmi
addosso gli odi del poeta, mi appello a tutte le signore
se è possibile una stranezza simile...

Chiudendo il libro che finisce con un'affermazione
desolata dell'immensa vanità del tutto, questo libro
non volgare scritto da un ingegno non comune — questo
*Stagno* che fra le nebbie tacite e malsane
[pg!146]
ha i margini fioriti di tutti i fiori di primavera — queste
pagine quasi tutte d'amore, veramente sentite,
veramente sofferte, forse; mi sono trovata a ripetere
fra me le recenti parole d'un valente scrittore
francese e le ho ridette, malinconicamente: «La
vie active avec ses promesses et ses triomphes,
vaut elle qu'on lui sacrifie l'amour?... L'amour, de
son côté, mérite-t-il les privations, les regrets, les
remordes qu'on endure pour lui quand on a trop
écouté sa voix?... Tout passe, tout coule, tout s'effondre:
il faudrait un point fixe, au-dessus de la
vie, au-dessus de l'amour...»

[pg!147]




Cipressi.
=========

.. class:: center

| (A PROPOSITO D'UNA NUOVA PUBBLICAZIONE)


Fra la fulgida gloria di messidoro e il vivo zaffiro
del mare che sorride invitando, una rama di
cipresso piove su una tomba.

Su quella tomba è scolpito un nome illustre, ma
non è il sarcofago a cui i giovani muovono riverenti
in pio pellegrinaggio — è una tomba invisibile, più
tenue e più triste, scavata in un cuore.

Pensiero gentilissimo quello degli amici di Giorgina
Saffi, di ricordare con lei nel doglioso anniversario
delle sue nozze il compagno eletto, allontanato
per sempre dalla soave solennità domestica che ha
portato per molti anni tanta dolcezza nella loro casa,
che vi porta adesso tanto sconforto con l'affermazione
d'una solitudine memore della felicità. Ma la
mesta signora deve aver pianto lagrime meno amare
fra il delicato mormorio di compianto che s'effonde
da si copiosa nobiltà di intelletto e di animo a carezzare
il suo dolore.

Vecchi amici e giovani discepoli e donne gentili
e stranieri posano la rama di cipresso sul sacrario,
nel cuore dell'afflitta dama, ed ella li bacia
in fronte ad uno ad uno e udendo in tutti il medesimo
[pg!148]
accento di venerazione per il suo morto diletto,
quasi suo malgrado si sente consolata.

È un album in gran formato, d'una severa eleganza.
Sul frontespizio la efficace eloquenza di una
data a distanza di poco più di trent'anni: 1858-1891 — XXX
Giugno — un lembo di sereno. La lettera
inaugurale di Rinaldo Sperati, compilatore, è gentilissima:
«....questa corona di semprevivi germogliata
dal cuore — così termina — possa a Lei
giungere non importuna nel dolore suo, e farle
sentire che nel suo pianto sono uniti i cuori degli
amici, interpreti del dolore inestinguibile della patria
e dell'umanità.»

Vi sono versi di Swinburne, l'erede di Shelley,
parafrasati dal Rapisardi — una lettera di Sir Stansfeld,
qualche parola tracciata dalla penna incantata
di Edoardo Schurè — un sagace discorso di Ernesto
Nathan, una memoria del Minuti, una pagina
del Silingardi; poi una rappresentanza, assai degna
dell'eterno femminino: amiche, scrittrici artiste; Teodolinda
Franceschi-Pignocchi, Suzanne Thomas, Jessie
Mario, Giacinta Pezzana, Adolphine Gosme, Tommasina
Guidi, Paolina Dagnino-Agnelli passano lasciando
ognuna una nota fine, spirituale, elevata,
amorosa, come solo sa trovare la donna che rimpiange
e consola.

Ecco il De Amicis, il mago che noi signore adoriamo,
con la sua calda e fluente parola; «Cinque
anni sono scrissi, con poca esperienza e con meno
arte ma con tutta l'anima, un libro diretto all'educazione
morale dell'infanzia. Il mio primo compenso
fu di vedere i miei figliuoli commossi da
quella lettura. Un compenso maggiore furono le
lettere di fanciulli e di maestri, le quali mi dicevano
[pg!149]
che il mio libro non era inutile. Anche più
grate di queste mi furon le manifestazioni di gente
del popolo, che mostravano di aver compreso
come il sentimento dominante dell'opera mia fosse
il rispetto e l'amore delle classi lavoratrici, dei
poveri, dei deboli, degli sventurati. Tutte queste
soddisfazioni mi furono ravvivate e accertate alla
diffusione larga e inattesa del libro, la quale mi
provava ch'esso era ispirato a un'idea superiore
ad ogni grettezza o preconcetto di classe sociale
o di parte politica. Ma la mia soddisfazione più
profonda e più cara, ma la mia gloria più bella
e più durevole fu di aver ricevuto da Forlì una
breve lettera in cui la grande anima di Aurelio
Saffi mi diceva con la sua nobile semplicità: Avete
reso un servizio al nostro paese.»

Poi Olindo Guerrini con qualche motto soave pieno
di pensiero, e Corrado Ricci, il valente pennelleggiatore
dei tempi andati, che dà alla figura del
Maestro un ultimo tocco sapiente.

«.... non dimenticherò mai la *buona e cara immagine
paterna* di Aurelio Saffi. Parlando con lui
il suo cuore v'aiutava a salire sino al suo intelletto.»

Viene quindi la balda falange dei giovani seguaci
che depongono semplici e riverenti tributi: Livio
Quartaroli, Giuseppe Ronchi, Giuseppe Brini, Camillo
Ugolini, Roberto Ascoli con una «memoria»
così colorita luminosa e leggiadra da farne ingelosire
il suo volumetto di Rime; ultimo Ettore Sanfelice
la cui eletta lettera può servire per sintesi di
quanto ho osservato fin qui. Eccola:

[pg!150]

   | *A Giorgina Saffi.*

«La data 30 giugno 1858, ecco, mi schiude una
visione di patetico insieme e di eroico, che mi empie
il cuore, come se udissi parte di quella grande
armonia che i filosofi antichi dicevano effondere
nell'etere gli astri girando.

«Prima vi dispose amore, poi l'eternità, e i brevi
anni vissuti commisti entrano immortali nella
città ideale, a cui fu opera d'*Aurelio* sollevare gli
animi.

«Resta il forte suggello nei figli, l'adorato nume
del padre s'allarga dalla famiglia a genio della patria,
a elemento sostanziale d'ogni rinnovamento
umano. E d'onde muove tutto ciò? Dall'amore.

«Con questo nome Signora, che raccoglie famiglia,
patria, umanità, un alunno del vostro *Aurelio*
osa oggi toccare la soglia del vostro sacrario per
respirarvi la presenza dell'Apostolo e della sua
dolce compagna.»

E voi Signorine a cui le mie parole sono rivolte,
per quel nome che tutto raccoglie, fate che dalla
freschezza dei vostri cuori sbocci per Giorgina Saffi
una schietta espressione di cordoglio. Anch'ella ha
salpato come voi ricca di speranze e di sogni; anche
voi tornerete in porto un giorno malinconicamente
così; alcuna forse designata dal destino a
essere come lei irraggiata dalla luce di qualche vivido
astro futuro, e a identificarne, lui spento, gli
affetti, le memorie, gli ideali. Ecco perchè ve n'ho
parlato....

   | Giugno 1891

[pg!151]




Fiori d'arancio.
================


Io detesto la poesia d'occasione. Dalle canzoni e
dai sonetti, scaturiti nei secoli scorsi per amore dei
cardinali morti e degli arciduchi vivi, agli inni e
alle liriche d'oggi per le esposizioni e per le nozze,
l'ho trovata sempre abbominevole. La rettorica ed
il convenzionalismo vi si trincerano come in un ultimo
rifugio dove possono ancora tiranneggiare nell'accolta
di tutto ciò che di più goffo, di più falso,
di più antipatico e di più disarmonico ha il vocabolario
italiano.

Muore una persona cara, ed ecco una poesia vestita
teatralmente da funerali che viene a chiamarcene
*orbati* e a dire in nostra presenza alle Parche
un sacco di villanie: c'è una giovinezza che si consacra
all'austerità, ed ecco che me la insudiciano
d'*unto novello* e me la assordano a furia dei rimbombi
e degli echi del Sion: due felici fanno di due
vite una vita fra le benedizioni del cielo e della terra,
ed ecco inseguirli spietatamente nel loro volo
un'orda di lirismo dove c'è per lo meno mezza dozzina
di tempi del verbo *impalmare*, tre o quattro
paia di *fausti nodi*, qualche *ara* e una donzella che,
poverina, in tutto questo rimenìo fa davvero pietà.

Un orrore, ripeto, una calamità che ero ben risoluta
d'odiare senza restrizioni per il bene d'Italia
[pg!152]
quando un nitido e snello fascicolo, fregiato d'un
nome che mi è caro, è venuto, ha parlato, mi ha
intenerita.... La causa è vinta. Chi ha ingegno vivo
e originale, chi è poeta vero, scriva, scriva sempre;
scriva per chi nasce, per chi muore, per chi
ama, e Dio lo benedica. Se è poeta vero, se ha caldo
lume d'ingegno, uscirà sano e salvo dalle pastoie
e dalla banalità; saprà trovare la nota sentita
e soave a cui il cuore risponde, le fantasie leggiere
che si traggono lo spirito seco. Così ha fatto Elda
Gianelli, nome che nella nostra letteratura oramai
suona forza e armonia. Nella civettuola eleganza dei
tipi del Balestra di Trieste, ella dedica a un'amica
che si fa sposa, undici sonetti che, a parte la fattura
squisita, racchiudono tutto ciò che di più radioso
e tenero e soave possiede un'anima di donna
quando la mente la illumina e detta Amore. Alla
fanciulla che sta sulla soglia della vita nuova, nel
solenne e pauroso momento in cui si sommerge il
passato e non emerge ancora l'avvenire, parlano le
cose con una delicatezza semplice e pagana. Essa
trepida ascolta: sono le voci buone, le voci protettrici
della sua adolescenza, gli addii supremi e mesti
della sua prima vita che muore. Tutto vuol richiamarsi
al pensiero di lei: e i «fantasmi vaghi
della mente giovinetta» e il primo raggio di amore;
e la casa dolce che l'ha difesa, come il cristallo la
fiamma, da ogni alito impuro; e i libri che riunirono
due giovani teste amorose, e il ricamo che riuniva
i pensieri, e il pianoforte che faceva battere
all'unisono i cuori: e dalle piante memori, dal letto
verginale su cui scesero i sogni, dai «buoni
alberi amici», dalle conscie sabbie dei viali, piovono
saluti sorrisi di propiziazione alla fidanzata
[pg!153]
pensosa. E l'amica che la guida in questo congedo
sentimentale ripensa seco, con pensieri ed espressioni
in cui la materialità della parola quasi dispare
sotto il profumo, i delicati episodi e le ore azzurre
fra cui tramò ella la sua gaia rete d'amore.
Ma per non sciupare di più colla mia analisi al microscopio
quell'alata poesia, ecco uno dei sonetti
migliori:

   | E ti dicono addio soavemente
   | Le cose intorno, e ognuna in sua sembianza
   | Dei brevi anni vissuti alla tua mente
   | Guida il sorriso d'una ricordanza.
   |
   | Dalle pareti della conscia stanza,
   | Che tutta investe i rai del sol presente
   | Sfilano luminose in gaia danza
   | L'ore auguranti all'anima che assente.
   |
   | E il picciol letto abbandonato dice:
   | La bella testa che da qui partia
   | Or sovr'altro guancial posi felice.
   |
   | Arride dal balcone il cielo aperto
   | Che la leggiadra fidanzata spia;
   | Brilla il ner'occhio a interrogarlo esperto

Oh la suggestione e la gentilezza di quell'idea
del piccolo letto abbandonato, il piccolo letto a cui
sono noti i sogni, che ha parole di così mesta soavità!
Non si può leggere con indifferenza questa
pagina, poichè chi di noi non vede cogli occhi dell'anima
un piccolo letto, che sapeva solo i sogni,
similmente abbandonato? Chi di voi, fanciulle, non
intravede il giorno che lo abbandonerà? Non so
resistere al diletto di ridire un'altra poesia — l'ultima — che
[pg!154]
ricongiunge come un nodo ideale questa
fragrantissima ghirlanda:

   | Questo il lieto tuo fato: esser amata
   | E amar felice. Non a tutti ei splende
   | Che intreccian nozze. Non a tutti rende
   | Cosí piena mercè l'immacolata
   |
   | Bella luce d'amor. Non una offende
   | Nube l'azzurro della tua giornata,
   | E la tua giovinezza avventurata
   | Da un fido porto a un fido porto stende
   |
   | La candid'ala di procelle ignara;
   | In un nimbo gentil di poesia
   | L'anima al nido placido ripara
   |
   | Dolce sognante. E su le nove soglie
   | Dal ciel dorato della fantasia
   | La sorridente realtà Ti accoglie.

Leggiadra bruna incognita, che passate dal sogno
alla realtà senza risveglio, dovete essere ben
contenta di annoverare fra i ricordi di un giorno
indimenticabile le nitide pagine dal nastro azzurro
che la vostra amica vi dona. Per Voi sono più che
versi armoniosi, sono atomi della vostra esistenza
che hanno preso forma e colore per scortarvi come
facelle amiche lungo l'ignoto viaggio dell'avvenire:
è lo specchio magico della buona fata, il piccolo e
prezioso specchio nel quale troverete ognora riflessa
la serenità mite di una primavera a cui vi sarà
dolce, forse, di ripensare fra le pompe dell'estate
ardente. E possiate rimirarvi in mezzo la vostra
immagine sempre così, come oggi, nella gaia veste
ornata di fiori.

[pg!155]




L'ultima Primavera.
===================

.. class:: center

| [Memini, Chiesa e Guindani, 1894.]


L'essenza della femminilità in tutto ciò che ha
di più fine, di più intuitivo, di più velatamente appassionato,
di più profondamente tenero; il fiore
più delicato e più fragrante d'un ingegno sul meriggio
per cui il dar forma al pensiero non è più
un faticoso esercizio ma una facile consuetudine; la
nota indovinata, giusta, fra la pittura esatta della
verità e le sfumature della poesia; l'equilibrio difficile
fra l'indagine psicologica e il movimento dei
personaggi; questo, e più ancora, ho trovato nel
fresco libro dalla veste ideale che non inganna.

Chi è Memini? Io non so. Ma credo di poter affermare
che abbiamo a fare con una vera signora.
Finalmente! si respira, in questo andirivieni di donne-scrittrici,
non tutte gentili, che scambiano la sgarbataggine
con la forza e fumano la sigaretta anche
in letteratura! Memini, l'ho detto, è soavemente
donna e signora; non perchè la sua arte ce lo confermi
cincischiandosi in analisi da sarta e da tappezziere,
o perchè ci fa vivere in un ambiente leggittimamente
aristocratico; ma per una specie di
delicata riservatezza, per la grazia semplice e tranquilla
di cui si vela il suo stile, sempre, anche nei
momenti del più alto lirismo, anche nei momenti
[pg!156]
della più intensa passione, raggiungendo, in tal maniera,
una semplicità suggestiva e un'efficace sobrietà.
Le scene più drammatiche del suo romanzo,
qualche punto scabroso, sono tratteggiati con bravura
a luce e ad ombre sapienti, e l'immagine nella
sua rapidità ci è resa viva e completa così che non
ci par riflessa ma veduta. Lo stesso nell'analisi delle
sensazioni, degli stati d'animo dei personaggi: la
preparazione è tanto graduata, li conosciamo già
tanto bene per quello che dicono, per quello che
fanno, per quello che l'autrice, accortamente in una
pennellata, ce li presenta, che si prevede già ciò
che *sentiranno*, ciò che penseranno, ciò che decideranno
in quella data occasione. Poichè tutti sono
veri e vivi, ed hanno un'individualità propria, tutti,
perfino i più insignificanti; e si muovono così bene
nel loro ambiente in cui s'intravede dietro a loro
altra gente ed altri caratteri e altre passioni, come
nel mondo. Trovo qui che Memini ha superato vittoriosamente
un gran scoglio: quello della prospettiva,
del fondo; direi volentieri della messa in scena;
scoglio da cui non si guardano sempre nemmeno
i nostri valenti, e che guasta qualche volta
l'idea e la forma migliore. L'azione sia pur di due
od anche di un individuo solo, ma non agiscano
nel vuoto, ma intorno ad essi ci sia la folla — indifferente,
poco importa; ma è necessario indovinarla,
è necessario intravederla, bisogna saperla là,
e non col mezzo di qualche personaggio secondario
messo per riempitivo, ma complessivamente; dei
nomi, delle abitudini, dei tratti caratteristici, dei saluti,
dei legami, degli obblighi; ciò insomma che
penetra dal di fuori anche nella vita più appartata.
Zola è in questo insuperabile: ogni suo romanzo è
[pg!157]
un mondo. Da noi, ma non sempre, i meridionali:
Verga, il D'Annunzio, la Serao.

Ecco ora questa dama gentile riuscirvi perfettamente.
La sua *Ultima primavera* è una primavera
fiorentina che tutti respirano e vivono. Ma la primavera
più fragrante, quasi gravosa per dolcezza, la
vediamo schiudersi nel cuore della protagonista, la
contessa Elisa, una figurina che ha una vaga aria
di famiglia con le più delicate figure di Bourget.
La trama del racconto è, credo, oramai nota e semplicissima.
Un'amica di provincia raccomanda alla
contessa il suo unico adorato figliuolo ed essa nell'iniziarlo
agli usi della società in cui vive, nell'occuparsi
del suo benessere morale, nel plasmarne la
personalità, se ne innamora appassionatamente. Ma
fra Elisa e Roberto ci sono sedici anni di differenza,
e questa donna elevata dalla vita un po' solitaria
e tutta intellettuale in cui si era compiaciuta,
crede di non aver diritto di avvincere a sè quella
giovinezza per sempre, e vi rinunzia. Se non che,
non avendo per sostegno alcun dovere nella rude
lotta, l'amore dilaga e trionfa proprio quando Roberto,
che ignora lo sottigliezze spirituali, punto dal
rifiuto di lei che credeva non potesse riguardarlo
che come un ragazzo troppo inferiore, s'è gettato
nelle reti di una vecchia sirena sempre tesa a raccoglier
vittime nuove. Così muore l'ultima primavera.

L'analisi di quest'amore triste e supremo, dai
primordi in cui non è che tenera sollecitudine quasi
materna, alla fine in cui prorompe con tutta la
violenza possente di un sentimento ancora non provato,
è miniata insuperabilmente per finezza, per misura,
per divinazione. V'hanno dei momenti in cui,
[pg!158]
se l'autrice non avesse la mano così leggera e l'intento
di mantenersi in una sfera ideale così risoluto,
avrebbero potuto degenerare nella sguaiataggine o
in un verismo crudele. Ma, o la protagonista con la
sua schiettezza quasi ingenua, o l'autrice col suo
intervento di signora, o lo stile pieghevole e corretto,
hanno sempre tutto salvato. E in quella mirabile
scena, prima del primo duello di Roberto, così
satura di emozioni e così laconica, noi possiamo
vedere quella bella testa virile piegare sul florido
petto di quella donna amante ed amata, senza che
alcuna suggestione meno che pura offuschi la delicata
visione. Udite:

    «Lentamente, come sopraffatto dall'intensità delle
    lotte segrete ch'egli aveva sino a quell'istante saputo
    dissimulare, Roberto chiuse gli occhi, e, a guisa
    di uno stanco fanciullo, posò il capo sul petto della
    contessa. Lo sguardo di quella donna ebbe lo smarrimento
    vago d'un'estasi. Ella non si risentì nè si
    ritrasse. Tacque. Ma sotto il morbido rialzo del seno
    i violenti battiti del suo cuore giungevano all'orecchie
    di Roberto.

    \— Ah, — mormorò questi, quasi inconsciamente, — morire...
    non sarebbe niente. Ma così... nevvero?

    \— Così — susurrò Elisa, come un'eco lievissima
    involontaria.

    Ci fu una lunga pausa, di quella pace, di quel
    silenzio. Nient'altro.»

Perfino la figura di questo Roberto che non è
che giovane, bello, forte, sano nella luce diffusa sapientemente
su tutto il libro ci apparisce sotto il
[pg!159]
suo aspetto meno materiale. Noi sappiamo che è
sensuale, egoista, un buontempone inutile all'opera
e al pensiero. Ma lo vediamo poi tanto ingenuo nei
suoi difetti ch'egli (ah che sollievo!) non si cura di
analizzare nè di distinguere, lo vediamo così pieno
di rispetto verso quella donna di cui riconosce francamente
la superiorità, e riscontriamo in lui, nelle
circostanze, un tatto, un criterio e una forza così
spontanei, che se anche non ci desta simpatia, possiamo
giudicarlo imparzialmente. In tal modo questa
e le altre figure hanno un rilievo spiccatissimo, un
valore tutto oggettivo. La vecchia duchessa, Marina,
il povero russo tisico e milionario, il poeta abruzzese
sempre un po' selvaggio, Dino Follemare dalla
grazia rassegnata, la grossa zia d'Elisa, Tecla,
la mamma di Roberto valetudinaria, Marcello Plana
ci popoleranno la mente per un pezzo, come creature
fra cui avessimo veramente vissuto per qualche
tempo. L'autrice, ripeto, non ci mette di suo
che la leggiadria soave e piana della narrazione,
nè frettolosa nè lenta, interrotta con una chiusa
sempre efficace nei brevi capitoli che paiono una
ghirlanda di roselline di maggio. Se Memini non è
una figliuola della Toscana, lo è per la lingua agile
e pieghevole, per una punta d'arguzia sempre latente
nel dialogo, per quella grazia armoniosa, soffusa
anche nella gaiezza d'una certa mestizia che
raggentilisce in Toscana ogni opulenza della natura
o dell'arte, che fa ripensare alle concezioni delicate
che sorgevano fra i fiori dei calendimaggi fiorentini
del quattrocento.

Si potrebbe notare, per amor del vero, qualche
piccola sciatteria sfuggita nella scorrevolezza del
dire, qualche strozzatura, qualche vocabolo esotico
[pg!160]
che se passa inosservato in una conversazione frettolosa,
offende in una pagina di stampa italiana come
un leggero strappo che riveli qualche povertà;
ma sono nèi che si sommergono nella blanda fulgidezza
dell'opera gentile dov'è più sentimento che
pensiero, più eleganza che originalità, più larghezza
d'osservazione che profondità. Ma non ce ne lagnamo
troppo. Le donne vere minacciano di diventar
rare nell'arte come nella vita. Di studi tenebrosi
e misteriosi intorno alla psiche umana, di vivisezioni
feroci, di drammi paurosi e cupi e fantastici della
coscienza, di acrobatismi di lingua ne abbiamo
ancora da saziarcene per un pezzo. Il più difficile
per chi legge per diletto e non per dovere (ah fossi
anch'io tra questi!) è di trovare da dilettarsi. Ebbene;
con l'*Ultima primavera* si ha già trovato.

[pg!161]




Opere buone.
============


In mezzo a tanta faraggine di produzione letteraria
scipita o dannosa — e, in un'altra categoria
insufficiente o pedante, alleggerisce proprio l'anima,
d'imbattersi in qualche volumetto nel quale l'intento
di giovare sia vero e serio come il valore dell'opera:
nel quale si trovi un ingegno che rinunzia
a qualche pompa di vanità più effimera ma più abbagliante,
a qualche soddisfazione più egoistica e
più intera, per immedesimarsi nel pensiero di qualche
grande e farlo scintillare nella luce più chiara
e divulgarlo come un verbo di bellezza pel mondo.
Sono apostoli dell'arte, nelle loro rinunzie, nel loro
ardore, nella loro fede. Fra costoro stanno i traduttori
valenti com'era il Maffei, come è ora il Sanfelice
per lo Shelley, il de Gubernatis e il Pizzi per
le letterature orientali; i ricostruttori del passato
come il Ricci, il Masi, e così via.

Ci sono gli studi danteschi. Mai, s'è detto, il
nostro maggior poeta è stato più letto, più studiato,
più commentato che nel nostro secolo che conta
della Divina Commedia il maggior numero d'edizioni:
ed, oltre gl'innumerevoli studi, giornali e pubblicazioni
speciali.

Eppure a nessuno, con tanto «divenir macri»
alla nostra volta per intender ciò su cui il poeta affaticava
[pg!162]
la sua poderosa mente — a nessuno era
venuta finora l'idea che la maniera più acconcia e
più semplice per rendere accessibile il gran lavoro,
era di ricomporlo coi suoi stessi elementi nella prosa — farne
una vasta leggenda, una magnifica fiaba per
il popolo e per i ragazzi e per i profani, per invogliare
intanto questa gente, per darle adito, se può
e vuole, a ricercare da sè le bellezze adamantine
di cui ha visto sfavillare una sfaccettatura. Quando
la fantasia, la curiosità son deste, la ricerca è più
naturale e più dilettosa; e quando si trova in bell'ordine
chiaro ed armonico l'esatta esposizione dei
concetti, molta parte della difficoltà è rimossa e vinta.
Il filo d'Arianna di questa lucente prosa ci guiderà
attraverso i laberinti della poesia.

L'idea era semplice e ingegnosa. Una specie dell'uovo
di Colombo. Come mai nessuno ci aveva
pensato prima? Ma il difficile è appunto questo:
pensarci.

Il professore Agostino Capovilla, a cui balenò
la felice idea, ce la presenta ora incarnata nell'operetta
geniale e buona sotto un titolo e in un'edizione
che rivelano il generoso intento di farne partecipi
tutti. [#]_ Egli scrive nella modesta prefazione:

.. [#] La Divina Commedia presentata senza il sussidio dei
   commenti. L. Cappelli edit. Rocca S. Casciano — L. 1,50.


«Benchè la Divina commedia sia dichiarata il
nostro poema nazionale, la Bibbia degli Italiani, gli
italiani però — fatta eccezione dei dotti e dei letterati — o
la conoscono per averne sentito parlare
o ne hanno letto appena alcuni canti: i soliti, per
[pg!163]
quanto insuperabili... L'aiuto dei commenti, dal quale
non è quasi mai disgiunta nessuna edizione della
Commedia, se vale a rendere più o meno intelligibile
il testo e i concetti danteschi ai volonterosi
agli studiosi, agli appassionati, rende però la lettura
faticosa e penosa per loro, e una vera *via crucis*
per tutti quelli — e sono i più — che leggono a
scopo di puro ricreamento; per quelli che sono desiderosi
di apprendere i fatti, di conoscere i personaggi,
di vedere i luoghi, e non si curano di questioni
filosofiche, letterarie, teologiche: per quelli
appunto ai quali Dante pensava scrivendo il suo libro.
Il libro che io pongo in mano alla gioventù,
al popolo anche, sta fra la versione in prosa e l'esposizione
sommaria. Toglie il superfluo, l'algebrico
per dir così il non bello: espone tutto il resto con
dizione facile e piana; ne' luoghi più eletti, colla
dizione stessa del poeta voltata in prosa, rammodernata
negli arcaismi.»

E così è. Un libro che può dilettare, ripeto, come
una gran fiaba, o come qualcuno di quei vecchi romanzi
cavallereschi di gesta e d'avventure. Le figure
su questa superficie livellata spiccano tutte con un
rilievo più marcato, con colori più vivi, con luci più
sfavillanti; sia nell'inferno in cui paiono fusi insieme
i geni di Michelangelo e di Shakespeare; nel
Paradiso, arido e splendido; nel Purgatorio, nella
più divina della cantiche dove non è più il dolore
e non è ancora la gioia, dove la mestizia soave e
blanda è nel verde, nei fiori, nei crepuscoli, nelle
voci; dove è un sospirare e un desiderare umile e
ardente — dove le donne che più hanno amato e
pianto, e i cavalieri che più hanno perdonato e gli
artisti che più hanno sofferto, lievi passano e si nascondono:
[pg!164]
e gli angeli sono umani e pii, e il poeta
pagano ha il cuore oppresso dal divieto supremo e
il poeta cristiano l'anima anelante alla sua diletta
che gli sarà concessa per lo spazio di un sogno...
Se la Divina Commedia è la Bibbia degli Italiani,
questo è veramente il salmo dei dolenti — giacchè
per sentirne riflesse nello spirito le verità, le consolazioni
alte, le bellezze, bisogna avere faticato su
per l'erta della vita fra le lagrime e i pesi e il fuoco,
come l'Alighieri in ispirito sul mite Calvario...

Ma invece delle mie insufficienti manifestazioni
sarà più opportuno riportare un brano della meritoria
operetta del Capovilla per dimostrarne meglio
il valore e l'utilità. Scelgo a caso:

«Era già l'ora, che ai naviganti, nel dì in cui
hanno detto addio ai dolci amici, volge il desiderio
verso la patria e intenerisce il cuore: e che piange
d'amore il nuovo esule s'egli ode alcuna campana
di lontano, che paia piangere il giorno che si muore.
Quando Dante incominciò a mirare una di quelle
anime, che levatesi in piedi, colla mano chiedeva
alle altre che la ascoltassero. Ella giunse, ed alzò
ambe le palme, fissando gli occhi verso l'oriente,
così come dicesse a Dio: «D'altro non mi cale che
di Te, Signore!» Poi le uscì di bocca: — Te
lucis ante (*Prima che termini la luce; inno della chiesa
a difender l'anima dalle tentazioni notturne*) devotamente
e con note dolcissime. E le altre anime, colla
medesima dolcezza e devozione, l'accompagnarono
per l'inno intiero, tenendo gli occhi al cielo.
Poi taciti guardavano in su come aspettando.»

Se lo spazio me lo concedesse vorrei trascrivere
molto di più, ma dal brevissimo saggio ognuno
può farsi un'idea dell'intero lavoro. Io chiamo queste
opere: opere buone.

[pg!165]




Italia e Poesia.
================


.. class:: right

| Ad un incredulo.

.... Poichè ho la fede, lasciatemi parlare; — e
non per la velleità di convertirvi, state tranquillo, nè
per un irriflessivo senso d'orgoglio nazionale, e
neanche per la vanità d'impancarmi a predicatrice:
la fede è degli umili; — degli ignoranti, potreste
dirmi; — ma non importa: sia ignoranze, sia illusione,
sia amore, la fede è bella e fa del bene e va rispettata.

Io credo dunque alla superiorità del genio poetico
italiano, e chi non ha mai accarezzato questa dolce
idea mi scagli... il primo *elzeviro*. Ci credo; e l'altro
giorno in questo stesso giornale [#]_ a proposito d'una
poetessa gentile ho arrischiato l'osservazione che la
prosa francese contemporanea vince la nostra come
la poesia italiana vince la poesia francese. Pensavo
candidamente che il dirlo in Italia non doveva essere
un'imprudenza; invece... ho motivo di credere d'aver
provocato una varietà infinita e graziosa di smorfie
a giudicare da quella caduta sul margine — la vostra — -che
arrivò fino a me.

.. [#] Idea liberale (Milano 1892).

Non è questione di *chauvinisme*, ve l'ho già detto.
No, poichè la superiorità non la trovo tanto nelle
[pg!166]
personalità artistiche come nella poesia per sè stessa
nell'arte poetica in generale. Nella poesia italiana
si mesce un elemento nuovo, sottile, che le altre
poesie non hanno: un elemento, dirò così, complementare,
che infinite e varie cause concorsero a formare.
È l'atavismo di dignità più immediato, della
lingua latina? È l'eco del *dolce stil novo*? È la dovizia
lussuosa dei vocaboli? È il cielo? il sole? i fiori? le
memorie? — La poesia in Italia non è come negli
altri paesi: vi brulica come i pulviscoli nel raggio
l'aria ne è intrisa — vola per le bocche del popolo,
s'insinua tra i banchi degli scolari, sorride dalle
cattedre, risuona nei campi, trema o esulta nelle chiese — perfino
il giovine clero, liberato dai Greci e dai
Romani, scrive rime d'ispirazione — perfino il Papa
compone in poesia... Convien dire che l'influsso sia
potente...

La quantità non forma la qualità, convengo — ma
data la straordinaria abbondanza, bisogna pur
considerarla come una forza; — poi più fiori ci
sono da distillare, più essenza se ne ritrae, è indubitato.
Voi mi diceste d'essere ammiratore della poesia
francese contemporanea e mi snocciolaste una
dozzina di nomi che io ammiro quasi quanto voi
senza smuovermi dalla mia opinione. Ora facciamo
una prova: pigliamo per esempio la più bella poesia
del Carducci — il *Canto dell'amore* o l'*Idilio maremmano*
o un sonetto o, che so io, quella che d'accordo
troveremo la migliore, e mettiamoci accanto
la miglior poesia del miglior autore francese (chi
contrapporrete al Carducci? Baudelaire? Richepin?):
leggiamole tutte e due; e vi sfido a sostenere che
quella che dà maggior diletto estetico è la francese.
Ridete? rido anch'io, ma è così! Ho la fissazione,
[pg!167]
vedete, che lo spiritello vincitore s'annidi nell'idioma
nostro, nel soave idioma che fa così armoniosa la
rima — l'idioma caro e scellerato che tiranneggia
i prosatori e che si abbandona con tanta docilità
nella lirica e vi si adagia con tanta sovrana eleganza
con tanto gentile impero, come se fosse quella la
sua vera e naturale dimora. Io non chiamerò la poesia
francese, come Heine che la detestava, «\ *acqua
tiepida rimata*»; ma osservo che la morbidezza e la
delicatezza suprema della lingua francese che fanno
la prosa, per grazia carezzevole, inarrivabile, stemperano
la poesia e le tolgono la sua maggior forza
e il suo maggior pregio: la sintesi. Quando Victor
Hugo volle esser più grandioso fu iperbolico, quasi
grottesco; Leopardi cantando l'umile poesia degli
orti e della vita rusticana fu quasi solenne. E lasciando
in pace Leopardi e lasciando anche il Prati,
l'Aleardi e lo Zanella, de' quali — come dite giustamente — non
è più tempo, perchè non ci ricorderemo
noi, oltre che del Carducci, di Olindo Guerrini
che fuse pure nella gran corrente della poesia italica
una vena distinta e canora di poesia individuale; del
d'Annunzio, l'incantatore; di Rapisardi ciclopico;
del fine autore di *Valsolda*, e di Praga, di Boito, di
Graf, di Panzacchi, di Mazzoni, di Cannizzaro, di
Marradi, del Costanzo, del Tanganelli, del Pascoli,
del Giorgieri-Contri, del Pitteri, del De Amicis che
ebbe pure accenti di consolante ed elevata poesia, di
tanti altri infine che si rivelano tuttora poeti eleganti
e valorosi e che sarebbe lungo troppo enumerare?
Se in Italia ci si potesse persuadere, in letteratura
come nelle altre cose, che della sostanza ce n'è
ancora e buona, se invece di trattare ogni nuovo
frutto dell'ingegno nazionale come Mefistofele tratta
[pg!168]
il povero mondo nel Sabba romantico, ci si adoperasse
con coscienza e gentilezza a metter in luce il
bello e il buono; ad essere un poco più facili nella
scelta dei nostri libri e un po' più difficili nella
scelta di quelli degli altri; se almeno le signore — le
colte e le intellettuali che hanno pur tanta parte
nella vita morale d'una nazione — non arricciassero
il naso a tutto ciò che sa d'italiano e mettessero
nel conoscere e nell'insegnare bene ai figliuoli la
lingua materna la diligenza che mettono nell'addomesticarli
e nell'addomesticarsi con le lingue straniere,
molte nubi si straccierebbero dinanzi alla classica
stella d'Italia. Che lieta maraviglia, pensate, se da
un giorno all'altro ci trovassimo guariti dalla brutta
malattia della diffidenza e del disprezzo verso tutto
ciò che è nazionale!

[pg!169]




Dal mio Verziere.
=================

.. class:: center

| [Pubblicato la prima volta nella «Cordelia», giornale per le giovinette — Anno XI.]

.. epigraph::

   | Una donna soletta, che si gía
   | Cantando ed iscegliendo fior da fiore.
   |   :small-caps:`Purg. XXVIII.`


Pochi accordi di preludio. Leggiadre signorine,
siete pregate di far capolino un momento nel piccolo
santuario dove penso e lavoro. Su quel mobiluccio
d'angolo, guardate, fra la lucernetta antica e il
ritratto di una diva da molto tempo dimenticata, c'è
un modesto albo di felpa rossa che, poveretto, lascio
sbadigliare settimane tra quei vecchiumi, dimenticato
anche lui. Fu in un malinconico giorno di emicrania
e di solitudine che mi ricordai del vecchio confidente,
che lo attirai fra i cuscini della mia poltrona. Sulla
prima pagina un nome e una data, scritti da una
mano ventenne; poi altri nomi illustri, simpatici,
italiani, e tutti, o quasi, della letteratura militante. I
versi agili, mesti, spigliati, gentili si rincorrevano
sulle nitide carte rettangolari dall'orlo luminoso,
alternandosi a brevi prose trascritte da tutti i lati,
capricciosamente. Fresca com'ero della lettura dell'ultimo
libro di Corrado Ricci, la mente corse subito
alle pagine più belle, a quei «due suoni disuguali
d'acque cadenti che sembravano rispondersi.... Un
[pg!170]
gorgoglio limpido come un trillo di usignolo e un
murmure più lontano, cupo, lamentevole... Sembrava
un dialogo cantato in una musica indistinta ma
carezzevole e soave». Così il Ricci; e questo io
pensava scorrendo le liriche e le brevi prose. Due
toni: il maggiore e il minore, i sorrisi e i sospiri
nell'eloquio ugualmente dolce, iridato, melodioso.
Qua e là gli stornelli costellanti il fondo, come fiori.

Allora, coi fiori, mi venne il pensiero della *Cordelia*
primaverile, di voi, signorine, ed ebbi il desiderio
di indugiare con voi nel mio giovanile verziere.
Prima però debbo avvertirvi che le creazioni che
incontreremo non sono sempre le migliori che uscirono
dalla penna dei loro autori, ma sempre le più
adatte a voi e quelle forse che voi medesime preferireste
per conformità di sentimenti e di tinte,
come io preferivo. Ancora: non ci troverete novità.
Vari di quei componimenti li avrete letti dove li
colsi, sulle strenne o sui giornali. Ma aggruppandoli
intorno al nome dello scrittore ci daranno un profumo
più distinto e più acuto, svelandocene la personalità;
poi qualche sfumatura imprevista del pennello
divino la troveremo sempre, non dubitate. Volete
dunque? Sì? Muoviamo.

.. toc-entry:: I. Antonio Fogazzaro.

I.
--

.. class:: center large

| Antonio Fogazzaro.

Il Fogazzaro, che il felice accenno a una reazione
idealista tende ora a mettere di moda, è il genio
delle nebulose. Il maggior fascino che emana dalla
sua produzione è, a parer mio, quello stesso delle
più aggraziate invenzioni della fantasia tedesca, nelle
[pg!171]
quali alla più bizzarra meraviglia si mesce sempre
un sottile soffio di semplicità domestica e sana che
rischiara e riposa. Non so se sia da preferire nello
scrittore il romanziere o il poeta, e, anche sapendolo,
mi parrebbe un'irriverenza boriosa il trinciar
giudizi in questi scorci alla buona. Mi limito quindi
a leggervi qualche verso o a farvi notare i differenti
aspetti che ho osservato in lui. Mentre nelle più
belle pagine di «Malombra», di «Daniele Cortis»,
dell'indimenticabile «Mistero d'un poeta» egli ci
inebria dell'infinito e ci ravviva lo spirito sino a farci
del corpo una specie di simulacro, e, lievi, purificati,
gloriosi, ci scorta fino all'estremo lembo della terra,
fin dove appare non più come un miraggio, ma già
come una costa lontana il paese dove ogni desiderio
si sazia e si tace, nelle sue poesie è di una determinatezza
lucente e chiara sebben lievissima e dilagante,
un po' troppo, anzi, qualchevolta. Ecco intanto
un sonetto bellissimo:

.. class:: center

| IN SAN MARCO DI VENEZIA

..

   | Freddo è qual te il mio spirto, o cattedrale,
   | I tuoi mosaici misti d'ombra e d'oro
   | Somigliano i fantasmi ch'io lavoro
   | Del core nel silenzio sepolcrale,
   |
   | Dove l'amor tace nascoso, quale
   | Il tuo di gemme inutile tesoro:
   | All'Ideal che spero, al Dio che adoro
   | V'arde sola una lampada immortale.
   |
   | Talora per la tua porta che geme,
   | Entran lume di cielo, odor di mare,
   | Qualche figura taciturna e mesta;
   |
   | Ed anche in me, talora, entrano insieme
   | Un folle arder vitale che dispare,
   | Un dolce viso tenero che resta.

[pg!172]
Bisogna aver vagato estasiati dentro quel grande
gioiello bizantino, bisogna averne avuto il cuore
penetrato e la mente abbagliata sino all'emozione,
per intendere tutta la sapienza gentile, la giustezza
ideale della similitudine. Proprio così: ombra e oro,
come una di quelle favolose tele rabescate, che le
fate nascondevano in una nocciuola; ecco la trama
lieve e tutta, direi, interna, delle creazioni di Antonio
Fogazzaro, ordita nel mistero religioso del cuore,
che l'arte sua rispecchia fedelmente. Anche là l'amore
resta nascosto nel _`sancta-sanctorum` dell'arca
santa, tanto nascosto e tanto lungamente invisibile,
che qualche volta le pene che soffrono le creature
per lui ci sembrano solo l'incombere di un fato
affannoso senza leggi e senza speranza di liberazione.

Nel piccolo albo trovo anche questa poesia che
trascrissi, mi pare, da *Valsolda*. Qui riconosciamo
un poco l'innamorato di Violet e qui la nota personale
del poeta insiste con più evidenza:

   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
   | Mi grandeggia ne l'ombre de la sera
   | La vôta stanza. Fuor da ogni finestra
   | Nel chiaror de le nebbie il lago appare
   | Quale deserto, sconfinato mare.
   |
   | Uscir vorrei per questo mar deserto,
   | Navigar solo, navigar lontano,
   | E, spenta la veduta d'ogni sponda,
   | Abbandonarmi a' miei pensieri e all'onda.
   |
   | All'aperto uscirebbero i fantasmi
   | Che più gelosamente il cor nasconde;
   | Io sederei a poppa ed essi a prora;
   | Senza parlar ci guarderemmo allora.

[pg!173]
Vi è del refrigerio in questa luce, in questa atmosfera,
in questa solitudine in cui non regna che
l'inganno innocente del sogno, d'un blando sogno.
E che gentilezza la ricerca di quell'isolamento assoluto
per immergervi l'anima, che nel suo geloso
pudor di ninfea vuol esser sola coi segreti del suo
amore! Quanti fra i nostri poeti contemporanei ci
hanno abituate a queste raffinatezze del sentimento?...
Essi che non esitano a cantarci in un sol
libro gli occhi ora azzurri ed ora neri e le chiome
ora bionde e ora brune del loro ideale femminile
che non si sa mai quale sia.... Udite ora,
tolto dall'*Agave americana*, questo frammento purissimo
che si ravviva, come un marmo al sole, di
una dolorosa mestizia umana:

   | Fuggono le stagioni
   | Senza frutto nè fior per la straniera;
   | Quando vien primavera,
   | Ride il bosco felice
   | Di lei, ridono l'erbe
   | Tremole per lo scoglio, i fiorellini:
   | Primavera le dice:
   | «Perchè non ami? Io passo».
   | Triste in silenzio,
   | Ella spiega il pallor de le ricurve
   | Foglie sull'ermo sasso.

Non sentite voi un blando eco leopardiano?

La *Leggitrice* par scritta apposta per voi, signorine.
Per questo ve la dico, sebbene non sia fra le
mie predilette.

   | Entro piccol volume ella leggea,
   | Oro nè avorio il libro non avea;
   | Aveva i sogni dell'amor gentile,
   | Pitture del novembre e dell'aprile,
   | [pg!174]
   | Disegni di gagliarda fantasia,
   | Alterno il riso e la malinconia.
   | Illuminavan le pensate carte
   | Fulgor d'ingegno ed equa luce d'arte,
   | Ella leggea una pagina dov'era
   | Molle tepor di nova primavera.
   | Le nubi addormentate, l'aria cheta,
   | Gli augei migranti in alto ed il poeta.
   | In quei sogni perduta, in quel riposo,
   | Lo sguardo sollevò fisso, pensoso;
   | Da la man semichiusa e negligente
   | Uscì supino il libro lentamente.

Non è finita, ma io vorrei che finisse qui....

Ecco il *Brindisi*, poi passiamo oltre. È quello
del «Mistero d'un poeta». Mi piace assai per una
vita un po' insolita che vi palpita e che ci dà il cantore,
come ringiovanito. È l'amore ideale fatto reale?
È il vino biondo? Non si sa. Ma la corda vibra più
risoluta e il poeta, finalmente, sorride:

A te, bionda fanciulla, io bevo il vino biondo
Il riso del tuo sole, de' colli tuoi l'odor.
Bevo e mi veggo sorgere dentro al pensier profondo
Il Reno sacro, i clivi, torri, vigneti e fior.

Bevo ed il vin divampami nell'estro suo straniero,
Mi batte ed arde un nuovo cor di poeta in sen;
Bevo e mi bacia un alito, un'anima, un mistero
Che dal più dolce fiore della foresta vien.

[pg!175]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«Qual cosa mai non appar bella ai poeti, ai musicisti,
ai pittori che sognano e creano? Cadono
d'intorno a loro le angoscie, abbattute dall'arte che
somministra le candide pagine pel lavoro; e la
mente, confinate le sue tristezze in remote regioni,
s'illumina e s'innalza.

«.... E allora, la persona per cui si sospira e si
soffre, resta come idealizzata, e l'affetto si fa più
intenso, ma meno violento e disuguale, e si ama, si
ama profondamente; e l'amore, anzichè turbare lo
spirito, l'aiuta a lavorare, e lo fa qualche volta assurgere
a grandi altezze. Scompaiono allora l'uomo
e la donna, e fanno posto all'artista e alla Musa!»

.. class:: right

| :small-caps:`Corrado Ricci.`

.. toc-entry:: II. Gabriele D'Annunzio.

II.
---

.. class:: center large

| Gabriele D'Annunzio.

Certo per voi, signorine, il D'Annunzio non è
che l'*ami des vos amis*. Voi non potete conoscere il
D'Annunzio che per averne udito parlare dai vostri
fratelli e dalle vostre mamme (i babbi hanno quasi
sempre troppo da fare per confondersi con le Muse);
tutt'al più qualche sorellina, sposa e mamma, avrà
avuto la compiacenza di trascrivere per le più studiose
di voi qualche rima di questo Apollo luminoso.
Oggi faccio io la parte di sorella maggiore, ma non
mi ringraziate troppo: vi assicuro che l'egoismo
entra almeno per tre quarti nella mia amabilità. Il
D'Annunzio è il mio idolo, e la lirica D'Annunziana
ha sempre esercitato su me un fascino che somiglia
[pg!176]
alla magìa. Potrei leggere cinquanta volte quei versi,
la cinquantesima mi trovo più entusiasta della prima.
Immaginate dunque se mi faccio pregare ad abbarbagliarvi
un pochino con il saettìo tentatore dei
brillanti che posseggo! Verrà il giorno che li avrete
anche voi. Ma per ora contentatevi dei miei: i diamanti,
si sa, non sono per le signorine.

Gabriele D'Annunzio è l'artista squisito della
parola. Il Gautier solo può essergli paragonato. La
lingua maneggiata da loro acquista un pregio così
alto e maraviglioso e impreveduto che ci dà lo
stesso stupore di quei gran templi del Giappone
fasciati d'oro fino o di quelle lussureggianti foreste
tropicali piene di strani uccelli e di fantastica vegetazione.
L'oro fino lo conosciamo anche noi, ma noi
lo economizziamo per i gioielli; e le piante esotiche
e gli uccelli dai vivi colori adornano la nostra casa,
ma come una rarità. Eppure tutto fiorisce e sorride
negli stessi elementi, sullo stesso pianeta! E quel
terreno ch'è più ricco del nostro, quegli uomini che
sono più avventurati di noi!... Il D'Annunzio profonde
i suoi tesori di gemme, di profumi, di tinte con
un fasto asiatico e con una raffinatezza parigina.
Sfoglia a migliaia le rose, per dormirvi su, da
sapiente Sibarita; e ogni secolo, ogni plaga, ogni
arte gli dona l'essenza migliore di sè per deliziare
i suoi sogni. Un aroma antico e prezioso ci viene
così dalle sue carte, un misto di sacro e di profano
come quei bei cuscini che le dame eleganti tagliano
in una vecchia pianeta e profumano di viola e di
mughetto. Ma guai agli imitatori! Il D'Annunzio
non è imitabile, e i suoi seguaci sono come i petrarchisti,
odiosi.

Intanto io mi dilungo troppo... perdonate. Bastava
[pg!177]
mettersi un dito alla bocca e dir come Panthea:
*List! spirits speak!* — Zitto, parlano gli spiriti! — Noi,
ascoltiamo:

.. class:: center

| SONETTO D'APRILE

..

   | Aprile, il giovinetto uccellatore,
   | a cui nitido il fiore
   | delle chiome pe' belli omeri cade,
   | ne 'l cavo de la man, come un pastore,
   | in su le prime aurore
   | ha bevuto le gelide rugiade.
   |
   | Aprile, il giovinetto trovadore,
   | su le canne sonore
   | dice l'augurio a le nascenti biade;
   | i solchi irrigui fuman ne 'l tepore,
   | un non so che tremore
   | le verdi cime de la messe invade.
   |
   | Ecco la bella! Ecco Isotta la bionda!
   | China, de la sua porta a 'l limitare,
   | ella stringe il calzare
   | a' piè che sanno i boschi. E il dì la inonda:
   | toccan la terra, a l'atto de 'l piegare,
   | i suoi capelli, in copia d'or profonda.
   | Oh, la faccia gioconda
   | che a pena da quel dolce oro traspare!

Ed ecco che io ripenso ancora una volta le rustiche
e ridenti capanne delle fate dei boschi, di
Violacciocche, di Smeraldina, le capanne di legno
dalle finestrette inghirlandate di caprifoglio, dove i
principi splendidi e mesti si riposano e si consolano
di non aver raggiunto alla caccia le belle cerve
bianche dalle corna d'oro. E proprio in qualche
creazione D'Annunziana la natura che vi si riflette
è quella ignota e romita delle fiabe e dei sogni.

[pg!178]
Sentite questo strano *Rondò* in cui il giro dei
versi e la continua assonanza delle rime fa davvero
un ronzìo lievissimo:

   | Com'api armoniose
   | uscenti a 'l novo sole
   | per le felici aiuole
   | de' gigli e delle rose,
   | queste che Amor compose
   | delicate parole,
   | com'api armoniose
   | uscenti a 'l novo sole
   | su le chiome odorose
   | che Amor cingere suole
   | di sogni e di viole
   | spirino dolci cose,
   | com'api armoniose.

Ecco dalle «Rurali» una florida e imponente
bellezza:

.. class:: center

| I SEMINATORI

..

   | Van per il campo i validi garzoni
   | guidando i buoi da la pacata faccia;
   | e, dietro quelli, fumiga la traccia
   | del ferro aperta alle seminagioni.
   |
   | Poi, con un largo gesto delle braccia,
   | spargon gli adulti la semenza, e i buoni
   | vecchi, levando al ciel le orazioni,
   | pensan frutti opulenti, se a Dio piaccia.
   |
   | Quasi una pia riconoscenza umana
   | oggi onora la terra. Nel modesto
   | lume del sole, al vespero, il nivale
   |
   | tempio de' monti innalzasi: una piana
   | canzon levano gli uomini, e nel gesto
   | hanno una maestà sacerdotale.

[pg!179]
Oh mia opulenta campagna latina! È te che
penso, te che mi verdeggi innanzi alle pupille dell'anima,
piana, regolare, monotona, grandiosa nell'altissimo
silenzio degli accesi vespri sereni! Quanta
pace mi ha dato sempre la dignità classica della
tua terra! quante volte ho indugiato a contemplare
i bovi aggiogati al magnifico aratro a dozzine, biancheggianti
sulle zolle scure dai riflessi d'acciaio! Il
sistro tinniva piantato ritto sui gioghi, e il villano
incitava ad alte voci lente dicendo dei nomi cavallereschi
e favolosi che svanivano nel vasto cielo
come echi di un secolo lontano che non vuol essere
dimenticato.... Oh le sublimi fantasie che errano con
le nubi occidue sulla mia dolce terra, là fra «'l Po,
il monte, la marina e 'l Reno!....»

E poichè vi ho trascinate nel regno delle favole
restiamoci un poco. Vedete? passa sul nostro capo
la più industre tra le fate:

.. class:: center

| MORGANA

..

   | Or tremule, sui monti e su le arene,
   | crescon ne la lunare alba le imagi;
   | materiati d'oro alti palagi
   | e torri ingenti assai più che Pirene.
   |
   | Salgono scale in luminose ambagi
   | con inteste di fior lunghe catene.
   | Come navi in balia de le sirene,
   | ondeggiano le pendule compagi;
   |
   | poi che Morgana, in dolce atto giacente
   | ne 'l letto de la nube solitaria,
   | quasi ebra di quel suo divin lavoro,
   |
   | ama seguendo un carme ne la mente,
   | cullare da le man languide a l'aria
   | la città da le mille scale d'oro.

[pg!180]
Che bellezza, non è vero? che fragile e preziosa
bellezza questa immaginosa visione! Guardiamoci
dal determinarla in qualunque modo. Si sciuperebbe.
I miraggi non si possono analizzare nè descrivere.
I miraggi si adorano, si piangono, in silenzio.

Udite, ancora, poichè non voglio lasciarvi l'adito
al dubbio che tutti questi splendori affascinanti non
rivestano che parvenze. Il palpito umano c'è, ora
gentilissimo ed ora violento, ma sempre d'un'efficacia
singolare. Il primo è un *Rondò*, un gingillo per
voi, signorine:

   | Entro i boschi alti e soli
   | (era la luna piena)
   | fluiva in larga vena
   | canto di rosignoli.
   | Da 'l triste inno corale
   | pendeva Ella, in ascolto.
   | Chino su 'l davanzale,
   | io pendea da 'l suo volto.
   | Non i miei lunghi duoli,
   | non del suo cor la piena
   | a la notte serena
   | diceano i rosignoli
   | entro i boschi alti e soli?

L'altro è un frutto trapiantato da poco nel mio
verziere. Appartiene alle «Nuove rime» recentissime,
nelle quali la seconda maniera D'Annunziana
fa già capolino. Il massimo effetto d'impressione
ottenuto con la massima semplicità:

.. class:: center

| UN RICORDO

..

   | Io non sapea qual fosse il mio malore
   | nè dove andassi. Era uno strano giorno.
   | Oh il giorno tanto pallido era intorno
   | pallido tanto che facea stupore.
   | [pg!181]
   |
   | Non mi sovviene che d'uno stupore
   | immenso che quella pianura intorno
   | mi facea, così pallida in quel giorno,
   | e muta e ignota come il mio malore.
   |
   | Non mi sovviene che d'un infinito
   | silenzio, dove un palpitare solo,
   | debole, oh tanto debole si udiva.
   |
   | Poi veramente nulla più si udiva.
   | D'altro non mi sovviene. Eravi un solo
   | essere, un solo; e il resto era infinito.
   |
   | Che ne dite? Io dico che se v'ha una persona capace
   | di rimanere indifferente alla fine di questi versi,
   | quella persona è più degna di compianto che disprezzo.
   | È una diseredata.

[pg!182]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«.... dal dolore, dal solo dolore nascono le grandi
cose, e sorgono i forti caratteri come il fiore dalla
spina. Nella gioia l'uomo è sbadato, imprevidente,
infecondo; le belle qualità dell'animo e della mente,
non sono o non si palesano negli uomini felici:
una sventura le fa scintillare, come l'acciaio, la pietra
focaia».

.. class:: right

| :small-caps:`G. Giusti.`

.. toc-entry:: III. Enrico Panzacchi.

III.
----

.. class:: center large

| Enrico Panzacchi.

In un volumetto abbastanza dozzinale sui poeti
bolognesi trovo però questa felice similitudine, o
meglio, questa giusta intuizione di due caratteri
diversi in poesia: «Il Carducci è armonioso, il
Panzacchi melodioso, il primo è il poeta classico
per eccellenza, il secondo è il poeta romantico, ma
questi due aggettivi nel senso alto, vero, esatto della
parola». L'essenza, se non la frase, era questa. Di
mio vorrei aggiungere che Enrico Panzacchi canta
sempre in tono minore come l'usignolo e come usò
di preferenza il Bellini. Le sue liriche sono tutte
come i fiori del pensiero, bellezze meste e memori — tutte — anche
quelle che non ricordano, poichè rievocano
non so quali voci dolorose e antiche di naufraghi;
tutte le voci che pregarono e piansero e
disperarono e si sommersero in un infinito di azzurro
e di passato. È come una resurrezione fittizia e
melanconica di parvenze a cui sia permesso, come
[pg!183]
in certe ballate d'oltr'Alpe, di animare di biancori
e di sospiri un parco boscoso per un'ora di una
mite notte d'estate. Sono spettri di pensieri, di fedi,
d'illusioni, di giovinezze, di speranze, di virtù...
spettri sui quali ha penetrato dalle fessure del sepolcro
un raggio di luna e la possente parola che tutto
vince, nel canto che li piange, li chiama.

Il Panzacchi possiede inoltre una qualità essenziale
ad un poeta: il senso squisito della misura. Non
dice mai troppo nè troppo poco; ha la valentìa somma
dei tocchi maestri che lasciano indovinare più
che non rappresentino, e non sfatano il mistero
eloquente delle ombre. Su i suoi bei versi aleggia
sempre un non so che d'inafferrabile e di dolce,
come un fluido che carezzi invisibilmente, o meglio
come un'aria montanina di cui non si avverte ma
si respira la purezza. È poi di una semplicità refrigerante,
o culli accanto al fuoco i suoi sogni, o fantastichi
d'angeli, di cavalieri e di re, con una freschezza
colorita e gentile. Anzi questo carattere, che secondo
il mio modesto parere è il migliore della sua poesia,
trovo che in Italia non si è rilevato nè ammirato
abbastanza. Pochissimi dei nostri, quasi nessuno,
lo supera nella ballata e nella leggenda. Udite,
ecco per me il capolavoro in versi del Panzacchi:

.. class:: center

| I TRE CAVALIERI

..

   | Canti di galli uscian d'ogni cascina
   | E le siepi lucean per la rugiada,
   | Mentre alla dubbia luce mattutina
   | Caracollavan sulla bianca strada
   |
   | Tre cavalieri. Non facean parole;
   | Come tre viandanti sconosciuti;
   | Quando raggiò sull'orizzonte il sole
   | Non gli voltar nè sguardi, nè saluti,
   | [pg!184]
   |
   | E andavan. Lieta col diurno raggio
   | La vita delle cose erasi desta,
   | Venìa dai campi un dolce odor di maggio
   | E giù dai rami un cantico di festa.
   |
   | I cavalieri soffermârsi innante
   | A una casetta solitaria e bella,
   | D'edera e di glicinia verdeggiante;
   | Ritta al balcon guardava una donzella.
   |
   | Una donzella, di beltà un tesoro,
   | Che avea negli occhi un vago incantamento;
   | Traea la chioma ad una rocca d'oro,
   | Brillava il fuso come puro argento.
   |
   | E mandava per l'aria una canzone
   | Che ognun dei cavalieri al cor ferì:
   | Ma un di essi ratto calò dall'arcione
   | Disse: «compagni, addio; mi fermo quì ».
   |
   | E i due rimasti seguitâr la via
   | Esalando il rammarco in sospir vani;
   | Era l'aria infocata, il sol ferìa
   | La strada polverosa e i vasti piani.
   |
   | Suona a un tratto, da lunge ai viandanti
   | Un gran clangore di trombe guerriere,
   | Slargano i due corsier le nari ansanti
   | Drizzan gli orecchi e squassan le criniere.
   |
   | Poi sorge in vista una città turrita
   | Circondata da folto accampamento;
   | Erge fiero l'assedio ogni bastita
   | Tutte le tende han le bandiere al vento.
   |
   | E i due guardâro al combattuto vallo
   | E un fremito di pugna ambo assalì....
   | Ma un d'essi spronò forte il suo cavallo
   | Disse: «compagno, addio; mi fermo qui»
   |
   | E il terzo cavalier tacito e solo
   | La via prosegue fin che il dì s'oscura
   | Poi soverchiando la piena del duolo,
   | Comincia a lamentar la sua sventura.
   | [pg!185]
   |
   | Ma le querele eran dal pianto rotte
   | E gli cadea sul petto il capo ardente,
   | L'anima sua per l'ombre della notte
   | Si dilatava sconsolatamente.
   |
   | E pensava il dolor ch'è nelle cose
   | E vedea l'aridezza entro il suo core;
   | Un cammin senza lauri e senza rose,
   | La vita senza gloria e senza amore.
   |
   | Allor lentò le redini al corsiero,
   | Com'uom cui brama nè pensier più tocchi,
   | E andò finchè d'un queto cimitero
   | Si vide la muraglia innanzi agli occhi.
   |
   | Un poco riguardò, scese di sella
   | E al cavallo che lugubre nitrì,
   | Il cavaliero con fioca favella
   | Disse: «compagno, addio; mi fermo quì».

La delicatezza, la vigorìa, la sobrietà, il simbolo,
lo sfondo del paesaggio e gli aspetti della natura
così bene armonizzati cogli ideali dell'anima che vi
si rispecchia trovando sempre l'immagine sua nelle
ore, nelle cose, ci possono far paragonare e forse
anche preferire questa ballata a qualche ballata di
Bürger, di Uhland, di Platen, di Heine, se non a quelle
del gran Goethe. La cavalcata di quei tre cavalieri
taciturni, estranei, ignoti, in ciascuno dei quali arde
una diversa fiamma roditrice, ognuno dei quali è
sospinto al suo destino fatalmente, assurge a una
potenza drammatica meravigliosa, appunto per l'assenza
dell'elemento macabro che dà l'efficacia alla
maggior parte delle fantasie di questo genere. Qui
l'efficacia viene tutta dall'umano, dal simbolo, dalla
semplicità di quegli echi ineffabilmente dolorosi più
che di dolore, di vanità. Voi, signorine, che più o
meno traete tutte fila d'argento da una conocchia
[pg!186]
d'oro nell'olezzo della flora primaverile, voi forse
preferite il primo cavaliere che si appaga di una
giovinezza inghirlandata di fiori; o anche, se siete
vivaci e fiere, può sorridervi nella fantasia il guerriero
che si slancia alla conquista della gloria per
rendersi più degno dell'amore; ma che numerosa
schiera di anime dolenti e ferite, quelle che tollerate
male nella vostra compagnia, signorine, perchè
v'annoiano o v'immalinconiscono, quelle che passano
silenti nella vita senza gloria e senza amore, si sentono
baciate da quell'anima solitaria che si dilatava
sconsolatamente nell'ombra!...

Affrettiamoci un poco, ora, a riguadagnare il
tempo speso, non perduto. Ecco due sonetti che vi
daranno un'idea esatta della vaghezza melodiosa e
lieve della poesia del Panzacchi, che mi par sempre
cantata fra il verde melanconico del purgatorio dantesco
da voci spirtali e penitenti:

.. class:: center

| PAESAGGI
|
| I

..

   | Non sussurrava un alito di vento
   | Del vicin parco fra le dense chiome,
   | Avea fatto trillar le dolci crome
   | Il solito usignol per un momento.
   |
   | E tacea. Lassù nel firmamento
   | Mill'astri ignoti a noi perfin di nome
   | Splendean. Sul mondo era silenzio come
   | Che s'aspettasse un grande avvenimento.
   |
   | Le nostre fantasie, bellezza bruna,
   | Correano intanto un rapido galoppo
   | Per il paese dei sogni, incantato;
   | [pg!187]
   |
   | E a noi rideva il disco della luna
   | Di dietro ai rami d'un aereo pioppo
   | Dal suo candido sguardo inargentato.

*Come che s'aspettasse un grande avvenimento.* Avete
sentito tutta la verità della sensazione colta a volo
dal poeta? Quell'attesa muta della natura a certe
ore, a certe stagioni, quando ci sentiamo tristi o
rimpiccioliti come se fosse troppo bella per noi! E
quell'occhio della luna dietro il pioppo, chi non l'ha
veduto, chi non lo rivede di voi, fanciulle della mia
regione Emiliana, riflesso blandamente in questi
versi come in sogno?

Ecco il secondo sonetto ad effetto di nebbia, sfumato
sapientemente. La chiusa poi è bellissima:

.. class:: center

| II.

..

   | Quando i tetti s'ascondon nella volta
   | Del ciel, e semispento il giorno piove,
   | Godo a tuffarmi nella nebbia folta
   | E andare e andar, senza ch'io sappia dove.
   |
   | Allor la mente un vivo alito muove,
   | E i ricordi del cor chiamo a raccolta,
   | E torno sognator come una volta
   | Seguendo fantasie balzane e nove.
   |
   | Alberi intanto e uomini e vetture
   | Simili ad ombre erranti in vacuo fondo,
   | M'appaion per le strade umide e scure.
   |
   | Questo mi piace; e torno a amar la vita
   | Vista dentro il mio capo ed amo il mondo
   | Perchè somiglia una larva infinita.

[pg!188]
Vi narrerò una fiaba prima di dirvi addio per
questa settimana. Vi piacciono le fiabe? Jolanda le
adora:

   | Il bellissimo re ferito in guerra
   | Traea le notti insonni. Atro martir!
   | Tutti i savi cercò della sua terra,
   | Tentâro ogni arte; ei non potea dormir.
   |
   | Ma la sua dama un dì fuor della mente
   | I bei sogni d'amor tutti gittò,
   | Il suo giovine cor restò dolente
   | Ma il re sognando al fin si addormentò.
   |
   | S'addormentò sognando i sogni belli
   | Che a lui la dama in olocausto diè;
   | Sommessi nel giardin cantan gli augelli,
   | Veglia la mesta dama, e dorme il re.

Dormi, bellissimo re. È difficile addormentarsi
quando si rimase feriti; è più difficile che destare le
belle assopite nei boschi incantati. A destare, basta
un bacio; ma a procurare un riposo e un sogno, abbisogna
tutto un sacrifizio di riposo e di sogni. E di
ciò non poteva esser capace che una donna... Che
ne dite, signorine?..

[pg!189]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«Il faut toujours parler comme si l'on devait être
entendu, écrire comme si l'on devait être lu, e penser
comme si l'on devait être médité».

.. class:: right

| :small-caps:`Victor Hugo.`

.. toc-entry:: IV. Arturo Graf.

IV.
---

.. class:: center large

| Arturo Graf.

A proposito di Arturo Graf mi ricordo di aver
sostenuto con un professore, una discussione accanita.
Egli voleva negarmi il diritto di contarlo fra
i poeti adducendo la ragione che in Italia non è
specialmente conosciuto come tale: ed io, col mio
granellino di ribellione al convenzionalismo, m'impuntavo
a metterlo tra i quattro miei preferiti ed
anche ad anteporlo a qualche lirica autorità costituita
con grave scandalo del mio avversario. Naturalmente
ci separammo rafforzati entrambi nella nostra opinione
e amici più di prima. Mi accadde poi qualche
tempo dopo di trovare in una rivista, a cui attendono
persone illustri, il nome del Graf onorato
insieme al Carducci e allo Stecchetti dell'aggettivo
di «maestro della rima». Immaginatevi qual trionfo
per le mie teorie e che documento importante per
un bisticcio futuro che, per fortuna del mio interlocutore,
si farà molto aspettare.

Non so se oltre «Medusa» Arturo Graf abbia
pubblicato altri volumi di versi. Credo di no. Mi
[pg!190]
innamorai delle sue poesie trovandole qua e là, solitarie
e luminose, come gemme di gran valore che
non hanno bisogno di esser aggruppate nè rilegate
per suscitare l'ammirazione. Ognuna nella sua vergine
e forte limpidezza vale mezza dozzina, e più
se volete, di quegli elzeviri che furono una vera e
nuova invasione barbarica per la povera Italia, pochi
anni or sono. Mi dicono che è vano cercare l'indole
vera dell'individuo nella produzione artistica che
cause varie e infinite possono informare; cercare
l'uomo nel poeta è poi — si aggiunge — una completa
stoltezza. Pure io non posso impedirmi di
trovare rispecchiata nella bella e armonica poesia
del Graf la figura giovanilmente severa dell'autore,
nella sua corretta e sobria eleganza di linguaggio,
nel suo mirabile, ed, ahimè, raro equilibrio della
mente e del cuore. Ci vedo perfino un riflesso della
sua Atene nativa, delle selvose solitudini rumene
dove studiò, dell'ardente e azzurra Napoli che prima
applaudì al novello dottore. Arturo Graf è ora l'idolo
della studiosa gioventù piemontese che perfino,
giunse a nuocergli per troppo zelo nella difesa d'alcune
teorie letterarie del suo professore. Che esempio
per certi studenti!...

Ecco il primo fiore di questo poeta, che s'incontra
nel mio verziere:

.. class:: center

| NINFEA

..

   | Un soave mattin di primavera
   | Un luminoso ciel come di seta,
   | Su per il monte l'antica pineta
   | Immobilmente taciturna e nera.
   | [pg!191]
   |
   | E in vetta al monte, dove più secreta
   | La foresta s'addensa e più severa,
   | Chiusa in angusto margine una spera
   | Di lucid'acqua ammaliata e cheta.
   |
   | E solitaria, in mezzo al trasparente
   | Vetro dell'acqua, una bianca ninfea
   | Che nel riso del sol apresi ignuda;

   | Come un sogno d'amor vivo e fiorente
   | Che al radïar d'una superna idea
   | In sen di verginale alma si schiuda.

Avete assaporato, signorine, il sano odor dei pini,
e l'incanto innocente di quelle acque, e il riso ingenuo
di quella candida corolla e la forte purezza
di quel sogno? Si? Ebbene, allora esultate; siete
poetesse anche voi.

Ecco un altro sonetto più soggettivo. Quello era
una perla questo un'opale. Due diversi candori, due
diverse virtù.

.. class:: center

| NIRVANA

..

   | Un arcano baglior, vasto, uniforme,
   | Che tutto invade e pur non trova loco;
   | Un non so che di fulgido e di fioco,
   | Un non so che di tenue e d'enorme.
   |
   | Un rotar, un fluir lento di forme
   | Che si van sfigurando a poco a poco.
   | Fuse e consunte in quel pallido foco,
   | Quasi una visïon d'uomo che dorme.
   |
   | Sfuma la terra e si dilegua il cielo
   | Si confondono insiem l'imo, il superno,
   | L'oscurità, la luce, il foco, il gelo;
   |
   | E in un mar senza fondo e senza sponde
   | Silenzioso, invariato, eterno,
   | L'anima si stempera e s'effonde.

[pg!192]
Io credo che lo stesso Carducci potrebbe mettere
la sua firma sotto questi versi senza tema di
danneggiarsi. L'impressione fantastica dell'immenso
misto al meraviglioso, e sempre rinnovellata per la
mutazione rapida e lenta, insieme, degli aspetti,
commista al pauroso stupore che esercita ancora su
noi come sui primi abitanti del globo certi fenomeni
della natura, sono resi magistralmente. Quell'incubo
dilettoso è raccontato con tanta efficacia che
ci par vero: abbiamo proprio messo l'occhio alla
lente d'un mostruoso caleidoscopio in fondo a cui
non c'è che aria e luce; o pensiamo al divino e
angoscioso spettacolo d'un'aurora boreale veduta a
parecchie migliaia di metri dalla terra nella navicella
d'un pallone areostatico, naufrago nell'infinito.

Sono dolente di non potervi trascrivere per intiero
nessuna delle poesie del Graf che trovai tempo
fa nella *Nuova Antologia* e che d'averle lette in
*me stessa n'esalto* ancora. La severa dolcezza è la
nota dominante nella lirica di Arturo Graf la quale
somiglia proprio allo stile dorico della sua terra
beata. Eccovi un frammento di *Resurrexit*. Prima il
poeta con qualcuna delle sue grandiose pennellate
d'ombra e di luce ci mette in una pianura sterminata
e vuota, sotto un cielo nubiloso, fra una «frescura
acerba di Maggio boreale» mentre «svania
la notte e ancor non era il giorno».

   |   . . . . . . . . . . . .
   | Come avvenne non so; ma innanzi un bianco
   | Avel mi vidi. Era di saldo e terso
   | Marmo l'avello e rilucea; da fianco
   | Il gran coperchio si vedea riverso.
   | Di novi fiori intorno una gioconda
   | [pg!193]
   | Primavera spuntava, e sur un lembo
   | Sedea dell'arca una fanciulla bionda,
   | Che piene avea di fior la mani e il grembo.
   | Oh, come bella e contegnosa, oh come
   | Era pura e gentil, cinta d'un lieve
   | Immacolato lin, sparse le chiome
   | Di lucid'oro sopra il sen di neve!
   |
   | Le sembianze le ombrava una serena
   | Melanconia che le facea più belle;
   | Non era il riso suo cosa terrena.
   | Splendevan gli occhi suoi come due stelle.
   | Levò le ciglia, e con benigno riso
   | Disse: Credevi tu ch'io fossi morta?
   | Onde tanto stupor? guardami in viso;
   | Se morta fui, vedi che son risorta.
   | E veggendomi star muto e sospeso
   | Com'uom cui falso immaginar disvia,
   | Soggiunse: Hai dunque l'intelletto offeso,
   | Che non conosci più la Poesia?
   |   . . . . . . . . . . . .

Scomparsa la visione amata e gentile, che proprio
mi piange il cuore di rappresentarvi mutilata
così, il Graf nel *Post mortem* ci dà una vaga fantasia
macabra, ammorbidita da una verdezza melanconica
di un paesaggio di ricordo, e della melodia
suggestiva d'una vecchia musica mèmore. Di questo
non posso proprio darvi che gli ultimi tocchi,
ma vi sarà possibile, credo, giudicare da essi della
bellezza indescrivibile dell'intero componimento:

   |   . . . . . . . . . . . .
   | Da un vol di nubi candide e leggiere
   | In quel grande silenzio, in quell'immensa pace,
   | Lieve come un sospiro un venticel si scioglie
   | E cessa e poi riprende, così lieve e fugace
   |   Che appena fa rabbrividir le foglie.
   | [pg!194]
   |
   | E di lontan con esso viene un fremito blando
   | Di spinette affiochite, di gementi liuti;
   | Un fremito d'antichi canti d'amor perduti.
   |   Che nella notte si van lamentando.

Ma non vi lascerò, signorine, con l'impressione
livida di queste spettrali rovine. Potreste fare dei
brutti sogni. Il Graf, se non ha nulla di molto roseo
nè lieto, ha però qualcosa d'estremamente blando
e tranquillo, d'una pace alta di chiostro, dove
anche la tristezza e le lagrime acquistano una pura
soavità. Tolgo dalla «Medusa»;

   | Povero cappuccin quant'anni avete?
   | Oh come siete malandato e tristo!
   | Quant'anni avete fraticel di Cristo?
   | Dite la verità, non lo sapete.
   |
   | Del mondo assai l'anima vostra è sazia,
   | Sa Dio quel che dovete aver patito:
   | Or tempo vi parrà d'aver finito;
   | Se poteste morir l'avreste in grazia.
   |
   | . . . . . . . . . . . . . . .
   |
   | Guarda sotto la volta il paradiso
   | Con le pupille estatiche ed immote;
   | Due lagrime gli scendon per le gote,
   | L'anima sua s'invola in un sorriso.....
   |
   | Freddo è il mattino, il sol non è ancor sorto
   | Il ciel si tinge di color di rosa:
   | Nel suo lettuccio il cappuccin riposa,
   | Nel suo lettuccio il cappuccino è morto.

Lasciamoci qui. La morte del credente, dell'umile,
del buono non è paurosa. Con la memoria
piena del mite quadro d'una fresca semplicità francescana,
sogneremo il paradiso schiudersi radioso
nei paesi del sole per accogliere l'anima pia e triste
involata nel lume di rosa e di viola d'una fredda
aurora....

O poesia, poesia!

[pg!195]


Piccolo intermezzo in prosa
---------------------------

«Due fiori sbocciano sui margini di un ruscello.
Ma ahimè! il ruscello si separa.

«In ciascuna corolla posa una gocciolina di rugiada,
luminoso spirito del fiore. Il sole dardeggia
su una d'esse e la fa risplendere. Ma il fiore pensa:
perchè non son io sull'altra riva!

«Un giorno questi fiori si curveranno per morire,
e lascieranno cadere come un diamante il loro
spirito luminoso.

«Allora le due goccioline di rugiada potranno
riunirsi e confondersi».

.. class:: right

| :small-caps:`Quartina Giapponese.`

.. toc-entry:: V. Emilio Praga.

V.
--

.. class:: center large

| Emilio Praga.

Il poeta di cui ci occuperemo oggi è morto da
una diecina d'anni e più, e i suoi versi sono, come
quelli del D'Annunzio, quasi tutti inaccessibili alle
signorine. Pure se siete tutte coraggiose, o almeno
ginnastiche discrete, tenteremo di dar la scalata
anche a quest'albero del mio verziere per rubarne
qualche frutto tra i più maturi. Quelli non fanno
male. E se alcuno passando osserverà, come nel
poetico frammento di Saffo, che i raccoglitori dimenticarono
le dolci mele rosseggianti sulla cima
estrema del ramo noi risponderemo con le parole
medesime di Saffo: «No, non le dimenticarono, ma
non le poterono cogliere.»

Il nome del poeta è Emilio Praga. Apparteneva a
quel gruppo di artisti che, dopo Mürger, si credettero
[pg!196]
obbligati a darsi alla vita più dissoluta e più bizzarra,
per la sola ragione che essendo artisti, era
necessario scostarsi in qualche modo dagli altri
uomini. Era come un privilegio della casta, un'affermazione
e una necessità del mestiere: ma per emergere
s'impantanavano. Cominciavano dal vino, passavano
all'oppio e all'*haschich* e finivano coll'assenzio.
Sciatti, disordinati, incolti, sgarbati per progetto,
spesso brutali. Gente poco piacevole, come
vedete. Pure era convenuto che fossero così e si
rispettavano, precisamente come quei famosi *santi*
della Turchia; certuni anzi li esaltavano.... sempre
come in Turchia. Apro la prefazione alle *Trasparenze*
del Praga e subito c'è un signore che mi avverte
con piglio severo che «Il poeta, l'uomo di genio,
non può essere giudicato alla stregua del volgare
galantuomo....» Dunque attente signorine! Il poeta
e l'uomo di genio da una parte e i galantuomini dall'altra.
E che non nascano confusioni per carità....

Per buona ventura delle signore, però, quella
razza non ha durato molto. Ora se restano dei
*bohémiens* sono giudicati codini. I poeti moderni sono
tutte persone serie, studiose, cortesi, ordinate,
tranquille: alcuni giungono perfino a cantare le loro
mogli e la loro casa; due cose che per gli
altri non esistevano...

Ma per Emilio Praga sì. Strano amalgama di
fango e di raggi! Accanto alle oscenità egli esalta
la cosa più pura e più bella; il bambino, il suo
bambino; la più soave: la casa sua. Una pesante
nostalgia l'opprime: quella del buono, del vero, del
sano, del semplice, dell'onesto. Questo dissoluto ha
qualche volta accenti di così dimessa mestizia, di
così ingenuo tripudio, che intenerisce e sorprende.
[pg!197]
A poco a poco quella sincerità d'arte, di pensiero,
ci attrae, ci penetra, ci vince. Il ribrezzo svanisce,
rimane il desiderio d'inginocchiarci accanto al ferito,
di posargli la mano sulla fronte e di parlargli all'orecchio
di fede e di perdono. E molto gli sarà perdonato
poichè molto amò. La sua vita, i suoi canti
sono un incendio, ma non un incendio vivo, libero,
grandioso: la fiamma è nell'interno, soffocata, logoratrice,
qualche volta aduggiata dal fumo, sovente
guizzante all'esterno in lingue cocenti che avvolgono,
lambiscono, scompaiono. Dal bruco all'astro, tutte
le cose create cantò con anima di poeta vero. Quanti
poeti inneggiarono alla neve! Eppure nessuno adoperò
sfumature così delicate, nessuno ebbe accenti
così spontanei, esultanze così fresche, quasi infantili:

   | La bella neve! scendete, scendete,
   | Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli.
   | Come perluccie coprite, pingete
   | I tetti, i tronchi, la mota, gli steli.
   |
   | Dacchè l'ottobre soffiando, spruzzando
   | Ingiallì tutta la vasta campagna,
   | Fuor da' miei vetri ove fievole urtando
   | La farfalluccia dal freddo si lagna,
   |
   | Mi morir cinque di rosa arboscelli,
   | E spirò l'anima a Dio la violetta;
   | Senza l'ammanto di viti, i cancelli
   | Sembran soldati disposti in vedetta.
   |
   | Pur questa notte una mano furtiva
   | L'inaffiatoio rubommi in giardino!
   | (Se fu per fame che alcun lo rapiva.
   | Iddio nol vegga l'agreste bottino).
   | [pg!198]
   |
   | Intirizzisco se schiudono l'uscio,
   | Ma qui la stufa borbotta tepente:
   | Oh benedetto il mio piccolo guscio,
   | Per me, nevata, sei tutta innocente!
   |
   | Fa il tuo mestiere: scendete, scendete,
   | Leggiadri fiocchi danzanti nei cieli;
   | Come perluccie coprite, pingete
   | I tetti, i tronchi, la mota e gli steli...
   |
   | Della mia donna nel fervido core
   | Aleggia sempre una brezza gentile,
   | E quando il poeta è ricco d'amore,
   | Anche il Gennaio somiglia all'Aprile.

I tenui episodi della farfalla smarrita, dei fiori
moribondi, del furto dell'inaffiatoio, colorano questa
nevata di delicati riflessi antelucani; quando l'aria
è ancor pura e le passioni ancora dormono. Potrebbe
esser scritta da una di voi, signorine.

Il canzoniere del bimbo è una collana di piccole
perle. Credo di poter accostare qui il nome del
Praga a quello di Edmondo De Amicis per dirli i
bardi del popolo minuscolo che ha per sè l'avvenire.
I bambini sbocciano vivi dai loro canti in tutta
la lor goffaggine deliziosa, in tutta la lor paurosa
fragilità, in tutta la loro potenza di ispiratori della
più schietta poesia. Vi basti qualche ritaglio per
saggio:

   | Egli aperse quel dì le sue finestre,
   | Guardò nel cielo e ringraziò l'azzurro;
   | Sorrise ai fiori e ringraziò i profumi,
   | E disse all'aura: oh dolce il tuo susurro!
   | E alle rondini: addio!
   | E al passeggier: vi benedica Iddio!
   |   . . . . . . . .
   | E poi disse a sè stesso: — Anima mia,
   | Bevi l'ambrosia dai polmoni ansanti;
   | [pg!199]
   | Centuplica le tue libre d'amore,
   | Ti stempra anima mia, ti stempra in canti,
   | È nato il bambinello
   | Candido, vispo, vigoroso e bello.
   |
   | È nato il bambinello, il sospirato,
   | Il messia della placida casetta:
   | Egli è là, nella culla è già raccolto,
   | E gli han vestita già la camicetta;
   | La camicetta bianca,
   | Con due vaghi ricami a destra e a manca.
   |
   | Egli è là: sul suo pallido visino
   | Tutti i sogni del cielo ho già sognati;
   | Credo agli angeli adesso, agli angioletti
   | Di vaghe aureole bionde incoronati...
   | Volumi, io vi saluto,
   | Imparai l'universo in un minuto.

E più innanzi:

   | Volin le nuvole
   | Brilli il sereno!
   | Dacchè cullandoti
   | Su questo seno
   | Vi scende il gaudio
   | Dal paradiso,
   | Più non interrogo
   | Che il tuo bel viso!
   |
   | Quel viso candido
   | Dai capei d'oro
   | . . . . . . . . . . . .
   | Quel viso candido
   |
   | Con quel nasino
   | Che sembra un pètalo
   | Di gelsomino:
   | Con quelle piccole
   | Guancie di rosa,
   | Parenti prossime
   | Della mimosa.
   |
   | Oh, quando in braccio
   | Della nutrice
   | Il tuo ti coglie
   | Sonno felice,
   | E il capo dondoli
   | Come un vecchietto
   | Che sogni il ciondolo
   | Del suo berretto;
   |
   | Quando, le deboli
   | Braccia incrociate
   | E le finissime
   | Mani allargate
   | Al par di un monaco
   | Fuor dal cappuccio,
   | Mi osservi attonito
   | Dal tuo lettuccio
   |
   | Senti: io risuscito
   | Le ricordanze,
   | E per le cèrule
   | Mie lontananze
   | Ricerco l'èsule
   | Che fu me stesso,
   | Il bimbo, il giovane
   | Che un padre è adesso
   | . . . . . . . . . . . .

[pg!200]
E adesso anche quel bimbo che sognava il ciondolo
del berrettino è un giovane e sogna la gloria,
e s'avvia a diventare uno dei migliori drammaturghi
italiani.

Ascoltate, ascoltate, fanciulle, e vi scenda sul cuore
la pace onesta e blanda e beata a cui attinge il
grillo le sue eloquenti canzoni, e l'uomo l'unica felicità:

   | Quando il sol cadde e tacquero le squille,
   | La quïete e l'amor cantano un coro
   | Alla tribù dell'anime tranquille.
   |
   | L'uomo è stanco di passi e di lavoro,
   | La donna ha l'occhio languido e profondo,
   | Il focolare è una chiesetta d'oro.
   |
   | Mentre il suo raggio acuto e rubicondo
   | Cresce o svanisce lottando col cero
   | E colla luna che accarezza il mondo;
   |
   | Mentre il musino del gattuccio nero,
   | Immobile ed intento al limitare
   | Sogna il suo lungo sogno di mistero;
   |
   | Come un mesto palombaro nel mare
   | Io discendo nel cor che Iddio m'ha dato,
   | E mi guida le perle a rintracciare
   |
   | Il respiro del bimbo addormentato.

Vagliata così, la poesia di Emilio Praga pare
onesta, casalinga, queta, tutta odorante di basilico e
d'olivo. E forse questa è più sincera dell'altra che
come un limo malsano viene a galla nell'effervescenza
delle ore tumultuose. Udite che nomi di
gentile tenerezza sa trovare per la madre sua in
questi versi a lei dedicati:

[pg!201]

.. class:: center

| I RE MAGI

..

   | I bei vegliardi dallo scettro d'oro
   | Che per la neve, sotto il ciel sereno,
   | Sostar sommessi alla mia porta udia,
   | La notte della santa Epifania,
   | O son morti di freddo, o son malati
   | Nei paesi del sole,
   | I bei vegliardi dallo scettro d'oro!
   |
   | Quando la mia scarpetta sul verone
   | Tutta avvizzita facea la rugiada,
   | E tu, madre, domestica regina,
   | La colmavi di doni alla mattina,
   | Io ricciuto avea il crin, candida l'alma,
   | E ogni alba che venìa
   | Di giornate regali il don mi offrìa
   |
   | Un giovin Sire senza scettro d'oro,
   | Ma cui nutrian d'aromi e terra e cielo,
   | E una corte di sogni e di speranze
   | Complimentava fra beate stanze,
   | Era in quei giorni io stesso:
   | Io che il perduto imper sospiro adesso!
   |
   | I bei vegliardi dallo scettro d'oro
   | Che per la neve, sotto il ciel sereno,
   | Sostar sommessi alla mia porta udia,
   |
   | La notte della santa Epifania,
   | O son morti di freddo, o son malati
   | Nei paesi del sole,
   | I bei vegliardi dallo scettro d'oro.

Quella vena d'amara nostalgia dell'innocenza,
della semplicità, che insiste, insiste opprimente quasi
come un rimorso, non è già l'elevazione dell'anima,
la purificazione, la redenzione?

Fino a qualche tempo addietro io non avevo molta
simpatia pel Praga; mi urtava troppo quella negligenza
[pg!202]
della forma che i vecchi e sommi maestri
m'appresero ad adorare: ma vivendo adesso con
lui qualche ora d'intimità spirituale, la fragile e fresca
flora di quell'anima di poeta ha adornato la mia
anima d'un'insolita primavera, una primavera mite
e triste come veduta tra i languori della convalescenza...

Ah quante fantasie mi susciterebbe ancora il
pallido cantore! Ma lo spazio incalza: non c'è più
posto che per un'ultima nota — la nota eloquentissima
d'un sentimento femminile. Essa vibra nella
raccoltina che ha il grazioso titolo di Domus-Mundus:

   | La bella mano gli posò sul crine
   | E disse: — io vedo il tuo serto di spine
   | E sento l'onda che hai qui dentro ascosa,
   | O mio dolce poeta, e son gelosa!
   |
   | Son gelosa de' tuoi vaghi dolori,
   | Delle tue belle vendemmie di fiori,
   | Sono gelosa della fantasia
   | Che ti dilunga dalla soglia mia...
   |   . . . . . . . . . .
   |   Non vedi? son pallida
   |   Son tacita anch'io;
   |   Perchè quando a vespero
   |   Favello con Dio,
   |   Mi guardi nel viso
   |   Con mesto sorriso?
   |
   | Io mi affiso lassù, tu in basso guati;
   | Io mi faccio gentil, tu ti fai strano....
   | Oh dove sono i dì volati,
   | I dì che insieme viaggiavam lontano?
   | [pg!203]
   |
   | Era in riva del mar, nel paesetto,
   | In mezzo ai boschi... mi ricordo ancora!
   | Quanta speranza ti cantava in petto,
   | Come ridendo correvamo allora!
   |   . . . . . . . . . .

E in grazia di questa nota in cui è tutta la melodia
appassionata d'un trepido cuore di donna — uno
di quei cuori semplici che i poeti amano — perdonate,
signorine, al triste cantore le brutture
che non conoscete. È morto — e che non si perdona
ai morti? E dalle vostre mani, o buone, dalle
mani alacri e pie scenda sulla tomba del poeta
doloroso, in questa dolce primavera, una gentile
carità di fiori.

[pg!204]


Piccolo intermezzo in prosa
---------------------------

«L'uomo non educato alla consuetudine del pensiero,
per buono e forte che tu lo imagini, s'immerge
tutto, felice o infelice che sia, nelle proprie
condizioni di vita, piglia dell'allegria delle imbriacature
da non si reggere, s'accascia nella tristezza
senza che un raggio solo di luce, un fiato solo d'aria
pura gli arrivi da nessuno spiraglio. Il pensatore
invece l'artista, ha un mondo d'immagini tutte
per sè, una selva d'idee, un popolo di fantasimi tra
cui diportarsi: e in mezzo a loro si lascia quasi
inconsapevolmente andare a seconda, divellendosi
al proprio cordoglio».

.. class:: right

| :small-caps:`Tullo Massarani.`

.. toc-entry:: VI. Guido Mazzoni.

VI.
---

.. class:: center large

| Guido Mazzoni.

Non c'è che dire: il mio coraggio o.... la mia faccia
tosta vanno facendo ogni giorno consolanti progressi.
Di maggio invio in toscana un fiore toscano.
Che ne dite, argute signorine? Oh! voi mi sorridete
benigne, lo so, siete tanto amabili con la vostra
vecchia amica, ma saranno tutti come voi?.....
Non importa: lo mando lo stesso; se non altro
per dimostrarvi che quel fiore ha allignato nel mio
giardino. Se lo troverete un po' sciupato, dite che
è stato il viaggio.

Guido Mazzoni gode meritevolmente la fama di
essere uno dei nostri migliori poeti moderni. Se si
usasse ancora di dividere i poeti nelle due schiere:
classica e romantica, il suo posto sarebbe tra i primi.
[pg!205]
Forte, elegantissimo, felicemente sintetico; qualche
volta un po' oscuro agli indotti, il Mazzoni deve
aver studiato con molto amore, anzi con un pochino
di feticismo, il Carducci a cui trovo che somiglia
un po' troppo. Se non che il poeta sovrano
nell'effervescenza del pensiero o nel tumulto del
sentimento è tagliente, sgarbato, alcuna volta triviale,
mentre il suo giovine discepolo, aristocratico
sempre, nella piena degli affetti e delle idee piega
nella mestizia, rasentando tratto tratto l'amarezza e
il disgusto della vita. Fortunatamente qualchecosa
di gaio e di lucente che si effonde e sprizza da
questa fiorita di versi, sembra gioiosamente contraddire:
un vezzo di bimbo — un viso giovine e amoroso — un
sorriso di gloria — una sicurezza d'arte,
di avvenire, di trionfo.

Nella fisiologia del dolore io vorrei mettere anche
il *dolore d'artista*, quello che è meno sentito e più
sapientemente tradotto. Per questa categoria di afflitti
che adoperano il dolore come un color bruno
della tavolozza, o lo indossano come le signore in
quaresima indossano il nero per l'armonia dei tempi,
sono molto spietata, cominciando... oh Dio, lo
dico? dal Leopardi per cui non ho mai provato un
sentimento completo di compassione...

Ma torniamo al Mazzoni per carità.

Seguiamolo un poco, questo valoroso cavaliere,
che par sempre giostrare in uno splendido torneo
piuttosto che combattere la vera battaglia della vita.
Conoscete *La Posta*?

   | O che vi tracci, lettere candide,
   | la man leggiera sotto cui splendono
   | fiorenti i ricami, ed i tasti
   | vibrano d'un fremito canoro;
   | [pg!206]
   |
   | o che di grossi segni incalzantisi
   | v'opprima il pugno che al maglio è docile
   | ma teme la penna, e tremando
   | recalcitra al lampo del pensiero,
   |
   | da le soffitte giù per le luride
   | scale di legno, per le marmoree
   | da l'intime stanze odorate,
   | tutte alfine v'accogliete insieme
   |
   | fraternamente. Nè qui le povere
   | vesti faranno largo a la boria
   | di chi le sogguarda stemmata
   | occhieggiando da' suggelli rossi:
   |
   | ma tutte eguali, sott'esso il ferreo
   | timbro passate tutte. Affrettatevi,
   | o lettere candide; udite?
   | è chi piange e impazïente aspetta.
   |
   |   .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
   |
   | In voi di sogni quanti fantasimi,
   | quanta, o gentili, copia di lacrime!
   | Inconscie voi sempre correte,
   | messaggere di sorriso e pianto.
   |
   | Poi per le strade folte di popolo
   | da porta a porta bussando, e l'arida
   | giogaia de' monti salendo
   | in cerca d'un ermo casolare:
   |
   | a la deserta vecchia cui premono
   | l'ansie pe' l figlio che strugge l'ultimo
   | vigor de le membra ne' solchi
   | grigi de l'inospite maremma,
   |
   | a la fanciulla cui lungo il florido
   | sposo gli ostili colpi minacciano
   | pugnando a raccorre nel seno
   | de la patria l'ultima figliola,
   | [pg!207]
   |
   | voi radducete, lettere candide,
   | voi radducete la pace a l'anima,
   | di che dolci lacrime asperse,
   | custodite di che dolce cura!

Mi duole di avervi spezzata per ragione di spazio
la bellissima poesia eminentemente suggestiva. Anche
al limitare della mente nostra s'affollano larve
di sogni, di ricordi, di desideri al semplice vocabolo
che racchiude come una pila di che far fremere
l'umanità. Passioni, vizî, virtù, eroismo, sventura,
salvezza; tutti i poemi, gli idilli, le tragedie della
vita intima nella piccola e fragile arca affidata al
destino. Oh poter dire a una lettera: affrettati! all'altra;
indugia! a una terza: ritorna! a una quarta
non partire! Quante esistenze deviate, distrutte, vivificate,
risorte, per una lettera! Quanti cuori che
non sapevano di battere o non immaginavano di
battere più, hanno balzato accogliendo in generose
onde la vita null'altro che nello scorgere su una
busta una calligrafia! E la poesia gentile, inaspettata
di certe grosse scritture inesperte uscenti sotto
una mano tremante o avvizzita dagli anni? la incredibile
prosa di certe letterine stemmate, odoranti,
dall'allungata scrittura...?

Oh il vario, inesauribile tema in cui si fondono
e sfumano delicatamente psicologia, favola, libero
arbitrio e destino!... Un dì o l'altro, auspice la poesia
del Mazzoni, lo scriverò il monologo che fa capolino
nella mia mente, e che s'intitolerà: *La lettera*.

A voi, signorine dall'armoniosa favella, una delle
più simpatiche liriche del poeta d'oggi — una
poesia dalle salde radici e dalla cima fiorita:

[pg!208]

.. class:: center

| IL CAMPANILE DI GIOTTO

..

   | \— Presso a la Chiesa sorga: e sia l'opera
   | quale nè i Greci mai la pensarono
   | nè i padri Romani. Vogliamo
   | che sia degna di Fiorenza nostra — [#]_
   |
   | E tu crescesti, fiore marmoreo,
   | bel campanile! crescesti candido
   | scambiando un saluto fraterno
   | con la torre de la Signoria.
   |
   | \— Io son la forza de la repubblica —
   | disse la torre da i sassi ruvidi.
   | Risposer fulgendo i tuoi marmi:
   | \— Noi la luce del pensiero siamo!
   |
   | Ilare e forte crebbe qui l'animo
   | de' fiorentini: crebbe la cupola,
   | de l'ombra sua grande coprendo
   | tanta gloria di costumi e d'arte.
   |
   | E qui, su i marmi, ne' miti vesperi
   | posâro un tempo gli avi. Sedeano
   | raggianti di sotto al cappuccio
   | l'onestà de la serena fronte;
   |
   | e in gaie prove già crepitavano
   | novelle e motti: ma l'arti e i fondachi
   | orgoglio a la patria vantando,
   | si accendevan le parole e i volti
   |
   | d'un santo riso. Su loro, a gli ultimi
   | raggi del sole, ne la sua gloria
   | svolgevasi superbamente
   | il gigliato gonfalone bianco.
   |
   | Invan le inique schiere si fransero
   | sotto gli spalti di Michelangelo:
   | divelti al Marzocco gli artigli
   | quel ringhioso addormentossi ignaro.
   | [pg!209]
   |
   | Da i sassi a' marmi volano volano
   | stridendo i falchi da cinque secoli;
   | e sotto si frange spumando
   | la marea de le incalzanti vite:
   |
   | e tu pur sempre la fronte nitida
   | levando al cielo, gentil miracolo,
   | come l'arte splendi sereno,
   | come l'arte sempiterno splendi.

..

.. [#] Parole del decreto col quale la Repubblica comandò
   si facesse il campanile.


Ave, Firenze, dolce austerità inghirlandata di
rose, anima luminosa d'Italia, ultimo sogno mio giovanile...
Passiamo oltre.

Anche Guido Mazzoni gitta un fiore alla neve.
La *Nevicata* del Praga è forse più vera, ma questa
è sommamente artistica. Uditene un poco:

.. class:: center

| NEVE.

..

   | Mite è la neve. Scende leggera da un cielo di perla
   | come il piovente fiore de' biancospini;
   | silenzïosa scende, s'aggira, sussulta volando
   | come farfalle presso la siepe nova.
   |
   | Sopra le vie fangose, su le arse campagne da' ghiacci
   | morbida e bianca scende la neve pia,
   | ed al maligno inverno che insulta le terre domate
   | tanto squallore splendidamente cela.
   |
   | Crescon per lei sicure le timide punte del grano:
   | sperano il raggio de' rinfiammati soli:
   | cresce per lei la speme di messi fiorenti; e il colono
   | sogna la falce tra le mature spiche.
   |
   | Guarda il fanciullo ai vetri che 'l fiato fumante gli appanna,
   | forti trastulli dona la neve a lui:
   | guarda a la lente il dotto; di stelle e di gelidi fiori
   | studio invocato dona la neve a lui.
   |   . . . . . . . . .

[pg!210]
Questa *Neve* mi ricorda la neve vera d'un gennaio
non tanto remoto eppur così lontano; e una
mia fantasia ispiratami da tutto quel bianco della
campagna che mi attorniava e dalla reminiscenza
insistente dei due primi versi. Io pensavo alla gran
soavità dell'aria se quei pètali nivei avessero avuto
un profumo...

L'ora, il tempo, la dolce stagione, e il poeta e
la sua patria, oggi non ci allontanano dai fiori. Ebbene,
cogliamone ancora a piene mani:

.. class:: center

| NOTTE DI MAGGIO.

..

   | Stanotte (il vento lungo affannavasi
   | rombando ai vetri che crepitavano
   | ne' buffi de le goccie grosse)
   | sùbite irruppero ne la stanza
   |
   | le fate. — Oh come, come a l'angustia
   | di queste mura piacquevi scendere? —
   | Ed esse ne' giocondi volti
   | risero splendidamente belle.
   |
   | \— Non mai più miti salgon gli effluvii
   | da l'esultanza fresca de' margini,
   | di quando il fior de l'erba nova
   | bacian col niveo piè le fate:
   |
   | ma noi vedemmo splender la fiaccola
   | traverso a' vetri tuoi per le tenebre;
   | e qua veniam consolatrici
   | l'ala del turbine cavalcando.
   |
   | A sogni è dolce cura de gli uomini:
   | concedi ai sogni l'anima, Illudervi
   | di care visioni è a voi
   | l'unico farmaco de la vita. —
   |   . . . . . . . . .

L'intervento diafano e sottile delle creature vanescenti
mette nell'aura di questa poesia che inoltrando
[pg!211]
s'infosca, una fluttuazione di profumo antico
e rudimentale; qualchecosa d'inesprimibilmente blando,
come i cori degli spiriti nelle tragedie greche:
come intorno al titanico dolore di Prometeo il benefico
aleggiare delle Oceanine.

Eccovi per ultimo un esempio della Poesia domestica
del Mazzoni, colorita e gentilissima:

   | Canta canta la mamma al fantolino;
   | e lo dondola lieve in su' ginocchi,
   | spiando il lento velarsi de gli occhi:
   | \— C'era una volta un grillo canterino.
   |
   | Cantava questo grillo in mezzo al lino;
   | vien la formica: — O grillo, o grillo bello,
   | dammene un filo! — E che ne vuo' tu fare?
   | \— Calze e camicie pe 'l mio corredino.
   |
   | Dice il grillo: — Se vuoi ti do l'anello!
   | Di gioia la formica ebbe a impazzare:
   | Ma quando furon dinanzi a l'altare.... —
   | Sul luccicor de gli occhi sonnolenti
   |
   | gli battono le palpebre frequenti.
   | Ecco i sogni: sorride il fantolino.

Facciamo anche noi come il bimbo: dormiamo.
Dormiamo sul primo fieno falciato vegliati dal grillo
e spiati dalla formica. Dormiamo, sognando i calendimaggi
ignorati delle microscopiche tribù che
ronzano, stridono, saltano, o strisciano nelle loro foreste
sterminate di steli in cui mai l'uomo potrà voluttuosamente
smarrirsi e che mai potrà conquistare:
foreste di milioni di fusti lisci, eleganti come colonnine
corintie; fra cui ondeggiano lassù, lassù,
nelle cime estreme ed eccelse, gonfaloni rossi, azzurri,
bianchi nella gloria del sole. Per noi non sono
che campi di lino e di grano fioriti di papaveri e di
margherite.

[pg!212]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«Bisogna saper vivere in compagnia, ma più
ancora saper star soli».

.. class:: right

| :small-caps:`N. Tommaseo.`

.. toc-entry:: VII. Edmondo De Amicis.

VII.
----

.. class:: center large

| Edmondo De Amicis.

Nei nostri begli anni — negli anni che ascendete
voi, signorine — quando nell'anima e nel corpo
tutto è ancora così adorabilmente rudimentale; quando
il vago panteismo dell'infanzia immaginosa tende
a plasmarsi in un aspetto e a compenetrarsi d'uno
spirito, allora, come nell'adolescenza dei popoli,
sorgono gli idoli e l'adorazione vapora. Vapora l'adorazione,
odorosa di tutta la purezza, di tutta la verità,
di tutta la gentile incoscienza della vita interiore
appena schiusa, ai piedi del simulacro.... il più delle
volte insensibile. Arte e Amore, Iside ed Osiride eterni!
Non v'ha scolaro di Ginnasio che insieme a un
mazzolino, a un nastro, a una ciocca, tenui e care
realtà, non esalti l'ombra _`auspice` e divina di qualche
principe del pensiero o dell'azione; ed ogni fanciulla
a cui s'allunghi ancora l'abitino dell'anno precedente,
chiude il prezioso fiore appassito dalle misteriose virtù
fra le pagine del libro dalle quali un sapiente conoscitore
del cuore umano ha intenerito e sorretto più
volte il suo giovine cuore. Ditemi, bambine, *pardon*
signorine, ditemi non colgo nel segno? Non è vero
[pg!213]
che Lei, soave bionda, ha una viola del pensiero
in mezzo alla «Partita a scacchi?...» E Lei, signorina
bruna, non rivolge da più di un anno gli occhi
nerissimi a quella piccola costellazione di gaggie
caduta chissà come nella lizza fra il torneo del
«Marco Visconti?...» E quell'altra fanciulla malinconica
dalle scendenti treccie castane che piange
sullo sventurato amore di Gaspara Stampa, non sorride
al fior d'eliotropio che un giorno fosco posò
proprio sul sonetto cinquantaquattresimo?.. E infine
tu, Gabriella, rosea sorellina mia, che cosa nascondi
dunque fra le «Lettere a Maria» dell'Aleardi che
veggo continuamente sul tuo tavolino?... Ebbene,
che importa? Macchiate i libri di lacrime e di fiori
fanciulle, ma serbatevi, oh serbatevi anche fra il tumulto
sgarbato della vita le vestali gentili delle corolle
morte e dei sentimenti immortali.

Quanti preamboli per dirvi che io idolatravo il
De Amicis! E non lo idolatravo specialmente nei
*Bozzetti militari* nei *Racconti*, nelle *Poesie*, ma nelle
*Pagine sparse*, dove la mia anima di scribacchina sedicenne
trovava qualche lembo da rispecchiarsi, da
afferrarsi, da raccogliersi prima di tentare il gran
volo... E mi ricordo che quando fu accolto il mio
primo bozzetto nella Palestra delle giovinette (in
questo stesso giornale) io non sapendo più come
manifestare la riconoscenza che sentivo vivissima
per quel mio duce invisibile mi slanciai sulle *Pagine
sparse* e scrissi in fretta sul frontespizio — ebbi
questo coraggio! — la famosa terzina dantesca:

   | Tu se' lo mio maestro e lo mio autore...

Oh beate lenti de' sedici anni!

Vi presento dunque oggi con affetto memore
[pg!214]
una mia vecchia conoscenza. Cioè ho detto male:
vi presento: avrei dovuto dire: vi addito. Qual'è
fra noi la famiglia che non ha nella sua biblioteca
almeno un volume dell'illustre e simpaticissimo autore
delle *Porte d'Italia*? Chi non conosce ad orecchio
almeno, uno o due di quei suoi leggiadri sonetti
sui bambini? Io non so e non spero che
Edmondo De Amicis abbia seguito il mal vezzo di
rinnegare i suoi lavori giovanili. Certo che se la
prosa sua in generale e particolarmente la prosa
della sua ultima maniera è di gran lunga superiore
ai suoi versi, pure il sentimento che li avviva non
è affatto inferiore; il sentimento è sempre così gagliardo
e vero e bello da irrompere e trascinare all'entusiasmo
o alla commozione attraverso e malgrado
le dighe della forma. È un buon pane nutriente,
che non ha la pretesa d'essere una focaccia;
un buon pane dall'odor sano evocatore delle bellezze
bionde della terra madre, delle fatiche dei nostri
fratelli: un pane che si spezza benedicendo.

Ho ripassato le *Poesie* del De Amicis con la
mente ancora illuminata dai riflessi malefici di
qualche centinaio di pagine d'una rarissima bellezza;
ebbene, quella lirica semplice, qualche volta
pedestre, sorse subitamente ai miei occhi, al mio
spirito, ad una altezza, ad una dignità vittoriosa.
Una feconda luce di sole dopo una magica e insidiosa
notte plenilunare.

«Ecco un libro, pensai, che può far del bene.»
Ah di quanta lirica moderna si può dire altrettanto?
Quale altra si potrebbe quasi raccomandarvi come
un ricostituente, signorine?

Cominciamo da questa:

[pg!215]

.. class:: center

| A MIA MADRE.

..

   | Amo il nome gentile; amo l'onesta
   | Aura del volto che il mio cor rinfranca:
   | Amo la mano delicata e bianca
   | Che le lagrime mie terge ed arresta;
   |
   | Amo le braccia a cui fido la testa
   | Da tristi fantasie turbata e stanca:
   | Amo la fronte pura, aperta e franca,
   | Dove tutto il pensier si manifesta;
   |
   | Ma più de le sembianze oneste e care
   | Amo la voce che mi parla il vero
   | E mi conforta l'anima ad amare;
   |
   | La voce che ogni dì sulla prim'ora
   | Mi grida in suono d'amoroso impero:
   | È l'alba, figlio mio! Sorgi e lavora!

Scelgo dal gruppo intitolato: «Miserie.» È un
sonetto che vi rattristerà, ma certe tristezze sono
come il segreto e freddo battesimo della rugiada
che ravviva i germi delle pianticine. Esse s'incurvano
per riceverla: chiniamo il capo anche noi; perchè
ci tocchi bisogna esserne degni.

.. class:: center

| II.

..

   | Povere bimbe con le vesti a brani
   | Curve sull'ago in abituri infetti,
   | Madri che al seno con le scarne mani
   | Vi stringete i morenti pargoletti,
   |
   | Tristi fanciulli per le vie costretti
   | Il tozzo immondo a disputar coi cani,
   | Vecchi che brancolate oggi, sorretti
   | Dalla speranza di morir domani,
   | [pg!216]
   |
   | Misera gente che la morte oblia,
   | Martorïati scheletri viventi
   | Per cui tutta la vita è un'agonìa,
   |
   | Quante volte, nell'intimo del core,
   | Al mio stato pensando e ai vostri stenti,
   | Mi par d'essere un ladro e un impostore!

Sentite ora che umorismo fine e che delicatezza
d'ispirazione. Eccola la poesia vera che aiuta a vivere,
quella che non può dileguare:

.. class:: center

| SOPRA IL QUADERNETTO D'UN BIMBO

..

   | Ecco i quaderni sporchi dei bambini,
   | Tutti logori fogli accartocciati,
   | Chiazze d'inchiostro, calcoli sbagliati,
   | Buchi, macchie di pappa e burattini;
   |
   | E nel bel mezzo azzurri cerchiolini
   | Fatti dal pianto, e scarabocchi ai lati,
   | E quà e colà foglietti lacerati
   | Per fare alle pallette coi vicini.
   |
   | Tale è la vita, o bamboli, in succinto;
   | Conti sbagliati, lacrime frequenti,
   | E burattini ad ogni piè sospinto:
   |
   | E ogni giorno una pagina si strappa,
   | E sotto ai più magnanimi ardimenti
   | C'è sempre un po' la macchia della pappa.

Affrettiamoci. Non v'ha più che qualche sprazzo
purpureo di sole occiduo nel mio verziere. Ma quale
frescura! Udite: c'è un pò della malinconica
stanchezza del Praga e della gentilezza profonda
d'Enrico Panzacchi:

[pg!217]

.. class:: center

| IN CASA DEL CURATO.
| (*ricordi della campagna*)

..

   | Questa mattina desinai dal prete
   | In una stanza disadorna e bianca,
   | Dove non c'è che un desco ed una panca
   | E un grande crocifisso alla parete.
   |
   | Sulla tovaglia fresca di bucato
   | C'era un vinetto trasparente e puro,
   | E in faccia a me danzavano sul muro
   | L'ombre de le alborelle del sacrato.
   |
   | Un grato odor d'incenso a quando a quando
   | Veniva dalla muta sacrestia,
   | Ed una vecchia serva umile e pia
   | Ci girellava intorno zoccolando,
   |
   | E c'era un'aria, un'ombra, una freschezza
   | In quella stanza candida e modesta!
   | E tanta pace in quella faccia onesta
   | Di vecchio prete, e tanta gentilezza!
   |
   | Ei mi parlava de la sua cappella
   | E dell'orto e dell'uve e del paese,
   | E ogni sua parola era cortese
   | E ingenuamente colorita e bella.
   |
   | E muto tratto tratto e sorridente
   | Fissava in contro al sole il suo vinetto,
   | E mettendo la man larga sul petto
   | Ne delibava un sorso lentamente.
   |
   | E in me figgendo le pupille vive
   | Come volesse indovinarmi il core:
   | \— Ebbene, ebbene — mi dicea — signore.
   | Cosa scrive di bello? Cosa scrive? —
   |
   | Quindi, bevendo un'altra sorsatina,
   | Soggiungeva: — Signor, non si sgomenti
   | Bisogna pur ch'io beva e mi sostenti!
   | Lo sa che a giorni tocco l'ottantina? —
   | [pg!218]
   |
   | E mi facea gli onor dell'umil desco
   | Dicendo in atto di gentil rispetto:
   | \— Provi il mio vino, e mi dirà se è schietto;
   | Provi il mio burro, e mi dirà se è fresco. —
   |
   | Indi tacendo, in un pensiero assorto,
   | S'accarezzava i candidi capelli,
   | Ed io sentito bisbigliar gli uccelli
   | E una zappa sonar lenta nell'orto.
   |
   | E a quando a quando un alito di vento
   | Facea stormir le viti all'inferriata
   | E portava nel mio volto un'ondata
   | D'un sano odor di legna e di frumento.
   |
   | E mi toccava il cor l'alta quïete
   | Di quel recesso pio, bianco e modesto...
   | L'avrei baciato quel buon vecchio onesto
   | Quel santo volto d'innocente prete.

La spontaneità dell'ispirazione, la nitidezza melodiosa
della forma fanno di questa una delle migliori
liriche del De Amicis. E che mondo palpita
nella mite sincerità della trama! Quelle ombre di
giovani alberi che danzano sulla parete intonacata,
quelle folate d'incenso uscenti dalla pace semibuia
della sacrestia, quel pispigliare d'uccellini, lo stormire
delle viti che rampicano ed origliano all'inferriata,
gli odori del legno, del grano, e quella
zappa risonante ritmicamente nell'orto — oh candida,
dolce, antica ed eterna poesia delle Egloghe — la
vera sapiente sei tu!

Ma Edmondo De Amicis è innanzi tutto uno
spirito bellicoso. Alla zampogna di Pane egli preferisce
i canti di Tirteo — canti incitanti alla pugna,
non importa quale — anche, forse, la guerra
alla guerra. Non indugiate sul bisticcio; piuttosto
ascoltate:

[pg!219]

   | Ah! un giorno finirà l'orrida lite,
   | Disseccherà l'amore in fra le genti
   | Questo fiume dai vortici cruenti,
   | Questo mare di lacrime infinite!
   |
   | Ma quelle razze dall'affetto unite
   | Ricorderan devoti e reverenti
   | Le stragi enormi e il sangue e gli ardimenti
   | A cui dovranno quell'età più mite.
   |
   | E gli stendardi venerati e santi,
   | Delle trascorse età pegno e memoria,
   | Avranno onor di cantici e di pianti;
   |
   | Ed alzerà ogni gente un arco immane
   | E scriverà sulla sua fronte: Gloria
   | A tutti i morti delle guerre umane.

Era il De Amicis dei *Bozzetti militari* che scriveva
così. Non lo dimentichiamo, oggi.

[pg!220]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«L'arte di comandare a sè stessi consiste in gran
parte nel trovare argomenti e parole efficaci per
smuovere in noi la vergogna. Ci vuole immaginazione
ed eloquenza».

.. class:: right

| :small-caps:`E. De Amicis.`

.. toc-entry:: VIII. Contessa Lara.

VIII.
-----

.. class:: center large

| Contessa Lara.

Ecco fra le fresche dovizie d'una primavera tutta
schiusa il più delicato fiore del mio verziere: una
figura femminile, una fine figura d'artista e di signora.
Un'Eva nel piccolo paradiso, o meglio la fata
d'una novellina nordica che porta nell'ubertoso brolo
la vaghezza del suo capo biondo e le meraviglie
della sua mano. Ha in arte un nome cavalleresco e
poetico che a' piedi delle sue creazioni forti e gentili
armonizza come l'accordo finale che raccoglie
la melodia.

Nella verde Italia in cui nuovi e antichi ingegni
scintillano come le goccioline di rugiada su un margine
erboso, non è scarsa la pleiade femminile; però
non molte delle nostre scrittrici sanno come la Contessa
Lara tratteggiare con uguale finezza di gusto
e disinvoltura un bozzetto, una poesia, un articolo
d'arte, un romanzo. Quindi arrestandoci innanzi a
[pg!221]
qualche sua poesia non dobbiamo dimenticarlo, non
dobbiamo dimenticare che stiamo osservando un sol
raggio, un solo colore di questo versatile intelletto.
Pensiamoci anche se ci urta talvolta in questi versi un
po' di quel dilettantismo mondano nel quale ahimè
si crogiolano pure tanti poetini e poetucoli che poi
in fin dei conti non sono capaci di fare che i canterini.
La penna della Contessa Lara è sopratutto
elegante, spesso arguta, molte volte ardente, sempre
aristocratica. Il dolore, la mestizia, l'angoscia non
effonde in elegie sentimentali, o in quelle tirate romantiche
che rinviliscono sotto mentito profumo
femminile la nostra letteratura agli occhi della più
sapiente metà del genere umano; quando la sua anima
è intorbidata, o ferita, o dolente, ella non ce
lo dice, ma noi lo intendiamo meglio che se ce lo
dicesse. Ella sente forse nella vita, certo nell'arte,
la dignità del dolore. Ancora: è raffinatissima, ma
non mai sino al decadentismo o alla morbosità; ama
le cose belle, la forma più che l'essenza delle cose
ma l'ama tanto che sovente giunge a toccarci l'anima
non per l'intensità, ma per il rapimento della sua
contemplazione. Confonde anche talora la sensazione
col sentimento, talora la preferisce apertamente,
essendo sempre ed anzitutto schietta con sè e con
noi, anche a costo di parer cruda o di dispiacere.
La sua è la sincerità delle spine sotto il profumo
delle acacie o ai piedi della fiorente venustà delle
rose. Un'arma contro la soverchia debolezza, una
difesa.

Mi piace di cominciare con questo *Ultimo sogno*
che potrebbe essere il primo di molta giovinezza.
C'è un onesto languore e una vaghezza di sfumature
tutta femminea.

[pg!222]

   | In mezzo a 'l verde una casetta bianca,
   | Co' monti a tergo e in lontananza il mare,
   | Con variopinte aiuole a destra e a manca
   | Che infioran de la soglia il limitare.
   |
   | Fuori un'aria che sveglia e che rinfranca,
   | Dentro, una libreria d'opere rare,
   | Che a 'l gramo ingegno ed a la fibra stanca
   | Possan novella vigorìa prestare.
   |
   | Poi, ne 'l mistero d'una chiusa alcova,
   | Ne la sua culla un roseo cherubino
   | Cui per restar con me sparvero l'ale.
   |
   | È questo il nido che sognar mi giova,
   | È l'oasi del mio squallido cammino
   | Tempio a l'arte, a l'amore, a l'ideale.

Salutiamolo, passando, questo vivificante porto
di pace che desidero a tutte voi care fanciulle; che
alcuna di voi forse intravede già fra i rosei vapori
del futuro come l'isoletta d'Elena e di Fausto — della
Bellezza e del Sapere — ricinta dall'arcobaleno. Ecco
un lembo d'orizzonte grigio, l'avanzo di chissà
quale tremendo uragano che lacerato naviga verso
di noi, lividamente triste nella sua tenuità:

.. class:: center

| RICORDO D'APRILE.

..

   | Ritorna il mio pensiero
   | A 'l pallido bambino
   | Che una sera d'aprile
   | Fu portato la giù ne 'l cimitero.
   | Intanto la sorella e il fratellino
   | Giuocan co 'l suo fucile,
   | Battono il suo tamburo,
   | Ed i guerrieri sgorbiano
   | Ch'egli tracciò su 'l muro.

Oserei dire che solo una donna poteva afferrare
tutta la pietosa eloquenza dell'episodio e renderla
[pg!223]
con tanta efficace semplicità. Il lirismo più alto,
più suggestivo, più commovente nel più umile vero.
Chi non è tocco dalla visione chiara di quella gaia
scena di profanazione infantile, di quei giocattoli,
unica eredità del povero bimbo sparito fra i fiori e
i lumi in una sera primaverile, dispersa con incoscienza
crudele così? Chi è che ha dei bambini
cari e che non sente alla sobria arte di questi versi
passarsi un brivido in mezzo al cuore e l'acuto
desiderio di vederli accanto ai loro giochi subito subito
subito?

E la poesia capace di far vibrare in questo modo
le nostre intime fibre è bella, è buona, è vera poesia.

Udite due sonetti, solamente leggiadri questi, e
intrisi del profumo d'eleganza e di mondanità dell'artistico
ambiente dove sono sbocciati, come narcisi
in un'anfora preziosa senza terra nè sole, dietro
le cortine di raso che nascondono un po' troppo
di mondo qualche volta...

.. class:: center

| RISOLUZIONE.

..

   | Egli il silenzio vuol d'una Certosa
   | Antica da le arcate bisantine
   | Dove, monaco austero e in bianco crine,
   | Calmo finir la vita tempestosa,
   |
   | Ella, del par fantastica e pietosa,
   | Giura che stanca di monili e trine,
   | In umili n'andrà vesti turchine,
   | Mite suora a chi soffre, a Gesù sposa.
   |
   | Ei sogna i vecchi testi del trecento
   | Su cui vegliar le notti; ella s'infinge
   | A 'l capezzale ove il morente geme.
   |
   | Sorridon tutti e due... Dopo un momento
   | L'un dice all'altro, mentre a sè lo stringe
   | Senti, amor mio, se si vivesse insieme?
   | [pg!224]

..

.. class:: center

| CONFIDENZE.

..

   | A l'ombra delle zàgare egli è nato
   | La giù, la giù de 'l nostro suolo in fondo
   | Da un alito cocente accarezzato,
   | Carezzato da 'l mar terso e profondo.
   |
   | Poeta strano, forte, innamorato,
   | Due sole cose gli son care a 'l mondo,
   | Gli son care ne i sogni: il venerato
   | Materno capo ed il mio capo biondo.
   |
   | Senti, se vuoi saper come avvenìa
   | Ch'ei restasse di me sire e padrone:
   | È un bozzetto che sà d'Andalusia.
   |
   | Era di maggio un dì sull'imbrunire,
   | Ei mi gittò una rosa entro il balcone,
   | Io la raccolsi, e mi sentii morire.

Leggete ora questi frammenti della *Casa dell'ava*,
che è troppo lunga per essere interamente trascritta;
vi basteranno, credo, per indovinare che la
Contessa Lara da esperta ricamatrice conosce tutta
la delicatezza delle vecchie tinte; quelle vecchie tinte
che Bourget e Loti adorano nella lor gentile e
calma nostalgia del passato:

.. class:: center

| LA CASA DELL'AVA

..

   | Ne l'ostel solitario
   | In cui la vecchierella ava serena
   | Passa il tramonto de 'l suo tardo giorno,
   | De 'l buon tempo che sparve
   | Parla ogni cosa intorno.
   | Fra le sconnesse pietre
   | Del cortile s'abbarbica l'ortica
   | Parassita: de gli alti suoi gradini
   | Su 'l piedistallo, il pozzo
   | Sorge ne 'l centro ov'ascende a fatica
   | [pg!225]
   | Una ricurva fante,
   | E vi cala la brocca che scancella,
   | Ne l'ima onda percossa,
   | L'imagine de 'l suo grinzo sembiante.
   | Ne 'l salone dorato,
   | Da i centenari specchi
   | Cadde l'argenteo strato, e ancor su i vecchi
   | Arazzi de la Fiandra,
   | A le pareti accanto
   | Danzan pastori e ninfe
   | Ne i tarlati boschetti,
   | E scendon benedetti i raggi estivi
   | Che a quegli occhi sbiaditi,
   | Qual per magico incanto
   | Rendon fulgidi e vivi
   | I raggi de gli amori impalliditi.
   |
   | In un angolo oscuro
   | Una spinetta dorme,
   | E quando tutto tace ivi s'ascolta
   | Come un sospiro; è il vento
   | Che tra le corde freme?
   | O l'eco de le note che una volta
   | Con le melodi semplici
   | Di Pergolese, l'ava
   | Da lo snello strumento
   | Fanciulla ancor, destava?
   |
   | Schiudetevi, cassette
   | Odorose de i mobili intarsiati,
   | Piene di fogli e nastri,
   | Di trapunti, di seriche borsette
   | D'ambra e zàgara, e veli scolorati.
   | È un'ora di memorie, ed in quest'ora
   | Per voi da un morto secolo
   | Un alito di vita esala ancora.
   |   . . . . . . . . . . . .

E poichè ho detto il nome di quell'impareggiabile
Pierre Loti, mi vengono in mente questi altri
[pg!226]
versi che qualche sua leggiadra *japonerie* deve aver
suggerito alla Contessa Lara.

Il metro è quello dell'*uta* giapponese, l'arte, il
colore, la grazia, sommi:

.. class:: center

| CONVERSAZIONE.

..

   | A una tavola in torno
   | Giocan tre donne,
   | Di fiori il capo adorno,
   | Ricche le gonne:
   | Fosco tramonta il giorno.
   |
   | Una dice (un'anziana
   | Con grinzo il cuore):
   | \— L'amore è cosa vana:
   | Passa l'amore
   | Come nube lontana.
   |
   | Dice un'altra (una sposa
   | Fresca e ridente):
   | \— È l'amore una rosa
   | Che sboccia aulente
   | Nell'anima festosa.
   |
   | E l'ultima (una frale
   | Fanciulla, un fiore),
   | Dice; — Fu strazio eguale
   | Per me, l'amore,
   | A un colpo di pugnale.
   |
   | Assorbono, fumando,
   | Tutte il thè verde:
   | E un gran sospiro a quando
   | A quando sperde
   | L'aura leggiera, errando.

E con questo fior di loto pòrto da una gemmata
mano di dama vi lascio, signorine. Troppe visioni
d'Oriente mi s'affollano alla fantasia, m'ipnotizzano.
Purchè questo noioso cosmopolitismo dilagante
non me lo cancelli, il mio Giappone!

[pg!227]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«L'âme d'une jeune-fille ne doit pas être laissée
obscure: plus tard il s'y fait des mirages trop brusques
ou trop vifs comme dans une chambre noire».

.. class:: right

| :small-caps:`Victor Hugo`

.. toc-entry:: IX. Mario Rapisardi.

IX.
---

.. class:: center large

| Mario Rapisardi.

In Sicilia e precisamente sull'Etna c'è, pretendono,
un castagno detto dei *cento cavalli* per le sue
proporzioni colossali di tronco e di frasche. Questo
ricordo vago del bel tempo in cui studiavo geografia
mi è balenato fra un verso e l'altro del «Giobbe»
di Rapisardi, il poeta cresciuto come quella
sua pianta alle falde del Mongibello; nutrito come
lei di fiamma e di sole. Ma qui l'aria, il suolo scottano.
Come faremo mie gentili compagne?... L'albero
è un fronzuto gigante, sì; forse troveremo in
qualche punto un po' di refrigerio.

Mario Rapisardi ha scritto anche dei versi lirici
ma io preferisco darvi solamente qualche frammento
di un suo poema, prima come opera di maggior
entità, poi perchè rende meglio, mi pare, il michelangiolesco
stile dell'autore. Un poema italiano moderno
che non faccia ridere è una cosa tanto rara
che bisogna proprio che lo conosciate anche imperfettamente.

Dunque il «Giobbe» secondo avverte l'autore,
non è che l'ultima parte d'un ciclo al quale appartengono
[pg!228]
pure due poemi precedenti: «La palingenesi»
ed il «Lucifero»; ed è a sua volta una trilogia.
Sebbene nella prima parte vi siano colorite
magistralmente e la vita patriarcale e le sciagure
che fecero passare in proverbio la pazienza del
virtuoso servo di Dio, Giobbe non è qui che un
simbolo adombrante il pensiero umano nel suo faticoso
e doloroso errare in cerca della pace.

Un fare largo, vigoroso, a rilievi, a sfumature;
una sobrietà classica, un'elasticità di idee rivestite
sempre opportunamente, un'arte delicata e insieme
profonda, e su tutto un riflesso vivido del sole di
mezzogiorno: quel mezzogiorno benedetto che ci
dà i fiori più profumati e i frutti e gli ingegni più
saporosi; — ecco la musa di Mario Rapisardi. Una
Musa dalle forme opulente e dal profilo fine e pensoso,
come certe figure del Guercino.

Leggiamo insieme la descrizione dei giardini di
Giobbe:

   | .... E da un lato i giocondi orti feraci
   | Di molti erbaggi festeggianti il sole
   | Con lor varie verdure, offrian sovente
   | Se non lauto, alle cene ampio tributo;
   | Fiorivano dall'altro i bei giardini
   | Delle case delizia. Ivi precoce
   | Mandorlo accanto il zèfiro blandisce
   | L'odorato albicocco; in tra le scure
   | Foglie nevate di recenti fiori
   | S'impiattano le arance; dipende
   | Dal torto ramo il languidetto fico,
   | Che lacero la buccia e in bocca il miele
   | Primo seduce il passerel furtivo.
   | Vedi su l'orlo delle pale irsute
   | Schierar le frutta l'indico banano,
   | Dolci frutta alla lingua, orride al tatto.
   | Di cui tanto il nativo Etna s'allegra;
   | [pg!229]
   | Noderoso ingiallir presso ai vermigli
   | Grappi del mite tamarindo il forte
   | Pomo cidonio, che serbato il verno
   | Rustici alberghi e vestimenti odora.
   | Ecco non lungi dal cireneo olivo,
   | Il sesamo oleoso; ecco l'opimo
   | Alve di Socotôra, che la sete
   | Smorza del sobrio camello; il sicomoro
   | Dalle bacche turchine e il tamerice,
   | A cui flessili e folti a par di crini
   | Piovono i rami dall'amaro tronco,
   | Che le febbri cocenti in fuga volge.
   | Nè te, ritrosa sensitiva, a cui
   | La vereconda vergine somiglia,
   | Avea pure scordato il buon cultore:
   | Nè voi, piante felici, ond'uom distilla
   | Manne vitali e preziosi aromi;
   | Con l'acacia del Nil sorgon confusi
   | I cinnami fragranti; si pompeggia
   | Nel color aspro delle sue corolle
   | Il selvatico grogo: odora il nardo
   | Dalle storte radici, in quel che presso
   | Agli olibani pii gemon le rame
   | Del balsamo superbo e i provocati
   | Pianti avviva di dolci iridi il sole.
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Dopo questa evocazione d'un cantuccio fortunato
della biblica Arabia, dopo gli aromi e il fogliame,
eccovi un quadretto asiatico di genere. Anna la
vecchia nutrice di una delle nuore di Giobbe, e un'ancella,
s'accingono a fare il pane. Mi pare una scena
dell'Odissea:

   | .... Mentre in queste memorie s'avvolgea
   | La vecchiarella, e dava esca alla fiamma
   | Che sorgea scoppiettando e le nodose
   | Braccia arrossiale e la rugosa guancia,
   | Una serva robusta entro capace
   | Madia su quattro saldi piedi eretta,
   | [pg!230]
   | Agitando lo staccio e i colmi fianchi,
   | La farine scernea, candido monte
   | Facevane nel centro, ad esso in cima
   | Aprìa con pronta mano ampio cratere,
   | Con pingue latte di camella il caldo
   | Fonte commisto vi versava, e tutto
   | Rimenando e intridendo e con gagliarde
   | Nocche pigiando e con sonanti palme,
   | Dùttili ne facea biondi pastoni:
   | Indi, raschiato della madia il fondo
   | E sgrumate le dita, in picce uguali
   | Distingueali; con dolce olio d'oliva
   | Le careggiava, e su convessi forni
   | Le disponea con vago ordine in giro.
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Vorrei che un pittore s'innamorasse di questo
soggetto di un'antica semplicità. Vorrei vederle vive
di colore e di forme questa vecchia grinzosa,
questa giovine schiava nel bel costume di Sara e di
Rachele, intente all'opera faticosa e buona, a cui
l'ambiente dovrebbe dare una maestà rozza, ma
quasi rituale. Che forte e sapiente contrasto la gioventù
rigogliosa dell'ancella, tutta appariscente in
quell'atto di domare la pasta con le fresche braccia
accanto alla vecchia accoccolata nei bagliori rossastri
ravvivando il fuoco! Come questa scena nella
sua umiltà secolare ci riposerebbe dalla sequela di
paesaggi, dalle modernità scipite o sguaiate che adornano
le pareti delle mostre di pittura!...

Ma mi accorgo che ho la lingua un po' troppo
lunga qualche volta, e non è un buon esempio che
vi do, signorine. Torniamo piuttosto al poema.

Il fantasioso e nutrito poema è in endecasillabi
sciolti, ma poi quando la materia quasi lo richieda,
cangia improvvisamente metro ed andamento con
un effetto stupendo. Le giovinette amate dai figli
[pg!231]
di Giobbe cantano. Leggiadrissime canzoni cantano.
Udite questa di Zilpa, l'invincibile;

   | Un paese conosco ove non ride
   | Caldo e raggiante il sole;
   | Ma quanto infido è il Sol, tanto son fide
   | L'anime e le parole.
   |
   | Ivi oceani non son, non son vulcani,
   | Nè abissi il suol nasconde;
   | Non fiamme d'amorosi impeti umani
   | Non mar d'ire profonde:
   |
   | Ma deserti di fiori entro una blanda
   | Fascia di nivea luna,
   | Laghi a cui fan gli azzurri ampia ghirlanda
   | Senz'onda ed aura alcuna.
   |
   | In palazzi d'opale e di coralli,
   | Avvolte in roseo velo
   | Pallide giovinette intesson balli
   | In fra la terra e il cielo.
   |
   | In fra la terra e il ciel, come fragranza
   | Che il freddo aere molce,
   | S'alza un canto di pace e di speranza
   | Monotono ma dolce.
   |
   | Oh fratel mio, tal rigido paese
   | È qui dentro il mio core:
   | O amico e difensor bello e cortese,
   | Io non conosco amore.

La seconda parte del poema è tutta occupata da
una visione di Giobbe. È rigidamente ascetica. Simboleggia,
parmi, il periodo di cieca fede del pensiero
umano — l'età dei martiri, dei crociati, dei santi.
C'è un intermezzo composto di laudi — le laudi
sacre che, nel secolo decimoterzo, pie compagnie
d'uomini e di fanciulli, di nobili e di plebei, accesi
[pg!232]
dallo stesso ardore spirituale cantavano nell'Umbria
ricordandosi del fraticello di Assisi. Queste laudi
del Rapisardi sono una sapientissima imitazione di
quelle. Par di sentirvi l'estro religioso di Iacopone
da Todi. Eccovene un saggio:

.. class:: center

| LAUDA DI ANACORETA.

..

   | Patria, amici, parenti, famiglia abbandonai
   | E in questo solitario antro mi ricovrai:
   | Dio che alla terra oscura manda del sole i rai
   | Porse alfine un conforto a' miei terrestri guai.
   |
   | Il mondo è una gran selva d'alberi velenosi
   | Dove fra l'erbe e i fiori stan biscie o serpi ascosi,
   | Dragoni e basilischi dagli occhi sanguinosi
   | Insidian la salute dei giusti e dei pietosi.
   |
   | Son l'erbe, a chi le calchi, più che rasoi taglienti,
   | Le fragranze de' fiori producon febbri ardenti:
   | E di quei mostri occulti son così aguzzi i denti,
   | Che squarciano le viscere delle smarrite genti.
   |
   | O dolce solitudine, tu di virtù sei scola,
   | Da te la pellegrina anima a Dio sen vola,
   | In te la mia tristezza s'aqueta e si consola,
   | Beata solitudine, beatitudin sola.
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Cito qui per il contrasto un canto di Goliardi.
La poesia goliardica nel suo rudimentale tentativo
di rinascimento dell'arte, fu a quei tempi di penitenza
come una spera di sole dardeggiante attraverso
la mistica e fredda ombra di una cattedrale:

[pg!233]

.. class:: center

| CANTO DI GOLIARDI.

..

   | Sulla terra già Venere scende,
   | Vengon seco le grazie e gli amori,
   | Sul suo capo il cheto aere s'accende,
   | Sotto il piè le germogliano i fiori.
   |
   | Madre e dea d'ogni cosa gentile
   | Orna i rami, gli augelli ridesta;
   | L'aria, l'acqua, la terra è una festa:
   | O l'aprile, l'aprile l'aprile!
   |
   | O fanciulla che languida giaci
   | Fra le piume, e sognando sorridi,
   | E il ciel suona di canti e di baci,
   | Freme il bosco d'amplessi e di nidi.
   |
   | O fanciulla, son rapide l'ore
   | Della gioia, a te mormora il rio;
   | Sorgi, vieni ti dice il cor mio:
   | O l'amore, l'amore, l'amore!
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

L'ultima parte della trilogia è scientifica e un po'
faticosa agli indotti. Pure scorre tutta così tersa,
così, direi, lieve, nella sua profondità che se ne ricevono
ugualmente impressioni luminose. È un viaggio
nell'ètere, di Giobbe guidato da Iside che raffigura
ad un tempo la Scienza ed il Mistero. È una
ideale peregrinazione da stella a stella, da luce a
luce, durante la quale Giobbe ascolta dalla sua guida
il racconto della formazione del mondo, età per
età; — è il viaggio del pensiero attraverso l'abisso
dell'infinito. Egli scopre, esulta, s'inebria, finchè arrivato
al limite la natura gli dice; Arrestati! Icaro
cade...

Intanto Giobbe s'esalta dei nuovi orizzonti che
gli si schiudon dinanzi, della virtù nuova che s'è
[pg!234]
fusa al suo spirito e che lo fa avido di comprendere,
di spaziare, d'innalzarsi:

   | In alto, in alto! all'etere
   | Padre al fecondo sole
   | Sorge ed inconscia palpita
   | Ogni vivente prole;
   | O che da germe cieco
   | Sbocci o da grembo, o come verde smalto
   | Erbeggi in prato, o induri in selva: o libera
   | Discorra e voli, o bosco abiti o speco,
   | Sempre dovunque un'intima
   | Legge la chiama e la sospinge in alto.
   | Manda la terra gli umidi
   | Fumi dal seno, ond'hanno
   | Nubi di vita gravide
   | Gli astri al mutar dell'anno.
   | Desti al gagliardo attrito
   | Di secchi tronchi e resinose tede
   | Guizzan dal foco gl'inquieti spiriti
   | Ubbidienti ad un supremo invito;
   | E, fiamma anch'essa, l'anima
   | Lingueggia ardente ad un'eterea sede
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .

Ho finito per oggi, amabilissime. Non crediate
però ch'io abbia inteso di farvi una rassegna del
bel libro, nè che vi abbia comunicato tutte le mie impressioni.
Mi mancano il sapere e lo spazio; due
cose, vedete, essenziali. Ho solamente desiderato
che conosciate un po' più del titolo d'un'opera che
fa onore all'Italia. Vi ho attinto per voi delle gemme,
sì, ma molte altre ricchezze riposano nel fondo
di quel piccolo mare. Un vero mare, con le sue
glauche trasparenze, i suoi scogli, i suoi mostri, le
sue perle, le sue falangi di deità invisibili, e le sue
carcasse umane, la sua sinfonia di voci, e il gemito
eterno d'un titanico dolore...

[pg!235]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«.... Quando ero un garzonetto di circa nove anni, — mio
zio mi fece domandare, — per cacciar il
falco, cavalcare con lui, — e tenergli compagnia.

E soffiò il vento del Nord, — il vento del Nord
nell'uragano — e un sonno di morte piombò su di
me, ed io caddi dal mio cavallo.

La regina delle fate or mi tiene, nella sua collina
verde per rimanerci; e sono un elfo leggiero e
sottile, bionda fanciulla, non lo vedi tu?!...»

.. class:: right

| (*Frammento d'una ballata Scozzese*).

.. toc-entry:: X. Lorenzo Stecchetti.

X.
--

.. class:: center large

| Lorenzo Stecchetti.

Ancora un frutto vietato! Dio buono quanti! Di
questa specie però ne avete assaggiati qualcuno ben
mondo, ben inzuccherato, ben isolato in una coppa
di cristallo, al giulebbe della musica di Rotoli e di
Tosti. Qualche altro ve lo sbuccerò io, ma pochi.
«Anche senza leccornie si vive» ha detto l'altro
giorno con filosofia semplice e profonda un vecchio
medico a un golosino di mia conoscenza. Parole
che possono essere fondamento di una regola di vita — parole
da scriversi in oro su ogni camera di fanciulla.

Chi non conosce la gherminella ordita da Olindo
Guerrini per dar maggior attrazione e pubblicità alle
sue poesie? Chi non ha sentito intenerirsi il cuore
[pg!236]
pensando a quel povero tisico che scriveva, conscio
della sua fine, versi così appassionati e soavi? Chi,
vedendo sull'elzeviro quel titolo di «Postuma» e
quell'avvertimento «Edito a cura degli amici» non
ha riflettuto con un senso di sollievo che, dopo tutto,
in questo mondaccio vi sono ancora degli animi nobili
e disinteressati ne' quali accanto allo sfolgoreggiante
eroismo s'illumina e splende di luce propria
la fiammella pallida e dolce della pietà? Oh gentile
fratellanza di spiriti! Amicizia buona più forte de la
morte! Povero Lorenzo Stecchetti, povera giovine
vita falciata così! — E la melodia soave e triste di
quei versi scendeva all'anima, e quei versi circonfusi
da un'aureola di martirio, purificati, quasi, dalla
morte, andavano a ruba, e alle imprecazioni, alle
volgarità si applaudiva come al canone di una nuova
scuola emancipata dalle ipocrisie, e le gemme poetiche
si trasformavano in ghirlande per la tomba del
grande e disconosciuto poeta.

Infatti una vaghezza fresca, gracile, melanconica
come quella di certe adolescenze destinate a non
varcare il limite che le separa dalla giovinezza — una
promessa fittizia di energia per l'età matura,
ricascante spesso in un languore dolce o nella disperazione,
qualchevolta in un'ironia heiniana — la
sensazione lucida dell'immensa vanità del tutto,
più sentita che espressa, come spesso i predestinati
hanno: una delicatezza acuta troppo per la vita: — nulla
manca per la verosimiglianza di quell'anima
artificiale che lagrima, o raggia nel verso.

Chi non ricorda il sospiro soavissimo:

[pg!237]

   | Voi che salite questo verde monte,
   | E il silenzio cercate
   | Dov'è più folto il bosco e chiaro il fonte,
   | Anime innamorate,
   | Pietà di me! Sul margin della via
   | Seggo soletto e gramo,
   | Ahi! grave, amanti, è la sventura mia!
   | Pietà di me! non amo.

d'un lirismo così dolce, così dimesso, così fuso col
sentimento quasi di vergogna per la triste impotenza
che inaridisce il cuore? C'è un alito di frescura e
di pena come in un limbo.

E questa di un'efficacia rappresentativa così sincera,
così suggestiva:

   | Nell'aria della sera umida e molle
   | Era l'acuto odor dei campi arati,
   | E noi salimmo insiem su questo colle
   | Mentre il grillo stridea laggiù nei prati.
   | L'occhio tuo di colomba era levato,
   | Quasi muta preghiera al ciel stellato,
   | Ed io che intesi quel che non dicevi
   | M'innamorai di te perchè tacevi.

Tutta la sinfonia della sera, l'elevazione nello spazio,
verso il bene infinito, dei profumi delle voci,
dei cuori. E pensando questa delicata sfumatura
scritta da un povero ragazzo malato, l'anima vibra
d'una pietà che è quasi una tenerezza. Ahimè, infatti
il poeta è forse morto davvero....

Lorenzo Stecchetti è uno scapestrato, pure è capace
di dare dei buoni consigli alle fanciulle. La
poesia che termina con la famosa terzina:

   | Quando ti specchierai ti dica il core
   | Che una perla rubata a' tuoi capelli,
   | Solo una perla può salvar chi muore

[pg!238]
è tutta di avvertimento amoroso e severo come di
un amico eletto. Un altro finissimo sentimento di
pietà riguardosa, lo Stecchetti mette nel cuore e sulle
labbra della donna amata:

   | Questa notte in battello in alto mare
   | Del mondo ci eravam dimenticati;
   | Ci dicevamo le parole care
   | Che san soltanto dir gl'innamorati
   | .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .
   |
   | Quand'ella tacque, da un pensier colpita,
   | E dall'òmero mio la testa bionda
   | Improvvisa levò come atterrita,
   |
   | E colla faccia stranamente fissa
   | Nella notturna tenebra profonda:
   | Taci — mi sussurrò — laggiù c'è Lissa!

Eccovi per ultimo un accento vigoroso e splendido
di vita e di verità:

   | E pur mi sento nel cervello anch'io
   | Qualche cosa che vive e che lavora;
   | E pur quest'aura che il mio volto sfiora
   | L'alito par dell'agitante Iddio!
   |
   | Talor, cedendo a' sogni miei, m'avvio
   | Per floridi sentier che il mondo ignora;
   | Salgono i canti alle mie labbra allora
   | E spero e credo nell'ingegno mio.
   |
   | Ma quando il dubbio mi risveglia, quando
   | Via per la nebbia del mattin tranquille
   | Sfuman le larve che seguii sognando,
   |
   | Colle man mi fo velo alle pupille
   | E mi guardo nel core, e mi domando
   | Sono un poeta o sono un imbecille?

[pg!239]
Ah, gl'imbecilli non hanno mai di questi dubbi,
Lorenzo gentile! gli imbecilli non sapranno mai che
cosa sia una di queste indefinibili intime lotte di
chi sente lo spirito tutto cangiato in una sottile e
tremolante fiammella — così sottile e così tremolante
e così sacra che la vertigine prende al pensiero che
potrebbe spegnersi, e che noi ne morremmo di freddo
e di buio come se si spegnesse il sole. È vero:
nessuno può toglierci i tesori dell'ingegno — ma li
sentiamo così poco nostri! ma chi li possiede non
può nemmeno solamente calcolarne il valore! non
sa da che hanno avuto principio, se e come avran
fine, se si rinnovellano, se si distruggono — e li
sente ondeggiare in una paurosa fralezza, ed intuisce
solo che sono una splendida somministrazione
di una mano ignota e Divina, troppo splendida e
troppo preziosa per noi giacchè quasi sempre si
storpia nella forma della parola....

E se ne stanno, gli eletti, così a mani protese,
come ciechi sotto una manna di rose.

[pg!240]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«Quand'on découvre des grandes taches dans
l'âme de ceux qu'on aime, il faut se consulter, se consulter
et savoir si on peut les aimer encore malgré
cela. Le plus sensé est de cesser, le plus généreux
est de continuer.»

.. class:: right

| :small-caps:`George Sand`

.. toc-entry:: XI. Arrigo Boito.

XI.
---

.. class:: center large

| Arrigo Boito.

Basterebbe il «Mefistofele,» credo, per fare il
nome d'Arrigo Boito immortale: il «Mefistofele»
dalla musica descrittiva, dalla parola melodiosa, il
vero dramma musicale, l'unità profonda, indissolubile,
sognata da Wagner. «Danse, Musique et Poésie
forment la ronde de l'Art vivant» scrive Edouard
Schuré in fronte ad un suo indimenticabile libro e
il Boito nell'accolta armoniosa delle tre Muse sorelle
è giunto a posare il piede vittorioso sul polo vergine
dell'Ideale.

Ma non è di questo che volevo parlarvi, care
amiche. Volevo scorrere con voi, oggi, qualcuno dei
bizzarri canti del rubesto poeta al quale *il Libro dei
versi* e la stupenda leggenda di *Re Orso* fruttarono
già buona parte di gloria. Il Boito quantunque originalissimo
fa parte di quella scuola che quando
voi non eravate ancora arrivate al mondo chiamavano:
dell'arte futura, e che ora, per la frettolosa
[pg!241]
evoluzione di questi ultimi anni, minaccia di appartenere
all'arte del passato. Il Boito è sopratutto scultorio.
Egli non può appagarsi, come tanti, d'idee, di
larve, di fluttazioni e di miraggi; egli ha bisogno
della forma definita, della materia, quasi, ha bisogno
di foggiare, di plasmare, d'incarnare subito la sua
ispirazione, di vedersela lì, sotto gli occhi, viva palpitante,
umana. Quando scriveva quei due famosi
versi che diventarono il catechismo del suo cenacolo:

   | E non trovando il Bello
   | Ci abbranchiamo all'Orrendo

io credo che il bello lo cercasse dove non poteva
trovarlo, dov'è soggetto a guastarsi, a immiserirsi:
negli aspetti, non nell'anima delle cose. È sempre
più artista che poeta; più favoleggiatore che sognatore.
Anche le sue fantasie hanno tutte, direi, un
piede in terra, si basano tutte sul reale, sul visibile;
egli non idealizza il vero, ma umanizza la idealità.

Qualche volta, inoltre, una certa intonazione irrisoria,
amara, scettica che traspare, ci ricorda il
ghigno e le contorsioni diaboliche del suo Mefistofele.
Anch'egli par preferire gli odori resinosi e le
macabre fantasie nordiche ai fiori irrorati dal plenilunio,
fra i quali non si raccapezza e la sua fibra
s'indebolisce rischiando di dare nel banale o nel
grottesco; mentre nelle dipinture del pauroso, del
mostruoso, del sinistro, è maestro. È proprio il rovescio
del Praga, suo fratello d'arte, il quale non è
mai così efficace e commovente come quando attinge
alla semplice verità.

Eccovi intanto, del Boito, un arguto madrigale
scritto sotto la fotografia d'una signora:

[pg!242]

   | Arte nata da un raggio e da un veleno
   | Su questo segno della tua potenza
   |   Mi si rivela appieno
   |   La tua duplice essenza.
   | O arcane curve, ombre soavi, tocchi
   | Luminosi, divine orme d'amore!
   |   Sento il raggio negli occhi
   |   E il veleno nel core.

Il nome d'uno sconosciuto, letto sull'arca antica
d'un chiostro gli ispira fra le altre queste strofe animate,
direi volentieri irrequiete, come una fiamma:

   | .  .  .  .  .  .
   | Il nome tuo tre secoli
   | Passò ignorato e mero,
   | Solo il trovâr le biche
   | Dell'umili formiche
   | E la pupilla inquieta
   | D'un giovine poeta.
   |
   | Ed eri forse un genio
   | A cui fallìa la gloria.
   | Un pazïente anonimo
   | Smascherator di storia.
   | Un creätor d'orrende
   | Romantiche leggende,
   | O del poema nero
   | Di Faust o d'Assuero.
   |
   | Forse una ragna pendula
   | Fra due cippi romani
   | Ti rivelò il miracolo
   | Dei ponti americani,
   | Forse per l'aura bruna
   | Vedendo errar la luna
   | Divinasti l'incauta
   | Magìa dell'areonauta.
   | [pg!243]
   |
   | Certo ti colse il torbido
   | Problema del futuro
   | Scavando i bei caratteri
   | Sovra l'antico muro;
   | Eri certo un poeta!
   | Eri certo un profeta!!
   | (O, idea vulgare e trista)
   | Eri forse un copista.

La padronanza e la disinvoltura dell'arte è sempre,
come vedete, perfetta. Ma dove Arrigo Boito
raggiunge una potenza meravigliosa è nella Fiaba
di *Re Orso*. Vi s'incontrano accenti Shakesperiani.
A voi, fanciulle, poco posso esporre di quella diabolica
concezione, ma abbastanza spero per darvi
un'idea della gagliarda originalità di tutto il lavoro.
Udite:

.. class:: center

| V.
|
| PAPIOL.

..

   | Per le bimbe, per i pargoli
   | Dalla fiaba impauriti,
   | Per i nonni fra le tenebre
   | Desti, pallidi, romiti,
   | Cangerò la tetra nenïa
   | In un verso allegro e matto,
   | Colla storia ed il ritratto
   | Del giullare Papïol.
   |
   | Fu il buffon da una mandragora
   | Messo al mondo, e appena nato
   | Era al par d'un dito mignolo
   | Picciol, magro, affusolato;
   | Poi restò sempre rachitico
   | Fin ch'ei visse ed infermiccio,
   | E la crosta d'un pasticcio
   | Fu la culla di Papïol.
   | [pg!244]
   |
   | Per cimiero ei porta un guscio
   | Di castagna o di lumaca,
   | Una pelle di lucertola
   | È sua calza ed è sua braca;
   | Gli filava una tarantola
   | Cinque corde al suo liuto;
   | E non v'ha giullar più astuto
   | Del gobbetto Papïol.
   |
   | Tien la vespa il fine aculeo
   | Dentro il corpo alidorato,
   | Tal Papiolo entro la cintola
   | Tiene un ago avvelenato,
   | Con quell'ago ei fe cadavere
   | Più d'un Duca e più d'un Conte,
   | Per quell'ago sir Drogonte
   | Venne spento da Papïol,
   |
   | Perchè un dì, presente il Principe,
   | Arse vivo uno scorpione.
   | Fu Papiolo eletto al titolo
   | D'uom di Corte e Centurione;
   | Sulla terra ancor non videsi
   | Un più gracile arfasatto.
   | Ecco i fasti ed il ritratto
   | Del giullare Papïol.

Bello non è vero? in quell'artificiosa rudezza
popolare. Eccovi ora lo spunto d'un altro capitolo
in cui traluce molto bene la personalità del poeta:

   | Cessato è il nembo; — va volando intorno
   | L'angiol del giorno — a spegnere le stelle
   | E le fiammelle — che brillano sui fari
   | Dei marinari. — L'esule chiesetta
   | Dell'alta vetta — già si fa men bruna
   |
   |   E ancor la luna
   |   Splende sull'ermo
   |   Bianca ed immota.
   |   Come una nota
   |   Di canto fermo.
   |   .  .  .  .  .  .

[pg!245]
Questo è un quadretto raro e strano in cui ancora
una volta l'artista ha vinto il poeta.

In *Re Orso* colgo pure la vaghissima serenata
«Ago ed Arpa» che par uscita veramente dalla
bocca di un trovatore a' bei tempi di Clemenza Isaura
di Tolosa:

   | Io di Provenza tenero troviero
   | Vorrei cantarti nella mia loquela,
   | Chè più soave mi parrebbe e mero
   | L'inno amoroso che il mio spirto inciela,
   | Per te sui voli dell'idea cavalco,
   | Cacciando le colombe del pensier;
   | Tu fai di me, siccome fa col falco
   | Il falconier.
   | Tale m'alletta amoroso martòro
   | Che giorno e notte vo cantando e ploro
   | *Tan m'abelis l'amoros pensaman*
   | *Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.*
   |   .  .  .  .  .  .  .
   | Ier notte oravo, il mio fervor blandia
   | Quasi un soffiar di celestiale avena,
   | E mi si ruppe in cor l'*Ave-Maria*
   | Perchè appena fui giunto al *gratia plena*
   | Tu m'apparisti, angelicata donna,
   | Tutta piena di grazia e di virtù.
   | Certo salì la prece alla Madonna
   | Ed a Gesù.
   | Tale m'alletta amoroso martòro
   | Che giorno e notte vo cantando e ploro.
   | *Tan m'abelis l'amoros pensaman*
   | *Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.*
   |
   | Ten vieni o Donna nel gentil paese
   | Dove vibran le cetre e le mandòle,
   | Dove nasce la vaga sirventese,
   | Dove si parla in rimate parole,
   | Ten vieni ed io ti guarderò, mio nume,
   | Dai mali, dalle lotte e dai viventi,
   | [pg!246]
   | Qual si ripara colla palma un lume
   | In mezzo ai venti.
   | Tale m'alletta amoroso martôro
   | Che giorno e notte vo cantando e ploro.
   | *Tan m'abelis l'amoros pensaman*
   | *Que jorn et nuit jeu plore et vai chantan.*

Tutta la gentilezza romanzesca, la poesia malinconica
degli amori irrimediabilmente lontani, i soli
amori, forse, degni del nome divino. Quell'Avemmaria
rotta in cuore dall'apparizione della dama, la tenera
promessa di riparare Lei dai mali e dalle genti come
una fiammella con la mano, sono immagini e ispirazioni
che non possono essersi accese che nella mente
di un contemporaneo di Rudello e di Bernardo di
Ventadorn, venute attraverso i secoli, come un'emanazione,
nella mente di Arrigo Boito che le ha tradotte
in tutta la loro freschezza nativa.

Dopo questa, ogni altra cosa par sbiadita. Ma
qualche fanciulla pensosa amerà forse ch'io le ripeta
i gentili versi sulla conchiglia, che emergono
come un fiore dall'alto e fragile stelo fra la fioritura
d'Ero e Leandro; i versi che rappresentano fulgidamente
la profetica virtù che le fanciulle, custodi di
ogni poesia, amano tanto di attribuire alle cose inanimate,
rinnovellando in forma blanda l'oracolo antico:

   | Conchiglia rosea
   | Del patrio lido
   | Piccolo nido,
   | Del vasto mar.
   | Dell'alma Venere
   | Culla e flottiglia
   | Rosea conchiglia.
   |
   | In te ricircolano
   | Mille volute
   | Che fan che mormorino
   | Fin l'aure mute.
   | Tu canti e sfolgori
   | Coro fra i cori
   | Oro fra gli ori
   | Del sacro altar.
   |
   | [pg!247]
   | Entro ti palpitano
   | Le nettunine
   | Ninfe che avvincolansi
   | D'aliga il crine
   | E tutti i zeffiri,
   | Pel cielo erranti
   | E tutti i canti
   | Del pescator.
   |
   | Dimmi l'oracolo
   | Di mia fortuna,
   | Tu della duna
   | Eco e splendor.
   | Parla, la vergine
   | Cupida origlia,
   | Rosea conchiglia.
   |
   | L'api che ronzano
   | Fra gli oleandri
   | Ne' tuoi meandri
   | Odonsi ancor.
   | Un trillo eolio
   | In te bisbiglia
   | Rosea conchiglia.
   |
   | Parla... e che? turbinano
   | Sconvolte l'onde!
   | Crollan.... rigurgitano...
   | Alte e profonde.
   | E sull'equorea
   | Terribil ira
   | Piomba la diva
   | Furia del tuon.
   |
   | Orror profetico!
   | Rombo bïeco!
   | Terribil eco!
   | Ria visïon!
   | Fuggi! Ho una lagrima
   | Sulle mie ciglia
   | Tetra conchiglia!

E ora quelle fra voi che presto calcheranno la
piccola orma sulla sabbia di qualche beato cantuccio
di spiaggia italiana, non dimentichino di insudiciarsi
la punta delle dita per strappare al tepido e bigio
umidore delle labbra del mare una delle sue ruvide
margherite. E non siano presagi di tempeste il risultato
del responso capriccioso, ma sogni di pace nel
ronzìo delle pecchie, nell'alitare dei zeffiri, nelle nenie
dei pescatori.

[pg!248]


Piccolo intermezzo in prosa.
----------------------------

«.... la connaissance du coeur humain conduit à
l'indulgence et à la bonté.»

.. class:: right

| :small-caps:`Flammarion.`

.. toc-entry:: XII. Giosuè Carducci.

XII.
----

.. class:: center large

| Giosuè Carducci.

Onoriamo l'altissimo poeta, il nostro Carducci — una
gloria vivente d'Italia. [#]_ Dopo, direte addio al
mio verziere e ho caro che nelle vostre menti giovinette
rimanga più a lungo l'immagine sua. Voi
dovete essere, lo ripeto, fanciulle, le vestali dell'ideale,
le custodi dei sentimenti grandi e buoni, è a
voi di ricordare che ancora al mondo ne rimane
la diva scintilla: a voi di ridestare i già spenti, di
bandire crociate contro gli apostata dei primi obblighi
sacri delle giovinezze studiose: la riverenza e
la gratitudine. In ogni tempo e in ogni luogo la superiorità
dello spirito o del cuore si pagò e si paga
assai cara; è intorno alle roccie titaniche che i flutti
si frangono con più sonante rimescolìo — sulle basse
scogliere l'onda passa tranquilla, obliosa, irridendo.
La vita dei grandi è travagliata, infelice — ma quante
amarezze che la gloria non lenì, raddolcirono bianche
mani femminili null'altro che col posarsi su di
una fronte! Ricordatelo, voi, che siete la primavera
che promette e l'avvenire che si sogna.

.. [#] Quando fu scritto questo capitolo l'illustre poeta viveva ancora.

Lasciando da parte, dunque, le opere più note
del poeta, — che a scuola o a casa persone assai più
valenti di me vi hanno commentato — rivolgeremo
[pg!249]
la nostra attenzione alle creazioni minori, nelle quali
pure le qualità adamantine del padre rifulgono in
tutta la lor classica purezza. Io ho un po' di manìa
per le opere minori in genere, che non di rado preferisco
alle altre perchè, mentre serbano l'aria di
famiglia, hanno quasi sempre _`un abbandono` più ingenuo
e più grazioso. Sono belle bimbe vestite da
casa al confronto delle sorelle già al vertice della
giovinezza rigogliosa, abbigliate per una comparsa
ufficiale nel mondo. C'è il fàscino dell'inesplorato,
del romito e della brevità come nelle scorciatoie in
confronto alle vie maestre — l'attrattiva d'un salottino
intimo e abitato, in paragone ad un salone per
i ricevimenti di parata — la promessa vaga di una
quantità di piccoli incidenti impreveduti, di cento
piccole meraviglie inattese, di mille suggestioni insperate — come
in un'escursione a piedi invece di
un viaggio in ferrovia. E così potrei moltiplicarvi
gli esempi all'infinito. Ma già voi mi avete intesa
a volo. L'anima del poeta pare riguardare in sè stessa
senz'altra cura che di meriggiare, e di questo riposo
viene a noi pure un refrigerio soave. Se è addolorato,
il suo dolore è dimesso — se gaio, la sua
gaiezza è infantile. Così è il Canzoniere che mi rivela
più lucidamente lo spirito di Dante, il *Rinaldo*
che rende la freschezza d'immaginazione del Tasso
intorpidita nella sua celebre Gerusalemme: e uno
dei più schietti modelli di poesia italiana ci viene
offerto da una produzione tutta intima della quale
l'autore — il Petrarca — quasi si vergognava.

Ma *qui regna Carducci*. Parliamo di lui.

Si può ammirarlo, il Carducci, con più o meno
entusiasmo, ma il suo ingegno non si può discutere.
È classico, determinato, possente, qualche volta
[pg!250]
formidabile: — efficacemente sintetico sempre — condizione
essenzialissima per una forte vitalità poetica.
Come da un terso blocco di marmo pario, egli cava
dalla sua mente ogni sorta di capolavori, che il sole
dell'arte illumina e riscalda. Monumenti colossali e
statuette da salotto — gruppi armoniosi e bassorilievi
purissimi — arche d'una divina sobrietà trecentista
su cui il simulacro del guerriero, come stanco,
riposa colle mani in croce tutto armato, e guglie
aguzze di qualche magnifico edificio che sfida il
tempo. Qualche volta non ne ricava che una lapide
nuda, fredda, ma ci scolpisce su qualche parola che
infiamma. Quando narra di storia, diletta come se
ci facesse passare dinanzi agli occhi una serie di
quadri dei floridi pittori veneti del cinquecento — quando
fantastica, ci trasporta sulla poderosa ala
d'aquila fino al sole — quando ricorda o rimpiange,
ha l'abbandono pieno di pietà d'una querce abbattuta — d'un
rudero invaso d'edera — di qualche
cosa di grande e di già vittorioso piegato e vinto.

Ma meglio che le mie sbiadite parole vi cesellerà
egli medesimo l'immagine propria. Tolgo molto dalle
*Rime Nuove*, raccolta de' suoi versi che io preferisco.

Ecco come questo spirito di titano intende il
poeta:

   | .  .  .  .  .  .  .
   | Il poeta è un grande artiere,
   | Che a 'l mestiere
   | Fece i muscoli d'acciaio:
   | Capo ha fier, collo robusto.
   | Nudo il busto,
   | Duro il braccio e l'occhio gaio.
   |
   | Non appena l'augel pìa
   | E giulìa
   | Ride l'alba e la collina,
   | [pg!251]
   | Ei co 'l mantice ridesta
   | Fiamma e festa
   | E lavor ne la fucina;
   |
   | E la fiamma guizza e brilla
   | E sfavilla
   | E rosseggia balda audace,
   | E poi sibila e poi rugge
   | E poi fugge
   | Scoppiettando da la brace.
   |
   | Che sia ciò non lo so io;
   | Lo sa Dio
   | Che sorride a 'l grande artiero.
   | Ne le fiamme così ardenti
   | Gli elementi
   | De l'amore e de 'l pensiero
   |
   | Egli getta, e le memorie
   | E le glorie
   | De' suoi padri e di sua gente.
   | Il passato e l'avvenire
   | A finire
   | Va ne 'l masso incandescente.
   |
   | Ei l'afferra, e poi de 'l maglio
   | Co 'l travaglio
   | Ei lo doma su l'incude.
   | Picchia e canta. Il sole ascende,
   | E risplende
   | Su la fronte e l'opra rude.
   |
   | Picchia. E per la libertade
   | Ecco spade,
   | Ecco scudi di fortezza:
   | Ecco serti di vittoria
   | Per la gloria,
   | E diademi a la bellezza.
   |
   | [pg!252]
   | Picchia. Ed ecco istoriati
   | A i penati
   | Tabernacoli ed a 'l rito:
   | Ecco tripodi ed altari,
   | Ecco rari
   | Fregi e vasi pe 'l convito.
   |
   | Per sè il pover manuale
   | Fa uno strale
   | D'oro, e il lancia contro 'l sole:
   | Guarda come in alto ascenda
   | E risplenda,
   | Guarda e gode e più non vuole.

Oh così, così mie fanciulle, erano i bardi dell'età
passata — così confidiamo che siano quelli dell'avvenire!
Avete sentito che gagliardìa d'ispirazione e
di tocco, che nitidezza di espressione — come il
Carducci è padrone della lingua, del verso, della
rima, come è poeta in essenza e artefice nella manifestazione?
Oh sì, il rude artiero che doma la
materia e col robusto braccio foggia cose sì gentili
baciato dal sole levante è lui — ahimè, forse solo.

Il Carducci ha radicato e vigile l'amore della sua
terra al cui pensiero fra il tempestar delle passioni
spesso ricorre come a un ritornello blando e addormiente.
Questo sonetto è una particella viva di cuore:

.. class:: center

| TRAVERSANDO LA MAREMMA PISANA.

..

   | Dolce paese, onde portai conforme
   | L'abito fiero e lo sdegnoso canto
   | E il petto ov'odio e amor mai non s'addorme.
   | Pur ti riveggo, e il cuor mi balza in tanto.
   |
   | Ben riconosco in te le usate forme
   | Con gli occhi incerti tra 'l sorriso e il pianto,
   | E in quelle seguo de' miei sogni l'orme
   | Erranti dietro il giovanile incanto.
   |
   | [pg!253]
   | Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
   | E sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
   | E dimani cadrò. Ma di lontano
   |
   | Pace dicono a 'l cuor le tue colline
   | Con le nebbie sfumanti è il verde piano
   | Ridente ne le pioggie mattutine.

Eccovi, giovinette, una *Mattinata* tutta giovine, tutta
rugiadosa. Mi piace trascriverla perchè è uno stupore
di bellezza, poi perchè la mia anima ode insieme
a quelle parole l'eco d'un'armonia e d'una voce
ora mute per sempre....

   | Batte alla tua finestra, e dice, il sole:
   | Levati, bella, ch'è tempo d'amare.
   | Io ti reco i desir de le vïole
   | E gl'inni delle rose a 'l risvegliare.
   | Da 'l mio splendido regno a farti omaggio
   | Io ti meno valletti aprile e maggio
   | E il giovin anno che la fuga affrena
   | Su 'l fior de la tua vaga età serena.
   |
   | Batte a la tua finestra, e dice, il vento:
   | Per monti e piani ho viaggiato tanto!
   | Sol uno de la terra oggi è il concento,
   | E de' vivi e de' morti un solo è il canto,
   | De' nidi a i verdi boschi ecco il richiamo:
   | \— Il tempo torna: amiamo, amiamo, amiamo —
   | E il sospir de le tombe rinfiorate:
   | \— Il tempo passa: amate, amate, amate. —
   |
   | Batte a 'l tuo cor, ch'è un bel giardino in fiore,
   | Il mio pensiero, e dice: Si può entrare?
   | Io sono un triste antico vïatore
   | E sono stanco e vorrei riposare,
   | Vorrei posar tra questi lieti mai
   | Un ben sognando che non fu ancor mai:
   | Vorrei posar in questa gioia pia
   | Sognando un bene che giammai non fia.

[pg!254]
Come questa perfezione di leggiadria sfavillava nei
tuoi canti, povero e caro ragazzo! Come mi fa male,
ora, il ricordo di quell'accento quasi nostalgico con cui
pronunziavi le parole sovrumane... con cui dicevi di
voler riposare sognando un bene che nel nostro
mondo non c'è...

Fanciulle mie, siamo oramai alle soglie del verziere,
perdonatemi questo ultimo indugio. Vedete, si
delinea già come un miraggio una vignetta delicatissima:

   | La stagione lieta e l'abito gentile
   | Ancor sorride a la memoria in cima
   | E il verde colle ov'io la vidi prima.
   | Brillava a l'aere e a l'acque il novo aprile,
   | Piegavan sotto il fiato di ponente
   | Le fronde a tremolar soavemente.
   |
   | Ed ella per la tenera foresta
   | Bionda cantava a 'l sole in bianca vesta.

Ecco in otto versi la manifestazione più ampia e
più profonda della primavera.

Ora udite come parla Giosuè Carducci del mio
paese. Dovreste saperla tutte a memoria la seguente
poesia, forti fanciulle che guardate cogli occhi bruni
e fieri riflettersi le stelle nel piccolo Reno: *piccolo
d'onde e di valor gigante*; il Monti dice.

Il Carducci si rivolge a Severino Ferrari — un
simpatico poeta celebratore della sua nativa campagna
emiliana:

   | O Severino, de' tuoi canti il nido,
   | Il covo de' tuoi sogni io ben lo so,
   | Ondeggiante di canape è l'infido
   | Piano che sfugge a 'l curvo Reno e al Pò.
   | [pg!255]
   |
   | Da gli scopeti de la bassa landa
   | Pigro il pizzaccherin si drizza a volo:
   | Con gli strilli di chi mercè dimanda
   | Levasi de le arzàgole lo stuolo,
   |
   | Stampando l'ombra su per l'acqua lenta
   | Ove l'anguilla maturando sta.
   | Oh desìo di canzoni, oh sonnolenta
   | Smania di sogni ne l'immensità!
   |
   | Oh largo su gli alti argini del fiume
   | Risplender rosso de l'estiva sera!
   | Oh palpitante de la luna a 'l lume
   | Tenero verdeggiar di primavera!
   |
   | Quando i pioppi contemplano le stelle
   | Innamorati con lungo sospir,
   | Ed un lontano suon di romanelle
   | Viene da' canapai lento a morir!
   |
   | Allor che agosto cada, o Severino,
   | E chiamin l'acqua le rane canore,
   | Noi tornerem poeti all'Alberino,
   | Tutti solinghi in bei pensier d'amore.
   |
   | Ed a' tuoi pioppi ne le notti chete
   | Noi chiederem con desiosa fè:
   | O alti pioppi che tutto vedete
   | Ditene dunque: Biancofiore ov'è?
   |
   | Siede in riva a un bel fiume? o il colle varca
   | Tessendo a 'l capo un cerchio agil di fiori?
   | O dentro una sestina de 'l Petrarca
   | Beata ride i nostri vani amori?

Anch'io saluto ancora una volta passando, la
vostra immagine, o alti pioppi che tutto vedete — che
vi incurvaste, giganti benigni, alla mia debole
[pg!256]
infanzia; — alti pioppi dalla rude base frondosa
nell'ombra, dalla cima esile intrisa di luce, come un
grandioso sogno umanitario! Quando l'anima è di
poeta, da ogni più insignificante episodio, da ogni
più arida pagina di storia sbocciano fiori. Il *comune
rustico* per andamento di verso, per l'elegante semplicità
quasi ingenua che vi spira dentro e che si modella
meravigliosamente all'idea, per efficacia di rappresentazione,
è una gemma. Un simbolista direbbe:
uno smeraldo.

   | O che tra faggi e abeti erma su i campi
   | Smeraldini la fredda ombra si stampi
   | A 'l sole de 'l mattin puro e leggero,
   | O che foscheggi immobile ne 'l giorno
   | Morente su le sparse ville intorno
   | A la chiesa che prega o a 'l cimitero
   |
   | Che tace, o noci de la Carnia, addio!
   | Erra tra i vostri rami il pensier mio
   | Sognando l'ombre d'un tempo che fu.
   | Non paure di morti ed in congreghe
   | Diavoli goffi con bizzarre streghe,
   | Ma de 'l comun la rustica virtù
   |
   | Accampata a l'opaca ampia frescura
   | Veggo ne la stagion de la pastura
   | Dopo la messa il giorno de la festa.
   | Il Consol dice, e poste ha pria le mani
   | Sopra i santi segnacoli cristiani:
   | \— Ecco, io parto fra voi quella foresta
   |
   | D'abeti e pini ove a 'l confin nereggia.
   | E voi trarrete la mugghiante greggia
   | E la belante a quelle cime là.
   | E voi, se l'unno o se lo slavo invade
   | Eccovi, o figli, l'aste, ecco le spade,
   | Morrete per la nostra libertà. —
   | [pg!257]
   |
   | Un fremito d'orgoglio empiva i petti,
   | Ergea le bionde teste, e de gli eletti
   | In su le fronti il sol grande feriva.
   | Ma le donne piangenti sotto i veli
   | Invocavano la Madre alma de' cieli.
   | Con la man tesa il Console seguiva:
   |
   | \— Questo, a 'l nome di Cristo e di Maria,
   | Ordino e voglio che ne 'l popol sia,
   | A man levate il popol dicea: Sì.
   | E le rosse giovenche di su 'l prato
   | Vedean passare il piccolo senato,
   | Brillando su gli abeti il mezzodì.

Termino con un sonetto giovanile non molto conosciuto,
credo. È classicamente severo, è mesto, eloquente.
S'indirizza in fine alla giovinezza — così amo
ripeterlo associandovi nel mio pensiero a una memoria
cara mentre la vita che ancora per voi non è che
un dolce ritmo di danza vi attira fuori dal mio verziere.
Io ci rimango a far l'ortolana, faticosamente,
placidamente:

   | Se affetto altro mortal per te si cura,
   | Spirto gentil cui diamo il rito pio,
   | Pon dal ciel mente a questa vita oscura
   | Che già ti piacque e al bel nido natìo.
   |
   | Vedi la patria come sua sventura
   | Di tua candida vita il fato rio
   | Piangere, e 'l fior degli anni tuoi cui dura
   | Preme l'ombra di morte e il freddo oblìo.
   |
   | Quindi ne impetra tu che a te simile
   | Dritta all'oprar, modesta alla parola,
   | Cresca la bella gioventù virìle:
   |
   | E senta come a fatti egregi è scola
   | Anco una tomba cui pietà civile
   | E largo pianto popolar consola.

.. vspace:: 2

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

..

.. class:: center small

| Casa Edit. L. CAPPELLI — Rocca S. Casciano

..



.. class:: center

| :large:`Jolanda`
|
| :x-large:`LE TRE MARIE`
|
| ROMANZO
|
| 3ª Edizione — Elegante Volume in-16 di pag. 400

..

    Tutte le pagine di questo romanzo sono ispirate
    ai sentimenti di Fede, di Famiglia, di Patria e
    condotte sempre con quella lucidità di concetto,
    con quella finezza di sentimento, con quell'eleganza
    di forma che tanto distinguono ormai l'illustre
    scrittrice. Così tutto il romanzo s'intesse su di un
    soggetto semplice ed elevato: la vita domestica,
    cioè, di tre giovinette, *Le Tre Marie*, che, diverse
    tra loro per indole, per educazione, per condizione
    sociale, offrono uno studio variato, gentile di anime
    e di sentimenti, di lotte e doveri, di sofferenze e
    di dolcezze, di leggerezze, di cuori, di sentimenti.
    Tutto si svolge con la più appropriata naturalezza,
    mentre l'amore vi aleggia sempre or umile e confortato,
    or grande e soave, ora appassionato e
    ardente.

    .. class:: right

    | Prezzo Lire 4

.. clearpage::



.. class:: center

| :large:`Bruna`
|
| :x-large:`L'Intima Fiamma`
|
| LIRICHE

..

    Fiamma di sdegno, per tutto quanto è inganno
    e perfidia, fiamma d'amore per ogni cosa dolce
    e bella, ecco l'intima essenza di questo nuovo
    libro della già nota poetessa emiliana.

    L'elegantissimo volumetto rivela una veemenza,
    un ardimento, una vigorìa insolita nella lira già
    languida e soavemente mesta dell'autrice dei *Canti
    di Capinera* e de *L'ermo sentiero*.

    Veramente nelle cinquanta liriche che compongono
    il volume arde una fiamma nascosta che
    le colorisce e le anima infondendo loro un soffio di
    passione, a molte tragicamente selvaggia! Ma, ecco
    passato il turbine, l'armonia soave dei canti ispirati
    alla bellezza della natura, alle gioie dell'amicizia,
    al bagliore di un sogno fuggente, dilaga
    e carezza l'orecchio, come suono di liuto nella
    tranquillità d'una notte lunare.

    .. class:: right

    | Lire UNA

.. clearpage::



.. class:: center

| :large:`Silvia Albertoni-Tagliavini`
|
| :x-large:`L'OMBRA`
|
| ROMANZO
|
| Un bel volume in-16 di pagine 350.

..

    Una questione importantissima, intorno a cui
    la società non riesce a dire l'ultima parola, *il
    duello*, ha ispirato alla nota scrittrice un romanzo
    che è un fino studio psicologico, e che, pur mirando
    a uno scopo, non ha nulla di comune con la monotona
    pesantezza degli antichi romanzi *a tesi*.
    Un intreccio semplice, uno di quei casi che possono
    sembrar strani, ma di cui la *vita vissuta* ci
    offre a mille gli esempi; un profondo studio delle
    anime; smaglianti ed evidenti descrizioni prese
    dal vero, in cui palpitano dinanzi ai nostri occhi
    varie scene dell'incantato mar Ligure, ecco il libro
    che oggi la signora Albertoni-Tagliavini ci offre.
    Il romanzo ha in sè doti capaci di attirargli l'attenzione
    di ogni genere di lettori, ma è specialmente
    destinato a incontrare la simpatia delle
    signore e signorine, a cui non è dato ogni giorno di
    trovare un libro bello e interessante, che si possa
    leggere.... senza arrossire.

    .. class:: right

    | Prezzo Lire 2,50

.. clearpage::



.. class:: center

| :large:`Enrica Grasso`
|
| :x-large:`FRA DUE SILENZI`
| RACCONTO
|
| Elegante volume in-16 di pagine 170.

    La protagonista è — Clara — una giovine nata
    e cresciuta in un ambiente freddo e diffidente. Le
    stagioni e gli anni si succedono per essa uniformi,
    e, quando s'accorge ch'è primavera e che il cuore
    palpita — le espressioni dubbie e le diffidenze
    paurose della madre, come una doccia fredda, le
    gelano l'anima, le attutiscono il cuore. — Ma il
    tesoro grande d'amore, di cui è pieno il suo cuore
    gentile, erompe dopo la morte de' genitori, quando,
    ricca e sola, il bacio di un fanciullo, di un cherubino — abbandonato — la
    conquide, e Clara passa
    rapidamente da la desolazione a la felicità ch'è
    duratura, che tutto irrora e tutto inonda di gioia,
    di bello, di bene. E il Dottor Alberoni? Che
    bell'anima! E sua sorella? E tutto l'intreccio
    così naturale, così ben condotto? Ma dopo l'amaro
    il dolce, dopo il dolce ancora l'amaro per Clara
    ma questo ultimo è frutto de l'amore puro, sovrumano
    che adduce al sacrifizio, sodisfazione ambita
    da le anime elette, fine ultimo di ogni loro
    dedizione.

    .. class:: right

    | Prezzo Lire 2

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

    Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
    le grafie alternative (leggiadria/leggiadrìa, suicidi/suicidî e simili),
    correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
    corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

       | 15 — Per insegnare? `Ebbene`_ [Ebbe] anche noi!
       | 34 — Camillo `Checcucci`_ [Checchucci] e il suo poema
       | 59 — dello squisito `pseudonimo`_ [pseudomino] di Carmen Sylva
       | 61 — non si `troverebbero`_ [trovorebbero] le stesse aspirazioni
       | 100 — Visione di `Franz Liszt`_ [Frantz Listz]
       | 101 — sonetti dello `Shakespeare`_ [Shakspeare]
       | 172 — resta nascosto nel `sancta-sanctorum`_ [sancta-sanctorom]
       | 212 — non esalti l'ombra `auspice`_ [aupisce]
       | 249 — quasi sempre `un abbandono`_ [un'abbandono]

|
|
|
|
|

.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK DAL MIO VERZIERE \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
   :depth: 0

.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

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  the owner of the Project Gutenberg™ trademark, but he has agreed to
  donate royalties under this paragraph to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation. Royalty payments must be paid within 60
  days following each date on which you prepare (or are legally
  required to prepare) your periodic tax returns. Royalty payments
  should be clearly marked as such and sent to the Project Gutenberg
  Literary Archive Foundation at the address specified in Section 4,
  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
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“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
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LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
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received the work on a physical medium, you must return the medium
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with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

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forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

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warranties or the exclusion or limitation of certain types of
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violates the law of the state applicable to this agreement, the
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limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

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the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
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electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
how to make donations to the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to subscribe
to our email newsletter to hear about new eBooks.

