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   :PG.Id: 38720
   :PG.Title: L'amore che torna
   :PG.Released: 2012-01-30
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Guido da Verona
   :DC.Title: L'amore che torna
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1920
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L'amore che torna
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   This eBook is for the use of anyone anywhere at no cost and with
   almost no restrictions whatsoever. You may copy it, give it away or
   re-use it under the terms of the `Project Gutenberg License`_
   included with this eBook or online at
   http://www.gutenberg.org/license.

   

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      Title: L'amore che torna
      
      Author: Guido da Verona
      
      Release Date: January 30, 2012 [EBook #38720]
      
      Language: Italian
      
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      \*\*\* START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMORE CHE TORNA \*\*\*

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      Produced by Carlo Traverso, Claudio Paganelli, Barbara Magni, and the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net.

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      This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.


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   | GUIDO DA VERONA
   |
   |
   | :xx-large:`L'Amore che torna`
   |
   | ROMANZO
   |
   | VIII.ª EDIZIONE
   | :smallit:`(dal 101º al 150º Migliaio)`
   |
   |
   | :small:`R. BEMPORAD & FIGLIO — EDITORI — FIRENZE`
   | —
   | :small:`MCMXX`

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   |
   | PROPRIETÀ LETTERARIA
   |
   | I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi
   |
   | :small-caps:`Milano — Tip. Pirola & Cella di Primo Cella`

----

[pg!5]




L'Amore che torna
=================

.. epigraph::

   | «Placet, si vis Domine»


— Dormite? — ella domandò, piano, entrando sotto
l'arco della tenda che l'avviluppava in sè come un mantello
d'antico e fosco velluto. Avevo inteso il rumore de'
suoi passi nell'altra stanza, il fruscìo della sua gonna sul
tappeto, ma fingevo di sonnecchiare davanti al caminetto,
con un libro aperto su le ginocchia.

— Dormite? — ella ripetè, avvicinandosi e protendendo
il capo, quasi per meglio discernermi nella semioscurità
della stanza.

— No, stavo pensando, — le risposi con una voce rapida,
che a mio malgrado tradiva l'impazienza di averla
così a lungo attesa.

Bella e ridente nella luce irrequieta della fiamma:

— Ebbene — domandò — non mi dite nulla? non mi
salutate neppure?

— Vi aspettavo per le quattro e mezzo; ora sono le
sei... Veramente mi pare un po' tardi!

— Allora me ne torno via... — E fece ridendo l'atto di
volgersi; poi soggiunse:

— Dunque, siete sempre in collera?

— Con voi non mi riesce! Solo, durante le attese, medito,
e quando medito mi assale a poco a poco l'esasperazione.

— Già, voi avete un carattere bizzarro! Ascoltatemi:
ora vi spiegherò.

— A che serve? Mi sarebbe così difficile credervi!

[pg!6]
— Ed avreste torto, — ella rispose tranquillamente. — Se
volessi mentirvi, saprei anche mentirvi bene.

— Oh... davvero?

— Forse ne dubitate? Noi donne ci confondiamo più
facilmente nel dire la verità.

— Quand'è così, — feci — spiegatevi pure.

— Permettete che mi sieda? — ella domandò in tono
di celia.

— Ve ne prego.

— E che mi tolga la pelliccia? i guanti? il cappello?

— Ve ne prego, — ripetei con la stessa urbanità.

— E che vi chieda un bacio? un bacio su la punta delle
dita?

Mi tese una piccola mano, senz'anelli, con l'unghie
rosee, finemente curate, ove le mie labbra indugiarono
con voluttà, poich'era tepida e morbida come una soave
piuma.

— Ecco, — ella fece, sedendo presso il caminetto e ravviando
i suoi capelli, d'un bel colore d'oro e di bronzo
antico, fusi per comporre insieme una maravigliosa
luce, — ecco: vi aspetterete chissà quale confessione,
chissà quale complicatissima storia... Invece una causa
molto semplice: avevo dimenticato. Leggevo anch'io, vicino
al fuoco, un libro molto bello, e mi ricordai dell'ora
solo quando fu, come voi dite, un poco tardi.

Mi guardò col suo riso impertinente, in cui erano tutte
le grazie e tutte le insensibilità.

Una pausa lunga; ella si leva, guarda i fiori che stanno
in un grande vaso d'argento e trascolorano al riverbero
del fuoco, sceglie una pallida rosa e la pone alla sua cintura.
Io accendo una sigaretta, la decima forse dalle
quattro e mezzo in poi; Ludovico reca il vassoio del tè:
ci sediamo entrambi, aspirando il vaporoso aroma della
bevanda profumata.

— Dunque, — riprendo con indifferenza, — avete letto
molto a lungo? E certo un libro attraentissimo, un libro
strano, perchè voi amate soltanto le cose strane...

— Non sempre, qualche volta, anche le tristi.

[pg!7]
— Allora, oggi, un libro triste?

— Sì: «\ *Le roman d'un spahi*», del Loti. Era l'unico
libro suo che non avessi ancor letto.

— Vi piace Loti?

— Molto; perchè ne' suoi libri mi rassomiglia un poco;
sente cioè tutte le cose con un'anima che non è sua,
ma che gli appartiene e che sa far comprendere come se
fosse la sua.

— E questa seconda anima cosa sarebbe, in voi ed
in lui?

— Oh Dio, è ben difficile a definirsi! Un misto d'ingegno
e di fantasia, d'indifferenza e di sensibilità, di superficiale
e di profondo, di curioso e d'inutile.

— È vero; per Loti è vero. Per voi, non so... perchè
non vi conosco.

— Ah?... ricominciate le indagini solite?

— No, me ne guardo bene. Mi avete già data una risposta
la quale vieta ogni ulteriore commento. Mi avete
detto: «La mia vita passata non vi appartiene, come
non appartiene a me sola... dunque non insistete, perchè
inevitabilmente vi mentirei.» Questa frase risolve tutto;
non insisto più.

— Ed è forse meglio per entrambi. Vi ho detta la verità
fino al segno cui potevo giungere: non chiedetemi
oltre. A me riesce più facile inventare una fiaba che risolvermi
ad una confessione, perchè non amo intrusi nella
mia vita intima ed inoltre ho più fantasia che memoria...
Perdonatemi, la colpa non è mia!

Tutto questo ella diceva con indefinibile grazia, in una
lingua straniera che usava con familiarità, sebbene vi
risuonasse talvolta l'accento natìo, come in tutta la sua
persona era segnato, puro e splendido, il tipo della sua
terra ungherese.

— Via, Germano, — ella seguitò con maggiore dolcezza — perchè
tormentarci? Perchè mi lascerete partire
con un triste ricordo?

— Partire? — l'interruppi vivamente. — Ieri mi avevate
quasi promesso che...

[pg!8]
— Sì, ieri... Ma poi ho meglio riflettuto, e mi sono persuasa
che devo partire.

— Non comprendo questa necessità. Voi siete libera,
credo.

— Appunto perchè lo sono, e vorrei rimanerlo sempre, — rispose,
con una leggera ombra nel viso.

— Temete forse ch'io divenga troppo indiscreto? che
m'impadronisca troppo della vostra libertà?

— Non è per questo, Germano.

— Ed allora?

— La ragione è un'altra. Ve la scriverò dopo aver
lasciato Roma. Per ora non mi domandate nulla, nulla,
vi prego.

Il fuoco era quasi spento, la stanza semibuia, il rumore
della strada reso fievole dalle folte cortine. Di quando in
quando uno scalpitìo di cavalli sul lastricato, un crepitare
della brage morente; nell'aria il profumo delle rose d'inverno,
languida fragranza di fiori sbocciati senza sole; ed
ella era seduta nella grande poltrona di cuoio dai foschi
rilievi, co' due piedini sovrapposti, appena uscenti fuor
dalla balza, le mani posate sui bracciuoli: tutta vestita
di nero.

Da quando ella era divenuta «la mia amica», poichè
amava ella stessa chiamarsi così, io vivevo nell'ardore di
una febbre in cui erano gioie forse più acute che nella
voluttà di possederla e tormenti più acerbi che nell'assoluta
rinunzia. Sentivo confusamente che se fosse partita,
se non avessi potuto più soffrire della sua presenza, mi
sarei creduto per sempre incapace di accendere in me un
altro desiderio, di esprimere un'altra ammirazione, di conoscere
o di pensare un'altra bellezza, la quale somigliasse
lontanamente alla sua.

Per questo le andai vicino, e dimenticando il fugace
rancore le parlai quasi tremante.

— Non andrete via, — la pregai. — Non posso lasciarvi
partire!

Mi guardò a lungo, mi porse la mano, ebbe un sorriso
pieno di tristezza, mi disse:

[pg!9]
— Anch'io vorrei forse restare, ma invece devo, devo
andarmene via... — Poi soggiunse: — Ritornerò; verrete
voi a vedermi... chissà!

— No, Elena: se partite questa volta, non ci vedremo
più; mai più.

— Perchè mi dite questo? Anche la prima volta noi
credevamo che sarebbe stato così, ed invece... La vita è
tanto bizzarra!

— Elena, io farò in modo che non ci si riveda.

— Voi? e perchè?

— Perchè è sempre triste, enormemente triste, rimanere
a mezza strada fra l'indifferenza e l'amore, fra la
curiosità e il desiderio, fra quello che è stato e quello
che poteva essere. Un sogno si può talvolta sopprimere,
ma incatenarlo, precludere ad esso l'avvenire, questo
no. D'altronde fra voi e me l'amicizia non è possibile.
Perchè essere solamente amici quando è lecito amarsi?
Elena, da che vi conosco non ho avuto verso di voi la più
piccola irriverenza, non ho tentato mai di spingere la
nostra intimità oltre il limite che le avete voluto prefiggere,
trovando questo, non solo naturale, ma opportuno,
perchè siete fra quelle donne che si debbono avere sempre
o non avere mai.

— Credete proprio che ci siano tali donne? — ella rispose
con volubilità. E, nel fissarmi, qualcosa di crudele
attraversò la sua ferma bellezza.

— Se vi sono, — risposi — hanno certamente il diritto
di farci anche soffrire.

— Sentite, — m'interruppe, con riso pieno d'ironia su
la bocca giovine, — credo che voi parliate con molta facilità...
Veramente vi ammiro!

— Perchè? — feci, un po' confuso.

— Via! Mi piace la sicurezza con la quale dite queste
cose molto gravi e molto serie. Parlando con voi, talvolta
mi sembra di assistere alla recitazione d'un ottimo attore.

— È dunque singolare che si abbia entrambi, esattamente,
la medesima impressione.

— Eccovi súbito mordace. Ma no!... io trovo questa
[pg!10]
una cosa naturale! Passiamo tante ore, qui, soli, nè possiamo
far altro che parlare. Ditemi, avete avute molte
amanti voi?

— Sì, molte, come tutti gli uomini che possiedono le
qualità essenziali per piacere alle donne, ossia un bel
nome, un patrimonio mai esausto, e molta disinvoltura.

— Credete che queste qualità bastino sempre?

— Sempre almeno per correre quella via battuta che
si chiama la via del cuore femminile.

— E ne avete amate molte?

— No, amate no. Le ho predilette, come alcuni prediligono
i fiori. Mi è piaciuto coltivarle, carezzarle, per ricevere
in cambio il loro profumo, persuaso che questo
profumo sia forse nella donna la cosa migliore. Ma purtroppo
non ho mai saputo dare un'importanza grave ai sentimenti
che sfioravano il mio cuore sbadato. Poi un'altra
cosa vi dirò: mi è mancata una, forse la più superficiale,
fra quelle distrazioni che ad altri uomini rendono così attraente
il gioco dell'amore; voglio dire il capriccio, la
passione che nasce per puntiglio, la tenacità. Davanti ad
una porta che si chiudeva con ostinatezza non mi sono
mai fermato a lungo; andavo altrove... e di porte che si
aprono ve ne son tante al mondo!

Ella sorrise evasivamente, con un sorriso incomprensibile,
alzando la mano verso una parete ov'erano in mostra,
dietro un cristallo, alcuni ritratti di donne; poi, dalla
parete, verso un quadro, e disse:

— Quelle, per esempio?

Anch'io volsi da quella parte gli occhi, e risposi con
una certa pacatezza:

— Sì, quelle, oppure tante altre che non ricordo più.

— Voi parlate come Don Giovanni in un giorno di
noia...

— Oh, no! — risposi ridendo. — La vostra ironia non
mi ferisce affatto, perchè davvero non penso di aver seminate
molte vittime lungo il mio cammino. Anzi la mia
coscienza dorme tranquilla. Ho conosciute molte donne,
ho creduto di amarne alcuna, mi sono accorto alla fine
[pg!11]
di non aver amato mai. E per questo ve ne parlo senza
gioia, senza rancore, come potrei ricordare il nome dei
cavalli preferiti che ho fatto correre su gli ippodromi,
quand'ero più ricco, e degli amici che m'hanno aiutato a
dissipare gaiamente la vita. Lo scopo nel mondo è provare
molte sensazioni: se poi si confondono insieme, che
importa? La sensazione è un sentimento che scende sino
al fiore dell'anima e non la pénetra, ma la fascia soltanto:
per questo è più soave. Senza tormentarvi, senza
farvi male, vi dà una specie d'ebbrezza. Ecco, vi dirò:
vi sono alcuni profumi così intensi che son quasi un sapore;
la sensazione è tale: un profumo che vi porta tutta
l'anima di una cosa e vi commuove come un sentimento.

Da capo, su le sue labbra, quell'impercettibile segno
d'irrisione che talora pareva un freddo scherno, talvolta
un'addolorata ironia.

— Perchè, — le domandai dopo un silenzio — perchè
mi guardate così?

— Io?... — fece trasognata. — Non saprei.

— Volete forse ripetermi la frase di prima, dirmi...

— Che siete un commediante? Sì, forse. Ma la commedia
è vita in chi la rappresenta bene.

Poi, mutando viso, allungò la mano verso un astuccio
d'argento che luccicava sopra un tavolino e disse:

— Via, datemi una sigaretta, Germano!

Il suo volto era tutto soffuso dal rossore della brage
ravvivata, ma nell'ombra la sua mano protesa era calma
e pura come quando la baciai la prima volta, in un giardino
d'albergo, allo sfiorire d'un autunno ligure, mentre,
ne' suoi occhi di fanciulla, ridevano le maraviglie del cielo.

[pg!12]




II
==


Ella non dava pace a' miei sensi; la sua bellezza non
posseduta mi assediava come un incubo nella febbre. Le
cose più futili mi richiamavano a questo pensiero; talvolta
un profumo, un suono, una inflessione di voce, un
oggetto qualsiasi da lei toccato, ammirato, desiderato.

Tutto ricordavo di lei, quand'era assente, con una esattezza
mirabile. Avrei potuto, anche da solo, comprarle un
paio di guanti, sceglierle un cappello, conoscere fra cento
lo stivaletto che meglio le avrebbe calzato. Così mi avveniva
di fermarmi fanciullescamente davanti alle vetrine
per fare queste scelte mentali.

Un giorno anzi, la marchesa Serra di Marziano, la Senatoressa,
un'amica mia nel tempo del suo fiore, (oh, declinare
d'una splendida estate!), la marchesa Serra di
Marziano mi sorprese davanti un negozio di mode in
questa palese contemplazione.

Scendeva dalla sua carrozza e d'improvviso mi capitò
dietro le spalle.

— Che fate, Guelfo? — esclamò allegramente. — A'
miei tempi non vi conoscevo questa passione per i cappellini
ed i boa delle signore!

— Allora, marchesa, preferivo svestire... — le risposi
con un tono di burla galante per trarmi d'impaccio; — ed
ora preferisco vestire: che volete mai, s'invecchia!

— Dunque state facendo una scelta. Entrate con me;
chissà che non vi possa dare un buon consiglio.

— Vi assicuro, marchesa, che non facevo nessuna scelta;
guardavo la vetrina per semplice curiosità.

— Ebbene, accompagnatemi lo stesso; il buon consiglio
[pg!13]
me lo darete voi, — rispose la bella donna con quel sorriso
ch'era tuttavia rimasto giovine su la sua bocca troppo
arrossata. — So che avete buon gusto.

E così dicendo i suoi occhi esprimevano un'ironia di
ricordi lontani. Volle che la seguissi nella sala di prova e
mi fece sedere in un angolo, dicendomi:

— Fumate pure; così vi annoierete meno. È vero, Madame
Josephine, che gli permettete di fumare?

Madame Josephine, una Parigina, venditrice di eleganze,
che sapeva ricevere le sue clienti con un garbo davvero
impareggiabile, non solo mi accordò volentieri questa licenza,
ma prese ad enumerare i nomi di tutte le signore
che ormai «ne se gênent plus» e fumano in sala di prova,
«comme les messieurs à leur cercle!»

Intanto la marchesa provava e riprovava con una rapidità
nervosa tutti gli ultimi «modelli di Parigi», guardandosi
ad ogni specchio e cicalando senza tregua.

— E questo come vi pare, Guelfo?

Era un cappello larghissimo di tesa, con una grande
piuma da un lato, alla Rembrandt, semplice, di una eleganza
squisita. Si confaceva mirabilmente con la sua bellezza
matura.

— Non vi sta bene; mi sembra un po' troppo eccentrico, — risposi
per dispetto. Madame Josephine ne fu
scandolezzata, ella che lo trovava «séyant comme tout!»

— «Oh, mais les hommes, mon Dieu!...» — mi disse
con un sorriso paziente.

Infine la marchesa scelse un cappello ch'io le consigliai
caldamente, perchè m'annoiavo, ed uscimmo insieme.

Era su l'imbrunire. La luce color d'ambra del tramonto
laziale orlava gloriosamente le guglie delle chiese lontane.
Volle che facessi un giro nella sua carrozza. Partimmo
al trotto veloce dei due grandi sauri che riempivano la
contrada di fragore.

Ella portava un profumo troppo forte; rammentai che
nelle stanze chiuse questo profumo talvolta mi dava il
mal di capo; aveva la bocca troppo rossa, una bocca da
molti baciata.

[pg!14]
— Non vi sembra incredibile, — ella disse d'un tratto — che
noi siamo rimasti amici, e buoni amici, anche dopo
esserci amati per qualche tempo ardentemente? È una
cosa rara.

Il mio pensiero errava lontano, per altre vie, soggiogato.

— È una cosa naturale, trovo. — E continuai scherzosamente: — Se
le signore non facessero così, finirebbero
con vivere in mezzo ad un esercito di nemici. Non
vi pare?

— Siete caustico, amico mio! — ella esclamò ridendo. — Ma
quello che più mi dispiace si è che vi
trovo di un umore tetro... — Poi d'improvviso: — Vi fa
soffrire?

— Chi?

— Eh, via!

— Non vi comprendo.

— Oh, insomma, la nuova, l'ultima... la più bella!

Io mi strinsi un poco nelle spalle.

— Povero Guelfo, — continuò; — io vi conosco bene,
perciò vedo che state passando una crisi.

— Una crisi?

— Precisamente. Siete un ubbriaco morale, avete una
manìa d'amore. Sento che i vostri nervi soffrono.

— E come lo sapete voi?

Lenta e blanda si appoggiava contro la mia spalla;
v'era nella sua voce qualcosa di torbido, che improvvisamente
mi accendeva nella memoria il pensiero delle carezze
d'una volta.

— Come lo sapete voi? — feci di nuovo, poichè aveva
taciuto. Mi fissò gli occhi negli occhi, con un riso esperto,
e disse:

— Non è così, forse? Non è vero che vi esaspera? Io
non so come stiano le cose, ma penso che l'amore platonico
non sia fatto per gli uomini del vostro temperamento!

E continuò a ridere, di quel riso che m'irritava come
una provocazione. La guardai. Un senso d'angoscia mi
sopraffece, in cui v'era pure un senso di ostilità contro
[pg!15]
quella donna, contro quel profumo, contro tutte le cose
che faceva o diceva per molestare la mia nervosità. Ma
d'un tratto, come sotto il chiarore d'una luce ambigua,
mi parve rivedere in lei l'amante di una volta, la donna
gloriosa e gioiosa che aveva dispensato il vizio come il
suo pòlline un fiore. E mi piacque, perchè aveva la bocca
tinta di rosso, il profumo estremamente forte, la gola un
poco sfiorita.

Certo se ne avvide: una sua mano furtiva mi cercò.

— Germano, — disse con la voce velata, — se io fossi
ancora la vostra amica non vi renderei così triste.

Di nuovo la guardai. V'erano ancora nel suo volto i
vestigi di una grande bellezza, gli occhi le splendevano
d'un chiarore di gioventù.

— Se fossi ancora la vostra amica... — pronunziò più
lentamente, con un brivido.

Ora, davanti a noi, si aprivano i Prati del Castello
vasti e bui della solitudine della sera imminente. Fumavano
su dalle torri della prigione antica lenti fasci di
nebbie crepuscolari, verso il cielo, che da ogni nuvola,
gradatamente abbandonava il giorno.

Vinto da una specie di perversità mi chinai su quella
bocca troppo vicina, che mi alitava su la faccia il suo
torbido e caldo respiro.

— Voi, Guelfo, — mi disse, rannicchiandosi nella pelliccia — voi
siete fra que' rari uomini che una donna
non dimentica mai. Se non foste innamorato, Guelfo...

E si cacciò le mani freddolose nel tepore dell'ampio
manicotto.

— Se non foste innamorato, Guelfo...

— Ma lo sono, lo sono terribilmente... di un pensiero
che mi avete fatto nascere voi!

Un riso aperto le gonfiò la gola, e, quasi per dissimularlo,
si nascose la faccia nel manicotto, fra un mazzo
di viole. Poi, subitamente, cambiando voce, con sottile
ironia:

— Come sta, — mi disse — quella nostra povera
Edoarda?

[pg!16]
Era una domanda sùbdola e ne fui molto infastidito.

— Cosa volete dire, marchesa?

— Nulla: domando sue notizie. È gran tempo che non
la rivedo. Ecco una ragazza che molte hanno ragione
d'invidiare.

— Vi ringrazio della buona frecciata, marchesa! Come
al solito siete crudele.

— Non è crudeltà, caro Guelfo. Certo non posso impedirmi
d'ammirare il vostro imperturbabile coraggio. Alla
vigilia del matrimonio v'ingolfate in una grande passione,
(oh quanto grande!) non solo, ma per colmare un
giorno di nevrastenia tentate anche un ritorno verso gli
antichi amori. Siete un uomo fortunato, voi!... Potete fare
questo ed altro.

— Amica mia, sapete pure che si vive una volta sola.

— Questo sì.

— E dunque?

— Dunque... avete ragione!

— Ci vedremo allora?

— Non so...

— Come non sapete?

— Bisogna riflettere...

— Riflettere? Via!... sarebbe la prima volta!

E ne ridemmo entrambi, con le labbra congiunte.

[pg!17]




III
===


Io vi pongo una domanda semplice:

«Ad una donna che una volta si è amata, o si è
creduto di amare, ad una creatura fragile come l'ambra
e pallida come la cera, è mai possibile tenere un discorso
così terribilmente logico e crudele? È mai possibile dire:

«Ascoltami Edoarda: il mio grande amore non è stato
che una favola, un'illusione... ora è finito; non c'è rimedio
nè speranza, mai più.»

Dirle:

«Tu sai: l'amore che finisce è come una lampada che
si vada spegnendo in una sala piena d'argenterie. Quand'essa
era in vita, tutte le cose intorno brillavano, abbagliavano,
erano altrettante luci; man mano ch'essa muore,
tutto a poco a poco si attenua, si vela, s'adombra... Così
fu per me. Qualcosa cessò di vivere nell'anima mia più
profonda, e lentamente, senza volerlo, divenni per te un
nemico. Le cose tue che mi erano sommamente piaciute
suscitarono in me quasi uno scherno; alcune lentezze
della tua voce mi annoiarono, il vezzeggiativo con il
quale usavi chiamare il mio nome, anch'esso mi dispiacque,
la tua sensibilità eccessiva m'irritò, le tue tenerezze soverchie
mi vennero a noia. Un giorno, me ne ricordo assai
bene, tu cantarellavi... Certo non hai avuta mai un'attitudine
vera per il canto, ma in altri tempi amavo immensamente
udirti accennare qualche bella canzone sottovoce.
Quel giorno — si era in campagna — dovetti uscirmene
in fondo al giardino per non pregarti di tacere. Tu, come
donna, in quest'ora sopra tutte difficile, quando l'amore
pericola, non hai saputo valerti della tua femminilità. Mi
[pg!18]
hai fatto conoscere l'amarezza delle tue lacrime, il tedio
de' tuoi rimpianti. Ora, sappilo, Edoarda: in questi stramonti
dell'amore v'è qualcosa d'ineluttabile, perchè nessuna
forza umana può rinfocolare l'agonia di un sentimento.
Ho cercato d'ingannare me stesso e d'ingannare
te; ma oggi tutto mi riesce vano. È finito, intendi? finito!
E questa parola è irremediabile come tutte le cose
che in sè racchiudono il nulla...»

Ad una creatura fragile come l'ambra e pallida come
la cera, che vi avesse regalato a piene mani tutto il fiore
della sua giovinezza, è possibile confessare una verità più
semplice ancora, dirle:

«Io non ti amo più, perchè mi possiede, m'inebbria e
m'incanta un altro sogno d'amore?...»

No, certo. E l'angoscia continuava.

Ogni venerdì mi era necessario trovare un pretesto
plausibile per non accompagnar a teatro Edoarda e sua
zia, nel solito palco, alla solita ora, con una tediosa monotonia.
Quel pretesto contava tra le maggiori fatiche
della mia settimana. Il venerdì, beninteso, andavo a pranzo
da lei: dovevo dare un mio consiglio su l'abito, sul cappello;
dire qualche scempiaggine perchè la vecchia zia
non s'addormentasse dopo la chicchera di caffè, — indi
subirmi a teatro uno spettacolo eccezionalmente noioso.
Dopo il teatro la zia soffriva d'una specie di languore allo
stomaco: al ritorno, l'aspettava nella sala da pranzo una
piccola cena fredda.

Questo languore in fondo non era che un'ottima invenzione
di Edoarda per procurarci una mezz'ora d'intimità
nel salottino roseo, dove i paralumi attenuavano soavemente
la luce.

Colà mi conveniva essere un'istrione perfetto, consumare
tutte le grandi e piccole finzioni che servono ad intessere
la commedia dell'amore. Molto spesso quello spuntino della
zia durava quanto un vero e proprio banchetto, perchè
la povera donna, dopo averci chiamati una e due volte
sommessamente, cadeva in quello stato di sonnolenza morboso
ch'io solevo chiamare «il letargo della bisarcavola».
[pg!19]
Oh, quante infrenabili tossi! quanti urti — per inavvertenza — nelle
tavole, cercando che si destasse! E dietro
queste piccole astuzie, nel mio cuore angosciato quanta
immensa pietà!

Certo v'erano in me due uomini ben distinti, che senza
posa cercavano di sopraffarsi; due uomini di natura inconciliabile,
negazione perpetua l'uno dell'altro, ed io stesso
non riuscivo a comprendere per quale occulto legame potessero
convivere insieme.

C'era in me un uomo piuttosto dedito alle forme, alle
astrazioni delle cose, guidato da una morale rigida e da
una chiara intelligenza, capace di sentimenti squisiti e
spesso d'ingenuità puerili; raffinato ma non corrotto e
facile all'ardore come allo sconforto; un uomo infine che
amava e rispettava la vita.

Ma insieme un'altro v'era, che aveva per maggiore intento
quello di esaurire tutte le sensazioni, di sviscerare
le cose, per ricercarvi la vanità recondita, con una pertinacia
inaudita; un uomo crudele, scettico, beffardo, che
si accettava senza discussione e si serviva con una singolare
noncuranza. Costui non amava e non rispettava la
vita, ma neanche la temeva, sapendo contrapporre a
tutte le sue minacce lo scudo inflessibile della propria
indifferenza.

In comune avevano solo pochissime qualità: una sobria
eleganza in tutte le attitudini morali ed intellettuali, una
fede calma e perseverante nel favore della sorte, secondo
il motto della mia casa:

«\ *Placet, si vis, Domine!*»

[pg!20]




IV
==


— Dove andiamo, signore? — mi domandò il vetturino,
tutto incappucciato sotto l'ombrello gocciolante.

Gli diedi l'indirizzo del Circolo. Egli fece schioccare la
frusta ed il cavalluccio riprese il suo trotto rassegnato per
i selciati che ruscellavano.

Affacciato al vetro, seguivo con occhi distratti le figure
sghembe dei passanti, che si premevano lungo il marciapiede,
formando con gli ombrelli una specie di lunga tettoia
oscillante.

— Come l'umanità è grottesca quand'è bagnata! — esclamai
meco stesso, quasi per infiltrare un poco di
buonumore nella tetraggine di quel tramonto decembrino.

Fra gli amici che andavo a trovare nelle sale del Circolo
ve n'era uno che mi dava insolitamente noia. Giorgio
Albanese, soprannominato l'«Assillo», per la sua
tenacità nel far la corte alle donne quando se ne incapricciava,
era certo un damerino d'eleganza impeccabile,
dai capelli ben lisciati, lo sguardo vivace sotto l'occhialetto
arrogante, una bianchissima dentatura e qualcosa
d'irritante nell'asciuttezza della sua faccia rasa. Costui, che
certo non ignorava i miei legami con Elena, si era messo
a farle una corte serrata. Già due volte aveva cercato di
avvicinarla per istrada, e di giorno in giorno le mandava
all'albergo grandi mazzi di fiori, biglietti con frasi
galanti, oppure ninnoli, dolci, profumerie, cose tutte che
rimanevano in dono al portiere. Io, poichè non vantavo
sopra Elena che un diritto d'amicizia, dovevo sopportare
tutto ciò in silenzio, benchè me ne rodessi acerbamente.

[pg!21]
Quando entrai al Circolo, si stava giocando una partita
vivace. Camillo Ainardi e Marco Sabbatini tenevano il
banco, gli altri scommettevano poste ragguardevoli. Siccome
il gioco non ammette cordialità, fui accolto con
rapidi saluti e frettolosi cenni della mano.

A capo della tavola il vecchio conte Anghilieri leggeva
l'*Osservatore Romano*, con due paia d'occhiali,
avanzando di tempo in tempo sul tavoliere un modestissimo
gettone, che regolarmente gli si raddoppiava.
Il Mariani, con le mani in saccoccia, attento come un
bracco da fermo, aspettava il buon colpo; Laganà di
Rienzi bestemmiava grossolanamente ad ogni posta perduta.

Entrai nella partita, contendendo il banco ai due
fortunati banchieri, e l'ottenni, mentre Fabio Capuano,
il mio vecchio amico, si alzava pieno di collera, esclamando:

— Per Dio diavolo! Tutti gli anni, al giorno della
Immacolata Concezione, mi càpita un rovescio! Si vede
che io, con le Vergini, son proprio destinato a non aver
fortuna.

Io risi, e gli dissi:

— Vuoi che ti tenga socio nel mio banco?

— Volentieri: per un terzo.

— E' inteso.

Avevo all'occhiello una rosa. Guardai l'Albanese e
risi.

— Perchè ridi? — egli fece.

— Nulla... Tocco la rosa perch'essa mi porti fortuna.
Ho la superstizione dei fiori.

Diedi le carte e perdetti. Nacque sùbito fra l'Ainardi
e il Sabbatini, i soci di prima, una discussione su la precedenza
delle poste. Purtroppo le alleanze di giuoco non
sono che tregue armate.

Si discusse a lungo, finchè intervenne il rubicondo e
calvo marchese Della Pergola per fare una sfuriata. Nonostante
il suo spirito conciliativo, era fra quegli uomini
che giuocano con raccoglimento, e non ammetteva che si
[pg!22]
potesse tanto cicalare davanti alla sacra maestà delle carte
da giuoco.

Infine quel diverbio si compose. Diedi ancora tre volte
il colpo e tre volte perdetti.

Guardai di nuovo l'Albanese, toccando il fiore e risi.

— Non serve! — egli scherzò con ironia, facendo
pompa de' suoi guadagni.

— Servirà.

Cambiai mazzo, e con esso la sorte. In breve raccolsi
tutto il denaro de' miei competitori e persino riuscii a
vincere due volte la rara posta del conte Anghilieri. Egli
borbottò qualcosa dietro il giornale, poi si mise a rasciugar
gli occhiali.

Ed io, tolta la rosa dall'occhiello, piacevolmente la posai
vicino alle carte. Guardai l'Albanese e risi.

Continuammo. La fortuna non mi lasciò. Molti si esasperavano:
l'Albanese, mettendosi e togliendosi nervosamente
l'occhialetto, mi fissava con animosità, poich'era fra
quelli che giuocano contro il denaro e contro le persone
insieme.

Quel mio ridere lo molestava; ed io per esasperarlo
insistetti.

— Vedi bene che l'Immacolata non c'entra, — dissi al
Capuano, il quale trepidava.

— Non bestemmiare, per l'amor del cielo! — questi mi
rispose, facendo le corna. — E rimetti quel fiore dove lo
avevi prima, se non vuoi che ti porti la jettatura.

— Questo fiore?... Ah no! — io dissi, distribuendo le
carte. — Questo fiore è il dono d'uno di noi alla più bella
donna di Roma!

E fissai l'Albanese, che cercò di reprimere un movimento
di dispetto.

— Anche le donne, adesso? — Non mancava che questo
per rovinarci del tutto! — borbottò l'Ainardi.

Ed Antonino Massàra, il pettegolo balbuziente, soggiunse:

— La più bella don-na-di-Ro-ro-ma ti ap-pa-partiene!
Vi-viva la ff-accia tua!

[pg!23]
— Mi apparterebbe forse, — risposi, vincendo il colpo
iniziato, — se non mi fosse contesa. V'è chi me la seduce...
a mazzi di fiori!

— Vuoi alludere a me? — interruppe Giorgio Albanese
in tono di falsetto.

— Credo infatti che fosse tuo quel mazzo dal quale ho
tolta questa bellissima rosa. Volevo dirti che i tuoi fiori
appassiscono tutti nel ripostiglio del portiere. Quanto profumo
sprecato!

— Credo che tu voglia millantare in questo momento, — mi
disse un po' livido.

— Io non millanto mai, — risposi con pacata ironia; — perchè,
sebbene non mi chiamino l'«Assillo», qualche
volta so pungere anch'io.

— Insomma ti avverto che mi secchi! — egli esclamò
dando un pugno su la tavola.

— Ragazzi... per l'amore di Dio!... — fece il marchese
Della Pergola, cantilenando con angelica noia.

— Potrebbe darsi che ne avessi l'intenzione, — risposi
all'Albanese con voce beffarda, fissandolo in faccia.

— Ed io t'ingiungo di smettere! — inveì l'altro, scattando
su, nero come una viperetta.

— Scusa... — gli risposi con una placidità provocante, — ora
poi mi sembri sommamente ridicolo!

Egli fece l'atto di avventarmisi contro, ma con prontezza
gli amici s'interposero e lo trascinarono fuori.

— Credo che tu abbia perduta la bussola! — mi disse
a mezza voce il Capuano, carezzandosi la barbetta
brizzolata che gli dava un po' l'aria del cavaliere antico.

La cosa fu risolta il giorno dopo, con un colpo di
sciabola che ferì leggermente l'Albanese ad una guancia.
Ed il portiere dell'albergo non ricevette più nè profumerie
nè rose.

[pg!24]




V
=


Elena entrò quella sera, con un giornale piegato sotto
il braccio e senza poter nascondere la sua inquietudine.

— Ecco! ecco! — esclamò con un rimprovero sorridente. — Vi
siete battuto con quel signore dei mazzi di
rose. Bravissimo!... e senza dirmi nulla!

— Da ieri non ci siamo più riveduti. Come potevo
dirvelo? Ed a voi chi lo ha raccontato?

— Ne parlavano all'albergo poco fa; poi è stampato
su l'*Italie*. Bravissimo! E, grazie al cielo... Ma perchè
non dirmi nulla?

— Oh, Dio, queste sciocchezze si raccontano poi, vi
pare? Ma toglietevi il cappello almeno, datemi la mano
almeno!

— Pazienza, pazienza! Prima voglio sapere come andarono
le cose. Mi avete fatta fare una bella figura all'albergo!

— E perchè?

— Ma, si capisce! Quando mi diedero la notizia, ebbi
paura che foste ferito, e scioccamente... Insomma, questo
non conta! Poi mi hanno detto che il ferito era l'altro,
«le monsieur aux roses!...» ed allora pazienza! Ma voi,
voi...

E mi scoteva davanti agli occhi l'indice minuscolo in
segno di minaccia.

— Ecco: sono venuta sùbito; mi sento ancora un po'
turbata. Come fu dunque?

Le tolsi un guanto, baciai quella morbida sua mano.

— Come fu? ditemi, ditemi... — pregava con impazienza.

[pg!25]
Le raccontai la storia brevemente. Allora mi venne più
presso, e posandomi entrambe le mani sul braccio mi
domandò:

— Perchè avete fatto questo?

— Perchè l'altro mi dava noia. E' molto semplice. E
perchè voglio che vi lascino stare. Non siete mia, lo so,
ma non importa. Qualche volta penso quasi che lo siate.
Del resto non val la pena che se ne parli più.

Ella mi guardava co' suoi grandi occhi fermi, che le
illuminavano tutta la faccia. Dalla veletta sollevata le
sfuggivano alcune ciocche di capelli, prendendo in quella
luce diffusa il color tizianesco del rame antico. Mi chinai
su la sua bocca, per baciarla, e non osando ancora, mi
indugiai a respirare nel suo respiro, a vivere nel cerchio
della sua vita, con tale un turbamento che dovetti chiudere
gli occhi.

— Elena, rimanete a pranzo da me questa sera... — le
dissi con desiderio e con paura.

Ella si era intanto rivolta verso un gran vaso di lilla
bianchi, e ne carezzava un ramo lentamente, abbassando
la faccia, come per nascondere i suoi pensieri.

— A pranzo? No, no, — rispose in fretta.

— E' una promessa... e non la mantenete mai.

— E' meglio di no.

— Siate buona, Elena...

Si china maggiormente sui lilla, senza rispondere: alcuni
rami s'impigliano tra i suoi capelli.

— Venite a sedervi qui, — le dico.

Viene, lenta: si siede presso il fuoco; i lilla bianchi le
hanno lasciato nel viso tutto il lor pallore. Tace, mi fissa;
tace, contempla il fuoco; erra per la sua bocca un'espressione
indefinibile di tristezza, poi si copre la faccia con i
due palmi, forse perchè nasce in lei, come in me, senza
volerlo, un bisogno irresistibile di pianto.

E quando la interrogo, mi risponde con la voce
rotta:

— Perchè taccio? Non so... Mi sembra di sentirmi un
poco male.

[pg!26]
— Che male?

— Nessuno... tutti... la malinconia.

Vi sono fiori all'intorno, traboccano da ogni vaso, mettono
per la stanza una primavera che illanguidisce ai
riverberi del fuoco. La sua pelliccia trema di riflessi continui
su la spalliera d'un divano; per l'aria naviga una
lenta soavità. Eppure a noi sembra di non poterci parlare.
Le parole si avvicendano, rare, con fatica.

— Dove siete stata oggi?

— All'albergo tutto il giorno.

— Che avete fatto?

— Niente.

— Avete letto?

— No.

— Scritto?

— Nemmeno.

— Mi volete un poco di bene?

— Non so, non so...

E scuote il capo, si copre di nuovo la faccia. Fra le
sue dita scorre una lacrima, luccica un istante nel chiarore
della fiamma, cade.

Io m'inginocchio davanti a lei, prendendole i due polsi;
ma subitamente mi respinge:

— Lasciàtemi, lasciàtemi... Non voglio!

Poi, dalla poltrona in cui sta rincantucciata, si leva
d'improvviso e dice:

— Vado via. Non posso più rimanere qui.

Quasi ruvidamente la trattengo per una mano:

— No! Sono io che non voglio!

Allora mi guarda un momento e le rinasce su l'orlo
dei labbri un ambiguo sorriso.

— Penserete ch'io sia pazza, non è vero?

— Lo sono più di voi, Elena; molto più! Non andate
via.

Ed ecco, ridendo, scuote la testa come per scacciarne
la tristezza e segna con la mano intorno:

— Perchè tutti questi fiori?

— Per voi, per farvi un poco di festa.

[pg!27]
Ride più forte.

— E le rose dell'altro... le rose del vostro avversario...
la stessa cosa, non è vero?

— Come volete, — rispondo, rabbuiandomi. — Può darsi
che sia la stessa cosa. Come volete.

Abbraccia tutti i fiori con un gesto largo e dice:

— Belli!

Poi, di sùbito, volgendosi a me, con la bocca schernevole:

— Come sta la vostra fidanzata?

— La mia... chi vi ha detto?... — esclamò impallidendo.

— Come sta? — ella ripete, un po' convulsa.

— Io non ho fidanzate, o per lo meno, ecco: non ne
ho più.

— Ah?...

— Ma chi v'ha detto questo?

Rapidamente allora si trae dalla cintura una lettera
piegata in più doppi e me la mostra dicendo:

— Questa lettera.

— Non firmata, probabilmente.

— Non firmata, infatti.

— Posso leggerla?

— Se volete.

S'avvicina, la spiega e legge con me. Siamo entrambi
con le spalle rivolte contro il caminetto; il suo dito scorre
su la pagina sottolineando le righe di una calligrafia malsicura
che appare manifestamente simulata.

Dopo aver letto, io taccio un momento, poi le domando:

— Quando avete ricevuto questa lettera?

— Ieri.

— E non mi avete detto nulla ieri?

— No.

— Per qual ragione? Mi sembraste anzi così allegra.

— Certo; perchè no?

— Ebbene: è la verità, o almeno una parte della verità,
quella che tutti sanno.

[pg!28]
Ella intrecciava le dita insieme, poi le scioglieva, standovi
attenta, come se quel lento gesto bastasse ad avvincere
il suo pensiero.

— Ed ora ditemi una cosa, — domandò. — Perchè me
lo avete nascosto?

— Se ve ne spiegassi la ragione, forse non credereste.

— Forse. Ma ditela in ogni modo.

— Ebbene, perchè sapevo, perchè speravo, che un
giorno voi ed io si sarebbe riusciti a vivere insieme. Allora
non volevo lasciarvi supporre che l'avessi abbandonata
per causa vostra.

— Oh!...

— Ve l'ho premesso; non credereste. Ma è tuttavia
così, proprio così. Ho doveri gravissimi verso questa fanciulla,
e non li posso più compiere. Sono miserie che ho
preferito nascondere. Ve l'avrei detto più tardi.

— Per qual motivo non li potete più compiere?

— Perchè in certi momenti mi pare quasi di odiarla.
È crudele a dirsi, ma ora, da qualche tempo, i miei nervi
non la sopportano più.

— L'avete amata?

— Mi è sembrato, una volta.

— E lo sa?

— Lo intuisce; ma finora non ho avuto il coraggio
di farle questa confessione. Temo di vederla troppo soffrire.

— Oh!... ma dunque le donne vi amano tutte così?

— No, non scherzate! La cosa è troppo triste.

— Io v'aiuterò, — ella disse gravemente, dopo una
pausa.

— A far cosa?

— A compiere il vostro dovere.

— Elena, vi ripeto, non burlatevi di me!

— Non mi burlo affatto. Se questo che mi avete detto
è vero, non esitate, non esitate un istante, perchè, Germano,
la cosa più terribile al mondo è quella di aver fatto
soffrire.

E mi parve che un'ombra fugace passasse nel suo
pallore.

[pg!29]
Le andai presso; raccolsi nelle mie mani le sue, come
per meglio comunicarle il mio pensiero:

— Elena, mi siete veramente un po' amica? Posso
parlare con voi? Posso dirvi tutto?

— Ma sì, certo, certo.

Allora le raccontai la mia storia tristissima, le dissi di
questo legame, contratto quasi involontariamente, e che
diveniva ogni giorno più la catena insoffribile, il giogo
sotto il quale avrebbero cercato invano di curvare la mia
indipendenza.

— Sapete, — le dicevo, — io mi domando sempre come
avvenne. Furono gli amici, le circostanze, dovrei dire il
destino, se vi credessi. Vivevo a quel tempo una vita
fastosa, inutile, sfrenata, e c'era una fanciulla che mi
amava, che professava per tutto quanto era mio una religione
appassionata e silenziosa. Cominciarono alcuni amici
con dirmi: «Sai, Guelfo, sarebbe quasi tempo che prendessi
moglie anche tu. Una fanciulla che ti vuol bene, graziosa,
enormemente ricca, senza parenti fuorchè una vecchia zia...
ebbene, cosa puoi desiderare di meglio?» — «Di meglio
che la mia libertà? — risposi. — Nulla!» — E nemmeno vi
pensai. Ma, vedete, qualche volta nasce contro un uomo, per
condurlo a commettere una sciocchezza, quasi una vera e
propria congiura di piccoli avvenimenti, che più tardi non si
ricordano nemmeno più. Io, che la conoscevo appena, ebbi
da quel tempo frequentissime occasioni di vederla, e
quando le parlavo, la sua faccia s'imbiancava come se le
facessi male. Sapeva tutto di me; aveva letti alcuni miei
libri di viaggi; possedeva un mio quadro di molti anni
addietro, che si chiamava, mi ricordo: *La svernata in
Abbruzzo*; insomma ella mi venne incontro come chi ha
sete va incontro alla fontana. Questo non mi diede nessuna
gioia, tranne una grande stupefazione. Era la prima
volta che imparavo a conoscere un'anima di signorina.
Finchè, un giorno, in un albergo di campagna...

E le confessai la mia colpa, nel modo più naturale,
come se parlassi d'un altro e raccontassi una storia udita
per caso. Ella mi ascoltava senza perdere una sillaba,
[pg!30]
ritta contro il camino, con le due mani protese all'indietro
verso il tepore del fuoco. Un contorno di luce rendeva
più ferma l'immobilità de' suoi lineamenti.

— E v'era, — continuai, — v'era, ve lo confesso,
anche un'altra ragione. Il mio denaro sfumava. Di giorno
in giorno vedevo la rovina giungermi sopra a grandi
passi. Oltre a ciò, la noia, la stanchezza di vivere a quel
modo, il bisogno di rinnovarmi un poco... infine la promessa!

Mi era quasi appena caduta dalle labbra, che già mi
pentivo di averla data. Un soffio disperse tutto, l'amore,
la riconoscenza, i calcoli... e non rimase che la paura di
spezzare quell'anima fragile nel confessarle che tutto era
stato un'illusione, impossibile a continuarsi, necessariamente
finita...

E soggiunsi:

— Fra qualche mese, al termine d'un suo lutto recente,
l'avrei dovuta sposare.

Ella mi ascoltava ora con la testa un poco abbandonata
all'indietro, le palpebre socchiuse, come sentendosi rapire
da un pensiero dilettoso e crudele. La sua gola riversa
biancheggiava, palpitando per il respiro troppo frequente,
ed aveva in sè una similitudine di colomba, una similitudine
di cosa immacolata.

Ed ancora narrai le terribili angosce sofferte per tenere
in vita questo amore che finiva, le lotte affrontate,
le finzioni, le piccole menzogne necessarie, le volte ch'ero
andato per dirle: «Sai Edoarda...» — per dirle tutto, — e
me n'ero tornato indietro, più vile, più lamentevolmente
spossato, col mio secreto nel cuore.

Infine le domandai:

— Ora, ditemi: è più onesto sposare una donna in
queste condizioni od avere il grave coraggio che può essere
necessario per non morire in due?

Quella immobilità di statua fu scossa come da un brivido;
vidi che una lotta veemente si dibatteva in lei;
pensò a lungo, in silenzio, poi repentinamente levò la
faccia. Gli occhi le splendevano di una luce oscura, nel
[pg!31]
mezzo della fronte aveva una piccola ruga e le vagava
su la bocca un sorriso delicatamente crudele. Le sue
mani si posarono aperte su le mie spalle, strinsero, strinsero
forte...

— Non so! non so nulla! non so nulla! — rispose
con precipitazione. Poi d'un tratto, avvinghiandomisi al
collo:

— Taci! Non parlare più!...

Le sue labbra, con irosa gioia, si lasciarono cogliere su
la bocca il primo nostro bacio d'amore.

Sentii che la stanza, i fiori, la luce, l'anima, tutto spariva
in un vuoto profondo come l'oblio.

[pg!32]




VI
==


La mattina seguente, pochi minuti prima del mezzogiorno,
camminavo con un passo alacre verso la casa di
Edoarda Laurenzano. Vanamente cercavo di costringere il
mio pensiero alle opportune meditazioni di quell'ora forse
terribile che per me s'apparecchiava. Tutto nel mio spirito
era giocondità, sorriso, luce.

Godevo il piacere insaziabile di respirare l'aria, di bagnarmi
nel sole, di camminare con rapidità nell'ingombro
dei marciapiedi; provavo la gioia di veder correre i cavalli,
e gli uomini urtarsi, confondersi, elevando la voce,
manifestando in mille modi continui la vitalità dei loro
muscoli e dei loro pensieri.

Eppure una gran casa taciturna mi attendeva: in quella
casa una fragile apparizione di fanciulla, con gli occhi
pieni di lacrime latenti, buona fino al martirio, pallida
fino allo squallore. Mi attendeva lo sforzo di comprimere
dentro il cuore tutta l'esuberanza di questa immensa
gioia, per chinarmi a raccogliere un dolore, a simulare
una pietà, e, menzogna sopra menzogna, forse a concedere
una speranza.

Come mi avrebbe accolto Edoarda, dopo la notizia del
duello ed i maligni discorsi delle premurose amiche?
Senza dubbio le voci su la mia recente avventura con
Elena dovevano essere giunte fino a lei. D'altronde, come
le avrei spiegata la mia trascuraggine di quegli ultimi
tempi? Un giorno, mentre passeggiavo con Elena sul Corso,
la sua carrozza era passata improvvisamente. Non potendomi
nascondere, m'ero vôlto con prontezza verso una
vetrina, e durante il fugace riflettersi della portiera nel
[pg!33]
cristallo non avevo potuto discernere se colei che stava
nella carrozza mi avesse o no veduto. Infine mi sarei
dunque deciso ad una confessione aperta, od avrei di
nuovo prolungata per viltà quella orribile finzione?

Tutte queste domande volgevo confusamente nel mio
spirito, e rimanevano senz'alcuna risposta. Nel varcare la
soglia del palazzo Laurenzano, provai subitamente una
stretta al cuore. Tutto là dentro, le persone e le cose, mi
erano familiari, avevano al mio giungere un sorriso di
cordiale accoglienza.

Vedendomi entrare, il vecchio portiere si affacciò alla
vetrata per dirmi ambiguamente:

— Oh, signor conte! Non la si vedeva da molti giorni.
E' stato malato forse?

— Un po' indisposto; nulla, nulla, — risposi con brevità.

E la sua moglie ciarliera gli andava borbottando
qualcosa dietro la schiena, tirandolo per la falda della
livrea.

Venne il cocchiere in quel punto, mentre stavo attraversando
la corte, per dirmi che uno dei cavalli s'era
azzoppato e la signorina gli aveva detto di mostrarlo a
me... quando venissi.

— Va bene, — risposi. — Scenderò dopo la colazione.

Quei cavalli erano stati scelti e contrattati da me;
in quella casa tutti oramai mi consideravano come il
padrone. Salito che fui nell'anticamera, il domestico
tornò da capo con le sue rispettose maraviglie. Sono
costoro per consueto custodi assai gelosi dell'onor familiare.

Edoarda mi venne incontro per il corridoio, senza far
strepito sul tappeto, appoggiandosi alla parete, nell'ombra.

— Credevo che non saresti venuto mai più....

Furtivamente, nel corridoio, non sapendo come risponderle,
per fare quello che facevo sempre, volli darle un
bacio.

Ma ella si ritrasse con un moto repentino e disse in
fretta:

[pg!34]
— Vieni, la zia ci attende.

Infatti, nel solito angolo della sala, sprofondata in una
immensa poltrona, la zia di Edoarda lavorava come sempre
alle sue cuffie di lana.

Whisky, il piccolo *terrier* dal musetto bianco e nero,
le sonnecchiava davanti, sopra un cuscino. Quando mi
vide, balzò diritto e mi corse incontro saltellando, abbaiando
forte.

— Whisky, piccolo Whisky!... Come va? come va? — feci
allegramente, per nascondere la mia confusione. Ma
Whisky si arrampicava su le mie gambe, mi grattava le
scarpe, urlava tanto, che dovetti prenderlo in braccio e
carezzarlo affinchè si quietasse. La zia di Edoarda, una
vecchia signora corpulenta e piena d'infermità, mi accolse
in un modo appena urbano.

Cosa dissi non saprei; una confusione sciocca di parole
e di fatti: quel mio malessere continuo, la febbre, l'arrivo
di un amico da Palermo, l'incidente spiacevole con l'Albanese,
lo scontro «e poi, di nuovo, ieri, tutto il giorno,
tutta la notte, l'emicrania...»

Edoarda, seduta, immobile, pareva esaminasse ogni mio
gesto, ingoiasse con amarezza ogni mia parola. Poich'ero
assai confuso, Whisky sopra tutto m'interessava, con le
sue comiche impertinenze, con le sue capriole sui cuscini,
vispo come un furetto.

— E cosa faceva in questi giorni il piccolo Whisky? — io
dicevo, schioccando le dita per provocare la sua
vivacità.

Di sfuggita, nel frattempo, consideravo Edoarda. Mai
come in quel giorno ella mi parve stremata. Il lungo
pianto le aveva devastata la faccia.

— Mi ha detto il cocchiere, — profferii timidamente,
per interrompere il gelido silenzio — che uno dei cavalli
zoppica. Dopo colazione bisognerà che lo andiamo a
vedere.

— Sono già due giorni, — ella disse, guardando a
terra.

— Non fu chiamato il veterinario?

[pg!35]
— No: credevo che sareste venuto.

Ancora un lungo silenzio.

— Non avete altri duelli in vista? — fece dottoralmente
la zia.

— Nessuno ch'io sappia, — risposi, volendo riderne.

— Meno male: noi lo abbiamo saputo dagli Ardizzò-Basile
e più tardi dai giornali, perchè voi, naturalmente...

Io mi precipitai a raccogliere gli occhiali che le erano
caduti.

— Preferivo dirlo a voce, — risposi, — e siccome non
ho potuto venire ieri...

— Già, l'emicrania! — disse la zia, stirando le sue
cuffie. Poi soggiunse:

— Naturalmente ieri abbiamo avuto una sequela di visite.
Oltre gli Ardizzò, vennero i Landriano, mia cugina
Ferro con suo marito, le De Gennaro, Maurizia Curreno,
e molte altre. A proposito, si potrebbe sapere la causa vera
di questo famoso duello?

— Ma è semplicissima: un incidente di giuoco al Circolo,
come vi ho detto.

— Già; ma sembra che non tutti spieghino la cosa in
questo modo. Il battibecco di giuoco, se vogliamo, è la
versione ufficiale; ma insieme se ne dà un'altra.

— Un'altra?... — feci evasivamente. — Mi stupisce. Sebbene
dovrei sapere ormai di quali pettegolezzi si dilettino
i Landriano, gli Ardizzò, le De Gennaro e tutta questa
brava gente.

— Eh, davvero, voi siete una grande vittima, povero
Germano! — fece la zia sogguardandomi sopra gli occhiali.

— Non voglio notare la sua ironia. L'incidente mi creda,
si è svolto così...

E narrai un comunissimo bisticcio, provocato da una
freddura dell'Albanese. Durante il mio racconto la zia
gonfiava la sua faccia pingue, talora sorridendo e talvolta
volendo interrompere, Edoarda mi ascoltava senza batter
palpebra, con il volto chino, facendo uno sforzo per reprimere
il suo dolore.

[pg!36]
Quand'ebbi finito, la zia si dimenò più volte nella poltrona
con una specie di furor contenuto, e, molto accesa
nel volto, squadrandomi di traverso:

— Bene, bene, — concluse: — a me sembra semplicemente,
che, in date condizioni, un gentiluomo non dovrebbe
dimenticare...

— Zia... — profferì Edoarda con voce angosciata, intercedendo
per me.

— Tu sei una sciocca, Edoarda! — rispose la zia, eccitandosi. — Dovrò
pure parlar io, visto che tu taci.

— Zia, ti prego! — supplicò di nuovo Edoarda con le
lacrime agli occhi.

— Ebbene, sia! Non parliamone più. Cercate, se vi
riesce, di sbrigarvela a modo vostro; io, dopo tutto, non
c'entro.

E riprese le sue cuffie di lana, borbottando a voce bassa,
e tratto tratto inforcandosi meglio sul naso gli occhiali
visibilmente appannati.

— Ho già troppi malanni addosso e non voglio farmi
cattivo sangue per voi. Ma tu sei una sciocca, povera
Edoarda! Ohè, Whisky, lascia dunque il mio gomitolo!
Whisky, qui!

Nel frattempo io camminavo a passi concitati per la
sala, mostrando il mio malanimo, e credendo che la migliore
saggezza fosse il tacere. Whisky, lasciato il gomitolo,
mi saltellava dietro le calcagna, esortandomi a giocare
con lui.

Finalmente il domestico annunziò la colazione, dove la
vecchia signora non era mai di cattivo umore, sebbene
prima s'inghiottisse tutta una spezieria di medicine.

Quando fummo seduti a quella tavola, il mio pensiero
corse involontariamente alla piccola sala da pranzo dai
tendami di broccato rosso e dalle grandi scansìe, con
l'effige della trisavola campeggiante su la parete; alla
sala dove la sera prima Elena ed io avevamo desinato
fianco a fianco, nella piena solitudine del nostro amore.
Un paragone involontario mi si affacciava nel pensiero
tra quella superba immagine di donna, esprimente in
[pg!37]
ogni sua forma l'impetuosa gioia di vivere, la felicità
di sentirsi amata, e quella povera faccia, logorata
per il troppo soffrire, in cui vagavano due grandi occhi
cerulei con uno sguardo pieno di smarrimento.

Ero lì, ma l'anima correva lontana. Sognavo; ad occhi
aperti sognavo.

... e la risata di Elena empiva la piccola stanza dall'addobbo
severo, che a quella voce limpida pareva risvegliarsi
come da un letargo antico e lasciarsi a poco a poco
invadere dalla nostra giocondità. Ridevano intorno i vetusti
arredi, portati lì dal palazzo dei Materdomini, che
avevo dovuto vendere l'anno prima per causa de' miei
dissesti, ad uno speculatore straniero, e persino rideva
dal quadro annerito l'arcigna e barbuta mia trisavola
(Agnese Caterina dei Guelfo di Materdomini), la quale provocava
l'ilarità di Elena, specialmente per la struttura del
suo naso e la lunghezza delle sue dita.

Scintillava nei calici la spuma dello Sciampagna, e l'anima
generosa di quel vino biondo accalorava un poco
le guance di Elena, diffondendole negli occhi un'ombra
di soave languore. Ella vi bagnava le labbra, bevendo a
piccoli sorsi, lentamente, come si aspira un profumo. La
sua bocca rossa, quando si staccava dall'orlo del bicchiere,
umida per uno scintillìo di piccole gemme liquide, aveva
in sè qualcosa di estremamente sensuale, come la maturità
di un frutto che si fende al sole.

Non v'erano a guardarci che i fiori nelle coppe di cristallo
e gli occhi scolpiti nei fregi delle grandi scansìe.
Veniva su dalla strada un rumore confuso, traverso i tendami
di broccato, e poichè gli usci erano aperti verso la
sala, si vedevano ardere i tizzi di ginepro, talora con ventate
improvvise di scintille che sfavillavano e crepitavano
prima di soffocarsi entro la cenere.

Da lei, dalle sue vesti, si esalava un odore tenuissimo,
forse un po' simile all'eliotropio, quell'odore che reca
talvolta il vento della primavera quando giunge di lontano
ed è passato sopra le serre aperte. Ero ad un'altra
tavola, davanti al dolore di un'altra, ma il mio pensiero
[pg!38]
infrenabilmente risognava così. E per lei, per lei, per
quella del mio sogno, volevo contendere finalmente a quelle
fragili mani la mia liberazione.

Ma come ardire?

Non ella era venuta verso me con l'anima sul palmo
della mano, perchè io vi spegnessi la mia sete? Io solo
avevo dalle sue gote fatta sfiorire la giovinezza, e nella
primavera della sua vita ero passato io solo, ma come un
turbine, come una devastazione.

Quale diritto potevo dunque invocare a difesa di me
stesso, per quanto nessuna legge vi sia contro il delitto
che uccide un'anima?

E d'altronde perchè io, come essere umano, avrei
dovuto sacrificarmi a lei, nell'ora in cui sentivo di potermi
scagliare con l'impeto più giovanile della mia
forza verso i miracoli d'una vita nuova? Condurre la mia
libertà sfrenata sotto le placide ali del suo dominio e
dirle:

«Ecco: incatenami ora, perchè un giorno, per illusione,
t'ho amata!»

Queste meditazioni confuse avvincevano il mio pensiero,
mentre andavo considerando meco stesso l'imminenza di
un colloquio con Edoarda.

Allora, per quel senso d'improvvisa divinazione che mi
ha sempre soccorso in tante ore difficili della mia vita,
quel senso figurativo, che suscita negli occhi la visione
scenica di un fatto imminente, compresi tosto l'assurdità
ed anche la ripugnanza d'una scena di commiato, viso a
viso, dicendo le parole necessarie, deciso a tutto.

Mi parve che avrei meglio potuto giungervi per una
via trasversa, con arte, senza vibrare una ferita brutale,
ma infliggendole a poco a poco la morte di questo amore,
facendole intendere questa legge umana del perpetuo dissolvimento,
della perpetua fine. Mi parve che il far meno
soffrire fosse ancora una delicata pietà, e pensai di muovere
nell'animo suo quei sentimenti che sono la vera
forza del dolore, poichè inducono a misurare un desiderio
di vendetta.

[pg!39]
Pensai: «S'ella sapesse odiarmi!»

E l'idea che nelle deboli sue membra potesse ancora
insorgere l'odio, questa magnifica ribellione, me la fece
improvvisamente apparir più bella.

«Sì, odiarmi ella deve, con la violenza ch'ella seppe
infondere nell'amore; odiarmi per tutte le lacrime piante,
per tutte le ore di giovinezza lasciate sfiorire in silenzio.
Questo solo è degno di un'anima. Dopo avere amato io
non saprei che odiare.»

Ma ecco, facendo questo pensiero, d'un tratto m'apparve
la visione di Elena, perduta per me, lontana, irridente
con altri alle memorie di un nostro lungo amore.
Un senso di vertigine mi strinse, avrei voluto quasi levarmi
per correre a lei.... Compresi come non sia possibile
odiare la creatura che fu da noi supremamente amata,
compresi quanto il mio pensiero somigliasse ad un freddo
egoismo, in cerca di placar la voce del rimorso, e mi
sconfortò la sofferenza che tremava nella stanchezza di
quegli occhi mansueti.

Ebbi ancora bisogno di essere dolce con lei, di rivolgerle
una parola buona. Le dissi piano:

— Tu non sai come soffro nel vederti così...

Su la sua povera bocca, ne' suoi tristissimi occhi azzurri,
brillò rapidamente una luce che non parve sorriso,
ma fu come un segno di sconforto inutile, di rassegnazione
stanca.

E soggiunsi più forte:

— Voi non mangiate nulla; perchè? Vi ammalerete,
Edoarda.

La zia tentennò il capo, guardandola: trasse un lungo
sospiro e mormorò:

— Benedetta ragazza! benedetta!

Edoarda non cessava tuttavia dal circondarmi di tante
piccole premure. Senza volerlo, come in forza d'una abitudine
antica, il suo sguardo ricorreva sempre alla mia
persona, temendo che potessi avere un desiderio qualsiasi,
o che alcuna cosa non fosse abbastanza curata per
me. Faceva segno al domestico di versarmi vino se appena
[pg!40]
il mio calice era vuoto; una volta, non avendo più
pane, feci atto di domandarne: rapida, ella mi diede il
suo pane, intatto — e sorrise perchè le sorrisi.

Mi salì nella mente una frase che un giorno le avevo
scritta:

«La tua anima è come una lampada votiva: non si
stanca mai di ardere, tutelando la mia pace».

Questa immagine funeraria non mi era mai sembrata
così vera come in quel giorno.

Parlammo ancora, di cose non gravi. A poco a poco
la zia, commossa dalle mie gentilezze, dimenticava di essermi
ostile, con la solita indulgenza del suo carattere.
Anche Edoarda pareva un poco sollevarsi dalla sua prostrazione,
e Whisky, accucciato su le mie ginocchia, di
tanto in tanto faceva capolino col musetto su l'orlo della
tavola per lambirmi l'orlo del piatto; se io ridendo lo
battevo leggermente, allora mi fissava con impertinenza
e mi abbaiava contro, quasi maravigliandosi della mia
tracotanza.

Dall'insieme di questi e d'altri piccoli fatti compresi
come un poco di destrezza e di buon volere da parte mia
sarebbero stati più che sufficienti a riparare senz'altro
l'accaduto. Ma questo pensiero mi dispiacque, poichè vedevo
per esso come tutti eran ancor lontani dall'ammettere
la possibilità della mia scomparsa da quella casa,
ove, allo spirare d'un lutto, avrei dovuto entrare, fra
un'allegrezza di sponsali, riaprendo a conviti e feste le
sale da lunghi anni taciturne.

La colazione era finita. Edoarda si levò in silenzio,
andò a prendere le sigarette che amava comprarmi e
scegliermi ella stessa; portò anche una scatola in cui
erano alcuni sigari prelibati: me li offerse tacitamente,
senza guardarmi, però mettendo una infinita cura nel
toccare le cose che per sua volontà mi appartenevano,
cose che adoperavo io solo. Erano le scatole mie: nessuno
le doveva nemmeno aprire. Per gl'invitati ve n'erano
altre; anche il domestico lo sapeva, e guai se non ne
avesse tenuto conto! Così, quand'io venivo, Edoarda faceva
[pg!41]
ella stessa il caffè, in una macchina di rame a filtro,
e c'erano per lei e per me due piccole chicchere uguali,
d'una porcellana tenue come la madreperla. Quelle servivano
per noi, solo per noi.

La zia, siccome beveva troppo caffè, aveva una sua
chicchera più grande.

E così fu pure quel giorno, per un tacito volere di
Edoarda.

La zia poi tornava nella sala, fra le braccia della sua
vasta poltrona, e bisognava lasciarla tranquilla per qualche
ora. Sorbiva con delizia un bicchierino di liquore,
due talvolta, poi pretendeva di leggere un giornale, a
diritto, a rovescio, finchè le scivolasse di mano, — e
s'addormentava.

C'erano, dopo il salone, due sale minori e contigue, di
cui la prima conteneva una rarissima collezione di statuette
di Saxe e di bronzi antichi, l'altra, secondo il volere
di Edoarda, era la nostra — esclusivamente nostra.
Colà passavamo lunghe ore del giorno e della sera durante
i pisoli della zia, la quale talvolta, svegliandosi di soprassalto,
chiamava con voce grossa:

— Edoarda! non dormo, sai... Potreste anche venire
di qua.

Ma era inutile muoversi, perchè avevo spiegato a
Edoarda che si trattava semplicemente di un sogno fatto
ad alta voce, una frase che la zia per abitudine aveva
imparato a dire anche dormendo.

Quel giorno, quand'ella fu nella sua poltrona, fra le
cuffie di lana per «I Figli della Provvidenza», il suo
bicchierino ed il giornale, noi scendemmo a visitare il
cavallo.

Whisky ci seguiva saltellando e scodinzolando.

Nella scuderia Edoarda staccò ella stessa il cavallo
malato, poi lo condusse fuori nella corte, ove il cocchiere
lo prese a mano per farlo muovere, al passo, al
trotto, davanti a noi. Era un superbo irlandese, dal mantello
sauro focato, con le zampe calzate di altissime
balzane.

[pg!42]
— Povero Good Bye! Vedi come zoppica! — esclamò
Edoarda.

Lo feci fermare, gli sollevai la zampa, esaminai lo
zoccolo, feci scorrere le dita, premendo lungo i tendini
del garretto, e l'animale non dava il più piccolo segno
di dolore.

— Quando lo avete attaccato l'ultima volta? — domandai
al cocchiere.

— Tre giorni fa, signor conte. Trottava magnificamente.
Me ne accorsi la mattina dopo nel farlo uscire di
scuderia.

— Bisognava sferrarlo, — dissi.

— Ma il dolore dev'essere nella spalla.

— Non importa; va sferrato. — Mi detti a comprimere
la spalla dell'irlandese, cercando nelle muscolature di suscitargli
un dolore. Infatti, ad un certo punto, il cavallo
si agitò sotto la pressione delle dita, volgendo la groppa
ed inarcando il collo.

— È una spallata, — dissi. — Forse avrà dato nel battifianco
o si sarà coricato male. Fategli una buona fregagione
d'«\ *Embrocation*» e mettetegli un po' di creta.
Sarà meglio chiamare il veterinario in ogni modo.

— Povero Good Bye! — fece Edoarda battendo il palmo
su la sua bella narice bianca.

Il cavallo scomparve nella scuderia e rimanemmo soli,
Edoarda ed io, nel mezzo della corte, al sole.

— Dove andremo? — le domandai.

— Dove tu preferisci: nel giardino o sopra.

Quel pomeriggio, in sul morir dell'inverno, era quasi
tepido come una primavera; il giardino inverdiva di là
dalla corte.

— Sopra, — io scelsi, pensando che le facesse piacere.
E ci avviammo. Per le scale volli prenderle un braccio,
ma Edoarda eluse il mio gesto, salendo più rapida sino al
pianerottolo.

— Edoarda, che hai?

— Perchè cerchi di fingere? — mi rispose tristemente.

[pg!43]
— Sei molto ingiusta con me!

Allora ella chiuse l'uscio dell'anticamera, in faccia a
Whisky che voleva entrare con noi, e passando piano
per la stanza ove la zia sonnecchiava entrammo nel salottino,
dove ogni cosa poteva rievocarci una sua particolare
memoria.

Traverso le cortine il sole delineava una trama di vincoli
floreali, muovendo una palpitazione luminosa intorno
alle pareti, ai mobili ed ai cuscini, ch'erano foderati di
una stoffa delicatissima, dal colore un po' languido della
rosa di gruogo. Una striscia di polvere animata fendeva
obliquamente la stanza, traendo qualche bagliore dalle
coppe fiorentine, che traboccavano di bianco lilla e di
lilla malvato; sopra un tavolino, in un angolo, fra molti
ninnoli graziosi, una scatola d'argento si accendeva d'una
raggiera insostenibile, ferita in pieno da quel raggio
di sole.

In silenzio Edoarda sedette sopra il divano, e come in
forza d'un'abitudine lasciò vuoto al suo fianco lo spazio
dov'io sedevo di consueto per prenderla fra le braccia. Ed
ecco mi posi accanto a lei, sul divano, senza guardarla,
non osando interrompere il silenzio.

Di fronte v'era una piccola scrivania di legno roseo,
intarsiato alla foggia di Andrea Carlo Boule, un delizioso
mobile del Settecento, con incrostazioni di madreperla e di
mosaico fino; più oltre, nella parete, un caminetto con gli
alari di bronzo, chiuso da una lamina d'ottone istoriato, e
così minuscolo da parere costrutto per i piedini di una
bambola di Norimberga.

— Germano, — ella prese a dire lentamente, con gli
occhi semichiusi, le palpebre sfiorate da un triste sorriso
di evocazione, — ti ricordi quanti sogni abbiamo fatti insieme,
in questa piccola stanza nostra, quando mi amavi
ancora?

— Perchè dici così? Nulla è mutato.

— No, tu non rispondere... Taci, taci! Vedi bene che
cerco di non piangere... Ah! non voglio piangere!...

E scosse la testa. Una lacrima le cadde dalle ciglia,
pianamente, senza il desiderio d'essere asciugata.

[pg!44]
— Ti ricordi? — ella ricominciò. — Dopo il pranzo tu
mi dicevi: Non verrà nessuno? — Nessuno. — Dormirà
la zia? — Dormirà. — E allora mi prendevi su le ginocchia,
proprio qui, su questo medesimo divano, e mi dicevi
tante parole così dolci, così dolci... Qualche volta io ti
leggevo un libro, ma tutti i libri erano troppo noiosi e ci
voleva un'eternità prima di giungere alla fine. Verso le
undici Pietro portava il tè, con due tazze, ma noi se ne
adoperava sempre una sola... ti ricordi?

— Sciocchezze! — io dissi mentalmente. Ma ebbi quasi
paura di averlo pronunziato in modo intelligibile. Invece
risposi, con la voce più mite che potei:

— Sì, mi ricordo. Ma, vedi: non si può continuare tutta
la vita a bere il tè nella medesima tazza. Queste piccole
cose hanno il loro pregio appunto perchè si fanno una
volta sola; continuandole diverrebbero comuni.

— E come le piccole cose, anche le grandi, — ella rispose. — Tutto
è comune quello che non piace più. Vedi,
Germano, anch'io darei non so cosa per trovar sciocco e
vuoto il migliore fra i nostri ricordi; ma, che vuoi? è più
forte di me, non posso! C'è qualcosa nel mio spirito che
mi fa trovare continuamente nuovo tutto quello che appartenne
ad un momento del nostro amore.

Poi, d'improvviso, dilatando gli occhi con una specie
di smarrimento, arrendendosi alla suprema evidenza di
un pensiero:

— Dimmi, — esclamò, — come potremo continuare a
vivere in questo modo?

E prima che potessi rispondere:

— Pensa ch'io t'amo ancora terribilmente! Non ho dimenticato,
io!... Vedi, mi consumo tutta, perchè ti perdo,
e lo so!

— Senti, senti, non parlare così... — la supplicai. — Tu
soffri per colpa della tua immaginazione; sei fuori di
strada, sei malata. Non è come tu credi. Solamente, il
carattere di un uomo subisce talvolta una crisi... Allora
le infantilità dell'amore passano, com'è naturale, mentre
il sentimento rimane. Che hai? Su, dimmi, che hai?

[pg!45]
Ella scuoteva la testa con maggiore insistenza.

— No, non cercare d'illudermi: l'amore non è una cosa
che si finge. Meglio allora, mille volte meglio che tu non
abbia questa inutile compassione di me! Credi forse che
io non lo sappia? Finora non mi avevi mai fatto così
male come oggi. Da che sei venuto qui, ogni tua parola,
ogni tuo movimento, è stato per me come una ferita più
profonda, più diritta nel cuore. Lo vedo: il tuo pensiero
è altrove; io ti dò noia; non aspetti che l'ora di potermi
lasciare, perchè, oltre a non amarmi più, adesso ne ami
un'altra, lo so! lo so... e, guarda...

Di scatto sorse in piedi, con gli occhi un po' folli; una
sua mano fece l'atto di volermi ghermire, ma invece, col
braccio teso, ella descrisse un piccolo cerchio su sè stessa,
girando sui talloni, e ricadde sopra il divano, sprofondandovi
la faccia, balbettando:

— Ecco, mi farai morire!

— Ti esalti, Edoarda, ti esalti — le dissi, vinto da una
dolorosa commozione. — Per carità, non farmi queste
scene terribili! Sai pure quanto mi disperano!

Ed esagerando la mia sovraeccitazione, mi diedi a camminare
per il salottino senza contenere qualche gesto violento.
In silenzio, come intimorita, Edoarda si ritrasse
contro la piccola scrivania, facendo uno sforzo per nascondere
le sue lagrime.

Allora le andai vicino, con dolcezza:

— Tu, purtroppo, rimarrai eternamente una bimba!
Non puoi convincerti che un uomo, il quale ha tanti pensieri
fastidiosi per il capo, senta qualche volta un altro
desiderio che non sia quello di prendere la sua donna
fra le braccia e ripeterle quelle frasi appassionate che si
dicono a vent'anni, quando non si ha nulla di più serio
nè di più grave nella vita.

— Non avevi però vent'anni alcuni mesi or sono, — ella
mi disse, lasciandosi carezzare i capelli.

— È vero; ma sono mutato. È una cosa recente. Non
so, non lo comprendo neppur io.

— Dimmi, — ella fece, posandomi le due mani su le
[pg!46]
spalle, con un sorriso in cui tremava il dolore del suo
martirio; — dimmi, chi è questa donna per la quale ti sei
battuto?

— Ma non c'è! non esiste! — affermai, assolutamente
incapace di farla più oltre soffrire.

— Sì, che c'è! Raccòntami! — E dagli occhi fermi le
scendevan lacrime su la bocca sorridente.

— Cosa ti hanno detto, mio povero amore? — le domandai.

— Mi hanno detto... Ma no! voglio saperlo dalla tua
bocca.

Orribile! orribile! Tutto era indegno, la finzione come
la verità.

— Ebbene, vuoi sapere? Ecco: è un'antica amante, una
forestiera conosciuta in viaggio, prima di te. L'ho ritrovata
qui a Roma, per istrada; mi ha fermato, mi ha detto
che l'andassi a trovare... Vi andai. Ecco, già che vuoi
sapere, ti dico la verità.

Improvvisavo le parole ad una ad una, prendendo fiato
per cercarne altre.

— Ma perchè vi sei andato? Le volevi bene ancora?

— Nemmeno per sogno! Vi sono andato, così, per capriccio,
per fare qualcosa... Tu non crederai, ma quando
un uomo sta per ammogliarsi e deve chiudere la sua vita
galante, prova talora una specie di ritorno sentimentale,
o stupido, come vuoi, verso le amiche di una volta, ma
indistintamente verso tutte, per la semplice ragione che
dopo non si avranno più. Mi capisci?

— Sì, forse posso capire, fino qui... Ma poi?

— Poi, non c'è altro. Il resto, che so io, è stato un
semplice caso...

— Eppure ti sei battuto per lei.

— Per lei? Ma chi te l'ha detto? Ci siamo battuti per
una sciocchezza. Intanto, quell'Albanese, non l'ho mai potuto
soffrire. È un vanesio antipatico e m'irrita. Poi forse
credeva che quella donna fosse la mia amante...

— Ma come poteva crederlo, se non era?

— Oh, Dio, si raccontano tante fiabe! Del resto mi
[pg!47]
aveva un giorno incontrato per istrada mentre parlavo
con lei. Dunque, lasciami continuare... Venne al Circolo,
e, seccatissimo di perdere, cominciò a stuzzicarmi dicendo
una quantità di scempiaggini, cioè che avevo fortuna con
le carte ma non con le donne, perchè lui conosceva questa
signora, le mandava fiori, la fermava ogni giorno... insomma
che credeva di potermela togliere quando volesse.
Io gli ho risposto, per puntiglio, che la sua pretesa era
un po' avventata, ma che gli stava bene il soprannome di
«Assillo», poichè infatti, con quelle sue millanterie, si
rendeva ridicolo. Insomma da una parola vivace all'altra,
si venne ad un battibecco. Naturalmente raccontarono poi
che la causa ne fosse quella donna... Vedi che dopo tutto
la mia colpa non è tanto grave!

— Ed è così?... — fece, incredula.

— È così, Edoarda. Perchè ti dovrei mentire?

Il suo volto era passato per un'alternativa continua di
sentimenti; ora mi fissava, quasi per scrutarmi nel più
recondito pensiero.

E intanto, come spesso avviene, mentre si elabora
un'idea, dietro, nei recessi della mente, un'altra nasce,
luminosa, imprevista, per risolvere la difficoltà contro la
quale ci dibattiamo. Parlando, il mio pensiero andò, non
so come, verso le mie campagne di Terracina, su cui
scadeva di lì a poco una certa ipoteca dei Rossengo di
laggiù; rimedio gravoso e miserevole frapposto all'imminenza
della mia rovina. Avrei dovuto recarmi colà, in cerca
di un ripiego qualsiasi, poichè non avevo il denaro per
estinguerla. Orbene, perchè non valermi di un tal pretesto
per abbandonar Roma con Elena, e di laggiù forse avere
il coraggio supremo che non avrei mai trovato davanti al
suo dolore? Ecco: l'idea mi parve semplice, piana, gioconda.
Stupii di non averla immaginata prima, e con tutte le
mie forze m'apparecchiai a dimostrarle man mano questa
necessità.

— Non mi credi? — ripresi. — Non mi credi ancora?
Ebbene, domandalo a Fabio Capuano. Egli era presente.
Credi a lui?

[pg!48]
— Vorrei credere a te solo, se potessi.

— Ecco il male. Non c'è quasi amicizia fra noi. Purtroppo
sei sempre così piena di sospetti!

— Oh, non lo dire! Tu sai...

— Certo, certo, so che tu sei buona, infinitamente
buona con me. Solo, mi vuoi forse troppo bene per poter
essere la mia amica. Quante volte ne ho parlato con
Fabio! Egli stesso, vedi, mi trova mutato; dice di non
più riconoscermi.

— Questo è vero, sai!

— Sì, è vero, pur troppo. Mi s'infiltra nelle vene talvolta
una immensa ed oscura tristezza... sento il bisogno
di essere solo, di non amare più nessuno, di allontanarmi
da tutti... Che so? mi sembra una malattia.

Ci eravamo seduti, m'accarezzava le tempie, la faccia,
con indulgenza, con pietà.

— Povero amore, — sospirò, — vorrei tanto poterti
guarire! Ma io... cosa sono io per te?

— Sei anche tu, Edoarda, un piccolo cuore malato.
Vedi: la nostra vita è troppo dolorosa; tu mi comunichi
la tua disperazione. Senti: cosa faresti, per esempio, se
non dovessi vedermi più?

Con uno scatto si volse tutta verso di me, spalancando
gli occhi atterriti.

— Perchè mi domandi questo? — mormorò, con un filo
di voce tremula.

— Te lo domando astrattamente, — risposi, con uno
sforzo per sembrarle naturale. — Poi anche per la ragione
che ora dovremo lasciarci momentaneamente... Oh, non ti
spaventare! un'assenza di pochi giorni.

— Ah, sì?... parti?... — ella domandò soffocatamente,
serrando le mani in croce sul petto per contenerne l'affanno.

— Non è una partenza, via! Dovrò solo andare per
qualche giorno a Torre Guelfa. Mi scade fra poco l'ipoteca
triennale fatta con i Rossengo su le terre di San Biagio.
Non potendola pagare, debbo rinnovarla. Sto già trattando
per lettera, ma richiedono la mia presenza per appianare
certe questioni di forma.

[pg!49]
— Dunque te ne vai... — disse con desolazione. — E
quando?

— Non so ancora; uno di questi giorni. Sono talmente
seccato!

— Ma io ti potrei forse...

— No, ti prego, non parlarne! Sai bene che non voglio.
Del resto non mancherò di trovare un ripiego.

Piangeva ora di nuovo, accasciata, curva, ritraendosi a
poco a poco più lontana da me, come se avesse paura.

— E quando ritornerai? — disse con la voce spenta.

— Al più presto possibile; non appena compiuto il
rinnovo.

— Mi sembra che tu non debba ritornare mai più...

Si rovesciò su la spalliera del divano, un po' rigida, con
le braccia inerti, gli occhi sperduti, e fece un lungo sogno...

— Mi scriverai da Torre Guelfa?

Le sue parole furon piane come un alito.

— Sì, ti scriverò tutte le sere prima di coricarmi, come
una volta, quand'eravamo lontani.

— Oh sì, come una volta... Che lettere dolci mi scrivevi
una volta...

Un sorriso d'evocazione trasfigurò il suo pallore; le sue
ciglia si abbassarono; la sua faccia si compose in una
specie di bellezza immateriale.

Soltanto allora compresi che nella piccola stanza tutelare
una grande anima compiva la sua rinunzia suprema,
e per un senso inesprimibile di paura ebbi quasi bisogno
d'inginocchiarmi, come davanti a tutte le cose che si vedono
morire.

Un sole giocondo invadeva ora la stanza, traeva uno
scintillìo di colori dalle coppe di cristallo, dalle cornici,
dalle borchie dei mobili, suscitando qualche onda lucida
per le stoffe delle tappezzerie, che avevano il colore indefinibile
della rosa di gruogo. Allora finalmente una
lacrima inumidì le mie ciglia, e mi chinai su quella povera
bocca, su quella dolce anima ferita, per chiederle perdono
con un bacio: — la confessione più triste che vi sia.

[pg!50]




VII
===


Quel brav'uomo pareva una botte in equilibrio sopra
un cavalletto, e faceva uno sforzo penoso nel sollevare il
braccio fino all'altezza del mento per carezzarsi un lungo
neo ricciuto. Vestiva con panni di ruvida stoffa, non senza
una certa pretesa d'eleganza; gli correva sul panciotto
una catena d'oro, grossa d'un pòllice, con un pendaglio
enorme, ch'era di corniola incisa. Molti anelli ornavano
le sue mani villose, dalle unghie quadre, con i polpastrelli
piatti. La sua faccia era quella d'un campagnolo, mediatore
di grosso bestiame; aveva la bocca ignobile, sempre sorridente,
con i baffi color tabacco, tagliati a spazzola; due
piccoli occhi assai vivaci, un'epidermide lucente, rasa ogni
giorno e screziata di reticole sanguigne. Per un'ironia della
sorte portava il nome d'un uomo celebre: si chiamava
Pietro Capponi, e godeva in Roma di una ben meritata
notorietà, facendo l'usuraio.

Avevo l'onore di essere suo cliente già da molti anni,
ed anzi mi accordava qualche predilezione.

Gli avevo scritto ed era venuto; sedeva davanti alla
mia tavola, centellinando un bicchierino di vin Malaga, a
sorsi brevi, da buon intenditore. La sua risata grassa faceva
risonare la stanza.

— Dunque, signor conte, — egli diceva, stropicciandosi
le mani, — la dama di picche ci ha traditi ancora una
volta, a quanto pare!

— No, caro Capponi, questa volta non si tratta di
dame, nè di picche nè d'altro colore. Si tratta d'un mutuo
che mi scade fra pochi giorni e che vorrei liquidare
sùbito.

[pg!51]
— Uhm!... — fece l'uomo con una specie di grugnito; — in
questi mesi è un affare serio; tutti ingoiano
quattrini con una furia che fa spavento, e nessuno paga,
quel ch'è peggio! Tengo un mucchio di cambiali.

— Via, Capponi, lasciamo le solite fiabe! Io vi propongo
l'affare, voi ci studiate sopra: se vi conviene lo fate, se
non vi conviene... lo fate lo stesso!

— Eh! eh! signor conte!... — esclamava egli, battendosi
un pugno chiuso nel palmo dell'altra mano. — Lei sa
cosa m'è capitato col figlio dell'Eccellenza?... Tamquam tabula
rasa!

— Ma, insomma, tanto va la gatta... Ve l'avevo pur
detto che suonava di fesso. Intanto ci tengo a farvi notare
che, per quanto mi riguarda, ho sempre pagato regolarmente.

— Verissimo: quanto a lei, finora...

— Come «finora»?

— Eh, per modo di dire!

— Insomma, volete ascoltarmi?

— Ascoltiamo pure.

— Ecco qua. Voi conoscete la mia tenuta di Monte
San Biagio, presso Torre Guelfa?

— Di vista, signor conte.

— Sapete che c'è sopra un'ipoteca per garanzia di
mutuo?

— Appunto, — egli disse, consultando un sudicio taccuino. — Ipoteca
dei Rossengo di Terracina, 28 gennaio
19...

— Ah, ne siete al corrente! — feci, un po' meravigliato.

— Che vuole? sono i ferri del mestiere... — mi rispose
con soavità.

— Io direi che sono le tenaglie del mestiere, mio bravo
Capponi! Insomma, ecco il punto: quel debito lo vorrei
pagare alla scadenza, e se voi mi provvederete il denaro,
eviterò moltissime seccature.

— Impossibile, signor conte, — egli affermò sùbito. — Le
ho già detto...

[pg!52]
— Non facciamo chiacchiere inutili. Entro la settimana
io partirò da Roma per Torre Guelfa. Voi, prima di sabato,
mi farete avere una risposta. Va bene?

— Ma...

— Non parliamone più fino a sabato. Voi conoscete i
miei affari meglio di me: studiate quindi se ancora vi è
possibile rendermi un servigio. Non appena vi sarete deciso
per il sì o per il no, mi darete una risposta.

— Peuh! peuh! Se non si tratta che di una risposta...
quantunque posso anche darla sùbito.

— Grazie, non la voglio. Pensàteci. Ed ora vi mando
via perchè debbo uscire. Fumate questo sigaro e pensàteci
bene. A rivederci, Capponi.

E lo condussi all'uscio, mentr'egli si grattava il cranio
lucido e masticava il sigaro fra i denti.

Stavo già indossando il soprabito, quando il campanello
squillò, ed aprendo io stesso la porta vidi entrare
Fabio Capuano.

— Oh, buon giorno! Stavi uscendo?

— Non importa, vieni, vieni. Posso ritardare. Come va?

— Non c'è male, grazie.

— Mi pare che tu abbia la faccia scura.

— Io? Manco per sogno!

Entrammo nella biblioteca; egli cominciò a camminare
in lungo ed in largo, a passi nervosi, carezzandosi la barbetta
brizzolata.

— Bene, — feci, stendendomi con pigrizia in una poltrona, — avevi
probabilmente qualcosa a dirmi?

Egli si fermò contro gli scaffali e prese a batterne i
vetri con le nocche irrequiete.

— Già, certo... avevo qualcosa a dirti.

— Coraggio! issa fuori! — esclamai, ridendo.

— Sai, mio caro, — prese a dire con risolutezza — che
ho inteso parlare di te in modo assai poco lusinghiero.

— Per bacco! — esclamai, rovesciandomi contro la
spalliera; — non sarà la prima volta.

Egli venne a sedermi di fronte, su la poltrona che
Pietro Capponi aveva sgombrata pochi minuti prima. Rimaneva
[pg!53]
tra noi la scrivania. Prese una sigaretta, si tolse
l'occhialetto, e facendolo ballare fra due dita cominciò
con dirmi:

— Devi sapere che a Roma non si parla d'altro: l'avventura
di Guelfo, il duello di Guelfo, e tutto il resto che
puoi facilmente immaginare.

— Non me ne curo, — dissi con indifferenza.

— Hai torto. C'è di che farti riflettere. Alcuni commenti
mi sono spiaciuti per te.

— Allora è semplice: dimmi il nome di costoro e li
inviterò a darmi ragione dei loro commenti.

— Via, non fare lo spavaldo! Qui non si tratta di questo.
Se te ne vengo a parlare, vuol dire che ti convien pensare
ai casi tuoi, ma seriamente.

— Cosa dicono, infine?

— Oh, Dio, te lo puoi figurare! Nessuno ignora il tuo
fidanzamento con Edoarda; molti ne sanno, o ne suppongono,
anche di più... E per quanto si bisbigliasse già che
andavi cercando mille pretesti per procrastinare le nozze,
ora si dice apertamente che la tua condotta in questi ultimi
tempi non è quella... insomma, perdonami, non è
quella di un gentiluomo!

— Eppure tu sai... — feci, smettendo la baldanza.

— So tutto, — egli rispose con un gesto di acquiescienza. — Ed
è appunto per questo che mi faccio un
dovere di parlarti a cuore aperto. Hai molti nemici, e
nessuno ti risparmia. Colgono anzi l'occasione per commentare
la tua vita passata, presente, le tue condizioni
finanziarie, le tue abitudini, che non furono mai quelle
di un francescano. C'è chi ti trova sciocco, vedendoti
compromettere un matrimonio invidiabile per un capriccio,
ed i più miti sono del parere che tu abbia perduta
la testa.

— Questa loro benevolenza mi lusinga infinitamente! — esclamai,
collerico e beffardo.

— Capisco che i miei discorsi ti debbano urtare i nervi;
ma pur troppo io sento le voci che corrono, indovino i
sottintesi, e me ne rodo per te.

[pg!54]
— Grazie. Tu mi sei amico, e te ne ringrazio. Ma in
fondo so benissimo che anche tu pensi come loro.

— Lasciamo stare quello che penso io, per adesso. Ma
ieri sera, ad esempio, in casa Del Rovere, donna Carla
usava parole molto severe sul tuo conto. Diceva che ormai
non saresti più nel caso di retrocedere, checchè tu senta
per l'una o per l'altra, e che d'altronde i tuoi propositi
veri non possono essere quelli che ostenti, perchè
«in fin dei conti, un uomo come Guelfo certo non
ignora cosa valgano i milioni di casa Laurenzano. Dunque,
operando in tal modo, conta senza generosità su l'amore
di quella povera Edoarda». Invano io m'affaticavo a
spiegare come in tutto ci sia dell'esagerazione, come il
tuo carattere sia sempre stato così, e come infine questa
tua recente avventura non debba esser altro che un diversivo,
una specie di commiato un po' focoso dalla tua
vita di scapolo.

— Ebbene hai fatto male, — risposi tranquillamente.

— Ho fatto male? — egli esclamò stupìto.

— Sì, certo; perchè l'avventura che tu chiami un diversivo
è invece una cosa molto grave, molto seria.

— Non credo, — rispose Fabio, dopo avermi fissato a
lungo. — Non ti posso credere. Sarebbe una grande sciagura!

— Può darsi; anzi ho troppo criterio per non comprenderlo.
Definiscimi per quello che vuoi, ma la verità
è molto semplice: me ne sono innamorato. E ti faccio
grazia del perdutamente, pazzamente, eccetera, cose che
si aggiungono di solito.

Fabio diede una scrollata di spalle e si levò in piedi,
senza nascondere il suo malumore. Poi fece un soliloquio
a mezza voce.

— Innamorato? Che ubbìe! Hai scelto male il momento
per concederti questo lusso! Per Bacco! Innamorato!...
E lo dici così, come si dice: Buona notte. Macchè! Non
può essere! Io trovo che ci s'innamora d'una donna quando
non è possibile far altrimenti per averla.

A poco a poco il suo monologo mi divenne incomprensibile,
[pg!55]
finchè, piantatosi davanti a me con le braccia incrociate:

— Ammettiamo pure, — concluse. — Ora, cosa intendi
fare?

— Non so.

— Questa non è una risposta. Occorre sapere.

— Insomma, Fabio, volevo appunto venirtene a parlare.
Non è da oggi nè da ieri che vedo l'impossibilità di questo
matrimonio, e tu lo sai.

— Calma! calma! Non diciamo sciocchezze. Hai riflettuto
a quello che abbandoni?

— Ho riflettuto più del necessario; non solo, ma sono
giunto a questa conclusione: che la mia vita con lei sarebbe
per entrambi un'agonia di tutte le ore. Vi sono due
morali e due logiche; una, inflessibile, che dice: «Hai
data la tua parola, devi mantenerla; sei presso alla rovina,
carpisci una dote.» L'altra, meno rigida ma più umana,
la quale, fra due disonestà, fra due disgrazie, consiglia di
scegliere la minore. Io, purtroppo, non sono mai stato
padrone de' miei nervi.

— Ebbene senti, — rispose con un tono persuadente, — credi
a me, non cedere ai nervi. Ragiona freddamente.
Siccome ti voglio bene, avrei voluto vederti sposar Edoarda.
Sarebbe stata la tua salvezza; ma tu la rifiuti, e sia. Da
uomo pratico non so approvarti, ma, come idealista, devo
ammettere che il gesto può avere anche una certa bellezza.
Però tutto questo sarebbe ancora lecito se si trattasse
unicamente di te. Ma Edoarda? questa fanciulla di
cui distruggi la vita con una tranquillità così gelida?

— Ah? e tu credi ch'io non abbia pensato a lei? che
non mi sia torturato fino allo spasimo, prima d'arrendermi
all'evidenza di questa impossibilità?

Feci una pausa; presi una mano di Fabio con effusione,
con preghiera:

— Senti... se tu mi volessi aiutare!

— A che?

— Ad uscire da questo inferno! a trovare una soluzione,
insomma; perchè, da solo, io non vi riuscirò mai.

[pg!56]
Egli si fece grave; qualcosa di estremamente triste, quasi
di solenne, pareva emanasse dalla sua persona.

— Io? proprio io ti debbo aiutare? — domandò con
lentezza.

— Sì, tu solo. Sei amico d'entrambi ed hai un'anima
così dolce, quando vuoi. Dille ciò ch'io non posso dire;
abbi questo coraggio per me. Ti sarà più facile.

— Mi sarà più facile... E tu lo credi proprio? — egli
domandò ambiguamente.

— Non ne dubito, Fabio. Tanto più che ormai ti ho
quasi preparata la via. Le ho detto che da qualche tempo
mi credo malato, che un mutamento indefinibile avviene
in me, che tu stesso l'hai notato di sovente... Col pretesto
dell'ipoteca su Torre Guelfa ho trovato il mezzo di lasciar
Roma per alcuni giorni; di là ti scriverò, tu mostrerai
la mia lettera, saprai tu come dire... Promettimi. Fabio!

— Mi chiedi una cosa molto grave; mi chiedi anzi una
complicità che mi sembra iniqua.

— Fallo per me! Fallo anche per lei, te ne supplico!

Seguì un silenzio. Fabio riprese a camminare per la
stanza, carezzandosi il mento con il suo gesto abituale.
Anche la sua persona elegante, un po' fatua di sè, quasi
cavalleresca, pareva incurvarsi con pena sotto la triste
fatica di un simile pensiero.

Poi d'un tratto mi domandò:

— Partirai con l'altra, naturalmente?

Io risposi di sì col capo, senza guardarlo.

— E chiami questo avere pietà?

— Le voglio bene.

— Oh... tu!... — fece, con una scrollata di spalle.

— A lei sì, Fabio. Per la prima volta, sì! Tu ridi... è
naturale. Ma viene un giorno, anche dopo i trent'anni... E
poi, tu non la conosci ancora.

— Ne ho conosciute tante altre! Su per giù sarà la
stessa cosa. Vedi: ho molti capelli bianchi.

— Insomma, Fabio, acconsenti?

Egli si passò la mano su la fronte, mi venne presso,
mi guardò.

[pg!57]
— Ecco: io non decido mai a lungo. Ti faccio una domanda
sincera, da uomo ad uomo... Cerca d'intendere bene
quello che voglio dire. Credi tu che un'altro, volendola
più tardi sposare, possa ingannarsi ancora?

— Che domanda mi fai... — risposi abbassando gli occhi. — Del
resto non si sposerà.

— Questa è la tua opinione. Ma v'è un medico per tutte
le giovinezze: il tempo. Rispondimi dunque.

— Ebbene, sì, lo credo, — risposi affrettatamente.

— E sei deciso in modo irrevocabile?

— Sì, Fabio, con tutta la mia forza.

— Su la tua parola d'onore? — E mi tese la mano.

— Su la mia parola d'onore, Fabio.

Allora divenne estremamente pallido, mi strinse forte la
mano, mi parve che ne' suoi occhi fermi passasse un tremito
impercettibile; poi disse con asprezza:

— Ebbene, sia!

[pg!58]




VIII
====


Erano circa le sei della sera quando giunsi all'albergo
di Elena con la notizia gioconda nel cuore. Avevo tardato
alcuni giorni ad annunziarle i miei propositi, perchè temevo
ancora ch'ella rifiutasse. Ma quel giorno volevo
dirle ch'ero vicino a sciogliermi da tutte le catene, che
potevamo appartenerci, liberi e soli, andando per alcun
tempo a chiudere il nostro amore nell'antica solitudine di
Torre Guelfa.

Salii frettolosamente le scale, battei due colpi rapidi
alla sua porta: nessuno rispose.

Allora sospinsi l'uscio ed entrai. La stanza era vuota;
rimaneva nell'aria il profumo di lei come una presenza
invisibile.

— Uscita? — pensai. — E dove, a quest'ora?

M'avanzai nella camera, lentamente, quasi per indovinare.
Sopra un baule c'era un abito smesso; una camicetta
di pizzo ed un manicotto in una scatola aperta. Su
le coltri, nel guanciale, rimaneva il solco della sua persona,
come se vi avesse giaciuto; a piè del letto era un
cappello con due grandi ali bianche, ed un velo ancor
appuntato all'intorno.

Sopra la pettiniera, fra molti oggetti femminili, un telegramma
lacerato a metà, l'altra metà a terra. Ebbi la
tentazione di leggerlo, poi la cosa mi parve indiscreta.
Ascoltai presso l'uscio: nessun rumore. Un poco arrossendo,
quantunque non veduto, raccolsi le due carte lacere,
le raccostai. Ma nella penombra del crepuscolo, dovetti
avvicinarmi alla finestra e sollevare una tendina. Il telegramma
era in tedesco e diceva:

[pg!59]
«Impossibile, cara. Duvally a Roma può provvedere,
Franz.»

Veniva da Berlino, con la data del giorno medesimo.
Rimasi perplesso dapprima; lessi un'altra volta, più volte
ancora. Mi sentii tutto rimescolare; poi macchinalmente
riposi una metà del telegramma su la pettiniera, l'altra
per terra, com'erano prima, esattamente.

Scesi. Nell'atrio domandai al portiere:

— E' molto che la signora è uscita?

— Non saprei, signor conte, — mi rispose. — Non l'ho
veduta passare.

Uscii per istrada. La mia mente mi pareva chiusa in
un cerchio doloroso, entro cui passavano torme di pensieri
veloci, lontani fantasmi, fisionomie di persone straniere,
inafferrabili.

Era una serata chiara in quella mitezza dell'inverno
romano. L'aria, tra bionda e rosea, pareva percorsa da
un oscillar continuo di bagliori, che facevano splendere i
lastricati, le vetrine, le chiostre dei lampioni, e lontano
tutte le cupole, tutte le cose aeree.

Mi trovai sul marciapiede, sperduto fra l'andirivieni
continuo della gente; un senso di novità m'invase, come
s'io fossi per la prima volta nella moltitudine di una città
straniera, fra persone che avessero costumi, facoltà, istinti,
piaceri e tristezze assolutamente diverse dalle mie.

Le parole oscure, i nomi del telegramma, tornavano
ad assediarmi la mente con una persistenza dolorosa. Infine
m'accorsi ch'ero sempre lì, fermo, dinanzi all'albergo,
su l'orlo del marciapiede, che molte persone mi urtavano
passando, che un giornalaio ed un venditore di focacce
andavano e tornavano sopra un intervallo di pochi passi,
dinanzi a me. Una carrozza signorile passò: vidi la contessa
di Casciano affacciarsi allo sportello; pur avendola
guardata in viso, dimenticai di salutare.

«Duvally a Roma può provvedere... — Duvally?
Franz?

Chi erano mai costoro? Ed Elena dov'era in quel
mentre? Involontariamente il mio sguardo penetrò dentro
[pg!60]
quel formicolìo di persone, quasi per cercarla, per riconoscere
di lontano l'alta e snella figura di lei, od il colore
della sua gonna, od il mantello che usava portare. E mai
come allora conobbi l'oppressione della folla, misurai
l'implacabile indifferenza con cui si muove, si agita, si
moltiplica, si muta, nascondendovi ciò che vi appartiene,
mescendo le sue mille voci in un solo clamore, vasto e
pressochè immobile.

Chi erano mai questi uomini che le scrivevano familiarmente,
che potevano «provvedere per lei?» Mi
aveva dunque ingannato nell'affermarmi di non conoscere
alcuno a Roma e ingannato ancor più nel raccontarmi
la storia della sua vita.

Ora mi dilettavo in pensieri di vendetta e di delicata
ironia. Ero fermo sull'angolo di una strada, e l'avrei
veduta giungere, così da un lato come dall'altro, senza
tuttavia lasciarmi scorgere da lei. Volevo simulare una
perfetta ignoranza, per mettere alla prova la sua doppiezza;
d'altronde, con il possesso di questo nome, il
giorno dopo avrei potuto scoprire facilmente chi fosse
questo Duvally. Ma per la prima volta, pensando ad Elena,
soffersi nel vedermi dominato da lei, provai sordamente
la vergogna d'essere costretto a spiarla come un volgare
amante od un burlesco marito che abbiano sentore d'infedeltà.
Quel maestro fine di eleganze amatorie che stava
in me per abitudine antica si divertì nel molestarmi con
le più aspre ironie.

Or pioveva per l'aria dorata un crepuscolo vaporoso,
pieno di corruscamenti, quasi un fiorire vicino di stelle, con
i presagi, nell'inverno, della imminente primavera.

Quand'ecco, di lontano, intravvidi la figura di Elena.
Veniva rasente il muro, con un passo rapido sebbene affaticato,
non volgendo mai gli occhi alla strada nè alle
vetrine. Camminava tenendo con una mano accostato
ai fianchi un lembo del suo mantello, che le scendeva
lungo la persona con poche pieghe simmetriche, delineando
la forma del braccio ed oscillando all'incedere
d'ogni passo. Nell'altra mano teneva una piccola borsa,
[pg!61]
ch'era una maglia d'oro tenuissima, con la cerniera
lucente; ad ogni chiarità di vetrina la sua faccia e l'oro
splendevano insieme. Molti si fermavano a guardarla;
io stesso la contemplai con un senso di stupefazione.
Due sfaccendati la seguivano, tenendosi per braccio,
scambiando fra loro sorrisi e parole che parevan grossolane.
Quand'ella entrò nell'albergo, i due si fermarono
irresoluti.

Allora, traversando la strada, entrai nell'atrio, dove
molti forestieri qua e là seduti leggevano il Baedeker
come si legge la Bibbia o nascondevano i nasi inforcati
d'occhiali dietro l'edizioni ampie del *New York Herald*
e del *Times*.

Salii. Quand'ella intese picchiare, venne senza indugio
ad aprirmi.

— Sei già stato a cercarmi, non è vero? — disse tosto,
posandomi le due mani su le spalle e baciandomi.

— Sì, una mezz'ora fa, — risposi. Guardai distrattamente
verso la pettiniera: il telegramma non v'era più.

— Verso le cinque son uscita per prendere una boccata
d'aria, — ella spiegò. — Mi doleva il capo: sono così
stanca oggi!

Di fatti era molto pallida; ne' suoi gesti medesimi v'era
un certo abbandono; anche nel sorridere una specie di
stanchezza.

— Che hai? — feci amorevolmente.

— Non so... — E pianissimo, sorridendo: — Sono stanca,
molto stanca...

Me lo disse vicino alla faccia, con le labbra che appena
mi toccavano.

Poi si mise davanti alla specchiera e con un pettine
d'avorio cominciò a ravviarsi i capelli che le sfuggivano
dietro la nuca. Io le sedetti accanto, e presi a giocherellare
con i vari oggetti che ingombravano il vetro della
pettiniera.

— Dove sei stata? — le domandai con naturalezza.

— Avevo alcune piccole commissioni, — rispose, continuando
a pettinarsi. — Vedi: quel mazzo di nastri, una
[pg!62]
veletta, un paio di guanti... poi dovevo anche andare alla
Posta.

— Ma non ricevi le tue lettere all'albergo? — le domandai,
fingendo di esaminare attentamente la sua scatola
per la cipria, ch'era d'avorio con le iniziali ed una corona
di smalto.

— Non tutte, perchè non sapevo a quale albergo sarei
scesa.

La sua voce non tradì la minima incertezza; solo, prima
di rispondere, ella fece un atto come se il pettine le si
fosse impigliato fra i capelli.

— E tu non mi racconti nulla? — continuò Elena, posando
i gomiti sul cristallo per unire le mani e raccogliervi
la faccia. — Mi sembri di cattivo umore.

— No, affatto, Elena.

— Ah... mi era sembrato.

— E tu?

— Io non lo sono più adesso. Ma ho pianto tutto il
giorno: ero triste.

E piegandosi verso di me.

— Ora non mi dài neppure un bacio?

L'attrassi nelle mie braccia, perchè non potevo a mio
malgrado resisterle, e perchè nell'amaro sospetto mi pareva
che le sue labbra avessero un sapore più forte.

Nel baciarla su gli occhi m'accorsi che s'inumidivano.

— Perchè piangi ora?

— Te l'ho detto: sono triste. Poi, quando mi baci tu,
sento il cuore che mi fa male.

— Perchè quando ti bacio «io?» Forse ti baciano
anche altri?

— Sciocco! — ella rispose battendomi leggermente
una guancia. — Non ti dirò più nulla!

Per un momento scordai tutto: ella mi teneva nella
sua bellezza come in una prigionìa; m'avesse detto: — Inginòcchiati! — e
mi sarei inginocchiato.

— Senti, — le mormorai presso la bocca, — fra qualche
giorno potremo partire insieme; andremo in un mio castello
non lontano dal mare.

[pg!63]
Quasi con violenza le sue braccia m'avvinsero, e nascose
il volto contro di me.

— Lo sai che debbo andar via... lo sai che non posso!...

Feci come se non avessi udito e continuai:

— È una grande casa antica, silenziosa, fatta per l'amore.
Laggiù, fra poco, verrà la primavera.

Sollevò la faccia illuminata, mi passò le mani fra i
capelli:

— Ah sì? una casa nostra? una casa per noi?...

Ma bruscamente si ribellò: — Non posso! Non posso!

Andò rapida verso una grande specchiera che occupava
tutto il portello dell'armadio e con le dita si ravviò i capelli
di nuovo scomposti; poi lasciò cadere le braccia, si
volse, appoggiando la schiena contro il cristallo, e vi rimase,
con la faccia sollevata, gli occhi volti all'alta ombra, un
po' rigida, muta.

Per un momento la rividi com'era il primo giorno,
quando entrò nella mia casa, fiera e triste, avendo alla
cintura un gran mazzo di viole. Mi parve, da quel giorno
già lontano, di non conoscerla affatto meglio, di non aver
penetrato ancora nessuno dei suoi molti segreti. Le vedevo
serpeggiare appresso i desiderii degli uomini che l'avevano
inseguita, e quei desiderii obliqui si avventavano contro
di me come tanti colpi di staffile vibrati al mio geloso
amore.

— Insomma, — le dissi quasi ruvidamente, — una
volta o l'altra ti risolverai a spiegarmi questi continui
misteri!

— Che significa, Germano? Perchè mi parli così? Hai
veramente una fisionomia stranissima oggi!

— Ti pare? — feci con ironia. — Devi pur ammettere
che le tue misteriose contraddizioni possano irritarmi un
poco. Davvero non ti comprendo. Mi hai affermato in
tutti i modi possibili di non avere alcun legame, dici anzi
di volermi bene, mentre non fai che ripetere: Dobbiamo
lasciarci! debbo andar via!... Dunque una ragione ci
dev'essere. La vorrei sapere.

— Ma perchè vuoi sempre sapere tutto? conoscere tutto?
[pg!64]
Che bisogno c'è? L'anima di una donna, la vita di una
donna come me, sono cose a cui val meglio lasciare il
loro velo. Io, per esempio, quando posseggo un oggetto
che mi sia prezioso, lo tratto con estrema delicatezza, per
non sciuparlo, per non lasciarlo cadere. E frugare troppo
addentro nella intimità di un'anima è sempre farle correre
il rischio grave di cadere a terra, di andare in frantumi.
Non ti pare?

— Belle parole... nient'altro! E se t'illudi ancora di
potermi convincere con due frasi abili, t'inganni! Tanto
più che ho forse qualche ottima ragione per non credere
a nulla di quanto mi dici.

— Oh, questo poi!... — esclamò raddrizzandosi in tutta
la sua fierezza.

— Dico la verità e non devi esserne offesa. Tu ti diverti
ad ingannarmi ed io cerco di non lasciarmi ingannare,
almeno fin dove posso.

— Cioè?

— Cioè... nulla! Io so molte cose che tu non sospetti
nemmeno.

— Invece, se tu le conoscessi davvero, forse non parleresti
così, — rispose con tristezza, camminando a passi
lenti per la camera. Poi mi venne vicino e prese a carezzarmi
i capelli con una soavità materna ed infantile
insieme.

— Dimmi: cos'hai contro di me?

— Null'altro che un poco di rancore perchè mi esasperi
e mi addolori continuamente.

— Mi credi cattiva? — E si era seduta su le mie ginocchia
cingendomi il collo con un braccio.

— Sì, un poco, — risposi.

— E credi che non ti voglia bene?

— Me ne vorrai, forse, a tuo modo...

Mi passava una mano, lentamente, su e giù per il braccio,
guardando il suo proprio gesto. Era singolarmente dolce,
singolarmente triste.

— E quale sarebbe questo «modo mio?»

— Concederti un momento e poi sùbito aver paura d'essere
[pg!65]
afferrata; pensare con la stessa calma all'oggi, che
sei qui, e al domani, che sarai chissà dove; non abbandonarmi
che una piccola parte di te stessa, ed ancora
con moltissime restrizioni; mescere insieme i baci e le
bugie, il sentimento e l'indifferenza, come un bel mazzo
di rose e d'ortiche... Ecco, press'a poco la tua maniera
di amarmi.

Piegò il mento sul petto e sogguardandomi sorrise.

— E tu, — fece — quando parli a questo modo, sei
meno franco di me, perchè sai benissimo che tutto questo
non è vero.

— Oh, Dio!... ne vuoi la prova?

— Sì... — rispose un po' timidamente.

— Ebbene, t'ho veduta oggi. So che non sei stata per
nulla dove m'hai detto.

— Davvero?

Il suo volto rimase impassibile, tranne un rapido solco
verticale che si delineò tra i suoi fini sopraccigli. E soggiunse:

— M'hai seguita?

— No.

— E perchè no?

— Perchè... non ero solo.

Dopo una breve pausa, disse:

— Non credo che tu m'abbia veduta.

— Come non credi?

— No: mi avresti certamente seguita.

— Mi ritieni proprio così geloso?

— Immensamente curioso almeno.

— Dunque non ti curare del come io lo sappia. Ma so
in ogni modo che non sei stata ove m'hai detto.

— E' vero. Vuol dire dunque che sei entrato nella
mia camera ed hai letto un telegramma ch'era lì... Me lo
sono dimenticato infatti. — Però, — soggiunse con una
voce dura, levandosi, — io non avrei fatto questo nella
tua casa.

E metteva in ogni sillaba un così altero disprezzo, che
di confusione arrossii.

[pg!66]
— Ho fatto male. Te ne domando scusa. Ma lo feci
quasi per inavvertenza, non pensando mai che si trattasse
d'un mistero.

— Oh, non importa... — rispose con indulgente ironia. — Tanto,
a me non devi alcun rispetto!

E camminava con lentezza, tenendo sotto il mento le
due mani congiunte, che avevano la pallidezza di un avorio
antico.

— Via, — le dissi, — non essere ingenerosa ora... Ti
ho chiesto perdono.

— Senti, — esclamò repentinamente, — cos'hai pensato
di me?

— Niente! — risposi con nervosità. — Il telegramma
è chiaro. Ho pensato che andavi da quell'uomo. E del
resto sei liberissima di fare quello che vuoi.

Ella mi venne vicino, quasi con furia, e mi afferrò le
mani ruvidamente.

— Hai creduto allora che v'andassi per lui? — esclamò
con ira. — Guardami bene in faccia e rispondimi: hai
creduto questo?

— Ma io non so niente! Non ho fatto che leggere.
Quando non si ha nulla da nascondere non si fanno
misteri.

E incollerito mi levai, sciogliendomi dalle sue mani con
un moto ruvido. Soggiunsi:

— Devi anche pensare ch'io non sono avvezzo a queste
ambiguità. Volevo non dirti nulla, per non sembrarti ridicolo,
poi non ho potuto. Volevo lasciarti continuare in
silenzio la tua commedia, ma siccome ho la stoltezza di
amarti, così non l'ho saputo fare. Del resto, ti ripeto, sei
libera. Sei nel tuo pieno diritto. Solo bisognerà che tu
scelga fra una cosa e l'altra, perchè io non so dividermi
e non accetto comunioni.

Mi ascoltava un po' curva, subendo le mie parole come
continue percosse. La sua bocca rideva, esprimendo uno
scherno dolorosissimo e contenuto. Poi, con la voce che
sibilava:

— Non puoi credere questo! — affermò. — E bada
[pg!67]
che sopporto le tue parole solo perchè non credo che tu
le pensi.

— Ma dunque spiégati! — esclamai con ira. — Cosa
può immaginare un uomo in questo caso?

— Naturalmente...

— Spiégati, Elena. Finisci di farmi soffrire!

— Rispàrmiami questo! — ella pregò sordamente; — poichè
ti giuro che vi sono andata per una causa del tutto
diversa da quelle che puoi supporre tu. E non l'ho nemmeno
trovato. Lasciami tacere.

— Impossibile, Elena. Vorrei poterti accontentare, visto
che me lo chiedi, ma, dopo, non me ne darei pace.

— Te ne supplico, Germano, lasciami questo piccolo
segreto. E' una cosa che mi offende, che mi ripugna...

I suoi occhi brillavano stranamente, le sue mani congiunte
tremavano.

— Come vuoi tu! Sei anche libera di non dirlo, — risposi
duramente.

— Ebbene, lo vuoi sapere? — esclamò con veemenza,
quasi gridando. — Bada che, dopo, forse ti odierò!... ti
odierò perchè mi umilii troppo... Lo vuoi sapere?

Io tacqui, gelido.

— Come sei perfido! perfido! Ecco, te lo dico. Sono
andata per chiedergli denaro, perchè a lui... non importa!
Ma non mi voglio vendere a te!... a te no! Volevo amarti
senza vergogna, come un'amante vera... Ecco: adesso
lo sai!

Gettava le parole come altrettante lame, con le labbra
che fremevano, livida.

— Tu hai fatto questo, Elena?... — esclamai con un
tremante rammarico, afferrandole una mano. — Perdonami
dunque, mio povero amore!

— Làsciami! làsciami! — ella comandò, svincolandosi
con forza. — Sì, ho fatto questo per te!... ho fatto
questo, io!

E v'era in quel suo monosillabo un'alterezza di regina.

[pg!68]




IX
==


Più tardi nella silenziosa notte, Elena mi aveva raccontato
la storia della sua vita. Ed era una storia ben
triste per una così bella creatura.

Mi narrava con malinconia le memorie dell'infanzia
felice, nella tranquillità un po' severa d'un castello ungherese,
dov'erano accolte le ricchezze di una lunga
discendenza.

Per quanto lontano ella tornasse con la memoria, non
poteva rivedere la madre se non sotto le sembianze
di una giovine signora dagli occhi soavemente pensierosi,
che, muta, con libro su le ginocchia, passava lunghe
ore solitarie in una sala troppo vasta per lei, o succinta
in abito d'amazzone scendeva presso i cancelli d'un grande
parco secolare, mentre gli staffieri le imbrigliavano un
cavallo grigio, dalle narici vive come lo scarlatto, con la criniera
e la coda simili a due copiosi rami carichi di neve.

Il padre dimorava raramente nel castello, ed aveva
per la moglie una devozione che pareva nascere da un
profondo rimorso, anzi aveva per lei una specie di religioso
amore. Ma ogni volta ch'egli tornava dalle frequenti
assenze, avveniva molto spesso ad Elena di trovar
sua madre tutta in lacrime nell'angolo di una sala,
più spesso, poichè dormivano accanto, di udirla piangere
nel silenzio della notte.

Egli amava con passione la musica, e suonava divinamente
il violino, la sera, in una stanza chiusa, per
lunghe ore continue.

Ella e sua madre lo ascoltavano dalla sala vicina, in
silenzio.

[pg!69]
Un giorno, dopo una sua più lunga assenza, lo portarono
morto al castello due grandi uomini sconosciuti,
che tristemente accarezzarono la sua testolina di fanciulla.

Sua madre la condusse a baciare il cadavere, poi mise
un abito nero, e da quel giorno, per lunghi mesi, non
parlò quasi mai, divenendo malata. Le disse ch'era
morto in viaggio; ma più tardi ella seppe, nell'ascoltare
i discorsi dei domestici, ch'era stato ucciso in duello.

Poco tempo dopo il castello era venduto. Vennero genti
nuove, che portaron via i mobili, i quadri, gli arazzi,
le armerie, i cavalli: tutto. Una mattina sua madre,
pallida e pur sorridente, la condusse per tutte le stanze,
per i piantereni e per le scuderie, le mostrò l'intero
dominio, quasi per bene imprimere nel suo cuore la memoria
d'ogni cosa, poi, quando furono in fondo al giardino,
presso una fontana, ch'ella rivedeva sempre, le disse con
voce tranquilla:

— Tutto questo non ci appartiene più, Elena. Siamo
povere adesso e dovremo partire.

Un signore le accompagnò, che veniva sovente al
castello.

Si chiamava Franz von Hohenfels ed era prussiano.
Andarono a Parigi; con l'ultimo denaro arredarono
tre piccole stanze in un quartiere eccentrico; vissero nei
primi tempi di quello che la madre guadagnava traducendo
novelle, romanzi e poesie dall'ungherese, o copiando,
se il bisogno urgeva, le tesi dei medici ed i memoriali
degli avvocati.

Allora quella donna malata, che pareva solamente reggersi
per un miracolo di energia, si rivelò agli occhi
della figlia sotto una luce quasi eroica. In lei viveva
un'anima nascosta, capace delle più grandi rassegnazioni.

Elena, a quel tempo, non aveva che sedici anni, e curava
le cose domestiche, aiutando la madre, leggendo
a voce alta i suoi libri e ricopiando i suoi manoscritti
quando i poveri occhi stanchi non vedevano più. Talvolta
la madre dettava, e dettando le spiegava ogni
cosa, la iniziava lentamente alla sua vasta cultura, dandole
[pg!70]
un piacere caldissimo per le cose dell'arte. Quando
i guadagni divennero più lauti, ella fece seguire ad Elena
qualche lezione alle cattedre pubbliche, preparandola
man mano ella stessa per un esame d'istitutrice che
il suo pronto ingegno superò senza fatica.

Alcuni amici venivano a visitarla talvolta e spesso
quel Franz von Hohenfels che alla morte del padre assunse
la tutela di Elena.

Innamoratissimo della madre, aveva tentato per lungo
tempo d'indurla suo malgrado a seconde nozze; ma
Elena preferiva la miseria, purchè sua madre rimanesse
a lei, a lei sola, in quella piccola casa di Montmartre, di
fronte alla chiesa del Sacro Cuore, dove i tramonti su
l'apoteosi della città incendiata erano così divinamente
belli.

Dopo qualche tempo l'Hohenfels finì con rinunziare
a questo progetto e le sue visite a Parigi furon meno
frequenti, finchè cessarono del tutto. S'era più tardi ammogliato
in Germania, e solo scriveva di quando in quando
per domandare notizie con freddissima urbanità.

Ma vennero i tempi tristi; la madre ammalò, fors'anche
di stanchezza; il lavoro le divenne impossibile,
il denaro mancò. Era d'inverno e tutto scarseggiava, la
luce, il fuoco, il pane, in quelle tre camere taciturne
dove una donna di trentasette anni ed una fanciulla di
diciotto erano sole a difendersi contro la vita.

Allora fu per Elena una corsa pazza lungo le vie di
Parigi, ad ogni porta, ad ogni scala, in cerca di lavoro,
di un qualsiasi lavoro che desse una tazza di brodo per
la madre malata, che desse la legna per accendere un po'
di fuoco la notte, quand'ella tremava, scarna, sotto la
coltre, vaneggiando.

Per molte settimane, perchè non le portassero la madre
all'ospedale, Elena fece ogni umile mestiere: praticò le
scuole delle sarte, ricamò le iniziali delle biancherie,
vendette nei negozi, assistette malati, rispose agli annunzi
dei giornali, si trascinò per ogni agenzia, fu da ultimo la
modella di un pittore.

[pg!71]
E questo giovine che la vide così bella e così triste,
invece di offenderla, ebbe del suo dolore una fraterna
pietà. Povero, volle offrirle qualche soccorso, la confortò,
venne a visitare la madre. Ungherese di nascita
egli pure, — (e per questo Elena v'era andata) — si
chiamava Mathias Bunko ed era minato da una inguaribile
malattia.

Tacitamente il giovine si accese di un disperato amore
per lei; quell'amore sublime delle anime che sentono la
morte vicina.

Mathias andava in cerca di lavoro per lei come per
una sorella; poi, la sera, non potendo recare di meglio,
portava un cordiale per la malata, un succo di carne
per sostentarla, un giornale che la divertisse, un fiore.
Aveva una bella fronte pallida, la bocca femminea, la
voce soave. Parlava dell'Ungheria lontana, de' suoi giorni
d'infanzia, de' suoi sogni d'arte; voleva, quando la madre
fosse guarita, fare un grande quadro di Elena, esporlo,
giungere rapidamente alla fama, — rapidamente poich'egli
aveva dinnanzi a sè una vita breve.

Invece la malattia peggiorò ed il medico fece trasportare
l'inferma all'ospedale. Furono giorni di disperazione,
che nessuna gioia della vita potrebbe mai compensare.

Oh, l'ultima sera in quella nuda stanza d'ospedale
presso il letto già solenne come un feretro! Una monaca
piangeva in silenzio presso il capezzale, ferma, rigida.
Ed Elena rivedeva sempre quella mano di morente levarsi
ancora stanca e fredda fino alla sua fronte, per
darle una benedizione suprema; udiva quella voce ormai
lontana dirle ancora, diminuendo, fuggendo:

— Elena... sii buona, sii forte... Vivi con fede, con
fierezza... Elena, mio amore, addio...

Poi, tosto, nella luce livida, un Crocifisso scenderle
sul petto, gli occhi della moribonda volgere verso di lei
l'ultimo sguardo umano, e lentamente svanire, finire, in
una specie di stupefazione, serbando il loro inestinguibile
sorriso...

[pg!72]
— Mamma, mamma mia!... — aveva ella gridato, cadendo
sul cuore della morta. E Mathias la raccolse nelle
sue braccia, Mathias, il pallido fratello, il suo povero
amico.

Per molti mesi ella fu ricoverata in un monastero,
finchè un giorno le venne da Berlino una lettera di
Franz von Hohenfels, che le mandava denaro, invitandola
a partire per la Germania, dov'egli le avrebbe ottenuto
un posto d'istitutrice.

L'ultimo giorno andarono insieme al camposanto, Mathias
e lei, per salutare la morta. Elena vide ch'egli
barcollava, quel giorno.

— Andate proprio via? — le disse il giovine con
una voce che non era più la sua, una voce spenta.

— Sì, — ella rispose — domani.

— Mi scriverete qualche volta?

— Sempre, sempre, Mathias! E poi ci rivedremo un
giorno...

Egli ebbe un sorriso incredulo:

— No, Elena, forse mai...

Ed erano caduti entrambi a ginocchi, nel camposanto
dei poveri, dinanzi a quella croce nuda.

-----

Il tutore l'accolse nella casa dov'egli abitava con la
moglie e con due bambini.

Il terzo giorno dopo il suo arrivo l'Hohenfels la condusse
nel suo studio e vi fece portare dai domestici un
grande baule polveroso. Cercò nella cassaforte un libretto
di risparmi, alcuni astucci di gioielli, aperse il baule,
poi disse:

— Tutte queste cose vi appartengono, Elena; mi furono
consegnate per voi.

Ella se ne meravigliava, ma il tutore prese a dire:

— Quando vostra madre lasciò l'Ungheria mi diede in
custodia questi ultimi residui del suo patrimonio, ch'ella
[pg!73]
aveva ridotto al nulla per pagare i molti debiti della
famiglia o piuttosto — poichè forse già lo saprete — i
debiti di suo marito. Mi lasciò queste cose con l'obbligo
giurato di non consegnarle che a voi, dopo la sua morte,
o, qualora me lo domandasse, alla vostra maggiore età.
Vostra madre fu una santa ed una vera martire: non dimenticatelo
mai, Elena. Oggi obbedisco alla sua volontà.

V'era il corredo da sposa della madre, pochi oggetti
preziosi ch'ella si rammentava di aver veduti al castello
ed alcuni gioielli antichissimi della famiglia.

Tutto ciò le parve l'ultimo sorriso, l'ultimo bacio della
sua mamma per sempre lontana, e questa lieve ricchezza
la fece piangere di malinconia. Era la sua tragica e santa
eredità; bisognava non dimenticare quell'esempio di fortezza.
Ed Elena serenamente si dispose a vivere la sua vita
nuova, poichè il tutore le aveva trovato un posto d'istitutrice
in una scuola privata.

Passarono mesi di tristezza e di solitudine. Mathias
le scriveva quasi ogni giorno; ella rispondeva sempre, e,
come ad un fratello, tutto gli raccontava: la grande aridità
della sua vita, i bui pensieri, lo sconforto, i libri
che leggeva, le persone che frequentava, le memorie
della povera morta, il gran desiderio che aveva ella
stessa di morire. Una volta, ricordandosi ch'egli era
così povero, andò alla Banca, prese una piccola somma
e gliela spedì. Ma egli la rimandò con una lettera squisita,
in cui vagamente, per la prima volta, le confessava la
sua passione.

Questo pensiero le dette un grande smarrimento; non
aveva mai creduto ch'egli potesse amarla, e considerava
Mathias veramente come un fratello. Ebbe vergogna,
ebbe paura, ebbe pietà; gli rispose pregandolo di non
volerle bene, di non pensare a lei, di lavorare a' suoi quadri.

L'Hohenfels la visitava qualche volta e più spesso l'invitava
nella sua casa, mostrandosi ora diverso che non
per il passato, e cioè troppo familiare, quasi ambiguo.

In quei giorni, per uno scandalo che fece assai rumore,
l'Hohenfels si separò dalla moglie e tenne seco
[pg!74]
uno dei due figlioli. Circa un mese dopo questo fatto
egli venne a proporle di dare lezioni al suo bimbo ed
ella consentì.

L'Hohenfels assisteva regolarmente a queste lezioni,
seduto presso la tavola, sorridendo e guardandola sempre.
Voleva sovente che rimanesse a pranzo; un giorno le
passò la mano sui capelli, dicendole:

— Sapete, Elena, che vi siete fatta una magnifica
ragazza?

Ella divenne di porpora, ma non osò rispondere, perchè
di lui aveva una incomprensibile paura.

Era un uomo sui quarantacinque anni, ancor giovanile
d'aspetto, che nel discorrere usava gesti compassati
ed autorevoli; aveva i baffi castanei, rudi, la bocca un
po' sardonica, il naso diritto, gli occhi d'un color glauco-verde,
pieni di volontà.

Frattanto era trascorso più di un anno, e la sua tristezza
non guariva; ogni cosa le dava un senso di profonda
mediocrità, e sognava di andare per il mondo alla
ventura, fin quando, in una terra lontana, improvvisamente,
come schiuse da un prodigio, davanti a lei si
aprissero le porte meravigliose della vita.

Trovò, sul finire di quel Settembre, una vecchia signora
senza parenti, ch'era solita viaggiare quasi tutto
l'anno, la quale accettò di prenderla seco e farne la sua
dama di compagnia. Sùbito, e nonostante le preghiere
dell'Hohenfels, lasciò la Germania e vide un gran numero
di paesi.

Fu durante uno di questi viaggi ch'io la conobbi.

Ma la vecchia signora finì con accorgersi ch'era molto
incomodo avere per dama di compagnia una ragazza
così bella, poichè dappertutto gli uomini la corteggiavano
e l'inseguivano con soverchia insistenza. Di nuovo Elena
si trovò sperduta, senza desideri, senza meta. Fece venire
una parte del suo denaro e viaggiò sola per qualche
tempo, inebbriandosi di sogni che non si sarebbero avverati
mai.

Passava, senza conoscere ancora la sua bellezza, con tutta
[pg!75]
l'anima negli occhi, per le città straniere, perdendosi
fra le folle rumorose, aggirandosi per i musei, per le
biblioteche, nei giardini, fermandosi la sera, verso il
crepuscolo, su le arcate dei ponti a guardare i fiumi
trascorrere, i laghi oscillare, splendere il sole sui vetri
delle case, che balenavano come lamine d'oro. Guardava
le folle dissimili mutarsi di frontiera in frontiera, parlando
linguaggi diversi e con diversi destini; guardava ed era
negli occhi attonita, come chi dalla spiaggia di un mare
veda correre sulle opposte onde infiniti velieri e non
sappia qual destino li guidi nè a quali porti vadano, per
l'interminato azzurro, in cerca d'approdo.

Per lei tutto nel mondo era un pericolo, tranne le
parole di Mathias, che la vegliava di lontano scrivendole
alcune lettere sublimi.

Allora, fra le città straniere, qua chiamata e là respinta,
fra gli usi e le persone più varie, con il coraggio
dei vent'anni, con l'intelligenza versatile che nasce dalle
difficoltà, imparando a fingere, a destreggiarsi fra gli uomini,
cominciò per lei quella corsa randagia, infaticabile,
ch'era la sua battaglia per la vita.

A poco a poco amò quella sfrenata indipendenza, quel
vagabondaggio alla ricerca dell'ignoto, quel rinnovarsi
dell'anima in un perpetuo fuggire.

Un giorno ella imparò a conoscere i libri di Massimo
Gorki: glieli aveva dati un professore paralitico, il quale
abitava una soffitta al di sopra della sua, in una città
danubiana.

Questi libri l'accesero, le parvero il poema eroico della
miseria, il vangelo dei diseredati. S'innamorò di quei
naufraghi alteri che non volevano arrendersi alla nemica
vita, e discutevano fra i loro cenci una filosofia nuova
della società umana, come dottori all'Accademia, essi, fra
le caraffe d'acquavite.

Allora pensò ch'ella pure, come quei caduti, come
quegli ex-uomini, aveva un passato di luce, un avvenire
d'ombra. Com'essi era caduta sotto l'invincibile furore
della fortuna e più non le rimaneva che una forza:
[pg!76]
quella di considerare la vita come una catena di avvenimenti
provvisori, cioè dall'oggi al domani, con instabilità
seguendo l'alea dei nomadi, e senza perdere mai la coscienza
di rimanere un «essere umano».

Pochi centesimi bastarono alla sua vita, qualche libro,
qualche fiore.

E visse di sè, chiudendo nell'anima sua di fanciulla un
infinito mondo; vide ciò che ha nome il bene e il male,
ciò che gli uomini hanno pensato di giusto e d'ingiusto,
ciò che una creatura deve compiere per insignorirsi del
proprio destino.

Libera e sola, continuò quel suo pellegrinaggio, fin
quando, in una città sul Reno, essendosi gravemente ammalata,
fu accolta in un Asilo Evangelico. Dopo la guarigione,
le suore che avevan preso ad amarla vollero
rimanesse con loro e le affidarono alcuni bimbi da educare,
quand'ella ebbe loro promesso di convertirsi al protestantesimo.

Quella pace ora la riposava; le pareva di amare il
convento, le preghiere lunghe, le fervide meditazioni; un
fondo di misticismo innato le si ridestava nei recessi
dell'anima.

Il pastore che l'istruiva per la conversione s'innamorò
di lei. Non glielo disse dapprima, forse non osò; ma ogni
giorno le portava un libro di fede o di evangelica meditazione,
avendone prima sottolineate alcune frasi di amore
castissimo. E talvolta, partendo, serrava lungamente una
mano della fanciulla tra le sue.

Finalmente un giorno si fece coraggio; le confessò di
volerle bene, le domandò se avrebbe mai consentito a
sposarlo. Elena, dopo averlo guardato un momento, si
mise a ridere come una pazza, e rise così forte che il
povero giovine, tutto vergognoso, fuggì.

Ma poi, quando lo rivide, così pallido e serio, così
turbato davanti a lei, quasi le spiacque di avergli fatto
male e gli usò molte piccole cortesie. Ora il giovine le
impartiva la sua lezione rigidamente, senza guardarla,
e solo di quando in quando le portava un libro, ancora
con le parole segnate.

[pg!77]
Un giorno, — eran nel giardino dell'Asilo, d'autunno,
quando i fiori appassivano tra l'ingiallire delle foglie, — il
pastore venne di nuovo, più turbato, e le camminò
lungamente a fianco, senza parlare.

Per la prima volta Elena lo guardò come si guarda
un uomo. Il pastore si chiamava Miller; forse non aveva
più di venticinque anni. I suoi capelli spiovevano biondi
e ben pettinati fino alla piegatura della nuca, facendo
come uno scalino sopra le spalle, un po' esili nella solennità
dell'abito nero. Due chiari occhi morbidi gli splendevano
sotto la fronte vasta, mitigando l'ardore della sua
bocca troppo sensuale, che in alcuni sorrisi tradiva i
segni di una forte volontà repressa.

D'un tratto il pastore, fermandosi davanti a lei, rigido,
con il capo scoperto, mentre il sole gli dorava la
fronte, ripetè la sua domanda:

— Non vorreste voi, Elena, dividere con me, nella mia
casa e nella mia vita, quella missione di carità umana
che mi è concessa da Dio?

Era un pomeriggio di sole; tutte le finestre del convento
splendevano come raggiere; dal vivaio, le rose
inclaustrate mandavano per l'aria dorata un profumo
inebbriante.

Ed ella, forse perchè il turbamento di quella voce la
invase, forse perchè il giovine era bello così, con la
fronte nel sole, forse perchè il luogo, l'autunno, le foglie
cadute, le infondevano un senso di commozione mistica,
ella, senza riflettere un momento, promise di sì....

Ma tre giorni dopo lasciava l'asilo e la città ed il
fidanzato, per correre lontano, in cerca d'altri destini.
Ella compiva queste crudeltà involontariamente, senza più
ripensarvi, perchè nella sua vita si era fatta un'anima di
avventuriera e non sapeva bene intendere nè definire
cosa mai fosse quel comune desiderio degli uomini, che
li spingeva tutti a volerla, fosser anche d'animo puro e
dolce come il pastore Miller o come l'amico Mathias, del
quale aveva ora migliori notizie. Non era più così povero;
un quadro esposto l'anno prima lo aveva reso
[pg!78]
noto, ed anzi, nei giornali parigini, aveva letti grandi
elogi su di lui. Nell'ultima sua lettera egli le scriveva
che si sarebbe recato presto a Berlino, perchè gli avevano
data la commissione di un ritratto, e sperava di rivederla,
dopo così lungo tempo. Rivedere Mathias!... Oh, certo,
anch'ella vi sarebbe andata!

-----

Quando arrivò il suo treno, egli l'attendeva sotto l'atrio
della stazione. Dopo tre anni, com'erano entrambi mutati!
Ma parve ad entrambi che non fosse trascorso nemmeno
un giorno. Si abbracciarono e non osarono baciarsi.

Mathias non vestiva più quegli abiti così dimessi; era
più elegante assai, ma conservava sempre la medesima
fronte pensierosa e quegli occhi un po' esaltati, quel
suo triste pallore. Anzi era più pallido, e, camminando,
una invincibile stanchezza gli traspariva da tutte le
membra. Elena ebbe quasi vergogna di ritrovarsi così
piena di forze, accanto a quel giovine che pareva estremamente
sfiorito. Abitarono vicino; egli prese in affitto
uno studio vasto, luminoso; ella, due piccolissime stanze
ad un terzo piano. Elena in quei giorni non aveva denaro
e non voleva certo vendere i pochi gioielli della madre.
Allora Mathias gliene prestò; ma ella poi lo costrinse a
riprenderlo quando appena potè ottenere alcune lezioni di
lingue straniere. Mathias le disse tristemente: — Voi
non mi considerate più come il vostro amico.... Gli altri
uomini vi hanno insegnato a diffidare anche di me.

Qualche volta egli si atterriva nell'udirla parlare;
allora la guardava con un lungo rimprovero silenzioso
ed una specie di affanno contraeva la sua faccia dimagrata.
Passò l'inverno. Egli andava ogni giorno a prenderla,
quando moriva la luce su le tele de' suoi quadri,
ed uscivano insieme per la città rumorosa, per i viali
dei grandi parchi, simili a foreste addormentate, ove
la primavera destava tra il verde il canto nuovo delle
fontane.

[pg!79]
Mathias non le parlava quasi mai; solamente l'ascoltava,
camminandole a fianco un po' curvo, e qualche volta
scuotendo il capo, quando Elena faceva ad alta voce un
sogno d'avvenire.

— Se io facessi un quadro di voi? — le disse un giorno.

— Si? Volete? — Elena rispose.

Ed una felicità subitanea splendette nella faccia del
pittore.

Tosto vi si accinse. Tutta l'anima del giovine si trasfuse
nel quadro, l'anima che voleva tutta esprimere
quella pura bellezza in una luminosa magnificenza di colori.
Elena non poteva concedergli molte ore della sua giornata
e l'opera si compiva lentamente.

Dopo alcuni mesi dall'arrivo, un giorno ella si recò
a visitare l'Hohenfels, al quale aveva scritto di quando
in quando lungo le sue peregrinazioni. Un sentimento
strano la guidava ora verso di lui, verso quell'uomo del
quale aveva sempre avuta una irragionevole paura. Ed
era il desiderio di apparirgli davanti, nel fiore della sua
bellezza, un po' altera, un po' beffarda, ora che si sentiva
sicura della propria forza e sapeva di non tremare
davanti a quegli occhi. Voleva quasi dirgli con
uno sguardo:

— Ecco, vedete: sono qui. Non ho avuto bisogno di
voi, non vi debbo nulla!

Egli era forse un po' invecchiato, ma conservava
sempre una grande vivacità nella fisionomia, nei gesti,
ed un sorriso leggermente sardonico su l'orlo della bocca
fine. Al vederla, ne rimase attonito; s'informò dove abitasse,
che facesse, quali fossero i suoi disegni. Una settimana
dopo l'andò a visitare nelle sue piccole stanze,
e giudicando il luogo inadatto, disse che per il medesimo
prezzo avrebbe potuto trovare assai meglio a Berlino,
se gli concedeva di far ricerche per lei. Ella se ne
schermì più volte, ma le sue preghiere la vinsero, perch'egli
sapeva essere persuasivo, cortese, discreto.

Tornò, dicendole di aver trovato per lo stesso prezzo
una grande camera, quasi elegante, presso una famiglia
[pg!80]
borghese che teneva pigione; insieme andarono a visitarla.
Una donna piacevole d'aspetto, con una sola figlia
quattordicenne, governava la casa, ed il luogo era davvero
lindo, messo con leggiadria. Elena quasi non poteva
credere di avere una così bella camera per un prezzo
così mite; allo scader del mese vi si trasferì. Solo, per
una specie di delicatezza, non disse a Mathias ch'era stato
il suo tutore a trovarle questa camera.

Egli si rammaricò perchè andava più lontana, e le disse:

— Le vostre lezioni vi prendono quasi tutta la giornata;
avete così poche ore per me!

Ella, per fargli piacere, si levava la mattina di buon'ora
e vi andava quando la luce era più limpida.

Ma egli sfioriva ogni giorno, intento sopra quella tela
che assorbiva la sua vita. La tosse lo martoriava con
maggior insistenza e gli occhi suoi parevano sempre più
accendersi di una fiamma latente.

— Dove andrete mai, Elena, quando sarete stanca di
vivere qui? — Mathias le domandò una volta.

— Ora ho fatto un sogno, — ella rispose. — Voglio
diventare attrice. Quando avrò denaro, tornerò a Parigi
per studiare.

Gli occhi di Mathias ebbero uno sguardo di smarrimento,
il suo pallore divenne più cereo, ma non disse
parola.

Questo infatti era il suo grande sogno. Divenire attrice,
interpretare le anime, apparire su la scena, ella
sola, davanti a mille, dire una frase, inebbriare una platea!
Quante volte, nei giorni più neri della sua vita, si era
cullata in questo sogno, si era sentita la virtù di esprimere,
di raffigurare, di commuovere!... Perchè Mathias
non ammirava questa idea? Non l'ammirava, eppure le
aveva detto:

— Tutto quello che possiedo ve l'offro, se vi può
servire.

Ma ella naturalmente aveva rifiutato, commossa dalla
sua bontà. Per un momento ebbe l'idea di parlarne all'Hohenfels,
ma sùbito l'abbandonò. Sebbene paresse mutato,
[pg!81]
pure a lei non garbava di avere un debito con
quell'uomo. Seguitò invece a lavorare, con la speranza
secreta.

La signora Gräfe, la sua padrona di casa, era una
donna estremamente cortese. Non più giovane, un po'
manierata, con due grosse trecce di capelli finti, doveva
essere stata molto bella in gioventù. A lei mostrava una
tenerezza quasi materna e si accapparrava la sua fiducia
dandole molti ottimi consigli. La sera, quando pranzavano
insieme, le teneva certi discorsi allegri ed un po' salaci....
Veniva spesso a visitarla un uomo di mezza età, un
sottufficiale in congedo, ch'era il suo amante. Ella parlava
di ciò con naturalezza; un giorno anzi, nel mezzo
d'un discorso, le aveva domandato:

— E tu, non hai ancora avuto un amante?

— Io no, signora Gräfe, — le aveva risposto Elena,
chinando gli occhi. Dopo tre giorni appena la sua padrona
di casa le aveva dato sùbito del tu.

— Ebbene sei una scioccherella! — rispose costei. — Quando
sarai vecchia e brutta non ti servirà davvero
a nulla d'essere stata più o meno onesta, mentre ti
pentirai amaramente d'aver sciupata la tua giovinezza.
Perchè siamo al mondo noi? Par gli uomini. E gli uomini?
Per noi.

— Ma io non l'ho mai desiderato, — Elena disse,
confusa.

— Non c'è bisogno di desiderarlo, anzi, non si deve.
Tu aspetti l'amore, piccina mia?... Bada a te! Questo è il
grande pericolo. Invece si prende un amante perch'è
necessario, è utile, qualche volta è anche piacevole.
Ma, dimmi: tu che sei bella come un fiore, quale vantaggio
ricavi dall'aver fatta la vita che fai e dal lavorare
tutto il giorno per pochi centesimi, quando, con
un bacio che tu volessi dare, potresti esser vestita di
seta e coperta di gioielli da capo a piedi, potresti pagarti
ogni capriccio e menar la vita che più ti conviene? Perchè
ti sacrifichi? per rimanere onesta? Bel merito! Se ci
ragioni sopra un momento, vedrai che questa è una
[pg!82]
parola, null'altro che una parola. Poi, chi ti crede? Pensi
forse che una sola persona, vedendoti così bella, s'immagini
che tu sia una ragazza tuttora illibata? Macchè!
nemmeno per sogno! E la persona che lo potesse credere,
se fosse una donna ti direbbe quello che ti dico io, se
poi fosse un uomo penserebbe sùbito: «Via, non è possibile
che lo faccia per onestà.... Si vede che aspetta il suo
tipo, che aspetta me: proviamo!» Questa è la vita, bambina
mia. Ti parlo così, come parlerei ad una figlia.

E tali discorsi ogni giorno si ripetevano con maggiore
frequenza. Elena da prima se n'era offesa, poi vi si era
assuefatta, finchè, da ultimo, quelle cose madornali che
diceva la signora Gräfe riuscirono a divertirla.

Di tutto questo ella non fe' cenno a Mathias, perchè
ne avrebbe sentita troppa vergogna davanti a quell'anima
così lontana dalla vita. E nemmeno gli raccontò come
un giorno la signora Gräfe le avesse fatta un'allusione
anche più precisa.

«Perchè mai, — diceva, — Elena eviterebbe di accordare
qualche favore a quel ricchissimo von Hohenfels
che le usava tante cortesie? Non aveva ella compreso
che l'uomo avrebbe commessa per lei qualsiasi follìa?
Non avrebbe certo esitato a prenderle una villetta verso
il Thiergarten, o forse intorno al Wannsee, donandole
abiti, gioie, carrozze, cavalli. Certo ella non aveva che
una parola a dire... Credesse a lei: l'esperienza sua di
donna pratica non la poteva ingannare!...»

Fu invece Mathias che osò per primo fare un accenno
a questo argomento.

— Cosa pensate voi di quell'Hohenfels? — le domandò
un giorno. Elena, subitamente, si fece rossa.

— È stato il mio tutore, — rispose. — Ora cerca
d'aiutarmi perchè si pente forse d'avermi sempre abbandonata.

— Lo credete sincero?

— Chissà? E d'altronde che me ne importa?

Egli non insistette oltre; la dolcezza di quell'anima
era il silenzio.

[pg!83]
Intanto le sue mani scarne suscitavano un miracolo di
colori. Egli poteva ora veder Elena meno sovente, perchè
aveva un'altra Elena, più sua, e l'adorava creandola. In
lui si compiva una rinunzia suprema; il tacito sogno
della sua vita moriva.

L'Hohenfels aveva presa l'abitudine di venire ogni
giorno in casa della signora Gräfe e talvolta vi rimaneva
per il pranzo, dicendo ch'era solo e s'annoiava. I discorsi
più frequenti cadevano su l'avvenire di Elena, poichè
non gli sembrava possibile ch'ella volesse continuare una
vita simile.

Dopo aver molto meditato, Elena gli confessò che la sua
speranza era quella di essere un giorno attrice.

L'Hohenfels accolse l'idea con calore, la felicitò, si
offerse di rendere la cosa possibile. Occorrevano studi
molto ben guidati, ed egli poteva, nella sua qualità di
vecchio amico, farle un prestito, che poi la ricca e fortunatissima
attrice gli avrebbe rimborsato. Ma non bisognava
tardare oltre. La via dell'arte è faticosa e lunga.
Egli era da molti anni amico d'un impresario parigino,
il quale avrebbe semplificate le cose con la grande autorità
di cui godeva fra persone di teatro. Quest'uomo sarebbe
anzi venuto a Berlino qualche settimana più tardi:
l'occasione era dunque propizia.

Elena ormai non si dissimulava più le intenzioni palesi
dell'Hohenfels, ma questo le riusciva indifferente,
fin quando almeno la sua cortesia non eccedesse i limiti
onesti.

Una sera, ch'egli aveva pranzato in casa della signora
Gräfe, curiosità lo prese di accompagnar Elena fino alla
soglia della sua camera «per vedere — disse — con qual
gusto ell'avesse ordinato il suo mobilio e dove si potessero
meglio collocare certe stampe inglesi ch'egli voleva
donarle». Dalla soglia, come per inavvertenza, entrò; e
poi ch'Elena gli diceva un po' turbata: — Ma, non vedete?
c'è un gran disordine... lasciatemi, signor Franz!... — egli,
con somma naturalezza, si diede ad osservar minutamente
ogni cosa, a toccar gli oggetti ch'erano sui
[pg!84]
tavolini, a carezzar le gonne che pendevano dagli attaccapanni,
e passò vicino al letto, facendo scorrere una
mano sul cuscino, su la coltre; poi disse:

— Mi ricordo ancora quand'eravate piccina e dormivate
in un lettuccio da bambola. I vostri piedini allora non
sarebbero arrivati fin qui... — Soggiunse: — Ora che
grande letto avete!

Infatti nella casa della provvida signora Gräfe i letti
erano vasti assai.

L'Hohenfels, con la fronte accesa, le venne vicino e cominciò
a parlare ambiguamente, carezzandole un braccio.
Intimidita, ella fece un movimento brusco, si ritrasse fino
alla soglia ed uscì.

— Che avete? Vi faccio paura? — egli domandò ridendo.

— No... ma, sapete, sono gelosissima della mia camera;
non mi piace che nessuno vi entri.

E fu tutto per quella sera.

Dopo alcune settimane l'Hohenfels le annunziò che
l'amico parigino, un certo Ernest Duvally, era giunto,
ch'era informato già d'ogni cosa e desiderava solamente
conoscerla. Per questo era opportuno ch'ell'andasse a
pranzo da lui, dove lo avrebbe incontrato quella sera
stessa.

Il Duvally approvò con fervore l'idea di farne un'attrice;
spiegò ad Elena qual fosse la più rapida via per iniziarsi
a quell'arte, anzi promise di guidarla egli stesso nei
difficili esordi parigini, mentre si riprometteva di farle
ottenere un'ammissione immediata su le scene, tosto che
avesse compiuti gli studi necessari.

La repentina felicità tratteneva Elena da ulteriori considerazioni.
D'altronde non temeva l'uomo, e l'ebbrezza
di poter riuscire valeva ogni rischio. Con Mathias tenne
secreta la sua decisione per non affliggerlo sino all'ora
della partenza. Egli non era venuto una sola volta
nella sua casa, e quand'Elena gli domandò la ragione di
questo suo riserbo egli rispose in modo evasivo, cercando
pretesti, poi confessandole che tutta quella casa, ed in
[pg!85]
particolar modo la signora Gräfe, non gli piacevano affatto.
Ma Elena ormai non viveva più che per la sua nuova
speranza.

Quel Duvally era un uomo giocondo, garbato, salace,
ricco di aneddoti; la corteggiava in modo amabile, con
quella galanteria francese che piace alla donna, poichè la
lusinga nella sua femminilità. Era inoltre un bell'uomo,
con la bocca fresca, il labbro raso, i denti minuti e bianchissimi.

— Sapete, — le aveva detto un giorno, parlandole dell'Hohenfels, — questo
Gambrinus è buono per cominciare.
Ma poi ci vuole di meglio! D'altronde che bisogno avete
di lui? Quando vi sarete risolta, basterà scrivermi una
parola.

E con lui non era possibile offendersi, perchè aveva
sempre una trovata spiritosa, una celia bizzarra, e pareva
non ammettere alcun valore a coteste sue frasi. Egli diceva
inoltre:

— Avete anche un pittore che vi fa il ritratto? Nulla
di più opportuno. Bisognerà farvelo dare, perchè un bel
quadro non è l'ultimo argomento di buon successo per
un'attrice bella. Solo, mi raccomando, non troppo vestito,
per Parigi... I pittori, qui, amano la stoffa; noi amiamo il
nudo. Contraddizioni di razza, diversità di scuola: ecco
tutto!

E partì su questa mezza intesa, mentre l'Hohenfels per
proprio conto credeva prossimo il trionfo della sua laboriosa
pazienza.

Fu la signora Gräfe ad annunziarle una sera, di punto in
bianco, che l'Hohenfels le aveva dato incarico di condurla
da una buona sarta, perch'ella si comandasse in tempo
tutti gli abiti che occorrevano prima della imminente loro
partenza.

Elena fece le sue maggiori maraviglie.

— Capirai, — le spiegò la Gräfe, — dovendo vivere a
Parigi con un signore come l'Hohenfels, i tuoi abiti non
sono abbastanza eleganti.

— Dovendo vivere?... con chi? — Elena interruppe,
[pg!86]
dando in uno scoppio di riso. — No, no! Ringraziatelo
pure, ma ditegli che alla sarta provvedo io stessa! Credo,
in verità, che ci siamo intesi male...

Questa volta la signora Gräfe perdette la pazienza.

— Ma senti, bambina mia, — le disse, — che intenzioni
hai finalmente? Perchè qui si tratta di venirne in
chiaro!

E nel suo gergo fiorito prese a magnificarle tutte le delicate
cortesie dell'Hohenfels, i sacrifizi, anche di denaro,
ch'egli faceva per lei, non volendo che «la si andasse a
rovinar la salute nelle stamberghe umide, tra i filosofi ed
i cenciaiuoli dei quarti piani».

— Te ne faccio la confidenza, ma non lo dire a lui,
per l'amore di Dio!... per l'amore di Dio! — le andava
ripetendo ad ogni tratto.

Allora Elena ebbe uno scatto di vergogna e d'ira, dolendosi
per quel denaro che non poteva sùbito rendere
all'obliquo insidiatore.

La mattina seguente lasciava quella casa, prima che
l'Hohenfels avesse il tempo di rivederla. Qualche giorno
dopo, recandosi a visitare Mathias, egli, che ormai le parlava
con un triste riserbo, le porse una lettera dicendo: — È
venuto ieri da me un domestico e mi ha lasciata questa
lettera per voi. Diceva di non conoscere il vostro nuovo indirizzo,
ed anzi me lo domandò. Io credetti bene di rispondere
che non lo sapevo.

E si rivolse alla sua tela, in silenzio.

Povero Mathias!... Com'egli la guardò, quand'ella gli
ebbe raccontata quella storia! Perchè non avergliene parlato
prima? Egli vedeva il male, ma non osava darle
consigli, poichè gli sembrava ch'ella non volesse più considerarsi
come una vera sorella per lui. E sùbito le offerse
il denaro da rendere a quell'uomo.

— Grazie, Mathias, ma non voglio. Egli è ricco, voi no.

— Che importa, visto che ve lo posso dare?

— Ve ne ringrazio di tutto cuore, ma non voglio. Lo
renderò io stessa quando potrò. D'altronde il piacere che
egli ebbe nel desiderarmi vale assai più di quanto ha speso.

[pg!87]
Mathias non potè trattenersi dall'osservarle che questa
frase non era degna di lei.

— Che volete mai? Fra queste indegnità s'impara finalmente
cosa la nostra bellezza vale!

Il quadro intanto appariva ogni giorno più maraviglioso,
ed il pittore si dimenticava davanti alla sua tela.
Una volta Elena gli domandò:

— Quando sarà finito il mio quadro?

— Mai, — rispose Mathias, con tristezza. — Questi quadri
non si finiscono mai. Ogni giorno viene un pensiero nuovo,
perchè ad essi manca sempre qualcosa.

— E cosa?

— Non so, — egli disse, turbandosi; — la vita, forse,
per essere come voi.

Elena chinò la faccia.

— Non lo esporrete, Mathias?

— No. Il quadro mi appartiene. Vi ho dipinta per avervi
con me quando andrete via.

— Credete ch'io partirò di nuovo?

— Lo credo; sì, lo credo. Anzi m'immagino che vi
pensiate ogni giorno. Voi avete il destino degli erranti e
non potete far altro che passare.

— È così, Mathias. Forse andrò via di fatti...

Aveva pochissime lezioni a quel tempo. Era il finir dell'estate;
molte allieve indugiavano ancora nei luoghi di
cura e di campagna. Faceva un calore insopportabile nelle
vie di Berlino ed Elena si annoiava mortalmente.

Un giorno, con una risoluzione subitanea, scrisse al Duvally.
Scrisse una lettera evasiva, raccontandogli ad un
dipresso com'erano andate le cose con l'Hohenfels. Questi
non tardò a rispondere, dicendo fra l'altro che, tempo addietro,
egli pure le aveva scritto, ma senza ottener risposta.
Ed Elena comprese che la lettera doveva essere caduta
nelle mani dell'Hohenfels per mezzo della signora Gräfe.
Il Duvally la incitava inoltre a perseverare ne' suoi propositi,
e soggiungeva che presto avrebbe avuta occasione
di recarsi a Francoforte. Perchè dunque non si vedrebbero?
S'ella consentisse, avrebbe allungato il viaggio fino
[pg!88]
a Berlino per venirla a prendere, poi sarebbero tornati a
Parigi insieme. — Ora, come rispondergli?

Certo nelle parole della ineffabile signora Gräfe c'era
qualcosa di estremamente logico, di estremamente vero...
Perchè sprecare la vita così? Era giovine, bella, desiderosa
di vivere, l'avvenire poteva serbare per lei molte fortune
imprevedibili. Tutta una sera ella rimase nella sua camera
a sognare. Si guardò le mani: erano piccole, delicate, bianche...
Certo si sarebbero sciupate, fra qualche anno, a forza
di scribacchiar manoscritti e dover talvolta prepararsi la
cucina da sè. Peccato! Si guardò anche nello specchio,
attentamente, come non si era guardata mai. Sorrise a quel
sorriso che dallo specchio la guardava. Si sciolse i capelli,
e vide scendere una pioggia d'oro, di quell'oro delle medaglie
antiche, trovate negli scavi, simile quasi al bronzo.
Vi passò dentro le mani, a lungo, indugiandovi con voluttà.
Si scoverse la gola, e rovesciando la testa all'indietro,
le parve di sognare la bocca d'un amante che l'avesse
baciata, lì, su la sua turgida gola... Di fatti era bella, bella
come il quadro di Mathias! Le venne un pensiero fatuo, per
la prima volta: «Perchè nessun uomo l'avrebbe mai veduta
così, nessuno, tranne Mathias, ch'era per lei un fratello?»
Ecco: la giovinezza passerà vanamente nell'insegnare le
parole straniere ai bimbi cocciuti, le sue mani non saranno
più così bianche, la sua bocca non più così fresca,
nemmeno la gola così limpida... e tutto finirà senz'avere
avuta un'ora di trionfo, come una rosa inutile che sfiorisse
nell'eremo, dietro una rupe.

E di contro, la scena, il teatro, l'applauso, l'ora in
cui tutti si leverebbero verso lei per gridarle ancora:
«Parla!» Invece di pensare ogni giorno faticosamente
al pane, d'improvviso, ecco l'ammirazione, il fasto, quasi
la potenza; invece di andar nomade per tutte le strade,
come in fuga davanti a sè stessa, ecco la possibilità di
ascendere per una via trionfale...

Da ultimo non seppe che risolvere; scrisse al Duvally
poche parole, dicendogli che lo avrebbe riveduto con
piacere.

[pg!89]
Ma quando fu la vigilia della partenza, poichè il Duvally
sarebbe arrivato il domani o il doman l'altro, ella
non potè più mantenere il secreto verso Mathias, e risolse
di narrargli finalmente ogni cosa. Andavano, camminando
a lato, verso le consuete solitudini. Era la prima
sera di Settembre. Per l'aria quasi bionda navigavano
larghe strisce di vapori turchini, d'una tenuità luminosa,
che lentamente mutavano colore, salendo nel bianco firmamento,
lassù, dove la festa del novilunio autunnale stava
per essere celebrata con una magnificenza di stelle.

— Questa è l'ultima sera, Mathias... — ella disse lentamente,
appoggiandosi al braccio dell'amico. — Domani
vado via.

Erano per un grande viale deserto e nelle oscure lontananze
del parco si udiva cantare una voce solitaria.
Mathias non rispose nulla, non potè rispondere; solo accelerò
il passo con un'andatura insaccata. Poi d'un tratto,
senza ragione, dette in una grande risata convulsa, che
risonò sinistramente nell'ombra delle volte arboree. Ella
n'ebbe un senso di fastidio e di paura.

— Mathias, — domandò con una voce umile, — mi volete
ancora bene?

Egli si fermò a fissarla, con uno sguardo fra il disprezzo
e la commiserazione, poi rise di nuovo, con maggiore
asprezza, scotendo le spalle.

Ora, nel verde, si udivano correre alcuni brividi prolungati,
come un respiro di foglie nel refrigerio della notte
imminente. Passando sotto un lampione Elena guardò il
viso dell'amico e n'ebbe un'impressione indicibile, ma non
potè commuoversi; fu piuttosto un moto di collera contro
la debolezza di quell'uomo, che aveva per lei un sentimento
così umile, così tacito, così folle. Per lei Mathias
era un delicato inseguitore, anzi un tiranno mansueto, che
invece di usarle violenza si vestiva d'un'apparenza miserrima
per commuovere la sua pietà. Allora non ebbe compassione;
provò quasi un piacere crudele nel raccontare
a quel triste innamorato i pensieri che da qualche tempo
l'assediavano, le decisioni estreme cui s'era man mano risolta,
per giungere alla fine de' suoi tormenti.

[pg!90]
Prima ch'egli potesse interromperla, e volendo piuttosto
convincere sè stessa che l'ascoltatore, gli svolse le teorie
speciose della signora Gräfe, opponendosi tutte le contraddizioni
e discutendole a priori, come se facesse dinanzi
al giudice una impeccabile arringa.

— Oh, Elena! — egli balbettò, contorcendosi le dita fino
al dolore, — Elena, io non credevo ancora che un simile
momento potesse giungere per noi!...

E si chiuse nel silenzio del suo dolore, ch'era il più
rassegnato, il più soave, tra i martirii delle anime innamorate.

Ma ne divenne ancor più malato; la tosse convulsa lo
soffocò giorno e notte; il suo petto parve interiormente
schiantarsi per la furia del male.

— Elena, — diceva sommessamente a lei che lo andava
curando, — se partirete con quell'uomo, sento che non
mi alzerò più.

Ella non ebbe l'animo di abbandonarlo, ed ancora una
volta il Duvally dovette ripartir solo.

Ma quando egli fu lontano, ed ella pensò che avrebbe
dovuta ricominciare la sua lotta inutile, dall'alba fino alla
sera, un senso inenarrabile d'angoscia le strinse il cuore,
come se avesse compiuta la rinunzia maggiore al più bel
sogno della sua vita.

E v'era in quella tristezza un piccolo rancore contro
Mathias, che l'aveva costretta, pur senza chiederlo, a ricadere
sotto il giogo della perpetua mediocrità.

Verso l'autunno le si offerse l'occasione di accompagnare
la vedova baronessa von Ritzner, che soffriva di
un latente mal di cuore, in lunghi viaggi di svago attraverso
l'Europa. Era una signora di quarant'anni, ricca e
senza figli, già presso allo sfiorire di un'avventurosissima
vita, condotta nei circoli della Corte Imperiale. In tutto
gran dama, ed ancor ricercata per il suo brio, per la sua
raffinata eleganza, la baronessa von Ritzner non poteva
trovare in Elena miglior compagna, nè Elena in lei.

Il commiato da Berlino fu triste.

Mathias aveva il presentimento di non rivederla più,
[pg!91]
e quell'ultimo giorno la sua povera faccia devastata dal
male ispirò anche ad Elena questo vago timore.

Mathias era venuto a salutarla nella sua camera, si era
seduto curvo e tacito in un angolo, sopra un baule chiuso,
appoggiandosi col dosso al muro. E pareva che di lì stesse
immobilmente a guardare la visione della propria morte.
I suoi occhi non abbandonavano mai Elena, ma parevano
inseguire con una specie d'ansia ogni suo piccolo gesto,
mentr'ella si affaccendava intorno, raccogliendo i vari
oggetti e riponendoli ad uno ad uno, anch'ella tacendo,
anch'ella impallidita, compiendo ciascun atto con una lentezza
grave, senza volgere gli occhi verso di lui. Mathias
guardava le singole cose ch'ella deponeva entro le valige,
come si guarda una persona estremamente cara che sparisce
per sempre, e andava curvandosi ancor più sul petto
esausto, non potendo alle volte frenare un lievissimo tremito,
che gli appariva negli angoli delle labbra o nel
segno profondo che aveva in mezzo ai sopraccigli.

Egli le aveva portato un mazzo di fiori; Elena prese i
fiori, li avvolse con infinita cura e li posò vicino al suo
mantello. Quando la camera fu sguarnita, Mathias si levò,
chiuse le borse, la cesta di vimini, camminando dall'una
all'altra con un passo affranto; poi le dette le chiavi.

Un guanto di Elena, ch'era sul letto, cadde a terra;
Mathias lo raccolse, lo tenne a lungo fra le sue mani, lo
guardò, vi fece scorrere sopra le dita. Poi lo ripose sul
letto e volse per la camera uno sguardo quasi attonito,
come volesse accogliere negli occhi e nell'anima tutto
quello che vi rimaneva di lei, per sempre.

Andò verso la finestra; esausto, inerte, si accasciò contro
il davanzale, guardando fuori, mentre la signora Bergmann,
la padrona della casa, faceva trasportare i bauli. Egli l'intese
domandare ad Elena:

— Tornerà, signorina?

Senz'ascoltare la risposta, egli fece col capo un movimento
brusco, e si cacciò le mani entro i capelli.

Di fronte, nella casa di fronte, una ragazza cuciva i
panni alla finestra, e cantava. Un gran sole giocondo invadeva
[pg!92]
le contrade, le verande, i tetti delle case, le chiese
lontane, le foreste più lontane, l'aria, il cielo, infinitamente...
Allora si volse. Davanti allo specchio, Elena ritta
si appuntava il cappello: teneva uno spillone fra i denti,
un velo sul braccio e le due mani alzate dietro la nuca.
Egli fece qualche passo, barcollando, fin contro uno stipite,
poi, con un movimento macchinale, guardò l'ora. Forse
non vide le sfere; ma intese negli orecchi solamente un
ronzìo, lungo, inscindibile, come un rombar d'ali nel buio,
un crescere d'acque nascoste, qualcosa che venga, poi vada,
poi torni, e sia come il nulla: un dolore. Gli occhi gli si
oscurarono per quella chiarità che avevano guardata, là
fuori, a lungo; rivide il sole, i tetti, le chiese, le foreste,
il cielo, confusamente, come in un barbaglio d'ombra e di
luce; poi, quando potè discernere, vide Elena, in piedi, che
si annodava il velo. Osservò nello specchio il dorso della
sua mano bianchissima, ch'ella si passava su gli occhi ripetutamente,
come per tergersi una lacrima, e rimase lì,
trasognato, a guardarla, quasi non vedesse più lei, ma il
fantasma di lei, partita.

Allora ella si volse, gli tese ambe le mani, e pronunziò
il suo nome, pianissimo, quasi con paura:

— Mathias...

Egli si battè la fronte, volle sorridere ma non potè,
volle parlare ma non ebbe voce: prese quelle due mani
e se le portò congiunte sul cuore. Le due mani fecero una
croce, come sopra una cosa morta. E restò a lungo in tal
guisa, mentre un nodo gli saliva entro la gola, irresistibile.

— Addio, Elena... addio... — balbettò, premendosi quelle
due mani sul cuore, che martellava impetuosamente, producendo
la strana impressione di un organo troppo vitale
in quel petto così fragile.

— Addio! addio!... Ricòrdati di me, Elena... Forse non
ci rivedremo mai più...

E rise e pianse, ed ella chinò la fronte, con la faccia
solcata di lacrime, sotto il lungo velo. Dopo un attimo di
perplessità s'abbracciarono, confondendo le anime fraterne,
quella rosa che se n'andava, tutta in fiore, e quel povero
sterpo che rimaneva per intisichire.

[pg!93]
Veniva un gran sole da quel pomeriggio d'autunno, e lì,
nella camera sgombrata, i mobili di noce mandavano luccicori
fermi; la coltre disfatta era traversata in lungo da
una striscia di sole, che sopra vi poltriva come una pigra
e scintillante nudità. Tutte le cose lucenti, la specchiera,
le maniglie delle porte, l'acqua in una brocca piena, e,
sovra tutto, come una fiamma oscura, la foltezza de' suoi
capelli biondi, si accendevano di bagliori continui, quasi
avessero dentro di sè una viva gioia e volessero comunicarla,
per offendere lui, quel buio, doloroso innamorato.

Tacitamente allora egli si tolse un anello, adorno d'una
pietra pallida, che portava sempre in un dito della mano
femminea, e lo passò in dito ad Elena, prendendola per
il polso, dove il colore delle sue vene minute somigliava
un poco alla trasparenza turchina di quella pietra.

Ella fece una mossa di rifiuto, e Mathias le chiuse la
mano perchè non si potesse togliere l'anello.

— Conservalo, ti prego; l'ho portato io per tanti anni,
anche tu pórtalo per tanti anni, sempre, se puoi....

E rise. Gli venne su dal petto una gran risata, simile
ad un urlo convulso. Le disse:

— Va... sii felice. Io non ti rivedrò più. Che la vita per
te sia buona, quanto è stata perfida con me....

Poi guardò in alto: gli occhi del giovine s'illuminarono;
sorrise.

— Mi rimane ancora il mio quadro... — mormorò. E
tremava.

Ella cercò di baciargli una mano, volle promettergli sommessamente:

— Ma tornerò presto, Mathias....

Egli ebbe un gesto come d'incredulità, poi rimase a fissarla,
toccando le piume del suo cappello, i pizzi che
aveva intorno ai polsi, e disse, con un'altra voce:

— Per me sarà sempre troppo tardi, anima mia....

E soggiunse:

— Promettimi solo una cosa....

— Parla Mathias.

[pg!94]
— Se ti facessi chiamare... dovunque tu sia, promettimi
che verrai.

Ella comprese; chinò la faccia sul petto, gli rispose con
un alito:

— Sì....

Allora egli ebbe negli occhi un sorriso di morte, poi
vide trascolorare ogni cosa all'intorno, tutto si confuse:
la stanza, la luce, quel viso di donna ch'egli aveva dipinto,
ch'egli aveva amato, per tanti anni, senza nulla sperare,
in silenzio... Ancora una volta la cercò supremamente,
con le labbra, con le mani, con l'anima... ebbe nella faccia
il suo respiro, le sue lacrime, udì la sua voce ancora,
come in un sogno, gridargli: — Addio! addio!... — poi
non comprese più nulla, non vide più nulla, non sentì che
l'enorme rombo del vuoto, e in sè, fuori di sè, la tenebra,
la distruzione.

Quando si ridestò, la stanza era deserta, e di fronte, nella
casa di fronte, una ragazza cuciva i panni alla finestra e
cantava.

-----

La baronessa von Ritzner si era tosto presa di una
caldissima simpatia per Elena e la considerava come un'amica.
Viaggiarono insieme da Franzenbad a Ginevra, da
Ginevra ad Aix les Bains, a Luchon, a Biarritz, a Pau,
finchè, al sopraggiungere dell'inverno, andarono ad abitare
una leggiadrissima villa su la Riviera di Cannes.

La baronessa le parlava spesso d'uomini e d'amanti, e
non si dava nessuna pena per nascondere ad Elena le
proprie avventure. Solo era gelosissima di lei; ne allontanava
i corteggiatori con maggior severità che una madre
ed era molto curiosa di conoscere le sue trascorse vicende.

Una volta le disse anzi, per celia:

— Bisognerà trovarvi un marito, Elena, perchè, la mia
vigilanza non basta più a difendervi dall'assalto!

Ed Elena rise. Un marito? Ecco una cosa cui non aveva
[pg!95]
pensato ancora nella sua vita di zingara. E, meditandovi
sopra, le tornava nella mente il buon pastore Miller, co'
suoi capelli biondi e ben lisciati, con la sua bocca un po'
femminea, che parlava così gravemente. Allora si figurava
la propria vita, s'ella fosse divenuta la moglie di quel pastore
luterano, e si vedeva in una linda casa tedesca, con
indosso un bel grembiule bianco, non sapendo come nascondere
l'abbondanza eccessiva de' suoi capelli per parere
più semplice; e si vedeva intenta nel rammendare il bucato,
nel badare alle cose della cucina, mentre, davanti al fuoco,
il pastore leggerebbe ad alta voce la Bibbia e due o tre
marmocchi evangelici ascolterebbero attoniti, senza comprendervi
nulla. Povero pastore Miller!... Egli era così
dolce, ma questo pensiero la faceva nondimeno ridere!

La baronessa aveva ora presa l'abitudine di tenerla
sempre sotto braccio, la trovava bella e glielo diceva, con
una voce strana, carezzandola.

S'era innamorata de' suoi capelli; entrava la mattina
nella sua camera per guardarla quando si pettinava, e,
standole presso, le faceva scorrere le dita gioiosamente
nella capigliatura, come un fino pettine; poi ne formava
un grosso nodo involuto, pieno di luccicori, e vi tuffava
dentro la gola ignuda, poi la bocca, poi l'intera faccia,
con voluttà.

Elena tuttavia non sapeva rendersi conto di queste ambiguità
e vi si prestava a malincuore, fra stupita e lusingata,
con un senso insieme di curiosa paura.

Avevano le camere uscio ad uscio e la baronessa entrava
la sera in quella di Elena mentr'ella stava spogliandosi;
con bizzarri pretesti voleva ella stessa fare la sua treccia,
legarle i nastri della camicia; toccava con un specie di
insidia i lini ch'ella andava smettendo, le parlava di cose
d'amore come il più delicato amante...

E allora, simulando capricci repentini, le baciava la gola
scoperta, la fronte, i capelli, narrandole con parole accese
la sua tristezza di rimaner sola, in quelle notti così lunghe...

Trascorsero in tal modo il mite inverno, e Febbraio
venne, che, tra quel sole, odorava di primavera.

[pg!96]
Mathias le scriveva sovente, ma le sue lettere suscitavano
in lei un senso di grande malinconia. Erano parole sfiduciate,
pensieri pieni di una stanchezza estrema, riflessioni
amare di un'anima che sente ogni giorno impallidire il
fuoco della vita.

A poco a poco le sue notizie diradarono; ella rimase
varie settimane senza ricevere alcun cenno, finchè, da una
lettera della signora Bergmann, seppe che Mathias versava
in condizioni gravissime, e che, non avendo alcuno per
assisterlo, si era fatto ricoverare all'ospedale. Pochi giorni
dopo un telegramma di firma ignota la pregava d'accorrere
tosto a Berlino per salutare un'ultima volta il pittore
morente.

Sentì nel cuore che lo avrebbe trovato spento, pure
senza indugio si mise in viaggio.

Povero Mathias! Povero triste amico! Le parve a tutta
prima impossibile di non rivederlo più, di non ascoltare
più la sua voce un poco lenta e pure così dolce. Per la
prima volta, dopo la morte della madre, conobbe un dolore
profondo, e dietro il velo delle sue lacrime rivide come
in un lontano sogno quell'ultima scena del loro commiato,
nella camera disadorna, che il sole giocondamente incendiava.
E rivide la pallida sembianza, in un angolo, accasciata
sopra un baule, con gli occhi sperduti, che la
inseguivano senza posa, come per esprimerle in un disperato
silenzio tutta l'angoscia che passava nell'anima del
morituro. Poi se lo figurò morto, immobile sopra una
coltre, senza lacrime accanto nè ghirlande, solo nel trapasso
come in vita fu solo, con le labbra suggellate nello
sforzo di chiamarla per nome. Immaginò il dramma di
quell'ultima ora, quando il rantolo affannò la sua gola e
negli occhi evadenti fu adunata in perpetuo la visione
finale del mondo, come un baleno inconoscibile di sole,
mentre l'anima varcava nell'assoluto nulla, verso la pace
inconsumabile di tutte le miserie umane. Allora le parve
che in quel punto egli avesse dovuto maledirla, e ne tremò.
Volle correre, correre, per salvarlo ancora...

Oh, quel viaggio lungo, per giornate senza sole e notti
[pg!97]
senza sonno, avvolta in una ridda spaventosa d'ombre, come
nell'incubo di una vigilia funebre... Poi quell'arrivo, nella
mattinata piovigginosa, con la visione man mano più certa,
più prossima del cadavere; la corsa per le strade, la facciata
impassibile dell'ospedale, il domandar concitato ai
medici, e la risposta breve, recisa... il passaggio per lunghi
anditi ove i malati gemevano confusi, e per ultimo, in una
stanza paurosa, fra il vacillar de' cerei, un grande lenzuolo
bianco sopra una forma irrigidita, e lo scoprirsi di un volto
che più nulla conservava di umano, tranne l'orribile segno
dell'agonìa.

Povero Mathias!... La sua tragedia era finita: in quel
morto cuore ella non palpitava più. E lo baciò su la fronte
raggelata, e camminò dietro il suo feretro quando lo portarono
a riposare per sempre, a scomparire per sempre, a
distruggersi per sempre nella tacita solennità della terra.

Le diedero una lettera, ch'egli aveva scritta per lei
negli ultimi giorni, quando fu conscio della sua fine. Era
quasi un poema d'amore dall'oltrevita, nelle ultime pagine
diceva:

«Tu non puoi figurarti, Elena, la dolcezza che io proverò
nel chiudere gli occhi per sempre; poichè nella
morte finiscono i desiderii assurdi, finisce la necessità
umana di credere, di pensare, di amare... Viene un riposo
per il quale non si è fatta la parola, e sembra che
si godrà in perpetuo quella gioia che nel mondo consiste
in un solo attimo incosciente: la gioia del dimenticare.
Ma vorrei, se mi fosse lecito, portare con me il quadro
dove ti ho dipinta. Elena, per guardarti ancora e sempre,
anche dopo la vita. È la sola felicità che mi venne
concessa, e morendo mi rammento come in un sogno
tutte le ore così dolci nelle quali ti ho potuta guardare.
La mia memoria umana comincia e finisce con te...»

Elena chiuse gli occhi e non potè legger oltre. Ora il
morto le stava presso, a ripeterle con una voce lenta il
suo triste poema d'amore.

In un'altra lettera Mathias le lasciava in eredità i suoi
quadri ed il suo piccolo avere, pregandola di vender ogni
[pg!98]
cosa, tranne il suo ritratto, perchè potesse imprendere
finalmente la via sognata e nulla dovesse ad alcuno, fuorchè
all'amico scomparso.

Per molti giorni ella rimase in balìa d'una sconsolatezza
profonda, e passò lunghe ore in lacrime su la tomba
dov'egli dormiva. Solamente allora si accorse di averlo
veramente amato, come un fratello, più che un fratello,
ed il rimorso non le dette mai pace.

Da ultimo Elena fece donare i quadri ad un Museo, tornò
ad abitare presso la signora Bergmann, ed appese il gran
ritratto che le aveva dipinto Mathias alla parete della
camera ove s'erano abbracciati per l'ultima volta, rifiutando
le somme vistose che i mercanti offrivano per quella
tela, mentre i giornali, encomiando la donatrice dell'altre
opere, parlavano assai dell'artista ch'era morto su l'inizio
della celebrità.

Verso quel tempo il Duvally venne a Berlino, e l'andò
a trovare. Sempre gaio, frivolo, sicuro di sè, diceva di non
averla mai dimenticata un momento, e gli pareva «di
ritrovarla più bella ancora, più matura per i trionfi della
scena».

Raccontò ch'era in discordia con l'Hohenfels appunto
per causa di lei; tessè molti epigrammi, ne risero insieme.

Da Berlino egli doveva recarsi a Vienna, indi a Roma
ed altrove, per essere di ritorno a Parigi sul principio
della nuova stagione teatrale. Voleva, per quel tempo, che
vi andasse ella pure.

— Non tardate oltre, — soggiunse, — perchè un mese
di gioventù perduto è più difficile a ricuperarsi che molti
anni di vecchiaia.

E partì. Veniva l'estate. L'Hohenfels andò in campagna,
dopo averla invitata seco più volte; la baronessa von
Ritzner era su le montagne dell'Engadina, malata di cuore:
le scriveva le sue sofferenze, pregandola di tornare con
lei. Allora Elena si comandò molti abiti, rifece i bauli,
coperse gelosamente il quadro di Mathias, lasciandolo in
custodia della signora Bergmann, e partì per l'Alta Engadina.

[pg!99]
La baronessa era deperita molto; le crisi al cuore in
pochi mesi l'avevano sensibilmente invecchiata. Il riveder
Elena le dette una grande gioia, e parve che traverso il
dolore nascesse nel suo sentimento una purità quasi materna.

Fra gli amici della baronessa era un giovane ufficiale
austriaco, Max von Schillenheim, ch'era il più temerario
alpinista ed il più famoso guidatore di quadriglie
che annoverasse in quella stagione la società cosmopolita
di Saint-Moritz-Bad. Poco più che ventiquattrenne,
alto, smilzo, con i capelli d'un biondo brunito, gli occhi
limpidi, piaceva subitamente per la grazia del sorridere
e per la spigliatezza de' suoi modi. Parlava con brio,
corteggiava molto le signore, i suoi modi eran fini ed attraenti,
aveva nella sua maschia bellezza quasi un'ingenuità
di fanciullo.

Anche ad Elena faceva la corte, in modo piacevole. Da
prima ella ne rise, poi se ne compiacque. Non era nè
irriverente nè sciocco; le parlava d'amore fra un discorso
e l'altro, facendola molte volte arrossire.

Poi avvennero varie cose.

Avvenne ch'egli entrava sempre nella sala di lettura
quand'ella scriveva o leggeva; ch'ella prese amore al
tennis, ed ogni mattina per lunghe ore giocarono insieme;
che v'eran nel giardino molti viali profondi, e pinete di
là dal giardino, dove ci si perdeva... che ogni giorno egli
era più timido e più ardente insieme; che avevano le
camere, quelle pericolose camere d'albergo, sul medesimo
piano, ed eran quasi di fronte...

E molte cose avvennero inoltre, anche nel cuore di
questa errante fanciulla, cui troppi desiderii altrui, torbidi
e tenaci, avevano già irritato i sensi; ed avvenne che
le due bocche giovini, più volte, con stordimento, s'incontrarono,
ed una notte che il cielo terso dell'alta montagna
brillava d'infinite stelle, nell'ombra, nell'oblìo d'un'ora,
ella imparò paurosamente l'amore.

[pg!100]

-----

La stagione finì. Max von Schillenheim tornò al suo
reggimento; Elena e la baronessa, che peggiorava sempre,
andarono a Bad-Homburg, dove i medici le consigliarono
di tornare a Berlino per affidarsi ad uno scienziato
di grande fama, che le avrebbe forse dato ricovero
nel proprio Istituto. Così fecero. Per un mese ancora
Elena l'assistette, indi, poichè le sue cure non bastavano
più, medici ed infermiere presero il suo posto, e la baronessa
si risolse a lasciarla partire, colmandola di benefici
e di doni.

Allora Elena decise finalmente d'essere attrice. L'Hohenfels
le offerse di patrocinar la sua carriera, però a
patto che non dovesse mai, per alcun motivo, rivolgersi
al Duvally; ed ella, senz'accettare nè rifiutare, partì
frattanto per Parigi; dicendogli che in séguito gli avrebbe
scritto.

I luoghi della sua giovinezza le dettero al cuore una
commozione profonda; ma ora vedeva sotto una luce
nuova questa libera e splendida città del piacere, dove
nell'aria stessa trema una vibrazione di vita che assilla i
desiderii ed esalta i sogni fino al tormento. Cercò, sola
dapprima, d'iniziarsi al teatro; ma tosto vide quanto la
cosa era difficile, impossibile forse.

Allora si ricordò dell'uomo che poteva, egli solo, prestarle
un aiuto molteplice o divenirle il più forte nemico,
e presa l'ultima risoluzione, un giorno l'andò a
cercare.

Le fu risposto che il Duvally erasi di nuovo recato a
Roma, la settimana innanzi, e che vi sarebbe rimasto
alcuni mesi, per faccende che aveva laggiù.

Ella non conosceva Roma: il nome stesso d'una città
ignota rappresentava, per il suo cuore di errante, una
bellezza più luminosa della vita, una più grande anima
da indovinare.

[pg!101]
Allora una mattina partì col treno che di Francia vàlica
le gloriose Alpi, e scese verso Roma incoricabile, Roma
dalle cento basiliche, Roma la regina dei secoli, che brilla
e canta sul divino Tevere...

-----

L'alba era già bianca dietro i vetri, quand'ella finiva
di raccontare.
[pg!102]

[pg!103]




I.
==


Ogni mattina, con una puntualità irritante, giungeva a
Torre Guelfa il procaccia, portando una lettera di Edoarda,
e tutti i giorni, alla stessa ora, con lo stesso tono di voce,
Marta, la figlia di Lazzaro, battendo all'uscio della nostra
camera mi annunziava dalla soglia:

— Una lettera per il signore.

— Bene: méttila nel mio studio.

I giornali e l'altra corrispondenza venivan per consueto
nel pomeriggio; ma essa, quella busta cinerina, con un
suggello di ceralacca violetta, con l'indirizzo che pareva
sempre ricalcato sul medesimo stampo, metteva quasi
uno studio particolare nel giunger sola, immancabilmente
sola, come se mai non la ferissero i disguidi postali nè
le traversìe del viaggio. Di quella lettera tutto mi affliggeva:
la forma, la scrittura, lo stile, il senso, la monotona
tristezza.

Prima di leggerla, quasi ne sapevo a mente il contenuto,
e l'odiavo sopra tutto per quella oscurità che, al suo
giungere, si diffondeva nel viso di Elena, l'odiavo per
quella tristezza momentanea ch'essa faceva scendere sul
nostro amore.

Frattanto, per giustificare il mio lungo soggiorno a
Torre Guelfa, avevo intessuta una storia così complessa
di menzogne, ch'io stesso non mi raccapezzavo più. Qualche
volta i pretesti erano grossolani ed in ogni mia lettera
non v'era che lo sforzo continuo, man mano più palese,
di preparare all'imminente risoluzione l'animo ed il pensiero
di Edoarda.

Già da qualche tempo avevo scritto al Capuano la lettera
[pg!104]
concertata ed egli s'era più volte recato a visitar
Edoarda, senz'avere a sua volta il coraggio di affrontare
quel temibile discorso.

«Ho meglio riflettuto, — egli mi rispose, — e sempre
più credo che tu agisca sotto l'impulso d'una esaltazione
momentanea, dopo la quale il pentimento non tarderebbe
a sopraggiungere. Vorrei farti ancora un ultimo ragionamento,
prima di mantenere la triste promessa che ti
ho data. Ecco: e parliamo di te solo, consideriamo la
cosa dal lato della tua sola utilità. L'amore finisce in
tutte le anime; ciò che non finisce mai, in uno spirito
come il tuo, è il bisogno della ricchezza, del piacere, la
smania di soddisfare la tua grande ambizione, poichè non
riesco a figurarmi quale uomo saresti nella miseria. Ora,
il gesto che vuoi compiere su l'orlo del precipizio è
straordinariamente assurdo. Siamo pratici, siamo brutali!
C è una fanciulla che ti può rendere il denaro disperso
in tanti anni, che ti può d'un colpo ricollocare in quel
patriziato dal quale decadi per necessità; ebbene, fa una
cosa: prendi tempo, rifletti, esaurisci prima questo nuovo
amore. Hai trovata una simulazione felice: la nevrastenìa.
Non sarai forse creduto, ma in ogni modo insisti. Poi
cerca un altro argomento specioso, per esempio: la dignità.
Secondo quanto mi scrivi, non hai trovato ancora
il modo di prorogar l'ipoteca su le terre di Monte S. Biagio.
Lo stesso Piero Capponi, quel mansueto cannibale, subodorando
il vento infido, non ne ha voluto sapere. Io non sono
tanto ricco da poterti aiutare in questa contingenza, quindi,
fra poco tempo, la tua rovina sarà pubblica e l'asta delle
tue terre solleverà grande rumore in Roma. Fatte queste
premesse, credo che, a forza di cavilli e di sofismi, non
ti sarebbe difficile far intendere a Edoarda come tu, «da
uomo dignitoso», non possa permettere che la rovina ed
il matrimonio, due avvenimenti così opposti — o, se vuoi,
così rassomiglianti — vengano proprio a coincidere. È
un tema che si può svolgere con molto vantaggio e con
molta elasticità.... Chiedi allora una lunga dilazione; rendi
la promessa che hai ricevuta, senza ridomandare la tua.

[pg!105]
Il gesto è meno ruvido, e il rimanente verrà da sè. Partirai
da Roma per qualche tempo, e guarirai se ti piacerà
guarire.... Io penso che questa cura farà molto bene alla
tua salute.»

-----

Questa lettera di Fabio mi aveva irritato assai. Gli
risposi, ammettendo in parte le sue considerazioni di
opportunità, ma dichiarandogli che non intendevo affatto
scegliere una strada obliqua nè frapporre un ulteriore
indugio. Lo pregavo inoltre di non ritogliermi l'aiuto
promesso, ed anzi di venire a Torre Guelfa, onde potessimo
concertare insieme un piano definitivo. Egli rispose
che sarebbe giunto alcuni giorni più tardi.

La nostra vita scorreva intanto in un soave oblìo. Ella
era insieme la più delicata e la più incomprensibile amante.
Il suo fresco viso empiva le stanze del castello taciturno
e pareva, tra quel silenzio di cose decrepite, suscitare
improvvise giovinezze.

Torre Guelfa, la rocca dei Materdomini, difesa un tempo
con molta rupe e molto ferro, non era più che una confortevole
casa di campagna, sorgente in mezzo a prospere
fattorie, sovra un alto colle, presso le cascatelle del fiume.
Corridoi profondi e stanze vaste, con tapezzerie sbiadite,
con vasti mobili tutelari, foggiati alla guisa che amarono
gli uomini rudi, usi alle fatiche delle armi, per gli ozi
dei loro ben custoditi castelli; v'erano tendami grevi,
che parevano spiovere assecondando quasi un desiderio
di silenzio, e camini alti, pavimenti a mosaico, letti profondi,
e per tutto quell'odor diffuso del buon legno antico,
della immateriale polvere che lascia il tempo nelle abitazioni
chiuse.

Elena ed io spesso non osavamo interrompere quella
specie di raccoglimento che piegava sotto il peso delle
memorie la solenne anima della casa, e, taciturni, stavamo
ad ascoltare lo scricchiolìo delle porte sui cardini o quel
tremore inesplicabile che assaliva talvolta i vetri degli
armadi monumentali, percorrendo anche le racchiuse argenterie,
le porcellane, i vasi di cristallo. Amavamo che
[pg!106]
le serrature fossero un poco arruginite e gli scaffali
avessero accolta nelle invisibili tarlature quasi una polvere
divenute colore, ed alcuni specchi rimanessero velati
dietro una cortina di mussola, ed anche le cornici dei
quadri mostrassero, fra le dorature offuscate, qualche
macchia verdognola, come licheni su le rupi asciutte.

V'era, per esempio, nella sala grande, legato all'intarsio
d'uno stipo con un nastro senza più colore, un calendario
di vent'anni addietro, il quale, sopra un foglio giallo,
segnava il giorno ventidue di Novembre — Santa Cecilia
Vergine — un venerdì.

Oh, com'era pieno di mistero quel calendario vecchio
di vent'anni, fermatosi ad una estate di San Martino! E,
chissà mai per qual motivo, dopo quel giorno così remoto
la mano calma dell'abitatrice non aveva potuto sfogliarlo
più....

Così pure, in un angolo, dal braccio proteso di una
statua moresca d'ebano dipinto, pendeva una borsa da
lavoro, fatta di una stoffa che pareva broccato, a fiorami
verdi e oro, con molta polvere nelle sue pieghe. Di fianco
al pianoforte erano fasci di spartiti ammucchiati negli
scaffali da chissà quanti anni, e lì presso, da un vaso di
maiolica, fioriva pomposamente un grande mazzo di penne
di pavone. Tutte queste cose parevano essere le abitatrici
del luogo taciturno e maravigliarsi della luce, infastidirsi
del rumore.

Non avevo mai voluto che gli operai ponessero mano
a rinnovar questa dimora, in cui facevo per il consueto
brevi e radi soggiorni al tempo dei raccolti.

Il giardino era vasto, invaso dall'esuberanza dei fiori
selvatici, tra le piante coltivate che ornavano le serre, i
prati, le aiuole. Un ponte di legno rustico varcava un
torrentello sotto l'arco d'un padiglione arboreo, ed il
giardino continuava di là, perdendosi nella sùbita foresta.
Da un lato lo chiudeva il fiume, suscitando un acciottolìo
continuo sotto le dense capigliature dei rami; l'acqua
corrente alimentava le molteplici fontane. Dall'altro lato
era il frutteto, chiuso per intorno da una folta siepe,
nella quale s'arrampicava il caprifoglio selvatico.

[pg!107]
E i galli, dall'uno all'altro pollaio, prolungavano il loro
canto con impetuosa emulazione.

I miei contadini avevano sparsa per le campagne quasi
una leggenda su la bellezza di Elena, e tutte le fanciulle,
passando, si affacciavano ai cancelli, parlavano e ridevano
forte per farsi guardare, quand'ella usciva nel
giardino.

La nostra vita era semplice, buona, satura di gioia;
talora non conoscevo più limiti alla mia felicità. Mi pareva
di riavvicinarmi alla terra, di ritrovare una poesia
nuova ne' miracoli della primavera, e spesso mi pervadeva
con esaltazione il bisogno di ammirare, di ringraziare,
di accogliere più sensi dentro l'anima, di espandere
tutte le mie forze fino all'esaurimento. I giorni passavano
per noi con una rapidità incredibile, così da farci
perdere la nozione del tempo. Avevamo quasi paura di
guardar lontano, ed entrambi, come per una concordia
pattuita in silenzio, indugiavamo inerti nella delizia dell'ora
fugace. Una vita sovrabbondante si agitava in noi,
prostrandoci a volte sotto l'eccesso della sua violenza e
rendendoci soavemente neghittosi ad ogni sforzo morale.

Invece le nostre virtù comunicative si erano estremamente
affinate: un gesto di Elena mi faceva comprendere
il suo pensiero, come una mia parola sapeva esprimerle
tutto il mio mondo interiore. La sua vita intima
cadeva sotto il dominio vigile de' miei sensi, ed il mio
spirito non faceva che ardere nel maraviglioso e continuo
desiderio di lei.

Elena veramente aveva compiuto il miracolo di rendermi
la mia giovinezza, come un fresco dono, e tutto il
mio sopito essere in lei si rigenerava.

Alle volte mi pareva che le fosse rimasta una inguaribile
nostalgia della sua vita vagabonda, un bisogno
intimo di tornare all'avventura, di riaffrontare il pericolo,
e paventavo il giorno in cui avrebbe ricominciato
il suo cammino, mossa da una forza incontrastabile, considerando
anche l'amore come un episodio del suo viaggio,
come un incontro necessario fatto per via.

[pg!108]
Ella passava tutto il giorno per lo più nel giardino, a
cucire o leggere sotto la pergola di vite americana, che
si partiva da un fianco della casa e radendo il muro di
confine scendeva sino al cancello con un lento pendìo.
Fuori si vedeva la strada fare una svolta rapida e serpeggiare
per la breve collina verso le case del villaggio,
che si raggruppavano adagiate su la falda.

L'aria della campagna inebbriava Elena; le forze della
natura si comunicavano entro il suo corpo vibrante,
aumentavano i battiti delle sue vene, moltiplicavano le
vibrazioni del suo pensiero.

— Tu non sai quanto sono felice qui! — mi diceva
talora, con un atto fervido, come per abbracciare in sè
tutta la gioia che le rideva intorno. Ed in quell'atto ella
pareva comprendere la libertà, la luce, i fiori, le canzoni
che venivano per l'aria, le musiche delle fontane pullulanti
da un nascondiglio inaccessibile nella montagna, il
belar delle mandrie abbeverate al fiume, lo squittire, le
gorgheggiate, i frulli che animavano il verde, il sapore
di biade giovini e di polle feraci che si esprimeva dalla
potenza originaria della terra, e più lontano, più in alto,
nel sole, nel vuoto, nel vento, lo smisurato arco di trionfo
che formavano all'orizzonte le torme di nubi fuggiasche,
raggiando l'apoteosi d'un incendio su la invisibile magnificenza
del mare.

In lei vivevano tutte le seduzioni raccolte. Così, per
un'arte inconsapevole, i suoi gesti, la sua pettinatura, la
foggia ed il colore degli abiti che vestiva, la guisa di
allacciarsi un nastro intorno alla gola o di mettersi un
fiore nei capelli, tutte le cose infine che appartenevano
a lei, non eran che segni diversi d'un'armonia sola, e la
sua bellezza le continuava intorno, rimanendo come un
solco nell'aria dov'era passata.

Un giorno mi avvenne di comparare la sua vita molteplice
alla fioritura di un melo possente che prosperava
nel mezzo del frutteto, parendo esaudire un sogno di
eterna dionisiaca primavera.

Il suo tronco basso e nodoso cresceva dal margine del
[pg!109]
prato sopra un quadrivio di sentieri, ed all'altezza d'una
fronte d'uomo si fendeva in due bracci minori, che poi
divergevano alquanto e s'innalzavano, prolificando una
alberatura vasta, intricatissima, sovrabbondevole, dando
quasi l'immagine di un serpaio gigantesco pervaso da
una follìa di contorsione.

Appena, fra gli interstizi, appariva il tenue verdeggiare
delle foglie novelle, ma sopra, ma dentro, ma intorno, su
la vetta dei rami e nel loro spessore, a ciuffi, a pennacchi,
a mazzi, a stelle, a rose, a ghirlande, con una profusione
inverosimile, con una densità più folta che non sia l'erba
nelle campagne selvagge o nei prati maggesi, la rosea
fioritura del melo esercitava su la pianta madre una
specie di soffocazione, con uno sfoggio ed uno sperpero
di colore così eccessivo, ch'esso pareva comunicarsi anche
all'aria circostante, all'ombra delineata sul terreno, a tutte
le cose che poi si guardavano, ritogliendo le pupille un
po' ebbre da quella magnificenza floreale.

Avevano per l'aria, quelle innumerevoli corolle, un'apparenza
di filigrane delicatissime, una leggerezza d'ali
di farfalle, che il vento faceva palpitare con frequenza
mettendo in quel roseo fiorire una specie di scolorimento,
un'improvvisa oscillazione bianca. E tutto, per una zona
intorno al melo, era invaso da quella esuberanza di fiori.
Cadendo, ingombravano il fogliame, pendevano dalle congiunture
dei rami, si addensavano entro le cavità del
tronco, ne aderivano alla corteccia muscosa, oscillavano
sui ragnateli, coprivano di un tappeto soffice la terra,
l'erba, le siepi, spandendo nell'aria soave una balsamica
fragranza di miele.

[pg!110]




II
==


Finalmente venne il giorno dell'arrivo di Fabio. Per
incontrarlo noi dovevamo scendere alla stazione di Terracina
ed Elena era impaziente di conoscere questo mio
vecchio amico del quale sovente le avevo parlato.

Di buon mattino feci chiamare Lazzaro, il gastaldo, e
gli dissi:

— Tu mi farai condurre verso un'ora del mezzodì quel
tuo barroccio grande, attaccato con la cavalla migliore, la
balzana; e spòlvera bene i cuscini, e lustra la briglia,
perchè la signora scende con me a Terracina.

Un'ora scoccava, quando la cavalla balzana scalpitò su
lo sterrato, di fronte alla casa.

Lazzaro non ristava dall'ammirarla e dal girarle intorno,
mentre un ragazzotto robusto la reggeva per il morso, a
due mani.

— Guardate un po', signore, la groppa e l'arcatura del
collo! — mi diceva, inorgoglito. — Sta su le zampe così
d'appiombo che pare voglia dire a tutti: La strada è mia.
Non ha quattr'anni, signore. La dentatura parla. Io l'ho
pagata quaranta marenghi d'oro, ma non la vorrei dare
per il doppio. E la briglia, vedete, rispecchia come nuova.

La balzana, stelleggiata in fronte, annaspava con nervosità
la terra, facendo sonare le campanelle. Portava
una briglia bellissima, con la guardia lustra, i fiori adorni
ed i voltoi bruniti. Lazzaro continuava:

— Mi raccomando, signore: la cavalla è fresca di scuderia:
non l'attacco da molti giorni e forse potrebbe farvi
qualche volata.

[pg!111]
— Non darti pensiero, Lazzaro; n'ho portati altri ch'erano
ben più focosi.

— Eh, lo credo, signore! Ma i vostri cavalli hanno
sempre una certa educazione; i nostri sono più rustici e
qualche volta prendono la mano.

Elena intanto sopraggiungeva, fresca e magnifica sotto
l'ala di un grande cappello primaverile. Teneva qualche
gran di zucchero nel palmo della mano inguantata e li
voleva porgere alla cavalla.

— Piano a guardarla negli occhi, signora mia! — esclamò
Lazzaro, interponendosi. — Poi è tutta schiuma
e vi sbaverà sui guanti. Date a me, signora.

Elena, che non poteva ben intendere quel parlare di
Lazzaro, mi guardò sorridendo; poi si tolse il guanto e
porse il palmo nudo alla froge della balzana, che allungava
il collo golosamente.

— Ecco, signore, — disse il gastaldo; — se voi salite,
io la tengo ben forte. Quando avrete in mano le redini,
salirà la signora vostra.

Diede un urto al ragazzotto e prese la briglia in sua
vece, continuando a scuotere il morso e parlar sottovoce
per ammansire la cavalla impaziente.

— Brava, la bella! Non le fate vedere la frusta, signore.
Brava, la bella! Oh, la bella!...

Quando fui salito, lasciò la briglia, si tolse il cappello
di feltro piumato e porse la mano ad Elena perchè vi si
appoggiasse nel mettere il piede sul montatoio.

— A rivederci, Lazzaro! — salutai, quand'ella fu seduta.

— Buon viaggio, signore. Andrete come il vento. Non
le fate vedere la frusta. Buon viaggio!

E scendemmo verso il cancello aperto, per il viale a
pergolato. Il barroccio era senza freno, la strada molto
ripida sul declivio della collina; dovevo tendere tutti i
muscoli delle braccia per contenere la foga della cavalla,
che sentiva il veicolo troppo leggero per la sua possa
impetuosa.

Quando fummo nella pianura, oltre il villaggio, e la
strada comparve sgombra per una lunga dirittura fra le
[pg!112]
campagne abbondevoli di frumento ancor verde, le concessi
le redini, e la cavalla, con la testa al vento, la
criniera ondeggiante, prese una corsa immoderata, fendendo
l'aria sonora e comunicando al barroccio i suoi
trabalzi.

— Hai paura? — domandai ad Elena, guardandola
sotto il vento che fischiava.

— No, no, — ella fece, posandomi una mano su le
ginocchia, mentre con l'altra si teneva l'ala del cappello. — Mi
piace volare così! — E gentilmente sorrideva
dalla faccia china.

Non si udiva intorno alcun altro rumore che lo scalpitar
precipitoso delle zampe gagliarde sul terreno battuto
e l'ansito della cavalla che scattava inebbriandosi di rapidità.
Passavano via le campagne vedute a volo; i pioppi
equidistanti parevano inseguirsi l'un l'altro in una fuga
opposta, come sbarre di un enorme cancello.

— Gesummaria! — udimmo gridare da tre donne, che
sbigottite insieparono. Più oltre, nell'incrociare un immenso
carro di erbe falciate, gli uomini che v'eran sopra coricati
gridarono e risero. Fu, nel vento, un'eco.

Giunti ad una svolta, rattenni e dominai forte la cavalla,
che prese un'andatura meno veloce, mandando fumo
dalle narici e dal pelo trasudato.

— Che fuga! — esclamò Elena, traendo un lungo respiro.
E si volse a guardare indietro.

La strada passava ora per mezzo ad un terreno alluvionale,
onduloso da un lato di leggerissime colline, che
infinitamente si perdevano allo sguardo, laggiù, verso il
promontorio di Monte Circello, dove un lontano semaforo
si delineava nella trasparenza del cielo.

Poi comparve, tra i due canali di Torre Sant'Anastasia
e di Torre Canneto, il paludoso eremitico lago di Fondi,
memore delle materne Pontine, e dietro il lago vedevamo
le gole selvose delle montagne addossarsi, per scendere
parallelamente incontro al mare. Poi comparve, sul versante
d'una collina bianca di sole, il convento francescano
dei Frati Zoccolanti, e d'un tratto, all'uscir da una folta
[pg!113]
cortina di boscaglie, il Tirreno indolente, che oscillava
davanti a noi, radioso e glauco sotto la curva del cielo.

Di fronte si apriva l'anfiteatro delle isole di Palmarola
Ponza e Ventotene, constellate all'intorno da un navigar
lentissimo di vele, che, adagiando il fianco su la brezza,
ad una ad una si perdevano verso i remoti valichi dell'orizzonte.

Magnifica e piena di sole, su la roccia calcarea che
Orazio vide «brillar da lunge», Terracina di San Cesareo
dalle dieci colonne sedeva sotto il poggio falciato, soreggendo
i rovinosi archi del suo Tempio a Venere, dove,
nella cella votiva, rimane un piedestallo senza dea.

La città marmorea, sotto la luce del pomeriggio primaverile,
splendeva sollevata nella gloria di un incendio
immateriale, come se la sua pietra esalasse un respiro
fatto di luce, un vapore impalpabile, quasi un velo pieno
di scintillamenti, che andasse man mano rarefacendosi,
attenuandosi, diventando azzurro come l'aria o verde
come l'acqua, in lenti circoli spaziosi verso il cielo e verso
il mare.

— Guarda, — io dissi ad Elena, segnando nella distante
onda l'apparir confuso di Ventotene, — vedi quella piccola
isola, nel fondo, laggiù?

— Vedo, — ella rispose, facendo schermo della mano
agli occhi per meglio discernere.

— Quello scoglio — ripresi, — è sorto dal mare con
un tragico destino. Divenuto ai nostri tempi un'isola
di ergastolani, fu, nella storia di Roma, l'esilio e la tomba
delle Imperatrici.

— Raccòntami, — ella fece, tornando a guardare verso
la raggiante isola.

— La più bella Imperatrice di Roma, ed anche la più
dissoluta fra le cortigiane, Giulia, figlia d'Augusto, vi è
morta di fame. Agrippina d'esilio, e più tardi Nerone, invaghitosi
di Poppea, vi rinchiuse la moglie Ottavia e la
fece pugnalare, a vent'anni...

— Che sorte! — profferì Elena, contemplando l'isola
maledetta.

[pg!114]
— Immàgina, — esclamai, — immàgina l'agonia di
quelle tre anime imperiali, quando, nell'ultima sera, videro
forse, o credettero vedere, oltre i vapori del Tirreno,
lo spettacolo di Roma signora del mondo, che celebrava
le orgie de' suoi Cesari ed assisteva nei circhi ai combattimenti
delle fiere, dimentica delle Imperatrici come di
schiave barbare, mentre qui, davanti ai lor occhi, su quel
terrazzo che tu vedi, l'ultimo sole incendiava i marmi del
Tempio di Venere, splendeva sui mosaici del Tempio d'Augusto
e raggiava su le pietre milliari della fatale via Appia,
la via di Roma...

— Che grande storia possiedono tutte le pietre del tuo
paese! — ella esclamò, volgendo intorno lo sguardo un
poco trasognato.

La vecchia città vescovile ora si spiegava intera dinanzi
a noi, sul pendio della montagna, mentre passavamo
per la zona dei canali, attraverso una specie di villaggio
primitivo, composto da un aggruppamento di catapecchie,
ove in taluni mesi dell'anno scendono dal lor Abruzzo
selvoso i contadini aquilani per intendere alle fatiche
della terra.

— Eccoci arrivati ormai, — dissi ad Elena, sorpassando
gli ultimi abituri e toccando le prime case di Terracina.

— Ti ricordi quando venimmo? — ella domandò con
tenerezza.

La guardai, sorrisi, e mi sentii felice.

— Ecco, — ella riprese; — io mi ricordo ancora tutto,
fin le più piccole cose. Le parole che mi dicesti alla stazione
di Roma, il viaggio, le persone ch'erano con noi
nel treno, dove scesero, e quando rimanemmo soli. Poi
quello strano spettacolo delle paludi, la sera; l'arrivo, il
chiasso dei vetturini per offrirci le loro vetture, e Lazzaro
alla stazione, che mi guardò attonito. Indi la salita
un po' lenta, per la strada oscura: il vetturino, che faceva
schioccare la frusta emettendo un suo bizzarro grido per
eccitare il cavallo, io che ridevo, tu anche. Poi quelle
foreste paurose, quel magnifico lago, immobile sotto la
[pg!115]
luna, e più oltre i villaggi addormentati, senza una luce,
senza un rumore, come in un paese di morti, con davanti
la Montagna delle Fate, bianca, limpida, sola. E intorno,
quel passare invisibile del vento nelle siepi, che dava una
impressione singolare, come se alcuno ci venisse dietro,
continuamente; io che mi stringevo contro di te, avevo
quasi paura, e tu che mi baciavi, piano, perchè l'uomo
non udisse.... Poi, d'improvviso, in alto, la torre di Torre
Guelfa nel cielo, e finalmente l'ultima salita, il cancello,
il giardino, la grande casa con le finestre illuminate, quella
ragazza con un grembiule bianco, ferma su la scalinata, e
poco dopo Lazzaro che sopraggiungeva coi nostri bauli....
Vedi come rammento bene?

Io l'avvolsi d'uno sguardo innamorato e riconoscente.

— Pare già così lontano, — dissi, — ed invece....

— Ma il tempo vola, e non si può nulla contro il
tempo.

— Sì, una cosa... — osservai.

— Quale?

— Amarsi, amarsi. Elena!

Eravamo giunti. Tre o quattro vagabondi che oziavano
accorsero insieme, ingiuriandosi, per tenere la
briglia.

Siccome a Terracina era giorno di mercato, molte persone,
quasi tutti mercanti e sensali, ingombravano l'atrio
della stazione. Alcuni d'essi mi salutarono, guardandoci maravigliati.
Una comitiva d'Inglesi accampava tra i suoi
molteplici bagagli, di ritorno forse da una gita a Monte
Circello.

— Quanti giorni rimarrà quel tuo amico? — Elena mi
domandò, appoggiandosi al mio braccio.

— Due giorni al massimo, — risposi. — Almeno lo
spero; è un uomo discreto.

Un campanello squillò, senza interrompersi, tra i viluppi
dei fili elettrici, sotto la tettoia; l'arrivo del treno era
imminente.

In quel mentre un giovine alto, bruno, vestito con una
giubba di frustagno, passò davanti a noi, salutandomi con
[pg!116]
un sorriso dal quale traspariva una specie di sottile derisione.

— Buon giorno, signor conte, — egli disse fermandosi
e buttando via il sigaro che masticava tra i denti. — Le
annunzio la visita di mio padre per dopodomani.

— Che vuole vostro padre? — gli domandai, un po'
tediato.

— Non so. Credo sia per la solita faccenda... l'ipoteca.

— Ah!... bene. Ditegli che non venga prima di giovedì,
perchè aspetto un amico e non sarò libero fino allora.

— Glielo dirò, signor conte, — rispose il giovine con
una ironia garbata.

Fece un altro saluto, e se ne andò a discorrere fra i
mercanti.

— È uno dei Rossengo, — spiegai ad Elena sottovoce.

— In quell'abito? — ella esclamò, incredula.

— Ti pare strano, è vero? Ma son usurai di campagna;
il vecchio è milionario.

Mentre camminavano avanti e indietro, il gruppo dei
campagnoli, con il Rossengo fra essi, ci osservava e ciarlava
di noi curiosamente. Immaginavo le parole ch'essi
dicevano fra quello strepito di risa grossolane, mi pareva
di udirli ragionare de' miei dissesti e della donna ch'era
meco. Mi prese una collera sorda, pensando che forse, fra
qualche tempo, quei Rossengo, sensali e mercanti di bestiame,
i quali avevano un nonno ciabattino ed una madre
guattera, sarebbero divenuti padroni delle terre che da
tanti secoli appartenevano alla mia famiglia. E per la prima
volta, io, che avevo portato con tanta fierezza il mio nome,
sentii quasi l'imperioso bisogno di nascondermi davanti a
quei servi.

Sopraggiunse il treno, troncando i miei pensieri; Fabio,
tra i primi, saltò giù da una vettura, bestemmiando
contro i ritardi dei treni e la canzonatura degli orari.
Portava una borsa foderata d'una tela greggia, di colore
identico a quella della sua spolverina da viaggio. Lo presentai
ad Elena.

— Veramente, signora, — egli disse con un leggero
[pg!117]
inchino, — io vi conosco e voi conoscete me da lungo
tempo. Siamo due stranieri, amici d'un comune amico
intimo.

E sorrise di quel sorriso arguto, che illuminava simpaticamente
la sua faccia un po' rude.

Usciti su la piazza, ci serrammo tutti e tre nel barroccio
angusto; quando la borsa fu legata dietro, diedi un colpo
di frusta e la cavalla partì di buon trotto.

— Che delizia poter fumare! — esclamò Fabio, accendendo
una sigaretta. E spiegò:

— A Cisterna è salita una signora la quale non poteva
sopportare il fumo. Poverina! Ed era uno scompartimento
per fumatori.

— Fumate molto anche voi? Come Germano? — Elena
gli domandò.

— Più di Germano, signora. Io possiedo tutti i vizi al
massimo grado. Fumo enormemente, bevo molto vino,
molti liquori, amo le rarità gastronomiche tanto quanto
le rarità femminili, giuoco a tutti i giuochi, bestemmio
per abitudine come ogni buon napoletano, son pigro, maligno,
dispettoso, impaziente... una vera persona insopportabile,
signora mia!

— E null'altro? — esclamò Elena, ridendo.

— Sì, ancora una cosa, — io dissi. — E un cuore da
monachella sotto le spoglie d'un tiranno da commedia.

— Ahimè!... — egli fece traendo un gran sospiro, — come
sono triste qui! Terracina mi evoca tante belle memorie!
Non vi accorgete, signora, della mia tristezza?

— Me ne accorgo adesso che voi me lo dite, — ella
rispose con allegria.

— Lassù, in alto, sopra il Taglio di Prisco Montano,
c'è un eremo che io ben conosco, il quale mi ricorda
un mio grande amore... — disse Fabio pateticamente, accennando
con una mano al valico della via Appia.

— Ma quando sei stato qui? — gli domandai.

— Sette anni or sono, ai tempi di Emilia Gonzales; ti
ricordi?

— Oh, mi ricordo! È stata forse la più seria delle sue
[pg!118]
molte avventure, — spiegai ad Elena. — Era un'attrice,
bellissima.

— Povera Emilia, com'è finita male! — esclamò il
Capuano.

— L'hanno uccisa, è vero?

— Sì, al Messico, un primo attore, per gelosia.

— E come mai siete capitati a Terracina?

— Dopo la sua malattia girammo un po' dappertutto,
alla ventura. Diceva di avere la nostalgia dell'antico, del
rovinoso, la nostalgia delle cose cadenti....

— Era una buona compagna, — io rammentai, — quantunque
avesse il difetto di essere troppo sentimentale e
troppo intellettuale.

— Oh, ne aveva molti altri... però moltissimi pregi
anche. Non posso mai dimenticare la sua voce: pareva
un suono d'arpa, delizioso. Parlava un dolcissimo fiorentino,
per quanto fosse padovana; quando non discuteva
di belle arti era una donna incantevole.

— E quell'altra sua manìa... te ne ricordi?

— Già, la manìa dell'isterismo. Si era fatta uno sguardo
isterico, dava la mano, camminava, baciava, con una languidezza
di moribonda... e mi faceva spendere il denaro
con un furore veramente isterico!

Elena dette una risata per questa imprevedibile sua
conclusione.

— Voi siete un giudice molto imparziale dei vostri
amori, — disse al Capuano.

— Che volete mai? Sto diventando bianco.

Ora si andava tra le gole di montagne, alte e scoscese,
per mezzo inselvate, per mezzo scabre. Nell'aria color di
cenere passavano i primi brividi della sera.

— Pensa! — io dissi a Fabio; — più di duemil'anni
or sono, fra queste gole di monte, un uomo che portava
il tuo nome sbarrò il passo al grande Annibale. Tu non
sei Fabio Massimo, sei però Fabio il Temporeggiatore.

Egli sorrise dell'allusione velata, ma cercò di eludere il
discorso.

— Duemil'anni di storia!... — esclamò. — E noi qualche
volta troviamo lunga un'ora!

[pg!119]
Immobile, fra la corona delle sue folte boscaglie, apparve
il lago di Fondi, cupo e taciturno come una palude
stregata, che alitava in quell'ora d'innumerevoli sciami. E
finalmente la Torre del Canneto, la Torre dell'Epitaffio,
la Torre dei Confini, il villaggio di Monte San Biagio, e
di fronte, con la vetta in gloria per un'apoteosi di sole,
unica, possente, splendida, la Montagna delle Fate.

— Guardate ora! — esclamò Elena, tendendo il braccio
verso il declivio della montagna. — Guardate: Torre
Guelfa è là!

[pg!120]




III
===


Elena, semivestita, versava gocce d'essenza di rosa nei
catini pieni; poi si passava il pettine nei capelli sciolti, e
andava, trascinando le pianelle, a comporre in leggiadrissime
gale i nastri delle biancherie che aveva preparate
sul letto. Portava una vestaglia di color roseo, quasi trasparente,
ornata di trine; le finestre erano aperte, ella era
fresca come la primavera.

Camminava per la camera, qua e là, facendo mille cose
minute; ogni volta, nel passarmi accanto, mi dava un bacio
su la bocca.

— Senti, — mi disse piano, abbracciandomi, — vorrei
che di nuovo rimanessimo qui soli, noi due.

— Forse domani Fabio partirà, — le risposi.

— Te lo ha detto?

No, ma lo immàgino: ha portato solamente una
borsa.

— Eh!... non hai veduto com'è grande?

Io risi; ella si raccolse in ciascuna mano una grossa
treccia dei capelli che le cadevano partitamente sul petto,
e me ne ricinse il collo, in tal guisa, che le sue braccia
ed i suoi capelli profumati formavano insieme una sola
catena. Rideva, con le labbra rosse, la gola turgida, gli
occhi pieni di chiarità; la sua persona tutta non era che
morbidezza e profumo.

Dai poggioli aperti entrava un sole giocondo; i glicini
assalivano le ringhiere, il letto pareva riscintillasse d'aurora,
i suoi capelli splendevano, la sua pelle sapeva d'essenza
di rose.

Ed ecco, dal giardino, la voce di Fabio mi chiamò:

[pg!121]
— Eh, lassù!... buongiorno! Ancora non sei pronto?

— Buon dì, — gli risposi affacciandomi. — Ora scendo
sùbito. Come hai dormito?

— Magnificamente. Oh, questi letti antichi!... — egli
fece, stirandosi con voluttà.

Appena fui pronto scesi, e lo trovai occupato a discorrere
con Lazzaro, che lì presso, con un paio di forbici, coglieva
tutti i fiori delle aiuole gettandoli dentro un paniere.

— Che fai, Lazzaro? Mi devasti il giardino?

— Oggi è la Festa. Bisogna coglierli, signore.

— Che santo è oggi?

— Tutti i santi, signore. A Fondi è la Festa dei Fiori.
Si fa un apparato grande per la benedizione dei raccolti.
La costumanza è nuova di qualche anno. Quando è in
pieno la stagione dei fiori, si fanno mazzi a centinaia e
si portano in voto alla Chiesa per la intercessione dei
frutti. Le donne vengono da tutti i dintorni, e molte scendono
anche dalla montagna, recando i canestri pieni, che
poi rovesciano davanti all'altare. Danno alla Vergine la
primavera per chiedere l'estate. Voi dovreste condurvi la
signora vostra, perchè la chiesa è come un giardino quando
le donne hanno rovesciati i canestri.

— Dura parecchi giorni? — domandai.

— Un solo giorno, signore. Questa sera la Festa finisce
con musiche e luminarie. Di qui se ne vedranno i fuochi.
Domani poi rimarranno su la piazza solo i giardinieri ed
i mercanti per vendere i fiori fini, le pianticelle di serra
e le semenze nuove. Andátevi, signore; vedrete quante
maraviglie produce la terra nostra.

— Bene, — risposi; — tieni pronta la cavalla.

E prendendo Fabio sottobraccio, m'inoltrai per i viali
profondi.

— Dunque, — gli domandai, — cosa pensi di Elena?

— È una stupenda creatura e penso che ti voglia bene.

— Sì; è l'amante più perfetta che possa desiderare un
uomo.

— E tu l'ami?

[pg!122]
— È il primo, il solo sentimento della mia vita.

Egli mi sogguardò con una espressione particolare, avvolgendomi
d'uno sguardo che pareva insieme incredulo
indulgente e beffardo. Poi si chiuse in un freddo silenzio,
aspettando ch'io parlassi.

Ora costeggiavamo il fiumicello, camminando sotto volte
arboree che stormivano sommessamente. Un'erma biancheggiava
tra un viluppo di folta edera; Fabio, con un
ramoscello divelto, fustigava l'alta erba selvatica su l'orlo
del sentiero.

— Come sembri diffidare di me! — gli dissi. — . Non
ne capisco la ragione. Speravo invece che ti rallegreresti
nel vedermi così felice.

— Non devi badare alle idee che mi frullano per il
capo, senza, in fondo, una causa ben definita. Io penso al
dopo, amico mio... e questo mi fa paura.

— Chi mai comincerebbe un amore se dovesse pensare
al dopo? Del resto, non vorrei farti ridere, ma Elena mi
è divenuta necessaria, e sento che l'amerò per sempre.

Fabio si allontanò di qualche passo, fischiettando il motivo
d'una gaia canzone di Piedigrotta.

— Poi, — ripresi, — non la devi giudicare come si
giudicano tutte le altre: è una donna fuori dal comune.
Anche a me pare talvolta una donna incomprensibile.

Il fiumicello con allegre spume precipitava per quattro
gradini, simili ad un frammento di scalinata sepolta sott'acqua,
e scivolando fra le due rive tortuose piegava
nel suo decorrere la lunga erba selvatica, pettinandola
come una criniera. Qua e là, per i meandri degli alberi,
si vedeva il sole tessere un gioco molteplice sui tappeti
muscosi, quando il vento s'inoltrava nei rami con folate
improvvise.

— Vedi, — riprese Fabio, — non la giudico affatto;
anzi l'ammiro, e t'inganni se credi ch'io non sappia essere
imparziale verso di lei. Però la considero, forse ingiustamente,
per la donna che impedisce a te, mio amico, di
riparare a' tuoi disordini e rimanere in quella società ove
sei nato, vissuto finora, ed alla quale devi appartenere.
[pg!123]
Dinne quello che vuoi, ma tu avresti finito con sposar
Edoarda. Invece ti ficchi a fronte bassa nella rovina. Poichè,
se finora trovavi da ogni parte il denaro che ti bastava
per vivere di ripieghi, ciò accadeva in grazia del
tuo fidanzamento. La prova è questa: che ora, corsa intorno
la voce il dubbio che il matrimonio non si faccia
più, tutto il tuo credito è cessato e non ti rimane che attendere
gli uscieri al primo protesto.

— Bah! — risposi con millanteria, — la vita è una
avventura di tutti i giorni: qualche santo provvederà!

— Bene, spera nei santi, se hai fede. Quello che intanto
non so capire, è come mai Elena abbia potuto
accettare di unirsi a te, conoscendo i legami che ti stringevano.

— Ma non li conosceva, o per lo meno ha saputa la
cosa quando già era troppo tardi per rimediare.

— Non è mai troppo tardi: basta volere.

— Ebbene, se preferisci, non avrà voluto. I sacrifizi
di questo genere si compiono piuttosto nei romanzi che
nella vita.

Fabio fece un atto singolarissimo con le labbra, poi subitamente
mi prese per un braccio.

— Lo credi? — esclamò, con voce ambigua.

— Certo, lo credo.

— Ebbene, senti... — egli proseguì, ridendo di un riso
ambiguo. — Voglio farti una confessione, proprio ora,
per dimostrarti come t'inganni. Anzi, una confessione
grave.

Fece una pausa e d'un tratto si fermò. Le sue pupille
splendevano, la sua faccia era di sùbito impallidita.

— Io, — disse, battendosi le due mani sul petto, — io
stesso, vedi, ho amata un giorno Edoarda....

— Tu? — esclamai, pieno di stupore. — Via!... non è
possibile!

— Si, l'ho amata, — egli rispose, ridendo di un riso
beffardo. — Certo non lo avrai nemmeno sospettato, e
questa è la mia fierezza.

— Oh, Fabio, che strana cosa mi dici...

[pg!124]
E chinai la faccia, sentendomi quasi umiliato. Egli si
avvicinò di nuovo, sorridente:

— Vedi che questi sacrifizi, alle volte, si fanno anche
nella vita. — E, dopo una pausa, con voce tranquilla:

— Ma ormai è cosa passata. Non fu che una sciocca
mia debolezza... Ora ne sono guarito interamente. Via non
prendere quell'aria tragica! Ridi! Ne rido io stesso!

— Perchè non me ne hai parlato prima? — gli domandai
dopo un silenzio.

— Mi parve inutile, com'era inutile in fondo che te lo
dicessi ora.

— Ma quando avvenne?

— Oh, fu nei primi tempi... — egli accennò quasi con
vergogna. — Ti ricordi il mio viaggio al Cairo, quel mio
viaggio misterioso?

— Me ne ricordo. E fu per questo?

— Già: per guarirne. Il proverbio dice: Lontan dagli
occhi...

E scoppiò in una risata piena d'amarezza.

Afferrai una sua mano e la strinsi con vera commozione.

— Ora, — egli soggiunse, — non parliamone più.

Colse un fiore, lo sfogliò sbadatamente.

— È stato un episodio ridicolo! — ripetè, alzando le
spalle.

— No. Conosco la delicatezza del tuo sentimento e indovino
quel che non dici. Forse hai sofferto, e chissà...
forse ne soffri ancora.

— Ho dovuto lottare un poco... è tutto! Adesso non ci
penso più.

Fra le sue sopracciglia virili s'incideva un solco profondo.
Per qualche minuto camminammo in silenzio, turbati,
assorti ambedue.

— Certo — egli riprese, — ho fatto male a parlartene.
Ma tu promettimi, Germano, che fingerai di non
saperlo nemmeno. Te lo chiedo come un favore. Me lo
prometti?

— Se vuoi, — risposi tristemente.

[pg!125]
— Sì, te ne prego: altrimenti mi farei quasi uno scrupolo
di pronunziare con te il nome d'Edoarda. Oh, se tu
vedessi com'è ora! Sono stato a trovarla pochi giorni or
sono... Distrutta, povera figliuola! Che pietà mi fece!

Una lenta e fredda paura corse per le mie vene. Chiusi
gli occhi e rividi come in sogno la piccola sala di Edoarda,
quale mi apparve nell'ultimo giorno, con quella striscia
di sole che pertugiava dalle cortine, movendo la sua palpitazione
luminosa intorno alle pareti, ai mobili ed ai
cuscini, ch'erano foderati d'una stoffa delicatissima dal
colore un po' languido della rosa di gruogo. Rividi quel
caminetto, con gli alari di bronzo, così minuscolo da
parere costrutto per i piedi minuscoli d'una bambola di
Norimberga, ed i bagliori delle coppe fiorentine che traboccavano
di lilla profumato, e quel divano dov'ella era
stesa, inerte, come per un supremo desiderio di pace. Mi
parve ancora che dalle sue labbra uscisse il tremore di
quell'ultima domanda: «Mi scriverai da Torre Guelfa?...»

E scossi il capo con violenza per allontanare quel pensiero
molesto.

— Ti ha parlato di me? — domandai a Fabio.

— Sì, vagamente.

— Cosa ti ha detto?

— Mi ha detto: Germano è malato. Lo sapete anche
voi?

— Sì, — risposi per consolarla. — Da qualche tempo
si è fatto scontroso, pare alla ricerca di sè medesimo,
soffre.

— E che diceva Edoarda?

— Edoarda scoteva il capo, forse indovinando la mia
compassione. Si torceva le dita e pareva che avesse
pianto ormai tutte le sue lagrime. Poi mi raccontò che
le scrivevi quasi ogni giorno, che le parlavi molto a
lungo della campagna... e non saresti ritornato per qualche
tempo.

— Infatti, non potrò tornare... — profferii a bassa voce,
quasi arrendendomi ad una certezza intima.

Lì presso era un sedile di corrosa pietra che i licheni
[pg!126]
macchiavano di segni bizzarri, simili a fiori verdastri.
Fabio vi sedette con indolenza e volse lo sguardo in alto,
per entro le foglie. Poi, dopo una lunga meditazione,
prese a dirmi:

— Tu m'hai chiesto un aiuto, che io non ti seppi rifiutare.
Tuttavia, quando mi giunse a Roma la tua prima
lettera, il coraggio mi venne meno. Pensai di frapporre
ancora un indugio, nella speranza che dopo qualche
tempo di convivenza con Elena, la tua passione fosse
un poco scemata e forse tu potessi ragionare più freddamente.
Sono partito da Roma, te lo confesso, cullandomi
ancora in una vaga speranza. Invece ti ritrovo
immutato, più pazzo che mai di questa donna, e vedo
come finora tu non abbia rimediato a nulla, ma invece
ti sii perduto nell'irriflessione di un amore che ti rovinerà.

— Che vuoi? — gli risposi; — la mia volontà non può
mutare; il resto non mi spaventa affatto.

— Insomma cosa decidi? — egli domandò, guardandomi
con una specie di affettuosa paura.

— Quello che ti ho detto, Fabio. Se vuoi salvarmi non
c'è che una strada.

— Ma Edoarda potrebbe anche morirne! — egli mi
suggerì, con la voce piena d'angoscia.

Mi coversi la faccia istintivamente, e tacqui, parendomi
che ogni risposta in quel momento fosse troppo
crudele.

— Tu non hai pensato a questo! — egli esclamò nervosamente.

— L'amore, — balbettai dopo una pausa, — l'amore ha
qualche volta fatto vivere, non credo abbia ucciso mai.
Sono cose che si dicono!

Egli mi fissò con uno sguardo lungo, senza rispondere.

— Poi non c'è rimedio, ti ho detto. Non c'è rimedio! — ribattei
con eccitazione. — Ecco: immagina di aver
sete, una sete rabbiosa, e di vedere una bella fontana,
limpida, là, dinanzi a te. E che tu voglia corrervi, ma
[pg!127]
ci sia frammezzo un campo di sterpi tenaci, i quali s'aggroviglino
al tuo piede, t'inceppino e non ti lascino camminare,
mentre la tua sete cresce, diventa un'angoscia,
un furore... Ecco, mi trovo appunto così, non riesco a
muovermi, vorrei con una falce farmi strada e passare.

— Povero amico! — egli esclamò tristemente. — Anche
tu mi fai pena.

— Vedi, — continuai, ansimando forte, — io non sono un
eroe: sono anzi un uomo comune, volgare, se preferisci.
Queste rinunzie, questi grandi sacrifizi sono maggiori di
me. Poi, si può commettere un errore nella vita, e portarne
anche la pena; ma che si debba scontarlo con un
supplizio di tutte le ore, senza rimedio e senza fine, questo
non è ammissibile, non è neanche umano!...

Un riso amaro gli contrasse la bocca sardonica, la sua
fronte si rabbuiò, ma non rispose.

— Ascoltami, — gli dissi andandogli più presso e parlandogli
con voce affettuosa; — tu sei troppo sensibile,
hai l'anima d'una suora di carità. Eppure, dimmi: se
l'amore vero è quello che sa compiere un vero sacrifizio,
perchè mai Edoarda non avrebbe questo coraggio per me?
Quale gioia potrebbe ormai darle un amore ottenuto come
un'elemosina?

— Io credo infatti che avrà il coraggio di perderti, — rispose
Fabio; — ma forse non troverà poi la forza per
sopportare questo abbandono.

— Ma no, Fabio: non credere! Io la conosco bene.
L'amore di Edoarda è semplicemente una specie di manìa
sentimentale. Io non sono per lei un amante, nè un fidanzato,
nè un amico: sono semplicemente l'essere che la
sua fantasia, per una scelta incomprensibile, ha voluto
collocare al di sopra di tutte le cose. Edoarda non mi
desidera nè coi sensi nè forse col cuore: mi desidera
con l'immaginazione. Tutto il suo grande amore non è
che una specie di ostinata e gelosa immaginazione. Tu la
ritieni capace di compiere per me un vero sacrifizio? No,
Fabio! Mai, se non costretta. Edoarda sa benissimo che non
l'amo più. Mi conosce troppo e non s'inganna; credimi,
[pg!128]
non si può ingannare. Vede con esattezza quello che
soffro da molti mesi e legge qualche volta nell'animo
mio con una penetrazione che mi spaventa. L'amore
che avevo per lei, Edoarda lo ha veduto spegnersi ora
per ora. Ebbene, che farebbe un'altra donna, più fiera
ed anche, lasciamelo dire, più generosa di lei? Certo si
vergognerebbe d'accettare questa mia fredda pietà e, forse
per ribellione, mi saprebbe odiare. Ma Edoarda no. Il suo
tormento e la sua gioia son quelli di potermi dire ogni
giorno: «Tu non mi ami più!...» e costringermi a contare
le sue lacrime, od opprimermi con una infinità di cose
meschine, o sedersi ancora su le mie ginocchia, per parlarmi
di una volta, di una volta, di una volta... come si
recita una tediosa litania. No, Fabio! Che l'amore possa
talvolta essere crudele, brutale, iniquo, lo ammetto; ma
che l'amore debba mostrarsi vile, mai!

— E più crudele, secondo me, quest'analisi che ora
tu fai, — rispose Fabio. — Del resto è naturale: contro
il rimorso non v'è che l'ironia. Nessuno ha il coraggio
di dire a sè medesimo: «Io sto compiendo un'azione davvero
disonesta.»

Su la faccia dell'erma lontana un occhio di sole rideva
mutevolmente; un canto spiegato volava e trillava nel
verde, mentre, vicini all'ora di mezzodì, gli sciami addensavano
i loro turbinii su l'acqua iridata. Un lungo silenzio
cadde fra noi, mentre tutto il mio mondo interiore pareva
sopirsi e lentamente sperdersi nella grande pace meridiana.

— Germano, — egli mi disse infine, con una voce in
cui pareva tremasse il dolore di occulte lacrime, — tornerò
domani a Roma per dire a Edoarda Laurenzano che
non ti aspetti più. Le cose, gli uomini ed i sentimenti
hanno tutti un loro inevitabile destino.

— Grazie, Fabio, — gli risposi, tendendogli la mano.

— Non ringraziarmi. Germano. Vado a portare la tua
condanna e forse a distruggere un'anima. Pensa che nella
vita potrebbe venire un'ora simile anche per te....

Per la prima volta sentii nella mia mano tremar la
mano di quest'uomo forte, e vidi cadere una lacrima dalle
sue ciglia ferme.

[pg!129]
Lì, nell'antica ombra di quella foresta, nel solenne
patto concluso, finiva certamente un tempo irrevocabile
della mia vita, e sentii con paura, nel recesso dell'anima,
tremare vagamente il presagio di una sventura
lontana. Camminammo ancora qualche tempo senza
levare gli occhi, tacendo. Poi tornammo indietro, verso
il coltivato bosco nel quale si promulgava il giardino.
Allora Fabio si scosse, raddrizzò la bella persona e di
nuovo il suo dolore si nascose dietro la maschera della
sua costante ironia.

— E tu che farai? — mi domandò, fermandosi ad un
bivio di sentieri, ove con grande impeto il caprifoglio
fioriva.

— Chissà mai?... E del resto cosa importa? Non ho
paura, Fabio! Non ho avuta mai paura della vita, io!

— Sarai felice almeno? — egli domandò ancora, mentre
con attenzione attorcigliava un ramo d'edera che aveva
strappato camminando.

— Sì! — esclamai con ardore. — Ne sono certo. I miei
desideri sono ormai tanto semplici; Elena sola mi colma
di una totale felicità.

In quel mentre, di là dai cedri che nascondevano la
casa, una voce chiamò più volte:

— Germano! Germano, dove sei?

E subitamente, fra le aiuole che ostentavano al meriggio
le meraviglie dei lor mille colori, vidi Elena venirci
incontro, simile ad una creatura che portasse, nella sua
limpida voce, ne' suoi chiari occhi d'amante, nell'anima
sua d'innamorata, un divino soffio della splendente primavera.

[pg!130]




IV
==


Le campane della gotica Santa Maria di Fondi squillavano
a distesa per l'aria solatìa, cantando il mistico inno
che celebrava la Festa dei Fiori.

Fin dalle primissime ore del mattino le compagnie dei
villaggi, di valle o di monte, si erano date convegno su
la via di Appia, ed erano andate in gran corteggio portando
i fiori all'auspice benedizione.

Giungevano. Alcune vestite con abiti dalla foggia gaia,
cavalcando asine impennacchiate o cavalli aquilani dalla
criniera barbarica intrecciata di spighe verdi, con un
mazzo di papaveri ad ogni borchia de' finimenti; altre
cantavano in coro, sedendo sopra carretti fragorosi,
adorni d'un drappeggio di stuoie rosse; altre compivano
il viaggio a piedi, come un gregge in emigrazione,
ondeggiando su gli altipiani o scomparendo nelle avvallature,
e ciascuno di quella moltitudine recando i fiori
del suo giardino, i boccioli delle sue pasture, i mazzi
più recenti e le ghirlande più fresche della sua nativa
montagna. Era un popolo che si moveva, portando in
braccio gli Dei Lari della sua terra verso il Tempio
georgico della originaria stirpe, compiendo con rinnovellato
sfarzo di paganesimo un rito augurale della sua
vita cristiana. Essi andavano a pregare per il solco della
zolla generatrice, dal cui grembo scaturivano le biade
fluenti, ricchezza ed allegrezza dei raccolti futuri; andavano
a genuflettersi per ottenere propizia l'estate,
irrigua la possa fluviale, benedetta la natività di ogni
seme.

Con le mani callose per la fatica dell'aratro e della
[pg!131]
falce portavano i mazzi come si porta un cero in processione,
e le donne facevano con i grembiuli un grembo,
per entro adunarvi l'offerta; ovvero, con arte quasi primordiale,
avevan intrecciati que' fiori e quelle frasche in
modo che si potessero appendere come doni votivi, e
foggiati li avevano a somiglianza degli utensili campestri,
per l'augurio della messe copiosa.

Altre comitive, le più ricche, o forse i parentadi, reggevano
canestri colmi di fiori coltivati, offrendo così alla
Vergine primaverile una donazione più rara; i lor panieri
traboccavano di ogni ricchezza profumata, sorretti per lo
più da due giovanette, che in abito uguale camminavano
a lato, cantando.

Da un poggio eminente sopra Torre Guelfa, nella prima
ora dopo il mezzodì, vedevamo ancora sopraggiungere le
compagnie dei borghi alpestri, alle quali una più lunga
strada ritardava il pellegrinaggio.

Ora venivano, accelerando il passo, e chi era sui carri
battendo i cavalli con sferze infiorate, mentre stornellavano
a voce spiegata, sicchè per l'aria limpida era un
gran ridere di canzoni, confuso e misurato insieme col
tintinnio delle sonagliere gioconde.

Alcune fanciulle reggevano le canestre sul capo, altre
avevano le braccia cariche di ghirlande, altre, coronate
in fronte, portavano rami d'ulivo. Un bellissimo trofeo,
rosseggiante di bacche vermiglie, che al sommo aveva
una grande foglia di palma distesa, era portato a spalle
da quattro uomini succinti nel costume della terra
d'Aquino: molte fanciulle, vestite in abito candido e guidate
da una suora, camminavano dietro uno stendardo,
avendo ciascuna la faccia velata e le braccia ricolme di
bianchissimi fiori. Di quando in quando sopravveniva
un'altra schiera e si udivano altre canzoni. Un pastore
spingeva la sua pecora lanosa, che aveva tra le corna
un ornamento vaghissimo di fiori montanini; la mazza
del mandriano era un lungo ramo nodoso avviluppato con
rosai selvatici.

Così erano scesi dalla montagna, si erano mossi dalle
[pg!132]
rive del fiume, dalle case dei villaggi, dalle fattorie disperse
nella campagna, od anche dalle più povere catapecchie,
se pur davanti al limitare avevano un sol palmo
di terra dal quale potesse nascere un fiore.

Noi pure vi andammo, sul barroccio di Lazzaro, per assistere
alla celebrazione del rito gentilissimo.

La strada che seguivamo svoltava, dopo un lungo pendìo,
su la via Appia; là incontrava una traccia di fiori sfogliati
su le recenti orme dei pellegrinaggi, mentre ancora
talune comitive dei più lontani contadi sbucavano per i
sentieri della campagna volgendo gli occhi ansiosi verso
la meta imminente.

Fondi appariva dinanzi a noi, nel mezzo del suo
«Caecubus acer» che dette i prelibati vini ai circensi
ozii di Cicerone, di Attico e di Tiberio, e fin lungi mandava
esultanti clamori fuor dai ruderi della cinta romana,
ove un popolo rimasto fedele ai geni ed alle consuetudini
della sua razza tenace rinnovava i simboli dei padri
venerando la secolare divinità della Terra. E la gioia
di quella turba semplice, che andava per offrire le sue
ghirlande alla Cerere cristiana, si comunicava in noi,
aprendo le nostre anime all'allegrezza del simbolo primaverile.

Così densa era la moltitudine all'entrar del paese, che,
non potendo proceder oltre, dovemmo cercare una rimessa
per la cavalla di Lazzaro e procedere a piedi.

La via Appia, guernita di bandiere, di palvesi, di giostre
aeree, di gonfaloni e di stendardi, continuava in mezzo
alle case, verso il Tempio di Santa Maria, dov'era il
convegno della festa floreale. Agilissimi festoni d'edera
si appendevano da un tetto all'altro, curvi nel mezzo
come i tralci delle viti cariche, in guisa da comporre
sopra la strada una specie di pergola trionfale, un
telaio di gloriose ghirlande, in gradazione dolcissima di
colori. Gualdrappe sfarzose pendevano dalle finestre,
addobbavano i terrazzi ed i poggioli, cui stavano affacciate
le donne procaci che amò Silvestro de' Buoni e
che un tempo salirono, adorne di lunghi veli, al convento
[pg!133]
dei Frati Domenicani per ascoltar le prediche di San Tomaso
d'Aquino.

Quel giorno, esse ridevano dai poggioli, come da un
«mirador» di Siviglia, pettinate alcune alla guisa castigliana,
con il bianchissimo collo ignudo e carico di monili.
A piene mani gettavano mazzi nella strada, poi si
schermivano dietro le stuoie quando una brigata di corteggiatori
le assaliva da ogni parte rispondendo alla loro
provocazione.

Una pioggia di fiori ci accolse al nostro passaggio. Elena,
vestita di bianco, alta fra la moltitudine, attraeva lo sguardo
dei lanciatori di mazzi, che da lungi la investivano vuotando
a gara i canestri pieni. Per un momento la battaglia
della strada si rivolse tutta contro di lei, e dovemmo
sostare per ripararci da quell'accanimento. Ella rideva, un
po' smarrita, serrandosi al mio braccio, fra quel giocondo
piovere di ramoscelli fioriti, che oscillavano volubilmente
nell'aria prima di caderle ai piedi. Poi fummo liberati per
il sopraggiungere di due fanciulle, che, attraversando la
strada, con una risata, distolsero da noi l'infuriare della
leggiadra battaglia.

Erano di ugual statura, brune ambedue di colorito e di
capelli, col petto ampio e florido, la bocca invermigliata.
Sui lor capelli era profusa una gran copia di petali e di
foglie, come accade al passar d'autunno sotto una pergola
che sfiorisce; le lor caviglie, costrette da un'allacciatura
incrociata più volte, uscivano agili ed esilissime dalle gonnelle
succinte.

Ma ecco, entrando nella piazza grande, mutata in improvviso
anfiteatro, fummo sorpresi da una magnificenza
impreveduta.

I banchi orticoli, adorni di muschi o di glebe divelte
ancor umide dalla terra tenace, componevano in semicerchio
un bellissimo cuscino di zolle verdi, che s'interrompeva
tra due pali avviluppati d'edere allo sbocco d'ogni
contrada, poi saliva ad arco su la gradinata e sul terrazzo
della chiesa. I fiori vi giacevano sopra, a mazzi, a ghirlande,
a fasci, o disseminati, giuncando l'intero anfiteatro.

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Pareva così di entrare, per una conca verde, nel recesso
di un tempio leggendario, dove i colori ed i profumi componessero
insieme un'apoteosi della primavera.

Un antico salice, ch'era sorto a fianco della chiesa, con
le radici sotto la pietra, era naturalmente investito e soffocato
quasi dai viluppi di un glicine, che, due volte abbracciandone
il tronco, s'arrampicava nella foltezza dell'albero
ed emergendo fin sopra la vetta, sciorinava giù per
la curva dei rami le sue lunghe propaggini fiorite, spiovendo
come il salice, con indolenza magnifica, sin quasi a
toccare la terra. E nessuna composizione di tinte appariva
così mirabile a guardarsi, come, sul verde acquatico del
salice, la delicatezza di quelle fioriture turchine, simili ad
un'aggregazione di piccole ali, o forse ad un alveare d'api
raccolte in grappoli.

Intorno tutti i colori sfoggiavano, componendo in una
maraviglia unica la loro molteplice diversità. Pareva che
una schiera di uomini scorazzanti avesse invasi tutti i
giardini, disfatte le aiuole, vuotate le serre, depredati gli
orti, mietuto nelle campagne, tagliato nelle selve, divelto
dall'argine dei fiumi, nel grembo delle valli e su l'aprica
montagna per raccogliere in quella piazza tutto ciò che la
primavera ed il sole avevano saputo esprimere di colorito
e di olezzante dalla instancabile generazione della terra.

Era come un risorgere di que' giochi floreali che un
lascito di cortigiana aveva elargito al popolo di Roma, nel
giorno di Calendimaggio e che venivano celebrati nel più
leggiadro fra gli otto circhi, al di là dalle mura, in una
valletta oziosa tra il Viminale e il Colle dei Giardini. Seminude,
le danzatrici s'inghirlandavano e tessevano danze
dionisiache alla concorde musica dei flauti e delle arpe;
le attrici simulavano drammi floreali; poi, di notte, al
chiarore delle fiaccole, sovra un palco addobbato, le mime
figuravano scene di sfrenata licenza, mentre dai parapetti
si curvavano, accesi di voluttà negli occhi dipinti, i giovini
patrizi decadenti, e saliva su le labbra delle matrone un
languido sorriso d'impudicizia.

Davanti alla chiesa, come in un giorno di grande sagra,
[pg!135]
tutta la piazza era ingombra di giuncature primaverili;
fiori ed aiuole d'ogni varietà l'abbellivano e la colmavano
di magnificenza.

Amico ai pascoli rideva il pandicúculo cavalleresco per
l'elmo ch'esso porta e per lo sprone, là dove i mirti
bianchi e l'aralda porporina socchiudevano lentamente i
cálici delle lor campanule stanche. Bocche di lupo e
bocche di leone, prímule, biancospini, fior di primavera,
marruche, arse dalla gran vampa, si addormentavano, sognando
forse l'ombra delle lor siepi natie.

Dai fiori si conosceva l'origine dell'offerta. Il boscaiolo
era venuto con i mughetti, le cesarelle, i gigari, gli allori,
l'abbracciabosco, i gerani di bosco e la barba di bosco;
il falciatore con l'erba cipressina, l'erba di vinca, l'erba
trinità; le seminatrici coi fiordalisi, le spadacciole, i cinquefogli,
e dalla montagna erano scese le pastorelle, dai
paschi le pascolatrici, portando, insieme coi bucaneve solitari,
le genziane di tutti i colori, le belledonne dei semplici
e le araldiche insegne dei gigli fiorentini.

Tutti questi fiori, e gli altri mille cui non era possibile
riconoscere un nome, parevano irradiare nell'aria circostante
i riflessi dei loro infiniti colori, aspirando ad essere
più belli della loro bellezza ed avendo singolarmente una
diversa guisa di vivere e di morire.

Nel tripudio e nel sole di quella piazza invasa un'anima
vasta e quasi umana pareva espandersi da quelle innumerevoli
agonìe, dicendo con una suprema estasi di profumo
l'ansia che i fiori avevano di suggere le linfe della terra,
di accogliere più sole, più rugiada, più vento, per palpitare,
per aprirsi e ridere, per generare un seme fecondo.
E quel profumo, ch'era quasi una voce, quel profumo di
corolle moriture, dilagava in alto per l'azzurrità immensa
come una suprema invocazione alla vita, come una bella
ed inutile volontà di fiorire.

Anime anch'essi, avevano il loro attimo di smarrimento
presagendo l'orrore del perpetuo silenzio, della irrevocabile
ombra; e, forse per non conoscere quello spavento, gettavano
a fiamme di colore, a turíboli di profumo, le ultime
[pg!136]
giocondità vitali, e morivano sperduti nell'ebbrezza della
fine, sublimando il colore come un'anima in uno sforzo
eroico verso la luce.

Nella chiesa lo spettacolo cresceva di bellezza. Non
v'era più marmo, non v'erano più altari, nè seggi nè
cori nè pulpiti nè colonne: tutto scompariva sotto un ammanto
unico di fiori, lasciando solo una via diritta e
sgombra che si partiva dalla soglia fino ai gradini dell'altar
maggiore.

Filtrava per le vaste invetriate una chiarità contemplativa
nel tempio, e tra i vapori degli incensi aromatici
una lama di sole fendeva obliquamente lo spazio come
un'evangelica spada.

La turba, genuflessa tra i fiori, elevava un sommesso
mormorìo di preghiere.

«Beato colui che ha l'Iddio dei Fiori in suo aiuto — la
cui speranza è nell'Iddio dei Fiori.

«Il suo Regno è un Regno di tutti i secoli — la sua
Signoria vive per ogni età.

«Deh, apri la tua mano e spanda la tua mano il seme
abbondevole su la terra pingue; — e il frutto rida in allegrezza
sul ramo fortificato.

«Alleluia Vergine Maria! Immacolata Vergine dei
Fiori!» — cantava il sacerdote officiando, mentre il chierico
agitava i turiboli e la turba ripeteva «Alleluia!»

Ed ecco il sacerdote, apprestandosi a compiere il rito,
coglieva dalle più vicine offerte alcuni fiori e li deponeva
sopra un vassoio d'argento, trattando le corolle con
delicatezza, quasi fosser ostie benedette. E con un gesto
abbracciando tutte le ghirlande che ammantavano la chiesa:

«Ogni fiore è fiore, su questo vassoio ch'io porto!» — disse,
alzando il bacile ricolmo.

Allora tutti gli occhi dell'ansiosa moltitudine si rivolsero
alle mani del celebratore. L'immagine della Madonna
sorrideva nella nicchia inaccessibile, adorna de'
suoi ori antichissimi, la veste intessuta di gemme, i polsi
carichi di braccialetti, la fronte serrata in una mitria,
dove all'apice splendeva un rubino di favolosa bellezza.

[pg!137]
Due cori di vergini biancovestite, con le braccia incrociate
al seno, eran genuflesse ai fianchi dell'altare, immobili,
con una rigidezza di statue.

Fra i due cori una monaca penitente stava quasi bocconi
sul primo gradino dell'altare, le due braccia protese
innanzi, come per intercedere supremamente. Pareva morta,
uccisa dal soverchio profumo.

«Il fiore è simile a vanità; i suoi giorni son come
ombra che passa,» — ammoniva il sacerdote dall'alto
dell'altare, fra il fumo ceruleo dell'incenso che vaporava
per l'aria santificata.

«Fa che i semi si diffondano al vento numerosi, i
granelli dell'arena, o Maria che conosci da lungi!»

E sollevava il vassoio di fiori davanti al tabernacolo
scintillante.

«Non abbassare i tuoi cieli; non toccare i monti
perchè fumino di nubi; non avventare saette; non mandare
la grandine che smiete i raccolti come una spada
scellerata.»

E, nella turba, le mani dei coltivatori, aduste, incallite
nella fatica di guidare il vómero per il solco profondo
facevano scorrere concitatamente i rosari, perchè la
Vergine della primavera e dell'estate li preservasse da
tanti flagelli.

— «Fa che i nostri greggi moltiplichino a migliaia nelle
fertili campagne.

«Fa che non venga la secchezza sopra la terra e
sopra i monti e sopra il frumento e sopra il mosto e
sopra l'olio e sopra tutto ciò che la terra produce; e
sopra gli uomini e sopra le bestie e sopra tutta la fatica
delle mani.»

E coloro che avevano seminato a piene ciòtole nei solchi
fervidi e nei prati maggesi, coloro che avevano potate le
viti, mondata la canape, veduto mignolar gli ulivi, coloro
che avevano una vacca sterile, od il frutteto invaso dal
mal del verde, od i prati aridi, od i virgulti restii dal
germogliare, tutti coloro che vivevano la vita semplice
del pascolo, della semina e della mietitura, tesero le
[pg!138]
braccia concordi alla soave immagine di Maria, perchè
degnasse accogliere le invocazioni della sua grande georgica
famiglia.

Ed ecco, il sacerdote asperse tre volte i fiori con l'acqua
lustrale, mentre nell'atto della benedizione tutto il popolo
della gleba s'inginocchiava, e pareva che veramente qualcosa
d'indefinibile, quasi una luce di redenzione, piovesse
dall'alto su quelle migliaia di fronti, su quelle migliaia di
anime, arse dal bisogno di credere, come un terreno asciutto
ànsima nell'attesa della rugiada.

Allora i due cori di vergini, sorgendo in piedi, presero
a cantare. I loro polsi gracili erano allacciati da una catena
di fiori nivali ed i loro occhi splendevano come nell'ebbrezza
d'un'estasi religiosa.

Cantavano con voci squillanti una dolcissima lenta preghiera;
su le pause d'ogni salmo tutto il popolo ripeteva
in coro:

«Beata Vergine Maria, fate la grazia ai fiori!»

Subitamente la voce dell'organo si elevò per l'ampiezza
del tempio, come una preghiera sovrumana, la quale
parve per un momento raccogliere in sè stessa l'adorazione
di tutte le cose che riconoscevano un Dio. Modulata
nel suo primo sorgere in tono fioco e lamentevole, man
mano si espandeva, cresceva, dilagava per l'aria sonora,
cullando tutte le tribolazioni, medicando tutte le sventure,
persuadendo gli sconsolati alla speranza, i dubitosi alla
fede, i poveri alla miseria del loro destino. La voce cantava
sola, nel tempio solenne, piena di eloquenze mistiche,
fluida e profonda, mesta e giubilante, come un alito, come
un'onda, come un grido, irrompendo con tutto il fiato delle
sue dieci canne, per dilagare pianamente verso le altezze
immateriali della fede, verso le ineffabili armonie dei paradisi
cristiani.

E quando l'organo tacque, una preghiera di vergine
fu cantata nel coro, da una bocca invisibile, da una voce
che pareva sapesse attingere nei più profondi enigmi dell'amore,
del sogno e del dolore le sue divine ispirazioni.
Ed era trillante come una squilla d'oro, liquida e limpida
[pg!139]
più che non sia la musica di una polla d'acque scaturienti,
morbida come una piuma che vola. Dopo avere distesamente
spiegata la impareggiabile virtù del suo canto, dolcemente
moriva in un succedersi di note vanevoli, come
un'aria che scivoli tra le corde di una cetra sospesa, come
una foglia che finisca di scorrere sopra l'arena, come una
fontana che cessi di piovere dentro una profondità.

E i fiori anch'essi morivano, bevendo l'ultima goccia di
rugiada serbata nel càlice come una perla; morivano profumando
col supremo loro effluvio la imminente sera del
tempio, al chiaror scialbo de' cerei, essi, che adoravano
il sole.

E v'era, nell'agonìa di quelle anime floreali, la tristezza
inconsolabile delle cose che hanno avuta una magnificenza
caduca, la disperazione delle creature che sono vissute
inutilmente, senza perpetuare la vita.

Una grande malinconìa ci serrò il cuore; i nostri sensi,
ebbri di profumo, provarono un lento spasimo, che ci fece
d'un tratto impallidir entrambi, Elena ed io, guardandoci.

All'ombra di una colonna ella si strinse tutta contro di
me, cercandomi nascostamente le mani. Allora, davanti ai
fiori che morivano, agli incensi che fumavano, al bisbigliar
delle preghiere sommesse, cauti e paurosi ci baciammo,
sentendo per tutte le vene correre il brivido di
quel peccato soave.

[pg!140]




V
=


Fabio era partito due giorni dopo, con la promessa di
compiere la sua missione e di darmene tosto notizia. Che
sarebbe avvenuto? Nè io volevo domandarlo a me stesso,
nè, pur volendo, l'avrei saputo immaginare. Eravamo assai
turbati, Elena ed io, nell'attesa del triste avvenimento. La
consueta lettera di Edoarda giunse anche il giorno appresso,
e poichè sapevo che sarebbe stata l'ultima, ebbi nel
leggerla un turbamento insolito, quasi una indefinibile
paura.

Sembrava che, per una intuizione vaga, Edoarda presentisse
la imminente sciagura, e le sue parole tradivano
la mortale ansietà di quelle ore, nelle quali ci si attende
ad un male certo, benchè ignoto, e si sente sopraggiungere
il passo della persona che ci dovrà colpire.

-----

«Fra due mesi o poco più, — scriveva Edoarda — il
mio lutto finisce. Mancano esattamente ottanta giorni —
(ella contava i giorni!...) — al tempo da noi fissato per
le nostre nozze. Io, per quel giorno, vorrei essere morta.
Le nostre nozze... che crudele ironia! Come mai ho potuto
una volta credere alla possibilità di questo sogno assurdo? E
però mi ricordo ancora, come in una visione che non appartenga
più alla mia vita, la sera in cui fu data questa promessa,
e ti rivedo ancora, intento a sfogliare un calendario,
un piccolo calendario di pelle rossa, con sopra, in
miniatura, una caccia inglese. Era dell'anno passato e mi
sembra che fosse di vent'anni fa. Tu hai voluto scegliere
il 18 Luglio... un anniversario. Ti ricordi. Germano?... già:
un anniversario! Tu, che sei un uomo ragionevole, dimmi:
[pg!141]
perchè vi sono cose al mondo che non si possono dimenticare?
Perchè un'anima prende un'altra, la stritola come
in una morsa e poi la butta via? Perchè vi sono coloro
che amano sempre e coloro che non amano più?...

«Il primo giorno che ti ho veduto, circa tre anni or
sono, tu guidavi al Pincio due cavalli, due morelli, che
si chiamavano Bab e Nabab. Avevano le collane bianche,
un mazzo di viole ai paraocchi. Non ti conoscevo allora,
non sapevo chi fossi. Ma tu mi hai guardata, e, forse
pensando ad altro, hai sorriso. Non so perchè, mi è rimasto
sempre nella mente il sorriso che avevi quel giorno:
freddo, cattivo, e però pieno di fascino. Eri, quel giorno,
crudele come oggi, crudele senza volerlo, perchè nascondi
nell'anima una crudeltà involontaria, che sente il bisogno
di godere delle sofferenze altrui.

«A quel tempo ero bella io pure: adesso non lo sono
più; mi hai consumata; e, forse per questo, non posso
come una volta illudermi di piacerti ancora. Mi cadono i
capelli. Quando vi passo il pettine, la mattina, vi rimangono
a ciuffi... Che importa? Se non debbo essere tua,
perchè mi piacerebbe rimaner bella? Mi hanno detto che
la donna per la quale ti sei battuto è di una bellezza
maravigliosa. Certamente, se io fossi come lei, mi avresti
amata sempre. Germano, come la vorrei vedere? M'hai
scritto che ha lasciato Roma, che non l'hai più incontrata....
Dimmi: è vero? è proprio vero? Ho sognato questa
notte ch'ella fosse teco a Torre Guelfa. Non conosco la
tua casa; ma l'ho veduta come tu me l'hai descritta:
dev'essere così. Perchè ho fatto un simile sogno? Dio!...
non è possibile! Dimmi, Germano, dimmi che almeno
questo non è vero!

«Eppure mi ricordo sempre una tua frase, che certo
hai dimenticata. Fu nei primi tempi, una sera, in casa
della contessa Falconieri; e tu le facevi la corte, anzi
dicevano che tu ne fossi l'amante. Ella ti pregò di scrivere
un motto in un suo libro d'ore. Tu hai scritto così:
«Passare, passare passare... ineffabile vita!» E la contessa
leggendo rise, poi ti disse qualcosa a bassa voce,
nascondendo la bocca dietro il ventaglio.

[pg!142]
«Passare, passare!...» Tu hai fatto questo, Germano,
ed io mi sono lasciata travolgere dalla tua fuga.

«Poi mi ricordo anche un'altra tua frase, che hai scritta
in un mio libro. Diceva:

«L'anima è qualche volta come la primavera: essa
ritorna, e ritorna con tutti i suoi fiori.»

«Io non credo più a nessuna primavera; dentro me
tutto finisce. Ormai non sono che la tua tristezza, povero
amore....

«Quando lascerai Torre Guelfa? Mi sembra che tu non
debba ritornare mai più, almeno per me.

«Mai.» Che orribile parola è questa! Com'è piena di
vuoto! Perchè vi sono alcune parole che fanno tanto
male all'anima di chi soffre, ed appunto sono queste parole,
che dicono «mai», che dicono «sempre», che dicono
«addio?» Perchè? Io mi sforzo d'immaginare cosa
potrà essere la mia vita il giorno che verrai per dirmi:
«È finito... », il giorno in cui ti vedrò uscire dalla
mia casa per l'ultima volta. Sempre, quando esco e torno,
su l'uscio faccio questo pensiero. Mi sei così visibile,
che vorrei tendere la mano per trattenerti. Quel giorno,
credo che diverrò pazza. Mi domando qualche volta
come ti ho potuto amare così. Ne rimango atterrita
e non so comprendere la ragione. Talora, quando sento
parlare di altre persone che amano, quando leggo nei
libri le favole di altri amori, quando vedo l'abuso e la
profanazione che si fa ogni giorno di questa parola, mi
vien quasi una voglia di ridere... oh sì, di ridere disperatamente!
Chiamano amore i loro capricci, amano e
possono ridere, amano e possono vivere lontani, amano
e possono pensare a mille altre cose nello stesso tempo!
Ma chi di loro conosce veramente cosa sia questa orribile
disperazione, l'amore?...

«Senti: ho paura. Mi sembra che fra qualche giorno
debba succedermi qualcosa di orrendo. La notte ho visioni
angosciose. Vorrei sapere, sapere... tante cose che la mia
povera testa non coordina più.

«Domenica è la festa della zia: non dimenticarlo. Manda
[pg!143]
il solito mazzo di fiori. Mi scrivi che ve ne sono tanti a
Torre Guelfa, è vero? M'avevi promesso di condurmi un
giorno a visitare la tua casa e la gran Torre.... Invece,
se non vi sono andata finora, non la vedrò forse mai,
quella tua casa dalle stanze antiche, «dove si dorme come
in un monastero.» Oh, se potessi giungere inattesa e
sorprendere la tua vita! Essere la tua compagna, nella
tua casa, per sempre!... Povero amore, come devi sorridere
di queste mie parole! Tu hai ben altri pensieri. Mi
scrivi che fra pochi giorni la maggior parte delle tue
terre cadrà sotto sequestro. Ti rimarrà solo Torre Guelfa
ed un piccolo pezzo di campagna «che si vede intero
stando alla finestra». Povero amore! Perchè sono tanto
ricca io, che non ho bisogno della ricchezza? E perchè
non vuoi che t'aiuti? Ho il mezzo di farlo, almeno in
parte, senza che nessuno lo sappia. Senti: anche se non
dovessi mai più vederti, perchè non accetteresti? In qualsiasi
giorno della vita, e comunque tu voglia, io sarò sempre
tua.... Perchè non concedermi questa gioia? Tu hai bisogno
del denaro, io ne possiedo molto e non so che farne. Era
per te solo che mi piaceva esser ricca; ma ora, se non ti
avrò... a che serve? Come tutto il resto: a che serve?... »

-----

A questa lettera non risposi: pensai che prima di sera,
Fabio, recandosi a parlarle, avrebbe resa inutile una mia
risposta.

[pg!144]




VI
==


Seduta sotto la pergola di vite americana, Elena guarniva
di fiori un suo cappello primaverile; io leggevo ad
alta voce un libro del Taine, il suo *Voyage en Italie*,
dov'erano pagine deliziose intorno al Convento di Montecassino.

— Come vorrei visitare quel convento! — Elena mi
disse allora.

— Vi andremo, se lo desideri. Anzi vi resteremo qualche
giorno. Quei frati sono albergatori squisiti e tengono
un'ottima foresterìa.

— Si può anche abitarvi?

— Certo. Io vi sono stato già una volta.

— E con chi?

— Solo.

— Via... non lo credo! In mezzo ai frati, e solo?

— Di fatti avevo una compagna. Venne con me un'amica
d'allora, una tedesca bionda come la birra.

— E i frati?

— Oh, i frati ne hanno l'abitudine ormai!

In quel momento la domestica venne ad annunziare che
Michele Rossengo era salito alla villa e domandava di
parlarmi.

— Fallo entrare in sala e digli che ora vengo sùbito.

Michele Rossengo era un pingue villano, arricchitosi
con mezzadrìe di terreni e con usure nei mercati. Ritiratosi
dalle faccende coloniche, ambiva ora le cariche
cittadine, pronto a qualsiasi espediente pur di giungere
a' suoi fini. Era più che cinquantenne, alto, corpulento,
con un viso abbronzato in cui scintillano due malvagi
[pg!145]
occhi ambigui, e sorrideva di continuo come un uomo
intimamente soddisfatto di sè.

Quando entrai nella sala, mi venne incontro tendendomi
la mano. Si tradiva dal suo contegno l'insolenza ingenerosa
dell'uomo di volgo il quale, per un suo diritto, si
senta forte contro il padrone.

— Dunque, signor conte, bisognerà intenderci una buona
volta! — egli disse, entrando sùbito nell'argomento e
piantandosi a gambe larghe dinanzi a me, con le mani
in tasca, mentre vi faceva tintinnire un mazzo di chiavi
ed alcune monete. Uso a comandare nella sua casa e nelle
osterie dove lo corteggiavano i suoi loschi faccendieri,
egli parlava in tono altezzoso, facendo con le labbra un
atto ch'era singolarmente ironico.

— Sono pronto a ragionare con voi, caro Michele, — gli
risposi con voce lusinghevole, avanzandogli una poltrona.

— Ah?... ragionare? Sempre ragionare e pagare mai! — esclamò
l'uomo, sedendo. E rise d'un riso villano che gli
gonfiava la bocca e le vene del collo.

— Mi sembra, caro Michele, che siate oggi di cattivo
umore. Prima d'incominciare la discussione vi offrirò un
bicchierino di quell'acquavite vecchia d'ottant'anni, alla
quale non fate mai cattiva cera quando venite quassù.

— Ci vuol altro che acquavite ormai! Buoni da mille ci
vogliono, signor conte! — m'interruppe il Rossengo, fra
il serio e il faceto, mentre io gli mettevo davanti la bottiglia
preziosa e ne versavo due bicchierini colmi. Intanto,
soffiando e bofonchiando, egli traeva da una tasca recondita
un grosso fascio di cambiali, avvolte in un rogito
notarile, e se lo batteva sul palmo della mano.

— Che fate ora? Mettete via quelle porcherie! — lo
esortai ridendo. — Non dátemi altre seccature, chè ne ho
già troppe in questi giorni!

Egli posò le cambiali su la tavola, vi diede sopra un
gran pugno e tracannò l'acquavite d'un sorso.

— Ah, le chiama porcherie, lei? Questa è buona! — diss'egli
facendo schioccare la lingua contro il palato
esperto. — Buona anche l'acquavite, non c'è che dire!
[pg!146]
Ma insomma, lasciando le chiacchere, me le paga o non
me le paga, stavolta? Perchè ormai siamo vicini alla
scadenza e non si tratta più che di pochi giorni.

E bevve un altro sorso dal bicchierino che gli avevo
riempito.

— Sentite, Michele, — risposi con voce persuasiva, — mi
conoscete ormai da un pezzo e proprio non sarebbe il
caso di farmi un'angheria. Vi ho pagato sempre, vi pagherò
anche stavolta, per bacco!

— Bah, ci sono due settimane ancora... Veda un po' lei,
si regoli per quel giorno, — replicò il Rossengo, scotendo
la sua testa caparbia.

— Via, non fate minaccie inutili! Fosse una cifra da
poco, lo capirei; ma una somma simile non la si mette
insieme in quindici giorni, lo sapete bene.

— L'ho pur dovuta mettere io quando gliel'ho data,
mio buon signore! Adesso me la faccio rendere; non sono
che nel mio diritto.

— Oh, voi, si capisce! Siete un uomo che tenete i vostri
affari molto in ordine, avete il denaro facile, così facile
che a Terracina tutti quanti vi salutano come un piccolo
re. Mentr'io sono, viceversa, il disordine in persona.
Quando si avvicinano le scadenze, devo sobbarcarmi ad
una fatica sovrumana per far tacere i più esosi. Con voi,
Dio buono, ci si conosce da tanti anni, e, vi dico la verità,
finora non ci avevo neanche pensato.

— Sì, sì, a maraviglia! Lei parla bene; ha la parola
facile. Se le cambiali si pagassero così, con un bel discorso
fatto a quattr'occhi, non ci sarebbe che dire! Ma
io, vede, non la penso a questo modo. Io, questa volta,
signor conte, per quanto mi dispiaccia, e sappia che lei è
un buon giovine, questa volta, le dico, se non mi paga
il giorno preciso, vado difilato in città e gliele protesto
l'una dietro l'altra, tante quante sono!

— Caro Michele, voi avete troppo cuore per usarmi una
sgarberia simile! Oggi siete lunatico e sarebbe stato meglio
se foste venuto un altro giorno.

— Eh, no, sa! — egli rispose ironico. — In queste cose
[pg!147]
la penso tutti i giorni allo stesso modo. Non lo faccio per
cattiveria, mi creda. Ma in questo momento, su la mia
coscienza, ne ho bisogno e non potrei davvero transigere
nemmeno con un figlio. Resteremo amici lo stesso, ma
preferisco mettere le cose in regola.

Era dunque inutile che gli continuassi a versare bicchierino
su bicchierino dalla caraffa già vuota per metà;
i suoi occhi brillavano, ma la sua mente restava implacabilmente
lucida. Pensai di tergiversare.

— So che state coltivando un progetto magnifico...
almeno se devo credere alle voci che corrono, — dissi
con noncuranza, non mostrandomi affatto sorpreso dalle
sue parole.

— Progetti se ne hanno sempre, — egli rispose con
ambiguità. — Ho l'intenzione di liquidare tutto: questo è
vero. Sono vecchio e non ho più voglia di vivere in continue
tribolazioni. Anche i figli crescono, e vanno accampando
esigenze di troppo superiori al loro stato... Bisogna
finalmente tirare le reti in barca.

— Meno male che le chiamate reti anche voi! Poveretti,
que' pesci che vi caddero dentro alla cieca! Voi non
volete nemmeno usare un poco di carità nell'aiutarli a
trarsi fuori dalla rete.

— Per bacco! — egli rispose agitandosi: — un po'
ancora e si direbbe ch'io vengo qui per saltarle al collo!

— Eh, quasi, mio buon Michele! Se dovessi raccontarvi
tutte le mie disgrazie, avreste certo un poco di tolleranza!

— Ma se non posso, le dico! Vuole che mi trovi a mal
partito io per lasciarle fare i suoi comodi?

— Oh... voi! Siete una volpe fina, voi! Il vostro pozzo
non ha fondo e volete farmi credere d'essere a secco. Dite
piuttosto che, per il vostro egoismo, non vi importa nulla
di sacrificare i vecchi amici.

— Ma che parole son queste! Glieli ho dati o no questi
denari? Ho diritto o no di farmeli rendere? Uno che viene
a farsi pagare, lei lo chiama un egoista? Ma sa che lei
ha certe trovate straordinarie!

— Là, là... non fingete di non comprendermi! So quel
[pg!148]
che dico e mi risulta che state per entrare in Municipio.
Allora, naturalmente...

— Ma chi le ha detto questo? — fece l'uomo, animandosi,
con una smorfia di compiacimento.

— Oh Dio, ne discorron tutti; è una cosa che tutti
sanno; me ne avran parlato in cento. Ed io, che avevo
il torto di credervi un buon amico, mi ero già prefisso
di sostenere a spada tratta la vostra candidatura. Voi
che fate invece? Mentre state per conoscere il peso degli
onori pubblici, siccome può seccarvi che qualcuno dica:
«Sì, è un uomo di polso, lo si potrebbe mandare in alto...
però ha in giro qualche affaretto così e così...» voi
preferite evitare sùbito le chiacchiere, senza riguardi
per nessuno. Ecco perchè vi dicevo che siete un egoista.

— Ma tutto questo cosa c'entra? Sono fantasie, caro
signor conte! Che in Municipio ci sia forse un posticino
anche per me, può darsi, e credo anzi che starebbe tanto
bene a me come ad un altro...

— Non dico di no.

— Ma questo non ha niente a che vedere con gli affari
miei propri. Se domani mi eleggono, mi fanno un piacere;
se non mi eleggono me ne fanno due, perchè sono tanti
grattacapi di meno... Le pare?

— Via, Michele, rispetto all'elezione, se le voci sono
vere, non v'è più alcun dubbio. Per conto mio seguiterò
ad aiutarvi con tutte le mie forze e voi, per venire ad
una conclusione, mi farete il piacere di rinnovarmi questa
ipoteca per tre anni ancora.

— Impossibile! Impossibile. Non parliamone più.

— Lasciatemi dire... per tre anni ancora. E se a quel
termine non vi pagherò tutto, siamo intesi che voi farete
il protesto e vi prenderete la terra.

— Nemmeno per sogno! — interruppe il Rossengo
eccitandosi.

— Ma, Dio buono, lasciatemi dire un momento! Cosa
rischiate facendomi questo favore? L'ipoteca non muore,
la terra è lì, nessuno la tocca ed è una garanzia che non
corre pericolo. Se si tratta degli interessi, aggiungeremo
[pg!149]
anche quelli, e nel frattempo io saprò mettere le cose a
posto con tutta mia pace. Andiamo, Rossengo! Se rifiutaste,
dovrei credere proprio che mi vogliate portar via
la terra oggi, che ne avete il mezzo, per il timore che
un'occasione simile non vi càpiti più!

— Non è questo, non è questo! Gli è... — spiegò Michele
con una lieve titubanza — gli è che fra un anno,
fra due, fra tre, si tornerebbe sempre alla stessa canzone.

— Ma se vi dico di no!

— Caro signor conte, io so benissimo come stanno le
cose. Non le vorrei far torto, mi creda, ma noi ci teniamo
al corrente per forza...

— Dunque mi credete un uomo rovinato? È questo che
volete dire?

— Oh, questo, perdoni sa, lo si dice da un gran pezzo!
Ma non è tutto lì.

— Ah, non è tutto? Cosa c'è di nuovo? Se vi affermo
che alla nuova scadenza potrò pagare, vuol dire che so
press'a poco dove procurarmi la somma necessaria.

— Ecco il punto grave! — diss'egli con un ridere
grossolano, esaminando traverso la luce un altro bicchierino
d'acquavite.

— Sembra che non vogliate credermi, caro Michele! — feci,
senza mostrare di adontarmene.

— Oh, Dio, signor conte, sono cose delicate, cose che
non mi riguardano... — egli osservò perplessamente.

— Non fa nulla; dite pure.

— Ma poi non se ne avrà per male, signor conte?

— Perchè avermene a male? Dite, dite pure.

— Ecco... — egli spiegò, cercando le parole. — Noi
sapevamo da molto tempo, anzi lei stesso me ne aveva
parlato... che il signor conte, a Roma, era fidanzato con una
signorina ricchissima, e noi, naturalmente, conoscendo
come stanno le cose, si contava molto su questo, perchè
la terra insomma è sempre terra, e con le crisi agricole...

Egli fece una pausa, mi guardò con i suoi occhi penetranti
e riprese:

— Invece ora è corsa voce che il matrimonio non si
[pg!150]
faccia più. In paese ne parlano come di cosa certa, ed
allora, mi capisce, siccome fra noi si può parlar chiaro...

— Ah, si dice questo? — esclamai, simulando una grande
maraviglia. — Toh, questa mi piace!

Compresi di non aver salvezza fuori dalla menzogna, e
seguitai con sarcasmo:

— Vorreste dirmi chi è quell'anima pietosa la quale
avrebbe raccontata questa buona favola? E comica, sapete!
Ma, già che siamo in argomento, parliamone pure a viso
aperto. Ditemi per lo meno da che parte giunse fino a voi
questa notizia sorprendente.

— Un po' da tutte le parti, signor conte. Il mondo
mormora, si finisce con saper tutto e non si ricorda mai
da che bocca sia venuto il primo pettegolezzo. Il fatto è
questo: dicono che per molte ragioni il matrimonio non
si faccia più.

— Sentiamo allora queste ragioni. In fede mia ne sono
curioso.

L'uomo tentennò il capo, si grattò la fronte, poi disse:

— Chi ne racconta una, chi un'altra. La ragione prima
sarebbe quella bella signora che lei ha condotta qui da
Roma. Bella davvero! È francese, dica un po'?

— È ungherese, ma fa lo stesso.

— Per Dio, che creatura! che occhi!

— Quando l'avete veduta voi?

— A Fondi, alla Festa dei Fiori.

— Bene, ma vediamo un po', Michele, e sia detto in
confidenza, fra noi uomini... Quand'eravate fidanzato, voi,
non vi siete permesso proprio nessun capriccio? Siate
sincero, veh!

— Oh, certo, prima e dopo, quanto a questo!

— Dunque, non vorreste permettere anche a me la
stessa cosa? Quand'un uomo è alla vigilia di prender
moglie, talvolta si sente opprimere da una certa malinconìa...
Bisogna farla passare. Insomma, lasciando gli
scherzi, dite pure in città che la notizia è falsa. Non
voglio darvene la prova, naturalmente, quantunque potrei
anche sùbito mostrarvi le ultime sue lettere. Ma informàtevi
[pg!151]
meglio. Ed inoltre, sia detto fra noi, mettendo a parte
ogni questione di amore o di non amore, vi sembra mai
possibile che un uomo ridotto a mal partito come son io
trascuri per un capriccio tutti quei milioni, con insieme
una brava, una bella ragazza che domanda solo di offrirmeli?
Bisognerebbe esser pazzi, vi pare?

— Mah... questo l'ho sempre detto anch'io! — rispose
il Rossengo, alzando le spalle.

— No, credétemi — proseguii, battendogli una mano su
la spalla, — queste sono malignità e gelosie di gente cattiva.
Sentite: non fra un mese o due, ma domani se volessi!
Ed io, lo dico a voi, Michele, già che ne parliamo,
io vado un poco per le lunghe, perchè il matrimonio, come
vi dicevo, è sempre una catena.

Fosse la convinzione o l'effetto dell'acquavite che diminuiva
sempre più nella caraffa, l'uomo parve man mano
arrendersi a' miei ragionamenti.

— Lei con tutto il rispetto, è sempre stato un gran
briccone, signor Germano! — esclamò egli con allegra
familiarità. — Se fossi certo che lei sposa la Laurenzano...
eh, allora!...

Ed i suoi occhi brilli splendevano di un luccicore
intenso.

— Lo credo io! con quel po' po' d'interesse a cui mi
avete prestato il denaro... Bel mobile! Sopra una pietra
da mulino, in vent'anni vi divorereste anche Roma!

— Ah, si vuol lamentare adesso? — egli ribattè, vedendo
le cose ora sotto una luce più gaia. — Metta
insieme il rischio....

— Che rischio!

— La paura....

— Che paura!

— La pazienza...

— Eh, via!... di pazienza ne ho dovuto aver io, e molta,
per ottenere questa miserabile proroga! Se foste un uomo
generoso, direste sùbito: Che mai! Al conte Guelfo tre
anni farebbe schifo... Dieci gliene accordo, se vuole.

— Ma io non ho promesso neanche un giorno! — egli
[pg!152]
esclamò con un riso triviale, battendo i due grossi pugni
su la tavola, che traballò.

— Su, Michele: chi ride consente.

— No: chi tace, — egli corresse, un po' ebro.

— Chi beve, dico io! Su bevétene ancora un goccio!
È acquavite sincera.

— Caro conte, lei vuol vedermi brillo perchè io rimetta
le cambiali a dormire. Ma ho la testa divisa in due parti,
io! Se m'ubbriaco da una, tutti i pensieri passano dall'altra.
Il fatto è questo: se lei mi dà la prova che il
matrimonio non è andato a monte, le concedo un anno,
se no....

— Tre anni, ho detto.

— Impossibile; allora niente.

— Due?

— Mettiamo pure due, ma ci vuole questa prova.

— Sono più che disposto a darvela, però non saprei
quale.

— Ecco: non ci sarebbe il mezzo di ottenere una
riga solamente, sia pure in carta semplice, ma di proprio
pugno della fidanzata? Una specie di garanzia privatissima
da mettere insieme con le cambiali?

— Ma cosa dite mai, caro Michele? Dov'è il vostro
buon senso, per Bacco!

— Ebbene, allora mi lasci far due righe di conti, — egli
disse, traendosi di tasca un taccuino. — Io le rispondo
ben chiaro: se nel prezzo dell'ipoteca ci stanno anche gli
interessi, le concedo i due anni, altrimenti non parliamone
più.

— Ma, se non altro per pudore, non dovreste nemmeno
pronunziare questa parola «interessi» davanti a me! Vi
ricordate la somma che ho avuta per quelle cambiali?

Egli fece con le spalle un movimento ruvido.

— Non ricordo nulla, — disse. — La somma che conta
è quella scritta qui.

— Va bene, va bene: continuate pure i vostri calcoli.

E per cinque minuti egli non fece che scarabocchiare
cifre sbilenche.

[pg!153]
— A stretto rigore, — concluse infine — mancherebbe
qualcosa; ma fingerò di non essermene accorto, perchè,
non si sa mai, al mondo si può aver bisogno di tutti ed
un servigio reso al prossimo non è mai perduto.

— Ah, per Iddio! avete un coraggio sublime! — gli
gridai ridendo. — In ogni modo non importa, e vi ringrazio
lo stesso. Dunque siamo intesi: parola di Rossengo...

— Parola di re! — proclamò l'usuraio, tendendomi la
mano un po' tremula.

— Ancora un ultimo sorso, — proposi, ricolmando i
bicchierini.

— Volentieri: quest'acquavite mi facilita la digestione.

— Allora ve ne manderò qualche bottiglia a casa, e intanto
alla salute vostra, Michele!

— Grazie; alla sua, signor conte!

Bevve, poi gli venne un pensiero.

— E alla sposa di Roma! — soggiunse.

— Alla sposa di Roma! — ripetei senza esitare, con
una incoscienza che stupiva me stesso.

Finalmente il Rossengo si levò; era quasi del tutto
brillo, aveva le guance rosse, il fiato greve. Ancora, su la
soglia, si volse per ripetermi:

— Dica, signor conte, non si dimentichi poi quelle
certe bottiglie...

— Sì, le bottiglie d'acquavite? Siamo intesi, le avrete.
A rivederci, Michele.

E uscì.

[pg!154]




VII.
====


Una lettera di Fabio mi giunse alcuni giorni dopo, in
termini brevi, senza un qualsiasi accenno intorno all'accaduto.

-----

«Io ti rendo la parola di Edoarda Laurenzano, — egli
scriveva. — Prego il cielo che non ti faccia mai conoscere
il rimorso dell'azione compiuta, e per il male che
hai dato possa venirti una lunga felicità. È questo forse
il voto e la speranza della donna che abbandoni, è questo
l'augurio più sincero dell'amico di tanti anni, che non ti
dimentica in quest'ora tristissima della tua vita... Conserva
una memoria indulgente per la creatura che ti ha troppo
amato e sconterà in silenzio il suo destino irreparabile; fa
del bene a molte anime per quella che hai dovuto sacrificare.
Noi ti seguiremo col pensiero, dovunque tu vada e
qualsiasi cosa tu faccia, come una volta e sempre, desiderosi
anche di soccorrerti se mai ti sorprenda un pericolo
contro il quale tu non possa lottare.

Resta lontano da Roma, per qualche tempo almeno, e
ricordami e scrivimi sempre.»

-----

Questa lettera mi parve un'umiliazione, e nell'attimo
stesso in cui finalmente mi vedevo libero, un senso quasi
di sgomento, di solitudine m'invase. Mi parve per un
istante che mi avessero lasciato solo, di fronte ad un precipizio,
a mille precipizi continui, dove sarei caduto inevitabilmente
come una preda oscura.

Una immagine fissa mi teneva la mente.

[pg!155]
Il portone, quel gran portone marmoreo del palazzo
Laurenzano, casa di principi una volta, ove nella corte
scalpitavano i cavalli e facevano ala i domestici gallonati,
quel portone che tante volte avevo passato quasi ormai
da padrone, ora mi si chiudeva in faccia ostinatamente,
come ad un servo scacciato. E insieme tutte l'altre soglie
ch'ero solito varcare si chiudevano a lor volta, quasi per
dividermi da una gente alla quale non appartenessi più.
In quella società ov'ero entrato splendidamente, sotto
l'auge del mio gran nome e del mio denaro, nessuno
ignorava i miei dissesti, le noie che mi davano i creditori
e i pesi che si andavano accumulando sui pochi avanzi
delle mie campagne. Ciò che mi salvava dalla decadenza
e dal disprezzo altrui non era infatti che il mio fidanzamento
con Edoarda. Anzi al pubblico piaceva, come in
genere piacciono, tutte le cose teatralmente immortali,
questa mia figura di scialacquatore spensierato, che, al
termine delle sue scioperatezze, trovava una ereditiera
innamorata e otteneva di sposarla per ricominciare il suo
fasto. Insomma dovevo solamente alla mia sposa futura
se ancora le belle dame romane mi serbavano qualche
sorriso procace nell'iniziarmi alle intimità profumate dei
loro salotti, se gli usurai mi davano denaro, se i negozi
mi vendevano a credito, se alle caccie potevo cavalcare i
migliori cavalli, giocare spensieratamente al Circolo, e persino
fra le donne galanti godere di molte predilezioni; il
che sembrerebbe forse paradossale, se anche in questo,
come in tutti gli altri rami dell'eleganza e del piacere,
non dominasse una divinità molto frivola, molto capricciosa:
la moda.

Nella così detta «grande società» v'è un numero infinito
d'intrusi: quelli che vennero dal nulla e quelli che
si ridussero al nulla. Io stavo per contare tra questi ultimi
e v'ero tollerato nel modo più cortese, perchè possedevo
il mezzo di ripristinare al mio nome la sua necessaria
grandezza. Invece, da un momento all'altro e per mia
volontà, il che forse appariva più grave — rinunziavo a
questo mezzo, lanciavo quasi una sfida od un rifiuto alla
[pg!156]
mia casta e mi ritraevo in disparte da essa, disdegnandone
le ambizioni per l'amore d'una donna straniera.

Di questo non avrei potuto certo sperare il perdono.
L'usuraio di Terracina non sarebbe stato in ciò per
nulla diverso dalle dame di Roma, le quali sognavano a
palazzo Materdomini una sala di più dove danzare, dove
amoreggiare, dove splendere, nè dagli amici dei teatri, dei
Circoli e degli ippodromi, che certo non avevano dimenticate
le mie liberalità di un tempo. E costoro, indistintamente,
oltrechè non perdonarmi, avrebbero anche vendicate
le loro speranze deluse, insieme con le antiche invidie.
Essi certo non avrebbero giudicata l'azione mia secondo
il suo giusto valore, nè con indulgenza, nè con rispetto.
Costoro avrebbero riso. E mi pareva di vedere molte
bocche ridere, mi pareva di udire i maligni commenti.
Oh, mai come in quell'ora mi sembrò di conoscere il
mondo in cui ero vissuto, e mai con maggior tristezza
rimpiansi la mia vita sprecata in mille vanità passeggere,
lembo a lembo, fra le gioie più sterili!...

Così pensando, imparavo a disprezzarmi: un sentimento
questo che non avevo conosciuto ancora.

Edoarda invece mi appariva come una immagine del
tutto lontana, perduta fra le memorie di un'altra vita,
pressochè scomparsa. I miei nervi si erano talmente avvezzi
a ribellarsi contro di lei, che ora, d'un tratto, si
sentivano come rappacificati.

Ella era uscita dal mio cuore senza lasciarvi un solco,
senza imprimervi una memoria, senza condannarmi ad un
qualsiasi rimpianto.

Elena invece m'inebbriava del suo fresco amore. Ogni
giorno mi pareva di scendere più profondamente nel
mistero della sua dolce anima.

— Non puoi credere — mi diceva spesso, — come adoro
questa campagna, questa casa ed i giorni che passiamo qui.

Talvolta, la sera, ella si lasciava prendere da una
specie di malinconia; parlava con voce affaticata, senza
guardarmi, quasi perduta in un sogno, e mi diceva:

— No, tu non puoi comprendermi, Germano. Vi sono
[pg!157]
troppe cose che tu non puoi comprendere. Vedi: quando
si è trascorsa una vita nomade come la mia, quando si è
stata una donna senza legge e senza meta, di paese in
paese, tra una folla d'estranei, in balìa di tutte le sorti,
quando ci si è trovati fin dalla più lontana giovinezza
senza una famiglia nè un tetto nè un amore nè una felicità
qualsiasi nella vita, tu non puoi comprendere come
di tanto in tanto si provi un bisogno infinito di riposare,
di vivere più presso alla natura, a questa grande madre
che rende la gioventù e la purezza dell'anima.

E allora una grave ombra le scendeva su la fronte
china; le brillava tra le ciglia una lacrima silenziosa.

— Io — seguitava — son tra quelle anime che non
possono mai ambire al destino degli altri, ma devono
perpetuamente andar oltre, andar lontano, andar via, come
il vento, come la nebbia, come il fiume, come tutte le
cose che passano... E vi sono migliaia d'anime destinate
a questo inutile pellegrinaggio.

Così l'amore nostro si velava insieme d'incertezza e di
ombre.

L'estate passò; venne l'autunno, con le sue feste di
pampini, con le sue nebbie ottobrali. Le sere si fecero
fredde, i grossi tizzoni arsero scoppiettando nel grande
camino di Torre Guelfa, ove s'erano scaldati pigramente,
nelle serate cupe del Medio Evo, i miei padri lontani.

E venne anche la noia, l'insidiosa nemica di tutti gli
amori, che cammina insieme con la solitudine, con il silenzio,
con la polvere, nelle grandi case abbandonate.
L'inverno, tra quelle fosche mura, sarebbe stato pieno di
malinconia. Che risolvere? Non avevamo denaro per andarcene
al Cairo, in Riviera, od altrove, tra la gente
gaia. Bisognava nondimeno prendere una decisione seria,
perchè la nostra vita era tutta in balìa d'un precario
destino.

Le mie scarse rendite eran quasi del tutto assorbite
dagli interessi di alcuni debiti gravosi, ed esaurito il
credito, non mi rimaneva che vender Torre Guelfa con
le campagne circostanti, e contentarmi di una meschinissima
[pg!158]
vita. Sarebbe stato così l'ultimo colpo dato nel
tronco secolare della mia casa, il dividermi da tutte le
fierezze ch'erano state il mio vanto, il rinunziare per
sempre alla speranza di un secondo apogeo. No, questo
mai! Piuttosto morirvi, su quel lembo di terra ch'era
stato un feudo immenso, e non vedere altra gente all'ombra
di quella vecchia Torre, dove, dal culmine, si guardava
il mare. Fosca, selvaggia, nera di feritoie oblique,
come un tragico avanzo di battaglie antiche, portava in
alto il grande scudo marmoreo dei Materdomini, con
il bel motto scolpito: *Placet, si vis, Domine*. Ed ognuno
dei nati nella mia gente doveva, per eredità di sangue,
morire prima di vederne la rovina: ognuno doveva credere
in quel motto come in una fede suprema.

Tutte le avventure mi convenivano, tranne quella che
mi avesse a dividere dalla memoria del mio casato.

Lunghe sere noi passammo accanto al fuoco, ragionando
su l'opportunità migliore.

Elena mi diceva:

— Non pensare a me. Ho finalmente presa la mia risoluzione:
andremo a Parigi, diverrò attrice, guadagnerò
molto denaro.

Questo era sempre il suo grande sogno. Me ne aveva
parlato le prime volte con titubanza, poi con fermezza,
nè io credevo di poter ostacolare il suo proposito, perchè
non avevo alcun avvenire da offrirle. Io medesimo, giunto
verso i trentaquattr'anni e perdute ormai quelle temerarie
illusioni che rendon facile ogni strada sul fiorire della
giovinezza, mi trovavo nella dura necessità di ricominciare
la mia vita, con altrettanta parsimonia quanto ero stato
prodigo e spensierato, uscir dalla lunga pigrizia per sottomettermi
ad un qualsiasi mestiere lucroso, mentre il mio
solo studio fino a quel tempo non era stato che di godere
la maggior allegrezza nell'ora fugace.

Il passo in fondo non era facile nè breve. Poi, quante
fierezze da scordare, quanti altari da cui scendere! Mi
avveniva di rimanere per lunghe ore perplesso e trasognato,
pensando al mio tempo trascorso, quando la sorte,
[pg!159]
con munificenza incalcolabile, mi aveva dato in possesso
i migliori suoi doni ed offerta la possibilità di ambire a
qualsiasi destino. Invece quanta cenere, quanto inutile
spreco! E rivedevo le mie terre, cento volte più vaste che
non si possa con uno sguardo abbracciare, pezzo a pezzo
vendute, o cadute in possesso dell'usuraio, che ora, quasi
per insidiarmi fin nell'ultimo riparo, stendeva la mano
rapace su le campagne intorno a Torre Guelfa, pronto
forse un giorno a cacciarmi dal mio tetto, per condurre
la sua vita opulenta e laida in quel feudo che aveva la
sua storia scritta a lettere d'oro nelle cronache di Roma.

Allora m'appigliai ad una risoluzione improvvisa.

Feci chiudere la casa di Roma, vendetti una piccola
terra, vicino a quella di Monte San Biagio, per avere il
denaro che mi urgeva, e decidemmo di andar a Parigi,
dove la sorte ci avrebbe forse aiutati.

Nella grande città di gioia, libera e maravigliosa, dove
tutte le passioni umane sembrano accendersi d'un più
selvaggio ardore, ella voleva essere attrice, io volevo con
ogni mezzo affrettare il compiersi della mia sorte. Forse
intraprendere un commercio, forse affidarmi all'alea della
speculazione, o forse, con uno stratagemma usato a me
stesso, volevo semplicemente arretrare d'un passo davanti
allo spettro della rovina imminente.

Avevo ancora una fede cieca nella clemenza della fortuna,
e partendo guardavo con occhi sereni, su la torre
di Torre Guelfa, il bel motto scolpito nello scudo. E il
motto diceva:

*Placet, si vis, Domine.*
[pg!160]

[pg!161]




I
=


A Parigi, dopo alcune settimane trascorse all'albergo,
affittammo nel quartiere dell'«Etoile» un grazioso appartamento,
che si apriva su la via dell'«Arc de Triomphe».
La nostra vita, nei primi tempi, fu tutta spensieratezza
e gioia. Di giorno, cavalcate al Bosco, passeggiate
in vettura, soste negli ippodromi; la sera balli e teatri,
visite ai ritrovi mondani, fra quella turba cosmopolita che
versa inconsideratamente nella centrica Parigi l'oro guadagnato
ai quattro canti della terra, e tutti i giorni si
muta, più festevole e più pazza, dando l'idea d'una Babele
novissima, dove gli uomini più diversi convengano insieme
ad una perpetua gozzoviglia.

Durò così per oltre un mese, fin quando Elena si accinse
a frequentare una scuola drammatica. In quei tempi
una grande attrice, stanca di calcar le scene, si era data
all'insegnamento, aprendo una scuola di recitazione dove
accoglieva soltanto alunne che fossero nuove al teatro,
ed alle migliori di esse prometteva un adito immediato su
le più grandi scene parigine.

Tosto Elena, entrata in favore della maestra, cominciò
a frequentar assiduamente la scuola, e si pose all'opera
con tanto amore, che ogni altro pensiero fu escluso dalla
sua mente. Questo esempio di serena volontà umiliava un
poco la mia naturale pigrizia, che aveva, come sola forza,
una fiducia illimitata nel destino.

Talora mi assalivano i più tristi pensieri, vedendo venir
meno il denaro pervenutomi dall'ultima vendita delle mie
terre; ma nello stesso tempo mi sembrava impossibile di
dover giungere alla miseria, quasichè, dietro le mie spalle,
[pg!162]
invisibile, stesse a guardia un genio tutelare, che alla fine,
in un modo qualsiasi, mi avrebbe ancora soccorso.

A poco a poco la mia vita si era fatta monotona. Elena
frequentava le sue lezioni, la mattina ed il pomeriggio;
di sera per lo più, vinta dalla stanchezza, non amava
uscire. Così mi rimanevano molte ore libere; mi alzavo
tardi, andavo al Bosco o vagabondavo per le strade, guardando
i negozi, gli equipaggi, la gente, invidiando tutti,
amareggiandomi di tutto. Le idee più torbide si affacciavano
al mio pensiero; Elena stessa mi pareva mutata.
Oh, la primavera di Torre Guelfa, come già mi sembrava
lontana!

E talvolta guardavo Elena con un senso d'involontario
sospetto. Il suo passo, i suoi gesti, anche la sua voce,
forse per l'abitudine contratta nell'esercizio scenico, non
avevano più quella semplicità fresca e nuova dei primi
tempi, che ricordavo come in un sogno. Invece pensavo
che presto avrebbe affrontata la scena; la luce della ribalta
avrebbe offerto a mille sguardi estranei la sua desiderata
bellezza; i giornali sarebbero stati pieni del suo
nome, cartelli e manifesti l'avrebbero dappertutto raffigurata,
e di lei, nelle cene galanti, si sarebbe discorso con
spensierata licenza. Poi l'applauso, la possente ibrida voce
delle tumultuose platee, sarebbe salito fino a lei, fino ad
avvolgerla come in un álito di desiderio, come in una
vampa di corruzione... E perchè dunque, un giorno, finalmente,
non si sarebbe anch'ella stancata di vivere in disparte,
per un uomo che più nulla poteva offrirle, neanche
la gioia di rifugiarsi nella spensieratezza dell'amore, se
anche questo mio grande amore si oscurava ormai di
ombre angosciose?

Così, quand'ella mi parlava con ardore de' suoi rapidi
progressi, de' suoi futuri trionfi, un sorriso amaro passava
su la mia bocca e provavo nell'anima un senso d'indefinibile
paura. Que' suoi racconti avvenivano per lo più
durante l'ora della colazione. Io silenzioso, ed ella gaia,
loquace, mi narrava tutti gli avvenimenti più futili della
scuola, e mi aveva così ben descritte le sue compagne,
[pg!163]
che ad una ad una quasi mi pareva di conoscerle tutte.
Verso le cinque le andavo incontro, ed era questa l'ora
migliore della mia giornata, poichè ci recavamo a far le
piccole spese per la nostra casa, od a bere il tè nei ritrovi
eleganti, od a passeggiare insieme fino allo scendere
della sera. In quei momenti mi pareva ch'ella fosse ancor
mia; per lei mi struggeva ora un amor triste e taciturno,
che il dubbio d'una lontana rinunzia tormentava di oscure
gelosie. Quanto più la vedevo salire, tranquilla e certa,
per il suo cammino di luce, tanto più mi sentivo cadere
dentro un abisso di tenebre, dal quale avrei cercato invano
di riafferrare la sua bella immagine fuggitiva.

Così qualche volta il mio amore diveniva crudele, sospettoso,
violento: mi piaceva intiepidir la sua fede, smorzare
le sue speranze, ferirla nell'orgoglio, per non lasciarle
comprendere in quali angustie si dibattesse il mio spirito.
Ella per contro era docile come non mai; si arrendeva
indulgente alle ubbìe del mio carattere, perdonava l'asprezza
della mia voce, calmava con miti sorrisi le mie
repentine gelosie; ma la sua mitezza, la sua condiscendenza,
la calma di quel sorriso indulgente, non erano per me che
altrettante ferite, poichè infatti la sentivo troppo forte, e
ciò mi dava ombra.

Ogni giorno, vedendola uscire, mi pareva ch'ella se ne
andasse a portar lontano, fra estranei, una parte di sè
stessa, una parte che non mi avrebbe restituita mai più.

Quest'amante singolare sapeva darmi ogni giorno una
gioia ed un'angoscia nuove, perpetuando in me il dubbio,
che sta nell'amore come il rimorso nell'anima.

Spesso mi domandava quale risoluzione avessi presa
per l'avvenire, incitandomi a non frapporre indugi dinanzi
al tempo che fuggiva. E mi noverava molte cose alle
quali avrei potuto dedicare i miei giorni, con una visione
così pratica e semplice del lavoro che spesso ne rimanevo
stupito.

— Tu non puoi figurarti, — le rispondevo, — che sforzo
terribile sia per un uomo della mia natura quello di ricominciar
la vita, e ricominciarla per forza, senza un'attitudine,
senza un vero ideale.

[pg!164]
— Certo, lo comprendo. Ma, se questo è necessario?

Allora mi diffondevo in lunghi ragionamenti, che peccavano
dalla base, appunto perchè io stesso ne intravvedevo
la falsità.

— Lavorare, tu dici? Ebbene, vediamo. Una volta dipingevo
infatti, e con una certa valentìa. Ma son trascorsi
tanti anni! Vuoi che ricominci ora? Dopo aver perduto
il tempo nel quale forse mi sarei fatto un'artista, e quando
a Parigi vi sono molti pittori di grande ingegno che appena
si guadagnano il pane? Vuoi che tenti un commercio,
un'industria qualsiasi? Mi mancano per ciò le conoscenze
più elementari. Tu mi dirai che si possono imparare.
Ed è vero; ma in quanto tempo? E i capitali?
Dopo tutto, è inutile!... Credi, Elena, un Guelfo non apre
bottega.

— E con questi ragionamenti falsi ti condanni ad una
passività oziosa, mentre invece dovresti pensare che a
tutto v'è rimedio.

— Infatti mi rimane ancora una strada. Conosco a Parigi
molte persone autorevoli; per mezzo loro mi farò
presentare in Borsa, otterrò credito, speculerò.

— Ma, insomma, sono mesi ormai che accarezzi questa
idea senza mai decidere nulla! Che aspetti ancora?

— Non darti pensiero, Elena; oggi o domani comincerò.

Oggi o domani... E intanto le settimane passavano, il
denaro dileguava, l'inettitudine della mia vita si faceva
più grande. In verità un giorno, incontrando Gualtiero
Alessi, agente conosciutissimo alla Borsa di Parigi, ch'egli
frequentava da vent'anni, gli avevo parlato delle mie risoluzioni,
ma così distrattamente ch'egli pure mi rispose
in modo assai vago:

— Bene, quando vorrai.... Vieni da me. Combineremo.

E tutto finì su queste parole. Che fare? Non ero avvezzo
a chiedere; le cose più semplici mi parevano dure
umiliazioni.

Così, fra vani pensieri e lunghe ore d'inerzia, scorreva
la mia vita novella, mentre di giorno in giorno andava
[pg!165]
in me nascendo un disprezzo immenso di me stesso.
Avevo presa l'abitudine di uscir la sera, quando Elena si
coricava di buon'ora, e frequentavo alcuni amici d'altri
tempi, seguendoli senza voglia nelle loro scorrerìe per la
città del piacere. Fra questi, mi avvenne una sera d'incontrare
un uomo che tempo addietro mi aveva molto
divertito ed incuriosito.

Si chiamava Elia d'Hermòs, era d'origine albanese, o
così almeno diceva, poichè la sua vita era tutta un
mistero.

Oltre la soglia dei quarant'anni, alto e magro, con una
fina espressione di sarcasmo negli occhi arguti, il mento
adorno d'una leggera barba color di rame, i capelli biondi,
grigi su le tempie, l'andatura dinoccolata, le mosse un
po' feline, mostrando della sua persona e de' suoi abiti
una cura soverchia, quest'uomo era certo fra que' molti
personaggi ambigui che Parigi alimenta nel suo grembo,
e vorrei dir nel suo covo, riserbando un campo vastissimo
alle lor arti oscure. Parlava male moltissime lingue,
sapeva un po' di tutto senza nulla conoscere profondamente,
aveva percorso il mondo intero e vissuto in ogni
paese, conservando di tutti i popoli un segno caratteristico,
senza palesemente appartenere ad alcuno.

Il suo discorso era gaio, paradossale, volubile, quantunque
in ogni parola si tradisse la profonda esperienza
ch'egli aveva dell'uomo e delle sue passioni, della vita e
de' suoi casi. Di lui si parlava molto come di un avventuriero,
senz'attribuirgli alcun fatto preciso, e però lo
frequentavano gli uomini del miglior ceto, faceva parte
d'un Circolo di buon nome, qualche volta lo si vedeva
cavalcare al Bosco in compagnia di signore parigine o
forestiere. Prediletto nella società galante, spendeva senza
parsimonia, con aristocratica eleganza: doveva essere terribilmente
cinico dietro la sua maschera d'impeccabile
gran signore. Elia d'Hermòs, mi rammentava un poco il
tipo di Fabio Capuano, e forse questa fu la prima ragione
della nostra dimestichezza.

Molte sue frasi, molti suoi motti arguti, eran divenuti
[pg!166]
proverbiali su la bocca degli amici, ed i suoi concetti
morali non erano precisamente quelli che avrebbe potuto
sottoscrivere un padre Labourdonnais. Ma egli possedeva
in massimo grado quel bel dono degli avventurieri, e cioè
la simpatia suggestiva, il coraggio sfacciato di professarsi
apertamente per un essere amorale, con l'abilità insieme
di ravvolgere la propria persona in un velo di mistero
seducente, e di trattar la vita come una burla, cosa che
piace ai meno forti.

Parigi si rammentava di averlo veduto, molti anni
addietro, avere un duello terribile con un addetto diplomatico
di gran famiglia, il quale era rimasto sul terreno
con la gola trafitta. E Parigi non dimentica mai un bel
gesto.

Altri sapevan qualcosa intorno all'oscura amicizia che
fino alla morte professò per lui la famosa Duchessa di
Lezières, questa Saffo impenitente, che non si peritò di
chiudere la sua magnifica vita di depravazione con una
frase rimasta celebre:

— «Fra me e mio figlio abbiamo possedute le più belle
donne di Francia.»

Così pure non lo danneggiò l'esser stato il confidente e
quasi l'«alter ego» di Casimir Pleyel, il ministro speculatore,
che fallì con un disavanzo di parecchi milioni e
chiuse gli occhi al penitenziario. L'essere stato il suo
braccio destro non gli nocque nell'opinione di alcuno, e
neanche del Codice, perchè, all'imminenza dello scandalo,
subodorando il vento infido, egli ebbe l'accortezza di provocare
una rottura clamorosa con il suo complice e la
prudenza di allontanarsi proprio al momento in cui si
scatenavano le ire dei colpiti.

Ora i bei tempi erano passati; la Moda, quella bizzarra
divinità cui Parigi pagana avrebbe eretto il più gran
tempio dell'orbe, si era un poco distolta da lui, trovandolo
forse invecchiato. Lo lasciava prosperare tranquillamente,
senza ingerirsi de' fatti suoi, come un trastullo
d'altri tempi che ancora si tolleri per riconoscenza.

C'incontrammo una sera, in uno di quei balli di
[pg!167]
Montmartre dove impazza il perpetuo carnevale dei gaudenti,
e sebbene in passato la nostra conoscenza non fosse
stata gran che intima nè duratura, egli mi ravvisò prontamente
e venne a parlarmi con disinvolta cortesia.

— Vi sapevo a Parigi, — mi disse, — poichè vi ho
veduto in teatro poche sere or sono. Non mancano da noi
le belle donne, ma voi ne avete condotta una in fede mia
rarissima! Vostra moglie forse?

— No, — risposi evasivamente — non è mia moglie.
E voi, sempre a Parigi.

— Ormai mi ci son quasi radicato. Viaggio di tanto in
tanto, ma poi sento la nostalgia di questa furiosa baraonda,
e vi ritorno. Dunque cosa fate di nuovo?

— Bah?... vegeto semplicemente! Mi sento invecchiare
con delizia e guardo gli altri vivere.

— Non dev'essere una occupazione faticosa!

— No, di fatti, ma interessante. C'è in tutto e in tutti
un lato comico; il poterlo scoprire è cosa che diverte
assai.

— Tuttavia non rinunziate ai piaceri di una volta,
come vedo.

— La verità è questa: soffro d'insonnia, non mi riesce
di chiuder occhio prima dell'alba, ed allora, due o tre
volte per settimana, seguendo un'abitudine inveterata, giro
qua e là per la Parigi notturna, continuando a trovar
poco interessante questa maniera di vivere, che in fondo
è stata sempre la mia.

Si bevve una coppa di Sciampagna, indi uscimmo insieme.
Mi stupiva un poco l'interesse ch'egli pareva prendere
a tutte le cose mie, ponendomi, senza farne le viste,
una infinità di domande accorte. Parlava molto, parlava
troppo, ma dietro i suoi discorsi briosi era sempre un
filo recondito assai difficile a seguire. Non credendo necessario
nasconderlo, raccontai ch'Elena voleva darsi al
teatro e frequentava la scuola dell'attrice Grévier.

— Oh, — mi disse, — io conosco assai bene la Grévier! — (E
chi non conosceva egli dunque?) — Se volete,
potrò interessarmi un poco a questa persona che vi
è cara.

[pg!168]
Accettai sommariamente, come si accetta sempre. E
poichè, ogni volta che nel discorrere si citava il nome di
una persona, egli soleva tesserne la biografia, dovetti
conoscere anche quella di Jeanne Grévier.

— Per essere figlia d'un panettiere, — cominciò il
d'Hermòs, — ha fatto una bella carriera! Sapete: la
Francia democratica è il vero paese dove si può dire che
la luce venga dal basso. A vent'anni ebbe un processo,
perchè sorpresa dalla Polizia in un teatro clandestino,
dove agiva interamente nuda, rappresentando certe scene
plastiche d'un verismo inaudito. Vi sono anche oggi questi
teatri. Se vorrete vi condurrò. Ma, tornando alla Grévier,
quel processo fu la sua fortuna. Dal teatro plastico alla
Porte Saint Martin, alla Renaissance, al Gymnase, alla
Comédie Française, fu per lei tutto un volo, ed un bel
volo, con in mezzo qualche avventura di un sapore non
comune. Si sa, per esempio, ch'ella passò una intera notte
in camicia, chiusa fuori su la terrazza di Gauthier Botrel,
questo ardente menestrello meridionale che aveva un suo
particolar modo di farsi amare dalle donne e di farsene
pagare i debiti. Nel suo camerino v'era un divano celebre,
sul quale andò a sedere tutto l'Almanacco di Gotha,
e più celebri ancora furono i suoi tre gatti soriani, che
dormivano accovacciati ai piedi della sua coltre, anche
nelle notti di ricevimento.

— Voi siete un terribile iconoclasta, mio caro d'Hermòs! — esclamai
ridendo. — Sotto la vostra implacabile
scure, beato chi salva la testa!

— Credete veramente che valga la pena di lasciar in
piedi gl'idoli, quand'essi non sono per lo più che abili
ciurmatori della buona fede altrui? Tutta la vita non
ho fatto che osservare; adesso, qualche volta, mi credo
lecito un giudizio. Poi sappiate questo: l'ammirazione
che si ha per altri è una debolezza che si riconosce
in noi.

— Può darsi. Ciò che voi dite ha sempre il dono di
parer vero.

— E tanto basta. Il vero ed il falso non sono che apparenze
[pg!169]
affatto superficiali. La nostra vita moderna è in
fondo una convenzione messa in vigore da uomini rapaci
e timidi. Si traversa un'epoca di abbruttimento, si fa uno
sforzo enorme per dare alla vita quei pregi che in altri
tempi la vita offriva spontaneamente. L'umanità è grottesca
perchè si dà l'aria di aver superata la propria
natura ed ostenta la convinzione di stare manipolandosi
qualche prodigioso destino. Invece non si accorge ch'essa
è ciecamente vittima delle stesse fatalità, degli stessi pregiudizi
e delle stesse ciurmerie di una volta.

— Che poca stima nutrite per il vostro prossimo, mio
grande filosofo!

— Il prossimo!... Ebbene se io vi dicessi che son
sempre vissuto a gabbo e ad ufo di questo mio famoso
prossimo, e che, pure maltrattandolo, sfruttandolo, deridendolo
in mille guise, l'ho trovato sempre d'una bestialità
così plateale da non meritarsi nemmeno la mia compassione?
Questo prossimo di cui parlate è appunto la forza che
impedisce all'uomo l'uso della sua piena libertà; è l'anonimo
che ne giudica le azioni, ne crea la fama, ne insidia
la pace, con una curiosità ed una malignità così perfide,
quanta non potrebbe mettere in opera il più scaltro agente
di polizia sguinzagliato alle calcagna d'un reo. E di questo
animale dannoso, che ha tutti gli istinti spregevoli della
bestia umana senza possederne il più mediocre merito,
perchè mai si dovrebbe avere pietà?

— Forse perchè noi tutti, a nostra volta, siamo esseri
deboli e possiamo un giorno o l'altro aver bisogno del
compatimento altrui. Tutto nella vita è un dare ed un
rendere.

— Non siamo ancor abbastanza amici perch'io possa
dirvi il mio parere su questi argomenti. Ma lo saremo un
giorno, spero, ed intanto seguite il mio consiglio: prendete
tutto quello che potete, moralmente e materialmente;
non rinunziate a nulla di quanto potrete raccogliere,
perchè all'ora del bisogno si ritrovano solamente le beffe.
La vita dell'uomo è una cambiale che scade ogni giorno:
o la si esige nelle ventiquattr'ore, o il domani è carta
straccia.

[pg!170]
— Però, visto che ragioniamo di cose gravi, — osservai — qualche
volta può esservi di mezzo anche la
coscienza.

— Ebbene, la si costringe ad avere buon senso. Nell'uomo
forte la coscienza non è altro che l'esecutrice della
sua volontà.

— Oh, mio caro, so che parlate per burla!

— No, davvero! E voi stesso, come tutti, almeno cento
volte nella nostra vita sarete pur venuto a qualche transazione
con la vostra coscienza, senza darvene forse un
conto esatto; mentre io, fin dal principio, ebbi il coraggio
di rassegnarmi a queste necessità inevitabili.

— Voi parlate di transazioni... Oh, Dio, certo... E chi
non ha qualche rimprovero a farsi?

— Io, mio buon amico! io stesso. E per la ragione
semplicissima che sono sempre stato il giudice sereno di
me stesso. La mia coscienza è di una mansuetudine senza
pari, poichè ha dovuto soggiacere anch'essa ad una legge
ben più rigida e ben più forte, che si chiama volontà. Poi,
sentite: le vie di mezzo sono sempre le peggiori; al mondo
non vi sono che due maniere di vivere: onestamente o
disonestamente. Ma in entrambi i casi bisogna seguire la
propria strada con fiducia e con coraggio, tanto più che
fra le due v'è una sola differenza: la prima è noiosa,
l'altra pericolosa. L'essenziale è di professare un principio,
poichè l'uomo indeciso fra ciò che si chiama, se volete,
la virtù, e, se volete, la frode, corre dirittamente incontro
ai danni dell'una e dell'altra, senz'avere di nessuna i vantaggi.
Io, per esempio, non sono in dubbio mai, perchè
ho dato alla mia coscienza la forza di accettarmi e di
approvarmi qual sono.

Egli faceva queste ambigue professioni di fede in un
modo così naturale, ch'era veramente impossibile non
ammirarlo e quasi quasi non dargli ragione.

— Trovo — seguitò, — che il più ragionevole fra i
diritti dell'uomo è quello di sfruttare l'imbecillità de' suoi
simili, poichè, nella lotta per la vita, o si è pecore o si
è leoni. Sentitemi bene: il prete, il ladro, il questore,
[pg!171]
l'usuraio, il mezzano, lo Stato e la classe innumerevole
degli avventurieri, ecco, in tutte l'epoche, presso tutti i
popoli, i leoni. E il rimanente, pecore, pecore, pecore!...
carne da macello, bestie da soma, per sempre!

Si era fermato al bivio di due strade, sotto la luce
obliqua d'un lampione; la sua bocca schernevole sorrideva
di un sorriso incomprensibile, i suoi occhi si fissavan
ne' miei con uno sguardo penetrante. Non potevo
ben comprendere se avesse parlato seriamente o per
burla; sopra tutto non potevo comprendere lo scopo di
simili discorsi, fatti quasi ad un estraneo, senza un fine
palese.

— Dunque non approvate la mia logica? — soggiunse
ridendo.

— In genere — dissi, — i filosofi vanno accettati senza
discuterli, perchè a modo loro, han tutti ragione.

— Ma voi di che scuola siete?

— Oh, io non mi sono mai data la pena di avere una
scuola! Sono vissuto e vivo secondo il mio piacere.

— Un empirico dunque?

— Ecco, se così vi piace.

Su queste parole ci lasciammo, per quella sera, con la
promessa di rivederci presto. Ed infatti, un poco per noia
della mia solitudine, un poco per curiosità, cominciai con
praticarlo assiduamente. Ormai non cercavo nemmeno più
di spiegarmi la ragione per la quale il d'Hermòs, che
aveva un sì gran numero di conoscenze, dedicasse a me
gran parte di quel tempo che pur doveva essergli prezioso,
nè potevo certo supporre che una semplice simpatia
fosse la causa di una tale assiduità. Nel medesimo tempo
mi andavo accorgendo ch'egli sapeva di me e della mia
vita assai più cose ch'io non desiderassi. Un giorno s'invitò
a pranzo da noi, prima che avessi nemmeno pensato
a farlo; dubitai allora di vederlo corteggiar Elena, offrendomi
con questo la spiegazione logica delle sue troppe
cortesie; ma invece non fu così. Davanti ad Elena era
tutt'altro uomo: garbato, galante, pieno di spirito e di
brio.

[pg!172]
Nondimeno Elena provò subito contro il d'Hermòs
un'antipatia così piena di sospetto che mi parve persino
ingiusta.

— Quell'uomo — ella disse, — ha qualcosa in sè che
m'ispira diffidenza e timore. Non mi stupirei se un giorno
o l'altro egli riuscisse a divenire il tuo cattivo genio.

— Mi credi tanto fanciullo ch'io possa temere le cattive
amicizie?

— Non si sa mai, Germano. Costoro son talvolta uomini
pericolosi, molto pericolosi!... Stanne in guardia.

— E che ne sai tu?

— Io?... nulla. Una semplice intuizione.

E l'eterna sfinge impassibile scendeva su la sua faccia
così bella, ov'erano i segni di tutte le passioni, di tutte
le insensibilità. Inutile ormai voler conoscere il fondo di
quell'anima: ella sfuggiva, sfuggiva continuamente, come
un possesso inafferrabile, ed il mio tormento cresceva.
Nell'acerbo amore che avevo per lei mi pareva talora
di sentir insorgere una sensazione simile all'odio; l'odio
di non potermene impadronire come di un bene mio, di
non poterla del tutto conoscere nè dominare, di vedere
perpetuamente fra me e lei lo spettro dell'ignoto, rigido
e fermo, che rendeva inutile ogni sforzo per guardare
al di là.

Ero certo ormai ch'ella mi aveva mentito dalla prima
all'ultima parola nel raccontarmi il suo passato; la storia
che mi aveva tessuta non poteva essere la sua, non le
calzava, era in molte cose dissimile da lei. Mille indizi
non traducibili mi davano questa certezza. Tuttavia non
volevo tormentarla con nuove domande, parendomi che la
cosa fosse puerile, anzi umiliante per me.

Ma la prova de' miei dubbi non tardò ad offrirmisi nel
modo più inaspettato.

Una sera il d'Hermòs era venuto a prendermi per accompagnarmi
ad un teatro di varietà, ove si dava uno
spettacolo nuovo, una specie di «\ *féerie*» annunziata con
grande lusso di cartelli.

La messa in scena doveva essere sorprendente. Il
d'Hermòs appunto me ne parlava.

[pg!173]
— Figuratevi che fra costumi e scenari hanno speso la
bellezza di centocinquantamila lire. L'ultimo quadro, che
rappresenta il Palazzo dei Veli nell'isola di Lesbo, è un
insieme di colori e di luci come non si è mai veduto ancora,
neanche su le scene maggiori. E la musica, senz'esser
nuova, — non c'è mai nulla di nuovo a Parigi — è
però squisita. Infine questo spettacolo sarà il trionfo o lo
scacco definitivo del Duvally.

— Duvally, avete detto? — L'interruppi con un moto
repentino.

— Sì, Duvally, Ernest Duvally, il fallito dell'Alcazar,
che oggi vuol imbandire al buon pubblico uno spettacolo
sbalorditivo. In passato fu impresario drammatico; adesso,
ad ogni costo, vuol esserlo di varietà. Lo conoscete forse?

— No, non lo conosco; tuttavia questo nome non mi
riesce nuovo.

Lo avrete forse letto nei giornali.

— Credo piuttosto di averne inteso parlare a Roma, o
qui... non ricordo bene a che proposito. Dev'essere un
tipo singolare.

— Perchè?

— Quest'uomo che passa dai teatri serii alle imprese
di varietà...

— Oh, questo non conta! È un uomo al quale non
mancherà la fortuna, perchè conosce a fondo il teatro.

— È giovane?

— Avrà forse trentotto anni. Un bell'uomo simpatico.
È di buona famiglia, ma si è rovinato al gioco.

— Lo conoscete voi?

— Sì; perchè? V'interessa proprio questo Duvally?

— No, affatto: una curiosità.

— Durante lo spettacolo saliremo in palcoscenico, ve lo
presenterò e sarete soddisfatto.

— Va bene, va bene.

E mi rammentavo quella camera dell'albergo di Roma
dove per caso avevo raccolto da terra il telegramma
lacerato a metà. Quante cose da quel giorno lontano!
Quante volte avevo sorpreso Elena in contraddizione palese
[pg!174]
con la storia che mi aveva narrata! Ella aveva la
manìa di conservare una quantità di piccole cose che
avevano appartenuto alla sua vita trascorsa, e talora, un
indizio qualsiasi, un nome sopra un ventaglio, un'iscrizione
sul margine d'un libro, una data, il nome della
città dov'era stato comprato il tal gioiello, il tal abito, la
tal boccetta di profumo, cento inezie insomma, bastavano
a suscitare in me un dubbio nuovo. Possedeva
inoltre un cofanetto pieno di vecchie lettere, che sempre
teneva gelosamente chiuso e nascosto. Molte volte, nelle
ore d'ozio di Torre Guelfa, mi era venuta la tentazione
di violarne il secreto: ma poi la bassezza di un tal pensiero
e la paura di essere côlto in un atto così umiliante,
me ne avevano sempre dissuaso. A Parigi, entrando nella
sua camera, vidi una sera il cofanetto aperto e vuoto
sopra la scrivania. Un odore di carta bruciata nella stanza
vicina mi lasciò comprendere che aveva distrutte le lettere
durante la mia assenza.

Questi fatti avrebbero potuto per sè stessi parer minimi
se una certezza morale non avesse profondamente avvalorato
i miei dubbi.

Ora mi sentivo insieme lieto e pauroso di aver sottomano
il mezzo per tentare una prova.

Quella sera conobbi il Duvally. Era un uomo di aspetto
fino, con una limpida fisionomia, la bocca freschissima ed
il sorriso attraente. Aveva i capelli di quel colore fra il
castano e il biondo che assume talvolta i riflessi dell'oro
verde; la fronte vasta, gli occhi azzurri, mobilissimi,
astuti. Quella sera il favore del pubblico lo inebbriava, e
mi diede prova di una cortesia perfino eccessiva. Nello
stringergli la mano, osservai che aveva una mano piccolissima,
ben curata, quasi feminea; vestiva con eleganza
ed usava maniere piene di garbo. Tutto questo m'irritò.

Lo guardavo; guardavo la sua bocca, dal labbro raso,
delicata, e mi pareva di vederlo nell'atto di baciare una
donna. Ricordai la frase ch'Elena diceva spesso a me:

— Ti amo perchè la tua bocca è fresca come un calice
d'acqua pura, quando si ha sete.

[pg!175]
Mi sentii opprimere da un singolare malessere; non
potei più parlare; il d'Hermòs credette che m'annoiassi.
Due giorni dopo, nel pomeriggio, tornai a quel teatro
con il pretesto di domandare al Duvally se potesse ancora
farmi avere una poltrona per la sera, poichè le agenzie
avevano tutto venduto. Lo trovai che parlamentava con
alcuni amici e sùbito mi venne incontro.

— Una poltrona? — esclamò. — Dio buono, che cosa
difficile! Ad ogni modo andrò a vedere. Per voi si troverà
sempre.

Tornò poco dopo mostrandomi un biglietto.

— Ecco l'ultima! — disse.

Lo ringraziai e mi trattenni a parlargli, complimentandolo
per il gran discorrere che dappertutto si faceva del
suo spettacolo.

— Posso offrirvi la mia vettura? — dissi alla fine. — Vedo
che state per uscire.

— Ben volentieri. Lascio un ordine, ed eccomi a voi.

Quando fummo nella vettura, lato a lato, non tardai a
cercare il mezzo di sapere da lui quello che m'interessava.

— Dovreste ora togliermi una curiosità, — gli dissi.

— E quale?

— Andate a Roma qualche volta?

— Sì, molto spesso. Ho varie faccende laggiù.

— Ah, ecco! Me lo dicevo appunto: la vostra fisionomia
non mi era nuova. Debbo certo avervi già veduto.

— Nulla di più facile. Roma non è Parigi, dove non ci
s'incontra quasi mai.

— Certo, certo vi ho veduto; ed in ogni modo ho inteso
parlare di voi.

— Di fatti ho qualche amico a Roma, che probabilmente
voi pure conoscete.

— Può darsi. Ma chi specialmente mi ha parlato di voi
è una donna. Ora me ne ricordo.

— Una donna? Forse un'attrice?

— No, una cantante, una cantante russa che viene a
Roma ogni inverno. L'andavo spesso a trovare al suo
[pg!176]
albergo, ed una volta conobbi da lei una bellissima ungherese,
che voleva, credo, darsi al teatro. Parlavano
appunto di voi; me ne ricordo esattamente. La cantante si
chiamava Tschawarowna, l'altra Elena... Elena... il cognome
non lo ricordo più.

— Ah, forse indovino! La signora Elena de W.

— Ecco, per l'appunto, la signorina Elena de W.

— No, scusate: non signorina, signora.

— Ah? è maritata? — esclamai, facendo uno sforzo
terribile sopra i miei nervi per mantenere un'apparenza
d'impassibilità.

— Sì, lo è stata per lo meno: ora è vedova.

Per non sorprenderlo con domande troppo repentine
pensai di tergiversare, e quando fui sicuro della mia voce
ripresi:

— Ora, questa mia amica, la Tschawarowna, dalla quale
tornai per domandare informazioni sul conto della bellissima
forestiera, mi rispose che anch'essa la conosceva da
poco e sapeva solamente ch'era l'amante di quel signor
Duvally del quale parlavano il giorno prima.

— Oh, l'amante!... — egli esclamò gaiamente; — lo è
stata una volta, durante un mio viaggio, ma da un pezzo
è cosa finita. Però, ditemi, che donna incantevole! non
è vero?

Volsi il capo alla strada e finsi guardar altrove, perchè
una specie di nebbia rossa mi offuscava lo sguardo e la
mia faccia doveva essere divenuta livida. Mi dominai di
nuovo e risposi:

— Una fra le più belle donne che abbia mai vedute.
Ma chi è dunque?... se pure non sono indiscreto.

— Oh, figuratevi! Piuttosto non saprei dirvi esattamente
chi sia.

— Un'avventuriera?

— No, tutt'altro, ma una donna stranissima. Non l'ho
mai potuta comprendere. La conobbi a Berlino, per mezzo
d'un suo tutore, — una canaglia, vi giuro! nonostante i
suoi capelli molto grigi! So che lei appartiene ad una
grande famiglia; viaggiò molto; voleva essere attrice;
ecco tutto quello che mi ricordo.

[pg!177]
— E fu maritata, voi dite?

— Sì, in un modo tragico. Sposò un pastore protestante,
che s'era innamorato di lei fino a divenirne pazzo.
Ma dopo qualche mese gli fuggì di casa, per ricominciare
la sua vita di zingara, e il disgraziato allora, per la vergogna
e la disperazione, si uccise. Il fatto si diffuse per
i giornali: mi pare si chiamasse Miller, o Müller... Non
ricordate nulla di tutto questo?

— Veramente non ricordo. È un pezzo che il fatto
avvenne?

— Sono tre o quattr'anni.

La violenza che mi facevo per mantenermi padrone
de' miei nervi si mutava in un malessere fisico, in un
dolore che mi correva per tutte le vene; e tuttavia, più
che la rabbia e l'amarezza, poteva in me la curiosità
malsana di conoscere altre notizie, di carpire altri particolari
alla confidenza di quell'uomo.

— Del resto, — ricominciai, forzandomi a sorridere, — si
capisce benissimo che anche un pastore abbia potuto
perdere la testa. Non s'incontran molto spesso donne
come quella.

— Questo è vero nel modo più assoluto. Io, per esempio,
che per la mia stessa professione sono abbastanza agguerrito
contro le seduzioni femminili, vi giuro tuttavia
che ad un momento dato avrei commessa qualsiasi sciocchezza
per lei. Solamente io sono un uomo pratico ed ho
cercato di non fare la fine del pastore Miller.

— Tanto più, — soggiunsi con un ridere gaio, — che
avete potuto soddisfarvene!

— Soddisfarmene, via, non potrei dire. Me ne sono
appena tolto il capriccio. E fu, vi assicuro, un caso, un
semplice caso, quando già, per il mio buon senso, ne
avevo abbandonata l'idea. Ma questo non v'interessa
forse.

— Tutt'altro! Che volete mai... cose di donne, di belle
donne, interessano sempre!

Egli rise allegramente e mi battè col palmo della mano
sopra un ginocchio.

[pg!178]
— Vi credo. Perchè infine, con i suoi mille difetti, la
donna è ancora il più squisito malanno che si possa incontrare
nella vita. E voi, caro conte, voi dovete non
essere affatto contrario a questa mia opinione.

— Certo non lo fui nella mia prima giovinezza; ma
ora comincio ad avere qualche capello bianco.

— Però li nascondete bene, senza farvi un complimento.
Insomma, tornando a quella signora, vi dicevo che fu
semplicemente un caso. A Berlino, in quel tempo, ella
faceva la modella, ossia non lo faceva precisamente per
mestiere, ma era la modella, o forse anche l'amante, non
so, di un valentissimo pittore, un suo compatriota, un
ungherese. A quel tempo ella sognava di darsi al teatro,
ma il pittore non voleva saperne. Ora, figuratevi, questa
donna, la quale, con una incoscienza pari alla sua bellezza,
era capacissima di spezzare la vita d'un uomo,
come quella del povero pastore, aveva invece — poichè
la donna è sempre incomprensibile — una specie di adorazione,
o di venerazione, che so io, per quel giovane
pittore, del quale si parlava come di un grande ingegno,
e che infatti era un uomo pieno di qualità, ma con una
salute deplorevole, poveretto! E voi sapete che le donne,
in genere, preferiscono le tempre sane!

— Oh, cosa le donne preferiscono. Dio sa!

— Insomma, per esser breve, il pittore non voleva lasciarla
partire, il tutore la insidiava, io, ve lo confesso, mi affaticavo
a tutt'uomo per guidare l'acqua verso il mio mulino...
e questa era una cosa naturale, non vi sembra?

— Ecco: nel caso vostro, penso che avrei fatto come voi.

— Non ne dubito un istante. Ma bisognava lottare
contro una resistenza troppo lunga e troppo ardua per
un uomo della mia specie, che nell'amore, come negli
affari, cerca sempre la via più breve. Così avevo quasi
rinunziato a lei, quando una sera, dopo il pranzo, me la
vedo capitare all'albergo, bella come non mi era sembrata
mai. «Quando andate a Parigi?» — mi dice. — «Dopodomani» — «E
se venissi con voi?» — «Ah, vivaddio, vi
siete decisa finalmente!» — «Ecco se voi mi assicurate
[pg!179]
di farmi recitare entro un anno, la mia decisione è presa». — «Qua
la mano!» — io le dico. Ed il patto è concluso.
Più tardi, che so io, qualche frase allegra, un po' di fiori
sul tavolino della cena, un bicchiere di Sciampagna... insomma,
come càpita sempre, mi lasciò fare...

Io spinsi la crudeltà contro me stesso fino ad esclamare
in tono di burla:

— Ebbene, amico mio, non vi sarete annoiato! Che
donna è come amante?

E dentro, fin nell'intima, rabbrividivo.

— Una ungherese, caro conte; crudele e triste, lasciva
ed ingenua... Quel sangue magiaro insomma, pieno di
contraddizioni e di ardori.

— E poi?...

— Mah... quella notte fu la prima e l'ultima. Quando
venne il giorno di partire mi scrisse invece una lettera
in cui diceva di aver mutato parere; ch'io partissi pur
solo, e forse più tardi mi avrebbe raggiunto a Parigi. Le
donne, signor mio, piacciono appunto perchè non hanno
logica e passano come le farfalle. Io, da un lato, quando
fui partito, non me ne dolsi; perchè quelle son donne che
innamorano, e secondo me, per essere felici, nell'amore
non bisogna amare; bisogna semplicemente chiedersi un
po' di gioia. Non siete del mio parere anche voi?

— Certo. Ma non sempre si può...

— Bisogna potere; a meno di volersi proprio guastar
la vita, che in fondo è una cosa gaia. Io sto sui palcoscenici,
ossia fra le donne e fra coloro che amano le donne;
ho visto amare in ogni modo, ridendo e piangendo, i ricchi
ed i poveri, i giovini ed i vecchi... Ebbene, ho concluso
che nell'amore c'è sempre una vittima necessaria: bisogna
cercare di non esser quella.

Così dicendo fece fermar la vettura, e stringendomi la
mano scese d'un balzo, andò via frettoloso, dileguandosi
tra la folla.

Io pure discesi. Per qualche tempo mi trovai come
sperduto nella fiumana di gente che ondeggiava per l'immenso
dedalo parigino, e saliva o scendeva la grande
[pg!180]
corsìa, trascinandomi seco nel suo tumulto, nel suo frastuono,
come uno sperso viandante che più non vedesse
la strada.

E nelle orecchie mi suonavano confusamente le parole
dell'ironico amante:

— Nell'amore non bisogna amare, bisogna semplicemente
chiedersi un po' di gioia...

E chiara, terribile, alta su tutte, la narrazione indolente:

— Più tardi, che so io, qualche frase allegra, un po' di
fiori sul tavolino della cena, un bicchiere di Sciampagna...
insomma, come càpita sempre, mi lasciò fare...

Poi quella sua definizione:

— Una ungherese, caro conte, crudele e triste, lasciva
ed ingenua... Quel sangue magiaro, insomma, pieno di
contraddizioni e di ardori...

[pg!181]




II
==


Finalmente lo stupore cessò. Guardai l'orologio; eran
passate le cinque, l'ora in cui per solito andavo incontro
ad Elena, reduce dalla scuola.

Che avrei fatto nel rivederla? Cosa potevo risolvere
in preda com'ero d'un orribile turbamento?

Frattanto mi avvinse un altro pensiero, al quale non
avevo dapprima riflettuto.

Se per caso il Duvally m'incontrasse con Elena? Quale
non sarebbe in tal frangente la mia ridicola confusione?
Bah!... in questo caso — pensai, — gli dirò d'averla incontrata
solo pochi giorni prima, o forse gli confesserò
con brio, con spigliatezza, il mio piccolo sotterfugio. Da
quell'uomo ch'egli era, certo ne avrebbe riso. D'altronde
Parigi è grande, com'egli aveva detto, e non ci s'incontra
quasi mai.

Ora un solo desiderio dominava il mio spirito: quello di
apparecchiarmi una sottile vendetta, mostrandole che non
m'ero del tutto lasciato ingannare dalle sue menzogne.

E per la prima volta conoscevo nell'amore questo acerbo
sentimento che si chiama la gelosia del passato, più terribile
perchè distante, non precisa, piena d'immaginazioni
a cui nulla può dar pace. Non andai a prender Elena
quella sera e camminai per le strade a lungo, elaborando
il mio disegno. Tornai, senz'averne costrutto alcuno, ma
solamente deciso a farla soffrire.

Quando rincasai, ella stava seduta nella sala da pranzo
vicino alla finestra, e leggeva. Su lei, sul libro cadeva
una luce rosea da un paralume di trine.

Udendomi entrare, si alzò, mi corse incontro festosa.

[pg!182]
— Perchè non sei venuto a prendermi? — domandò,
serrandomi le braccia intorno al collo. Spargeva intorno
a sè un profumo fragrante, che pareva sbocciasse dalla
sua persona come da nascosti fiori.

— È trascorsa l'ora senza che me ne avvedessi. Perdonami, — le
risposi.

— È la prima volta, sai! — fece con un rimprovero
sorridente.

— Ero con altri, con l'Alessi, e mi premeva di stabilire
finalmente con lui qualcosa di concreto.

Forse la mia voce, forse l'alterazione del mio volto la
sorpresero.

— Che hai dunque? Mi sembri così concitato... — ella
osservò.

— Io? Nulla. Credo che t'inganni, Elena!

— Eppure.... Mòstrati alla luce.

— Ho avuto mal di capo tutto il giorno: ora è
passato.

Mi teneva sempre le braccia intorno al collo, appoggiava
la sua guancia fresca su la mia, poi mi passava la
mano su la fronte come per blandirne il dolore.

— Non hai proprio nulla?

— Ma no....

— Allora sei triste... un poco triste... Dimmi il perchè?

— Non vedi che rido?

— Sì, ridi, ma non come gli altri giorni. Forse hai
qualche fastidio?

— Eh no! via! Perchè mi torturi così? Sono allegrissimo,
ti assicuro!

— Oh, come sei brusco! — ella esclamò, sciogliendomi
le braccia dal collo.

— Via, non irritarti, — la pregai con dolcezza.

— No, affatto. Solo mi pareva di darti noia... — E soggiunse: — Pranzeremo
in casa?

— Come preferisci.

Ella se ne andò per dare qualche ordine alla domestica,
io mi diressi verso la mia camera per mutar d'abiti. Poco
dopo l'intesi picchiare alla porta.

[pg!183]
— Entra, Elena.

— Ah, ti vesti? Esci anche stasera?

— Non lo so per certo, ma è probabile che il d'Hermòs
mi venga a prendere.

— Il d'Hermòs ti conduce sempre via. Scommetto che
sei stato con lui anche oggi.

— No: ti ho detto che sono stato con l'Alessi.

— Hai concluso nulla?

— Nulla per ora, perchè non ho voluto ancora prendere
un impegno. Però mi ha fatto proposte che ritengo
assai vantaggiose.

Mentre così discorrevamo, ell'andava disponendo i miei
abiti sul letto e mi versava ora nei catini qualche goccia
d'Acqua di Lavanda. Vi tuffai la faccia, poi, nello specchio
che avevo di fronte, stetti a considerare ogni suo
movimento. Era seduta presso il letto, intenta a mettere
i bottoni gemelli nei polsini d'una camicia di bucato. Su
lo sparato lucido i suoi capelli facevano cadere una vasta
ombra.

— Che brava donnina sei! — -le dissi gaiamente.

— Perchè?

— Vedo che prepari le mie cose con una cura tutta
particolare.

— Non lo faccio dunque ogni giorno?

— Sì: ma questa sera ti osservo con maggior tenerezza.
Non tutti hanno per valletto una personcina
come te!

— Guarda, — ella fece, mostrandomi una piccola sfilacciatura
del polsino, — questa lavandaia ti rovina tutta la
biancheria. Dovrò cercarne un'altra.

— È vero; le mie camìce sono tutte sciupate.

— Bene, la settimana ventura manderò la biancheria da
Charvet. Sta lontano, ma saremo serviti meglio. Solamente
Charvet è così caro!

— Non bisogna essere avari nelle piccole spese.

— Ma, vedi, noi spendiamo già molto, anzi moltissimo
per i nostri averi. Mi sono accorta per esempio che anche
la domestica non fa i conti esatti.

[pg!184]
— E non le hai detto nulla?

— Sì, le ho detto che d'ora innanzi andrò a fare le
provviste io stessa.

— Tu? Ma ti pare! Cambiamo la domestica.

— Perchè? Ruba un pochino, come fanno tutte, ma del
rimanente è una brava donna.

— Tu non sarai capace di fare le compere.

— Io? Perchè no?

— Non mi sembri adatta a far da massaia, a tenere
una casa, tu che sei sempre stata un po' zingara....

— Bene, vedrai.

— Forse ne avresti già fatta la prova?

— Non ancora, ma sono certa che riuscirò.

— Invece io non ti vedo sotto le spoglie di una piccola
borghese, che vada al mercato a comprar cipolle,
o si bisticci con il pizzicagnolo per un etto di burro!...
Sai per esempio cosa costa un pollo?

— E tu lo sai?

— Io sì.

— Dillo dunque.

— No, dillo tu.

— Oh, Dio!... due e cinquanta, tre lire, secondo le stagioni, — disse
ridendo.

— E lo zucchero al chilo?

— Lo zucchero è caro; costa due e quaranta.

— E le uova? Scommetto che non sai quanto costano
le uova, la dozzina.

— Bene, le uova, in questi mesi, non costano più di tre
soldi l'uno.

— Per bacco! Ma tu mi sorprendi!... — E mutando
voce: — Non credevo che avessi potuto imparar tante
cose in pochi mesi di matrimonio!

E detti in uno scoppio di riso, come per uno scherzo
innocentissimo. Ella, che stava seduta presso il letto, con
i due gomiti su la coltre, il mento raccolto nel palmo
delle mani, fu presa da un tremito e impallidì. Gli occhi
suoi, che mi fissavano, parvero smisuratamente grandi
nella faccia imbiancata!

[pg!185]
— Che vuoi dire? — balbettò, dopo un silenzio.

Invece di rispondere, continuai:

— È vero che nella casa d'un pastore le cure domestiche
s'imparano assai bene!

E risi ancora, con più ironica freddezza.

— Allora tu sai... — ella osò profferire, guardandomi
esterrefatta.

Diedi una scrollata di spalle e mi posi davanti allo
specchio per fare il nodo della cravatta. Nello specchio
la potevo guardare senz'aver l'aria d'interessarmi a lei.
Si era levata in piedi, e con le mani contratte, rigida,
muta, mi fissava. Su la sua faccia era di nuovo scesa
quella fredda e crudele maschera che la faceva parer simile
ad un'erma.

Poi, d'un tratto, mordendosi con l'orlo dei denti le labbra
pallide:

— Ecco! per la prima volta ti odio! — inveì con
asprezza.

Io, non volendo venir meno a quella ironica indifferenza
che mi ero prefissa, la guardai con un sorriso leggero,
e dissi:

— Almeno, tu, che sei tanto falsa nell'amore, sarai
sincera nell'odio! — E soggiunsi: — Che ne dite, signora
Miller?

Ella barcollò un poco, serrando le labbra, quasi avesse
una rabida voglia di buttarmisi contro, ma si contenne
e rispose:

— Tutto questo non ti riguarda! È affar mio. Non ho
conti da rendere a te.

In quel momento cercavo un fazzoletto bianco, da sera,
in una scatola trapunta con ricami verdi e fiori d'oro, — una
memoria di Edoarda, che avevo conservata per abitudine.
Scelsi un fazzoletto e l'inumidii con alcune gocce
di profumo; trassi di tasca l'astuccio delle sigarette, lo
riempii. Facevo queste cose lentamente, ostentatamente,
per darmi un'apparenza tranquilla. Stetti a pensare qualche
attimo, poi dissi:

— Allora, se non hai conti da rendermi, lasciamo andare,
non parliamone più!

[pg!186]
— Chi ti ha raccontato questo? — ella domandò bruscamente,
dopo una pausa.

— Oh, mia cara... ecco, a mia volta, un particolare che
non ti riguarda!

— Bene: qualsiasi cosa tu abbia fatto per saperlo, debbo
dirti che non fu certo un'azione da gentiluomo!

— Mah!... qualchevolta bisogna pur combattere ad armi
uguali, non ti pare? — esclamai con sarcasmo. — Occhio
per occhio, dente per dente...

— Questa è una grossolanità.

— Non faccio che risponderti. Poi, vediamo: il fatto è
vero o non è vero?

— Verissimo! — ella confermò con forza.

— Dunque, perchè dovevo ignorare io quello che altri
sanno? Per sembrar ridicolo? No, via, non mi piace!

— Ma chi te lo ha detto infine?

— Non domandarlo, Elena, perchè sarebbe inutile. Tu
hai voluto che fra noi rimanesse un malinteso, un ostacolo
perpetuo, e sia. Cerchiamo solamente di non darci
noia; rimani tranquilla... Vedi come sono tranquillo io?

— Tu simuli! Tu mi vuoi esasperare con la tua indifferenza.

— Oh, no! Ci tenevo a dirtelo, te l'ho detto, basta. La
sola cosa che rimpiango è di averti lasciato credere, anche
per un giorno solo, che le tue menzogne mi avessero
convinto.

Ora sceglievo attentamente un paio di guanti bianchi e
ne scomponevo un gran mazzo, non trovando quelli che
mi andassero bene.

— Quali menzogne? — ella interrogò.

— Quali? Ma tutte, mia cara! Tutte, dalla prima all'ultima,
senza una parola di verità!

Ella si fece ancor più pallida: forse nella sua mente
aveva già immaginato un ripiego, ed ora questi miei avvertimenti
ne dimostravano l'inutilità.

— Ma non devi credermi uno sciocco per questo, — continuai. — Forse
ho avuto un torto solo: quello di volerti
collocar più in alto che non lo permettesse la tua
anima di avventuriera.

[pg!187]
— È troppo facile insultare una donna, — ella osservò
freddamente.

— Insultare? Ma no, Elena, mi comprendi male! Voglio
dire che tu hai bisogno di mentire, d'ingannare, anche
senza uno scopo, così, per trastullo, forse per difesa, perchè
hai nel sangue la paura del dominio altrui. Ma,
guarda... — e mi volsi allo specchio per ravviarmi i
baffi, — guarda: se anche a Roma tu avevi un amante!...

— A Roma?

— Sì, quel certo Duval... Duval... come si chiamava?
Duvally, ecco! So benissimo che sei stata l'amante sua,
in un camerino da cena, per un bicchiere di «Champagne!»

— Non è vero! È tutto falso! È tutto falso! — gridò
con rabbia.

— Non affaticarti a negare. Smetti questa commedia
inutile!

— Chi te lo ha detto? Lui stesso?

— Macchè lui! Non lo conosco nemmeno.

— Il d'Hermòs, allora?

— Cosa vuoi che ne sappia il d'Hermòs? Lascialo
in pace.

— Allora che pensi di me? — domandò repentinamente,
fissandomi con gli occhi pieni di un'ira contenuta
e splendente.

— Che penso? Nulla. Solamente, quello che sei, quello
che fai, quello che hai fatto, non m'interessa più. Hai
avuto il torto di mentirmi... Ecco tutto.

In quel momento la domestica picchiò all'uscio per dire
che il pranzo era in tavola.

— Oh, sentite, Clara, — io feci; — ho scordato di avvertirvi
che pranzerò fuori.

Vidi Elena fare un gesto repentino di sorpresa.

— Ma il pranzo è già servito, signore, — obbiettò la
domestica.

— Non importa, poichè debbo uscire. Sentite anzi una
cosa, Clara. Più tardi, se venisse il signor d'Hermòs,
ditegli che mi potrà incontrare verso le nove al «Café
de Paris».

[pg!188]
— Va bene, signor conte.

Quand'ella si fu allontanata, feci atto d'indossare il
soprabito.

— Esci? — domandò Elena con una voce fredda,
gelida.

— Sì, lo vedi.

— E perchè mi lasci sola?

— Non so; preferisco non rimanere a casa. Ho i nervi
un po' scossi.

Cercavo il mio cappello con una specie di concitazione.
Ella tese un braccio verso di me, come per trattenermi
e disse:

— Rimani, ti prego....

V'era nella sua voce una preghiera sommessa; io stetti
un poco incerto, mentre abbottonavo il soprabito.

— Ebbene, che vuoi?

— Nulla, ma non lasciarmi sola.

— Oh, che idee!...

— Rimani, ti prego. Vorrei parlarti.

— Parlarmi? Ah, no! Per dirmi altre menzogne? No,
grazie. No, grazie! Addio.

— Germano, senti!...

Ma era tardi; avevo già sospinto l'uscio, ed un attimo
dopo ero fuor di casa, tra la folla estranea, sul
marciapiede.

[pg!189]




III
===


— Caro conte, voi non avete vizi! — mi diceva quella
sera medesima il d'Hermòs, standomi seduto accanto, a
un tavolino del «Café de Paris». — Mangiate poco, bevete
pochissimo e siete fedele sempre alla medesima donna,
fatto che non cápita spesso, anche se per caso questa
donna lo merita. Non cercate la società, non amate troppo
il teatro, quasi non frequentate gli ippodromi, non giocate:
infine, mi sembra che al mondo vi dobbiate annoiare.

— Può darsi che m'annoi, difatti. Ma tutte queste,
ormai, son cose che ho già provate ad usura.

— Lo credo; però tutti gli uomini hanno, se non altro,
una passione della quale non si stancano mai. E in fondo
una passione ci vuole; siano i cavalli od il giuoco, la
donna o l'arte, qualcosa infine che rinnovi ogni giorno la
gioia di vivere. Voi mi sembrate invece così deluso di
tutto! Eppure siete giovine. All'età vostra, io mi domanderei
ancora se Parigi fosse da vendere!

— Oh, voi, caro d'Hermòs, voi siete fatto per non invecchiare
mai! In voi c'è la stoffa d'un uomo straordinario,
ed io vi ammiro, credetemi, vi ammiro e v'invidio.
Siete un maestro sommo in quell'arte che si chiama il vivere.
Invece io, che volete? mi stanco. Vi sono molte
cose, troppe cose, che non mi divertono più. Fors'anche
perchè ho forzata un poco la misura in tutto.

— Non per farmene un vanto, ma certo non mi sono
risparmiato neppure io. No, credetemi, ciò che v'ingombra
è ruggine. Ora, non bisogna lasciarsi prendere dalla ruggine.
Ho l'occhio esperto, e vedo in voi le tracce d'un
[pg!190]
uomo diverso da quello che ora siete. Se aveste vent'anni,
direi: — Pazienza! Sono le ubbìe dell'amore. — Ma dopo
i trent'anni non si ama più come i colleggiali, perchè infatti
l'amore è simile all'assenzio: le prime volte dà il capogiro,
poi man mano ci si avvezza, e diventa un'abitudine
gaia. Quindi, nel caso vostro, non è l'amore.

— Certo: non è l'amore.

— E che mai potrebb'essere dunque? Siete sano...

— Come uno stinco!

— Siete ricco?...

Ed i suoi occhi acuti mi fissavano con una penetrazione
singolare.

— Già, sono ricco! — ammisi ridendo.

— Siete amato e potete esserlo da chi vi piaccia...
Perchè dunque non sfruttare questi doni che la natura vi
ha concessi?

— Ecco, mio caro d'Hermòs. Voi siete certo un uomo
pieno di spirito, ma avete un gran difetto: quello di
esser troppo teorico e poco pratico, almeno per gli altri.
Quante cose vi sono, che in teoria sembran giuste, ma
nella pratica vanno a cozzare contro l'impossibilità!

Egli aveva sorriso di queste mie parole con un'aria
d'intendimento.

— Non dite così. Dite piuttosto che voi mi conoscete
solo per un verso; quanto al lato pratico, se vorrete,
sarò ben lieto di mettermi alla prova.

— Come sarebbe a dire?

— Ahimè! Bisognerebbe intenderci a volo... Siate anche
voi un uomo di spirito, caro conte!

— Vi ripeto che non comprendo.

— Vuol dire che non è necessario, per ora. Quando
sarà il momento credo che mi comprenderete.

— Parlate come una sibilla.

— No, come un prudente. E sapete perchè? Perchè
voi siete un uomo sospettoso. Io vi diverto qualche volta,
ma non v'ispiro fiducia. Ed è peccato, perchè noi potremmo
esserci molto utili a vicenda!... — esclamò, accentuando
singolarmente le parole.

[pg!191]
— Non vedo in cosa, e vi pregherei di spiegarmelo.

— Bah... non ora! Un'altra volta.

E con quella volubilità che gli era solita mutò discorso.
Mi raccontò qualche aneddoto su persone che sedevano
all'intorno, mi diede il nome del cavallo che avrebbe certamente
vinto l'«handicap» del domani, mi narrò che la
sera prima era stato a pranzo dalla Contessa di Clairval,
una signora della quale mi parlava spesso, ed anzi mi
offerse di condurmi una sera a farle visita.

— Là scaccerete la noia, — disse, — questa mortale nemica
degli uomini che han troppo goduta la vita. Non è certo
una casa della grande società, ma nemmeno della società
equivoca. Vi si dànno accademie di musica, musica ottima
qualche volta, si mangia bene, si beve meglio, alcuni anzi
bevono troppo, si giuoca e vi si fa la corte a chi si vuole,
senz'avere al fianco lo spettro d'un marito importuno.
Que' mariti poi che vi s'incontrano, somiglian pochissimo
al terribile Otello... han tutti un carattere indulgente...
Insomma, ciò che avviene press'a poco al Faubourg Saint-Germain,
con la sola differenza che nessuno in anticamera
vi domanda il passaporto.

— Il mio è in regola, dunque non me ne preoccupo.

— Oh, lo conosco da lungo tempo il vostro passaporto!
E, in ogni caso, non dubitavo delle sue perfette vidimazioni.

E mi guardò con un candore di fanciulla.

— Dunque, — ripresi — ditemi chi è mai questa Contessa
di Clairval, della quale mi parlate ogni giorno?

— Potrei raccontarvene tutto un romanzo, ma vi basti
un particolare solo: è una donna che spende almeno
duecento mila franchi all'anno, avendo per tutto patrimonio
un reddito vitalizio che tocca sì o no gli ottomila.

— E come ricava il resto? Ha un amante ricco?

— Ah, mio caro conte, non bisogna mai badare a queste
inezie! Sono sfumature, sono piccolissimi episodi nella
grande commedia parigina. Come li ricava? Ma che importa,
dal momento che li spende?

— Questo è vero. Però dev'essere una donna intelligente,
se riesce a questo prodigio.

[pg!192]
— Oh, la cosa non è poi tanto difficile, come vi può
sembrare! Non lo sarebbe neanche a voi, per esempio, se
lo voleste. Naturalmente non bisogna starsene con le mani
in mano. Ci vuole un po' di tatto, un colpo d'occhio sicuro,
del brio, della spavalderia, dell'agilità... E un'altra
cosa ci vuole, che forse non sospettate: una donna che
vi faccia strada; perchè questa Parigi, regno della femminilità,
è ancora quella che al tempo dei Re governavano
le favorite. Qui c'è un turbine, un vortice che prende
tutti, e bisogna fare in modo ch'esso non vi travolga, non
si rovesci come un peso morto. Ma ditemi: perchè noi,
che stiamo dietro le quinte, vediamo per esempio la
duchessa tale vendersi ad un banchiere ebreo, visto che
il marito non può darle, poveretto! più di centomila
franchi all'anno per i suoi abiti, e, senza questi aiuti
morganatici, non si avrebbero quei balli favolosi al palazzo
dell'Avenue Friedland? Vediamo l'ultimo rampollo della
maggiore famiglia di Francia prendere in moglie un'Americana
stile «Liberty» — che magari ha già patita
qualche avarìa durante la traversata? Vediamo un marchese,
che non vi nomino, mischiare le carte a modo suo
nel Circolo della «Rue Royale» ed un principe che ha
qualche parentela nelle case regnanti esercitar l'usura
dietro le spalle d'un uomo di paglia? Perchè? Ma è
semplice! Perchè il turbine di questa vita lo esige come
una necessità. D'altronde, queste cose non hanno importanza...
Il secreto è di aver sempre denaro, di elevarsi
tra la folla e di rappresentare una parte sfarzosa in questo
grande spettacolo coreografico.

— E voi — dissi piacevolmente, — l'avete dunque
trovata questa pietra filosofale dell'alchimia moderna,
questo secreto per aver sempre denaro?

Prima di rispondermi egli mi guardò a lungo, nascondendo
sotto le ciglia una specie d'irrisione velata e carezzandosi
la barba con un gesto blando.

— Io — mi rispose tranquillo, — sono stato dieci volte
ricco al pari d'un Creso e povero come un Giobbe; ma
vi dirò insieme che la ricchezza non mi ha mai data la
felicità, come la miseria non ha mai potuto intimidirmi.

[pg!193]
— È una risposta vaga, — osservai. — Non mi avete
ancor detto se questa pietra filosofale si trovi o non si
trovi nel vostro forziere.

— Avreste per caso l'intenzione di rubarmela? — egli
obbiettò con un riso perfido.

— Può darsi. E perchè no? — feci con noncuranza.

— Ebbene, io non desidero di meglio, caro amico!... Ma,
chiacchierando, si fa tardi. Sono le dieci e mezzo. Ho
promesso alla Contessa di Clairval di andare da lei anche
stasera. Voi che fate?

— Non saprei; tornerò a casa fra poco.

— Venite con me allora; vedo che avete la fronte buia;
forse vi divertirete.

La curiosità ed il desiderio d'inasprir Elena col mio
contegno, m'indussero ad accettare.

— Bene, — risposi, — vi accompagno.

-----

Questa Contessa di Clairval era una donna d'aspetto
assai attraente, benchè ormai dovesse avere oltrepassata
la soglia dei quarant'anni. Ma col tempo lottava utilmente,
come con tutte le cose difficili della vita, e forse doveva
molto alla sua figura snella ed agile se in istrada, quand'usciva
con la figlia, la contessina Amelia, la deliziosa
contessina Amy, molti potevano ancora ingannarsi e
prenderle per due sorelle. Aveva un po' quel tipo di creola
che tanto piacque ai francesi del Primo Impero in Giuseppina
di Beauharnais, e, forse perchè le avevano fatto
questo complimento, ella si compiaceva spesso di affettarne
le maniere. Solo, nell'espressione del viso, nel guardare,
nel sorridere, non era più giovine; qualcosa di estremamente
vissuto, di estremamente corrotto, le traspariva da
ogni linea, direi quasi da ogni gesto. Si narrava che avesse
un tempo frequentata la migliore società, vivendovi con
molto brio e con molte avventure, senza però infastidirne
il signore di Clairval, assorto com'egli fu sino alla vigilia
della sua morte in altri facili amori e clandestine
lussurie.

Avevo già dubitato ch'Elia fosse l'amante della Contessa,
[pg!194]
e più che l'amante il complice, ma non tardai quella
sera, per molte osservazioni, ad acquistarne la certezza.
Nella casa egli agiva da padrone, pur non facendone le
viste; usava con tutti una dimestichezza cortese ma imperativa,
e con alcuni un sorriso fuggevole di acquiescenza.
Mi fecero conoscere molte persone, mi parlarono
di varie cose, in modo superficiale; persone e cose che
nulla avevano di ragguardevole, tranne una comune, indefinibile
aria di ambiguità.

— Ebbene, — mi domandò Elia passandomi vicino, — cosa
ne dite?

In quel momento l'uomo, le sue parole, i suoi gesti, mi
parvero singolarmente odiosi ed ebbi la tentazione di rispondergli
con una sgarberia. Gli dissi:

— Vi ringrazio di avermi fatta conoscere una casa dove
potrei divertirmi se fossi un uomo di spirito.

Egli rimase un attimo perplesso, come per studiar il
valore della mia risposta, poi si mise a ridere.

— Belle donne! — esclamò. — Non è vero?

— Alcune anzi bellissime, — risposi.

— Quale v'è maggiormente piaciuta?

— Oh, Dio... nessuna e tutte. Ho passata ormai quell'età
nella quale si preferisce una donna... oltre la propria,
beninteso. Tutte quelle mi piacciono che possono ancora
serbarmi un'attitudine od un capriccio nuovo.

— Olà, mio caro, lo snobismo italiano è di una raffinatezza
incredibile! Ma in tal caso non siete caduto male.
Qui si trovano i frutti proibiti, le rarità, i valori che non
sono quotati nel commercio parigino.

— Ed è qui allora che si mettono all'incanto?

— Oh, no! vi assicuro di no! — egli rispose con un
certo risentimento. Poi, tornando salace: — Non è che
una mostra, — soggiunse.

— Già: di articoli fuori concorso.

— Benissimo! E cosa ne dite, per esempio, di Suzanne
Bondy, quella che sta mescendo lo Sciampagna? o della
deliziosa Yvonne Tellier, colei che parla ora, presso il
cembalo, con quella pergamena logora che si chiama il
Marchese Chasnay?

[pg!195]
— È fine, molto fine; le fui presentato poco dianzi ed
il mio nome la divertì sommamente. Non poteva riuscire
a pronunziarlo bene: Germano Guelfo di Materdomini...
le pareva un logogrifo! Mi disse: — Alla buon'ora! per
essere imparentato con la madre di Nostro Signore, non
avete l'aria abbastanza venerabile, mio caro conte!

— Non c'è male! Una donna di mondo, interessante a
conoscersi, vi assicuro. Posso offrirvi un sigaro?

— Grazie.

Egli mi accese il sigaro, poi mi domandò sottovoce:

— Siete stato di là, dove si gioca?

— Si.

— Avete giocato?

— Non ancora; ho l'intenzione di andarmene presto.

— Bene, un consiglio; ma rimanga fra noi. Vi sono
alcuni banchieri contro i quali è meglio non tentare la
sorte... Guardatemi sempre con la coda dell'occhio, ed al
caso vi farò un piccolo segno. Ma, vi prego: silenzio.

— Va bene, — risposi, — e grazie. — D'altronde me
l'ero immaginato, e ricordavo, passeggiando per queste
sale, quel vostro famoso apologo su le pecore e sui leoni...

Egli si mise a ridere di un buon riso contento, e stropicciandosi
le mani soggiunse:

— Ricordatevi sempre quello che vi dico io. Mi piacerebbe
fare di voi un gran leone!

— Perchè? — esclamai, arrossendo a mio malgrado.

— Perchè forse, come pecora, non valete più nulla!

E se ne andò, continuando a ridere allegramente. Fui
certo allora che questo avventuriero cauto e simpatico
doveva necessariamente aver nel pugno le redini del comando
in quella casa gioconda e piena d'agguati.

— Voi non giocate, conte? — mi domandò la signora
di Clairval, avvicinandosi, mentr'io stavo discorrendo con
alcuni uomini.

— Qualche volta gioco; ma più per sbadataggine che
per vizio.

— Allora tenetemi un poco di compagnia, se non siete
un arrabbiato come gli altri. Vedete? Mi lasciano sola.

[pg!196]
Ci andammo a sedere in un angolo, vicini.

— Oh, finalmente mi riposo! — ella esclamò. — Quanta
gente!

Si sdraiò con indolenza nella poltrona, accese una sigaretta
e trasse un grande sospiro.

— Il d'Hermòs mi ha tanto parlato di voi, — disse.

— Certo il d'Hermòs mi avrà un poco diffamato! Egli
mi trova un uomo senza vizi, e questo, agli occhi di quel
terribile uomo, sembra essere il peccato maggiore.

— Ma sarà poi vero quello ch'egli dice? Il nostro Elia
è sopra tutto un grande imbastitore di frasi.

— Veramente con lui non ho protestato, ma con voi,
con una signora che certo è in grado di apprezzare tutta
la delicata eleganza che può essere nei vizi d'un uomo,
non voglio subire una simile taccia d'insulsaggine.

— Poi vi assicuro che ogni vostra difesa mi parrebbe
superflua! Siete un italiano, e sopra tutto un romano,
avvezzo a vivere in quella vostra bella città piena di
spasimi, fra quelle donne dai grandi occhi neri, entro quei
palazzi così profondi, un po' tetri, che turbano l'immaginazione
di chi ne varca la soglia... Per questo solo non
potete essere un insensibile.

— Vedo che amate molto Roma.

— Sì, vi ho passato un inverno: è la sola città dove
amerei vivere lasciando Parigi.

— Ma temo che a lungo andare il cambio desterebbe
qualche rimpianto nel vostro cuore di Parigina.

— Certo rimpiangerei questi buoni amici, che sono in
fondo la mia vita, ora specialmente che ho passata l'età
nella quale un viaggio in Italia, un viaggio d'amore, s'intende,
compensa di tutto ciò che si abbandona.

— Già, perchè voi siete ancora fra quelli che considerano
la nostra Italia come un giardino d'Armida, una
specie di *buen retiro* cosmopolita per tutti gli innamorati
del globo, una terra d'Arcadia dove non si faccia che
amare o cantare...

— Non dite questo con ironia! È un gran vanto per
il vostro paese!

[pg!197]
— Ma è un grande pregiudizio in fondo. Io ricordo lo
sdegno di molte signorine, in Germania, quando confessavo
candidamente di non saper cantare e di non aver mai
composto un verso in vita mia. Credetemi, contessa, l'Italia
d'oggi è un paese molto positivo, che lavora e suda per
far denaro, senza ricordarsi d'aver un cielo più azzurro
che altrove od i giardini più fioriti. E le nostre donne...
bah!... le nostre donne aspettano il figurino di Parigi, il
romanzo di Parigi, lo scandalo di Parigi... Oh, voi avete
insegnato molto alle signore italiane!

Yvonne Tellier, sopravvenendo in quel momento, interruppe
i nostri discorsi così candidamente generici. Ella
usciva dalle sale di giuoco, facendo tintinnire nella borsetta
una certa quantità d'oro guadagnato, ed i suoi bellissimi
occhi risplendevano.

— Oh, conte, perchè non giocate anche voi? C'è un
banchiere che perde a rotta di collo. Sapete: il grosso
Aranda, un italiano come voi. Non c'è che mettere il
denaro sul tappeto.

— Io sono sfortunatissimo al giuoco: arrivo sempre
troppo tardi. Ora certo vincerà.

— Ma no! ma no! Ha una disdetta orribile questa sera!

La signora di Clairval intanto si era levata. L'altra mi
sedette vicino.

— Ecco, giuocheremo insieme, se volete, — mi disse. — Io
metto venticinque luigi e venticinque li mettete voi. Mi
sento in fortuna: fidatevi. Non perderemo più di queste
mille lire; volete?

— Con molto piacere.

— A proposito, sentite una cosa: io vi chiamerò Domini,
Domini semplicemente, perchè il resto non me lo
posso rammentare.

— Ve ne dispenso.

— Domini, che in latino credo voglia dire «signore».
Cosicchè sarete per un momento «il mio signore...» E
rise di un bel riso limpido.

— Magari lo fossi! — esclamai, curvandomi un poco
su le sue spalle nude.

[pg!198]
— Oh, credo che non ci teniate affatto!

— Questo poi... lo dite senza saperlo.

— Invece lo dico sapendolo, perchè voi avete di meglio.

— Ecco: volevo quasi farvi la corte; ora con questa
frase, me lo impedite, — risposi con galanteria, sorridendole.

— Ah, gli uomini! Credevo che in Italia fossero più
serii.

— Oh, no affatto!

— Andiamo dunque a giuocare. Vinceremo un patrimonio
questa sera!

— Sia pure! Intanto eccovi la mia parte.

— No, no, mettete via quel denaro; me lo darete se
perderemo.

— Siete molto cortese ma non posso accettare.

— Sentite, io sono superstiziosa, e voglio giocare con
questo denaro che ho vinto. Porterà fortuna. Venite.

Andammo verso la tavola da giuoco, ed io facevo intanto
qualche riflessione amaramente piccina. Pensavo che
si sarebbero certo perdute quelle mille, forse molte altre
migliaia di lire, senza ch'io potessi esimermi dal dividere
la sua sorte o dal confessare le mie strettezze. Così, dalle
più piccole cose alle più grandi, la mia decadenza mi appariva
manifesta, dandomi al cuore un senso di vergogna
e di commiserazione.

Guardavo e tacevo. Intorno al tavoliere stavano facce
di uomini, torve o ridenti, eran visi di donne, affannate
per l'ansia della sorte o soddisfatte per il suo favore.
L'oro, e le carte, e la voce monotona del banchiere che
annunziava un punto, e quelle mani che tutte parevano
ghermitrici ed avare, mettendo o raccogliendo le poste,
l'ansia di chi giocava e la placida ironia degli spettatori,
la luce delle lampade basse, il fumo dei sigari, gli scoppi
di risa repentini, le imprecazioni frequenti, la pausa di
silenzio che precedeva ogni colpo e quella specie di rallentamento
che ne seguiva l'annunzio, tutto questo insieme,
per la prima volta mi dava una sensazione acre d'immoralità
e di bassezza, come la visione di una grande crapula
[pg!199]
in cui fossero palesi tutti gl'istinti più perversi della
bestia umana.

Ora che il denaro non mi apparteneva più come un
facile retaggio, ne vedevo con altri occhi tutte le orride,
le occulte vie di conquista e ripensavo alle parole del
d'Hermòs con una specie d'interiore brivido.

Intanto la sorte favoriva la mia bella compagna. Ella
poneva le poste ad ogni colpo, allungando sul tappeto la
mano bianchissima, carica d'anelli che la facevano splendere.
Il d'Hermòs, che stava dall'altro lato e giocava con
noncuranza, aveva esclamato vedendoci:

— Oh, finalmente vi siete lasciato tentare anche voi!

— Non però dalle carte! — risposi, accennando alla
piccola Yvonne.

— La donna e il giuoco vanno insieme come il diavolo
e l'acqua santa — egli disse per celia.

— E voi siete un insolente! — ella gli rimandò su lo
stesso tono.

In piedi, presso di lei, stavo considerando la mia compagna.
Smorta in viso, di un pallor carico e torbido come
il colore dell'ambra, due vasti occhi le splendevano sotto
la fronte piana, una fronte di statua greca, dalle sopracciglia
troppo lontane. Aveva un profilo dolcissimo, come
i cammei del Cinquecento, ma su la bocca fredda e arida
un sorriso di donna crudele. I capelli nerissimi le si partivano
dal mezzo della fronte, spartiti da una scriminatura
fina, in due gonfie ali compatte, lucide come due
stole di lontra, che ondeggiavano intorno alle tempie facendole
su la nuca un nodo così voluminoso da parer
soverchio per la sua fragilità. Era veramente un gingillo
da principe, una cosa tenue ma temibile, una figura di
malefizio. E forse dai capelli troppo neri, dal seno troppo
scollato, le usciva un profumo intenso, quasi un'evanescenza
della sua pelle, che sotto il velo della cipria sembrava
soffusa di un color d'oriente, come hanno talora
le donne arabe a vent'anni. Le sue braccia ignude, passando
in un raggio di luce, riscintillavano d'una invisibile
vellatatura bionda.

[pg!200]
Ella doveva possedere il secreto di qualche lussuria
strana.

Sovente si volgeva, con una mossa rapida, per domandarmi
consiglio intorno al giuoco, ed i suoi occhi parevano
compiacersi di quella suggestione torbida che si
accorgevano di suscitare in me. Ora, spesso, e come per
inavvertenza, mi posava le mani su le ginocchia, e nel
piegarsi, o nel volgersi, tutta la sua persona carezzava
leggermente la mia. M'accostai ancor più; le stetti con la
faccia così vicino che le mie labbra quasi toccavano il
suo orecchio minuscolo, il quale pareva spuntare dalla
foltezza dei capelli come il delicato bòcciolo di un fiore.

A un certo punto ella raccolse quasi tutto il denaro che
aveva dinanzi e me lo diede.

— Mettete questo a parte, — mi disse. — Bisogna essere
prudenti. È il guadagno. Ed ora cominciamo da capo
con le mille lire che mi rimangono. Se si perde, poco male.

— Avete fiducia nella mia scrupolosità? — domandai
scherzando, mentre intascavo la somma.

— Niente affatto! — rispose ridendo. — Anzi datemi
per garanzia una vostra mano; così non potrete rubare.

— Ma ho sempre l'altra... — feci, stringendo la sua
piccola mano. Ella intrecciò le dita nervosamente nelle
mie, mentre, con l'altro gomito puntato su la tavola, tendeva
il collo innanzi per attendere l'esito di un raddoppio
audace. Fu perduto: ella fece un piccolo gesto d'ira.
Giuocò di nuovo e perdette; allora si rovesciò all'indietro,
sopra la spalliera della seggiola ed un po' contro la mia
spalla. Su l'abito mi restò il segno bianco della cipria che
aveva su la scollatura.

Una signora molto dipinta, che le sedeva presso, tutta
ricciuta di capelli rimessi, con le labbra sovraccariche di
rossetto, e che ogni tanto ci guardava sorridendo, le disse,
con una smorfia di malcontento che fece tremolare la
sua faccia pingue:

— Ora il banchiere si mette ad aver fortuna; non giocate
più.

Ella scosse le spalle senza risponderle: giocò un'altra
[pg!201]
volta e perdette. Allora chinandosi un poco, mi confidò
sottovoce:

— Questa vecchia è una terribile iettatrice!

Io risi; ella pure. Le rimanevano davanti alcune centinaia
di lire. Mi propose:

— Ora gioco tutto e lascio tre volte, se non si perde
prima. Poi ce ne andremo in ogni modo; volete?

— Benissimo, fate così.

Con un gesto largo ella spinse innanzi tutto il denaro.
L'uomo che teneva il banco si volse a guardarla con un
sorriso irritante nel volto che splendeva di obesità, e
le disse:

— Adagio, bella Yvonne! Volete proprio colarmi a fondo
questa sera?

— Impossibile! — ella rispose con insolenza. — Siete
talmente grasso che tornerete sempre a galla!

L'uomo trovò la celia di suo garbo e ne rise insieme
con altri.

— Stiamo a vedere, — ella mi disse piano, mentre il
banchiere distribuiva le carte.

Congiunse le mani e sopra vi tenne il mento. Poi trasse
un respiro, mi fece un piccolo cenno: il colpo era vinto.

— Non ritirate, piccola Yvonne? — le domandò il banchiere,
pagando la sua posta.

— No, amico mio, non ritiro. Anzi lascerò due colpi
ancora.

Ed a me, sottovoce:

— Aranda non ama che le donne vincano il suo
denaro.

Le carte furono distribuite una seconda volta ed ella si
rannicchiò in sè medesima, come per farsi più piccina.

Colui che aveva la mano guardò Yvonne con un sorriso
ed annunziò forte: — -Nove!

— Bravo! — gli rispose Yvonne, battendo i palmi.

— E due, — contò il banchiere, raddoppiando la somma.
Ella guardò il mucchio con incertezza, puntandosi l'indice
inanellato contro il labbro sottile.

— Avrei quasi la tentazione di ritirare... — mi disse.

[pg!202]
— No, lasciate, — le consigliai. — Non bisogna mai
recedere dalla prima decisione. Poi sento che vinceremo.

— Credete?

— Lo credo.

L'uomo che si chiamava Aranda ammiccava con un
sorriso un po' ebete verso la posta d'Yvonne, distribuendo
le carte. Ella sorse in piedi, sporgendo il busto sul tavoliere,
con le mani appoggiate sul panno verde, le braccia
tese.

— Ancora nove... — disse lentamente quegli che aveva
la mano, aprendo le carte.

— Alla buon'ora! E tre! — esclamò Yvonne con allegrezza.

— Non è possibile vincervi un colpo questa sera! — le
disse il banchiere con una smorfia sorridente.

— E per questo me ne vado, — ella rispose, raccogliendo
la vincita. — Bisogna fermarsi a tempo. — Ed a me:

— Venite.

Mi condusse in una piccola sala piena di ninnoli, di fiori,
di cristallerie; si pose tutto il denaro in grembo ed esclamò
lietamente:

— Vi ho pur detto che avremmo vinto! Lo sentivo. Ora
facciamo i conti.

— Giocate meravigliosamente, non c'è che dire.

— Ma ora brucio di sete. Vi prego, andate a prendermi
un bicchiere di «Champagne».

Quando tornai, stava ritta davanti ad uno specchio per
accomodarsi i capelli. Prese la coppa e bevve d'un fiato;
poi si portò una mano al petto, esclamando:

— Che sete! — La bocca umida le scintillava di piccole
gocce, come un frutto rorido, e mi dette la tentazione
di baciarla. Mi curvai un poco, senza osare, ma ella sentì
quel bacio non dato e se ne schermì ridendo.

— Venite: facciamo i conti.

Tornò a sedere; le deposi nel grembo la somma che
tenevo in serbo, dicendole:

— I conti sono già fatti; ponete questo denaro nella
vostra borsetta; a me non spetta e non voglio assolutamente
nulla.

[pg!203]
— Mio buon amico, spero che lo diciate per ridere!

— Ma neanche per sogno! Voi avete giuocato, voi
avete vinto...

— Ah, no, e poi no! — fece, profondamente offesa. — Mi
considerate dunque per una di quelle donne con le
quali un uomo perde sempre qualcosa?

— Per carità, non dite questo! — esclamai, stringendole
un polso. — Ma davvero mi sembrerebbe indiscreto
accettare. Facciamo così piuttosto: con la parte che voi
credete mi spetti comprerete domani un gingillo qualsiasi,
tenendolo come se ve lo avessi regalato io... Va bene?

— Assolutamente no! Abbiamo giuocato insieme, come
fra uomini; se si avesse perduto, voi avreste pagata la
vostra parte; abbiamo vinto e, se non volete offendermi,
vi prego di non insistere più.

— Tutto, piuttosto che offendervi! Solo permettete che
vi preghi ancora...

— Non più, non più! Contiamo.

La sua fiera delicatezza non impedì ch'io provassi un
certo rossore nell'accettare quella somma, la quale ammontava,
per mia parte, a quasi tremila lire. Pensai che
il domani avrei tutto reso inviandole un dono.

— Allora, — la pregai, — permettete che vi domandi
anche il vostro indirizzo, per mandarvi almeno un fiore.

— Fiori sì, ma non altro; — ella minacciò, sdraiandosi
nella poltrona e sollevando pigramente le braccia
dietro il capo. Aveva le maniche trasparenti, corte fin
sopra il gomito; vedevo le sue braccia modellate con una
finezza squisita, e la conca delle ascelle appena segnata
da un'ombra scura.

— Voi siete molto severa!... — le dissi, protendendomi
un poco.

— No, ma voglio serbarmi il piacere di giocare altre
volte con voi, se c'incontreremo, senza il bisogno di ringraziarvi,
od il timore d'essere considerata per meno di
quello ch'io stessa mi consideri... Non credete che una
donna possa avere qualche volta un simile desiderio?

— Certo lo credo, e se voi lo avete per me, ne sono
lusingatissimo.

[pg!204]
— Dunque, siamo intesi: null'altro che un fiore.

— Come volete. Però, concedetemi di portarvelo io
stesso.

— Ah?... perchè? — fece con uno sguardo pieno di
femminilità insidiosa e reticente.

— È una domanda oziosa, vi pare? O almeno, con essa,
mi mettete nella impossibilità di rispondervi come vorrei.

— Datemi una sigaretta... via! — disse, facendo con la
mano un gesto frivolo.

E rise. I suoi occhi perversi mi guardavano, grandi e
fermi. Aveva in sè una forza irresistibile di seduzione,
pareva un fiore bello e velenoso.

Mentre le accendevo la sigaretta, le feci scorrere una
mano sul braccio, irrequietamente.

— Cos'avete su la pelle? — domandai; — è di una
morbidezza incredibile!...

— Vi pare?... — E ritrasse il braccio quasi con un
gesto pudico, ma ridendo di un riso che non lo era.

— Credo vi piaccia tormentare, piccola Yvonne!...

— Perchè?...

— Non saprei dirvi... È la mia opinione.

— Sedete lì... — E mi segnava una poltrona più discosta.

Per un momento si stette in silenzio, guardandoci entrambi,
io turbato, ella curiosa. Poi le dissi:

— Allora, questo indirizzo?

— Oh, me ne dimenticavo... 110, Boulevard Malesherbes.
Dopo le quattro. Ma non domani: dopodomani.

E tutte le cose lucide, nella piccola sala, brillavano come
i suoi grandi occhi neri.

[pg!205]




IV
==


Avevo solamente voluto stordirmi. Appena uscito nella
strada un grande disamore mi strinse, di quella casa,
di quella donna, di me stesso. Lungo e sordo mi ronzava
nelle orecchie un rumore non ben comprensibile,
forse l'eco delle parole che avevo dette, udite; mi serpeggiava
nelle vene indolenti una specie di malsana
ebbrietà.

Rincasai verso le quattro del mattino; un lume acceso
dietro una finestra mi avvertì ch'Elena vegliava
tuttora. Quando entrai, ella sedeva infatti nella sala da
pranzo, con un libro aperto su le ginocchia, le mani
sovr'esso congiunte.

— Dove sei stato finora? — mi domandò con un suono
di voce opaco e lento.

— In casa della contessa di Clairval, con Elia.

— Ah!... Si riceve sino a quest'ora in quella casa?

— Si giuoca. Ma tu, perchè non ti sei coricata?

— Non avevo sonno. Ho atteso che ti risolvessi a
tornare.

— Ed ora che son tornato?

— Nulla; va bene.

— Ti coricherai ora?

— Forse.

— Non hai altro da dirmi?

— Cosa ti potrei dire?

— Buona notte, allora.

— Buona notte.

Me ne andai nella mia camera, indispettito per quelle
sue risposte brevi, per l'impassibilità del suo viso. Mi gettai
[pg!206]
sul letto vestito e mi posi a meditare. La mia vita non
era gaia. La donna che amavo, e nella quale avevo riposta
una fiducia così grande, si allontanava da me irrimediabilmente;
gli amici, la tranquillità, la ricchezza,
tutto era perduto. Il pensiero corse, corse via sbrigliatamente,
e fece un epilogo sommario di tutto quanto il
passato. Pensando, il sonno mi gravò su le palpebre e
nel dormiveglia ebbi una visione confusa. Mi vidi in
Roma, nel mio palazzo ripristinato con il denaro dei Laurenzano,
ancor padrone di cocchi stemmati, e, fra le belle
adunanze dei principi romani, un'altra volta re dei conviti,
signore delle alcove, maestro di tutte le eleganze...
Fu, nel dormiveglia, un sogno; null'altro che un sogno.
Sparve; mi destai con la testa greve, le membra indolenzite.
Scesi dal letto, e sospingendo l'uscio vidi Elena
che stava sempre nella medesima positura, con gli occhi
fissi all'alto, fumando.

— Che fai? — le dissi. Elena si turbò ed ebbe un
tremito per tutta la persona, come se avesse anch'ella
sognato.

— Hai dunque deciso di non dormire questa notte?

Non mi rispose, ma vidi che gli occhi le si empivano
di lacrime. Le andai vicino e mi sedetti.

— Che hai? — le dissi ancora, con un accento più
amorevole.

Ella mi tese una mano, piegando la faccia sul petto.

— Perdonami... — bisbigliò.

— Nulla devo perdonarti, Elena. Mi hai fatto male; ma
non importa; passerà.

— Non fu per ingannarti, non fu nemmeno per vergogna...

— E perchè allora? — Due lunghe lacrime le rigarono
la faccia.

— La mia natura è così, — disse. — Non sono mai stata
sincera, con nessuno. Vi sono certe anime che provano
una riluttanza invincibile a farsi conoscere, come altre ne
sentono invece il bisogno.

— Sì, va bene... tu mi hai già ripetute molte volte
[pg!207]
queste bellissime cose!... Ma un uomo che ama davvero non
può ragionare a questo modo.

— Mi vuoi bene ancora? — ella fece, afferrandomi le
due mani, un po' ansante.

— Non so.

— Rispondimi!

— Vorrei non volertene più. Tu non comprendi nemmeno
la dolcezza della confidenza, il più soave abbandono
che vi sia nell'amore. Quale fiducia posso avere in te?

— Senti, Germano; quando io t'ho conosciuto, c'era
nella mia vita ormai tutto un passato di avvenimenti, che
ad ogni modo non si possono mutare. Ma tu per il primo
e per il solo mi hai avuta come un'amante vera... Cosa
t'importa il resto? Poi, credi forse che io stessa, per un
solo momento, abbia riposto qualche fiducia in te?

— Che vuoi dire con questo, Elena?

— La stessa domanda che tu mi fai, la stessa ti faccio.
Non sono che la tua amante, e come tale, cosa puoi rimproverarmi?
Forse mi hai voluto anche bene, ma come
puoi amarmi tu, che sei stato sempre un uomo felice. Io
ti conosco troppo, Germano; il tuo non è che l'amore
degli uomini avventurosi ed eleganti, l'amore che consiste
nel veder piangere. Tu non hai desiderato altro che di
vedere me innamorata... Ed è vero, lo fui, lo sono ancora
lo sarò sempre. Ora dimmi: ti ho mai domandato qualcosa
io? Ti ho mai domandato, per esempio, cosa farai
del nostro amore quando non avrai più denaro, nè alcun
mezzo per trovarne? Io sono preparata a tutto, appunto
perchè non ho fiducia nel tuo amore, e perchè mi piaci
così come sei.

Ed ecco, ella tornava ad essere la donna perpetuamente
oscura, non afferrabile da nessun potere, in continua discordia
con sè stessa, o forse padrona della sua volontà
in un modo stupefacente.

— Elena, — le dissi, — tu trovi un modo molto abile
per ritorcere contro di me le mie stesse parole, ma il
rimedio pur troppo non serve. Mi chiudi in faccia la porta
del tuo passato con una ostinatezza irritante e non comprendi
[pg!208]
come la gelosia del passato sia quella che un
amante non perdona mai.

— Ebbene, senti: se fino dal primo giorno tu non mi
avessi tanto affaticata con questa indagine qualche volta
umiliante per me, forse t'avrei raccontato spontaneamente
ogni cosa, perchè nessuna ragione in fondo — e lo sai
bene! — m'induce a fartene un mistero. Ma ti ho nascosta
una parte della verità quasi per vendicarmi della tua
crudele insistenza, ed anche perchè il mio passato era la
sola cosa che potessi non abbandonarti.

— E come non hai pensato che un giorno l'avrei potuto
scoprire?

— Sì, forse l'ho pensato; ma questo mi era indifferente.
Nè ora mi conoscerai meglio. Potrai forse immaginare che
t'abbia mentito in ogni cosa e che mi proponga di mentirti
ancora, quindi non val la pena di parlarne: dimentica
e perdonami, se puoi.

— Perdonare è facile, dimenticare lo è meno. Vi sono
troppe figure che mi si affollano alla mente quando penso
a te: la tua bocca, ora, sa di troppi baci.

— Questo, Germano, è ingiusto! Devi per lo meno aver
compreso che i primi baci veri li ho dati a te.

Si alzò, mi venne a sedere su le ginocchia, mi nascose la
faccia contro una spalla, si mise a piangere. Le sue lacrime
erano la sola cosa al mondo che non potessi vedere senza
commuovermi.

— Ora non mi vuoi più bene... — mormorava pianamente,
sorridendo fra i singhiozzi.

— Taci, taci.... Almeno fosse così!

— Lo desideri proprio? — mi domandò, stringendomi
le tempie fra le sue mani calde, mentre le nostre bocche
si congiunsero.

— No, — risposi — questo no!

Ella sorrise fra le lacrime, in una pausa di silenzio.

— Dove sei stato questa sera?

— Te l'ho detto.

— È vero?

— Sì.

[pg!209]
— Hai voluto essere veramente un uomo senza cuore.
Mi hai lasciata sola. Ho tanto sofferto io, tu nulla. E t'aspettavo,
e non giungevi mai!

— Dimmi, — la interruppi subitamente: — perchè sei
stata l'amante di quell'uomo? Ti piaceva?

— Non parliamone più, sii buono...

— Ti piaceva? Rispondimi! — feci, un po' ruvidamente.

— M'era indifferentissimo. Lui, come un altro qualsiasi...

— E allora?

— Allora, lo sai, volevo essere attrice, cominciare una
vita libera, pensavo che un giorno o l'altro sarebbe accaduto
lo stesso... Quindi, poco m'importava. Ma chi te lo
ha detto? Lui stesso? Certo, certo, non può essere stato
che lui.

— No.

— Guardami in faccia!

— Ebbene, sì, è stato lui. Lo sono andato a cercare
apposta per sapere la verità. Sai come ho fatto?...

E presi a raccontar l'accaduto. Ella con i denti si prese
il labbro inferiore e rimase ad ascoltarmi, tenendo gli
occhi fissi ne' miei, tranquilla, immobile. Dopo averle tutto
narrato, soggiunsi:

— Una sola frase mi ha fatto veramente male. Quando
gli domandai, quasi per ischerzo: «Ebbene ditemi, che
donna è come amante?» egli davvero ti ha dipinta con
una frase incisiva.

— Ah?

— Sì, mi ha detto: «Una ungherese, caro conte; crudele
e triste, lasciva ed ingenua... Quel sangue magiaro insomma,
pieno di contraddizioni e d'ardori!»

Ella si mise a ridere, d'un riso nervoso, alzando le
spalle.

— Oh, questo poi!... — esclamò con disprezzo; — è
una vigliaccheria maggiore delle altre. No, ti giuro, quel
tuo amico ha una grande fantasia!... oppure una grande
presunzione!... Io l'ho semplicemente subìto, credendo
fosse necessario, e nulla più. Ma gli uomini, questo, non
lo confessano mai.

[pg!210]
— Come posso crederti, Elena? Tanto più che la sua
definizione... è così vera!

— Sì, è proprio vera?... Ebbene, ti ripeto, avrà forse
una grande fantasia!

E ridendo mi dette un lungo bacio.

— Poi, senti, — prosegui; — ho ancora, se non isbaglio,
alcune lettere sue, nelle quali appunto mi rimprovera la
mia grande insensibilità.

— Non le hai bruciate quelle? — chiesi con ironia.

— Perchè me lo domandi?

— So che ne hai bruciate molte altre...

— Forse; ma non tutte. Ho ancora quelle di Mathias,
alcune di mio marito, e ce ne devono essere anche altre.

— Vuoi che andiamo a vedere?

— Sì, — ella fece con un poco d'esitazione.

Andammo nella sua camera; da un baule chiuso ella
trasse una scatola di pelle a rilievi, ch'era piena di lettere
e di fotografie.

— Non toccare tu... non voglio! mi disse.

Cercò fra le lettere, ne scorse alcune rapidamente. Ve
n'era un pacchetto ingiallito, stretto da una cordicella
sfilacciata.

— Di chi sono queste?

— Di Miller, — rispose, corrugando la fronte. Lasciale
stare.

— E queste?

— Di Mathias; ma non leggere, ti prego. Ecco leggi questa;
l'ho trovata!

Era straordinariamente pallida, tremava un poco. Rinchiuse
in fretta la scatola e mi trasse per un braccio.

— Perchè sei così agitata?

— Vieni via, vieni via. Mi fa sempre male ripensare a
quei due morti. — E si strinse al mio braccio quasi con
paura.

— Torniamo di là, — disse.

La lettera infatti confermava le sue parole.

— Mi credi ora, Germano? — ella chiese, offrendomi
la bocca.

[pg!211]
Io mi strinsi nelle spalle irresoluto e non volli rispondere;
ma sentivo come per incanto la gelosia placarsi,
finire.

Dietro le imposte chiuse nasceva l'alba, il fumo azzurro
di una bella giornata; i carri degli erbivendoli,
passando, empivano di strepito la contrada. Impallidita
per la veglia, con gli occhi cerchiati di nero, i capelli un
po' disfatti, ella mi stava presso, innamorata e bella, portando
su le labbra umide la promessa di un torbido amore.
Sentii che nonostante ogni tortura il mio mondo incominciava
e finiva con lei.

— Mi credi ora? — domandò un'altra volta, quando
già le mie braccia la serravano.

— Ti amo! ti amo!... non domandare altro...

La sua gola riversa palpitava come un seno gonfio di
piacere; tutte le tentazioni più ardenti traboccavano dalla
sua calda persona.

— Voglio che tu mi creda! — esclamò imperiosamente
con ira.

— Ebbene sì! Dopo tutto non puoi, non devi, essere
stata d'altri che mia!

— Lo senti, lo senti ora?

Come un soffio, su la bocca, le risposi di sì.

— Mi perdoni dunque?

— Sì, ti perdono; ma dovrai, dopo, raccontarmi ogni
cosa.

— Non c'è più nulla che tu non sappia. Il resto è vero
è tutto vero, fuorchè una sola bugia...

— Quale?

— Sì: quel certo Schillenheim, quell'ufficiale austriaco...
ti ricordi?

— Sì.

— Bene: quello non è stato mio amante...

— Ah? E perchè me lo hai detto allora?

— Chissà? Forse perchè c'è andato vicino... E siccome
uno ci voleva, ho preferito questo a quello. Per te in
fondo era lo stesso, e per me... anche!

La fissai negli occhi attentamente, come per scrutarla
[pg!212]
fin nell'anima oscura; ma quegli occhi erano troppo
splendenti perchè si potesse guardarvi nel fondo. Poi,
che importava? Era così dolce il crederle, così angoscioso
il dubitare...

— Vieni... — le dissi traendola.

— No, aspetta.

— Che fai?

— Apriamo la finestra: è l'aurora!

Nell'aria fresca del mattino un raggio di pallido sole
dorava i suoi capelli disciolti.

[pg!213]




V
=


Come sdebitarmi ora con Yvonne Tellier? Il denaro
vinto a quel modo mi dava una specie di molestia,
e, nonostante il suo divieto, provavo da un lato il bisogno
di renderlo sotto una forma qualsiasi, dall'altro il rincrescimento
di privarmene in quell'ora di penosissima carestia.
Pensai ad un ripiego elegante: un gran cesto d'orchidee,
che potesse costare mille lire almeno... Le orchidee,
per fortuna, costano quanto si vuole. Uscii prima del mezzogiorno
per andare dal fioraio. Ma, strada facendo, nel
meditare tristemente ai casi miei, venni a concludere che
mille lire d'orchidee per una Yvonne qualsiasi erano
forse troppe... In questo pensiero la mia decadenza era
palese.

— In fondo, — ragionai per consolarmi, — questa
liberalità potrebbe anche parere una ostentazione di pessimo
gusto.

Così, vestendo l'idea del risparmio con pretesti eleganti,
allorchè giunsi al negozio, invece di mille lire ne spesi
quattrocento, e mi parve che a Parigi le orchidee si pagassero
care assai.

Pur troppo mi sentivo già orrendamente borghese:
avevo sempre la mente piena di cifre, ed il lusso che
vedevo intorno mi dava una stretta al cuore. Nonostante
la nostra vita di parsimonie, molte spese andavano accumulandosi,
facilitate assai dal credito dei negozianti, che
memori del mio tempo migliore non dubitavano affatto
della mia solvibilità. In fondo non ne dubitavo io stesso,
parendomi oltremodo impossibile che la buona stella non
volesse un'altra volta splendere tra le confuse ombre del
[pg!214]
mio cammino. Per tutto il pomeriggio restai nel dubbio
se andare o non andare da Yvonne; poi mi parve scortesia
mancare la visita promessa, e vinto insieme dalla
curiosità risolsi di andarvi.

M'accolse in una stanza ingombra di molti oggetti femminili,
libri e ninnoli, ritratti e cesti da lavoro, una stanza
che pur essendo arredata con i mobili di uno studiolo
aveva in sè qualcosa di più intimo, poichè filtrava in
essa il profumo dello spogliatoio vicino. Le mie grandi
orchidee, poste in un angolo, trascoloravano in mille
tinte irreali, variando nella luce tenue. Yvonne portava
una vestaglia scollata, quasi fluida per la delicatezza del
colore.

— Siete sola? — domandai, entrando.

— Sola e vi aspettavo. Vi aspettavo guardando i vostri
bellissimi fiori. Amo le orchidee perchè sembrano il fiore
del tormento, il fiore dell'impossibilità. Vi ringrazio.

E senza levarsi dalla poltrona mi tese una mano bianchissima,
che si era come liberata dal suo carico d'anelli
e portava solo, nell'anulare, un rubino di straordinaria
bellezza.

— Credevo, — mi disse con una indolenza studiata, — credevo
che non sareste venuto.

— Oh, perchè?

— So che non siete libero...

— Ma questo non importa! Non sono libero per tutte
le altre; per voi sì.

— Ditemi una cosa, — ella domandò improvvisamente. — Come
avete conosciuto Elia d'Hermòs?

Certo la sua domanda non era oziosa.

— Lo conobbi, — risposi — alcuni anni or sono, a
Chantilly, fra una corsa e l'altra. Si avevano molti amici
comuni. Poi lo rividi a Nizza ed ora soltanto siamo entrati
in maggiore intimità.

— Elia d'Hermòs ha una predilezione per voi.

— Si direbbe. Od almeno vuol farmelo credere.

Ella sorrise in un suo modo finissimo, e parve cercare
una risposta.

[pg!215]
— E' un uomo — disse — che non fa mai nulla per
nulla.

— Me ne sono accorto. Ma questo non mi turba. E' un
uomo che mi diverte: non voglio sapere altro.

— Allora vi confesserò che sono più curiosa di voi,
forse perchè conosco tanto bene il d'Hermòs da non poter
supporre ch'egli si dia la pena di divertire alcuno... impunemente.

— Bah!... — feci; impunemente o no, sono convinto
ch'egli non mi possa nuocere in alcun modo.

— Allora perdonate la mia curiosità.

— Anzi, la trovo naturale. Mi sembra tuttavia che il
d'Hermòs non sia troppo nelle vostre grazie...

— Infatti egli ebbe il torto di credersi un padrone con
me, come si crede con tutte. Questo non glielo perdonerò
mai.

Un sorriso pieno d'ironia crudele orlava la sua bocca;
e soggiunse:

— Gli avete parlato già di questa visita?

— No davvero! Non mi è sembrato necessario.

— Di fatti non lo è.

— Ma dite, Yvonne: continueremo per un pezzo a discorrere
di lui? Non mi sembra che ne valga la pena.
E sapete pure che non sono venuto per questo.

— Per cosa dunque? — mi domandò con un sorriso
pieno d'innocenza.

— Piuttosto per parlare di voi... per dirvi che dall'altra
sera mi perseguitate...

— Oh... che stranezza! Sappiate una cosa: io detesto
gli uomini gentili.

— Non lo sono affatto: vi dico la verità.

— Allora, se volete farmi una dichiarazione d'amore,
fatela sùbito, e non pensiamoci più!

— Volentieri, piccola Yvonne. Sono venuto per questo.

— Per parlarmi d'amore?

— Ma certo. È forse ancora ciò che rimane di meglio
a fare tra l'uomo e la donna.

— Cosa? il parlarne?

[pg!216]
— Bisogna pur sempre cominciare così... È il preludio
necessario.

Ella intrecciò le dita insieme, stirando le braccia pigre
come per scuotersi da un torpore.

— Ma non siete un uomo fedele voi?

— Fedeltà, infedeltà... cosa vogliono mai dire queste due
parole troppo letterarie, che gli amanti ripetono senza
tregua per riuscire a darsi qualche tormento. Appartenere
ad una sola quando un'altra vi piaccia, non vuol dire, mi
sembra, esser fedele. È più turpe confondere due donne
insieme in uno stesso desiderio che domandare a ciascuna,
separatamente, una diversa gioia. La nostra sensibilità è
come un'arpa, estesa e delicata: non si può con una mano
sola farne vibrare tutte le corde...

— Oh, l'arpa!... — ella esclamò ridendo, — lasciatela
stare!

— Vi pare che la mia similitudine non regga?

— Non regge.

— Peccato! Cerchiamone un'altra.

— No, non importa: ho capito già.

Una pausa lunga, ridendo entrambi a fior di labbro.

— Ebbene, cosa dite? — ella fece, un po' distratta.

— Cosa dico? Nulla. Pensavo.

— A che?

— Pensavo che la mia dichiarazione si è troncata
nel mezzo.

— Ebbene, credevate forse di farmene una con quell'arpa
delicata e con la mano che non può...

— Visto che si deve parlare, una cosa val l'altra, non
vi pare?

— No, vi sono cose che valgono meglio.

— Sì, un bacio, per esempio, se volete lasciarvelo dare.

Per piegarmi verso la sua bocca m'inginocchiai sul
tappeto.

— Andiamo... — ella esclamo torcendo il capo; — non
fate sciocchezze!

— Sarebbe una sciocchezza non farlo, vi pare?

— No, affatto!

[pg!217]
— Avete un profumo che mi turba...

— Sì? Lo compero da Houbigant; venti lire la boccetta.
Come vedete il prezzo è ragionevole.

— Per carità! Non è di quel profumo che parlo.

— Davvero? Allora non saprei...

E più che il profumo ancora, mi turbava il contatto del
suo corpo fragile.

— Ma sì, ne avete un altro, un altro senza nome, indefinibile...
Perchè non portate il busto?

— Non lo porto mai; forse non mi è necessario... su,
lasciatemi stare!

E mi puntò le due braccia contro le spalle, per tentare
di respingermi. Le maniche ampie della vestaglia scoprivano
le sue braccia venate; s'indovinava il buio tepore
dell'ascelle, ov'io spinsi d'improvviso, e con un brivido,
la mano irrequieta.

— Ah, no, via... mi solleticate!...

Le sue fine guance si coversero di un turbato rossore.
Un fermaglio antico le teneva chiusa la vestaglia sul
petto, ed io l'apersi.

— Oh, ma come siete insolente...

— Datemi un bacio, piccola Yvonne!

— No!

— Uno solo...

— E poi?... — fece, scoprendo nel sorridere i denti
bianchissimi. Sentivo la sua morbida persona, sotto la
vestaglia tenue, aderirmi come una carezza sola.

— Poi... — dissi — mi piaci! mi piaci!

Aveva negli occhi profondi una specie di stupefazione,
le narici finissime le tremavano appena, come se aspirassero
un profumo forte.

— Mi sei piaciuta sùbito, — continuai; — l'altra sera,
quando giocavi, provavo terribilmente la tentazione di
mordere la tua bocca...

Ella piegò il mento sul petto; una grande ombra le
ravvolse il viso immobile.

— Guardavo i tuoi polsi, e mi pareva di sentirmeli
passare su le tempie, forti e fragili. Guardavo, per la
[pg!218]
scollatura, la tua schiena divisa da un solco profondo, i
tuoi seni malnascosti, e mi sentivo male.

Incrociò le braccia sul petto, quasi per vietarlo alla mia
tentazione, piegò il mento e non rispose. Ma ogni tanto
un piccolo fremito correva per tutta la sua persona, le
sue ginocchia tremavano appena.

— Mi sembri una creatura piena di malefizio, piena di
crudeltà, e ti desidero per questo. Se non ti potessi avere,
credo che ti batterei!

— Perchè mi dite queste cose?... — ella domandò con
la voce un po' tremula, tendendomi la bocca.

E i denti piccoli, minuti, le brillavano fra le labbra
scarlatte.

— Perchè ti amo! Perchè ti voglio! Mi sembri una
cosa del tutta sconosciuta e nuova.

— Tu ami un'altra... — ella profferì sommessamente.

— No, te! — risposi con rabbia.

Ella rovesciò il capo su la spalliera, con una specie di
ubbriacata gioia, offrendomi la gola solcata di vene sottili.
I capelli, tratti all'indietro dal lor peso, le scoversero la
fronte; sui rossi labbri un velo di umidità brillava, e,
leggera come fosse una cosa di piume, io, con impeto, la
sollevai nelle braccia...

Le orchidee ci videro passare.

[pg!219]




VI
==


Era il 14 Luglio, grande anniversario della festa repubblicana.
Trofei su le case, giostre nelle piazze; ad ogni
angolo, ad ogni attimo, la Marsigliese e la Matchiche, la
Matchiche e la Marsigliese. Tutte le miserie, tutte le ciurmerie
nella strada; pareva che gli ospedali e le galere
avessero per quel giorno dato lo sfratto alle lor sordide
clientele. Il popolaccio menava un carnevale sconcio in
memoria del prodigio compiuto: quello di aver sfrattato
il monarca dal più bel trono del mondo. Una calura insoffribile
si mesceva al lezzo di quel fango democratico,
e non potendo far meglio che starmene quietamente in
casa, l'idea mi venne di scrivere a Fabio Capuano. Gli
mandai questa lettera, la prima dopo un silenzio di molti
mesi.

   | «\ *Fabio caro*,

Per aver così a lungo taciuto, penserai forse che l'amico
tuo di tanti anni abbia mutato affetti mutando paese. Non
sei nel vero se pensi così. Tutto può significare il mio
silenzio, tranne che tu mi sia men vivo nella memoria. Un
sentimento quasi di disagio m'ha impedito finora di riprendere
con te, a cuore aperto, l'antica nostra confidenza.
Ma ora, il desiderio di conoscere come vivi e dirti
come son vissuto, è maggiore di ogni altra considerazione.
Dopo la mia breve lettera da Torre Guelfa, con la quale
ti avvertivo che avrei lasciata l'Italia per vivere qualche
[pg!220]
tempo in questa bella Parigi, ecco le cose come andarono.
Elena ed io si venne ad abitare una piccola casa, deliziosamente
nostra, nella rue de l'Arc de Triomphe, in
vicinanza del Bosco. Entrambi si aveva in mente, oltre
che il nostro amore, qualche proposito serio per la vita
futura, poichè non ti nascondo che verso in condizioni
abbastanza precarie. Partendo, anzi, (cosa che ti ho taciuta)
fui costretto a vendere alcuni altri campi delle mie
ultime terre. Ma il mio proposito era quello di lavorare...
Tu certo ne riderai! «Se continui così, la tua vita
folle si chiuderà con un colpo di pistola» — mi dicevi
sempre.

Io, finora, quantunque navighi per acque procellose,
non vi penso affatto. Volevo imprendere un commercio,
o trafficare in Borsa, ma l'una e l'altra cosa per ora non
sono avanzate d'un passo. Confido molto in Gualtiero
Alessi, che tu pure devi conoscere, il quale vive a Parigi,
da molti anni ed è notissimo nel ceto bancario. Così attendo;
e l'attendere, come sai, vuol dire starsene con le
mani in mano alla mercè del caso. Elena invece si è mostrata
piena di energia; frequenta con assiduità una scuola
d'arte drammatica e sarà presto attrice, poichè si dice
che debba riuscire a meraviglia. Non potrò mai abbastanza
dipingerti quanto la natura di questa donna sia
bella ed ammirabile. Mi ha dato giorni d'intensa felicità.

Ma l'uomo che hanno invidiato, che fu maestro nell'arte
del vivere, oggi, mio buon Fabio, è vicino a compiere
la sua parabola di decadenza. È deplorevole, ma non lo
posso tacere. Il denaro è finito; e non certo il denaro io
rimpiango, ma la bella padronanza ch'esso mi dava di
me stesso e d'altrui; non il denaro, ti dico, ma tutte le
sovranità che mi attribuiva questo scettro perduto. Se di
me ti domandano di Roma, di' solamente che vivo una
vita tranquilla. E tu, se non mi serbi rancore, scrivimi
qualche volta, chè troppo il tuo silenzio mi lascia il cuore
deserto.

Scrivimi anzitutto se ora sei lieto per le cose tue, poi
dammi ogni notizia la quale mi possa concernere: dimmi
[pg!221]
che avvenne dopo la mia partenza, quali furono i giudizi
degli amici nostri e — per la pace della mia coscienza — dimmi
anche se la tranquillità è tornata in
quella triste anima che ho fatta soffrire.

Serba nel cuore l'amicizia ch'io ti mantengo immutata
e volgimi qualchevolta un pensiero d'affettuoso ricordo.

.. class:: right

| :small-caps:`Guelfo`».

Alcuni giorni dopo aver scritta questa lettera mi recai
senz'altro da Gualtiero Alessi, dicendogli che mi ero finalmente
deciso a praticar la Borsa, premendomi d'incominciar
subito alcune speculazioni che m'avevano consigliate.
L'Alessi cercò di spiegarmi come il venir dell'estate portasse
un rallentamento notevole in tutti gli affari e come
sarebbe stata miglior cosa indugiare fino all'autunno. Ma
io con molte ragioni tanto lo convinsi, che accettò di
aprirmi credito nella sua banca ed acquistare a mio nome
una certa quantità di titoli minerari, sui quali la speculazione
era vivissima in quei giorni.

La cosa non era onesta, perchè gli avevo dovuto mentire
su molte circostanze; non solo, ma se la speculazione
fosse fallita, non avrei potuto risponderne altrimenti che
vendendo Torre Guelfa, e ciò con indugio, con vergogna
e con rimpianto. Ma non era più tempo di scegliere la
strada migliore: le mie strettezze crescevano; le rendite
delle mie campagne, affidate ad un amministratore in
Roma, non bastavano per pagare gli interessi ai molti
creditori, e, finito l'ultimo denaro, non avrei saputo a qual
rimedio appigliarmi. Dunque non potevo contare che sopra
una salvezza disperata.

Forse da me solo non avrei osato; ma il d'Hermòs,
scaltro e cauto consigliere, m'insegnava che gli scrupoli
sono timidezze in un cuor virile.

Presi allora l'abitudine di passare ogni mattina qualche
ora in Borsa; la sera di quando in quando mi recavo
con Elia dalla contessa di Clairval, a tentare la fortuna
delle carte in quella casa equivoca, non osando mostrarmi
[pg!222]
nei Circoli dei quali ero socio, per non rendere palese la
mia decadenza. Vi rivedevo la piccola Yvonne, che al
giuoco era per me una specie di talismano, ma che talora
mi metteva in angustie per il suo modo inopportuno d'ostentare
la nostra familiarità.

Una sera Elia, prendendomi a parte, mi disse a bruciapelo:

— È chiaro che sei divenuto l'amante d'Yvonne Tellier. — Da
qualche giorno ci davamo del tu. Io risi e non
volli rispondere. — Andiamo! non vorrai farne un mistero
con me? Poi, se anche tu neghi, non sembra che
Yvonne si dia la pena di farne alcun mistero.

— Ebbene lo fui per una volta, se proprio t'interessa.
Un capriccio, un obbligo anzi... La cosa ti pare poi tanto
grave?

— No; ma ti credevo innamorato di Elena.

— Eh, via, questo non c'entra! Che sciocchezze mi vai
dicendo? Si giocò insieme la prima sera, si vinse, come
sai; le dovevo pur qualcosa, ti pare?

— Bada! Io ti dico solamente: bada!...

— Oh, e perchè?

— È una donna perfida.

— Questo non m'impensierisce; anzi, un'attrattiva
di più!

— Senti, Guelfo; può darsi che tu le sia piaciuto;
forse come uomo, forse perchè ha inteso dire che hai
un'amante straordinariamente bella. In ogni modo, ti ripeto:
sta in guardia!

Risi di nuovo e scrollai le spalle:

— Bah!... tu parli così perchè vi odiate a vicenda.

— Io non la odio; lei forse.

— Ma per qual motivo? Non me lo ha voluto dire.

— È una storia piuttosto complicata. Intanto ha creduto
che io volessi farle perdere il suo amante, il senatore
Vautrier, quello che possiede le grandi fabbriche di velluti...
Mentre si trattava di ben altra cosa.

— E precisamente?

— Oh... inezie! Te lo racconterò un'altra volta. Mi odia
poi per un'altra ragione, più delicata...

[pg!223]
— Sei stato il suo amante?

— No; lo fui di sua madre, che morì giovane, lasciandola
in condizioni da poter divenire una donna
onesta. Ebbi il torto di non abusarne allora... Sono delicatezze,
queste, che una donna intelligente non perdona
mai.

E se ne andò ridendo. Quest'uomo, in alcuni momenti,
esasperava i miei nervi, e quanto più mi sentivo divenire
la sua preda necessaria, tanto più la mia fierezza lo respingeva
con una specie di sorda ostilità. Era vicino — e
lo intuivo — lo scioglimento del lungo nostro equivoco:
le sue parole di giorno in giorno si erano fatte più esplicite;
mi pareva che ogni volta, quando ci si vedeva, egli
stesse per farmi una proposta, e non sapevo qual fosse nè
sapevo se l'avrei accettata o respinta. Ciò che più m'irritava
era la chiarezza delle sue intuizioni, era quell'indagine
cauta e sicura che gli avevo lasciata compiere sul
mio spirito e sui casi miei. Certo io potevo servirgli a
qualcosa; ma poichè nel medesimo tempo egli conosceva
i miei dissesti, doveva solo contare su quanto ancora possedevo
d'intatto, e cioè il mio nome, le ottime conoscenze,
il grande prestigio della mia perduta signorilità.

Voleva che andassimo a passar l'estate insieme.

— Non penserai — mi diceva, — di cuocerti a lungo
sui deserti marciapiedi parigini, o di correre avanti e indietro
sui battelletti della Senna, che rappresentano la
villeggiatura degli impiegati municipali.

— Difatti la prospettiva non mi attrae.

— Io vado a Trouville, poi a Biarritz, come tutti gli
anni: vieni con me.

— Lasciami riflettere qualche giorno; ti risponderò
prima che tu parta. I miei titoli salgono; per ora non
vorrei liquidare.

— Bah!... i titoli! Vendi, Guelfo. Ti seguito a dire:
vendi!

— Va bene, va bene. E la contessa di Clairval dove
passa l'estate?

— Ha una casa di campagna in Provenza. Verso l'autunno
[pg!224]
viene a Biarritz. Ricòrdati ch'entro la settimana
prossima io me ne vado.

— È inteso.

— Ora senti, Guelfo: se tu, — siamo abbastanza amici
per poterne parlare, — se tu avessi bisogno di qualsiasi
cosa... non fare complimenti con me.

— Di nulla ho bisogno, grazie, — risposi arrossendo.

— Tanto meglio.

Due giorni dopo feci vendere i titoli con un guadagno
di quindicimila lire, che, con altre seimila ricavate la settimana
antecedente, provvidero a sollevarmi dal disagio.
Credetti per un momento alla resurrezione: molto spesso
il giuoco mi aveva dal nulla procacciato guadagni assai
notevoli. Per prima cosa mi recai da un gioielliere, il
quale aveva nella vetrina un anello, che un giorno Elena,
passando, aveva tanto ammirato. Entrai, me lo feci mostrare.
Era un brillante bianchissimo, tagliato a forma di
cuore, con l'incastonatura di smalto azzurro.

— Quanto costa?

— Per lei quattromila lire, signor conte. — Pagai senza
mercanteggiare, ed in quell'atto mi pareva di rinascere.
Tornando verso casa, tutte le vie di Parigi mi sembravano
belle come non mai. Quando Elena mi venne incontro,
presi una sua mano, le passai l'anello in dito, poi tenni
la sua mano prigioniera.

— Non guardare! È un regalo che ti faccio. Ho guadagnato
molto denaro.

Ella svincolò la mano ridendo; guardò l'anello, mi fissò
con aria stupita e riprese a considerare il brillante.

— Oh, ma sei pazzo! — esclamò. — Lo sai bene che
non voglio regali!

— Perchè, Elena? Mi fa un piacere infinito regalarti
una cosa che ti piaccia.

— Ma tu non puoi, non devi, spendere il denaro a questo
modo. Che magnifica pietra.

— Ti ripeto. Elena: ho guadagnato molto.

— Molto?

— Sì, quindicimila lire ancora.

[pg!225]
— Ed hai comprato questo? Ma sei pazzo, ti dico! No,
riprendilo, non voglio.

— Oh, questo poi!... Lasciami almeno il diritto di farti
un piccolo regalo.

— Mi chissà quanto l'avrai pagato!

— Che importa? L'anello ti piace o no?

— È una maraviglia. Ma tu non devi spendere, Germano.

E mi buttò le braccia al collo.

— Del resto, — le dissi, — non avere scrupoli: se il
bisogno tornasse, un brillante è sempre un brillante.

— Questo sì; ma ti ripeto che sei pazzo.

— Guarda come ti sta bene!

Poi si parlò della campagna:

— Andremo al mare, od in montagna, come vorrai.
Passeremo un'altra estate, noi due soli, in un luogo tranquillo,
come a Torre Guelfa l'anno scorso... Vuoi?

Ma due giorni dopo, mentre passeggiavo prima del
pranzo m'incontrai con il segretario dell'Ambasciata Italiana,
il conte Vigna, che volle a tutti i costi condurmi al
Circolo della «rue Volnay». Si giocava una partita violenta;
mi venne la tentazione di prendere un banco.
Pensai che nella vita un nonnulla produce talvolta le
grandi cose; poi mi sentivo allegro: tentai. Perdetti, e
me ne volli andare. Ma per abitudine il cassiere, come
faceva una volta, mi portò alcuni gettoni da mille lire.
In due mazzi sparirono. Me ne feci portare altri: li perdetti.
Questa volta uscii, triste, umiliato, con il pensiero
di aver commessa una cattiva azione. Avevo perduto
mille e cinquecento lire, in più ne dovevo seimila alla
cassa. Pensai alla tristezza di Elena, a tutte le speranze
che riposavano su quel denaro sfumato ed ebbi voglia di
piangerne io stesso. La strada era lunga per giungere
alla mia casa e la percorsi a piedi.

— Infine, — mi dissi, — poco male. Ora non c'è rimedio.
Bisognava non andarvi.

Ma su la porta di casa mi venne un'altra idea:

— Perchè rattristarla? Non le dirò nulla. Dopo pranzo
andrò a pagare; tenterò con altre mille lire. Chissà mai?...

[pg!226]
E il pranzo passò giocondo.

La sera tornai al Circolo, pagai sùbito il mio debito;
ritentai con altre mille lire: perdetti. Ben deciso a non
giocar oltre, me ne stetti a guardare i giocatori; oziai
per le sale discorrendo con alcuni amici; si bevve un
poco, si parlò di cose gaie. Sul tardi entrai di nuovo nelle
sale da giuoco, dicendo al domestico di portarmi cappello
e soprabito, perchè volevo andarmene. In quel momento
si metteva un banco all'asta, e, non so come, un'offerta
m'uscì di bocca:

— Mille e cinquecento! — dissi. Il banco fu mio.

Domandai pochi gettoni al cassiere, deciso ad abbandonare
sùbito il banco, ma per avventura cominciai vincendo.
Alle tre del mattino dovevo alla cassa dodicimila
lire. Il Vigna, venendomi vicino, mi consigliò in italiano:

— Vattene, Guelfo! Questa sera non c'è verso che
tu vinca.

— Già, è vero.

Vuotai d'un fiato il mio calice di whisky e me ne andai.
Presi una carrozza del Circolo per giungere più in fretta:
volevo raccontare tutto ad Elena, sùbito, sùbito. Ella
pianse un poco, ma non mi fece alcun rimprovero. Aveva
in dito l'anello; si levò a sedere sul letto, se lo tolse e
me lo diede.

— Prendi; ne avrai forse bisogno.

— No, amore: questo no: — E mi sentii due lacrime
scendere giù dalle ciglia, caderle sul braccio nudo.

— Allora, come farai?

— Non so, che importa? Elia forse... oppure scriverò
a Roma.

Il giorno dopo non andai a pagare. Mi conoscevano,
avrebbero atteso. Non potevo rassegnarmi a rendere quel
denaro guadagnato in Borsa poichè mi era tanto necessario.
Il domani Elia mi scrisse dicendomi che gli urgeva
parlarmi, sicchè mi pregava di passare da lui nel pomeriggio.

Abitava un pianterreno elegantissimo, con sale spaziose,
adorne di oggetti esotici raccolti ne' suoi viaggi. Quando
[pg!227]
entrai nello studio, egli stava scrivendo una lettera di
molte pagine, che interruppe a mezzo. La scrivania, vasta
come una cattedra, era ingombra di libri, manuali, vocabolari,
codici e scartafacci.

— Che fai tra questo disordine? Mi sembri un ministro
nel suo gabinetto di lavoro.

— Ho sempre sottomano i libri che mi hanno insegnato
a vivere. Questi per esempio.

E mi segnò con la mano Spencer, Schopenhauer, Kant.
Girando lo sguardo a caso, vidi una Storia di Francia, un
Codice di Diritto Marittimo, le Odi di Orazio, un opuscolo
su l'estradizione, un manuale delle pietre preziose, le Epistole
di Seneca, le Memorie di Casanova, ed un libro che
portava questo nome: «Storia dell'America prima dell'invasione
latina».

— È la vernice — diss'egli, seguendo il mio sguardo
e designandomi quei libri con un gesto riassuntivo. Bisogna
sapere un po' di tutto; molto sarebbe inutile. Ho
l'ambizione di credere che nessuno possa farmi un discorso
al quale io non sappia rispondere. Gli uomini ti ameranno
quando saprai tenerti al loro livello, mostrando sempre di
esserne un poco al disotto, almeno in quelle materie nelle
quali si credono più ferrati.

— Senti, lasciamo i soliti aforismi e dimmi perchè mi
hai chiamato.

Prevedevo un esordio ampolloso e mi premeva di andar
sùbito alla meta.

— Ecco qua. È inutile essere amici quando l'amicizia
non reca nessun vantaggio a chi la professa; ti pare?

— Tu hai sempre ragione; continua, — feci, stendendomi
nella poltrona con l'attitudine di chi deve apparecchiarsi
ad una lunga pazienza.

— Dunque, — riprese, — mi son risolto ad uscire
un poco dal riserbo che mi è parso necessario di usare
con te.

— Bene! Questo mi fa piacere, perchè infatti era una
condizione di cose molto ambigua.

— Non cominciare a prender ombra, mio caro amico, e
[pg!228]
stammi a sentire. La colpa di quest'ambiguità è tutta tua,
perchè finora ti sei nascosto.

— Può darsi. Quand'io non vedo chiaro...

— Precisiamo le cose. Tu, Guelfo, sei un irresoluto;
null'altro. E il nasconderti poi non ti è servito a nulla,
perchè io conosco le tue condizioni, oserei dire, meglio
che non le conosca tu stesso.

— Lo so.

— Dunque non ne val la pena; tanto più che io sono
un buon confessore, e nel mio confessionale sono venute
ad inchinarsi alcune fronti più altere che la tua. Sii franco:
tu sapevi benissimo che l'amicizia nostra doveva, in un
modo o nell'altro, giungere ad un fine determinato, poichè
avresti avute mille occasioni per interromperla, se veramente
fossi stato alieno da questa eventualità.

— Non capisco le tue parole, — dissi duramente.

— Via!... sono certo che le comprendi benissimo. Non
occorre per ciò una grande immaginazione. Ma, se desideri
che si parli con maggior chiarezza, lo farò volentieri.
Senti, Guelfo, lasciamo le vie trasverse: tu potresti
essermi utile, come potrei a mia volta esserlo per te;
lo abbiamo compreso entrambi, e si deve, tra uomini,
decidere apertamente: o sì, o no.

— Ricòrdati anzitutto, — gli dissi — che finora io sono
sempre stato un uomo onesto.

— Ne sei ben certo? — egli fece ambiguamente.

— Non m'importa che tu lo creda; faccio questa premessa
perchè mi sembra opportuna.

— Ebbene, se a te pare un gran merito, ammettiamolo
pure. Tu sei dunque un onest'uomo: questo però non vuol
dire che io mi creda un briccone, o che, nella sua ragione
filosofica, la mia morale valga meno della tua.
Ma non si tratta per ora di mettere il nostro io sovra
una bilancia. Senti, mio buon amico, tu mi sembri oggi
un re senza terre il quale cerchi di riafferrare disperatamente
il suo dominio perduto; ma, da solo, ti affermo,
è impossibile che tu riesca. Non nasconderti più
a' miei occhi; è inutile. Conosco troppo gli uomini e
[pg!229]
troppi ne ho veduti giungere al tuo segno. Quello che tu
sei oggi, sono stato più volte io stesso, nella mia vita: ma
non avevo i pregiudizi e per questo mi risollevai sempre.

— Cosa chiami tu un pregiudizio? — feci, per un desiderio
di laconismo.

— Chiamo pregiudizio tutto quello che l'uomo non fa
per timore dell'opinione altrui, ma che farebbe, quando
avesse la certezza della impunità. Da questo immagina
quanto la serie dei pregiudizi è grande. Io, vedi, li ho
tutti esclusi: vi sono passato sopra, calpestandoli come
fango; ciò nonostante — e forse ne stupirai — la coscienza
non mi rimorde per nessuna fra le azioni che ho
compiute in vita mia.

— Si vede, — osservai ridendo — che nella tua casa la
coscienza è un'inquilina poco importuna!

— Non ho ancor fatto visita alla tua, però mi augurerei
di trovarla così ben educata com'è la mia.

— Dunque veniamo al fatto.

— Piano, mio caro tu precipiti! Ho molte cose che debbo
dirti prima. Intanto permettimi ch'io ti faccia un ritratto
morale.

— Volentieri, ma un'istantanea, ti prego, perchè odio
la posa.

— Oh, ti fermo sùbito alla tua prima dichiarazione! Tu
non odii la posa, no, perchè anzi non v'è nulla di spontaneo,
di naturale in te. L'abito che ti sei fatto è una
maschera, simpatica se vuoi, di ottimo gusto se vuoi, ma
una maschera in ogni modo. Senza questo atteggiamento
la tua vita non avrebbe avuta una ragion d'essere. Con
esso ti sei dato un carattere, una tua fisionomia.

— E quale di grazia?

— Petronius arbiter elegantiarum aveva meno tradizione,
ma più tempra di te. Egli era un intellettuale ed
un sensuale; tu non sei in fondo che un uomo profondamente
corrotto. Egli era un amabile cinico, tu sei un
cinico per svogliatezza. Egli sarebbe stato «l'arbiter»
anche in una provincia barbara, o nel circo, tra gli schiavi,
o nelle bettole della Suburra, perchè la sua professione
[pg!230]
di eleganza era in lui, più che un'abitudine oziosa, una
convinzione, un bisogno, una bella e continua familiarità.
Egli chiuse la sua vita con un gesto magnifico, e morì
com'era vissuto, insegnando la sua serena indifferenza. Tu
sei stato un arbitro finchè il denaro ti è bastato ad esserlo;
ma oggi ti sprofondi nella mediocrità, e, tu per primo, ti
riconosci un vinto.

— Oh, insomma, che c'entro io con Petronio! Che c'entra
Petronio con quello che mi devi dire?

— Bene, se hai fretta, concludiamo. Io sono verboso;
non è colpa mia. Il Padre Eterno, raccontano, con la
parola creò la luce.

— E tu?

— Ed io ti dico: Caro Guelfo, mio buon amico, tu stai
per andartene a picco. Sei, ti ripeto, un re senza terre,
che s'incammina verso l'esilio. Ora, mentre da solo non
hai l'audacia nè la forza di risorgere, un uomo ti si avvicina,
e quest'uomo son io, il quale ti dice: «Vuoi ritentare
la prova? Io possiedo per te qualche arma fatata.»
Vediamo; cosa rispondi a quest'uomo?

Lo guardai nel viso, a lungo, prima di parlare; poi dissi:

— Gli domando anzitutto perchè m'aiuta. La sua generosità
non mi è chiara.

— Quello che a te serve, serve a me pure. Si tratta di
un bene reciproco.

— Allora domanderò a quest'uomo, — seguitai sorridendo, — quali
siano le armi che possiede, o se non parli
per caso di armi proibite, perchè io non vorrei ferirmi
per voler ferire.

— Dio sia lodato! — esclamò con sospiro. — Finalmente
parli chiaro! Ecco, ti rispondo sùbito; armi sicure,
precise, caute, al maneggio delle quali bisogna senza
dubbio esser nati.

— Allora comprenderai anche, — lo interruppi con una
voce fredda, — come questi tornei sorpassino la mia
destrezza e, se permetti, la mia coscienza.

Egli, si accarezzò la barba con un gesto lento, guardandomi
fisso, e mi rispose accentuando le parole:

[pg!231]
— Certo sorpassano la tua destrezza, ma credo insieme
che la tua coscienza vi si potrebbe adattare senza troppe difficoltà.
Ad ogni modo non ho mai pensato di mettere
queste armi nelle tue mani.

— Cos'hai pensato allora? — feci sorpreso.

— Ecco ti spiego. È certo più facile trovare mille uomini
disonesti, che un sol uomo il quale abbia il coraggio
della propria disonestà. Uso questa parola, perchè non mi
soccorre alcun sinonimo più adatto ad esprimere la mia
idea. Spesso mi ricordo di due compari, che insieme concertavano
e compivano ogni sorta di bricconate, ma l'un
d'essi era così ameno che dava in ismanie terribili
quando l'altro, per aizzarlo a fatti compiuti, lo trattava
di ladro e di furfante. Questo è l'uomo, amico mio... la
bestia più illogica della creazione!

— Grazie, feci ossequiosamente. — Grazie di tutto cuore,
perchè mi avvedo che la tua gentile parabola, è un modo
prolisso e garbato per darmi del furfante.

— Oh, figurati!... Se mi hai compreso, basta. Sappi solo
che queste armi non ti sarebbero date in mano, ed anzi
non le dovresti nemmeno conoscere; ciò per prudenza e
perchè la tua coscienza possa dormire in pace.

— Insomma, veniamo agli esempi. Cosa dovrei fare io?

— Questa volta un viaggio, se vuoi. Oh, comodo, breve,
nei treni direttissimi...

— Un viaggio?

— Sì, guarda.

Aperse un piccolo forziere e trasse da uno scrignetto
una collana di perle orientali, che le sue mani esperte
giravano e rigiravano adattandole al più propizio riflettersi
della luce.

— Vedi questi perle? — mi disse pacatamente. — Sono
magnifiche, ti pare? La collana vale duecentocinquanta
mila lire almeno. Guardale attentamente.

Presi la collana, l'osservai.

— Belle, molto belle: una rarità.

— Credi che possano valere quel prezzo?

— Senza dubbio; forse più.

[pg!232]
— Bene: siccome non mi servono, le vorrei vendere, — disse
tranquillamente, con un sorriso arguto. — Le
vorrei vendere, ma via da Parigi; a Londra per esempio;
e vorrei che in luogo mio ci andassi tu, come se fossero
tue.

— Oh, grazie del pensiero gentile! Conosco!... grazie!
conosco!...

— Tu non conosci nulla, mio buon Guelfo! — egli
esclamò con indulgenza. — No, nessuna molestia, di
nessun genere, nè ora, nè mai. Diversamente sarebbero
armi triviali, mentre le mie, ti ho detto, son caute, sicure
precise... Solo bisognerà darmi retta ciecamente, avere
fiducia nel mio senno.

— Ma quale sicurezza puoi darmi rispetto alla... come
direi?... legittimità di questa vendita?

— Nessuna, evidentemente, fuorchè la certezza morale
che, se vi fosse un pericolo, io stesso non lo affronterei,
nè, credimi, lo farei affrontare a te. Prima di tutto perchè
ti voglio bene, in secondo luogo perchè non mi conviene.
Fìdati, Guelfo; io non ho mai fatto male a nessuno in
vita mia.

Tacevo, perplesso, confuso.

— Vedi: la collana vale molto, è un gioiello da principessa.
Un conte di Materdomini la può vendere meglio
di chicchessia. Tu non devi portarmi che duecentoventi
mila lire: la differenza è tua.

Fece una pausa poi disse ancora:

— La cosa ti va?

— Guardai perplesso il mio tentatore, mentre sentivo
in tutte le mie vene il sangue battere con una violenza mai
sofferta. Le perle infatti erano meravigliose...

— Insomma, vedremo, — dissi.

Ed egli rispose tranquillamente:

— Va bene.

[pg!233]




VII
===


Nella settimana stessa partii per Londra, e seguendo le
istruzioni di Elia vendetti sùbito la collana ricavandone il
prezzo di duecentocinquantamila lire. Per spiegare ad
Elena il mio viaggio avevo dovuto escogitare mille pretesti,
raccontandole una parte sola della verità, ossia
quella che si poteva dire. Ma non mi dilungherò a narrare
queste piccole bassezze nè le innumerevoli sofferenze
morali che dovetti conoscere durante quella estate calamitosa.
Il mio delicato maestro aveva l'abilità somma
di mai farmi compiere un'azione la qual fosse troppo
temeraria per la mia pusillanime coscienza. Passammo
l'estate nei luoghi frivoli ed ameni ove la signoria moderna
riposa in bucolici ozî dalle sue cittadine fatiche.
Ed Elena mi seguiva, taciturna sovente, quasi avesse
nel suo vigile spirito un presagio del mio nuovo decadimento.
Si può ingannare l'amico, il fratello, il compagno,
si può ingannare perfino il complice, ma non la
donna che al nostro fianco è partecipe della continua
vita; e s'ella tace, se non rimprovera, se non consiglia,
ma solamente guarda con occhi pieni di taciturno dolore,
il suo silenzio è allora più terribile di una condanna
duramente profferita. E nella mia vergogna v'era
una riconoscenza indicibile per la soavità di quel perdono.

Sul principiare dell'autunno ritornammo a Parigi, nella
medesima casa, più tristemente. Fu per Elena un tempo
di ansietà febbrile e di lavoro indefesso; per me invece
un tempo d'angoscia e d'umiliazione. Mi trasformai; divenni
sospettoso, irascibile, taciturno; anche il nostro
amore ne sofferse; tutte le calamità pesarono su l'anima mia.

[pg!234]
Un giorno Elena mi disse:

— Fra qualche mese diverrò attrice: è stato il sogno
maggiore della mia vita, ed ora che sta per compiersi non
mi dà più alcuna gioia. Che fatto strano!

E rise d'un riso amarissimo, pieno di malinconia.

— Non ami più il teatro? — le domandai, pur sapendo
quanto il suo pensiero fosse diverso. Ella rovesciò il capo
all'indietro, con un moto rapido, come per scacciarne una
torma di pensieri tristi, e rispose, continuando a sorridere:

— Mi dicono che sarò una grande attrice, mi ripetono
che ho «l'anima lirica...» È la frase della mia maestra.
In poco tempo ho percorso il cammino di molti anni. Il
direttore dell'Athénée m'ha intesa ieri e sùbito m'ha
proposto di farmi debuttare nel suo teatro. Penso che
accetterò.

— Fece una pausa e mi volse nel viso gli occhi profondi,
troppo intensamente lucidi; soggiunse:

— Chissà se il giorno della mia prima recita mi verrai
a sentire?

— Oh, Elena, che bizzarrie dici! Come puoi dubitarne?

Ella scosse il capo ripetutamente, con ostinatezza.

— Forse non ci sarai più... ma non importa! Sono
sempre stata sola, ritornerò sola.

— Ma Elena!...

— Cosa vuoi rispondermi? cosa? È inutile! Ho sempre
taciuto, ma vedo chiaramente la fine. Ora studio una
parte in cui v'è questa frase: «Il nostro amore cammina
sopra un filo di spada... ma la spada è breve.» Questa
frase è fatta per noi.

— Elena, — dissi, — le tue parole mi sorprendono,
quantunque non sia la prima volta che mi fai queste nere
predizioni. Non ti ho mai voluto bene come ora.

Ed anch'io, Germano, anch'io... — profferì con le
lagrime agli occhi. — Ma tutto questo è inutile: c'è per
noi un destino.

La strinsi nelle mie braccia e volli ancora parlare; ma
ella con la bocca mi suggellò fortemente la bocca. Non so
[pg!235]
perchè mi sentii nascere nell'anima una infinita, irreparabile
tristezza, ed in quell'ora, per la prima volta, dopo
essermi trastullato con tutte le cose che nel cuore umano
hanno il valore d'un sentimento, compresi che l'amore
poteva essere una piaga insanabile, un martirio di tutte
le ore. A lungo le nostre bocche rimasero congiunte, in
silenzio; molte cose volevo dirle, ma una specie di paura
vaga le seppelliva dentro il mio cuore; molte cose anch'ella
mi taceva, trattenuta forse dalla medesima paura.

In quel tempo le lettere di Fabio Capuano si erano
fatte più frequenti; la prima che ricevetti, dopo il mio
ritorno a Parigi, fu questa:

   | *Caro Germano*,

Ti ho scritto a Vichy ed a Pau, ma poichè non ebbi
risposta, penso che le mie lettere abbiano sbagliato itinerario.
Poco male, non ti raccontavo nulla che valesse la pena
d'esser letto. Mi rallegro tuttavia nel vedere che le molte
angustie delle quali ti lagni non ti fanno perdere in ogni
caso le abitudine gaie del buon tempo andato.

Io villeggio a Rimini, e villeggio per modo di dire,
perchè a Rimini, come ti ricorderai, c'è il mare; un mare,
anzi, di questi giorni splendidamente azzurro. Io, che di
solito non faccio nulla, in questo momento mi riposo; cioè
godo con maggior intensità la delizia del far niente.

Su la spiaggia qualche dama romana ed una bolognese,
che dal tempo tuo si è molto ingrassata e nulla ravveduta,
si ricordano qualchevolta con una voce deliziosamente
languida la tua «\ *Bucentaura*», lo yacht a vela,
in cui spesso le conducevi a respirare l'aria delle solitudini
marine. Ora si contentano di andarvi sopra un veliero
da noleggio, con il barone Pietro de Luca, e con
un marinaio, perch'egli non conosce la manovra delle
vele. Ma ne conosce ben altre, non meno difficili, come
ti dirò in séguito. Sai: Pietro de Luca, l'ex ufficiale di
cavalleria ed ex-amante della marchesa Maggiorani, che
si è stancata, pare, di pagare i suoi debiti. Pare, dico,
[pg!236]
perchè si mormora che ora la buona marchesa vada facendo
la stessa cosa con Lodovico Nardi, l'ineffabile Vigetto
che tu sai. Ma questi è più borghese, più economo,
più robusto, e le costa meno. Piero de Luca tenta un'altra
via.... Poveretto! non è colpa sua se i cavalli da corsa gli
mangiano molta biada e se il giuoco gli va sempre male.
Perdonami la parentesi e pensa che dimenticavo di star
scrivendo ad un amico, il quale, secondo la tua frase,
«non gode, non pensa, non vive, non è più nulla per sè
stesso nè per altri». Faceva con te i pettegolezzi che
scrivo alle mie buone amiche romane, le quali vogliono
trovare nelle mie lettere tutta la cronaca sentimentale e
galante della tarda estate riminese. Dunque, Germano mio,
quale consiglio ti potrei suggerire? Se dovessi parlarti
seriamente, certo ti annoierei; se volessi farti qualche
rimprovero, mi troveresti uggioso, e se infine cercassi di
concludere che la condizione in cui versi non è altro che
il frutto inevitabile de' tuoi malanni, potresti a buon diritto
rispondermi che non ho fatta una scoperta straordinaria.

Tu non sei fra quegli uomini ai quali una passione
basta per colmare la vita, e siccome ti conoscevo per
tale, diffidavo assai de' tuoi primi ardori. Non dubito affatto
che ormai, su la pagina più lirica del vostro amore,
sia per sempre caduta la cenere della parola: Fine. Le tue
lettere anzi me lo nascondono a mala pena. Ed ora insorgono
contr'esso, come contro tutte le poesie, quelle infinite
inezie, quelle innumerevoli angustie, che sono il pane
quotidiano delle umili famiglie borghesi.

Non mediti, Germano, all'avvenire? Mi sembra che non
sarebbe degno della tua signorilità l'arrivare un giorno a
Roma, spennato e contrito, chiedendo a qualche grosso
mercante il favore d'un impieguccio, o forse mendicando
a qualche dicastero la grazia d'un salario burocratico. E
nemmeno sarebbe da uomo la bassezza di comprarti una
rivoltella con l'ultimo denaro, come fanno i poveri di spirito.
Quindi non vedo bene per qual via t'incammini, ed
ogni volta che penso a te mi sento stringere il cuore sbigottitamente
[pg!237]
Eri fra quei privilegiati che la fortuna si
diverte a proteggere, oserei dire per partito preso; in un
momento che per te poteva sembrare difficile, questa fortuna,
ecco, aveva provveduto a spingerti sottomano una
tavola di salvezza. Ma tu non hai voluto, e l'hai respinta,
preferendo conoscere la voluttà del naufragio. Forse, quando
avrai l'acqua alla gola, comprenderai la tua stoltezza.
Ma certo sarà troppo tardi. Vi sono molti che si affannano
per giungere a quella salvezza che ti è parsa indegna.

Il barone biondiccio e disinvolto, che ha saputo guidare
le donne con la stessa impareggiabile maestria con la
quale guida le pariglie al Pincio e conduce al traguardo
i suoi cavalli negli ippodromi, il baroncino cui non schifano
le marchese mature, ma che parla con brio, s'insinua
con scaltrezza ed assedia con eleganza — in fede mia non
perde il suo tempo. Egli ha fatta una corte serrata a
Edoarda Laurenzano, inseguendola per tutta l'estate. Come
già ti scrissi, Edoarda s'è riavuta un poco dal terribile
colpo, e, forse per puntiglio, forse perchè il tempo è un
medico infallibile, si è forzata di parer fra la gente assai
più guarita che forse non sia.

Villeggia ora nella sua villa d'Albano; mi scrive sovente,
senza parlarmi di te. Presto l'andrò a vedere.

Tu la chiamavi una creatura fragile, ed io stesso non
sospettavo in lei quella forza d'animo che ha saputo mostrare.
Le ragazze passano qualche volta una crisi, chissà
se mai d'isterismo, di romanticismo o di suggestione: poi
ne guariscono. Edoarda era molto malata nell'anima; la
sua convalescenza sarà lunga e penosa, ma non mi stupirebbe
affatto se fra qualche tempo si risolvesse ad accettare
la corte di uno fra i molti che le ronzano intorno.
Perchè, naturalmente, ogni donna deve un giorno arrivare
a farsi una famiglia, o con quello di cui fu innamorata, o
con un altro qualsiasi che le sembri almeno accettabile. Che
altro può fare la donna? Edoarda poi rimarrebbe sola,
quando la sua vecchia zia (e non andrà molto) le venisse
a mancare. Dunque: De Luca od un altro, per fierezza
se non per amore, per opportunità se non per desiderio...
[pg!238]
ma è certo che anch'ella finirà con piegarsi al matrimonio.
Dimmi, e sii però sincero: in questo lungo tempo non ti
è venuto mai una volta il rammarico di non averla sposata?
Quella casa dove andavi, dov'eri già il signore, non
ti è risalita mai nella memoria? Quella casa e tutte le abitudini
che appartenevano alla vostra vita, e la bontà di
quell'anima, ed anche il suo viso pallido... perchè in fondo
è bella, è così bella come tu stesso non puoi ricordare, tu
che la vedevi con altri occhi! Una di quelle bellezze spirituali,
che non stancano mai. Ora è ingrassata un poco
ed ha il colorito più fresco. Insomma, io voglio domandarti:
non ti è balenata mai l'idea che tutto potrebbe rimediarsi
ancora?

E basta per oggi, finchè tu mi risponda.

Questo tuo vecchio amico diventa orribilmente grigio;
può darsi che sia effetto dell'acqua di mare. Ho notate
varie cose, antipaticissime, ne' miei rispetti con il sesso
gentile. Le signore mi dànno il braccio volentieri, senza
farsi pregare, anche la sera su la spiaggia, al chiaro di
luna. Parlandomi, osano mettere una mano confidenzialmente
su la mia spalla: questo vuol dire che non mi credono
più sensibile a certi contatti lievi... Altre parlano con
me di tutti i libri sconci che si trastullano a leggere; una
perfino mi ha confidato i suoi falli!... Questo mi fa comprendere
che son entrato nel numero di quegli uomini a
cui le donne si affidano volentieri, perchè non temono
d'incendiarli troppo e nemmeno di trovarli del tutto spenti.
È l'estate di San Martino... Addio!

.. class:: right

| :small-caps:`Fabio`.»

Questa lettera mi lasciò indifferente; pensai che il Capuano
fosse un maniaco e giudicai del tutto sprecata questa
caparbia insistenza. Le sue parole mi sembravano artifizi
facili a scoprirsi, poichè non potevo credere alla rassegnazione
di Edoarda nè alla verisimiglianza dei fatti ch'egli
mi raccontava. Come supporre infatti ch'ella sopportasse
di lasciarsi corteggiare da un barone Piero de Luca, uno
[pg!239]
sfaccendato senza levatura, un cinico senza signorilità? La
figura di costui cominciò a sedermi nella mente con una
ostinazione fastidiosa, e rividi la sua bocca fatua, con quel
sorriso leggermente ambiguo, coi baffi biondi e morbidi,
che il vento gli pettinava contro le guance smorte, quando,
negli ippodromi, vestito di una giubba turchina e curvo
su l'incollatura del puro sangue, a scudisciate furiose, passava
il traguardo, fulmineamente. Piero de Luca era di
famiglia nobilissima, però da molti anni ridotto a vivere
di ripieghi; eccellente cavaliere, corteggiatore assiduo di
donne ricche e di fanciulle da marito, bel giovane, buon
parlatore, damerino avventuroso ed astuto, contava molte
amicizie tra le vecchie signore che prestavano i lor buoni
servigi per i matrimoni cosidetti di convenienza, talchè
poteva darsi benissimo che il suo colpo non andasse fallito;
e questo pensiero, in verità, mi causava una molestia
singolare.

Tuttavia, nel rispondere a Fabio, gli dissi che mi rallegravo
assai di saper Edoarda sulla via della guarigione,
anzi facevo i miei più caldi voti per un suo prossimo fidanzamento.
Soggiunsi che in fondo questo poteva servire
a dimostrargli come d'amore non si muoia mai. Lo consigliavo
accademicamente a dissuaderla dallo sposare il
de Luca, dicendogli che per mio conto ero fermo nel mio
partito, credendo sempre di aver prescelta la strada più
opportuna e più leale per entrambi.

In quel tempo avevo ricominciato a giocare, con buona
fortuna, e qualche speculazione mi aveva nuovamente
procacciati lauti guadagni. Il d'Hermòs venne un giorno
ad annunziarmi che doveva partire.

— Dove pensi andare? — gli domandai con un certo
stupore.

— Al Cairo prima, e forse dopo in America.

— Un viaggio di esplorazione? un giro artistico? od
una fuga? — gli chiesi ridendo.

— Fuggito non sono mai! — dichiarò fermamente,
con una voce piena d'orgoglio. — Ma se vuoi conoscere
lo scopo di questo viaggio, dimmi prima se desideri seguirmi.

[pg!240]
Risposi recisamente:

— No, no. Preferisco attendere il tuo ritorno. Sai che
non lascio Elena.

— Eppure, — mi disse con accorgimento — avevo per
te un magnifico progetto.

— Rifiuto in anticipo; grazie!...

— Tuttavia lasciami dire. A Nuova York ed a Washington
frequento alcune fra le famiglie più ricche di
laggiù e conosco tutta la nuova nobiltà del dollaro. Vi
sono molte misses che amerebbero il tuo bel nome, non
senza molto apprezzare la tua corporatura snella. Perchè
non prenderesti moglie?

— Anche tu!... Per l'amor del cielo! Ti ho pur narrata
la storia di Roma!

— E ti ho già detto anche il mio parere: sei stato uno
sciocco. Insomma, ragazzo mio, tu non sai vivere. Sei un
sentimentale, un romantico, nonostante le tue pose. Una
moglie ricca è uno fra i tanti modi coi quali risolvere il
problema della vita. Perchè si tratta di risolvere, non di
lasciare sempre, come tu fai, le cose a mezza via. Ti
prometto una moglie adorabile! Sai, quelle reni delle
anglo-sassoni, che paiono sempre tese in uno spasimo di piacere;
alta, snella, con l'andatura elastica, una stupenda matassa
di capelli dorati, il colorito sano, e, con tutto questo,
due o tre milioni di dollari, che tu ritorneresti a spendere
gaiamente in mezzo ai nobiluomini romani. Cosa ne dici?

— Mi domando perchè non la sposi tu questa fidanzata
ideale?

— Ma io, caro Guelfo, non ho bisogno di prender moglie.
Non solo; ma potrebbe anche darsi che ne avessi
già una, chissà dove, chissà da quando, ma una insomma....
A te invece non rimane che questo rimedio, poichè ti giudico
refrattario a tutti gli altri.

— Sei bizzarro anche tu! Guarda: oserei dire che non
ho preso moglie, solo perchè tutti, con una insistenza esasperante,
mi spingevano al matrimonio.

— Ed è naturale! Chi ti conosce non può darti altro consiglio.
Da scapolo hai tutto goduto e ti annoi; prova nel matrimonio:
[pg!241]
chissà mai? Se non desideri venire con me in
America, torna invece a Roma e sposa quella che hai lasciata.

— Senti, Elia; avevo un solo amico, e tanto fece che
mi urtò i nervi con i suoi continui discorsi matrimoniali....
Ora cominceresti anche tu?

— Io te ne parlo per la prima volta e sarà forse l'ultima.
Senza ragione mi sono affezionato a te, vorrei vederti
felice. Dunque ascoltami. Ora ti sei concesso anche l'ultimo
capriccio, hai amato — hai creduto di amare una
donna — l'hai avuta: basta. Non bisogna mai perdere il
senso della misura, specialmente nelle cose inutili, come
l'amore. Poi, vedi: neanche l'ami! E te lo dice un uomo
tutt'altro che sospettabile di troppa sentimentalità. Via!...
tu non sai nemmeno cosa voglia dire, questa parola
«amore», della quale fai spreco; ed io stesso te ne potrei
persuadere, io, che una volta l'ho saputo, e che in
tutta la mia vita, oggi ancora, sopporto le conseguenze di
quel fatto lontano. Ma tu, vediamo, cosa fai per questa
donna che dici di amare? Quali sacrifici sei capace di
compiere per lei, nel bene o nel male, perchè in fondo è
la stessa cosa, tu che non conosci nemmeno la tua volontà?
No, Guelfo, tu sei un uomo tutto d'apparenze, ma
in verità profondamente inutile e profondamente arido.

— Avrai notato che non mi difendo mai delle tue accuse.
Certo non faccio pompa de' miei sentimenti; li tengo
per me, con una certa gelosia, lasciando che gli altri giudichino
appunto dalle apparenze. Ma infine perchè t'interessi
ad un uomo tanto spregevole?

— Ecco una domanda che mi pone in grave imbarazzo.
Prima di tutto perchè mi sei stato utile, anzi perchè potevi
esserlo, a te stesso ed a me, in un grado assai maggiore,
se una certa paura, mascherata dietro le spoglie dell'onestà,
non ti avesse fatto preferire sempre le mezze tinte, la
mezza luce, il bilico perenne tra un partito e l'altro. Gli
uomini della mia specie hanno l'occhio dei segugi e l'odorato
dei bracchi; dal primo giorno in cui c'incontrammo
ebbi l'intuito chiaro delle tue condizioni e compresi tosto
quale poteva essere l'ultimo valore della tua disutilità. Mi
[pg!242]
hanno chiamato una volta «il corruttore», e certo io
considero gli uomini sotto un aspetto puramente utilitario.
C'è quindi tutta una umanità la quale per me non conta.
Son quelli che tu potresti prendere per i piedi, mettere
col capo all'ingiù e scuotere ben bene, senza vedere un
soldo piovere dalle loro tasche. Tutti gli altri hanno indistintamente
un valore, che bisogna stimare con scrupolo,
sfruttare con intelligenza. Taluni spesso non sono che un
tramite per giungere altrove: tu eri fra questi; ecco perchè
ti ho scelto.

— La tua franchezza vale tutte l'altre virtù che ti mancano, — convenni.

— Quando si può essere sinceri perchè mentire? Così,
alle ragioni che ti ho dette sopra, devi aggiungere qualche
nota sentimentale, se vuoi, ma sincera. Un certo rincrescimento
nel vedere un uomo come te ridotto alle meschine
angustie della gran fauna borghese, una simpatia
spontanea da uomo ad uomo, un bisogno quasi di paternità
che m'invade con il crescere degli anni, ed ancora, che
vuoi? la inguaribile malattia di tutti i maestri: quella di
far discepoli, per non aver studiato invano questo grande
problema della vita, la quale è un grande libro di chiromanzia,
pieno di molta saggezza per chi vi sappia leggere.

— E tu, mago, mi hai finalmente cavato un oroscopo
singolare.... Vuoi che prenda moglie! Non mi credi capace
d'altro? Vi sono momenti nei quali mi sento giovane ancora
come a vent'anni! Poi, vedi, non c'è rimedio; si vive
secondo il proprio destino. Anche gli antichi dicevano:
«Sequere deum!...» Seguire il proprio Dio.

— I filosofi sono i genii dell'umanità inutile. Si dice
ch'essi ci abbiano regalato il lume della ragione; ma non
è vero. Sono riusciti semplicemente a chiudere in formule
speciose alcune verità che il comune buon senso permette
a chiunque d'intendere o d'intuire. Fa dunque a tuo modo;
ma cerca di non pentirtene. Il pentimento è la vigliaccheria
più triste.

[pg!243]




VIII
====


Un'altra lettera di Fabio Capuano:

«Novembre, triste mese. Gli uomini, che hanno paura
di tutto, hanno anche paura dell'inverno e guardano in
cagnesco il cielo. Roma si ripopola dei reduci dalle circostanti
villeggiature e si prepara, come fa tutti gli anni, a
divertire gli ospiti con molte chiassate. Ho l'ossessione
della vecchiaia; nella mia vita residua conto un estate di
meno. Tu non puoi credere come gli orologi camminino
in fretta verso l'età mia! Sono stato quindici giorni in
villa da Edoarda; l'autunno era dolcissimo nella campagna
laziale. In questa villa, che tu conosci, è accaduta una cosa
molto singolare: tutte le memorie tue furono bandite.
Resta solamente un tuo quadro nella sala grande: «\ *La
svernata in Abbruzzo*». Lo si dimenticò su quella parete,
ov'è appeso da molti anni. L'ho riguardato a lungo. Certo
avevi grandi attitudini alla pittura; è peccato non averne
ricavato nulla.

Prima, in quella casa, tu eri il genio assente. Nell'anticamera
vedevo sempre un tuo rustico bastone da
montagna, con la ghiera acuta, memoria chissà di qual
gita, e rimasto lì, come se un giorno o l'altro dovesse
ancora servirti. Nel corridoio, trofei delle tue cacce alla
volpe, al daino ed ai galli di montagna. Nelle sale... bah!
non parliamone! una quantità di piccoli oggetti che tu
regalasti, o che ti appartennero. Come sei smemorato!
quante cose hai dimenticate nella tua vita. Germano!
Ora mi stupii nel vedere come tutte queste reliquie fossero
d'un tratto scomparse. Gli Dei tramontano. Anche
[pg!244]
Whisky, l'ultimo terrier del tuo canile, è morto. S'è fatto
schiacciare miseramente sotto una carrozza. De profundis!...
In questo momento le cose tue hanno una maledettissima
iettatura. La grande araucaria, che tu hai fatta
piantare nel giardino di fianco alla serra, s'è presa un
malanno e va intisichendo a vista d'occhio. Se queste
notizie non ti affliggono, devi aver l'animo ben indurito.
La zia mangia, dorme, ingrassa, trangugia una quantità
di medicine ogni giorno; Edoarda rifiorisce a poco a poco
e guarda l'autunno sciorinare su la terra esausta i suoi
colori di ardente vendemmia. La campagna le ha fatto
bene; è florida, ride spesso e sta con i contadini volentieri.
Le creature semplici fanno bene all'anima. Questi
quindici giorni alla «Cascina Bianca» sono stati per me
una vera delizia.

Ho seguitato a riposarmi, come faccio sempre. La mattina
Edoarda ed io ci alzavamo prestissimo; in campagna
vi sono molte cose da fare: le galline, i fiori, le serre, i
bimbi del giardiniere, l'araucaria che intisichisce....

Verso le dieci si usciva in «charrette», per fare una
trottata. Edoarda guidava, io fumavo. I chilometri non si
contavano, con quel suo nuovo «poney», tutto spuma
criniera e scalpitìo, al quale abbiamo posto il nome di
Rodomonte, perchè si dà l'aria di voler essere un cavallo
grande. Poi la colazione, copiosa, ottima: il cuoco è sempre
lo stesso. Anzi egli si è lagnato con me della tua scomparsa,
perchè non ha più occasione di fare quel certo
pasticcio di selvaggina che amavi tu solo e che Edoarda
si forzava d'inghiottire per farti piacere.

Dopo colazione, discorsi, letture, corrispondenza, musica,
sigarette, ricami, e qualche volta, non sovente, visite.
Verso le quattro e mezzo il tè all'aperto, sotto la pergola;
poi dolcissime passeggiate, a piedi od in carrozza per i
dintorni, e visite di villa in villa, cogliendo fiori e facendo
pronostici sul tempo del domani, con allegria schietta,
fino all'imbrunire. A pranzo venivan spesso il medico
Oliveri ed il curato, che non è più quello di una volta.
Graziosissimo questo prete che hanno mandato giù dalla
[pg!245]
montagna d'Abruzzo. Ha circa sessant'anni, ma è tondo e
gioviale. Egli fu la nostra vittima. Riuscimmo quasi a
convincere la zia che il prete si fosse innamorato di lei,
ed a convincere il curato che la zia gli professasse un
certo qual tenero... Il poveretto per alcuni giorni non osò
più guardarla in faccia.

Edoarda è divenuta per me un'amica vera. Di quante
cose diverse, tristi e gaie, profonde e frivole, si parlò
insieme! Che anima tu hai perduto. Guelfo mio! Un pomeriggio
eravamo seduti nella grande sala, entrambi su
lo stesso divano e proprio sotto il tuo quadro. Sai che da
quel divano, quando c'è molta chiarità, ci si vede chiaramente
nello specchio di Murano che sta su la parete
opposta. Lei ricamava, io, come sempre, mi riposavo.
Guardandomi nello specchio mi trovai ben conservato
ancora, e lo dissi anzi a Edoarda, ridendo:

— Non vi sembro ancora quasi un bell'uomo?

Ella sollevò la testa dal ricamo, per guardarmi nello
specchio, e rise.

— Certo, — mi rispose. — Ma non siete modesto!

Accomodai la cosa come potei meglio e soggiunsi:

— Guardate: là nello specchio i vostri capelli sembrano
più scuri, vicino alla mia testa quasi bianca.

— Oh, bianca... — ella esclamò, — voi esagerate!

Ti faccio notare che ha detto: — Esagerate!...

— Ebbene, Edoarda, — continuai, — pensate che un
giorno questa mia canizie precoce commise la follìa di
amare con passione i vostri capelli pieni di luce... Scommetto
che non ve ne siete nemmeno accorta!...

Pensa... ho avuto il coraggio di dirle queste parole, io!

Ella divenne tutta rossa, e dopo un silenzio mi rispose:

— Credete che una donna possa non accorgersi di
queste cose?

A mia volta rimasi un po' perplesso e confuso; ella
chinò la testa sul ricamo, io gettai una sigaretta accesa
per accenderne un'altra.

— Ed ora? — ella mi domandò poco dopo, forse per
interrompere quel silenzio greve di parole inespresse.

[pg!246]
— Ora, — feci, — non vi amo più affatto, affatto!

— Bravo! E me lo dite così? — Ci mettemmo a ridere
entrambi. Ella ebbe la delicatezza di non far mai allusione
a questo discorso ed io fui lieto d'essermi tolto un peso
dal cuore.

Naturalmente abbiamo parlato anche di te; non i primi
giorni, ma più tardi. Qualche volta, mentre passeggiavamo
insieme, tu capitavi tra noi come un compagno
inevitabile. Edoarda può parlare di te senza piangerne:
per un'anima che ha amato e sofferto come la sua, questo
è già molto. Solo con me si confida; per tutti gli altri,
sua zia compresa, tu sei, tu devi essere una persona
morta. Con una forza sublime ha soffocati, ha sepolti, ha
cacciati via da sè tutti i fantasmi della sua vita lontana.
Così almeno dev'essere per chi la vede. Se nascostamente
forse ti ami ancora, non so, — non osai domandarlo.
Parlammo di te nel modo più naturale, senza esagerarne
l'importanza, con una certa esitazione in principio, e dopo
con serenità. So dalla zia che a Venezia, dove la condusse
dopo l'avvenimento, ella fu per morirne. Ma il suo cuore
ti perdona tutto il male che le facesti. Anzi mi ha detto:
«Gli altri possono accusarlo, io no. Comprendo che non
poteva essere altrimenti». Un giorno le domandai: — Ma
vorrete dunque sacrificargli tutta la vostra vita?

— Chissà? — mi rispose. — Non ho altro desiderio
che di essere tranquilla, e per ora non c'è nulla che possa
vincere la mia indifferenza.

— Sapete pure che molti vi corteggiano? — soggiunsi.
Allora si fece buia, chinò il viso e tacque. Forse tu puoi,
meglio di chicchessia, comprenderne il perchè.

Ma il giorno dopo, nello stesso luogo, alla stessa ora,
come per continuare il discorso interrotto, mi fece questa
domanda:

— Voi, Capuano, credereste colpevole una donna, la
quale accettasse di vivere onestamente con un uomo
onesto, anche senz'amore, ma per fiducia, per un desiderio
di compagnia, d'amicizia, di tranquillità reciproca? — E
mi parve, dal tono della voce, che le sue parole volessero
chiedere assai più.

[pg!247]
— Non solo non la crederei colpevole, — risposi, — ma
questo, in molti casi, mi parrebbe anzi un dovere. La
donna è nata per la famiglia ed è solo colpevole quando
rifiuta di averne una. Poi v'è per la donna un compenso
a tutte le sventure: la maternità. — Edoarda mi diede la
mano e mi rispose: — Grazie, — semplicemente. La sua
trasfigurazione si compie con lentezza, ma certo da questa
sciagura uscirà una donna diversa da quella che tu hai
conosciuta.

Piero De Luca la venne a trovare una volta durante
il mio soggiorno e so ch'è ritornato alla Cascina Bianca
dopo la mia partenza, due volte. Edoarda è con lui cortesissima;
una cortesia però che non lascia campo ad
alcuna previsione. Con lei mi sono astenuto da qualsiasi
commento; però credo che il barone spenda invano il suo
tempo e le sue fatiche. Ora sono a Roma da circa dieci
giorni: Edoarda vi ritornerà forse a mezzo Dicembre. E
tu? Le tue lettere mi giungono di tempo in tempo, senza
darmi notizie notevoli; ma sono come le lettere di un
malato il quale voglia nascondere il suo male. Ti vedremo
a Roma durante l'inverno? O ci hai abbandonati per
sempre? Io faccio sforzi inauditi per difendermi dalla
vecchiaia. Ho per amica in questi giorni una cantante
russa dalle forme giunoniche; trent'anni circa, ma portati
benissimo, alla maniera slava. Te ne parlo, perchè debbo
chiederti per lei un piccolo favore. Vuole una certa cipria
di perle che si compera — dice — in un negozio apposito,
Boulevard des Capucines, vicino al Grand Hôtel. Vedi
un po', ti prego, se ti riesce di mandarmene due o tre
scatole. Una donna — penserai — che adopera le perle
anche in cipria, deve costarti orribilmente caro! No, rassicùrati,
non faccio pazzie. Canterà quest'anno all'Argentina.
Scrivimi spesso e mandami tue notizie diffuse. Addio.

.. class:: right

| :small-caps:`Capuano`»

Questa lettera cominciò con farmi pensare. Mi era finalmente
necessario un esame di coscienza stretto e logico,
[pg!248]
sì bene ch'io m'accinsi a farlo. Due strade mi si aprivano
dinanzi: o abbandonarmi pienamente nelle mani di Elia
d'Hermòs, o appigliarmi con volontà virile ad una risoluzione
decorosa, chiedendo alla mia intelligenza il piccolo
sforzo necessario per procacciarmi il pane.

In questo caso dovevo, per i miei vecchi giorni, serbar
intatta la pochissima terra che avrei salvata sistemando
le usure, vendere le ultime gioie di famiglia che ancora
mi rimanevano a Roma presso un banchiere, e, datomi
ad una professione sopportevole, campar la vita che mi
restava in una casa modesta, con Elena fin quando ella
volesse, poi anche solo, non lieto, non triste, come il
maggior numero degli uomini che si accontentano di umili
destini. Era la via legittima, da galantuomo, non invidiabile
forse, ma chiara e leale. — Ne sarei stato capace?

Forse; perchè il bisogno ammaestra e la volontà s'impara.
Ma questi atti pieni di una loro bellezza plebea,
compiuti da un uomo che professò le abitudini più signorili,
muovono in genere un rispetto vicino quasi alla pietà,
il qual rispetto, fra tutte le ammirazioni, è certo la meno
ambita e la meno lusinghiera.

Da un lato adunque il rimedio pacifico, la mediocre
serenità, la vita veduta fino all'ultimo giorno senza divario,
lenta, quasi monotona, confuso con tutti, io, che
fui solo.

Non certo la paura m'impediva di abbandonarmi pienamente
allo scaltro avventuriero, ma la servile bassezza
delle imprese che i suoi bei sofismi velavano a mala pena;
non la paura del danno, ma la salvaguardia legittima che
dovevo al mio nome; non l'incapacità infine di vincere
la mia coscienza, ma lo sdegno quasi atavico per tutte le
ineleganze, anche morali. La sola cosa che non mi rimprovero
nella mia vita è quella di non aver perduto mai,
in alcun frangente, il senso della mia diversità.

Essa, nel decadimento, era la mia forza, laddove i sottili
sofismi di Elia d'Hermòs non potevano per me rappresentare
che la salvezza momentanea, il rimedio passeggero
e deprecabile.

[pg!249]
Fra queste amare vicende, unica e bella mi sorrideva
l'immagine di Elena, che sovente lascio in disparte narrando
queste mie memorie, per non sciupare il profumo
della sua grande anima fra le buie pagine ove si perde
la storia dei mio passato. Ella rimane, al di sopra di tutte
le vicende, sola ed inaccessibile; fu l'anima che sentii più
presso alla mia, più simile al mio celato cuore; fu l'anima
che invidiai talvolta, perch'ella non conosceva l'umiltà nè
il dubbio, ma era oscura e limpida insieme come una
notte piena di stelle.

Certo, infuori da tutte l'altre, v'era un'ultima possibilità,
v'era un'idea quasi lontana, che si avanzava nel mio
cervello, da prima timida e tosto respinta, indi più definita,
più certa, più persuadente.

«Fra poco — pensavo — Elena affronterà la scena;
sarà nota, corteggiata e ricca. Dovrò concederle una
maggiore indipendenza, e, forse la gelosia, forse la fierezza,
mi comanderanno di creare nei nostri vincoli un mutamento
essenziale. Così ella è salva; la nomade si elegge
un confine, si assegna una meta, entra ella pure nel numero
delle persone che han definito e risolto il problema
della lor vita.

Io solo rimango, a mezzo del cammino, senza conoscere
quel che mi attende nell'incertezza del domani.

Ma v'era infatti un'altra, un'ultima possibilità, la quale
aveva un nome, un nome pallido, abbandonato, lontano,
che faceva male all'anima come la memoria d'una cosa
morta, un nome cosparso di cenere, fasciato d'oblio, confuso
nella lontananza: — Edoarda.

Sì, certo; quando nella vita non è più possibile andar
oltre, si può talvolta, quasi per una rimembranza di noi
stessi, far ritorno verso ciò che fu nostro. Ed Elena? — fu
la domanda subitanea che mi feci. Pensavo dunque di
rinunziare a lei con una tranquillità così freddamente
priva di rimorso?

No. Mi avvidi che il mio calcolo non aveva nemmeno
questa rettitudine, poichè ammettevo che fossero entrambe
necessarie alla mia vita. Ed allora, — mi domandai, — perchè
non ho fatto questo fin dal principio, quando la
[pg!250]
frode poteva rivestirsi almeno d'un'apparente inevitabilità?
Questa Edoarda non era dunque più il giogo aborrito, la
creatura stanchevole, presso la quale il mio spirito ed i
miei nervi soffrivano di ribellioni veementi?

Non seppi rispondermi con esattezza, e tuttavia mi
parve che potessi ricordarmi di lei senza provare alcun
senso di avversione o d'inimicizia. Poi le lettere del Capuano,
a mio malgrado, m'incuriosivano. Il saperla convalescente
dal suo fedele amore, quando la credevo per
sempre ferita, eccitava in me una specie di sorpresa e
di rammarico, rinnovandola quasi a' miei occhi. L'idea
ch'ella potesse aver pensato ad altri dopo di me, quasi
mi diminuiva nell'orgoglio, e talvolta, nella visione che
di lei serbava l'anima inobliosa, m'accadeva di rivedere
quella pallida creatura spirituale che un giorno mi aveva
sedotto con la sua fragilità.

Verso la fine di quel Novembre il d'Hermòs abbandonò
la Francia, dopo avere inutilmente insistito perchè lo
seguissi, non più in America, ma nel sontuoso Cairo e su
le rive millenarie del Nilo.

— Ti auguro — mi disse nel salutarmi, — che al ritorno
tu mi dia notizia d'un secondo fidanzamento. Ricorda
i miei consigli e, se hai bisogno di qualcosa, scrivimi.

Partì. Quando fu lontano, m'accorsi ch'egli non era
peggiore di molti altri, poichè aveva una intelligenza
profonda e fors'anche una bontà nascosta. Mi trovai più
solo; egli era fra quegli uomini che aiutano a vivere e
presso i quali tutte le difficoltà sembrano lievi.

Il 17 Dicembre Elena doveva esordire al teatro. Per
una strana coincidenza quel giorno era pure il compleanno
d'Edoarda. Me ne ricordai due giorni prima, subitaneamente,
camminando per via. Negli occhi ebbi la visione
di quel grande palazzo, con tutte le sale adorne di fiori
e di canestre, come una volta nel giorno anniversario...
Pensai la sua tristezza, la mia, lontani, sotto il peso delle
memorie, con un desiderio diversamente inutile nel cuore...
Mi trovai ridicolo, scossi il capo e camminai oltre. Dopo
alcun tempo la visione tornò. — «Perchè non mandarle
[pg!251]
un fiore? — mi dissi; — un fiore muto, che appassirebbe
lungo la via?»

Per l'appunto v'erano in mostra, nella vetrina di un
fioraio, certe bellissime rose primaverili, mentre l'inverno
frizzava per l'aria con presagi di neve. Andai fin su la
porta, poi la cosa mi sembrò puerile, romanzesca, e
tornai via.

Più oltre vidi un grande ramo di orchidee, con sei
magnifici fiori uniti, d'una indefinibile tinta, tra l'azzurro,
il viola ed il color malva. Le orchidee, nell'ovatta, viaggiano
per lunghi giorni e la distanza non le fa sfiorire...

Entrai senza riflettere, comprai quel ramo, lo feci comporre
in una cassetta, delicatamente, come un gioiello
dentro un astuccio, e quando si trattò di dare l'indirizzo,
stetti un momento in dubbio fra me stesso — poi detti
quello di casa mia... per Elena.

Che mistero inestricabile, il cuore dell'uomo!

Elena intanto si apparecchiava per la sua grande ora,
e quel giorno, anch'esso, fu triste. Sentii che quell'avvenimento
poteva segnare una data ben dolorosa nel nostro
amore, poichè da quel momento ella cessava di esser una
cosa del tutto mia, per offrirsi agli occhi della folla multanime,
da una ribalta, ove l'avrebbero avvolta i mille
desiderii degli sconosciuti, come in una carezza impura.

Recitò in una commedia nuova di Maurice Donnay;
l'accoglienza del pubblico fu clamorosa; i giornali e le
riviste inneggiarono a lei: per le strade i cartelli portarono
il suo nome a grandi lettere, i fotografi la vollero
fotografare, i manifesti, le illustrazioni divulgarono la sua
bellezza, e tutti i donnaiuoli, i gaudenti, gli «snobs»
vecchi e giovani si misero in caccia furiosamente per
giungere sino a lei. Oh, mentr'ella saliva, mentr'ella
con una esuberanza di vita godeva il suo trionfo, quante,
nel mio secreto cuore, quante angosce indicibili!

Mi ricordo la prima sera.

Stavo, come trasognato, nel suo camerino. V'era pure
l'attrice Grévier, la sua maestra, ed un andirivieni continuo
di molte persone, uomini e donne, comici ed amiche
[pg!252]
d'arte, che insieme tutti parlavano, preparavano, consigliavano,
standole intorno, considerandola già una loro
preda. Io quasi non vedevo, quasi non udivo; stavo rincantucciato
nel suo camerino, che ardeva d'una luce
insolente, stavo là contro il muro, seduto sopra uno sgabello,
fra bauli aperti ed abiti ammucchiati; il mio sguardo
errava assai lontano, e la mente anche, da tutte le cose
che accadevano intorno. Elena era un poco pallida ma
sicura di sè.

Quando il buttafuori la chiamò, ella mi fece con la
mano un cenno rapido, come di saluto, e le amiche frettolose
la spinsero fuori, andando tutte insieme dietro lei,
per spiarla tra le quinte. Restai solo: nella piccola stanza
una lampadina intensa brillava davanti alla specchiera;
pareva che il cristallo si frantumasse in un vortice di scintille.
V'erano intorno i rossetti, le ciprie, le forcelle, i
pettini, le fibbie, tutte le cose minute che abbisognano
all'attrice. Sulla spalliera d'una seggiola era posato l'abito
che avrebbe indossato nel second'atto.

Clara lo aveva disposto così ed era uscita ella pure.
Mi ricordo anche d'essermi levato, di aver guardato, minutamente
ogni singola cosa, con un sorriso di scherno;
di avere intinto il dito in un bossoletto di biacca, in un
altro di minio, poi di aver riso nervosamente osservando
la mia falange così tinta. Uscii fuori, camminai verso la
scena, in disparte da tutti, e la vidi, la intesi, la seguii
con ansia in ogni suo movimento, finchè un applauso
ruppe il lungo silenzio della sala.

Immobile, con la fronte alta, senza un sorriso, ricevette
quel primo battesimo. Vicino a me, la Grévier disse qualcosa
che non afferrai, e per tutta la lunghezza dell'atto
restai a guardarla, quasi dimenticando che fosse lei. La
sua voce non mi pareva la stessa. Un applauso caldo,
unanime, risonò sull'ultima sua parola e mentre la cercavo
con gli occhi, vidi lei che mi veniva incontro, quasi
correndo. Si buttò nelle mia braccia, mi strinse convulsamente,
mentre la sua faccia smorta, ridendo, si bagnava
di lacrime.

[pg!253]
Poi, dopo il teatro, mi ricordo ancora una cena, tra
molte persone quasi estranee, che le avevano portato fiori,
che vuotavano in suo nome calici di Sciampagna, gesticolando
assai e parlando forte. Ella rideva, rideva di tutto,
con tutti, un po' ebra del suo trionfo, ed ogni tanto mi
guardava come per sorprendere i miei pensieri.

Tardi nella notte il banchetto finì, e noi tornammo soli,
tacendo, verso la nostra casa, in quelle medesime stanze
che ci avevano veduti giungere pieni di amore, di esaltazione
e di coraggio. Una voglia infinita di pianto mi premeva
il cuore; avrei voluto essere di nuovo a quel
primissimo giorno, quando Elena era un'ignota, ma così
mia, così dolcemente mia! Ci guardammo nel viso, e
quello sguardo fu tra noi come una paurosa confessione.
In silenzio le raccontai tutta la mia pena, in silenzio ella
mi rispose tutto il suo dolore.

E mi parve quella notte che i suoi baci avesser quasi
un sapore insolito, più acre, più torbido, forse perchè
tanti uomini avevano desiderata la sua bocca.

[pg!254]




IX
==


Passarono due lenti mesi. Forse amandola meno, di lei
più forte mi mordeva gelosia. La seguivo sempre, alle
recite, alle prove, dappertutto; leggevo anche le sue
lettere. Ogni giorno, al teatro, ve n'era un fascio — lettere
caute ma chiare. Queste brighe di marito sospettoso non
erano confacenti con la mia natura e m'impicciolivano a'
miei propri occhi, mentre il mio carattere si faceva sempre
più irritabile, più taciturno. Una eguale tristezza pesava
su le nostre anime, fattesi lontane. Sapevamo entrambi di
andare incontro ad una confessione ormai necessaria, senz'avere
nè l'uno nè l'altra il coraggio di affrontarla per
primo.

Durante quel tempo avevo consumata la somma rimastami
dopo la partenza di Elia, ed avendo giocato con
pessima fortuna, e perduto anche su parola, mi era stato
necessario far capo all'amicizia di Gualtiero Alessi, per
non lasciare il mio debito insoluto. Egli mi accordò questo
favore, senza però nascondermi una certa sua diffidenza,
ond'io scrissi al Capuano, pregandolo di cercarmi sollecitamente
un prestito, che avrei rimborsato entro pochi
mesi.

Una sera, dopo il pranzo — (Elena quella sera non doveva
recitare) — pensai finalmente di parlarle a cuore
aperto.

— Il Capuano — le dissi, — avrebbe già dovuto rispondermi.
Invece anch'egli non pensa che vivo in un'ansia
terribile. Vorrei sùbito rendere a Gualtiero Alessi quanto
gli devo, poichè sembra ch'egli mi consideri per un stoccatore
qualsiasi.

[pg!255]
— Da quanti giorni hai scritto a Roma?

— Una settimana circa. Fabio avrebbe potuto almeno
rispondermi due parole per togliermi da questa incertezza.

— Se tace, vuol dire che sta cercando.

— Secondo me vuol dire che non gli riesce di trovarmi
denaro. Dio!... che vita miserevole!

— Povero amico... — ella mormorò, con la voce di una
buona sorella.

— Oh, tu non puoi comprendere che pena sia la miseria
per un uomo il quale non conobbe mai la vergogna
del chiedere!

— Lo immagino purtroppo, Germano. Se ti potessi aiutare!
Non sai quanto vi penso. Ma per ora guadagno
così poco!

Le tesi una mano, con amicizia, per ringraziarla.

— Sei buona, Elena: ma non devi nemmeno pensare a
queste cose. Poi non si tratta solo di denaro; il male è
più profondo. E un avvilimento che neanche la ricchezza
potrebbe ormai guarire. E con te sono ingiusto, lo so. Ti
torturo, quando potresti essere felice.... Ma devi comprendere
e perdonare la mia esasperazione.

— Non ti ho mai detto nulla, io.

— Sì, tu sei molto buona, molto buona, ma non basta....
Io sento troppo che non mi appartieni più. Sei del tuo
teatro adesso. Sei di tutti quelli che vanno in visibilio
quando solo appari su la scena. Gli attori ti toccano, ti prendono
fra le braccia... e sei l'amante mia! l'amante di un
uomo che s'è ridotto a fare il cane da guardia! Come
tutto questo è comico, Elena mia... comico fino alla
vergogna!

— Perchè mi parli così? Non lo abbiamo forse desiderato
insieme? Potevi anche impedirmelo fin dal principio, e
mi sarei certo rassegnata. Ma ora non posso fare altrimenti;
è l'arte che vuole così.

— Oh, l'arte!

— Bene, dirò il mestiere. Lo so che ora mi disprezzi.
Alle volte, mi guardi come se la scena m'avesse contaminata,
e perchè recito, quasi quasi mi consideri come una
donna di strada.

[pg!256]
— Non ti ho mai detto questo, Elena.

— Forse non l'hai detto, però me l'hai fatto comprendere,
ed è più grave. Non hai fiducia in me; parli del
mio teatro come di una cosa vile; sembra che io ti faccia
subire tutte le vergogne possibili.

— Sì, è vero, sono ingiusto; ma è così perchè ti voglio
bene.

— Oh, mi vuoi bene!... — disse amaramente. — No!
Anche questo è finito. In te non parla che l'orgoglio, soltanto
l'orgoglio. Non gelosia dunque, ma un esagerato
senso d'amor proprio; hai paura che un'attrice non sia
più l'amante che ti convenga e forse temi che si calunni
la mia fedeltà. Non è vero?

— Se così fosse non avrei consentito fin dal primo
giorno, e tu, come dicevi appunto, avresti per me rinunziato
anche alla scena.

— Certo. Ma perchè te ne penti ora?

— Non mi pento; però non posso mutare il mio modo
di sentire. Sarà per orgoglio, se non vuoi credere che sia
per amore, ma in ogni modo, quando ti vedo fra quella
gente, ne soffro, ed anche mi vergogno... è vero!

Ella sorrise ambiguamente, piegando il volto in cui
nasceva una grande ombra.

— Ti vergogni?... Ah sì? Perchè lavoro, perchè vedo
finalmente avverarsi un mio sogno di tanti anni, perchè
tento di provvedere da me alla mia vita, ecco ti vergogni?... — Fece
una lunga pausa, dolorosa, gonfia di lagrime
contenute, poi seguitò:

— Ma... dimmi? Quando te ne sarai andato, quando non
ti rammenterai nemmeno più ch'io viva, cosa farò di me
allora? Oh, questo è semplice, tu dici! Dopo di te... un
altro! Dopo di te, che importa s'io divenga una donna di
strada?... Bah, che importa se pure io mi venda?... E così
che pensi?

I folti capelli spargevano di una dorata oscurità il suo
bianco volto; grosse lacrime le rigavano la faccia.

— Non parlare così. Tu stessa non puoi credere a quello
che dici. — E le andai vicino, mansuetamente, per consolare
la sua tristezza.

[pg!257]
— Senti!... — ella esclamò, afferrandomi le mani con
un moto repentino, — vuoi che lasci il teatro? Vuoi che
torni a vivere per te... per te solo? Dimmelo! Se questo
ti piace, il sacrifizio non mi costerà nulla. Vuoi?

— No, no... sei buona, ma non voglio questo.

Ella si mise a ridere nervosamente.

— Poi sarebbe anche inutile!... inutile... — mormorò
tra quel riso.

— Perchè?

Rimase un attimo a guardarmi con fissità, poi disse:

— Tanto non mi ami più! — E covertasi la faccia con
i due palmi, ruppe in un pianto incontenibile. Cercai di
abbracciarla, mi respinse; le dissi parole tenere, le ricordai
molte memorie nostre, sentii nel cuore un desiderio
di lacrime anch'io... ma ella scoteva il capo con ostinazione,
senza credere, senza udire, parendo ascoltasse una
sua voce profonda.

Questa debolezza fu breve. Sùbito si ricompose; levò il
capo e rividi la donna forte che un giorno credevo incapace
di lacrime, la donna ch'era stata mia senz'appartenermi
e che avevo amata con un perenne timore.

— Dunque — ella concluse rapida, — noi ci dobbiamo
lasciare.

La sua voce sonò così ferma, le sue parole furon tanto
inattese, che non seppi trovare alcuna risposta e solo
profferii smarritamente il suo nome.

— Sì, — riprese, — questa è l'unica via. Lasciarci
quando ancora non ci sono fra noi rimorsi, e prima che sia
necessario. Sappi anzi che vi penso già da lungo tempo.

Queste parole si dicono spesso tra amanti per rendere
più dolce la continuazione dell'amore; si dicono anche
per misurare la sensibilità della persona amata, ed anche
per rammentarsi a vicenda che nell'amore tutto è caduco,
e può dissolversi, e deve morire. «Noi dobbiamo lasciarci... »
Ecco: noi che fummo uno spirito solo, noi che
inoltrammo il nostro desiderio, la nostra confidenza, le
nostre voluttà, fino a comporre insieme un'unica e necessaria
vita, ecco, noi dobbiamo tornare due esseri
[pg!258]
distinti e indifferenti, ridere su le nostre debolezze, considerare
tutto il passato come un episodio fatalmente
chiuso, e simili a due pellegrini che abbiano insieme
percorso un faticoso cammino, dividerci ad un bivio,
senza lacrime, senza rimpianti, per andar soli, o con altri,
verso le case lontane. «Noi dobbiamo lasciarci... » dobbiamo
seppellire tutte le speranze del nostro amore, sentire
a vicenda una immensa pietà delle nostre povere illusioni
perdute...

Questo voleva dirmi la donna che mi aveva tanto appartenuto,
la sola per la quale non avessi considerato
l'amore come una dolce avventura che passa e fluisce.
Tanta strada si era compiuta per giungere ad una parola
così ragionata e calma, dopo aver creduto alla indissolubilità,
al sempre, al mai, a tutte le speciose favole degli
amori che invece tramontano.

Ahimè!... v'era una tristezza profonda, così nell'offrire,
come anche nel rifiutare un simile patto.

La guardai fiso, ed una specie di sgomento mi fasciò
l'anima, perchè le sue pupille non tremavano, la sua bocca
era ferma, e tutto in lei segnava una risoluzione immutabile.

— Hai scherzato... — le dissi, con un sorriso che aveva
paura di sè.

— Puoi credere che voglia scherzare in questo momento? — mi
domandò, coprendosi la faccia con le mani
un po' tremanti.

— Ma dunque...

Ella non mi lasciò finire; levatasi, mi venne accanto,
così da costringermi a guardarla bene in viso, e disse:

— Ascolta: fra noi, uno solo ha amato. Non vorrai
convenirne, anzi ti parrà necessario spendere molte parole
inutili... ma invece non obiettare nulla; quella sola son io.

Feci un moto con la mano come per interromperla, ed
ella mi prese la mano fra le sue, con dolcezza, facendomi
segno che tacessi.

— Abbiamo passato insieme ormai due anni; è quasi la
primavera, ti ricordi? la primavera di Torre Guelfa...

[pg!259]
I suoi occhi si empirono di lacrime, ed ella scosse il
capo all'indietro, per resistere a quel pianto.

— Bah... non importa! E passato, è lontano... si dimenticherà.

— Elena, mio amore, — la pregai, — non continuare...
Tutto questo fa male; poi è profondamente assurdo!

— No, è ragionevole. Voglio dirti una cosa molto ragionevole:
tu non puoi vivere con me.

Feci un rapido gesto di collera, ed ella mi contenne con
soavità.

— Forse ora ti parrà un sacrificio, ma dopo me ne
sarai grato. Non è colpa tua, nè mia; vi sono ragioni che
rendono questa vita insostenibile, almeno a te.

Io, che da lungo tempo vedevo sopraggiungere la necessità
di un simile colloquio, mi sentii ferito, quando le
sue parole, con tanta fermezza, ne affrontarono l'argomento.
Ebbi quasi bisogno di offenderla.

— Fra noi, — presi a dire schernevolmente, — una
sola ebbe coraggio; e questa sola sei tu — sei ancora tu.
Oh, non v'è dubbio! La tua fermezza è ammirevole! Fra la
Elena di Torre Guelfa e la Elena d'oggi sono passati, non
due, ma dieci anni di vita. Con un bel raggiro mi offri il
mio commiato. Bah... me l'aspettavo, quindi non me ne
stupisco affatto.

Ella mi fissò profondamente, senza rimprovero, senza
collera.

Sorrise; quel sorriso mi parve, su la sua bocca, una
pietà generosa che venisse dall'anima d'una sorella.

— Bisogna sempre difendersi, — rispose. — E tu, per difenderti,
mi accusi. È umano, in fondo; ma sai benissimo
che non è vero. La mia colpa fu in principio; se avessi
avuta la forza di lasciarti allora, non saremmo giunti mai
a queste umiliazioni.

— Parole, parole! — feci amaramente. — So che da
molti mesi nascondi nell'animo il pensiero di abbandonarmi.
Questa sera me ne parli: ti ascolto. Bene: fissiamo
il giorno. Tutto e sempre finisce così...

Si era distesa in una poltrona profonda, e premendosi
il petto respirava con ansia.

[pg!260]
— Come sei crudele! — mi rispose. Gli occhi suoi fissavano
un punto invisibile nella oscurità della stanza. — Come
sei crudele!

Ancora, guardandola, mi sembrò che fosse tanto bella
come nessuna cosa fu mai bella nel mondo, e un infinito
smarrimento s'impossessò dell'anima mia.

— Tu chiami crudele un uomo che si dibatte contro il
suo destino, — dissi, cercando anch'io nell'ombra quell'ombra
che i suoi occhi fissavano. Tra noi cadde un lungo
silenzio; nella memoria e nell'anima passaron cose molteplici;
un desiderio di lacrime ci soffocò entrambi.

Allora, quasi continuando un mio sogno, le ripetei sottovoce:

— Io ti volevo amare per sempre...

— Ma non si può... — mi rispose con una voce rassegnata. — Quante
cose belle non si possono avere nella vita!
Noi stessi uccidiamo ogni giorno qualcosa del nostro amore.

— Questo è vero.

— Anche tu lo sai, Germano?

— E come non lo saprei, se ti amo, se ti ho amata
sempre con tanto dolore! — Un'altra pausa interruppe le
nostre parole; lunghe torme di visioni attraversarono la
memoria evocatrice.

— Germano, — ella disse, — come tutto è triste qui! La
mia voce stessa mi fa male. Vorrei tacere, tacere sempre...

Portai una seggiola vicino alla sua poltrona e posando
i gomiti sul bracciuolo, mi raccolsi la faccia nei palmi
delle mani. Sentivo il suo respiro scorrermi su le falangi.

— Ti ricordi? — le dissi; — a Torre Guelfa c'era una
stanza...

— Sì, una stanza grande... — E con la mano accennò
la memoria.

— Un letto alto e profondo.

— Sì, un letto immenso.

— Poi, la mattina, il sole veniva fin su la coltre.

— E le contadine cantavano.

— Ed il glicine folto entrava quasi nella stanza.

— Ogni mattina se ne coglieva un ramo.

[pg!261]
— Come tu mi amavi allora, Elena!

— Taci!...

— E ti ricordi quelle sale così vuote, così grandi?

— Sì, sì...

— Ed il giardino?

— Oh, il mio giardino, come lo ricordo!...

— E Lazzaro?

— Lazzaro, la sua cavalla saura, che volava!

— Ed i pranzi che facevamo sotto il pergolato, ed il
nostro balcone azzurro, dal quale guardavamo le stelle
prima di coricarci?...

— Taci, taci! Sì, mi ricordo tutto, ma taci!

— Che bella casa!...

— Che bella casa!...

— Non vorresti ritornare laggiù, Elena?

— Oh, quanto lo vorrei!... — Ed aperse le braccia,
come in un gesto d'inutile desiderio, immenso. Allora mi
chinai su la sua bocca e baciai le lacrime che vi erano
trascorse, in silenzio.

— Perchè mi baci ancora? — ella domandò affannosamente. — Non
vedi che ogni volta mi fai più male?

— Ma pensa che ti desidero ancora, io, come la prima
volta! più della prima volta!

Ella rise, tra le lacrime, con la gola riversa, un po'
turgida, il seno inquieto. Le ciglia chinate oscuravano il
pallore del suo volto.

— Per quanto tempo ancora ti ricorderai di me? — domandò,
stringendosi tutta contro la mia persona.

— Non voglio ricordarmi, voglio averti sempre, sempre!

Le sue mani mi lisciavan ora i capelli, dolcemente,
lentamente.

— No, ascolta. Io non son stata gelosa, finchè ti ebbi:
lo diverrò terribilmente quando sarai lontano. Non ridire
a nessuno quello che hai detto a me... non voglio. Perchè
t'ho appartenuto come nessun'altra e vorrei rimanere
nella tua memoria, io sola...

— Che bambina sei! Devi pur comprendere che non ti
lascerò.

[pg!262]
— Ma si deve... non c'è rimedio. Se non m'avessi conosciuta,
oggi avresti una famiglia, saresti ricco, libero,
allegro. Invece non ridi mai... Forse mi vuoi bene, un
poco, ma mi odii anche, perchè sono la tua catena e ti
penti oggi di non esserti sposato... come dovevi.

— Ma no, Elena, t'inganni.

— La donna che ama non s'inganna mai. Vedi chiara
la tua sorte e pensi ad una salvezza. È così giusto in
fondo! Poi, voglio confessarti anche una mia piccola indelicatezza...

— Dimmi.

Le avevo slacciato l'abito e le baciavo la gola.

— Che fai?

— Nulla. Respiro il profumo che hai qui... un profumo
di rose fresche.

— Allora, mi ascolti?

— Sì.

— L'altro giorno hai lasciato sulla tua scrivania due lettere
di Fabio Capuano. Mi sono immaginata che le avessi
lasciate apposta perchè le leggessi, e, per la prima volta,
sono stata indiscreta: le ho lette. Me ne rimproveri
molto?

— No, affatto, anima mia; non ho secreti per te.

— Però le nascondevi sempre.

— Oh, Dio... quell'uomo ha certe sue fissazioni! Mi
seccava che tu leggessi certe bizzarìe... Ad ogni modo poco
importa.

— Da quelle due lettere ho immaginate le altre, ed
anche le tue. Così mi sono persuasa che devo trovare il
coraggio di renderti la tua libertà.

— Non gli badare; è un pazzo!

— No, è invece un uomo di buon senso, e ti vuol bene.
Poi, non vedi quante cose si mormorano a Roma sul tuo
conto? Insomma non c'è che una strada: quella che il
Capuano t'insegna, e, se io te l'impedissi, mi crederei colpevole
della tua rovina.

— Elena, se tu mi volessi bene veramente non parleresti
così. Non credo a questi sacrifizi.

[pg!263]
— Ma nell'anima si può morirne, forse... Che ne sai tu?

Compresi che il momento era venuto per una intera
sincerità.

— Ascoltami bene, — le dissi, prendendole i due polsi,
come per non perdere un solo battito delle sue vene,
ma insieme per stringerla nel dominio della mia volontà. — C'è
una cosa vera: continuando in questo modo
si andrebbe incontro all'irreparabile; tu lo comprendi, e
come rimedio mi offri un sacrifizio il quale, a parer mio,
supera la natura dell'amore. Ma voglio credere alla tua
franchezza. Ora senti, Elena: di me conosci molte cose,
molte anzi che vorrei tu non sapessi...

A questo punto mi pentii d'avere cominciato un discorso
così grave e cercai un mezzo per evitarne la conclusione.
Ma ella, vedendomi esitare, mi sollecitò con una
frase che mi dette coraggio.

— Sai pure — disse, — che per te sono anche una
vera amica.

— Bene, allora continuerò; sebbene le parole che sto
per dirti mi brucino veramente le labbra. Senti: io ti
voglio bene, davvero, profondamente; non ho amato che
te, con l'anima e coi sensi; tu mi sei necessaria; il resto
della mia vita non fu che scherzo, fumo, polvere, nulla.
Se ti avessi conosciuta prima, forse mi avresti anche insegnato
l'amore della famiglia, dei bimbi, della quiete,
cose che non conobbi mai. Sei venuta troppo tardi, e il
nostro amore dovette soffrire le conseguenze di tutta una
vita anteriore. Ma non ti voglio perdere; non voglio, capisci? — perchè
ne proverei tale uno schianto, che non
oso nemmeno pensarvi. Quindi ho ragionato a lungo, in
silenzio, anch'io. Senti: un rimedio c'è, ma non è onesto.
Vuoi che lo esaminiamo?

Poichè la guardavo direttamente, ella chinò gli occhi e
rispose: — Volentieri.

Esitai lungamente, un rossore mi coverse la faccia,
guardai altrove, impacciato.

— È una cosa orribile... — mormorai. — Ma non sempre
la vita lascia una libera scelta fra i mezzi opportuni. D'altronde,
[pg!264]
che fa? Ti voglio bene; questo solo è vero. Dunque
ascolta. So benissimo che potrei tornarmene a Roma, ed
in poco tempo, nonostante l'accaduto, rimediare a tutto.
La mia salvezza unica si riduce infatti a questo matrimonio.
Ebbene, senti... lo farò, lo farò contro il mio cuore,
ma ad una sola condizione: che tu mi appartenga lo stesso...

— Basta! Non proseguire; ho compreso, — ella disse
con indulgenza, per abbreviare la mia vergogna.

Di nuovo le sue falangi lievi, con un gesto di consolazione,
mi passarono tra i capelli, e nel lungo silenzio
ch'ella frappose dinanzi alla risposta, forse dalla malinconia
del suo sguardo, forse dalla tristezza del sorriso che
le rischiarava la faccia, compresi di aver commesso un
grande fallo e mi sembrò di aver aperta in quell'anima
una profonda ferita.

— Germano, — ella mormorò; — se avessi avuto ancora
un piccolo dubbio su ciò che si chiama il tuo amore,
queste parole mi avrebbero tolta l'ultima illusione. M'hai
fatto comprendere con evidenza quella verità che avevo
solo intuita.

E le lacrime scorrevano piane, lente, per la sua faccia
cosparsa di pallore.

— No, — riprese. — Ognuno ha la propria fierezza, la
propria gelosia nell'amore. Vedi, lo hai detto tu stesso:
il rimedio non è onesto, e nemmeno sincero forse. Lo
proponi, conoscendone l'assurdità. Di fatti, se pure l'accettassi,
provvederebbe la forza delle cose a renderlo
vano. Ma non temere: io non son donna da scendere a
questi patti.

— Elena, — balbettai, — perchè mi comprendi così
male? Oh, se avessi taciuto!

Il rossore, il turbamento, il rimorso, fecero di me in
quel momento una creatura bassa ed umiliata. Con un
atto di vera debolezza m'inginocchiai davanti a quella
donna, che ancora una volta mi si mostrava bella e
pura; nascosi la faccia nel suo grembo e piansi. Sentii
le sue mani congiunte posarmi sul capo, con la lievità
d'una carezza, e l'intesi dirmi, piano, come si profferisce
un voto:

[pg!265]
— Io ti faccio una sola promessa: quella di non amare
mai più, nulla, nessuno, dopo di te, — neanche te, se
ti potrò dimenticare. Nella vita bisogna essere statue,
simulacri di creature umane, ma soffocare l'anima, soffocare
l'anima con gioia! Sono stata una cosa tua, cercando
sempre di non lasciarti comprendere fino a qual
segno ti appartenessi; ma ora mi riprendo, per tornare
la zingara di una volta, e non ti farò subire la noia del
mio dolore. Guarda: io posso guarirmi sùbito... posso
anche ridere!

In quella stanza, nel silenzio della notte già inoltrata,
il suo riso mi parve tragicamente sinistro. E questo
pazzo cuore, che mai conobbe la natura de' propri sentimenti,
provò il bisogno di protendere ancora la sua
volontà gelosa e forte su quel dominio che gli sfuggiva,
onde mi parve che l'amor mio crescesse, fino a divenire
un tormento, fino a sentirsi capace d'improvvise violenze.

— Tu non puoi non appartenermi! — esclamai con
ira. — Non puoi dimenticarmi, come io non posso dimenticare
te.

Ella si levò diritta, rimase un momento, muta, rigida,
fissandomi quasi con odio.

— Lo credi? — rispose con una voce piena di scherno,
che mi sibilò fin nel cuore. Dall'alto paralume della
lampada le pioveva sui capelli color dell'oro e del bronzo
una diffusa luce, formandole intorno al capo quasi un'aureola
splendente. Ed io, come se l'avessi già perduta, mi
ricordai la sua carne viva, posseduta con tristezza e con
furore, mi ricordai le sue labbra che sapevano di primavera
e le parole che mi avevano mormorate nelle
notti d'amore. La vidi camminare per la stanza, fermarsi
davanti ad uno specchio, alzar le due mani con pigrizia
per ravviarsi i capelli.

Le andai vicino, e la baciai. Ella divenne tutta bianca,
cercò di respingermi, poi, d'un tratto, si mise a ridere.
Lo specchio, di fronte, le rimandava il suo riso convulso.
Allora, sotto gli occhi, negli angoli della bocca, nel cavo
[pg!266]
del mento, su le tempie, alle radici dei capelli, nel solco
profondo che le si formò tra i sopraccigli, vidi apparire
un'ombra che non conoscevo, quell'ombra che somiglia
quasi alla paura dell'anima quando incomincia la voluttà.

Fra le sue labbra socchiuse i denti scintillavano, minuti
e crudeli; la sua gola scoperta era gonfia di riso e di
singhiozzo; intorno ai polsi, per la inquietudine de' suoi
movimenti, si udiva un tintinnire di braccialetti che mandavano
splendore.

Dal sommo della fronte al lembo della gonna ella era
tutta una voluttà sola.

[pg!267]




X
=


Il denaro atteso mi giunse da Roma, con una lettera
del Capuano, dov'egli giustificava il ritardo spiegando le
varie difficoltà incontrate nel procacciarmi un nuovo
credito. Tuttavia compresi di dovere a lui solo questo
generoso favore, e poichè sapevo ch'egli non era un
uomo ricco, la sua bontà mi commosse tristemente. Ma
ebbi vergogna, e nel ringraziarlo finsi di non aver compreso.

Verso quel tempo il d'Hermòs fece ritorno a Parigi.
Nutrii la speranza nascosta ch'egli potesse aiutarmi ancora,
ma invece doveva sùbito partire per l'Egitto, dove,
ad ogni costo, mi voleva con sè. Non mi sentivo l'animo
d'intraprendere viaggi e molte risoluzioni urgenti stringevano
la mia perplessità.

Quello che accettai senza discutere fu di recarmi a
Londra una seconda volta per vendere un buon numero
di pietre sciolte e consegnare una collana di rubini ad
un certo personaggio misterioso, che venne appositamente
dalla Scozia per incontrarsi meco. Sulle pietre feci un
lauto guadagno, e, quanto alla collana, il d'Hermòs mi
disse che avrei ricevuta la mia parte in séguito, quando
la si vendesse.

Intanto si avvicinava la scadenza dell'ipoteca fatta con
il Rossengo di Terracina, e da Roma l'amministratore mi
tempestava di lettere, sollecitando la mia presenza ed avvertendomi
che il creditore non era questa volta propenso
ad alcuna transazione. Risposi che non avevo denaro per
riscattar la terra, e trattasse pure una vendita vantaggiosa,
che presto sarei venuto.

[pg!268]
Non v'era più salvezza: bisognava chinare la fronte.
Raccontai queste cose ad Elena, ed ella mi domandò
semplicemente:

— Quando andrai via?

Risposi:

— Non so. Forse domani, forse mai.

Ora, quando ci si parlava, non osavamo più guardarci;
entrambi eravamo oppressi da un senso di vergogna, di
paura, o forse ci sentivamo pervadere da una disperazione
muta. Si disse malata; non andò al suo teatro; vennero a
vederla, non volle ricevere alcuno. Rimaneva per lunghe
ore nella sua camera, spesso con l'uscio aperto; la vedevo
star seduta, in silenzio; talora camminar lentamente, in su,
in giù, con un passo inerte, la fronte china, quasi uccidesse
la noia di una mortale attesa. Io non uscii di casa per alcuni
giorni; andavo da una stanza all'altra, ozioso, trasognato,
sentendo quasi operare in me la magìa di un sortilegio.
Volevo andarle a parlare; mi alzavo, preso dall'irrequietudine,
poi smarrivo la memoria delle parole indispensabili,
e tornavo indietro. Una ridda folle di oscure immagini turbinava
nel mio cervello e mi sentivo crescere nelle orecchie
il rombo d'una voce interiore, che mi andava gridando
con accanimento: «Quanto sei vile! Quanto sei vile!»

Mangiavamo a lato a lato, in silenzio.

Cosa passò in quell'anima? nella mia?... Chi potrebbe
mai dirlo?

E la primavera intanto fioriva; la strada era percorsa
da comitive ilari, con uno sfoggio di colori gai. Quell'anno
anzi essa tornava innanzi tempo; dalla terrazza si vedevano
gli equipaggi muovere in lunghe file verso il Bosco
rinnovellato, e più tardi risalire, per tutto il giorno,
avanti, indietro, come se la città intera s'allietasse nel
visitare i suoi giardini. Un sole ancor freddo illuminava
quella passeggiata festosa, ridendo sui chiari ombrellini
delle signore, fra i quali svariavano le giubbe dei cavalieri
caracollanti a fianco degli equipaggi, mentre da un
lato all'altro si scambiavano saluti e cavalcando facevano
bella pompa di maestrìa. Era tempo di freschi amori,
[pg!269]
di nozze nuove, di cortesi galanterie, d'allegrezze primaverili.

Noi soli, nella nostra casa conscia di troppe sventure,
muti, stanchi, avversi, guardavamo dalla fresca terra nascere
la primavera invano.

Passò una mattina, mentre stavo al balcone, una venditrice
di fiori. Aveva la sua cesta piena di violette e di
rose; non altro che violette e rose. La chiamai più volte,
poichè non mi udiva. La donna volse gli occhi al mio
terrazzo e sollevò il paniere.

— Atténdimi, — le dissi; — ora scendo.

E scesi; comprai tutti i suoi fiori, e la canestra insieme.
Salii per le scale portando io stesso quel gran fascio, e
mi parve che un poco di primavera entrasse nella nostra
casa con quel profumo di fiori mattutini. Li deposi, com'erano,
su la tavola nella sala da pranzo, e stetti a
guardarli pensierosamente, come si guarda una bellezza
inutile.

Povere violette, povere rose, povero me stesso che le
avevo portate! Dal poggiolo aperto, l'alito primaverile
scorreva sovr'esse, agitando i cálici colmi di gocciole
splendenti. Violette e rose, dono vaghissimo e tristissimo
per un amore condannato! E guardandole mi rammentai
quel giardino di Torre Guelfa, dove c'era una pergola
tutta di rose, un piccolo bosco tutto di viole. Pensai
ch'essi pure, in quel tempo, aprivano le corolle, i miei
fiori d'Italia, e mi sovvenne del giorno ch'eravamo partiti
insieme, sul barroccio di Lazzaro, con la cavalla saura
tutta infiorata, per andare a Fondi alla festa della primavera.
Volli chiamar Elena per dirle:

— Guarda: sono gli ultimi fiori... — ma compresi che
avrei pianto, e l'avrei fatta piangere, mentre nel nostro
immenso dolore la sola cosa benefica era il silenzio.

Quando entrò, li vide. Con i suoi occhi lucenti mi
mandò un sorriso e fece scorrere la mano sui fiori, delicatamente,
come avrebbe fatto per carezzare la testa di
un bimbo. Poi li portò nella sua camera, sempre in
silenzio.

[pg!270]
Intanto i giorni passavano, in quella perplessità simile
allo sgomento; noi fummo come due sconosciuti che facessero
insieme una veglia di morte.

Ma un pomeriggio, mentre in ozio fumavo nel mio
scrittoio pensando a cose lontane, ella entrò, sorridente,
leggera, e mi disse come per ischerzo:

— Vieni, ora faremo i tuoi bauli.

Ogni linea del suo viso tradiva uno sforzo incredibile
di volontà; la guardai meglio; mi parve che ci fossero
nella sua persona i segni d'una profonda stanchezza; mi
ricordai che ogni tanto la vedevo passarsi una mano su gli
occhi, o premerla contro il petto, con un sospiro quasi di
soffocazione. Inoltre non camminava più così diritta; c'era
nella sua persona quasi uno sfiorire lento. La seguii senza
rispondere; aveva già fatti portare i bauli nella mia camera,
e s'accinse a riempirli, volendo che l'aiutassi.

Vuotò i cassetti, dispose le biancherie sul letto, gli
abiti a mucchi su le poltrone, le scarpe da un lato, i
libri, le cravatte, i profumi dall'altro, poi, mettendosi a
ginocchi dinanzi al baule aperto:

— Mi darai le cose ad una ad una, — disse; — io le
riporrò.

La stanza era piena di sole; anche la coltre, i cuscini,
gli abiti sparsi, le camice fresche di stiratura, i libri
scompigliati, le boccette de' profumi, l'avorio dei pettini,
le scatole, i gingilli, tutte le cose che si preparano a chi
va via, tutto brillava, mandava una luce vivissima in
quel giocondo sole. Ed i suoi capelli anche; i suoi capelli,
quando si abbassavano verso il fondo del baule, traversando
una striscia di sole, davano qualche lampo di straordinaria
luce.

Ella parlava naturalmente, come se fossi andato per
un viaggio breve, e già, partendo, si pensasse al ritorno.

Invece no. Partire per sempre, dirsi un'ultima volta,
perdutamente, addio... sentire che dopo, che mai, quel bene
sarebbe ricuperato. Non sapere più nulla, mai più nulla
di ciò che avverrebbe all'altro; portare via negli occhi
l'ultima, la più bella immagine dell'amore perduto. Partire:
[pg!271]
mettere tra l'uno e l'altra la lontananza e non l'oblio,
l'ignoto e non la pace. Portare con sè un grave peso di
desiderii non estinti, e sapere che la vita dovrà necessariamente
continuare per entrambi, arida, squallida, come
una terra devastata. E lentamente rievocare tutto il passato,
le ore più dolci, le ore più tristi, e le vicende che
si ebbero, le parole che si dissero, le promesse che furono
scambiate, e sentir crescere nel profondo cuore una terribile
disperazione muta...

Poi un altro pensiero subitaneo, crudele, tagliente, come
una lama ben affilata:

«Ella era giovine ancora, bella, più bella di tutte...
Necessariamente avrebbe appartenuto ad un altro.»

La guardai. Stava un po' china sul letto, intenta a
ripiegare con somma cura un abito mio che rammento
ancora, di un color cenere quasi celeste, a sottili trame,
un abito che indossavo sovente perch'era il suo preferito.

Quasi ad interrompere il silenzio, le dissi:

— Non riporre quell'abito; lo metterò per il viaggio.

Ella sostò nel mezzo della sua faccenda, naturalmente,
con un sorriso calmo su le labbra:

— Questo vuoi mettere? Che idea! È troppo chiaro; ti
si rovinerà.

Stando così, un po' curva, con le mani poggiate su
l'abito, la sua faccia splendeva interamente nella obliqua
striscia di sole.

— Che importa? — risposi. — Non è questo un abito
che ti piaceva? Dunque bisogna sciuparlo.

E così dicendo, le stavo di fronte, la guardavo, immobile,
dall'altra parte del letto.

Una piccola ruga fugace le si formò tra i sopraccigli;
non rispose, finse di non aver udito e pose l'abito su la
spalliera d'una seggiola.

Portava un suo profumo leggero ed intenso, composto
con essenze diverse, mesciute insieme, un profumo che rimaneva
dietro lei, dovunque passasse, come una traccia
soave. Tutte le cose sue, tutte le mie che avesse toccate,
sapevano di questo profumo tenace; anche lontano, dopo
la partenza, mi sarebbe sembrato di rivivere con lei.

[pg!272]
Il pensiero tornò, più vivo: «Ella era giovine ancora,
bella, più bella di tutte.... Necessariamente avrebbe appartenuto
ad un altro.»

Con gli occhi un po' ebbri, che l'amore aveva resi
esperti, mentre guardavo il suo corpo ed il suo grembo,
vidi la camera dove si sarebbe data ad un altro, il letto,
i suoi capelli disciolti. Una gelosia nuova, insana, mi torse
lo spirito, ebbi la tentazione di gridarle forte: «Lascia
quei bauli! Riponi le cose mie. Non parto più. Non ti
posso, non ti posso perdere!»

Ma invece tacqui; pensai ch'era una sciocca debolezza
la mia, e che dovevo mostrarmi calmo quanto lei, per
non parerle da meno. Sedetti sul letto, fra gli abiti e le
biancherie, nel sole. Dall'altro lato, sopra un tavolino, in
una grande cornice di pelle incisa a gigli d'oro, c'era un
suo ritratto, bellissimo, con un ciuffo di violette appassite
fra il vetro e la fotografia. Sul ritratto, in un angolo,
queste parole scritte di suo pugno: «\ *A toi toujours... — Hélène*»
E una data. Parole vuote in fondo, come tutte
quelle che ricordano e promettono l'amore. Ma in quel
momento mi parvero singolarmente piene d'irrisione; mi
parvero quasi un'ultima, sottile ironia, nella eterna commedia
del sentimento.

Oh, l'amore, che dice «sempre» — che dice «mai»,
che misura le sue forze anche al di là dalla vita e sfida
in bellissimi lirismi tutte le necessità caduche del nostro
infedele spirito! Mi parve in quel momento ch'ella fosse
la sola colpevole del nostro abbandono, e mi cacciasse da
sè per darsi ad altri amori, vietandomi ormai per sempre
i suoi baci, le sue carezze, il suo profumo, tutte le cose
che avevo pazzamente amate in lei. Insieme tornavano
le memorie, lente, calme, in una luce quasi di miracolo,
fasciandomi l'anima d'un involontario bisogno di pianto.
E rivedevo la straniera bellissima, dai capelli color dell'oro
e del bronzo, ch'era venuta nella mia casa di Roma,
una sera — una sera d'autunno — a bere una tazza di
tè, davanti al fuoco, nella penombra di una sala ove bruciava,
più della fiamma, il profumo dei fiori. «Povera
[pg!273]
casa! — pensavo; — la rivedrò fra qualche giorno, vuota,
e forse non vi potrò più vivere per la memoria di quella
sera d'autunno, di quel fuoco e di quei fiori....»

A un certo momento ella mi venne presso, per cercar
qualcosa, lì, sul letto, fra le biancherie.

M'interruppe ne' miei pensieri e l'immagine viva si
sovrappose a quella del mio sogno; la tentazione fu più
forte che la volontà; rapidamente l'afferrai per i due
polsi, attirandola fra le mie braccia. Ella strinse le labbra
e cercò di sfuggirmi con una mossa repentina.

— Perchè mi respingi? — le dissi. — Non vedi come
soffro?

Ella chinò il mento sul petto, chiuse gli occhi, divenne
assai più pallida e non rispose. Mi restò vicino, abbandonandomi
i polsi ed appoggiandosi appena contro le
mie ginocchia.

— Tutto questo non fa male anche a te? — le domandai,
piano, attirandola.

Ella scosse il capo, con un rassegnato cenno d'inutilità.

— Credo, — soggiunsi, — che non potrò mai partire.

Restò ferma, come se non udisse, come se non volesse
udire. Ma le venne su le labbra quel suo particolare
tremito, ch'era come il principio d'una parola non detta.
Mi piaceva ripeterle ogni cosa più triste, per aumentare
la sua tristezza e la mia.

— Se partirò, — le dissi, — tu mi dimenticherai sùbito.
Il tuo teatro, gli applausi, gli ammiratori, ti faranno
scordare. Non sarò più ad attenderti nel tuo camerino;
dopo il teatro non andremo più a cena insieme, non dormiremo
più vicini.... Tutto questo è finito, finito... e sembra
un sogno!

Due gonfie lacrime le spuntarono su le ciglia; scivolarono
giù, caddero.

— Domani sera mi condurrai alla stazione, e sarà l'ultimo
bacio... l'ultimo! Ci scambieremo dal finestrino un
saluto rapido, come fanno tutti quelli che vanno via, noi,
che siamo stati un essere unico. E ritornerai sola, ti
guarderanno, diranno qualcosa dietro di te.... Bah!... questa
[pg!274]
è la vita. Non ci vedremo più, forse non mi scriverai
nemmeno più.

Ed anch'io piangevo, dolorosamente.

Bisognava godere tutto il supplizio di un'ora così definitiva.

— Guarda, — continuai; — le cose nostre avevano
presa l'abitudine di stare insieme; ora bisogna scegliere,
bisogna dire: «Questo è mio — questo è tuo.» E domani
non troverai più le mie cravatte ne' tuoi cassetti,
nè io qualche tuo fazzoletto fra i miei, qualche tuo nastro
nelle mie scatole per i guanti. Spesso ti lamentavi perchè
lascio le sigarette spente in ogni angolo. Non ne troverai
più. La tua vita sarà più semplice, più calma, più
libera.

Ella barcollò un poco, non sapendo se lasciarsi cadere
nelle mie braccia o rovesciarsi all'indietro; volle ridere,
piangere, poi un forte singhiozzo le schiantò la gola, e
scioltasi bruscamente dalle mie mani andò via di corsa,
nella sua camera, chiuse l'uscio a chiave, ed intesi che
si era lasciata cadere sul letto. I bauli rimasero aperti, le
biancherie sparse, io solo, senza poter comprendere, senza
pensare.

Poi lentamente scomparve la striscia di sole; venne il
crepuscolo; da una finestra malchiusa entrò qualche alito
d'aria fredda; nell'ora del tramonto quella giovine primavera
pareva un grigio inverno. In quella penombra mi
guardai d'attorno, come per raccogliere in me una memoria
d'ogni cosa. Non vidi che mobili vuoti, cassetti aperti,
armadi sguerniti, qualche involto su le seggiole, qualche
lembo di giornale a terra, e nel mezzo della camera i
due bauli spalancati, che parevano sbadigliar di noia, come
pigre bestie che si destassero da un polveroso letargo.
Lentamente l'ombra cresceva, e con essa i pensieri si
facevano più foschi. Dicevo a me stesso:

«Tu non hai saputo essere felice; ora sappi non piangere».
E dicevo a me stesso: «Perchè ti disperi? Non
hai tu stesso accettato e preparato questo necessario abbandono?
Tu, che non hai fatto nulla per il tuo amore, null'altro
[pg!275]
che aspettarne la fine, perchè lo rimpiangi ora come
un grande bene che ti fosse ritolto? Perchè questa irresolutezza?
Sii forte! Non cedere alle commozioni che tu stesso
ti elargisci. La tua natura d'istrione ti soverchia l'anima.
Tu l'ami l'amore ed ami il dolore, ma in verità non ami
e non soffri. Sei crudele anche; la tua crudeltà non ha
nome. Va! Ti aspetta un'altra vita, la sola che a te convenga.
Altre mani di donna, che hai già respinte, ti offriranno
forse ancora la coppa ricolma.... Va e bevi!»

Ma insieme con questi pensieri, qualcosa di vero e di
grande, un sentimento ancora ignoto, sorgeva; ed era
finalmente l'amore, l'amore triste, inguaribile, angoscioso,
pieno di gelosie, di paure, che duole come una ferita ed
inebbria come un liquore.

Raffinato e perverso, questo amore mi piacque; mi
piacque avere nell'anima, per sempre, un flagello, in
quest'anima su cui tutte le passioni erano scivolate senza
imprimervi un solco. Era il mio primo amore: in quel
momento avevo ancora vent'anni.

Più tardi ella s'affacciò all'uscio, per dirmi, come diceva
sempre:

— Vieni, è l'ora del pranzo.

— Elena... — la chiamai, sollevandomi con il gomito
sui guanciali.

Ma ella si ritrasse rapida e non rispose. Pranzammo
vicini, tristemente, per l'ultima volta. Ella vide che avevo
pianto, io vidi gli occhi suoi segnati all'intorno da una
grande ombra.

— Perchè non mangi? — le domandai.

— Non ho fame. — Indi una pausa: — E tu?

— Nemmeno.

Presi una posata e l'esaminai: v'erano le mie cifre, la
mia corona, incise. La feci battere su la stoviglia e dissi:

— Ti ricordi quando abbiamo comperata quest'argenteria?
Ella si ristrinse nelle spalle, chiudendo gli occhi, abbassando
il viso;

— Sì, mi ricordo.

Elena faceva ella stessa il caffè; quando l'ebbe versato
[pg!276]
nelle tazze, trangugiò in fretta qualche sorso, poi fece
atto di levarsi.

— Dove vai?

— Di là.

— Dove?

— Nella mia camera.

Detti in uno scoppio di riso acre:

— Ti annoia tanto la mia presenza? Domani non ci
sarò più.

In silenzio ella tornò a sedere.

— Che male ti ho fatto perchè tu mi debba odiare? — soggiunsi. — Non
hai pietà veramente! Ora ti conosco
bene.

— Chi di noi due non ha pietà? — ella chiese con la
voce spenta, illuminandosi d'un amaro sorriso. E continuò: — Cosa
vuoi da me dunque? che mi butti alle tue
ginocchia e ti supplichi di non partire? Questo no! Il mio
carattere non lo consente. So che non possiamo più vivere
insieme; so che, lontano, puoi ritrovare la felicità, e mi
sopprimo assolutamente, scompaio, cerco di render facile
quest'ora, che un'altra si compiacerebbe forse di render
tragica. Dimmi: cosa puoi chiedere di più ad una donna,
e sopra tutto ad un'amante?

Le andai vicino, e chinandomi su la sua bocca, poichè
sentivo che non mi avrebbe respinto:

— Cosa farai senza di me? — le chiesi.

— Non so! non so!... — rispose concitata. E scuoteva
il capo, e serrava le palpebre, come per sottrarsi ad ogni
pensiero.

Le cinsi con un braccio la vita, e lievemente, con il
timore delle prime volte, la baciai.

Dalla veranda, che avevo aperta, soffiavano gli aliti
della sera; un profumo di tigli e di timi odorava da nascosti
giardini. Uscimmo sul terrazzo, ci appoggiammo
a lato su la ringhiera: in alto scintillavano le stelle
infinite.

— Che farai senza di me? — le chiesi ancora.
Giungeva dai Campi Elisei, or forte, or tenue, sul vento,
[pg!277]
un frastuono di liete orchestre serali; molti lumi tralucevano
entro il nereggiare degli alberi, ininterrottamente,
dando a quel lembo di città l'aspetto d'una fiera notturna,
che brillasse nella confusa distanza.

— Che bella notte! — esclamai. — Che triste bellezza
mandano tutte le cose quando si deve partire!

Salivano canzoni di gioia, tra le folate d'aria.

— Non senti come tutti sono allegri?... Cantano, ridono,
gli altri!... Possono ridere, possono amare, mentre noi....

Dallo sbocco della strada, fra due lampioni quasi fosforescenti,
si vedevano passare carrozze, vetture, l'una
dietro l'altra, senza tregua, con la lentezza di un corteo.

Subitamente mi afferrò il desiderio di confondermi anch'io,
di perdermi anch'io, per l'ultima volta, con la donna
che amavo, tra quella gente spensierata, in mezzo a
quella città di piacere che suscita implacabili crudeltà e
smoderate ambizioni.

— Usciamo, — le proposi. — Mettiti un cappello e
vieni con me: qui si muore!

— E là?... — diss'ella semplicemente.

— Là si canta, c'è molta luce, molto riso... Vieni, ho
voglia di stordirmi, di ridere anch'io!...

La strada fino ai Campi Elisei era quasi deserta; un
profumo di tigli e di timi olezzava da nascosti giardini.

[pg!278]




XI
==


I facchini si caricarono i bauli su le spalle, con fatica,
e li portarono giù per le scale. Dalla finestra noi li vedemmo
posare sul carro, che mosse barcollando per la
strada, fino allo svolto, e scomparve. Stavamo stretti l'uno
all'altro, percorsi da un freddo brivido in ogni vena,
senza poterci parlare, senza poterci guardare. Avevamo
negli occhi entrambi l'ardore della notte insonne, di cui
mi sovvenivano i baci e le lacrime come la memoria di
una complicità indistruttibile.

Tutto quel giorno contammo il tempo che passava, muti,
gelidi, come se in quel giorno finisse la vita. Poi s'intese
l'orologio a pendolo nella sala da pranzo battere cinque
pesanti colpi, e ci guardammo nel viso percossi dallo
stesso pensiero.

«L'ultima, l'ultima ora...» La presi nelle braccia e la
strinsi così forte che le dovetti far male; con le labbra
aride ci baciammo fino al dolore, quasi per comunicarci
nel respiro l'anima. Era stato ancora un giorno di sole;
ora, su l'imbrunire, vaste nubi scalavano l'orizzonte,
sfioccandosi per l'aria, tra un fresco odore d'acqua vicina.

Senza dirci nulla, entrambi andammo nella sua camera;
ella si mise un cappello nero guernito di rose, coprendosi
la faccia con un velo fitto, e s'appoggiò con il dosso
alla specchiera dell'armadio per mettersi i guanti. Una
rosa che le pendeva giù dal cappello, su l'ala, da un lato,
si guardava nello specchio, tutta sbocciata e vasta, tremolando
ad ogni movimento che facevano le sue dita
nell'abbottonare i guanti. Per aver libere le mani, teneva
un manicotto di lontra chiuso tra le ginocchia, in un solco
[pg!279]
della gonna, e il brillare delle sue scarpine appariva di
sotto la balza, con un riflesso fermo.

La prima volta ch'era venuta nella mia casa di Roma,
s'era messa così contro il camino, ed anche allora portava
un velo fitto perchè non la riconoscessero per via.

La guardavo trasognato, credendo ancora, per una aberrazione
ultima, che un altro partisse, non io, che un'altra
donna m'accompagnasse, non lei.

Venne Clara e mi portò il cappello, il soprabito, mi diede
anche un piccolo involto, forse un oggetto dimenticato.
Presi ogni cosa macchinalmente, guardai da una stanza
nell'altra, come per raccogliere di tutte la memoria
ultima, guardai e vidi ogni cosa, tutte le più piccole cose:
mi sentii vacillare ad ogni passo, e giunsi con Elena fino
alla soglia di casa. Clara ci aveva seguiti, ma non osava
parlare. Stavo già sul pianerottolo, quand'ella mi disse
timidamente:

— Buon viaggio, signore.

— Addio, — risposi senza volgermi, come se uscissi per
una passeggiata. Poi m'avvidi che partivo per sempre,
tornai indietro, le strinsi la mano, ben forte; vidi che aveva
gli occhi pieni di lacrime, ed anch'io, sentendo che le
mie ciglia s'inumidivano, rivolsi la faccia in fretta. Ella
rimase in alto e guardò giù dalla ringhiera. Mentre passavamo,
il portinaio venne a salutarmi.

— Parte il signore?

— Sì.

— Vogliono una vettura?

— No, grazie.

E ci trovammo fuori, sul marciapiede, fra molta gente
che passava rapida. Mi parve che la strada quel giorno,
avesse una fisonomia del tutto insolita. Elena teneva la
faccia così china che non riuscivo a guardarla negli
occhi. La presi a braccio e camminammo rasente i muri,
angosciati, eppure insensibili. Tutte le cose circostanti
attraevano il mio pensiero, molto lontano, fuori dalla realtà.

Passava un cavallo, e pensavo la storia di quel cavallo,
zoppicante sul lastricato tutto il giorno; la storia del suo
[pg!280]
cocchiere, della sua posta; pensavo ad altri cocchieri, li
vedevo incrociarsi urlando, facendo schioccar le fruste,
rassegnati e grotteschi; mi parevano cose, non uomini, — cose
più miserevoli del loro cavallo. Passava un soldato,
e pensavo le caserme, le riviste, le uniformi, le
osterie dove si andavano ad ubbriacare, le case turpi ove
trascinavano le lor sciabole rumorose; passava una donna
giovine, bella, e pensavo all'amante che l'aspettava in una
casa recondita, — una donna brutta, povera, e pensavo
alle camere buie, dove i bimbi strillavano, mentre il marito
le appestava l'aria con la sua pipa nera di acre tabacco....

E tutte queste visioni riddavano sopra uno sfondo di
dolore immenso, ch'era il mio stesso dolore. Di quando in
quando una lucidezza terribile mi feriva la mente, e sentivo
tutti i miei nervi contorcersi fino allo spasimo.

D'un tratto Elena si fermò, poggiandosi contro il mio
braccio con entrambe le mani, che si contrassero.

— Non posso più camminare... — mi disse con un alito. — Chiama
una vettura.

Ne passava una; la fermai; vi salimmo. Intorno, per
la via popolosa, le vetrine fiammeggiavano, imbiancando
i marciapiedi; le carrozze lente, in più file, ogni tanto
sostavano per dare il varco alla gente. Rincantucciati
nella vettura buia, l'uno contro l'altra, tenendoci le mani,
ebbi voglia che il cavalluccio continuasse indefinitamente
il suo trotterello stanco, per non giungere mai, per non
scendere più.

— Ti senti male? — domandai.

— No, è stato un momento... nulla. Ora passa... passerà.
Le cinsi con un braccio le spalle, delicatamente, come
se il mio amore potesse guarirla. Ella si rannicchiò al mio
fianco, facendosi piccola, con un movimento pieno di paura.

— Mi scriverai?

— Sì, amore.

— Ogni giorno?

— Se vuoi...

— E tutto mi scriverai?

— Tutto... sì, tutto.

[pg!281]
— Fin quando?

Ella fece un vago segno, come per dire: — Chissà?

— Io lo so fin quando... — risposi.

— Lo sai?

— Sì.

E sorridevo; mi pareva d'intravvedere una felicità.

— Dillo.

— Fino al giorno in cui ti scriverò: «Domani ritorno.»

— Oh... — ella fece, con un gesto d'incredula rassegnazione.

— Ricordati una cosa, Elena; sarò capace di tutto per
tornare a te. Intendi bene: di tutto! — E v'era nella mia
voce una fermezza così certa, ch'ella si volse a guardarmi,
poi si ristrinse di nuovo contro la mia spalla, senza
rispondere.

— Senti, — le dissi, — nel piccolo scrignetto ove tieni
le tue gioie, ho lasciato il denaro che avevo. Appena mi
sarà possibile te ne manderò altro da Roma.

— Oh, perchè hai fatto questo! — esclamò ritraendosi. — Te
lo rispedirò sùbito.

— Sarebbe offendermi, Elena; e spero che non lo farai.
A Roma troverò sùbito quanto mi occorre; tu invece
potresti averne bisogno. Prométtimi...

Leggermente mi strinse una mano, e, dopo un silenzio:

— Sei buono con me, — rispose.

— Dimmi ora una cosa... ora che vado via, — domandai
sottovoce. — Mi hai voluto bene? bene davvero? Non
l'ho compreso mai.

Appoggiò i gomiti su le ginocchia e si prese la fronte
fra le mani, senza rispondere. Nel sollevarle il volto, sentii
ch'era intriso di lacrime.

— Non me lo vuoi dire?

— E tu? — fece con angoscia; — e tu?

— Io?... sei stata la sola cosa che abbia mai adorata
nel mondo... la sola; e non ti potrò dimenticare
finchè vivo.

[pg!282]
— Perchè mi lasci allora? — domandò con una voce
sorda, — quasi violenta.

— Sei tu che hai voluto, Elena. E poi...

Rise, rise forte, come se avesse nell'anima una ilarità
crudele.

— Ah sì... sono io! sono io! — esclamò, crollando il
capo con veemenza. — Io sola!

E poichè la stazione appariva lontana, tra un chiarore
nebbioso di lampioni, ci abbracciammo con tutta la forza
delle nostre braccia, con tutto lo spasimo che torceva le
nostre anime.

Scendemmo; andai a prendere il biglietto, a spedire
il bagaglio; e le mani ad ogni gesto mi tremavano come
se una crescente febbre consumasse le mie vene. Mancava
una ventina di minuti alla partenza; nella sala d'aspetto
c'era un angolo semibuio; vi andammo a sedere.

Mi ricordo che un vecchio viaggiatore, con uno scialle
indosso, camminava avanti, indietro, ed i suoi passi facevano
un rumore pesante nel silenzio della sala.

C'era una monaca, dalla faccia pura e delicata fra i
suoi lini bianchi, la quale sedeva immobile sul divano di
velluto, poco lontano da noi. S'era spenta una lampadina
elettrica ed un uomo, in camiciotto di tela, salito sopra
una tavola, stava cambiandola. Tutti, sonnacchiosi, guardavano
al suo lavoro.

— Oh, se tu potessi partire con me! — le dissi piano,
all'orecchio. Non piangeva; era muta, ferma, assiderata
quasi da una specie d'insensibilità. Aveva sollevato il velo a
mezzo il volto, e questo velo nero le s'increspava come il
pizzo d'una maschera sopra la bocca smorta. Ogni tanto rideva,
di un riso atono, ed una contrazione interiore le metteva
un sussulto alla sommità del petto. Mi sentivo a poco a
poco vincere da una specie di oblìo, ch'era come la distruzione
del dolore, la sofferenza infinita, che non soffre
più. L'avevo amata immensamente, golosamente, dando
a lei sola tutte le passioni ch'erano rimaste aride nel mio
passante cuore, a lei sola tutto il profumo che mi aveva
profuso nell'anima questo ritorno della primavera, e lo
[pg!283]
sapevo in quell'ora ultima, senza rimedio e senza pace.
Volevo dirle infinite cose: non c'era più tempo, non
c'erano più parole. Volevo cadere a ginocchi davanti a
lei, o prenderla con violenza fra le mie braccia, o gridare,
o farmi e farle del male; ma non sapevo in che modo
vincere la fatica dell'interiore mio silenzio, la paura che
mi colmava le vene con un senso di fragorosa vacuità,
mentre i miei occhi la fissavano senza mai abbandonarla,
quasi per imprimere l'ultima bellezza del suo volto nella
profonda ombra del mio dolore che partiva.

Un impiegato s'affacciò alla porta e cantilenando si
mise a ripetere gli arrivi, le partenze dei treni. Ci levammo;
nell'angolo semibuio, sotto il velo umido, la
baciai col mio dolore come non l'avevo ancor mai baciata.
Sentii che il peso leggero del suo corpo si abbandonava
nelle mie braccia, simile ad una cosa morta, e la sua bocca,
e le sue mani, ed anche il suo respiro, tutto era freddo
in lei, come se non avesse più sangue.

— Anima... anima mia... — le volli dire, o le dissi.

Ella si levò dalla cintura, di sotto il mantello, un mazzo
di viole fresche.

— Tieni, — balbettò; — non posso darti altro: le ho
prese per te.

Baciai la sua bocca, le viole insieme; ravvolsi quel
mazzo nella carta velina che ne fasciava gli steli, e ci
avviammo.

— Ritornerò, ritornerò... — mormoravo camminandole
accanto. — Aspéttami, Elena... tornerò súbito.

Ed il rumore de' miei passi dolorosamente si ripercoteva
nel mio cervello sperduto.

Ci fermammo a piè del treno, davanti ad uno scompartimento
aperto, nel quale gettai tutto quanto portavo
con me. Un uomo venne, mi domandò il biglietto, lo diedi.
E restammo vicini, con gli occhi fissi negli occhi, pieni
di stupore, in silenzio.

Gente passò, impiegati gridarono; per tutta la lunghezza
del treno si udiva uno sbattere di sportelli. Quando giunsero
al mio, la strinsi fra le braccia ancora, fin ch'ebbi
fiato, poi salii nel treno, chiusero, e m'affacciai.

[pg!284]
Si era fermata un passo lontano, rigida come una statua,
con le mani congiunte sul grembo, un piede appena discosto
dall'altro, un ginocchio che le formava un piccolo
rilievo su la gonna scura.

Intesi un crepitar di ruote, il treno si mosse con fatica,
e mi parve che la vedessi lontanare, già piccola, già
perduta.

— Addio... addio... — le gridai, sporgendo il braccio.

Ella camminò come per seguirmi, e tese la mano senza
giungere alla mia.

— Senti... — balbettò, — volevo dirti una cosa... Io...

Ma non disse nulla; di colpo si fermò con una specie
d'urto, e rimase lì a guardarmi, del tutto immobile, su
l'orlo del marciapiede.

— Dimmi, dimmi?... — le gridai, mentre partivo. E súbito
lo spazio fra di noi divenne vasto, lontano, buio.

Ebbi un senso quasi di vertigine, che mi costrinse a
ghermire le tende.

— Addio!... addio!... — gridava il cuore disperatamente, — amore...
anima... vita mia!...

Divenne piccola, incerta, come una cosa che va nella
tenebra e nella tenebra s'occulta... la notte si fece profonda,
non la vidi più.

[pg!285]




I
=


Il treno che mi portò verso Roma, quasi mi diede l'impressione
di farmi percorrere una terra sconosciuta.

Trasognato guardavo. E le strade bianche dall'Appennino
selvoso mi parevano strade ignote, ignote le città
biancheggianti tra i primi chiarori dell'alba, e la malsana
Maremma e le fuggenti, popolose di bufali, praterie della
Campagna. Nell'aurora, mentre la primavera laziale metteva
sopra tutte le cose un colore indefinibile di eternità,
lontana e raggiante Roma mi apparve, Roma dalle cento
basiliche, simile a una grande isola, tutta bianca di palazzi,
che stupendamente apparisse fuor da un oceano di
vapori.

Quando vi giunsi, eran le undici del mattino; l'aria
limpida balenava nella Fontana di Termini.

Oh, viaggio indimenticabile, dovess'io vivere mill'anni!

Scesi. I miei passi erano grevi come se nelle vene mi
pesasse l'inerzia d'una estenuante fatica; dentro il cervello
stordito continuava il rombar del treno come un'eco dolorosa.
Una stupefazione grande attutiva in me l'acutezza
della mia pena e fui come lo straniero che dopo anni di
pellegrinaggio, faccia ritorno alla sua casa natale, ma più
s'inoltri e più tema, davanti al pensiero di trovarla
deserta.

Mi sorprese il linguaggio che la gente parlava, mi sorpresero
i lor gesti e l'aspetto delle contrade note.

Ritornavo, ma non ero più che l'ombra di me stesso:
anzi un estraneo solamente, un triste caduto; ritornavo
con l'anima inerte, fasciata in un immenso dolore. Nella
città ch'era stata mia, or m'attendevano sguardi curiosi
[pg!286]
e cuori chiusi, nella città stessa ove il mio fasto mi aveva
data una effimera gloria e la mia vita era stata un
esempio per molti.

Non avevo avvertito alcuno del mio giungere, neanche Fabio
perchè un poco di solitudine mi sarebbe stata necessaria
in quel primo ritorno. A Ludovico, il mio domestico, non
avevo potuto scrivere, ignorando se avesse preso in quel
frattempo un altro servizio; e così dovetti scendere all'albergo.
Le vetture da forestieri attendevano allineate;
mentre ne scorrevo le insegne, un conduttore mi si avvicinò,
salutandomi garbatamente:

— Ben tornato, signor conte. Mancava già da un pezzo!

Sul berretto, a cifre d'oro, portava il nome dell'albergo
nel quale aveva dimorato Elena durante il suo soggiorno
a Roma.

— Oh, siete voi? — feci con una commozione subitanea.
E mi parve di ritrovare un amico.

— La signora non è tornata con lei? — mi domandò
egli con premura.

— No, per ora no. Prendete la mia borsa e chiamatemi
una vettura.

Le strade formicolavano di gente chiassosa, inoperosa.
Guardavo intorno con una curiosità stanca, rievocando
memorie lontane, pensando alle partenze ed ai ritorni che
si fanno nella vita, pensando all'amore che si dimentica
per via, alla ricchezza che passa, all'invidia che segue da
presso quando si domina, ed allo scherno che assale da
ogni parte allorchè si precipita... Oh, commedie della vita...
decadenza, imbecillità!

Giunto all'albergo scrissi tosto un biglietto al portinaio
di casa mia, perchè facesse ricerche di Ludovico e, se
fosse ancor libero, lo mandasse da me. Lo pregavo insieme
di farmi avere sollecitamente ogni lettera, man
mano giungesse. Indi salii nella mia camera e mi coricai.

Un sonno pesante, uno di que' sonni esausti che seguono
da presso le grandi sciagure, mi dette per qualche
ora l'oblio.

Pranzai all'albergo; la sera volli uscire in cerca del
[pg!287]
Capuano, ma il mio cuore talmente si strinse non appena
fui nella strada, che tornai sùbito indietro, mi chiusi
nella camera e scrissi ad Elena.

Rivedevo lei, nella nostra casa, nel suo letto insonne,
al buio, che volgeva gli occhi asciutti verso l'uscio della
mia camera vuota. E immaginavo di entrare piano piano,
di sedermi su la sponda del suo letto, e prenderla fra le
braccia per non lasciarla mai più. Adesso mi ricordavo e
bene sapevo intendere tutto quanto mi era sembrato
incomprensibile nell'anima sua. Era una creatura dolce,
paurosa di amare, nascosta dietro un'apparenza d'insensibilità.

La vita le aveva insegnato a celarsi, ma il suo cuore
fioriva come una pianta odorosa, che sveli con la sua
fragranza il nascondiglio. Nell'amore la sua gran dolcezza
era il silenzio.

C'erano in lei due diverse anime, che a volta a volta la
facevano apparire buona e crudele, sincera e mendace,
amorosa e fredda, forte e lieve. La sua bellezza non era
tutta in lei, ma le viveva intorno come una immateriale
presenza; e le cose che le appartenevano, i luoghi per
dov'era passata, i pensieri che faceva nascere, le parole
che aveva dette, rimanevano belle. Nella mia vita randagia,
fra i sentimenti e le cose, avevo trovato infine un
essere d'elezione, ma senza imparare a conoscerlo se non
nell'ora dell'abbandono. Perenne tormento, perenne inutilità
del mio cuore!

Mi sentii malato; una voglia sterile di baci tormentò le
mie labbra desiderose; e nell'età virile, quando già si
comincia ad inaridire, sentii che la vita in me tornava,
che tornava l'amore, come una chiara fontana dissuggellatasi
all'improvviso.

Ero vissuto sprecando i giorni migliori, d'ogni cosa
trastullandomi con una virtuosità senza pari; m'ero sentito
forte come pochi, giovine come pochi e temerario
contro la sorte; non avevo creduto possibile che un
amore, una donna, fermassero a mezzo il cammino questa
inebbriante mia fuga.

[pg!288]
Di fatti ancora ne dubitavo. C'era nel più profondo
dell'essere mio, come ai confini d'un lago burrascoso, un
tratto di palude morta, ove tutte le ondate più alte andavano
a finire senza urto, senza rumore, imputridendo
fra melmosi canneti. Là dentro affogava continuamente
quella parte di me stesso che pur sentiva il coraggio
di vivere nella bufera; là dentro c'erano i dubbi, la
perplessità, l'indifferenza, e quel senso dell'inutile universale,
dell'ateismo infinito, che su tutto gravava come
un cielo basso e plumbeo. Maremma dell'anima, questa
parte di me stesso aveva continuamente soffocato la
mia volontà, sopraffatto in me i sogni, le speranze, i
sentimenti, e mi pareva incredibile che l'amore d'una
donna sapesse infine vincere questo mio cuore in cui
tutto inaridiva. Mi rammentai la frase che avevo scritta
nel libro d'ore della dama romana:

«Passare, passare, passare... ineffabile vita!» E risi
amaramente perchè quei tempi eran lontani, l'anima mia
profondamente mutata.

Il giorno dopo, mentre stavo ancora vestendomi, venne
Ludovico, ed aveva gli occhi umidi nel rivedermi. Strinsi
con affetto la sua mano sincera, gli domandai notizie
della sua vita; egli mi raccontò ch'era in servizio presso
una famiglia borghese di via Nazionale, mercanti arricchiti,
buona gente, un po' goffa, un po' taccagna. Mentre,
in forza di un'abitudine antica, s'era messo tranquillamente
a rassettare i miei abiti, mi diceva ch'egli sarebbe
tornato a servirmi con gioia se il mio ritorno a Roma
era definitivo.

— Ma come faresti con i tuoi nuovi padroni?

— Oh, signor conte, ho sempre detto loro che quando
lei tornasse... Tutt'al più ci vorranno gli otto giorni.

Senza sapere se sarei rimasto a Roma o no, per
l'affetto che mi legava a quel buon domestico e per avere
accanto un uomo il quale mi rammentasse i bei giorni
passati, gli risposi ch'ero lieto assai di riprenderlo e che,
appena libero, andasse a riaprir la casa.

— Troverò modo di farlo súbito, signor conte! — esclamò
l'uomo, e pareva non tenere in sè dall'allegrezza.

[pg!289]
— A proposito, Ludovico, sei stato a casa prima di
venire qui?

— Sì, signore, vi sono stato; perchè non sapevo immaginare
cosa volesse da me il portinaio.

— E v'erano lettere?

— Oh... dimenticavo! Lettere no: un telegramma.

— Dammelo dunque! — lo esortai con impazienza.

Egli si cercò nelle tasche, in fretta, e mi porse la busta.

— Anzi, — mi disse mentre l'aprivo — c'era una
sovratassa che ha pagata il portinaio.

— Come dici? Ah sì va bene... — esclamai deluso. — È
un telegramma respintomi da Parigi.

Indugiai nel leggerlo; avevo sperato che fosse di Elena
ed il cuore mi batteva; invece portava la firma del Capuano.
Ma, scorse le prime parole, trasalii. Diceva:
«Edoarda Laurenzano fidanzatasi ierlaltro De Luca. Nozze
fra un mese. Capuano»

E rimasi lì, come inebetito, a rileggere quelle parole,
mentre mi pareva che tutto girasse vertiginosamente.

Ludovico mi guardava perplesso, volendo forse domandarmi
qualcosa e non osando. Presi una sigaretta; egli
m'accese lo zolfanello.

— Su, cercami le bretelle! — gli dissi, tornando a
leggere il telegramma per la terza volta.

— Ha ricevuta forse una cattiva notizia? — profferì
timidamente.

— No... affatto, affatto! Un telegramma da Roma ch'è
arrivato laggiù dopo la mia partenza, — gli risposi alzando
le spalle.

— Allora, se permette, io dovrei andare, per preparar
tavola...

— Bene, Ludovico, va pure. Qua: dammi la mano, mio
vecchio Ludovico. Ti ricordi? È un pezzo che ci conosciamo....

Egli mi toccò la mano, senza stringere, come fanno
per rispetto i domestici, quando ci voglion bene.

Non appena egli fu dietro l'uscio, mi prese un movimento
d'ira, feci una pallottola del telegramma e la scagliai lontano.
[pg!290]
Mi parve d'essere come un uomo serrato fra i muri
d'un corridoio tenebroso, che avesse da capo e da fondo le
due porte murate. Avevo per nulla infranta la mia felicità,
ed ora, dovunque mi volgessi, non vedevo che l'irreparabile,
il vuoto. Ma il silenzio di Elena mi pesava su
l'anima più dell'altra sciagura, poichè in fondo v'era nel
destino, al quale avevo creduto sempre, una specie d'indizio
che pareva ricondurmi verso lei. Questo pensiero
mi dette animo, e cullandomi nella speranza, mi sentii
quasi giocondo.

Rapidamente finii di vestirmi ed uscii per recarmi dal
Capuano. Egli non era uomo d'abitudini mattiniere; aveva
preso il bagno da poco e mi ricevette in accappatoio, con
una faccia strabiliata.

— Toh!... sei qui? E senza farmi saper nulla? Ma
quando sei arrivato?

— Iermattina, — gli risposi abbracciandolo. — Ma ero
così affranto, così esausto, che non ho voluto veder nessuno.
E poi... e poi... ti racconterò!

— Hai avuto il mio telegramma?

— Un'ora fa; me l'hanno rispedito.

— E cosa ne dici? — egli domandò, strofinandosi la
testa umida.

— Cosa ne dico? Bah... nulla! Felici loro!

— Tanto meglio dunque! — egli fece, nervosamente.

— Di' Fabio... era un pezzo che non ci vedevamo! Stai
benissimo tu.

— Devi certo aver le traveggole, mio caro! Se mi
fosse caduto un trave addosso, non potrei star peggio! — egli
esclamò con umor bisbetico. — Questo matrimonio, se
debbo dirti la verità, non riesco a farmelo digerire!

— Ma perchè te ne impensierisci tanto? Che mai te ne
importa?

— Guarda, guarda... mi fa lo gnorri adesso! Perdonami,
sai, se ti ricevo male, ma stamattina riceverei male
anche la Divina Provvidenza. Sei giù di cera, veh!... non
mi piaci affatto.

— Eh, Fabio mio, non avevo di che stare allegro in
[pg!291]
questi ultimi tempi! Se tu sapessi! Ma prima ti voglio
ringraziare...

— Di che?

— Del denaro che mi hai mandato; sei sempre buono,
troppo buono con me.

— Ma io non c'entro.

— Sì che c'entri, via, lo so bene. Non te l'ho scritto,
perchè me ne vergognavo, ma fra noi... grazie insomma!

— Eh, lasciamo andare... Che mai? una sciocchezza!
Dimmi piuttosto: cosa pensi fare?

— A proposito di che?

— Di Edoarda, per bacco! Sebbene ormai...

— Ormai è tardi, — mi lasciai sfuggire. E tosto riprendendomi,
soggiunsi: — Del resto non ci pensavo
nemmeno. Che sia felice! È tutto quello che io le auguro!

— L'ultime tue lettere mi avevano indotto a pensare
ben altrimenti, — egli mi disse, mentre con somma pigrizia
egli terminava di vestirsi.

— Già... ma allora non erano accadute molte cose...
Poi, che serve? Neppure volendo, non sarebbe stato
possibile. Dunque meglio così. — E, dopo una pausa: — È
a Roma, naturalmente...

— No, a Taormina da circa un mese. Son là tutti e
due; si sono fidanzati laggiù.

— Ah?... bene.

Egli, che stava infilandosi i calzoni, vi stese dentro una
gamba con tanta forza, che per poco non vi fece uno strappo.

— Ma sai che questo è un fatto mostruoso! — esclamò
con ira.

— Perchè mostruoso?

— Ti par credibile ch'Edoarda sposi un De Luca?

— Perchè no? Se le piace?

— Macchè piacerle! Non è possibile, ti dico. Io la conosco;
la conosci bene anche tu.

— Cionondimeno lo sposa, dunque i ragionamenti cadono.

— Sì, lo sposa, lo sposa, ed io comprendo bene il
perchè. Un'alzata d'ingegno tutta sua! Sposa quello,
perchè si è persuasa di doverne sposar uno. Lo ha trovato
lì, pronto, e se lo è preso.

[pg!292]
— Tu esageri! Pietro De Luca può benissimo piacere.

— Sì, ad una donna vissuta, capricciosa, viziosa... lo
ammetto. A Edoarda no. Oppure io mi son fatto un cretino
compiuto e il mondo gira in senso inverso. Quella
ragazza, vedi, è di un'onestà esagerata, ed io comprendo
benissimo perchè ha fatto questo. Sapendo che si era molto
parlato di lei, e che un uomo diverso dal De Luca forse
avrebbe sempre veduta qualche ombra intorno alla sua
persona... sapendo insieme ch'ella stessa non avrebbe mai
potuto scordare del tutto, ha scelto lui, per il quale, ti
assicuro, tu non esisti, non sei esistito mai!

— Ma no, Fabio; sei fuori di strada. Edoarda poteva
sposare chiunque le fosse piaciuto.

— Non discuto su questo. Ogni altra donna penserebbe
come tu dici, tranne lei. Benedetta figliuola! Se mi avesse
voluto ascoltare!

— Cioè?

— Oh!... inutile parlarne. Una volta, alla Cascina
Bianca — e questo non te l'ho scritto — una volta le
dissi: «Pazienza, Edoarda, pazienza!... ritornerà; siate
certa che ritornerà...» Era la prima volta che osavo parlarle
così, e vidi sùbito che si rabbuiava. M'impose di tacere
con un cenno, e mi rispose: «Di questo, vi prego,
non una parola, mai più.» Naturalmente, mio caro!...
Sapeva che vivevi a Parigi con l'altra, e le donne, anche
le migliori, sono sempre donne. Però, se mi avesse dato
retta!... Non avevo dunque ragione, io?

— Scusa: ragione in che senso?

— Toh! Non eri tornato per lei, forse?

— Io? Mai più! Sono venuto semplicemente perchè mi
scade l'ipoteca fatta con i Rossengo di Terracina.

— Ah!... per l'ipoteca?... — egli brontolò fra i denti,
fissandomi con ironia. — Questa volta dunque sarà difficile
rinnovarla, quella tua famosa ipoteca! Non ti sembra?

[pg!293]




II
==


Rimasi lunghi giorni senza una parola di Elena, poi
venne questa sua lettera breve:

«Ho promesso di scriverti, Germano, e lo faccio per
una sola volta, non volendo lasciare senza risposta le
lettere che mi mandi ogni giorno. Ma sarà l'ultima. Ho
troppo sofferto per poterti scrivere. Del mio dolore non
guarirò mai. Questa certezza deve bastarti, se veramente
mi vuoi bene.

Sentirai parlare di me — io di te; ma dovremo rimaner
estranei, e tu non far nulla per avvicinarmi ancora.
Te lo chiedo come una preghiera ultima, e sia per
te un dovere l'esaudirla. Un giorno forse — quando ti
saprò felice — ti dirò ancora una cosa, quella che stava
per sfuggirmi, al treno, mentre partivi. Ma tu non la domandare.

Avevi nelle mani la mia felicità e l'hai lasciata cadere;
io non possedevo la tua, perchè altrimenti l'avrei custodita,
invece di rinunziare a te.

So una cosa: il tuo cuore non amerà mai — il mio
mai più. Fra qualche giorno cambierò casa... È tutto.
Addio.

.. class:: right

| :small-caps:`Elena`»

Vi son giorni della vita in cui pare che un naufragio
immenso accada intorno a noi; pare che si spenga il sole
anche su le memorie più lontane, anche nell'anima, e per
sempre. Viene una voglia neghittosa di chiudere gli occhi
e dormire il sonno dell'oblìo, perchè tutte dispiacciono
tediano e spaventano le cose che rifulgevano come fiamme
all'ápice dei nostri desiderii.

[pg!294]
Come una morte nella vita, queste agonie della speranza
lasciano in chi le soffre un segno duraturo. Tale
mi ritrovai, leggendo la lettera di Elena; e, sotto la tempesta
che passava, mi sentii cadere come un uomo esausto,
condannato a non levarsi più. Ero disertato, espulso,
vinto; la temerità cessava, l'ascensione aveva una vertiginosa
caduta.

Ero giunto a quell'ora, tristissima fra tutte, in cui
l'uomo comprende come la sua piccola superbia non
basti a vivere, come tutto sia precario ciò che non viene
dal cuore. Imparavo a conoscere la solitudine, la vergogna,
la paura, compagne desolanti, e andavo, incredulo
ancora della mia sorte, verso una specie di esilio definitivo.

Ebbi la voglia di risollevarmi e non l'energia per lottare;
volsi nella mente le idee più pazze; volli tornare
da Elena, inginocchiarmi, supplicarla di riprendere la nostra
vita, e mi sentivo capace d'ogni sacrifizio pur di
non perdere questo amore. Le scrissi, non rispose;
quando fui sul punto di partire, compresi che sarebbe
stata una inutile follìa, e per non parere vile, chiuso
nella fierezza rimastami, cercai che il mio cuore la dimenticasse.

Ma ella veniva la notte, d'improvviso, a dormire fra le
mie braccia, e con triste furore le prodigavo i baci che
struggono come attimi di morte. Furtiva, era dietro i miei
passi, ed in ogni cosa ritrovavo una lontana memoria di
lei. La sua voce mi saliva nell'anima come una distante
musica; a volte mi pareva di attingere la mia vita nel
suo caldo respiro, a volte mi pareva che si aprisse una
porta e la vedessi d'improvviso entrare, più bella, più
sorridente che mai. La portavo in me come un male inguaribile,
come una gioia senza nome; tutta la luce del
mio mondo interiore s'irradiava intensa dalla sua grande
bellezza.

Ludovico mi preparò la casa e v'andai ad abitare. Mi
parve una prigione, l'odiai. Vivevo due vite diverse: una,
fra le mie piccole miserie, l'altra, seguendo i passi dell'amante
lontana.
[pg!295]
Non avevo denaro; per sopperire alle prime necessità
dovetti vendere ad un orefice un antico gioiello di famiglia,
che mia madre aveva gelosamente custodito. L'amministratore
non sapeva più a che santo votarsi per pagare
almeno gli interessi a quelli che vantavano crediti
antichi; stava trattando una vendita e mi diceva di pazientare.

Soffrivo d'insonnia, mi alzavo prestissimo e facevo
lunghe passeggiate, solo, triste, per i colli di Roma. L'aria
satura di fragranze mi dava talvolta una specie di vertigine;
sentivo in tutte le membra una stanchezza mortale;
dovevo sedermi, chiudere gli occhi, fortemente respirare.

Evitavo le strade frequentate, i ritrovi d'amici; gli
sguardi altrui mi ferivano come scherni muti. Fabio veniva
da me la sera e Ludovico ci allestiva il pranzo. Povero
Fabio! Quanta bontà fraterna era nelle sue parole! M'ero
confidato con lui; quell'anima dolce sapeva comprendere
tutti i dolori. Mi guardava lungamente, fra le nuvole di
fumo delle nostre innumerevoli sigarette, poi diceva:

— Non mi piaci! non mi piaci, Guelfo! Ti devi distrarre,
se no finirai con ammalarti.

Io ridevo, e cominciavo a parlargli di Elena, sempre di
Elena, e della mia felicità spezzata. In sèguito egli mi
venne a prendere, mi condusse a pranzar fuori di casa,
m'accompagnò al Circolo, dove ritrovai gli amici d'una
volta che facevano le stesse cose, ripetevano le stesse
celie di due anni addietro. Godevo credito; giocai, vinsi,
riperdetti. Nessuno mi domandò di Elena, come per un'intesa
pattuita; solamente Camillo Ainardi una sera, giocando,
mi disse:

— Andrò a Parigi verso la fine della settimana. Non
hai commissioni a darmi... per il teatro dell'Athénée?

Risposi di no seccamente; gli altri mi guardarono sorridendo,
e il discorso mutò.

Il marchese della Pergola mi conduceva ogni giorno a
fare lunghe gite in automobile, raccontandomi con la sua
voce un po' infantile tutto quello ch'era accaduto in Roma
durante la mia assenza. Si tornava sul far del crepuscolo,
[pg!296]
ed allora cominciava con prendermi ogni sera un mal di
capo così violento e assiduo che, rincasando, bisognava
mi coricassi; nessun rimedio valeva per togliermi quel
martellare. Durava sin verso la mezzanotte, poi mi addormentavo
d'un sonno angoscioso, interrotto.

Quando fu prossimo il ritorno di Edoarda e il tempo
delle sue nozze, lasciai Roma per recarmi a Torre Guelfa
e stipulare la vendita delle terre di Monte San Biagio,
vendita che l'amministratore aveva intavolata con l'ambizioso
e rapace Rossengo.

Oh, di quella casa non dimenticata, come da lontano
risplendevano le finestre quando vi giunsi ad un calar
del sole, sul barroccio di Lazzaro, che m'accompagnava!
E, nel cuore popolato di memorie, che intraducibile sofferenza
muta! Fiorivano tutte le siepi e dalle campagne
lontanamente invase da un tenue color di viola, primo
vapore della notte, venivano su le fragranze vegetali delle
praterie nuove, miste con l'odorar forte dei giacinti selvatici,
dei bianchi narcisi, che a migliaia constellavano le
riviere. C'era già qualche rosso di papaveri tra le spighe
recenti, ed eran vivaci come le creste dei galli, che traversando
l'aia dei cascinali s'andavano maestosamente ad
appollaiare.

Guardavo, ai due fianchi della strada maestra, la terra
che non sarebbe stata più mia; guardavo in alto, verso
il castello sovrastante, le finestre delle stanze nelle quali
era passato l'amore, passato per non più tornare, sotto il
cielo di un'altra primavera, come certi voli di rondini che
passano una volta sola e paiono destinati a non fermarsi
mai.

Lazzaro mi raccontava; mi raccontava delle mietiture
e dei raccolti, della torre a cui durante l'inverno s'era
fatta una gran fessura nella muraglia, ed erano l'edere
che la stringevan troppo od i serpenti che vi strisciavano
su; de' suoi figli ch'eran tutti sani e robusti ed il maggiore
stavasi per fidanzare, della sua donna che aveva l'altr'anno
avuta una sesta doglia, ma infruttuosa, e delle viti che
toccavano terra, l'autunno scorso, con i lor tralci ricurvi,
[pg!297]
sicchè bisognava poggiarli ad altri alberi più forti, — e
delle processioni, e delle sagre, e della cavalla saura che
s'era spezzata una giuntura, cadendo con il barroccio in
un fossato, a gran rischio di uccidere il ragazzotto che la
guidava, una sera buia, nel Dicembre. Di questo non erasi
potuto consolare. La bella saura stelleggiata in fronte,
che andava come se la portasse il vento, tutta scatti e
volate, vibrante come un arco teso, fra criniera e coda.

Così Lazzaro mi raccontava, ed io, mollemente appoggiato
alla spalliera del barroccio, lo ascoltavo tra l'amarezza
di altri pensieri, volendogli bene, perchè tutte queste
cose appartenevano al tempo di Elena, erano state sue e
mie, medesimamente. Su quel barroccio, dov'io sedevo,
s'era seduta ella pure, in un pomeriggio di sole, volando
tra i filari di pioppi che s'inseguivano in una fuga opposta,
come sbarre di un immenso cancello... Apparve il
giardino, il viale a pergolato, la spalliera di rose, la facciata
immensa della casa, cui avevano posto, davanti alla
scalinata, un gruppo di limóni in grandi vasi di argilla
rossa; ed apparve l'atrio d'ingresso, non illuminato ancora,
ma dove uno specchio, nel fondo, acceso in pieno
dalla luce crepuscolare, pareva una finestra aperta sopra
una limpida immensità.

La figlia di Lazzaro aveva messa nei vasi una profusione
di fiori ed aveva preparato il gran letto nuziale nella camera
dove mi sembrava ch'Elena camminasse ancora, facendo
sul pavimento con le sue pianelle un rumore frettoloso
e lieve. Mi sentivo da tutte le cose circostanti piovere
nell'anima una morte lenta, ed avrei voluto, in quel letto
profondo, su quei cuscini che per me sapevano de' suoi
capelli, addormentarmi nel sonno dal quale più non ci si
desta, come colui che sia giunto alla meta ultima del suo
pellegrinaggio.

Per venti giorni trascinai nella mia casa una orribile
vita. Scrivevo ad Elena lunghe lettere che poi non le
spedivo; mi facevo mandar da Roma i giornali parigini
che ritenevo potessero parlare di lei, ma senza trovarvi
alcun cenno; scrissi ad Elia d'Hermòs, pensando di poter
[pg!298]
per suo mezzo ricevere notizie precise; ma egli doveva
essere in viaggio ancora, perchè non rispose. Una volta
colsi nel giardino i fiori più belli, ne feci una cassetta io
stesso e li mandai all'indirizzo del suo teatro; ma questa
e l'altre cose rimasero senza risposta.

Intanto un malessere sempre più frequente mi serpeggiava
per l'ossa; un breve cammino od una piccola fatica
bastavano ad esaurire le mie forze; gli occhi, sotto le
palpebre, mi bruciavano; le vene dei polsi, delle tempie,
mi battevano come nel rezzo della febbre; non potevo
quasi toccar cibo, nè leggere, nè pensare seguitamente;
avevo nelle orecchie un rumor sordo, simile a quella sonorità
che ronza nelle conchiglie marine, ed esso mi si
ripercoteva tormentoso nel cervello; mi sentivo assalire
da spaventi subitanei, da traffitture per tutte le membra,
e l'unghie agli orli mi si sfogliavano come le squame
dei pesci.

In quei giorni vendetti la tenuta di Monte San Biagio
a Michele Rossengo, il quale si trattenne il prezzo dell'ipoteca
ed in più mi diede una piccola somma di denaro. Così
dell'antico dominio non rimaneva che la tenuta di Torre
Guelfa, la rocca madre, onerata essa pure in parte, ma per
una scadenza più lontana.

Il ventesimo giorno dopo l'arrivo a Torre Guelfa, mentre
desinavo, uno svenimento mi colse. La figlia di Lazzaro,
impaurita, corse a chiamare il padre ed altri familiari.
Mi portarono a letto e vi giacqui per cinquanta
giorni, arso da una febbre tenace, invincibile, che ogni
tanto sostava, per riprendere di lì a breve con maggiore
accanimento.

Il medico di Terracina pareva molto irresoluto nel far
la sua diagnosi; parlava di sintomi delle febbri malariche
o palustri, poi se ne mostrava dubitoso: fece il nome di
malattie nervose complicate e strane, ma per quanto si
cavillasse la mente, nulla poteva contro il mio male. Venne
un professore da Roma e disse con maggior pompa le
medesime cose incerte; mi trovò esaurito di spirito e di
corpo, in uno stato lamentevole di eccitabilità, mi domandò
[pg!299]
anche se avessi avuto un dolore od una preoccupazione
intensa... Disse che, appena combattuta la febbre,
avrei dovuto da me stesso rimediare al resto, vincendo
la mia svogliatezza, distraendomi, cacciando le idee nere.

In quel tempo desiderai di morire; lo desiderai con la
medesima voluttà profonda che avevo messa nell'amare la
vita; provavo l'impressione di un annegamento continuo;
la forza degli altri e delle cose avverse mi pareva crescere
a dismisura, la mia, farsi piccola ed inane. Mi esecravo;
non avevo alcuna fede, alcuna speranza in me. E
su tutto navigava quel profumo di amor perduto, come, da
una lontananza chimerica, il sogno di giovinezza che può
sorridere ai morenti. Questa era la sola cosa che sapesse
darmi ancora un fremito e potesse infondere nel mio tormento
una soave malinconia.

Intorno, la terra e il cielo intiepidivano di primavera;
dalle campagne udivo cantare; i venti della sera mi portavano
tutte le saturazioni della giornata feconda. Sognavo,
come nell'estasi d'un sogno remoto, la mia donna e le
parole che avevo udite da lei.

Venne a curarmi Ludovico, e Fabio venne pure; mi
assistette per circa un mese, fu amorevole, intuì meglio
di chiunque altro l'origine del mio male. A lui, nel delirio
della febbre, raccontavo le cose più pazze, pregandolo
che andasse via, che mi lasciasse morir solo; e l'amico
dolce come un fratello sapeva trovar le parole atte a
rendermi un poco di serenità.

Ma era mutato anch'egli: quel matrimonio d'Edoarda
aveva interamente scomposto l'ordine della sua vita. Ora
si faceva bisbetico, sarcastico, talora taciturno. O cuore
incomprensibile dell'uomo, chi mai ti potrà conoscere?

Lentamente guarii. Appena vinta la febbre, mi trassero
fuori dalle coltri, mi sedettero all'aperto, tra i fiori, tra il
verde. Cominciò gradatamente una giovinezza nuova, con
le forze che rinvigorivano, con l'anima che si dilatava
nella serenità circostante. Fabio era partito; avevo come
soli compagni il medico di Terracina, Ludovico, Lazzaro,
i suoi figli ed i villici della fattoria, gente onestamente
[pg!300]
rude che insegna l'amore della vita sana. Lunga e voluttuosa
fu la convalescenza; tutte le cose più semplici, che
la nostra sensibilità esperta non percepisce più, mi ferivano
in quel rinascere; tutte le gioie tornavano, stillando
come favi di miele nel sangue avido, ad una ad una.
Colei che avevo amata, che amavo, era nell'intimo del
mio cuore come un gioiello ben custodito, e provavo la
voluttà di avere sofferto, io, che nella vita ero passato aridamente,
senza vere passioni. Mi pareva d'essermi redento
con questo amore doloroso. In tutte le immagini belle, che
davan musica e luce alla mia vita nova, ella passava come
una trasfigurazione, lasciando cadere intorno a sè fiori di
rimembranza e di speranza, parole udite, sorrisi.

Quando mi fui del tutto rimesso in forze, partii. Batteva
l'estate piena, con accecanti sfarzi di sole e pleniluni
chiari come albe, al cantar delle fontane.

Andai direttamente a Parigi; volevo ritrovar Elena,
parlarle od almeno vederla. Ma non v'era. Mi dissero al
suo teatro ch'era partita circa un mese prima e non sapevano
per dove. Sarebbe tornata l'autunno. La mia gioia
si smorzò come per incanto, mi sentii più solo, quasi che
la lontananza fra noi fosse immensamente cresciuta. Andai
a riveder la nostra casa e riconobbi dalle finestre i segni
d'altri abitatori. Di questo amore, ch'era pur stato così
grande, non rimaneva più nessuna visibile traccia; le
cose, la distanza, il tempo, scorrevano sovr'esso con una
indifferenza crudele. Volli ritrovar Elia, ma era partito
egli pure, cosicchè, per non lasciarmi vincere dallo sconforto,
cercai la gente, il rumore, la musica, i ritrovi lieti,
le donne gaie, le spiagge popolate. Fui ad Ostenda per
oltre un mese, indi visitai Trouville, Boulogne sur Mer,
Vichy, Aix; avevo un poco di denaro con me, giocavo
temerariamente, vincevo.

Verso il principio del Settembre scrissi a Parigi per
sapere se fosse tornata; mi fu risposto che non avevano
alcuna sua notizia. M'incontrai allora con alcuni amici
che andavano a Montecarlo e questi mi decisero a seguirli.

[pg!301]
Che dolce autunno, giù per le colline inclinevoli, per i
promontori selvosi, davanti a quel mare pigro, che oscilla,
mentre le vele dei navigli erratici se ne vanno via, gonfie
di vento, sfarzose di luce, leggere come petali di rose
cadute sopra una fontana. Oh, averla meco, sotto la curva
di quel cielo troppo azzurro, e camminar tra i palmizi
onusti di grappoli quasi biondi, sotto i boschi d'ulivi che
scoloriscono quando passa il vento, e guardar dai cancelli,
sovra i muricciuoli dei poderi, nel folto degli aranceti,
pendere i bei frutti d'oro!

V'era poca gente ancora; gli alberghi, aprendosi ad
uno ad uno, cominciavano a lustrar gli specchi per la
stagione prossima, i giardinieri a rifar l'aiole, i verniciatori
a rinfrescar le insegne. Quegli amici che mi avevano
condotto, ripartirono, stanchi della mala sorte; io, per
pigrizia, rimasi.

Cominciai con perdere, lentamente, ogni giorno. Ma una
sera che tornavo da una gita in automobile, verso l'ora
del pranzo, entrai svogliatamente nelle sale da giuoco,
non sapendo che fare. Le tavole quasi eran deserte; ancora
faceva caldo; gli impiegati sonnacchiosi, oppressi
dal tedio, sbadigliavan o mormoravano tra loro. Una signorina
bionda e anemica, la quale soleva spesso darmi
consigli, mi disse, venendomi vicino e facendo sonare
la sua borsetta piena d'oro:

— È la giornata del 26: giocatelo!

In quel momento, ad una «roulette» poco discosta,
capitò che annunziassero proprio il numero 26.

— Vedete? — ella fece ridendo, e uscì.

Avevo poco denaro in tasca; m'accostai ad un'altra
tavola, presi un gruzzolo d'oro e lo misi al 26. Uscì proprio
questo numero, ed io lasciai tutto il guadagno su le
varie combinazioni del 26. Ripeterono lo stesso numero,
ed in capo d'un'ora, facendo lo stesso gioco su varie tavole,
ero giunto a vincere oltre cinquantamila lire.

La signorina bionda e anemica bevve quella sera molto
Sciampagna, disse molte corbellerie e volle che l'accompagnassi
a casa — per slacciarle il busto.

[pg!302]
Da quella sera in poi non feci che vincere ogni giorno,
senza interruzione, con una facilità che stupiva me stesso.

Dopo varie settimane mi trovai possessore di una somma
notevole, e, non volendo riperderla, mi recai a Parigi
per attendere il ritorno di Elena. In quei giorni appunto
ell'aveva scritto da Ginevra al direttore del suo teatro,
dicendosi malata e chiedendogli ancora un mese o due
di riposo. Corsi a Ginevra, ed all'albergo dal quale aveva
scritto mi risposero ch'era partita pochi giorni prima, non
sapevano per dove.

Solo, triste, torturato da mille dubbi, roso dall'impazienza,
tornai a Parigi, dove tutte le sere andavo al suo
teatro, quasi per essere più vicino a lei.

Elia — mi dissero — dall'Egitto era andato in America.
S'avvicinava l'inverno; pioveva quasi ogni giorno;
tutto mi pareva lugubre, tedioso. Accarezzavo intanto il
mio sogno con gelosia; pensavo che saremmo tornati a
vivere insieme, per sempre questa volta; con il denaro
vinto mi sarei messo a trafficare in Borsa prudentemente;
si avrebbe insieme guadagnato abbastanza da essere
felici.

Poi, quando fossi tornato ricco, l'avrei indotta a lasciare
il teatro, avrei forse comprata una villetta nei
dintorni di Parigi, un'automobile per venire in città; forse,
col tempo, l'avrei sposata. L'estate si sarebbe andati a
Torre Guelfa, o si avrebbe viaggiato, secondo la sua preferenza:
dal nostro amore sarebbe nato qualche bimbo
ed avrei conosciuta io pure la gioia della famiglia, la
tranquilla poesia del focolare. Immaginavo di raccontarle
queste cose, vincendo a poco a poco la sua riluttanza,
facendomi perdonare il passato, con la dolcezza delle mie
parole. Per ingannare il tempo, andavo alle agenzie domandando
quali case vi fossero da affittare; sceglievo
questa o quella nel mio pensiero, dicendo che presto mi
sarei risoluto. Le comperavo molti piccoli regali, curavo
la mia persona, cercavo di rammentarmi i suoi più piccoli
desiderii.

Finalmente giunse. Me lo dissero al suo teatro, una
[pg!303]
sera, dopo lo spettacolo. Il cuore mi tremò; avrei voluto
correre da lei sùbito, senza tardare un attimo. Era
scesa nella «Rue Castiglione», all'albergo dello stesso
nome, poichè aveva lasciata la sua casa. Uscii dal teatro
con le vene che mi battevano forte, la mente smarrita,
un po' ebro.

Era una notte freddissima; nevicava. Il vento faceva
turbinare i fiocchi larghi e fitti intorno alle chiostre dei
lampioni, che ad intervalli uguali accendevano di chiarori
abbacinanti la neve uniforme. Presi una vettura e mi
feci condurre in Piazza Vendôme; là scési. Al sommo,
il grande monumento napoleonico era coperto d'una
cappa candida, come un solitario pino; la piazza quadrata
biancheggiava in tutta la sua vastità, traversata nel
mezzo dalle vetture opposte, che parevano affondarvi
senza strepito.

Gli spazzatori, curvi e pigri, ammucchiavano inutilmente
la neve. Mi cacciai sotto il portico della «Rue Castiglione»,
giunsi fin rimpetto all'albergo e mi fermai sotto un'arcata.
Il vento invernale, a raffiche, m'investiva, picchiettandomi
co' suoi pulviscoli di neve ghiacciata, pungenti come
grandine; ma un desiderio invincibile mi tratteneva lì,
fermo, a guardare le finestre illuminate dell'albergo, forse
per indovinare quale, fra tante, fosse la sua. Vedevo talvolta
sui chiari vetri delinearsi qualche rapida ombra, e
sparire, ma in nessuna potevo riconoscere la sua; v'erano
anche molte finestre chiuse. Dopo aver esitato a lungo,
traversai la strada, entrai nell'albergo. Un custode notturno
vigilava nell'atrio; si levò, mi venne a domandare
che volessi. Risposi che mi premeva di sapere se la signora
Elena de W. fosse giunta in quel giorno all'albergo.
L'uomo, di malumore, dopo avermi squadrato, mi rispose
che non sapeva. Lo indussi ad una maggiore cortesia,
dissipando con il rumore di qualche moneta il sonno che
l'opprimeva.

— Com'è il nome? — mi domandò allora. Lo ripetei.

— Ora guardo, signore. — Andò ad una scrivania e si
mise a scartabellare un registro.

[pg!304]
— Di fatti, — rispose. — È arrivata oggi nel pomeriggio.
Adesso mi ricordo. È una signora alta, bionda,
non è vero?

— Appunto. E sapete se sia già rincasata?

— Non dev'essere nemmeno uscita, credo. Però, scusi
un momento...

Andò verso un assito dal quale pendevano le chiavi
delle camere, guardò all'uncino che portava il numero 17,
e vedendolo vuoto rispose:

— La chiave non c'è; deve dormire. Se crede, salgo ad
accertarmene.

— Grazie, non importa. Domattina le darete questo mio
biglietto da visita.

E sotto il nome scrissi alcune parole a matita, per
dirle che sarei venuto il domani verso l'ora della colazione.

— Ecco, — dissi all'uomo, consegnando il biglietto. — Ma
non scordatelo, vi prego.

— Non dubiti; buona notte, signore.

— Buona notte.

E giocondo, impaziente, uscii per la strada, mandandole
baci dal cuore. Il domani, pochi minuti prima del mezzogiorno,
giungevo dinanzi al portone dell'albergo. Mai
nella mia vita m'ero sentito così commosso; entrando
nell'atrio ebbi quasi paura di vedermela venire incontro.
Il portiere s'avanzò cortesemente:

— Chi desidera il signore?

— La signora Elena de W.

— È uscita, — mi disse con una irritante urbanità. — Uscita
verso le dieci.

— E non ha lasciato detto nulla?

— Nulla.

Rimasi un momento perplesso.

— Non sapete se le abbiano consegnato stamane un
biglietto che ieri sera ho lasciato per lei?

— Sì, difatti; me lo diede il portiere di notte, e lo
mandai.

— Bene: aspetterò.

[pg!305]
— Prego, s'accomodi.

Tolsi da un tavolino un giornale, e sedetti in fondo
all'atrio in guisa da sorvegliar l'entrata. Ma trepidavo;
mille dubbi mi stringevano; ad ogni persona che vedevo
sopraggiungere il cuore mi dava un sobbalzo. E le sfere
d'un orologio a muro, che mi stava di fronte, camminavano
sul quadrante con una lentezza mortale. Segnarono
il quarto, la mezza, i tre quarti... Allora sorsi, mi pareva
d'esser ridicolo, non potevo più contenermi. Andai verso
il portone spingendo lo sguardo fra la gente, nelle due
direzioni del portico; uscii nella strada, spiando le vetture;
mi detti a camminare, avanti, indietro, nervosamente. Facevo
col pensiero le più disparate ipotesi, risolvevo di
andarmene, immaginavo di scriverle una lunga lettera,
ed in tutte le signore che apparivano ancor lontane, mi
pareva d'averla riconosciuta. Quando fu trascorsa un'altra
mezz'ora, entrai di nuovo nell'albergo e lasciai un altro
biglietto, scrivendole semplicemente che sarei tornato
verso l'ora del pranzo, alle sette.

Ma venti volte nella giornata passai per quella strada,
nella speranza d'incontrarla, e senza osare di chiederne
all'albergo. Avevo la febbre, mi sentivo capace di commettere
una sciocchezza, non potevo comprendere questo suo
rifiuto. Alle cinque m'andai a vestire; in un baleno
fui pronto, quasichè mi fosse mancato il tempo. Abitavo
all'«Hôtel Ritz», a due passi dall'albergo di Elena. Era
presto ancora per uscire; presi un giornale, una rivista,
un libro, — li buttai. Mi diedi a camminare, guardando
l'ora ogni cinque minuti, facendo sforzi d'immaginazione
per accelerare la lentezza del tempo. Infine mi decisi a
scriverle una lettera piena di violenza e di passione, per
il caso in cui di nuovo non l'avessi trovata.

Non erano tuttavia le sette quando giunsi all'albergo
della «Rue Castiglione». Lo stesso portiere venne ad
aprirmi, e più garbato ancora, con un sorriso pieno di
rincrescimento:

— Signor conte, — mi disse, — la signora prega di
volerla scusare, ma non potrà scendere stasera, essendo
indisposta. Credo anzi che si sia già coricata.

[pg!306]
Rimasi come trasognato e non seppi nascondere il mio
turbamento.

— Va bene, — risposi dopo un silenzio. — Allora consegnatele
questa lettera... oppure no... Dove potrei scrivere,
vi prego?

Egli mi condusse nella sala di lettura, mi preparò carta
e penna.

— Grazie, ora vi chiamerò sùbito.

E smarritamente vergai poche righe, scongiurandola di
volermi ricevere o di rispondermi almeno, perchè da mesi
e mesi l'andavo cercando ed avevo sofferti tutti i dolori
per lei. Chiusi la lettera, gliela feci portare, attesi.

In fondo alla sala, un vecchio, semisdraiato in una poltrona,
sotto il chiarore d'una lampadina elettrica, leggeva
un libro rilegato di pelle oscura e lo teneva presso la
faccia ingrandendone i caratteri con una grossa lente.
Nel sorreggere il libro la sua mano tremava come quella
d'un paralitico. Poco discosta da lui, una fanciulla dai
capelli biondi, pettinati strettamente, scriveva con rapidità
una lettera di molte pagine. C'era su la parete un quadro
annerito in una cornice d'oro, e, di fronte, uno specchio
incline che rifletteva la stanza. Mi pareva d'essere avvolto
nell'imprecisione d'un sogno, soffrivo, ed una vertigine
grande scompigliava i miei pensieri. Nessun rumore intorno,
tranne lo stridìo di quella penna veloce che grattava
la carta ruvida. I miei occhi, senza tregua, si volgevano
verso l'uscio.

Dopo alcun tempo entrò il portiere; venne a dirmi:

— La signora le manderà sùbito la risposta.

— Grazie.

Presi la penna e mi diedi a scarabocchiar linee sopra
un foglio di carta. Egli rassettò alcuni tavolini, accese
un'altra lampada, uscì.

La fanciulla ed il vecchio, come automi, continuavano,
ella a scrivere, egli a tremare. Io, macchinalmente, osservavo
i disegni tracciati dalla mia penna, e quando non
avevo più inchiostro la intingevo nel calamaio con un
movimento nervoso. Mi sentivo in ogni vena pervadere
[pg!307]
da un'angoscia irrequieta e non potevo muovermi; avrei
voluto correre su per le scale, giungere alla sua porta,
entrare, vederla, inginocchiarmi o percuoterla... Mi sentivo
male: avrei anche voluto fuggire. La lampadina che
avevo davanti agli occhi m'ipnotizzava come un puro brillante.

D'un tratto, dietro l'uscio, intesi lo strepito leggero
d'una gonna; levai gli occhi, le due portiere vetrate s'apersero,
ed una donna, che non riconobbi sùbito, mi venne
incontro, sorrise.

— Elena!... — balbettai come in sogno, e balzai diritto,
senza potermi avanzare. In un momento di oscura vertigine,
senza chiudere gli occhi, non vidi più nulla
nemmeno lei, e quando li riapersi eravamo vicini, ci
guardavamo, volevamo parlare, anch'ella un poco impallidita,
con i medesimi capelli color del bronzo e dell'oro
antico, le pupille stupite, una bellezza immateriale nel viso,
lei, lei, quella che avevo amata, quella che avevo invocata
nelle mie notti di delirio, lei che si chiamava Elena!...

— Grazie, — le mormorai, — grazie! Non vi aspettavo...
non ti aspettavo più.... È stata una cosa indicibile!

Le tesi una mano, ella mi porse la sua, rapidamente,
poi la ritrasse; ci sedemmo. Il vecchio e la fanciulla non
avevano forse neppure levata la testa.

— Ebbene? — domandò ella, un po' titubante.

— Non mi volevi più rivedere?... — le dissi piano, guardandola
come per ricuperare la visione della sua bellezza.

— Sono scesa infatti per ripetervi questa preghiera, — ella
rispose lentamente, chinando un poco il viso.

— Ed io, — esclamai sorridendo — io sono venuto per
prenderti con me, Elena! Te l'avevo promesso, e questa
volta sarà per sempre.

Ella scosse il capo con indulgenza, sorrise tranquilla,
e chinò gli occhi, mentre, perplessa, intrecciava le dita.
Allora, nel guardare quelle mani che avevo tante volte
baciate, uno struggimento infinito mi prese, per il desiderio
d'avere una sua carezza, su la fronte e su le tempie,
com'ella usava, — una sua carezza lieve. Desiderai d'inginocchiarmi,
d'abbracciare le sue ginocchia, di nascondere
[pg!308]
la faccia nel suo grembo e mormorarle piangendo che da
lontano avevo imparato l'amore. Ma non potei; la mia
bocca rimase muta; e v'era in quel silenzio una dolcezza
maggiore di qualsiasi confessione.

— Bisognava lasciarmi sola, — ella disse, con una voce
gonfia di oppressione. — Ora sarà più doloroso per
entrambi.

— Ora invece non puoi essere che mia, — le dissi — e
la mia vita non fu che un lungo desiderio di te. Ti ho
portata via nell'anima, e qualche volta mi è sembrato di
morirne. Adesso, Elena, bisogna ricominciare.

— No, questo mai!

— Senti...

— Mai! — ella ripetè con fermezza. Tutte le linee del
suo volto esprimevano quasi una impassibile crudeltà;
nel guardarla, mi ricordai l'amante chiusa e fiera che in
alcuni momenti del nostro amore mi era parso di temere
come un'avversaria.

— Dunque hai tutto dimenticato? — le domandai sommessamente,
con una specie di paura. Ella non rispose;
dalla sua faccia china gli occhi si levarono a guardarmi
con attenzione lenta, ed era lo sguardo con cui la donna
osserva l'amante, dopo l'amore.

Volevo domandarle: «Dove sei stata? Che hai fatto?
Quali desiderî ti hanno turbata l'anima nel tempo in cui
fummo lontani?» Ed ella forse, guardandomi, voleva indovinare
le medesime cose.

In quel punto la fanciulla ed il vecchio si levarono insieme,
traversarono la sala, e restammo soli.

— Ascoltami — le dissi, avvicinandomi a lei. — Non
ti ho dimenticata un solo momento. Per te ho pianto, mi
sono sentito infelice, umiliato, malato. Ti ho scritto e non
hai risposto, ti ho cercata e non hai voluto che ti ritrovassi.
Ora sono libero assolutamente; nella mia vita non
c'è più un pensiero che non ti appartenga; sono pronto
a qualsiasi rinunzia e ti domando perdono di tutte le mie
colpe, io, che non ho mai chiesto perdono. Adesso, dimmi
una cosa, Elena: Mi hai scordato? appartieni ad un altro?
[pg!309]
Od è per una ragione diversa che tu respingi la mia
preghiera?

— Infatti, — ella disse, guardandosi una mano, e girando
su l'anulare l'anello ch'io le avevo dato, — infatti
la ragione è un'altra.

Fece una pausa e continuò:

— Ti ricordi... vi ricordate? C'era sempre una cosa che
vi dovevo dire.

— Ebbene dilla ora.

Aveva su le labbra un sorriso calmo, e da' suoi limpidi
occhi mi guardava pensierosamente.

— E poi?... quando bene ve l'avessi detta?...

— È un mistero così grande?

— Oh no... tutt'altro!

— E allora?

— Allora ve la dirò più tardi. Va bene? — E soggiunse
con volubilità: — Raccontatemi qualcosa di voi,
ora. Non vi siete ammogliato?

— No.

Ella dette un riso breve, sottilmente ironico, e disse:

— Perchè?

— Ti amavo, Elena, e preferii che la sposasse un altro.

— Davvero? si è sposata?... Ma da quando?

— Dal mese di Maggio.

— Siete arrivato troppo tardi allora.

— Oh, no! Sarei giunto forse in tempo, se proprio lo
avessi voluto.

— E che avete fatto invece?

— Nulla. Stetti un mese a Roma, dopo andai a Torre
Guelfa per vendere la tenuta e mi ammalai. Appena guarito,
venni a cercarti. Oggi, che ti ritrovo, non mi vuoi più...

— Siete un po' dimagrato infatti, — ella osservò, sorvolando
sul resto.

— Bah... non è stato un anno molto allegro! E tu?

— Io? Sono partita tre mesi dopo; ho viaggiato, ed
anch'io non sono stata bene.

Allora le presi una mano e vi posai le labbra senza
ch'ella me lo impedisse.

[pg!310]
— Elena, — mormorai, — quanto ho sofferto! Non te
lo potrò mai descrivere! Ho bisogno di parlarti a lungo.
Vuoi che usciamo?

— Dove?

— Non hai ancora pranzato, suppongo?

— Non ancora.

— Ebbene vieni con me. Andremo da Paillard o da
Larue, come una volta.

— No, no! — ella fece, ritraendo la mano con rapidità.

— Questo non me lo puoi negare. Assolutamente bisogna
che ti parli, Elena. Qui fra poco verrà gente; poi...
sii buona!

— Ebbene, se proprio volete...

— Oh, sì! te ne prego! te ne prego!

— Ma dovrò allora cambiarmi d'abiti.

— Non importa; sei tanto bella così.

Ella sorrise, come una volta, quando la baciavo.

— Abbiate pazienza, farò presto.

Ed uscì con il suo passo agile, con quel rumor di seta
che le udivo suonare intorno al piede, come quando l'evocavo
ne' miei sogni e mi pareva di udirla giungere, sovra
i tappeti, senza quasi far muovere l'aria.

Mi sembrò in quel momento che il mondo si fosse ringiovanito
di primavere, l'anima mia di speranze, la mia
stessa persona di felicità. Mi piaceva quasi d'aver sofferto,
per conoscere la gioia di quel ritorno ed avevo
su le labbra diffuso il sapore del primo bacio ch'ella mi
avrebbe dato.

Ero sicuro in cuor mio di vincere il suo rifiuto, e la
vita, che si apriva dinanzi al mio sogno mi pareva piena
d'aurore. Immaginavo le parole che le avrei dette; avevo
negli occhi la visione della sua camera sconosciuta, vedevo
lei andare dal lavabo alla specchiera, asciugandosi
le mani, ravviandosi i capelli. Non tardò a ridiscendere;
aveva il mantello aperto e si vedeva in fondo all'abito di
velluto viola una luminosa guarnizione d'argento; portava
un grande boa bianco, un cappello nero con una
[pg!311]
folta piuma. Si allacciava i guanti stando su la porta e
mi diceva sorridendo:

— Vi ho fatto molto aspettare?

— No; hai fatto presto; vieni.

Uscimmo sotto il portico per attendere una vettura.
Tutto il giorno aveva nevicato; in quel momento le stelle
ridevano dal cielo sgombro, brillando con gelida serenità
nell'aria che il freddo illimpidiva. Accanto a lei mi
sentivo buono, ilare, pieno di felicità, e le cose circostanti
rispecchiavano il mio giubilo interiore. Quando
fummo nella vettura, lato a lato, poichè non osavo baciarla,
nascosi la faccia nel suo boa, tepido e soffice,
sotto cui sentivo la forma della sua spalla delinearsi morbidamente.

— Non fate così... — ella disse piano, ritraendosi
un poco.

— Dimmi ancora «tu»... — la pregai. — Non senti
come ti voglio bene?

Ella si piegò verso il vetro per guardar fuori, verso la
strada, ove i lumi scintillavano. Poi disse:

— Rimarrete molto a Parigi?

— Elena, — la supplicai — non mi torturare! Sono
tornato per rimanere con te, per vivere con te, m'intendi?
Non lo desideri un poco anche tu?

— Non so, non so... — ella rispose. — Ad ogni modo
non lo voglio; non è ormai una cosa possibile.

— Perchè dici questo? Ne ami forse un altro?

— Oh, no! Questo no davvero! — E rise forte, chiudendosi
nel suo mantello. — Non mi conoscete affatto, — riprese. — Io
non sono di quelle che ritornano... Poi abbiamo
due maniere così diverse d'intendere la vita, l'amore,
tutto!...

— È vero: tu sai dimenticare, — dissi amaramente. — Bah...
che stranezza!

La vettura, su la neve, camminava lenta, senza urti, sostando
spesso dietro altre che andavano in fila.

— Non rattristatevi, Germano, — ella disse poi. — Una
volta eravate sempre così tranquillo...

[pg!312]
— Già... una volta! Ma vivendo si muta.

Un lungo silenzio ancora; poi le dissi:

— Hai ricevuto i fiori che ti mandai da Torre Guelfa?

— Sì.

— E le lettere che ti scrivevo?

— Anche.

Si giunse; traversammo la sala terrena, piena di gente
che pranzava; alcuni ci riconobbero, salutarono bisbigliando:
salimmo ad una piccola sala appartata e venne
un maggiordomo cerimonioso ad offrirci la lista della
cena. Su la parete brillava un grande specchio, che
rifletteva la tavola apparecchiata con fiori e cristallerie.
Tolsi ad Elena il mantello, il manicotto, ed ella, in piedi,
vicino alla tavola, cominciò a sbottonarsi i guanti. Il contrasto
dell'aria tepida con il frizzo della nevicata le arrossava
un po' le guance; l'ombra d'una piuma le scendeva
sino a mezzo il viso e con un moto lento si faceva
scorrere in giù dall'avambraccio il guanto, ch'era d'un
tenuissimo color sciampagna, e le calzava sino al gomito.
Dietro lei, nello specchio, si rifletteva l'abbondanza de'
suoi capelli scintillanti.

— Vuoi comandare il pranzo? — le domandai, porgendole
la lista.

— No, fa tu.

Sorrisi, e scelsi tutte le cose che una volta ella prediligeva.
Il maggiordomo uscì, e venne in sua vece un
cameriere, che prese ad apparecchiare. Quando aprivano
la porta giungeva con impetuose ondate il suono di un'orchestra
zingara.

— È quasi passato un anno, — ella disse, intrecciando
le dita sul piatto vuoto e facendovi battere gli anelli.

— Già, un anno... un'eternità! Elena, siamo stati pazzi,
veramente pazzi, tutt'e due... io più di te. Ora ti sei vendicata:
basta!

— Vendicata? Non è la parola. Ho fatto solamente
quello che credevo necessario per il vostro bene. Quando
mi sono accorta ch'ero per voi un impedimento, vi ho
lasciato libero. Questa non è una vendetta, e credo non
possiate rimproverarmi nulla.

[pg!313]
— Infatti non ti rimprovero, anzi ti prego. Puoi forse
comprendere come sia fatto il cuore dell'uomo? Allora mi
piacevi solamente, ora ti amo.

I camerieri entravano di continuo e bisognava interrompere
il discorso. Le facevo alcune domande saltuarie,
cui ella rispondeva con brevità.

— Da dove sei giunta ultimamente a Parigi?

— Da Compiègne.

— Che facevi a Compiègne?

— Nulla; fui malata; mi riposavo.

— Hai conosciuta molta gente in questo frattempo?

— Sì, molta.

— È un pezzo che non reciti più?

— Dal Maggio.

— E, senti... non ti offenderai se ti faccio un'altra domanda?

— No, di' pure.

— Come sei vissuta da allora fin qui?

— Vuoi forse dire come ho trovato il denaro per
vivere?

— Appunto.

— Me ne hanno prestato, — ella spiegò sorridendo.

Ora il maggiordomo imbandiva. Un turacciolo saltò con
rumore. Traverso la porta socchiusa, or forti, or lenti,
si udivano volar le note della marcia di Rakoczki. Quando
rimanemmo soli, presi ad osservare la sua persona minutamente,
poi dissi:

— Che bell'abito hai!

— Ti piace?

— Sì.

— Dove lo hai fatto fare?

— Da Paquin.

— Ti vesti da Paquin ora?

— Da Paquin o, qualche volta, da Doucet.

— Sei molto ricca dunque?

Ella sorrise di nuovo in modo ambiguo.

— E tu?

— Oh, anch'io... ricchissimo! — esclamai scherzoso. — Ho
[pg!314]
vinto quel che ho voluto a Monte Carlo, ultimamente.

— Bravo! E la terra è venduta, mi hai detto? Anche
Torre Guelfa?

— No, Torre Guelfa mi rimane ancora, ma non l'amo
più. Vi ho trascorso un tempo troppo doloroso. Bah... che
importa?... Bevi!

Le colmai fin quasi all'orlo il bicchiere. Ella v'intinse
le labbra, bevve un sorso e depose pianamente il calice.
Lo tolsi allora dalla sua mano e bevvi anch'io, come per
stordirmi, tutto d'un fiato. Le dissi:

— Molte volte avrei voluto ubbriacarmi, e non potevo.
Tutto mi dava un senso di tristezza.

Poi le tesi una mano e seguitai:

— Elena, vuoi fare la pace con me?

Ella battè le falangi nervosamente sul mio palmo e
domandò:

— La pace? cosa vuoi dire?

— Perdonarmi, se preferisci; dimenticare quest'anno
come un brutto sogno.

— Ah, sì?... — ella fece, appoggiandosi alla spalliera
della seggiola.

Le sue pupille, straordinariamente lucide, mi fissavano
con intensità, con irritazione; e taceva. Quand'ebbero
servite le frutte, mi levai rapidamente, afferrandole un
polso con un gesto febbrile.

— Dimmi!... — esclamai, — ne ami un altro? Sei stata
d'un altro?... La verità!

— E se fosse? — ella domandò placidamente, con un
sorriso negli occhi limpidi.

— Rispóndimi! — la esortai duramente. Un cameriere,
entrando, m'interruppe. Allora detti ordine che sparecchiassero,
e, quand'ebbero finito:

— Vi chiamerò, se occorre, — soggiunsi.

Restammo soli.

Ella non si era mossa, non aveva detta una parola. Io
stavo sul divano ch'era contro la parete; lo specchio di
fronte mi rimandava l'immagine della mia faccia turbata.

[pg!315]
Ella prese a carezzare i fiori che non avevan tolti dal
mezzo della tavola ed a giocare con il tovagliolo annodato
al collo della bottiglia di Sciampagna. Ad ogni scossa il
ghiaccio crepitava, sciacquando, fra il vetro della bottiglia
ed il vassoio che la conteneva.

— Elena, — la pregai con dolcezza, — vieni a sedere
qui.

— Che vuoi?

— Vieni, sii buona...

Ella sorse in piedi; andò a guardarsi nello specchio,
si tolse uno spillone dal cappello, ve lo rimise; fece il più
largo, più lento giro che potè, e venne a sedermi vicino.
Mise un ginocchio su l'altro e con le mani congiunte lo
ricinse. Io passai un braccio sotto il suo braccio e l'attrassi
dolcemente.

— Rispóndimi dunque. Sei stata d'un altro? Dimmi la
verità.

— Non ancora, — ella rispose con una voce pacata.

— Ah... vedi! — esclamai giubilando.

— ... ma lo sarò, — aggiunse tosto con la medesima
voce fredda.

— Mia sarai! mia! — l'interruppi con ardore, come
per cancellare la sua risposta. Ella volse il capo lentamente
ed i suoi occhi m'investirono con uno sguardo che
mi colpì come una staffilata. Poi fece con le labbra un
atto rapido, in cui le scintillarono i denti, e fu quasi uno
scherno, quasi un sorriso.

— Senti... — esclamò con gioia crudele, — nemmeno
se dovessi morirne!

— Elena!

— Ti ripeto: nemmeno se dovessi morirne! — E con
la mano e con la voce scandiva il cadere di queste parole
sorde, pesanti, che in me andavano scavando un
profondo solco di dolore.

Sentii qualcosa di vivo schiantarmisi nel petto, e mi
pareva che una rovina immensa precipitasse nel mio
freddo spirito. Allora, con un movimento quasi felino, ella
si levò e mi venne di fronte.

[pg!316]
— Ah, tu hai creduto, — ella disse, un po' curva, un
po' arrossata — che potrei di nuovo appartenerti qualora
tu lo volessi? Hai creduto che anch'io, come tutto
quello ch'è passato nelle tue mani, fossi un piccolo gingillo
da potersi lasciare o prendere a tuo piacimento?
Ebbene, Germano, ti sei ingannato! Senti, voglio dirti una
cosa.. Quell'ultima sera, te ne ricordi? quand'io t'ho accompagnato
alla stazione, quando ci siamo abbracciati, ed
anzi quando già eri nel treno, ancora non credevo che
tu potessi partire... Invece sei partito, ed è stata la fine.

— Ma io...

— Non dire nulla, non dire nulla... che vuoi? parole!
Me ne hai dette tante! Oh, c'è stato un tempo nel quale
avresti potuto fare di me quello che volevi! Ero tua.
Sei stato il solo uomo che abbia mai amato, e siccome è
l'ultima volta che ci parliamo, lo puoi anche sapere.

Le caddero due lacrime dagli occhi, ed ansava. Mi
levai, freddo sin nell'anima, e poichè non trovavo parole,
cercai di afferrarla; fui rude.

— No, lásciami e ascolta. Non è tutto ancora. Io, che
sono stata sempre una donna calma e cattiva, per te
avrei fatta qualsiasi cosa... mi sarei anche venduta per
farti ricco, se tu mi avessi amata lo stesso. Ti ho nascosta
la mia vita — e non lo sai oggi come non lo sapevi allora — per
un capriccio bizzarro, ed anche perchè mi
piaceva di avere qualcosa in me stessa che non fosse in
tuo pieno dominio. Ma vedevo intanto ch'eri un uomo
incapace di amare, che ti allontanavi da me, rimpiangendo
la tua vita passata e la ricchezza che un'altra ti poteva
dare. Non sono di quelle che si umiliano e ti ho resa la
tua libertà. Solo, da quel momento, sono tornata l'avventuriera
che fui sempre. Non so se ti amo ancora o se
ti odio, il che forse, ad un certo punto, è lo stesso; ma
sicuramente non mi avrai più, nemmeno se ti mettessi a
ginocchi, nemmeno se dovessi disperarmene anch'io... Ma
non temere: sono forte!

E rideva e piangeva, d'un riso e d'un pianto convulsi.

Io, che l'avevo ascoltata, con la faccia nascosta fra
[pg!317]
le mani, atterrito e folle, tentai tutte le persuasioni: la
preghiera, lo scherno, la minaccia, la violenza... e tutto
fu invano.

La vidi correre all'uscio per sfuggirmi... allora mi dominai.

— Bada, — ella disse, — mi devi rispettare almeno
come uomo, tu, che come amante non mi hai risparmiata.

— Elena, io non t'ho fatto mai alcun male.

— Ah, credi? Lo credi, perchè tacevo? perchè la mia
fierezza m'impediva di mostrarti quanto soffrissi? Ma senti...
senti... — e mi venne contro, mi afferrò per le braccia,
mi scosse. — Dimmi dunque! tu, che ne parli tanto, sai
cosa vuol dire... Ma poi no! che serve? — E si mise a
ridere d'un riso che le torceva la bocca. Sedette, si levò;
mi venne vicino, tornò via; prese dal mezzo della tavola,
fuor dal vassoio, la bottiglia gocciolante, ne versò un
bicchiere colmo fino all'orlo, e ridendo lo vuotò d'un fiato,
come per inebbriarsi. Di quel momento non ricordo più
nulla, se non la specie d'annientamento che mi gravava
su l'anima, interrompendomi tutte le facoltà. L'amore mio
si prosternava dinanzi a lei, ch'era la più crudele e la
più forte.

— Senti, — le chiesi fuor di me stesso, dopo un lungo
silenzio, — cosa vuoi ch'io faccia? Che mi umilii ancor
più? che ti chieda perdono a ginocchi? Trovami dunque
un pentimento che ti basti! cerca una vendetta che ti
possa contentare!... Elena, vuoi vedermi pazzo?

Stava seduta presso la tavola, e tenendo il braccio
alzato fissava contro luce il suo bicchiere vuoto; un cerchio
di splendore, fermo, saettando fuor dal vetro, le batteva
sul polso nudo e luccicava come una medaglia. S'era
tolta il cappello, alcune ciocche scomposte le ingombravano
la fronte. Guardandola, mi ricordavo con una sensazione
terribilmente chiara il sapore che avevano le sue
labbra nei baci d'amore; qualcosa di lei passava traverso
le mie vene prodigandomi una molteplice carezza.

— Elena!... — le gridai forte. — Elena!

Ella si scosse con un brivido repentino, come risvegliata
[pg!318]
nel mezzo d'un sogno, poi lentamente, con stanchezza, mi
tese una mano. E mentre voleva sorridere, la testa le
cadde giù, su la tavola, di schianto. Mormorava:

— Tatto quello che tu soffri, è nulla... è nulla! Io ho
fatto di più!

— Che hai fatto? che hai fatto?

— Io, — balbettò — io, quando tu partivi, ero incinta
già di tre mesi... e non volevo dirtelo mai! Ora è nata...
una bimba, la nostra bimba... e si chiama Evelyn...

Qualcosa mi passò nell'anima che non ha parola:
tenerezza e paura, smarrimento e gioia, riconoscenza e
vergogna. Se è possibile amare al di là dell'amore, in
quel momento l'amai.

— Evelyn... — balbettavo, — Evelyn...

Un rumor sordo e vuoto mi turbinava nel cervello,
come un ammulinar di vento. Non potendo far altro, la
sollevai nelle braccia e la feci sedere su le mie ginocchia;
ella mi rovesciò il capo sovra una spalla e pianse tutte
le lacrime che portava suggellate nel cuore.

— Dov'è?... dov'è?... — chiesi.

— Lontana da noi, lontana di qui, Germano... Ma non
cercarla: è solamente mia. Per lei mi sono già venduta
e per lei non ti posso appartenere più. Voglio farle una
vita bella... non come la mia, non come la nostra, povero
Germano, povero amore mio... Comprendi ora?

— Sì, — bestemmiai soffocatamente — sì... taci!

E le mie mani cercarono il suo collo delicato, col desiderio
di stringere forte... forte... per amarla meno!

— Mi fai male... che fai?

Su la bocca le dissi:

— Amore mio...

Ella tremava, ed io le conoscevo quel tremore.

— Che fai?... — bisbigliò, tutta bianca.

— Taci...

[pg!319]




III
===


Allora una specie di follìa mi travolse. Dopo avere
inutilmente perseguitata Elena e patite per questo amore le
umiliazione più dure, dopo essermi trascinato a' suoi piedi
come un servo ed averla oltraggiata come un padrone, dopo
averle offerto il mio nome per legittimare questa figlia
che non conoscevo, dovetti finalmente arrendermi alla sua
volontà più forte e partire. Fuggire piuttosto, inseguito
dall'ossessione di questo amore, che mi si era infitto nell'anima
come una spina lacerante. Ella era perennemente
un incomprensibile mistero. Meditai di uccidermi per non
soffrire più, e certo l'avrei fatto, se nel cuore, profondo
come il fuoco della stessa mia vita, non mi fosse rimasto
il pensiero di poterla riavere un giorno.

L'avrei accolta sciupata e macchiata, comunque volesse
tornare a me, anche dalla strada ed anche per esserne
beffato; avrei tutto sofferto da lei, perfino il disamore, il
tradimento, la vergogna, pur di averla sempre vicina e
respirare nel cerchio paradisiaco della sua vita. Questo
finalmente poteva chiamarsi l'amore.

Ma non volle. Mi giudicò incapace di un sacrifizio duraturo
e preferì ella sola provvedere al destino della figlia
che le avevo data.

Qua e là, torvo e sfrenato, corsi allora in cerca d'oblìo.
Con una sete rabbiosa mi detti al piacere che mi tediava,
alla dissolutezza che mi lasciava nell'anima stanca un più
enorme fastidio della vita. Ogni coltre mi era insonne,
ogni mensa discara, ogni città piccola e cupa; il riso, che
andavo cercando, increspandomi le labbra, mi torceva
il cuore.

[pg!320]
In questa fuga davanti a me stesso imparai quell'intima
disperazione che fa dell'uomo più altero un piccolo e
miserando essere, il quale cerchi di nascondere alla gente,
sotto la maschera dell'indifferenza, la sua rassegnata
follìa.

Scialacquavo il denaro; mi piaceva sentirmi scendere
nuovamente verso la rovina; c'era in me un uomo che
neghittosamente si lasciava uccidere, ma un altro v'era che,
riottoso e bramoso, voleva risollevare sè stesso, prodigandosi
le dimenticanze più soavi ed insieme le più delicate
vendette. Qualche volta, come in sogno, mi appariva
la bimba sconosciuta, che di lontano mi tendeva le sue manine
rosee, cullata fra le braccia di una madre la quale
non le avrebbe insegnato il mio nome.

Sul finir dell'autunno tornai a Roma, desideroso di
rinnovare il mio fasto, perchè nessuno potesse comprendere
quanto nell'anima mia fossi affaticato e vinto.

Vi giunsi una sera che le torri e le cupole infoscavano
tra la nuvolaglia bassa; il Tevere livido serpeggiava
sotto i ponti deserti; pareva che una immensa morte
fosse calata sulla città neroniana. Dalle suburre antiche
tutte le fogne di Roma emanavano per l'aria immobile un
odor grave di putredine e di morte.

Presi a vivere largamente, comperai cavalli, offersi
banchetti, cercai clamorosi amori; e col volgere del
tempo l'abitudine, medicatrice paziente, fasciava d'insensibilità
il mio nascosto dolore. Ma era necessario che mi stordissi
continuamente, che non fossi mai solo, che non
allentassi mai lo sforzo al quale mi costringevo. Andavo
in cerca degli amici, delle amiche d'un tempo, visitavo
le signore, accettavo inviti, cercavo di mascherare col
maggior brìo la disperazione latente.

Quand'ebbi spesa la maggior parte del denaro che mi
restava, decisi di tentare nuove speculazioni di Borsa, e
ricordandomi di un tal Mariani, che appunto in Borsa
passava per uno scaltro faccendiere, una mattina l'andai
a trovare.

Questo Mariani era uno fra que' tanti parassiti che
[pg!321]
ogni compagnia di gaudenti sopporta e nutre nel suo
grembo, tollerandone tutte le piccinerie. Quando l'avevo
conosciuto al Circolo, quattro anni prima, egli vivacchiava,
speculando alla chetichella, servendo il prossimo
con astuzia, riuscendo a cacciarsi un po' dappertutto,
come un lumacone che a furia di strisciare giunge nondimeno
a compiere la sua strada. Giocava per solito con
prudenza metodica e taccagna; ma una sera di gran
disdetta, squilibratosi fuor del consueto, perdette contro di
me nove o diecimila lire. Nessuno vi pose mente; si sapeva
che non avrebbe pagato e tutti ridevano della sua
disavventura. Impiegò un anno per darmi un piccolo acconto;
il resto si prescrisse tacitamente. Sapevo che s'era
poi ammogliato con una donna bellissima, sapevo inoltre
che sua moglie vendeva care le proprie bellezze ad un
certo Wendel, agente di cambio molto facoltoso, e che il
buon Mariani subiva la cosa con pacata rassegnazione
per la pace e la prosperità della famiglia.

Quella mattina il Mariani stava radendosi la barba.
Quando m'annunziarono, venne su la soglia della sua camera
con la faccia insaponata ed un asciugamano intorno
al collo.

— Guarda mai chi vedo! — esclamò con voce insospettita. — Ma
che buon vento ti mena? Entra, entra! Mi
permetti di continuare a radermi?

— Figùrati!

Egli, distratto, cominciò a far passare il rasoio su la cute.

— Dunque? — mi domandò con premura.

— Si tratta, mio buon Mariani, di questo. Sono a corto
di denari e...

— Ah?... sei a corto di denari? — E fece un movimento
così brusco ch'io temetti si fosse almeno scorticato.

— Cosa transitoria, — spiegai; — ma intanto ne sono
molto seccato.

— Allora?

Cessò risolutamente dal radersi e mi guardò sbigottito.

— Sai, — mi disse a fior di labbro, con una voce tra
l'agro e il dolce, — sai che i miei mezzi sono così scarsi...
[pg!322]
specialmente ora, con una famiglia su le spalle... Non
puoi credere quanto mi costa! Lavoro, cerco d'industriarmi
come posso e tuttavia sbarco il lunario a malapena.
Però, se posso aiutarti in qualche piccola cosa, lo
farò di buon cuore: so che hai avuto molti rovesci.

— Oh, Dio... i rovesci che hanno tutti. Gli alti e bassi
della fortuna... si sa!

— Insomma senti... — Egli posò il rasoio, si riasciugò
il sapone dal mento e mi venne vicino. — Senti, oggi è
una cattiva giornata: siamo a fine mese, ho molti impegni;
ma dimmi cosa ti abbisogna e vedrò fra qualche giorno
di renderti servizio.

— Hai una sigaretta? — risposi con noncuranza.

— Sì, guarda, lì, nell'astuccio.

— -Grazie. — Presi a camminare e dissi: — Mi preme
avvertirti che non sono venuto per darti una stoccata.
Mi conosci bene e sai chi sono. — Parlavo con un tono
di minaccia sorridente; egli si fece grave e cupo.

— Sai, — ripresi con amabilità, — vengono certi momenti
nella vita, in cui si è costretti a frugare anche nel
mazzo delle vecchie carte gialle... Non meravigliarti....

— Vero, verissimo, — egli annuì senza convinzione.

— Dunque sono venuto a vedere se tu potessi pagarmi
quelle famose diecimila lire...

— Nove, nove!...

— ... quelle famose novemila lire che tu sai.

— Oh, mio buon Guelfo!... — balbettò soffocatamente, — mi
domandi una cosa impossibile! Quella è stata una
sera di pazzia. Me ne ricorderò tutta la vita. Sai ch'io
gioco piccolo, piccolo... che non ho mezzi... e tu sei stato
buono, veramente sei stato buono con me...

— Non è il caso di ripensarvi ora. Anzi non te ne
avrei nemmeno parlato se non vi fossi un po' costretto
dalle necessità.

— Gli è... gli è... che io... francamente... insomma, ti
apro il cuore come ad un amico, gli è che io, neanche
oggi, non sono in grado di pagartele... Se vuoi cinquecento
lire?

[pg!323]
La sua faccia lucida di sapone rasciugato era di una
comicità irresistibile. Sorrisi.

— Allora, — feci con indulgenza, — lasciamo questo
argomento e non parliamone più. Ma in cambio devi
rendermi un'altro servigio.

— Di' pure! di' pure! — egli esclamò, risuscitando.

— Intanto sappi una cosa: che non dovrai sborsare
neanche un centesimo.

— Oh, questo non importa! — egli fece mellifluamente.
Andò allo specchio e s'insaponò di nuovo le guance.

— Ascóltami dunque — ripresi. — Vorrei tentare alcune
speculazioni di Borsa.

— Nulla di più facile.

— Ma mi occorre trovare un agente di cambio il quale
mi faccia credito, e so che tu sei molto pratico di queste
faccende.

— Già; ma, vedi...

— Lásciami dire; tu sei intimo del Wendel, non è
vero?

— Intimo no, — egli fece con una certa confusione, — ma
insomma lo conosco molto bene, lavoro per lui...

— Appunto. È un uomo che, negli affari, conosce molto
bene il fatto suo, perciò desidererei la sua protezione.
Depositerò solo una parte della cauzione, ma tu mi devi
ottenere, dalla sua fiducia, il resto. S'intende che vi
guadagneresti anche tu le tue mediazioni.

— Wendel... Wendel... — cominciò egli a borbottare, — è
un uomo così bizzarro! Poi, vedi, la Borsa, in questo
momento, non te la consiglierei...

— Peuh!... se andrà male, tanto peggio! Sono deciso a
tentare.

— Insomma, è un'idea su la quale devi riflettere.

— Certo; ma dimmi solo se t'incarichi della faccenda.

— Dio buono! non ti nascondo ch'è un bel grattacapo!
Vediamo un po': di quale cauzione disponi?

— Una quindicina di mille franchi al più, se tu non
puoi aggiungervi nulla, come speravo.

— Oh, io, ti ho detto...

[pg!324]
— È inteso, è inteso! Dunque una quindicina; ma s'intende
che vorrei speculare molto più in grande.

Egli finiva di rasciugarsi la faccia e s'incipriava.

— Bene, senti, — concluse dopo aver meditato, — ti
prometto che farò il possibile. Se non riuscissi, non sarebbe
colpa mia.

— No, caro Mariani, so benissimo che tu, volendo, puoi
ottenermi quello che desidero. In fin dei conti ho ancora
le mie terre!

— Quale? Torre Guelfa?

— Già!

— In questo caso mi sarà più facile.

— Poi, ti ripeto, ci potremmo intendere su tutto. Gli
affari li tenteremo anche a metà, se credi.

— Insomma, ne ragioneremo; ti prometto che ne ragioneremo, — fece
con intendimento.

— Bada che ci conto.

— È inteso. Ed ora ti prego di rimanere a colazione;
voglio farti conoscere mia moglie.

— Grazie, volentieri.

Sua moglie infatti era una donna che valeva la pena
d'essere conosciuta. Alta e bionda, con gli occhi un po'
tinti, le mani troppo inanellate, vestiva con eleganza,
discorreva con spigliatezza. Durante la colazione si parlò
di cose molto superficiali; notizie concernenti gli amici
che avevo perduti di vista e le brighe diverse ch'essi
avevano con le loro famiglie, con i lor patrimoni o con
le loro amanti. Egli mi raccontò della sua vita, io della
mia, senza dirci entrambi una parola di verità, come avviene
molto spesso. Dopo la colazione il Mariani uscì subito,
per faccende che gli premevano; io rimasi un poco a
discorrere con la signora. Parlava di suo marito con una
indulgenza un po' ironica, e di sè stessa come d'una incompresa.
Portava una camicetta di pizzo che lasciava scoperte
le sue braccia fino al gomito, e quelle braccia erano
bellissime; la sua gola, tra le sforacchiature del pizzo,
biancheggiava tonda e piena. Si era fatta ondulare i capelli
e portava qualche ricciolo rimesso. Mi diceva di ricordarsi
[pg!325]
ancora, dal tempo in cui era fanciulla e andava
con sua madre al Pincio, di avermi veduto guidare «i più
bei cavalli di Roma».

— C'è a Parigi, — le dicevo a mia volta — un'attrice
che vi somiglia in modo sorprendente. Ne avrete forse
inteso parlare: Margot de Sèvres.

— Oh certo! Ne ho veduto anche il ritratto in una rivista.
Ma è un complimento che mi fate!

— O che faccio all'altra... non saprei.

— In ogni modo ne sono lusingata. — E aveva, nel
ridere, una provocazione diffusa per tutta la persona.

— A Roma, — domandai — che vita fate? La società?

— No, affatto; mio marito la odia.

— Il teatro? le corse? le cacce?

— Un po' il teatro e poco il resto; rimango molto in
casa, ricevo alcuni amici, faccio qualche visita... una vita
sciocca, in fondo. Ma, che volete? Mariani è un originale.
Non ha cambiate le sue vecchie abitudini, e povera me
se volessi costringerlo a condurre una vita mondana.

— Oh, lo conosco! e per quanto gli voglia bene, credo
ch'egli non sappia valutare abbastanza una donna come
voi... Il Mariani, gliel'ho ripetuto sempre, non doveva
prender moglie.

— Perchè dite questo? — ella fece con sorpresa.

— Così... mi pare... Forse m'inganno anche.

— Mah? — ella fece con un sorriso. Poi corresse: — Mio
marito è molto buono.

— Certo, — affermai. — E sono forse indiscreto nel
dirvi queste cose, poche ore dopo avervi conosciuta. Ma
intesi molto spesso parlare di voi, e siete fra quelle donne
che interessano anche gli estranei. Voi, da signorina, vi
ricordate di aver osservato i miei cavalli al Pincio; io,
quand'eravate signorina, mi ricordo di avervi veduta una
mattina, una domenica di Maggio, uscir di chiesa con un
grande cappello di paglia fiorentina ornato di rose fresche...
Era la prima volta che vi vedevo e mi ricordo d'essermi
fermato per domandare di voi ad un conoscente, il quale
vi salutava. Come vedete, ho buona memoria anch'io!

[pg!326]
Ella sorrideva nell'ascoltarmi, allettata e sorpresa. Ma
i suoi occhi ambigui, dietro quel sorriso, mi andavano
scrutando.

— E quando, — ripresi, — quando mi raccontarono
che il Mariani si era fidanzato con voi, dissi fra me:
«Bah... quelle rose fresche erano belle assai!» E l'ho
invidiato un momento, come invidiai tutti gli uomini che
sposarono una donna bella. È forse questa invidia molteplice
che mi ha salvato sempre dal pericolo del matrimonio.

— Però, — ella fece con un sorriso ironico, — vi siete
andato molto vicino...

— Certo, — risposi leggermente; — vicino a questo,
come a tutti gli altri pericoli, a tutte le altre tentazioni
della vita.

E mi accommiatai dicendole:

— Se permettete, donna Claudia, verrò a farvi un'altra
visita fra qualche giorno.

— Grazie; sono quasi sempre in casa, fin verso le
quattro.

— Quando allora?

— Venerdì, se volete.

[pg!327]




IV
==


Andò a finire che l'agente di cambio mi fece credito,
e la bionda Claudia mi concesse qualche privilegio. La
sera, naturalmente, mi recavo spesso a teatro per incontrarla,
e mi ricordo di una volta ch'ella sedeva in un
palco di prima fila, bellissima, provocante, ammirata. La
mia poltrona era dall'altro lato della platea, e durante un
intermezzo ella mi fe' segno di salire. Vi andai. C'era il
Wendel al parapetto, di fronte a lei, mentre il povero
Mariani stava rincantucciato in fondo al palco, vergognoso
di avere una moglie così fulgida, un agente di
cambio così ricco. Tutti e tre furon meco di una cortesia
squisita e mi domandai se al mondo val qualche volta la
pena di avere scrupoli, visto che, nei rispetti sociali,
l'onestà e la disonestà, il sentimento e la commedia del
sentimento, son cose che in fondo non presentano alcun
divario ben definito. Poco dopo il Mariani colse l'occasione
di andarsene a fumare un sigaro, ed alla fine dell'atto
anche il Wendel uscì.

Allora mi posi al parapetto. La sala pettegola, irrequieta,
scintillava di luce, di gioielli, di spalle nude; i
canocchiali curiosamente incrociavano per ogni verso i
loro fuochi. Questa bellissima Claudia, che aveva il nome
ed il seno di una liberta romana, mi prodigava i suoi
sorrisi e — cosa inaspettata, — di fronte a noi, ma in
un palco di seconda fila, c'era Edoarda De Luca insieme
con suo marito. In quel momento vidi Fabio Capuano
entrar nel suo palco.

— Temo che il Wendel sia rimasto un po' male, — mi
disse Claudia sottovoce, nascondendo la faccia dietro
il ventaglio di piume.

[pg!328]
— Di che?

— Ha veduto quando ti ho fatto cenno di salire.

— Bah! son malumori che passano...

Intanto i miei sguardi correvano curiosamente verso
quel palco di seconda fila. Edoarda portava quella sera
un abito nero, scollato, e su le spalle un boa di *chinchilla*
che morbidamente le ricadeva indietro. Aveva cambiata
pettinatura; non portava più il suo gran nodo su la nuca,
ma un'acconciatura di moda, con ondulazioni, crespi e
riccioli sfuggenti, la treccia ravvolta sul vertice della testa,
e, fra i capelli, un'orchidea di brillanti, splendidissima. Le
sue spalle, il suo petto, biancheggiavano nella penombra
del palco ed avevano in sè qualcosa di rigogliosamente
maturo: il fiorire della fanciulla ch'è divenuta donna e
conosce ormai tutti i secreti voluttuosi dell'amore. Anche
il suo volto raggiava, e mi parve trasfigurata. I miei
sguardi non fecero che volgersi tra lei e Pietro De Luca,
cercando quasi d'indovinare le vicende intime della lor
vita, e meravigliandomi che un altro uomo avesse potuto
aprire a così piena bellezza quella fanciulla un po' schiva,
che dai grandi suoi occhi, pieni di pensiero e di trasparente
anima, guardava nella vita con un senso di naturale
malinconia.

V'è sempre in fondo al nostro cuore una religione
occulta che torna verso il passato. Quello ch'è stato nostro
ha per noi qualcosa d'indimenticabile, e credo che i sentimenti
più vivi non si distruggano mai del tutto nello
spirito nostro, ma s'addormentino in fondo al cuore nell'attesa
d'un lontano risveglio. Poi, da quegli esseri crudeli
e bizzarri che siamo, è sempre irritante il veder
consolata, e non da noi, un'anima che per noi soffriva.
L'amore infatti è per sua natura un sentimento che sempre,
o nasca o muoia, o si trasmuti o si perverta, o segua
pure un suo decorrere quieto, abbisogna, per essere tale,
d'un altro sentimento, d'un'altra causa, che l'aiuti a vivere:
così la gelosia, il timore, la lontananza, l'abbandono, la
sciagura, la morte.

Esso è come uno specchio, il qual lentamente assorba
[pg!329]
e consumi l'immagine che riflette, ma poi d'improvviso la
rimandi mille volte più fulgida. Poichè in tutte le anime
l'amore vive di sogno e d'irrealità.

Ora la bella Claudia m'interessava meno; le sue parole
artifiziose non mi davano più alcun turbamento.
Uscii dal palco, e, tornato nella mia poltrona, rimasi
lungamente a guardare lassù, in alto, verso quella donna
vestita di nero, che aveva un'orchidea di brillanti tra i
capelli oscuri.

«Vedi, — mi andava mormorando nelle orecchie un
piccolo demone beffardo, — vedi, o grullo!... d'amore non
si muore. Anche tu non morrai!»

E nel gran palazzo marmoreo vedevo intanto passare
il barone De Luca, tronfio della dote carpita, e lo vedevo,
dopo lo spettacolo, con una sua bella veste da camera,
entrar nell'alcova nuziale, quella stessa forse ch'io rammentavo
tappezzata d'una stoffa color d'indaco pallido, con
un baldacchino a larghi drappeggi.

Edoarda mi aveva certo notato e pareva che ostentasse,
per offendermi, una scherzosa fatuità. Al termine dello
spettacolo andai nell'atrio per vederla uscire.

Gli uomini, accendendo le sigarette e rialzando i baveri
dei soprabiti, facevano ala dal termine dello scalone sino
alla porta d'uscita. Mi posi con le spalle contro una colonna
ed aspettai. Quando apparve giù dagli ultimi scalini,
e mi vide, sembrò che il suo volto si coprisse d'una
bianca e mal dominata paura. Con lei era Fabio, erano
altre persone; ella volse altrove la faccia, e parlò, parlò...
Ma camminando barcollava un poco. Pietro De Luca, nel
passarmi accanto, salutò per primo. In fondo era naturale
ch'egli mi salutasse, ma sarebbe stato altrettanto naturale
che avesse finto di non vedermi.

Il barone, certo, era un uomo di spirito e veramente
cortese! Io, quella sera, mi sentii d'umore pessimo; camminai
a casaccio per le strade; verso le due mi trovai
davanti al palazzo Laurenzano; guardai su: buio. Andai
al Circolo e giocai fino al mattino.

M'era venuto un capriccio veemente, insensato; riaver
[pg!330]
Edoarda, foss'anche per una volta sola, pur di conoscere
la nuova donna ch'era sbocciata in lei. La mia vita infatti
non era più che una ricerca ed una soddisfazione di capricci
continui, per lenire quel desiderio inestinguibile
che dentro mi torturava.

Passò l'inverno. Mi fu proposto in quel tempo di andare
al Congo insieme con una compagnia di speculatori stranieri,
uomini risoluti a tutto, e fui sul punto di accettare;
ma siccome in quel momento la Borsa traversava un periodo
di floridezza e tutte le fortune arridevano agli audaci,
preferii, per mezzo del Mariani e del Wendel, tentar l'alea
su certi valori che ascendevano vertiginosamente, ed ebbi
il senno di liquidarli prima dell'inevitabile rovescio. Questa
fortuna mi fece riflettere che il Congo è una terra inospitale,
molto lontana, infetta dalla malaria e dalla malattia
del sonno, cosicchè restai. Naturalmente a Claudia
volli far credere d'esser rimasto per lei.

Era fra quelle donne che non acquistano e non perdon
nulla quando si giunge a conoscerle intimamente, perchè
la loro bellezza le salva dall'essere insipide e la loro
fatuità dall'innamorare. Son queste le amanti che piacciono
agli uomini di Borsa, gente pratica e spedita, che all'amore
pensano quando ne hanno tempo e vogliono avventure saporite
ma scevre di complicazioni sentimentali. Noi, dopo
alcuni mesi, litigammo per varie futilissime ragioni. Voleva,
per esempio, che trovassi modo di presentarla alla
duchessa di Loano, la quale dava in quella stagione ambitissime
feste. Non ne venni a capo, e se ne offese. Poi
mi trovava poco espansivo, troppo indolente; spesso irritabile;
diceva che la trattavo come un'amante vecchia e
superflua, che non avevo per lei alcuna di quelle delicatezze,
un po' romantiche forse, ma che sono tanto necessarie
ai piccoli amori. S'ingelosì anche d'una miss Americana,
che in quell'anno accivettava mezza Roma, ed io,
sebbene per mio conto non soffrissi d'alcuna gelosia, nondimeno
mi stizzii un poco nel vederle intessere con tutti
gli uomini quelle frivole galanterie che aveva, sin dal
primo giorno, intraprese con me. Tranquillamente l'avventura
finì.

[pg!331]
Durante l'inverno mi si eran offerte varie occasioni di
veder Edoarda, in istrada o nei teatri, ma raramente sola.
Nonostante il mio desiderio, m'ero prefisso di non andar
nelle case o nelle feste ove supponevo di poterla incontrare,
poichè non sapevo in qual modo ell'avrebbe subìto
quest'incontro. Una sola volta, recandomi a visitare la contessa
di Casciano, l'incrociai mentr'ella passava con un'amica
per l'anticamera. Entravo, ella usciva: ebbe, nel vedermi,
un piccolo movimento di perplessità, poi entrambe passarono,
chinando leggermente il capo al mio saluto. Su
l'uscio, donna Eufemia Lanti, ch'era la sua compagna, si
volse e mi sorrise. Edoarda portava quel giorno una pelliccia
di martora; su le sue scarpine finissime brillavano
due fibbie d'argento: questo solo ricordo. Dietro lei rimase
un solco del suo leggero profumo, un profumo che
le avevo scelto io: soave.

Al Pincio qualche volta la sua carrozza ed il mio cavallo
s'incrociarono; in istrada molto spesso la vidi
uscir dai negozi. Se l'incontravo durante una passeggiata,
la seguivo per un tratto, discretamente, senza darle noia.

Intanto la studiavo. Quando s'accorgeva della mia presenza,
il suo passo diveniva un po' incerto ed insieme più
rapido; non guardava mai dalla mia parte, non sostava,
e tuttavia c'era nel suo modo di camminare qualcosa
d'indefinibile, come la compiacenza di sentirsi bella sotto
la vigilanza del mio sguardo. Poi, frettolosa, entrava in
un negozio; io non spingevo la temerità fino ad attendere
che uscisse.

Il mio capriccio di giorno in giorno si faceva più forte;
era una curiosità malsana e torbida, era come il desiderio
d'un peccato insolito, che mi accendeva e mi sollevava
un poco dalle mie tristezze. Ogni giorno cercavo un
mezzo nuovo per poterla incontrare.

Il Capuano mi dava molte notizie su la sua vita intima
e spesso lo istigavo abilmente perchè soddisfacesse qualche
mia curiosità. Vicino a Edoarda egli stava per divenire
un di que' cocciuti e fidi cavalieri serventi che spesseggiano
intorno alle belle signore, le seguono dappertutto, nella
[pg!332]
intimità della famiglia e nei ritrovi della vita mondana.
Per lo più costoro furono amanti, od anche solo amici
amorosi; poi tramonta il regno loro ed altri li soppianta
nel cuore della bella infedele. Ma ebbero il favore di
qualche confidenza, resero alcuno di que' servigi che si
rammentano, o, per la loro professione, s'immischiarono
nelle faccende patrimoniali, o furon amici strettissimi
del marito; intanto, man mano, i capelli si fanno
grigi, l'intimità li vizia, l'umore divien geloso, permaloso,
irascibile, e degradano giù giù, fino ad essere l'invitato
necessario d'ogni pranzo, il compagno su gli «stages»,
nelle villeggiature, al mare, in montagna. Rassegnati e
bisbetici, fanno da supplente o da superfluo, e son gli
uomini a cui volentieri i mariti confidan le lor mogli,
perchè possiedono tutte le virtù maritali, mentre non si
ritengon pericolosi; cicisbei di gran corte, che il troppo
donneare o il troppo amoreggiare ha finalmente ridotti a
non destar paura.

Fabio, senz'essere tra costoro, stava per assumerne l'abito
e gli attributi. Quell'amore per Edoarda, ch'egli aveva
nutrito nell'anima silenziosamente, ora gli si commutava
in una di quelle caparbie sentimentalità, che spesso divampano
all'avvicinarsi della vecchiaia. Passioni che conservano
dell'amore tutto il furor triste, l'amara gelosia,
con un senso penoso di rinunzia e senza quella bellissima
temerità che distingue l'amore, cioè la pretesa del possesso.

Era il secondo abbandono che faceva di lei, forse il più
doloroso. Dopo averla adorata senza mai dirglielo, aveva
saputo compiere la più alta rinunzia per vederla felice,
per darla a me; invece se l'era presa Piero De Luca,
vagheggino facile di morale, di lingua e di spada, ex ufficiale
di cavalleria, notissimo nelle cacce, negli ippodromi,
giuocatore sregolato, uomo avventuroso, destro, pieno di coraggio
e di fede in sè stesso. Dicevano che la generosità d'un
amante gli avesse più volte salvata l'uniforme, quell'uniforme
attillata ch'egli portava con tanta spavalderia. Ora,
da qualche anno, aveva lasciato l'esercito; non lo si vedeva
[pg!333]
più pavoneggiarsi di quella sua lunga sciabola rumorosa,
o danzare a tutti i balli con eleganza compiuta;
ma si dava interamente ai cavalli, ora sopra tutto che il
denaro dei Laurenzano gli permetteva di nutrire una scuderia
da corse, oltre una decina di cavalli per concorsi
ippici e per le cacce nella campagna.

Il Capuano lo aveva sempre avversato, prima e dopo
il matrimonio, nè si tratteneva dal farlo comprendere a
Edoarda. Senonchè il De Luca era un marito come ve ne
sono molti, fra quelli che han sposata una dote, e dei
quali si crede, per questo solo, che debban esser pessima
gente. Il De Luca, — e Fabio doveva pur convenirne, — era
gaio in famiglia, non molesto, cortese; accompagnava
sua moglie volentieri, le usava un'infinità di premure, la
colmava di regali, questo, beninteso, con il denaro di lei.
Ancora non gli si conoscevano amanti; con le antiche — le
quali eran molte — si mostrava d'una correttezza irreprensibile:
non era inoltre geloso, non scontroso, di belle
maniere e liberale: «pareva che in quel denaro egli ci
avesse guazzato fin dall'infanzia»; — e questa era una
frase del Capuano.

Aveva in addietro appartenuto al nostro Circolo, poi se
n'era dimesso. Ora lo avevano ripresentato ed accolto a
pieni voti. Uno dei proponenti, s'intende, fu il Capuano.
Ma il De Luca non veniva che ad intervalli; dopo il matrimonio
aveva lasciato il gioco e passava la vita fra le
scuderie, gli ippodromi, gli allevatori e gli allenatori di
cavalli.

Mi ero domandato sovente se Edoarda lo amasse. Fabio
pretendeva di no. S'egli amasse Edoarda? Forse.

Ora le carrozze dei Laurenzano erano stemmate; sul
portone del palazzo era uscito un grande scudo marmoreo
con le armi dei De Luca, ch'eran tre stelle sopra un mare,
con un torchio ed una chiave. «\ *Nostra cum vi*».

La vecchia zia era morta da tempo; ne avevano già
smesso il lutto. Un giorno, che si parlava di tutte queste
cose, Fabio mi domandò improvvisamente:

— Infine, sei dunque pentito della tua pazzia?

[pg!334]
— Pentito?... Ma neanche per sogno! — risposi bruscamente,
alzando le spalle. Poi, siccome volevo sapere molte
cose, presi a domandargli con somma naturalezza: — Edoarda
non ti ha mai parlato di me?

— Sì, qualche volta, in principio; ma ora, da che sei
tornato, evita manifestamente questo discorso.

— Ah!

— Però conosce tutte le tue prodezze.

— Quali?

— Oh Dio... tutte!

— E naturalmente gliele avrai raccontate tu.

— Un po' io, un po' gli altri. Perchè? ti spiace?

— Figùrati!... Mi è del tutto indifferente. Volevo soltanto
sapere cosa dice di me. Forse mi compiange?

— No; anzi non esprime alcun giudizio. Solo, una volta,
m'ha detto di averti veduto, credo in teatro, e di aver
notato che avevi l'aria un po' mutata... da quel tempo.

— Mutata? E come?

— Che so io? lo sguardo più duro, l'espressione d'un
uomo che sia molto vissuto in poco tempo, l'aspetto un po'
patito... Non ha detto di più.

— E non hanno bimbi?

— Finora no.

— Come mai?

— E cosa vuoi che ne sappia io! — esclamò egli, con
il suo solito malumore sorridente.

— Senti: e se per caso l'incontrassi una volta, in società
o in altro luogo dove fosse indispensabile parlarci?

Gli feci di proposito questa domanda, sapendo ch'egli
l'avrebbe ripetuta.

— Mah?... — rispose Fabio, — non saprei. Il marito
come si dimostra con te?

— Cortesissimo.

— Vi parlate?

— Al Circolo, qualche volta; poche parole.

— Bah! Potresti al caso rivolgerle accademicamente un
saluto: buon giorno, buona sera... Questo non conta.

— E mi risponderà?

[pg!335]
— Per forza.

— Senti: è una domanda stupida, oziosa la mia... Ma
credi che sia tutto passato in lei?

— Ah... non so. — E soggiunse con la sua voce burbera: — Le
donne, sai, chi le indovina è bravo!

Sapevo che tutte le mattine ella passava per Piazza di
Spagna, e vi passai; sapevo che la domenica andava alla
Trinità dei Monti con altre signore, e la domenica passeggiai
verso la Trinità dei Monti.

Solevo portare nello sparato della camicia una goccia
di rubino ch'era il castone d'un antico anello; Edoarda
me lo aveva regalato, non so più in quale ricorrenza. Ogni
sera, quando supponevo di poterla incontrare in un teatro,
portavo quel rubino. M'era pur rimasto, nella casa di Roma,
un gran mazzo di cravatte ch'ella mi aveva comperate,
perchè a quel tempo amava occuparsi d'ogni cosa mia. Ed
allora, ogni mattina, per andare in Piazza di Spagna, ne
misi una: conoscevo la sua memoria tenace, forse le
avrebbe riconosciute. Facevo queste cose puerili e mi pareva
di non amarla; per lei non provavo che un senso
di gelosa inimicizia, una curiosità piena d'irritazione. La
cercavo tuttavia, con il pensiero assiduo, mentre il desiderio
di rivederla diveniva per me un bisogno assillante.

Pensavo: «Ella sa che ogni mattina l'attendo in Piazza
di Spagna. Perchè ogni mattina la rivedo? Perchè non
sceglie un diverso cammino?»

E la lentezza di questa insidia mi tentava. Quando la
primavera fu tutta sbocciata, le fioraie scesero su la
piazza con canestre riboccanti. Allora, ogni giorno, ella si
fermò a comperare qualche mazzo. Talora, essendomi coricato
all'alba, duravo gran fatica nel trarmi dalle coltri;
pur mi levavo, poichè ogni altra cosa mi sarebbe sembrata
priva di uno scopo, il giorno che tra quei fiori non
l'avessi incontrata.

Veniva pure i giorni di pioggia, e le fioraie nascoste
sotto grandi ombrelli la salutavano al suo passare. Pensavo:
«Come avvicinarla? come dirle o scriverle una
parola?» E mille infantilità, mille vecchie astuzie da innamorati
[pg!336]
mi si affacciavano alla mente; ma sùbito le respingevo,
non volendo sciupare in un modo così comune
la mia tortura delicata.

Tutto di lei mi piaceva, e sommamente le cose che un
tempo m'erano dispiaciute; il mio desiderio s'inaspriva
d'una torbida sensualità. Una mattina, insensatamente,
mentr'ella si era fermata per comprar fiori, m'avvicinai.
Ma quando le fui presso, e mi vide, si fece bianca più
dei mughetti che teneva in mano, e lasciandoli cadere
s'allontanò rapida. Non la rividi per tre giorni; poi tornò.

Giunse Paderewsky a Roma per dare tre concerti, e
sapevo da Fabio ch'ella vi sarebbe andata. Anzi egli aveva
l'incarico di fissare i posti, ch'erano assai contesi; uno per
lei, l'altro per la viscontessa d'Andrassy, moglie d'un segretario
dell'Ambasciata Belga. Fabio mi disse che il barone
De Luca non amava la musica da camera. Accompagnai
Fabio per vedere quali posti prendesse, e tornatovi
tosto, fissai per me una poltrona dietro l'altre due, nella
fila consecutiva.

Il giorno del primo concerto, quando entrai nella sala
gremita, il grande Paderewsky già suonava; la sua testa
d'angelo, placida e pura, sembrava sognasse le note che
le sue mani andavano suscitando con un prodigio di maestria.
Per non disturbare gli ascoltatori attesi l'intermezzo,
appoggiandomi contro una colonna, quasi nascosto nella
penombra, e fissando Edoarda, che istintivamente si volse.

La settima sinfonia di Beethoven volava sopra l'uditorio,
che la commozione teneva sospeso in una specie di estatica
immobilità; qualcosa di magico e di possente sollevava
gli spiriti, come fiaccole accese, in una sfera paradisiaca
di ebbrietà. E in quel momento, su l'ala delle note
volanti, nella religiosa paura che incutono le grandi rivelazioni,
quell'amore che non si dice, che fu, e poi morì, e
poi risorse, quell'amore che divien umile dopo esser stato
violento e si appaga di nulla dopo aver tutto sprezzato, si
comunicò fra noi come una cosa tangibile, divenne materia,
bacio, carezze, parola e sospiro fra le anime nostre,
che ritornavano entrambe da un lontano esilio, portandosi
[pg!337]
fiori di rimembranza e di poesia, primavere di sogno
e di musica dimenticata.

L'orchestra tacque; m'andai a sedere. La pelliccia di
Edoarda, rovesciata su la spalliera della poltrona, toccava
quasi le mie ginocchia, e, se mi fossi chinato in avanti, i
suoi capelli m'avrebbero sfiorata la fronte. Intesi ciò che diceva,
intesi la sua voce ancora, dopo tanti anni che più non
la udivo. Il suo profumo mi veniva in faccia, qualcosa
di lei fasciava i miei sensi nascostamente. Nel manicotto,
semiappassiti, aveva i mughetti comperati la mattina in
Piazza di Spagna.

Mille volte mi venne la tentazione di toccarla, in un
modo qualsiasi, fuggevolmente; ma non osai. Solo, durante
l'intermezzo, un amico il quale sedeva due file più avanti,
si volse, mi vide e prese a parlarmi. Allora, per rispondergli,
mi chinai un poco su la poltrona di Edoarda e le
fui così vicino che mi pareva quasi di toccarla. Certo la
mia voce dovette darle quel medesimo senso che a me
dette la sua, perchè la vidi trasalir leggermente. Quando
ci levammo entrambi per uscire, ella mi guardò in viso,
pallidissima, piena d'un'estatica paura. Ed io, rimasto solo,
mi scossi, come per cacciar dalle vene il turbamento che
vi serpeggiava, e risi, e pensai a quella che aveva inaridito
il mio cuore. Mi trovai puerilmente perverso; non
l'amavo, e, sopra tutto, non la volevo amare.

Edoarda ritornò l'altre volte ai concerti, con la baronessa
d'Andrassy, ma sedeva lontana e fu solo negli
intermezzi che, levandomi, la potei vedere. Tutte le ambizioni
della mia vita nuova convergevano in questa sola:
possedere la donna che avrei dovuto sposare, contro
la quale m'ero esasperato fin quasi all'odio. Un mio
cuore fittizio mi faceva rivivere ad uno ad uno tutti
gli episodi del legame spezzato, e, come s'ella non fosse
più la stessa, mi tornavano alla mente i suoi gesti, i suoi
baci, le inflessioni della sua voce, i sorrisi e le lacrime
che avevano intessuta la storia del nostro lontano amore.
Andavo per curiosità rileggendo alcune sue lettere, che
m'erano rimaste per caso, e pur dicendomi che il tempo
[pg!338]
muta e travolge tutto, le somme felicità come i più acerbi
dolori, tuttavia non potevo riconoscere nella sua nova
bellezza di donna un poco altera, la timida fanciulla di un
tempo, ch'era stata, nelle mie mani, quasi un trastullo
fragile. Quel mio cuore fittizio la desiderava ora intensamente,
la desiderava come un delicato vizio che potesse
ancora infondere un po' di vita nella sua mortale aridità.

A poco a poco scordai qualsiasi prudenza; mi recai nelle
case ove speravo di vederla, ed in una visita presso la
contessa di Casciano finalmente l'incontrai. V'era un numeroso
crocchio di signore, qualche uomo solamente; fra
questi l'ambasciatore Palazzo, il contino Rainieri e l'onorevole
Albizzi-Cerda, amante allora della contessa di Casciano.
Era costei una signora più che trentenne, ancora
piacente, per quanto non fosse mai stata bella; suo marito,
arditissimo esploratore, era morto di febbre gialla
durante un viaggio. Aveva due figlie cordialmente brutte,
ma educate a Londra, il che significa professare una libertà
di costumi a tutta oltranza dietro un'apparenza impeccabilmente
puritana. Quando entrai nella sala, gli occhi
di tutti corsero involontariamente da Edoarda a me, poi
sùbito le conversazioni si spensero in uno di que' bisbigli
curiosi, che sono il commento subdolo del pubblico ai colpi
di scena così frequenti nella commedia mondana.

Alcune signore m'erano sconosciute; la padrona di casa
mi presentò. Giunti che fummo davanti alla poltrona ove
sedeva Edoarda, fingendo di conversare animatamente con
una vecchia nobildonna ch'era mezzo sorda, la contessa di
Casciano con la più soave ingenuità:

— Tu, cara, — le disse — conosci, credo, il conte
Guelfo...

Edoarda, confusa, piegò il capo come per dire di sì. Le
feci un inchino, rapido, e passai oltre. Ebbi la prudenza
di non guardare nessuno, ma mi sentivo addosso gli occhi
di tutti, molesti e beffardi. Senonchè la disinvoltura di
Edoarda mi dette un grande stupore. Lungi dal cogliere
sùbito un pretesto per andar via, o dal mostrarsi punto
in imbarazzo, continuò a discorrere animatamente, come
[pg!339]
se nulla fosse accaduto, mettendo nelle sue parole un sale,
una briosità, che non le conoscevo ancora. Di riflesso, mi
trovai molto impacciato, e poichè la contessa di Casciano,
in tutto squisita, ci teneva a farmi parlare, studiandosi di
provocare il caso ch'io dovessi rispondere a Edoarda, o
Edoarda a me, durai gran pena a non smentire quella
fama che avevo di gaio e facile parlatore.

Dopo una ventina di minuti venne il Capuano. La sua
faccia strabiliata, quando ci vide, per poco non fece ridere
anche me. Non appena gli fu possibile avvicinarsi a me,
che gli sfuggivo, mi trasse in disparte per sibilarmi sottovoce:

— Che novità son queste? Sei pazzo ora?

Io feci con le labbra un atto d'indifferenza e risposi
leggermente:

— Perchè mai?

Lo vidi poi che diceva qualcosa misteriosamente anche
a Edoarda. Poco dopo, cogliendo l'occasione che la nobildonna
mezzo sorda se n'andava, Edoarda pure si levò.
Strinse la mano a tutte le signore, a noi uomini fece solamente
un cenno del capo.

Questa mia prodezza non ebbe che due conseguenze: la
prima, che per una settimana ella non passò più per
Piazza di Spagna, e l'altra fu una gran diatriba fattami
dal Capuano.

La sera stessa me lo vidi giungere in casa, fuori di sè.
Ancor prima di togliersi il soprabito, e senza nemmeno
darmi la buona sera, cominciò a sciogliere i freni del
suo sdegno.

— Insomma, insomma, io non capisco più in che mondo
si vive! I gentiluomini, o quelli che dovrebbero esser
tali, mancano ai riguardi più elementari dell'educazione!
In verità!...

— Puoi dire, puoi dire!... Tanto, sai che non m'offendo.

— Ma vieni un po' qui, ragazzo mio! Spiégami: cosa
ti sei fitto in capo? Forse di far la corte a Edoarda?

— Eh, via!... tu scherzi!

— Ti avverto che si comincia col dirlo in giro. E in
[pg!340]
fede mia tu fai proprio tutto quello che ci vuole per
lasciarlo credere.

Mi stavo infilando i pantaloni dell'abito da sera; egli
camminava per la stanza, con il suo gestire da caratterista.

— Sai, Fabio? Se tu avessi fatto il predicatore, chissà
quanta gente sarebbe accorsa per udire i tuoi quaresimali!

— Bah!... se vuoi scherzare è un altro conto.

— Insomma: ti manda lei, per caso, a farmi questa
ambasceria?

— Ah, no! Ecco non devi credere questo! D'altronde
non l'ho ancora veduta.

— Ebbene, che colpa ne ho io, se, andando a visitare
la contessa di Casciano, v'incontrai Edoarda?

— Ma le smanie di società, di visite, di balli, di pranzi,
ti son dunque venute tutte in un colpo?

— M'annoio e cerco di svagarmi. Poi faccio il possibile
per non perdere il mio posto nell'Olimpo. Sai... a questi
chiari di luna!

— Va bene. E le passeggiate in Piazza di Spagna? E
la Trinità dei Monti? E quel canocchiale che in teatro
non abbassi un momento? Tutto questo è sempre per
l'Olimpo, è vero? Ma, già!... tu non ti curi di niente! In
fondo non hai mai avuto nè cuore nè senno; il tuo capriccio
innanzi a tutto, e il resto... al diavolo!

— Ah, bene, senti... ora vai oltre i limiti! Fammi un
santo piacere: parliamo d'altro!

Egli mi sogguardò con occhi obliqui, accese una sigaretta,
si pose a cavalcioni d'una sedia e non parlò più.

Io mi feci con somma cura il nodo della cravatta,
chiamai Ludovico perchè mi spazzolasse ben bene l'abito,
misi un fiore all'occhiello, profumai il fazzoletto e presi
da un tavolino le chiavi di casa.

— Dunque vieni o resti? — gli domandai.

— Usciamo pure! — fece, tragicamente.

Quand'ebbimo camminato un po' per la strada, visto
ch'egli non parlava, lo presi sottobraccio.

— Di'... non sarai mica offeso per caso?

[pg!341]
Bastava una frase amichevole per rimetterlo di buon
umore.

— Ci mancherebbe altro! — esclamò allegramente.

— Sai, — gli dissi, — che il tuo isterismo peggiora
ogni giorno?

— E sai, — rispose con una perfidia sorridente, — che
la tua balordaggine è divenuta cronica? Sapevo che con
questi occhi avrei vedute ancora le cose più stravaganti,
più inverosimili che possano accadere al mondo; ma di
vederti un'altra volta innamorato d'Edoarda... questo
poi no!

— Siamo da capo?

— Calma! Non ti voglio dire che una cosa sola. Non
sei cattivo, tutte le sciocchezze che fai si devono solamente
alla tua gran leggerezza... Ma, guarda: se ora ti figgessi
nel capo di scompigliare un'altra volta la vita di quella
creatura, m'incuteresti un così grande ribrezzo, che avrei
per sempre vergogna di stringere la tua mano.

— Su, dammela quella mano, e vieni a pranzo con me!

— Grazie, non posso.

— Perchè? hai forse un altro invito? Vedo che infatti
hai una stupenda cravatta bianca.

— Sì, sono invitato.

— E dove, se è lecito?

— Dai De Luca, — egli convenne, quasi a malincuore.

— Ah... buon appetito!

[pg!342]




V
=


Era giornata di caccia. Il master, don Antonino Feretra,
ci aveva dato convegno per le nove del mattino.

Fresco ed ilare, per quella giocondità della primavera
laziale, ero uscito di buon'ora montando per la prima
volta Bluff, il mio nuovissimo irlandese dal mantello
sauro focato, con il muso e le balzane d'un color candido
come la neve.

Due mazzi di baccarà eccezionali mi avevano permesso
di comperare questo ammirevole cavallo, giunto
fresco fresco dall'Irlanda e conteso con sforzi eroici all'imberbe
quanto milionario Stefanuccio Gola, che, non essendosi
ancora potuto liberare da una fastidiosa inabilitazione,
m'aveva dovuto cedere sul prezzo. Bluff era un superbo
animale, dalla criniera folta, le reni spaziose, il petto
robusto, saltatore agilissimo e galoppatore instancabile.

Stretto nella mia giubba rossa, recandomi di buon
trotto al «meet», mi pareva d'essere tornato il gentiluomo
d'una volta, intrepido a tutte le macerie, spavaldo in
sella come se ci fossi nato. E la vita, quella mattina, mi
piaceva ancora.

Giunsi, mentre il master prendeva il galoppo seguito
dai cani, facendo squillare nitidamente il corno da caccia.

Il «meet» era frequentatissimo. Vidi Piero de Luca
in sella d'un puro-sangue irrequieto come una gazzella
e intesi donna Maria Monsélice, amazzone ammiratissima,
dirgli con tono d'intenditrice:

— Long Tail non vi farà il percorso, barone, e voi
rischiate di rompervi il collo. Spero che girerete le
macerie.

[pg!343]
Il De Luca, sorridendo come un uomo indurito alle
avventure della sella, rispose:

— Tutt'altro! È una scommessa, Donna Maria, e sono
ben sicuro di vincere.

— Sarebbe veramente peccato rovinare questo bel
puro-sangue in una caccia.

— Long Tail ha un'andatura infernale, ma non rifiuta
nessun ostacolo; se permettete, vi seguirò da vicino, senza
lasciargli prendere la mano.

— Andiamo! — diss'ella scudisciando il proprio cavallo.
E volarono via.

Stavo intanto parlando con due cavalieri che ammiravano
Bluff, quando, fra un gruppo d'amazzoni che
prendevano il galoppo, vidi o mi parve riconoscere Edoarda,
nel mezzo fra la contessa di Casciano e miss Emy Ruffles,
con altre che non ravvisai. Guidavano il gruppo Giorgio
Sannìzzaro ed un capitano di cavalleria. Difficilmente
l'occhio poteva trarmi in errore, ma, per il travestimento
dell'amazzone, e sapendo che a' miei tempi ella non aveva
mai preso parte ad alcuna caccia, dubitai d'essermi
ingannato.

Col cuore in tumulto misi Bluff di galoppo, spingendolo
in direzione del gruppo che già s'allontanava per la
campagna. L'irlandese di buon sangue, spiegando un'andatura
meravigliosamente distesa, in breve li accostò, e
quando giunsi a pochi metri da loro durai gran fatica
per diminuirne l'impeto e non passar oltre.

Da vicino riconobbi Edoarda. Ella montava una cavalla
baia, nervosa e gentile; indossava un'amazzone di velluto
color viola fosco, portando, come una volta, i capelli
annodati su la nuca. Un largo velo, fasciandole il cappello
due volte, lasciava ondeggiare i suoi lembi nel
vento del galoppo. Pensavo: «Egli le ha comunicate le
sue passioni. Questo nuovo amore del cavallo è un segno
quasi di affinità con lui.» E per tenermi dietro al
gruppo dov'ella era, di continuo rompevo l'appoggio del
morso a Bluff, che generosamente li voleva sopravvanzare.

Tutta la campagna laziale, a perdita d'occhio, era
[pg!344]
inondata di sole; il terreno mandava un luccicore insostenibile,
rotto qua e là dall'ammasso di un'antica maceria,
dove le scaglie d'argilla balenavano come frantumi di
specchiere.

Davanti si parò una staccionata d'un metro circa, ed
il gruppo, su due file, saltò netto. Ma, sopravvenute una
seconda, poi una terza, i cavalli, animatisi ruppero un
poco l'ordine, distanziandosi gradatamente. Le braccia
più non mi reggevano per lo sforzo di rimanere in coda,
e allora, piegando sul fianco, lasciai che l'irlandese passasse.
Rapidamente mandai loro un saluto.

Giorgio Sannìzzaro mi gridò dietro:

— Eh, eh! di volata, Guelfo!...

Ma Bluff, quand'ebbe lo spazio libero davanti, s'acquietò,
e mi trovai di paro con l'ufficiale, che durava la stessa
fatica nel dominare il suo polledro. Lo conoscevo, e
questa ragione mi servì per unirmi al gruppo, tenendone
la testa ad una cinquantina di metri. Incontrammo una
piccola maceria; il capitano saltò furiosamente; il suo
polledro lo portò via. Bluff fece un salto al quale Sannìzzaro,
dietro, applaudì, e volgendomi li vidi saltare
tutti facilmente, tranne il cavallo di Miss Ruffles che fece
uno scarto e, dopo aver ritentato, passò di fianco.

Il terreno cominciava ad essere malagevole. Da tutte
le parti si vedevano frotte di cavalieri correre a briglia
sciolta, mettendo nell'immensa campagna un formicolìo di
giubbe rosse e d'amazzoni oscure, con l'eco nell'aria degli
eccitamenti dati ai cavalli e lo scrosciare lungo di qualche
nitrito. Un sordo rumore di terreno battuto si propagava
in tutte le direzioni, sollevando per la infinita campagna
quasi una oscillante sonorità.

Miss Ruffles era rimasta indietro; il Sannìzzaro aveva
di molto rallentata l'andatura per non lasciarla sola, ed
io, volgendo il capo, vidi a poca distanza dal mio cavallo
Edoarda e la contessa di Casciano, le quali galoppavano
di paro. Bluff vide sorgere davanti a sè una maceria
larga ed ineguale; drizzando le orecchie vi si buttò sotto
come un fulmine, prese male il salto e la passò rasente
[pg!345]
rasente, in grazia del colpo di reni che mi diede quando
si sentì sopraffatto dall'altezza. Una pietra toccata sbalzò
fuori. Mi fermai dietro l'ostacolo per vedere il salto delle
due cavalcatrici.

La contessa di Casciano, che montava un saltatore da
concorso, passò per la prima, facilmente, sorridendo;
invece la baietta di Edoarda, spiccando il salto su le
quattro zampe, scavalcò la maceria scompostamente, levandosi
di peso, come fanno le capre. Attesi che le due
signore passassero, e mi posi dietro loro, ad un galoppo
misurato. Una frotta di cavalieri ci attraversò la strada,
lasciando nell'aria un sibilo di voci e di scudisci.

Bluff, spumoso per l'impazienza di raggiungere i più
lontani, andava tutto a puntate, volate; per intorno l'alta
erba, solcata in ogni senso, mostrava le tracce delle varie
cavalcate.

Vidi con gioia la baietta di Edoarda perdere terreno,
mentre il bel sauro della contessa di Casciano, indocilmente
le forzava la mano stanca. Finalmente, dopo aver
saltato un'altro ostacolo, colei si volse, disse qualcosa
alla compagna, e filò via. Edoarda, rimasta sola, diresse
la cavalla verso un lieve pendio, poi, allentando le redini,
si lasciò condurre. Appariva stanca; erano forse le prime
cacce, v'era in tutta la sua persona una specie di rilassatezza.

Copersi allora la breve distanza che ci separava, e per
qualche minuto Bluff galoppò col muso vicino alla groppa
della baietta. Lontano si vedevano i cavalieri convergere
tutti verso un lato, a sinistra, e poichè i nostri cavalli
v'andavano pure, d'un salto la sopravanzai, diedi una
spronata nei fianchi a Bluff, e, piegando su la destra, lo
lasciai galoppare.

Sapevo che nonostante ogni sforzo dell'amazzone la
baietta m'avrebbe seguito.

Curvo, senza volgermi, sentendola presso, respiravo
con voluttà la fragranza del vento primaverile; mi pareva
di rapirla, di trarmela dietro legata alla mia sella, senza
scampo, come in una leggenda, verso una solitudine di
[pg!346]
cielo e di luce. Una paura indefinibile mi tratteneva dal
volgermi, per guardarla in faccia, e nel fischio dell'aria
celere sentivo pur distintamente l'affanno del suo respiro.

Per una specie di crudeltà non mi volli fermare; i
due cavalli schiumavano, dopo venticinque minuti di galoppo
serrato sopra un terreno che le piogge avevano
reso pesante; v'erano sassi e buche, ma quel pericolo mi
piaceva. Piantai di nuovo gli sproni nei fianchi di Bluff,
ed il buon generoso cavallo, raddoppiando di lena, a
scatti, a volate, galoppò così disteso, che l'erbe alte gli
staffilavano il ventre. E la baietta dietro, ansante, senza
cedermi d'un passo.

Saltammo tre volte, come volando, l'ultima, intesi Edoarda
dare un piccolo grido: si era sentita forse cadere, perchè
la baietta saltava con troppo impeto.

Allora mi volsi. Pallida, con gli occhi semichiusi, il
busto un po' rovesciato all'indietro, pareva che quella
corsa l'avesse del tutto sopraffatta ed estenuata; vidi che
non teneva quasi le redini, compresi il pericolo, ed a forza
di braccia rallentai. Pianamente ci mettemmo di paro,
ansanti entrambi come i nostri cavalli, senza guardarci,
lontani da tutti, nella solitudine, nel sole.

— Edoarda... — mormorai con paura, passando la mano
su la criniera della sua cavalla, tanto le stavo presso.

Il lembo del suo velo mi sventolava sopra una spalla,
e poichè le parole mancavano, eran tutte impari alla mia
commozione, lasciai la criniera, presi una sua mano,
strinsi dolcemente quelle dita, e la briglia che tenevano,
insieme.

Ella bruscamente scosse il pugno, e la cavalla molestata
fece un piccolo salto.

— Mi perdonate? — le domandai. — Sono stato pazzo
a condurvi qui, non è vero?

Ella piegò la testa e sorrise; quel sorriso fu così pieno
di gentilezza, che ne provai quasi un rimorso.

— Non potevo più vivere a questo modo! — le dissi. — Bisognava
pure che vi parlassi.

— Sapete... — rispose con volubilità, guardandomi
[pg!347]
senz'alcuna esitazione, — avete rischiato di farmi rompere
il collo! Davvero, all'ultimo salto, sono rimasta su per
miracolo...

Non era più la stessa donna; la guardavo e l'ascoltavo
con sorpresa.

— Non avevo altro modo per potervi parlare, — le
dissi con dolcezza; — e sono mesi che attendo...

— Oh, davvero?

Le presi la mano di nuovo:

— Perchè scherzate così? — Proprio non conto più
nulla per voi? Null'affatto?

Ella abbassò le palpebre con un sorriso pieno di sottile
ironia.

— Spero non dimenticherete che ho un marito, mio
caro conte! — E disse quest'ultime due parole con uno
scherno che mi ferì.

— Noi ci eravamo promessi una volta di rimanere l'uno
per l'altra tutta la vita, — le risposi con esitazione. — Ma,
già, queste sono parole che si dicono... almeno per voi!

— Già, si dicono pur troppo! Ma un gentiluomo che le
abbia intese, dovrebbe saper anche dimenticarle, vi pare?

I cavalli avevano preso il trotto, piano, piano.

Allora, tirando insieme la mia briglia e quella della
baietta, li rimisi di passo.

— Che fate ora? — domandò Edoarda sorridente. — Non
mi vorrete far perdere, spero? Lasciatemi ritornare,
vi prego.

E raccolse la briglia abbandonata.

— No, ve ne supplico, Edoarda! — esclamai con una
voce così commossa, ch'ella visibilmente ne provò stupore.

— Poi, — soggiunsi, — bisogna che i cavalli riposino
un momento.

— Insomma, — elle fece, dopo essersi guardata intorno, — cosa
volete ancora da me?

— Non lo sapete forse? Ebbene, ve lo dirò. Volevo
riudire la vostra voce, guardarvi da vicino, dirvi ancora
una volta che non vi ho dimenticata, che sono stato irragionevole
quando v'abbandonai, ed ora da voi sola dipende
[pg!348]
il salvare l'uomo che tuttavia è stato qualcosa
nella vostra vita, o vendicarvi del male che vi ho fatto,
se pure ve ne feci, ma in un modo mille volte più crudele.
Volevo dirvi, Edoarda, che in nessun momento della
mia vita mi son sentito pazzo come ora, perchè quello
che sto facendo in questo momento è senza dubbio una
pazzia...

Così le dissi, e fui sincero, tanto è pieno d'inganno quel
sensuale turbamento che noi chiamiamo l'amore.

— Si, è certo una pazzia, — Edoarda rispose, chinando
la faccia scolorata. Mi piegai sovra la sua spalla, fin quasi
a toccarla, e dissi:

— Non vi ricordate più di me? più affatto?... mai?

— Mai! mai! — ella mormorò, chiudendo gli occhi.

Le stringevo il braccio, attirandola dolcemente.

— È possibile che tutto per voi sia finito, quando
invece io, dopo la prima volta che vi ho riveduta, non
sono più capace di pensare ad altra cosa che a voi?
Quand'io vi desidero in un modo che non ha parola, e
passo il giorno, la notte, immaginando come vi potrei
parlare?

— Tacete! tacete!... Torniamo indietro, — ella propose,
cercando quasi di nascondere un improvviso turbamento.

Con una specie di cocciutaggine ripresi:

— Io fui certo il più fedele, nonostante le mie stoltezze.
A tempo, il mio cuore, il mio spirito, erano malati,
Edoarda; e dopo di allora sono passate tante cose!...

Ella rise di un piccolo riso, breve, sarcastico.

— No, non schernitemi! Voi sapete bene che questa è
la verità. Sono anche tornato, una volta, per farmi perdonare;
ma fu troppo tardi. Vi eravate appunto fidanzata,
e, quando me lo dissero, qualcosa mi passò nel cervello,
nel cuore... non so... fu come uno schiaffo datomi in piena
faccia, e compresi allora tutto l'amore, tutto l'amore profondo
che avevo per voi. Su, dítemi una parola... non
continuate a ridere così!

— Oh, vi conosco. Guelfo! Adesso vi conosco; allora no.

[pg!349]
— Ebbene?

— Ebbene, la cosa è molto semplice. Vi è tornato forse
un capriccio... Ne avete avuti tanti altri, e gli spensierati
come voi conoscono questi ritorni. Anzi, dítemi una cosa:
Dove avete lasciata la vostra amica?

E rise più forte. Questa domanda mi suonò come un
insulto: ebbi voglia per un momento di rispondere con
la stessa ironia, e tacqui, mentre di me stesso nasceva in
me un amaro disprezzo, una commiserazione profonda.

— Volete burlarvi di me, — le dissi poi, gravemente. — È
giusto: ne avete anche il diritto. Ma tralasciate l'ironia;
siate generosa. Cosa volete di più? Quando un uomo vi
domanda perdono...

— Io non vi devo perdonare nulla. Forse è stato meglio
così. Non vi devo perdonare assolutamente nulla. Solo
mi sia lecito rivolgervi una preghiera, dopo tanto tempo,
e visto che vogliamo parlare seriamente. In questi mesi
ultimi vi siete spesso dimenticato che ho un marito ed
un nome da rispettare, o meglio da far rispettare. Vi sarei
grata se voleste risparmiarmi le vostre persecuzioni continue,
tanto più che, una volta o l'altra, potrei averne
qualche noia.

— È tutto quello che avevate a dirmi? — osservai
freddamente.

— Mah... è tutto!

E andammo a lato, in silenzio, per qualche centinaio
di metri, io guardando sopra il collo della mia cavalcatura
la bella campagna che si stendeva sino al confuso
inazzurrare dei monti ed il sole felice che a perdita
d'occhio vi scintillava, ella, di tratto in tratto, sollevando
il viso di sotto il velo, come per osservarmi di
sfuggita.

Poi mi disse repentinamente, con un tono tra il serio
ed il faceto:

— Avete un po' cambiato fisionomia, da quel tempo...

— Vi pare? Sono forse invecchiato. Ho molti capelli
bianchi ora.

— Volevo dire una diversità di espressione; avete l'aria
[pg!350]
più cattiva; sembrate un uomo che viva in uno stato
anormale, ruminando chissà mai quale idea pericolosa.

— Nessuna, tranne quella che voi sapete.

— Poi, e perdonatemi la mia franchezza, non sembrate
più così spavaldo come una volta. Vi dev'essere capitato
qualcosa di grave.

— Credo, Edoarda, che non mi vediate più con gli
stessi occhi.

— Forse.

Poi trattenne la cavalla e mi disse con risolutezza:

— Torniamo.

— No, Edoarda, non ancora, ve ne prego! Non siatemi
avara di questi brevi momenti che mi sono procacciato con
tanta pazienza, e che forse non si ripeteranno mai più.
Ancora debbo dirvi molte cose, che il turbamento mi ha
fatte dimenticare. Tanto, siamo al sicuro qui; la caccia è
lontana.

— Ma io debbo ritornare, intendete? lo debbo! — insistette,
come per comandarlo a sè stessa. Poi soggiunse: — L'ascoltarvi
più a lungo vi darebbe diritto...

— Nessun diritto, nessun diritto... non parlate così!
usatemi questo riguardo almeno!

E messa la mano su la briglia della baietta, la costrinsi
a camminarmi di fianco, sella contro sella.

— Ma insomma voi profittate d'una condizione di cose...

— No, non è vero... oppure, sì, come volete! Ne profitto
forse un poco, e ve ne chiedo scusa. Ma ho bisogno di
parlarvi, od almeno di sapere una cosa, una sola, se pur
mi vorrete rispondere.

— Oh, quale mai?

— Una domanda; una domanda insolente e sciocca,
perchè certo non mi direte la verità. Ma non importa.
Vorrei sapere se amate veramente vostro marito, o se...

— Ascoltátemi, Guelfo, — ella fece con un po' di risentimento, — vi
siete abbastanza divertito alle mie spalle
una volta perchè vi permetta di farlo una seconda!

— Ma no, ma no...

— Lasciátemi dire. So a cosa tendono i vostri bei discorsi
[pg!351]
e quale sia decisamente il vostro piano. Con molti
giri viziosi venite a farmi un'offerta esplicita, e naturalissima
in fondo! Momentaneamente vi piaccio di nuovo,
per il semplice fatto che son divenuta la moglie d'un
altro, e venite a propormi, oh, con molta cautela!... d'essere
la vostra amante...

— No, no!

— ... a propormi d'essere la vostra amante. Ed io
dovrei...

— Insomma, Edoarda, vi prego: non continuate!

— Amico mio, perchè metterci una maschera sul volto?
Diciamo la verità: non è questo?

— No! no! mille volte no! La mia domanda vi è parsa
brutale, forse; lo era infatti. Ma non credevo che si potesse
tornare del tutto estranei dopo un passato come il
nostro, e contavo un poco su l'amicizia d'una volta. Voi
oggi ridete, prendete le mie parole in burla, vi piace
umiliarmi e vedermi soffrire; ma io v'ho fatta quella domanda
per una ragione ben diversa. Ecco, Edoarda: se
fossi certo che amate un altr'uomo, che vi siete sposata
per amore di lui, scordandomi del tutto, se avessi questa
certezza, vi dico, sarebbe l'ultima volta che cercherei
d'avvicinarvi. Quindi non rispondetemi, perchè, se fosse
così, varrebbe meglio non saperlo.

Ella si chiuse un poco nelle spalle, guardò altrove,
senza rispondere.

— Son mesi e mesi, — continuai, — che questo dubbio
mi tortura, ed è solo per questo che ho trovato il coraggio
di venirvi a parlare.

— Oh, il coraggio in questi casi gli uomini lo trovano
sempre!

Lontano, lontano, i corni da caccia squillavano a distesa
nell'aria piena di sole; veniva per la terra sonora
un rumore di galoppi distanti. Ella ebbe un leggero tremito:

— Vengono!... — esclamò.

— No, anzi si allontánano.

— Ma bisogna pure ch'io mi trovi al «meet».

[pg!352]
— C'è tempo, c'è tempo! La caccia non finirà così
presto.

— Insomma, Guelfo, abbiamo fatto... cioè, avete fatto
molto male, molto male!...

E la sua voce non era più nè irritata nè schernevole.

— Perchè?

Un po' stanca, un po' curva, ella si passò la mano su
la fronte, fra i capelli scomposti.

— Perchè?... — ripetei, stringendole un polso, uno di
que' polsi fragili, che davano al contatto la sensazione
di poterli spezzare. L'attirai lentamente; le nostre spalle
si toccarono, e, levando i suoi grandi occhi, mansuetamente,
come faceva una volta, vide nell'alterazione del
mio viso i segni dello smarrimento che mi turbava.

— Sei cambiata, — le mormorai; — ma per me sei
ancora la stessa... e più bella! Ti ricordi?...

Ella chiuse gli occhi e piegò il mento sul petto.

— Guàrdami... — la pregai, — guàrdami!...

Allora sollevò il viso, con le palpebre chiuse, la bocca
ferma. Il sole, battendole in faccia, dorava il suo pallore.

— Sei cambiata e sei la stessa, — ripetei. — Più bella,
mille volte più bella! Io non ho cessato mai di volerti
bene. Ora lo sento. Eri nel mio destino, e il destino torna...
deve tornare! Dimmi... dimmi!... Anche tu?

Ella scosse il capo con violenza, come per ribellarsi al
bisogno di rispondere «Sì!»

— Pensa che felicità sarebbe la nostra!... — le bisbigliai.

Vi sono momenti nuovi nel traboccar d'un'antica passione,
in cui l'anima viene su la bocca e parla da sè. Ora
i cavalli andavano d'un passo lento, strappando qua e là
ciuffi d'erba; un vento lieve increspava le criniere, fasciandomi
il suo velo intorno al collo.

— Dimmi, — le domandai piano, stringendola tutta
contro la mia spalla, — dimmi la verità... la verità!...
lo ami?

Con gli occhi semichiusi, la faccia un po' convulsa, la
fronte presso la mia bocca, scosse il capo con impazienza,
[pg!353]
quasi con ira, mentre le sue ciglia si bagnavano di lacrime
mal frenate.

— Perchè vuoi farmi parlare! — esclamò.

Una stupenda gioia mi rise nell'anima, e d'improvviso
mi sembrò che tutto quanto, all'intorno, girasse, girasse,
in una vertigine di sole...

— E, dimmi ancora... non lo hai amato mai?

— Ah, lásciami!... — comandò con ribellione, come se
un nodo le soffocasse la gola. E mi respinse.

— No! rispóndimi!... Mai?... in nessun modo?...

L'abbracciavo, la serravo imperiosamente. Ella di nuovo
strinse le labbra, e negò.

— Senti allora... e me?

— Tu?

Aperse gli occhi mi guardò, mi fissò profondamente,
come per riconoscermi. V'era in quegli occhi azzurri
un'ombra che li faceva parer cupi, e le sue labbra smorte
mi si offersero con un bacio di tutta la persona.

— Germano, Germano... — pregò, — andiamo via!...

Tutte le trombe lontane d'un tratto echeggiarono, percuotendo
l'aria come una staffilata sonora.

[pg!354]




VI
==


La prima volta che una signora viene ad un appuntamento
d'amore, viene per solito con un mazzolino di fiori
alla cintura; l'amante poi li mette in cornice, li conserva
nel cofano delle reliquie, per poterle dire più tardi, esumandoli:

«Fu la prima volta... ti ricordi?»

E quest'odor di appassito è, nell'amore, un profumo che
spesso prolunga le agonìe.

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento
d'amore, di solito viene in vettura chiusa, fingendo
d'esser assai turbata, d'aver avuta una immensa paura,
cosa in fondo esageratissima, perchè le donne al giorno
d'oggi sono quanto mai esperte, ed i mariti han quasi
perduto il vizio preistorico di uccidere per gelosia. Fatto,
sta che l'adulterio s'è talmente radicato nella vita moderna
da non parer cosa ormai straordinaria nè difficile, e que'
famosi Otelli della vecchia maniera sono andati a rifugiarsi
nel repertorio dei teatri popolari, dove talvolta fan
ridere o fremere ancora. I nostri, oggi, lo sanno qualche
volta, ma non sorprendono quasi mai.

Un po' di paura è tuttavia necessaria. Non si fa tutto
questo per amarsi tremando? Il pericolo non è forse un
delicato piacere?

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento
d'amore, porta l'abito che le avete ammirato, il
cappello che vi piace di più: ha paura, si sente male, ha
fretta, deve andar via. Gira, si siede irrequieta su tutte
le poltrone; tocca ogni cosa, guarda i quadri, la mobilia,
le fotografie, se ve ne sono, poi vi dice: «Dio!... Chissà
quante sono venute qui!»

[pg!355]
Naturalmente le assicurate ch'ella è la prima, però in
modo da lasciarle credere che ve ne furon altre, molte
altre, assai più che non sia vero... Allora le date un
bacio su la bocca, traverso il velo; d'inverno la veletta
è umida; quell'umidore vi piace, sa di fresco e di buon
profumo.

È il primo bacio su la bocca nella casa del peccato, il
primo sapore della colpa, dopo quel bacio casto e compunto
che le fu dato quando mise il piede oltre la soglia,
in segno di rispettosa ospitalità. Bisogna conoscere le
gradazioni. E sùbito ella se ne schermisce; tutto le sembra
nuovo e pericoloso; quel bacio la fa timida, quantunque
molti altri ve n'abbia già dati, nelle sale ove l'incontraste,
ne' corridoi, tra due porte, fra due siepi, ai balli od in
campagna, al mare o dovunque potè.

Ma quel giorno ha paura, sta male, ha fretta, deve
andar via. Intanto vi osserva: le pare strano di vedervi
lì, nella casa vostra o non vostra, diverso dagli altri
giorni, svestito di quelle apparenze che imponeva la
mondanità; vi osserva con occhi attenti, senza dirvi nulla,
e quello è spesso il momento in cui si decide la simpatia
o la diffidenza d'una donna, la quale, sino a quel
punto, non ebbe di voi che una semplice curiosità. Non
bisogna allora essere nè troppo timidi nè troppo audaci.

Credo che in quell'istante i sensi della donna si fascino
quasi d'una vigile inerzia, urtati da quel tanto di comune
o di fittizio che non manca mai ne' primi convegni d'amore.
Poichè, nonostante l'esperienza, ci si trova sempre
un po' comici l'uno di fronte all'altra, ed il pensiero di
tutti quelli che hanno fatto e faranno la stessa cosa, in
un appartamentino press'a poco simile, ed alla medesima
ora, con le stesse precauzioni, con le stesse parole, riesce
a smorzare d'improvviso la trepida impazienza che ci ha
condotti fino a quel punto. È, talvolta, una cosa futilissima
che salva, che piace, che dà un'improvvisa freschezza,
ed in ogni modo bisogna saper vincere quel torpore, ma
dolcemente, con persuasione.

Se può, ella vi dice allora una piccola sgarberia, con
[pg!356]
gioia, ridendo. Ma è lo stato dell'animo suo che lo richiede;
un poco forse la vergogna, un poco il timore di
piacervi meno che non vorrebbe.

Intanto, con l'ansia più distratta e più naturale del
mondo, s'è lasciata prendere il manicotto e l'ombrellino,
il boa od il mantello, i guanti, la borsetta, la veletta, ed
affinchè voi possiate levarle quest'ultima difesa del suo
onore senza strapparle i capelli, (oh, gli uomini, quanto
sono maldestri!...) si va togliendo ad uno ad uno gli spilloni
dal cappello. Poi siede in un angolo, ed ha una
immensa vergogna subitanea, come se fosse in camicia.

Allora l'amante consumato e scaltro le s'inginocchia
ai piedi per dirle con voce commossa una frase dolce,
persuadente, quasi lasciva... per slacciarle una scarpina
senza che se n'avveda o insinuar le dita fra gli uncini
della camicetta, che vela, senza nasconderla, una soave
nudità... Poi, quando per forza se ne deve accorgere, ecco
vi dice: «Ma... che fate?» oppure: «Che fai?» secondo
i casi.

E se, tra gli uncini ed i pizzi v'impacciate un poco,
allora esclama sorridendo: «Oh! come non sai far nulla!»
E li sgancia da sè. Ad un certo punto finge di veder
il pericolo e si alza bruscamente. Cammina, apre un libro,
vi domanda una sigaretta, carezza un fiore, si dà una
pettinata, o, se c'è il fuoco, va davanti al camino e si
riscalda le mani. Voi la prendete allora per le spalle, con
un po' di veemenza, costringendola a lasciarsi baciare...
Ella ride, rovescia il capo all'indietro ed offre la bocca.
C'è uno specchio, là di fronte, ove si guarda. Ci si guarda
entrambi; ella dice: «Dio, come sono rossa!...».

Fate, o cauti amanti, che le specchiere nella vostra
casa d'amore siano benevole, poichè la donna in quel
momento ha bisogno di sentirsi bella.

Poi, fra le mille carezze, fra le insidie lente, si parla
di cose lontane; si dice:

«Pensa, amore mio, quando ci siamo conosciuti la
prima sera... ed io ti facevo già la corte, con gli occhi, da
molti mesi... avresti mai pensato che un giorno ci troveremmo
[pg!357]
qui, soli, nelle braccia l'una dell'altro... del tutto
soli... come ora?...» Ed ella risponderà:

«Oh, Dio buono... che pazzie che mi fai fare! Dimmi...
non è forse vero?... non è questa una pazzia?»

«Forse... ma così dolce!»

«No... sta fermo...»

«Làsciami fare. Voglio baciarti su la gola... solamente
su la gola... Oh, come hai la pelle bianca!»

La prima volta che una signora viene ad un appuntamento
d'amore, viene per lo più perchè s'annoia
della sua vita giornaliera, e l'adulterio la tenta; o per
curiosità momentanea della vostra persona, o perchè potrete
giovarle in qualcosa, o perchè i sensi le fanno sperare
da voi gioie che non conosce ancora. Qualche volta
viene per la buona ragione che le avete fatta la corte,
qualche volta per poterlo raccontare ad un'amica, o
perchè lo dicano ad un vostro predecessore, o perchè da
voi non venga un'altra in sua vece: per capriccio insomma,
per calcolo, per istinto, per gelosia, per frivolezza, e
talora, infine, benchè assai di rado, perchè vi ama.

Pure v'è una donna che a nessuna di queste assomiglia,
che nessuno di tali sentimenti a voi conduce: ed è
la donna che torna dopo avervi amato, quando fra voi
passarono la lontananza e l'oblìo; la donna che torna per
ricominciare l'amore.

Queste cose pensavo confusamente, aspettando Edoarda
in un appartamentino situato nei quartieri eccentrici di
Roma, durante un pomeriggio del mese d'Aprile.

Le finestre erano aperte, un'aria tepida e profumata
gonfiava le tende, muovendo riverberi su gli specchi e
suscitando qua e là un crepitìo sommesso dai vecchi
mobili gonfi di sole. Vedevo le sfere d'una pendola di
bronzo camminar lente sul quadrante acceso; il sole, picchiando
sul terso metallo, tutta la inquadrava d'un'aureola
multicolore.

Mi sentivo un poco stordito; nell'allucinazione del mio
sogno vedevo passare continuamente sorrisi e fisionomie
di donne che avevo altre volte aspettate in una camera
[pg!358]
come quella, contando i minuti lenti e sobbalzando ad improvvisi
rumori.

Poi due grandi occhi m'apparvero, da tutti gli altri
dissimili che nella vita guardai, limpidi e pure incomprensibili,
che avevano l'irrealità delle cose lontane, e,
leggeri come farfalle, mutando luogo, da tutt'intorno mi
guardavano, venivano fin vicino alla mia bocca, socchiudendo
le oscure palpebre, per lasciarsi baciare. E colei
che mi seguiva invisibile, dovunque andassi, quella ch'era
nell'aria del mio respiro e nel pane di cui mi nutrivo,
quella ch'era chiusa nel mio cuore come in un sepolcro
suggellato, si venne a distendere in silenzio sul vasto
letto ricoperto, e disfece i suoi capelli color dell'oro e
del bronzo, mi guardò e mi sorrise, chiamandomi con la
sua voce d'una volta, la sua voce piena d'incanto, che
suonava da una distanza irrevocabile.

Poi vicino mi passò la bionda immagine di una piccola
creatura dal capo ricciuto, con le innocenti labbra color
de' bòccioli, ma gli occhi già profondi e consapevoli...
Evelyn si chiamava la bimba: io sapevo il suo nome, non
ella il mio.

Allora, per cacciare que' fantasmi, sorsi in piedi, feci
nervosamente il giro della camera, m'affacciai alla finestra,
guardando fuori.

Di là dalla strada, dietro un muro alto di pochi metri,
v'era un piccolo giardino, tutto in fiore. Una bimba
vestita di rosso, con i capelli annodati in un gran ciuffo
su la fronte, si dondolava sopra un'altalena che pendeva
da un grosso ramo ritorto. C'era per terra, vicino a lei,
un piccolo annaffiatoio rovesciato, e v'era una bambola
con le vesti all'aria, buttata sul margine del sentiero, che
impigliava tra i fili d'erba i suoi capelli di stoppa. Più
in là, nel mezzo d'una corte, briaco di sole di forza e di
fatica, un fabbro scamiciato accanto alla sua fucina picchiava
e cantava con ira, levando il maglio formidabile
sopra il metallo rovente. E il cielo pieno di luminosità,
curvo come la volta di una basilica, si appoggiava con
nuvole d'oro sui vertici delle colline lontanissime.

[pg!359]
D'un tratto, in fondo alla strada, su l'angolo del crocicchio,
intesi una vettura fermarsi, e, sporgendomi dal
davanzale, ne vidi scendere una signora, che guardatasi
d'attorno sospettosa, pagò in fretta il vetturino ed imboccò
la strada, a viso basso, rasente il muro. Camminava tenendosi
la gonna raccolta contro un fianco, l'ombrellino
serrato sotto il braccio; portava un abito color di primavera,
fra l'azzurro ed il verde oltremarino, con una frangia
di pizzi sul petto, un cappello a fiori. Aveva una grossa
catena d'oro girata intorno al collo, pendente a collana,
per reggere un piccolo ventaglio ed un grosso mazzo di
ciondoli, che in guisa d'una frivola bubboliera mandavan
chiarori e tintinni al ritmo frettoloso del passo. Anche le
fibbie delle sue scarpine luccicavano fuor dalla balza della
gonna chiara.

Quando fu sotto la finestra da cui guardavo, si fermò
impauritamente, come per riconoscere la porta...

E la bimba si dondolava su l'altalena, ridendo con la
bambola dei capelli di stoppa; e il fabbro, nel pieno sole,
con iraconda forza picchiava, picchiava.

[pg!360]




VII
===


Una mattina, verso la metà del mese di Maggio, Ludovico
venne a destarmi ad un'ora insolita. Ero tornato dal
Circolo verso le sei e stavo dormendo il primo sonno,
con quello spossamento opaco ed esausto che lascia in
tutte le vene l'agitazione del gioco, il fumo addensatosi
nelle sale chiuse, verso l'alba, quando i carri degli erbivendoli
già percorrono con fragore le strade che si risvegliano.

— Che novità, Ludovico? — gli domandai, cercando di
spalancare gli occhi assonnati.

— C'è di là un signore che insiste per parlarle.

— Diavolo! a quest'ora?

— Sono quasi le dieci, signor conte.

— Bene, chi è? che vuole? Non gli hai detto che stavo
ancora dormendo?

— L'ho detto, signore, ma insiste. È un forestiero; dice
che ha bisogno di vederla. Poi non lo comprendo bene,
parla in un certo modo l'italiano!

— Ti ha detto il suo nome almeno?

— M'ha dato il suo biglietto da visita.

— Accendi la luce e fammi vedere.

Accese una lampadina e sul biglietto lessi il nome di
Elia d'Hermòs.

— Elia?... — borbottai. — A Roma? Che può volere?
Su, Ludovico, apri la finestra e fallo entrare.

Alcuni minuti dopo intesi dietro l'uscio la voce di Elia
che mi diceva giocondamente:

— Buon giorno! Ancora dormi? Con questo bel sole?
Beato poltrone!

[pg!361]
Venne presso il letto, mi tese la mano, si guardò intorno:

— Come stai? Come va? — esclamava. — Dio sa cosa
pensi, vedendomi capitare così alla sprovvista!

— Caro Elia, mi rallegro di rivederti! Sono sorpreso
infatti, ma una bella sorpresa! Vieni, siéditi.

Portava un soprabito da viaggio; nel suo volto simpatico
era la consueta espressione gaia, penetrante, ambigua.

— E comincio con domandarti scusa se ti ricevo qui, — proseguii. — Mi
sono coricato all'alba, dunque perdonami
se sbadiglio.

— Lo sbadiglio è la conclusione logica di tutte le passioni
umane, — sentenziò Elia, sdraiandosi in una poltrona
vicino al mio letto. — Solo me lo comunichi, per Bacco!
Ho viaggiato l'intera notte senza trovare uno «sleeping»;
lo scompartimento era pieno zeppo, cosicchè non ho potuto
chiuder occhio. Pazienza! Ora ti spiegherò lo scopo
della mia visita. Vorresti frattanto farmi dare una tazza
di caffè? Sarà la terza, stamattina.

— Ma certo, e con piacere! — Chiamai Ludovico, detti
l'ordine.

— Hai una splendida casa. Mi pare che te la passi
molto bene ora.

— Oh, non lasciarti illudere dalle apparenze! Sono i
vestigi delle glorie antiche. Va male, invece, molto male!
Ho avuto un periodo favorevole, ma ora il vento si è
messo a fortunale. Questo non importa; parliamo d'altro.
Cosa fai a Roma, e dove sei stato, uomo misteriosissimo,
in tutto questo tempo?

— Sono spiegazioni che non si possono dare così rapidamente.
A Roma vengo per affari, ed anche un poco per
rivederti, per Bacco! Quanto all'itinerario ed allo scopo
dei miei lunghi viaggi, te ne discorrerò poi.

— Non arrivi da Parigi ora?

— Sì, da Parigi; ero tornato in Francia da circa due
mesi. E quante novità sul tuo conto!... Non volevo credere.
Io, che pensavo di ritrovarti, sereno e beato, con la tua
superba Elena, e magari con un piccolo erede maschio,
al quale, per farmi piacere, avresti dato senza dubbio il
profetico nome di Elia!

[pg!362]
— Mah!... che vuoi? la vita!... — feci con simulata
indifferenza, pur sentendomi rimescolare. — Sai bene...
tutto passa!

— Già, è la canzonetta che lo dice. Le canzonette
hanno sempre ragione.

— L'hai veduta?

— Sì, ma da lontano. So di non essere nelle sue buone
grazie e l'ho lasciata in pace. D'altronde ha finto di non
riconoscermi... ed io son uomo assai discreto. Poi, adesso
è la sua grande ora. Ha avuto ultimamente un trionfo
nel *Drame d'autrefois*, la «pièce» che fa furore.

— Ah, sì, ho letto infatti...

— Ed è sempre più bella!

— Più bella?... — Entrò Ludovico, portando sopra un
vassoio due chicchere fumanti.

— Ma tu devi aver sonno! — esclamò Elia, trangugiando
il caffè. — Se vuoi tornerò più tardi.

— No, rimani, rimani; ormai sono desto e fra poco mi
leverò. Dimmi: a che albergo sei sceso?

— Al *Quirinale*. Vado sempre lì.

— E ti trattieni a Roma?

— Una quindicina di giorni forse.

— Bravo, ne son contento. Potremo raccontarci molte
cose. Anch'io ne ho tante, che mi pesano sul cuore. Non
con tutti gli amici si può essere sinceri come con te,
gentile e mansueta canaglia!

— Dio buono! Il sentire l'amicizia è forse la sola virtù
che posseggo, e ti giuro che, anche senza l'altre mie ragioni
particolari, avrei fatto un viaggio tre volte più lungo,
solo per la gioia di rivederti. Che vuoi? quanto più invecchio,
tanto più m'avvedo che c'era in me, sotto il mio
cuore di nemico degli uomini, un vecchio babbeo sentimentale.
Poi mi prendono certe manìe... Per esempio
questa: ora che sono a Roma, voglio andare a farmi benedir
dal Papa... E gli bacierò la pantofola, se occorre.

— Buffone! Prendi una sigaretta e raccontami lo scopo
vero della tua visita.

— Ah, scusa... tutto quello che vuoi, ma il vostro tabacco
[pg!363]
italiano, proprio non lo posso tollerare! Ho altre
sigarette con me, ti ringrazio.

Ne accese una, ed appoggiando il gomito sul piumino
trasse uno sbadiglio enorme.

— Dunque, — riprese, — io son venuto in primo luogo
per pagarti un debito.

— Un debito? Non credo che tu ne abbia con me.

— Oh, oh!... sei un creditore molto smemorato, ma io
son anche un debitore molto scrupoloso... Tieni.

Si aperse la giacchetta, trasse dal portafogli una busta
gonfia e me la diede.

— Questo è denaro che ti spetta; non te l'ho mandato
prima, sapendo che sarei venuto a Roma. Son novemila
franchi: la tua parte esattamente.

— Ma, scusa, non capisco... — risposi, girando e rigirando
la busta in ogni verso, senz'aprirla.

— Come non capisci? Hai scordato l'affare dell'ultima
collana, a Londra? Fu venduta circa un mese fa per
centodiecimila lire; ne valeva un buon terzo di più, ma
non si è potuto far meglio.

— Ah, sì... Ora mi rammento. Però, senti: la parte che
ho presa in questo affare, se ti ricordi, è stata così piccola,
così trascurabile, che veramente una ricompensa mi
parrebbe soverchia per la mia fatica... Poi, vedi, a queste
cose ormai ho rinunziato.

— Sarà benissimo, — egli fece stoicamente; — ma per
questa volta fa il sacrifizio di accettarli ancora, poichè ti
appartengono. E se proprio ti bruciano le dita, o se le tue
condizioni sono così prospere da poterli disprezzare... fa
una cosa: dalli in beneficenza. Qualche volta bisogna
pensare anche all'anima! Io son divenuto un uomo pio e
ti dò questo consiglio.

Feci una bella risata, gettai la busta sopra un tavolino,
con l'aria dell'uomo che butta in un canto un vecchio
avanzo della propria coscienza.

— Insomma, grazie, grazie di cuore, — gli dissi tendendogli
la mano. — Accetto, e non li darò in beneficenza,
ti assicuro, perchè sono ben lontano da quella prosperità
che mi attribuisci. Ho avuto un momento favorevole ma,
[pg!364]
ora la Borsa va a rotoli, il giuoco peggio che mai, il credito
è quasi nullo... bah!... tristezze, tristezze, mio buon Elia!

— Se m'avessi dato retta! — egli osservò tranquillamente.

— In cosa?

— Oh, in molte cose, in qualsiasi cosa che tu avessi
preferita. Partire con me, per esempio, o almeno prendere
una buona volta una risoluzione decisiva. Ti consigliavo
anche di ammogliarti; era la cosa più ragionevole
che tu potessi fare.

— Infatti m'ero alla fine risolto. Ma giunsi troppo
tardi. Quella che sai, s'era già fidanzata e stava per
maritarsi.

— Ah sì? Qui a Roma?

— A Roma.

— E la vedi?

— Se la vedo?... Sì... qualche volta.

— Pazienza, mio caro! Ma non c'è poi quella sola. Le
ragazze da marito spuntano come i funghi. Solamente bisognerebbe
che ti sbrigassi un pochino, perchè anche tu
cominci a non esser più tanto giovine.

— Non solo è vero quello che dici, ma mi sento ancora
più vecchio della mia età. Poi è troppo tardi in ogni
modo, troppo tardi per mille ragioni.

— Vedo, mio caro, che ti ha ripreso un'altra volta la
ruggine. Bisogna ch'io ti galvanizzi un poco lo spirito.

— Eh, mio buon Elia, temo che non sia soltanto ruggine!...
Questa volta ci dev'essere qualcosa che si è definitivamente
spezzato.

— Oh, come sei tragico!

— Di' piuttosto: rassegnato. Vedi, la vita non è tutta
una burla; v'è pur qualcosa che si deve scontare, o tosto
o tardi, e temo di essere proprio giunto a quel segno.

— Via! tu hai sonno adesso, e non v'è nulla che
faccia considerare la vita sotto un colore buio come l'aver
dormito male. Riposa ora; più tardi ne riparleremo. Io
me ne vado.

— No, férmati ancora un poco; non ho più sonno, ti
assicuro.

[pg!365]
— Ma vorrei prendere un bagno, cambiarmi d'abiti.

— Bene: ancora un momento e te n'andrai. Per l'ora
di colazione ti verrò a prendere all'albergo.

— È inteso, — egli fece, tornando a sedere.

— Orsù, raccóntami qualcosa.

— Di che?

— Di Elena. Come vive? Cosa fa?

— Trionfa e splende. A Parigi non si parla che di lei;
mena un lusso iperbolico, la si vide qualche volta al Bosco,
ha la sua carrozza, i suoi domestici, uno splendido appartamento,
«rue la Chaussèe d'Antin, 19», se t'interessa.

— E poi?

— E poi recita, e miete applausi, e sono in cento che
si contendono i suoi favori. Ah... dimenticavo! Ha una bellissima
bimba: una cosina piena di riccioli... Credevo che
fosse tua, ma invece m'hanno assicurato di no.

— Non è mia! non è mia! — esclamai con impeto; — ma
vorrei sapere a chi l'attribuiscono.

— Inutile che tu prenda quel tono geloso! Dev'essere
un grande mistero... E poi chi si occupa di questo? In
apparenza ti è rimasta fedele. Ha un amante, certo, ma
non lo si conosce.

— Perchè «certo»? Come puoi affermarlo così?

— Oh, per Bacco! lo si comprende. In che altro modo
si procurerebbe il denaro per condurre la vita che fa?

— Se recita, può darsi che guadagni abbastanza...

— Eh sì! Ci vuol altro! I soli abiti che portava in
quest'ultimo dramma costavano più di quello che può
guadagnare in sei mesi. Dunque fa i tuoi conti. Ma è tardi
ora, — soggiunse guardando l'orologio, — e bisogna che
ti lasci. Una buona doccia, e mi ritroverai fresco, nonostante
l'orribile viaggio. A rivederci, Guelfo.

— A rivederci, Elia!

Non appena fui solo, nascosi la faccia nelle coltri e disperatamente
piansi. Ma da quel giorno l'amore mio si
ravvolse d'un velo funebre, si addormentò nel mio cuore
profondo come sotto la pietra tombale di un sepolcro
dimenticato.

[pg!366]




VIII
====


Talvolta il denaro inatteso porta fortuna e vi son uomini
che arrecano con sè la buona ventura.

Giunto Elia, la sorte mutò improvvisamente. Come per
incanto la Borsa mi fece riacquistare il perduto, ed al
giuoco mi assistette una fortuna così tenace che il rubicondo
e calvo marchese della Pergola, dondolando la sua
buona testa di vecchio fanciullone, perduto il colpo, non
ristava dall'esclamare: «Inutile! inutile! contro di te
non si può spuntarla! Sei tornato in pieno calore!»

Così la mia vita era tutta un'alternativa d'aurore e di
tramonti; nell'attimo stesso in cui stavo per cadere, una
mano invisibile scendeva, pronta, per soccorrermi ancora.
Nasce in tal guisa una spavalda sicurezza di sè stessi
e quasi ci si rimprovera d'aver dubitato della fortuna. In
quei momenti d'auge, l'operoso, l'ape umana, par quasi
un piccolo insetto previdente e sciocco, poich'esso costruisce
piano piano l'alveare, con stenti e con amore,
sviscerandosi ogni giorno un poco, mentre noi, nella nostra
vita, ne facciamo e distruggiamo a decine, alveari
grandi e piccoli, con una facilità stupefacente.

La fortuna infatti è soltanto nemica dei pusillanimi; ai
forti ed agli avventurieri essa ritorna sempre.

Di questi ultimi Elia d'Hermòs era un esempio singolarissimo.
Pochi avevano la sua risolutezza e pochi fors'anche
la sua bontà. Non potei ben comprendere s'egli avesse
ancora su me qualche intenzione occulta; sapeva così ben
nascondere i suoi disegni ch'egli rimaneva perpetuamente
un attraente ma incomprensibile enigma. Fin verso la metà
del pomeriggio non era lecito sapere ove andasse nè cosa
[pg!367]
facesse; alle mie domande rispondeva sempre con una
risata sibillina, poi diceva con intendimento:

— Bah... visito Roma! C'è sempre qualcosa di nuovo in
questa città inesauribile.

Io l'invitai al nostro Circolo e fu comicissimo l'incontro
di lui con Fabio Capuano. Fisicamente si rassomigliavano
un poco, ed entrambi avevano inteso parlare l'un dell'altro
molto spesso da me. Si studiarono ambedue con grande
cautela, poi Fabio mi confidò in gran segreto:

— Sai: quel tuo buon amico di Parigi mi ha l'aria d'un
birbante matricolato.

— Ma cosa dici, Fabio? Tu hai le traveggole da qualche
tempo! Vedi tutto a rovescio.

L'altro si limitò a dirmi:

— Dev'essere un po' bisbetico quella tua specie di
tutore...

Agli altri amici Elia riuscì prontamente simpatico: era
bizzarro e gaio, conosceva il cuore dell'uomo. In quel
tempo invece le relazioni mie con il Capuano si erano alquanto
inasprite. Credo che avesse intuita la verità su
quanto concerneva Edoarda, e, torturato dal dubbio, mi
circuiva di domande tendenziose o di scaltre inquisizioni,
mentre, nel medesimo tempo esercitava la stessa indagine
sopra Edoarda.

Un giorno tutto questo era finito con una discussione
piuttosto vivace, durante la quale mi erano sfuggite contro
di lui alcune parole acerbe. Ma il brav'uomo, vedendo
inutile ogni scaltrezza, s'era preso ad un partito estremo
e pedinava Edoarda o me continuamente, per venirne in
chiaro.

Verso mezzogiorno me lo vedevo capitare in casa, con
mille pretesti futili; voleva che si facesse colazione insieme,
poi mi si metteva ai fianchi, risoluto a non lasciarmi
finchè l'ora di qualsiasi convegno fosse necessariamente
passata. Oppure appostava Edoarda all'uscir dal
suo palazzo, e, talvolta con la pretesa d'esserle utile non
si scuciva da' suoi panni, tal'altra nascostamente inseguiva
le sue tracce.

[pg!368]
Così, non di rado, mancavamo per sua colpa i nostri
convegni. Vi sono purtroppo moltissime persone, le quali,
anche senza vantare le ragioni di Fabio, si assumono
gratuitamente il delicato incarico di vegliare su la fedeltà
delle mogli altrui.

Allora dovetti sobbarcarmi ad una vita oltremodo incomoda
per sfuggire alle sue ricerche; uscir di casa prestissimo,
simular escursioni fuori di Roma, dare ogni giorno
pretesti nuovi, e talvolta, invece di dormire a casa mia,
passar la notte nel quartierino, dove più tardi Edoarda
sarebbe venuta, se pure avesse potuto sfuggir di mano al
suo tenace inseguitore. Per non tradirci, dovevamo sottometterci
a queste servitù.

Ma infine mi stancai. Una mattina ch'era venuto a sorprendermi
appena uscivo dal bagno, rassegnatamente lo
feci assistere a tutta la mia vestitura, cercando intanto,
con livor nascosto, il mezzo d'imbastire con lui qualche
litigio.

— Bada, — cominciai, — che stamane non potremo far
colazione insieme.

— Oh, perchè?

— Perchè sono invitato da Elia d'Hermòs.

— Ah?... quel tuo personaggio equivoco, il quale non
sa parlare nessuna lingua correttamente? Faresti assai
meglio se gli dessi un po' di lungo.

— Tu, mio caro, hai presa l'abitudine di criticare tutto
quello ch'io faccio, in un modo che finirà con esasperarmi.
Credo avere un'età, nella quale posso finalmente far a
meno del precettore!

— Oh, non bisogna toccarti su questa corda! Tientelo
ben stretto il tuo caro d'Hermòs! Per conto mio ti ripeto
che mi ha tutta l'aria d'un personaggio equivoco.

— In ogni modo ti prego di non propalare al Circolo
queste tue impressioni affatto arbitrarie.

— Oh, quanto a questo, potevi anche tralasciare di presentarlo
al Circolo!

— Toh! per farti piacere forse? A Parigi, sappilo, è
socio dell'«Agricole» e della «Rue Royale».

[pg!369]
— Tutte le canaglie fanno parte dei migliori circoli;
questa è regola corrente.

— Insomma, pensane quello che vuoi: è mio amico, e
ti prego, almeno con me, di evitare questi grossolani apprezzamenti.

— Se stamane sei di malumore, me ne vado.

— Oh... lo dici, ma tanto non lo fai! Da qualche tempo
ti ha preso di me un amore sviscerato; non mi abbandoni
d'un passo! E non che mi secchi, sai... tutt'altro!
ma te lo faccio notare semplicemente.

— Per voler bene a te occorre una buona dose di rassegnazione!
Tu, gli amici, li tratti come tuoi servi.

— Allora ti dirò che gli amici li ho sempre coltivati
ed amati; ma tu — inutile nasconderlo! — per una bizzarrissima
idea che ti sei fitta in capo, mi fai da poliziotto,
e questo annoierebbe chicchessia.

— Da poliziotto? Veh!... questa è nuova! Sei liberissimo
di fare o disfare quel che ti pare e piace. Anzi ti chiederò
perdono se, dopo quindici anni d'amicizia, mi sono talvolta
permesso d'entrare in argomenti, come direi?...
troppo delicati.

— Ma se questi argomenti, — e te lo ripeto per la
millesima volta! — sono una tua pura e semplice invenzione?

— Bah... bah!... padronissimo di nascondere i fatti tuoi,
ma non volermi anche abbindolare, perchè questo non
serve! Io, bada bene, per tanti anni ho avuta la stoltezza
di crederti un uomo di buon cuore, un animo nobile,
e mi son fatto paladino ad oltranza di tutte le tue scapigliatezze;
ma oggi, parola mia, se muovo un passo, non
è più per te; — è per lei, poverina, che mi fa pena. Tu
scherzi con le anime come un giocoliere coi bossoli, e,
poichè mi dai del poliziotto, io te lo dico recisamente: Se
oggi Edoarda è di nuovo la tua amante, hai commessa
una vera indegnità!

— Ma sei pazzo! pazzo! — esclamai alzando le spalle,
e chinandomi verso la pettiniera, perchè non mi vedesse
in faccia. — E poi mi secchi! e poi mi tedii! e poi sono
[pg!370]
stanco di sopportare queste inverosimili accuse! — aggiunsi
vibratamente — -Non lo è! Non lo è! te lo affermo
ancora una volta! Non lo è stata, non lo sarà mai! Ti
basta? E se poi lo fosse, — mettiamo il caso come assurdo — se
poi lo fosse, mi domando cosa può importarne
a te? In nome di Dio, questa è una persecuzione
che non ha senso comune! Forse che sei geloso di questa
donna e vedi lucciole per lanterne? Oppure te ne hanno
affidata la custodia? Fa dunque una bella cosa! Va dal
marito, mettigli questa idea nel capo e sarai soddisfatto!
Se tu divieni bisbetico io non ne ho colpa! Toh!

— Bene, bene, cálmati, — egli rispose freddamente. — Le
ingiurie che mi lanci, le metto con le altre, in disparte;
verrà il giorno in cui ne riparleremo. Quanto al resto mi
limito a darti un avvertimento, e cioè che la custodia
d'Edoarda non me l'ha confidata nessuno; ma io me l'arrogo,
nel senso che chiunque voglia tenderle un'insidia,
prima che con altri dovrà fare i conti con me. Siamo
intesi? Ed ora, a rivederci.

E uscì senza tendermi la mano.

— A rivederci, Fabio! — gli gridai dietro ridendo. — E
non fare troppo il sostenuto perchè io non sono affatto
in collera!...

Da quel giorno le persecuzioni cessarono, o per meglio
dire si fecero più discrete. Quanta maggiore libertà mi
diede, tanta ne tolse a Edoarda, sfogando sopra lei sola i
malumori che adesso era costretto a risparmiarmi.

Edoarda me lo raccontava con indulgenza, pregandomi
di non volerne a quel povero amico, geloso e fedele come
un vecchio cane. Egli le aveva fatte le medesime scene,
in un modo più dolce ma non meno accanito. Vivendole
accanto quasi ogni giorno, egli aveva potuto studiare, più
sopra di lei che sopra di me, le alternative del nostro
amore, fin dai primissimi segni, ed era difficile ingannare
quel cuore attento. La sua certezza ormai era indiscussa,
e ne soffriva profondamente, come d'una propria sventura.
Gli uomini, anche i migliori, hanno sempre una parte
del loro innato egoismo che non riescono del tutto a soffocare.

[pg!371]
Fabio, il quale si era sentito capace di rinunziare alla
sola donna che avesse davvero amata, per ottenere la sua
felicità dandomela in isposa, Fabio ch'era stato il suo consolatore
con la dolcezza di un fratello, e che aveva sopportato
quel matrimonio con il De Luca pur di saperla
finalmente accasata e tranquilla, Fabio, che nel seno della
famiglia nuova si era serbato il posto del consigliere, del
confidente, come colui che conosceva tutti i segreti antichi,
ora non poteva rassegnarsi a veder tornare verso di me,
per la via del peccato, questa donna intangibile, quest'anima
pura ch'egli aveva collocata al di sopra d'ogni altra,
in un paradiso d'idealità.

Egli si ostinava sempre a rivedere in lei la fanciulla di
un tempo, quella soave incarnazione di sentimento e di
fragilità, senz'accorgersi che una donna era fiorita vicino
all'altra, viva e trepida, piena di desiderii forti e di sensualità
nuove. E non perdonava nè a me nè a lei quel
passo che avevamo compiuto, senza chiedere — per così
dire — il suo consenso, mostrando invece che, dopo averlo
tenuto per indispensabile, ora lo consideravamo quasi per
il nostro primo nemico. In fatti eravamo forse un poco
ingiusti: quell'anima buona era tanto vissuta per noi.
Senza volerlo, egli contribuì alle ciarle che di quest'avventura
si fecero, poichè purtroppo le precauzioni e le
scaltrezze a ben poco servono.

In Roma se ne parlò, anzi se ne parlò assai; ma c'è
una specie di solidarietà mondana che salva sempre i
mariti dal conoscere queste cose. I begli spiriti concludevano, — come
in séguito mi venne riferito:

«È naturale: doveva inevitabilmente finire così!»

Infatti le cose illogiche paion sempre naturalissime al
mondo. Edoarda era un'amante squisita; pareva che fosse
nata apposta per ingannare un marito, e nessuno avrebbe
mai potuto supporre che tanta scaltrezza si annidasse in
quella sua testolina di bimba delicata e sentimentale. Vi
sono molti fiori che, quando si aprono, sono assai diversi
dal bòcciolo che li nascose.

Ella sapeva eludere tutte le sorveglianze con una
[pg!372]
maestria veramente ammirevole; aveva trovato vari modi
per potermi scrivere quando non era lecito vederci, e gli
avvenimenti più disparati le offrivano il mezzo di preparare
un nostro incontro. Non le feci mai visita in casa,
per un certo rispetto verso noi stessi, ed anche verso il
marito, il quale mi usava moltissime cortesie. Ma non
evitavo di andarli a trovare in palco nè di sedere alla
lor tavola, quando c'incontravamo ai tè del pomeriggio. Il
De Luca del resto non apparteneva punto alla stirpe dei
mariti bisbetici od importuni; subiva molto il fascino
della moglie e non avrebbe saputo concepire su di lei
un benchè minimo sospetto. Fabio ci dava più molestie
assai. D'altra parte il barone passava le sue giornate in
mezzo ai cavalli e sui terreni d'allenamento; spesso lasciava
Roma per seguire le diverse riunioni ippiche. Quei
giorni d'assenza erano la nostra felicità.

Una volta, alla vigilia d'una di queste partenze, ricevetti
da Edoarda un biglietto, in cui m'avvertiva che il
giorno dopo sarebbe stata libera fin dal mattino, e voleva
che si facesse una gita fuor di Roma, per visitare
una certa locanda di campagna dove ci eravamo
incontrati una volta, molti anni addietro. Mi dava tutte le
indicazioni opportune; dovevo prendere un treno del
mattino, poi attenderla alla stazione d'arrivo. Questa era
certo una temerità, sebbene in vicinanza di quel paesello
vivesse un'amica sua, la stessa che ci aveva servito di
pretesto la prima volta.

D'altronde si era verso la metà di Giugno e pochi si
sarebbero avventurati a far escursioni per quella calura.

Una gioia fanciullesca empì le anime nostre quando
c'incontrammo, ed a noi parve di trovare le delizie insolite
nelle cose più semplici, come ad esempio quella di
mangiar abbastanza male ad una tavola rusticamente imbandita,
e passeggiare sotto un sole di canicola cercando
affannosamente la frescura dei boschi e il refrigerio delle
fontane, andandoci poi a rinchiudere in una camera di
locanda, ove c'era un immenso letto di noce rôso dai tarli,
con sopra, sulla parete, il quadro della Vergine Addolorata,
[pg!373]
che aveva tutto il seno aperto per ostentare un
cuore d'inverosimile grandezza, cinto d'un'aureola e trafitto
da una spada. Era una camera linda, non senza
un'ostentazione di lusso campagnolo, vasta, con mobili
grandi, e v'erano — cosa orribile! — sul caminetto, ai
lati d'una pendola ferma, due vasi di fiori modellati nella
cera e protetti da una polverosa campana di vetro.

C'era in quella camera l'odor indefinibile del disabitato,
dell'antico, l'odore dei quadri che ingialliscono su vecchi
muri, dei mobili che scricchiolano quando appena si cammina,
delle tende che hanno lasciato il lor colore ai venti
di molte primavere, e quel silenzio che fa pensare agli
amori dei tempi andati, agli imeni celebratisi nelle
braccia di quel letto possente, — pensiero che potrebbe
forse dar noia se fosse cosa recente, ma sollecita ed esalta
invece, come tutte le cose che vengono da lontano. Poi
avevamo portato grandi mazzi di fiori selvatici, côlti nella
foresta; Edoarda, buttandoli sul letto, rideva di un riso
fresco e giovine.

Portava un abito leggero come una sciarpa di velo,
un'alta cintura di pelle color dell'indaco, la gonna succinta,
le calze traforate, le scarpine bianche. Aveva le maniche
della camicetta corte fino al gomito ed un paio di guanti
che le calzavan alto, inverditi nel palmo dall'umor vegetale
dei fiori strappati. Portava un cappello semplicissimo,
ch'era di paglia fiorentina, con le falde spioventi a
mo' di campana, ed un largo nastro lo fasciava, colore
anch'esso dell'indaco, facendole sopra la fronte un bel nodo,
a somiglianza di due grandi ali aperte. Le scendeva sino
a mezzo il petto una doppia fila di perle, ch'entravano a
nascondersi nell'abbottonatura, ed ogni tanto scintillavano,
tra la sua pelle ed i fori della camicetta. Era più fresca
d'una fontana in quella torrida estate.

Mi gettò le braccia intorno al collo, mi coverse di
baci:

— Germano, ti ricordi? Fu qui! fu qui!...

La sua padronanza era sorprendente; aveva detto ella
stessa all'albergatrice:

[pg!374]
— Conosco una camera della vostra locanda: voglio
quella.

Si rammentava il numero, e lo disse.

— Ma, signora, — obbiettò la vecchietta — l'albergo
adesso è rinnovato; ve ne sono altre assai migliori.

— Non conta, non conta! Vogliamo quella.

E coi fiori sulle braccia, saltellando per le scale, vi
andò con gioia. Riconosceva il cammino.

Lenta lenta, la vecchietta, che cicalava noiosamente,
cambiò l'acqua nelle brocche, mostrò che i lenzuoli, un
po' ruvidi eran freschi di bucato, aperse le finestre, calò
una tendina, domandò se volessimo caricar la pendola...
poi scese. I suoi zoccoli facevano su l'ammattonato un
picchierellar distinto, che s'allontanava. Edoarda mi scoccò
su la bocca due forti baci, ridendo. Impaziente le circondai
con un braccio la vita, e, per attendere che la vecchierella
tornasse, andammo a guardar fuori dalla finestra,
sul cortiletto che meriggiava.

Una gallina, tutta gonfia, si strofinava le ali contro un
covone di paglia; c'era un barroccio staccato, con le stanghe
all'aria, davanti alla stalla; le innamorate colombe tubavano
con soavità, nascoste dentro le celle dell'appaiatoio.

Poi la vecchierella tornò, portandoci due bicchieri di
caffè ghiacciato e un tale suo vinetto chiaro chiaro, che
ad ogni costo voleva lo si provasse.

E domandò se volessimo un bel vaso per i nostri fiori,
e se fossimo signori di Roma, e quando fossimo giunti, e
se avesse da prepararci una buona cena per l'imbrunire;
e parlava e parlava, con la sua vocina stridula come il
gridìo delle cicale che là fuori strillavano, finchè Edoarda
si buttò sul letto e finse d'aver sonno, perchè la vecchierella
se n'andasse con Dio. Allora chiusi l'uscio a chiave,
la strinsi nelle mie braccia e scoppiammo a ridere di
felicità, in un bacio che ad entrambi gonfiava la gola.

Il calor del giorno le accendeva il sommo del viso; i
suoi capelli nerissimi luccicavano come un ebano polito.

Aveva un gesto suo, fin da quando era fanciulla: nel
baciarmi, con una mano mi copriva gli occhi; un gesto
[pg!375]
che poteva essere pudore nella fanciulla ed era nella
donna un desiderio di maggiore voluttà.

La svestii; nella sua camicia diafana pareva una rosa
ravvolta in un velo; serrava, tra le labbra aperte, i denti
minuti; gli occhi desiosi le brillavano al sommo delle
guancie scolorate.

Ma fuori, che cantar di cicale, che tubar di colombe nascoste,
che incantamento! che pace!... Oh, amori nella
calda estate, mentre il sole avvampa l'arsa campagna e le
cortine fan buia la camera, in un decrepito letto, con
un'amante giovine!...

-----

Un po' ebbra, scese dal letto e andò verso il canterano,
a cercar qualcosa fra gli anelli e la catene che vi aveva
deposti confusamente. Nella penombra i suoi piedi scalzi
biancheggiavan sul tappeto senza colore.

— Che fai?

— Nulla... — E tornò d'un balzo. Le sue braccia mi
avviluppavan come giunchi, eran forti e fragili, di una
bianchezza straordinaria.

— Dammi la mano sinistra e non guardare, — mi disse.
Le diedi la mano e guardai.

— No, chiudi gli occhi!

E mi passò nel dito un anello.

— Che fai?

— Nulla: un capriccio mio. — E mi chiuse il pugno,
nascondendolo contro di sè. I suoi capelli sciolti ingombravano
tutto il guanciale; aveva il ventre polito come
una tonda porcellana.

— Lasciami vedere... — le dissi; e nonostante il divieto,
guardai. — Ah, no, Edoarda! questo non voglio! sai bene
che non voglio! — E feci per togliermi l'anello che mi
aveva dato. Ma ella, sollevatasi alquanto sul gomito, mi
serrò la mano e mi costrinse a piegare il dito. Era un
brillante nitidissimo, che nel buio risfavillava.

[pg!376]
— Insomma, no! — esclamai.

— Silenzio!... — E con un bacio mi chiuse la bocca;
poi soggiunse:

— Vuoi rendermi triste?

— No, ma vedi, non posso accettare tutti questi regali
che mi fai...

— E tu, allora?

— Io?... Ma è tutt'altra cosa! Invece i tuoi regali mi
offendono! Sii buona; ripréndilo.

— Allora mi farai piangere... Una volta non facevi così.

— Una volta era cosa ben diversa, Edoarda.

— E perchè poi?

Risi e non volli rispondere.

— Dimmi dunque il perchè?

La sua pelle odorava di fresca Lavanda e forse d'una
cipria tenuissima che la copriva come un pòlline.

— Prima di tutto — risposi, — questi non sono regali
che si possono accettare. L'avrei rifiutato anche allora.
Del resto, eravamo fidanzati; e poi, una volta... ma Dio
buono, perchè me lo vuoi far dire?... è una sciocchezza!

— Bene, dilla.

— Una volta, insomma, ero più ricco! Adesso mi pare...

— Oh, come sei ruvido! Perchè dici queste cose? Vedi,
sei tu che mi offendi!

Lasciò cadere il gomito che la reggeva e nascose la
fronte contro la mia spalla. Dagli interstizi delle tendine
filtravano lame di sole, polverose.

— Sei sempre lo stesso! — continuò. — Chi pensa a
queste cose facendo un regalo? Certo non te l'avrei potuto
comperare, perchè se ne sarebbero forse avveduti;
ma lo avevo; era un gioiello che tenevo caro, e per
questo appunto mi piace che lo abbi tu. Te l'ho fatto solamente
rilegare. Vedi, e sapevo bene la misura del tuo
dito. Hai l'anulare appena un poco più grosso del mio
póllice... Senti: rimane mio, se vuoi, ma pórtalo tu, sii
buono!

E le sue labbra mi passavano sotto la gola, su la bocca,
su la fronte, con soavità. Una sottana di seta, su la spalliera
[pg!377]
d'una seggiola, percossa da una freccia di sole mandava
sprazzi irridescenti, come fosse d'oro.

— Che bimba! che bimba! — esclamai, carezzandole i
capelli.

— Ecco, — ella disse con voce addolorata, — invece di
farti piacere, ti ho reso triste... Che brutto carattere hai!
Non si può dunque farti un regalo? E sono certa che
se domani, per esempio, tu avessi un fastidio qualsiasi,
andresti chissà da chi piuttosto che dirlo a me.

— Oh, questo poi è naturale! — esclamai ridendo.

— Ecco: è naturale!... Vedi come parli tu!

Mi ricinse con le braccia, si fece piccola piccola, vicina
vicina, e mi disse:

— Purtroppo tu non riesci a comprendere ch'io voglio
confondere la mia vita nella tua, quasi non esistesse fra
noi alcuna differenza. Non devi per me avere secreti!
Tu ed io, io e te, fa lo stesso; nessuna paura ci deve
mai dividere. Qualsiasi cosa m'accada, io te la racconto,
e te la racconterò sempre; tu invece ti nascondi. Perchè?
Certo perchè mi consideri come tutte le altre amanti che
hai avute; non come l'amante unica, vera, quella che può
sapere tutto.

Ed il sole era venuto fin sul letto, le dorava una gamba
ignuda, guizzando sul raso del copripiedi.

— Ma non ti nascondo nulla, — osservai. — Non mi è
possibile amarti più intensamente.

— Allora, poniamo un caso. Se tu, domani, avessi bisogno
di denaro — via, non irritarti, perchè ho detto
poniamo un caso... — dunque, se domani tu avessi bisogno
di denaro, lo diresti a me? permetteresti a me di aiutarti?...
No, è vero?

— Certamente no, — feci con un sorriso.

— Ecco, ed invece io non voglio! Pretendo che tu me
lo dica sùbito, perchè, se domani, per esempio, ne avessi
bisogno io, te lo direi sùbito.

— Ma è un'altra cosa.

— Come un'altra? No, è la stessa, identicamente la stessa!
Tu, vedi, non arrivi a pensare come penso io, a volermi
[pg!378]
bene come te ne voglio io. Tutto è lecito fra noi, perchè
io sono la stessa cosa di te, tu di me... comprendi?

— Sì, amore, però non bisogna che io dimentichi...

— Invece bisogna dimenticare tutto! Quello che gli
altri fanno, o pensano, è fuori di noi. Dobbiamo essere al
di là da tutte le convenzioni, e solo amandomi come ti
amo lo potrai comprendere. La mia gioia più grande è
quella di poter indovinare un tuo desiderio: se me la
neghi mi fai male.

— Dunque non parliamone più! Tengo l'anello e vi
farò incidere la data di questo giorno.

— Sì, mio amore...

E si abbandonò sul letto, impudica ed innocente, nel
tremore dei sensi che riaccendeva la sua giovinezza.

Il copripiedi soffice, di bella seta chermisi, spiumava
da invisibili scuciture ad ogni moto che si facesse, e tanti
piccoli fili, colore della luce, lievi come una polvere di
seta, navigavano via, piano piano, salendo nel raggio di
sole.

— Mi sento così felice... — mormorò, — troppo felice!... — Oh,
se la vita potesse tutta somigliare a queste
ore che fuggono!...

— Forse non dipende che da noi, — le risposi.

— Da noi, e da troppe altre cose. Io, vedi, non ho
ancora provata la gioia di vivere con te un intero giorno,
da un'alba fino all'altra. E poi un giorno è poco! Un
mese, vorrei, un anno... sempre! Come invidio le donne
che son libere, che possono darsi al proprio amore senza
nessun impedimento! Qualche volta sogno che tu potresti
portarmi via, con te, in un altro paese, dove nessuno
riuscisse mai a ritrovarci... Dopo tutto, che importa il
resto? Non ho che te, amo te solo. E non puoi credere
com'io senta il bisogno di occupare tutta la tua vita,
d'investigare, di conoscere... Le cose meno importanti son
quelle che più mi fanno sentire questa mancanza di libertà. — Ed
aggrappandosi a me con un fervido impeto: — Rispóndimi
dunque: mi vuoi bene davvero?

— Sì, amore lo sai.

[pg!379]
— Molto?

— Infinitamente.

— Sino a quando?

— Fino a sempre.

— E, dimmi, dimmi una cosa! Non pensi più a... nessuno?

— Bambina che sei!... Penso a te, a te sola.

— Questo lo dicevi anche allora, poi...

— Ma è stata un'aberrazione, come ti ripeto ancora. I
nervi e nulla più.

— Già... i nervi, tu li fai servire a tutto!

Sollevata sui gomiti, s'empì le mani de' suoi capelli
sciolti e mi fasciò la gola.

— Scommetto, — prese a dire, fra scherzosa e titubante, — che
vi pensi ancora un poco...

— Nemmeno per sogno, mai.

— Qualche volta sì però... senza volerlo... Dimmi la
verità!

— Ma no, amore: ho dimenticato assolutamente.

— Giùralo!... cioè è inutile, perchè i tuoi giuramenti
non contano.

— Se vuoi, te lo giuro.

— E, dimmi: quando le volevi bene, le volevi bene più
che a me?

— Non ho mai amato come ti amo.

— Ma era più bella, però...

— Era diversa.

— Cioè, come? bionda?

— Sì, bionda.

— Grande?

— Un poco più di te.

— Con gli occhi azzurri?

— Mi fai sempre le stesse domande!...

— Non importa, rispondi: che occhi aveva?

— Scuri.

— Allora ti piaceva più di me!

— Amore, mi fai ridere! Se mi fosse piaciuta sarei
dunque rimasto con lei.

[pg!380]
— Non hai un suo ritratto?

— Me li hai fatti bruciare tu.

— Ma certo ne avrai altri, nascosti...

— No.

— Giùralo... cioè... bene: giura lo stesso.

— Te lo giuro.

— Ed io non ti credo! Bada!... Vorrei venire una volta
nella tua casa... Chissà quante cose nascoste vi sono!...

— Eh!... una quantità!

— Però lei ti scrive...

— Non una lettera, non una sola.

— Che fa?

— Lo ignoro.

Nella camera gonfia d'estate filtrava un pallor di crepuscolo,
denso di luminose ombre; le cicale a poco a poco
affievolivano il loro canto; i galli rumorosi empivano di
chiacchierate il cortile. Un poco d'oscurità le si raccolse
nel viso affaticato; aveva i seni erti, la gola bianca, e
l'amavo.

[pg!381]




IX
==


Tre giorni appresso, lasciata Edoarda poco dopo le cinque
del pomeriggio, m'affrettai verso casa, dove sapevo che il
d'Hermòs sarebbe venuto a salutarmi, dovendo egli nella
serata ripartire per Milano e Parigi. Lo trovai difatti che
m'aspettava su la terrazza, fumando.

— Sono in ritardo; scusa. È molto che sei qui?

— Dieci minuti appena.

— E parti proprio stasera?

— Sì, alle otto e quaranta.

— Allora, senti: mi cambio in cinque minuti e vengo a
pranzo con te.

— Non voglio che ti disturbi; tu non sei uso a pranzare
così presto.

— Che importa? Ho quasi fame. Vieni di là, così non
perdo tempo.

Ludovico mi aveva tutto apparecchiato, e mi spogliai
rapidamente.

— Dunque, — disse il d'Hermòs, — prima che si parli
d'altro, ricordati che ho la tua promessa per la fine
d'Agosto.

— Puoi contarvi. Nell'ultima settimana d'Agosto verrò
ad incontrarti ove sarai, e passeremo un mesetto insieme.

Edoarda in quel tempo sarebbe stata in viaggio col
marito e, senza dubbio, con il Capuano.

— Guai a te se manchi di parola!

— Se mancassi... al diavolo queste camìce stirate così
male!... dunque, se mancassi, ti do il diritto di venirmi a
prendere con la forza. Ludovico! Ludovico!

— Via! non ti affannare così. Abbiamo tutto il tempo necessario.
E, dimmi: per Elena nessuna commissione?

[pg!382]
— Nulla, nulla! È cosa finita. La vedrai?

— Probabilmente, se non ha lasciato Parigi.

— Qualora tu le parlassi, non raccontarle nulla di me.
Se poi ti chiedesse mie notizie, — cosa improbabile, — dille
semplicemente che vivo una vita tranquilla.

— Era necessario che tu me ne avvertissi perchè le
avrei detto proprio il contrario, e cioè che impieghi molto
bene il tuo tempo, — esclamò con intendimento.

— Che vuoi dire? — obbiettai sorridendo.

— Eh, via! Posso ammirare il tuo riserbo senza lasciarmi
però ingannare. Poi, francamente, non ci vuole
molta penetrazione; credo anche di sapere con chi...

— Forse te l'ho lasciato supporre io stesso: ma tu, per
fortuna, sei un uomo discreto.

— E guai se non lo fossi! Hai cambiato colore: una
bruna. C'è la legge dell'equilibrio anche in questo. Era
del resto inevitabile. Si torna sempre. Tutta la vita è un
ritorno verso quello che poteva essere, mentre invece
non fu. Che vuoi?... l'uomo è un bizzarro animale pieno
di controsensi! Del resto io non posso che invidiarti. Una
deliziosa creatura, un tipo diverso dal comune; poi, quella
sensualità romana...

— Scusa, dove l'hai veduta?

— Non ti ricordi d'avermi una sera mostrato in teatro
una signora, nel terzo palco a destra, in seconda fila?
Era vestita di velluto nero.

— Ah, sì! Ma tu arguisci troppo!...

— Ebbene, se mi sbaglio, pazienza!

Io lasciai cadere il discorso ed invece gli dissi:

— Mi sembri oggi un uomo soddisfatto; devi certo aver
condotto a buon termine gli affari che ti conducevano a
Roma.

— Quali?

— Questo poi lo ignoro. Chi mai può sapere qualcosa
di te? Gli affari che ti premevano, insomma.

— Era una perlustrazione, credimi, e nulla più.

— Su che terreno?

— Oh, su tutti! Ogni terreno è buono per chi sappia
scavare.

[pg!383]
— A Roma poi gli scavi dànno sempre qualcosa...

— Già, dicono. Ma dovevo anche trovare due persone:
una di queste ora è assente; ma tornerà fra poco, ed
anzi t'incaricherò di farle una commissione.

— Volentieri; purchè non si tratti d'una commissione,
come direi? troppo delicata!

— Tutt'altro; sai che le indelicate non uso affidarle
a te.

— D'accordo. E ora usciamo; sono pronto. Vedi come
ho fatto presto?

— Un lampo! E sei tuttavia d'una eleganza irreprensibile.
Hai quell'aria «grand seigneur» tanto necessaria
all'uomo che non lo è più. Non so davvero perchè ti
ostini a voler trascinare questa mediocre vita del gentiluomo
decaduto. È un lusso, mio caro! Il gentiluomo si
fa quando se ne hanno i mezzi.

— Via, buffone!

Scendemmo le scale chiacchierando. Stavamo per uscir
dal portone, quando una carrozza, che veniva impetuosa,
si fermò di colpo, lo sportello s'aperse e ne balzò fuori
il Capuano, ansante, col viso terreo, esterrefatto.

— Eh, non sai!... — mi gridò.

— No, cosa? — esclamai trasalendo.

— S'è ammazzato Piero De Luca!

Tutto il mio sangue si rimescolò.

— Ammazzato?... ma come? dove?...

— Oggi, a Torino, al Concorso Ippico. È caduto, è
rimasto sul colpo. Lo hanno telefonato or ora al Circolo
perchè si avverta la moglie. Sono corso a casa sua: non
c'è. Giro da mezz'ora per cercarla, e non la trovo... Che
non glielo dicano in istrada, per l'amor di Dio! Sai dov'è?

— Non so, — balbettai, tutto agghiadato e fuor di me
stesso.

— Via, non fare commedie! Se lo sai, dillo.

— Non lo so...

— Bene, va, cercala tu pure. Io corro di nuovo al
palazzo.

Saltò nella vettura e scomparve.

[pg!384]
Rimasi lì, sul marciapiedi, inebetito, intontito. Alcuni passanti,
all'udir quello scambio di parole, si erano fermati
all'intorno, ed Elia d'Hermòs, che non aveva compreso
bene, mi prese per un braccio domandandomi:

— Cos'è accaduto? Chi è quel tale che s'è ammazzato?

Mi passai le mani sugli occhi come per riprendere conoscenza,
e poggiandomi al suo braccio lo trassi via.

— Andiamo, andiamo...

La mia voce usciva in esclamazioni di maraviglia, confuse,
interrotte.

— S'è ammazzato... capisci!... il marito... è caduto sotto
il cavallo...

— Ma di chi?

— Di lei... di lei!... Oh, Dio santo, che notizia! Ma sì,
ne parlavamo poco fa, di sopra... non ti ricordi?...

— Ah... pazienza! E tutto lì? — egli fece candidamente. — Avevo
paura che fosse accaduta una disgrazia
a te.

— Come, è tutto lì?... Ma tu non comprendi allora?...

— Ma sì comprendo benissimo! Anche troppo!

— Allora, senti, fammi un piacere: tu non partire
questa sera; puoi?

— Oh, Dio... veramente non mi è comodo, ma insomma,
se è per farti piacere... se proprio hai bisogno di me?

— Sì, rimani, ti prego. Ed ora, ch'io la cerchi è inutile:
rincaserà. Prendiamo una vettura e corriamo al Circolo
per aver notizie.

— È inteso: non parto e andiamo dove tu vuoi. Ma
prima riméttiti un poco, perchè mi hai l'aria d'un uomo
bastonato, e con quel viso farai molto ridere.

— Sì, hai ragione. Ma è stato un colpo sai!...

— Che colpo, ragazzo mio!... Sono cose che capitano
a chi monta a cavallo. N'ho vedute io d'assai peggiori
nella mia vita. Fin che toccano agli altri... pazienza! Che
ci vuoi fare?

— Eh, via!... Tu scherzeresti anche dinanzi ad una
bara!

— Caro Guelfo, sii giusto. Io non lo conosco nemmeno!
[pg!385]
Me ne duole, se vuoi, ma non posso piangerne. A me
questo caso provoca invece un'ordine d'idee del tutto diverso,
che mi sembra inutile spiegarti ora.

— Ma, sai, la cosa ha dell'inverosimile... Io non me ne
capàcito! E dire che oggi stesso, un'ora fa...

— La vita, mio caro!... E c'è chi la prende sul serio!

— Pover'uomo!... — balbettavo a me stesso; — cade
da cavallo, s'ammazza sul colpo... È una cosa orrenda!
E lei? Ora certo partirà sùbito. Io dovrei parlarle, vederla,
scriverle almeno; ma come fare? S'è ammazzato... non
c'è più!... poveretto!... non c'è più... all'età sua!

— Scusa, — fece il d'Hermòs con una voce piena di
candore, — ma non riesco ad intendere bene se la cosa
proprio ti addolori, o se invece, in un certo qual modo...

— Via, non essere così cinico! M'indisponi. E vedo
bene che lo fai apposta. Capirai: ho qualche rimorso...

— Ma che colpa ne hai tu?

— Nessuna; questo però non toglie...

— Ah, baie! Tu sei nato con quattro camice indosso!
Ecco quel che vedo io.

Mi fermai di schianto:

— Perchè dici questo?

— Eh... perchè... lo so io il perchè! Inutile per ora
dedurre troppe conseguenze. Ma in fondo mi stupivo già
che non capitasse qualcosa per mettere la fortuna dalla tua.

— Su, via, sei pazzo! Prendiamo piuttosto una vettura
e andiamo al Circolo.

— Volentieri, ma fatti animo, perchè, ti ripeto, se vi
entri a quel modo farai ridere.

Salimmo in vettura; mi prese un senso di vertigine,
sentii che nel petto il cuore mi batteva con veemenza e
più non potei disuggellare la bocca.

Dietro le palpebre, in una visione rossa, vedevo il corpo
del barone giacere a terra, esanime, sotto il suo cavallo;
mi pareva che i suoi occhi spenti si fissassero ancora
ne' miei.

Al Circolo v'era un tumulto insolito; si parlava concitatamente;
stavano tutti in piedi. Quando entrai, ammutolirono.
[pg!386]
Poi nacque un bisbiglio, e tutti mi guardarono.

— Dunque che è stato? — domandai a' primi che vidi.

— Il povero De Luca... — disse uno.

— Ma è vero?

— Eh, purtroppo! La notizia è confermata. Siamo stati
al telefono sinora.

— È proprio morto? — E mi lasciai cadere sopra una
seggiola, non riuscendo a vincere il mio turbamento.

— Morto immediatamente, senza dire una parola.

— E come fu?

Si fece innanzi Camillo Ainardi:

— Mah?... il destino! Montava *Califourchon*, quel magnifico
saltatore, ma caparbio. All'ultima altezza del muro
gli si rifiutò tre volte. Sai che bel cavaliere, intrepido,
era il De Luca! Piuttosto che cedere avrebbe stroncato
il cavallo. *Califourchon*, quando si rifiuta, si mette su
le difese e ci vuol fegato per tenergli testa. Aveva saltato
splendidamente fino allora, ed erano rimasti nella
gara in tre. A forza di sproni, di braccia, lo buttò sotto
l'ostacolo: il cavallo prese male il salto, inciampò contro
un sasso e rotolarono giù tutti e due: lui sotto. Pare
che abbia battuta la testa proprio su lo spigolo d'una
pietra, ed è rimasto lì, povero Piero!... a trent'anni... è
una cosa orrenda.

— Una vera fatalità! Me lo ha gridato il Capuano per
istrada... Sono rimasto come un ebete; poi ho sperato che
non fosse così grave, e sono corso qui.

Tacqui, perchè tutti mi osservavano con quello sguardo
che pare un sorriso, con quell'attenzione fredda e scrutatrice
che vi si figge addosso e vi penetra come una lama,
quando c'è, fra molti amici, un secreto ambiguo che non
possa dirsi per rispetto a voi solo.

— Chissà la moglie!... — fece uno, vicino a me, malignamente.

Cosa fu risposto non so: vedevo sempre, dietro le palpebre,
in una visione rossa, il corpo del barone giacere
a terra, esanime, sotto il suo cavallo, e mi pareva che i
suoi occhi spenti si fissassero ancora ne' miei.

[pg!387]
Intorno seguitavano i commenti, le discussioni, le parole
d'orrore dei sopraggiunti, lo squillo d'altre telefonate; poi
uno, credo il marchese della Pergola, si fece avanti e
parlò della corona da ordinarsi e di quelli che sarebbero
andati a Torino per portarla.

A me pareva che tutti nascostamente pensassero: «Proponiamo
Guelfo!... Sarebbe il più adatto!» — e sconciamente
ne ridessero.

Mi premeva intanto saper qualcosa di Edoarda, sicchè,
scelto il momento opportuno, feci un segno ad Elia perchè
mi seguisse, ed uscimmo.

— Debbo trovare un modo per sapere qualcosa di lei, — gli
dissi quando fummo in istrada. — Andiamo verso il
palazzo; non è lontano.

— Frequentavi la sua casa? — egli domandò.

— No, ma vorrei almeno vedere il Capuano, sapere se
parte stasera.

— Certamente sì.

— Ma vi sono ancora treni?... Ah sì!... c'è quello che
dovevi prendere tu.

— Fa dunque una cosa: trovati alla stazione.

— Alla stazione? Certo ve l'accompagneranno, e forse
non potrò nemmeno avvicinarmi a lei. Poi bisogna che
sappia se parte proprio a quell'ora.

— Non v'è dubbio.

— Andiamo dunque fin là; forse qualcuno, uscendo, mi
potrà informare.

— Credo che tu faccia male mostrandoti là intorno. Vi
sarà certo un grandissimo andirivieni di gente.

— Hai ragione, — dissi fermandomi. — Allora, senti,
fa una cosa: vuoi andar tu?

— Io?... Se non conosco nessuno?

— Che importa? Lascia il tuo nome, un biglietto da
visita, o nulla, se preferisci. Ma fingi di non saper bene
la cosa e domanda notizie in portineria, od in anticamera;
informati se la signora è stata avvertita interamente o
solo in parte; se poi vedessi il Capuano, cerca di parlare
con lui.

[pg!388]
Egli pensò un momento, poi disse:

— Va bene, ora vado. E tu?

— Io passeggio qui e t'aspetto. Prendi una vettura per
far più presto. — Gli diedi l'indirizzo ed egli andò.

Il turbine della mia mente a poco a poco si calmava;
la mia vita, in quel momento, per quel caso fortuito, si
volgeva necessariamente verso un altro destino. Quale?
Non me lo chiedevo, non osavo chiederlo a me stesso. E
di quando in quando mi appariva la faccia pallida, supina
su le zolle arrossate, per fissarmi con i suoi occhi pieni
di morte.

Era già quell'ora di requie nella vita febbrile delle
grandi città, quando i bottegai chiudono i negozi, e per le
vie spopolate passano carrozze vuote, giornalai ciarlieri,
sartine che si lasciano inseguire da corteggiatori insolenti,
pedine che scodinzolano via, rosse di fresco belletto, in
cerca d'una cena. Fluttuava in alto una chiarità serena,
che orlava le lustre grondaie, riverberava su le finestre
delle case, traeva dai selciati balenanti una specie di aurora
crepuscolare. In quella luce ambigua, in quell'aria
tepida, ventilata da qualche alito intermittente, come soffi
di primavera nell'estate, sotto il cielo ancor rosso e tra
la pallidezza dei lampioni, tutte le forme, tutti gli avvenimenti
mi si vestirono d'irrealità.

Poi, man mano, si fece buio; la vita serale ricominciò,
gaia e rumorosa; ricominciò la baraonda che mesce,
travolge, disperde, confonde in un solo turbine il frastuono
della eterna spensieratezza umana, dell'eterno passare,
benchè ognuno singolarmente si affatichi a credersi qualcosa
e dia soverchio peso alle sue piccole tragedie da
burattini.

Si vive, si muore; si va in basso, in alto; si vince, si
perde; si ama, non si ama più... Ebbene, tutto ciò che
importa? Grotteschi ed effimeri passiamo: con noi mille
altri passano; dopo noi vengon altri mille, a perpetuare la
nostra mediocrità... E la folla irridente, insolente, ci ascolta
un momento curiosa, poi si volge altrove, piena di rumore,
trascinando con lievità e con fatica il peso delle sue mille
catene.

[pg!389]
Mi pareva d'esser caduto in mezzo ad un mondo d'automi,
ove tutto fosse imprecisione, fugacità, fantasma, sogno.
Camminavo in su, in giù per il popoloso marciapiede, sostando
di tratto in tratto.

Ricordo che un vecchio lacero s'era fermato contro il
muro ad accendere la pipa, e le sue mani si movevano
lente, quasichè sollevassero invisibili pesi. Accese tre zolfanelli
e tre volte l'aria li spense. Alla luce della fiammella
il suo volto rugoso e barbuto s'illuminava d'un giallor di
cartapecora, la pipa carica gli tremava tra i denti. Passò
un monello e prese a schernirlo; il vecchio borbottava,
minacciandolo con la mazza.

Più in là due bimbe mangiavano una mela, mordendone
a volta a volta un boccone ciascuna, e quand'ebbero solo
il tòrsolo, se lo presero fra i denti, ambedue, con le bocche
vicine, mettendosi così a girare come trottole intorno ad
un perno.

Tutto questo io rammento con singolar precisione, quasi
fosser memorie intimamente confuse nell'angoscia di quella
sera.

Finalmente il d'Hermòs arrivò. Tutto scomparve, la
realtà riprese il sopravvento.

— Ebbene, — domandai ansioso, mentr'egli pagava il
vetturino, — hai saputo nulla?

— Sì, ma non è stato così facile. Nessuno poteva comprendere
il mio italiano; poi c'era una tale confusione in
quella casa!... La portineria e l'anticamera sono assediate;
finalmente trovai un maggiordomo dal quale mi son potuto
far intendere. Dunque: la signora sarebbe stata informata
esattamente della cosa dal Capuano, e parte alle otto e
quaranta, come si prevedeva.

— Grazie. Non hai potuto sapere altro?

— Null'altro. C'era troppa gente; le persone di casa
parevano impazzite.

— Ed il Capuano?

— L'ho veduto passare in anticamera un momento; correva,
tutto stravolto in viso. L'ho chiamato, ma non rispose;
[pg!390]
non rispondeva a nessuno. Ho inteso che andava a
preparar la borsa perchè accompagna la signora.

— Grazie ancora, — risposi stringendogli la mano. E
guardai l'orologio. — Senti, Elia, sono quasi le otto; va
tu a pranzare; io mi dirigo verso la stazione.

— E perchè mai? Preferisco attendere il tuo ritorno.

— Dove m'aspetterai?

— Al Circolo, se poi vi pranzeremo.

— Questa sera è meglio di no, ti pare? Aspéttami al
Colonne. Sai dov'è?

— Sì, press'a poco. Del resto ti accompagno qualche passo
ancora, poi prenderò una vettura.

— Dunque dicevi che v'era molta gente?

— Moltissima: ne arrivava ogni momento.

— E non ti fu possibile sapere come la moglie abbia
ricevuta la notizia?

— Questo non ti saprei dire. L'ho anzi domandato al
maggiordomo: egli mi rispose due volte: — «Eh, capirà!...
capirà!...» In tal modo non ho capito niente.

Poi soggiunse, con un sorriso ambiguo:

— Ho teso l'orecchio per ascoltare se arrivassero gridi,
ma nulla mi giunse. Può darsi che fosse in una stanza
lontana... Scendendo, vidi il cocchiere attaccare i cavalli;
sul portone intesi un giovinetto, che usciva davanti a me,
dire al compagno: — Chissà l'altro!... — L'altro dovevi
esser tu; ma il séguito mi è sfuggito.

— Questi chiacchieroni, per Dio! non rispettan nulla.

— Che vuoi? È involontario. Un'associazione d'idee,
null'altro. Anch'io penso a te.

— Cosa pensi, se è lecito?

— Oh, molte cose! Intanto che trovo splendido quell'antico
palazzo...

— Via, finiscila dunque! A rivederci: prendo una vettura
perchè voglio giunger prima di lei. Ci rivedremo al
Colonne.

— C'è un proverbio che dice: — «\ *Mors tua, vita mea*».
Sai il latino? A rivederci.

Giunto alla stazione, mi fermai davanti all'entrata per
attender Edoarda.

[pg!391]
Lì, davanti a quella piazza folle di lumi, dove, nel fondo,
biancheggiava la fontana come uno straordinario fiore,
mentre per l'aria solcavano i fischi delle impazienti locomotive,
e la gente frettolosa e le vetture pigre si confondevano
in una specie di affaccendata ridda, mi rammentai
tutte le partenze, tutti gli arrivi che per me si erano
variamente compiuti, lì, su quella piazza medesima, durante
la mia così diversa vita. Ricordai una mattina di sole,
splendidissima, ed una sera quasi tragica, nel chiarore
dell'autunno, quando la città neroniana esalava nell'aria
pesante il lezzo della sua grave antichità, e la patria mi
suonava esilio, poichè avevo sacrificato per sempre ad una
donna straniera tutto ciò che nel mondo può essere poesia.

Mentre mi smarrivo in questi pensieri, d'un tratto vidi
sbucar nella piazza la pariglia dei De Luca, ed appena la
carrozza fu giunta, m'avvicinai, tenendomi rispettosamente
a qualche passo dallo sportello. Sùbito ne saltò fuori il
Capuano, e dietro lui una cameriera già vestita a lutto.
Fabio dette qualche ordine alla donna, parlò rapidamente
allo sportello e mi passò davanti frettoloso, borbottando:

— Ah, sei qui?... Bravo! Ci rivedremo fra un paio di
giorni... — E si allontanò.

Mentre il domestico ed il facchino scaricavano le valige,
la cameriera si pose accanto allo sportello, mentre
appoggiandosi al suo braccio Edoarda ne uscì.

Era vestita di nero, con un velo di crespo su la faccia
pallida. Il cocchiere si scoverse il capo, e, curvatosi, le
mormorò qualche sillaba, cui ella rispose con un cenno.
Forse il buon uomo le affidava un saluto per il padrone morto.

Un po' tremando, anch'io m'avvicinai; le tesi la mano:
ella strinse le mie dita, forte, forte, senza guardarmi, e
sùbito ritrasse la mano, quasi con paura. Non seppi cosa
dirle, o troppe frasi, che non osai profferire, mi vennero
insieme alle labbra. Ella rimase perplessa un attimo, poi
si mise a camminare.

L'accompagnai fin nell'atrio della stazione; vidi allora,
nella piena luce, che il suo viso era straordinariamente
bianco e negli occhi aridi le sue pupille splendevano con
[pg!392]
una fissità quasi d'allucinata; i suoi lineamenti eran fermi
nella tensione di uno sforzo visibile; coi denti si teneva
l'orlo del labbro inferiore, quasi per frenarne il tremito.

Fabio, ad uno sportello, stava comperando i biglietti.

— Volevo almeno vederti... — le dissi piano. — Ora
ti lascio.

— Sì, lasciami; è una cosa orrenda... — ella rispose
con una voce priva d'accento, senza quasi muovere le
labbra. E chinando ancor più la fronte soggiunse, in un
modo appena intelligibile:

— Ti scriverò poi...

Mi strinse di nuovo la mano, a lungo, più forte... Un
pensiero mi venne, subitaneo, brutale: «Quella stessa
mano, poche ore innanzi, mi aveva prodigate le carezze
più folli, e certo le sue labbra smorte sapevano ancora de'
miei baci...» — Tutto nella vita è così: un'irrisione, un
gioco; ed il peccato, il dovere, la volontà, il ribrezzo, l'amore,
la morte, si mescon necessariamente insieme, come
nell'intreccio di una commedia imprevedibile.

A capo scoperto mi ritrassi, ed ella rimase nel mezzo
della sala, immobile come un'erma, sotto il velo nero.

Andai vicino a Fabio con un po' di titubanza e gli
dissi:

— Posso aiutarti a far qualcosa?

Egli aveva due biglietti fra i denti, un altro in mano,
i guanti, il portafogli ed una borsetta posati davanti allo
sportello.

— No, no, grazie — rispose mordendo i biglietti; — faccio
tutto da me. — Dopo essersi bisticciato non so a
qual proposito con l'impiegato, cacciò tutto alla rinfusa
in una tasca, e con la spolverina da viaggio aperta, che
gli sventolava intorno alle gambe, corse a spedire il bagaglio.
Lo seguii con una specie di obbediente umiltà.

Gridò al domestico, ai facchini:

— Su dunque, fate presto! portate qui la roba!

— Ma spedisce anche questo, il signore? — obbiettò il
domestico, mostrando una sacca di tela grezza.

— Sì, tutto si spedisce! Tutto, meno la borsa della signora.
[pg!393]
E tu, — disse alla donna, — stalle vicino! Cosa
fai qui?

Edoarda era sempre nella medesima positura, con la
fronte china, la borsetta che le pendeva dal polso, le mani
congiunte, immobile. Alcune persone, ferme, l'osservavano
bisbigliando.

Quando il Capuano ebbe terminata la sua faccenda, si
volse a me rapidamente:

— Cosa ne dici dunque? Nulla, è vero? Sono i casi della
vita. Bah!... fammi un piacere: va tu dall'amministratore
dei De Luca — sai, l'Agostini — e digli che provveda
per le partecipazioni sui giornali. Combina tu stesso l'annunzio,
ti prego. Me ne è mancato il tempo. Credo che
torneremo sùbito, portando il morto con noi. A rivederci.

E corse vicino a Edoarda, la prese dolcemente sotto
braccio, come un padre, parlandole piano. Io rimasi finchè
il treno fischiò, e non ebbi l'ardire di seguirli dentro la
stazione.

Ma dovunque mi volgessi, m'appariva la faccia pallida,
supina su le zolle arrossate, che nell'ánsito estremo cercava
di fissarmi con i suoi occhi pieni di morte.

[pg!394]




X
=


Questa è la lettera che m'inviò Edoarda, tre giorni
dopo il suo ritorno, quando già il corpo dell'infelice
barone giaceva sotto la terra e su la fossa recente si andavano
sfogliando le corone appassite:

«È forse orrendo quello ch'io faccio — amore mio, — ma
sei la sola persona che me lo possa perdonare, la
sola che possa guardarmi nell'anima senza provarne un
senso di paura. Metterò questa lettera in buca nell'andare
domattina, come ogni giorno, al cimitero... Vedi: è atroce.
Ma come fare altrimenti? Mi disprezzerai anche tu,
Germano? Io, dentro di me, ne son tutta rabbrividita.
Non pensiamo, non pensiamo a quello che è stato! Vi
son coincidenze che atterriscono... Mi ripeto senza requie:
«Dov'ero, dov'ero mentr'egli moriva?...» E se credessi
molto in Dio ne dovrei temere una grande vendetta. Cerco
invano di persuadermi ad un cinismo che non sento, e
mi dico: «Egli forse mi ha sposata solamente per il mio
denaro; forse non mi amava, nè in fondo gli dovevo
alcuna gratitudine...» Eppure, che vuoi?... queste incerte
parole non bastano; la coscienza, ribelle a tutte le vane
parole, mi si lacera dentro. Poi, non scompare così tragicamente
un uomo, del quale si è pur stata la moglie,
senza che se ne provi un'angoscia viva, come se lo si
avesse veramente amato. Una voce interiore mi assilla di
continui rimproveri, e mi dice: «Anche tu l'hai sposato per
opportunità, perch'egli almeno ti rendesse una vita fittizia,
quando l'altra, la vera, te l'avevano spezzata.» E infatti
è stato buono con me. Senza darsi la pena di troppe
indagini, forse per un naturale istinto, aveva indovinato
[pg!395]
il mio cuore, aveva compreso che anima ero, cosa potevo
dargli ancora di me stessa, e per indifferenza o per bontà
se n'era contentato, studiandosi di rendermi la vita serena
e dolce. Quindi a lui, come uomo, non debbo che riconoscenza.

Per questo avrei voluto serbare intatto il suo nome,
vivergli vicino tranquilla, chiusa ne' miei sogni, senz'amore
ma senza inganno. Ti giuro che, sposandolo, il mio
proponimento era ben questo; e di te pensavo: «Nemmeno
se tornasse a ginocchi... mai! mai!...»

Pensavo così, e per rimanergli fedele ho lottato... sì,
con tutte le mie forze ho lottato! Ma, che vuoi?... mi
avevi conosciuta fanciulla, sapevi com'ero, mi avevi tanto
fatto soffrire... per te dev'essere stato facile riprendermi,
facile, quanto era per me impossibile il non abbandonarmi.
Anzi, più lottavo, e più, con uno sguardo solo, annullavi
tutta la mia volontà. Ti vedevo tornare come una volta e
mi pareva che in ogni cosa, nel mio respiro medesimo,
ci fosse una forza irresistibile che mi trascinasse verso di
te. Io son nata per volerti bene, per essere tua; tutto il
rimanente non fa che passare accanto alla mia anima.

E, vuoi che ti dica la verità? Sposandomi, oltre a quel
proposito, avevo anche un desiderio diverso: volevo rinnovarmi,
vivere io pure una vita rumorosa, rendermi
vietata, invidiata... ma solo per piacere a te. Credevo che
la mia forza bastasse per godere questa intima vendetta
senza lasciarmi vincere da lei.

Perdonami dunque se ora cerco in te un rifugio contro
il mio rimorso.

Ora egli è scomparso. Poich'era migliore di quanto supponessi,
rimane in fondo al mio cuore la memoria quasi
d'un amico, ed il pensare a lui mi fa profondamente male.
Ma, quando me lo dissero, sùbito, come in un baleno, senza
potermelo impedire, il mio pensiero corse a te; fu quasi
uno sprazzo di luce nel buio che dentro mi stringeva — una
visione ch'ebbi vergogna di aver guardata...

La pietà mi vinse poi, e divenne affannosa quando lo
vidi morto, su la bara, con la testa fasciata e sfigurata,
[pg!396]
le mani chiuse, la bocca torta in uno spasimo di dolore
Oh, come ho pianto! E lo devi comprendere, perchè, davanti
a lui, mi sentivo infinitamente colpevole. Mi pareva
ch'egli avesse tutto sofferto per lasciarmi sgombra la via
della felicità.

Ora che ti scrivo è notte; non posso dormire; ho quasi
paura; tuttavia mi piace la notte perchè nessuno intorno
a me cerca di scrutarmi l'anima. Vorrei che l'alba non
venisse mai. Lontano, laggiù, nei giorni che non oso
guardare, c'è tanto sole, tanto sole!... e cerco di aver più
paura, in questo silenzio, nel cuore della notte, perchè i
miei occhi non debban sorridere guardando il sole che
laggiù brilla... Senti... e poi no! mi devi comprendere
senza che io lo dica. Noi dobbiamo avere un'anima sola;
e così, tutto quello ch'io sento, ch'io penso, quand'anche
fosse una colpa, resta come suggellato in me.

Sai? quell'idea mi ha perseguitato fin dal primo istante,
per tutto il viaggio, fin là... E più la cacciavo, più mi
afferrava la mente, come se, in mezzo alla tortura, mi
sentissi crescere nel sangue un'ondata infrenabile di
gioia...

Volevo tacere, vorrei anche lacerare questa lettera, ne
tremo come di un delitto... ma ho tanto sofferto anch'io,
che mi sembra quasi di poter essere perdonata.

Fra qualche giorno partirò da Roma; andrò per intanto
nella mia villa, e forse, dopo, in un solitario villaggio di
montagna. Mi dirai dove... Addio.»

[pg!397]




XI
==


Becchino che mi seppellirai, se tu sapessi che i morti
parlano, avresti certamente un senso di paura nel compiere
il tuo lugubre mestiere.

In verità i morti parlano, ed io, quando verrai per seppellirmi,
comincerò con farti un lungo discorso e rettorico,
del quale potrebbe anche darsi che tu non intendessi
una sillaba.

Ma questo che importa? È un bisogno bizzarro che i
morti hanno di essere una volta sinceri, quando più non
li vigila nessuna prudenza umana, quando più non li
stringe alcuna vanagloria di sè stessi, e nel becchino che
li sdraia dentro la cassa di freddo rovere vedono quasi
un ultimo funzionario della società umana, che viene per
buttarli nella fossa come in un sacro immondezzaio; un
funzionario alieno da metafisiche, immemore d'essere a
sua volta un cadavere imminente, quindi una persona di
buon senso, che valuta l'uomo e la sua spoglia con ammirevole
semplicità.

Tu hai, becchino, l'abitudine della morte; non la temi
non la veneri, non la compiangi; con te si può dunque
parlare.

Io non ti conosco di persona, ma t'immagino qual sei,
anzi mi sembra d'averti una volta incontrato, per istrada,
o chissà dove, passando. Poichè, di fatti, ogni vita finisce
in polvere ed ogni uomo ha nel mondo il suo becchino
che l'aspetta. Qualche volta, uscendo fuor di casa, può
darsi che in lui ci s'imbatta viso a viso: ognuno prosegue
per i fatti suoi... ci s'incontrerà più tardi...

Più tardi. E mentre il mio becchino porta me al cimitero,
[pg!398]
avviene che il suo proprio lo rasenti gomito a gomito,
e passando gli getti un mozzicone di sigaro fra i piedi.
È singolare, ma non è forse neanche triste. La vita, la
morte: due diversi enigmi d'un fenomeno più grande,
che non conosciamo; due forze contrarie che si elidono,
due potenze nemiche ma inestricabili, che infuriano attraverso
la materia, senza una meta palese.

Ho scritto il libro della mia vita; vi manca una pagina:
te la racconto, becchino.

Dunque non ti conosco, eppure so come sei: un uomo
robusto e ruvido, qualcosa tra il facchino in livrea ed
il sacerdote in abito civile. Sai di tabacco e d'incenso,
di chiesa e d'osteria. L'uniforme tetra non riesce a toglierti
quel non so che di gioviale che ti trapela dalla
fisionomia; siccome vedi sempre piangere, hai voglia di
ridere: è naturale.

Fra le tante cose delle quali non ho saputo rendermi
conto nella vita, è quella di non aver saputo comprendere
come mai, fra i tanti mestieri che vi son da fare al
mondo, un uomo possa liberamente scegliersi quello del
becchino. È forse una vocazione come tutte le altre, una
vocazione macabra, che mi dà tuttavia da riflettere.

Tu, per esempio, hai una bella corporatura, sei d'ómeri
quadrati ed hai un incedere maestoso... avresti potuto con
indifferenza fare il carabiniere, il portiere d'un palazzo,
che so io? il custode d'una fabbrica, e perchè no? magari
il secondino in un reclusorio. Invece, nient'affatto!
Un bel giorno ti sei sentito spinto verso le pompe funebri
e ti è piaciuto affrontare la vita nella triste qualità
del beccamorto.

Può darsi che la familiarità con la quale tu avvicini e
maneggi il cadavere, senz'ombra di quella paura ch'esso
incute ai pavidi mortali, ti dia su la comune folla degli
uomini un senso quasi di potenza e di coraggiosa virilità.
Inoltre il mestiere ha i suoi lati buoni; si ha da fare coi
preti, che son gente accorta, si va per le case altrui,
sbirciando nel cuore delle famiglie; la fatica, se talvolta
è gravosa, in compenso non è lunga, e, mentre tutte
[pg!399]
l'altre industrie possono allentarsi o far difetto all'operaio,
quella delle sepolture non varia, e di morti ve ne
son tanti ogni giorno, ricchi e poveri, dappertutto.

Nella mia casa, quando verrai a prendermi, sarai
trattato coi dovuti riguardi, ed il mio maggiordomo, ch'è
una persona ospitale, ti darà certo un buon calice da
tracannare. In questo modo io sarò per te un di que'
morti coi quali occorrono, è vero, molte cerimonie, ma
che hanno il merito in compenso di abbandonare un'ottima
cantina. E terrai a mente la casa, come una di
quelle ove sarebbe opportuno si morisse di frequente.

Orbene, senza che tu neppure te n'accorga, io ti farò
dalla morte le mie confessioni estreme.

«Brav'uomo, — ti dirò, senza muovere la bocca suggellata, — brav'uomo,
fa piano! e bada che non cápita
spesso ad un volgare becchino par tuo di mettere sotto la
terra un uomo quale io fui. In verità sono stato un inutile;
ho avuti alcuni desiderii grandi, che nel mio cuore inane
si spensero come incendi effimeri di festuche in un campo,
brillarono e caddero come il razzo vanaglorioso d'un fuoco
artificiale.

Poichè dietro me strisciava il senso della universale
inutilità, l'odio per le cose piccole, senza il fervore per le
grandi, e mi sono cullato nelle braccia della fortuna come
sopra una insommergibile nave.

La vita, quand'essa mi piacque, me la ghermii come
un'amante barbara; quando n'ebbi tutto spremuto il natural
piacere, ancora me ne saziai come d'una invereconda
cortigiana. Sono stato con allegrezza uno sciupatore
indolente, un magnifico dissipatore di tutti quei beni ch'ella
mi diede in retaggio, e se non volli insignorirmi d'alcuna
sua podestà, fu solo perchè il dominio mi parve una fatica
inutile.

Questa, becchino, è la sintesi di tutto: «Inutile.»
Questa è la parola ch'io vidi splendere su la totale conoscenza
della vita, come un disperato limite, che invano
tentai di varcare.

Talvolta mi resse nondimeno quella superiore coscienza
[pg!400]
della propria elevazione che alimenta il fervore dei mistici
e dei tiranni; sebbene il mio spirito fosse pieno
d'esilio come un oceano lo è di lontananza, e di vento e
d'ombra una fredda solitudine.

Sì, becchino, queste orgogliose parole non ti faccian
sorridere. Provengon da un'oscura fede nella mia potenza,
da un ingenito senso della mia diversità, la quale mi collocava,
per una specie d'inerte potere, al di sopra della
turba, e di là, senz'alcuna grandezza, guardavo tuttavia
nel mondo come da un'altura. Poichè non la mia vita
vissi, ma quella, forse dispregevole, del mio nemico
interiore.

Fa piano a depormi nel féretro, o scortese becchino!...
Questo mio corpo che malamente scuoti, fu amato in
verità e cosparso di carezze dalle calde labbra e dalle
bianche mani di molte donne soavissime. Or queste si
affaccian su l'orlo della cassa ove mi poni, e guardano.

Ahimè! ricoprimi bene la faccia, ch'elle non mi vedano
così bianco! Due più curve stanno, e, quasi più attente,
cercano d'interrogare il silenzio, d'indovinare la morte.
Una di gramaglie veste, ma l'altra è vestita di sole,
perchè i suoi capelli conservano quel colore indefinibile
dell'oro antico e del bronzo, che fascia il suo volto fermo
in un velo di scintillante oscurità.

Entrambe da me non seppero qual d'esse il mio sterile
cuore abbia veramente amata. Ma ora, prima che il coperchio
di piombo mi sia la più diuturna coltre, ora domandano
con paura — (e non le odi tu forse?) — domandano:
«Quale?»

Becchino disattento, becchino privo di urbanità, poichè
non posso io rispondere con le mie suggellate labbra, e
tu per me rispondi:

«Amò di voi la più lontana, quella che si chiamò
«Perduta», quella che si adornò per lui d'un nome ancora
più torbido, «Sconosciuta?...»

Su la tua bocca odorosa di forte vino e di aspro tabacco,
le belle frasi ch'io ti suggerisco parranno quasi una celia
inconsapevole; ma tu non mutarne sillaba e fedelmente
ripeti:

[pg!401]
«Amò di voi quella che parve al suo amore più vietata,
sebbene quest'uomo che io seppellisco porti con sè
nella fossa un cuore povero come la morte.»

Ma se colei non t'ascolti che veste le gramaglie della
vedova, e l'altra, nei chiari occhi, paia della mia morte
pensosa, su questa cùrvati e dille, o buon seppellitore,
ma furtivamente, all'orecchio dille, che soltanto
lontani, oltre la rinunzia, dopo l'irreparabile, al di là
dall'amore si ama; soltanto nella memoria, nella impossibilità
si ama... A lei dillo, becchino, a lei sola... e che
l'altra, la mia vedova, non oda. Perchè fino all'ultimo
giorno ella mi conobbe ormai per un marito fedele, nè io
vorrei farla soffrire in cambio del bene che mi diede.

La sua dolce anima vegliava intorno alla mia tepida
indolenza come la lampada funeraria veglierà fra poco
sul marmo della mia sepoltura; nel mondo ella non ebbe
altra gioia, se non quella di riscaldare con il suo àlito il
mio stanco disutile cuore...»

Ma perchè indugiarmi a discorrere con te, o becchino
che mi sei ancor distante, quando la vita è tuttora bella,
ed in queste giornate di sole Roma splende, quasi fosse
un mosaico di gioielli, e sembra tuttavia la città miracolosa
dove il destino d'un uomo, la sua giovinezza, i suoi
liberi sogni possono ad ogni giorno rifiorire?

Orsù amici! Sono ancora quel patrizio romano che vi
stupiva con le sue liberalità; ho ancora banchetti sontuosi
da offrire all'ingordigia dei parassiti, lucenti sale da
schiudere agli ozi delle mie clientele; ho ancora eleganze
da insegnare, denaro da spendere, ottimi cavalli da cavalcare,
magnifici cocchi sui quali trascinarvi nei viali
delle profumate ville romane, mentre lontano, al vento,
si disperderà in un leggero nembo di polvere il confuso
rumor d'applausi e l'ira delle attonite platee...

La casa Guelfo ha riscattata la signoria che i suoi
maggiori le avevan tramandata per secoli di splendore;
sul pennone di Torre Guelfa sventola il vessillo antico
signoreggiando l'aria verso il monte e verso il mare.

Il feudo è risorto; le terre, libere d'ogni gravezza,
[pg!402]
ricomperate o rivendicate, biondeggiano di folte messi e
maturano vigne al sole; ancora, quando passo, calco la
terra mia. E perchè non perisca il mio nome — la cosa
più bella che portai, — da due anni aspetto con impazienza
l'erede.

La buona sorte, mia fedele amica, mi ha dunque tutto
recato, anche — bisogna credere — la felicità. Solo, di
quando in quando, nelle ore di solitudine, viene a sedermi
sulle ginocchia una piccola sconosciuta, e mi butta
le braccia intorno al collo, rovesciando la sua testolina
bionda, e parla, e parla, e sorride, la mia bambina di
laggiù...

Allora sorgo in fretta, faccio attaccare a quattro redini
la pariglia saura con i morelli di tre balzane, ed esco
guidando la quadriglia, che scalpita per l'acciottolato.

Su l'arco del palazzo Laurenzano splende l'arma dei
Guelfo di Materdomini; ed il suo motto dice:

«\ *Placet, si vis, Domine.*»

-----

.. class:: center large

| FINE

.. clearpage::

.. topic:: DELLO STESSO AUTORE

							| L'amore che torna — 1908
							|   Ultima edizione: dal 101.º al 150.º migliaio *Romanzo*
							|
							| Colei che non si deve amare — 1910
							|   Ultima ediz.: dal 131.º al 180.º migliaio *Romanzo*
							|
							| La vita comincia domani — 1912
							|   Ultima ediz.: dal 106.º al 155.º migliaio *Romanzo*
							|
							| Il Cavaliere dello Spirito Santo — 1914
							|   dal 41.º al 70.º migliaio *Storia di una giornata*
							|
							| La donna che inventò l'amore — 1915
							|   Ultima ediz.: dal 96.º al 145.º migliaio *Romanzo*
							|
							| Mimi Bluette, fiore del mio giardino — 1916
							|   Ultima ediz.: dal 111.º al 160.º migliaio *Romanzo*
							|
							| Il libro del mio sogno errante — 1919
							|  Ultima ediz.: dal 51.º al 100.º migliaio
							|
							| Sciogli la treccia, Maria Maddalena — 1920
							|  Terza ediz.: dal 101.º al 150.º migliaio *Romanzo*

				*Le altre opere sono esaurite o fuori commercio e l'A.
				ne vieta la ristampa.*

				.. class:: right

				| :small-caps:`Nota degli Editori.`

|
|
|
|
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.. _pg_end_line:

\*\*\* END OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK L'AMORE CHE TORNA \*\*\*

.. backmatter::

.. toc-entry::
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.. _pg-footer:

.. class:: pgfooter language-en

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  “Information about donations to the Project Gutenberg Literary
  Archive Foundation.”

- You provide a full refund of any money paid by a user who notifies
  you in writing (or by e-mail) within 30 days of receipt that s/he
  does not agree to the terms of the full Project Gutenberg™
  License. You must require such a user to return or destroy all
  copies of the works possessed in a physical medium and discontinue
  all use of and all access to other copies of Project Gutenberg™
  works.

- You provide, in accordance with paragraph 1.F.3, a full refund of
  any money paid for a work or a replacement copy, if a defect in the
  electronic work is discovered and reported to you within 90 days of
  receipt of the work.

- You comply with all other terms of this agreement for free
  distribution of Project Gutenberg™ works.

**1.E.9.** If you wish to charge a fee or distribute a Project
Gutenberg™ electronic work or group of works on different terms than
are set forth in this agreement, you must obtain permission in writing
from both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
Michael Hart, the owner of the Project Gutenberg™ trademark. Contact
the Foundation as set forth in Section 3. below.

**1.F.**

**1.F.1.** Project Gutenberg volunteers and employees expend
considerable effort to identify, do copyright research on, transcribe
and proofread public domain works in creating the Project Gutenberg™
collection. Despite these efforts, Project Gutenberg™ electronic
works, and the medium on which they may be stored, may contain
“Defects,” such as, but not limited to, incomplete, inaccurate or
corrupt data, transcription errors, a copyright or other intellectual
property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
computer virus, or computer codes that damage or cannot be read by
your equipment.

**1.F.2.** LIMITED WARRANTY, DISCLAIMER OF DAMAGES – Except for the
“Right of Replacement or Refund” described in paragraph 1.F.3, the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation, the owner of the
Project Gutenberg™ trademark, and any other party distributing a
Project Gutenberg™ electronic work under this agreement, disclaim all
liability to you for damages, costs and expenses, including legal
fees. YOU AGREE THAT YOU HAVE NO REMEDIES FOR NEGLIGENCE, STRICT
LIABILITY, BREACH OF WARRANTY OR BREACH OF CONTRACT EXCEPT THOSE
PROVIDED IN PARAGRAPH 1.F.3. YOU AGREE THAT THE FOUNDATION, THE
TRADEMARK OWNER, AND ANY DISTRIBUTOR UNDER THIS AGREEMENT WILL NOT BE
LIABLE TO YOU FOR ACTUAL, DIRECT, INDIRECT, CONSEQUENTIAL, PUNITIVE OR
INCIDENTAL DAMAGES EVEN IF YOU GIVE NOTICE OF THE POSSIBILITY OF SUCH
DAMAGE.

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receive a refund of the money (if any) you paid for it by sending a
written explanation to the person you received the work from. If you
received the work on a physical medium, you must return the medium
with your written explanation. The person or entity that provided you
with the defective work may elect to provide a replacement copy in
lieu of a refund. If you received the work electronically, the person
or entity providing it to you may choose to give you a second
opportunity to receive the work electronically in lieu of a refund. If
the second copy is also defective, you may demand a refund in writing
without further opportunities to fix the problem.

**1.F.4.** Except for the limited right of replacement or refund set
forth in paragraph 1.F.3, this work is provided to you ‘AS-IS,’ WITH
NO OTHER WARRANTIES OF ANY KIND, EXPRESS OR IMPLIED, INCLUDING BUT NOT
LIMITED TO WARRANTIES OF MERCHANTIBILITY OR FITNESS FOR ANY PURPOSE.

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warranties or the exclusion or limitation of certain types of
damages. If any disclaimer or limitation set forth in this agreement
violates the law of the state applicable to this agreement, the
agreement shall be interpreted to make the maximum disclaimer or
limitation permitted by the applicable state law. The invalidity or
unenforceability of any provision of this agreement shall not void the
remaining provisions.

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the trademark owner, any agent or employee of the Foundation, anyone
providing copies of Project Gutenberg™ electronic works in accordance
with this agreement, and any volunteers associated with the
production, promotion and distribution of Project Gutenberg™
electronic works, harmless from all liability, costs and expenses,
including legal fees, that arise directly or indirectly from any of
the following which you do or cause to occur: (a) distribution of this
or any Project Gutenberg™ work, (b) alteration, modification, or
additions or deletions to any Project Gutenberg™ work, and (c) any
Defect you cause.


Section 2. Information about the Mission of Project Gutenberg™
``````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of
computers including obsolete, old, middle-aged and new computers. It
exists because of the efforts of hundreds of volunteers and donations
from people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, is critical to reaching Project Gutenberg™'s
goals and ensuring that the Project Gutenberg™ collection will remain
freely available for generations to come. In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg™ and future generations. To
learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and
how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4 and the
Foundation web page at http://www.pglaf.org .


Section 3. Information about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
``````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service. The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541. Its 501(c)(3) letter is posted at
http://www.gutenberg.org/fundraising/pglaf . Contributions to the
Project Gutenberg Literary Archive Foundation are tax deductible to
the full extent permitted by U.S.  federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr.
S. Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are
scattered throughout numerous locations. Its business office is
located at 809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801)
596-1887, email business@pglaf.org. Email contact links and up to date
contact information can be found at the Foundation's web site and
official page at http://www.pglaf.org

For additional contact information:

 | Dr. Gregory B. Newby
 | Chief Executive and Director
 | gbnewby@pglaf.org


Section 4. Information about Donations to the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
```````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````````

Project Gutenberg™ depends upon and cannot survive without wide spread
public support and donations to carry out its mission of increasing
the number of public domain and licensed works that can be freely
distributed in machine readable form accessible by the widest array of
equipment including outdated equipment. Many small donations ($1 to
$5,000) are particularly important to maintaining tax exempt status
with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States. Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements. We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance. To SEND
DONATIONS or determine the status of compliance for any particular
state visit http://www.gutenberg.org/fundraising/donate

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States. U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses. Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations. To
donate, please visit: http://www.gutenberg.org/fundraising/donate


Section 5. General Information About Project Gutenberg™ electronic works.
`````````````````````````````````````````````````````````````````````````


Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg™
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone. For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg™ eBooks with only a loose network of volunteer support.

Project Gutenberg™ eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the
U.S. unless a copyright notice is included. Thus, we do not
necessarily keep eBooks in compliance with any particular paper
edition.

Each eBook is in a subdirectory of the same number as the eBook's
eBook number, often in several formats including plain vanilla ASCII,
compressed (zipped), HTML and others.

Corrected *editions* of our eBooks replace the old file and take over
the old filename and etext number. The replaced older file is
renamed. *Versions* based on separate sources are treated as new
eBooks receiving new filenames and etext numbers.

Most people start at our Web site which has the main PG search
facility:

  http://www.gutenberg.org
            
This Web site includes information about Project Gutenberg™, including
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to our email newsletter to hear about new eBooks.

