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   :PG.Title: Gli amori
   :PG.Released: 2012-03-28
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Federico De Roberto
   :DC.Title: Gli amori
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1898
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Gli amori
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   | F. DE ROBERTO
   |
   | :xx-large:`Gli Amori`
   |
   |
   |
   | :small:`MILANO`
   | CASA EDITRICE GALLI
   | :smallit:`Galleria V. E. 17-80`
   | —
   | :small:`1898`
   | :small:`DIRITTI DI TRADUZIONE RISERVATI`

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   | :small:`PROPRIETÀ LETTERARIA`
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   | :small:`1897 — Tipografia Golio, Milano, via Agnello, 9, e Santa Radegonda, 10`

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PREFAZIONE
==========

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| *Milano, 7 agosto 1897.*

   | Mia cara amica,

*Questo volume è suo. Dirò anzi di più: come senza
di lei non lo avrei scritto, così senza il suo permesso
non lo potrei pubblicare. Le lettere che lo compongono
le appartengono; raccogliendole insieme io mi uniformo
al suo desiderio — al suo comandamento.*

*Il suo giudizio sul mio libro dell'* Amore *si compendiò
in queste parole: «L'amore c'è soltanto nel
titolo.» Le mie teorie la sdegnarono; ella si rifiutò
di ammetterle, osservando che di teorie, di sistemi,
di ipotesi, ciascuno può costruirne quanti ne vuole,
ma che i fatti importano unicamente. Ecco come e perchè
mi sentii nell'obbligo di addurle alcuni esempii delle
astratte proposizioni enunziate in quello studio. Già
dissi a lei, ma debbo ora ripetere ai miei — ai nostri! — nuovi
lettori, che non uno di questi esempii è inventato:
io non ho fatto e non ho voluto fare opera di
fantasia, ma di osservazione. Il gran pubblico che non
sa delle nostre amabili liti, che s'interessa mediocremente
ai particolari modi di vedere intorno ai rapporti
dei sessi, forse potrà accordare un poco di attenzione
a queste lettere per spirito di verità che mi animò
nello scriverle.*

*Vede come ho fatto miei i suoi ragionamenti? Ma
ella già sapeva che non è un'impresa disperata quella di
persuadere a un autore che l'opera sua vale qualcosa...
Mi lasci ora sperare — per me e per lei — che il pubblico
non sia del parere contrario, e voglia gradire ancora
una volta l'espressione della singolare reverenza
con la quale sono*

   | *di Lei, gentilissima Amica,*

.. class:: right

   | dev.mo ed obb.mo
   |
   | :small-caps:`F. de Roberto`

..

   | All'illustrissima Signora
   | la Contessa R. V.
   |   Siena

[pg!1]




LA MUTA COMUNIONE
=================


   | *Contessa gentilissima e furibonda amica,*

*Mea culpa! Mea culpa! Mea maxima culpa!...*
Non basterà picchiarsi il petto, accusarsi umilmente,
implorare perdono? Ella dice di no? La
colpa mia è proprio irremissibile?... Via, mi lasci almeno
sperare. Ella sa del resto benissimo che la speranza non
ha bisogno, non che di permessi, ma neppure d'argomenti
per farci accogliere le sue persuasioni. Se pure
ella non vuole, io posso egualmente credere che un giorno
o l'altro la troverò meno severa contro questo povero
signor Me Stesso... E dire che era tanto disposta all'indulgenza!
Mi faceva buone tante cose! Tollerava la
mia freddezza, il mio scetticismo, la «scettica e spietata
freddezza» con la quale esposi le teorie più
sconfortate; scusava, se pure non giustificava, il «vandalismo
morale» col quale mi ero messo a sfrondare,
ad abbattere, a disperdere ogni poesia e ogni idealità!
Ma una cosa l'ha rivoltata, una goccia «di fiele»
ha fatto traboccare il suo sdegno. Quando io ho detto
che gli uomini non possono intendersi, che le anime
non possono comunicare, che il pensiero e il sentimento
[pg!2]
sono intrasmissibili, non m'è valso riferire il
giudizio d'un filosofo come Taine, non m'è giovato
citare un poeta come Baudelaire, è stato inutile tentare
lunghe e minute e pazienti dimostrazioni: sono
stato giudicato!... Tuttavia bisogna credere o che ella
speri di convertirmi, o che non sia poi tanto sicura
delle sue opinioni e quasi cerchi, con la discussione,
affermarle; perchè, dopo aver dichiarato di non voler
discutere più, trovo ancora nella sua lettera questi
eloquenti passaggi: «E allora, se gli uomini non
possono intendersi, perchè mai, di grazia, venite enunziando
queste vostre eresie? Se tutto ciò che vi passa
per il capo è frutto particolarissimo della vostra costituzione,
dell'educazione, dell'ambiente, di non so quante
altre diavolerie; se le vostre escogitazioni sono tutte
*vostre*, perchè mai le partecipate al prossimo? Io avevo
finora creduto che quando uno esprime una cosa, parlando
o scrivendo, oppure gestendo, se non ha rotto lo
scilinguagnolo, costui crede che gli altri potranno credere
questa cosa, pensarla a loro volta, riesprimerla
e comunicarla ad altri successivamente! Ma se voi
siete persuaso di non potervi intendere con nessuno
al mondo, mi pare che vi converrebbe cominciare, per
esser conseguente, con lo starvene zitto!... Secondo
voi ogni creatura umana *fa razza da sè*, parla un
linguaggio che nessun'altra creatura umana capisce;
il mondo sarebbe come un'immensa torre di Babele.
Ma voi sapete benissimo che quella torre non fu potuta
finire, che per la confusione delle lingue l'impresa
andò all'aria. Invece io vedo che il mondo, bene o
male, e se vi piace più male che bene, pure sussiste;
e che ogni giorno, ogni minuto, gli uomini s'accordano
in una moltitudine di affetti, d'idee, di persuasioni!
Voi credete invece di parlar turco in mezzo a
un pubblico che del turco non conosce neppure la
canzonatoria strofetta:

   | C'est par là,
   | Par Allah!
   | Qu'Abdallah
   | S'en alla!

[pg!3]
O non è dunque fiato sprecato? E allora, scusate,
perchè non smettete?...»

Io le potrei dar causa vinta, signora, e risponderle
che il suo consiglio è veramente da seguire. Potrei
risponderle che se appunto ella, d'ordinario così indulgente
con me, si è tanto sdegnata, ciò prova luminosamente
che quando due persone, grazie ad una
lunga ed assidua dimestichezza intellettuale, sembrano
capaci d'intendersi, a un tratto, per un'idea, per una
parola, per una intonazione di voce, non s'intendono
più, anzi si crucciano — nè sempre manifestano il
loro cruccio con lo spirito amabilmente sardonico che
ella mette nel manifestarmi il suo.

Queste risposte che potrei darle le tengo tuttavia
per me. A lei dico, contessa, che dopo la sua lettera
e grazie a nuove riflessioni, mi sono ricreduto. No, non
è vero che ogni cervello sia un mondo e che questi
mondi s'aggirino eternamente separati, senza speranza
di poter mai comunicare. Sì, tra gli uomini che più
sembrano diversi, tra un viaggiatore europeo, sapiente,
cosciente, raffinato, e l'ultimo Zulù, c'è un
fondo comune, se non propriamente di pensieri, almeno
d'istinti, che li affratella. E tra gli uomini e le
donne — il punto controverso era questo! — le differenze
del sesso non sono così profonde da rendere
impossibile o molto difficile la comprensione reciproca.
Uomini e donne non solamente s'intendono quando
s'amano, s'accostano e si parlano, ma possono anche
intendersi a distanza, senza vedersi; e intendersi a
segno da accordare le loro volontà e da uniformare i
loro atti a queste volontà concordi!... Ella dice che
adesso è troppo? Che casco nell'eccesso contrario?
Che vengo a parlarle di spiritismo e di telepatia quando
la discussione s'aggirava intorno a un argomento tutto
morale? No, mia cara amica: non le parlo di telepatia
nè di magnetismo: resto nell'argomento. Ed io, guardi,
mi sono ricreduto appunto perchè, dopo la sua lettera,
ho rammentato un fatto che dimostra appunto
la possibilità di quest'accordo a distanza, di questa
muta intesa!... «Una storiella?» mi par d'udirla
[pg!4]
esclamare, con una scrollatina di spalle, con un sorrisetto
canzonatorio, come per significarmi che ella non
crede ai fatti narrati dai narratori di professione. Io
vorrei pregarla di credere che non invento. Potrà
anche darsi che il fatto non sia vero; garantisco soltanto
che m'è stato riferito, dagli stessi protagonisti,
così come glie lo racconterò.

Noi cantastorie siamo spesso presi a confidenti dalla
gente che ha qualcosa sullo stomaco. La confessione non
fu detta molto propriamente Sacramento della penitenza;
prima che penitenza è sollievo. I nostri secreti ci rodono,
ci opprimono, ci soffocano; il pensiero assiduo,
cocente, tende ad esprimersi, spinge all'azione ed alla
rivelazione. La psicologia fisiologica spiega molto bene
questo rapporto tra la funzione ideatrice e la motrice;
ma noi lasceremo da parte la scienza e le sue spiegazioni.
Io voglio soltanto dirle che, come i confessori,
i narratori ne odono spesso d'ogni colore. Oltre l'istintivo
e spesso incosciente bisogno di comunicare l'invasante
pensiero, un interesse tutto personale, la salute
dell'anima, spinge i credenti a confessarsi. L'egoismo
che spinge a noi i confidenti si chiama vanità. Essi
vengono a narrarci i fatti loro perchè, presumendo
che questi fatti siano straordinarii e che a nessuno
mai potrebbero capitarne altrettali, noi riveliamo al
gran pubblico e tramandiamo ai posteri i rari e fatali
avvenimenti. A onor del vero, non tutti sono così
vani; alcuni, più modesti, più semplici, vengono a
noi imaginando che la nostra scienza sappia leggere
là dov'essi non comprendono; altri ancora — e sono
quelli che ci fanno maggior piacere — non vengono
a noi, ci mandano le loro confessioni scritte, dentro
una busta. Uno per applaudirci e confermare le nostre
idee, un altro per dimostrarci che siamo semplicemente
idioti, ci narrano una quantità di cose, ci forniscono
una quantità di documenti umani ai quali facciamo
sempre festa. Edmondo de Goncourt ne chiese
alle sue lettrici per scrivere *Chérie*; più valore hanno
quelli offerti spontaneamente, senza la pretesa di far
della storia. Io ne ho da parte una cartella, e qualche
[pg!5]
volta la vuoterò. Oggi, dopo questo già troppo lungo
esordio, vengo al fatterello che le ho promesso per
giustificare la sua fede antica e la mia conversione
recente: le anime s'intendono, s'accordano — anche
da lontano — senza che gli occhi vedano, senza che
le orecchie odano.

C'era dunque una volta un signore e una signora
che s'erano molto amati — anche questa è una prova
per lei! — ma che poi non s'amavano più — e ciò
darebbe ragione alla mia prima idea. Ma le ripeto
che mi sono ricreduto! Insomma, questo signore e
questa signora, dopo essere stati insieme qualcosa
come cinque anni — un lustro! — se n'erano andati
ciascuno per la sua via. Ho detto: dopo essere stati
insieme, e non ho detto bene. Non erano stati precisamente
insieme, sotto lo stesso tetto: la signora non
era interamente libera, e doveva salvare certe apparenze.
L'amico suo avrebbe potuto andare da lei anche tutti
i giorni; ma ella sa che giorno significa quello spazio
di tempo il quale comprende anche la notte; e gli
amanti, da che mondo è mondo, hanno sempre preferito
le tenebre alla luce; senza contare che il signore
del quale le parlo aveva molte occupazioni durante il
giorno propriamente detto. Dunque, perchè di giorno
egli aveva da fare e perchè le ombre sono maggiormente
propizie ai ludi erotici, egli preferiva i convegni
notturni. Ora questi erano molto più difficili: nè la
signora sapeva quando poteva ricevere l'amico suo; nè,
prevedendo d'esser libera, aveva sempre modo di mandargli
un biglietto. Ecco dunque la combinazione imaginata
dai nostri amici per rimediare: quando il signore,
passando a tarda sera sotto la casa della signora, vedeva
illuminata una certa finestra, una finestra che in
nessun'altra occasione e per nessun altro motivo poteva
essere illuminata, questa straordinaria illuminazione
significava che la signora era di sopra ad aspettarlo.
Per gli amanti, la finestra dietro alla quale si
struggeva una candela stearica non era più una finestra,
ma un faro, il solo Faro, il *Faro* per antonomasia.
Egli era poeta ed ella comprendeva la poesia: intorno
[pg!6]
a questo Faro, a quest'Occhio della Notte, a questo
Sguardo vigilante ed amico, egli aveva scritto certi
versi che ella aveva mandati a memoria. I fari sogliono
essere particolarmente utili durante il cattivo
tempo; e appunto quando tirava vento, quando c'era
nebbia, quando pioveva, quando nevicava, la finestra
soleva splendere e indicare che l'approdo era libero;
nelle notti serene, siccome la signora doveva andar
fuori per suo conto, o riceveva visite, tutto restava
buio e il nocchiero filava al largo.

Queste notizie, diciamo così nautiche, sono necessarie
all'intelligenza della storiella. La quale meriterebbe
d'essere narrata in uno stile un poco più serio; perchè,
come durante cinque anni i miei due protagonisti si
erano amati d'un amore dolce e forte ad un tempo,
così, anzi a più forte ragione, dopo la rottura non ebbero
di che ridere. Perchè ruppero, allora? Se io pensassi
oggi come ieri, le direi che ruppero per quella
tale impossibilità di comprendersi bene, per quella intellettuale
e sentimentale discordia che m'ha valso i
suoi vivaci rimproveri; ma io mi sono, come le ho
detto, convertito; e quand'anche non fossi ancora convertito,
non vorrei farla arrabbiare ripetendole una cosa
che tanto le dispiace; le dirò quindi che l'amor loro
s'intepidì e s'avviò alla morte come tutte le cose che
hanno avuto nascimento. E come l'amor loro era stato
una bella cosa, ed entrambi sentivano che la fine di
una cosa bella è molto triste e che bisognerebbe a
ogni costo impedirla, così essi ostinavansi a ravvivare
il loro sentimento agonizzante; ma poichè l'impresa
era disperata e gli sforzi si rompevano contro la
fatalità della morte, così, vedendo inutili gli sforzi, e
non potendo prendersela col destino irresponsabile, e
dovendo per un bisogno tutto umano prendersela con
qualcuno, ciascuno dei due se la prendeva con l'altro.
S'accusarono, adunque, di colpe in piccola parte vere,
in molta parte imaginarie; dalle accuse futili passarono
ben presto alle maggiori e da queste arrivarono subito
alla massima che, per due amanti, è quella del
tradimento. Credendo ciascuno d'esser tradito dall'altro,
[pg!7]
naturalmente entrambi pensarono di potere, anzi di
dover tradire a propria volta; talchè, come sempre
accade, ciò che era dapprima ingiusta imaginazione
divenne tosto ingrata realtà. Egli amò un'altra donna,
ella un altro uomo. Persuasi d'aver ricevuto un torto,
il torto estremo, non si videro più. I loro nuovi amori
finirono rapidamente, ma essi continuarono ad evitarsi.
Un giorno, impensatamente, s'incontrarono, per la
via. Mentre egli scantonava, ella gli apparve dinanzi:
i loro sguardi s'incrociarono un istante. E allora, tumultuariamente,
le sopite memorie si ridestarono nel
cuore di lui. Aveva più d'una volta pensato a lei, ma
con un sentimento torbido, fatto di rancore e di sdegno;
ora, a un tratto, per averla guardata negli occhi, tutte
le dolcezze antiche gli rifluivano al cuore... Come s'erano
amati! Era possibile dimenticare quella passione?
Credeva d'averla dimenticata, aveva voluto cancellarne
i ricordi; ed ecco che risorgevano, immortali!... Da
quel punto egli non visse più della vita reale; le impressioni
del presente si perderono nella continua evocazione
d'un passato non tanto passato come pareva.
Perchè, infatti, i sentimenti muoiono forse proprio come
gli esseri, per non più rinascere? E si può mai ricordare
un affetto senza ancora in certa guisa provarlo?
Quando noi non lo comprendiamo più abbiamo un bel
tentare di evocarne la memoria: essa ci sfugge. Rammenteremo
bensì le circostanze concomitanti, le condizioni
esteriori: penseremo a un nome, rivedremo una
imagine; ma il moto dell'anima, ma il cordiale turbamento
non si ridestano, anzi sono così ribelli al
nostro sforzo che noi neghiamo perfino d'averli provati
mai. E invece egli sentiva il cuore battergli in
petto, al pensiero di lei, come la prima volta che l'aveva
veduta. E non sapeva far altro che chiudersi in
casa, rileggere le sue lettere, rivedere le reliquie del
perduto amore, ricordare i tramontati giorni felici. E
a poco a poco l'assiduità di quelle appassionate cogitazioni
produsse in lui un mirifico inganno: gli parve
che il tempo trascorso dalla rottura, tutto il triste
tempo della nuova sterile prova e della solitudine
[pg!8]
fredda non fosse trascorso realmente; gli parve d'aver
sognato queste cose e di rivivere nella stagione dell'amore
beato. Che faceva egli allora? Pensava a lei,
sempre — come ora! Le scriveva — e come allora
egli si metteva ora alla scrivania, per cominciare una
lettera. Le antiche espressioni ferventi gli spuntavano
sotto la penna; con la stessa tenerezza d'una volta egli
tracciava sopra una busta il nome di lei, il bel nome
tante volte, quante volte mormorato tenendola fra le
braccia!... Andava anche da lei, allora — e guardando
ora il cielo nebbioso, udendo i fischi del vento, lo
scrosciar della pioggia, egli vedeva con gli occhi del
cuore il Faro splendente nella notte, la guida fedele
additargli il Porto delle Soavità. Ora, pensando che
se fosse passato dalla nota via, dalla via della quale
conosceva ogni angolo, ogni sasso, egli non avrebbe
più visto risplendere il Faro, che tutto sarebbe stato
chiuso ed oscuro, che quel porto gli era vietato, che
quelle soavità erano finite, ei pianse le lacrime del
rimpianto e del rimorso. La propria colpa gli apparve
evidente e il dolore lo schiacciò. Qual riparo tentare?
Che fare per vivere ancora? Mandarle una di quelle
lettere che veniva scrivendo e poi lasciava dov'erano?
Ma come l'avrebbe ella accolta?... Non era stata di lei
stessa la colpa? Che sperare da chi lo aveva tradito?...
E la disposizione del suo spirito mutò; egli credette
un momento d'essersi agguerrito contro la lusinga,
contro sè stesso. Ma il dubbio tornò ad occuparlo:
non aveva tradito egli stesso? Il torto non era suo
proprio? Sì, suo: principalmente suo. E che pensava
ella di lui? Lo incolpava? Aveva tutto dimenticato?...
Non era possibile! Vedendolo, guardandolo negli occhi,
improvvisamente, le memorie avevano dovuto travolgere
anche lei: ne era sicuro. Ella aveva dovuto pensare
alla forza, alla dolcezza della loro passione; dire
a sè stessa — come lui — che una passione simile
non si dimentica. Anch'ella aveva dovuto tentare d'uccidere
la memoria; ma i suoi sforzi dovevano essere
rimasti sterili — come quelli di lui. Che faceva ella
in quei giorni? Come lui, senza dubbio, evocava il
[pg!9]
passato; ricercava, rivedeva le mute e inerti testimonianze
dell'amor loro; come lui s'incolpava d'aver ucciso
questo amore. Era possibile che pensasse ad altro,
che provasse altro? Guardando quel cielo costantemente
grigio, i vetri rigati dalla pioggia, i tetti imbiancati
dalla neve, che altro poteva pensare se non
che meno d'un anno addietro, nelle notti come quelle,
illuminato il Faro, ella stava ad aspettar l'amato, dietro
un uscio, per gettargli le braccia al collo appena varcava
la soglia della sua casa? E come egli, all'ora
dell'amore, si struggeva dalla tentazione di ripassare
da quella casa, con la lusinga di poter vedere ancora
una volta risplendere il Faro, non provava anch'ella
la tentazione d'illuminarlo ancora una volta e d'aspettare
la venuta di lui? Quest'idea, l'idea di rivedersi
al modo antico, ora che s'erano incontrati, ora che
l'amarezza della separazione era passata, ora che la
stessa stagione correva propizia ai convegni, che lo
stesso cielo pareva favorirli; quest'idea che occupava
e invadeva lo spirito di lui e ogni sera gli suggeriva
di rifare la via consueta, non doveva occupare e invadere
lo spirito di lei? Logicamente, necessariamente,
il contemporaneo risveglio di comuni memorie non
doveva produrre in due anime che avevano vibrato
all'unisono un identico stato di coscienza, la stessa disposizione
sentimentale, eguali speranze, bisogni simili,
gli stessi impulsi? Egli ne ebbe in breve la morale
certezza. Senza aver parlato con lei, senza aver saputo
nulla di lei, senza neppure averla riveduta dal giorno
dell'incontro, fortuito, la sentì tutta piena dei ricordi
dell'amore, tutta amante, aspettarlo ansiosa dopo aver
disposto l'usato segnale... e una sera, una notte che la
neve fioccava a larghe falde, egli s'avviò...

Non s'era ingannato, contessa. E vede come io
avessi ragione d'assicurarle che lo spiritismo non entrava
per nulla nel mio fatterello? L'analisi psicologica,
la legge secondo la quale le idee si associano e i moti
dell'animo si seguono, basta a spiegare un'intuizione
simile. L'amica nel cuore della quale egli leggeva a
distanza, leggeva anch'ella nel cuore di lui. Tutti i
[pg!10]
sentimenti per i quali egli era passato, dopo l'incontro
imprevisto, avevano occupato successivamente, e con lo
stesso ordine, l'anima di lei. Ella aveva realmente evocato
e rimpianto il passato, aveva tentato di scrivere
all'amico, poi lo aveva accusato, poi aveva accusata sè
stessa; ad un tratto era stata sicura che anch'egli pensava
a lei com'ella pensava a lui. Vedendo quella successione
di sere propizie ai convegni s'era sentita struggere
all'idea d'averne ancora uno: e certa che egli
partecipava a quel desiderio, a quel bisogno, una sera
che pioveva a diluvio dispose il segnale ed aspettò.
Aspettò, tremante di freddo e ardente di rancore, dalle
nove a mezzanotte: non venne nessuno... Egli era
passato la sera prima, quando nevicava soltanto; se
n'era tornato indietro con la morte nel cuore e l'ironia
sulle labbra vedendo che il Faro era spento... Sì, contessa,
ella ha ragione: le anime si comprendono, i
cuori s'accordano, le volontà s'uniformano; senza parlarsi,
senza vedersi, i nostri amanti provarono gli
stessi sentimenti, obbedirono agli stessi impulsi; solamente,
sbagliarono giorno...

[pg!11]




L'INDISCRETA DOMANDA
====================


   | *Spiritosa contessa ed amica spirituale,*

Quando, per darle a intendere che ero d'accordo
con lei e che mi accostavo alla sua
tesi della comprensibilità delle anime, io le
narravo l'apologo della *Muta Comunione*, sapevo bene
quel che facevo. Con una dama arguta come lei, siano
pure gravi ed incomponibili i divarii delle opinioni, si
è sempre certi di potersi accordare in quella media e
sensata verità nella quale le menti equilibrate s'acquetano.
Se pur misi una punta ironica nella mia narrazione,
ella mi ha dato ragione, perchè «la vita è piena
d'un umorismo come il vostro amaro e dissolvente;»
e mentre io ho fatto un passo verso di lei, anch'ella
ne ha mosso uno verso di me temperando la vivacità
delle sue prime recriminazioni.

Nondimeno, quantunque ella ponga ora una maggiore
indulgenza nel ribattere le mie idee, non per
questo è disposta ad accettarle. Una specialmente le
dispiace: ella rifiuta di credere che, in amore, la fredda,
impassibile e vuota bellezza delle forme sia, da parte
[pg!12]
delle donne, maggiormente apprezzata del valore morale
e dell'intellettuale grandezza negli uomini. Il caso
di Mirabeau, che a onor del vero io stesso citai, le
pare dimostrazione della regola e non mai, come io sostengo
dell'eccezione. Ella dice che ogni Mirabeau, cioè
ogni uomo fisicamente orribile, con un piede storto,
col viso crivellato dal vaiolo, «brutto come Satana» — diceva
lo stesso padre del grande oratore — ma
grande moralmente, troverà una ed anche più d'una
marchesa de Monnier capace d'amarlo di un immortale
amore. Io dico, sì, che ad un genio sovrano la
bruttezza non impedirà d'essere amato, ma che alla
media umanità un poco di bellezza giova più di molta
grandezza; perchè la bellezza si rivela immediatamente
allo sguardo e basta aver occhi per apprezzarla; mentre
le qualità del cuore e della mente richiedono una
più o meno assidua frequentazione avanti d'essere riconosciute;
quindi un uomo bello ma stupido produce
una prima impressione favorevole, mentre un grand'uomo
orrido produce una prima impressione repulsiva;
ora ella non ignora che le prime impressioni sono le
più importanti e sogliono anche resistere alle contrarie
impressioni susseguenti. Il vantaggio dello stupido
Adone sul Genio mostruoso mi pare quindi evidente;
senza contare che la bellezza plastica, l'armonia delle
proporzioni, la freschezza della gioventù, come sono
immediatamente riconoscibili, così non si possono neppure
negare; mentre le qualità morali sono, perchè
morali, di più ambigua natura e più discutibile essenza,
e corrono il rischio, pertanto, di restare disconosciute.
Senza contare ancora che, mentre l'assoluta
bellezza plastica, quantunque rara, pure esiste, l'assoluta
simpatia, la perfetta grandezza morale e intellettuale
non esistono; anzi, come ha luminosamente dimostrato
un filosofo che è onore d'Italia, il Genio più
alto ha più lati manchevoli. Con questo non voglio
negare ciò che le ho già concesso, cioè che il Genio,
a dispetto delle brutte forme, possa esercitare ed eserciti
una forte attrazione. E guardi come sono arrendevole;
non mi basta d'averle addotto l'esempio di
[pg!13]
Mirabeau; ne voglio aggiungere ancora un altro, forse
più significativo!

Sofia de Monnier era una donna moderna — o
press'a poco — e come tale s'intende che il fascino
dell'ingegno la facesse passar sopra alla diabolica
bruttezza di Onorato Gabriele di Riquetti. Di più, aveva
un marito di settant'anni, e ciò spiega una quantità di
cose... Ipparchia, invece, della quale le voglio narrar
l'avventura, era una fanciulla greca, e quantunque
l'avessero educata come per farne un'etera — ella sa
che in Grecia le etere erano le sole donne cui s'impartissero
gli alti insegnamenti della filosofia — pure
è maggiormente notevole che s'innamorasse di Crate,
celebre filosofo cinico, il quale era poverissimo, gobbo
ed orribile. La passione d'Ipparchia divampò così gagliarda,
che ella volle lasciar tutto per vivere con costui,
a dispetto di quanti la accusavano di pazzia,
a dispetto dello stesso filosofo — che non doveva
poi esser tanto cinico quanto pareva, se le mise sotto
gli occhi la propria miseria e la propria infermità.
Tutto fu inutile: Ipparchia rispose a lui, come ai
parenti ansiosi di distoglierla da quell'amore, che
non avrebbe mai potuto trovare un marito più bello
d'un tal filosofo. Allora Crate, il quale non poteva
sempre dimenticare i precetti della sua canina filosofia,
la condusse nel Pecile, che era uno dei portici più
frequentati d'Atene — come dire quelli della Galleria
qui a Milano — e lì... ma io non farò come Sant'Agostino,
che ricamò pepati commenti su quanto accadde
lì tra quei due; farò piuttosto come fece un amico del cinico,
traversando per caso il Pecile nel punto culminante
dell'avventura: getterò sulla coppia un mantello...

E poi? Che cosa importa? Due, dieci, cento, mille
eccezioni potranno infirmar mai la regola? E la regola
è che, per l'opera di seduzione, le qualità fisiche
esercitano un'azione più pronta e producono un risultato
più decisivo delle morali virtù; che, per essere
amati, è più importante, è necessario essere semplicemente
belli, e giova meno possedere una grande
bontà, un'anima ardente, un'intelligenza sovrana. Se
[pg!14]
noi distingueremo l'amor sensuale dall'amor morale,
potremo forse dire che la bellezza fisica accenderà il
primo e che le qualità morali susciteranno il secondo.
Ma se ciò sta bene astrattamente, la distinzione non è
così facile in pratica. Imaginiamo un caso. C'è un
uomo brutto, ma quest'uomo possiede — e la gente
sa che possiede — un grande ingegno, una squisita
sensibilità, le migliori disposizioni del cuore e della
mente. La sua bruttezza gli nocerà, dinanzi alle donne,
più che non gli gioveranno queste magnifiche disposizioni,
oppure quest'ultime faranno dimenticare la prima?
Ella m'ha detto che la cosa dipende «dall'indole diversa
delle diverse donne,» e va bene; perchè, evidentemente,
una donna superiore, che nell'amore cerca
l'appagamento di cordiali e ideali bisogni, apprezzerà
le virtù e passerà sopra alla bruttezza; ma su cento
donne prese a caso in mezzo alla folla, quante provano
a un tal grado questi bisogni? Reciprocamente, se c'è
un Adone inanimato come la statua del bellissimo dio,
le sue probabilità di riuscita non saranno maggiori,
paragonate a quelle del brutto grand'uomo?

«Sois beau!» dice l'amabile autore dei *Consigli ad
un giovane che si dedica all'amore*. «Sinon, n'aime
pas. Sans beauté l'on peut être choisi; il arrive aux
plus jolies de préférer les plus laids; c'est une histoire
souvent renouvelée que celle de la femme de Joconde.
Toi cependant, mon élève, docile aux bons conseils,
qui te fais enfin de l'amour l'idée qu'il convient d'en
avoir, défends toi d'aimer si tu n'as pas reçu les dons
qui charment les yeux...» — «Un'altra citazione?...»
l'odo esclamare di qui; «e avete il coraggio di citarmi
proprio quel gran moralista che si chiama Catulle
Mendes?...» Non vada in collera, contessa: io lascerò lì
subito l'autore di *Zo' har*, e le narrerò invece un altro
fatterello: va bene così? Le narrerò un fatterello che
dimostra appunto quanto sia grande e superiore a
quello esercitato dalla eccellenza morale, l'impero della
plastica e corporea bellezza.

Ella conosce la storia del mio povero amico Raeli.
Nella breve esperienza di questo infelice vi furono
[pg!15]
molte cose che sarebbero state degne di nota; disgraziatamente
la più gran parte egli le portò via con sè,
nel sepolcro che troppo presto si schiuse. Io posseggo
tuttavia molte sue lettere ed anche un suo libro di
memorie, del quale una volta o l'altra le riferirò alcuni
curiosi passaggi. Già narrai, tempo addietro, la crisi tremenda
che spinse l'amico mio a togliersi la vita; la
strana fatalità per la quale ad un uomo come lui, disgustato
dei reali amori, assetato di purezza, doveva
venire incontro un'altra disgraziata che non poteva più
dargli ciò che le avevano portato via. Ma prima di
questa tragica avventura egli aveva amato, una volta:
se ne rammenta? Egli s'era acceso, a Vienna, della
Woiwosky, d'una dama che avrebbe fatto — ed aveva
fatto veramente! — la felicità di molti uomini, ma con
la quale egli non poteva andare a lungo d'accordo.
L'amor loro finì male, come ella sa; e la brutta fine
di quest'amore non fu una delle minori ragioni che
resero Ermanno Raeli così esigente e tanto dolorosamente
sensibile; ma, sul principio, la felicità sorrise
ad entrambi. La Woiwosky non aveva ancora idea
delle delicatezze ingenue, delle poetiche fantasie, delle
invenzioni sentimentali che un uomo come Raeli sapeva
mettere nella passione. Con una cultura fuor del comune,
con un'anima bizzarramente complicata e quasi
duplice, ora sottilmente indagatrice, ora tumultuosamente
appassionata; con uno spirito ora critico, ora
inventivo, mezzo tedesco e mezzo arabo, scettico per
esperienza, tollerante per persuasione, buono in fondo
d'una bontà candida, a quel giovane non mancava
proprio nessuna delle doti intellettuali, delle morali
disposizioni che, secondo lei, importano principalmente.
Ne aveva fin troppe ad un tempo, ed appunto per
ciò egli sofferse tanto e non potè mai contentarsi
di quel che la vita gli diede. Ma ora io non voglio
ragionare di queste cose; voglio rammentarle che
pochi uomini avevano un'anima ed uno spirito più
riccamente dotati dei suoi. E non era neppur brutto!
Bello non si poteva dire, nel preciso senso di questa
parola; ma la curiosa fusione del tipo nordico e del
[pg!16]
meridionale dava alla sua persona un gran carattere,
oltre che la sua espressione era delle più simpatiche.
Ed alla Woiwosky egli era dapprima piaciuto fisicamente;
costei aveva cominciato ad apprezzare più tardi
la rarità del suo spirito. Ma, pure amandola e sentendosi
amato da lei, Raeli, che fu chiamato con Byron
*the child of doubt and death*, indagava assiduamente,
come sempre, il proprio sentimento e l'altrui. Egli pensava,
ed era nel vero, che le sue proprie qualità morali
sopravanzavano di gran lunga le fisiche, e che, se pochi
uomini potevano stargli a fronte nel campo del pensiero
e del sentimento, moltissimi altri erano senza fine
più avvenenti di lui. Allora, curioso come quei bambini
che spezzano i balocchi pur di vederne il congegno,
egli cominciò a smontare l'amore dell'amica
sua per vedere com'era fatto. Discutendo tra sè il problema
che ci occupa e ci divide, egli pensava come
me, contessa: che la bellezza preme sopra ogni cosa.
A questa persuasione lo aveva condotto non l'astratto
ragionamento, ma il positivo studio della storia naturale.
Grazie a questo studio egli sapeva che in tutto
il mondo vivente c'è una scelta sessuale e che questa
scelta è fatta con i criterii della vistosità delle forme,
della vivacità delle colorazioni, della ricchezza degli ornamenti.
Gli uomini, animali ragionevoli, sono, prima
che ragionevoli, animali; quindi obbediscono a quelle
stesse leggi che regolano tutto il mondo animato: in
forza di questa argomentazione egli non dubitava della
capitale importanza della venustà. Così pensando, si
proponeva questo problema: «Che cosa varranno le
mie doti morali e quella poca bellezza che posseggo,
se un giorno un uomo veramente bello tenterà di portarmi
via il mio bene?...» Egli non prevedeva ancora,
non sospettava neppure che l'amica sua l'avrebbe tradito, — nè
realmente ella poi lo tradì per un Adone! — ma,
pur concedendo che la virtù di costei avrebbe
saputo resistere a ogni seduzione, egli temeva d'essere
menomato nel concetto di lei, di dover necessariamente
scapitare ai suoi occhi quando ella avrebbe conosciuto
un vero Adone.

[pg!17]
Un giorno essi andarono insieme a Schönbrunn.
Provveduti d'un permesso, visitarono il Palazzo d'estate.
Nella corte, mentre stavano per avviarsi alla
scalea, apparve dinanzi alla coppia amante un militare,
un alfiere delle Guardie del Corpo. Ermanno Raeli
soffermossi, turbato dalla maraviglia. Quell'uomo aveva
la bellezza d'un Dio. Alto oltre la media, e tanto che
appena un poco più sarebbe parso sgraziato, la sua
dominatrice statura, il portamento marziale, la stupenda
proporzione delle membra, la felice armonia dei lineamenti,
l'agile forza che rivelavasi all'incesso, alle mosse;
la delicata morbidezza della carnagione, la serica biondezza
dei capelli e dei baffi, la dolce e nobile espressione
degli occhi, le stesse smaglianze della divisa che
non pareva sovrapposta alla persona ma far tutt'uno
con essa, mortificavano ed avvilivano ogni altra figura,
intorno a lui. Ed Ermanno, con una stretta acutissima
al cuore, sentiva di non valere più niente, d'esser meschino,
povero, inutile, spregevole; ma tuttavia il senso
di felicità che la vista di quella miracolosa creatura
gli procurava, il sentimento estasiato che lo invadeva
quasi contemplando una sublime opera d'arte, erano
ancora più forti della sua umiliazione. Se in lui, uomo,
rivale, si produceva un effetto tanto profondo, che cosa
doveva provare l'amica sua?... Egli si volse verso di lei:
la donna non esprimeva meraviglia alcuna. Quando il
militare, allontanatosi, non potè più udirli, le domandò:

— Hai visto che bella figura?

Ella rispose semplicemente:

— Sì, molto bella.

Più tardi, quando furono proprio soli, intimamente,
egli tornò a interrogare:

— È proprio vero che sei rimasta indifferente dinanzi
a quell'uomo?... Ne vedesti mai di più belli?...
Non è possibile che tu non abbia nulla provato!...

Ella continuò a rispondere che gli era parso molto
bello, che non rammentava d'averne visti altri così, e che
aveva appunto pensato: «Ecco propriamente un bell'uomo!....»

[pg!18]
Ma da quel giorno egli non la lasciò più in pace,
cupido di sapere. Le descriveva con calore la divina bellezza
del militare, le domandava se lo avrebbe amato;
ella rispondeva che le persone non si amano così, per
averle viste a pie' d'una scala. Le diceva ancora:

— Se io sembro una marionetta, vicino a lui, come
ti posso ancora piacere?

Ed ella rispondeva:

— Tu non mi piaci soltanto, ti amo.

— Riconosci dunque che è più bello di me?

— È bello come una statua. Le statue s'ammirano,
non si amano.

— Se non amassi me?...

— Che idea!

Gli sfuggiva; ma Raeli sentiva che in fondo al pensiero
di lei c'era qualcosa che ella non diceva, che
non voleva dire. Naturalmente la paura di offender
l'amato, di perdere la stima di lui, la vergogna e il
morale pudore le impedivano di rivelare il proprio
sentimento, di confessare che la sola venustà della forma
bastava ad accendere il suo desiderio. Ermanno voleva
però ad ogni costo ottenerne la confessione. E una
volta, in uno di quei momenti che ogni pudore è
dimenticato e la sincerità trionfa di tutte le vergogne,
dopo aver ripreso a descrivere, ammirato, la bellezza
del militare, egli le domandò improvvisamente, prendendole
una mano, guardandola negli occhi:

— Ascolta: se io partissi, se tu non avessi più notizie
di me, se fossi come perduto, come morto per te;
se in queste condizioni tu ti trovassi sola con lui e se
egli ti cadesse ai piedi, che cosa faresti?...

Ella liberò la mano dalla stretta, chiuse gli occhi,
portò le mani agli occhi chiusi, stette un istante così,
in silenzio, come per raccogliere tutta la propria pazienza
contro l'offensiva insistenza dell'amico suo; poi,
molto piano, rispose:

— *Non me lo domandare*...

[pg!19]




L'OMONIMO
=========


   | *Mia cara amica,*

E va bene! Ancora una volta ella ha ragione!...
Noi dovevamo discutere se l'impero della
bellezza è maggiore del prestigio del genio,
e per dimostrare che il genio è posposto alla bellezza
io le ho riferito il sentimento d'una donna che del
genio non poteva comprendere il valore. «Questa vostra
signora Woiwosky, per vostra stessa confessione,
non aveva ancora idea d'una sensibilità squisita, d'una
imaginazione feconda, d'un intelletto acuto come quelli
del vostro amico. Ed aveva avuto altri amanti prima
di lui, e lo tradì: come volete dunque che io la prenda
sul serio? Era, evidentemente, una di quelle disgraziate
che non obbediscono se non agli istinti, che
ignorano il mondo superno dei sentimenti e delle idee:
e vi meravigliate, allora, che un paio di baffi biondi
la titillasse e che ad un paio di baffi biondi ammettesse
di poter sacrificare un'anima come quella del
vostro amico? Ma se voi volete provare che la musica
è superiore alla pittura, fatemi un poco il piacere di
non addurmi il giudizio d'un cieco!...»

[pg!20]
E se io le dicessi, contessa, che rispetto al genio
tutte le donne sono cieche?... Ella non si offenderebbe
di questo giudizio; perchè, se noi non andiamo spesso
d'accordo, molte volte ella ha riconosciuto, con una
schiettezza che non so se faccia più onore alla sua
intelligenza o alla sua modestia, l'intellettuale inferiorità
delle donne. Così stando le cose, se la mente muliebre
non vive nè arriva alle altezze dove il maschio
intelletto opera e spazia, che cosa importerà alle donne
la grandezza intellettuale? Che cosa faranno esse di
ciò che non intendono?... Naturalmente, noi metteremo
da parte le eccezioni. Nè mi dica che la galanteria mi
suggerisce questa concessione. Io non commetterò ora
l'insulsaggine di lodare l'intelligenza di lei; ma, se
dobbiamo discutere il nostro problema, il quale, mentre
mi pareva risolto con un assioma, sta per diventare — grazie
alla sua ostinazione! — un apòro, io le ripeterò
che alle donne di molta levatura sicuramente
la grandezza importa più della bellezza; farò anzi di
meglio: le riferirò il motto d'una non volgare Amatrice
dinanzi a cui qualcuno, riferendo certe fortune
galanti di Guy de Maupassant, diceva, quasi per giustificarle,
che il grande scrittore era anche un bell'uomo.

— *Chi si chiama Maupassant non ha bisogno di
essere bello*, — rispose costei; ed ella batta pure le
mani, si giovi fin che vuole di questa risposta: io
debbo dichiararle che questi ed altri simili esempii
sono tutti esempii dell'eccezione, non mai della regola.
Esempio della regola è quello che racconta Chamfort
e che ella mi permetterà di riferirle. Il filosofo Elvezio
era, da giovane, bello come l'amore. Una sera che se
ne stava, al teatro, tranquillamente seduto vicino alla
celebre Gaussin, un molto ricco e noto banchiere
venne a dire all'attrice: «Mademoiselle, vous serait-il
agréable d'accepter six-cents louis, en échange de
quelques complaisances?...» L'attrice rispose, forte
abbastanza perchè il giovane filosofo potesse udire, e
additandolo: «Monsieur, je vous en donnerai deux-cents,
si vous voulez venir demain matin chez moi
avec cette figure-là...»

[pg!21]
La regola, signora mia, è che al più gran numero
delle donne il genio importa poco e che quasi tutte
gli preferiscono un bel viso. Se noi enunzieremo il
nostro psicologico problema così: «Dato un uomo di
genio, il quale sia anche un bell'uomo, trionferà egli
più presto per il suo genio o per la sua bellezza?»
io dico che la soluzione non può esser dubbia: la
bellezza eserciterà l'azione più pronta ed efficace. E
se le ho dianzi citato un esempio storico, glie ne aggiungo
un altro che non è storico ancora, ma sarà
tale, perchè riguarda un genio non meno grande nell'arte
di quel che fosse Elvezio nella filosofia. Stia un
poco attenta: la storiella che le narrerò è una delle
più graziose fra quante mi furono confidate.

Crede ella che sia permesso ignorare, in Italia, chi
è Guglielmo Valdara? Chi non ha letto i suoi magnifici
versi, chi non ha almeno udito ripetere i più famosi,
quelli divenuti popolari, entrati ad arricchire il
patrimonio della lingua parlata, come i proverbii e i
modi di dire? Ma se a nessuno riesce nuovo il suo
nome, molti non avranno idea della sua persona e non
sapranno che egli possiede quel genere di maschia
bellezza destinata a piacere alle donne ed a formare
l'invidia degli uomini. È alto, magro ed agile; ha lineamenti
nobili e puri, capelli folti e dorati come
nella prima gioventù. I suoi amici gli chieggono, scherzando,
di quale tintura si serve; ma Valdara è veramente
un miracolo di conservazione — poichè, come
ella saprà, è più vicino ai cinquanta che non sia lontano
dai quaranta. Ma il tempo passa per lui senza
offenderlo, e la sua figura è di quelle la felice armonia
delle quali muta di carattere, ma non si distrugge.
Quando le sue chiome saranno tutte d'argento, sembrerà
ch'egli abbia messo, per civetteria, una bella
parrucca — e piacerà ancora. Quando non avrà più
capelli, la sua testa parrà scolpita nel marmo pario — e
non dispiacerà. Ma veniamo all'avventura della quale
fu l'eroe.

Due anni addietro, sul principio dell'estate, egli
andò ai bagni d'Aix, dove trovò parecchi connazionali,
[pg!22]
ma nessuno di sua conoscenza. Qualcuno di quegli
Italiani, tuttavia, avendo letto il suo nome sulla lista
dei viaggiatori, lo considerava con l'occhio attento
ed un poco attonito col quale si guardano i grandi
uomini, le bellissime donne e le bestie rare. Certuni
gli gironzavano attorno, cercando l'occasione di dirgli
che sapevano chi era; ma, naturalmente nemico di
questo genere di esposizioni, Valdara evitava costoro,
ed era molto contento quando lo scambiavano con uno
dei tanti Valdara così numerosi nell'alta Italia, specialmente
col proprietario o direttore che sia del celebre
lanificio di Biella.

La corte degli uomini lo seccava; però egli faceva
la corte alle signore. Una sopra tutte gli piaceva: la
moglie graziosissima ed elegantissima d'un ingegnere
piemontese, il cui nome si omette per discrezione. Fin
dal primo giorno che costei apparve alla *table d'hôte*,
Valdara le piantò gli occhi addosso, con una persistenza
legittimata dalle occhiate rapide e frequenti che
anche ella gli rivolgeva. La sera, al Casino, uno di quei
curiosi che era finalmente riuscito ad esprimergli la
propria ammirazione e che conosceva l'ingegnere e la
moglie, lo presentò alla coppia di fresco arrivata. E,
credendo di riescirgli particolarmente gradito, si mise
a parlare di letteratura. Valdara, lieto della conoscenza
fatta, era un po' seccato da quel discorso, temendo
da un momento all'altro di sentir citare le proprie
opere o di dover rispondere alla solita incresciosa
domanda: «E che cosa ci regalerà di nuovo?» Per
fortuna il seccatore ebbe il buon gusto di non alludere
a lui; nè la signora, la quale del resto era un poco
stanca e si ritirò molto presto, gli fece gl'immancabili
ed immancabilmente stupidi complimenti.

Fin dal domani Valdara cominciò l'assedio, e con
gran piacere s'accorse che le cose si mettevano bene. Il
seccatore se ne partì, l'ingegnere stava poco bene, quindi
egli ebbe l'agio di veder spesso sola la dama dei suoi
pensieri. Una settimana dopo, ottenne di fare con
lei una passeggiata clandestina. Parlarono di tutto,
fuorchè di letteratura; anzi, non di tutto, ma d'una
[pg!23]
cosa sola. Ella indovina quale. Valdara disse alla sua
bella connazionale, con tutta l'eloquenza che gli era
consentita dall'assoluta solitudine, quanto gli piaceva — e
la sua bella connazionale se lo lasciò dire. Dopo
un'altra settimana di colloquii, di balli, di strette di
mano furtive, di baci un po' rubati e un po' concessi,
ella andò a trovarlo in camera sua. E allora, come
facilmente comprenderà, non parlarono di niente. Le
visite si rinnovarono, e furono tutte poco verbose,
perchè necessariamente brevi. Insomma, Valdara assaporava
beatamente la dolcezza dell'avventura, e come
non chiedeva null'altro all'amica, così non gli faceva
senso che neppur ella gli chiedesse null'altro.

Ora, un giorno, mentre l'aspettava, la posta gli
portò due pacchi contenenti sedici copie del suo nuovo
volume *Le Memorande*, che l'editore proprio in quei
giorni doveva diffondere per tutta la penisola. Siccome
mancava più d'un'ora al convegno, egli si mise a
scrivere le dediche su quei volumi che s'era fatti mandare
appunto per spedirli agli amici. Non aveva ancora
finito che l'uscio si schiuse e l'amica sua gli venne
incontro. Egli lasciò a mezzo le dediche e tese le
braccia alla dama, esclamando, a bassa voce, ma con
l'accento della più lieta meraviglia:

— Che piacere!... Tanto più presto!... Non vi speravo
ancora!...

Ella spiegò che una felice circostanza l'aveva lasciata
libera prima dell'ora consueta e che perciò avrebbero
potuto restare insieme più a lungo del solito.

— Ma io non disturbo?... — domandò con un discreto
sorriso, per farsi assicurare del contrario; e
Valdara:

— Voi?... Se non mi par vero?... Se m'avete risparmiato
la febbre dell'attesa!...

Accennando alla scrivania, ella soggiunse:

— Facevate però qualche cosa... — e andò a vedere.

Le copie delle *Memorande* erano distribuite in due
pile: da una parte quelle dove la dedica era già fatta,
dall'altra quelle dov'era ancora da fare; nel mezzo,
[pg!24]
aperto alla prima pagina bianca, l'esemplare dove Valdara
stava scrivendo; «\ *A Giuseppe Giacosa, fraternam*...»
Ella guardò curiosamente quei libri, prese
l'esemplare aperto e considerò un poco la dedica.

— Questo libro è dunque vostro? — domandò,
senza nessuna espressione di compiacimento o di stupore;
e Valdara, stupito invece un poco per proprio
conto, rispose:

— Si, è mio... Ne gradite una copia?...

Allora, con l'espressione di chi si sovviene a un
tratto di qualche cosa, la dama insistè:

— Dunque voi siete Valdara, il poeta?... L'autore
delle *Elegie d'autunno*?... — E naturalmente, tranquillamente,
come se il sapere che l'amico suo era
uno dei più grandi poeti della patria non gli aggiungesse
nè gli togliesse nulla, ella continuò: — *Io
avevo creduto che foste quell'altro, quello del lanificio...*

Per la verità debbo aggiungere che Valdara, quella
volta, restò un po' male.

[pg!25]




LA VEGLIA
=========


   | *Cara Contessa,*

Pare che l'avventura di Guglielmo Valdara, se
non l'ha proprio convinta, l'abbia scossa, almeno,
e indotta a dubitare di ciò che prima
asseriva con troppa fermezza. Infatti, concedendomi
che le donne stiano attente alla bellezza degli uomini
da amare più che non alla morale altitudine di essi,
ella mi domanda: «E gli uomini, allora? Che altro
cercano, se non le qualità fisiche? Che prezzo dànno
alla bontà, all'intelligenza, alla virtù? E allora oserete
fare una colpa a noi donne se la bellezza ci seduce?
Ma se noi le diamo tanta importanza, se la cerchiamo
con tanto impegno, se non amiamo senza trovarla vuol
dire, mi pare, che siamo ad essa sensibili; voialtri, invece,
non ne fate anche a meno, tantissime volte? Non
avete riconosciuto che una donna qualunque, una femmina
purchessia, è dai maschi desiderata e cercata? Dite benissimo;
ma la conseguenza che traete da queste premesse
è storta, stravagante e tutta opposta a quella
che dovrebbe essere; perchè mentre la logica dovrebbe
farvi riconoscere che gli uomini amano meno bene,
la presunzione vi fa dire che essi soli sanno amare!...»

[pg!26]
Io direi, contessa, di non ingolfarci in questo dibattito.
Tanto, è fuori di dubbio che, dopo avere versato
fiumi d'inchiostro, ciascuno s'affermerà nella propria
opinione. Sarà anche inutile tirare in ballo i grandi
scrittori passati e presenti; perchè, se Shakespeare ha
detto che «l'impronta dell'amore nel cuore delle donne
è come la figura disegnata sulla neve, che un raggio
di sole cancella,» ella mi rovescerà addosso una quantità
di moralisti, di pensatori, di poeti che dànno ragione
a lei. Dunque, lasciamola lì. Soltanto, perchè ella
non mi scambii le carte in mano — tutte le signore sono
felici quando riescono a barare al giuoco — la pregherò
di notare che noi parlavamo d'uomini e di donne,
non già di maschi e di femmine. Nella bruta ed infima
umanità, come in tutto il regno animato, l'ardenza
dei bisogni mascolini è tale, che fa passar sopra
ad ogni qualità nelle femmine da amare, mentre la
freddezza femminile ha bisogno dello stimolo e dell'eccitazione
prodotti da maschi appetibili per bellezza
o per forza. Ma questi amori meccanici sono amori
nell'umano senso della parola? Amori sono quelli delle
creature dotate di spirito, d'anima, di mente, di cuore:
or siccome il cuore, la mente, l'anima, lo spirito degli
uomini sono più vasti, più potenti, più alti, più forti
di quelli muliebri, così gli uomini amano meglio delle
donne. L'istinto inferiore potrà bensì talvolta vincerli; ma
anche allora essi trovano modo di riscattare le loro cadute.
Ella mi dice che nessuna donna va in cerca del solo
piacere, e sia come ella vuole; mentre un'infinità di
uomini, soggiunge, e non già dei volgari ma dei più
nobili, cercano un'infinità di volte «la pura — l'impura! — e
semplice soddisfazione degli appetiti;» ma
ciò che a lei par semplice non è poi tanto semplice
come le pare; e ancora quando uno di costoro si
trova in cospetto d'una mercenaria, sa ella che cosa
prova? Invece d'imaginare i sentimenti che questi uomini
possono provare in tali circostanze, ascolti piuttosto
il fatto che voglio narrarle.

Non posso dirle a chi lo debbo. Il cantastorie di
professione non avrebbe difficoltà di attribuirlo ad un
[pg!27]
personaggio fantastico, del quale foggerebbe lì per lì
il nome e il cognome; ma se così facessi mi parrebbe
di scemare la verità, di menomare il valore di questo
fatto. E mi basterebbe, per un altro verso, dire il nome
del mio confidente, che è uno dei più potenti e venerati
Principi del Pensiero, perchè ella si disponesse
a udirmi con più intensa curiosità e m'accordasse più
sicura fede; ma io non posso e non debbo dirlo: giacchè,
quand'anche l'usanza non vietasse di narrare intime
cose del Genio finchè la manchevole vita lo tiene
e quasi menoma la grandezza sua, il rispetto che ho
per gli scrupoli di questo mio grande Maestro, i quali
sono fra i più gelosi e delicati che la sensitiva Anima
abbia mai educati, mi vieterebbe di tradire la confidenza
della quale egli mi onorò. Ella si contenterà
pertanto ch'io lo chiami Protagonista, senz'altro.

Protagonista significa, secondo l'etimologia, primo
gareggiatore, ed egli era veramente alla sua prima
gara d'amore. Non aveva ancora, non che posseduta,
ma neppur vista una donna; intendo che il mistero
della forma muliebre gli era sconosciuto. E doveva
ancora compiere vent'anni, il che le dica se sentisse
ardenti gli stimoli dell'istinto. E s'era abbeverato di
poesia, il che le dica con quanto struggimento aspettasse
e sognasse d'amare. Ma il tempo passava, egli
avanzava nella vita, e la Terra Promessa non appariva.
Egli sentivasi solo, monco, incompiuto: ma la metà di sè
stesso della quale era privo, l'essere del quale aveva bisogno,
non compariva ancora. Per appagare, con l'ardente
bisogno, l'esasperata curiosità, egli non trovò di meglio
che varcare, una sera, la soglia d'uno di quei
luoghi dove si vende il Piacere, ma si compra il Disgusto.
Quanti uomini sono stati iniziati alla vita nuziale
in modo meno indegno? Pochi uomini, in verità;
tanto pochi che non è da stupire se, dopo questo primo
avvilimento, s'ode poi così spesso negare ogni ideale
richiamo nei rapporti d'amore e tutto ridurre alla soddisfazione
del cieco appetito. Ma la sete di qualche
altra cosa, se fu provata una volta, potrà mai spegnersi
del tutto, qualunque sia stato l'orror della prova? Ed
[pg!28]
ella udrà che cosa fece, per questa sete, il mio Protagonista.

Era la prima volta che aveva denaro da buttar via,
e alle miserevoli creature che annegano la tristezza nel
vino egli pagò da bere. Voleva forse annegare la sua
propria tristezza? No, non era triste; era risoluto, cosciente
di sè; aveva precisamente deliberato di fare
ciò che faceva. Pagò del vino di Sciampagna, il vino
delle cortigiane, e ne bevve anch'egli; poi condusse
con sè una di quelle sciagurate. Seppe scegliere: in
mezzo alle maschere di belletto e di cerussa, alle forme
deturpate dal vizio, alle animalesche bellezze destituite
d'ogni espressione, egli vide e preferì la figura più
umana. Denudato, il corpo della Mercenaria appariva
perfetto. Come mai, dirà ella, poteva costui giudicare
intorno a questa perfezione, se ancora non aveva visto
altre donne? Vive donne non aveva vedute; ma la
pura idea della Bellezza che l'arte miracolosa ha saputo
esprimere dalla greggia realtà gli stava da tempo
dinanzi agli occhi dell'anima; e di che senso d'arte
egli fosse e sia dotato, dissero e dicono i prestigi delle
sue opere. Quand'anche il suo giudizio d'allora non
paresse troppo attendibile perchè egli non aveva termini
di paragone, i paragoni che più tardi istituì, nel
corso d'una molto variata e sagace esperienza d'amore,
gli fecero riconoscere che non l'accesa imaginazione nè
la violenza dei desiderii conferivano a quella donna
qualità che non possedeva, ma che veramente egli si
trovò, per un caso fortunato e troppo infrequente, dinanzi
a una grande bellezza avvilita.

Dunque la sua vista pascevasi alfine del fantasticato
spettacolo, questa volta alfine non i sogni lo visitavano;
materiata di elastiche polpe e di purpureo sangue, palpitante
di vita, docile e pronta gli stava al fianco una
donna, la Donna. Perchè, dove ogni altro avrebbe visto
una femmina, il Protagonista, dimentico del luogo
che l'accoglieva e del mestiere che vi esercitava, o non
dimentico, anzi cosciente di queste cose, vedeva e sentiva
che, nonostante, la creatura distesa accanto a lui
era la creatura aspettata e promessa, il sospiro delle
[pg!29]
sue solitarie notti, il bisogno della sua monca esistenza;
vedeva e sentiva che, qualunque fortuna l'avvenire gli
potesse serbare, mai più egli sarebbe riuscito a dimenticare
la turbata meraviglia, il piacer trepido e quasi
pauroso del quale era pieno in quell'iniziale momento.
Di chi la colpa, se la prima donna ch'egli aveva al
fianco non era una vergine come lui ignara e turbata,
ma una mercenaria? Non di lui, non di lei. La colpa
era degli uomini, delle loro dure leggi, o piuttosto
della più dura, dell'iniqua e incorreggibile legge della
vita. E un bisogno di ribellarsi alla stolta logica umana,
di giudicare con la sua mente e col suo cuore, dall'alto;
di correggere la tristezza della profanazione che
questa vita gli faceva commettere; e una tenerezza pietosa
per la sciagurata che gli s'offeriva, e un istinto
di nobiltà e di rispetto dal quale ella potrà giudicarlo;
il cumulo di queste e d'altre ragioni non bene precise
nella sua coscienza, lo indussero... a che cosa? A restare
tutta una notte con la mercenaria, senza toccarla.

Ella sa l'usanza della cavalleria, ai tempi andati: un
libro immortale, il romanzo di Don Chisciotte, l'ha
fatta nota a chi meno s'intende delle cose della Tavola
Rotonda. Il giovane signore, prima che fosse armato
cavaliere, doveva passare tutta una notte vegliando
l'arme. Rammenta ella la scena che descrive Cervantes?
Don Chisciotte, raccolti e indossati i pezzi spaiati
d'un'arruginita armatura, li dispone entro una pila,
accanto a un lavatoio, nel cortile d'una taverna: per
l'imaginoso hidalgo della Mancia quegli oggetti in quel
luogo si trasformano prodigiosamente, sono il più forbito
e prezioso arnese nella chiesetta del più signorile
e potente castello; la qualità reale delle cose sfugge
ai sensi del sognatore: l'anima sua accesa dalla bellezza
conferisce a tutto le qualità desiderate. Come
l'eroe leggendario, il Protagonista non vide, dimenticò,
volle ignorare la mercenaria e la suburra: egli si sentì
come dinanzi a una Sposa, e come dinanzi a una Sposa
restò timido e trepidante.

Ella sorride; anzi non sorride, deride. Ella pensa
un bisticcio e dice tra sè che anche questo mio Cavaliere
[pg!30]
fece una «trista figura.» Io debbo disingannarla.
Certo non è raro che il morale turbamento impedisca
le operazioni dell'istinto, ed è vero che il segno
del massimo amore consiste nel non potere temporaneamente
amare. L'amor proprio, che si caccia dovunque,
rende insoffribile agli uomini il fiasco stendhaliano
che invece suol essere molto lusinghiero all'amor
proprio delle donne. Ne godono esse perchè è sintomo
del sentimentale invasamento, o non piuttosto perchè,
l'amore essendo fatto di odio e l'abbraccio dei due
amanti somigliando troppo alla lotta di due nemici, le
sconfitte e le mortificazioni dell'uno sono naturalmente
vittorie ed esaltazioni dell'altra? Lasciamo che ciascuno
risponda a suo modo: il fatto è innegabile, e una donna
molto esperta, ad un amante che, per assicurarla dell'amor
suo, le rammentava la foga del primo amplesso,
ebbe ragione di dire: «\ *Ciò non prova nulla, al contrario!...*»
Ma, per tornare al nostro soggetto, tutt'altro
fu il caso del Protagonista. Non i sensi gli disobbedirono,
ma egli stesso si dominò. A cogliere il frutto
delizioso egli era pronto; niente e nessuno gl'impediva
d'assaporarlo, fuorchè la sua propria volontà. Egli non
doveva metter opera ad eccitarsi, come accade a coloro
cui manca d'improvviso l'ardire; al contrario, faceva
di tutto per domarsi, per resistere a un impulso
veemente.

E comprende ella lo sbalordimento di quella donna?
Alla sciagurata per cui le fantasie dei clienti erano
leggi, qual altra fantasia dovè far sospettare quel nuovo
contegno? Per un poco si sforzò di comprenderlo, invano;
perchè se il Protagonista racconta ora quella
sua avventura a chi è capace d'intenderla, non poteva
allora aprire alla mercenaria l'animo suo. Che stranezza,
è vero? E come stranezze simili sono frequenti
in più degni amori! Una donna c'ispira uno
scrupolo ideale, ci fa provare un sentimento raro e
ineffabile, ci procura impressioni insolite e squisite;
noi l'amiamo per questo, l'amor nostro è fatto di questo...
e non possiamo aprircene con lei, perchè sentiamo
che non c'intenderebbe; e, ciò sapendo, continuiamo
[pg!31]
ad amarla... Che cosa prova questo fatto, se
non che l'amore è un impulso prepotente ed una fioritura
miracolosa soltanto nei sensi e nel cuore degli
uomini? Se la Mercenaria non poteva comprendere lo
scrupolo di rispetto e il bisogno di nobiltà che tormentavano
il Protagonista, quante altre donne comprendono
la poesia che a loro insaputa suscitano nel
cuore dei loro amanti? E di quasi tutte non si potrebbe
dire ciò che un Poeta disse di una:

   | Ce que j'aimais, en toi, c'était ma propre ivresse;
   | Ce que j'aimais, en toi, je ne l'ai pas perdu.
   |
   | Ta lampe n'a brûlé qu'en empruntant ma flamme.
   | Comme le grand convive aux noces de Cana,
   | Je changeais en vin pur les fadeurs de ton âme,
   | Et ce fut un festin dont plus d'un s'étonna.
   |
   | Tu n'a jamais été, dans tes jours les plus rares,
   | Qu'un banal instrument sous mon archet vainqueur,
   | Et comme un air qui sonne aux bois creux des guitares,
   | J'ai fait chanter mon rêve au vide de ton coeur...

La mercenaria, rinunziato a capire il capriccio del
nuovo cliente, finì col prender sonno. Ella dormì fino
all'alba stupidamente serena. Il Protagonista, il Poeta,
l'Uomo, vegliò, si tormentò per vegliare, senza toccarla,
la Forma della Bellezza, per non profanarne la prima
rivelazione, per fare di quella notte, che doveva essere
una stupida orgia, un puro ricordo. All'alba si levò,
baciò in fronte la mercenaria, e andò via.

[pg!33]




IL SOSPETTO
===========


   | *Amica mia,*

Siamo alle solite! Noi non riusciremo a metterci
d'accordo mai. Non neghiamo i fatti,
non ne disconosciamo il significato, ma diamo
ad essi un diverso valore: ciò che io considero come
regola, a lei pare eccezione, e viceversa.

E se provassimo un poco a rammentarci di quel
precetto secondo il quale ogni eccezione è conferma
della regola? Ecco qui, per esempio: ella se la prende
un'altra volta con me perchè «sfondo le porte aperte.»
Dovendo provarle che, in amore, gli uomini mettono
sentimenti rari, forti, delicati; dovendo darle una prova
della poesia con la quale essi sanno condire le cose
meno poetiche, le ho narrato l'avventura d'uno dei
più insigni poeti, di un Principe del Pensiero. «Che
Sua Altezza sia tant'alta non è da stupire! Ma per
un Principe capace di fare ciò che m'avete riferito,
che spaventevole numero di borghesi bassissimi ed infimi
i quali non amano — cercate un'altra parola! io
non voglio profanar questa usandola a tale proposito! — se
non nei luoghi dove il vostro cavaliere fece la
[pg!34]
veglia dell'arme? Invece le donne capaci di soli amori
d'epidermide esistono, sì; ma sono, per buona sorte
e ad onore del nostro sesso, tanto poche che, quando
ne trovate qualcuna, voi la considerate come un'inferma
degna non solo di compatimento ma anche di cure.
Senza un qualche morale richiamo — e siano pure,
come voi dite, quelli poco morali della vanità e della
curiosità — le donne non capiscono ciò che voi altri
capite troppo bene. Molte volte, è vero, il sentimento
della pietà le spinge ad appagare i loro amanti per
farne cessare le pene, per vederli lieti e felici; molte
volte ancora l'idea di padroneggiarli, di farne quel
che vogliono, le riduce a fare ciò che vogliono essi;
ma sia l'idea di un dominio da esercitare, sia la commozione
pietosa, siano gli eccitamenti della curiosità,
siano le soddisfazioni di vanità procurate dall'adulazione
mascolina, bisogna che almeno un'idea, se non
proprio un sentimento o un affetto, le persuada e le
pieghi. Senza di ciò, state pur certo che tutte saranno
dell'opinione della duchessa d'Orléans....»

Se ella pone così la quistione, io le dirò, contessa,
che sono del suo parere e che non abbiamo più bisogno
di discutere. Che le femmine animali siano fredde
e si possano considerare addirittura come ghiacciate
a paragone dei maschi ardentissimi, è un fatto che la
storia naturale dimostra fino all'evidenza. Che l'ardore
dei sensi sia estremo negli uomini, e che i sensi muliebri
non ardano come fiamma, ma covino piuttosto
come brace sulla quale occorre soffiare perchè dia
vampe e riscaldi, lo abbiamo già detto, nessuno lo
mette in dubbio e non accade più dimostrarlo. Ma
perchè nella costituzione dei sessi corre questa differenza
innegabile, dovremo noi dire, come a lei piace,
che tutte le donne sono come la duchessa d'Orléans?
Dichiarava costei che quella di fare i figliuoli è «une
vilaine, sotte et dangereuse chose qui ne m'a jamais
plu». Ma se ella mi concede che, a parte le differenze
araldiche, una marchesa vale, come donna, quanto una
duchessa, io le riferirò l'opinione della marchesa di
Richelieu, la figlia della duchessa di Nevers. «Tous les
[pg!35]
romans qui paraissent,» diceva dunque la marchesa di
Richelieu all'abate di Grécourt, «sont bien denoués
d'évènements piquants; si j'écrivais ma vie, vous verrez
bien d'autres aventures. Par exemple, en allant un jour
à la campagne, je fus arrêtée dans un bois, loin de
tout secours, par un voleur. Mes gens prirent la fuite;
quand il m'eut bien volée, le galant s'avisa de me
trouver belle et, en conséquence, il fallut passer par
ce qu'il voulut; il demandait d'une façon si pressante
et si tendre — avec un pistolet à la main — qu'il
n'y avait pas le moyen de le refuser. Eh bien, l'abbé,
croirez-vous bien qu'il y eut un moment où je ne pus
m'empêcher d'écrier: *Ah! charmant voleur! Oh! voleur
charmant!...*»

Bisogna credere, è vero? alla narratrice; perchè la
sua confessione è di quelle che, per universale consenso,
recano pregiudizio alla reputazione di una donna;
ma se l'avventura le pare poco persuasiva come troppo
romanzesca, io glie ne narrerò un'altra assolutamente
autentica. Il fatto è successo in Sicilia ed è per molti
rispetti caratteristico dei costumi isolani.

C'era una volta un avvocato, giovane, nè bello nè
brutto, eccessivamente barbuto, con due occhi che parevano
cinti di fiamme, il quale s'era innamorato a
modo suo d'una buona e bella signora, lontana sua
parente. Dico che s'era innamorato a modo suo, perchè,
senza parlarle mai d'amore, non pensava ad altro
che ad averla. È pur vero che se non le parlava
d'amore ciò dipendeva dalla difficoltà di parlarle d'una
cosa qualunque. Ella avrà sentito dire che laggiù i
mariti sono molto gelosi; e se pure, a suo giudizio,
gli uomini sentono tutti ad un modo, non mi negherà
che la diversa latitudine sotto la quale vivono eserciti
una certa influenza almeno sui costumi; ora in Sicilia,
se la gelosia non è più fortemente sentita, è certo che
i gelosi hanno maggiori mezzi di garentirsi. La libertà
che le signore godono nel mondo un po' cosmopolita
delle grandi città continentali è ignorata nell'isola
rude e mezzo selvaggia; la casa maritale ha ancora
molto dell'*harem* dove nessun altro fuorchè il signore
[pg!36]
può penetrare. A poco a poco la civiltà occidentale
distrugge queste tradizioni, specialmente nelle classi
più alte; ma il caso che un uomo innamorato non
possa trovar mezzo d'accostare la donna amata, anche
innocentissimamente, nè in casa di lei, nè in casa altrui,
nè per istrada, nè in chiesa, è tutt'altro che raro. Il
nostro avvocato, però, vedeva di tanto in tanto la signora
da certe comuni cugine. Tutte le volte che la incontrava
lì, i suoi occhi mandavano vampe più fosche.
Ella era una di quelle donne semplici e pudiche che,
dal modo col quale si vestono al modo col quale guardano — o
meglio, non guardano — tolgono ogni speranza
ai seduttori. Aveva il viso bianco, quasi pallido,
un po' magro; i capelli nerissimi, raccolti in una treccia
attorcigliata sulla nuca; le forme modeste, l'aria dolce
e serena. L'avvocato struggevasi, arso, disperato; quando
un giorno, andato da quelle sue parenti e non trovatele
in casa, la vide apparire mentre egli stava per
andarsene. Veniva a cercare anch'ella delle cugine, e
udendo che non c'erano si disponeva a tornarsene indietro
dopo essersi riposata un istante; ma l'avvocato
concepì repentinamente un piano di aggressione. Mandata
via la persona di servizio con un pretesto qualunque
e chiuso a chiave l'uscio, si gettò ai piedi della donna.
Ella s'alzò, gridando dalla paura, tentando di sfuggirgli.
Ma l'altro che — come quasi tutti i suoi conterranei — portava
sempre a spasso il revolver, lo cavò
di tasca e ne diresse la canna contro il petto dell'inerme
e debole creatura. Consideri dunque: abbiamo qui una
donna naturalmente casta, alla quale non è stata detta
una parola d'amore, che si vede aggredita inopinatamente
e selvaggiamente, che è minacciata di morte;
alla quale il disgusto, l'orrore, il terrore, tolgono quasi
i sensi. Orbene: quando l'avvocato la ebbe, con mezzi
così eloquenti, persuasa a udire ciò che aveva da dirle,
ella rimase muta e sorda; ma quando egli, non contento
di una prima.... dichiarazione, la ripetè con nuova
lena, ella si riscosse, e la terza volta anche gli rispose....

[pg!37]
Ella nega ancora, dice che tutto ciò non prova
niente. E io le dirò che, prima di credere alle donne
che dichiarano di sentire repugnanza per l'amor fisico,
bisogna aspettare di vederle in presenza di un Ottavio
di Malivert. E siccome ho cominciato con le storielle,
eccone subito un'altra.

Personaggi: Lui e Lei. Lui faceva la corte a Lei.
Dicendo *corte*, non adopero un'espressione molto propria,
perchè essa implica l'idea d'una certa tal quale
disinvolta leggerezza, poco compatibile con la passione
vera. E Lui amava Lei appassionatamente. Era un uomo
d'affari; ma, giovanissimo ancora, le cifre ed i conti
non gli avevano tolto il bisogno e la capacità d'un
puro affetto. Lei non era alle prime armi; anzi molto
sinceramente soleva dire che con i grandi lavoratori,
con gli artisti, con tutta la gente che ha poco tempo
da perdere, non bisogna eccedere nella resistenza. Tuttavia,
quanto più era abituata a cadere, tanto più
aveva bisogno di dimostrare agli altri ed a sè stessa
che solo l'irresistibile slancio dell'anima determinava
le sue molteplici cadute; quindi, benchè disposta, per
dirla col gergo legale, ad affrettare i termini, pure
recitava la commedia del sentimento e allontanava il
momento della capitolazione. Ciò le riusciva tanto più
facile, quanto più sincero era l'amore che il giovane le
portava. Non sapeva costui adoperare se non il linguaggio
della più devota e disinteressata passione; e le confessava
la passione sua con tanti riguardi e scrupoli,
che ella temette veramente d'essersi mostrata troppo
crudele e d'aver tolto ogni ardire a quel poveromo
parlandogli troppo del cielo, delle stelle, delle anime
erranti e degli angelici sponsali. Pensò dunque che le
convenisse scendere un poco verso terra perchè egli
non dimenticasse che entrambi erano di carne.

E infatti, quando, senza offrirgli nulla, ella gli suggerì
l'idea di prendere tutto — arte della quale ogni
donna è maestra — egli tentò, delicatamente, timidamente,
di prendere non tutto, ma qualche cosa; proprio in quel
punto, pensando che un ultimo conato di resistenza
non era fuori di posto, ella si ritrasse, come crucciata.

[pg!38]
Una parte degli uomini sono brutali per paura di
parer timidi; l'altra parte sono timidi per paura di
parer brutali. Il nostro eroe apparteneva a questa seconda
categoria. Lasciò pertanto a mezzo i suoi tentativi
ed implorò perdono, giurando che non le avrebbe
chiesto nulla, mai più, pago e superbo della felicità
di saperla, con l'anima, sua.... Però, com'è naturale,
la visione di ciò che avrebbe potuto ottenere se ella
non fosse stata tanto severa gl'impedì di continuare
a contentarsi della troppo spirituale comunione; e violentemente
combattuto dai nuovi desiderii e dal timore
di mancare alla data promessa e di offendere la creatura
amata, un bel giorno prese una decisione che le
dimostrerà fino a che segno egli fosse sincero e starei
per dire ingenuo nella sua passione: fece le valige e
partì.

Imagini adesso lo stupore e la contrarietà della
dama! Ella s'era dunque mostrata tanto inumana da
spingerlo a quel passo estremo? Più esaminava la propria
condotta, più si persuadeva di no. Aveva opposto,
è vero, qualche difficoltà, ma — Dio buono! — soltanto
per non essere confusa con quelle donne che
non ne oppongono per professione. Allora?... Che il suo
adoratore fosse talmente innamorato da perder di mira
il fine ultimo dell'amore, ella non poteva capire; nessuno
aveva spinto con lei il rispetto fino a questo segno;
neppure quando, più pura, ella ne era veramente
degna. Allora?... Allora?... Del resto, egli aveva fatto,
sì, un primo ed unico tentativo; ma con tanta fiacchezza,
come per darle il tempo d'interromperlo. Allora?...
Allora?... Allora?...

Ma ella avrebbe presto ottenuto la spiegazione dì
quella condotta! Prima di partire, il troppo rispettoso
e obbediente amatore le aveva lasciato una lettera nella
quale, con adeguate parole, le diceva che non l'avrebbe
più riveduta, che fuggiva non reggendo al tormento
di dover stare dinanzi a lei come dinanzi a un'imagine;
ma che viceversa avrebbe portato l'imagine di
lei nel cuore, sempre, fino alla morte. Ella gli rispose
con poche parole, semplici, ma molto eloquenti: «Non
[pg!39]
è permesso lasciare una donna così, dopo averle tolto
la pace dell'anima. Tornate subito e venite a spiegarvi.
Dopo, farete quel che vorrete.» E per evitare altri
equivoci aggiunse: «Vi aspetterò a casa mia, il giorno
tale, all'ora tale; ci sarò per voi solo.»

Egli tornò. E il giorno tale, all'ora tale, si presentò
da lei. Il cuore gli batteva così forte come se gli si
volesse schiantare, i suoi occhi guardavano senza vedere;
e con la gola strozzata il poveretto non sapeva
come avrebbe potuto dire una sola parola. Aveva
creduto di non più rivedere l'amata, e adesso era
sul punto di trovarsela accanto. Che cosa dirle? Doveva
confessarle il disperato dolore sofferto nel prendere
la risoluzione disperatissima, il vuoto che gli
s'era fatto intorno lontano da lei, l'orrore d'una vita
alla quale era mancato a un tratto ogni scopo?... Ma
se egli sentiva di dover dire queste cose, le sue labbra
erano suggellate; e appena la vide, appena strinse la
mano che ella gli tendeva, non potè più dominare la
commozione: due lacrime gli spuntarono sugli occhi.
Allora, senza tante storie, ella gli buttò le braccia al
collo, esclamando:

— Ma dunque?... Perchè?... Perchè partire? Perchè
lasciarmi?... — e come meglio gli venne fatto, rispondendo
agli abbracci ed ai baci di lei, egli disse tutto
quel che aveva nel cuore. Allora il duetto divenne un
*a due* di passione impetuosa e trionfante che avrebbe
riscosso gli applausi della platea, se simili scene si rappresentassero
in pubblico; ma nel momento che il tenore
doveva metter fuori la nota più acuta, sentì mancarsi
improvvisamente la voce e fece quel fiasco che, secondo
Stendhal, è, alle prime rappresentazioni, troppo frequente.
Tuttavia, se la commozione gl'impedì di
sfoggiare i suoi mezzi, più tardi, calmatosi, egli tornò a
disporne.... e da quel giorno la coppia felice restò legata
dal più dolce nodo.

Passò del tempo, e col tempo, come accade di tutte
le cose di questo povero mondo, la passione di lui
cominciò a intepidirsi, ma restò sempre forte il desiderio.
Poichè egli era sincero, la cosa fu manifesta;
[pg!40]
mentre ella, che avea finto prima, continuava con
eguale facilità a fingere dopo e a non giurare se non
sopra l'immateriale connubio dell'anime. Egli voleva
farle riconoscere che anche l'altro ha del buono, ma
tutto era inutile.

— No, — sentiva rispondersi, — non mi parlare di
ciò; mi fai male. Per noi donne esistono soltanto le
ragioni del cuore e dell'anima; ci rassegniamo al resto
non potendo fare altrimenti; ma se voi foste capaci
d'intenderci, come saremmo felici!...

Allora egli replicava:

— Perchè mai dunque mi richiamasti, quando partii?

— Perchè non si lascia una persona amata nel barbaro
modo col quale tu mi lasciasti! Perchè volevo
vederti un'ultima volta!

Egli dunque disperava di farle riconoscere ciò che,
nel suo intimo, colei doveva riconoscere indubbiamente;
quando una volta, discorrendo del passato, si decise a
domandarle una cosa della quale era curioso, ma che
aveva taciuta perchè non lusingava il suo amor proprio.
La domanda era questa: che cosa aveva ella pensato
la prima volta che erano stati insieme, quando,
nel provare il duetto d'amore, sul più bello gli s'era
abbassata la voce?... Ella si mise a sorridere, ma non
volle dir niente; e l'altro dovette insistere un pezzo
prima di sentirsi rispondere:

— Pensai.... pensai che tu non ne avessi molta....

Egli reprimeva un trionfale scoppio di risa. Dunque,
mentre era fuggito per troppo rispetto, per troppa
obbedienza, per troppo amore, torturandosi all'idea di
averla perduta, d'averla voluta perdere, ella aveva creduto....
che cosa?...

— Che cosa credesti, dunque?...

Candidamente ella rispose:

— Eh! dissi tra me: è dunque scappato perchè non
può cantare!...

[pg!41]




LA CERTEZZA
===========


Io le ho riferito nella mia precedente lettera,
cara ed ostinata amica, un fatto il quale dimostra
come le donne che giurano soltanto
sull'amore-sentimento restino male quando temono di
doversene unicamente appagare. La protagonista della
mia storiella, spettatrice della momentanea debolezza
dell'amico suo, non pensò già, come sarebbe stato naturale
e come infatti era, che questa debolezza dipendesse
dalle morali commozioni che, secondo voleva dare
a intendere, le importavano sopra ogni cosa; ma andò
invece fino a sospettare che fosse indizio d'una troppo
frigida costituzione! Mi vuol ella concedere che questo
sospetto rivela il disinganno provato dalla poco sincera
amatrice? Tanto costei aspettava quelle realità dell'amore
sdegnate a parole, che, per un breve indugio, ne
credè incapace l'amico. Costui potè dimostrarle presto
l'inganno e poi la confuse; ma che cosa sarebbe avvenuto
se il sospetto di lei fosse stato certezza? Possiamo
noi imaginare i pensieri, i sentimenti, gli atti
e le parole d'una donna la quale scoprisse che l'uomo
amato.... non è uomo?

Ella dirà che un caso simile non si può dare perchè
i disgraziati nativamente o casualmente immeritevoli
del nome di uomini non amano, o pure amando
[pg!42]
sono prudenti ed evitano le occasioni di rivelare la
specialissima natura della loro passione. Ella s'inganna.
Certo, se questi uomini — chiamiamoli così tanto per
intenderci — sapessero che la loro incapacità è senza
riparo, farebbero come ella dice. Ma è molto difficile
che le prove più evidenti li convincano; poichè, avendo
fallito ieri e fallendo anche oggi, essi possono credere
di valer meglio domani. Ho bisogno di rammentarle
che le leggi civili e le religiose consentono la dissoluzione
del legame matrimoniale quando il matrimonio
non potè essere consumato? Le leggi non prevedono
casi ipotetici, provvedono anzi ai casi reali; e debbo
io raccontarle qualche successo di questo genere per
dimostrarle come vi siano uomini che non avendo potuto
percorrere le vie già aperte e molto battute, si
sono stimati capaci di aprirsene una nuova? Poichè
lo sdegno di dissetarsi a una tazza che serve a tutta
la folla può togliere realmente la voglia di bere,
costoro hanno spiegato con lo schifo la loro ritrosia
dinanzi alle mercenarie, e si sono legati ad una vergine
con la quale hanno continuato a ritrarsi. Se la
presunzione di valere, nonostante le reiterate sconfitte,
quanto ogni altro uomo, spinge questi incapaci al
matrimonio, cioè ad un atto gravissimo, al più grave
atto della vita, vuol ella che s'arretrino dinanzi a un
meno serio impegno? Se dunque costoro sposano le
vergini e richiedono d'amore le donne fatte, io torno
alla mia domanda e dico: c'è forza di fantasia che
possa ricostruire lo stato d'animo di queste donne e
di queste spose quando i millantatori restano smascherati?

Ella sa che i romanzieri naturalisti procedono per
via di documenti umani, cioè di osservazioni precise,
di confessioni sincere, di testimonianze irrecusabili.
Ecco uno dei casi nei quali il loro metodo è solo buono.
Nè mi dica che fanno meglio i romanzieri romantici
tacendo di queste miserie. Sono miserie umane, e
niente di ciò che è umano dev'essere indifferente all'artista.
Non creda che soltanto i lettori e le lettrici
preferiscano i soggetti belli, nobili e grandi: lo scrittore
[pg!43]
è un uomo come gli altri, e la bellezza, la nobiltà,
la grandezza lo seducono come seducono i suoi
simili; ma, se per obbedire al proprio istinto egli dovrebbe
scegliere e sceglie infatti più volte gli argomenti
allettanti, il suo dovere di storiografo della vita,
di anatomista del cuore, di esploratore del vero lo
spinge anche a trattare gli argomenti repugnanti. Il
soggetto del quale discorriamo è del resto repugnante
senz'altro? Non può esso ispirare un tragico interesse?
Non è una tragica storia quella di Ottavio di Malivert
che Stendhal ci narrò?... Ne ho anch'io una da parte,
più breve e meno triste; e come ella ha già compreso,
le ho scritto questo lungo prologo perchè mi conceda
di raccontargliela.

Una dama che conosciamo io e lei, ma della quale
mi permetterà di tacerle il nome — tanto più che non
le sarà difficile indovinarlo — conobbe un giorno, in
una città di questo mondo, un capitano di cavalleria,
signore di nascita, avvenente della persona, stimato
dai superiori, bene accolto in società. Il nome di questo
qui non glie lo dirò per un'altra ragione, per la
ragione opposta, cioè che ella non lo conosce. Lo nominai
una volta, in presenza di lei, ed ella mi disse
di non sapere chi fosse. Dunque: capitano in Piemonte
reale; bande e manopole rosse; in testa quel
lucente elmo che per l'elegante sagoma è il copricapo
più sospirato dai giovani ufficiali italiani — e Massimo
d'Azeglio, nei suoi *Ricordi* ne dice qualcosa. Il
capitano aveva la statura di un corazziere, baffi biondi
e serici, capelli, ahi, pochi capelli; ma le fronti nude
non sembrano chiudere un pensiero molto profondo e
una larga esperienza della vita? Moralmente egli era
serio, quasi malinconico; intellettualmente coltissimo:
ma nonostante la coltura, gli studii e la serietà, ricercava
le amabili compagnie, dove il suo nome, le
sue belle maniere, la vantaggiosa presenza e la solida
reputazione lo rendevano generalmente simpatico. E
molto simpatico riuscì veramente alla dama di cui
voglio parlarle. Costei, che da sua parte è ispiratrice di
grandissima simpatia, s'accorse d'aver fatto colpo sul
[pg!44]
capitano; ma forse nulla sarebbe accaduto fra loro, se
qualcuno non l'avesse particolarmente complimentata
per essere riuscita a sedurre quell'uomo, il cui gusto
doveva essere molto difficile, giacchè nessuno gli conosceva
ancora un'amante. Ciò le provi, mia cara
amica, come nell'amore entri quasi sempre, per non
dire proprio sempre, una buona dose di vanità. L'idea
d'essere apprezzata dal capitano, così sdegnoso di bellezze
se non maggiori — la vanità poteva farle riconoscere
d'essere meno bella delle altre? — certamente
diverse, quest'idea lusinghiera la dispose a dimostrargli
in cambio un interesse e un'attenzione che altrimenti
non avrebbe forse accordati.

Di questa sua e mia amica nessuno ha mai potuto
dir nulla di male. I soliti maligni e le non meno solite
maligne si sono provate a sospettarla, ma il motto
famoso è stato questa volta fallace: hanno calunniato,
hanno calunniato, e niente n'è rimasto. Alla
serietà di quella dama la serietà del capitano doveva
pertanto necessariamente piacere. Se non gli si conoscevano
amanti, ciò voleva dire che, rifuggendo dagl'indegni
legami, dai capricci fugaci, egli serbava il suo
cuore a una forte, a una grande, a un'immortale passione.
Era tanto più naturale che costei spiegasse in
tal modo l'austerità della vita del militare, quanto che
ella stessa era austera per la stessa ragione. Dica pure,
cara contessa, che sono troppo scettico; ma io credo
che, come nell'amore entra una dose stragrande di
amor proprio, così l'astensione dall'amore il più delle
volte non è suggerita tanto dalla virtù quanto da una
vanità estrema: chi non ama è colui che non crede
nessuno degno dell'amor suo. Ora, se quella dama pensava
che il capitano era passato indifferente nella vita
per l'anticipata certezza di non poter trovare chi fosse
capace d'intenderlo, ella già prevede che cosa doveva
accadere dopo il loro incontro: la dama dovè credere
d'essere per lui — e d'aver trovato in lui! — l'anima
sorella e l'essere predestinato.

Così avvenne realmente. Il capitano espresse il suo
sentimento alla dama, e trovò parole così rispettose,
[pg!45]
le diè prova d'una discrezione così reverente, che ella
vide confermate le proprie imaginazioni intorno alla
nobiltà dell'animo di lui, e non trovando più ragione
di sottrarsi all'amore, si lasciò finalmente andare alle
dolcezze troppo lungamente rifiutate. Corse una stagione
molto felice, specialmente per lei. Una causa di
discordia, in amore, ciò che avvelena l'amore più fortunato
è quella specie di contrattempo morale per il
quale gli stati d'animo dei due amanti non coincidono:
se l'uomo supplica e la donna resiste, se la donna cede
e l'uomo trionfa, ciascuno dei due amanti proverà gli
stessi sentimenti dell'altro, ma in tempi diversi, anzi
con ordine inverso. Il puro affetto, l'onesta amicizia
non solamente bastavano alla dama, ma erano il
suo desiderio e il suo sogno; appunto per la sfiducia
di poterli mai ottenere ella s'era difesa contro
le tentazioni quotidiane. Noi abbiamo detto, mia cara
amica, che le donne non sono, generalmente parlando,
ardenti: ma se la media di esse sta, poniamo, a una
temperatura di 10 gradi — essendo 30 quella degli
uomini — alcune salgono fino a 15, altre scendono
a 5. La nostra protagonista è fra quest'ultime. Suo
marito, rompicollo famoso, la disgustò dell'amore rivelandogliene
alcuni modi dei quali gli uomini sono
ingordi ma che le donne non capiscono se non in
circostanze molto rare d'ardore sensuale. Separata
dal marito, visse lungamente nella castità; e l'amor
casto le era, come si dice in matematica, tutt'in una
volta necessario e sufficiente. Ma un uomo poteva lungamente
sopportarlo? Ella era casta, ma non sciocca;
e comprendeva che la sua propria soddisfazione doveva
costare all'amico suo: vedendolo avido di prenderle
la mano, di baciarle la bocca, di stringerla al
petto, ella temeva che un giorno o l'altro non si sarebbe
più frenato, che il purissimo incanto si sarebbe rotto; e
ne gemeva, e i suoi gemiti arrestavano il riguardoso
amante; al quale ella pensava che un giorno avrebbe dovuto
pur cedere, ma era frattanto grata della discrezione.
Ora, l'inverno scorso, quando le cose della Colonia
Eritrea si guastarono e tutti in Italia trepidavano
[pg!46]
per la sorte dei nostri bravi che avevano chiesto ed
ottenuto di andare a battersi laggiù, si sparse la voce
che il capitano... — or ora lo nominavo! — era stato
destinato, non si sapeva se dopo sua domanda o per ordine
superiore, ai presidii africani. La dama seppe
questa notizia da una sua amica, presso la quale si
trovava con altre due o tre signore. Giudichi ella come
rimanesse all'annunzio! Era possibile che egli avesse
voluto lasciarla? Se il decreto non era stato da lui stesso
sollecitato, non avrebbe potuto ottenerne la revoca? Ciò
non era possibile, in tempo di guerra: egli si sarebbe
disonorato, neppur ella poteva consigliargli tanta viltà.
E se anzi egli aveva chiesto di partire appunto per
non poter più resistere alla resistenza di lei? Perciò
dunque non glie ne aveva detto nulla, e le toccava udir
la notizia da altre persone?... Questi dolorosi pensieri
occupavano talmente la poveretta, che ella non aveva
più udito ciò che le amiche dicevano vicino a lei. Una
delle dame più commosse al pensiero del destino serbato
agli ufficiali d'Africa, aveva detto che, se la guerra
è sempre cosa triste, tristissima è laggiù, tanto lontano
dal proprio paese, in regioni deserte, contro orde selvagge
ed ignare di quelle leggi d'umanità che nelle
lotte più accanite tra popoli civili vigono ancora.
Un'altra soggiungeva che ciò sarebbe stato quasi
nulla senza l'orrore di certe mutilazioni alle quali erano
sottoposti i morti, i feriti e gli stessi prigionieri; allora
una terza, con un sorriso che le parrà, mia cara contessa,
intempestivo, ma che è troppo naturale, osservò
che il nostro capitano era assicurato contro questo pericolo.
E con nuovi sorrisi un'altra confermò che, infatti,
egli non aveva nulla da perdere...

La dama, assorta nei gravi e molesti pensieri, aveva
ricominciato a porgere ascolto udendo il nome di lui;
ma, sul principio, era rimasta senza comprendere.
Che volevano dire?... Quando il senso dell'osservazione
fu precisato, ella avvampò. Di sdegno, di vergogna,
di dolore? Contro quelle donne, contro di lui,
contro sè stessa? Non avrebbe saputo dirlo. Certe
commozioni sono d'una natura così complessa ed ambigua,
[pg!47]
che solo un'attenta indagine può rendercene
conto; ma l'indagine vuol tempo e la commozione è
fulminea. Dominandosi per non darne spettacolo alle
ciarliere, ella andò via senza saper bene che cosa facesse,
dove fosse diretta. Fuori, all'aria aperta, la subitanea
impressione parve sedarsi; ma come, dopo la
tempesta, la superficie del mare sembra tranquilla,
mentre tutta la massa dell'acqua è ancora in movimento,
così la sua mente ancora tumultuava. Quelle pettegole
avevano mentito? Leggermente, come irresponsabili,
perchè le faceva ridere, avevano ripetuto una voce bugiarda
che qualche malevolo aveva messo in giro?
Perchè il capitano faceva una vita diversa dagli altri
uomini, da quasi tutti gli uomini, gli scapestrati, i viziosi,
gl'invidiosi, gl'incapaci di castità avevano malignamente
messo in giro la voce bugiarda?... Ma simili voci si
possono propagare ed ottengono credito se non hanno
fondamento?... E se era vero? Se il capitano aveva chiesto
d'andare a combattere e a vincere in Africa per non
aver da patire una sconfitta in Europa? Perciò, dunque,
la rispettava e la obbediva? Mentre fingeva d'obbedirla
a malincuore, pensava di fuggire per evitare
che il nessun merito della sua obbedienza fosse evidente?...
No! non era possibile! Se egli avesse provato
questa paura, perchè avrebbe cominciato a parlarle
d'amore, a richiederla d'amore? Lo aveva forse ella
sollecitato a dichiararsi? Gli aveva ella detto di amarla?...
No, non era possibile!... Eppure?... Il dubbio così tenzonava
nella sua mente; e, senza ch'io insista, ella già
vede che non mancavano presunzioni a sostegno delle
due ipotesi. Come uscire dal dubbio?

Il mezzo non mancava. La prima volta che si trovò
sola con l'amico, senza aspettare che egli parlasse, la
dama lo prese per ambe le mani e figgendogli gli occhi
negli occhi:

— È vero che andate in Africa? — gli domandò.

Il capitano, quasi cascando dalle nuvole, negò risolutamente.

— Avevo dunque ragione? E' impossibile! Mentiscono!...
Voi resterete con me?...

[pg!48]
— Con voi, vicino a voi!

— Sempre?

— Sempre!...

E quantunque ella avesse studiato la sua parte, il
piacere della prima certezza, la fiducia che anche l'altra
voce sarebbe apparsa tosto bugiarda, la fecero cadere
nelle braccia di quell'uomo con impeto sincero. Il
capitano... il capitano senza essere stato in Africa in
mano degli Abissini, e neppure in Oriente in mano dei
provveditori del Serraglio, e neppure a Roma al tempo
dei cantori della Cappella Sistina, non tentò neppure,
contrariamente al dovere di ogni buon militare, di
penetrar nella piazza che già gli apriva le porte, che
già lo invitava all'occupazione... Allora la dama, risollevatasi,
lo colpì con una mano sulla guancia:

— E' dunque vero? — esclamò, accesa dallo sdegno e
dal disprezzo. — Uscite di qui!... Non m'apparite più
innanzi!...

Egli, come ebro, uscì barcollando.

Potrà ella, cara contessa, condannare questa donna?
A me pare che non solamente fece bene, ma che, in
una situazione simile, tutte dovrebbero fare — e farebbero — altrettanto.

Per finire la storia, che è, come tutte quelle che io
le narro, autentica, le dirò che questo capitano non
chiese d'andare in Africa neppure dopo la disastrosa
avventura. Chiese soltanto ed ottenne — ma quando
al ministro della guerra piacque! — di essere destinato
a un altro reggimento.

[pg!49]




UN'INTENZIONE DELLA DUFFREDI
============================


   | *Contessa mia,*

Sia lodato il sommo Iddio! Finalmente ci siamo
posti d'accordo! Ella approva pienamente la
condotta della signora di cui le narrai nell'ultima
mia lettera la curiosa avventura e riconosce che
quel capitano, degno soltanto di compassione se avesse
atteso al suo mestiere guerresco — ma non avrebbe
potuto sceglierne, in verità, uno più adatto alla nativa
mitezza dell'indole sua? — fu degno dello schiaffo
somministratogli dalla donna troppo idealmente amata.

Ella conviene espressamente con me sul significato di
quel fatto; anzi — sia onore al suo spirito — istituisce
in proposito alcuni paragoni molto, come si dice, calzanti:
«La castità del vostro capitano,» (perchè *mio*,
poi?) «somiglia al nobile disdegno della volpe per l'uva
alla quale non poteva arrivare. S'intende,» ella soggiunge,
«che non c'è merito se non c'è sforzo, e
quando si parla di resistenza agli istinti, la prima cosa
è che gl'istinti operino; come quando voi volete fare
un intingolo di lepre dovete cominciare col prendere
una lepre.»

Bene! Benissimo! Mi consenta tuttavia di farle osservare
che la quistione era un'altra e che, per colpa
[pg!50]
senza alcun dubbio mia, ora essa mi pare vicina a
fuorviare. Il punto dal quale partimmo è questo: le
realità dell'amore, alle donne che danno a intendere
di non apprezzarle, sono infatti così indifferenti come
esse dicono? Che, nonostante l'innegabile loro calma,
esse esagerino un poco nelle dichiarazioni d'indifferenza,
io ho tentato di provarle; ora questo appunto
ella negava. Forse, anzi certamente neppur ora si arrenderà.
Ella già dice che l'avventura del capitano
non prova niente, già mi butta il suo guanto sfidandomi
a una più luminosa dimostrazione; ed io mi
precipito a raccogliere il morbido e odoroso involucro
della sua bella mano. Se vinco, me lo lascia come trofeo?

Diciamo dunque — o meglio dico io soltanto, per
ora — che queste benedette realità non sono poi tanto
disprezzate nel fatto quanto a parole. Certo, il primo
patto che quasi tutte le amate pongono ai loro amanti
è di contentarsi... delle sole parole. Questa è una cosa
tutta istintiva; è la naturale riluttanza della femmina
a cedere; riluttanza notabile in tutta la scala animale.
Nella prima fase, adunque, la resistenza è proprio sincera.
È sincera fino all'ultimo? Non si può credere,
perchè ha pur da arrivare un momento nel quale il
secondo istinto, l'istinto di cedere, fa udire finalmente
la sua voce e, se proprio non reprime e soffoca quell'altro,
viene certamente in contrasto con esso. Allora
le dichiarazioni di repugnanza non sono mentite?
Nelle femmine animali che non pensano, o almeno
non parlano, non c'è ipocrisia: finchè l'istinto della
resistenza ha il sopravvento, esse resistono, graffiano,
mordono, fuggono; quando il secondo predomina, si
sottopongono al maschio. Nelle donne, cioè in esseri
dotati di coscienza, noi dobbiamo *a priori* ammettere
che debba necessariamente prodursi una contraddizione,
un contrasto, il sentimento d'un intimo dissidio.
La donna che, obbedendo al primo moto di repulsione,
ha messo come patto di non dover pagare di persona,
deve necessariamente pentirsi d'avere avuto troppa
fretta quando il secondo moto, l'impulso al consenso, si
manifesta.

[pg!51]
Noi possiamo qui trovare fra parentesi, amica mia,
un'altra prova di ciò che io ho ripetutamente asserito
e che ella ha costantemente negato: cioè la miglior
qualità dell'amore maschile. Gli uomini, come maschi,
obbediscono sempre a un istinto solo: quello della
conquista. Essi sono coerenti, logici, sinceri; vedono
la donna, la desiderano; desiderandola, fanno di tutto
per ottenerla. Tutti i loro atti sono direttamente rivolti
a uno scopo nettamente definito: la loro volontà
è ferma, la loro costanza strenua. Le donne invece,
dibattendosi fra la repulsione e l'inclinazione, disvogliono
e vogliono, dicono una cosa e ne pensano un'altra,
si ritraggono mentre starebbero per cedere, cedono
quando stanno per ritrarsi, non sanno che cosa
sentano veramente, tengono una condotta ambigua,
e dicono parole false. E l'insistenza degli uomini
non è soltanto lodevole ma provvidenziale; giacchè
grazie ad essa le incoscienti creature escono finalmente
dall'ambiguità e, cedendo nonostante le prime dichiarazioni
di repugnanza, se la cavano col fingere, all'ultimo,
una vergogna e un rimorso poco sinceri.

Ma supponiamo un caso che si sarà dato realmente
chi sa quante volte, supponiamo che la supplice resistenza
della donna abbia persuaso l'uomo a desistere
ed a tralasciare il suo atteggiamento aggressivo. Se
quest'uomo si sarà persuaso, per far piacere all'amata,
di non chiederle più nulla, che cosa dovrà provare
costei quando sarà disposta ad accordare ciò che non
le è più chiesto? Dovrà ella stessa istigare il suo rassegnato
compagno? Le precedenti dichiarazioni non
glielo consentono: chiedendo ora ciò che prima rifiutava,
costei temerà giustamente d'essere mal giudicata.
Dovrà dunque a sua volta comprimere, come ha voluto
che lo comprimesse l'uomo, il suo desiderio? Non
cercherà un modo d'uscire da questo imbarazzo per non
prolungare l'attesa troppo penosa?... Il fatto ch'io voglio
narrarle si riferisce appunto a questa situazione. Dico
*fatto* perchè ho preso l'abitudine di dire così; ma ella
troverà qui narrata un'idea, un'intenzione, l'indizio d'uno
stato d'animo, più che un vero e proprio avvenimento.

[pg!52]
Ella conosce la protagonista, ed io glie ne dico subito
il nome. E' Donna Teresa Uzeda Duffredi di Casaura.
La vita di questa donna fu per me altra volta
argomento d'un lungo studio, che le dispiacque un po'
meno degli odierni ragionamenti sull'amore, ma che
pur le dispiacque. Con la benevola indulgenza che mi
ha sempre — almeno prima d'ora — accordata, ella
volle trovare parole troppo lusinghiere per l'arte con
la quale trattai quel soggetto, ma si dolse che, fra
centinaia e centinaia di soggetti, io pensassi di scegliere
proprio quell'uno. Pure concedendo che quella
donna non meritasse la severità con la quale il mondo
la giudicò, ella avrebbe preferito ch'io mi fossi esercitato
intorno a un argomento più nobile. Ormai il
fatto è fatto, e procurerò di contentarla meglio un'altra
volta. Non starò neppure a difendere qui Donna
Teresa e non dirò che fosse vittima inconsapevole dell'eterna
illusione e che non volle e non meritò il suo
triste destino. Certo fu una disgraziata. L'eredità del
vizio, gli esempii che le furono troppo presto e nella
stessa famiglia posti dinanzi, la disgrazia d'un marito
incapace di darle soccorso, anzi quasi intento a
precipitarla nel baratro, spiegano com'ella dovesse fatalmente
precipitarvi. Non cadde una sola volta, è vero.
Ma l'incapacità dei disinganni a salvarci dal persistente
allettamento delle illusioni e la logica inesorabile delle
situazioni false dovevano produrre questo effetto, immancabilmente.
Se io m'indugiai a studiare quella vita che a lei
non parve degno soggetto di storia, ciò fu appunto per
rendermi e per rendere altrui ragione di questa
fatale persistenza dell'illusione a dispetto degli ammaestramenti
dell'esperienza. Tutti i romanzi ci narrano
la storia di qualche colpa, e l'adulterio è il tema eterno
delle opere d'arte. Ora l'arte che s'interessa ad una
colpa, scusandola e dimostrandone la fatalità, non ci
aveva ancora interessati a tutta una vita di colpe altrettanto
fatali quanto la prima. I romanzieri, dopo
aver narrato l'adulterio, lasciano l'adultera in asso,
non ci dicono che cosa è poi accaduto di lei e talvolta
la fanno più comodamente morire. Nella realtà
[pg!53]
la morte viene raramente a sciogliere le false situazioni;
e se qualche rarissima volta le adultere riscattano
nella restante lor vita l'unica colpa, quasi
sempre fatalmente trascorrono di errore in errore. Madame
Bovary, alla quale taluno volle immeritevolmente
paragonare Teresa Duffredi, ebbe dopo il primo un secondo
amante. Quante non sono le donne che ne hanno
avuto tanti che non saprebbero neppure esse noverarli?
Perchè mai, dunque, l'arte non avrebbe da studiare
una di queste vite tanto avventurose? Certamente
molte, e se vuole dirò anche la quasi totalità di simili
donne, sono incapaci d'ogni più fugace sentimento, e
le meccaniche loro cadute, potendo forse interessare
gli scienziati delle cliniche, non hanno nulla che attiri
l'attenzione dell'artista; alcune tuttavia, e siano pure
pochissime, obbediscono a qualche sentimento, comprendono
il rimorso, non cadono senza qualche lotta,
invidiano quelle che restarono pure, sono insomma degne
di studio. La Duffredi ebbe, da ventisei a quarant'anni,
cinque amanti, mettendo nel conto quell'Aldobrandi
che, per adoperare la frase del giocondissimo Armand
Silvestre, le diede soltanto qualche idea sui *tributi indiretti*....
Alcuni pensano che cinque amanti siano troppi.
Che cosa direbbero costoro se io dicessi che sono pochi
e che un artista più abile di me imprenderà un
giorno a scrivere la storia d'una di quelle donne che
conosciamo io e lei, le cui avventure si contano a
dozzine? Tutto sta che in questa serie di avventure
ci sia qualcosa che importi, che commuova le nostre
viscere umane con la rivelazione d'un aspetto nuovo
od insolito dell'umana natura!

Eccomi un poco lontano dal soggetto. Ma ella non
si duole, mi ha scritto, delle divagazioni e degli episodii,
perchè, bontà sua, dice che aggiungono sapore
alle mie lettere. Veniamo però senz'altro alla nostra
protagonista.

Il penultimo dei suoi amanti, anzi quello che ella
credette fermamente dovesse essere l'ultimo — ciascuna
caduta pare l'ultima perchè ogni amore sembra
eterno; ma Donna Teresa che oramai sapeva il giuoco
[pg!54]
dell'illusione, aveva altre ragioni per credere alla saldezza
di questo legame — il penultimo dei suoi amanti,
dico, fu Enrico Sartana. Era stato quasi suo promesso
prima dell'infausto matrimonio con Guglielmo di Casaura;
s'erano amati del puro amore della prima giovinezza;
poi non s'erano più visti. Incontratisi dopo
più di vent'anni tempestosi per entrambi, negli stessi
luoghi dove avevano sognato di unirsi, in Sicilia, a
Palermo, il sentimento antico si venne ridestando.
Questa resurrezione procedè per vie opposte: mentre
in lei derivò dalla paura d'essere disprezzata per la
vita troppo avventurosa, dall'idea che Sartana dovesse
stimarsi fortunato di non essersi legato a una donna
che aveva fatto tanto e così male parlare di sè, dalla
secreta speranza di mostrarglisi migliore della propria
reputazione; egli invece pensò a lei pieno di pietà e
di commossa simpatia per le disgrazie delle quali
la credè vittima. C'era in questa benigna disposizione
di lui il rimorso di non aver forzato la mano alla
propria famiglia? C'era la presuntuosa certezza che, se
fosse stata sua moglie, ella non avrebbe pensato a tradirlo
e sarebbe vissuta felice ed onesta? O non piuttosto
la brama di averla lo disponeva a tanta indulgenza?
Lasciamo stare quest'indagine; perchè, se dovessi
dirle la mia opinione, io le direi che la pietà di
Sartana e la pietà di tutti gli uomini per le adultere
che da lontano condannano severamente, è semplicemente
dettata dall'appetito, come la miglior via di soddisfarlo.
Ho ragione? Confessi che la metto in un bell'impiccio.
Ella vorrebbe darmi dello scettico perchè nego la sincerità
d'un buon sentimento; ma poi pensa di applaudirmi,
giovandosi del mio giudizio per sostenere che
gli uomini sono incapaci di buoni sentimenti e non
pensano se non alle proprie soddisfazioni!...

Comunque sia, fatto è che Sartana rammentò alla
Duffredi il loro passato felice, e le lasciò dapprima
intendere e poi le disse chiaramente la sua speranza di
farlo risorgere, di tramutarlo in un più felice presente.
La Duffredi, contenta d'ottenere la prova che egli non
aveva orrore di lei, vinta ella stessa dai ricordi buoni,
[pg!55]
lo lasciò dire. Ma poteva ella cedere a quest'uomo?
Dopo la triste esperienza, non doveva stare in guardia
contro nuove cadute? Dopo che Aldobrandi le aveva
corrotta l'anima, dopo che ella aveva tradito Paolo
Arconti col visconte de Bienne, dopo che lo stesso
Arconti l'aveva abbandonata, dopo che ella aveva presunto
vendicarsi cedendo al principe di Lucrino, si sentiva
ridotta a tale avvilimento, che aveva un solo bisogno:
purificarsi con qualcosa di nobile, di alto, di
immacolato. E se ciò era molto difficile, anzi, con altri
uomini, impossibile, non doveva ella cogliere l'occasione
insperata e conseguire questa specie di redenzione
sentimentale per opera di Sartana, cioè di uno che
l'aveva purissimamente amata da giovanetta, di uno
che solo fra tutti poteva e doveva rispettarla in nome
dell'innocenza del loro passato?... Dobbiamo dire che
questo fosse un sofisma? Certo, se pur fu sofisma, Teresa
non ne ebbe coscienza e restò sincera; la sua
condotta posteriore lo provò. Il Sartana accettò d'esserle
amico secreto, promise di non macchiare la santità del loro
affetto e per un certo tempo mantenne la promessa; poi,
naturalmente, la dimenticò ed insistette presso l'amica
per indurla a ciò che era e doveva essere il naturale
coronamento dell'amor loro; ma costei spinse a tal punto
la resistenza e dimostrò d'essere stata tanto sincera
mettendo il patto insostenibile, che fuggì dopo avergli
diretta una romantica lettera d'addio e senza dirgli
dove andava a nascondersi.

Fu questo uno dei migliori atti della sua vita, una delle
prove che ella era degna di miglior sorte. Ho chiamato
romantica quella lettera, ed ella che forse la
rammenta, riconoscerà che merita d'esser chiamata così.
Tutte le perverse e abominevoli creature che sono vissute
nel male per istinto, per genio, dicono che la
storia di Teresa Duffredi è la loro, presumono ottenere
come lei indulgenza e perdono; ma esse non
fuggono: si buttano alla testa delle persone, non sanno
che cosa sono gli scrupoli, ignorano il senso della parola
rimorso, non s'acquetano neanche con l'età, quando
la loro carne è vizza, quando i loro capelli sono canuti.
[pg!56]
Sì, ella ha ragione: la storia della loro vita, soggetto
buono per qualche pornografo, non rivela altro
che una spaventevole ipocrisia. Ma il romanticismo di
Donna Teresa, quella sua velleità di distinguersi, quella
sua idea d'esser fatta a un modo tutto particolare, di
dover provare e far provare cose arcane e ineffabili;
quel suo concetto della vita esagerato e falso che la
faceva parlare ed agire come sopra un palcoscenico
dove tutto è dramma, giuramenti infrangibili, fatalità
tenebrose, spasimi sovrumani, questo suo romanticismo,
dico, questa forza di un'illusione che la sottraeva alla
realtà e la poneva in urto con la logica, fu la sua
scusa ed è ciò che può interessarci a lei.

Dunque, fuggì. E dopo la fuga, Sartana, saputo il
suo rifugio da un'amica comune, la raggiunse. Allora
accadde ciò che doveva accadere. Ma a chi le domandò,
molti anni dopo, se durante la supplice insistenza di
lui e nel punto di fuggirlo, ella non si fosse pentita
dell'ostinata resistenza, confessò quanto segue. Sì, ne
provò pentimento. Da principio aveva creduto sinceramente
di dover esser felice grazie a un sentimento
tutto ideale; la possibilità di cadere anche una volta le
repugnava. Noi vediamo dunque che il primo istinto
della donna e della femmina, l'istinto della resistenza,
era ancor vivo ed operante in lei. Per obbedirne i
suggerimenti, ella volle prendere un impegno solenne
con sè stessa e con l'amante, impegno che contrariò
più tardi molto vivacemente il secondo istinto, il desiderio,
il bisogno di cedere. A chi le parlava di
queste cose ella non voleva neppur confessare, dopo
tanto tempo, il risveglio del desiderio... ma disse, — come
dicono tutte — che si pentì del divieto imposto
a sè stessa ed all'amante perchè comprese che l'amante
ne soffriva troppo.

— Io non potevo sperare che egli mi restasse lungamente
a fianco senza tentar d'infrangere la promessa;
se pure la mia esperienza non me l'avesse fatto prevedere,
io vidi il tormento di Enrico, ne udii le roventi
espressioni. Allora... allora...

[pg!57]
E incitata a confessare, ella spiegò che allora le venne
un'idea. Non la pose in atto, anzi fece tutto il contrario,
fuggendo; ma l'idea fu questa. Non vi sono
certe case discrete dove gli uomini come Enrico Sartana
trovano, grazie all'opera di esperte mediatrici,
le donne ridotte a vendersi dal duro bisogno o cupide
di procurarsi secretamente danaro per sopperire
ai bisogni del lusso? Ella pensò di andare in
una di queste case, fittamente velata, per intendersi
con la mediatrice: costei avrebbe dovuto chiamare il
Sartana dicendogli di avere un donna per lui, una signora
che metteva come patto infrangibile di restare
velata..... Solamente in un cervello romanzesco e diciamo
pur folle una simile idea poteva spuntare. A
questo modo ella pensava di risolvere il problema: non
si sarebbe disdetta e intanto si dava....

— E voi volete sostenere, — le fece osservare il
suo interrogatore, — che, così facendo, non eravate
mossa dal desiderio che avevate di lui, ma soltanto
dall'idea di far cessare la sua pena?

— Senza dubbio! — insistè.

— Allora, perchè andare velata?

— Se non andavo velata, tanto valeva cedergli in
casa mia, anzi dirgli: «Prendetemi!»

— Ma pensateci un poco: se egli non sapeva d'esser
con voi, e se voi solamente sapevate di esser con lui,
chi era soddisfatto e chi restava inappagato?...

[pg!59]




L'INDOVINELLO
=============


Dunque noi dobbiamo proprio tornare, amica
mia, sopra un punto che credevo d'avere — senza
presunzione! — assodato? Torniamoci
pure, se così le piace; e si prepari a sdegnarsi ancora
di più ed aguzzi i suoi fulmini, perchè io sono più
che mai fermo nella mia opinione.

Io le ho detto e le ripeto, e niente mi persuaderà
dei contrario, che le donne sono, in amore, se non
proprio false — la parola le sembrerà ed è veramente
poco parlamentare — certamente doppie. Esse non ne
avranno colpa, come ella dice, perchè la natura le ha
volute così, dando loro due istinti l'un contro l'altro
cozzante: l'istinto della resistenza e quello della dedizione;
e noi uomini saremo anche ingiusti prendendocela
con esse; ma questa nostra ingiustizia è, se
non altro, scusabile. Io sarò ingiusto, senza dubbio, se
me la prenderò con una vipera che m'avvelena mordendomi,
perchè la natura ha voluto che questo rettile
avvelenasse col morso; ma la filosofia della quale bisogna
essere provveduti per giudicare in tal modo
non è troppo comune, e le vipere sono giudicate velenose
e le donne... non sincere.

[pg!60]
Addurre esempi di questa loro doppiezza? Glie ne
potrei riferire tanti da formarne un volume; ne scelgo
uno che mi pare molto significante.

In villa, presso un amico, il signor Tale incontra
una lontana parente del padrone di casa. Prima
di tutto per rispetto all'ospite, questo Tale non pone
mente alla dama; in secondo luogo perchè non gli
piace molto. Ha costei un viso bellissimo, con una
carnagione soave; ma una corporatura piccola, asciutta,
poco aggraziata. I denti sono irregolari, brutte le
mani, bruttissime le unghie. Questa minuzia d'osservazione
critica mi pare un buon segno della calma
del nostro personaggio; perchè, quando una creatura
ha la virtù d'infiammarci, noi troviamo in lei tutto bello,
anche ciò che è destituito di qualunque bellezza. Dunque
per queste due ragioni, una migliore dell'altra:
che la dama non gli piace molto, e che egli è in casa
d'un parente di lei, il nostro personaggio se ne resta
tranquillo.

Se non che s'accorge ben presto, con stupore ed
imbarazzo, che la dama è troppo complimentosa a suo
riguardo. Una sera, passeggiando con lui, gli dice
che è stata molto fortunata d'incontrarlo in fondo a
quella campagna; glie lo dice a bassa voce, guardando
per terra, in un certo modo che dà a quelle parole
un significato recondito. Un'altra sera, come egli esprime
un'opinione, ella afferma vivacemente:

— Stavo per dire la stessa cosa!... — poi soggiunge: — Vi
sono certi incontri che il destino sembra avere
voluti...

Il signor Tale, sempre più imbarazzato, lascia cadere
il discorso; ma la dama riprende:

— Lei non crede al destino?...

Egli risponde borbottando alcune parole che non significano
niente.

E' venuto per pochi giorni, e si dispone a partire.
Ella gli dice di non andar via così presto, di restare
ancora un poco a tenerle compagnia. Egli è invece
più che mai risoluto ad andarsene, anche perchè ha
da fare. Evita frattanto di trovarsi solo con la dama,
[pg!61]
parendogli una goffaggine lasciare che ella gli dica
cose troppo amabili senza risponderne alcuna.

Non potrebbe costui, osserverà ella, prendere lo
stesso tono di costei? No, contessa mia. Come uomo
egli è logico, è conseguente. Quella donna non gli
piace; dirle cose galanti sarebbe un'ipocrisia. Poi, sempre
in virtù della logica, egli pensa anche che, quantunque
quella donna non gli piaccia, la via delle galanterie
è pericolosa: il maschio che sonnecchia in lui
come in ogni uomo potrebbe alfine destarsi.

Ma egli ha fatto i conti senza la dama. Costei,
il cui marito è lontano, trova modo di dire, parlando
della musica che il Tale adora e che un tempo ella
stessa coltivava:

— Mio marito non capisce mai niente...

Un giorno, oltre una siepe fiorita, passeggiando insieme,
vedono una coppia di rustici amanti baciarsi.

— Il peccato!... — ella esclama; poi soggiunge: — Ma
questa natura, quest'aria, quest'ora!... Quasi
peccherebbe ognuno...

Il nostro eroe — per modo di dire! — rivolge allora
a sè stesso poche ma sentite parole: «Caro mio, tu
sei geloso della fama di Giuseppe il casto!» E allora,
non solo per non emulare il casto Giuseppe, ma anche
perchè egli soffre realmente dell'innaturale invertimento
delle parti, vedendo fare alla donna tante spese di seduzione;
allora, ripeto, egli comincia a dire qualche
parola galante. Le dice, a proposito della propria partenza
contro la quale ella protesta continuamente:

— Decida ella stessa che cosa debbo fare. Sento
che restare qui è rischioso, che io corro il pericolo di
innamorarmi di lei. Pensi che io obbedirò senza discutere.

Ella tace.

— Ci pensi, — continua il nostro personaggio; — me
lo dirà domani.

Il domani, quando le domanda che cosa deve fare,
ella esita un poco; poi dice, con gli occhi chini, e
a bassa voce:

— Non me lo chieda!...

[pg!62]
Questo scambio di parole avviene in mezzo a tutta la
compagnia ospitata alla villa. Egli pertanto le mormora:

— Senta, qui non possiamo parlare. Abbiamo bisogno
d'essere soli. Mi permette di venire un momento,
oggi, quando tutti riposano, in camera sua?

Dapprima ella dice:

— No.

Ma di lì a poco, mentre gli altri ospiti fanno per
ritirarsi, gli propone:

— Venga con me a fare una partita al cerchio.

Invece di andare in giardino, entra in una sala, e
ne chiude la finestra.

Ora io non posso chiederle, mia cara amica, che cosa
ella avrebbe fatto in una situazione simile, perchè ella
è donna; ma se rivolgessi una simile domanda a cento
uomini uno dopo l'altro, tutti e cento risponderebbero
che, nonostante il dovere dell'ospitalità, se pure quella
donna fosse stata, non già lontana padrona dell'ospite, ma
sua moglie o sorella, essi difficilmente avrebbero potuto
soffocare la voce del dovere sessuale che, per il maschio,
è di non lasciar cadere inascoltati gl'incitamenti della
femmina. Qualcuno di questi cento uomini, i più ardenti
o i meno scrupolosi, avrebbero forse spinto le cose al
punto estremo; ma anche i più delicati avrebbero pur
dimostrato, e forse loro malgrado, il tormento al quale
quella donna li metteva.

E il mio protagonista afferrò per le braccia la dama
e le disse che non poteva più partire, che il suo destino
dipendeva oramai da lei, anzi che era già segnato.

— Voi non m'avete voluto dire ciò che debbo fare,
perchè volete che resti: è vero?

— È vero....

Allora egli le baciò la mano, le baciò il viso, la
strinse al cuore: perchè, quantunque da principio non
gli piacesse, le parole di lei, la voluttà di tenere stretto
al suo quel corpo di donna, l'idea che quella donna
voleva essere e sarebbe stata sua, avevano naturalmente
prodotto l'immancabile effetto: ora egli la desiderava, la
voleva, quasi l'amava... Ella tentava resistere, diceva:

[pg!63]
— Lasciatemi! Che cosa vi ho fatto? Nessun uomo
mi ha mai trattata così!...

Era naturale che ella dicesse queste cose; ma era
ancora più naturale che, uscendo da quel luogo e accompagnandola
su, egli la seguisse nella camera di lei.

Stia adesso bene attenta, cara contessa; perchè qui
abbiamo la *scène à faire* della commedia.

Entrato, senza aver dovuto vincere una troppo grande
resistenza, in camera di lei, quell'uomo ricomincia ad
abbracciarla strettamente dicendo parole infiammate,
che sono adesso tutte sincere, perchè egli arde tutto
quanto. Ella continua a resistere: si scioglie dall'abbraccio,
si lascia andare sopra una poltrona; e come
egli le cade in ginocchio dinanzi, si rialza. Egli l'afferra
ancora una volta, la bacia sulla bocca, in un certo
modo che non ho bisogno di descrivere. Ella si nasconde
la faccia tra le mani, lo scongiura di lasciarla.

— Ora me lo dite? — esclama egli; — dopo avermi
detto tutto il contrario? Dopo avermi tolto alla mia
pace?...

Ella risponde:

— E' vero, son stata io: dimenticate tutto ciò che
vi ho detto...

E a un tratto si rovescia bocconi sul letto, coi piedi
a terra, piegata in due, la faccia nascosta contro le
coperte.

A questo punto l'uomo ha l'esatta percezione di
quel che avrebbero fatto molti altri — e che ella indovina
senza che io lo dica. Ma perchè costui crede sinceri
gli ultimi conati di resistenza, perchè non vuole
essere brutale in un primo incontro, perchè è in fondo
molto riguardoso e quasi timido, il nostro personaggio
si china su lei, la solleva castamente, le dice che
ella non ha nulla da temere, che egli vuole soltanto
sapere se le è proprio indifferente, se deve proprio
andar via senza più rivederla.

— Sì, mi dimentichi, mi lasci... — ma, come egli
la tiene stretta al cuore, anch'ella gli stringe le braccia
alla vita e nasconde la faccia contro la spalla
di lui.

[pg!64]
Allora egli riprende:

— Vedete che non è possibile? Che le vostre parole
non sono sincere? Dopo che io vi ho tenuta così tra
le braccia non possiamo separarci come i due primi
venuti!

Ella si scioglie dalla stretta esclamando:

— Andatevene! Lasciatemi!

Ed egli:

— Sì, me ne vado; ma debbo rivedervi. Stasera
permettete che ritorni un istante?

Ella risponde:

— No.

— Perchè? Che cosa temete? Non vedete che faccio
la vostra volontà?

— Andatevene! — e schiude l'uscio.

— Me ne vado, ecco: a stasera?...

La sera ella si chiude in camera e non gli apre.
Stabilito di partire il domani, egli le scrive una malinconica
lettera di saluto — malinconica, quasi triste,
perchè naturalmente, logicamente, egli non può dimenticare
quel che è accaduto fra loro. Il domani, all'aria
aperta, incontrandola, fa per dirle la sua malinconia, per
darle la lettera; ella non gli consente neppure di cominciare:

— Lasciatemi, o faccio uno scandalo! — E fugge.

Naturalmente, logicamente, egli si sdegna di questo
voltafaccia improvviso, e invece di darle la lettera, sul
punto di partire, vedendo aperto l'uscio di lei entra
un momento per dirle:

— Vi avevo scritto due parole d'addio; guardate
che cosa ne faccio!... — E straccia il foglio. E se ne
parte.

Ora, contessa mia, se ha già risolto la sciarada del
suo giornale e se le avanza ancora un poco di tempo
da perdere, mi spieghi un poco questo indovinello.

Che cosa era la dama di cui le ho narrata la condotta?
Si trovava veramente la prima volta dinanzi
alla possibilità del peccato? Le parole e gli atti con i
quali eccitò quell'uomo erano le parole e gli atti di
un'ingenua che non sapeva a qual rischio si metteva
[pg!65]
allettando un uomo, un maschio? La sua ingenuità e
la sua inesperienza furono stupite e sdegnate dalla
troppo naturale conseguenza della sua condotta? Oppure
aveva ella l'abitudine di queste cose, e mutò improvvisamente
atteggiamento per paura del parente,
degli ospiti, essendosi forse accorta che avevano scoperto
quel che avveniva? Gli scrupoli di delicatezza di
quell'uomo che non volle essere brutale nel primo convegno — e
nell'unico! — furono fuori di luogo e la
offesero? Aspettava ella che tutto si fosse compito in
quell'unico convegno e fu poi così severa con lui perchè,
avendogli perdonato la freddezza dei primi giorni, non
gli perdonò che restasse con le mani in mano quando
si trovarono soli l'una dinanzi all'altro? Se egli non
fosse restato con le mani in mano, sarebbe stato felice?
Oppure l'avrebbe vista risollevarsi, sonare il campanello
e chiamar gente e metterlo alla porta? Doveva
egli dunque lasciar sempre cadere inascoltate, come
aveva fatto sul principio, le provocazioni della dama?
Se costei si sdegnò contro di lui dopo quel che accadde,
non si sarebbe sdegnata di più, anzi non avrebbe
riso di lui, vedendolo impassibile agli iterati inviti?
O con tutte quelle parole e quegli atti non credeva
di invitarlo a niente, tale e quale come se gli avesse
parlato della pioggia e del bel tempo?...

Ella vede, cara amica mia, che questo indovinello
appartiene al genere dei logogrifi: la serie delle combinazioni
che io potrei proporre al suo acume è molto
lunga. Tralascio tutte le altre, e sarà già un bel fatto
se ella riescirà a risolvere quelle che le ho già sottoposte.

[pg!67]




FINO A MORIRNE
==============


   | *Mia cara amica,*

Ella non risponde? Chi tace acconsente! E
col suo silenzio non mi dice ella veramente
che io ho ragione, che la condotta della mia
ultima protagonista è proprio una specie di logogrifo,
e che la mancanza di logica nella psiche muliebre è
quella che produce tali risultati?

Se non m'inganno, se proprio ella non mi ha risposto
perchè, rispondendomi, dovrebbe darmi ragione,
io voglio ricambiare il suo assenso e darle ragione a
mia volta. Queste illogiche creature, queste sfingi viventi
ogni parola delle quali è un enimma, non fanno
soltanto soffrire gli uomini che le incontrano, ma soffrono
esse medesime, prima di essi; soffrono della
propria indecisione, dei contrasti della loro natura,
delle contraddizioni della loro volontà; ne soffrono
acutamente, talvolta fino a morirne. E poichè è inteso
che io debba comprovare le mie asserzioni con altrettante
parabole, eccole quella che fa al caso presente.

Ella legge le opere di molti, di tutti i romanzieri
moderni; ma uno gode più degli altri le sue simpatie:
un romanziere che è al tempo stesso filosofo; uno
scrittore che, come a lei, piace a tutte le signore, e
[pg!68]
che, per la felice complessità della mente eletta, è anche
apprezzato dai pensatori; un romanziere filosofo, poeta
e critico, psicologo e osservatore. Non aggiungo altro,
se no ella indovina chi è; ed io le dico i peccati, non
i peccatori... Peccatore? Quest'uomo non ha nulla da
rimproverare a sè stesso! Giudichi, piuttosto.

Egli che vive, poniamo, a Cosmopoli, va un giorno,
poniamo, a Flirtopoli. Qui incontra, presso un'amica,
una signora. Costei, bellissima fra le più belle, lo conosce
di fama; ma egli resta poco tempo nella città
dove è venuto a visitare qualche amico, e se pure lascia
intendere alla dama l'effetto che la sua bellezza
ha prodotto in lui, pure non crede di prolungare il
proprio soggiorno per farle una corte d'esito incerto;
e bastandogli la soddisfazione d'amor proprio provata
nell'udire le lodi letterarie delle quali ella gli è stata
larga, se ne parte, torna al suo paese, credendo di non
doverla più rivedere.

Al suo paese, dopo un certo tempo, riceve un giorno
una lettera della quale non riconosce la scrittura:
questa lettera porta il francobollo di città. Egli corre
alla firma, e vede il nome di lei... E' dunque venuta
a Cosmopoli? Per che motivo? E che cosa vuole da
lui?... Egli legge la letterina; è brevissima: la dama
gli dice che, essendo venuta a Cosmopoli per vederne
le principali curiosità, avrebbe piacere di visitarne
l'Arsenale; e che perciò si rivolge a lui, sperando
ch'ei voglia accompagnarvela.

Dovrò io, cara contessa, spendere molte parole per
dimostrarle lo stupore di quell'uomo? E' vero che a
Cosmopoli c'è un famoso Arsenale, la visita del quale
nessun viaggiatore coscenzioso, che abbia meditato il
suo Baedeker prima di mettersi in via, suol tralasciare;
ma rivolgersi a un letterato per visitarlo non le pare
che sia press'a poco come pregare un marinaio di guidarci
per qualche valico alpino?... Ora se questa dama,
appena arrivata a Cosmopoli, invita il nostro scrittore
presso di lei con un pretesto discretamente ridicolo,
non è naturale che egli pensi di non esserle indifferente?

[pg!69]
L'amor proprio, che suggerisce simili persuasioni, si
chiama vanità quando opera con poco fondamento, e
degenera in fatuità quando non ha fondamento di
sorta. Il pericolo di doversi dare del fatuo da sè
stesso impedisce al nostro artista di accogliere la lusinghiera
idea — quantunque essa non sia interamente
gratuita. Dopo aver girato mezza giornata per i ministeri,
egli ottiene il permesso di visitare l'Arsenale
insieme con una dama; e mandata a memoria una
descrizione del luogo per non fare cattiva figura, va
a prendere la nostra signora. Saluti, complimenti, ringraziamenti,
discorsi sui comuni amici di Flirtopoli,
visita all'Arsenale, spiegazioni, esclamazioni dinanzi
agli oggetti più curiosi; altri ringraziamenti, nuove
strette di mano.

— Io resto ancora un poco a Cosmopoli, — dice
la dama nel momento che il signore prende congedo: — spero
che vi lascerete vedere!...

Egli non ha tempo di pensare se gli conviene cercare
di lei, — come desidera in cuor suo, perchè
quella donna è sempre più bella che mai e l'idea di
poterne essere amato lo infiamma; — quando, il domani,
riceve un nuovo biglietto. Questa volta ella lo
invita, «se non ha di meglio da fare,» ad andare
con lei, la sera stessa, al teatro.

Sarà quest'uomo ancora fatuo se penserà che questa
donna lo invita all'amore? Non è evidente che lo
vuole? Trascinarlo una prima volta all'Arsenale, il
giorno dopo al teatro, col ritorno notturno in carrozza,
in una città dove nessuno la conosce, non è una dimostrazione
molto eloquente?

Ed egli l'accompagna allo spettacolo. Ella ha preso
un palco di proscenio, uno di quei palchi — come ce
ne sono nei teatri di Cosmopoli — dove non si è
visti dagli spettatori, dove si sta come in un salottino
della propria casa, liberi di fare ciò che più talenta:
uno di quei palchi dove non si va se non proprio
per essere liberi di fare ciò che talenta..... E allora,
come è troppo naturale, egli che lungo la strada
ha fatto molte spese di galanteria, che è molto eccitato
[pg!70]
dall'avventura, nell'aiutare la dama a sbarazzarsi
del mantello, nel vedere il bel corpo sprigionarsi
della serica e odorosa custodia, si china su lei, le
prende la testa fra le mani e la bacia sulla bocca.

Allora, contessa mia, sa che cosa accade? Questa
donna diventa rossa come di fuoco, poi impallidisce
terribilmente; poi con voce strozzata, acre, sprezzante,
dà a quest'uomo dell'indegno e del vile; e come egli,
agghiacciato, petrificato dall'imprevedibile accoglienza,
balbetta qualche parola per tentare di giustificarsi, ella
non lo lascia dire: raccoglie il mantello ed i guanti,
e domanda imperiosamente la carrozza. Come un servitore
congedato egli va innanzi a chiamare la carrozza,
si cava il cappello mentre la dama vi prende
posto, e resta in mezzo alla via.

Un uomo che riceve il massimo insulto, uno schiaffo
sul viso, freme e s'arrovella e soffre come nessun altro;
ma egli può dare sfogo in più modi all'impeto
della rabbia e dell'ira. E ciò precisamente rende
insoffribile più che uno schiaffo sul viso l'insulto d'una
donna alla quale si credè di potere, anzi di dover
chiedere l'amore: l'impossibilità di prendersela con lei
o con altri. A questa donna quest'uomo non può dire,
afferrandola per un braccio e scotendola:

— Maledetta, chi t'ha detto di provocarmi? Per
qual gusto sei venuta a metterti sui miei passi? Credevi
che io avessi animo di divertirti? Che cosa c'è nella
tua testa vana e folle? Non c'entrerà mai la logica,
la ragione, il buon senso, il senso comune?...

Egli non può andare a narrare queste cose alla
gente, svelare la doppiezza di costei, ottenere che sia
riconosciuto il torto di lei e la ragione sua propria.
Mentre il maschio originario vorrebbe battere e sottoporre
questa donna, l'uomo civile deve sorridere, inchinarsi,
chiedere scusa; perchè la femmina è diventata
un essere sacro anche quando è spregevole, che
dice la verità anche quando mentisce, che bisogna difendere
anche quando vi offende...

E il più grave è che ciò è giusto! Le leggi, i costumi,
gli stessi pregiudizii che ci reggono non sono
[pg!71]
arbitrarii; hanno tutti una qualche ragione. Le donne
debbono essere perdonate e difese perchè non sanno
quel che si fanno. Se il nostro protagonista avesse
sfogato il suo sdegno contro quella disgraziata, si sarebbe
procurato un rimorso senza fine amaro. Se costei
non seppe quel che fece, ella stessa ne sopportò
le conseguenze — fino a morirne!

Il domani della scena del teatro egli mandò qualcuno
all'albergo dove ella stava, per sapere, roso come
era da una torbida curiosità, che cosa aveva fatto.
Era partita. Allora egli si strinse nelle spalle, borbottò
l'eterno: «Donne! Chi vi capisce?...» e riprese le
sue esercitazioni letterarie.

Ora un giorno, dopo aver messo fuori un nuovo volume,
ecco arrivargli una lettera sulla busta della quale
riconosce il carattere di lei... Ma è proprio di lei?
Non è possibile! Egli deve ingannarsi: vide due volte
la sua scrittura; questa che ora considera le somiglierà,
ma non è, non può essere la sua! Che cosa ha da
scrivergli ancora? Ardisce ancora rivolgersi a lui?
Gli chiede di farle vedere un Panificio e lo invita in
un gabinetto particolare di qualche caffè elegante, per
far poi la casta e la sdegnata?...

La lettera è proprio di lei; viene da molto lontano.
Ella gli parla del suo nuovo libro, gli dice che le
piace moltissimo, che l'ha fatta piangere, che da molto
tempo non le accadeva di leggere una cosa tanto
bella e forte. Gli chiede che cosa scrive ancora. Non
un accenno al passato.

Il primo impeto del nostro romanziere è di stracciare
quel foglio e di buttarlo nel cestino. Ma è trascorso
molto tempo, la riflessione sopravvenuta gli ha
dimostrato che le donne non sono responsabili delle
loro azioni; la cavalleria, anzi una cosa molto più semplice,
il galateo, gli rammenta che a tutte le lettere,
ma più specialmente alle cortesi si deve una risposta.
Un altro consigliere, più accorto, più ascoltato, l'amor
proprio, gli suggerisce di rispondere perchè quella donna
non creda che egli l'ha ancora con lei. E risponde;
poche righe di ringraziamenti, studiatamente cortesi.

[pg!72]
Tre giorni dopo egli riceve un'altra missiva lunga
quattro facciate. Ella gli parla un po' di letteratura,
un po' d'arte, un po' di sè stessa; gli dice che è
triste, che cerca nella lettura una distrazione e un
conforto. Ragiona dei sogni, delle illusioni, della
poesia.

Ora la disposizione dello scrittore è modificata: egli
ride. Dica la verità: ne ha ben donde! Quella pazza
ricomincia sopra un altro tono! Prima erano gl'inviti
prosaici, ora sono le istigazioni poetiche! Ma se crede
di coglierlo un'altra volta!... Le risponde pertanto menando — scusi
la stupidità dell'espressione, contessa;
ma non le pare che convenga alla stupidità dell'avventura? — menando,
dico, il can per l'aia. Ella riscrive,
e in breve scambiano epistole ad ogni corriere.

Un sentimento spinge quest'uomo a mantenere viva
la corrispondenza: la curiosità. La sua curiosità, non
più torbida, anzi ilare, s'appagherà soltanto quando
egli vedrà come mai questa storia anderà a finire. E'
ora evidente che la dama è innamorata di lui. Era
innamorata fin dal primo principio? Quando venne a
Cosmopoli, e cercò di lui, e lo invitò all'arsenale ed
al teatro, voleva proprio darglisi? O era ancora un'ingenua
inesperta? Il suo sdegno, dopo la scena del
teatro, fu un poco esagerato, ed ella si pentì poi di
non essersi frenata? Oppure fu sincera, e solamente
più tardi, lontana da lui, vedendo che egli non faceva
nulla per rivederla, per ottenere una spiegazione, si
accese di lui? Problemi!... Ma, benchè la sua curiosità
di sapere tutte queste cose sia enorme, quando
egli legge le nuove lettere, quando le vede piene di
ardente passione, d'umile pentimento, d'implorante rimorso;
allora, sia perchè non arde, sia perchè non è
interamente sicuro di non fare un altro fiasco, sia
perchè quell'anima cieca, vagolante in una specie di
limbo, gli fa pietà; allora, dico, per una di queste o
per tutte queste ragioni insieme, risponde gettando
molta cenere sul fuoco, facendo intendere che egli non
vuol rivederla, che pure restando amici, da lontano,
nulla deve più accadere fra loro.

[pg!73]
Riceve ancora, uno dopo l'altro, due o tre biglietti
pieni di molta tristezza, di dolente rassegnazione, di
espressioni ambigue, oscure, delle quali non considera
bene il significato; ma che comprende un triste giorno,
quando corre a rileggerle dopo aver letto, in un giornale,
al caffè, che quella dama, buttatasi dal castello
di Chillon nel lago Lemano, vi è morta annegata...

[pg!75]




OMISSIONI
=========


La quistione è appunto questa, cara amica mia:
che uomini e donne avranno torto, avranno
ragione, saranno scusabili o no di rigettarsi
a vicenda i torti come le palline in una partita di
*lawn-tennis*; ma tra loro non potrà esserci accordo.
Non è possibile che due esseri fatti diversamente pensino
e operino a un modo. Se all'amore furono sempre
innalzati inni di gioia trionfale come al sommo bene,
alla massima dolcezza, all'unica felicità, la medaglia ha
un rovescio, e chi volesse mettere insieme tutti i sospiri
di dolore e le grida di maledizione che questa
passione ha strappato nei secoli al genere umano, ne
farebbe un libro altrettanto grosso quanto quello degli
inni. C'è un momento nel quale gli amanti s'accordano,
e il piacere in questo momento è infinito; e l'infinito
piacere pare che compensi le pene innumerabili; pare,
perchè il fugacissimo e alato attimo dell'accordo è pagato
con un dissidio interminabile. E, come abbiamo
visto, il dissidio comincia troppo presto, comincia con
lo stesso amore, è suo gemello. La resistenza delle
donne alle ardenti e supplici sollecitazioni degli uomini
è molto penosa. Non solamente questi uomini
soffrono per non ottenere l'appagamento della spasimata
[pg!76]
brama; ma anche perchè l'inutile implorazione
lede il loro amor proprio e quasi la loro stessa dignità.
Quest'idea di doversi umiliare supplicando è
talmente incresciosa, che può persino impedire d'amare.

Si rammenta ella di quel sognatore, del quale narrai
altra volta la storia, famoso per aver fatto reiteratamente
e per motivi molto speciosi, il gran rifiuto? A
proposito di costui, ricevetti un giorno una lettera di
un anonimo lettore il quale, per dimostrarmi che le
gesta tutte passive del mio protagonista non sono
poi tanto rare, mi narrava che anch'egli aveva più
d'una volta, sotto l'impero di certe sue ragioni, omesso
d'amare. Questa lettera voglio oggi riferirle perchè fa
al caso nostro.

Mi confessava dunque l'anonimo mio corrispondente
che spesso, sul punto d'accendersi di qualche bellezza,
la previsione delle repulse immancabili lo gelava subitamente. — «Siano
queste repulse dettate da un sentimento
sincero o siano finte, l'idea di doverle affrontare
m'è grave egualmente. Se la donna ch'io sto per
sollecitare d'amore mi resiste perchè è veramente
fredda, perchè non ama come me, io penso d'avere
mal riposto l'amor mio in una creatura insensibile;
se, al contrario, la sua resistenza è mentita, io penso
che non merita l'amor mio una creatura bugiarda...
Certamente gli altri uomini non ragionano così: essi
sperano d'infiammare la insensibile e sono certi di confondere
la mentitrice; ma, per arrivare a questo risultato,
bisogna sopportare le repulse, tornare ad insistere,
affrontare nuovi rifiuti, inchinarsi ancora e
sempre; e il mestiere del seduttore somiglia allora
troppo a quello dei sensali, dei commessi viaggiatori,
degli agenti d'assicurazione che voi congedate infastiditi
dalle loro offerte, e che tornano nondimeno imperterriti
ad annoiarvi. Questo pericolo è immancabile
se io sollecito d'amore una donna fredda. Ed io rinunzio
alle sollecitazioni perchè temo di riuscire importuno
e noioso. Se questa donna non capisce il mio
ardore, gli appassionati miei atteggiamenti non le
sembreranno, per soprammercato, ridicoli? Ella forse
[pg!77]
non riderà troppo, è vero, di un desiderio che, se
pure non le dice niente, solletica quando non altro la
sua vanità; ma l'eccitazione della vanità sua è tutta
a costo della dignità mia! E quando mi trovo dinanzi
ad una che finge, debbo io darle questa soddisfazione
di umiliarmi perchè la sua menzogna trionfi
ed ella si prenda secrete beffe di me?...»

Il ragionamento di costui potrebbe parere stravagante
se non fosse giustissimo, e forse molti uomini,
per non dire quasi tutti, lo fanno; ma poi il timore
di riuscire importuni, di umiliarsi, d'esser beffati, cede
all'impeto del desiderio. Perchè questi timori impediscano
alla passione di nascere, bisogna avere — ed
io sarei curioso di vedere se la mia diagnosi è giusta — una
costituzione molto sensibile, capace d'esagerare,
con l'aiuto d'uno spirito un poco sofistico, i più
piccoli moti dell'animo e di opporli ai maggiori; bisogna
anche avere una buona dose, come dirò? di timidità.
Tuttavia, se gli uomini normali non arrivano,
come il mio corrispondente, all'omissione, si mantengono,
per le stesse ragioni alle quali egli dà un peso
eccessivo, in un prudente riserbo. Prima di mettersi
sul serio a desiderare una donna vogliono tastare, per
modo di dire, il terreno; e non si arrischiano se non
quando comprendono di poter riuscire. C'è qui, senza
dubbio, un calcolo, operazione che ella giudica prosaica
e indegna d'un vero amante, e che sarà anche
come ella dice; ma della quale chi la compie si trova
sempre molto bene. Mettersi a spasimare dietro alla
prima venuta, senza sapere se costei potrà e vorrà
rispondere all'amor nostro, è molto imprudente. C'è
anche un altro sentimento che impedisce queste brusche
accensioni, un sentimento del quale le confesso
che non avevo notizia prima che l'anonimo mio corrispondente
mi scrivesse la lettera della quale le ho
riferita una parte. Mi dice dunque costui che molte
volte egli ha rinunziato all'amore *per educazione*.

«Quando noi abbiamo fame la buona creanza ci
impedisce di buttarci sul cibo, c'insegna a contenere,
a moderare il nostro bisogno, ci vieta di darne spettacolo.
[pg!78]
Se siamo soli ci sfamiamo senza tanti riguardi;
ma in società, dinanzi alle persone che non sanno il
nostro tormento, dobbiamo frenarci. Dinanzi alle donne
che non capiscono o giudicano esagerata la nostra
fame d'amore, un istinto che ho chiamato di *educazione*
e che non merita veramente altro nome, frena
in me l'altro istinto. L'impresa è tanto più facile,
quanto che la fame d'amore non è così ardente come
quella del cibo... Io temo di non avere forse bene
spiegato la particolare natura di questo mio scrupolo.
Vi darò un altro esempio. Supponiamo che voi siate,
come me, goloso di confetti, e che entriate nel salotto
di una signora la quale ne ha dinanzi a sè piena una
scatola. Che cosa fate? Allungate la mano per prenderne?
Mai. Ne chiedete? Sì, talvolta, se siete in dimestichezza
con la dama. Se la conoscete da poco, se
non avete la sua confidenza, che fate? Aspettate che
ella stessa ve n'offra. Così vuole il galateo. L'abitudine
di rispettare queste convenienze m'impedisce molte
volte di chiedere l'amore e mi consiglia d'aspettare,
non che mi sia precisamente offerto — cosa difficile,
anzi impossibile e quasi assurda data la costituzione
femminile — ma che almeno mi sia consentito di
chiederlo...»

Una delle accuse, cara contessa, che ho spesso sentito
muovere da lei alla società moderna è motivata da
quell'affettazione di sgarbatezza con la quale gli uomini
d'oggi trattano le donne. Ella è in buona compagnia.
Non solamente tutte le donne, ma anche molti uomini
rimpiangono i bei tempi dell'antica galanteria, la cavalleresca
reverenza che faceva piegare i ginocchi ai
giovani, ai vecchi, ai grandi della terra dinanzi alla
più umile gonnella. La donna era una cosa regale e
sacra, l'oggetto di una specie d'iperdulia. Trattarla da
pari a pari, o peggio dall'alto in basso, pareva una
mostruosità. Tutti i giorni, per le strade, sui marciapiedi,
noi vediamo i giovanotti, con le mani in tasca,
il sigaro in bocca, soffiare il fumo sotto il naso delle
passanti, non cedere loro il passo, non cavarsi il cappello;
noi vediamo tutte le sere, al ballo, i cavalieri
[pg!79]
non più pregar le dame di accordar loro una danza,
ma le signore e le stesse signorine costrette a supplicare
i giovanotti perchè si decidano a muovere le
gambe. La nicotina è preferita al ballo ed agli amabili
ragionamenti. L'uso del tabacco segna un'èra di
decadenza nella storia dell'amore. Io ho un amico che
non va in casa d'una bella signora e che ha rinunziato
a farle la corte e, molto probabilmente, ad ottenerne
i favori, perchè da lei non si fuma... Alcuni,
considerando che questi costumi datano dal principio
del secolo, ne rovesciano la colpa sulla democrazia che,
non soffrendo nessuna regalità, ha buttato giù dal suo
trono anche la donna; altri se la pigliano col positivismo
del nostro tempo, con la scienza che minaccia
d'uccidere, dicono, la poesia. Io direi che nè la scienza
nè gl'immortali principii dell'Ottantanove abbiano da
rispondere del nuovo delitto; neanche mi pare che ci
sia delitto, ma semplicemente reazione. Gli estremi si
toccano, dice il motto. L'eccesso della reverenza accordata
alle donne doveva naturalmente produrre presto
o tardi un eccesso contrario. Poichè ne avevamo fatto
una *religione*, dovevamo presto o tardi aspettarci lo
scisma e l'eresia. L'idolo non poteva restare sempre
sugli altari, la ragione doveva dire che l'oggetto dell'iperdulia
era una creatura debole e misera più dei
fedeli adoranti:

   | La femme, enfant malade et douze fois impur...

Dalla prepotenza e dalla ferocia con la quale il maschio
barbaro trattava la donna, noi passammo alla soggezione
di Don Chisciotte per Dulcinea; il ridicolo che
fece cadere la cavalleria errante doveva pure coinvolgere
la cavalleria galante; allora un Alfredo de Vigny
doveva cantare:

   | Une lutte éternelle, en tout temps, en tout lieu,
   | se livre sur la terre, en présence de Dieu,
   | entre la bonté d'homme et la ruse de femme,
   | car la femme est un être impur de corps et d'âme...

[pg!80]
Ma se oggi gli uomini si comportano verso le donne
con troppo mal garbo, giova sperare che un giorno
le tratteranno come meritano, senza cortigianesca viltà
e senza volgare arroganza.

O come mai, chiedo ora a me stesso, sono venuto
dettando questo bellissimo squarcio di sociologia erotica?
Ah, ecco: volevo dire che nell'amore, ai nostri giorni, si
può vedere da parte degli uomini una tendenza a mutare
l'ufficio assegnato ai sessi dalla natura. Le donne
che devono naturalmente essere sollecitate, dovrebbero
invece prendere l'iniziativa. Lo scrupolo di buona creanza
del mio anonimo corrispondente, l'ostentata freddezza
della gioventù moderna che fa così poche spese di galanteria
e che affetta di non dar prezzo all'amore e di non
sospirarlo, anzi di soffrirlo con una certa annoiata rassegnazione,
sono veramente sinceri? E' incredibile. Ciò
che la natura ha voluto, niente potrà distruggerlo. Ma
la natura ha voluto una cosa alla quale la ragione
tenta di ribellarsi. Gli uomini respinti, non compresi
dalle donne, pensano di reprimere il loro impulso.
Stanchi di dover corteggiare, accavalcano una gamba
sull'altra e aspettano che le signore vengano a corteggiarli.
Una volta per uno non fa male a nessuno...

E il male è appunto questo: che spesso il giuoco
riesce. Le donne hanno torto di lagnarsi d'un danno
al quale esse medesime contribuiscono. Tra chi le supplica
e chi finge di sdegnarle non scelgono esse lo
sdegnoso? Per piegarlo, per convertirlo, per avvincerlo,
non gli concedono ciò che negano al devoto della cui
devozione vivono sicure? E allora si spiega la sentenza
che Hans Ruthe dette una volta a un suo giovane
amico.

Questo Ruthe è l'uomo più fortunato in amore ch'io
abbia mai conosciuto: si chiama Hans e possiamo
chiamarlo proprio Don Giovanni. La sua fortuna è
meritata, perchè non solamente egli è molto avvenente,
ma quanto piacevole è la sua persona altrettanto grande
è il suo ingegno e — nonostante una certa affettazione
di scetticismo — buono il suo cuore. Ma vi sono molti
uomini che, pure avendo le sue doti, non possono
[pg!81]
vantare la lunga serie dei suoi felici successi. Qual è
dunque il suo secreto? Con quali argomenti trionfa?
Che cosa dice alle donne perchè nessuna gli resista?

— Niente! — rispose egli all'amico che l'interrogava
a questo proposito. — Il miglior mezzo d'ottenere
è non chiedere.

Come tutte le altre sentenze umane, anche questa è
suscettibile d'essere capovolta. Un proverbio dice: *Chi
non risica non rosica.* Proprio accanto ce n'è un altro
che ammonisce: *Chi va piano va sano e va lontano.*
Un filo di coltello separa la verità dal paradosso: chi
non lo vede ci si taglia. Per ottenere bisogna chiedere.
E gli uomini che non chiedono l'amore ma aspettano
che sia loro offerto, ne otterranno, sì; ma di che
qualità?

[pg!83]




UNO SCRUPOLO DI DON GIOVANNI
============================


Protesti, gridi e strilli fin che le pare, cara
contessa mia; ma ella non mi rimoverà dalla
mia opinione — dalla mia certezza. Gli uomini,
in amore come nel resto, sono più logici. E poichè
discutere astrattamente non giova, ma conviene
addurre le prove di ciò che s'afferma, io le voglio subito
provare, con un altro fatto, l'affermazione mia.

I Don Giovanni, avendo qualcosa della natura effeminata,
non sono capaci di sentimenti duraturi e non
hanno una coscienza coerente come tutti gli altri uomini — è
vero? Orbene, io voglio narrarle uno scrupolo
di Don Giovanni!

Don Giovanni adunque (lasciamogli questo nome che
vale e quindi risparmia una biografia) aveva spezzato
l'esistenza della povera Principessa. Alla nostra debolezza
di «umili marionette,» come dice magnificamente
un poeta,

   | dont le fil est aux mains de la necessité,

giova addurre, nelle meritate disgrazie, l'impossibilità
di prevedere l'avvenire, l'eterna congiura delle illusioni,
l'inganno universale del quale siamo predestinate ed
[pg!84]
immancabili vittime. La Principessa non aveva neppure
questo conforto. Il passato di Don Giovanni, non che
esserle ignoto, era stato anzi il massimo fattore della seduzione
esercitatasi su lei. Chi nega la potenza seduttrice
dei Don Giovanni, addebitando le loro fortune all'insania
muliebre, è ordinariamente colui che nel secreto del
proprio animo più invidia questa potenza e più si
strugge di possederla. Altro è però accertarne l'esistenza,
altro è definirne l'essenza. Si nasce col dono di
piacere alle donne, come si nasce con la facoltà di
condurre a bene gli affari. Ed a quel modo che i
primi quattrini sono i più difficili da mettere insieme,
così pure le prime conquiste costano sforzi maggiori.
E' nota ai fisici la potenza d'attrazione che risiede nei
grandi cumuli di materia: vicino a una rupe il filo
a piombo non cade più verticalmente ma s'inclina
dalla parte del masso; le nuvole vagabonde corrono
incontro alle grandi montagne. Qualcosa di simile deve
accadere al morale, se tante creature non resistono al
fascino di chi, avendo fatto strage dei cuori, sembra
avere accumulato nel cuore suo proprio grandi tesori
di sentimento...

La Principessa s'era dunque gettata nelle braccia di
Don Giovanni senza ragionare, o meglio ragionando
come tutti i veri amanti, agli occhi dei quali non esistono
altre ragioni fuorchè quelle della persona amata.
Rinunziava ella al suo posto nel mondo, ne affrontava
i severi giudizii, andava incontro alle difficoltà materiali
della vita, sacrificava la pace e l'onore del marito
e — ahimè! — dei figli? Ma tutto ciò avrebbe dato
a Don Giovanni la misura della passione che egli aveva
ispirata! Era a lei vietato sperarne il ricambio, e il
passato di quell'uomo escludeva la possibilità ch'egli si
dedicasse tutto, sinceramente, ad un'affezione? Ma ella
aveva tanto pensato e vissuto che non poteva più nutrire
certe illusioni. Se l'eguaglianza sociale è una sublime
utopia, della quale alcuni spiriti generosi prevedono
il conseguimento in un avvenire più o meno lontano,
chi potrà mai sognare che l'eguaglianza si estenda alle
anime, ai cuori, alle coscienze degli uomini? L'esperienza
[pg!85]
di questa ineluttabile disparità è altrettanto dolorosa
e frequente nelle vicende sentimentali quanto in
tutte le altre della vita: se non si sente molto parlarne,
egli è che i vinti dell'amore non scrivono sui
giornali e non tengono comizii...

Torniamo però alla nostra eroina. Ella si era trovata,
per sua disgrazia — e forse per vendetta di tanti uomini
indegnamente immolati — dinanzi a un compare
Turiddu, al Don Giovanni che sulla piazza del villaggio
o nel salotto della grande città resta sempre eguale a
sè stesso. Siccome è troppo raro che la previsione e
l'attesa del dolore ne scemino l'intensità, così la Principessa,
benchè sapesse che cosa era quell'uomo, sofferse
atrocemente provandolo; ma l'amore di lei — vecchia
storia! — cresceva in diretta ragione della
freddezza di lui. Ella gustava un'amara e mortale voluttà
nel proprio sacrifizio; e finchè Don Giovanni non
la respinse, si stimò ancora fortunata e felice. Don
Giovanni però cominciava a stancarsi. Egli aveva accettato
il sacrifizio dell'amante come una cosa naturale
e quasi dovuta, poichè egli le aveva concesso l'insigne
onore di preferirla a quante se lo contendevano. Vedere
in quel sacrifizio la prova d'un prepotente e sovrumano
amore gli era impossibile, se nell'amore egli
non aveva mai visto null'altro fuorchè il capriccio. E
soddisfatto il suo capriccio per lei, era inevitabile che
egli ne concepisse uno nuovo. Fra le tante donne che
tacitamente gli s'offerivano, chi preferì? Una creatura
che era stata di chi l'aveva voluta: la più indegna, — vo'
dire la più degna di lui. E poichè la Principessa si
ribellò finalmente a quell'oltraggio, e pianse, e implorò,
e gli rinfacciò la propria rovina, e negò che quell'altra
potesse amarlo quanto l'aveva amato e quanto l'amava
ella stessa, egli le significò che non la voleva più.

La Principessa non morì; non impazzì nemmeno.
Come questo fosse possibile il mondo non seppe. Eppure
è semplicissimo. L'esasperato amor suo per quell'uomo
la sostenne, come dicono che certe febbri mantengono
la vita. Quante lacrime ella pianse ai piedi
di Don Giovanni, quali accenti trovò per vincerne la
[pg!86]
freddezza, che preghiere, che rampogne, che minacce
uscirono dalle sue labbra aride e ardenti, io non le
dirò: uno spasimo simile s'immagina più presto che non
si descriva. Tutto inutile: ella fu congedata. Che sarebbe
dunque avvenuto di lei ora che la stessa speranza
era morta?... Non era morta! La Principessa
sperava ancora!... Ella ebbe una forza veramente straordinaria
e diede un esempio veramente poco credibile
di costanza nell'abbandono, di fede dinanzi al cinismo
e di rassegnazione, anzi di umiltà, anzi di pazzia. Accettò,
la sentenza di Don Giovanni; non volle più essergli
d'ostacolo, credette all'amore della rivale poiché
egli lo accettava e lo preferiva al suo, e si trasse in
disparte — aspettando. Che cosa?...

Non andò via, non evitò lo spettacolo della felicità
toccata alla rivale, non fuggì la vista dell'antico amante.
Nei giorni più fortunati la gioia di lei non era stata
mai pura: come di un veleno preso lungamente a dosi
sempre più forti, ella aveva contratto l'abitudine del
dolore; e il veleno le era divenuto quasi necessario.
Ma ella non viveva del presente; se questo fosse stato
ancora più triste ed oscuro, se la tortura di lei fosse
stata cento volte più atroce, la luce che ella vedeva
brillare lontano, l'idea del premio che l'aspettava, le
avrebbero tolto, come le toglievano, d'avvertire la miseria
dove era caduta. E la speranza della Principessa
era questa: un giorno, immancabilmente, Don Giovanni
si sarebbe stancato della sua nuova fantasia; allora,
forse, egli non avrebbe più opposto la spietata indifferenza
di prima allo schianto di lei. Prima, l'aveva
duramente respinta perchè ella gli contendeva il nuovo
capriccio; sazio e stanco, non avrebbe forse rifiutato
di rivederla... Non doveva dunque esser proprio pazza
questa infelice se, invece di trarre profitto dalla separazione
per tentar di guarire radicalmente, fondava
le sue speranze sull'abitudine che quell'uomo aveva del
tradimento, e lo amava ancora dopo che ella stessa era
stata tradita una prima volta, e lo sospirava ancora
per essere tradita una seconda?... Pazza, sì, era pazza;
ma come son pazzi gli uomini che dopo avere assaggiato
[pg!87]
il tossico dell'esistenza, sul punto di guarire del
mal della vita, chiedono a mani giunte che sia loro
prolungata d'un giorno, d'un'ora... E sono essi proprio
pazzi, o non piuttosto vittime d'un inganno fatale? Nel
momento che invocano la continuazione di questa esistenza,
ne ricordano forse l'amaro? In quel momento
non ne vedono altro che le promesse, credono di poter
evitare gli errori, sperano di esser felici... Così quella
donna scagionava in cuor suo Don Giovanni, scusava
il suo scetticismo pensando che egli non aveva incontrato
ancora l'amor vero, e intendeva compiere un'opera
di redenzione infondendo la fede in quell'arido cuore
con lo spettacolo della salda fede che ella stessa nutriva.

Il momento sperato, previsto, aspettato, al fine arrivò.
Don Giovanni s'annoiava, cercava qualche altra cosa.
Allora ella gli andò incontro.

Era passato più d'un anno dalla separazione violenta
e crudele, ma la piaga della povera donna sanguinava
come il primo giorno, quasi che il tempo non
fosse trascorso per lei; e se il dolore la mordeva come
quel giorno, la speranza che ella aveva educata l'abbandonava
ora ad un tratto appena visto quell'uomo. Lontana
da lui, il calcolo sul quale aveva fatto assegnamento
le era parso sicuro; in cospetto di Don Giovanni
ne comprendeva repentinamente l'insania, e riconosceva
la fallacia dei propri disegni, e si vedeva
irremissibilmente perduta. Nell'istante che il suo sguardo
incontrò lo sguardo di Don Giovanni, ella provò l'impressione
di chi sta per annegare, e un senso d'ineffabile
sgomento e di vergogna, e il bisogno di fuggire,
di nascondere a quell'uomo, a quell'estraneo, a quel
nemico, la propria debolezza e la propria miseria. Ma,
d'improvviso, prima che una sola parola fosse pronunziata,
l'ambascia che le serrava il cuore si risolse in
una tempesta di lacrime, di singhiozzi, di lamenti soffocati,
di convulsivi sospiri: una cosa straziante, capace
d'impietosire un cuor di macigno.

Don Giovanni era turbato. Mai più egli avrebbe
creduto che, dopo tanto tempo, l'abbandonata soffrisse
tanto dell'abbandono; aveva, sì, visto piangere molte
[pg!88]
donne, ma sapeva che non costa ad esse un gran sforzo
versar qualche lacrima. Quante erano parse impazzite,
che avevano trovato poi altri conforti? Egli aveva anzi
supposto che la Principessa si fosse già consolata, e
precisamente quest'idea, più che il rimorso od altro,
aveva, dopo la rottura, ridestato in lui con un certo
senso di rammarico il ricordo dell'amore disprezzato
e respinto. Adesso, dinanzi a quella donna che dopo
tanto tempo pareva sul punto di morire strozzata dal
pianto, un immenso stupore occupava il suo spirito;
a suo dispetto, il contagio della commozione gli s'apprendeva.
Quell'infinito dolore era dunque opera sua?
Quella donna era diversa dall'altre? O la passione sulla
quale ella aveva giurato esisteva realmente?... E non
sapendo nè potendo dir altro, egli tentava frattanto,
con sommesse parole, di arrestare le lacrime della
Principessa; e questa sentiva più forte il bisogno di
fuggire, di evitare l'ultima vergogna, l'elemosina della
pietà; ma la voce umile e quasi supplichevole di quell'uomo
che la teneva per mano, che la chiamava per
nome come al tempo antico, fiaccava la sua volontà,
dissolveva i suoi propositi, l'abbandonava, cosa vinta
ed inerte, nelle braccia di lui, le strappava la confessione
delle torture rassegnatamente sofferte, delle speranze
secretamente nutrite. E lo stupore di Don Giovanni
non aveva più limite. Si soffriva dunque tanto,
per amore? L'alterezza d'una donna, se l'amore l'accendeva,
si disperdeva al punto da consentire alla
felicità d'una rivale? L'amore esisteva dunque realmente,
se era una cosa più forte della gelosia, se aveva
dato a quella donna l'incredibile virtù d'una simile
rinunzia e d'una simile attesa?... E due lacrime spuntarono
sulle ciglia di Don Giovanni. La Principessa
gli si stecchì tra le braccia. Gettato il capo indietro
e guardandolo negli occhi come se gli occhi di lui
fossero l'unica cosa visibile, gli disse:

— Tu piangi?... Dunque non mi respingi più?...
Dunque non m'odii?... Credi adesso all'amore?... all'amor
mio?... M'ami anche tu?...

Egli rispose:

[pg!89]
— Sì.

— M'ami d'amore?... Non mi dici così perchè hai
paura?... perchè ti faccio pietà?...

— No.

La Principessa avvertì finalmente, dopo più di un
anno, l'impressione dell'aria che le vivificava il petto.

— Torneremo dunque, — soggiunse, pianissimo, con
l'espressione dell'estasi e quasi sognando, — torneremo
come fummo un tempo?...

Don Giovanni non rispose.

Egli aveva da regolare la sua situazione con quell'altra,
comprendendo bene che l'abnegazione della
Principessa non poteva arrivare fino ad accettar di
spartirlo con la rivale. Bisognava dunque liberarsi
della nuova amante; e questo che per lui, in altre
condizioni, sarebbe stato affare d'un'ora, adesso gli
pareva una cosa formidabile. Giacchè la nuova amante,
la creatura incostante, licenziosa e decaduta che, come
lui, aveva riso di tutto e di tutti, lo amava — i Don
Giovanni fanno di questi miracoli — d'un amore non
meno intenso, non meno profondo, non meno cieco di
quello che gli portava la Principessa. Come la Principessa,
ella aveva sofferto vedendo di non poterne ottenere
in cambio uno eguale, e tremato all'idea di perdere
quel poco che egli poteva darle. Era stata gelosa
di lei quando aveva compreso che Don Giovanni ricominciava
a ricordarla, ma gli aveva dato ragione,
mortificandosi anch'ella per riconoscere la superiorità
della rivale; e si era accusata d'indegnità e s'era torturata
per non aver più nulla da immolare all'uomo
amato affinchè egli credesse a quell'amore... Ma adesso
Don Giovanni credeva all'amore, e la paura di procurare
alla nuova amante un dolore come quello alla
vista del quale egli s'era convertito, gli impediva d'abbandonarla.
La Principessa gli aveva tutto sacrificato,
e quell'altra, secondo il giudizio del mondo ed il proprio,
era una donna perduta; ma, alla luce fattasi in lui, egli
vedeva adesso che l'amore non dipende dalle qualità
della persona amante nè si misura dai sacrifici che
costa. Quelle due donne avevano uguali diritti su lui,
[pg!90]
ed egli quasi voleva potersi dividere fra loro, come
un tempo avrebbe fatto senz'altro; ma poichè ciò gli
riusciva impossibile, malediceva sinceramente il fascino
che aveva esercitato, l'irresistibile potenza di seduzione
della quale altre volte s'era compiaciuto e adesso apprezzava
le conseguenze funeste...

La Principessa, sentendo nuovamente fuggire le sue
speranze, ricominciò a implorare; ma più egli vedeva
l'insanabile acerbità di quella disperazione, più capiva
di non poterne cagionare una simile. Supplice ancora,
l'antica amante non addusse più in proprio sostegno
le prove d'amore che gli aveva date, la rovina che
aveva affrontata, l'irreparabile perdita del proprio
onore; non accusò di disonore quell'altra.

— Tu sei mio, — supplicò, — per quel che m'hai
fatto soffrire.

— *Quell'altra non soffrirebbe egualmente?*

Allora soltanto la Principessa chinò il capo, non
trovando nessun argomento da opporre allo scrupolo
di Don Giovanni.

Sa ella, invece, che cosa fanno quasi tutte le donne
in una condizione simile a quella di costui? Le Donne
Giovanne — veramente il loro nome è un altro!... — presumono
di tenersi a fianco l'amante abbandonato
ed implorante senza sbarazzarsi dell'altro per il quale
l'hanno abbandonato! E sono ancora gli uomini, le
menti più logiche e gli animi più dignitosi, quelli che
non accettano tale situazione, e preferiscono soffocare
la propria passione — ma con poco merito, dopo che
hanno conosciuto che cosa valgono coteste creature...

[pg!91]




UN GIGLIO
=========


Non ho avuto più sue nuove, mia buona amica.
L'ha con me? Non credo! Se ella m'ha
lasciato dire, senza offendersene, le cose piuttosto
vivaci delle quali erano piene certe mie lettere,
non avrà potuto sdegnarsi delle ultime anodine narrazioncelle.
Starebbe piuttosto preparando una lunga
e poderosa confutazione delle mie dottrine? Non credo
neppure. Ella ha di meglio da fare! Il silenzio significherebbe
invece che s'annoia delle mie lettere, alla
lunga? Dovrei dire: «Temo di sì!» Ma ella mi
risponderebbe che, così dicendo, darei prova d'una
falsa modestia e dimostrerei che false non sono soltanto
le donne... Sarebbe ella semplicemente partita
per le bagnature, e questa lettera le correrà dietro un
pezzo prima di trovarla? Ne saprò presto qualcosa dal
mio buon amico Dastri, che torna posdomani.

Senza dubbio è venuto a trovarla. Dica la verità:
non è simpaticissimo? Sono certo che l'avrà fatta arrabbiare,
ma che ella gli avrà perdonato grazie allo
spirito del quale è pieno. Ella avrà anche visto come
io non sia solo a sostenere quelle che a lei sembrano
eresie. Dastri, anzi, va più innanzi di me, ed è molto
[pg!92]
più rigido nelle sue affermazioni. L'altra volta io le
dicevo, per esempio, che gli uomini, obbedendo a un
istinto unico e costante, essendo sempre avidi d'amore,
amano in un modo più logico e mettono nell'amor
loro maggiore sincerità. Da questo teorema Vico Dastri
cava un corollario e sentenzia: «Quando un uomo si
trova in presenza d'una donna, comunque ella sia, — purchè
non abbia sessant'anni o la gobba, — deve
rammentarsi che è uomo e dimostrarlo.» Fino a ieri
io credevo che il giudizio fosse esagerato. Certo, se
agli uomini è toccato il dovere dell'iniziativa, essi non
dovrebbero guardare, come infatti non guardano, troppo
per il sottile; si potrebbe anche ammettere e dimostrare,
con l'esperienza alla mano che, alle volte, essi
si rammentano dell'esser loro perfino dinanzi a donne
di sessant'anni o con la gobba; ma, ripeto, Dastri mi
pareva, fino a ieri, troppo assoluto. Da ieri mi sono
ricreduto. Quando meno me l'aspettavo, ebbi la prova
delle cose dispiacevoli che possono capitare a chi dimentica
il precetto dell'amico mio. La vuol sentire
anch'ella? Eccole calda calda la storiellina.

Bisognerebbe conoscere il mio amico Bernazzi, la
correttezza inglese del suo portamento, il sussiego diplomatico
delle sue maniere, quella specie d'innocente
ostentazione di freddezza ch'egli non lascia neppure
in mezzo alle liete brigate degli antichi compagni di
studii e di piaceri, per comprendere il mio stupore
quando me lo vidi dinanzi, ieri sera, per via, così rabbuffato
in viso, così nervoso nei gesti, così scucito nei
discorsi come nessuno deve averlo mai visto.

Era stato fuori qualche mese, ma dov'era stato, che
cosa aveva fatto, quando era tornato, non mi fu possibile
comprendere in mezzo alle risposte ingarbugliate,
frammentarie ed anche un poco contraddittorie
che mi veniva dando. Se io non lo interrogavo, non
diceva più nulla; soffiava, guardava per aria, e a un
tratto usciva in qualche esclamazione bislacca, a proposito
del tempo, o dei passanti, o delle mostre dei
magazzini. Quando fummo all'angolo di via Monte
Napoleone qualcuno, scantonando, l'urtò un poco:
[pg!93]
Bernazzi si voltò di scatto dicendo, con un tono di
voce irriconoscibile: «Malaccorto!...» Quel povero
diavolo biascicò uno «Scusi!» sommesso e tirò via
rapidamente. Io proposi:

— Torniamo indietro?

— A patto che non si vada a finire in Galleria.

Bernazzi, l'uomo senza volontà, mettere un patto!
Bernazzi, la compitezza in persona, apostrofare a quel
modo uno sconosciuto colpevole di non averlo potuto
cansare a tempo! Io ci perdevo il mio latino.

Arrivati che fummo sotto i Portici, egli volle rifare
il Corso; ma ero stanco e proposi di andarcene a sedere
al Savini.

— Il Savini mi secca. Andiamo all'Accademia.

— Ma tu stasera hai qualche cosa! — non potei
trattenermi dall'osservare. — Ti senti poco bene?

— Io? Benissimo.

M'obbligò a fare il giro da Santa Radegonda, e durante
la via non pronunziò più di due parole.

— Puoi negare quanto ti piace, — insistetti; — ma
tu sei di malumore.

Eravamo dinanzi al Caffè. Bernazzi mi prese per il
braccio, mi condusse a un tavolino appartato e disse:

— Senti un poco quel che m'accade!

Il tavoleggiante si presentò a chiedere le nostre ordinazioni.
Bernazzi lo guardò come avrebbe guardato
una bestia rara, ed anch'io l'avrei volentieri mandato
via, curiosissimo com'ero di sentire quella confidenza
che il mio amico, per l'irritazione che lo dominava,
poteva pentirsi da un momento all'altro di farmi. Ma
appena ebbi chiesto il primo liquore che mi venne a
mente, Bernazzi chinò il capo in atto di assenso alla
mia scelta e riprese:

— Senti un poco che cos'ho. T'ho detto che son
partito da Bologna l'altr'ieri, col diretto delle 11 e 55?
Non fa nulla, te lo dico adesso. Arrivo tardi alla stazione,
appena in tempo per prendere il biglietto; entro
sotto la tettoia che il capo-treno sta gridando: «Partenza!»
e che il conduttore gli risponde: «Pronti!»
Non so dove ficcarmi, quando a un tratto mi sento
[pg!94]
chiamare: «Bernazzi! Bernazzi!...» Mi volto a destra
e a sinistra senza capire di chi è quella voce, ma
scorgo finalmente un braccio guantato fino al gomito
che fa un gesto...

Arrivò il cameriere con i liquori. Bernazzi fece scoppiettare
il pollice contro il medio, poi ripetè:

— ... che fa un gesto. Quel braccio era attaccato a
un busto il quale sporgeva da un finestrino; il busto
era vestito d'azzurro e il capo era avvolto in un gran
velo grigio. Non ho il tempo di stare a guardare, accorro
cavandomi il cappello, apro e salgo. Sai chi era?
Ti rammenti la Hundington?

— Donna Clara?

— Donna Clara. Allora, se la rammenti, non ho
bisogno di spiegarti tante cose. Sai quanti anni ha?

— Non ho visto la sua fede di nascita; ma, così a
occhio e croce, credo che i cinquant'anni debba ancora
compirli.

— I quarantacinque però li ha bell'e compiti, eh?
Va bene. Da quanto tempo non la vedi?

— Ma, da un bel pezzo... da qualche anno.

— Allora, non sai una cosa: è ingrassata.

— Davvero?

— Non pare impossibile? Quel manico di granata?
Ebbene, adesso ha qualche rotondità. Ma il viso sempre
affilato come un coltello, le mani nocchiute come
quelle d'un uomo, i denti sporgenti e lunghi come
quelli di un cavallo; e la stessa sciatteria nelle vesti,
la stess'aria di governante a spasso. Appena salgo e
mi sento dire: «Bravo!...,» io la riconosco. «Donna
Clara!... Scusi, con quel velo!...» Risponde: «Avete
ragione!... Dove andate?» Le rispondo che vado a
Milano, e chiedo dove va ella stessa. Dice che va a
Parigi, ma che si ferma a Milano una giornata. Il
treno parte ed io metto a posto la mia valigia. Un
momento: Donna Clara non era sola; aveva con sè...

— La solita Betsy.

— Precisamente! Che cosa le fa?

— Le tiene compagnia, suppongo.

[pg!95]
— Sarà benissimo. Ma io ti dirò una cosa. Hai
visto che Betsy porta sempre, di giorno e di notte,
d'estate e d'inverno, a piedi e in carrozza, un sacco
in mano? Or bene, costei m'ha sempre fatto l'effetto
di quella vecchia che dipingono dietro a Giuditta, col
sacco destinato alla testa d'Oloferne...

— Oh! Oh!...

— E' un'idea stravagante; ma è più stravagante
quella figura! Lasciamo andare. Dunque s'incomincia
a discorrere, di tutto un po'. Da principio la va bene.
Poi Donna Clara, al solito, mi fa centomila domande,
una sopra l'altra, intorno a tutte le cose dell'universo.
Io rispondo del mio meglio. Nota che dopo quarantacinque
anni di studio, ella parla sempre quell'orribile
francese che sai; aggiungi che io, da mia parte, mastico
maluccio l'inglese: tira la somma, e capirai che
il divertimento era abbastanza magro. Modena, Reggio,
Parma: le stazioni sfilano una dopo l'altra, e sfilano
contemporaneamente le domande di Donna Clara. Mio
caro, io ho sempre sospettato che quella donna faccia
la spia.

— Oh! Oh! Oh!

— Allora, di' tu; che cosa fa? Sentiamo!...

— Ma non lo so!... Quel che fanno le altre, probabilmente
nulla!

— Ma le altre non seccano la gente con quell'aria
inquisitoria, con quella curiosità importuna, con quegli
sguardi indiscreti che vi si ficcano in tasca e vi
frugano sotto i panni! Poi, perchè diamine va sempre
attorno, da Bologna a Parigi, da Roma a Dublino,
da Ginevra a Vienna? Spia, forse ho detto male; ma,
tu stesso lo supponesti una volta, dev'essere l'emissaria
di qualche partito, di quelli che lavorano sott'acqua:
dei nihilisti o dei gesuiti...

— Il diavolo o l'acqua santa!

— Che vuoi ch'io sappia! Ma torniamo al nostro
viaggio. Continuano le interrogazioni: vuol sapere
quanto starò a Milano, che cosa vado a farci, perchè
lascio Bologna, che cosa ci ho fatto, se ci tornerò,
quando ci tornerò, che gente ho visto, perchè sono
[pg!96]
arrivato tardi alla stazione!... A un certo punto, cava
da una sua borsa uno scatolino di pastiglie Panerai:
ma viceversa è pieno di sigarette. Me ne offre una,
e si mette a fumare...

— Fuma, adesso?

— Dammi ascolto! Sigarette pestifere, caro mio,
che quelle delle Regia sono un balsamo. Il treno va
sempre a rotta di collo. Ora le sue domande sono
d'un altro genere: vuol sapere dove scendo, a Milano:
se vi ho casa, se scendo all'albergo, quale albergo le
consiglio. Dico: «Vada da Spatz». Un'altra filza di
quesiti; finalmente si decide per Spatz. Siamo di là
dal Po. Si dichiara contentissima d'aver fatto il viaggio
con me. Anzi, osservo, la fortuna è mia. «Venite a
trovarmi, domani; ripartirò doman l'altro, con l'espresso
delle 6 e 20.» Rispondo che temo di disturbarla; insiste:
«Venite dopo colezione; mi troverete in casa;
non ho da fare nella seconda mezza giornata, la passeremo
insieme». Si arriva a Milano; ripete: «Venite;
vi aspetto». Io l'aiuto a scendere, l'accompagno
fino al carrozzone dell'albergo; nel salutarmi insiste:
«Dunque, non mancate.»

«Il domani, che fu ieri, io sto un bel pezzo in forse:
l'idea d'essere sottoposto a un altro interrogatorio mi
spaventa; ma poi penso che ogni soggetto di domande
è stato esaurito durante quelle cinque ore di
viaggio. Inoltre mi spinge la curiosità di vedere Donna
Clara a casa sua, quantunque questa casa sia un albergo.
Sei mai stato a farle visita? E neppur io, come
nessuno di tutti quelli che conosco. Che cosa fa? Perchè
gira il mondo? Perchè non resta due settimane di seguito
in un posto?... Ma la curiosità di guardare un
poco dentro a quell'esistenza misteriosa non è tanto
forte da impedirmi di ricorrere a un piccolo espediente
per evitare il pericolo di un'ora di noia mortale;
così, invece che alle due, vado al *Milano* alle
quattro, nella previsione che Donna Clara non ci sarà
e che me la caverò con un biglietto di visita. Arrivo
all'albergo, e Donna Clara c'è. Salgo su, ed entro in
un salottino mezzo scuro, dove odo una voce che in
[pg!97]
tono di discreto rimprovero mi dice: «Disperavo di
vedervi arrivare. Sono due ore che v'aspetto!». Balbetto
qualche scusa, stringendole una mano che stende
verso la mia. Seggo, ed abituati gli occhi alla penombra,
vedo a poco a poco disegnarsi la figura di Donna
Clara. E' distesa sopra un'ampia poltrona; porta una
veste da camera gialla, a lungo strascico, guarnita di
merletti neri: una cosa incredibile! I capelli non le si
arruffano come di consueto sulla fronte e sulle tempie;
ma sono elegantemente acconciati. Trasformazione totale!
Per l'aria c'è un odore composito ed acutissimo.
E niente Betsy!... Io rinnovo le mie scuse per il ritardo,
invento una serie di brighe impreviste. Donna
Clara mi parla dell'albergo, della sua corsa mattutina
per la città; e niente domande! Guardando un poco
per il salotto, io scopro la scaturigine dell'odore: sopra
il pianoforte c'è un vaso con un magnifico mazzo
di fiori: una quantità enorme di rose che fanno corona
ai calici purissimi di tre o quattro gigli. Di che
cosa mi parla Donna Clara? Di un libro di versi che
sta leggendo e che le piace molto: a un certo punto
cerca sul *guéridon* il volume e me lo porge.

«Avvicinatomi per prenderlo io scopro che l'odore
non viene soltanto dai fiori: da tutta la persona di Donna
Clara esala un profumo di non so che cosa. Mentre
sfoglio il libro ella s'accomoda meglio sulla poltrona,
rovesciando il capo sullo schienale e stendendo le gambe
che si delineano sotto le pieghe della veste. Allora,
non so come, non so donde, non so perchè, un'idea
mi passa per il capo: un'idea inverisimile, assurda,
bislacca: che Donna Clara sia... donna! T'è mai venuta,
quest'idea? Hai creduto mai possibile che costei
susciti un desiderio?... Ma è un lampo, e passa subito.
Ella m'invita a leggere qualcuno di quei versi — versi
inglesi, s'intende — ed io eseguisco. «Come
vi piacciono?» Dichiaro che sono bellissimi; in verità
ci ho capito poco o niente. «Leggete,» mi dice, «\ *La
spalliera dei lilla*.» Cerco nell'indice questa spalliera,
e leggo. Mi accorgo di leggere malissimo,
d'amputare qualche piede a certi versi e di crescerne
[pg!98]
parecchi a certi altri; ma Donna Clara non mi
corregge: riprende il volume, rilegge il componimento,
lo traduce in francese, e si passa la lingua sulle
labbra.

«Secondo lampo. Io penso, e mi stupisco di pensare,
che se Donna Clara si tagliasse la mani e la testa,
tutto ciò che si vede, quel corpo, sotto quella veste,
forse potrebbe indurre in tentazione. Passa anche questo
lampo; ma Donna Clara, seguitando a discorrere
tranquillamente del più e del meno, accavalca una gamba
sull'altra, si rovescia di più sulla poltrona e di tratto
in tratto mi guarda... E' dunque possibile? I miei
sensi sono pervertiti fino a questo punto? Mi lascio
sedurre da un profumo, dal taglio di un abito, fino a
rimaner lì, imbarazzato, col cappello in mano, senza
trovar nulla da dire?... Sostiene ella stessa la conversazione;
io rispondo qualche monosillabo; a un certo
punto faccio per congedarmi. «Così presto?» dice;
«fermatevi un altro poco!» E suona, per il the. Prendendo
il the si parla di viaggi; Donna Clara s'alza e
va a cercare una cartella di fotografie. Me le mostra
ad una per volta, e siamo così vicini che il suo profumo
mi dà alla testa. Per fortuna le fotografie finiscono,
e torniamo a sedere. Vedo che imbruna e ritento
di andarmene: nuovo invito a restare «... se non
avete meglio da fare...» Seggo a un altro posto e
Donna Clara racconta una storia. Non ascolto neppur
una delle sue parole, tutto occupato dalla stranezza
di quel che avviene in me. Ma io debbo essere ammalato!
Pensare: Donna Clara!... Quarantotto anni!...
Forse anche quarantanove!... E quelle mani! E quel
naso! E quei denti!... E se i miei amici sapessero?...
Che cosa diranno se sapranno una cosa simile? Dove
andrò a nascondermi?... E se Donna Clara si offende e
non lascia che?... Via! via! Non facciamo sciocchezze!...
Torno in me, afferro a volo il soggetto del suo discorso
e mi rimetto in carreggiata, rispondendole, interrogandola.
La sua storia finisce ed ella chiama, per
il lume. Alla luce della lampada che il cameriere ha
acceso io mi stupisco della rapidità con la quale il
[pg!99]
tempo è passato: che cosa sono stato a fare due ore
lì dentro? A un tratto s'ode la prima campana del
pranzo. Questa volta m'alzo per battermela. Donna
Clara mi fa: «Aspettate un altro momento: verrà
adesso Betsy.» Insisto per lasciarla in libertà: mi risponde:
«E Aspettate che venga Betsy!» e scotendo lentamente
un piede riprende a discorrere. Allora un'altra
idea mi balena per il capo: che quegli inviti reiterati,
quell'eleganza, quei fiori, quei profumi, tutte quelle
spese siano state fatte per sedurmi.... Ma è una cosa
tanto balorda che rinsavisco del tutto. Chi ha mai
imaginato Donna Clara nei panni d'una seduttrice?
Chi ha mai pensato che sotto quelle gonne si possa
trovare un corpo di donna? Non deve ella possedere
ancora intatto il tesoro della sua verginità? Ed io?...
Sia lodato il Signore: una specie di doccia gelata mi
seda. Mentre ella vuol sapere quando ci rivedremo e
se capiterò quest'inverno a Parigi, mentre mi dice di
andarla a trovare a Roma, io torno a pensare ciò
che ho sempre pensato: che Donna Clara è una di
quelle povere creature senza bellezza, senza grazia, senza
sesso, le quali cercano un compenso alle mancate gioie
dell'amore col dedicarsi tutte ad una causa, col lavorare
al conseguimento d'un ideale religioso o sociale.
Come ho potuto dimenticare queste cose?... Ed ecco
sonare la seconda campana, ed ecco Betsy che s'affaccia
dall'uscio. Ci alziamo nello stesso tempo. Donna
Clara mi stende la mano nodosa, stringe la mia cordialmente,
mi ringrazia della compagnia. Io ringrazio
Iddio che mi ha tenuto le sue sante mani sul capo.
Avrei fatto un bel marrone, eh? E se mi metteva alla
porta? O, peggio, se mi dava del matto? Avrei avuto
quel che meritavo, è vero?.... Allora Donna Clara, lasciata
la mia mano, va al pianoforte, spicca un giglio
dal mazzo e viene ad offrirmelo dicendo, molto tranquillamente:

— *E questo per la vostra virtù.*

[pg!101]




LA VENERE DI SIRACUSA
=====================


Grazie, amica gentilissima, dell'amabile letterina.
Tutti i miei sospetti e tutte le mie supposizioni
sono dunque senza fondamento, ed
ella non m'ha scritto per un motivo semplicissimo,
«per mettermi,» dice, «alla prova». L'esperienza
pare sia andata secondo i suoi desiderii; io dirò che,
se lei se ne contenta, sono contento anch'io. Quanto
a Vico Dastri, avevo proprio indovinato; ella mi scrive
che questo mio amico è «insoffribile ma delizioso;»
stasera, appena lo vedrò, gli voglio riferire il suo giudizio.
Non abbia paura: Dastri non si avrà a male
dell'«insoffribile,» anzi se ne compiacerà molto più
del «delizioso.» Gli dia anche dell'«impertinente,»
perchè egli pensa che quando un uomo è apprezzato
dalle donne, vuol dire che vale pochissimo...

E, da ultimo, quanto alla sentenza dell'amico mio
ed alla storiellina del *Giglio*, ella mi dice una cosa — onore
al merito! — giustissima. Sì, Bernazzi avrebbe
potuto essere un poco più galante con la Hundington
e, pure non spingendo le cose fino a un punto troppo
rischioso, dare a quella donna qualche soddisfazione di
[pg!102]
amor proprio; se così avesse fatto, il vantaggio sarebbe
stato tutto suo. Vedendolo andar via dopo due
ore che erano soli in una camera d'albergo senza che
egli le avesse detto una parola amabile, quasi si fosse
trovato dinanzi a un altro uomo, Donna Clara, che
aveva fatto unicamente per lui tante spese di civetteria,
fu scusabile se, ferita nella vanità muliebre, lo
punse con l'ironica offerta del simbolico fiore dell'innocenza;
se invece egli avesse dimostrato d'appetire
la sua compagna, se avesse finto di lodare la bellezza
che la poveretta non possedeva, ella naturalmente si
sarebbe schermita, per modestia o mentita o sincera,
ed egli si sarebbe potuto ritrarre lasciando di sè un
lieto ricordo.

Per ottenere questo risultato Bernazzi doveva fingere.
Mentre Donna Clara gli pareva disgraziata e
peggio che brutta, ridicola, egli doveva darle a intendere
che la giudicava seducente. Questa finzione, questa
menzogna non sono molto biasimevoli. Tanto è
naturale che gli uomini appetiscano avidamente le
donne, che essi, come quasi tutti i maschi animali,
non debbono quasi aver preferenze: dinanzi a qualunque
persona del sesso diverso hanno da rammentarsi
del proprio. Quella specie di diritto che le donne
hanno acquistato alla lode, alla deferenza, alla reverenza
di questi uomini, non riconosce la sua origine
nel dovere sessuale di costoro? Noi possiamo asserirlo.
Sicuramente la debolezza del sesso chiamato appunto
debole diede agli uomini l'obbligo di rispettare
e proteggere le loro compagne, specialmente quando
il cristianesimo fortificò nei cuori umani i sentimenti
di fratellanza e di carità; ma se le donne fossero state
deboli senz'altro, voglio dire senza esser necessarie
agli uomini, questi non le avrebbero nè protette nè
rispettate; e la predicazione d'amore del cristianesimo
sarebbe stata poco feconda. Invece gli uomini hanno
tanto bisogno di piegare le donne, che per ottenerne
l'assenso le esaltano: essi si sono obbligati a lodarle,
a incensarle, tutte, indistintamente. Dinanzi a una vecchia,
a una gobba, a una storpia, si comportano galantemente
[pg!103]
perchè da questo loro contegno le giovani
e le belle li giudichino degni d'essere amati.

A onor del vero bisogna riconoscere che questo calcolo
è divenuto incosciente. Bisogna riconoscere ancora
che, talvolta, non c'è calcolo di sorta, nè cosciente nè
incosciente, e che un istinto pervertito oppure un particolare
sentimento induce gli uomini a dimostrare
amore per donne vecchie od orribili. Ha ella letto
quella novellina di Catulle Mendès dove si discorre
del giudizio di Don Giovanni?... Quando l'anima del
morto eroe compare dinanzi al Giudice supremo, tutte
le donne che in vita egli ingannò, offese e perdè, sorgono
a deporre contro di lui: le accuse sono innumerevoli,
le testimonianze schiaccianti; pare inevitabile la
più severa condanna; ma ecco sorgere a un tratto una
vecchia, una donna che già conobbe le dolcezze dell'amore
e, volendo ancora gustarle, non le potè più
trovare quando, per gl'insulti del tempo, gli uomini
già supplici e adoranti la fuggirono e la derisero. Or
bene, Don Giovanni, l'insaziabile, non fece come gli
altri; si chinò verso di lei, la raccolse, le procurò ancora
una volta gli spasimi ineffabili... e per questa
carità d'amore egli è perdonato!

Catulle Mendès fa opera di fantasia, ed io so che
ella non tiene nessun conto delle finzioni. Le narrerò
dunque un fatto, una storia vera e non una novella.
Il protagonista è un romanziere francese che ebbe
gran fama verso la metà di questo secolo e che si
legge ancora, quantunque l'opera sua, innegabilmente
rivelatrice d'un grande ingegno, non procuri le squisite
impressioni e i fremiti arcani dei quali sono avidi
gli amanti della dea Arte. Senza tanti discorsi: Eugenio
Sue. Eugenio Sue, dunque, s'atteggiava, come
tutti gli scrittori del romanticismo, a depravato; ma
forse, o senza forse, era naturalmente sano, e la troppa
salute dovè nuocere alla sua grandezza se è vero che
il genio è una malattia. Per dimostrare la propria
corruzione egli narrava agli amici alcune gesta che
Alessandro Dumas riferisce giustamente come altrettante
prove di bontà. Oda questa. Una sera l'autore
[pg!104]
dell'*Ebreo Errante* seguì per via una di quelle creature
che i Francesi chiamano *filles* forse perchè non
sono mai madri, e salì in casa di lei. In un angolo
della camera — lascio parlare l'autore dei *Tre Moschettieri* — egli
vide un mucchio di scialli, di vesti,
di stracci, dai quali usciva tratto tratto un sospiro.

— Che cos'è? — domandò il Sue.

— Non ci badare, — rispose la mercenaria: — è
una mia amica.

— Una donna, quell'affare?

— Ma sì!

— E dove ha cacciato la testa?

— Non puoi vederla, la tiene nascosta fra le mani.

— Perchè?

La mercenaria, chinatasi allora all'orecchio del romanziere,
gli spiegò:

— Il suo amante le ha gettato in viso del vetriolo:
è tutta sfigurata...

E la disgraziata, compreso che parlavano di lei,
ruppe in pianto. Eugenio Sue le si fece dappresso.

— Ah, povera ragazza! — esclamò. — Ti duole,
è vero, di non poter più fare la vita?

— Qualche volta... — rispose la sfregiata, sogguardandolo
di tra le dita. — Qualche volta... quando
vedo un bel giovane come te...

Allora il Sue andò a spegnere la candela... e poi
lasciò anche due luigi sul caminetto.

Lo scrittore che con tanta simpatia studiò le umane
miserie nei *Misteri di Parigi*, fece dunque una doppia
elemosina alla infelice, e noi non possiamo dire quale
delle due riuscì più gradita: il denaro o l'amplesso.
Sicuramente uno scrupolo caritatevole, l'idea di consolare
la deturpata, di dimostrarle che, nonostante la
perduta bellezza, qualcuno poteva ancora chiederle — e
darle — la sensazione d'amore, spinse Eugenio Sue
a quell'atto. Egli che quasi invidiava l'infame reputazione
del marchese di Sade — il quale era semplicemente
conte — diede una vera prova di gentilezza.
Ma che riesca facile imitarlo non è da credere.

[pg!105]
Quando pure ogni uomo volesse fare la carità d'amore
alle donne orride, gli accadrebbe, novantanove
volte su cento, come a quei pietosi che, posto mano
alla borsa per dare una moneta in elemosina, la trovano
vuota... Far concepire una speranza e non appagarla
è senza dubbio molto peggio di non far niente;
talchè chi prevede di trovar vuota la borsa farà bene
di non portarvi la mano...

Tuttavia, quando pare che le ricerche siano inutili,
può ancora darsi che una moneta si trovi in fondo a
qualche scompartimento, e l'atto di carità non è, alle
volte, tutto caritatevole, perchè una donna orrida di
viso può ancora avere un corpo perfetto; e allora,
superata la repugnanza per il viso deforme, l'ammirazione
per il rimanente spiega la possibilità d'un atto
che non è più generoso, ma interessato. La sciagurata
in cui Eugenio Sue s'imbattè aveva soltanto il viso
rovinato; le sue forme erano rimaste intatte. Gli anni
che sciupano troppo presto la faccia visibile lasciano
durare più a lungo le celate bellezze; l'amore per una
donna che pare finita mentre possiede ancora secrete
seduzioni da far valere resta pertanto spiegato. Senza
dubbio le due bellezze sono diversamente importanti,
e se le donne, non potendole avere entrambe, fossero
costrette a sceglierne una, è certo che tutte eleggerebbero
d'avere un volto stupendo con un corpo sgraziato,
e nessuna si contenterebbe d'avere un corpo divino
con un'orrida faccia. Il giudizio degli uomini
forse non sarebbe altrettanto sicuro, e più d'uno, pensando
che il viso è una parte troppo piccola e non
troppo importante, si rassegnerebbe alla sua bruttezza
pur di trovare venusto tutto il resto della persona da
amare.

Io già la vedo, cara contessa, battere le mani e
godere cogliendomi in fallo. Ella dice che l'amore degli
uomini deve pur essere materiale, volgare e indegno,
se preferisce la consistenza delle membra stupide e
inerti, trascurando la perfezione del viso che è il vivo
specchio dell'anima. Sì, la bellezza della faccia importa
specialmente per questo: che la faccia, la bocca, gli
[pg!106]
occhi esprimono le interiori qualità della creatura, e
la cordiale simpatia e il puro sentimento non si possono
destare senza la bellezza del viso. Per una donna
orribile di volto e apprezzabile soltanto in ciò che non
si vede, si potrà provare un amore fatto soltanto di
desiderio, un amore quasi costretto a nascondersi come
nascoste sono le qualità di chi lo ispira; ma non è
sempre vero, mi consenta di dire, che, tolto il viso, il
resto del corpo sia stupido e inerte e senza espressione.
Ne domandi, se non mi crede, agli artisti, ai
pittori, agli scultori specialmente: li sentirà affermare
che, a parte la faccia, l'eleganza delle forme, la purezza
dei contorni, l'armonia delle proporzioni hanno una
loro propria virtù espressiva e producono, più che un
moto di cupidigia, un senso di pura felicità, un vero
e proprio e tutto morale sentimento. Ed io le voglio
a questo proposito narrare un altro fatterello che fa
proprio al caso nostro.

C'è nel Museo nazionale di Siracusa un meraviglioso
pezzo di scultura greca: una statua di Venere, dinanzi
alla quale si resta compresi di stupore e quasi di religioso
rispetto. Però, mentre la fama delle sue sorelle
di Milo, dei Medici, del Campidoglio, vola per il
mondo, la Siracusana è quasi sconosciuta, e solo i vagabondi
inglesi che non sdegnano spingersi fino nell'estrema
Sicilia sanno qualcosa di lei. Poichè ella non
l'ha veduta, avrei il dovere di dirgliene una parola;
ma, per fortuna mia, un grande scrittore francese che
amò, come gli scialbi figli dell'Inghilterra, girare per
il mondo, descrisse con mano maestra la statua della
Dea. Riferendole la pagina del Maupassant io eviterò
che ella mi accusi di mania descrittiva e mi risparmierò
una prova della quale sento tutto il pericolo.
Come potrebbero infatti le mie parole esprimere la
sublime bellezza del marmo greco?

Prima di tradurre il passaggio del mirabile prosatore,
io le riferirò una sua dichiarazione. Discutemmo già
intorno al prezzo che la bellezza degli uomini ha per
le donne, ma non abbiamo detto quanto la bellezza
delle donne sia importante per gli uomini. È bensì
[pg!107]
vero che questi uomini sono tanto accensibili che qualunque
donna, anche non bella, può essere oggetto del
loro desiderio; tuttavia il desiderio ardente, se per un
verso è di facile contentatura, è anche capace d'apprezzare
molto più che il tepido le qualità dell'oggetto;
così noi vediamo che, mentre tutte le donne possono
essere desiderate, pure il loro dovere è di essere belle.
Ciò che io vorrei farle particolarmente notare è che l'ammirazione
degli uomini per la bellezza arriva a tal
grado, da liberarsi dall'istinto erotico che la determina
e da mutarsi in un culto quasi ideale, in un sentimento
estasiato e purissimo. Già Enrico Heine aveva
malinconicamente confessato: «Io non ho mai amato
altro che statue e donne morte...» Guido de Maupassant
dice: «Se avessi da scegliere fra la più bella
delle creature vive e la donna dipinta da Tiziano, io
preferirei la donna dipinta da Tiziano». Capovolgiamo
la proposizione e facciamo che una donna debba scegliere
fra il più bell'uomo vivo e l'Apollo del Belvedere:
costei sceglierebbe... un abbonamento a un giornale
di mode.

L'autore di *Bel-Ami*, dunque, avendo visto nell'album
d'un viaggiatore la fotografia della Venere siracusana,
narra che s'innamorò di lei «come ci si innamora
d'una donna viva. Ella, probabilmente, mi decise
a fare il viaggio: io parlavo e sognavo di lei assiduamente
prima ancora d'averla veduta.» E arrivatole
dinanzi così comincia a parlarne, senza nominarla,
quasi non si possa dubitare di chi parla: «Entrando
nel museo la scorsi in fondo a una sala, bella come
l'avevo imaginata... Non è la donna poetizzata, la
donna idealizzata, la donna divina o maestosa come
la Venere di Milo; è la donna come realmente è,
come noi l'amiamo, come la desideriamo, come vogliamo
abbracciarla. E' grassa, col petto forte, l'anca
potente e la gamba un poco pesante; è una Venere
carnale che sogniamo coricata vedendola in piedi.
Il braccio che ha perduto nascondeva le mammelle;
la mano che le resta solleva un drappo per ricoprire, con
un gesto adorabile, le grazie più misteriose. Tutto il
[pg!108]
corpo è fatto, concepito, inchinato per questo movimento
tutte le linee vi si concentrano, tutto il pensiero vi
corre. Questo gesto semplice e naturale, pieno di
pudore e d'impudicizia, che nasconde e mostra, vela
e rivela, attira ed evita, sembra definire tutta l'attitudine
della donna sulla terra;» — (quell'attitudine
contraddittoria, ella noti di passata, sulla quale ho già
richiamato la sua attenzione). — «E il marmo è
vivo. Vorremmo palparlo, con la certezza che cederà
sotto la mano come carne. I fianchi, segnatamente,
sono animati e belli in modo inesprimibile. Si svolge
in tutta la sua grazia la linea sinuosa e grassa dei
dorsi muliebri che va dalla nuca ai talloni e che mostra,
nel contorno delle spalle, nella rotondità decrescente
delle anche e nella lieve curva del polpaccio
assottigliato fino alla caviglia, tutte le modulazioni della
grazia umana. Un'opera d'arte non è superiore se non
quando è nello stesso tempo un simbolo e l'espressione
esatta di una realtà. La Venere di Siracusa è una
donna, ed è anche il simbolo della carne.»

Qui il Maupassant fa una digressione per parlare
di quell'amore misterioso e mistico che suscita la testa
della Gioconda e lo sguardo di certe donne vive.
La Venere di Siracusa non ha testa. E ciò nonostante,
quantunque per la mancanza del viso e dello sguardo
parrebbe dover mancare anche l'espressione, ella ha
pure il suo significato. Se lo sguardo di certe donne
ci dice cose che realmente non sono nelle loro persone
e determina in noi un'esaltazione per la quale ci
crediamo capaci di spiccare le stelle dal cielo, altre
eccitano nelle nostre vene l'impetuoso amore dal quale
è uscita la nostra razza. «La Venere di Siracusa è la
perfetta espressione di questa bellezza potente, sana e
semplice. Ella non ha testa! Che importa? Il simbolo
è perciò stesso più integro. E' un corpo di donna che
esprime tutta la poesia reale dell'amplesso.»

Ora un pittore tedesco amico mio, Franz von Rödrich,
andato anche egli in pellegrinaggio a Siracusa
per ammirare il portentoso marmo, ne restò, come
accadde al Maupassant e come accade a quanti hanno
[pg!109]
occhi, turbato e quasi oppresso. Egli non era solo,
un giovanotto suo connazionale lo accompagnava. Dovevano
partire il domani per Malta e Tunisi, e non
sapevano come occupar la serata in quella piccola città
che, racchiudendo tante memorie d'un grande passato,
è troppo sprovveduta delle attrattive della vita presente.
L'artista sarebbe andato a letto se avesse potuto
dormire, se la contemplazione del capolavoro non
l'avesse sconvolto come ci sentiamo sconvolti incontrando
una troppo bella creatura di carne e d'ossa.
Seguì pertanto, sperando distrarsi, il suo giovane amico,
al quale la vista della Venere aveva messo addosso
un'altra febbre, meno pura e più facilmente guaribile.
Nonostante il contrario consiglio di un cicerone di
piazza, l'acceso giovanotto volle andare in cerca di veneri
vive; e la turpitudine del luogo e l'orrore delle
due sole creature che lo popolavano non valse a tranquillarlo;
scelta la meno orrida, andò con lei. L'artista
restò solo, disgustato, pentito di aver accompagnato il
troppo ardente amico, e con la mente perduta dietro la
raffigurazione della sublime bellezza della statua, col rammarico
di non essere vissuto ai tempi che gli artefici
incontravano i viventi modelli di simili opere.

Siracusa! La Magna Grecia! La statua di marmo
pario! La Venere callipige! Ateneo e Lamprido!... Egli
ripeteva tra sè quei classici nomi, quasi assaporandoli,
quasi esprimendone la secreta virtù prima di abbandonare
i memorabili luoghi dove forse non sarebbe tornato
mai. I luoghi erano immutabili, ma come il tempo aveva
compito l'opera sua! Il teatro era vuoto, vestito d'erba;
il tempio di Diana era divenuto una mediocre cattedrale
di provincia: non più Dionisio udiva dall'alto
dell'orecchiuta latomia le voci dei prigionieri; il papiro
dell'Anapo dava inutilmente al vento le verdi
chiome vegetali, spodestato dalla carta fatta di stracci.
E che cosa era divenuta la razza, l'uomo e la donna,
dopo tanti miscugli di sangue? Come paragonare, senza
sentirsi stringere il cuore di pietà e senza fremere di
sdegno, la statua del Museo alla turpe creatura che
gli stava dinanzi e che tentava di eccitarlo?... A un tratto
[pg!110]
egli udì gridare: «Franz!... Franz!... Franz!...» Era
la voce del suo giovane compagno.

Franz accorse, cercandosi istintivamente un'arma addosso,
credendo che l'amico chiamasse aiuto, rammentandosi
le parole del cicerone che li aveva sconsigliati
d'avventurarsi in quei luoghi... Egli s'ingannava, nessun
pericolo li minacciava; il compagno lo chiamava
per farlo partecipare alla sua meraviglia. La donna
che questi aveva portata via, con una testa orribile e
ignobile, irregolare, cotta dal sole, premuta da una
zazzera untuosa come quelle delle Abissine, aveva il
corpo della statua. Viva, calda, palpitante, essi si vedevano
dinanzi la forma di Venere: avevano toccato
il marmo ed era parso loro carne; ora toccavano la carne
che parea marmo. Le loro mani tremavano nel premere
le polpe scultorie; la loro meraviglia era estatica,
non riusciva a saziarsi. Chi li avrebbe creduti,
quando avrebbero narrato l'incontro? Aver visto la
statua della Dea qualche ora prima, quelle forme che
tutti i viaggiatori ammirano con un secreto senso di
sfiducia, pensando che l'arte sola ha potuto plasmarle,
ma che in realtà quella perfezione non esiste; e trovarle
qualche ora dopo, non di pietra inerte, ma di
muscoli elastici, e così perfette, in ogni parte, in ogni
linea? Tutta lei, nel seno, nei fianchi, nel grembo:
tutta lei, dai piedi al collo; solo la testa, la testa orrida
e turpe, pareva una terracotta barbarica sovrapposta
al marmo di Paros!

Il signore di Sade, redivivo, avrebbe pensato di decapitare
quel corpo; Franz von Rödrich ripensava le
parole del Maupassant: «Non ha testa! Che importa?
Il simbolo è per ciò stesso più integro. E' un corpo
di donna che esprime tutta la poesia reale dell'amplesso....»

[pg!111]




L'ESTRO
=======


Diciamo il vero, signora mia: la dose d'ingenuità
della quale madre natura volle provvedermi
dev'essere proprio grandissima se
da due mesi, contro le ostinate denegazioni di lei,
e con la previsione dell'inutilità d'ogni ulteriore insistenza,
io persevero a dimostrare concetti che ella dice
arbitrarii, riprovevoli e insostenibili. E giacchè siamo
a parlare d'ingenuità, le confesso proprio ingenuamente
che comincio ad essere un poco stanco di predicare,
come si suol dire — nè il paragone ha nulla d'offensivo
per lei! — di predicare, come si suol dire, al muro.
Ella è più salda nelle sue idee di un buon muro di
sassi e di cemento! E di questa cosa evidente, della
quale le ho dato una moltitudine di prove — senza
che ella le abbia distrutte con prove contrarie! — cioè
che l'amore degli uomini è una passione fortissima,
uno struggimento ineffabile, un impeto veemente,
senza fine maggiore di quello delle donne, ella non si
vuol persuadere. Ella mi ricanta il solito ritornello:
gli uomini amano più con i sensi; ma con l'anima
amano meglio le donne; l'amore degli uomini è più
positivo e pratico; più ideale e poetico è l'amor delle
[pg!112]
donne!... Ma, in nome di Dio, entri in una biblioteca
e ne sfogli il catalogo. Quanti sono i libri d'amore,
d'amore romantico, poetico e ideale, scritti dagli uomini?
Sono milioni! Quanti quelli scritti dalle donne?
Forse uno, in proporzione. E tutta la poesia che esiste
al mondo sarà stata scritta dagli uomini senza che
essi la sentano; mentre invece soltanto le donne sentiranno
poeticamente; le donne, che di questa loro sublime
poesia non ci riferiscono neppure una rima?...
E' vero, è purtroppo verissimo che uomini e donne
non si possono intendere perchè ciascun sesso considera
le cose sotto un certo aspetto tutto suo proprio;
ma c'è pure una logica superiore al modo di ragionare
dei sessi; e questa logica dice che la poesia delle donne
amanti dev'essere un sentimento mediocrissimo, se non
si esprime, se non le spinge a cantare; mentre forte
e grande e sublime è la prorompente poesia degli
uomini innamorati che empiono il mondo dei ritmici
gridi della loro passione!... Sissignora: la prima sartina
incapricciata del primo commesso di negozio che
le dice una galanteria, spasima d'ideale e poetico amore;
mentre l'amore di Francesco Petrarca e di Alfredo
de Musset, di Dante Alighieri e di Giorgio Byron, di
Enrico Heine e di Ugo Foscolo e di Victor Hugo e di
Leopardi e di Shelley e di Goethe e di Lamartine è
una roba — adesso scrivo in milanese! — tutta prosaica
e materiale!

Io avevo messo da parte per lei, secondo la promessa
fattale altra volta, alcune cose di Ermanno
Raeli. Ella che non giudicò detestabili, come al povero
amico mio parevano, le sue poesie, mi richiese di cercare
se tra le carte del defunto se ne trovavano altre. Precisamente
io avevo trovato un passaggio del suo giornale
pieno di versi, e volevo trascriverli e mandarglieli
senz'altro; ma la sua lettera odierna mi spinge a
fare un'altra cosa. Queste poesie del Raeli sono intercalate
in mezzo alla prosa, si riferiscono ad un suo
stato d'animo, ai sentimenti che egli provava nell'atto
di scrivere certe sue note. Or bene: egli aveva incontrato
allora allora Massimiliana di Charmory e s'era
[pg!113]
innamorato di lei. Che cosa fu l'amor suo io narrai
altra volta: qui ella leggerà dentro all'anima amante,
assisterà all'improvviso divampar della fiamma. Perchè
ella dia a queste note il loro giusto valore, comincerò
col trascrivere le precedenti, le pagine anteriori all'incontro,
nelle quali egli significa la sua depressione e
il suo disgusto. Quando d'una donna che s'innamora
ella mi riferirà qualcosa di simile, io le darò ragione.
Noti che non le do ora queste pagine come sublimi:
sono anzi molto mediocri, ma dimostrano di che
straordinaria eccitazione, di che prodigiosa esaltazione,
di che intellettuale e sentimentale fioritura è causa nel
cuore d'un uomo l'amore. Ed eccole: avverto ancora
che trascrivo senza mutare una sillaba, senza alterare
neppure la disposizione dello scritto; rammento infine,
per certe stranezze di stile, che Ermanno Raeli, come
mezzo tedesco, scriveva spesso in un italiano tutto suo.

-----

*Martedì, 3.* — Piove. E' la stagione floreale, e piove.
Il cielo è di fuliggine, la terra è di fango.

*Mercoledì, 4.* — Ricomincia a piovere, l'aria è
calda e umida, una viscida bava pare sia stata spalmata
su tutte le cose da un popolo di lumache e di serpi.

*La sera di Giovedì.* — Un cielo di Goya, lubrico,
infame, pieno di turpi visioni.

*Sabato.* — Ora un sole di fuoco scotta ed abbrucia.
La campagna fumiga, tutte le putredini fermentano
sotto la terra acre.

*9 sera.* — Questi fiori sono germinati dalla putredine.
Mi disgustano tanto quanto certe carni di sozzi
animali che si nutriscono degli escrementi.

*Il 15.* — Per le vie io mi diverto a osservare l'andatura
delle persone. Alcuni strisciano tortuosamente
come rettili, altri saltellano come conigli, altri incedono
come pachidermi. E l'impronta animalesca è nei loro
visi. Certi nasi sono proboscidi, certe bocche sono grifi;
ecco due orecchie pendule come quelle del bracco. E
gli occhi! gli strabuzzati occhi bovini, gli occhi ferini
del gatto, gli occhi rapaci del gufo! E le mascelle
prognate, come quelle degli antropoidi! Se io stesso
[pg!114]
mi guardo allo specchio, l'espressione bestiale che scopro
nel mio viso mi abbrutisce. Siamo tutti bruti. Niente
ci differisce dai bruti. Udite le voci: nel piacere si
grugnisce, nella preghiera si miagola, nella collera si
abbaia; il grido del nostro dolore è in tutto simile a
quello del dolore animalesco.

*Sera.* — Io guardo le donne, le eredi della bellezza.
Non una, non una che me la riveli. Già le forme
sono troppo nascoste dall'abito; e l'abito è goffo, innaturale
e snaturante. Molte, la più gran parte, ne
sono oppresse come le testuggini dalla scaglia; altre,
quelle che chiamano regine della moda, lo sfoggiano
come il pavone le penne. E i visi sono artefatti, le
chiome o tinte o accresciute di peli morti, tolti a cadaveri;
la pelle vellutata dai cosmetici e dalle polveri,
le orecchie stirate dai pendenti come tra i Barbari.
Bene è che i corpi siano nascosti, senza di che noi
vedremmo una più lamentevole vista!

*Giovedì, 18.* — Ho incontrato una bella donna. La
mia critica non ha potuto esercitarsi su lei. Era bella.
Ma, sovraccarica di vistosi ornamenti al pari d'un
idolo, il suo viso era vuoto d'espressione come quello
d'un idolo di stucco o di marmo.

*Sabato, 20.* — Queste bellezze muliebri sono tutte
vuote. Il loro sguardo è stupido, come la loro mente è
pigra. In nome di Dio, evitate di udirle se non volete
piangere della loro sciocchezza.

*Domenica.* — Forse la colpa è mia? Forse è il mio
occhio, il mio giudizio, quello che niente riesce ad appagare?
Forse un troppo alto ideale mi fa sentire tutto
meschino? Se io leggo nel libro d'un grande scrittore
non ammiro tanto le pagine sublimi quanto m'indugio
e quasi mi compiaccio dinanzi ai passaggi meno felici,
ai segni della fatale umana imperfezione. Io sento tutto
imperfetto, manchevole e maculato.

*La notte.* — I miei versi! Ho riletto i miei versi
antichi. Miseria ed ignominia! Io ho scritto queste cose!...

*Lunedì, 30.* — Gli uomini si festeggiano mangiando
insieme. L'animalesco bisogno del cibo, che bisognerebbe
contentar da soli, di nascosto, si soddisfa in comune,
[pg!115]
solennemente, tra faci e fiori. Le bocche si
aprono, le mascelle masticano, gli esofagi ingozzano il
bolo che la saliva ha impastato...

*Mercoledì, 14.* — Non c'è poesia senza bellezza e
senza amore. Dove trovare una bellezza e come nutrire
ancora un amore?

*Dopo un mese.* — Come è lungo il tempo!

*Tornando dal Museo.* — La bellezza espressa dall'arte,
nel quadro o nella statua, è quasi perfetta e
certamente amabile. Ma è anche muta ed è anche falsa:
nella realtà non esiste.

*Sabato, 7.* — Forse il solo spettacolo capace ancora
d'accendermi è questo della natura. Le rive boscose
che si riflettono nelle acque d'argento, le sinuose linee
dei monti, ora graziosamente inclinate e digradanti,
ora erte e sfidanti il cielo; un paese lontano in mezzo
a un virido piano o ad una valle rocciosa; un promontorio
che s'allunga come una schiena immensurabile,
un seno d'acque lucenti al par d'uno specchio,
attraggono l'occhio mio, mi contentano e acquetano.

*Lunedì, 9.* — Questa natura è sublime. Più la contemplo
più sento un'eccitazione secretamente prepararsi
dentro di me; ma tosto ritorno allo scontento
e alla disperazione di prima pensando che non ho alcuno
cui comunicare l'eccitazione mia. Se pure io trovassi
una creatura cui sentissi di poter dire tutto ciò
che s'agita nell'anima mia, come potrei dirle queste
cose? Esiste una creatura non solamente capace d'intendermi
ma di farmi parlare?

*Martedì, 22, sera.* — Eccola.

*Otto ore.* — E' lei.

*Mercoledì.* — La mia mano trema. Non so più scrivere.
Volevo fissare sopra una pagina lo stato dell'animo
mio, dire il mio turbamento, esprimere la meraviglia,
la gioia, la gioia ancor quasi incredula, la
meraviglia quasi ancor sospettosa; volevo indagare il
tumulto di sentimenti che imperversa dentro di me,
e non ho potuto dir nulla. Forma della Bellezza, lo
sguardo tuo mi parla. Io mi sento rinascere. Io sogno.
Io vivo. Dice una voce chiusa che questo sogno svanirà;
[pg!116]
e non me ne dolgo, e la tristezza delle previsioni
oscure è incapace di sedar la mia febbre. Da un
canto interiore, dalla musica delle cose, io mi sento
spronato come dal clangore d'un'epica marcia. Partirò,
me ne andrò lontano, riprenderò la vagabonda mia
vita. Ma la memoria sua, come una luce pura, schiarirà
la mia vita. Che dire?

Sinfonia. Il silenzio, la pace. Dormono l'acque dei
ricordi, come uno stagno.

   | Il silenzio, la pace;
   | dormono le Memorie...

Non è questo. Non so dire. Chi mi suggerisce?

   | Tu Bellezza, tu Grazia,
   | tu Dolcezza ti chiami...

No, no, no.

   |   Forma della Bellezza,
   | Anima sospirosa,
   | non ti vedrò piú mai.

Ecco. Ho trovato.

   |   Lucente Anima pura,
   | perchè sul mio cammino
   | prima non t'incontrai?
   |
   |   Ah, se mi fossi apparsa
   | quando, di fede acceso,
   | anch'io credei, sperai!
   |
   |   Quando non conoscevo
   | il pianto e la vergogna!
   | Allora io t'aspettai!
   |
   |   Or che passata è l'Ora,
   | mi son vietati i cieli
   | sereni ove tu stai.
   |
   |   Grazia, Purezza e Riso,
   | l'orrore della vita
   | non puoi saper, non sai.
   |
   |   O, generosa e buona,
   | conforto del tuo pianto
   | alla miseria dài.

[pg!117]
Ma guai al vinto, se tenta ancora illudersi, sognare,
sperare; al vinto, guai!

   |   No, la Speranza è morta
   | per mano del Dolore:
   | è troppo tardi ormai.
   |
   |   Io sparirò. Ma innanzi
   | di perderti per sempre,
   | odi: vissuto ho assai
   |
   |   se pur t'ho conosciuta,
   | se a te d'accanto un giorno
   | vivere meritai.
   |
   |   Forma della Bellezza,
   | Anima luminosa,
   | non ti vedrò più mai,
   |
   |   ma Fior della memoria,
   | immacolata Idea,
   | Spera d'ardenti rai,
   |
   |   Faro delle mie notti,
   | Sole dei giorni miei,
   | eterna in me vivrai...

Il pianto è dolce, soave, grato. Quantunque io disperi,
la mia disperazione non è insopportabile. Forse
una secreta inconfessata a me stesso speranza germina
nell'anima mia?

Vederla! Vederla! Ancora vederla! Nutrirmi ancora
della sua vista!

Voci di gioia.

Parole arcane.

Sospiri e fiamme.

Ah! le parole, le parole sonore, clamorose, squillanti,
le parole che dicano tutto, io so le parole, sento di
poterle trovare. Come un liquore di fuoco scorre per
le mie vene; io mi sento travolto da un turbine risplendente
e risonante.

[pg!118]
Il tempo precipita.

Ho bisogno di cantare. Io ho riso della poesia, me
ne sono vergognato come d'un linguaggio ridicolo,
fuor della vita, fuori del vero. Ora il linguaggio di
tutti i giorni mi par rigido, frigido, vuoto ed ingrato.
Io canterò la sua bellezza buona, io canterò la grazia
sua soave. Ecco che le mie frasi, senza ch'io me ne
accorga, prendono naturalmente la misura del verso.

Cantare, cantare: sciogliere un inno che echeggi nei
secoli!

No, Ella non vuole. Un dolore secreto la rode. Ella
non vuole udire i superbi canti della gioia, ma i canti
sospirosi della pietà.

Quale dolore cinge la sua fronte? Che visioni ricordano
i suoi sguardi velati?

   | Muta, lassa,
   | dolorosa.
   | Ella passa
   | nella Vita.
   | La divelta
   | rosa langue,
   | china il capo,
   | scolorita.
   | O pallore
   | della fronte
   | pura, della
   | mano pura,
   | o dolore
   | senza fine
   | delle labbra
   | sigillate!
   | Nostalgia
   | d'altri cieli,
   | agonia
   | dell'amore:
   | chi può dire
   | la passione
   | che la strugge?
   | Chi guarire
   | la potrà?
   | Forse un'urna
   | [pg!119]
   | di memorie
   | ha nel cuore,
   | e di pianti
   | sanguinosi
   | la conforta.
   | Taciturna,
   | come morta.
   | Ella passa.
   | Che pietà!

..

No, io non esercito più la mia critica. Che è la critica, l'ingrato,
l'inutile, lo sterile esercizio? Io vivo, io vivo, io vivo. Crea la
mia mente, il cuore palpita; le mie parole traducono il ritmo del
cuore.

La sera è calata. Io sono lontano da lei, ma così pieno di Lei come se
Ella fosse compenetrata e confusa in me.

   | Non alitar di vento, non voci; divino Silenzio.
   | Già l'Ombra nuziale tutte le cose cinge...

Un altro poeta già chiamò nuziale l'ombra. Io ripeto
l'imagine felice. L'ombra è nuziale. Che altre imagini
misteriose essa risveglia! Non bisogna indagare. Il velo
dell'ombra nuziale cinge, nasconde tutte le cose.

   | Le vegetali forme, immote nell'aria clemente,
   | posano anch'esse in braccio al Sonno prestigioso.
   |
   | Il salice argentino che sogna? Che sogna il nebbioso
   | ulivo, il rovo ardente, la folleggiante vite?
   |
   | L'anima della pia Desdemona bianca tremante
   | erra d'intorno al salce, prega, sospira, geme.
   |
   | Sere lunghe d'inverno, il Ceppo, le fiamme guizzanti,
   | gli urli dell'aquilone, i baci della neve
   |
   | sogna l'ulivo; e il rovo un cuor lacerato che gronda
   | sangue, due rosse labbra, rosse di sangue umano.
   |
   | Danzar felici amanti al rezzo di folti aranceti,
   | al carezzoso suono di flauti e di viole,
   |
   | correr Fauni e Baccanti, disciolte le chiome, roventi
   | le fronti inghirlandate, mirano l'ebre viti.
   |
   | [pg!120]
   | E i monti secolari, e l'acque perenni, voraci
   | sepolcri di viventi, sognano anch'essi. L'Ere
   |
   | sognano disparite, i tempi che l'uomo non visse,
   | le prime operazioni della virtù vitale.
   |
   | E l'Anima turbata, oppressa, smarrita, perduta,
   | l'Anima vulnerata, l'Anima senza speme,
   |
   | l'Anima senza pace per nuovo prodigio si placa,
   | le spasimate veglie tregua han di sogni alfine.
   |
   | Sogno! Visione! Ebbrezza! O come lontani i tormenti!
   | Vinto è l'orrore, vinti i malefizii sono.
   |
   | Giorni delle speranze ingenue, dei buoni pensieri,
   | giorni di pura fede, o tramontati giorni,
   |
   | ecco: sorgete ancora, risorge il Passato, la santa
   | gioia dell'innocenza ecco fiorisce ancora.
   |
   | Anima tenebrosa, la luce t'inonda, il sorriso
   | d'una miracolosa Anima sfolgorante
   |
   | schiara la notte tua, ti trae dagli oscuri perigli,
   | nitidamente addita le vie della salute.
   |
   | Tempo, t'arresta! Vita, rattieni il tuo corso fatale!
   | Sogno, sorridi ancora! Volgi tu eterna, o Notte!...
   |
   | Non alitar di vento, non voci, non suoni, non moti:
   | alta, soave, augusta, o non sperata Pace!
   |
   | Ahi! Già si sbianca il cielo!... Distrutto è l'incanto supremo;
   | fuggono le visioni, riede il dolor col sole...

[pg!121]




ANACRONISMO
===========


   | *Cara Contessa*

Hauptig di Mannheim, celebre artista tedesco
di cui ella avrà sentito qualche volta parlare,
fu, anni addietro, in Italia, e precisamente a
Roma. Abitava in una casa mobiliata, in via Margutta,
dove stavano altri artisti; ma egli non aveva neppur
veduto i suoi vicini, occupato com'era tutto il giorno
a lavorare. Il lavoro di questo mutabile ed inquieto
dilettante al quale nessuna forma dell'arte è sconosciuta
consisteva allora nella pittura. Il suo studio, un
immenso stanzone al quarto piano, riceveva luce, dalla
parte del cortile, da due balconi aperti sopra un ballatoio
che girava lungo tutti i quattro muri interni
del fabbricato e sul quale si aprivano tutti gli altri
balconi delle stanze di quel piano. Siccome non era
diviso da cancellate, i casigliani potevano comunicare
facilmente gli uni con gli altri; ma Hauptig, nascosto
dietro le sue tele, non aveva notizie del resto del
mondo. Un giorno, mentre disegnava un paesaggio,
udì grida infantili e un rumore affrettato di passi e
un esclamar minaccioso:

— Monella!... monella!...

[pg!122]
Egli aveva appena sporto il capo, quando vide una
bella bambina di otto o dieci anni precipitarsi, dal
balcone aperto, nello studio e quasi trincerarsi, con
aria tra spaventata e trionfante, dietro di lui; mentre
una donna, fermatasi sulla soglia, esclamava ancora,
ma con voce più concitata:

— Torna a casa, monella!... — e, alla vista del
pittore, soggiungeva confusa: — Scusi, signore... scusi...
Questi benedetti bambini!...

L'artista s'alzò, prese per mano la fanciullina, le
diede una chicca e con belle maniere la rappattumò
con la mamma. Giacchè era proprio la mamma, come
egli seppe durante un breve scambio di nuove scuse
e di complimenti.

Così fece conoscenza con la vicina. Da quel giorno,
la bambina che aveva guardato con grandi occhi attoniti
le tele disseminate per lo studio, cominciò a
fare qualche visitina al suo protettore d'un momento.
Si metteva a sedere sopra uno sgabello e restava estatica
a guardare il lavoro dell'artista, così tacita e tranquilla
che spesso Hauptig ne dimenticava la presenza;
finchè la madre, comparendo un momento dal balcone,
chiamava:

— Rosetta!... Ancora a disturbare il signore?... —
e la piccolina, salutato gravemente il suo vecchio amico,
andava via. La madre era molto bella; alta, bionda,
ben fatta; ma Hauptig, dopo averla conosciuta, era
rimasto più calmo di prima: non aveva neppur pensato
di farle una visita, e la vedeva appena un istante,
quelle rare volte che Rosetta, indugiatasi nello studio,
la costringeva a venirla a chiamare. Nè, tanto meno,
la donna mostrava d'esser rimasta turbata dall'artista;
non aveva neppure avuto la curiosità, tante volte che
s'era affacciata sulla soglia dello studio, di entrarvi.

Un giorno che il pittore lavorava, solo, ella apparve
dinanzi al balcone, col cappellino in testa e l'ombrellino
in mano, come se stesse per andar fuori o rincasasse
proprio allora. Disse:

— Rosetta, ancora qui?... — ma la bambina non
c'era. Hauptig si levò e andò a salutarla, spiegandole
[pg!123]
che la sua piccola amica non s'era vista. Restarono
così un poco a parlare del lavoro del pittore; senza
che nessuno dei due sapesse come, si trovarono vicini
alla tela già quasi finita.

Dinanzi al quadro, la donna espresse, con parole
che parevano sincere, la propria ammirazione; e Hauptig,
solleticato nella sua vanità d'artista, mostrò gli altri
suoi studii. Per osservare con agio un grande cartone
pendente da una parete, ella sedette un poco sul divano.
Hauptig si mise al suo fianco, spiegandole il
soggetto. E a un tratto, vicino a quella donna bella
ed elegante che gli parlava il dolce linguaggio della
lode, dal cui corpo esalava un profumo acuto e turbatore,
l'artista che non le aveva ancora dedicato un
pensiero sentì la vampa del desiderio salirgli alla
fronte; ma d'un desiderio violento, furioso, che gli
annebbiò la vista e gli fece allungare le mani... E
quella donna che non s'era mai occupata di lui, che
non aveva ancora avuto neppure la curiosità di varcare
la soglia dello studio, si lasciò prendere come da
amante amato...

Non c'era stato fra loro null'altro fuorchè l'incontro
di due desiderii e l'appagamento di due appetiti:
l'artista tornò alle sue tele, la donna... a che cosa?
Hauptig non ne sapeva nulla. Non sapeva se era maritata
o vedova o libera, se aveva altri figliuoli, che
cosa faceva in casa e fuori. La bambina tornava spesso
a veder lavorare il pittore, e la mamma s'affacciava a
chiamare: «Rosetta!» col tono un po' corrucciato che
soleva prendere quando la scopriva nello studio. Due,
tre, parecchie altre volte ella tornò quando la bambina
non c'era; nell'andar via gli dava convegno per un
altro giorno, ma spesso non manteneva la promessa.
Quando finalmente appariva, inaspettata, non dava ragione
della mancanza; nè Hauptig ne chiedeva, un
poco per discrezione, ma più per indifferenza. Quelle
visite gli facevano comodo, e nient'altro; nè la sua
amica chiedeva giuramenti o promesse, nè parlava di
sacrifizii o di rimorsi. In quattro o cinque mesi non
si scrissero un rigo, non scambiarono una sola parola
[pg!124]
*romantica*. Finalmente, stanco della pittura e chiamato
in Germania da gravi interessi, l'artista annunziò un
bel giorno che doveva partire. Nessuno versò una
lacrima; si strinsero la mano da buoni amici che si
debbono reciprocamente molte ore piacevoli. Ci fu,
invero, la promessa di scriversi, e anzi Hauptig lasciò
il suo indirizzo di Mannheim; ma nè ricevette nulla,
nè si ricordò della promessa.

I mesi passarono un dopo l'altro; passò un anno,
ne passarono due. Dopo due anni egli aveva quasi
dimenticato quella donna, la cui figura si perdeva in
mezzo a tante altre incontrate un momento e scomparse,
quando un giorno ricevette una lettera scritta
con carattere sconosciuto. Era di lei. Gli si rammentava,
sicura ch'egli l'aveva già obliata. Gli chiedeva
sue notizie, glie ne dava di Rosetta e di sè stessa.
Diceva d'aver sofferto, senza spiegare nè come nè
perchè. Tutta la lettera era scritta con un tono d'affettuosità
timida, umile e quasi paurosa. Sperava di
ricevere una risposta.

Hauptig, molto stupito, sospettò una cosa volgare
ma naturale: colei preparava una domanda di quattrini.
Però, curioso com'è, rispose senza far trasparire
il suo sospetto, mantenendosi sulle generali.
Ricevette una seconda lettera più calda della prima,
e senza che avesse ancora risposto a questa seconda,
una terza ancora più appassionata. Quella donna non
aveva bisogno di danaro, ma d'un po' d'affetto; con
espressioni amaramente dolenti gli diceva di non aver
raccolto sul proprio cammino altro che disinganni e
tristezze; solo il ricordo di lui non era avvelenato, ed
a lui si rivolgeva in un momento di nero sconforto.
L'artista, un poco intenerito, un poco lusingato, ma
più che altro curioso, rispose secondandola; e in breve
le lettere di lei si moltiplicarono, piovvero tutti i
giorni. Esse erano traboccanti di passione, scottanti di
amore, bagnate di lacrime: Hauptig non ne aveva mai
lette di simili. Ella non spiegava nulla, non diceva
perchè era rimasta tanto calma quando, avendolo vicino,
gli si era data senza sentir nulla per lui; nè
[pg!125]
perchè aveva lasciato passare due anni senza scrivergli
una parola, quando poi, tutt'ad un tratto, il ricordo
di quest'uomo doveva brillare nelle tenebre della sua
esistenza, sino a fugarle. Ma aveva ella veramente bisogno
di spiegare queste cose; e, benchè ignorasse le
circostanze speciali nelle quali quella donna si era trovata
al tempo del loro incontro e nelle quali si trovava
adesso che tanta distanza li divideva, l'artista
non era in grado di comprenderne la natura? Forse,
quando s'erano incontrati, ella amava un altro, ed
aveva ceduto a lui per capriccio, per curiosità, per debolezza;
forse, con l'anima libera e serena, non aveva
ascoltato altra voce fuorchè quella dei sensi: chi sa?
Sono tante le ragioni per le quali il cuore resta freddo!
Più rare sono quelle che lo infiammano; e la sofferenza
della quale ella parlava non dava ragione del mutamento?
Abbandonata, tradita, delusa, il bisogno di
una cordiale consolazione era naturalmente nato in lei,
ed ecco che la memoria di quell'uomo s'era ad un
tratto svegliata. La rammentava egli ancora? Come
pensava a lei? Perchè non le aveva mai detto una parola
d'amore e non le aveva mai scritto? Aveva forse capito
che, amando ella un altro, egli non poteva menar vanto
del suo breve trionfo? L'amor proprio offeso lo aveva
ridotto al silenzio? Forse egli era buono, diverso dagli
altri, capace d'un sentimento sincero; forse anch'egli
aveva sofferto... e non ci voleva altro che la spinta
perchè, lavorando di fantasia, ella cominciasse ad attribuire
tutte le qualità a quello sconosciuto e trovasse
cento ragioni d'interessarsi a lui. Quando l'imaginazione
aveva compito l'opera sua, ella aveva arrischiato
la prima lettera; e per le risposte incoraggianti il
sentimento era divampato, gagliardo e contagioso. Perchè,
a leggere quelle lettere, a sapere quell'anima
unicamente occupata dal suo ricordo, un turbamento
profondo s'era prodotto nell'anima dell'artista; e quelle
due creature che da vicino si erano amate al modo
volgare, adesso che non si vedevano più e disperavano
perfino di potersi mai rivedere, spasimavano entrambe
d'ideale amore.

[pg!126]
Le ho voluta narrare subito questa storia, mia cara
amica, per rispondere alle sue ultime osservazioni.

Ella si compiace pensando che nelle anime grandi,
ed anche nelle umili, che non siano però volgari, l'amore
comincia con un puro commovimento. Se il
poeta letterato compone il carme laborioso, il poeta
contadino improvvisa la strofe ingenua, l'agreste stornello.
Mentre l'istinto è aggressivo, impaziente, brutale;
il sentimento è sommesso, delicato, remissivo. Dopo
un tempo più o meno lungo la poesia dà luogo, ella
dice, alla prosa; ma io non le farò il torto di dare al
suo pensiero un significato che non ha e non potrebbe
avere. Ella si lagna, è vero? perchè la prosa soffoca
e disperde la poesia; ma riconosce, naturalmente, che
non si può vivere di poesia unicamente. Ciò che ella
chiama prosa, sopravviene necessariamente, e deve sopravvenire;
ma senza soffocare la poesia, anzi alimentandola.
La poesia che, se dapprima è purissima, è
anche un po' troppo nebulosa e inconsistente, diventa,
dopo, mescolandosi alla prosa, un poco più torbida
forse, ma anche più forte, più vera, più umana. Questo
è l'ordine consueto delle fasi d'amore: un primo
tempo di commozione tutta morale; un successivo risveglio
dei sensi latenti, un periodo nel quale la poesia
dà così strettamente la mano alla prosa che la
prosa è tutta poetica. Ma non potrà accadere che la
voce dei sensi predomini fin dal primo principio? Che
l'istinto, troppo veemente, si manifesti subito com'è,
senza alimentare il sentimento poetico? Certo, ciò non
solo può accadere, ma accade ogni giorno; ed a lei
che giudica così male l'amore degli uomini io non
avrò bisogno di dire quante volte, anche dinanzi a
donne che potrebbero nobilmente ispirarli, essi non provano
altro che un semplice appetito. Certo è pure che
con la repentina eccitazione dei sensi l'amore resta quasi
sempre tutto sensuale; ma il sentimento mancato sul
principio può sopravvenire.

Se, d'ordinario, la poesia iniziale si unisce più tardi
alla prosa e anzi, secondo alcuni, si converte tutta in
prosa, l'ordine delle fasi d'amore può capovolgersi e
[pg!127]
ad una prosa iniziale seguire una commozione poetica.
Il caso di Hauptig di Mannheim mi pare un bell'esempio
di questa specie di anacronismo morale, il
quale non è molto frequente ad osservarsi; ma prova
nondimeno, quando si avvera, che sentimento ed istinto
non sono, come i materialisti vorrebbero dare ad intendere,
la stessa e identica cosa, ma due diversi elementi
della passione, che neppure si trovano sempre
associati.

[pg!129]




IL GRAN RAPPORTO
================


   | *Cara contessa*

Io ebbi, conveniamone, un'eccellente ispirazione
lasciando parlare Guy de Maupassant intorno
alla Venere di Siracusa. Se ella critica con
tanta vivacità le affermazioni del grande scrittore, che
cosa avrebbe fatto delle mie? Il Maupassant è morto,
e non può difendersi; debbo difenderlo io? L'impresa
mi pare, sotto ogni riguardo, inopportuna. Ma è pur
necessario che io risponda qualcosa alle sue ultime
critiche.

Sì, cara amica, c'è una *poesia reale*: queste due parole
messe insieme dall'autore di *Notre Cœur* non sono
nient'affatto stonate. Se io non m'intrattenessi ora con
lei ma con un militare, temerei di dar luogo a qualche
curioso equivoco parlandole d'un «gran Rapporto».
Il militare intenderebbe quell'adunanza alla
quale il comandante chiama tutti i suoi ufficiali dopo
la manovra. Con lei, ed al punto al quale siamo della
nostra controversia, non ho bisogno di spiegare che il
gran Rapporto del quale ho da occuparmi è quello
che intercede fra il sentimento e l'istinto. E la quistione
è così posta: l'amore non può esser fatto di sola poesia,
[pg!130]
senza di che avrebbe ragione quel capitano di cui le
narrai tempo addietro la pietosa avventura: e neppure
di sola prosa, cioè di soli appetiti, senza di che nulla
ci distinguerebbe dai semplici bruti; ma le due cose,
preceda l'una o pur l'altra, debbono poi andare insieme
e darsi la mano. Ora, se noi dobbiamo cercare il peso
di questa poesia e di questa prosa insieme operanti,
bisogna riconoscere che, sebbene il peso della poesia
sia grandissimo, pure quello della prosa è ancora un
poco più grande.

Consideri una pianta. Il tronco s'erge nobilmente,
al pari d'una colonna; i rami, via via più sottili, delicati
e graziosi, si distendono tutt'intorno bizzarramente;
le foglie, tinte di un verde purissimo, venate
come da una sottilissima rete, sono cose di bellezza.
Che dire del fiore? della sua forma, dei suoi
colori, del suo profumo? Orbene: tutte queste cose
nobili, delicate, belle, squisite, sono pure sopportate,
anzi derivate dall'oscura, dalla nera, dalla poco netta
radice. Noi potremo tagliare il nobile tronco e i rami
bizzarri, potremo spiccare le foglie delicate e i fiori balsamici;
ci parrà, sì, che essi stiano da soli, che vivano
d'una propria lor vita indipendente; ma la radice è
sempre quella alla quale essi tutti la debbono. Ogni
qual volta l'amore sembra un purissimo spasimo, il
meno puro istinto — ma questa distinzione di diversi
gradi di purezza non esiste in natura, è tutta opera
nostra! — l'istinto a nostro giudizio meno puro si
trova alla sua origine. Esso potrà restare e resta
moltissime volte nascosto, ignoto allo stesso amante
nel quale opera; ma da un momento all'altro, e
quando meno si pensa, può rivelarsi. Di queste subitanee,
impreviste, imprevedibili e quasi direi intempestive
rivelazioni io voglio oggi darle due curiosissimi esempii.

C'era una volta un uomo, un marito, il quale,
amando d'un indicibile amore sua moglie, d'un amore
che era poesia e prosa, spasimo ideale e reale, sentimento
dell'anima e impeto dei sensi, una cosa insomma
perfetta, ne era ripagato tanto male che da più tempo
[pg!131]
portava quello che il nostro grande poeta Ariosto
chiama araldicamente il cimier di Cornovaglia. Tuttavia
la destra infedele aveva saputo tenergli nascosta
l'immeritata disgrazia; e tanto più facilmente era riuscita
ad ottenere l'intento, quanto che, come dice
sempre il nostro divino Lodovico,

   | L'incarco delle corna è lo più lieve
   | Che al mondo sia, se ben l'uom tanto infama:
   | Il vede quasi tutta l'altra gente,
   | Ma chi l'ha in capo poi non se lo sente...

Un triste giorno questo marito amante scoprì l'orrenda
verità. Il grido del suo dolore fu così acuto,
che la stessa adultera ne rabbrividì. Ma il sentimento
della dignità, dell'onore ferito e calpestato insorse formidabile
in quest'uomo, che scacciò l'indegna. Tutti
gli diedero ragione. Ella non aveva nessuna scusa, e
solo la perversità dell'indole sua l'aveva spinta alla
colpa; ciò si dimostrò tanto più vero, quando si vide
che, non contenta d'aver tradito il marito, tradì poi
anche l'amante; e a poco a poco, di tradimento in
tradimento, scese sino in fondo alla lubrica scala del
vizio.

Il marito fu visto cercare altre donne e vivere della
vita degli altri uomini liberi. Nessuno sospettava la
piaga che nel cuore di lui grondava sangue, continuamente.
Non tanto nell'amor proprio egli era stato
ferito, quanto nell'amore; egli non si doleva tanto del
disonore quanto del disamore. E lontano da lei, dall'infedele,
dall'adultera, dall'indegna, egli pensava a
lei come alla sola donna che meritasse d'essere amata.
I suoi sensi erano appagati da altre femmine, più belle,
più esperte; egli non pensava più al corpo di quella
creatura: piangeva sconfortatamente il puro, il sincero,
il fedele sentimento dell'anima amante. Egli
non sapeva più nulla di lei, imaginava che un altro
solo possedesse il tesoro dell'anima sua; e un'invidia
immensa e un infinito rancore l'occupavano e l'opprimevano.
Quando la gente lo credeva contento d'essersi
[pg!132]
sbarazzato di quella infame, il rimorso lo straziava.
Egli era pentito d'avere scacciata sua moglie, la donna
sua; egli pensava che il suo dovere, il suo piacere, il
suo bisogno era di perdonarle. Doveva perdonarla per
riscattarne l'errore, per non darla ad altri, per averla
sempre con sè. Il suo perdono l'avrebbe fatta accorta del
momentaneo inganno, l'avrebbe ridata a lui migliore,
più grata, più amante... E un giorno egli seppe la vita
di lei. Allora, sapendo che quella donna, la creatura che
egli aveva eletta fra tutte, era passata da un uomo
all'altro, continuamente, senza amore, senza pudore;
nel sapere questa cosa, quando lo sdegno e il disgusto
dovevano invaderlo, quando egli doveva ridere di sè
stesso, delle sue velleità di perdono, delle speranze di
redenzione, della fede ancora riposta in quell'indegna:
allora sa ella che cosa provò? Egli lo confessò più
tardi a una persona di mia conoscenza: vedendo che
quell'impudica si dava a tanti uomini, ai primi venuti,
egli, il marito offeso, l'amante tradito, lo spasimante
dell'anima, si sentì.... come dirò? si sentì acceso da
una brama veemente, si sentì spinto a tornare da
quella donna per chiederle, come tutti quegli altri, come
i primi venuti, un'ora di ebbrezza...

La ragione subitamente intervenuta sedò costui. Diversamente
andarono le cose nel secondo caso che voglio
narrarle. Abbiamo anche qui un tradito, ed io ho
scelto appunto queste situazioni, perchè, se c'è un tempo
nel quale si spasima d'amore tutto immateriale, nel
quale l'amore dei sensi sembra perfino scordato, questo
è appunto il tempo quando il tradito, per la stessa
depressione fisiologica prodotta dal patema, è incapace
di procurarsi la voluttà. Quest'altro tradito, dunque,
non era un marito; cosa che, se attenua la colpa della
donna, non scema il dolore dell'uomo — al contrario!
Ora costui, accortosi del tradimento e piante tutte
le sue lacrime, deliberò di lasciare la traditrice. Ella
aveva dapprima negato: poi, sbugiardata dalle troppe
prove, aveva dovuto riconoscere la verità. E con una
stretta al cuore l'amante comprendeva che ella non
era molto responsabile dell'errore. Apparteneva costei a
[pg!133]
quella poco numerosa categoria di donne che hanno — per
dirla alla francese — molto temperamento, e
che non solo difficilmente resistono alle sollecitazioni
del maschio, ma spesso esse medesime lo provocano.
Quantunque questa categoria sia, come ho detto e
come si sa, non molto numerosa, data la calma nativa
della generalità delle donne, pure si può trovare in
essa una distinzione non indifferente e suddividerla
pertanto in due sottospecie: la prima composta di
donne che per l'ardore eccessivo null'altro intendono
fuorchè gli appetiti, pertanto spudorate, cattive, temibili;
la seconda, nella quale noi troveremo creature
capaci di qualche sentimento, sincere a certe ore, migliori
di quel che sembrano, non indegne insomma di
simpatia e, per gli osservatori, oggetto fecondo di
studio. La donna dalla quale l'amico mio fu tradito — è
uno dei più cari amici miei, e dei più desiderati ora
che la vita ci ha disgiunti — apparteneva a questa
seconda categoria.

Dopo la confessione del tradimento ella comprese — e
ciò le dimostri come il suo cuore non fosse addirittura
volgare — che un uomo come lui, per il quale
solo i sentimenti più alti e puri importavano, non poteva
essere più suo; ed ella che pure lo aveva apprezzato,
lo pianse a sua volta, sinceramente. Ebbero un
ultimo convegno. Fu un convegno molto triste: lacrimavano
entrambi: ella di rimorso e di dolore, egli di
dolore e di pietà. Ma, quantunque costei sapesse che
quel convegno sarebbe stato senza domani, pure, vedendo
per il momento dinanzi a sè l'amante di tanto
tempo, sentì ciò che d'ordinario sentiva in presenza di
tutti gli uomini; e la stretta della sua mano e lo
sguardo dei suoi occhi e il suono della sua voce rivelarono
il suo, diciamo così, sentimento. Allora quell'uomo
si sentì invadere dalla meraviglia; perchè, comprendendo
ciò che avveniva in lei, scorgendo che gli
istinti di quella creatura le prendevano con tanta facilità
la mano da accenderla in un'ora drammatica
come quella, vedendo che ella non aveva neppure la
capacità di fingere; la coscienza di queste cose, la previsione
[pg!134]
sicurissima che se colei gli si offeriva in quel
momento, si sarebbe offerta al primo venuto quando
egli sarebbe andato via; questa coscienza e questa
previsione che avrebbero dovuto naturalmente accrescere
il suo dolore, il suo rancore, la sua pietà, il
grave patema dell'animo suo, e col patema rendere
ottusi i suoi sensi, lo sospingevano al contrario in
braccio a quella donna, gli suscitavano un violento
desiderio di servirsi ancora una volta di quel mirabile
e vibrante e fremente strumento di voluttà. E benchè
egli sentisse che cedere in quel punto alla tentazione
sarebbe stata una profanazione ed una viltà, che se
egli voleva ancora rispettarsi doveva fingere di non
accorgersi dell'invito tacitamente rivoltogli da quella
donna, pure comprese che la resistenza era vana; e
allora dal contrasto fra gli alti sentimenti e l'infime
brame egli fu disposto a una sottile ironia, a un riso
interiore, che lo spinse a fare una cosa stravagante.
Tratto di tasca il portafogli, scrisse col lapis due righe
sopra un pezzetto di carta; piegatolo poi in quattro
lo porse alla donna, dicendole: «Vorrete leggere questo,
quando sarò andato via?»

La donna infatti, piena di curiosità, lesse lo scritto
quando egli fu scomparso; e lo scritto diceva quel che
era avvenuto: «Prima di andarmene, dopo che ci siamo
dolorosamente persuasi che non possiamo più essere
l'uno dell'altra, noi...» l'espressione precisa non posso,
cara contessa, riferirgliela; metterò invece: «noi... saremo
stati l'uno dell'altra ancora una volta!...»

[pg!135]




L'AFFARE DEI QUATTRINI
======================


   | *Contessa!*

Ho proprio da continuare? Ella mi dà proprio
carta bianca? Dice davvero, o non piuttosto
per ironia? Giudica tanto enormi le idee e
i fatti che le ho esposti, che oramai non teme più di
poter essere scandalizzata?... Io non voglio escire dall'incertezza.
Credere d'averla persuasa mi farebbe molto
piacere; però la modestia mi vieta d'accogliere questa
persuasione; esser certo d'avere sprecato tempo ed
inchiostro mi dispiacerebbe troppo. Mi lasci nel dubbio,
che è l'ordinaria condizione della nostra mente; ed io
intanto continuo.

Sì, precisamente: se io sostengo che l'istinto è la
radice del sentimento, affermo per conseguenza che
da un istinto più forte e veramente irresistibile si sviluppa
nel cuore degli uomini un sentimento più ricco
e lussureggiante che non nel cuore delle donne; come
le piante più frondose e fruttuose sorgono da una più
profonda radice. Sì, precisamente: io sostengo che gli
uomini non solo amano essi soli, o tanto meglio delle
donne che l'amore di essi assomiglia ai biglietti veri
e quello di esse ai biglietti falsi; ma sostengo ancora
[pg!136]
che i sullodati uomini comprano l'amore e pagano — molte
volte con veri e proprii biglietti di banca — le
donne suddette.

Lascerò da parte — tanto, mi pare che ella sia
proprio sincera quando mi dà ragione su questo punto — i
modi indiretti di pagamento. Quando il maschio
dedica gran parte delle sue forze a conquistare la femmina;
quando, dopo averla conquistata, la difende e
con lei difende la prole, è evidente che fa una vera
spesa, un consumo di forza, un sacrifizio di energia.
Quando un marito si mette sulle spalle il peso della
famiglia, è innegabile che l'amore gli costa. Lasceremo
ancora da parte — e non dubito che questa omissione
le piacerà — il mercato d'amore propriamente
detto, dell'amore avvilito e impropriamente detto
amore. Noi dobbiamo ragionare dell'amore libero,
dell'amor degli amanti che non contrattano nè dinanzi
al notaio nè dinanzi a un più servizievole personaggio.
Quest'amore costa anch'esso; e, come ella sa, si suol
dire che le donne più care non sono quelle che si
vendono. Tuttavia, quando un uomo si rovina per fare
la vita che piace all'amica sua, per seguirla dove ella
va, per nascondere in un degno nido la propria fortuna,
per avere un vantaggio sopra i proprii rivali; tutte
queste volte e sempre che l'amata non ottiene nulla
per sè, potremo dire che l'amore costa a lui, ma non
già ch'egli paghi lei. Il punto più controverso e più
scabroso è un altro: ella non ammette che vi siano
donne capaci di ottenere un materiale vantaggio nei
loro amori; o meglio afferma che donne capaci di ciò
meritano di stare con le mercenarie ed hanno sbagliato
mestiere. Io dico invece che alle donne più pure di
questo mondo l'idea di ottenere qualche vantaggio
reale nell'amore più ideale non repugna affatto; anzi
che a questa idea vanno naturalmente quando si vedono
pregate, supplicate, implorate; quando odono dire e
ripetere che per esse l'amante farebbe tutto, *darebbe
tutto*, che l'amor loro è *impagabile*. Sicuramente
fra l'idea di vedersi deporre ai piedi i tesori di Golconda
e l'atto di accettare uno spillo ci corre; sicuramente
[pg!137]
molte donne reprimono la lusinghevole idea
e rifiutano perfino lo spillo; ma altre moltissime si
comportano diversamente senza che per ciò siano da
mettere insieme con le sciagurate che fanno dell'amore
un mestiere. «L'oro e i doni splendenti hanno una
muta eloquenza,» ha detto Shakespeare, «che muove
il cuor d'una donna meglio dei più belli discorsi...»

Vico Dastri, che è l'uomo, come ella sa, più curioso
e, per la smodata curiosità, più impertinente di
questo mondo, suole tentare spesso la seguente esperienza.
Accompagnando per le vie qualche bella dama
con la quale fa il galante, se questa dama si ferma
dinanzi alla mostra d'un gioielliere e ci lascia, come
si suol dire, gli occhi, Vico Dastri, con l'atteggiamento
e la voce del serpente nell'Eden, pronunzia una frase
composta per la circostanza, alla quale non muta mai
una sillaba: «Dite una sola parola, fate un cenno
soltanto e tutto questo è vostro...» Egli sa che non
può esser creduto, che l'offerta deve parere ciò che è,
uno scherzo d'equivoco gusto; ma egli scherza sulla
virtù delle sue amiche; dice loro, in altre parole:
«Venite con me, ed io vi darò non tutte queste gioie,
ma quelle alle quali la mia borsa mi permette d'arrivare...»
Orbene: nessuna delle sue amiche gli ha mai
espresso o ha finto di esprimere sdegno: molte hanno
scrollato le spalle come udendo una qualunque sciocchezza;
la maggior parte hanno rivelato il vero sentimento
destato nel loro intimo da quella proposta
con un sorriso di solleticato compiacimento, di contenuta
e discreta vanità, con un sorriso il significato
del quale non è dubbio: «Se voi poteste ottenere
così ciò che chiedete, credo davvero che non fareste
un cattivo affare!...»

Quel povero Raeli del quale le ho più volte parlato,
stimando che la sua amica, la signora Woiwosky,
fosse donna di sentimenti sublimi, cominciò, come
ella rammenta, a dubitare e perciò a soffrire quando,
all'indiscreta domanda che già le riferii, la dama rispose
in modo che voleva essere evasivo, ma era molto,
anzi troppo chiaro. «Debbo io dolermi della sua risposta?»
[pg!138]
trovo scritto nel suo *Giornale di bordo*.
«Non l'avevo anzi prevista? Se già sospettavo l'effetto
prodotto in lei da quell'uomo, perchè questo
malsano bisogno d'ottener la conferma d'una cosa ferente?
La dolorosa certezza è preferibile al dubbio?
Ma il dubbio non è forse doloroso ancor esso? Qual
è dunque il dolore più grave?... Se prevedevo la sua
risposta, vuol dire che questa era una logica, naturale
ed umana risposta. E perchè dolermi di ciò che è
umano, naturale e logico? L'idea ch'io m'ero costruita
di quest'Essere era dunque illogica, innaturale
e fuor dell'umano? Come il selvaggio, che derido, al
quale mi credo tanto superiore, avevo fatto d'un Essere
un Ente, un Feticcio?... Stasera un altro poco
dell'oro del quale l'Idolo è rivestito s'è scrostato, è
caduto. Ella è stata al ballo del principe di Walckenstein;
vi ha incontrato il banchiere Grünmeyr. E'
giudeo, nano, vecchio, ignobile; ma possiede cento
milioni. I suoi cento milioni lo rendono più attraente
di un Don Giovanni che abbia avuto cento avventure,
d'un artista che abbia fatto cento capolavori. Ella ha
parlato con lui, gli ha parlato dell'immenso potere che
un uomo tanto ricco deve aver la coscienza di esercitare,
del sentimento ineffabile che il possesso di tanta
ricchezza deve procurargli, dei piaceri regali, dei capricci
fantastici che egli può pagarsi: che cosa può
mancargli, chi può resistergli? Grünmeyr — mi pare
d'udirlo — brevemente, come quando patteggia un
affare, le ha detto: «Credete? Allora io vi darò un
*chèque* in bianco: metterete voi stessa la cifra...»
Ella mi ha narrato questa cosa. Io ho detto, con una
stretta al cuore: «Scherzi da gaglioffo». Ella m'ha
domandato: «\ *Non credi che dicesse davvero?*»

Ella vede di qui, cara contessa, il discorde atteggiamento
di quelle due anime. La donna resta male
perchè, sicuramente incapace di prendere lo *chèque*
del banchiere, è tuttavia certa che Grünmeyr ha detto
sul serio; perchè giova alla sua vanità credere che per
ottenere l'amore di lei il banchiere darebbe qualcuno
di quei tanti milioni; l'amante, che già alla narrazione
[pg!139]
dell'offerta s'è sentito offeso nella persona amata, ed
anche un poco nella propria — giacchè a paragone del
milionario egli è povero — sente ora scemare la stima
e l'amore comprendendo che l'offerta non ha tanto
offeso quanto solleticato l'oggetto dell'amor suo...

Ma qui siamo ancora nelle possibilità e non tra i
fatti compiuti. Ella vuol fatti che dimostrino in qual
modo la *question d'argent* è risoluta. Non è già facile
addurne molti. Per delicatezza, per amor proprio, tanto
è difficile che gli uomini rivelino la venalità delle loro
amanti, quanto che le donne confessino d'avere ottenuto
nulla nei loro amori. Certo, gradire un dono non
è vendersi; ma non pare che la differenza sia tanto
grande; pare anzi che il proverbio del vecchio Brantôme
abbia, in fondo, ragione: «\ *Femme qui prend se
vend.*» La consegna è dunque di tacere. Però la verità
non sta sempre in fondo al pozzo, ed io ho
qualche cosa per lei. A dire il vero, seppi le storielle
che oggi le narrerò in circostanze molto particolari,
le quali dimostrano che la verità non sta tanto nell'acqua
dei pozzi quanto nel vino delle bottiglie.

L'estate scorsa, girando per le stazioni di montagna,
capitai a Valsorrisa. Trovai l'albergo in rivoluzione.
C'erano venuti da qualche giorno tre signori i quali
parlavano una lingua a tutti sconosciuta: sul registro
dei viaggiatori avevano scritto i loro nomi con caratteri
incomprensibili. A uno Scozzese di mia conoscenza,
il quale mi dava notizia di ciò, uno di essi aveva fatto
capire, in un inglese orribile, che erano dell'Afganistan.
E i tre Afgani, mi diceva l'amico mio, erano divertentissimi:
le scene comiche tra gli Asiatici e gli Europei
che o non s'intendevano o riuscivano a intendersi per
via di vere pantomime, facevano morir dalle risa gli
spettatori. Con le dame gli stranieri erano d'un'arditezza
molto vicina all'impertinenza: nessuno propriamente
capiva ciò che dicevano, ma s'indovinava che dovessero
dire cose enormi. Alle cinque la commedia si
svolgeva nella sezione idroterapica dello Stabilimento,
dove gli Afgani prendevano la doccia. E alle cinque
io scendo ai bagni, per andare a vedere; ma, appena
[pg!140]
mi scorgono, i tre Afgani s'arrestano, si turbano ed
esclamano ad una voce:

— Siamo perduti!...

Questi Afgani erano tre miei amici piemontesi, i
quali, per passar mattana, per dimenticare certi loro
dispiaceri e per *épater les bourgeois*, avevano combinato
di fingersi originarii dell'Afganistan, adoperando
una lingua di loro invenzione, che è poi un italiano
scombussolato secondo certe regole non molto difficili
da ritenere. Ed ecco che la mia presenza li rovina!

— Qui bisogna far le valigie! — esclama Tito Castelli,
e Giovanni Gabotti: — Si salvi chi può! — Io
avrei promesso di fingere di non conoscerli, per godermi
lo spettacolo; ma, sapendosi scoperti, essi non erano
più capaci — e neppur io, in verità — di star serii.
Deliberarono di partire la sera stessa, e, senza scendere
a *table d'hôte*, mi vollero con loro a pranzo, in
camera di Gabotti. Il ricordo delle scene più divertenti
della loro farsa li metteva tanto di buon umore, che
non badavano alle bottiglie vuotate; all'arrosto erano
più che brilli. Ciascuno vantavasi di aver detto alle
signore, in quel linguaggio convenzionale, le cose più
incongrue di questo mondo; e come io, udendole riferire,
mi mostravo un poco scandalizzato, Grolla disse:

— Va là, che meriterebbero d'averle ripetute in
buon italiano! — E allora, tutt'e tre, cominciarono a
dir cose, contro la più bella metà del genere umano,
che neppure i Padri della Chiesa han detto le simili.
Ella sa infatti, contessa, che secondo San Pietro la
donna è vipera fischiante, secondo San Bernardo opera
del diavolo, secondo San Cipriano peste, contagio,
ruina... e le faccio grazia del resto. Dopo la frutta, il
cameriere venne a portarci la nota, che essi avevano
chiesto di pagare: doveva essere molto salata, perchè
Castelli apostrofò il tavoleggiante così:

— Giovine! Noi ci siamo spogliati della cittadinanza
afgana, ma il tuo padrone ci vuol ridurre in camicia!

Io feci notare che il padrone aveva messo nel conto
le beffe che s'eran prese di lui e degli altri; e Grolla
esclamò:

[pg!141]
— Hai ragione; tutto si paga!...

— Anche l'amore!

— Specialmente l'amore!...

Allora io li feci parlare. Erano mezzo ubbriachi:
dissero la verità, la verità vera, quella che alle volte
non confessiamo neppure a noi stessi.

Grolla narrò:

— Imaginate che io ero al mio primo amore. Altrettanto
non posso dire, in coscienza, dell'amica mia.
Ella stessa mi dava a intendere che fosse al secondo;
ma credo piuttosto che convenisse servirsi dell'espressione
algebrica e chiamarlo *ennesimo*. Voi potete strappare
alle donne la verità intorno al loro passato, ma
come potete tirare il tappo di sughero da una bottiglia
quando non avete cavaturaccioli: a pezzetto a pezzetto.
Or bene: a pezzetto a pezzetto io strappavo all'amica
mia il sughero — voglio dire la confessione della verità.
Ella aveva una quantità straordinaria di gioielli;
ma era tanto ricca, che avrebbe potuto averne, senza
che me ne stupissi, anche il triplo. Un giorno me li
mostrò tutti. Io notai che in qualcuno di quei braccialetti,
di quelle spille, di quei monili, erano tracciate
certe iniziali, certe date. Compresi che dovevano essere
regali, i regali dei miei predecessori. Le domandai:
«Sono ricordi?...» Ella mi rispose, chiudendo gli
occhi: «Sì...» Notate che chiuse gli occhi non già
perchè riconosceva d'aver preso quel ben di Dio, ma
semplicemente perchè confessava alla fine d'avere avuto
più d'un amante. Allora, se i miei predecessori avevano
creduto di dover aiutare la memoria di lei, non
dovevo anch'io mettermi in grado di non esser dimenticato?
Qui però mi cascava l'asino. Io non avevo
quattrini nè sapevo come farne. Gli amici miei ne
avevano meno di me, e gli usurai mi negavano credito.
Non vi narro per quali vie tortuose e con quali disgustosi
espedienti misi insieme mille lire. Con mille
lire credevo di poter fare le cose decentemente. La
mia idea era di offrirle un ricordo nell'anniversario del
nostro primo incontro. Ma come quel giorno s'avvicinava,
la cosa m'appariva meno facile di quel che avevo
[pg!142]
creduto. Ero alle mie prime armi, vi ho detto. Cominciavo
a temere di offenderla. Ella era molto poetica,
e tutte le cose dove entrano i quattrini sono molto prosaiche.
Bisognava trovare un'occasione propizia, inventare
un modo lirico per offrirle un oggetto di valore.
Ma non avrebbe rifiutato? Non si sarebbe sdegnata?...
Io facevo un conto: ero stato con lei non più d'una
cinquantina di volte: a venti lire, venivano appunto
mille lire. Mi pareva, spendendo per lei tale somma,
di pagarla a questa stregua; e tutto il mio proprio
lirismo — ne avevo ancora! — insorgeva, disgustato
ed offeso... Però, quegli altri, i miei predecessori?...
Ma non mi diceva ella d'amarmi a un modo diverso
da tutti gli altri?... Non mi giurava che, se era passata
per altre prove, queste erano state tutte tristi, anzi
orribili, e che solamente io le avevo rivelato l'Amor
vero, con l'A grande? Dunque non avevo l'obbligo di
comportarmi in modo diverso dagli altri? Dunque non
era da prevedere che ella avrebbe male accolto l'offerta?
Io mi tormentavo nell'imbarazzo, quando un giorno
la trovai tutta eccitata. Veniva dall'aver visto i doni
nuziali raccolti dalla figlia di una sua amica: cose regali.
E cominciò a descrivere i bagliori dei brillanti,
le iridescenze delle perle, le fiamme dei rubini; cominciò
a noverare i fili delle perle, i cerchi dei braccialetti,
le gemme degli anelli. Era inesauribile; i suoi
occhi lampeggiavano. Io non l'udivo bene, pensando
al caso mio, al modo di conciliare il rispetto che le
dovevo col desiderio, col piacere di offrirle, non una
di quelle cose sontuose che ella descriveva, ma la cosuccia
che il mio biglietto laboriosamente messo insieme
m'avrebbe permesso di comperare. Ed ecco che
adesso ella descriveva un orologio: «Una cosa non
di gran prezzo, ma d'un gusto, d'un gusto!...» E intanto
che diceva com'era fatto, io pensavo che forse
con le mie mille lire un oggetto simile potevo procurarmelo;
ma dove? Altro imbarazzo: io non avevo
pratica dell'oreficeria. Se avessi potuto dirle: «Vuoi
cercarne uno eguale, affinchè io mi procuri il piacere
di offrirtelo?...» ma come dire questa cosa? Avrei dovuto
[pg!143]
dirgliela abbracciandola, all'orecchio, piano, per
non offenderla; o piuttosto prender le mosse più da
lontano, così per esempio: «Senti... vorrei dirti una
cosa; mi prometti che non me la negherai?...» L'espressione
del mio volto, per quella cogitazione, doveva
essere molto curiosa, se a un tratto ella mi disse,
interrompendosi: «\ *Non temere, sai: non te lo descrivo
perchè tu me ne comperi uno eguale*...»

Gabotti e Castelli picchiarono coi pugni sulla tavola,
ridendo sgangheratamente.

— Ah! Ah! Bellissimo!... Straordinario!... Ah! Ah!
Ah!... E tu, allora?

— Io, allora, le offersi le mille lire, perchè appunto
ella scegliesse qualcosa di suo gradimento...

— E le prese? Le prese subito?

— Subito, no; mezz'ora dopo, quando andai via...

Le risa salirono al cielo.

Rideva più di tutti Castelli; Gabotti faceva piuttosto
per dire qualcosa. Disse infatti, quando la clamorosa
ilarità dell'amico sedossi, con un'enfasi e una stravagante
preziosità di linguaggio dentro alla quale si sentiva
uno sdegno amaro:

— Il tuo caso, tuttafiata, non parmi eccessivamente
inedito e inopinabile. Vorrei quasi dire che è un caso
alquanto ovvio. Ridotto alla più semplice ed assiomatica
espressione, lice formularlo così: quando gli uomini
dimenticano di pagare le donne, reclamano esse
il pagamento. Anch'io provai, altrafiata, un imbarazzo
molto simile al tuo. Sarò breve. Ero alle mie seconde
armi. Avevo acquistato — e pagato! — una certa
esperienza. Sapevo che, se avessi offerto qualcosa, non
sarei stato messo alla porta. Tuttafiata, prima di offrire,
mi restava da trovare l'opportunità dell'offerta.
Una volta, nella ricorrenza di non so più quale anniversario,
mandai alla metà dell'anima mia un gran fascio
di rose bianche. Le rose bianche erano i fiori che
ella portava alla cintura il giorno del quale si celebrava
il ricordo. Il dono fu gradito in modo straordinario.
La metà dell'anima mia mi disse, sul tardi,
quando andai a trovarla, che le avevo procurato un
[pg!144]
piacere ineffabile. Non si stancava dal ringraziarmi; e
come io tentavo di sottrarmi a così grata lode dicendo
che non avevo proprio un gran merito nell'invenzion
dell'omaggio: «\ *No!*» proferì ella: «\ *Tanto piacere
non m'avrebbe forse fatto una riviera di brillanti*...»

E allora le risate degli altri mi assordarono. Grolla,
specialmente, pestava coi piedi per terra, si dimenava
sulla seggiola, come sul punto di scoppiare:

— *Forse!*... Ah! Ah! Ah!... Immenso quel *forse*!...
Gotico! Tricuspidale!... E allora, tu?

Il narratore concluse:

— Allora io le offersi non una riviera, ma una piccola
spiaggia!...

Restava Castelli, che non aveva detto ancora nulla.
Io lo incitai a non esser da meno degli altri e a raccontar
la sua. Castelli, smesso di ridere, narrò:

— Io voglio riferirvi due frasi che udii dirmi, a
uno stesso proposito, da due donne diverse. Una apparteneva
alla migliore società, aveva ricevuto la più
squisita educazione, esprimeva i sentimenti più delicati.
Eravamo amici da molto tempo, ed io avevo fatto
per lei più di quel che potevo. L'amavo molto, non
credevo alla mia fortuna e non la volevo perdere per
paura di ricadere negli amori volgari, di dover ricorrere
un'altra volta alle mercenarie vili. Se spendevo
ciò che non avevo per quella donna, potevo forse dire
di pagarla? Potevo dire di pagare ciò che non aveva
prezzo? In verità credo che con i miei doni procurassi
maggior piacere a me che a lei! Non già che le dispiacessero,
ma il mio piacere per il piacer suo era
veramente grandissimo. Un giorno le portai una cosa
di molto valore. Quantunque i suoi occhi ridessero
dal contento, mi rimproverò e rifiutò d'accettarla;
le pareva che fosse troppo. Io le dimostrai che era
niente. E dopo le mie eloquenti dimostrazioni non oppose
più difficoltà; ma, dopo avermi ringraziato con
effusione, mi domandò a un tratto: «\ *Ti costo molto?*...»
Allora, subitamente, io mi rammentai dell'altra frase
che m'aveva detto, molto tempo prima, un'altra donna.
Era una mercenaria, una creatura degradata e avvilita;
[pg!145]
una di quelle al cui increscioso ricordo sentivo sempre
più alto il valore della creatura eletta che ora mi accordava
liberamente un nobile amore. La mercenaria,
un giorno che non sapeva come fare, che forse non
avea da sfamarsi, era venuta a trovarmi, ad offrirmisi.
La conoscevo da un pezzo, solevo chiamarla quando
avevo voglia di lei, le dimostravo una certa preferenza
perchè mi dispiaceva meno delle altre. Ma quel giorno
avevo cose gravi alle quali badare, e la congedai. Allora,
con molta titubanza, a capo chino, mi chiese qualcosa
come dieci lire. Io le diedi, ella le prese e fece
per andarsene. Giunta sull'uscio si fermò, esitante; poi
tornò indietro, mi venne accosto, e mi domandò con
voce sommessa, tentando di prendermi la mano: «\ *Non
mi vuoi più bene?*...»

[pg!147]




UN'EQUAZIONE MORALE
===================


   | *Mia buona amica,*

Precisamente: una punta di volgarità, da parte
d'una creatura eletta, ferisce tanto, quanto
conforta un senso di delicatezza da parte di
un'avvilita creatura. Ella dice ch'è strano? Scusi, perchè?
La stessa idea di paragonare una signora con una mercenaria
le pare sconveniente e indegna. In generale,
sì, ha ragione; ma non mi ha già concesso, altra
volta, che vi sono signore delle quali bisogna proprio
dire che hanno sbagliato mestiere? Ella mi vorrà da
un altro lato concedere che, se la più gran parte, anzi
la quasi totalità delle mercenarie meritano il loro avvilimento,
ce n'è pure qualcuna che era degna di miglior
sorte. Ora, secondo che le signore galanti si degradano
e che le mercenarie s'innalzano, la distanza
che le separa tende naturalmente a sparire e le differenze
si riducono tutte esteriori e trascurabili, fino al
punto da giustificare la curiosa impressione che provò
una volta il mio amico Raeli. Trascrivo ancora una
volta dal suo *Giornale di bordo*:

«—... Tanto, proprio tanto piacere. Vi avevo già
visto altre volte, da lontano, insieme con quel vostro
amico, quel magro, biondo — toscano, credo? — e
[pg!148]
avevo domandato di voi ai comuni conoscenti. Mi
rincresce solamente di una cosa: vado via domani!
Guardate che assedio: tutta la roba sottosopra. Ma
come si fa! Del resto, non conta: c'incontreremo certo
in qualche altro posto. Io vado a Milano, per le feste
di Maggio: è la stagione brillante. Poi sarò a Genova;
in settembre partirò per l'America del sud, dove farò
un teatro. Canterò la *Carmen*, una parte che mi va.
L'ho studiata molto, con pazienza, con amore, sotto
la direzione del maestro Brunetti: lo conoscete? Fino
a ieri avevo ancora il pianoforte, pagavo trenta lire il
mese d'affitto. Qui a Roma è tutto d'un caro! Pago
centosessanta lire il mese, per questo quartiere: l'anticamera
e la sala che vedete, la camera lì, con lo spogliatoio
dietro; da questa parte la stanza da pranzo e
la cucina, delle quali intanto non so che farmi, perchè
vado sempre fuori a desinare. Vorrei farvi sentire
qualche cosa, ma come si fa? Avervi conosciuto un
poco prima! Non ho una gran voce; oh, proprio no;
ma lo studio aiuta tanto; e poi faccio assegnamento
sull'azione scenica, sull'espressione drammatica. E' una
parte brillante, elegante, che s'attaglia alla mia natura
tutta fuoco e brio. Non vi pare?»

«Io non avevo potuto ancora pronunziare una sillaba,
tanta foga metteva nel parlare la mia compagna.
Era una creatura alta e bionda — ma d'un biondo
innaturale — e di forme vistose, ed anche bella in
viso; d'una bellezza tuttavia un po' dura e forte che
rivelava, con l'accattata eleganza dell'abito e degli atteggiamenti,
la nativa volgarità. Ma andavo io precisamente
in cerca di nobiltà, in quelle camere mobiliate
molto più volgari della persona che le abitava?... Benchè
fosse giovane, non si poteva giudicare esattamente
dell'età di costei: aveva forse venticinque anni, forse
trentacinque. Le braccia, nude dal gomito in giù, e le
mani spoglie anch'esse dei guanti, erano fresche come
quelle d'una fanciulla; ma la carne del viso, troppo
matura e quasi macerata, riconosceva dai cosmetici il
colorito e la finezza. Sotto l'ala grandissima d'un gran
cappello di paglia sontuosamente impennacchiato di
[pg!149]
rosso, gli occhi grigi, slavati, acquistavano una fattizia
vivacità grazie al bistro del quale eran tinte le occhiaie
e al nero artificiale delle sopracciglia. Un violento profumo
di *Jockey-Club* sprigionavasi dall'abito rosso e
giallo dove le linee del taglio di moda erano esagerate
fino alla stravaganza. A ogni moto del capo le
grosse buccole di brillanti — o di *strass*? — mandavano
fiamme multicolori.

«— Io ho sempre avuto, — continuava ella frattanto
senza darmi tempo di rispondere un monosillabo, — una
grande inclinazione, una vera passione per l'arte.
Ah, l'arte! l'arte! Le sublimi impressioni che procura
a chi la comprende, a chi vive di essa e per essa! Ma
che volete! Se fossi stata libera di fare a modo mio!
Volevo dedicarmi al canto sin da ragazza; a quest'ora
sarei già innanzi nella carriera, avrei l'avvenire assicurato,
non dovrei dipendere da certe persone con le
quali non voglio più avere nessun rapporto di nessuna
specie. E invece mi tocca litigare, salire e scendere
scale, tener conferenze con avvocati e notai: considerate
un po' voi se una donna come me è fatta per
queste cose! Eppure bisogna far così, per tutelare i
miei interessi, per non passar da stupida agli occhi
di mio marito. Del resto io chiedo soltanto ciò che ho
diritto di chiedere, e nessun tribunale al mondo potrebbe
mai darmi torto. Mio marito mi paga una pensione
di duecentocinquanta lire il mese, e per esser
puntuale finora è stato puntualissimo; ma posso io
correre il rischio di dipendere da lui, di dovergli correr
dietro se un bel giorno, per una ragione qualunque,
per il gusto di farmi dispetto, per amareggiarmi la
vita ora che grazie a Dio non abbiamo più niente di
comune, gli saltasse il ticchio di rifiutarsi? Ne è capacissimo:
pensate se lo conosco, dopo cinque anni
di martirio, di vero martirio vissuti con lui! Un uomo
volgare, senza istruzione, senza educazione, incapace di
comprendermi; buono per una contadina, adatto a
rendere felice una stupida qualunque, non una persona
come me. La colpa è tutta della mia famiglia;
io non volevo sposarlo; imaginate che fino alla vigilia
[pg!150]
delle nozze m'ero proposta di risponder di no al municipio
e in chiesa; ma come si fa, ero una ragazza
di sedici anni, dove potevo prendere tanto coraggio?
E ciò che ho sofferto in cinque anni non si può ridire:
ci sarebbe da scrivere tutto un romanzo. Una volta
m'ero anche messa a buttarne giù le prime pagine.
Scrivo un poco, ho dato qualche cosa alla *Crisalide*;
ma come si fa? Anche il direttore del *Pensiero* voleva
che gli mandassi qualche corrispondenza di tanto in
tanto, e finora non ho proprio potuto: non ho tempo.
Conosco molti letterati, però: il Rampelli, Diego Giostra,
la *Principessa azzurra*. Con quest'ultima siamo
intime: facemmo conoscenza ai bagni d'Acqui, due
anni addietro: ci siete stato? Una stagione elegantissima.
C'era tutta la società piemontese, anche quelli
che non avevano bisogno della cura e venivano per
semplice diporto: la marchesa Briziè, la contessa Garresio,
tante altre signore con le quali si stava sempre
insieme. Ce n'erano anche di quelle che facevano le
schifiltose, che pareva si contaminassero a stare insieme
con gli altri; e poi se ne sentivano delle belle, sul
conto di certe santarelline. Ma a me non la danno a
intendere, sapete, le così dette donne oneste! Del resto
ci siamo divertiti lo stesso; anzi di più; gli uomini
erano tutti di scelta compagnia, figuratevi che venne
anche Sua Altezza Reale il duca del Monferrato; anzi
si fece una volta un gruppo fotografico, tutti insieme:
guardate qui sul divano: vedete Sua Altezza? Questa
qui dovrei esser io! Poi c'erano molti giovanotti dell'aristocrazia,
molti signori francesi, parecchi artisti che
per mio conto io preferisco agli altri: tutta gente di
spirito, con la quale c'è sempre da apprendere qualche
cosa mentre si scherza e si ride. Lì ho conosciuto Balducci,
il commediografo Salsi, e Filipponi, il pittore
mantovano, sapete?...»

«Il torrente delle sue parole, quando pareva arrestarsi
un momento dinanzi a un punto interrogativo o
esclamativo, precipitava indi più rapido come, dopo un
ostacolo, l'acque scorrenti. E seduto al suo fianco, io
restavo immobile e attento quasi pendendo dalle sue
[pg!151]
labbra, come se quei discorsi m'interessassero fuor di
misura. Ma già cominciavo a non più udire, e un
sentimento sorgeva dentro di me, un sentimento di
curioso stupore.

«— Anch'io disegno un poco: da ragazza facevo
qualcosa di non troppo brutto; ma poi ci ho
perduto la mano. Disegnavo a pastello e mi ero anche
messa all'acquarello e alla pittura a olio giusto poco
prima del matrimonio, quando mi fidanzai. Da quel
tempo non feci più nulla: appena adesso riprendo il
lavoro. Faccio il mio ritratto; aspettate, ve lo voglio
mostrare. Dev'essere in questa cartella. Ma che confusione,
mio Dio! Non mi par l'ora di sistemarmi a
Milano, dove ho già fissato un quartierino in via dei
Rastrelli, sapete, vicino alla Posta. E' vero che non
ci resterò più d'un mese, ma come si fa! Dove diamine
l'ho ficcato? Doveva essere proprio qui. Ah, eccolo;
guardate...

«Era un pastello appena abbozzato; poche linee
stentate e qualche ombra; una cosa tutta puerile.

«— È cominciato da poco, però non credo che verrà
male: il mio amico Marcorati vorrebbe anzi ch'io lo
mandassi all'esposizione *In arte libertas* — ella pronunziò
*libertàs*; — ma ancora è un po' presto per
giudicarlo degno di tanto onore. Lo copio da questa
fotografia del Sorgato di Venezia, ma correggo poi
dal vero, perchè la mia figura è di quelle che la fotografia
non coglie mai bene. Forse dipende anche un
po' dai fotografi, che ordinariamente non capiscono
niente e lascian fare alla macchina, senza intelligenza,
senz'arte. Non basta mettersi dinanzi al modello; bisogna
saperne cogliere l'aspetto più favorevole, più
adatto, più caratteristico; perchè il vero può anche
non essere verisimile. È quel ch'io predico sempre, a
proposito della scuola naturalista, che di questi tempi
inonda il campo dell'arte di produzioni dove la verità
nuda e cruda non fa palpitare il cuore, non suscita
il più piccolo ideale. La verità è certo una gran
bella cosa; e nessuno può preferirle in buona fede la
menzogna; ma io domando e dico che bisogno c'è di
[pg!152]
riprodurre la realtà volgare dalla quale siamo circondati?
Purtroppo di certe cose e di certi spettacoli non
possiamo farne a meno come vorremmo; e se ci disgustano
quando sono veri come è possibile gustarne
la rappresentazione? Perciò io non leggo più Zola.
Riconosco benissimo che è un forte talento, un genio
anche, se vogliamo; ma è troppo brutale, urtante,
sconveniente addirittura. Quella *Terra*, per esempio:
non ho potuto andare oltre i primi capitoli, ma proprio
non ho potuto. E' una cosa veramente dispiacevole
che un'artista di quella forza lì si perda in mezzo
al sudiciume. E poi dite quel che vi piace, un libro
deve insegnare qualche cosa, deve procurare di renderci
migliori. Io non faccio la predicatrice; certamente
sappiamo tutti che la vita è quella che è, ma quando
uno prende la penna in mano deve venirci a dire qualcosa
di diverso, di nuovo, d'interessante. Deve interessare
il cuore e divertire lo spirito sopratutto; e che cosa
volete? Zola non mi diverte e tanto meno m'interessa.
Mentre Ohnet! Ed anche Feuillet! Ma Ohnet specialmente!
Quel *Padrone delle ferriere*! Quella *Contessa
Sara*! Che verità e che fascino! Che scienza del cuore
umano! Ecco come tutti dovrebbero scrivere! Ma
quando si prende in mano uno di questi libri, io non
so: è impossibile più metterli da parte, bisogna andare
sino in fondo, sino a perderne il sonno e l'appetito.
E il *Romanzo d'un giovane povero*! Romanzo
e commedia, due capolavori! Nella commedia recitai
anch'io una volta, in casa Critta, a Bologna: il teatro
m'ha sempre affascinata: se non avessi potuto darmi
al canto a quest'ora sarei già sulle scene di prosa.
Cesare Rossi mi fece l'anno scorso una mezza proposta:
non era splendida, naturalmente, per una esordiente;
ma l'avrei accettata a ogni modo se non
avessi avuto di meglio...»

«Così il discorso svolgevasi, inesauribile, passando
da un argomento all'altro, con giri tortuosi, con salti
improvvisi; ed io restavo sempre lì, immobile più di
prima, ma non più attento, anzi molto lontano, infinitamente
lontano da quel luogo e da quella donna.
[pg!153]
Con gli occhi della mente io ne vedevo ora un'altra,
l'Idolo dei tempi andati, la creatura della cui perdita
non m'ero mai tanto crucciato come un'ora innanzi,
quando, in cerca di distrazioni, per uccidere l'immensa
noia, per procurarmi un istante d'oblio, avevo seguito
costei la cui voce mi faceva ora l'effetto di un confuso
ronzio, in mezzo al quale solo di tratto in tratto afferravo
un lembo di frase. E non era molto umano il
mio cruccio? Il valore da noi attribuito alle cose ed
agli esseri non è sempre relativo e tutto dipendente
dal reciproco paragone al quale li sottoponiamo? Non
mai, pertanto, come in presenza di quella volgare
creatura io avevo apprezzato il valore dell'Altra già
stimata nobile e rara. Perchè, dunque, superato il primo
momento di tristezza e quasi d'ambascia, la meraviglia
avea occupato il mio spirito? Perchè mai, soltanto a
considerare gli artifizii di eleganza, l'esagerazione del
taglio e lo sfoggio di colori nell'abito che la mia compagna
indossava; soltanto a esaminare l'affettata ricercatezza
delle mosse e dei gesti di costei, già inconsapevolmente
il paragone istituitosi nel mio pensiero
cominciava a dare risultati diversi dai primi, e dove
avevo visto un abisso, vedevo ora simiglianze ed affinità?
Disprezzavo tanto l'antico oggetto dell'amor mio
fino a giudicarlo poco diverso da questa donna che
cercava clienti per le strade?... Certo, la critica nasce
quando la fede muore; ed io che avevo un tempo attribuito
tutte le bellezze e tutte le grazie a un'indegna,
mi trovavo ora in una disposizione d'animo che
avrebbe umanamente spiegato la radicale mutazione
del mio giudizio; ma questo giudizio nuovo dipendeva
tanto poco da considerazioni interessate, che il mio
primo movimento, nel ricordare il passato, era stato tutto
di rammarico. Il giudizio mi s'imponeva, invece, e derivava
interamente dall'esame del quale facevo oggetto
la donna che mi stava dinanzi. Come avrei potuto restare
indifferente alla rivelazione d'una fisionomia morale
che offriva tanti strani, imprevisti riscontri con
quella che un tempo m'avea deliziato? Quell'ostentato
e così mal corrisposto amore dell'arte del quale la
[pg!154]
mercenaria faceva sfoggio, quante volte non era stato
addotto dall'altra? E, segno più notevole, entrambe
quelle donne chiedevano all'arte un contenuto morale,
mentre una di esse faceva pubblica professione di immoralità,
e l'altra... sì, l'altra s'era posto sotto i piedi
tutte le leggi e tutti gli scrupoli?... Avevo però io
veramente il diritto di riconoscere queste cose? Non
avevo io stesso amato d'un immorale amore, spingendo
l'antica amante ad una nuova caduta?... Tuttavia pensavo
che c'è una specie di virtù anche nella colpa,
come c'è una specie di logica nella pazzia. Perchè
dunque la donna che ebbe il fiore del mio sentimento,
alla quale io volli esser legato da un legame indissolubile,
non se ne contentò e scese ancora per le scale
del vizio, se non perchè appunto del vizio ella aveva
l'istinto ed il genio?... E negava l'onestà delle altre,
come questa — incontro ancora più rivelatore! — e
quando aveva riconosciuto la falsità della propria situazione
s'era giustificata rigettando la colpa sugli altri,
sulla famiglia, sul marito — come questa, ora!... Intanto
che la ciarliera continuava a citar nomi di gente nota,
ad enumerare le sue relazioni e a giudicar di tutto e di
tutti con una vanità e una presunzione più grossolane,
ma non essenzialmente diverse da quelle dell'altra; intanto
che a furia di rovesciar parole sopra parole ella
si contraddiceva, dimostrando a propria insaputa d'aver
detto una quantità di menzogne — ed anche l'altra
non aveva quest'abito? io non riuscivo a spiegarmi,
tanto n'ero stupito, come entrambe quelle donne si
fossero lagnate con le stesse precise parole del destino
che le aveva unite con uomini indegni di loro:
«Una persona sciocca, egoista, volgare, incapace di
render felice una donna come me!...» *Come me*, cioè
vana, ingannatrice e falsa, a cominciare dal viso imbellettato
e dai capelli tinti, fino al cuor sordo ed alla
mente vuota! *Come me*, cioè perfida, sfrenata ed impudente
fino a pretender negli altri le cose delle quali
ella era la negazione vivente...

«— Ho troppo sofferto, — udivo dire in quel punto, — e
adesso *vo' prender la mia rivincita*: non è forse
[pg!155]
giusto? *Sono ancora giovane e piacente*, ho ancora
molti anni dinanzi a me per compensare quelli passati
fra tante angustie. *Vo' conoscer la vita*, vivere anch'io,
libera come l'aria, arbitra di me stessa: *voglio amare,
lottare, soffrire anche, che importa? ma vivere!*...

«E facendosi vento col grande ventaglio di piume
bianche, dalle stecche di tartaruga bionda, che agitava
con moto largo e maestoso, s'atteggiava a gran signora,
non dimostrava alcuna maraviglia, anzi pareva
tutta soddisfatta nel vedere questo strano avventore
pendere dalle labbra di lei, chinare il capo in atto
ossequente a tutto ciò che ella diceva, senza toccarle
la punta di un dito... E dalla tristezza, dal rancore,
dalla maraviglia io passavo finalmente a un senso di
sottile compiacimento spirituale. Ero venuto a cercare
il piacere dei sensi e trovavo quello del pensiero, nel
curioso paragone psicologico che s'era imposto alla
mia attenzione e mi forniva gli elementi d'una specie
d'equazione morale. Come l'esercizio d'uno stesso mestiere
e l'influenza d'uno stesso ambiente imprimono
nelle persone nativamente più dissimili un carattere di
simiglianza, così tra la mercenaria e la dama che in
condizioni e a patti diversi vivevano dell'amore, le differenze
s'andavano riducendo, per adoperare ancora il
linguaggio delle scienze esatte, infinitesimali e trascurabili:
la cortigiana nel salire verso la signora, questa
nel discendere, tendevano a darsi la mano. Fra quelle
due anime si poteva veramente già porre il segno dell'eguaglianza.»

[pg!157]




LE CICATRICI
============


Le nuove pagine del giornale di Ermanno
Raeli che ultimamente io le trascrissi non le
sono dunque piaciute, incontentabile amica,
quanto le prime. Me l'aspettavo. Non vi si parlava di
poesia, una signora vi era agguagliata ad una semplice
mercenaria: ella quasi ritoglie pertanto alla memoria
del povero amico mio la stima che prima gli
aveva concessa. Per vero dire ella si degna di ammettere
l'esattezza dell'equazione morale di Ermanno,
ma teme che, «secondo il solito,» da un caso particolare
io tragga conseguenze troppo generali. Si rassicuri:
se un tempo caddi in questo errore, dopo che ella
m'ha dato sulla voce starò più attento e andrò più
cauto. Io non affermerò, per non farle dispiacere, che
quasi tutte le signore galanti somigliano troppo alle
mercenarie; dirò invece che, alle volte, c'è delle mercenarie
che valgono più delle signore galanti...

Per fortuna, molte centinaia di chilometri ci dividono,
e se io le faccio rabbia, sono, come direbbe un
artigliere, fuori del tiro della rabbia sua. Il meno che
potrebbe capitarmi, se invece di scriverle queste cose
glie le dicessi, sarebbe d'esser messo alla porta. Ma
[pg!158]
forse ella non spingerebbe fino a tanto lo sdegno;
come non l'ha finora spinto fino a rimandarmi indietro,
senza leggerle, queste mie lettere. Loro signore
hanno una passione irresistibile che si chiama *curiosità*.
E' naturale: poichè non conoscono, e non possono
e non debbono conoscere certi fatti umani, i fenomeni
sociali troppo tristi, le miserie, le vergogne,
le piaghe, tutto il lato della vita che resta nell'ombra
e nel mistero, ma del quale presentono l'importanza,
sono cupide di saperne qualcosa dagli uomini, la cui
molteplice e libera esperienza non ha secreti. Non
dico che se la gente sapesse di che cosa le scrivo ella
non m'ingiungerebbe di smettere; ma — sia sincera! — poichè
nessuno sa gli argomenti delle mie lettere,
ella se ne sdegna, va bene, ma poi le aspetta curiosamente.

Già una volta io dovetti parlarle d'un luogo che i
chinesi chiamano poeticamente *barca di fiori*, ma dove
di poesia non ce n'è punta. Le vicende di questa nostra
discussione epistolare mi fanno andare un'altra
volta là dove il grande Poeta di cui non potei dirle
il nome fece la veglia dell'arme. Senza dubbio le sciagurate
che popolano queste case hanno perduto quasi
sempre le ultime vestigia dell'umana dignità e sono
oggetto di orrore e di ribrezzo; ma non possono esse
talvolta ispirare un altro sentimento, tutto caldo, tutto
cristiano, il sentimento della pietà? Quando la loro
miseria sembra inguaribile, non possono esse dar
prova che erano degne d'un meno infame destino?....

Io le narrerò quel che accadde una volta ad un
altro poeta, non grande come l'Anonimo, ma certo
non infimo. Ella non dirà così che nelle mie lettere non
c'è mai poesia. Quest'altro sognatore, adunque, una
sera che i fumi del vino gli avevano annebbiato il
cervello, si trovò non solamente incapace di resistere
agli incitamenti della chiassosa compagnia con la quale
aveva banchettato, ma perfino di giudicare dove fosse
e che cosa facesse. Se, nella prima gioventù, arso di
amore, egli non aveva troppo badato, come tutti gli
altri uomini, al bicchiere nel quale dissetavasi; con
[pg!159]
gli anni era divenuto molto riguardoso, e le nobili
amicizie nelle quali aveva attinto alte ispirazioni lo
avevano per sempre distolto dagl'impuri piaceri che
un tempo erano per lui amari argomenti di torbidi
canti. L'arte sua, da principio degna d'un orgiastra,
impudica, satanica, piena di volute reminiscenze baudeleriane,
erasi purificata; egli rideva ormai dei suoi
antichi atteggiamenti e non comprendeva perfino come
avesse potuto trovar materia d'arte — d'un'arte sia
pure corrotta — nelle case del vizio. Senza dubbio i
ricordi delle letture, le imagini rettoriche delle quali
la sua mente era popolata, e non già le dirette impressioni
della realtà avevano alimentato la sua antica
produzione; mutata ora la disposizione del suo spirito,
egli era certo che dove un tempo aveva trovato creature
diaboliche, tragiche vittime o dolenti sorelle; dove
aveva scoperto l'antitesi della carne impura e dell'anima
vergine, dell'oro e del fango, del riso e del pianto,
non avrebbe rinvenuto altro che la più vile stupidità.
Senza sua volontà, pertanto, anzi a propria insaputa,
si destò quella sera accanto a una donna che
gli aveva gettato le braccia al collo, una creatura
bella e strana ad un tempo, grande, forte, con una testa
che pareva sbozzata nel marmo, a larghi tratti, rassomigliante
tutt'insieme a qualche animata statua
della cacciatrice Diana. Ma la fredda e quasi scultorea
espressione del viso era animata dagli occhi azzurri,
dolci e ridenti come un celeste spiracolo. I capelli castani,
crespi, foltissimi e corti, le mettevano sulla nuca
come un casco enorme ed opprimente; una lunga
veste azzurra, stretta alla cintura, stretta ai polsi, pudicamente
copriva tutto il suo corpo ed era appena
aperta intorno all'attaccatura del collo, tanto tuttavia
da lasciar scorgere, sulla pelle bianchissima, la riga
esile ed ancora un poco più bianca d'una cicatrice.

— Che è questo? — domandò il poeta quando si
fu liberato dall'abbraccio e per vincere in qualche
modo l'imbarazzo al qual'era in preda.

— Non vedi? — rispose ella con un forte accento
esotico sgraziato a udire ma che si traduceva plasticamente
[pg!160]
in un vezzoso atteggiamento delle labbra ed
era, insomma, una stranezza di più. — Non vedi?
Una cicatrice. E' stato un colpo di coltello: potevo
morirne. Trapassò il polmone; quando fui guarita
stetti tanto tempo tossendo. Il mio amante mi fece
questo, per gelosia; mi voleva bene!

E mettendo tratto tratto una mano sulla spalla del
suo cliente, costringendolo a prestarle attenzione, esclamando:
«E senti!... e ascolta!...» narrò la storia.
L'amante suo, al quale non faceva senso la rivalità di
tutta la folla, aveva impeti di cruccio violento se ella
accordava un sorriso o se rivolgeva più spesso la parola
o se stringeva più forte la mano a qualcuno, al
primo venuto. Le voleva proibire di muoversi, di parlare,
di guardare! Proibirlo a lei che s'era ridotta a
quella vita per non aver potuto tollerare l'obbedienza,
che aveva abbandonato il marito per non soffrire il
suo dominio, per esser libera di fare quel che le pareva?...
E, da principio, l'amante non se la prendeva
tanto con lei quanto con gli uomini dei quali era geloso:
metteva mano alle armi per impaurirli e indurli
a smettere. Quando ebbe dato e ricevuto molti colpi
di bastone e di rasoio, s'accorse che sbagliava strada,
che non doveva prendersela con gli altri ma con lei
stessa. E allora cominciarono le minaccie terribili di
morte e di sfregio. Non le parlava più se non con
il coltello in mano, tenendola afferrata per il collo,
facendole sentire il freddo della lama sulle guance,
sulla gola, sul seno, alzando continuamente il braccio
in atto di ferire. Ed ella esclamava: «Su, vediamo
se sei buono!... Andiamo, presto!... Ma su!...» E
poichè egli non riusciva a compiere le minacce, ella
gli consigliava compassionevolmente: «Vattene, piuttosto,
e non ci tornare più... Non è affar tuo!... M'hai
seccato, insomma!...» Finchè un giorno che le aveva
ingiunto con più furore di smetterla e che ella gli
aveva risposto con maggiore durezza: «No! Vattene,
se non ti piace! Ammazzami, se sei buono!...» egli
aveva gettato un grido, affondando l'arma con tutte
le sue forze. Subito dopo s'era messo a fare come un
[pg!161]
pazzo e a piangere come un bambino, credendola
morta; ma ella lo aveva costretto a fuggire, a nascondersi;
e aveva asserito d'essersi ferita cadendo, e lo
aveva salvato dalla galera e dalla fame, togliendosi il
pane di bocca per sovvenirlo nel rifugio da lei stessa
procuratogli.

La narrazione di questo amore fatta con grande
volubilità, divagando, sorridendo, cantilenando, procurò
un gran senso di freddo al poeta, il quale, interamente
tornato in sè, avrebbe pagato qualche cosa per
essere fuori di quel luogo e lontano da quella creatura.
Come doveva esser mostruosa, se l'amore non l'aveva
redenta!... Ma imbarazzato più d'un adolescente alla
sua prima scappata, egli non sapeva ancora come fare
per andarsene, quando la donna, credendo esaurita la
curiosità di lui, si mise a cantilenare:

   | *Amour, mystérieux oiseau?*

e cominciò a slacciarsi il corpetto. Allora egli scorse,
sulla mammella destra, in prossimità del capezzolo,
un'altra riga più piccola, un'altra cicatrice più bianca,
più sbiadita, appena notabile sull'avorio della pelle;
la cicatrice d'un'altra ferita meno grave ma molto più
antica.

— E questo? — domandò, punto da una malsana
ma prepotente curiosità dinanzi a quella turpe carne
crivellata. — Un altro colpo di coltello?

La donna rispose, sorridendo un poco:

— Oh, no! Un'operazione dolorosa, un taglio che
dovettero farmi, al primo latte.

— Hai avuto figliuoli?

— Due.

E riprese a narrare. Uno l'aveva avuto col marito,
dieci anni addietro; il secondo *dopo*. Suo marito era
matto per quel bambino, ed anche per lei; a segno
che, dopo la sua prima fuga con un ufficiale, la riprese
in casa quando costui la lasciò. Ma ella era insofferente
del giogo coniugale, e la rischiosa avventura
e il perdono ottenuto, invece di persuaderla a restarsene
[pg!162]
tranquilla, la spinsero a ricominciare. E una seconda
e una terza volta il marito innamorato la riprese
con sè, la sottrasse alla fame, all'ultima perdizione. Si
stava bene in casa di lui; era un armatore inglese
venuto a stabilirsi a Marsiglia, e faceva molti affari;
non le lasciava mancar nulla. Ma *qui a bu boira,
n'est-ce pas?* ed una volta ancora ella scappò, facendo
però in modo da non poter essere più rintracciata.
Venne in Italia sotto falso nome, errò di città in città,
ebbe amanti d'un anno e d'un giorno; finchè, piena
di debiti, sul punto d'ammalare d'inedia, cadde in
mano degli sfruttatori.

— E tuo marito, — domandò il poeta, — non sa
più dove sei?

— Mai più.

— Se lo sapesse?

— Verrebbe a riprendermi.

— Perchè non glie lo dici?

— Per non tornare con lui.

— E i tuoi figli?

— Morti.

Il poeta non domandò più nulla. Il senso di freddo
gli serpeggiava più acuto per il corpo. Quella creatura
era stata madre, e neppure la maternità era valsa a
salvarla! I suoi bambini vivi non l'avevano trattenuta
sulla via dell'abbiezione, la memoria degli innocenti
morti non la faceva neppure arrossire. A che punto
era dunque discesa? E preferiva l'orrore di quella vita
al perdono del marito, alla pace della famiglia!... Ma
che marito! Ma che figli! Il poeta se la prendeva con
sè stesso per l'ingenua e sciocca credulità della quale
aveva dato prova. Esisteva un uomo capace di perdonare
tante volte, di pensare ancora a quel mostro in
forma umana? Non era tutta un'invenzione suggerita
dall'idea d'interessar la gente, di farsi credere meno
ignobile e infame, ma che otteneva invece il risultato
precisamente opposto? Non sapeva egli che non bisogna
credere neppure una parola di tutto ciò che
queste donne dicono? Come s'era lasciato prendere
dalla spudorata menzogna? Ed aveva anche creduto
[pg!163]
la storia della coltellata per gelosia, della romantica
rinunzia alla vendetta e degli aiuti prestati all'assassino!
La coltellata era vera, poichè esisteva la cicatrice;
ma chi sa in qual rissa glie l'avevano data, per qual
rifiuto di pagamento!...

Tutto ciò, frattanto, invece di scemare la curiosità
del poeta, l'aveva accresciuta. Persuaso dell'infamia
di quell'essere, egli voleva vedere, giacchè c'era, fin
dove arrivava. E poi, da esatto ragionatore, egli avvertiva
una mancanza di logica in tutta quella storia.
Ella aveva detto che in casa del marito stava bene;
riconosceva dunque che adesso stava male? Ed asseriva
d'aver affrontato tante miserie per amore della
libertà; ma non era invece riuscita a piombare nella
soggezione più vile?... E poi, quegli occhi dolci e ridenti
mentivano anch'essi? La nobiltà quasi di statua
divina di quella figura mentiva anch'essa?... Allora,
quantunque si fosse proposto di non domandare più
nulla, si decise a fare un'altra domanda — l'ultima, a
suo giudizio.

— Sei dunque contenta di quel che hai fatto?

Subitamente, negli occhi della donna che il curioso
mirava, passò qualche cosa; la loro limpidezza s'offuscò
come uno specchio d'acqua s'intorbida per un'agitazione
improvvisa.

— Sei contenta di esserti ridotta qui? — ripetè
egli giacchè non otteneva risposta.

— Piango tutti i giorni, — ella disse.

Ma la sua voce era calma, uguale a quella con la
quale aveva detto le altre cose, forse appena più sommessa;
e il poeta, incerto un momento se credere o
no, fece come per alzare le spalle. Che sciocco! Come
mai gli era venuto in mente di fare simili domande?
Non gli restava in verità che mettersi a predicare per
convertire la pecorella smarrita e dirle, a mo' d'esempio:
«Figlia mia, pensa alla vita eterna, e pentiti!...»
Ed a quell'idea fu preso da una voglia matta di
ridere.

La donna frattanto, senza dir nulla, s'era sbarazzata
del corpetto; le braccia bianche, delicate ed esili come
[pg!164]
quelle d'una fanciulla, apparvero nude. Subitamente il
poeta fece un atto di raccapriccio, esclamando:

— Che è questo?

Il braccio sinistro era tagliato in due punti da due
orribili cicatrici, un poco più su del polso e dalla
parte del gomito: due tagli larghi ed irregolari, che
pareva fossero stati fatti con uno strumento dentato,
o poco tagliente, o tenuto con mano tremante; due
ferite a stento rimarginate, simili a due rozze cuciture
sulla viva carne, ed ancora accerchiate da due grandi
chiazze paonazze.

— Chi ti ha fatto questo? — ripetè il poeta inorridito
e impietosito ad un tempo, sentendosi finalmente
stringere il cuore da un moto d'umana simpatia dinanzi
a quella creatura che aveva esaminata con la nauseata
freddezza d'un medico dinanzi a un cadavere.

La donna rispose, sorridendo un poco di quell'orrore
e di quella pietà:

— Nessuno; mi sono tagliata da me. Volevo segarmi
le vene, e non ci sono riuscita. Vuol dire che
questo è il mio destino.

[pg!165]




LA TOSCANINA
============


Non mi aspettavo meno, mia nobile amica, dalla
gentilezza del suo cuore, e le chiedo perdono
delle irreverenti parole. Ma quanto delicato
è il suo sentimento, altrettanto acuto è il suo spirito,
ed ella ha ben compreso che se talvolta le mie espressioni
non sono state rispettose come dovrebbero essere,
ciò significa che fatalmente lo stato di guerra, tra uomini
e donne, non può aver tregua: io, io stesso,
compreso di tanta reverenza per lei, mi lascio pur
vincere la mano dall'ironia!

Vuol ella permettermi di stampare uno di questi
giorni, senza nominar lei, beninteso, tutta la prima parte
della sua lettera d'oggi? La cristiana pietà per le avvilite
creature che hanno ancora coscienza del loro
avvilimento non poteva dettarle parole più eloquenti.
Ella giudica tuttavia che, per redimersi, esse potrebbero
fare qualcosa di meglio che non tentare d'uccidersi,
e crede che, volendola fermamente, otterrebbero
la redenzione. Penso anch'io come lei: volere è potere.
Se non le parrà presunzione ch'io citi me stesso, aggiungerò
che altra volta già dissi: «Quando la volontà
asserisce d'essere inefficace, bisogna dubitare un poco
[pg!166]
della sua sincerità.» Soltanto, noi non dovremmo abusare
di questi giudizii. I casi nei quali la volontà sincera
resta impotente sono disgraziatamente anche troppi.
Che diremo noi allora? Se essa s'infranse contro ostacoli
troppo grandi e veramente insuperabili, negheremo
il suo merito? Anche quando fallì perchè non fu molto
potente, disconosceremo quel tanto di virtù che la sostenne?
Se volere non è sempre potere, noi potremo
dire che in ogni caso chi vuole vale.

Poco tempo fa, a proposito del costo dell'amore, io
le riferii il motto d'una mercenaria al mio amico
Grolla. Costretta dalla necessità a chiedergli un poco
di denaro costei gli disse, timidamente: «\ *Non mi vuoi
più bene?*» parole che fecero molta impressione all'amico
mio, specialmente perchè gli rammentarono l'altra
domanda, tanto meno delicata, rivoltagli da una dama:
*Ti costo troppo?* Io che ho accusato lei di curiosità
non potrò oggi far meglio ammenda del mio torto se
non confessandole la curiosità mia propria. Dopo che
Grolla ebbe riferito i due motti, insistetti presso di lui
affinchè mi narrasse qualche altra cosa della dama e
della mercenaria. Egli soddisfece a mezzo l'aspettazione
mia: della dama non volle dirmi nulla, ed io compresi
che il rancore, lo sdegno e lo sprezzo glie ne rendevano
incresciosa la stessa memoria; della mercenaria
mi narrò la storia. Siccome, dopo le idee che abbiamo
scambiate sulle infelici sue pari, potrà interessarla,
così glie la voglio riferire. Trascrivo dalla lettera dell'amico
mio:

«Il suo vero nome» mi scrisse egli dunque,
«era Margherita, ma la chiamavan tutti la Toscanina
perchè era di Siena ed aveva un personaggio
piccolino, magrolino, delicato, e un viso così dolce
che la rassomigliava a non so qual Vergine Beata,
e una vitina sottile che sarebbe parsa più sottile
ancora, se ella avesse potuto stringersi nel busto,
come fanno tutte, senza mandar sangue dalla bocca...
Ella diceva questa cosa semplicemente, come diceva
semplicemente, quando la padrona di casa, la serva,
tutta la trista gente che l'attorniava le aveva dato
[pg!167]
qualche dispiacere: «M'hanno fatto molto male: ho
sputato sangue, sono svenuta; allora hanno avuto
paura...» Pure, fumava sigarette una sull'altra e beveva
liquori, e se la rimproveravano di ciò, rispondeva:
«Mi faranno male dopo; per ora mi danno animo...»
Soffriva sempre di qualche cosa, accusava sordi dolori,
ma il suo buon umore non cessava per questo, e le
sue labbra piccole e bianche si schiudevano naturalmente
al canto. Nella notte alta, per le vie deserte, o
in barca, sul mare, si metteva a cantare a tutta voce:
una voce leggermente stridula che tratto tratto s'arrochiva
senza che ella si decidesse a smettere mai.

   | «Capille nire cumm'a nu velluto,
   | Capille nire ch'ardono d'ammore...

«Erano così i suoi capelli, neri e vellutati, e quando
ne disfaceva l'acconciatura e li lasciava cadere in due
grosse bande sulle spalle, l'ovale del suo viso pallido
ed affilato in quella cornice d'un nero lucente acquistava
un'espressione misticamente ideale, una meravigliosa
purezza, come quella d'una Suora sognante le
letizie del paradiso.

   | «Sette passi già gli ho contati,
   | Quant'è lunga la mia cella...

«Un'altra delle sue canzoni — e diceva d'averne
trovato i versi e la musica quando suo padre l'aveva
chiusa in un monastero: una storia nella quale non si
sapeva bene dove finisse la verità e dove cominciasse
l'invenzione — come in tutto ciò che dicono le sue
pari. Però qualcosa la distingueva dalle altre: un fondo
inalterato di naturale bontà e specialmente una semplicità
di gusti, una grande facilità di contentatura,
una remissione costante. I più piccoli regali la rendevan
felice; non aveva mai voglie; sempre che le offrivano
qualche cosa forzava gli offerenti a sceglier
essi, quasi non si trattasse di far piacere precisamente
a lei.

   | «La luna nova 'ncoppa a lu mare
   | stenne na fascia d'argiento fino...

[pg!168]
«Le notti della luna piena, nonostante l'umidità
perniciosa della marina, era per lei una festa venire
in barca: rammento certe sere nel porto, col mare
tranquillo e piano come una tavola, quando la facevo
distendere sul dorso, sorreggendola col braccio, perchè
non vedesse altro fuorchè il cielo stellato; e certe altre
quasi tempestose, quando in faccia alla scogliera del
molo, dove le onde si scagliavano furibonde, ella cantava
con voce più squillante, quasi a sfidar gli elementi,
e rideva mostrando le perline dei denti, e mi
afferrava fortemente il braccio ad ogni scossa della
barca sballottata come un pezzetto di sughero. Una
volta dimenticò di prendere il mantello, e siccome io
avevo una gran paura che l'umidità le facesse male,
tentai di persuaderla a buttarsi la mia giacchetta sulle
spalle. Non l'avessi mai detto! Mi diede del matto,
mi picchiò col ventaglio quasi rabbiosamente, e non
ci fu verso di piegarla. Un'altra sera, ai piedi della
scala della lanterna, vide un cagnaccio rognoso, una
povera bestia che se ne andava lungo il muraglione,
evitando le gente, quasi presaga dell'accoglienza che
gli era serbata. La vista di quel cane le diede un
brivido di ribrezzo, e poichè io, per chiasso, feci il
gesto di chiamarlo, ella si mise a salire precipitosamente
le scale, fuggendo. Allora finsi d'inseguirla,
costringendola ad arrampicarsi più presto, e la raggiunsi
sulla spianata; ma come mi pentii dello scherzo!
La poveretta ansava ed era tutta sbiancata in viso,
sul punto di perdere i sensi. Con le mani faceva un
gesto che, sulle prime, io non compresi: voleva dirmi
a quel modo, non potendo parlare, di metterle una
mano sul cuore perchè sentissi come batteva. Che
paura! Pareva si schiantasse. Ma di lì a qualche minuto,
quando riscendemmo in barca, l'affanno era passato
ed ella riprese il suo canto...

«Le cure che io avevo per la sua persona la stupivano
molto; spesso mi diceva: «Com'è curioso
questo qui! Hai paura che io muoia? Sta tranquillo:
non sarà per ora!...» Pure, aveva qualche momento
di nera tristezza, di quella tristezza muta e profonda
[pg!169]
che non si sa come lenire. Mi faceva tanta pena, nel
vederla così gentile e nel saperla in quella vita, con
quel male che le rodeva il petto, che un giorno, avendola
trovata in uno di questi momenti, tentai di esprimerle
l'interesse e la simpatia che m'ispirava. «Non
mi compiangere, sai,» rispose, «non voglio!...» ed
era quasi duro il suono della sua voce nel dire queste
parole. Per distrarla, la condussi in campagna; a tutti
i poveri che incontrammo volle dare qualche cosa. Un
vecchio cieco, accasciato sopra un mucchio di sassi,
tendeva la mano scarna, rugosa e tremante: ella fece
fermare la carrozza, discese, e gli mise in mano una
moneta dicendogli: «Dite un'avemaria...»

«Tutti quelli che soffrivano, che mancavano di
pane le facevano molta pietà, forse pensando che un
giorno sarebbe mancato anche a lei, o rammentando,
chi sa, che le era mancato una volta. «Se io dovessi
ridurmi a fare la serva, a vivere di elemosina,» diceva,
«sta pur sicuro che mi ammazzerei. Il fiume
non c'è per nulla, o il mare... E poi, posso chiudermi
in camera, con molti fiori dentro, e lasciarmi morire
così...» Ella doveva aver trovato questa idea in qualche
libro — perchè leggeva! I suoi libri erano romanzi
di Montépin e di Boisgobey, altra roba francese ancora
più brutta, edizioni economiche ad una lira, dalle
copertine rozzamente illustrate. In mezzo, come smarriti
e vergognosi della compagnia, i versi dello Stecchetti,
che la povera ragazza certamente non capiva.
Infatti, non vorrei che attraverso questi miei ricordi
tu la vedessi abbellita, nobilitata, migliore di quel che
in realtà non fosse. Era una creatura perduta che
portava nei modi, nel linguaggio e nello stesso pensiero
il marchio della sua condizione, senza nulla che
la riscattasse fuorchè i segni, intermittenti e non visibili
a tutti, d'una primitiva delicatezza di sentimento,
d'una nostalgia delle perdute serenità spirituali — parole
forse un po' troppo preziose per la cosa che
debbono esprimere... Ma la sua tristezza era di breve
durata; il canto e il riso fiorivano assiduamente sulle
sue labbra. Parlava molto, di tutto, saltando di palo
[pg!170]
in frasca, ma tornando con insistenza su certi casi
della propria vita. Certo, come li raccontò a me li
avrà raccontati a molti altri; certo ancora, se si potessero
paragonare le varie versioni, si troverebbe che
non corrispondono, che i particolari variano, che le
giunte e i ricami alterano il carattere e la significazione
dei casi. Di quest'abitudine della menzogna, in
tutte le Toscanine, tu hai già ragionato, ed è inutile
dirti che io consento interamente con te. La coscienza
del loro avvilimento presente le spinge a dar sapore
di poesia alla loro vita passata; ora questo mi piaceva
specialmente nella Toscanina mia: che le sue
narrazioni non parevano molto abbellite, poichè, senza
esservi costretta dalla presenza di nessun testimonio
e contro il suo proprio interesse, ella diceva cose,
della sua vita trascorsa, che le potevano nuocere.

«Sì, la Toscanina confessava d'esser passata per il
più infame servaggio. Noi usiamo, per indicare la
somma d'ammaestramenti cavati dalle lunghe esperienze,
una frase che dice: «Conoscere la vita,» e
ciascuno di noi si forma di questa vita un'idea diversa
secondo le diverse vicende per le quali è passato.
Le Toscanine adoperano anch'esse una frase per
indicare l'esercizio del loro mestiere, una frase molto
espressiva: «fare la vita,» e fra il nostro «conoscere»
e il loro «fare» c'è tutta la differenza che
passa tra il dilettante e la vittima. Perchè, se il risultato
della nostra esperienza consiste nella persuasione
che l'esistenza non è tutta triste nè tutta gioconda,
quale persuasione si dovrà formare nella coscienza
di queste sciagurate? Forse... nessuna! Provvidenzialmente,
esse vivono giorno per giorno, senza
vedere gli orrori dell'Irrimediabile; e del resto se la
loro miseria è spaventosa, ha pure talvolta qualche attenuazione
e qualche compenso. La Toscanina, quand'io
la conobbi, aveva vent'anni, ed era da sei nella *vita*;
se aveva pianto, aveva pur visto il pianto di molti
uomini; se aveva sofferto la fame, aveva pure distrutto
vere fortune. Ed aveva conosciuto chi era stato pauroso
[pg!171]
di toccarla quasi ella potesse spezzarsi, e chi
l'aveva presa a colpi di revolver e di rasoio...

«Aveva amato.

«Io credo che queste creature possano e sappiano
amare; credo anzi che, se le Toscanine soffrono, piangono
e all'occorrenza si uccidono per amore, ciò prova
che questo famoso amore non è soltanto il desiderio
delle carezze — esse non possono dire di struggersene
invano! — ma anche un bisogno tutto morale.
Si deve tuttavia essere molto accorti prima di credere
a simili donne; quante ve ne sono indegne di fede?
Precisamente l'indegnità della più gran parte rende
sospette le poche eccezioni. A dar retta alle molte,
l'amore le ha perdute: esse non mancano anzi di
narrarvi un complicato romanzo. Ora, la Toscanina
non diceva questo e non narrava romanzi. Particolare
strano: non dava nessuna versione intorno alle origini
ed alle circostanze del suo primo errore. «E'
tutta una storia» diceva; e questa storia consisteva,
a suo dire, nel fatto che ella non serbava memoria,
non aveva anzi mai saputo quando e in che modo
aveva perduto la sua innocenza. Era forse un'arte
più raffinata quella che le suggeriva di avvolgersi in
un preteso mistero, o v'era un mistero realmente, e
quale? Non potei saperlo. L'amore del quale la Toscanina
parlava era nato in lei nei giorni peggiori
della sua schiavitù. «Me ne rammento come fosse
ora,» narrava; «la prima volta che vidi Riccardo
fu una sera, tardi: io era rannicchiata sopra un divano,
coi piedi mezzo fuori delle pantofole, il capo
appoggiato sul braccio e avvolto in una fascia rossa
che pendeva fin sul tappeto. Entrarono a un tratto
tre o quattro allegri giovanotti che scherzavano fra
loro; io mi voltai un poco per vedere chi fossero e
poi mi raccolsi meglio nel mio cantuccio. Dopo un
poco uno di loro si mise al pianoforte e cominciò a
sonare. Sonava tanto bene; ma io non lo vedevo,
perchè tenevo gli occhi chiusi; e anche li avessi
aperti, egli mi voltava le spalle. Fra l'altro, sonò un
valzer, ma così bello come non ne avevo mai udito
[pg!172]
altri. Quando finì e stava per alzarsi, m'alzai io prima
di lui, e me gli avvicinai: — Se non le rincresce,
vuol ripetere quel valzer? — Mi rispose: — Subito. — Così
gli rimasi vicino e lo vidi in viso. Quante
volte poi egli l'eseguì per me sola!...» Era un valzer
non so bene se di Strauss o di Waldteuffel, uno di
quei canti di gioia in mezzo ai quali par di sentire
l'accento d'una indefinita tristezza e quasi l'avvertimento
che nessun tripudio è durabile. «Sono stata tre anni
a piangere sempre che m'è tornato a mente!...» — diceva
la Toscanina — ma adesso non piangeva più,
ripetendolo con voce leggermente roca, strozzata di
tanto in tanto da un breve nodo di tosse.

«— Perchè dunque il primo amore non si scorda
più?... — mi domandava soltanto; ed io le facevo
della psicologia, procurando di adattare il mio linguaggio
all'intelligenza dell'umile creatura, ma accorgendomi
tuttavia che, nonostante, ella non comprendeva.

«L'amore per il suo Riccardo durò nella Toscanina
molto tempo. Le anime sensibili che si decidono
ad ammettere la possibilità di questi amori, chiedono
almeno che la passione abbia tale virtù da riscattare
le donne nel cui cuore è nata e da toglierle
alla turpe esistenza. L'arte, quelle poche volte che ha
degnato studiarle, ha avuto appunto cura di nobilitarle
a questo modo, per non offendere con lo spettacolo
della lacrimevole realtà il pudore — vero o
finto non importa — della gente per bene. Ma purtroppo
la realtà reale è una cosa un po' diversa dalla
romantica. La Toscanina non si riscattò per nulla. Il
suo amante, che era semplice studente, le voleva bene,
ma non aveva di che toglierla da quella vita. Per lei,
come per tutte le sue pari, concedersi alla folla non
è mancar di fede all'amico prescelto; esse fanno una
gran differenza, nella quale risiede la loro gran prova
d'amore, fra le carezze alle quali si sottopongono e
quelle che ricambiano. La Toscanina dava a Riccardo
questa prova d'amore, e Riccardo glie ne diede un'altra,
traendola, appena potè, dalla miseria dove l'aveva
[pg!173]
trovata. Allora rifulsero tutte le buone qualità della
Toscanina; la sua affezione, la sua umiltà, la sua costanza.
Essere d'uno solo era stato sempre il suo
ideale. Per le sue compagne di destino la virtù è un
lusso: più fortunata di molte altre, ella potè concederselo.
Ma quanto poco durò! Il giorno che l'amante
non potè più assicurarla contro le difficoltà materiali
dell'esistenza, ella tornò alla condizione di prima. Non
cessò per questo l'amore. Anche svanito il bel sogno,
la Toscanina continuò a voler bene al suo studente.
Il dolore di lei cominciò anzi quando s'accorse che
Riccardo s'intepidiva, che la trascurava, che le preferiva
altre donne. Che scene accaddero fra loro due?
Quali forme prese la gelosia dell'una e l'egoismo dell'altro?
Quali accuse si scambiarono? Impossibile appurarlo
con precisione. Queste confessioni mi furono
fatte dalla Toscanina a varie riprese, senz'ordine; nè
io pensavo ad interrogarla, perchè le risposte alle mie
domande erano stentate, confuse, spesso contraddittorie;
mentre in tutto quel che diceva spontaneamente
c'era un accento di verità innegabile. Certo è
che la Toscanina si mantenne lungamente sommessa
ed implorante, minacciando soltanto quando quell'altro
divenne più freddo e più duro. «Bada, Riccardo!
Bada a quel che fai! Verrà giorno che mi
piangerai dinanzi, e allora sarà troppo tardi!...»
Infatti quel giorno venne. Quando ella scelse un
altro uomo, non perchè sentisse nulla per lui, ma
per farlo servire ai proprii disegni; quando a propria
volta fece l'antico amante spettatore delle preferenze
accordate al nuovo, quegli si ribellò, minacciò, pregò;
ma tutto fu inutile. Con la bocca d'un revolver dinanzi
agli occhi, ella diceva: — Ammazzami se ti
piace, ma tutto è inutile, sai!... — Lo straordinario
del rancore del quale adesso ella era oggetto, e ciò
che rivela ancora una volta come l'amore sia qualcosa
di più e di diverso dalle carezze, è questo: che i
rapporti materiali fra il giovane e la Toscanina non
erano punto mutati. Come prima, ella era di tutti
continuando ad esser di lui; ma egli non poteva più
[pg!174]
ottenere ciò che prima gli era stato accordato: un
pensiero, una parola, qualche cosa d'immateriale. E
la Toscanina vide le lacrime che aveva profetate, e
quella vista, invece di placarla, la rese maggiormente
spietata; finchè, improvvisamente, chi sa perchè? senza
che l'amante abbandonato avesse fatto nulla di più
per riprenderla, ella tornò con lui come un tempo.

«Quante volte si rinnovarono queste rotture e queste
riconciliazioni? Un brutto giorno tutto finì per
sempre: Riccardo dovè tornare al suo paese e la Toscanina
non lo rivide più. Le scrisse, nei primi tempi;
poi le sue lettere divennero rare e cessarono del tutto.
Adesso che non l'aveva più vicino, ella pensava all'amante
perduto con un accoramento senza fine. Quel
valzer, al suono del quale avevano scambiate le prime
parole, la faceva piangere; la miseria della propria
esistenza le pareva più grande, più sconfortata. L'acuto
dolore passò; ma dopo parecchi anni ella non parlava
d'altro che del suo Riccardo, raccontava a tutti noi le
opinioni e i gusti di Riccardo, in qual modo Riccardo
la chiamava nei suoi momenti buoni, quello
che le diceva nei giorni di burrasca. Vedendo che io
prestavo attenzione ai suoi discorsi, non mi risparmiò
nulla, e la mia buona grazia nell'accogliere quelle
confidenze mi valse la sua simpatia. Quando le chiedevo
qualche cosa di Riccardo le facevo un piacere
straordinario; quel giorno che la condussi in campagna,
scrissi sopra un pezzo di muro bianco il nome
di lei e quello dell'amico suo: sorrise di contento,
esclamando: «Povero Riccardo! Chi sa a quest'ora
dov'è... se si ricorda anche lui!...» Altri uomini le
avevano voluto bene; ella non ricambiò nessuno come
quel giovane. Un Inglese s'era invaghito di lei e l'aveva
colmata di regali; la Toscanina diceva di questi:
«Serviranno per impegnarli, quando non ci sarà di
che mangiare.» Invece un braccialino, un tenue filo
d'oro datole da Riccardo, non lasciava mai il suo
polso. Del resto, come poteva ella credere al bene
degli uomini se, quando il male l'aveva minacciata
più gravemente, nessuno di coloro pei quali ella era
[pg!175]
stata uno strumento di piacere, aveva pensato, non che
ad aiutarla, ma neppure a dirle una buona parola?...
Quanti avevano pianto, lasciandola; quanti avevano
giurato di tornare da lei, di pensare a lei, di scriverle
sempre! Erano scomparsi, e addio!... Ella non l'aveva
con nessuno. Non mostrava la sua malinconia
se non a chi le dimostrava un po' d'interesse; nè la
mostrava sempre; che anzi la sua fama era quella
d'una ragazza piena di buon umore, fatta per aver
posto in mezzo alle gioconde brigate. Soltanto, se
qualcuno la stringeva alla vita, impallidiva un poco
dalla pena. Ma della morte non aveva paura. «Non
m'importa di morire; anzi, mi leverei da tanti guai!
Che ci sto a fare? Morta io, ne resteranno tante altre!...»
Ma subito dopo:

   |  — Vorrei morir nella stagion dell'anno...

«E la storia di Margherita Gauthier l'affascinava.
Correva al teatro quando c'era quello spettacolo, in
prosa od in musica; e fra i suoi libri il più sgualcito
era *La Traviata* ovvero *La Signora dalle Camelie*.
Più che la sua bellezza veramente delicata, la sincerità
di certi suoi sentimenti, l'innata bontà dell'animo
e lo stesso male che covava nel suo petto la rendevano
degna d'interesse. L'idea che veniva a molti,
pensando a lei, era di poterla trarre da quella vita,
di mandarla lontano, sui monti, in riva al mare, a
curarsi, a guarirsi. Ti dirò che l'ebbi anch'io. E poichè
ella comprese questa cosa, e poichè le avevo dato altre
prove della mia premura per lei, credette di dovermi
dire che sarebbe stata volentieri con me. Scherzando
io osservai: «E Riccardo?...» Restò un momento imbarazzata,
poi disse: «Ora non penso più a lui come
prima; col tempo lo dimenticherei del tutto...» Io
soggiunsi: «Ma non dicevi che il primo amore non
si scorda più?...» — «\ *Questo sarebbe il secondo*...»
ella mi rispose: motto veramente straordinario, sul
quale il tuo Stendhal avrebbe scritto un volume!...»

[pg!177]




LO SCANDALO
===========


Ma no, ma no, mia buona amica; io non mi
sono mai sognato di dire che tutte, o la più
gran parte delle mercenarie sono come quelle
delle quali le ho parlato, ancora capaci di sentimenti
buoni e degne di ispirarne. Lo scherzo è scherzo, ed
ella sa, senza che io glie lo dica, a che punto comincia
e dove poi finisce. Se un certo sdegno contro
i giudizii volgari può spingere al paradosso, la verità
vera non deve restare a lungo disconosciuta, e la vera
verità intorno all'argomento che oggi ci occupa, è
questa: che le mercenarie come la Toscanina e la sua
compagna dalle cicatrici sono troppo rare eccezioni;
d'ordinario non accettano e non gustano la turpe vita
se non turpi creature. Tuttavia, hanno gli uomini il
diritto di disprezzarle — intendo gli uomini che le
cercano e se ne giovano? Non c'è in questa nostra
società un'ipocrisia spaventevole grazie alla quale — diciamo
meglio: per colpa della quale — i morigerati
difensori della scrupolosa morale sono poi quelli
che più godono nel vizio?

Le persone molto virtuose sono sovranamente
indulgenti — quando non sono spietatamente severe.
[pg!178]
E se questa sentenza le pare un bisticcio, io le dirò
che ci sono diverse qualità di virtù: una arcigna,
l'altra benigna; e che la virtù più vera, più *virtuosa*,
è la virtù buona. Io credo che bisogni diffidare un
poco dell'esagerazione scrupolosa. Mi pare che un'anima
capace d'intendere veramente la vita debba inclinare
al compatimento. E senza insistere questa
volta nell'esordio, passo a narrarle una saporosa storiellina
non solamente per dimostrarle questa mia
idea, ma anche per darle ragione nella sua protesta
contro il troppo indulgente giudizio delle donne che
si vendono. In questa mia storiella vedrà una mercenaria-tipo,
cioè volgare, cupida, odiosa; una di quelle
per le quali non si può provare altro che sdegno — a
patto di non frequentarle...

Uscivamo una sera dell'inverno passato, io ed il
mio amico Baglioni dal teatro dei Fiorentini: io spettatore,
Baglioni autore d'un dramma intitolato *L'Onore*
che aveva fatto un fiasco tremendo. Il dramma era
una cosa fortissima, straordinariamente bella, una
vera opera d'arte. L'avevano fischiato dalla platea,
dai palchi, dal loggione, tutti quanti, accaniti, feroci,
inumani, perchè era immorale. Quelle poche persone
non destituite interamente di senso comune con le
quali avevo parlato, andando via, riconoscevano il
valore dell'opera, ma disapprovavano altamente che
sulla scena si portassero fatti tristi e personaggi abbietti.
«Non sono neppur veri!» avevo sentito dire;
«gli uomini non sono così indegni come questa nuova
scuola letteraria li fa! Se pure fatti simili accadono,
saranno eccezioni; e perchè mai l'arte avrà da cercare
col lanternino i rari e oscuri esempii dell'infamia e
della viltà, e non dovrà invece rappresentare gli esempii
quotidiani e luminosi della bontà, della dignità, della
grandezza?» Non avevo voluto discutere, tanto ero
irritato ed offeso per l'amico mio dagli urli selvaggi,
dall'osceno baccano che aveva accolto l'opera sua;
se avessi discusso avrei risposto ai moralisti: «La
prova della dignità, della bontà, della grandezza, eccola
qui, lampante: un uomo pensa, studia, discute
[pg!179]
tra sè, giorno e notte; egli ha la febbre, non dorme,
non riposa. Perchè? Che cosa fa? Che cosa vuol fare?
Egli vuol rappresentare un pezzetto di vita, prendere
tre o quattro creature umane e inchiodarvele lì, vive,
palpitanti ed immortali! Con le parole, con segni
immateriali, egli vuol darvi l'illusione della vita; l'illusione?
No, qualcosa di reale, di più reale; perchè
la vita passa e l'arte resta; perchè senza Dante, senza
Shakespeare e senza Balzac noi non sapremmo che
cosa furono e che cosa sono gli uomini! E perchè
questo scrittore, questo artista, questo pensatore ha
scelto male — concediamo! — perchè ha rappresentato
cose non belle, costoro, i difensori della bellezza,
per provargli che bisogna far meglio, lo ingiuriano,
lo scherniscono, l'offendono, lo vilipendono, gli urlano
dietro, lo pigliano a sassate come un cane rognoso.
E chi sono costoro che si sollevano in nome
dell'offesa morale? Prendeteli a uno a uno, guardate
nella loro vita, cercate che cosa hanno fatto oggi, che
cosa faranno stasera, stanotte, quando andranno via
di qui, dopo compiuto il dovere di svergognare
l'immoralità, e poi ditemi se hanno proprio il diritto di
compiere questo dovere; se tutte queste reboanti parole
delle quali s'empiono la bocca, il dovere, il
diritto, il giusto, il bello, il buono, la dignità, il rispetto,
non sono per la maggior parte di essi suoni,
fiati, accozzamenti di sillabe dei quali sconoscono il
senso...» Queste cose che non avevo detto ai critici
le venivo ora dicendo all'amico mio, in istrada, tenendolo
per il braccio; glie le dicevo perchè avevo
bisogno di sfogarmi dicendole, non già perchè egli
avesse bisogno dei miei conforti. Egli rideva, d'un riso
schietto, d'un riso sonoro ed infrenabile. Prima della
rappresentazione m'aveva, sì, espresso i suoi dubbii
sull'arditezza del dramma e le previsioni della caduta;
ma se ai primi sintomi del fiasco s'era crucciato come
un padre che vede mal accolta la creatura sua, il selvaggio
accanimento del pubblico, il rossiniano crescendo
dell'indignazione, la sollevazione furente delle
timorate coscienze dinanzi alla dipintura d'un fatto
[pg!180]
preso dal vero, d'un fatto disgraziatamente troppo frequente
e tanto tollerato nella vita reale, lo aveva esilarato
come una cosa buffa, come una caricatura morale.

— Ah! Ah! Ah!... E' incredibile!... E' troppo!...
E' troppo!... — esclamava. — No, senti, è troppo!...
E come dò ragione a quei filosofi che fanno consistere
l'umorismo, il riso, nell'effetto d'una esagerazione,
d'una sproporzione imprevista!... Se m'avessero zittito
o fischiato solamente, avrei pensato ai casi miei, avrei
dubitato di me stesso, dell'opera mia; ma questa tempesta?...
Ah! Ah! il barone di Caggiano che non m'ha
salutato, hai visto? quando gli son passato dinanzi!...
Don Ferdinando Acquaviva che urlava come un ossesso!...
Il generale Crozio che s'è alzato ed è andato
via dal palchetto di Donna Irene!.. Ah! Ah! Ah! Che
bellezza! Non misuri tu la bellezza di queste cose?...
Il barone di Caggiano paladino della morale!... Don
Ferdinando accanito contro di me che l'ho salvato
dalla gogna!... E Caggiano con lui, e il generale e
una trentina di costoro che hanno creduto di mettere
alla gogna me e l'opera mia!... No, è incredibile! è
grande....

Non dunque la sola goffaggine dell'indignazione
pubblica faceva ridere tanto Baglioni; egli aveva
un'altra ragione più intima, ottenendo da tanta parte
degli spettatori una insigne prova d'ingratitudine. La
mia curiosità fu naturalmente eccitata da questo accenno;
talchè, non appena le sue risa si sedarono:

— Come mai li salvasti dalla gogna? — gli domandai.

— Come? In un modo semplicissimo!... Ma tu li
conosci, costoro? Li conosci bene? Conosci le loro famiglie,
la società dove vivono?... Sai che Caggiano
ha una moglie giovane ancora, bella, buona, una fenice
di moglie, e due figliuole, due pure giovanette,
una più gentile dell'altra, delle quali la mamma sembra
la sorella maggiore?... Tu non sei stato in quella
casa, non conosci la vecchia madre di quel signore,
una dama del vecchio stampo, tutta dedita alle opere
di carità, rimasta fedele alla dinastia spodestata, legittimista
[pg!181]
e cattolica severa e sincera?... E don Ferdinando?
Lo spauracchio dei suoi scapestrati nipoti!
Un altro borbonico, amico di Sua Eminenza, frequentatore
assiduo di tutte le sacrestie?... Ed il generale
Crozio che fa piovere gli arresti sulle spalle dei suoi
poveri tenentini, solo colpevoli di avere vent'anni?...
E il cavaliere Stromita, il direttore del *Vesuvio*, il
giornale più rugiadoso, più untuoso del mondo?... E
il vecchio don Gennaro Debiase, letterato morigerato,
dello stampo antico, strenuo idealista e romantico inconvertibile,
a settant'anni, con i capelli tinti e le
unghie in lutto?... Orbene, sta un poco a sentire. Ah!
Ah! Ah!...

Ricominciava a ridere, mentre ce ne andavamo per
via Caracciolo, lungo il mare che ciangottava contro
la riva e rompeva il riflesso della luminosa collana
distesa dalla Vittoria a Posillipo.

— Sta dunque a sentire!... Quattro anni addietro,
subito dopo laureato, quando ancora la mania letteraria
non m'aveva ben preso, o per meglio dire quando
non aveva ancora trionfato dell'opposizione di mio
padre, io feci, per obbedire al desiderio di lui, il
vice-pretore. Ne vidi di belle! E il motivo dell'*Onore*
lo trovai appunto nelle severe aule di Temi. Dunque
un giorno, mentre ero col pretore titolare ad accordarmi
con lui intorno a ciò che dovevo fare durante
la sua prossima assenza, entra l'usciere, tutto sossopra,
con gli occhi spalancati dietro gli occhiali cascanti, e
dice: «Signor pretore! Signor pretore! C'è una signora
che le vuol parlare!...» Il mio principale domanda:
«Non ne avete viste mai, che siete così sbalordito?...»
E il poveromo: «Una signora, signor
pretore... una signora! una baronessa!» Rido ancora
rammentando con qual tono di stupito rispetto, di
reverente e quasi annichilita meraviglia il povero don
Pasquale riferì quel titolo: «Una baronessa!» E allora
il pretore — bisogna averlo conosciuto anche
lui: giovane ancora, ma unto, lurido, sbracato, con
una chioma boscosa, la barba d'otto giorni, villoso fin
sul naso — il pretore, dicendo all'usciere di farla passare,
[pg!182]
si ricompone sul seggiolone, porta le mani al
nodo della cravatta, ficca le dita nella selva dei capelli,
cerca di cavar fuori dalle maniche i polsini dei quali
la camicia mancava, per esser meglio in grado di ricevere
l'annunziata gran dama. E appena costei entra,
con un fruscio di gonne insaldate, appestando d'*ylang-ylang*
la sala, egli si leva, fa un inchino spropositato,
avanza una seggiola ed esclama: «Signora baronessa,
voglia favorire d'accomodarsi!...» Mio caro, una scena
da morire dalle risa.

«La baronessa era un bel donnone stagionato, statura
da carabiniere, capelli tinti del color rame, ciglia
di nero fumo, occhiaie di filiggine, labbra di carminio:
tutta una pittura. Sulle forme copiose portava un
abito giallo abbarbagliante, un gran cappellone nero
con una montagna di penne e di fiori, grosse perle
alle orecchie e guanti lunghi fino alle ascelle. «In
che cosa posso servirla?» fa il principale; ed ella,
con la voce professionale, dolcemente rauca, e un terribile
accento francese: «Signor pretor, si c'è une
giustisia al mond, i calunniator debbon andar in
prison!» Il principale, sprofondato adesso nella sua
poltrona, con la testa affossata tra le spalle, stende
ambe le braccia e risponde: «Non dubiti, signora
baronessa: c'è una giustizia, ed io ne sono un indegno
ministro; ma prima di mandare la gente in prigione,
bisogna vedere! Ella è stata calunniata? Come? Da
chi?» E la baronessa: «Da una *sale* canaglia, che
fino a quindici giorni addietro veniva in casa mia e
mi faceva l'amico! Dopo tutto quello che m'è costato!
Se gli presentassi il conto del solo *champagne*, non
avrebbe come pagarlo, miserabile *crapule*!... E adesso
tira a rovinarmi, a togliermi il pane, pezzo di *voyou*,
che possa finire in galera!...» Che ti posso dire, amico
mio? Il diluvio delle male parole era spaventevole.
Agli epiteti più violenti il pretore emette un *sst!* discreto
e fa con le mani il gesto della moderazione:
«La prego, signora baronessa: voglia calmarsi!... E
dunque, questo suo, diciamo, ex-amico, adesso vuole
rovinarla? In che modo, di grazia?...» Qui ti voglio!
[pg!183]
Io che pur vedevo prepararsi qualcosa di molto incongruo,
mai più avrei sospettato che razza di calunnia
la baronessa veniva a denunziare. Imagina dunque
che questo suo ex-amico era un giovanottino di primo
volo, il quale, o per non avere come pagarla, o perchè
dava noia a qualche più ricco cliente, o per chi sa
qual altra ragione, era stato da lei pulitamente messo
alla porta. Su tutte le furie egli pensa di vendicarsi,
e che fa? Va dicendo per tutta Napoli, a chi vuole
e a chi non vuole saperlo, che la baronessa ha portato
di Francia e regala ai suoi clienti un ricordo che
non suol essere molto gradito!... Tu vedi di qui la
testa del pretore quando la dama gli spiega la cosa
in tutte lettere e gli chiede che, seduta stante, egli
chiami un uomo della scienza, il quale accerti la verità
e confonda il calunniatore!... Essersi creduto con
una vera signora, e sentirsi narrare una storia che
sarebbe stata benissimo in bocca a una abitatrice
di Porta Capuana!... Ma, sia onore al vero, il mio
principale fu molto come si deve e continuò a darle
galantemente della baronessa, significandole tuttavia,
come del resto era troppo naturale, che di tutta
quella storia egli non poteva tenere nessun conto
se non prima riceveva una querela su carta bollata.
«Una *querella*? E come si fa?» domanda l'altra; e
il principale: «Si va da un avvocato, gli si spiegano
i fatti, e al resto pensa lui.» Ora, dopo una settimana
da quella scena, quando il pretore era andato via, in
permesso, arriva la querela a me in persona. Amélie
Bourgand, niente più baronessa, nata a Montreuil,
Passo di Calais, Francia, d'anni quarantadue, di professione...
tu mi capisci, sporgeva querela contro Alfonso
Mantiello, per aver costui detto e ripetuto sul
conto di lei, in luoghi di pubblico ritrovo ed in presenza
di più persone, cose che le recavano pregiudizio e allontanavano
da lei le sue pratiche: volendo dimostrare
come l'accusa fosse presentemente falsa, la querelante
chiedeva una perizia medica; volendo provare che era
stata falsa sempre, chiedeva che il magistrato citasse
e udisse in pubblico giudizio le persone ragguardevoli
[pg!184]
e degne di fede che avevano avuto rapporti con lei:
il barone di Caggiano, il generale Crozio, don Ferdinando,
il direttore del *Vesuvio*, Debiase, tutta Napoli
morigerata, castigata e timorata; i rispettabili padri
di famiglia, i nonni severi, gli zii scrupolosi, i moralisti,
puristi, idealisti che hanno seppellito il mio
dramma!... Imagina come rimasi! Io potevo benissimo
lasciare che lo scandalo scoppiasse; ma tutta questa gente
che la mercenaria inferocita per vedersi mancare il
pane trascinava nel suo fango e metteva alla berlina,
mi fece tanta pena che volli vedere di trovare un riparo.
Mandato a chiamare la baronessa, le tenni un
discorso per persuaderla a desistere. Desistere? Ella
era pronta; ma prima voleva essere indennizzata! Voleva
cinque mila lire di danni-interessi; e diceva di
essere discreta! Era una specie di ricatto; ma in qual
altro modo rimediare? Con belle maniere, parlandole
delle difficoltà della causa, consigliandole d'evitare il
chiasso nel suo stesso interesse, ottenni che avrebbe
desistito contro il pagamento di due mila lire. Allora
andai io stesso dal Caggiano, da quel signore che
m'ha tolto il saluto, e gli spiegai il pericolo dal quale
egli e tutti quegli altri erano minacciati. Costoro già
si videro, con l'imaginazione, in pretura, dinanzi a
un pubblico di maligni sorridenti ed ammiccanti, attestare
che la baronessa non aveva dato loro... nessun
regalo; già videro i giornali pieni di relazioni dell'udienza,
udirono i clamori dello sdegno, del disprezzo,
il coro delle risa sardoniche; pensarono alla virtù delle
loro mogli, all'innocenza delle loro figliuole, alla severità
dei loro amici, e si tennero perduti. Allora mi
si messero a tremare dinanzi perchè io li salvassi! E
udendo che bastava pagare, furono felici di cavarsela
con qualche biglietto da cento. Dirti gli scorporati
ringraziamenti che mi prodigarono per avere evitato
lo scandalo, non è possibile. E stasera li ho io scandalizzati!
Ah! Ah! Non è bello? Non è grande?
Ah! Ah! Ah!...

[pg!185]




LA JETTATRICE
=============


   | *Carissima Contessa,*

Ella ha riassunto in un quadro di fortissime
tinte quelle quattro idee che io sono venuto
enunziando. Pare dunque che Schopenhauer
possa andare a riporsi, giacchè il celebre filosofo misogino
è stato di tanto avanzato, che si può, anzi
si deve oramai considerare come la stessa galanteria,
come la cavalleria personificata!... Infatti: le donne
prima di tutto non amano con tanta anima con quanta
gli uomini; ma viceversa sono anch'esse, all'occorrenza,
sensuali e libertine. Ciò che cercano, negli uomini
da amare, non è la morale altitudine, ma semplicemente
la bellezza tutta materiale. Esse sono, nei loro
amori, venali, e spingono la venalità fino a reclamare
ciò che loro viene. Tra quelle che si fanno pagare
per vivere e le altre che esigono il prezzo come segno
del loro valore non c'è differenza di sorta... «Sia
lodata la sincerità!...» ella esclama «Bene, benissimo!...
Avete finito? C'è ancora dell'altro? Mi pare,
veramente, difficile. Credo che oramai avete vuotato
[pg!186]
il sacco. Sapevo, perchè me l'avete molte volte ricantato,
che uomini e donne non possono intendersi e
che s'accusano a vicenda e che stanno insieme come
gatti e cani, ad eccezione di quei rari momenti quando
stanno come gatti e gatte... Ma non imaginavo che
da parte degli uomini si potesse spingere tant'oltre
l'odio e il vilipendio. Avete almeno finito?...»

No, contessa; non ho finito. C'è proprio dell'altro.
Pensi un poco, o meglio rammenti ciò che le ho detto
in principio: come i confessori, i cantastorie odono,
molte volte senza volerlo, una quantità di fatti che
gettano sprazzi di luce nei tenebrosi recessi dell'anima
umana. E mentre il dovere professionale dei
confessori consiste nel custodire gelosamente le confessioni,
i novellieri hanno il dovere contrario: di ripeterle,
di propalarle. Il risultato è poi tutt'uno;
perchè, se i Padri spirituali hanno da trovar parole
ed argomenti per lenire le anime piagate, il narratore
che rivela a un pubblico più o meno largo le
miserie delle quali è stato spettatore, acquista ai dolenti
l'indulgenza pietosa, la commossa simpatia dei
simili. Ora, fra le molte amare confidenze che io
ho udite, questa che ora le riferirò è amarissima, e
rivela fino a quale estremità può andare l'odio degli
uomini per le donne, in che corrosivo e dissolvente
sentimento può mutarsi l'amore che dovrebbe legarli.

Dunque l'inverno passato io tornavo a Napoli dopo
un'assenza di parecchi anni. Molte cose di quel caratteristico
paese mi fecero quasi lo stesso senso che
fanno la prima volta. La credenza alla jettatura, la
paura dei jettatori m'impressionò specialmente. Ella
non sa a che punto arriva, com'è funestata la vita
di quegli sciagurati ai quali si attribuisce il fascino
maligno. Evitati, sfuggiti, aborriti come la peste,
senza un amico, col vuoto sempre d'intorno, se per
loro disgrazia hanno da guadagnarsi la vita esercitando
una professione si vedono alle volte messo in
forse il pane quotidiano, sono costretti a espatriare,
così grave è il terrore che incutono. Spettatore di
questo terrore che un tempo mi pareva inumano, io
[pg!187]
ora lo provo a mia volta. Non credo già che vi siano
uomini nativamente dotati del potere di nuocere, ma
credo che questo potere possa essere acquistato — precisamente
da quelli ai quali è attribuito. Perchè
uno ha la pelle colorita d'una certa tinta; perchè
ha il naso conformato a un certo modo; perchè,
essendo miope, porta gli occhiali; certe volte senza
nessuna di queste ragioni, si vede messo al bando
dall'umano consorzio, si sente odiato da tutti; egli
non può accostar le persone, non può salutarle,
non può neppure incontrarle senza che tutti imprechino
contro di lui; la sola sua vista è una
sciagura. Non è naturale che l'anima di costui s'abbeveri
di fiele e che tutta la sua volontà debba tendere
a esercitare veramente il funesto potere che realmente
non ha? E se c'è una forza psichica che si
proietta fuori dell'anima ed opera nel mondo della
materia, la tensione dell'esasperata volontà non potrà
essere veramente efficace? Se pure questa forza non
esiste, la disposizione a compiacersi nel male, a commetterlo
realmente, occorrendo, per vendetta, per rappresaglia,
non ci deve rendere odiosi i jettatori e
spingerci a fuggirli?... Ma io non ho ora da comunicarle
le mie particolari vedute su questo argomento: ho da
narrarle un fatto.

A Napoli, dunque, rividi molti amici, ma Vittorio
Alfeni, fra tanti, fu quello la cui compagnia mi riuscì
più cara. Alfeni, uomo per ogni rispetto superiore,
crede alla jettatura in un modo affligentissimo; noi
non potevamo stare insieme per le strade, in un caffè,
al teatro, senza che, per pararla, egli facesse a ogni
tratto un molto energico gesto, incontrando o scorgendo
una quantità di facce, a suo vedere, proibite.
Una sera al Sannazaro, intanto che guardavamo in
giro per la sala, una dama entra in un palchetto di
seconda fila, ed ecco Alfeni ripetere il gesto che sarà
salutare, ma non è precisamente consigliato da Monsignor
della Casa. Io credetti d'essermi ingannato:
certo il preservativo atteggiamento era diretto contro
l'influsso di qualche altra persona. Vi sono donne jettatrici?
[pg!188]
Il nefasto potere non è particolare agli uomini,
agli uomini più brutti e sgraziati? Non bisogna
avere lo sguardo losco, il naso adunco, il colorito terreo,
l'andatura storta per far male al prossimo? I più
spaventevoli jettatori non sono preti, gente tetra, vestita
di nero, la cui vista rammenta la morte con la
quale essa bazzica? La vista d'una donna, d'una dama
giovine, piacente, elegante, sarà anch'essa capace di
funestarci? E' vero che quella dama guardava dietro
l'occhialino e che tutti gli occhi armati di vetri sono,
secondo i superstiziosi, fortemente sospetti; ma un occhialino
dal manico di tartaruga bionda, ornato d'aurei
fregi, maneggiato come lo scettro della grazia da una
bianca mano soave, è da paragonarsi agli occhiali infissi
sui nasi rostrati?... E poi, e poi... io conoscevo
quella signora, sapevo quali rapporti eran passati fra
lei ed Alfeni; l'amico mio mi aveva confidato, altra
volta, la sua fortuna. S'erano amati, molto, a lungo;
poi l'amor loro, naturalmente, era finito; come mai
poter sospettare ch'egli avesse paura di lei?... Qualche
giorno dopo, seduti alla terrazza del *Gambrinus*, vediamo
passare la carrozza della dama; Alfeni mormora
non so che cosa e si difende un'altra volta. Potevo
dubitare ancora? Pure non mi capacitavo d'una cosa
simile. Che l'amore dell'amico mio fosse finito, che
avesse anche dato luogo all'odio, suo carnale fratello,
avrei potuto ammettere e spiegare; ma la paura? la
paura della jettatura? attribuire ad un essere che fu
tanta parte di noi l'iniqua potenza, guardarsene come
da un rettile?... Non potevo crederlo!... Ma noi non
incontrammo mai quella signora senza che Alfeni si
difendesse. Un giorno, su per Toledo, ella esce improvvisamente
da un negozio dinanzi al quale passiamo:
l'incontro è rapidissimo, inopinato; Alfeni non
può subito mettersi sulla parata; egli borbotta un
«Corpo del diavolo!» molto eloquente, schermendosi
energicamente dopo che la dama è passata. Allora io
non sto più alle mosse:

— Sei ammattito? Che cos'è quest'altra paura,
adesso? E' jettatrice anche ella?... — gli dico.

[pg!189]
Ed egli, insistendo nelle tardive precauzioni:

— Perdio!... Perdio!...

— Non scherzi?

— C'è poco da scherzare, sai!

Non sapevo se alludere al loro passato; lo sdegno
e più la curiosità mi spronarono:

— E quando trascorrevi la vita ai suoi piedi? O
credi ch'io abbia dimenticato?...

Egli si fece così serio e buio che tacqui; poi con
voce quasi brusca mi disse:

— Ti prego di non parlarmi di ciò.

— Non ne parleremo se non ti piace. Però mi pare
che tu ripaghi in malo modo la felicità che un tempo
godesti...

Alfeni m'afferrò per il braccio, e concitato, fremente:

— La pago, sì!... Hai detto bene!... La pago, perchè
niente al mondo potrà più togliermi questa jettatura
di dosso...

Non credevo neppur ora!

— Ma dici proprio sul serio? Non ti pare che sarebbe
tempo di smetterla con questa indegna superstizione?
Bada bene, sai, questa è la strada per la
quale si va difilato alla monomania, al delirio della
persecuzione...

— Ho paura.

Leggevo talmente nel suo sguardo sbigottito e nel
suo accento gelato la sincerità del suo sentimento, che
mi pentii delle dure parole.

— Vediamo un poco, ragionaci su! Parliamone,
perchè io voglio guarirti di un pregiudizio che non
ti fa onore. E' jettatrice anche lei? Come, perchè?
Che cosa ha fatto? Quali prove mi dai del suo influsso
maligno?

— Le prove? Ne vuoi le prove? Non sono le prove
quelle che mancano!... Ascolta un poco: nel metterla
al mondo sua madre è morta! Capisci? Ha cominciato
presto?... La morte, capisci?... E' allevata da
sua zia. Quando il padre la riprende con sè, la paralisi
lo inchioda in fondo a una poltrona!... A vent'anni
[pg!190]
s'innamora d'un giovane e lo innamora; costui
si ammala d'un male tremendo. Non può sposarla.
Non la vede per molto tempo: e allora sta
meglio! Si crede guarito, torna da lei, il matrimonio
è concluso: ricade! Ella va a trovarlo: tre giorni
dopo egli muore. Capisci?...

Io non capivo niente. Tutte queste cose m'erano
note. Alfeni me le aveva altra volta narrate, attribuendo
ad esse un senso tutto opposto. Allora egli
s'impietosiva sul triste destino di quella creatura,
della povera orfana: la morte della madre, la malattia
del padre, i dolori che ella aveva patiti erano altrettante
ragioni per commiserarla, per proteggerla, per
amarla. La morte del giovane che aveva amato, la
cui vita aveva voluto associare alla propria, spiegava
i nuovi, i maggiori dolori: un matrimonio non
più d'amore ma di convenienza, l'infelicità d'un marito
che non diceva niente al cuor suo, la caduta con
un uomo che aveva saputo farle battere il cuore...
Ora anche il senso di queste cose era interamente
capovolto: Alfeni continuava a addurle come nuove
prove di perniciosità:

— A ventiquattro anni sposa un uomo, un galantuomo,
che le vuol bene, che le dà un bel nome e una grande
ricchezza, che crede d'aver assicurato la propria fortuna.
Quest'uomo, dopo un anno di matrimonio, è
tradito, offeso in tutto ciò che ha di più caro: nell'amore,
nell'onore. Allora la scaccia: la sua casa è
vuota, la sua vita infranta. Ma ella è lontana: egli
torna a vivere tranquillo, se non felice... L'altro, l'amante,
crede di toccare il cielo col dito: ha conquistato
una bella donna, è l'eroe d'un dramma, si sente
sollevato nell'altrui considerazione. Fa i conti senza
la iettatura. Era ricco anch'egli, i suoi affari prosperavano:
dacchè è con lei cominciano a andar male,
precipitano: si rovina, fallisce, è costretto a lasciare
il suo paese! Ella ha una figlia, il marito l'ha presa
naturalmente con sè: ma la madre vuol vederla, vuole
averla. Litiga lungamente finchè ottiene d'aver la bambina
per pochi giorni, ogni tanto. Ecco sua figlia con
[pg!191]
lei: la bambina si mette a letto, febbricitante. In
quindici giorni è morta: morta, capisci?

Queste cose mi venivano nuove. E Alfeni parlava
con tono così raccapricciante, che mi sentii turbato.

— Quanto tempo è? — gli domandai.

— Saranno due anni.

— Tu eri ancora con lei?

— No, c'era un altro.

Allora io compresi.

— Tu parli così per gelosia di quest'altro!

— Gelosia di quest'altro?... Aspetta!... Credi che
abbia finito? Quest'altro pensa anch'egli di aver toccato
il cielo col dito. Io, che oramai so tutto, non
provo gelosia, sento pietà di lui. Dico tra me: anch'egli
la pagherà! Ma potevo sospettare in che modo?
Ero sicuro che avrebbe sofferto, che gli sarebbe accaduta
qualche disgrazia. Un giorno lascia Napoli, parte
per Torino; non c'è ancora arrivato che il convoglio
precipita fuori delle rotaie. Era uno dei più begli
uomini ch'io abbia mai visti — pensa un poco se
ne provavo gelosia! — e gli hanno da tagliare tutt'e
due le gambe; anche le braccia, il viso, tutto il corpo
è una piaga. Vive qualche tempo così, poi muore.
Muore, capisci? *La morte ancor*, come dice Carmen!

Rise d'un riso così funebre, ch'io inorridii. Ma volli
reagire:

— E poi? Che cosa prova tutto ciò? *Post hoc, ergo
propter hoc?* Anche tu col vecchio sofisma? Tu, intanto,
non sei morto: stai benone, ti prendi beffe di
lei dopo esserti divertito altrimenti. Avranno ragione
gli altri di crederla jettatrice, non tu!

— Io? Sai quanti anni ho io?

— Trenta, mi pare.

— A trent'anni sono vecchio come a sessanta. Questa
donna mi ha corroso l'anima e il corpo. La morte
è preferibile alla miseria nella quale io vivo. E guarda
come costei fa a ciascuno il male più sensibile! Infama
il marito e gli uccide la figlia, riduce il ricco a povertà,
distrugge la bellezza di quell'altro che pareva
una statua animata; a me, che non posso vivere se
[pg!192]
non col pensiero, con l'anima, ammorba l'anima, annebbia
il pensiero. Non credo più a niente. Non
aspetto più niente dalla vita. Non sono più capace di
niente. Tutta la poesia, la fede, la speranza, son morte...

— Questo è lo scotto dei tristi amori, non è jettatura!

— E suo marito che cosa aveva da scontare? E sua
madre? E gli altri?...

— Domani mi farò presentare a lei.

— Non credi?... Pensi di sfidare la jettatura?

Io pensavo in quel punto a un verso di Alfredo de
Musset, un molto malinconico verso che avevo fin lì
creduto espressione della verità:

   | Il n'est de triste amour qui n'ait son souvenir...

Io pensavo che il Poeta s'è ingannato, che vi sono
amori così tristi che non solamente non hanno ricordi
ma finiscono con l'inaudito sentimento al quale
Alfeni era in preda...

— Allora, non vuoi credere?... — continuava egli
a domandarmi; e scrollando il capo, reagendo ancora
una volta contro le sue suggestioni:

— Io credo una cosa, — risposi: — che tu ammattisci!

— Allora, tu sei matto se ti senti gelare vedendo
una biscia velenosa che ti guarda con gli occhi freddi?
Che cosa provi per la biscia che schiacci col piede? Il
ribrezzo sarà dunque da oggi in poi sintomo di pazzia?

Non risposi. Tacemmo lungamente, salendo oltre
piazza Dante. Dinanzi al Museo incontrammo due
graziose signorine in mezzo alle quali stava una donna
sulla quarantina, magra, clorotica, con le lenti sul
naso affilato, una specie di governante, uno di quegli
esseri disgraziati la cui vista fa pena. Alfeni borbottò:
«Oggi è giornata campale!...» e ripetè il gesto preservativo.

— Anche quest'altra?... Sono dunque molte le jettatrici?... —
domandai, ridendo questa volta più schiettamente.

— Sono le più tremende, — rispose Alfeni: — credo
anzi che siano le sole veramente temibili...

[pg!193]




LA CONSOLATRICE
===============


   | *Amica carissima,*

Non abbia paura! Il mondo non è ancora
presso a finire, come ella teme. Il genere
umano non pare disposto a sopprimersi. Se
dobbiamo credere alla statistica, anzi, si corre un altro
pericolo, tutto opposto: l'evangelico precetto è sempre
tanto onorato e obbedito, la popolazione universale
cresce con progressione così rapida, che non è da temere
che la terra si spopoli, c'è piuttosto il caso che
non possa più contenere i troppo prolifici suoi abitatori.
I filosofi arcigni hanno un bel dire, i narratori
pessimisti hanno un bel fare: vivere e amare non è
tanto increscioso come essi sostengono. Io conosco un
pessimista il quale rifiuta questa qualificazione come
troppo mite. «Voi dite pessimista per significare uno
al quale la vita pare pessima?... Io sono orribilista!»
Questo orribilista suole anche ripetere che vorrebbe
avere mille vite per togliersele una dopo l'altra. Però,
siccome ne ha una sola, la tiene da conto.

Se gli uomini hanno scritto intere biblioteche di
contumelie contro le donne, non vuol dir niente; anzi
[pg!194]
vuol dire il contrario di ciò che dapprima parrebbe:
chi ben ama ben castiga. Se essi fossero persuasi, come
Simonide d'Argo, che le donne sono simili alla cagna
rabbiosa, alla volpe astuta, al mare capriccioso, alla
terra bruta, all'asino — parla sempre Simonide — cocciuto,
alla donnola ladra, alla scimmia cattiva, alla...
femmina del cinghiale domestico; se fossero proprio
persuasi di ciò, invece d'assordare il prossimo con le
loro querimonie, cercherebbero — e troverebbero — qualche
rimedio eroico contro il mal d'amore. Ma il
loro giudizio non è sempre così severo. Lo stesso Simonide
noverava dieci specie di donne: io le ho riferito
quali sarebbero le prime otto; il greco ginofobo
aggiunge che vi sono donne le quali somigliano al cavallo
dalla bella criniera e all'ape industre. L'industria
e la bellezza sono qualità non disprezzabili; ma le
donne non si contentano di questi attributi, e non se
la prendono tanto contro gli offensori brutali come
Simonide, quanto contro quei freddi osservatori i quali
affermano — e provano! — che l'intelligenza e la sensibilità
muliebre sono molto inferiori a quelle degli
uomini. Lasciamo stare l'intelligenza, intorno alla quale
c'è poco da discutere, e parliamo un poco, se non le
dispiace, della sensibilità. Nessuno s'è sognato di dire
che le donne sono insensibili; s'è detto che la loro
sensibilità non è molto lucida o, per adoperare la parola
propria, cosciente. Per escire dal dubbio intorno
al loro modo di sentire, ci sarebbe un mezzo semplicissimo:
potrebbero esse dirci come sentono e che cosa
provano. Ma, disgraziatamente, accade che le donne
capaci di dircelo sono meno donne, hanno più caratteri
virili nell'ingegno e nella stessa persona, e parlano
e scrivono press'a poco come gli uomini; le altre, le
donne veramente donne, quelle le cui rivelazioni importerebbero,
non ci rivelano niente.

Gli scrittori di professione sanno per esperienza che
quando le idee o le imagini non sono ben precise,
l'espressione riesce difficile, laboriosa, contorta. Precisata
l'idea, fissata l'imagine, le parole vengono. Ma vi
sono certe imagini e certe idee che non si possono
[pg!195]
precisare, perchè naturalmente ambigue, confuse, evanescenti;
allora il tormento dello scrivere, ciò che Gustavo
Flaubert chiamava *les affres du style* dà maggior pena.
E' credibile e verisimile che le donne si
trovino ordinariamente in condizioni simili a queste:
i loro sentimenti sono incerti, ondeggianti, nebulosi,
inafferrabili; non è che esse non sentano, ma non sanno
precisamente che cosa sentono; se le accusate di insensibilità,
s'offendono, si ribellano; ma quando hanno
da esprimersi, da provarvi il vostro inganno, non ne
trovano il modo. Perchè mai gustano ed apprezzano
sopra ogni altra arte la musica, se non perchè l'espressione
musicale è appunto imprecisa, ambigua, indefinibile
come tutto il loro sentimento? Di tratto in
tratto, quando meno ce lo aspettiamo, esse hanno però
lampi di chiaroveggenza, intuizioni rapide, nitide comprensioni;
e allora ci stupiscono e ci deliziano. Hauptig
di Mannheim, celebre artista, mi riferì una volta un
motto femminile di rara bellezza. Egli aveva un'amica,
una povera modella, semplice, ignorante, primitiva. Gli
voleva bene come il cane vuol bene al padrone, senza
saperglielo dire. Una volta Hauptig — credo che già
ella lo sappia — dovè venire in Italia, stette un pezzo
lontano da lei, e fu anche ammalato. Non le scrisse,
non sapendo che cosa dirle, non sentendosi disposto a
strizzarsi il cervello per scrivere una lettera tanto pedestre
da esser capita da lei. Di ritorno a casa, narrò
alla modella il male sofferto. Ella giunse le mani, impietosita,
dolente, esclamando:

— E non averlo saputo!...

Perchè si rammaricava dell'ignoranza nella quale
era rimasta? Non aveva già da temere della salute di
lui, ridivenuta ora perfetta. Voleva forse dire che, se
lo avesse saputo ammalato, lo avrebbe raggiunto? Ma
come, senza quattrini, tanto lontano? E Hauptig, curioso,
le domandò:

— Perchè avresti voluto saperlo?...

Ella rispose:

— *Per angustiarmi*...

[pg!196]
Adesso ella dice, cara contessa, che siamo finalmente
sulla buona via. E giacchè ci sono ci resto. La modella
tedesca seppe con due parole esprimere ciò che
provava: il rimorso di non aver sofferto, per simpatia,
per amore, mentre l'amico suo soffriva realmente, fisicamente,
lontano da lei; la storiella che ora le narrerò
è un poco diversa. In questo quadro contemplasi
una donna che non legge nel proprio pensiero, ma
nell'altrui. Abbiamo anche una diversa donna; non
una semplice modella, ma una gran dama. La differenza
è, però, più esteriore che intima. Questa dama
è intellettualmente semplice quanto la pedina. Se così
non fosse, l'esempio non vorrebbe dir molto. Noi dobbiamo
prendere a esempio donne che sieno tali in
ogni senso, non già quelle eccezionali e quasi mostruose
creature sul cui sesso la natura par che si sia sbagliata.
Dicevo dunque: una signora come ce ne sono tante.
Guglielmo Valdara la conobbe in una molto triste stagione.
Il cuore di quest'uomo sanguinava per un
abbominevole tradimento del quale era stato vittima
immeritevole. Aveva riposto tutta la sua fede in una
donna, e costei l'aveva distrutta. Egli non viveva se
non per lei; perdutala, voleva morire. Sarebbe morto,
se pensare ancora a lei, dopo ciò che gli aveva fatto,
non fosse stata una cosa amara quanto la morte. Quando
egli conobbe la dama di cui vo' parlarle, la notò appena,
le disse appena qualche parola. Non poteva più
notare niente e nessuno. Nondimeno la viltà di quel
suo dolore per una indegna gli faceva talvolta salire
al viso le fiamme della vergogna: allora egli si proponeva
di strapparsi l'indegna dal cuore, di cercare e
di gustare le distrazioni del mondo. Rivide la dama
e s'informò di lei. Le davano molti amanti — ed ella li
aveva presi, per dire la verità. Allora Valdara pensò
di trovare presso di lei, se non un conforto, almeno
una distrazione al proprio cordoglio. Era andato in
cerca di altre donne, di mercenarie: il disgusto era
stato più forte dell'ebbrezza. Quantunque la perfida
avesse dimostrato, col tradimento, la nequizia dell'anima
sua, Valdara non rammaricavasi d'aver perduto la
[pg!197]
persona di lei, ma quest'anima iniqua. Di simiglianti
graziose contraddizioni e assurdità incredibili è
pieno l'amore — com'è piena tutta la vita. Dunque,
giudicando che la perfida non valesse più delle mercenarie,
Valdara non voleva accostarle. Nè egli credeva
di poter mai trovare nella dama con la quale tentava
distrarsi le sublimi qualità del cuore e della mente che
attribuiva — e negava! — alla perduta amante; ma,
benchè il suo cuore restasse gelato, benchè neppure i
suoi sensi ardessero, egli riconosceva spassionatamente
che l'intimità di questa nuova donna valeva pure la
pena d'essere acquistata. Se non che, egli non poteva
fingere un amore che non provava, un desiderio che
non lo struggeva. La menzogna gli repugnava; e poteva
forse dire a costei il sentimento dal quale era
spinto?... Così fu che, risoluto a tentare di guarirsi ma
incapace di fingere, un giorno che era solo con lei — noti
che l'aveva vista tre o quattro volte in tutto — durante
un colloquio ch'egli procurava di rendere
quanto più disinvolto gli era possibile, Valdara, cominciando
ad apprezzare una cosa alla quale non era
stato molto sensibile, cioè la bellezza di questa donna,
una bellezza vivace, quasi direi aperta e tutta luminosa,
Valdara, dico, spronato dal primo destarsi del desiderio,
stese la mano per coglierla, come il viandante stende
la mano per cogliere un bel grappolo pendente su da
una siepe verso la via. Allora quella donna allegra e
leggiera, cui tutti davano una lunga esperienza delle
cose e nessuna delle idee, si schermì, si ritrasse, nè sdegnata
nè offesa, e gli disse, semplicemente:

— *Voi mi trattate così perchè un dolore vi rode.*

Egli tremò. Non di vergogna perchè si vedeva leggere
nel cuore; tremò dall'ambascia.

— Voi non vedete in questo momento, — continuava
ella, — voi non potete vedere quanto dovrebbe
offendermi il vostro contegno. Come siete diverso da
quello che mi sembraste la prima volta!... Capii che
dovevate soffrire, allora... Ed anche oggi, ciò che oggi
fate mi dice che non mi sono ingannata... Una donna
[pg!198]
v'ha tradito: è vero?... Voi piangete un amore perduto,
e per guarire del vostro dolore mi trattate così...

Egli aveva propriamente gli occhi rossi di lacrime.
Questo appunto gli era stato più grave dal giorno
che aveva perduto l'amor suo: di non poterne più
parlare, di non avere alcuno al quale confidarsi. Il
suo dolore era covato in lui, s'era mantenuto e diffuso
covando chiusamente. Il conforto della confidenza, della
confessione, della comunione simpatica gli era mancato.
Ora, improvvisamente, da chi meno egli avrebbe creduto,
era compreso, scusato, compianto. Non solo
quella donna non s'offendeva della brutalità con la
quale egli l'aveva assalita, non solo gli leggeva nel
cuore, ma esprimeva, con la voce e con lo sguardo,
una commossa simpatia per il suo dolore. Le lacrime
che gli gonfiavano gli occhi erano dolci, pertanto;
erano lacrime di consolazione. Molto più soavi riuscivano
all'anima di lui quelle parole, il sentirsi compreso
da un'altra anima, l'aver trovato un'intellettiva anima
dove non la sospettava neppure, che non sarebbe stato
dolce ai suoi sensi dissetarsi al bel grappolo. Egli non
ha mai più ritentato di stender la mano; e di questa
donna, di costei cui deve la sua prima consolazione,
è rimasto amico sincero e devoto, come di Lei, contessa,
io mi onoro di essere.

[pg!199]




LE PROVE
========


   | *Mia Signora,*

Ed eccoci ritornati al punto donde partimmo!

Ella batte le mani perchè, avendo io cominciato
coll'ironia, ho finito con la commozione.
La feci arrabbiare sostenendo che le creature umane
non si possono intendere, e ho addotto da ultimo un
esempio di questa comprensione!

Ora m'accorgo — ella dirà che guasto tutto! — come
gli esempii non provino nulla, perchè tanti se ne
possono addurre a sostegno della tesi quanti a sostegno
dell'antitesi. Varrà più l'una o l'altra? Ogni opinione
è legittima; l'accordo dei concetti nel disaccordo delle
espressioni mi pare che sia molto bene provato da
queste due sentenze di due grandi scrittrici: Mademoiselle
de Lafayette ha detto: «On pardonne les
infidelités, mais on ne les oublie pas.» — «On oublie
les infidelités, mais on ne les pardonne pas», ha detto
Madame de Sevigné...

Bene: siamo d'accordo: sarà possibilissimo comprendere
l'anima altrui; ma, se ciò è possibile, non è
già facile. L'Inquisizione aveva del buono. Quando un
[pg!200]
uomo vuole leggere nel cuore d'un suo simile, ma
proprio nitidamente leggervi tutto ciò che sta scritto
fino nelle ultime pagine, nei margini più ripiegati,
qualche buon tratto di corda o meglio ancora qualcuno
di quei più persuasivi congegni dei quali l'imaginazione
dei Torquemada era fertile, rende comprensibile
tutto. Mancando questo secolo di tanaglie e di cavalletti,
come si potranno scoprire i pensieri e i sentimenti
degli altri? E, veramente, non facciamo noi l'elogio
dei Torquemada quando, per strappare a qualcuno
la verità, lo afferriamo per le braccia, gli stringiamo
le mani come dentro una morsa, gl'infiggiamo nello
sguardo il nostro sguardo rovente?... Questi mezzi d'indagine
sogliono essere adoperati dalle persone di natura
violenta; le miti nature preferiscono di restare
nell'ignoranza e nell'inganno, preferiscono anche patire
piuttosto che far patire. E del resto che valore
hanno le prove strappate per forza, specialmente quando
si riferiscono ai casi della coscienza o agli stati dell'animo?

Se è impossibile vedere con gli occhi i moti dell'anima
amante, quali prove sicure noi potremo avere
dell'amore? Chi ci confessa, ci attesta e ci giura l'amor
suo, come potrà dimostrarcelo? Non potremo noi,
non dovremo anzi dubitare delle sue parole? Come
sapere se le parole sono vere, se sono tutte vere? Chi
asserisce d'amare soltanto o soprammodo con l'anima,
non può nascondere, non nasconde troppo spesso sotto
questa dichiarazione una brama meno degna? Chi ci
afferma di ripagarci d'un amore in tutto eguale al
nostro, in qual modo, per qual via potrà farci leggere
nel suo cuore così chiaramente come noi leggiamo nel
nostro?

Nell'anima altrui non si legge; ma le prove d'amore,
le prove indiscutibili, luminose, lampanti, non mancano.

   |  — Soit, dit-elle, je cède et me voici clémente.
   | Mais pour y croire, à votre amour, si je m'y rends,
   | J'en veux un gage sûr et que rien ne démente.

[pg!201]
Potrebbe essere accusata di soverchia esigenza costei?
Non sono le donne quelle che hanno ragione di sospettare
che l'amore degli uomini si riduca al desiderio
torbido? Questo dubbio non esiste negli uomini, perchè
i desiderii delle loro compagne sono moderati e
spesso mancano; ma, per ciò stesso, tutto l'amore femminile
è tanto calmo e composto, che la maggior prova
d'amore che le donne sappiano dare consiste nel lasciarsi
amare... Dunque non basterà che questo amante
confessi l'amor suo, bisogna ancora che lo dimostri!

   |  — Las! fit-il, où trouver des serments assez grands?

E come è umano questo sentimento d'impotenza!
Non solo l'amata dubita, ma lo stesso amante sa e
sente che ella *deve dubitare*, perchè i giuramenti, le
parole, gli effimeri suoni non potranno mai esser prova
valevole, espressione adeguata della meravigliosa efflorescenza
che invade ogni piega dell'anima sua.

   |  — Las! les plus solennels n'ont plus rien qui m'émeuve,
   | Répondit-elle. Alors lui, soudain; «Je comprends!
   | La preuve qu'il vous faut je l'ai superbe et neuve.
   |
   | O toi que j'aime, tu vas voir si je t'aimais!»
   | Et comme en souriant elle attendait la preuve,
   | Sans retourner la tête il s'enfuit pour jamais.

Se il senso è tutto egoistico, come dimostrar meglio
che questo amore non era sensuale? Se lo stesso sentimento,
d'ordinario, è fatto più di amor proprio che
d'amore, e se pertanto le ragioni della persona amata
sono posposte alle proprie, come dimostrare più luminosamente
che questa volta l'amore non era amor di
sè stesso? Infine, se amare qualcuno importa quasi
sempre più che odiarlo, giacchè chi odia può anche
astenersi dal far male, mentre chi ama infligge sempre
dolori e tormenti, la migliore, la vera prova d'amore
sarà appunto questa: rinunziare all'amore...

Che ne siano capaci molti, non è da credere. E
poi, quand'anche molti ne fossero capaci, essa potrebbe
[pg!202]
parere un'ironia. Non sarebbe press'a poco come ucciderci
per provare che viviamo? Allora noi dovremo
cercarne un'altra, meno paradossale; una prova non
dell'amore represso ma dell'amore operante ed attuale.

— Io la conosco, — mi confidò una donna con la
quale ragionavo un giorno di queste cose.

Abbassato il capo e chiusi gli occhi, ella si raccolse
un istante; e la sua faccia, non più illuminata dall'ardore
degli sguardi, apparve qual era realmente: consunta
dal tempo, ròsa dalle passioni, simile ad una maschera
vecchia sulla quale tutti coloro che la portarono
abbiano lasciato un'impronta. Quanti uomini avevano
logorato a furia di baci quelle guance appassite, quelle
labbra sbiancate, quelle rugose palpebre? Quante febbri
avevano macerata quella carne flaccida e gialla?
Quali spasimi avevano contorto gli angoli di quella
bocca amara? Quali pensieri molesti, quali assidue cure
avevano scavato i solchi di quella fronte? In quali
notti di veglia s'erano brizzolati quei rari capelli che ella
adesso stirava con una mano bianca e smagrita?...
Bella non era mai stata, neppure ai giorni tanto lontani
della prima giovinezza; ma qualcosa del fascino
strano e irresistibile che aveva fatto di lei una creatura
di turbamento rifulse ancora su quel tragico volto
quand'ella si scosse, guardò fiso lontano e riprese a
parlare.

— Chi di voi ha dunque affermato che solo il
primo amore è l'amor vero? Non aveva ancora vissuto,
costui; non sapeva i giuochi imprevisti dell'esistenza,
l'avvicendarsi delle fortune, le rivoluzioni che s'operano
da un giorno all'altro nel mondo e nell'anima!
Dicono impossibile un secondo amore perchè con la
morte del primo la fede nella forza e nella durata
della passione andò necessariamente dispersa; ma non
si ricomincia piuttosto ad amare appunto perchè questa
fede è immortale e perchè si riconobbe d'averla riposta
in chi la tradì?..... Sì, l'amor vero può essere
il primo, ma può anche essere l'ultimo — se per
amor vero intendete quello che altri vi porta come
voi lo portate, quello che vi promisero i sogni e che
[pg!203]
mai vi consolate d'avere perduto. Poichè molte volte
potete amare con tutte le forze dell'anima, molte volte
essere amati sopra ogni cosa; ma non c'è amore integro
se non nell'incontro, nell'accordo, nello scambio
delle due passioni; e ciò è tanto raro che la turba
infinita dei diseredati lo nega..... Orbene: ascoltate.
Per un uomo io abbandonai la mia casa, distrussi la
mia famiglia, avvelenai la vita di chi mi mise al
mondo — feci, delle creature che misi al mondo io
stessa, altrettanti orfani. Dovevo amarlo per far queste
cose, è vero? A giudizio del mondo egli mi costava
sacrifizii non lievi — dite, è vero?... Ma se io li giudicavo
insufficienti! Se non credevo d'avergli dimostrato
abbastanza che mi teneva luogo di tutto, che
era tutto il mio bene sulla terra, l'unico giudice del
quale temessi le condanne! Che cosa non avrei fatto
per dargli questa dimostrazione? Come lo scongiuravo,
in ginocchio, con le mani giunte, di dirmi che cosa
voleva da me per credere all'amor mio! Come sarei
stata felice se fossi morta di sua mano! Egli m'uccise — altrimenti.
Egli non credeva all'amor mio perchè non
credeva a nulla. Vi sono di questi esseri fatali su cui
sembra pesare la maledizione divina: belli come l'arcangelo
caduto, come lui aridi e falsi. Un sorriso che
sembra beato ed è schernitore illumina i loro occhi,
parole che voi credete mistiche e sono bugiarde escono
dalle loro labbra. Se per vostra sciagura v'imbattete in
qualcuno di essi, siete dannati. Alla loro seduzione non
si resiste. Secondati dalle ingannatrici apparenze, voi
non metterete più un freno alle vostre aspettazioni, educherete
le più folli lusinghe e precipiterete tanto più
basso quanto più ardito sarà stato lo slancio. Voi crederete
di trovare nella loro anima le rigogliose fioriture
della vostra; crederete di fare un sol cuore e una sola
vita; e quando v'accorgerete che ciò non è, accuserete
voi stessi! Come sospettare la loro colpa se tutto ciò
che in essi è parvenza brilla ed incanta? E vi torturate,
vi rimproverate torti imaginarii, procurate di riscattare
i difetti dei quali vi sentite pieni, sognate di
conquistare tutte le virtù che vi mancano. E tutto
[pg!204]
ciò è invano; e voi pensate ancora: «La colpa è
mia! Io non l'amo abbastanza, non so fargli vedere
il suo pensiero all'origine d'ogni pensiero mio proprio,
non riesco ad ottenere da lui la stessa fede ardente
che io gli porto...» Infatti egli vi sfugge, e questa
fede altri avrà forse saputo ispirargliela! Allora non
vi rimproverate più nell'intimo della vostra coscienza,
ma v'umiliate apertamente dinanzi a lui, lo scongiurate
d'avere almeno pietà: almeno questo sentimento
allignerà nel suo cuore! Improvvisamente, un atto,
una parola, ve ne dimostra l'orribile vuoto: allora un
crollo tremendo avviene dentro di voi; ma siete guarito — radicalmente.

Ella fece col braccio disteso, con le dita adunche,
il gesto di svellere qualcosa. Tacque un poco battendo
rapidamente le ciglia, poi continuò:

— Questo fu il mio primo amore. Mi costava tutto,
quell'uomo; ma io gli avrei tutto perdonato se non
m'avesse tolto ciò che mi rimaneva di unicamente
caro: il conforto d'esser stata compresa, almeno un
giorno, almeno un'ora; la fiducia di non essermi perduta
per niente — per niente! Gli avevo perdonato
tante vergogne, tanti abbandoni, tanti tradimenti!
Ero stata sorda agli stessi dileggi, agli stessi sospetti,
agli stessi affronti! Credevo sempre in lui, suo malgrado.
Volevo trovare qualcosa di buono in fondo al
suo cuore; stimavo sempre che ne avesse. Mi accorgevo
che l'amore boccheggiava in lui, che era già
morto; ma pensavo almeno che fosse stato vivo, una
volta! Con una parola infame egli mi tolse quest'ultima
lusinga, calpestò la stessa illusione; quando volli
ricordargli questo amore, le parole che m'avevano
esaltata, i giuramenti che m'avevano ubbriacata, egli
mi disse: «E tu li hai creduti?...» E con la stessa
bocca che li aveva proferiti disse ancora: «Ma sono
la moneta con la quale si pagano quelle che non son da
comprare!...» Allora, vedete, l'unico mio scopo, l'unico
mio bisogno, ardente, imperioso, vorace, fu di
diventar come queste.....

[pg!205]
La sua voce, che s'era fatta rauca tanto da costringerla
a tossire replicatamente, si schiarì ad un tratto.

— Non lo accuso più. Compresi, tardi, che la colpa
non era stata neppur sua, che egli non poteva esercitare
virtù che non aveva. Non crede chi vuole. Forse,
chi sa, anch'egli soffrì.

Ed alzò le spalle e scosse un poco la testa con l'espressione
indulgente di chi ha visto molte miserie.

— Comprendete bene dunque, — riprese, — la condizione
mia all'apparire dell'Altro. Intatta, insaziata,
esasperata, io portavo con me la mia fede — e non
ero più degna d'esser creduta. L'Altro mi credette.
Per lui era il primo amore. Nessuna donna aveva ancora
sospettato il tesoro di sentimenti che egli portava
in cuore; e questo tesoro tanto grande che non v'era
purezza capace di pagarlo, io, l'ultima delle creature,
l'ebbi, tutto. No, il povero linguaggio umano non
potrà dir mai che cosa fu questo amore, l'esultanza
divina di due esuli ciascuno dei quali ritrova nell'altro
tutta la terra, tutto il cielo della patria lontana.
Il linguaggio umano può dire soltanto le umane
miserie, i dubbii, gl'inganni, i tormenti, — e chi sa
la vita comprenderà quelli che fatalmente ci aspettavano.
Per un uomo che m'aveva avvilita, profanata,
perduta, io avevo dato tanto, che nulla più mi restava
da dare a quest'altro — per cui avrei voluto
versare il mio sangue fino all'ultima stilla. Io avevo
imparato a costo della salute dell'anima che non basta
sentirsi giurare un affetto, che bisogna anche ottenerne
la prova. Ed io non potevo dargli altro che le
mie parole, e sapevo che le parole possono mentire,
e sentivo che in bocca mia la menzogna doveva esser
giudicata facile e pronta. Allora il dubbio che egli
non mi credesse più cominciò a insinuarsi in me. Era
dubbio e divenne certezza. Se quell'uomo avesse potuto
leggere nel mio cuore come vi legge Dio, sarebbe
stato sicuro che tutti i palpiti del mio cuore
erano suoi. Ma questo potere egli non lo aveva. Egli
doveva paragonare, invece, sè stesso al mio primo
amante, il bene infinito che mi faceva al male spaventevole
[pg!206]
che il primo m'aveva inflitto; ed avvertire che
mentre il male era stato da me ricompensato come il
massimo dei beni, a lui non potevo ora dare più nulla.
E badate: non era già l'orgoglio suo che lo persuadeva
a stimarsi di tanto superiore al suo predecessore,
a pretendere che io facessi per lui molto più che per
costui: io stessa glie lo dicevo, glie lo ripetevo, glie
l'attestavo. Ma come più gli parlavo dell'influsso maligno
esercitato da costui sulla mia vita — per esecrarlo — più
egli pensava ad esso — per temerlo.
Egli che sapeva le sciagurate contraddizioni del nostro
cuore temeva che fossi ancora attaccata a quell'uomo
in ragione degli stessi dolori che mi costava. Come
dunque, come provargli il suo inganno, la dispersione
assoluta d'ogni memoria di quel passato, la fine della
stessa esecrazione — poichè tutto l'orrore nel quale
ero affondata non m'impediva la nuova felicità? E
vedete di quali reazioni continue è fatto il nostro pensiero:
mentre il conseguimento di questa felicità attutiva
il sentimento dell'indegnità mia, questo sentimento
si ridestava da un'altra parte, più acuto, più
torturante — poichè la mia indegnità mi toglieva di
dare a quest'uomo la luminosa dimostrazione che egli
era in diritto di esigere! Allora qualcosa di più strano — di
più umano — accadde in me. Quando io avevo
portato nell'amore un cuor nuovo, un'anima vergine,
tutto ciò che questa vita può dare di meno indegno,
io m'ero accusata di non meritare abbastanza il ricambio
dell'amor mio; ora che non lo meritavo davvero,
sentivo la ribellione prepararsi sordamente dentro
di me. Dinanzi all'ideale Giustizia io era nel torto
per avere criminosamente sperperato quei beni che
andavano invece serbati con cura gelosa in attesa di
offerirli a chi solo avrebbero dovuto appartenere; dinanzi
a quest'uomo io ero in debito — e noi siamo
così fatti da non tollerare il rimprovero dei nostri
torti.... E se ancora quest'uomo m'avesse apertamente
rimproverato la mia miseria, se m'avesse buttato in
faccia la mia abiezione, se m'avesse torturata ogni
giorno, forse sarei stata meglio difesa contro le folli
[pg!207]
aberrazioni dell'egoismo; ma egli non fece questo, mai!
Una tristezza senza fine velava talvolta i suoi sguardi,
ma il suo linguaggio era sempre quello della dolcezza,
della devozione, dell'umiltà. Allora io pensavo che egli
parlasse così per compassione, che intendesse farmi
un'elemosina, che non contento ancora dei suoi tanti
vantaggi volesse finire di schiacciarmi con la sua generosità — e
la sorda ribellione diveniva più minacciosa.
Avrei dovuto stargli in ginocchio dinanzi, e mi
sentivo distaccare a poco a poco da lui... Il nostro cuore
è così miserabile che non sopporta la gioia assoluta:
una dose d'amaro è necessaria al suo nutrimento.
Quell'uomo aveva una gran colpa, non mi faceva soffrire.
E come io lo disconoscevo, anch'egli disconosceva
me. Perchè la vita m'aveva contaminata, pensava
che non fossi più capace d'apprezzarlo, che altre
avrebbero saputo amarlo meglio di me. Presumeva
ch'io dovessi portargli una gratitudine eterna per
avermi sollevato fino a lui, che il pensiero di cercare
altrove un altro amore — il pensiero che egli stesso
accarezzava! — non dovesse neppure affacciarsi alla
mente mia. E troppo sicuro d'essere amato, rispondeva
meno all'amor mio, non pensando che questo fosse un
torto, o pensando che fosse un torto minore e più
tollerabile di quelli che altri m'aveva fatti. Ma le azioni
umane non hanno tutte un valore relativo a chi le
commette, alle circostanze nelle quali sono commesse,
allo stato di colui che le apprende? E la freddezza
d'un uomo come lui m'era più grave, dopo ciò che
avevo patito, di tutti i tradimenti dell'altro amante...
Così, giorno per giorno, il dissidio cresceva. L'ingrato
destino ci era stato largo d'un bene incredibile; noi
ce lo lasciammo sfuggire. L'amor nostro fu il vero, il
grande, il solo amore; non sapemmo riconoscerlo.
Come potevo riconoscerlo, io? Non m'ero ingannata
altre volte? Non dovevo inevitabilmente sospettare di
ingannarmi anche ora? A qual segno poteva riconoscerlo,
egli che non aveva termini di confronto? Così
il nostro inganno procedeva da opposte ragioni. Mancava
ad entrambi la prova. L'avemmo.

[pg!208]
Ella ripetè:

— Fu questa.

E passatasi una mano sulla fronte, lentamente, da
una tempia all'altra, disse, come in sogno:

— Io lo tradii.

Dopo una pausa riprese:

— Imaginate voi che cosa dev'essere un pazzo che
abbia perduto, insieme con l'intelletto, la vista? Soltanto
un pazzo cieco avrebbe potuto fare quel ch'io
feci — ragionatamente, deliberatamente. Pensai che
egli non mi amava più, che non m'aveva amata mai.
Credetti alle parole d'un altro, di quelli che ci troviamo
attorno nelle agonie del sentimento, corvi che
hanno fiutato il cadavere. No, non lo credetti! Non
credevo più nulla. Ma questo scetticismo, la certezza
che non c'era nulla, la persuasione d'esser discesa tanto
basso da non poter cadere più giù mi buttò incontro
ad un altro. Egli s'era accorto di quest'altro e non
aveva trovata una sola parola per salvarmi. Io pensai:
«Vuol dunque gettarmi via come una cosa inutile e
vile!» E volli io stessa lasciarlo. Quando glie lo dissi...

Ella s'interruppe, esitante; e ad occhi chiusi, rovesciando
un poco la testa, irrigidita come per catalessi,
con voce lenta e gelata soggiunse:

— Dopo che sarò morta, dopo che m'avranno chiusa
dentro una bara, dopo che la terra mi avrà ricoperta,
io udrò ancora quell'urlo.

Rimase quasi assorta qualche momento, poi ricominciò:

— Saremmo stati ancora a tempo. Ma la benda non
era ancora tutta caduta dagli occhi nostri. Io credevo
d'averlo ferito nell'orgoglio soltanto, *trionfavo* provandogli
che valevo ancora per gli altri, ottenevo la *rivincita*!
Egli vide confermato il suo giudizio sulla mia
infamia. Un intimo senso di sollievo, quella calma ingannatrice
che precede lo scatenamento delle tempeste,
ci pervase entrambi. Egli scomparve ed io ricaddi. Allora,
allora soltanto, quando un altro prese il suo posto,
quando io mi sentii nelle braccia d'un altro, quando
questa miserabile carne fu preda d'un altro, un gemito
[pg!209]
sordo e lungo, il gemito d'una disperazione mortale
uscì dal mio petto.

E un sorriso indefinibile, d'ironia, di pietà, di sprezzo,
rischiarò quel viso.

— Io sapevo, per averla tanto provata, la nausea
del risvegliarsi accanto a qualcuno che fino alla vigilia
è stato un estraneo e che dopo l'ultima intimità sarà
più estraneo di prima. Io avevo curata questa nausea
col procurarmene un'altra maggiore, e poi un'altra
ancora maggiore. Ora non ne provavo alcuna. L'insensato
stupore, il tremendo e senza fine sterile rimorso
m'agghiacciavano troppo. No, io non credevo alla realtà;
mi sentivo come sotto l'impero d'uno di quei sogni
mostruosi durante i quali sappiamo però di sognare.
Ed un pianto sconsolato, inesauribile, grondava dai
miei occhi; uno di quei pianti che sembrano stemperare
l'anima stessa, che nei sogni ci destano. Ma il
mio risveglio era più tetro del sogno. E come in sogno
io pensavo che qualche misteriosa potenza aveva
certamente cambiato le fattezze, gli sguardi, la voce
dell'uomo che fino a qualche giorno innanzi era stato
mio, e come in sogno io cercavo di rivederlo attraverso
quest'altro. Io figgevo il mio sguardo nel suo,
lungamente, intensamente, fino ad abbacinarmi, per
discoprire nel suo sguardo i lampi del Perduto; poi
chiudevo gli occhi ostinatamente, inflessibilmente, imponendogli
di tacere, per illudermi, per credermi ancora
insieme col Perduto. Ed accadde questo: che i
miei avidi tentativi, i miei funebri ardori, la mia lunga
pazzia accesero l'animo non del tutto volgare del mio
nuovo amante; egli credè ch'io facessi tutto ciò per
lui — per lui! — e al soffio della grande passione
quel fuoco divampò alto e gagliardo, ed egli trovò inaspettatamente
una parola, l'accento dell'Altro... Illusione
terribile!... Io m'afferravo a lui, gli prendevo il capo
fra le mani, gli dettavo le parole che ancora, che sempre
mi risonavano all'orecchio, e gl'ingiungevo di ripeterle,
ed egli le ripeteva, pensando che l'amore le
suggerisse. E per un attimo io Lo ritrovavo! No, la
nausea d'un tempo non mi soffocava più; no, io non
[pg!210]
potevo scacciare quest'uomo quando l'orrore invadeva
l'animo mio, giacchè per suo mezzo recuperavo in
qualche modo colui che avevo disconosciuto; giacchè
la nausea, l'orrore, il pianto lungo e cocente mi rivelavano
ciò ch'io avevo negato: la forza d'una passione
che era la mia stessa vita! Non potevo scacciarlo; potevo
soltanto e dovevo disingannarlo, dirgli a che mi
serviva, perchè facevo tutte queste cose — e glie lo
dissi! Gli dissi che mai, mai avevo avuto un palpito,
un solo pensiero per lui; lo costrinsi ad ascoltare la
confessione dell'amor mio per un altro, gli dissi che
cercavo quest'altro in lui; che invece di farmi obliare
egli dava nuova forza alla passione mia; che ora,
la prima volta, grazie a lui, grazie al mio tradimento,
acquistavo la prova luminosa, sfolgorante, irrecusabile
di quell'amore. E nella risurrezione della fede il mio
spirito acquistava una sovrannaturale chiaroveggenza,
un intuito fatidico: io sentivo che una rivelazione eguale
alla mia doveva essersi fatta nell'anima del Perduto;
che, lontano da me, attraverso nuove esperienze ed
impreviste vicende, egli doveva piangere com'io piangevo
perchè *sapeva* che lo piangevo... Un giorno lo
rividi. Corsi da lui.

Ella quasi gridò:

— Chi avrebbe potuto arrestarmi?

Riprese con voce più sorda:

— Gli dissi: «Sputami in viso, ma ascolta. Tu
non mi credesti quando ti giuravo d'amarti. Dell'amor
mio non seppi, non potei darti nessuna prova perchè
io stessa ne dubitai. Questa prova ora la posseggo.
Pensai dimenticarti, e la tua memoria mi ha schiacciata.
Ti abbandonai, e t'ho ritrovato da per tutto. Ti
porto con me. Nessuno ti strappa più da questo cuore.
Metti i tuoi piedi sulla mia faccia, ma lasciati dire,
ora, che t'amo...» Egli... egli...

Giunse le mani, girò intorno lo sguardo come smarrita,
e a poco a poco l'espressione dell'estasi si dipinse
sulla sua faccia smorta.

— Egli mi si fece vicino, mi guardò tacitamente. Tremava.
Mi disse, così piano ch'io compresi piuttosto
[pg!211]
dal moto delle pallide labbra: «Sei tu?» Io potevo
ancora parlare. Gli domandai: «Non m'abborrisci?»
Ei rispose: «Ti piango...» Vedete voi queste mani?
Qui caddero le sue lacrime, ed erano calde come
gocce di sangue. Io non piangevo, sentivo il cuore battermi
in gola. Tra le lacrime egli diceva: «Sei dunque
tu? Non ho dunque sognato?... Quando io ti sospiravo,
l'anima tua se ne veniva incontro a me?... Tu
sai ora veramente quanto mi amavi?... Nessuno di noi
lo seppe, mai!... Povere creature umane, quali inganni
sono i nostri!... Come fummo ciechi e sordi e ostinati
nell'errore!... Ora la luce s'è fatta...» A quelle parole,
alla certezza che egli mi dava, il cuore avrebbe dovuto
allargarmisi dalla gioia, la fascia che mi cingeva
la fronte cadere, tutto l'essere mio esultare... e invece
un'ambascia muta, un terrore infinito mi piegavano,
un gran freddo mi faceva rabbrividire... Egli diceva
ancora: «Bisogna che l'aria ci manchi, per riconoscere
che ne viviamo!... Neanch'io potei darti la prova
d'un amore nel quale non avevo fede... Credetti di
poterne trovare altrove uno migliore... Che stolto!...
No, non accusarti: io fui colpevole al pari di te. Come
te, ora soltanto sono sicuro e posso dire di amarti.
Non pensar mai con rimpianto a tutto ciò ch'io ti
dissi e che feci per te nei primi giorni della nostra
fortuna; non rimpianger mai i giuramenti che l'ebbrezza
dettava: nessuna prova d'amore vale questa che
oggi ti do...» E il mio terrore cresceva, lo sguardo
mi s'appannava, le vene mi si vuotavano: perchè se
egli avesse detto che tutto era finito tra noi, io non
avrei avuto di questa fine una certezza tanto disperata
come udendo quelle parole. Nondimeno, dissi: «Allora,
se tu mi ami ancora...» Un sorriso più triste di
tutte le sue lacrime, il sorriso di chi muore mentre
sente promettersi la salute e i beni della vita, passò
nel suo sguardo. Egli prese le mie mani e rispose:
«Noi non ci vedremo più.» Mai la sua voce fu così
dolce. Egli baciò queste mani e questa fronte — soltanto!...

[pg!212]
E due lacrime, grosse e roventi come quelle da lei
versate quel giorno, solcarono lentamente le sue guance.
Quando la sua ambascia si calmò, ella ripetè:

— Fu questa la prova dell'amor nostro, ed è questa
la grande prova dell'amore operante e attuale. Ma,
come una legge spaventevole vuole che tutto si sconti,
anch'essa s'acquista quando l'amore è perduto.

[pg!213]




DIBATTIMENTO
============


   | *Contessa mia,*

Già: l'amore nasce, vive e muore — muore
specialmente, troppo presto, in mille modi.
Ella giudica che il modo nel quale morì l'amore
delle due persone di cui le narrai ultimamente la
storia sia molto triste; ma crede ella che vi siano forme
di morte grata?... Io non dimenticherò mai una strana
conversazione alla quale assistetti una volta; una conversazione
di soli uomini, dove fu appunto proposto e
discusso questo soggetto. Le persone che vi presero
parte non le riusciranno forse nuove: erano i tre Tedeschi
dei quali altra volta le parlai: Ludwig Kopfliche,
Fritz Eisenstein e Franz von Rödrich.

Scena: la sala d'una casetta di campagna; il tramonto
d'una scura giornata di novembre, col cielo
coperto di tediose caligini fra le quali l'ultima luce
filtrava livida e triste; l'agonia del giorno e dell'anno,
un senso di freddo in tutte le cose, nella campagna
silenziosa e deserta, negli alberi dai rami sfrondati,
nel mare d'un grigio metallico flagellato dal vento,
nel cuore degli uomini che aveano visto cadere ad una
ad una tutte le loro illusioni...

[pg!214]
— Pensate voi, — diceva Ludwig, — alle primavere
future?... Quante anime nuove esulteranno! Quante
speranze fioriranno nelle vergini fantasie! Quante mai
vite si schiuderanno ai sorrisi del sole!

— Il nostro egoismo si ribella a questo pensiero, — soggiungeva
Franz. — Poichè noi ce ne andiamo,
vorremmo che l'universo s'inabissasse con noi, che
nessun altro potesse più dissetarsi alla coppa distolta
per sempre dalle nostre labbra avide ancora...

— Ma, — ribatteva Fritz, — anche gli altri morranno!
Anche gli altri vedranno mancare il dolce liquore
prima di averlo assaggiato... Perchè li invidiate?
Dovreste compiangerli!... No, i venturi non
sono da invidiare; degni d'invidia son quelli che furono
o che non sono mai stati...

Quando Fritz tacque, il silenzio ripiombò tutt'intorno;
udivasi solamente il gemito lugubre del vento
e il leggero tremolìo d'un vetro mal commesso nella
intelaiatura della finestra.

Gli sguardi dei tre uomini avevano espressioni diverse.
Ludwig guardava il mar grigio con i suoi grigi
occhi profondi, e sembrava cercare qualcosa di là dalla
linea dove l'acqua e le nubi si confondevano; Franz,
con una mano fra i capelli, mirava, come affascinato,
un punto del suolo ai suoi piedi, e Fritz batteva rapidamente
le palpebre, girando il capo, quasi per sottrarsi
ad una molesta visione.

— I morti amori!

Franz, nel silenzio incombente, aveva pronunziato
quelle parole; ma, poi che una medesima idea occupava
lo spirito degli altri amici, essi si riscossero, ripetendo,
a fior di labbra:

— I morti amori...

Vi fu ancora silenzio; poi Ludwig, il curioso, domandò;

— Sapete voi dirmi in quanti modi può morire
l'amore?...

— No, nessuno può dirlo, — rispose Fritz. — Possiamo
dire questo soltanto: che l'amore muore in tanti
modi quante vi sono anime amanti.

[pg!215]
— Ma qual morte è più trista?

— Sono tutte tristi del pari.

A quel giudizio, Franz sorse in piedi.

— Non dite così! Non dite così!... Tristi egualmente?
Egualmente strazianti?... Vuol dire che voi
non sapete!... Allora, sentite. Vi è una potenza terribile,
misteriosa, fatale, che se piomba intorno a voi vi
fa misurare d'un subito tutto l'abisso della vostra miseria;
una potenza contro la quale non v'ha riparo
che valga; una potenza che si rivela tutti i giorni,
tutti i momenti, ma della quale voi non v'accorgete
se non quando colpisce qualcosa di vostro. Questa potenza
è la Morte... Sentite. Esiste al mondo una creatura
che è l'anima della vostra anima, per cui dareste
tutto il sangue vostro, lontano da cui non potete vivere
neppure un istante. Questa creatura, bella, buona,
soave, nel fiore degli anni, si è data a voi, per sempre;
voi avete imparato, ogni giorno di più, ad apprezzarla,
ad amarla. Tutte le vostre confidenze più intime,
tutte le vostre parole più tenere, tutte le vostre carezze
più blande sono per lei. Voi non vedete se non con i
suoi occhi, non respirate se non con le sue labbra, non
vivete se non della sua vita. Repentinamente la truce
potenza si spiega su lei. Voi potete inginocchiarvi dinanzi
agli uomini che, per ironia, si chiamano della
scienza, scongiurarli piangendo di sottrarla alla potenza
malvagia; voi potete giungere le mani, alzare lo
sguardo al cielo, ricordarvi le preghiere apprese da
fanciullo, dire a Dio: «Io credo in Voi, abbiate pietà
di me...,» voi potete dire a lei stessa, con voce rotta,
passandole una mano fra i capelli madidi di sudore,
stringendo con l'altra la mano sua sempre più fredda:
«Per pietà, non morire, non voglio che tu muoia, non
mi lasciare, ho paura!....» voi non riuscirete ad arrestare
un minuto l'opera di distruzione. E una notte
tremenda voi vedrete il suo sguardo rovesciarsi, le sue
labbra dischiudersi, irrigidirsi il suo corpo. Vorrete
fuggire lo spettacolo orribile, e un'attrazione più forte
della vostra volontà v'inchioderà lì dinanzi. Morta!...
Morta!... Morta!... Allora esaurirete tutte le vostre lacrime
[pg!216]
e tutte le vostre imprecazioni. Morta!... Morta!...
Morta!... E ripeterete questa parola fino a smarrirne
il significato. A un tratto vi sovverrete di quel che un
giorno ella vi disse: «Se morrò prima di te, vestimi
di bianco, coi capelli disciolti; non voglio che i becchini
mi tocchino....» Ella rabbrividiva da capo a
piedi, a quest'idea; ora non ha più un sol moto.
Voi contemplate il suo viso dove una bellezza nuova,
soprannaturale, divina, si va dipingendo; vorrete recidere
una ciocca dei suoi capelli, e di repente vi ricorderete
di quella che ella stessa recise, che vi diede
un giorno, il giorno delle beate promesse. Voi pensate:
«Ho ancora molte ore per contemplarla,» e quelle
ore passano, volano. Allora vi mettete a gridare, a
soffocare le vostre grida. E se un amico pietoso tenta
di confortarvi, voi odiate quell'uomo, odiate ogni vivente,
abborrite la vita.... Ah, sono tutte tristi egualmente
le morti dell'amore? Ma voi non avete composto
in una bara le forme adorate che teneste strette
fra le braccia; non avete sentito opprimervi il petto
pensando all'oppressione che *ella* soffrirà sotterra; non
avete visto la terra cadere sulla bara, coprirla, nasconderla....
Voi non avete provato che cosa vuol dire
sognare che ella è ancora accanto a voi, e risvegliarvi
pensando alla vostra solitudine, alla vostra solitudine
eterna!... E non avete provato, tormento ineffabile,
strazio senza parole, il lento svanire del fantasma, dell'imagine,
del ricordo, nonostante tutti i vostri sforzi
per vivificarlo, per afferrarlo, per trattenerlo ancora....

Egli tacque. Ludwig pareva non avere ascoltato,
immerso sempre nella contemplazione del mare. Fritz,
che aveva nervosamente arricciato i suoi baffi, replicò:

— Tu dunque credi che la più angosciosa morte
dell'amore sia quella prodotta dalla morte della creatura
amata? In verità, mi fai ridere.

Alla luce sempre più scialba del fosco tramonto, il
suo viso appariva pallidissimo; le sue labbra s'atteggiavano
a un ironico riso.

— Tu accusi la morte! Non sai dunque di che cosa
è capace la vita?... Ti duole che una potenza fatale
[pg!217]
distrugga il sogno d'una gioia senza fine? Ma tu non
pensi che, in ragione di questa stessa fatalità, il tuo
spirito finalmente s'acqueta! Sta dunque a sentire. V'è
una creatura che t'ha detto: «Sono tua, per sempre.»
Chi distrugge il senso di queste parole? Ella stessa!...
Ella t'ha detto che t'ama, e un bel giorno ti dice:
«Non t'amo più!» Bada ancora: al tempo dell'amore
felice ella ti ripeteva, malinconicamente: «Sarai tu
quello che mi lascerai!» Tu allora protestavi, giuravi,
non sapevi nè potevi darle una prova del suo inganno.
Adesso, quando ella ti ha detto che non t'ama più,
quando t'ha fatto comprendere che fra te e lei non
c'è più nulla di comune, che cosa fai? Sei preso da
un impeto di sdegno, la colmi di rimproveri, la minacci?
No!... Tu ti getti ai suoi piedi, le ricordi le sue
parole, le dici: «Com'è possibile? No, non è possibile!
Tu vuoi mettermi alla prova, tu vuoi farmi paura. Tu
sei mia, tu m'hai detto che non potevi vivere senza
di me.... Che cosa t'ho fatto? Quali colpe ho commesse?...»
Ella tace. Tu ti batti la fronte e riprendi:
«Sì, ho una colpa.... Non t'ho provato ancora abbastanza
quanto sia forte l'amor mio.... Comprendi: la parola
è impotente, il pensiero non si esprime mai tutto.
Ma guardami in fondo all'anima: non vedi come è tutta
piena di te? Io sento in questo momento che non ti
ho mai amata tanto....» Ella scuote il capo, ti oppone
fredde ragioni, ti addebita colpe insignificanti delle
quali ella stessa non è immune. Tu non le rimproveri
le sue; le prendi una mano, la scuoti, la guardi negli
occhi, la chiami col dolce nome antico. Ella s'irrigidisce,
ti respinge, evita il tuo sguardo; allora la
luce si fa nel tuo spirito: ella ama un altro. E la terra
ti manca sotto i piedi. Quella creatura, quell'anima,
quel corpo, sono d'un altro! È possibile? Glielo chiedi,
con voce strozzata, gemendo ed urlando, ed ella protesta
freddamente, risponde che non ha conti da renderti.
Il tuo orgoglio d'uomo è ferito; ti senti un
gran sdegno ribollire nel cuore: non dici nulla. Ti
alzi, le stringi la mano, fai per andar via. Ma sei
legato con tanti e così sottilissimi fili a quelle mura,
[pg!218]
a quella persona, che senti il tuo cuore lacerarsi. Che
ti dice ella? Ti dice: «Addio!» All'uscire da quella
casa, con la fronte in fiamme, un martello alle tempie,
la gola stretta, le labbra inaridite, ti metti quasi a
correre, incapace di coordinare le tue idee, non riconoscendo
nessuna delle persone che incontri per la via,
occupato soltanto dell'oscuro pensiero che ormai la
percorri per l'ultima volta. E una parola ti risuona
all'orecchio: quell'*addio* terribile, la parola che si pronunzia
nelle agonie, nelle separazioni senza ritorno,
nelle ore fatali della vita — la parola che fiacca il tuo
sdegno, che seda i tuoi istinti di ribellione, e che ti
stringe il cuore, ti brucia gli occhi, ti toglie il respiro....
Tu pensi: «Non la vedrò dunque mai più?...
Non sentirò il suo capo appoggiarsi al mio petto, non
stringerò più la sua mano, non bacerò più la sua
fronte?...» Passano giorni vuoti, monotoni, eterni. Tu
ritrovi le sue lettere, i suoi ritratti; ed hai paura di
toccarli, di mutarli di posto. Diventi superstizioso. Ad
ogni squillo di campanello pensi: «È lei! Mi scrive,
si pente, mi chiama!...» Nulla! Tutto è finito! Tu
non la vedrai più, mai più, mai più! A queste parole
che tu ripeti incessantemente, disperatamente, la
tua ragione vacilla. Perchè mai più? Che cosa può
vietare che due esseri viventi si rivedano ancora? Quali
insuperabili barriere, quali distese di mari e di terre
li posson dividere? Quali catene potranno impedire
che tu ti slanci verso di lei? E vuoi rivederla; a costo
di tutto bisogna che tu la riveda. Davanti a lei la tua
passione scoppia selvaggiamente. Minaccioso e supplice,
le dici dapprima: «Ti ammazzerò!» e poi le
mormori piano: «Io so ancora tante parole d'amore
che non t'ho dette ancora!...» Ella si scuote, ti blandisce,
ti prega di non farle male, ti scongiura di rassegnarti,
di farti una ragione, di accordarle la pace.
Naturalmente non si può sempre parlare, gridare, piangere,
mordersi. E stanco, esausto, sfinito, vai via;
questa volta, comprendi bene, per sempre. Solo, in
silenzio, riprendi a piangere, la piangi come morta;
ma ella non è morta per gli altri; è morta per te.
[pg!219]
Tu la scorgi, talvolta; e provi il bisogno pazzo di
andare a piangerle vicino, di toccarla, di contemplarla.
Se ella fosse morta, se la terra la ricoprisse, il tuo
cuore s'acqueterebbe: tu non avresti queste tentazioni,
la tua piaga non si riaprirebbe continuamente. Tu
non penseresti di tentare ancora una volta la resurrezione
di quel passato il ricordo del quale ti brucia
come un carbone ardente — perchè, rammentalo, l'idea
dell'impossibile, dell'irreparabile repugna in grado
supremo all'anima nostra; perciò la speranza è l'ultima
a morire. La morte ha questo di buono: uccide la
speranza. Invece tu speri ancora; tu dici: «È forse
impossibile che questo passato risorga? No: basta che
ella voglia....» Allora pensi a tutti i suoi momenti
buoni, a tutte le prove di tenerezza che ti diede; vorresti
gettarti un'altra volta ai suoi piedi, affidarti alla
sua pietà. Tu pensi: «Se ella dice di sì, che tripudio
scoppierà nell'anima mia! Questa benda di ferro che
mi fascia la testa cadrà! Che aria ravviverà il mio
petto oppresso! E come impazzirò di gioia dopo
essere stato sul punto d'impazzir di dolore!...» Ed
ella ti risponde: «No!...» Accusa la morte, adesso!...
Per la creatura morta tu provi una infinita pietosa
dolcezza, una soave malinconia rassegnata; per questa
creatura viva il rancore, il livore si mescola alla tua
passione e la intorbida e la corrode e ti strugge.

Tacque anch'egli, ansando un poco. Franz non
aveva opposto nessuna ragione agli argomenti di lui;
Ludwig se n'era rimasto sempre a guardar l'orizzonte
che adesso, nella sera già calante, si veniva perdendo.

— Conosco, — diss'egli finalmente, portandosi le
mani alla fronte e passando le palme sulle sopracciglia, — conosco
una fine d'amore più triste ancora
di tutte coteste.

I due amici lo guardarono.

— La fine d'amore più triste, più tormentosa, più
tragica, è un'altra. Non è la brutale che segue alla
morte, o all'abbandono, al tradimento: è la fine lenta,
lunga e quotidiana, l'esaurimento continuo prodotto
dall'azione del tempo, dal fatale svanire d'ogni cosa
[pg!220]
umana. Il giorno che voi avete confessato l'amor vostro,
che ne avete ottenuto il ricambio, avete detto a
voi stesso: «E' per sempre! per sempre!» Voi credete
a questa parola, pensate che se qualcosa d'indipendente
dal vostro volere non accadrà, l'amor vostro
durerà eternamente. Ed è, dapprima, il tripudio
più puro fra le proteste più pazze. Un sentimento di
meraviglia occupa il vostro spirito: pensate alla creatura
che vedeste un giorno da lontano, a cui parlaste
col rispetto più timido, per cui sentiste nascere il
desiderio più disperato — e questa creatura adesso è
vostra, vi appartiene, tutta! Voi quasi nol credete;
se la vedete, talvolta, passar da lontano, il dubbio
rinasce nel vostro spirito. Nel cuor vostro una gratitudine
immensa, una devozione sconfinata raddoppia
l'amore. Tutti i giorni voi le scrivete, le mandate
qualcosa del vostro pensiero, del vostro cuore. Ella
impara a memoria le vostre lettere, ve le ripete, ve
ne chiede altre. Voi ricominciate, ancora, sempre; ma,
senza accorgervene, le antiche espressioni vi ritornano
sotto la penna e, a poco a poco, naturalmente, vi
ripetete. Vi mancano le parole? Che importa! Voi
pensate che da tutti i vostri atti, da tutta la vostra
vita, ella dev'essere assicurata della saldezza del vostro
affetto. Ella non pensa così; si lagna perchè vi crede
intepidito, fa consistere il bene in certe cose che
per voi non hanno significato. State in guardia: voi
cominciate a scorgere i difetti nell'idolo. E se chiudete
gli occhi per non vederli, altri invece se ne rivelano.
Allora voi ve ne fate una ragione; tutte le
creature umane non hanno forse i loro?... Sapete che
cosa vuol dir questo? Vuol dire che dal periodo epico
voi già passate a quello critico. Voi vi ammirate per
la vostra penetrazione, per la vostra ragionevolezza.
Il vostro egoismo vi mantiene pertanto in una illusione;
vi dimostra che, dal canto vostro, voi non
avete difetti di sorta; ella non può, non deve trovarne
in voi. Un bel giorno, una sua parola, l'accento
col quale ella la pronunzia, vi aprono gli occhi;
ella ha scoperto i vostri difetti secreti, le vostre debolezze
[pg!221]
intime, quel che c'è in voi di manchevole, di
meno bello. Allora il vostro amor proprio s'impunta.
E vi chiudete in un offeso riserbo, o vi vendicate dicendole
apertamente i suoi torti. Adesso ciascuno di
voi giudica l'altro, senza riguardi, per quel che vale.
Un istinto d'avversione vi domina; ma i legami che
vi stringono sono tanto forti che non si spezzano. E
sapete a che cosa somiglia allora la vostra situazione?
Somiglia a quella di due forzati avvinti da una
stessa catena, ciascuno dei quali è costretto a non
fare un passo che l'altro non faccia. Quando voi pensate
all'illusione dei primi giorni, chiedete: «Come
mai s'è dissipata?» E non sapete rispondere; il
disinganno s'è venuto operando lentamente, inavvertitamente.
Presto s'accresce ancora; presto voi domandate
un'altra cosa, la cosa opposta: «Come ho potuto
illudermi?» Tanto è profondo l'abisso scavatosi!...
Tutto ciò vi fa paura, perchè quel complesso
di moti diversi ed opposti che si chiama l'amore è
ancora in voi. Ecco: voi chiudete gli occhi, abolite la
percezione del mondo circostante, guardate in fondo
alla vostra memoria. Il ricordo dei giorni sereni vi
brilla: perchè non potreste riafferrarli? La donna che
voi amate non è morta, non v'ha abbandonato, è
sempre vicina a voi; ma sapete che avviene? Ella
non è più la stessa che conosceste un giorno. L'assiduità
con la quale l'avete contemplata, esaminata,
studiata, ha finalmente alterato le linee del suo viso,
della sua persona; vi ha fatto scoprire in lei aspetti,
attitudini, espressioni che prima non avevate visti. Voi
vi sforzate di ritrovarla come al tempo che nacque
l'amore; per questo la rimettete nella stessa luce
nella quale prima v'apparve, ed esumate tutti i vostri
ricordi, e vi riportate continuamente col pensiero al
passato. Ogni sforzo è inutile: no, non è più lei, non
può esser più lei... Le sue carezze d'ora non sanno
più come le prime; le sue parole d'ora non hanno il
suono delle antiche. Voi comprendete che uno stesso
mutamento accade in lei, ma nessuno di voi ha il
coraggio di dirlo. Ella vi domanda di ripeterle le parole
[pg!222]
innamorate che le prodigaste; le ripetete, e una
ironia amara vi torce le labbra. Lontano da lei vi
proponete di dirle tutto, sinceramente, di non rappresentare
più oltre una commedia; trovate le parole,
cominciate una lettera, ma non avete la forza di compiere
il vostro proposito. Se qualche momento di tenerezza
ritorna, dovreste esultare, è vero? Invece il
vostro scontento s'accresce; vi accusate di fiacchezza,
di imbecillità; avreste voglia di percuotervi, d'insultarvi...

L'ultima luce agonizzava, un chiarore verdastro si
diffondeva sotto le nuvole pesanti, illividiva i volti dei
tre uomini al cui sguardo la desolata campagna e il
mar flagellato formavano come un paesaggio appartenente
ad un altro mondo, più vuoto, più freddo, più
lugubre.

— Chi non ha conosciuto questo, — riprendeva
Ludwig, — non sa nulla delle agonie sentimentali,
della vanità degli affidamenti, dei giuramenti umani.
*Per sempre!*... Non una potenza ineluttabile, non una
volontà estranea alla vostra distrugge questa promessa;
ma il vostro stesso cuore; siete voi che ridete di voi!
La fine più brusca, la rottura più repentina non hanno
nulla di tanto lacrimevole quanto questa agonia. La
pietà si mescola allo sdegno ed all'ironia; in certi
momenti dimenticate il vostro scontento pensando al
dolore che si rovescerà su voi due quando le parole
irrevocabili saranno pronunziate... E prolungate l'inganno,
e soffrite, e fate soffrire; finchè, un giorno,
quando meno ve l'aspettate, a proposito di nulla, tutto
finisce... Sapete allora che accade?

Nessuno rispose. L'oscurità invadeva la stanza; nessuno
pensava a far accendere il lume.

— Accade, al morale, qualcosa di simile a quel che
avviene al fisico, quando una parte del vostro corpo,
mortificata, distrutta, è portata via dal ferro del chirurgo.
Sapete quel che si legge nei libri: l'infermo,
spasimante, s'acqueta sotto l'azione torpente dell'etere.
Dapprima un senso di liberazione, un'aura esilarante
gli rinfrescano il cervello. Egli ride, si sente più leggiero,
[pg!223]
quasi trasportato su per l'etere, per quell'altro
etere, l'imponderabile. Poi s'accascia, s'addorme, non
sente più nulla. Quando riapre gli occhi alla luce,
tutto è finito; il suo piede sfracellato, il suo braccio
incancrenito non sono più attaccati al suo corpo. Egli
guarda il posto vuoto; ma che cosa è il nuovo portento
che adesso si compie? Egli *sente* che il piede,
che il braccio portati via aderiscono ancora a lui; le
sue sensazioni vi si localizzano ancora; egli vi avverte
come un formicolio, crede di poterli muovere, adoperare...
Così accade nell'anima. Quando la passione
mortificata ne è stata staccata, quando il ragionamento
vi dice che non potrà più tornare, il vostro sentimento
si proietta ancora in essa e, più di ogni altro moto
reale, più d'ogni altro affetto presente, l'anima avverte
la presenza dell'amore perduto...

La notte era fonda e la voce moriva.

[pg!225]




IRONIE
======


Credo, mia cara amica, che ella abbia ragione.
Quantunque tutte le forme di morte dell'amore
siano dolorose e strazianti, se esso
muore soffocato, strozzato violentemente dalla persona
che noi amiamo e che non ci ama più, il dolore e lo
strazio sono massimi e veramente insopportabili. Ciò
accade perchè allora non solamente l'amor nostro è
disdegnato e respinto, ma tutto il nostro amor proprio
è ferito e calpestato. Se ella dunque vuol sapere
da me in qual modo questa pena estrema dei traditi
e degli abbandonati guarisce, già è in grado di indovinare
la mia risposta.

Reprimere la nostra passione dicendo a noi stessi
e dimostrando che l'oggetto nel quale la riponemmo
ne è indegno, non vale a niente: già in una precedente
mia lettera io le parlai della contraddizione per
la quale proprio l'indegna persona sembra meritevole
sopra ogni altra, unicamente.

Alcuni credono che il riso sia un buon revulsivo,
e non è infatti da disprezzare. Conosco un abbandonato
il quale, struggendosi nel suo dolore, cominciò
a sorridere e a sentirsi molto meglio quando vide la
[pg!226]
antica sua amante a braccio di un altro uomo, in un
luogo oscuro, pendere dalle sue labbra e stringersi
tutta a lui...

Ha ella notato come lo spettacolo di due amanti e
anche di due sposi ecciti spesso il sorriso beffardo?
E perchè mai la vista dell'amore, dell'amore felice,
invece di disporre alla gioia dispone alle beffe?... Io
credo che si possano assegnare due cause di questo
fatto, cioè una sola causa che agisce in due modi differenti.
Essa risiede in quelle leggi che dell'amore,
d'una cosa cioè molto e fin troppo naturale, hanno
fatto una cosa misteriosa, difficile e quasi vietata. Di
questa prepotente passione non si deve quasi parlare
nel civile consorzio; mentre di tutti gli altri bisogni
noi vediamo quotidianamente lo sfoggio, questo qui
dobbiamo piuttosto indovinarlo attraverso le ipocrite
convenienze. Tutte le volte adunque che esso si rivela
o traspare, come quando un corteggio nuziale attraversa
le vie d'una città o quando una coppia di amanti
erra nelle ombre propizie di qualche deserto bastione,
allora l'improvvisa rivelazione d'una troppo celata e
contrastata realtà dispone al sorriso. Aggiunga ancora
che lo spettatore dell'amore vorrebbe anch'egli, ma
non può, per le medesime leggi severe, prendersi sotto
il braccio una persona con la quale poter fare ciò che
fanno i due attori; e l'invidia umanamente le spiegherà
il suo scherno.

Chiudiamo questa parentesi e torniamo alla persona
di mia conoscenza: costui, vedendo tubare le due tortorelle,
una delle quali era il rivale, l'altra la donna
che fino a pochi giorni innanzi giurava d'amar lui,
sentì tanto più acutamente l'umorismo dello spettacolo
e, ridendo, si sollevò.

Un altro amante abbandonato guarì in un modo
che è alla portata d'ognuno; perchè non sempre il
caso ci è tanto propizio da farci spettatori dei nuovi
idillii delle nostre antiche fiamme. Ecco il modo: l'abbandonato,
spasimando alle memorie del perduto amore,
tremava di paura al pensiero di vederne i materiali
ricordi. Come contemplare senza entrare in agonia i
[pg!227]
ritratti dell'amata, i fiori, i nastri, le cose che ella gli
aveva donate? Come rileggere senza morire le lettere
sue?... Ed un giorno vide i ritratti ed i fiori, e il
suo dolore crebbe veramente oltre misura: ma quando
egli cominciò a leggere le lettere, le lettere piene
di queste espressioni: «L'amor mio per te sarà senza
fine... tu solo m'hai rivelato l'amore... fuori di te non
c'è, non potrà esserci mai piacere e felicità... non
solo l'amor mio è eterno, ma più eterna sarà la mia
gratitudine... io voglio morire per provarti che non
posso amare nessun altro fuori di te... tu potrai lasciarmi,
tradirmi, scacciarmi, io ti sarò fedele da lontano,
eternamente...» leggendo queste lettere delle
quali aveva avuto paura perchè prevedeva che il dolore
di non poterne ricevere più mai di simiglianti lo
avrebbe soffocato, egli sentì improvvisamente il suo
petto sollevarsi e il riso fiorirgli sulle labbra, perchè
la donna che aveva scritto queste cose, ella stessa in
carne ed ossa, le scriveva in quel punto ad un altro...

Tuttavia questi rimedii, quantunque giovino spesso,
spesso anche restano inefficaci. Se è vero — e come
negarlo? — che l'amor proprio è massimamente offeso
nel tradimento e nell'abbandono, bisogna, per
guarire radicalmente, che l'amor proprio ottenga la
sua rivincita. Chiodo scaccia chiodo, dice il proverbio;
e se a noi parve finito tutto il nostro merito perchè
la persona che prima ci amava ora non ci ama più,
basterà che, perduto quell'amore, noi ne otteniamo un
altro perchè il merito nostro torni a rifulgere.

Eppure neanche questo rimedio è infallibile! Noi
abbiamo ottenuto un altro amore e non ce ne contentiamo,
perchè non ne volevamo un altro, uno qualunque,
ma precisamente quello che non potevamo
avere: tale il bambino bizzoso grida e strepita e non
si cheta se, offrendogli voi le cose più belle o le
chicche più dolci, gli negate quel balocco o quella
confettura che per l'appunto egli si è fitto in capo
di avere!

La guarigione infallibile e radicale non avviene pertanto
se non quando il nostro amor proprio, offeso
[pg!228]
perchè ci fu sottratto un amore, è soddisfatto all'idea
di poterlo riottenere. C'è anche allora un'ironia, ed
è la più sottile di tutte, perchè noi ridiamo — di
noi stessi...

Eccole a questo proposito un curioso documenta
che mi fu mandato una volta: sopprimo l'esordio e
le comunico la parte più degna della sua attenzione.

«Questo amore era stato tutto ciò che di meglio
avevo ottenuto al mondo, il sogno della mia giovinezza,
la felicità della mia vita, e nulla era valso a
compensarne la perdita. Avevo, sì, tentato di affezionarmi
ad altre creature; ma l'imagine di quella donna
mi restava sempre dinanzi, impediva quasi materialmente
che io scorgessi le altre, e se pure le scorgevo,
toglieva loro ogni incanto e sembrava quasi ammonire:
«No, mai più troverai dolcezze così grandi
come quelle che io ti diedi!»

«E dalle sterili prove uscivo sempre più assetato di
lei. Sentivo dire, a proposito di grandi dolori, di perdite
irreparabili, che il tempo è un sovrano rimedio,
che nulla resiste alla sua azione lenta e continua;
quest'azione pacificatrice, questo rimedio infallibile io
l'avevo provato altre volte; ora ogni giorno che passava
accresceva la pena mia. Il lavoro paziente ed assiduo
non era anch'esso un diversivo sicuro? Ma non
potevo più lavorare, nessun'idea ormai spuntava più
nella mia mente tutta invasa dai ricordi, oppressa dai
rimpianti; e quando pure avessi potuto ridarmi all'arte
mia, l'avrei ora sdegnata. Tutto ciò che avevo fatto
non lo avevo fatto per lei, affinchè ella fosse contenta
di me, affinchè le apparissi meno indegno di quel che
mi sentivo? Le sole lodi ambite ed apprezzate non
erano state le sue? Come tutto mi pareva ora inutile,
vuoto ed oscuro! Nulla m'interessava più, nulla riusciva
a strapparmi dal letargo nel quale ero caduto:
contavo i giorni, contavo le ore. Esse scorrevano con
lentezza mortale: come affrettarne la caduta? Pensavo:
«Se potessi chiudere gli occhi e riaprirli di qui a due
anni, a tre anni?...» E poi? Perchè? Che cosa aspettavo?
Che cosa avrei ottenuto? Sì, forse tra qualche
[pg!229]
anno quel cocente ricordo sarebbesi spento; ma, a
quest'idea, al pensiero di perdere la stessa memoria di
un amore che era stato tutto il mio bene, il cuore mi
si stringeva talmente ch'io trovavo nelle torture presenti
una specie di felicità e come l'illusione che tutto
non fosse ancor morto... Così, invece d'insistere nei
miei tentativi di stordimento e d'oblio, cominciai ad
attizzare il mio dolore rappresentandomi tutte le gioie
conseguite in quel dolce legame, dando un valore perfino
alle cose futili, perfino alle cose delle quali
mi ero stancato. Perchè, infatti, mi ero stancato di certe
sue esigenze che avevo giudicate irragionevoli, di
certe sue superstizioni che avevo giudicate puerili.
Ora vedevo in esse altrettante inestimabili prove d'amore,
altrettante fortune impagabili: per ottenerne
ancora una sola che cosa non avrei dato?... Ella
aveva sempre voluto che io le scrivessi ogni giorno,
anche un rigo soltanto; ed io che negli ultimi tempi
non l'avevo più obbedita, pensavo adesso, ahimè
troppo tardi, che scriverle continuamente, che aprirle
ogni ora l'animo mio era ciò che avrei dovuto
far sempre. Anch'ella mi aveva scritto tante volte; e
rivedere le sue lettere, aspirare soltanto il profumo del
quale erano impregnate, mi turbava fino alle lacrime.
Altre volte io avevo restituite le lettere d'amore quando
l'amore era finito; ma come paragonare questa passione
alle antiche? Ed io non mi separavo da quelle
carte, che non osavo rileggere per pietà di me stesso,
ma dove era pure la prova che non avevo sognato
la svanita gioia... Com'ero dunque stato folle nel lasciarmi
sfuggire quel bene! Come incolpavo me stesso
della morte d'un amore che invece ella stessa aveva
ucciso!... Allora, ripensando alla premeditata freddezza
di quella creatura che senza darsi la pena neppure di
mendicare un pretesto m'aveva scacciato; ripensando
alla crudeltà della quale aveva dato prova nel restar
sorda alle mie preghiere, al mio pianto, alla mia disperazione;
per un poco il mio dolore si mutava in un
sordo rancore, in un odio secreto; ma io riconoscevo
ben tosto, nel finale abbattimento di tutto l'essere mio,
[pg!230]
che questa sua freddezza, che questa sua crudeltà, che
l'inflessibile rifiuto opposto a tutte le mie insistenze,
erano l'origine della mia disperazione. L'idea di non
averla potuta piegare, il sentimento della mia incapacità
a ridestare una passione della quale ero andato
superbo, mi prostravano, mi umiliavano, mi attaccavano
a lei sempre più. E come se tanta miseria non bastasse,
la gelosia, una gelosia terribile che non poteva fermarsi
sopra una determinata persona, ma che comprendeva
tutti gli uomini, mordeva il mio cuore. Perchè
dunque m'aveva lasciato, colei, se non per darsi
ad un altro? Perchè era stata così dura verso di me
se non per riacquistare la libertà, per correre a nuove
avventure? Un altro aveva preso il mio posto; e quest'altro
poteva essere uno dei miei più intimi amici
come il primo sconosciuto che mi passava accanto per
via! La credevo capace di tutto; e la disistima, invece
di guarirmi, accresceva il mio male!

«Avevo pensato di partire, riserbandomi di porre
ad effetto questo proposito quando null'altro mi sarebbe
rimasto da tentare, come i medici riserbano per
i casi disperati certi pericolosi rimedii che, se non
affrettano la morte, riescono ad eccitare una crisi salutare
nelle fibre vicine a distruggersi. I viaggi m'avevano
sempre procurato la più gradita delle distrazioni.
Dentro un treno che corre con la velocità di
sessanta chilometri all'ora lasciandosi dietro monti,
valli, fiumi e città; sopra un piroscafo che fende maestosamente
il mare mobile e largo, avevo sempre respirato a pieni polmoni,
m'ero sempre liberato da ogni
oppressione. Ora non mi decidevo ad andar via. Quantunque
la ragione mi dimostrasse fino all'evidenza che
non c'era più nulla da fare, io aspettavo non sapevo
bene che cosa. L'orgoglio mio era stato crudelmente
ferito, nondimeno l'idea di tornar da lei a pregarla,
ad umiliarmi, mi tentava certe volte ancora. Io mi ribellavo
contro me stesso, m'accusavo di viltà, non facevo nulla — ma
restavo. La divorante e mortale curiosità
di sapere che cosa sarebbe accaduto di lei, se
veramente un altro avrebbe ottenuto i suoi favori, mi
[pg!231]
tratteneva. E mi umiliavo altrimenti, spiandola da lontano,
studiando il modo di far parlare di lei la gente
che la conosceva. Alle volte mi sentivo sollevare da
tale sdegno contro me stesso per l'incapacità di strapparmi
quella donna dal cuore, che la risoluzione di
partire era presa, irrevocabilmente. Ma il terrore di
portar meco quel ricordo come un vampiro attaccato
alla mia carne, intento a succhiare il mio vivo sangue,
fiaccava il mio coraggio. E speravo ancora, accoglievo
ancora qualche lusinga! Pensavo che ella avrebbe potuto
pentirsi del male che m'aveva fatto e cercare un
giorno o l'altro di me. E con l'istinto della salute che
fa aggrappare anche ad un filo d'erba chi precipita in
un abisso, m'afferravo a queste lusinghe, lavoravo a
dar loro qualche apparenza di fondata speranza...

Fu un giorno del settembre che ricorreva l'indimenticabile
anniversario. Lo avevo aspettato con un'ansia
ineffabile: i miei ricordi, i miei pentimenti, i miei rimpianti,
le mie speranze, tutti i moti dell'animo mio s'erano
esasperati talmente che non credevo possibile resistere
di più a simile travaglio. Tanti disegni m'erano passati
per il cervello, uno più pazzo dell'altro, che non sapevo
veramente che cosa imaginare. Spuntò quel giorno,
ed io non feci nulla di nulla. Ma se le fossi stato vicino,
se l'avessi sentita tutta stretta a me, non sarei
stato così pieno di lei come in quelle ore di agonia,
occupate a ricordare le altre, le antiche, le divine, le
prime e le sole che contassero nella mia vita. Che
cosa faceva ella in quei momenti? Era possibile che
non ricordasse anch'ella? Nonostante la lunga separazione,
nonostante la lontananza, in quel momento le
nostre anime non dovevano confondersi come s'eran
confuse altra volta? E se così pensava anch'ella, se
era pentita, se era libera, non toccava a lei di scrivermi
una riga, una parola, perchè tutto fosse detto?...
Quando arrivò la posta cercai con mano tremante in
mezzo al fascio dei giornali e delle lettere. Non c'era
nulla. Ebbi veramente un sorriso di profonda commiserazione
per la mia sciocchezza. Calò la sera, e mai
tenebre più paurose chiusero il mio cuore. Improvvisamente
[pg!232]
udii squillare il campanello. Il servo mi venne
incontro con un dispaccio in mano. Poichè il cuore
non mi si ruppe in quel punto, la fibra dev'esserne
molto resistente. Apersi quel foglio: era un mio creditore
che mi mandava un vaglia telegrafico. Il giorno
dopo partii.

«In verità l'esistenza più salda, più tenace, non è
già quella delle cose o degli esseri, ma quella delle
idee e dei sentimenti. Voi potete spezzare un oggetto
materiale, calpestarlo, incenerirlo, darne al vento le
ceneri; voi potete uccidere una persona, distruggere
quel prodigio che è un corpo vivente: ma dinanzi a
questa cosa semplicissima che si chiama un pensiero,
così tenue, così alato, fuggevole tanto che un soffio
parrebbe doverlo abolire, voi siete inermi. La volontà
è l'unico mezzo del quale potreste disporre; ma tutti
gli sforzi della vostra volontà per sradicarlo servono
invece a configgerlo più profondamente nel vostro cervello.
Non voler pensare a una cosa importa rammentarsela
continuamente; contro l'invasamento spirituale
non vi sono esorcismi... Sì, io partii, con l'anima abbeverata
di fiele, con le labbra contorte da un sardonico
riso; ma il fischio del treno che si metteva in
moto mi parve l'urlo della mia disperazione, e quasi
tentai rompermi la fronte contro la gabbia che mi
serrava, tentai precipitarmi dallo sportello per finirla una
buona volta... E quando fui lontano, quando mi vidi
in un paese straniero, fra gente sconosciuta, quando
udii risonarmi d'intorno una lingua ignorata, un immenso
stupore mi vinse e sedò per un istante il mio
cordoglio. Io domandai a me stesso: «Perchè sono
qui? Che cosa sono venuto a fare? E potrò respirare
soltanto?...» Mi mancava l'aria, mi sentivo morire. In
mezzo al vasto tumulto di quella metropoli, dinanzi
allo spettacolo di migliaia e migliaia d'uomini correnti
dietro agli affari, ai piaceri, agli amori, io sentivo di
me stesso la pietà che certi poveri fanciulli smarriti
tra la calca in un giorno di festa m'avevano talvolta
ispirata. Provai d'annegare il mio dolore negli stordimenti
dell'orgia; ma come un legno che noi spingiamo
[pg!233]
sott'acqua risale rapido a galla appena abbandonato
a sè stesso, così il mio dolore risorgeva ogni volta,
più acuto. E senza più ritegno, senza più vergogna,
m'abbandonai ad esso, interamente.

«Avevo portato con me le sue lettere, i suoi ritratti.
Una sera mi chiusi in camera e li rividi. Terribile!
Terribile! Era dunque lei? la sua fronte? le
sue guance? le sue labbra che avevo tanto baciate?
Era il suo sguardo che si fissava ancora su me, pieno
della mia visione? Tutte quelle lettere, quelle parole
d'amore, quei giuramenti, quelle promesse erano stati
ispirati da me? Ed io non avrei più riveduto quella
figura reale come ora ne rivedevo la mera effigie? Non
avrei più ricevuto nessuna di quelle lettere, mai? Era
dunque come morta?... Allora, nella nuova e più dura
crisi d'ambascia scatenata nell'anima mia, io pensai
di fare ciò che prima non avevo voluto: restituirle
quelle carte per poterle scrivere ancora. Rapidamente
quest'idea mi soggiogò. Io le avrei scritto per mostrarle
l'esulcerata mia piaga, per farle intendere che
l'amavo ancora tanto da perdonarla, da accusare anzi
me stesso, da implorare il suo perdono per me. Fra
giorni ricorreva il suo natalizio: ella non aveva parenti,
nessuno dei suoi conoscenti sapeva la data che io
solo avevo festeggiata, altre volte. Volevo anche ora
mandarle una buona parola per questa festa che è
sempre un po' triste...

«Nella notte alta, nel silenzio profondo, alla luce
d'una candela che si struggeva con fiamma tremula e
lunga, io mi misi a scriverle. Scrivevo tre righe e ne
cancellavo due. Volevo mettere sopra un foglio di carta
tutto ciò che avevo in cuore; ma le parole mancavano,
ed anche temevo di contenermi troppo o di troppo
lasciarmi trascinare. Ma ero deciso a non levarmi dalla
scrivania se non dopo aver finito. Quando finii rilessi
la lettera; ne rammento ogni parola, diceva così:
«Lasciata l'Italia per un tempo non breve, compio
il dovere di rimandarvi alcune carte che non posso
esporre al rischio di cadere in mani indiscrete e che
per altro mi dorrebbe troppo distruggere. Già io
[pg!234]
ho sempre pensato che le carte di questa natura si
debbano restituire quando restano a testimoniare qualcosa
che più non esiste, un passato perduto: serbarle
è permesso soltanto quando sono le prove d'una realtà
che ricomincia continuamente. Eccole adunque: distruggetele
voi stessa, o voi stessa serbatele, secondo
stimerete opportuno. Come passa rapido il tempo!
Ecco tornare il vostro giorno natalizio che lo scorso
anno noi passammo insieme. Mi permettete di presentarvi
ancora i miei augurii, fervidi come quelli d'un
tempo? Ora e sempre, possiate voi ottenere tutto
quel bene che il vostro cuore desidera...» Mi parve
di non aver detto niente e d'aver detto fin troppo.
Niente, perchè quelle poche righe non mostravano la
mia lunga passione; troppo, perchè il rammarico e
l'implorazione vi si leggevano, nonostante, in mezzo.
Esausto della lunga veglia, andai a letto. Quando mi
destai erano le undici; mancavano due ore alla partenza
del corriere d'Italia. Senza più pensare a nulla,
ricopiai la lettera, feci un pacco di quelle carte, lo
suggellai e andai alla posta. Mi movevo come in
sogno; non avevo coscienza dei miei atti. Consegnai
dapprima il pacco all'ufficio di raccomandazione, poi
mi avviai alla buca delle lettere. Quando vi fui vicino,
quando cercai in tasca la lettera mia, parvemi che
qualcuno m'afferrasse per tirarmi indietro. Il pacco
non poteva partir solo? La restituzione di quelle carte
aveva forse bisogno di commenti? Nella mia lettera
io mi davo vinto, dicevo a quella donna che l'amavo
ancora, imploravo ancora da lei il ricambio dell'amor
mio — ed ella forse l'avrebbe letta fra le braccia
d'un altro. Ella avrebbe riso di me, m'avrebbe risposto
due righe di ricevuta — forse non m'avrebbe risposto
neppure! Era stata così malvagia, m'aveva fatto tanto
soffrire; ed io le davo ancora quest'altra soddisfazione!...
Tutto ciò fu pensato nel tempo che la mia
mano andò dalla tasca alla buca — perchè vi andò,
e vi lasciò scorrer dentro la lettera.

«Prima che potessi avere risposta dovevano passare
cinque giorni. Impiegai questo tempo a imaginare la
[pg!235]
risposta. Poteva essere arida e fredda come avevo temuto;
ma il pentimento era inutile, ormai. Se invece...
se invece... Ed io dicevo a me stesso che, infatti, nel
rivedersi dinanzi le sue lettere, le prove dell'amore
che m'aveva portato, nel ritrovarmi supplice ancora
dopo i torti che m'aveva fatti, nel sapermi tanto lontano,
ma nel sentirmi pure così vicino a lei, il suo cuore
avrebbe dovuto palpitare più forte e, se non l'amore,
almeno la pietà, la simpatia, la compiacenza dettarle
una buona parola, indurla a consolarmi... Allora, sostenuto
ed infiammato dalla divina speranza, io pensavo
all'altra lettera che le avrei subito scritta: «Ebbene,
non occorre più ch'io ve lo dica, voi già lo sapete:
nonostante tutto, voi siete ancora l'amor mio,
l'amor mio forte e grande, il mio unico amore, l'amore
che non posso più scordare, che porterò eternamente
con me... Se mi volete ancora, dite una parola e sarò
ai vostri piedi. Se volete che aspetti, aspetterò quanto
vorrete. Sempre, in tutto, la vostra volontà sarà la
mia...» Ma una lettera avrebbe messo troppo tempo
a dirle queste cose: io mi sarei piuttosto servito del
telegrafo, le avrei mandato il mio pensiero con la velocità
del lampo. E cercavo le parole del telegramma!...

«Al quinto giorno ebbi la sua risposta. L'ebbi alla
posta, la lessi per via, tra le spinte della gente, lo
strepito delle vetture, gli squilli delle cornette dei *tram*.
Diceva così: «Grazie! Nessuna attenzione commuove
tanto quanto quella che meno si prevede perchè meno
si sente di meritare. I vostri augurii d'oggi sono graditi
come quelli d'un tempo, anche perchè come quelli
d'un tempo sono stati i soli che ho ricevuti in questa
ricorrenza. Mi sono pervenute e non ho distrutto le
carte che con rara delicatezza avete creduto di dovermi
restituire: c'è un passato che si custodisce gelosamente,
come il più reale dei beni; disperderne le tracce sarebbe
delitto. Se voi vorrete ancora ricordarvi di questa
vostra povera amica, sarà sempre una festa per lei.»

Orbene; quando io ebbi finito di leggere questa lettera
me ne andai al caffè, perchè avevo fame. Fu la
prima volta, dopo tanto tempo, che mangiai con gusto.
[pg!236]
Tutto il giorno fui in giro al Museo, che non
avevo ancora visto. Prima di desinare visitai una bella
signora che avevo conosciuto di fresco. La sera andai
al teatro con amici, dopo cenammo allegramente. Tornai
a casa alle tre della notte e dormii d'un fiato sino
alle due del domani. Svegliandomi, mi rammentai della
lettera ricevuta la vigilia, e la rilessi. Non c'era bisogno
di molta penetrazione psicologica per comprenderne
l'intimo significato: «Un'attenzione *che si sa
di non meritare*... i *soli* augurii, graditi *come quelli
d'un tempo*... *non ho distrutto* le carte che *avete creduto*
di dovermi restituire... un passato custodito *gelosamente*,
come *il più reale dei beni*... *se vorrete*
ricordarvi ancora di questa vostra *povera amica*...»
Il suo rammarico, il suo pentimento, la sua solitudine:
ella diceva apertamente tutto ciò; non diceva:
«Tornate!» ma questa parola era come scritta su
tutte le altre, io quasi la leggevo attraverso la grana
della carta. Nel mio farneticamento dei giorni scorsi
avevo mai sperato tanto? Non dovevo fremere di gioia,
risponderle subito, aprirle il mio cuore?... Per una settimana
non trovai il tempo di scriverle. Quando finalmente
mi posi a tavolino le scrissi così: «Ho ricevuto
la vostra lettera e vi ringrazio della buona memoria
che serbate di me. Siate certa della devozione che vi
porto, e lasciatemi sperare di potervene dare qualche
giorno la prova. Io sono qui per fare qualche studio
e per vedere un po' di mondo. Se potessi giovarvi in
qualche cosa, disponete pure liberamente di me: mi
farete sempre un regalo...»

[pg!237]




L'ASSURDO
=========


Bisogna dire, mia buona amica, che io ho
proprio la mano disgraziata. Mentre mi cullavo
nella dolce lusinga d'avere riacquistato
la sua benevolenza e d'essere riuscito a farle dimenticare
non solo i torti che ho potuto commettere nel
corso di questa nostra corrispondenza, ma perfino
l'origine prima del suo cruccio, cioè le mie teorie
sull'amore, ecco improvvisamente ridestarsi più acre
che mai il suo sdegno, eccomi nuovamente segno
della sua severità!

Pare, infatti, che fra i moltissimi capi d'accusa dei
quali io ero chiamato a rispondere, ella avesse finora
dimenticato il più grave di tutti, e che una mia imprudenza
glie l'abbia rammentato ad un tratto. L'argomento
dell'accusa è «l'incredibile scetticismo» col
quale io sostengo che la passione più grande, più forte,
veramente sovrana ed imperitura non è l'amore ma
l'amor proprio; e che l'amore non è altro se non un
caso dell'amor proprio, cioè, sono sue parole, «dell'arido,
dello sterile, dell'ingrato, del volgare, dello
spregevole egoismo!» Il suo sdegno è tanto, che ella
mi «vieta» di replicare, d'insistere, di comprovare
le mie teorie!

[pg!238]
Non abbia paura. Se anche ella non me l'avesse
inibito, io sarei rimasto zitto. Poichè le dimostrazioni
dei rapporti nei quali stanno l'amore e l'amor proprio,
cioè l'istinto della riproduzione e l'istinto della conservazione
dai quali le due passioni reciprocamente
dipendono, non l'hanno persuasa, anzi l'hanno offesa,
sarebbe inutile ricominciarle; io non potrei se non
trascriverle tali e quali, cosa che finendo di disgustar
lei, non divertirebbe molto neanche me. Tuttavia, se
ella vorrà un momento, non dico placarsi, ma rammentarsi
che agli accusati dei crimini più spaventevoli
è pur concesso il diritto della difesa, mi accorderà un
momento la parola perchè io dica una cosa soltanto.
E questa cosa è la seguente: ella ha ragione di sdegnarsi;
dico: *ha ragione* e, se me lo permette, soggiungo
che mi sdegno anch'io. Però, mentre ella se
la prende con me, bisognerebbe invece che ella ed io
insieme e tutti quanti siamo ad una voce, ce la prendessimo
con la vita, con la natura, con quella Necessità
dalla quale le cose sono state ordinate.

Ella ha tanto ingegno e tanta esperienza da sapere
che il predominio dell'amor proprio o egoismo sopra
ogni altra passione non ha bisogno d'esser dimostrato
filosoficamente, psicologicamente o fisiologicamente:
basta affacciarsi nella via, guardarsi attorno, porgere
l'orecchio, per vedere e sentire che gli uomini non
obbediscono ad altro fuorchè all'interesse proprio.
Questa verità è ovvia, ma è pure triste, amara, incresciosa.
L'egoismo è basso, chiuso, inesorabile; noi
vorremmo che al suo posto stessero il nobile sacrificio,
la pietà larga, la carità generosa. Come fare per ottenere
questa sostituzione? Potremo noi sperare che gli
esempii, le predicazioni, gl'incitamenti assidui e pazienti
modificheranno la natura umana e faranno nascere
uomini impastati a un modo diverso dall'attuale?
Questa speranza è, pur troppo, vana. E ancora,
pensandoci bene, se noi potessimo modificare l'ordine
al quale obbediamo, ci converrebbe poi veramente
modificarlo?... Perchè mai l'egoismo ci pare ignobile
e il sacrifizio nobilissimo, se non appunto perchè
[pg!239]
qualunque uomo può essere, anzi è egoista, come
ogni animale che bada a sè stesso; mentre soltanto
uno sforzo difficile e penoso permette ad alcuni, ai
più forti, ai migliori, di operare contrariamente all'istinto?
La parola *raro* ha dunque due significati
che sembrano diversi ma sono infatti intimamente
connessi: una cosa è *rara*, cioè preziosa appunto
perchè è *rara*, cioè infrequente. Se i diamanti fossero
comuni quanto i sassi, che cosa varrebbero? Se la
legge naturale fosse quella dell'altruismo, se tra il
bene proprio e quello del simile ciascuno preferisse
di procacciar sempre quello del simile, dove sarebbe
più il merito del sacrifizio? In un mondo dove questa
fosse la regola, i migliori uomini, possiamo esserne
certi, sarebbero quelli che pensassero un poco a sè
stessi; e mentre da noi s'innalzano monumenti a
Pietro Micca, là si tramanderebbe ai posteri l'effigie
di chi, dinanzi al pericolo, se l'è data a gambe...

Zitta! Zitta! Non aggiungo altro, se no mi vedo
perduto. Torniamo piuttosto all'amore... Senza alcun
dubbio, se l'impero dell'amor proprio è autocratico
e tirannico sopra tutte le altre passioni, l'amore soltanto
potrebbe ridurlo a più miti consigli e costringerlo
a concedere una qualche carta costituzionale.
L'amore, infatti, riesce spesso in quest'opera, e noi
vediamo che i più induriti egoisti guariscono del loro
vizio ed aprono il cuore a sentimenti più generosi per
opera del giovane iddio. Quando noi non amiamo
nessuno amiamo noi stessi; quando amiamo un'altra
persona, l'amore di noi può essere ed è tante volte
messo da parte. Il merito dei sacrifizii d'amore non è
dunque un poco discutibile? Siccome la mia felicità
consiste nel far felice la persona che amo, è troppo
naturale che io lavori a farla felice, anche a mie spese.
Ma io amante, voglio il piacere della persona amata e
il mio proprio insieme; e se questi due piaceri sono
conciliabili, se li posso ottenere ad una volta, la felicità
è massima; quando invece tra il mio piacere
e quello della persona amata c'è contrasto, l'infelicità
è senza fine. E disgraziatamente non c'è bisogno di
[pg!240]
dire che l'accordo degli interessi è molto più raro che
non il loro conflitto. Disgraziatamente ancora, comunque
il conflitto finisca, il danno è inevitabile: se faccio
vincere l'interesse dell'altro a scapito del mio, me ne
pento e mi giudico debole e sciocco; se vince il mio,
me ne pento egualmente, giudicandomi duro ed ingrato...

Come mai siamo venuti a discutere di queste cose?
Ah, ecco, rammento: per ciò che le narrai l'ultima
volta. Un amante abbandonato, che vuole e non può
guarire dell'amor suo perchè spera piuttosto, anzi arde
di riottenere l'amore che gli fu sottratto, guarisce improvvisamente
appunto quando l'ottiene! La soddisfazione
dell'amor proprio è pertanto fatale all'amore. Si
potrebbe vedere qui una graziosa assurdità, se appunto
il predominio dell'egoismo non spiegasse logicamente
l'apparente controsenso. Di controsensi ancora maggiori
non mancano gli esempii. Il conflitto inestinguibile
tra l'amore e l'amor proprio genera assurdità delle
quali non solamente si sdegnano gli spettatori indifferenti
o i giudici; ma anche, e più di tutti, le stesse
persone nelle quali si producono. Io ne so una che
mi pare veramente straordinaria per la sottigliezza dell'argomento
egoistico e che prova quanta parte abbia
la vanità nell'amore e come l'amore muore quando la
vanità non è più contentata.

— Bisogna pure riconoscere, — mi narrò una volta
una persona, — che noi siamo fatti a un modo assai
strano e che, se la felicità ci sfugge, il massimo ostacolo
al suo conseguimento procede da noi stessi, dalle
intolleranze, dalle contraddizioni di questa nostra
inesplorabile natura.... Io v'ho ben detto che l'amore
di quella donna fu per me, in un periodo molto oscuro
della mia esistenza, un divino nepente, un elisir di vita,
la fonte deliziosa alla quale si disseta avidamente l'arso
pellegrino che già stava per accasciarsi sull'arena scottante,
in attesa di entrare nell'Oasi eterna ed infinita.
Quando io paragonavo l'uomo nuovo che quella passione
aveva fatto di me, al lamentabile personaggio
antico, dal cuore sanguinante, dallo spirito ottenebrato,
[pg!241]
dalle energie distrutte, io sentivo, sì, dilatarmi il petto
come nel respirare l'aria purissima d'una vetta alpina
dopo aver traversato una paludosa maremma: però,
più forte della gioia era sempre la paura che quell'incredibile
metempsicosi si risolvesse in un fatale ritorno
alla sciagurata esistenza di prima. Dipendeva
forse da me l'impedirlo? Se quella donna che era tutto
il mio bene sulla terra non m'avesse voluto più, avrei
forse potuto arrestare la nuova rovina?... Questo io
le dicevo sovente. Nelle ore radiose che sole misuravano
il tempo per noi, quando io non potevo dubitare
d'una realtà prodigiosa più d'ogni chimera, quando
la tenerezza diventava uno struggimento al quale le
carezze non bastavano più, ma che aveva bisogno di
traboccare in pianto, io le dicevo, guardandola negli
occhi, tenendola per mano: «Se un giorno cesserai
d'amarmi, tu me lo dirai, è vero? Non temere, sai,
ch'io mi ribelli, ch'io ti importuni, ch'io ti minacci.
Accetterò tutto da te. Non v'è parola uscita dalle tue
labbra che non sia cara e benedetta, degna di sommessa
obbedienza. Vorrà dire che quel giorno crederò
di destarmi dopo aver fatto un bel sogno, uno di quei
rosei sogni che lasciano per lungo tempo l'anima letificata
e quasi fragrante. Riconoscerò che non si può
sognar sempre, vedrai che me ne farò una ragione.
Ma tu mi confesserai tutto lealmente? Non farai come
le altre, tu che sei dalle altre tanto diversa; non farai
come quelle che hanno mentito, per innata malvagità,
o per una falsa compassione più crudele, nei suoi effetti,
dell'odio feroce?...» Allora, tentando di soffocare
quelle dolenti parole, annodandomi le braccia intorno
al collo, con voce rotta dai singhiozzi, ella protestava
amaramente, mi diceva che io non avevo il diritto di
sospettar di lei, di farla soffrir così; e le sue lacrime,
si mescolavano alle mie — dolcissime lacrime, rugiada
benefica che irrorava i cuori innamorati e vivificava
il fiore della nostra passione. Ma con gli sguardi
chinati e intensamente fissi in un punto, a voce bassa,
quasi parlando tra sè, ella soggiungeva che io stesso
avrei piuttosto cessato di amarla.... Ah, i sorrisi che
[pg!242]
mi salivano alle labbra! Le sfide superbe ch'io lanciavo
al tempo, alla vita, alla morte! Io lasciarla? Ma
il naufrago perduto in mezzo al mare procelloso lascia
forse la tavola alla quale gli è riuscito aggrapparsi?
Ma sapeva ella soltanto che cosa fosse per me l'amor
suo, il prezzo che io davo alla sua vista soltanto; il
moto di superbia che mi sollevava sopra tutta l'umanità
al solo pensiero che ella si fosse accorta di me?...
Da che forza non mi sentivo animato! Come guardavo
sicuramente all'avvenire... E come m'ingannavo!

«Voi che sapete leggere nel vostro pensiero, che
non soffrite più di vertigini nel discendere in fondo
all'abisso della coscienza, che non avete paura di riconoscerne
le più tenebrose latebre, comprenderete
ciò che vi dirò. Quello spirito di emulazione e di sacrifizio
che non lasciava ammettere a ciascuno di noi
la possibilità di stancarsi, ma che ci dava l'ostinata
previsione dell'abbandono che avremmo sofferto, nascondeva
un suggerimento dell'egoismo, significava che
ciascuno di noi si credeva più capace d'amore dell'altro,
più sincero nei suoi affetti, più generoso e in
certo modo più degno... E veramente quando io mi
guardavo intorno, quando vedevo gli altri uomini da
cui ella era circondata, pensavo, sì, nonostante la fiducia
che le dimostravo, che ella ne avrebbe potuto
notare qualcuno. Provai più d'una volta i primi morsi
della gelosia, ma le nubi che minacciavano la serenità
del mio cielo spirituale si dissiparono tosto. Per una
ragione od un'altra, nessuno di quegli uomini era
molto pericoloso; io mi sentivo, ed ella stessa mi diceva,
con quell'accento di sincerità che non si finge,
superiore a tutti coloro.

«Un giorno, però, apparve uno dal quale quella
specie di sesto senso che ci fornisce le così dette intuizioni,
mi avvertì di guardarmi. Nonostante le persuasioni
dell'amor proprio, io riconobbi con una stretta
al cuore che quell'uomo valeva più di me. Sotto
qualche aspetto io mi sentivo ancora per lo meno
eguale a lui, ma egli aveva vantaggi incontestabili:
era più giovane, aveva fatto parlare di sè come d'un
[pg!243]
ingegno artistico pieno di promesse, e — circostanza che
doveva agire più d'ogni altra sullo spirito di quella
donna — era stato più fortunato di me nell'amore.
Io l'avevo sedotta per i miei dolori, ma le fortune di
lui dovevano ben altrimenti far lavorare la sua imaginazione.
E col cuore sempre più chiuso, riconoscevo
che l'effetto temuto si produceva... Ora bisogna
che io insista un poco su questo punto, perchè non
comprendiate più di quel che dico. L'amore di lei
per me non era già intepidito, ella me ne dava
prove sempre più eloquenti, nè io avevo assolutamente
nulla da rimproverarle; ma da certe domande che mi
faceva intorno a quell'uomo, da una certa espressione
che il suo sguardo prendeva quando si parlava di lui,
da certi altri segni ancora più tenui, comprendevo che
quella figura s'imponeva all'attenzione di lei. In una
altra età, o più semplicemente in altre condizioni dell'animo,
non avrei forse neppur notato quei segni; ma
uscendo da prove funeste, con la dolorosa esperienza
dei tristi processi sentimentali che distaccano lentamente
un'anima da un'altra, io non potevo negar valore
a quei sintomi. Se quell'uomo avesse tentato di
esercitare attivamente la propria seduzione, che cosa
sarebbe avvenuto?... Io non osavo rispondere; vedevo
bene però che la mia pace, la mia fortuna, dipendevano da
questo: che egli non facesse nulla per portarmela via.

«E questo appunto non era da sperare. Che cosa
poteva impedirgli di tentar l'avventura? Non aveva
nessun dovere verso di me: ci conoscevamo da un
pezzo, ma senz'essere quel che si dice amici — e
quand'anche!... L'idea che quella donna non era libera,
la passione della quale tutti mi sapevano oggetto
avrebbe potuto arrestare ogni altro — fuorchè lui.
Egli aveva le teorie dei conquistatori di mestiere, che
deridono la passione, disistimano le donne, le credono
capaci di tutto — ragione per la quale esse li ammirano...
Poi, egli doveva aver coscienza dei suoi vantaggi
su me; poi, con la sua esperienza di queste cose, una
visita di cinque minuti aveva dovuto bastargli per
comprendere di non essere il primo venuto per lei...

[pg!244]
«Imaginate dunque la tortura alla quale fui posto?
Se qualcosa di fatale si fosse compiuto, se avessi scoperto
che quella donna era già sua col cuore, non so
quanto avrei sofferto, ma certo mi sarei rassegnato.
Però l'idea che era sempre possibile impedire la mia
rovina mi metteva la febbre. Sarebbe stato da stolto
fare un'accusa a lei dell'attenzione che quell'uomo
sapeva accaparrarsi; io ero in presenza di un fatto
umano e naturale, innocente e forse ancora incosciente;
con grande probabilità, se egli l'avesse insidiata, ella
avrebbe potuto resistere e trionfare. Ma io non volevo
neppure che ella fosse posta alla prova!

«Reprimendo, adunque, l'ansietà che mi divorava,
ricorrendo a sottili artifizii, io cercavo di sapere se
quell'uomo si mostrava assiduo presso di lei. Era stato
a trovarla due o tre volte, a lunghi intervalli; una
sera, al teatro si presentò nel suo palco e vi restò
durante un intermezzo; poi non si fece più vedere.
Ed invece di sedarsi, la mia inquietudine si raddoppiava.
Voi sapete, infatti, che uno dei mezzi ai quali
i seduttori ricorrono frequentemente e con felice successo,
è quello di mostrarsi indifferenti, di fare i difficili,
di fingersi lontani dallo scopo verso il quale,
invece, tendono con tutti i loro sforzi. Metteva egli
dunque in opera un calcolo raffinato? La trascurava
per farsi desiderare di più?... Non potendo altrimenti
scoprire il suo giuoco, cercai di lui, lo vidi più spesso
di prima. Un giorno che eravamo insieme, egli mi
disse che andava via, che sarebbe stato molti mesi
lontano.

«Non dovevo rassicurarmi? Al suo posto, se avessi
desiderata quella donna, avrei potuto allontanarmi da
lei? Supporre che il calcolo durasse ancora era un po'
difficile; e il calcolo poteva anche essere sbagliato,
produrre effetti del tutto contrarii! Nondimeno, durante
la sua assenza, la mia tranquillità non fu mai
piena: io prevedevo nuovi tormenti per il suo ritorno.
Tornò, e le fece una sola visita in tre mesi. Un bel
giorno una notizia scoppiò come una bomba; egli era
scomparso con una signora della nostra società.

[pg!245]
«Avrei dovuto trarre un sospiro di liberazione, — è
vero? — e lo trassi infatti. Però, in fondo alla mia
coscienza, ma proprio nel fondo estremo dove non
arrivava alcun riflesso della luce superiore, avveniva
qualcosa d'imprevisto che metteva in ogni mio pensiero
come un lievito di scontento: un'assurdità che
mi colmava di stupore. A poco per volta le tenebre
si diradarono intorno a quella misteriosa operazione.
Io consideravo, da una parte, il mio sentimento per
quella donna, il valore inestimabile che avevo attribuito
all'amor suo, l'inaudita fortuna della quale m'ero
creduto segno, esaltandola continuamente, dubitandone
perfino talvolta. Dall'altra parte stava il fatto che egli
non aveva cercato di rubarmela, quantunque facesse il
mestiere del seduttore, quantunque non mi dovesse nulla,
quantunque l'impresa non gli dovesse sembrar disperata.
Perchè, dunque? Evidentemente, perchè quell'impresa
non lo tentava, perchè quella donna non era
oggetto del suo desiderio. Ora l'idea che un conoscitore
come lui non apprezzasse la creatura in cui io
avevo riposto tutto il mio vanto, tutto il mio orgoglio,
il cui possesso mi aveva fatto credere oggetto dell'invidia
del mondo — questa era l'origine del mio scontento.
Avrei dovuto esultare vedendo allontanarsi un
pericolo, e invece mi sentivo umiliato scoprendo che
al mio concetto intorno a lei non partecipava chi gli
avrebbe conferito autorità. Se egli l'avesse desiderata
avrei sofferto le pene dell'inferno; perchè la sdegnava
ella quasi perdeva ai miei occhi una parte del suo
valore, io cominciavo a dubitare d'averla posta più in
alto che non meritasse e d'essermi pertanto abbassato
un po' troppo...

«In quel momento non cessai certo d'amarla, ma
fu questo il primo sintomo d'una lenta evoluzione
che s'operò nel mio spirito e che mi tolse finalmente
quella donna dal cuore!...»

[pg!247]




LETTERE DI COMMIATO
===================


La sua supposizione potrebbe anche essere, contessa
mia carissima, conforme al vero. L'amore
è mortale, e la sua morte, quantunque
tristissima sempre, pure sarebbe sopportabile se avvenisse
ad una stessa ora nel cuore dei due amanti.
Ma, per colmo di sciagura, questo sincronismo è molto
difficile, e più spesso la passione tramonta da una
parte quando ancora splende dall'altra; allora lo strazio
di chi ama senza più essere amato è troppo
grande e veramente insopportabile. Ed ella dice che
il mio confidente, del quale le narrai ultimamente la
storia, sapendo queste cose, preferì cercare un qualunque
pretesto per trascurare la donna amata piuttosto
che correre il rischio d'essere trascurato da lei.
Ripeto che la sua spiegazione è plausibile. Le tempeste
che si scatenano nel cuore degli abbandonati
sono cosi spaventose, che non è da stupire se un'anima
veramente e delicatamente amante finisca d'amare
o si riduca ad amare come il più volgare egoista
pur d'evitare l'immenso pericolo. Io incorsi altra
volta nel suo sdegno sostenendo che gli uomini amano
meglio delle donne: voglio ora guadagnarmi la sua
lode affermandole che, nell'abbandono, soffrono molto
[pg!248]
più le donne degli uomini. Ma forse noi attaccheremo
un'altra volta lite quando io le avrò spiegato che
le due proposizioni, apparentemente contrarie, sono
in fondo, tutt'una.

Consideriamo infatti una coppia amante. Se con la
cifra 10 esprimeremo l'amore complessivo di questa
coppia, io dico che l'amore dell'uomo è rappresentato
da 7, e quello della donna da 3 — meno della metà! — Or
dunque, se quest'uomo perde un bel giorno — bello
per modo di dire! — l'amore di questa donna,
il suo dolore sarà grande, ma non tanto grande come
quello che proverebbe invece la donna, se fosse costei
abbandonata dall'uomo. Infatti, dato che l'uomo ami
come 7 e sia riamato come 3, anche durante il
tempo felice egli prova un secreto scontento ed è
morso da un qualche dolore, perchè l'amor suo non
è ripagato esattamente; perchè questa donna non è
tanto sua quanto ei vorrebbe e quanto egli stesso è
di lei. Nel perderla del tutto il suo dolore cresce senza
dubbio oltre misura; pure egli non è stupito; egli è
quasi preparato alla perdita di una creatura che
non ha mai sentita tutta sua. Per averla — in
parte! — egli ha dovuto pregare, supplicare, tendere
la mano: ella gli ha fatto quasi un'elemosina; il mendico
cui il ricco, fino a un certo segno generoso, non
vuol più fare la carità, è forse stupito di non avere
più come sfamarsi? Egli torna quasi rassegnatamente
al suo destino, che è l'indigenza!... Se noi consideriamo
invece la donna, vediamo che le cose stanno
precisamente al contrario. Costei ha visto sempre
l'uomo, tutti gli uomini, pregare, supplicare, tendere
la mano: come potrà rassegnarsi a essere trascurata
e sdegnata? Quest'idea non entra nel suo cervello.
Poichè amando come 3 ella è ripagata d'un amore
come 7, la sua soddisfazione — di vanità più che
d'amore, ma la vanità importa più che l'amore! — è
stata immensa; ella non può prevedere che il sovrabbondante
amore di quest'uomo abbia a un tratto da ridursi
minore del suo e da cessare del tutto. Abbandonata,
pertanto, ella darà in ismanie convulsive, e
[pg!249]
molto difficile sarà l'opera di chi vorrà sedarla. La
duchessa di San Severo riuscì una volta in quest'ufficio;
e per non insistere nelle teorie che ella rifiuta
di ammettere le voglio narrare piuttosto la storia.

Emilia di Sclafani, spinta alla colpa da un serpente
del quale non so se ella più si rammenta, fu un giorno
tradita e congedata dall'amante suo. La duchessa di
San Severo se la vide venire dinanzi come una pazza,
e dire e far cose da pazza: piangere, gridare, ridere,
imprecare, mordersi le mani, strapparsi i capelli. La
vecchia dama, che ha molta esperienza, lasciò che
il primo impeto del dolore si sfogasse; poi, quando
l'altra apparve, non dirò più tranquilla, ma stanca,
le domandò:

— Che pensate dunque di fare?

Emilia, rimasta a capo chino, con gli occhi immoti
come attirati magneticamente da qualche visione, con
le mani strettamente afferrate ai bracciuoli della poltrona,
si scosse a un tratto con un brivido e un sibilo,
portò la destra alla fronte e rispose:

— Lo so io, forse? Ho una tempesta qui dentro...
Sento che mi picchiano sulla fronte, sulle tempie, sul
cranio, ferocemente, spietatamente... La febbre mi brucia...
Mi par d'impazzire...

— Suvvia, coraggio!... — esclamò la dama scotendo
un poco la sua bella testa tutta bianca, con un'espressione
piena d'indulgente compatimento, come dinanzi
all'irragionevole cordoglio d'una fanciulla inesperta. — Fatevi
animo!... Non è poi cascato il mondo!... Sapete
che non vi riconosco?

— Se non mi riconosco neppur io stessa!... Se tutto
mi manca d'intorno! Se non vedo più uno scopo
alla mia vita! Se qualcosa si è spezzato nel mio cervello,
nel mio cuore, in tutto l'esser mio!.....
Calma? Coraggio? Ho cercato d'averne. Ho detto a
me stessa, precisamente, che il mondo non è poi cascato.
Ho pensato ad altri dolori, un tempo creduti
inguaribili, ed ora dimenticati a segno da ridere della
loro cagione; mi son vista con gli occhi della mente
di qui a qualche mese, uscita sana e forte della triste
[pg!250]
prova, forse anche contenta che tutto sia finito così.
Ho chiamato a raccolta tutta la mia ragione, tutta
la mia esperienza, per convincermi che non bisogna
chiedere alla vita, all'amore, alle creature umane, più
di quel che possono dare. Ho detto a me stessa:
«Credevi tu dunque davvero che quest'uomo t'avrebbe
amata eternamente? Che cosa c'è d'eterno in noi?
Non hai tu sorriso degli affidamenti superbi? Poni
una mano sulla tua coscienza: alla lunga, non avresti
finito d'amarlo anche tu? Sii ancora più sincera: non
cominciavi a sentirti già stanca?...

— Brava! — interruppe l'altra, approvando insistentemente
con una mossa del capo — Brava, questo
si chiama farsi una ragione...

— Ho pensato tutto ciò ed altro ancora... Mi sono
affacciata alla finestra, ho considerato un istante la
calma sovrumana di questa sublime natura, delle Alpi
nevose imbiancate dalla luna, del lago terso ed immobile
come una lastra, delle miriadi di stelle splendenti
da miriadi di secoli nell'etere infinito. Ho compreso,
nel tempo d'un baleno, la vanità di tutto ciò
che è umano, dei dolori, delle gioie, delle passioni
dalle quali sono travagliati questi atomi agitantisi un
attimo sopra un granello di sabbia; ho visto sparire
me stessa, l'umanità, tutta la terra, nel turbine formidabile
che soffia sulla polvere dei mondi... Ho bevuto
avidamente l'aria fredda, ho richiuso la finestra, sono
andata al tavolino, e gli ho scritto una lettera.

— Che cosa gli avete detto?

L'altra parve non aver udito. Restava ancora assorta,
come prima, guardando dinanzi a sè; e nel rilassamento
dei muscoli del viso, nella piega sottile
degli angoli delle labbra, si leggeva una tristezza così
profonda, una contemplazione così sconfortata di qualcosa
di pauroso e d'ineluttabile, che la duchessa non
ardì ripetere la sua domanda. Emilia si riscosse alfine
e riprese:

— Ho scritto una lettera, non l'ho mandata. Non
so neppure se potrò rileggerla per ricopiarla.....
Guardi, piuttosto...

[pg!251]
Tratto di tasca un minuscolo taccuino di cuoio rosso
e tolto il piccolo portamatita d'oro che lo chiudeva,
ella voltò alcune pagine, fermandosi ad una che era
ricoperta non tanto di caratteri quanto di segni informi
tracciati con rapida mano.

— Che notte è stata per me!... — esclamò, a bassa
voce, guardando quel foglio e come rispondendo ad
un intimo pensiero. Poi, volgendosi alla duchessa: — Avrà
la pazienza, — le domandò, — d'aspettare che
io decifri questa lettera?... Io gli ho scritto così:
«Mio buon amico... Anche ora, e come sempre, voi avete
ragione. Vi rammentate quante volte mi ripeteste queste
parole, nel corso delle discussioni che sorgevano
un tempo fra noi?... Adesso sono cambiate le parti e
tocca a me riconoscere che la ragione è con voi! Vedete
che sono giusta, e che le vostre adulazioni di un
tempo non m'hanno guastata. Mentirei se vi dicessi
che questa saggezza non mi costa nulla; ma mi dorrebbe
egualmente che aveste a provare un rimorso
per ciò. La ragione ha spesso qualche ostacolo da vincere
prima di farsi accettare; ma, in cambio, il suo
riconoscimento procura sempre allo spirito un senso
di forte serenità... Io non so precisamente che cosa
sono stata per voi — potrei, è vero, rammentarvi tutto
quel che me ne avete detto voi stesso; — ma parrebbe
allora che io mi lagnassi, e nulla è più lontano dal
mio pensiero. Comunque, voi forse rammenterete, qualche
volta, senza troppo pentirvene, le ore che passaste
al mio fianco; da parte mia ne serberò sempre un
dolce ricordo. È vero altresì: quella felicità avrebbe
potuto durare più a lungo; ma ciò non era in potestà
vostra nè mia. Bisogna accettare la vita com'è,
con tutte le sue leggi; e stimarsi fortunati se, fra i
tanti giorni vuoti, fra i molti amari, essa ce ne concesse
qualcuno di gioia. Grazie a voi io ne ho visti
sorgere molti, più di quanti potevo ragionevolmente
aspettarne; fate assegnamento sulla mia più sincera gratitudine.
Fate assegnamento ancora sulla mia amicizia
più fedele: giovatevi di me sempre che potrò esservi
utile, e credetemi, con una cordiale stretta di mano...»

[pg!252]
— Benissimo! — interruppe vivacemente la duchessa. — Mi
piace la vostra lettera, sapete! È la
lettera d'una donna che sa vivere, che conosce la
vita!...

— A qual prezzo? — disse l'altra con un ambiguo
sorriso. — A prezzo di quanti dolori?... E si può dire
di conoscerla mai abbastanza?... Perchè, guardi, questo
è il suggerimento della logica, del buon senso;
ma se io l'amo ancora quell'uomo? Se il cuore mi
sanguina, rileggendo queste fredde parole, queste
frasi studiate, dopo le lettere pazze che gli scrivevo
fino all'altr'ieri? Se non posso, *non posso* rassegnarmi
all'idea di perderlo, dopo quel che mi costa, dopo
quel che siamo stati l'uno per l'altra? Ma non è vero
che io prevedessi di non poterlo più amare, non è
vero che io fossi già stanca; se pensai così fui sciocca,
fui stolta, perchè non potevo giudicare della forza di
un amore non ancor messo alla prova...

— Badate: qui sotto potrebbe nascondersi quell'illusione
molto frequente che consiste nell'apprezzare una
cosa per il solo fatto d'averla perduta.

— Illusione, realtà: dove cominciano? dove finiscono? — disse
la giovane, voltando un foglio del suo taccuino. — Vi
sono certe realtà delle quali neppur ci si
accorge, e certe illusioni che ci mantengono in vita....
Io sento di non poter vivere senza quest'essere che è
stato tanta parte, la miglior parte di me. Io sono impegnata
da un giuramento, ed egli pure.... È una cosa
sacra, il giuramento; non si può calpestare così. Ho
il dovere di rammentarglielo; egli mi ascolterà, perchè
ne soffre anch'egli! Io non sono stata eloquente abbastanza;
se ha rifiutato di cedere, il torto è mio che
non ho saputo assicurarlo della forza di quest'amore.
Forse in questo momento, mentre mi struggo per lui,
anch'egli anela di rivedermi, anch'egli vorrebbe chiamarmi.
Un senso di falso amor proprio ci ha trattenuti:
una sola parola basterà a dissipare quest'incubo....
«No....» continuò Emilia, riprendendo a leggere
nel suo taccuino, «non è vero, non è possibile
che tu m'abbia detto quelle parole. Certe volte i sogni
[pg!253]
hanno l'intensità della vita vissuta: io ho sognato. Tu
sei sempre l'amor mio forte e soave; se anche volessi,
non potresti, intendi? lasciarmi. Tu hai dimenticato
un momento quel che sono stata per te; ricordati, vedrai
se ho ragione! Tu m'hai detto, colle tue labbra,
che io sola t'ho compreso, io sola t'ho compianto, io
sola ho cancellato i tuoi lunghi dolori, io sola ho compensato
le tue infinite amarezze, io sola ti ho fatto
pianger di gioia. Tu non me l'hai detto soltanto: io
ho visto le tue lacrime, io ho pianto con te. Tu hai
voluto riscattare col tuo sangue il mio pianto; ora,
comprendi, quando ciò è avvenuto fra due creature,
esse non possono dividersi più. Vedi bene che noi siamo
legati per la vita e per la morte, come tu mi giurasti,
com'io ti giurai. Ed ascolta: vienimi accanto,
metti la tua mano nella mia, reclina il tuo capo sul
mio petto: ti ricordi quante volte, restando così, tu
mi chiedevi di dirti che cosa eri per me, *com'era
fatto* il bene che ti volevo? Ti ricordi come t'aprivo
il mio cuore, come *pensavo a voce alta*; e come t'estasiavi
a quelle prove d'amore che tu stesso mi suggerivi,
senza avvedertene? Ebbene: nessuna di quelle
prove era seria, nessuna aveva valore: la prova vera,
la prova grande, la prova unica io posso dartela ora,
amandoti ancora, amandoti più dopo quel che m'hai
fatto: ora soltanto tu puoi credere a questa passione
e andarne superbo. Quante volte m'hai fatto giurare
che non avrei mai avuto secreti per te! che t'avrei
mostrato sempre tutti i moti più intimi del mio cuore,
tutti i miei pensieri più reconditi! Vedi dunque che tu
*devi* sapere quel che provo ora: lascia che te lo dica;
farai, dopo, quel che vorrai; mi lascerai ancora, se ti
piacerà.... No; tu non farai così.... Ascolta ancora. Se
tu hai riacquistata la tua fede unicamente per me, io
sola, fra quanti ti circondano, ho creduto in te. Non
lo sai? Dicono che i tuoi sguardi sono falsi, che le
tue labbra mentiscono, che l'anima tua è corrotta....
Io sola ho creduto ad ogni tua parola; non è vero che
io sola ho letto in fondo al tuo limpido sguardo? Che
cosa sanno gli altri di quello che so io? Ma non fare
[pg!254]
che anch'io disperi di te; non disperare tu stesso: sarebbe
troppo triste, troppo malvagio. Provami ancora
una volta che ho avuto ragione, abbii fede in te stesso!...
No; non mi dar retta! Ho avuto torto di scriverti
queste cose. Ma se non so più quel che dico!... Ah!
potessi vederti un istante!... Non ti direi più nulla;
credo che morirei ai tuoi piedi.... Una volta io ti
dissi: «Come sai bene pregare!...» Ti ricordi quando
te lo dissi?... Ebbene, oggi son io quella che ti prega:
io ti supplico, ti scongiuro, in nome di Dio, dell'amor
nostro, di tutto quel che hai di più caro al mondo,
per i tuoi stessi dolori che io ho divisi, per la memoria
dei tuoi poveri morti che io ho amati, per la
morte che può cogliere d'istante in istante noi stessi,
ti scongiuro di non abbandonarmi, di ascoltarmi.... di
lasciare, almeno, che io pianga un'ultima volta al tuo
fianco....»

La voce della giovane tremava un poco; il suo
sguardo velato si distoglieva dalla carta, intanto che
la duchessa, visibilmente commossa anch'ella, esclamava:

— Come l'amate!

Ma a quelle parole, come quando una brezza sottile
increspa la superficie delle acque, la fisonomia di
Emilia si venne corrugando fino ad atteggiarsi ad una
sottile ironia.

— Come l'amo!... — ribattè ridendo. — Vuol dire
come sono sciocca!... Deve bene trionfare costui, è vero?
vedendo la mia disperazione; deve ben sorridere di
vanità soddisfatta!... Il suo amor proprio sarà, senza
dubbio, gradevolmente solleticato dallo spettacolo del
mio cordoglio....

— Allora il vostro amor proprio s'impenna....

— Allora la mia tenerezza, la mia sommessione, la
mia fiducia, tutti i miei buoni movimenti sono dispersi
dallo sdegno, dall'odio, dal bisogno feroce di dirgli in
faccia che non so che farmi di lui, che egli s'inganna
stranamente se ha creduto al mio dolore!

— E dopo la lettera d'implorazione, ne avrete scritta
un'altra di sprezzo...

[pg!255]
— Ciò che ho scritto è appena la millesima parte
di ciò che ho pensato. Ella si stupisce delle mie contraddizioni?
Non le pare possibile che io passi dalla
ragionevole rassegnazione alla passione disperata, dall'umile
preghiera alla rivolta sdegnosa?...

— Non mi stupisco affatto: nulla di più umano che
la contraddizione e l'assurdo.

— Io sento dentro di me dieci, cento donne diverse,
una moltitudine di esseri ciascuno dei quali vorrebbe
operare a sua guisa. E il più strano è che tutte costoro
non parlano già ad una per volta, ma insieme! Lo
scritto ha il torto di non far vedere questo tumulto...

— Consolatevi pensando che anche la parola sarebbe
impotente.

— È vero! La nostra mente è un abisso!.. Io dovrei
dunque implorare costui, per dargli la soddisfazione
di respingermi ancora? Ma è una cosa ridicola! Qual
donna al mondo ha mai pregato un uomo così? Io
potrei implorarlo se fosse un altro, se non fosse una
creatura malvagia e bugiarda. Perchè hanno ragione
gli altri; e la sciocca son io! Come ho potuto prenderlo
sul serio e soffrire tanto per lui? Ed egli avrà
riso di me!... Ma se non l'amavo più! Se ero così
stufa da non saper che inventare per evitarlo! Se non
l'ho amato mai!

— Oh, questo poi...

— Ma sì, ma sì!... Anche al tempo del nostro idillio
io ridevo talvolta fra me delle mie declamazioni!
Allora soffocavo le risa; ora esse soffocano me! Ora
ho bisogno di prendere la mia rivincita! Ma quel che
ho tentato di scrivergli non può dare la più lontana
imagine di quel che mi ribolle dentro...

— La vostra lettera dice?...

— «Caro signore, le sono oltremodo obbligata della
iniziativa da lei presa, tanto più che m'ha risparmiato
il fastidio di prenderla da me. La buffa commedia che
abbiamo rappresentata insieme minacciava di finire tra
le fischiate della platea: era proprio tempo di smettere.
Non è da dire per questo che essa non m'abbia dato
[pg!256]
un bel da fare! Mi sono, come si dice, stillato proprio
il cervello per mettermi nei panni del mio personaggio;
ho soffocato una quantità prodigiosa di sbadigli
per mantenere un contegno decente; e il più comico
è questo: che m'accorgevo benissimo di sprecare le
mie fatiche, perchè ella sbadigliava senza tante cerimonie,
spalancando talmente la bocca, soffiando così
forte, che era, anzi non era un piacere vederla. Ella
per il primo non credeva a ciò che le dicevo: è stata
una delle rare prove di spirito che m'abbia date. Gli
elogi della gente l'hanno guastato, caro signore; ella
s'è formato, intorno ai suoi *mezzi*, un concetto, mi
consenta di dire, molto esagerato. Oramai ci conosciamo
*intus et in cute*, si scrive così? e non abbiamo
più nessuna ragione d'ingannarci scambievolmente. Il
suo spirito è, creda pure, molto inferiore all'opinione
che ne ha ella stessa; riconosco però che ne possiede
abbastanza, e spero che ne mostrerà ancora un poco
nella circostanza presente, non credendo neppure alla
scena che le recitai l'altro giorno. Mi premeva di fare
certe osservazioni, volevo verificare certi miei antichi
convincimenti: addebiti a tutto ciò la mia soverchia
insistenza. Non importa: debbo averle fatto l'effetto di
una famosa seccatrice! Questo pensiero la conforti: che
non sarò mai più tentata di occuparmi di lei — glie
ne do parola d'onore! Del resto, se l'ho seccata, debbo
anche averla fatta ridere un numero infinito di volte;
sono però in dovere di aggiungere che il ricordo di
certe sue sciocchezze allieterà i miei giorni più tardi...
Probabilmente questa mia lettera le parrà poco sentimentale:
ma le sentimentalità, signor mio, sono una cosa,
e la verità è un'altra. La verità è che ella m'ha dato ciò
che poteva darmi, e che io l'ho pagato abbastanza.
Adesso ciascuno proseguirà per la sua strada. Si diverta
sempre — e le nostre menzogne ci siano rimesse!...»

— Eh!... non c'è mica male!... — esclamò la duchessa
con un fine sorriso.

La giovane rimase un poco a capo chino, senza dir
nulla; poi, passatasi lievemente una mano sulla fronte,
disse, molto piano:

[pg!257]
— Ma sa lei che cosa ho provato nello scrivere
questa lettera?... Che cosa provo adesso dopo averla
riletta?... Un secreto scontento, un pentimento addolorato,
quasi un rimorso. Mi par d'avere, con sacrilega
mano, profanato tutto quel che c'era di più puro in
fondo al mio cuore. Io potrò accusare quest'uomo, io
potrò disistimare la creatura che si è rivelata improvvisamente
in lui; non potrò dimenticare le divine commozioni
che m'ha procurate. Comunque egli sia fatto, è
stato per me l'oggetto di un culto; qualcosa delle
virtù che gli ho attribuite è rimasta in lui, come qualcosa
della santità che i feticisti vedono nell'idolo di cartone
resta in esso e lo sottrae alla derisione degli stessi
miscredenti... Poi, io penso che quest'uomo, come tutti
gli altri, non è responsabile di quel che fa; penso che
forse ne sarà punito, un giorno, più crudelmente che
io oggi non possa imaginare... E tutto quel che c'è
di buono in me protesta contro i propositi di vendetta,
m'ispira invece una grande compassione per quest'anima
ammalata... Senza tornare ad illudermi sul prezzo
che ha potuto dare all'amor mio, penso che non sono
stata per lui un'indifferente, che egli ha avuto fede,
almeno per qualche tempo, nelle mie parole. Allora
giudico che sarebbe degno di un'anima non volgare il
dimostrare come, nonostante i torti ricevuti, di questa
fede si voglia sempre essere meritevoli...

— In altre parole, voi volete fargli vedere che siete
migliore di lui!

— Sarà forse questo il secreto movente: che importa?
Una buona azione non diventa già cattiva
perchè ci torna comodo compierla...

— Certamente! Così avete abbozzato un'altra lettera ancora?

— Sì, ed è questa... — Sfogliato il suo taccuino,
la giovane riprese a leggere: — «Voi non volete
più rivedermi: parto oggi stesso. Ho l'anima straziata;
se voi poteste soltanto imaginare quello che soffro, vi
farei molta pietà. Tuttavia, qualunque sia il male che
voi m'abbiate fatto, vo' dirvi, prima di lasciarvi, che
non vi porto odio o rancore. La mano che oggi colpisce
[pg!258]
è la stessa che un giorno si distese a soccorrermi;
non potrò dimenticarlo mai. Non vi dico questo
per intenerirvi: nessuna speranza mi sorregge, capisco
bene che tutto è finito, per sempre. Come sarà triste
la vita che comincerà domani per me! Come potrò
sopportare il ricordo dei giorni luminosi nell'oscurità
che m'aspetta?... Sarà di me quel che vorrà Dio — e
perdonatemi ancora questo momento di commozione.
Se l'avvenire è incerto per me, potrà anche darsi che
ore dolorose vengano per voi: un giorno potrete aver
bisogno di qualcuno che vi stia al fianco, che stringa
la vostra mano, che v'infonda coraggio. Io desidero
ardentemente che questo giorno non sorga; ma, se
dovesse arrivare, ricordatevi di me. Dovunque io sia,
venite: nulla potrà impedirmi di accogliervi come
s'accoglie un fratello...»

— E' bello ed è nobile ciò che voi avete scritto! —
disse la duchessa. — Però, se nel vostro cuore si
combatte una così fiera battaglia, quale di queste lettere
vi risolverete a spedire?

— Lo so io, forse? — ripetè la giovane. — Se
fossi capace di decidermi non ne avrei scritte tante!...
A lei stessa, mia buona amica, io ardisco chieder
consiglio...

La vecchia signora fece con la mano un breve segno
di rifiuto.

— Non è un argomento intorno al quale se ne
possano dare.

— Perchè? Io sono ridotta, non vede? in tale
smarrimento d'animo, che non so più discernere da
me la via giusta: una parola suggeritami da una persona
superiore come lei mi toglierebbe da questa dolorosa
incertezza, mi farebbe un gran bene...

La duchessa restò un poco in silenzio; poi, guardando
negli occhi la sua compagna, le domandò:

— Allora, voi farete quel che vi dirò?

— Può esserne certa.

— Ebbene: se non vi dispiace, riassumiamo in
poche parole la vostra situazione. Voi siete stata abbandonata
da un uomo. L'avete amato, ma cominciavate
[pg!259]
ad essere stanca di lui; dopo la rottura la vostra
passione si è ridestata. Voi avete scritto quattro lettere
che definiscono i principali sentimenti cozzanti
adesso nel vostro cuore: in una vi rassegnate filosoficamente,
in un'altra implorate con grande calore, la
terza è l'espressione della sprezzante ironia, l'ultima
d'una tenerezza pietosa e disinteressata. Va bene?

— È così.

— Però, scrivendo tutte queste lettere una secreta
idea vi ha guidata: quella di vivere ancora nel
cuore o nella memoria di quest'uomo, di produrre
un'impressione nell'animo di lui, di obbligarlo a ricordarsi
di voi, per ammirarvi, per rimpiangervi. Ora
voi volete sapere da me in qual modo potrete raggiunger
meglio l'effetto.

— Può darsi che sia per questo; ma siccome, qualunque
di queste lettere io manderò, è quasi certo che
sarò lasciata senza risposta, imagini che si tratti di
prender commiato soltanto.

— O per prender commiato, o per quell'altra ragione,
il partito è uno solo.

— Quale lettera debbo dunque mandare?

La vecchia dama rispose:

— Nessuna.

[pg!261]




L'AMOR SUPREMO
==============


   | *Amabile amica,*

La fiducia della quale ella mi onora è veramente
grande e — lasci parlare una volta
la modestia! — immeritata. Nonostante la
disparità delle nostre opinioni, e perdonandomi la vivacità
di certe mie argomentazioni, ella si degna ricorrere
ancora a me per farmi una domanda e propormi
un quesito: «Ma insomma, qual è, a vostro parere,
l'amore migliore?»

Ahi, contessa! Io potrei risponderle al modo molto
laconico della duchessa di San Severo, e dirle: «Nessuno!...»
Questa passione è talmente difficile, si dibatte
fra tanti contrasti, ha da superare così formidabili
ostacoli, che la sua vita è troppo breve e tutta
avvelenata. Io non le ripeterò a questo proposito i
miei ragionamenti d'un tempo, poichè ella, bontà sua,
li rammenta ancora e giudica che, nonostante le «solite»
esagerazioni e l'«insoffribile» preconcetto di scetticismo,
io potrei anche avere, in fondo in fondo, ragione.
Ma ella dice — e la ragione è questa volta con
lei! — che se pure in tutti gli amori c'è qualcosa di
amaro e di guasto, nondimeno, paragonati gli uni con
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gli altri, si dovrà pur trovare che alcuni furono pessimi
ed altri, se non ottimi, migliori. Il mio dovere
è dunque di rispondere meno laconicamente alla sua
domanda; ed ella si disponga anzi a temere che la
risposta mia sia per essere troppo prolissa.

Vuol dunque sapere quale sarebbe, secondo me, per
un uomo e una donna, l'amor supremo? Sarebbe questo.
L'uomo, fino a trent'anni, ha fatto sua l'antica divisa:
*Je prends mon bien où je le trouve.* Egli ha amato in
tutti i modi, e di tutti i suoi amori è rimasto scontento.
A trent'anni — non un giorno di più! — incontra
una vergine, il cui solo sguardo gli rivela — a
lui che crede di conoscere tutta quanta la vita — come
vi sia ancora un mondo nuovo, inesplorato, insospettato:
il mondo dei sentimenti puri, delle cose
degne e sante. Questa vergine non è neppur lei una
bambina che s'affaccia appena alla vita: ha visto altri
uomini, ha creduto d'amarne alcuni; poi, all'idea di
legarsi con uno di costoro indissolubilmente, s'è accorta
che le sue inclinazioni non erano forti e prepotenti.
Quando incontra quest'uomo, ella comprende che
il suo sentimento d'ora è invincibile; e questa vergine
e quest'uomo si uniscono, per sempre. La loro gioia
è l'invidia del mondo. Crede ella che sarebbe maggiore
se entrambi fossero stati del tutto inesperti, e
che la reciproca gelosia del passato li turbi? No,
no. Appunto perchè entrambi hanno altra volta creduto
d'amare, la vergine soltanto con l'anima, l'uomo
in tutti i modi, appunto per ciò possono ora dire di
amar veramente. Ella non è gelosa delle donne che lo
sposo suo in altri tempi amò, non le pensa neppure;
o se anche le fa oggetto d'un pensiero, accorda loro
la sua pietà, perchè ella è buona, sovranamente; ma,
nonostante la bontà sua — io le presento creature di
carne ed ossa, non perfezioni fuor dell'umano — costei
pensa con un moto di superbia: «Per me, per
virtù mia, quest'uomo che poteva continuare a prendere
il suo piacere dovunque, liberamente, ha fatto il
sacrifizio di tutto sè stesso.» Egli non è geloso degli
uomini che ella altra volta pensò; egli dice: «A me,
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a me solamente questa vergine che tanti sospirarono invano
ha dato gl'intatti tesori.» E poichè egli conobbe
la vita, è ora in grado di difendere, di tutelare la sua
fortuna. A questa vita egli inizia, accortamente, la
sposa; e come ella gli ha rivelato cose ignorate ed
ha fatto di lui un uomo nel miglior senso della parola,
così egli fa d'una fanciulla una donna. L'amor
loro è fruttuoso; le loro due vite, che essi vorrebbero
veramente confondere in una, ma che restano pur separate,
si confondono nella vita dei figli.

Il tempo passa, e col tempo l'impeto della loro passione
si è venuto sedando. Fatalmente, perchè tra due
volontà diverse l'accordo non può essere costante ed
eterno, essi non potranno evitare i malintesi e i dissensi;
ma, comprendendone entrambi la fatalità, si accorderanno
reciprocamente indulgenza. Conoscendosi
sino in fondo, ciascuno avrà compreso, — ma nello
stesso tempo scusato — i difetti dell'altro — perchè
essi sanno che nessuno al mondo è senza difetti. La
passione sedata non è più passione; e, per una legge
ancor essa fatale, nelle anime tranquillate i germi di
passioni nuove, le tentazioni d'altri amori si verranno
insinuando. Ma se ciascuno di essi avrà pensato di
poter ritrovare altrove una scintilla della gran fiamma,
avrà pure preveduto che la nuova fiamma si spegnerà
troppo presto; e se pure questa previsione non sarà
stata capace di trattenerlo, un sentimento che in queste
due anime vince tutti gli altri avrà combattuto e distrutto
il germe della nuova passione. Questo sentimento
al quale entrambi sono educati, è il sentimento
dell'onore, del rispetto, della dignità; è, in una sola
parola, il Dovere. Obbedirne le voci imperiose sarà
facile ad essi se ciascuno sarà, com'è, compreso di
gratitudine per la gioia che l'altro gli diede e per il
bene che gli fece; sarà ancora più facile solo che essi
pensino ai figli, ai quali debbono nascondere gli esempii
del male. E se la tentazione fu molto forte, se per
seguire la via doverosa uno dei due ebbe a sostenere
uno sforzo grande, tanto meglio: la sua soddisfazione
sarà tanto maggiore, tanto maggiore sarà la stima che
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l'altro gli deve. Così varcheranno l'età delle prove,
finchè uno chiuderà con mano tremante gli occhi dell'altro.

Ecco quale sarebbe l'amor supremo. Ella vede bene,
mia cara amica, che io non ho imaginato un idillio,
una favola troppo romantica, tutta ideale e fuor della
vita. Io ho fatto molte concessioni alla realtà, tante
concessioni che nessuno dirà impossibile un tale amore.
Eppure di questo amore possibile, possibilissimo, di
questo amore che è il sogno delle migliaia e migliaia
di sposi che escono ogni giorno nel mondo dal municipio
e dalla chiesa, quanti esempii le potrei addurre?...
Ahimè! Gli esempii, ho paura, sono rarissimi...

Eccomi pertanto costretto, per rispondere alla sua
domanda, di cercare altrove.

Una volta io andai in casa del mio amico Hans
Ruthe. Costui è, come ella sa, Don Giovanni redivivo.
Sui mobili del suo salotto vidi molte fotografie di uomini
e un solo ritratto di donna. Io pensai tra me:
«Senza dubbio costei dev'essere stata la favorita di
questo sultano; perchè egli si tenga sotto gli occhi il
solo ritratto di lei bisogna che ella gli abbia lasciato
i ricordi migliori.» E poichè, per natura e per necessità
di mestiere, io sono molto curioso, così non mi
contentai di pensare questa cosa, ma la dissi all'amico
mio. Il quale, udendola, si mise a ridere di quel suo
riso che è pieno di tanta amarezza. «Mio caro,» rispose,
«tu hai un intuito proprio meraviglioso! Sì,
questa è la donna che m'ha lasciato migliori ricordi.
I ritratti di tutte le altre io non li ho più: alcuni li
dovetti restituire, quando i tristi amori finirono; altri
li lacerai quando ebbi ben conosciuto gli originali;
altri sono andati dispersi perchè non avevo proprio
ragione di serbarli, giaceranno inutili in mezzo a chi
sa quali carte inutilissime. Questo solo ho custodito e
tengo dinanzi agli occhi, perchè questa è la sola donna
che avrei amata ma che non amai, che forse m'avrebbe
amato ma che non m'amò...

Ecco, ella dirà, una risposta «delle mie,» cioè una
risposta che non significa niente. Infatti, dire che il
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migliore amore è quello che non fu provato, potrebbe
parere una cosa insensata. Vengo pertanto senza perder
tempo a più concrete risposte.

«Io ero,» mi narrò una volta un amico, «in uno
stato d'animo quasi disperato per una serie di ragioni
che sarebbe troppo lungo spiegarti, quando una sera
fui condotto in casa d'una signora, e poniamo che si
chiamasse Donna Paola. La dama, proprio quella sera,
stava poco bene e non riceveva. Tornai indietro con
la stessa tristezza con la quale ero venuto, ma in cuor
mio avveniva qualcosa di nuovo; quel contrattempo
mi procurava un certo senso di contrarietà. Il nome
di Donna Paola non mi era ignoto; anzi avevo
molto udito parlare di lei dalle sue amiche; la marchesa
Antonietta, specialmente, m'aveva detto: «Vedrete,
vedrete: quando l'avrete conosciuta dimenticherete
noi tutte.» Chi era dunque costei? Forse una
bellezza straordinaria? No: io avevo sentito dire, non
solo dalle donne, probabilmente sospette, ma anche
dagli uomini, giudici certamente credibili, che Donna
Paola era tutt'altro che bella; uno, anzi, aveva soggiunto
che non gli pareva neppure desiderabile. La
fantasia non poteva dunque farmi intravedere, dietro
quel nome, una figura affascinante; io non potevo costruire
per mio uso e consumo un tipo ideale al quale
attribuire tutte le perfezioni. La fama di Donna Paola
era fondata sulle qualità intellettuali di lei, sul suo
spirito, sulla sua coltura, sulla sua scienza del mondo;
ora tu mi concederai che queste doti sono le meno capaci
di sedurre da lontano. Nondimeno io ero curioso
di conoscere questa donna, e la mia curiosità era alimentata
dall'insistenza con la quale la marchesa voleva
presentarmi e dallo strano rinnovarsi del primo
contrattempo. Tre, quattro volte ancora io mi credetti
sul punto di incontrarla, e Donna Paola rimase invisibile.
Una sera che arrivai tardi in casa della marchesa,
verso la mezzanotte, l'amica mi disse con un tono di
irritazione quasi comica: «Ma dunque lo fate apposta?...
Va via in questo momento!... Parrebbe quasi
che ne abbiate paura!...» Io provai di dimostrare la
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mia innocenza; ma la marchesa non volle sentir ragione:
«Lo fate apposta, la fuggite; non mi darete
mai ad intendere che arrivate e andate via, per puro
caso, proprio quando ella mi lascia o sta per venire!
Adesso spero che la finirete; le ho promesso di presentarvi!»
Io risposi, con un fare complimentoso che
nascondeva un certo senso di stupore: «Dica piuttosto
che ha promesso a me stesso!...» ma ella insistè: «Nossignore,
ho promesso a lei, proprio a lei, proprio
a lei;» e con un'espressione del viso che diceva molto
più delle parole, soggiunse: «Vi conosce di nome, ha
sentito parlare di voi. Vuol sapere se è vero tutto il
male che se ne dice. L'altra sera non eravate al Costanzi?
Qualcuno vi ha additato a lei...» Dopo una
breve reticenza, concluse: «Badate: le piacete!» A
un tratto la mia faccia s'imporporò, poi il sangue mi
corse tutto al cuore, e da quel momento non ricordo
più che cosa mi accadde nel resto della serata. Fu un
vero *coup de foudre*, un fulmine senza lampo — poichè
le tenebre che avvolgevano la figura di quella
donna restavano impenetrabili. Fu anche come l'ebbrezza
prodotta da un liquore dolce, un'eccitazione di
tutte le sopite facoltà del corpo e dello spirito, il
repentino sollevamento dell'anima oppressa, la rifioritura
del sorriso negli occhi, del canto sulle labbra. E
cantando i versi musicali di un Poeta come me tremante
di gioia:

   | Io sarò forse l'amante,
   | Io felice le mie notti
   | Dormirò sopra il suo cuore,

mi misi a vagare per le strade deserte, guardando il
cielo, ignaro della terra. No; io ricordo qualche cosa
di quella notte: ricordo il pianto muto e soave che
sgorgò dai miei occhi quando la gioia die' luogo alla
tenerezza, quando tutta la gratitudine della quale ero
capace esalò dal mio cuore, come un vapore d'incenso,
verso l'Ombra... E lo strano incontro di casi che m'aveva
impedito di conoscere Donna Paola si rinnovò
ancora: la marchesa partì improvvisamente per Parigi,
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chiamata da una malattia del marito; gli amici si dileguarono
a uno a uno perchè la stagione s'inoltrava;
io stesso dovetti finalmente tornare a casa. La stessa
ombra dell'ombra scomparve, io non udii più ripetere
il nome di Donna Paola; ma il sentimento destato da
quel nome sopravvisse, dolce e tenace, a lungo; e se
non potei raffigurarmi quella creatura dalla quale ero
stato pensato, alla quale pensavo, la vidi nell'anima
quale doveva essere e provai per lei la vitale dolcezza
della fede più pura. Questo è stato il mio più degno
amore.»

Ella dirà: «Se non zuppa, è pan bagnato!» Infatti
la passione dell'amico mio per una donna di cui non
aveva visto neppure la punta del naso sarà stata, secondo
egli dice, degnissima e suprema; ma difficilmente
potrà esser presa sul serio. Ma che posso io
farci, amica, se solamente gli amori che non hanno
lasciato ricordi sono ben ricordati? Oda quest'altra
storia; è un poco diversa, ma poco, in verità. E' una
confessione anonima, ma come tutte le altre autentica.

«Io conobbi questa donna da bambino, quando
avevo otto anni. Ella ne aveva il doppio di me. Bella,
bella, tanto bella che non posso dire. Udrete fra poco
quanto forte fu l'impressione che ne riportai. Aveva il
doppio dell'età mia, era una signorina. Era intimissima
della nostra famiglia, anzi mezza parente. Un
giorno, salutandoci, ci baciammo in viso. Il domani
ella mi disse, senza che altri potesse udire: «Come
fu dolce il bacio che mi desti!» Io non seppi dir
nulla e quasi non credetti alle mie orecchie; ma le
inaudite parole s'incisero nel mio pensiero, indelebilmente.
Cresciuto di qualche anno, ella soleva prendere
il mio braccio e passeggiare con me «come due sposi,»
diceva. Io non dicevo nulla, trattenevo il fiato per
paura che quella felicità finisse, e mi pareva che tutta
la bellezza fosse in lei, e tutta la dolcezza, e tutto
l'amore. La notte io la sognavo; e nel sogno, con lei,
conobbi la voluttà. C'era fra noi troppa differenza di
età perchè potessi pensare a sposarla: quando ebbi
sedici anni ella ne aveva ventiquattro. Ella mi aveva
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detto un giorno: «Ti aspetterò». Neppure allora io
avevo risposto nulla; ero bambino ancora, ella si divertiva
a giocare all'amore con un bambino. A venticinque anni
andò a marito, in un'altra città. Io che ne avevo diciassette
feci quello che fanno tutti, a diciassette anni.
E quando provai la realtà dell'amore, risi dei miei
sogni, dell'amoretto infantile. Ma accadde questa cosa:
che il sogno, di tanto in tanto, tornò: io la vedeva
in sogno, l'udivo dire arcane parole d'amore, la vedevo
offerirmisi; e tra le sue braccia incorporee io spasimavo
come non mai con le creature viventi. Alla lunga
me ne venne quasi un senso di sdegno, anzi di vergogna:
era possibile che solo un'ombra mi facesse
tanto felice? Non dovevo io essere infermo perchè
questa cosa accadesse? Pensavo, per confortarmi, che
ciò accadesse perchè le creature viventi con le quali
potevo trovarmi erano indegne; aspettavo pertanto di
avere un'amante, un'amante che fosse mia soltanto e
non già di tutti, affinchè la realtà trionfasse finalmente
del sogno. Ed ebbi l'amante e con l'anima i sensi
tripudiarono, e mi credetti guarito; ma una notte,
uscendo io dalla casa di lei estenuato dalla voluttà
e caduto pieno di sonno sul mio letto, Ella, l'Altra,
m'apparve. La sua fronte era velata dalla tristezza, il
suo sguardo era pieno di lacrime. «Tu m'hai tradito!
Hai potuto tradirmi!... Non ti rammenti più il
nostro primo bacio? Come fu dolce il bacio che mi
desti!...» Io le risposi, sentendomi struggere dal dolore:
«Tu stessa m'hai tradito, sei d'un altro, te ne
sei andata lontano...» Ella mi guardò con gli occhi
lacrimosi e stupiti. «D'un altro? Ma non sai che io
sono la sposa tua, soltanto? Non sai che mi sono serbata
a te, intatta? Non sai che tu sei il mio desiderio,
la mia speranza, il mio sospiro?...» E le nostre
braccia si strinsero, e le nostre bocche si unirono, e
io mi destai morente d'ebbrezza... Orbene: questo
sogno tornò e tornò ancora, molte volte, durante quell'amore,
durante altri amori. Tornò a intervalli or
brevi ed or lunghi, talvolta di un anno, talvolta di due;
ma quando l'ombra m'appariva e dopo che era svanita,
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io sentivo, destandomi, che quell'ombra, che quel
ricordo trionfava d'ogni realtà. Un giorno, dopo moltissimo
tempo, la rividi in persona; era una rovina,
invecchiata, disfatta, non più donna. E dopo averla
riveduta così nella vita, io la sognai ancora una volta,
più bella di prima: «Che cosa hai creduto? Guardami
bene: non sono sempre la stessa? Non sono la
tua sposa, l'amante tua unica?...» E ancora le sue
parole e i suoi atti d'amore m'inebriarono come non
mai. Ora ella è morta; intendete: ella è putrefatta
sotterra, è ridotta uno scheletro fra quattro assi marcite;
e quantunque ella sia morta, e quantunque io
stesso sia sulle soglie della morte, pure ella continua
ad apparirmi, a quando a quando, e a deliziarmi; e
oramai ho compreso: il supremo amore della mia vita
è il primo, l'amore dell'infanzia, perpetuato nella memoria,
vivificato dal sogno...»

Siamo sempre lì: ella dice che questi non sono
amori nel vero senso della parola. Ella vuole che io
le parli di gente che abbia amato creature di carne
e d'ossa, non già sconosciute o meri ricordi. E il
mio imbarazzo è troppo grande, perchè tutti gli amori
dei quali ella vorrebbe ch'io ragionassi lasciano tante
amarezze che nessuno pare da preferire ad un altro.
Senza le nequizie del tradimento, gli stessi malintesi
inevitabili, il disaccordo, lo svanire dell'illusione, il
ribadirsi d'una catena che pareva di rose ma che diventa
un triste giorno di spine, sono causa di troppa
pena. La vita è tanto malvagia e l'amore è tanto difficile,
che bisogna quasi augurarsi il caso orribile del
quale invece ci dogliamo, il caso di veder morire la
creatura amata prima di odiarla e quando il piacere
non s'è mutato ancora in disgusto... Se in questo augurio
c'è un troppo feroce egoismo, non si potrà far
altro che capovolgerlo e desiderare che la morte colga
noi stessi nella troppo rapida fase dell'amore felice.
Non sa ella del resto che questo è il voto istintivo
d'ogni coppia amante? Quasi una profetica voce ammonisca
i due amatori della caducità della loro fortuna,
quasi presaghi che questa fortuna è la massima
[pg!270]
e l'ultima ad un tempo, essi chiamano la morte, la
pregano, e sfogliando le cronache dei giornali non è
difficile trovare l'esempio di alcuni che se la sono
procurata. E se pur vogliamo lasciar da parte la
morte, vuole ella sapere quali sono gli amori migliori,
quelli dei quali serbiamo una tutta pura e tutta dolce
memoria? Sono gli amori troncati bruscamente, ma
in tempo, cioè quando ancora il verme della dissoluzione
non ha cominciato la nefanda opera sua. Quando
Carlo Landini perdette, senza saper perchè, Anna
Solari; quando la contessa Bianca des Fayolles dovè
lasciare per sempre Roberto Berni — ella forse rammenta
ancora queste antiche storie — i ricordi di
questi amori restarono nel cuore dei due uomini come
uno struggimento ineffabile, come l'aspirazione suprema,
come tutta la poesia della loro vita.

E se finalmente le risposte che le ho date finora
non la contentano, se ella vuole l'esempio d'un amore
che sia sommamente raro e ineffabile, io ho ancora
qualcosa per lei. È l'avventura della quale una sera,
a Ginevra, udii la narrazione da uno degli stessi protagonisti.
Non posso dirle i loro nomi, ma non le
sarà difficile indovinarli. Per sapere chi è l'uomo cerchi
fra gli scultori che in più fresca età sono venuti maggiormente
in fama; se vuol sapere chi è la donna,
cerchi fra la breve schiera delle scrittrici — italiane
s'intende, — di romanzi e di novelle. Lo scultore e
la novellatrice non si conoscevano ancora di persona,
vivendo in città lontane, ma molto di nome; e, senza
conoscersi e neppure prevedendo di conoscersi un
giorno, avevano pensato l'uno all'altra e l'altra all'uno.
Udendo parlare dell'ingegno della scrittrice, ed anche
della sua bellezza — ecco che ella ha indovinato
chi è — lo scultore s'era messo a pensare a lei come
a una creatura l'amor della quale doveva essere una
gran cosa. E la scrittrice, pensando all'ingegno dell'artista
ed alla sua maschia venustà — è uno dei
più belli campioni del sesso mascolino, e un'altra
volta, all'orecchio, le dirò un particolare inaudito e
quasi incredibile — s'era messa a pensare a lui con
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lo stesso sentimento fatto di desiderio. Ora un giorno,
a una festa giornalistica, a Roma, inopinatamente si
incontrarono e qualcuno fece la presentazione. Restarono
entrambi come fulminati. Tutto scomparve ai
loro occhi: la gente che li circondava, il luogo dove
si trovavano, lo scopo per il quale ciascuno d'essi era
venuto. Un impeto, un'ansia, una febbre di vedersi,
di toccarsi, di unirsi, faceva tremare i loro polsi. Egli
le disse: « Vieni?» Ed ella rispose: « Andiamo».
Uscirono; non seppero, non rammentano più come;
non dissero una parola per via. Egli la condusse nel
suo studio. E appena entrati caddero sul tappeto disteso
al suolo, avvinghiati furiosamente.

Se la nativa freddezza o l'acquisita ipocrisia suggeriscono
alle donne una resistenza che annoia ed offende
gli uomini fervidamente amanti; se la diversità
dei sessi fa che la coppia non si formi tosto; questo
accordo fulmineo, questa perfetta intesa, questa esatta
reciprocità degli impulsi sarebbero, come già dicemmo,
l'ideale. Se non che le leggi della natura non sono
arbitrarie. Ora l'amore del nostro scultore e della nostra
scrittrice è per questo il loro migliore ricordo:
perchè durò un'ora e non ebbe domani. La donna
partì quando lasciò quella casa; e i due non si sono
riveduti mai più...

[pg!273]




«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»
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   | *Cara amica mia,*

Oggi ho chiuso il mio grosso baule; domani,
all'ultim'ora, farò le valige; indi: partenza!
Riprendo il mio vagabondaggio primaverile
ed estivo; non so ancora bene quale itinerario seguirò;
ma è certo che, all'andata o al ritorno, passerò
da lei.

Quantunque io stia per rivederla, un senso di malinconia
mi occupa nell'atto di scriverle questa che è,
per l'anno corrente, l'ultima mia lettera. Tutte le fini
sono malinconiche, comprese quelle delle cose tristi.
E quando penso che, nonostante le discordie e le liti,
noi abbiamo ragionato intimamente, durante circa sei
mesi, di ciò che tanto importa al cuore degli uomini;
e che i nostri ragionamenti, senza farci mutare opinione,
ci hanno fatto molto pensare e molto ricordare;
e che pure pungendoci, noi abbiamo riso e ci siamo
commossi ad un tempo, mi duole che la nostra corrispondenza
abbia ora a mancare. Chi sa quando la
[pg!274]
riprenderemo e se la riprenderemo? Chi sa che cosa sarà
accaduto di noi, chi sa in qual altro modo penseremo
di qui ad altri sei mesi?

Il segno dell'interrogazione è il gran simbolo del
pensiero umano. L'ignoranza e il dubbio sono lo stato
abituale della nostra mente. *Forse* e *ma* sono due
grandi parole. Ella non si stupirà molto, è vero, se
col tempo, che fa mutare le idee dei saggi, io stesso
muterò di sentimento, che sono appena un dilettante?

Le asserzioni troppo rigide, le asseveranze troppo
esclusive mi pare che siano fatte apposta per provocare
le smentite e le contraddizioni. E che cosa penserà
ella quando le avrò detto che ho messo tanto
zelo nel sostenere contro di lei certi concetti, appunto
perchè ella li ribattesse più vivacemente? Dirà forse:
«L'avevo capito!...» Tutte le sentenze umane si possono
rivoltare, come un abito scolorito dalla diritta,
e fare ancora una discreta figura dalla rovescia. È
proprio per questa ragione che all'ultimo suo comandamento
di concludere, io sono dolentissimo di non
poter obbedire. Se pur ella vuole che in un modo
qualunque io le risponda, le presenterò un mazzo di
conclusioni tra le quali ella non avrà da far altro che
scegliere la più gradita. E le dirò pertanto che l'amore
sarebbe la più grande illusione se non fosse anche la
massima verità; l'origine d'ogni male e la fonte del
solo bene; la passione più forte e salda ma anche più
debole e peritura. E le dirò che questo amore importerà
più dell'amor proprio, ma che l'amor proprio
importa sopra ogni cosa. E soggiungerò che i sentimenti
dell'anima vincono gl'istinti corporali quando
questi non vincono quelli. E finalmente le concederò
che le donne amano meglio degli uomini, avvertendo
tuttavia che gli uomini amano meglio delle donne...

E non creda che, per lasciarle la bocca dolce, io le
dica queste cose scherzose. Tutte le opinioni sono legittime,
e il continuo capovolgersi di quelle che un
po' troppo arbitrariamente noi chiamiamo verità non
è tanto argomento di riso quanto di dolore. Nel momento
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che le scrivo, il miliardo e tanti milioni di
creature che popolano il mondo giudicano la vita, le
passioni, gl'interessi ed i simili in un miliardo e tanti
milioni di modi diversi; fra un'ora il loro giudizio
sarà mutato; come concludere, pertanto? Quale sentenza,
in mezzo a questo vertiginoso caleidoscopio delle
opinioni umane, sarà così larga, così profonda, così
immutabile da meritare l'universale consenso?

Quest'ansia di volere ma di non potere esprimere
l'ultima verità della vita è dolorosa; io direi anzi che
è il massimo dolore se non mi fossi vietato di formulare
sentenze. Ciascun dolore sembra massimo; e come
dice un altro motto che ha il suo lato vero: al peggio
non c'è fine. Affermò il Poeta che il dolore maggiore
è ricordarsi del tempo felice nella miseria; e infatti il
misero che rammenta la felicità perduta crede d'essere
arrivato al sommo della pena; ma il dolore di quello
sciagurato che non ha gioie neppure da rammentare
non è anche maggiore? Il bene perduto e ricordato,
mentre è un nuovo motivo di cruccio, non potrà
essere anche argomento di qualche conforto? Ed ecco,
mia cara amica, che se io non posso concludere, come
ella vorrebbe, con qualche sentenza, posso e voglio
concludere questa non breve serie di apologhi con un
apologo nuovo. Poichè ella si è degnata di dirmi che
non le dispiacciono quelle inchieste sentimentali e psicologiche
esperienze delle quali le ho riferito più volte
i risultati, eccone un'ultima!

C'erano una volta tre uomini, i quali erano giunti
tutti e tre insieme a quell'età quando il cuore ed i
sensi entrano nella calma foriera della morte. Costoro
s'incontrarono un giorno e parlarono dell'amore. Le
parole di tutti erano piene di tristezza. Un giovane
che venne a trovarli volle sapere il perchè della tristezza
loro.

— Tu vuoi sapere il perchè? — disse uno. — Odimi,
adunque!... Io fui giovane come te. La mia
fronte nuda fu già cinta di chiome! Le mie guance
rugose furono fresche e colorite! La mia persona incurvata
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e tremante già fu salda e diritta. Queste cose
sembrano impossibili, è vero? Quando noi vediamo
un bambino ci sembra che egli non debba crescere;
non pensiamo che diventerà uomo. Così quando tu
vedi un vecchio come me non ti pare possibile che sia
stato adolescente. Ebbene: tu forse hai ragione! Io
fui giovine d'anni, ma di ciò che forma l'orgoglio
della giovinezza nulla conobbi. Vedi: se io parlo con
tanta tristezza dell'amore, ciò è perchè, forse esempio
unico al mondo, o se non unico certamente rarissimo,
io non conobbi l'amore. Intendi: io non fui amato.
Dentro all'anima mia c'era la lava di un vulcano;
e non potei dire a nessuna donna una sola parola
appassionata. Quando udivo parlare delle passioni degli
altri, ne ridevo: tanto esse mi parevano scialbe
e meschine paragonatamente alle fiamme che mi struggevano.
Quando profanavo i miei sogni e le mie
speranze comprando il piacere, piangevo di dolore.
Nessuna donna avrebbe compreso di che tesori di sentimento
ero ricco? Ed aspettai, ed aspettai, ed aspettai:
invano! Mi mancò l'ardimento? Qualcosa, nella mia
faccia, negli occhi miei, dispiaceva e respingeva? Non
ti so dire. Nessuna mi amò. E io vidi il tempo trascorrere,
e come gli anni passavano la mia speranza
diveniva più tormentosa perchè tanto più difficile ne
era l'ottenimento. E fino all'ultimo, fin dopo che i miei
capelli imbiancarono e caddero, io sperai ancora, disperatamente;
quando un giorno dovetti acquetarmi nella rinunzia.
Comprendi dunque bene; aver saputo dagli
altri, aver letto nei libri, aver visto e sentito che
l'amore è la massima gioia, ciò che più piace, ciò che
più importa, e aver sperato d'amare come in sogno, e
aver perduta questa gioia prima d'assaporarla: non ti
pare che io abbia ragione d'essere triste?

Quando egli tacque disse l'altro vecchio:

— Io l'assaporai! Io conobbi l'amore, un amore
molto più bello, più grande, più forte, di quello che
i sogni rappresentarono a costui. Io fui fortunato come
nessuno al mondo mai; perchè ottenni l'amore d'una
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creatura così rara, che se l'avessi formata con le mie
proprie mani, se le avessi spirato la mia propria vita,
non avrei potuto farla migliore. Ma questo amore, che
io credetti eterno, finì; perchè niente sotto il sole è
eterno. E quando questo amore finì, io passai la mia
vita a cercarne un altro eguale, perchè senza un simile
bene non potevo più vivere — e non potei più
ritrovarlo. Come una piaga, allora, il ricordo del perduto
bene sanguinò nel mio cuore, inguaribilmente. Io
avrei dato senza esitare tutta la mia vita perchè solo
un istante di quella felicità tornasse: impossibile! Io
non vivevo più del presente ma del passato, e ogni
giorno il passato era più lontano; tendevo ad esso disperatamente
le braccia e non potevo afferrarlo. Comprendi
bene dunque, o giovane, il motivo della mia tristezza?
Avessi come costui sconosciuto la felicità! Non
la piangerei come la piango. Chi è nato mendicando si
rassegna alla sua povertà; ma chi fu già ricco come
potrà tollerare di vivere nell'indigenza?

E quando anche costui tacque, disse il vecchio che
non aveva ancora parlato:

— Tutt'altra è la ragione della mia tristezza. Io non
posso dire d'avere conosciuto l'amore nella sola speranza,
come costui che primo parlò. Io non amai neppure
una sola volta e non mi ridussi a vivere di memorie
come quest'altro. Io amai, riamai, più e più
volte, continuamente. Finito un amore un altro ne
cominciava; e prima ancora che il nuovo fosse morto
della morte naturale, io stesso lo soffocavo per assaporarne
ancora un altro. Fu soverchio ardimento?
Qualcosa nella mia faccia, negli sguardi miei attirava
e seduceva? Non so; ma quasi tutte le donne che richiesi
d'amore mi si concessero. E più amavo, più ero
ansioso d'amare; e quando la stanchezza doveva fiaccare
i miei nervi, una specie di furore li esasperava,
e nulla potè mai arrestarmi: nè le lacrime delle supplicanti,
nè le minacce delle furibonde, nè il pericolo
che io stesso correvo: il pericolo che la mia fibra e
la mia stessa ragione non resistessero allo spaventevole
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abuso. Finchè un giorno questo effetto immancabile si
produsse; e il male e la pazzia m'agguantarono stretto.
Guarii, come vedi; ma per miracolo, e forse perchè
potessi dire a te, a costoro ed a tutti gli uomini una
verità spesso intuita, ma troppo disconosciuta. Sai tu
il perchè dell'avidità, dell'ingordigia mia, dell'ansia
implacabile che mi faceva moltiplicare tumultuariamente
le prove? Ascolta, o giovane, e impara. Mi fu
troppe volte ripetuto che l'amore è l'unica cosa degna
d'essere desiderata, la sola sorgente del massimo piacere;
la più grande e la più divina delizia. E quando
io conobbi l'amore, ne godetti, sì, molto; ma paragonando
il godimento ottenuto con quello che avevo imaginato
e che m'avevano promesso, trovai che la realtà
non raggiungeva l'imaginazione; e, senza paragonare
l'aspettazione all'ottenimento, trovai che queste gioie dell'amore,
quantunque grandissime, non erano sempre e
tutte pure, e che talvolta il piacere costava troppo ed
era troppo vicino al disgusto. E allora volli riprovare,
perchè io dicevo tra me: «È impossibile che m'abbiano
ingannato! Se tutti m'han detto a una voce che
l'amore è la somma gioia e il piacere sovrano, e se io
non ho potuto confermare questo giudizio, vuol dire
che sono stato disgraziato, che sono capitato male;
bisognerà pertanto rivolgersi altrove». E ricominciai
ad amare, e poi ricominciai un'altra volta, e poi un'altra
volta ancora, sempre più scontento e sempre più
ansioso; perchè la distanza fra la promessa e l'ottenimento
invece di scemare cresceva. Ma accadeva ancora
un'altra cosa, più triste, inesplicabile e quasi diabolica:
che, quando io uccidevo uno di questi amori dei
quali ero troppo scontento e nauseato per cercare in
un altro il paradiso aspettato, allora l'amor nuovo e
attuale che doveva darmi il paradiso mi repugnava, e
il vecchio, il morto, l'amore che io stesso avevo ucciso,
risplendeva nella mia memoria, purificato, nobilitato,
così allettante come la speranza d'amare. E questo fu
ed è il maggior dolore: d'aver tanto amato senza apprezzar
mai giustamente l'amore. Perchè, o giovane,
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l'imaginazione distende nei cieli dell'anima questi miraggi,
e quando tu ti guardi intorno vedi tutto povero
e arido come in un deserto; ma se spingi dinanzi a
te lo sguardo o se ti volgi indietro, nell'avvenire o
nel passato, come costoro, tu vedi solamente spettacoli
degni. Diffida dunque delle speranze troppo grandi,
guàrdati dalle memorie troppo abbellite; e, nell'amore
come in tutta la vita, non esagerare.

|
|

.. class:: center

| FINE

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.. class:: center large

   | Opere di Antonio Fogazzaro

.. class:: noindent

| **Piccolo mondo antico**, romanzo — Ventitreesima ed. 5 —
| **Malombra** — Quattordicesima edizione 5 —
| **Il mistero del poeta**, romanzo — Quindicesima ediz. 4 50
| **Un pensiero di Ermes Torranza**, novella 1 —
| **Daniele Cortis**, romanzo — Quindicesima edizione 4 —
| **Valsolda. Poesia dispersa** — Un volume elzevir con ritratto dell'autore, in fototipia — Terza edizione 3 —
| **Eva**, poemetto — Quinta edizione 1 —
| **Miranda**, novella in versi — Un volume elzevir della *Biblioteca pergamena* — Ottava edizione 3 —
| **Un'opinione di Alessandro Manzoni — Giacomo Zanella** — Un volumetto  — 25
| **Per un recente raffronto delle teorie di S. Agostino e Darwin circa la creazione** — Sesta ediz. 2 —
| **Per la bellezza di un'idea** — Terza edizione 2 —
| **L'origine dell'uomo e il sentimento religioso** — Discorso letto in Roma il 2 marzo 1893 alla *Società per l'istruzione della donna*, presente S. M. la Regina — Un volume in-16 — Terza ediz. 3 —
| **Fedele**, ed altri racconti — Settima edizione 4 —
| **Racconti brevi** — Un volume in-16 1 —
| **Poesie scelte** — nuovissimo 4 —
|
| **Antonio Fogazzaro**, la sua vita, le sue opere, i suoi critici, di :small-caps:`Sebastiano Rumor`. — Elegantissimo volume in-16 con illustrazioni 2 —


.. class:: center small

   | *Le opere suddette rilegate in tela e oro, per dono, una lira in più.*
   | *Si accettano ordinazioni per legature speciali*
   |
   | Dirigere commiss., vaglia, domande di catalogo alla Casa Editr. *Galli* — Milano

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