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   :PG.Id: 39469
   :PG.Title: Questioni internazionali
   :PG.Released: 2012-04-17
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Francesco Crispi
   :MARCREL.edt: Tommaso Palamenghi-Crispi
   :DC.Title: Questioni internazionali
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1913
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========================
Questioni internazionali
========================

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   | :xx-large:`FRANCESCO CRISPI:`
   |
   |
   | :xx-large:`Questioni Internazionali`
   |
   |
   | DIARIO E DOCUMENTI
   | :small:`ordinati da` :smallsmcap:`T. Palamenghi — Crispi.`
   |


       *Il Cancelliere Caprivi e Crispi. — La Tripolitania
       e la Francia. — Le fortificazioni di Biserta. — Le
       relazioni italo-austriache e l'irredentismo. — Le
       relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896. — La
       Francia contro il credito italiano. — Un incidente
       italo-portoghese. — La questione balcanica. — Le
       stragi d'Armenia e il concerto europeo. — 1896.
       La crisi delle alleanze e degli accordi.*

   |
   |
   | MILANO
   | :smallges:`Fratelli Treves, Editori`
   | 1913
   | —
   | **SECONDO MIGLIAIO.**

----

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   *Proprietà letteraria. Vietate anche le riproduzioni parziali. Riservati tutti i diritti di traduzione.*

   .. vspace:: 2

   Copyright by Fratelli Treves, 1913.

   .. vspace:: 2

   Ciascun esemplare di quest'opera deve portare impresso, per incarico avuto dalla famiglia Crispi, il timbro della Società Italiana degli Autori.

   .. vspace:: 2

   :small:`Tip. Fratelli Treves.`

----

.. contents:: INDICE
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[pg!v]




AVVERTENZA.
===========


Questo volume, che fa seguito all'altro pubblicato or fa un
anno sotto il titolo di *Politica Estera*, non esaurisce la documentazione
dell'opera compiuta da Crispi nell'ufficio di Ministro
degli Affari esteri.

Su di una parte dell'attività prodigiosa di Lui ho creduto
opportuno sorvolare, su quella che spiegò a vantaggio degli
italiani dimoranti all'estero, sia proteggendoli dalle sopraffazioni,
sia moltiplicandone le scuole, sia sottraendo le missioni
cattoliche nazionali al protettorato di altra potenza. Non ho
potuto raccogliere una messe adeguata di documenti, ed anzichè
esporre incompiutamente questioni così importanti, ho
preferito, per ora, tacerne.

Sono belle pagine di energia fattiva, di alto sentimento di
dignità, di amore alla stirpe che mancano a questo libro.

Dall'elevato concetto che Crispi aveva della solidarietà patria
rampollava gagliarda la coscienza del dovere di tutela per ogni
italiano che si trovasse al di là dei confini d'Italia. E gl'italiani
lontani sentirono durante il governo di Lui di non essere
abbandonati al destino, e più vivo l'attaccamento alla loro
terra.

Le scuole nei paesi esteri, strumenti di cultura e di nazionalità,
ebbero da Crispi le maggiori cure. Le poche esistenti quand'egli
salì al potere erano affidate a Corporazioni religiose, le
quali non impartivano un insegnamento che potesse soddisfarci
e non permettevano ai nostri Consoli alcuna efficace vigilanza;
in qualche luogo, come in Tunisia, specialmente durante la primazia
[pg!vi]
del cardinale Lavigerie, erano esclusi da scuole, che si
dicevano italiane, anche i maestri italiani. Crispi le tolse alle
Corporazioni religiose che insegnavano a beneficio di una influenza
che non era la nostra, trasformandole in scuole laiche,
con metodi didattici moderni e con mezzi sufficienti affinchè in
Levante riconquistassero alla nostra lingua il primato che vi
ebbe una volta. E molte altre ne istituì *ex novo*, vincendo ostilità
d'ogni genere.

Nè trascurò nell'Oriente vicino ed estremo un altro organo
di propaganda italiana, i missionari di nostra nazione, i quali,
protetti dalla Francia quando l'Italia era divisa, dovevano poter
contare sulla loro patria unita e grande potenza. Crispi
considerando tutti i connazionali alla stessa stregua, accordò
protezione in Turchia a tutte le missioni italiane che la richiesero,
ed in Cina ottenne che non fossero ammessi i missionari
del nostro paese sprovvisti di passaporto italiano.

Ma sebbene in questo volume manchino così belle pagine,
altre ve ne sono straordinariamente interessanti nelle quali
troverà solido fondamento il giudizio definitivo sulla concezione
che Crispi ebbe della politica estera necessaria al nostro
paese e sugli accorgimenti coi quali applicò le sue idee.

Allontanato dal potere nel 1891 e nel 1896, due volte alla
vigilia della scadenza della Triplice Alleanza, Francesco Crispi
ebbe il dolore di vedere isterilire il terreno che aveva lavorato
con saldo aratro e con lena infaticata.

Ma se i frutti dell'opera di Lui non furono raccolti, se l'influenza
acquistata all'Italia fu perduta, rimarrà ad onor suo
e ad insegnamento altrui il solco profondo, nè andrà dispersa
pei silenzi della storia la voce di questo Italiano per eccellenza
che agli italiani a venire, fusi nel bronzo dell'unità e
capaci d'intendere, griderà parole di fede, di ardire, di gloria.

   | Roma, gennaio 1913.

.. class:: right

:small-caps:`T. Palamenghi-Crispi`.
[pg!1]




GERMANIA, ITALIA E FRANCIA.
===========================


[pg!3]

:small-caps:`Capitolo Primo.` — Il cancelliere Caprivi e Crispi.
================================================================


.. class:: small

Leone di Caprivi annunzia a Crispi di avere assunto la direzione degli affari
politici della Germania. — Scambio di saluti e proteste di fedeltà. — Caprivi viene
in Italia per conferire con Crispi. — Colloquii del 7 e dell' 8 novembre 1890.

.. vspace:: 2

Il 20 marzo 1890 Guglielmo II di Germania nominava Cancelliere
dell'Impero e Presidente del Ministero prussiano il generale
conte Leone di Caprivi, in sostituzione del principe Ottone
di Bismarck. Assumendo gli altissimi uffici il di Caprivi dirigeva
a Francesco Crispi, il quale dall'agosto 1887 reggeva il Ministero
degli Affari esteri d'Italia, la seguente lettera:

    [*Confidentielle*]

    .. class:: right small

    «Berlin, le 3 avril 1890.

       | *Monsieur le Président et cher collègue,*

    La volonté de mon Souverain m'a imposé la tâche
    de prendre la direction des affaires politiques de l'Allemagne
    après le plus grand ministre que ce pays ait
    jamais vu.

    Amené depuis longtemps par la logique des choses
    comme par mes inclinations à un sentiment de ferme
    sympathie pour le groupement actuel des amitiés politiques,
    je m'étais familiarisé avec l'idée d'avoir peut-être
    à defendre ce principe en soldat, le jour où la défense
    en serait devenue nécessaire.

    Mais mon Auguste Maître en a décide autrement. Il
    m'a appelé à collaborer avec les hommes d'état, qui
    [pg!4]
    ont à coeur de défendre essentiellement par des moyens
    pacifiques l'état des choses existant.

    Puisqu'il en est ainsi, je Vous prie, Monsieur le Président,
    de croire que, tant que je resterai dans ma position
    actuelle, l'Empire d'Allemagne continuera sa politique
    sincère et pacifique, sans s'écarter jamais du
    principe de rester en toute circonstance l'ami de ses
    amis. C'est là la tâche qui m'est prescrite par mon Souverain
    comme par ma conscience. A ce titre je viens
    réclamer, pour le travail en commun qui est devant
    nous, la confiance de Votre Excellence. La mienne est
    acquise de longue date au ministre éminent que ma
    patrie est heureuse d'appeler son ami.

    Je Vous prie, Monsieur le Président et cher collègue,
    d'agréer l'expression franche et cordiale des sentiments
    de haute estime de

    .. class:: right white-space-pre-line

    Votre tout dévoué
    von :small-caps:`Caprivi`.»

A questo saluto rispondeva Crispi:

    [*Confidentielle*]

    .. class:: right small

    «Rome, 7 avril 1890.

       | *Monsieur le Chancelier et cher Collègue*,

    J'ai reçu la lettre, que vous avez bien voulu m'adresser
    en date du 3 courant pour m'apprendre dans quel
    esprit vous avez accepté l'héritage du grand homme
    d'Etat, dont la volonté de l'Empereur, votre auguste
    maître, vous a donné la succession.

    Je vous remercie de la franchise cordiale avec laquelle
    vous m'avez ouvert votre pensée.

    Je connaissais en vous le vaillant soldat, le Général
    habile, l'administrateur expérimenté; je suis heureux de
    connaître l'homme politique, et de constater en lui des
    sentiments conformes à ceux qui m'animent moi-même.

    Les principes de politique générale qui vous inspirent,
    sont tels que vous pouvez compter sur mon concours
    loyal pour les faire triompher. De même qu'avec le prince
    de Bismarck, je travaillerai consciencieusement avec
    vous au maintien de la paix. Mais si, par malheur, le
    jour devait venir où l'Italie et l'Allemagne, attaquées,
    [pg!5]
    se trouvassent dans la pénible nécessité de se défendre,
    vous me verriez aussi, à l'exemple du Roi, mon souverain,
    et d'accord avec la Nation italienne toute entière,
    prêt à remplir dignement et jusqu'au bout le devoir
    qui nous serait imposé.

    C'est dans cet ordre d'idées que je me déclare heureux
    d'entrer en collaboration avec vous pour assurer,
    autant qu'il est en nous de le faire, le bonheur et la
    prospérité des deux Dynasties et des deux peuples que
    nous servons.

    Veuillez agréer, monsieur le Chancelier et cher Collègue,
    l'expression sincère et cordiale des sentiments de
    haute estime de

    .. class:: right white-space-pre-line

    Votre tout dévoué
    :small-caps:`F. Crispi`.»

Questa lettera, presentata personalmente al nuovo Cancelliere
dall'ambasciatore d'Italia, conte De Launay, fece la migliore
impressione. «Egli l'ha letta in mia presenza — scriveva il
De Launay — ed ha manifestato vivissima soddisfazione pel
suo contenuto che si accorda perfettamente col suo modo di
vedere e con gl'interessi reciproci degli Stati che formano la
Triplice Alleanza, il cui programma è diretto essenzialmente
al mantenimento della pace. Egli si è compiaciuto di osservare
che ad un *novizio* come lui in materia di politica estera era
prezioso il concorso di un uomo di Stato così illustre e sperimentato
come il primo Ministro d'Italia.»

Il generale di Caprivi era un uomo grandemente stimato in
tutta la Germania. Nella guerra franco-prussiana aveva dimostrato
scienza militare e doti eccezionali di carattere che erano
state riconosciute e premiate con la *Croce di ferro di prima
classe* e con l'Ordine *Pour le mérite*. Nella direzione dell'Ammiragliato,
assunta nel 1883, aveva reso servizi preziosi migliorando
con mezzi esigui il materiale e con tenacia prussiana
l'organizzazione della Marina da guerra.

Però, in politica il nuovo Cancelliere era una incognita. Egli
aveva certamente le sue idee, ma non le aveva mai manifestate
pubblicamente, e nei cinque anni ch'era intervenuto alle sedute
del Reichstag sua cura costante era stata quella di rimanere
fuori dalle lotte dei partiti e di tenersi sul terreno tecnico.
[pg!6]

Si può avere alta intelligenza e vasta cultura, possedere
anche facoltà d'iniziativa in taluni campi d'azione, ed essere
inadatto al governo politico. L'Imperatore, scegliendo, tra i
molti candidati alla successione di Ottone di Bismarck, il generale
di Caprivi, giuocò d'azzardo, non avendo alcun dato per
presumere che quest'ultimo sarebbe riuscito nell'ardua missione.

In luglio, il conte di Caprivi fece manifestare a Crispi il
desiderio di fargli visita in Italia. All'ambasciatore a Berlino,
De Launay, Crispi telegrafava l'11 di quel mese:

    «Il conte di Solms al suo ritorno da Berlino, portandomi
    i saluti di S. E. il conte Caprivi, mi espresse il
    di lui desiderio di venire in Italia per abboccarsi con
    me. Risposi all'ambasciatore germanico, che io era lietissimo
    del gentile pensiero del Gran Cancelliere, ch'egli
    sarebbe il benvenuto tra noi, e che io sarei fortunato di
    averlo ospite in casa mia, o qui od a Napoli, dove a
    S. E. sarebbe più comodo od opportuno.»

Si trattava di stabilire l'epoca di cotesta visita. I primi mesi
di cancellierato erano per il generale di Caprivi singolarmente
operosi, e l'allontanarsi da Berlino gli era difficile. In una lettera
del 1.º ottobre il conte De Launay riferiva a Crispi di aver
avuto un colloquio col Cancelliere, nel quale questi gli aveva
confermato

    «il suo vivo desiderio e la sua ferma intenzione d'incontrarsi
    in Italia con Vostra Eccellenza. Il ritardo è
    dovuto a circostanze estranee alla sua volontà. Sinora
    si è allontanato da Berlino soltanto per accompagnare
    l'imperatore a Narva e alle grandi manovre nella Slesia.
    Ma è tale la quantità degli affari che deve esaminare
    per adempiere nel miglior modo possibile alle sue nuove
    funzioni, che per il momento non può realizzare il suo
    progetto di un viaggio al di là delle Alpi. Egli, tra l'altro,
    non ha ancora potuto restituire le visite, fattegli
    quando assunse il potere, dai ministri della Baviera e
    del Würtemberg. Il generale di Caprivi aggiungeva che
    il ritardo involontario aveva il vantaggio di lasciargli il
    tempo per mettersi al corrente delle questioni che interessano
    i due Stati e per potere quindi meglio discorrerne
    con Vostra Eccellenza.»

[pg!7]

Crispi ritornava il 20 ottobre sull'argomento di questa visita
dopo avere ricevuto, da parte dell'Ambasciata germanica a
Roma, un'altra comunicazione analoga alla precedente:

    «Sento — scriveva al conte De Launay — che S. E. ha
    dovuto ritardare l'esecuzione del suo progetto per ragioni
    di pubblico servizio. Se le condizioni politiche dell'Italia
    e le prossime elezioni generali non esigessero la
    mia permanenza nel Regno, mi sarei avvicinato io stesso
    alla Germania ed avrei risparmiato a S. E. un incomodo
    viaggio. Il governo della cosa pubblica mi inceppa, e
    se S. E. potesse nello scorcio di questo mese o nei principii
    del novembre recarsi a Milano dove io sarei pronto
    a raggiungerla, potremmo nell'interesse delle due monarchie,
    le quali ambidue con onore serviamo, avere uno
    scambio di idee utili e prendere delle deliberazioni giovevoli
    alle due nazioni.»

Il Cancelliere germanico avendo risposto che tra il 1.º e il
10 novembre era a disposizione del suo collega italiano, questi
telegrafò il 22 ottobre al De Launay:

    «Dica al signor Cancelliere che sarò felice di riceverlo
    in Milano il 7 novembre.» [#]_

.. [#] Il viaggio del Cancelliere germanico in Italia era un attestato di considerazione
   verso il nostro paese, che ufficialmente s'identificava all'estero con la
   persona di Crispi; e, comunque si pensasse circa l'utilità per noi della Triplice
   Alleanza, il sentimento della solidarietà nazionale verso lo straniero imponeva,
   come un dovere elementare, anche ai partiti di opposizione, un'accoglienza almeno
   deferente. La passione politica però fece velo a taluni radicali, i quali manifestarono
   l'intenzione di organizzare una dimostrazione ostile. Il prefetto di
   Milano telegrafava a Crispi in data 1.º novembre:

   «Iersera alla Società Democratica, Cavallotti propose banchetto di protesta
   per la venuta di Caprivi. Discussione fu violentissima. Proposta fu combattuta
   da Mussi e da Porro e fu respinta malgrado la minaccia di Cavallotti di ritirare
   la sua candidatura da deputato.»

   Il giorno seguente lo stesso prefetto telegrafava:

   «Ulteriori sicurissime notizie mi pongono in grado di informare V. E. che
   idea banchetto protesta contro venuta Cancelliere germanico venne di Francia
   e per mezzo del S. fu affidato a Cavallotti di propagarla. Respinta da tutti....,
   Cavallotti, irritato, disse ritirare candidatura politica Collegio Milano ed è partito
   per Meina.»

   Appena ricevuto il primo telegramma, Crispi, addolorato, pensò di sottrarre
   l'ospite ad ogni impressione sgradevole e telegrafò al Comm. Rattazzi, ministro
   della R. Casa, che esprimesse al Re il suo desiderio che s'invitasse il Caprivi
   a soggiornare nella Villa Reale di Monza. Il Re consentì immediatamente, come
   si rileva dal seguente telegramma del Rattazzi, 2 novembre:

   «Ho tosto rassegnato di Lei telegramma a Sua Maestà che mi incarica dire
   che Ella ha piena facoltà di rivolgere nell'augusto suo nome invito al Cancelliere
   per offrire la ospitalità nella Villa di Monza.

   «È dispiacente S. M. delle di Lei immeritate inquietudini, soggiungendo però
   che ritiene debba riuscire assolutamente vano il tentativo villano del Cavallotti,
   che non sarà seguito dalla popolazione milanese.»

   E infatti la disapprovazione di gran parte della stessa democrazia milanese
   fece abortire ogni idea di manifestazione scortese, e il Conte di Caprivi, il quale
   naturalmente nulla seppe delle fuggevoli preoccupazioni che la sua venuta aveva
   sollevate, fu alloggiato in Milano, nell'Albergo Cavour.

[pg!8]

Il Cancelliere germanico giunse a Milano nel giorno fissato.
Fu ricevuto cordialmente da Crispi, dalle autorità e dalla popolazione
della grande città che visitò con la guida del Sindaco;
l'indomani, 8 novembre, fu invitato a Monza dal Re Umberto,
il quale dette un pranzo in suo onore e gli conferì l'ordine
supremo della Ss. Annunziata.
Il Caprivi ispirò subito in Crispi simpatia e fiducia. Aveva
statura e forme gigantesche, fisionomia severa, ma aperta,
sguardo sereno sotto sopracciglia foltissime che ricordavano
quelle di Bismarck. Dei due colloqui segreti che ebbe con
Crispi, questi conservò memoria, siccome soleva, nelle seguenti
note del suo *Diario*:

    «Dopo la colazione (una pom.) Caprivi ed io siamo
    entrati nel suo salotto per uno scambio d'idee.

    Ricordai che il 30 maggio 1892, cioè da qui a 18 mesi
    scade il trattato di alleanza delle tre Monarchie. Soggiunsi,....
    Necessario rivedere.... se vi ha altro da
    aggiungere. Dovrò credere che il governo tedesco vorrà
    rinnovare il trattato per un altro periodo di anni.

    La triplice alleanza giova ai governi che la firmarono
    ed assicura la pace d'Europa. Ora, noi essendo interessati
    alla garanzia territoriale dei tre paesi ed alla pace d'Europa,
    dobbiamo volere la continuazione dell'alleanza.

    Il conte Caprivi dichiarò che era pienamente d'accordo
    con me, e, quasi a conferma, mi strinse la mano.
    Era lieto poter essere d'accordo con me, e promise di
    occuparsi del trattato.
    [pg!9]

    Allora ricordai che al 1887, con uno scambio di note,
    avevamo associato la Spagna. Il duca di Vega de Armijo
    non curò le prese intelligenze, nè curò di alimentarle.
    Oggi essendo ritornato al potere il duca di Tetuan,
    amico nostro, bisogna ripigliare le pratiche e rendere
    più stretti i vincoli con la Spagna.

    Le tre grandi potenze alleate si devono interessare
    delle altre minori Monarchie e difenderne le istituzioni.
    Per lo che sarebbe pure necessario di trovar modo di
    comporre la vertenza tra l'Inghilterra ed il Portogallo.

    La Spagna ed il Portogallo sono minati dagli emissarii
    repubblicani, e non sono abbastanza forti per resistervi.
    Bisogna che la Spagna riordini la sua marina militare,
    e possa esserci di aiuto nel Mediterraneo e fare, quando
    ne fosse il caso, un colpo sull'Algerìa. Così il Corpo di
    esercito francese che siede colà si troverebbe impegnato.
    Inoltre un esercito spagnuolo al di là dei Pirenei e pronto
    a varcarli, immobilizzerebbe un corpo di truppe francesi.

    La propaganda repubblicana in quei paesi è attiva.
    I francesi fanno altrettanto in Italia.

    \— Non l'avrei creduto.

    \— La fanno anche in Italia, ma il nostro paese vi resiste.
    La grandissima maggioranza della nostra popolazione
    è conservatrice. Il paese è monarchico. La propaganda
    repubblicana pei francesi è una necessità. Pel
    governo di Parigi è una quistione di vita. Avvenne lo
    stesso sotto la prima repubblica. Ma allora lo stato dell'Europa
    era diverso. Non vi erano i due grandi Stati
    al di qua delle Alpi e al di là del Reno, l'Italia e la
    Germania. Bisogna dunque tenerci stretti, e difendere
    le istituzioni che ci siamo date.

    \— Sono pienamente d'accordo con V. E. e lavorerò
    insieme per la difesa dei principii monarchici.

    \— Bismarck fece delle grandi cose, e il vostro paese
    deve essergliene grato. Ma commise un gravissimo errore;
    quello di non aver favorito la restaurazione della Monarchia
    in Francia. Egli credeva che la Repubblica sarebbe
    stata rôsa dai partiti e non sarebbe stata forte
    abbastanza. Avvenne tutto il contrario; giammai la
    Francia fu forte come oggi.

    \— La stessa osservazione me la fece l'imperatore di
    Russia.

    \— Bisogna opporre alla propaganda repubblicana tutti
    [pg!10]
    i mezzi dei quali possono disporre le Monarchie. La
    Francia avrà fra breve una nuova tariffa doganale.
    Questa offenderà grandemente noi, perchè con essa potranno
    esser chiusi i mercati francesi ai nostri prodotti
    agricoli. Ne sarete colpiti anche voi. Pel trattato di
    Francoforte voi godete i beneficii della nazione favorita.
    Esiste cotesta condizione, quando esistono tariffe
    convenzionali; cessa, quando mancano i trattati. Ora la
    Francia va a denunziare tutti i trattati, e va ad applicare
    a tutte le nazioni una tariffa autonoma. È una minaccia
    di guerra, guerra economica, non meno terribile
    della guerra coi fucili e le artiglierie. Giova prepararsi
    a rispondere, ed io credo che lo si potrà. Non dico di
    fare una lega doganale fra le tre potenze alleate: questa
    non sarebbe di facile attuazione. Puossi però studiare
    un sistema di tariffe di favore mercè cui si rendessero
    più facili i commerci, più strette le relazioni. Sarebbe
    necessario che alla lega militare e politica si aggiungesse
    questa lega economica, la quale, senza offendere
    l'autonomia dei tre Stati, li rendesse talmente forti da
    resistere alla Francia. Io proporrei che i tre governi dessero
    a studiare la grave quistione ad uomini tecnici.
    Compiuti gli studii, ognuno di noi nominerebbe due
    delegati ciascuno, i quali, riuniti, concreterebbero le
    proposte che converrà tradurre in un trattato.

    \— Trovo savie le considerazioni di V. E. e farò studiare
    il grave argomento, e avvertirò V. E. dei risultati.

    La conversazione continuò su cose di minore importanza,
    e ci siamo congedati con espressioni sincere di
    cordiale amicizia.

    .. vspace:: 1

    *8 novembre.* — Alle 11 ant. il conte Caprivi viene a
    restituirmi la visita. Siamo ritornati sugli argomenti
    toccati nel colloquio di ieri.

    Biserta. Muta lo stato del Mediterraneo. Pericoli in
    caso di guerra.

    Caprivi ne comprende l'importanza. Obietta che il reclamo
    potendo condurre ad una rottura con la Francia,
    è necessario attendere. In aprile, compiendosi la trasformazione
    dei fucili, si potrà iniziare il reclamo.»

Il Cancelliere partì da Milano il 9 novembre, soddisfatto delle
accoglienze ricevute e dei risultati della sua visita. L'ambasciatore
[pg!11]
d'Italia a Berlino, tre giorni dopo, il 12 novembre,
inviava a Crispi il seguente rapporto:

    «Il Cancelliere dell'Impero è venuto a vedermi in
    questo momento. Confermandomi ciò che avevo già appreso
    ieri al Dipartimento Imp.\ :superscript:`le` degli Affari Esteri,
    egli era profondamente commosso e riconoscente per le
    bontà del Nostro Augusto Sovrano e per l'alta distinzione
    che gli fu conferita da Sua Maestà. Egli era pure
    assai soddisfatto dei colloquii avuti con V. E. dichiarandosi
    completamente d'accordo in massima sopra gli
    argomenti circa i quali vi fu scambio d'idee, tanto sotto
    l'aspetto politico, quanto sotto l'aspetto commerciale.
    S. E. si era affrettata di far rapporto all'Imperatore
    della missione compiuta. Sua Maestà Imperiale manifestò
    viva soddisfazione di constatare una volta di più.
    che le relazioni fra l'Italia e la Germania sono e resteranno
    sul miglior piede a tutto vantaggio della triplice
    alleanza e del principio monarchico. Il Cancelliere mi
    pregò di rendermi interprete dell'eccellente impressione
    riportata da questo suo viaggio e di ringraziare per tutte
    le cortesie di cui fu colmato alla nostra Corte e da V. E.
    Egli ha solo rammarico che le esigenze di servizio l'abbiano
    costretto ad abbreviare il suo soggiorno in Italia.
    Il Cancelliere si dimostrò pure assai grato dell'accoglienza
    che gli fu fatta dalla popolazione di Milano e
    dalle Autorità municipali.»

Naturalmente, della sostanza dei colloqui di Milano fu informato
il Cancelliere austro-ungarico conte Kálnoky, per mezzo
dell'ambasciatore imperiale a Roma barone de Bruck, e dell'ambasciatore
reale a Vienna, conte Nigra. Quest'ultimo telegrafava
in data 1.º dicembre:

    «Kálnoky mi ha pregato di ringraziare V. E. per la
    comunicazione da lei fatta a Bruck, i cui particolari gli
    furono confermati da Reuss e Caprivi. I due argomenti
    saranno studiati ed esaminati a suo tempo. Oggi cominciano
    le conferenze commerciali fra Austria-Ungheria e
    Germania. Da esse si vedrà se, e sino a che punto, i
    due imperi possano procedere sempre meglio d'accordo
    fra loro e preparare via a una intesa fra i tre Stati
    alleati sul terreno economico.»

[pg!12]

Tra lo stesso Conte Nigra e Crispi seguiva la seguente corrispondenza:


    .. class:: right small

    «4 dicembre 1890.

       | *Mio caro Sig. Conte,*

    Adempio con ritardo — ed ella ne comprenderà il
    motivo — alla promessa fattale con mio telegramma
    del 18 novembre da Torino.

    Nei colloquii, tenuti il 7 e l'8 novembre, Caprivi ed
    io ci siamo occupati della Triplice, tanto dal lato politico,
    quanto dal lato economico e commerciale. Siamo
    riusciti d'accordo in tutto; e parmi che basti, senza ricordare
    qui i nostri ragionamenti, scrivere per lei sulle
    varie tesi il concluso.

    Nissun dubbio che l'alleanza delle tre monarchie debba
    essere prorogata. Nissuno di noi può credere che nel
    maggio 1892 le condizioni politiche dell'Europa possano
    essere mutate. Le ragioni, per le quali il trattato fu
    stipulato al 1882 e rinnovato al 1887, è a prevedersi che
    saranno le medesime.

    Giova apportarvi qualche modificazione, e qualche
    aggiunta? È quello che si deciderà dai tre governi, i
    quali han tempo ancora a meditarvi. Una cosa intanto
    appare evidente..... Il conte di Caprivi su questo fu
    meco d'accordo.

    Fummo anco d'accordo sulla necessità di migliorare
    le condizioni commerciali dei tre Stati, stipulando dei
    favori speciali che ne rendano più facili le relazioni, e
    talmente intimi i vincoli da resistere alla guerra che
    potrebbe venirci dalla Francia, qualora la nuova legge
    doganale uscisse così aspra da quel Parlamento da non
    permetterci di venire a patti. Non una lega doganale si
    vorrebbe fra i tre Stati, ma una maggiore mitezza nei
    dazii d'importazione.

    Ciò posto, siam rimasti intesi che i tre governi metterebbero
    allo studio le varie questioni, che il grave argomento
    comprende. Quando gli studii saran terminati,
    affideremo a delegati speciali, che potrebbero esser due
    per ciascuno Stato, l'esame del problema e le proposte
    per la sua soluzione.

    Finchè la Francia è in repubblica — ed ormai questa
    forma di governo colà sembra consolidata — essa sarà
    sempre una minaccia per le monarchie in Europa. La
    [pg!13]
    Russia deve capirlo, essendo ormai Parigi l'asilo dei
    nihilisti — e le due penisole, l'Italiana e l'Iberica, lo
    sanno per la propaganda morale e gli aiuti finanziari
    dati ai partiti sovversivi dal governo del finitimo territorio.

    Noi in Italia siamo abbastanza forti: il sentimento
    monarchico nelle nostre popolazioni è profondo, e resiste
    all'apostolato rivoluzionario. Ci battiamo e non ci faremo
    vincere. Non bisogna però nascondere a noi stessi che
    il Vaticano accenna a valersi dei radicali, e si è visto
    nelle ultime elezioni. Il cardinale Lavigerie, nella sua
    nuova fase, lavora d'accordo col Papa. I cardinali in
    parte dissentono, ed anche il clero francese non è compatto;
    ma ignoriamo quello che ne potrà avvenire più
    tardi.

    Le monarchie pericolanti sono la portoghese e la spagnuola,
    e la prima più della seconda. Ove esse cadessero,
    e a Lisbona e Madrid la repubblica fosse proclamata,
    nissun dubbio che codesto sarebbe il principio
    di una trasformazione politica, che la Francia è interessata
    ad apportare in Europa. I tre governi alleati
    dovrebbero meditare sul possibile avvenimento, comunicarsi
    le loro idee, ed agire, ove d'uopo, nelle vie diplomatiche.

    Il conte di Caprivi si disse convinto di ciò, e promise
    di procedere d'accordo.

    Stabiliti gli argomenti che importa meditare e determinati
    i criterii secondo i quali i governi delle tre monarchie
    alleate dovrebbero condursi, resta a Lei, signor
    conte, di ragionarne con codesto ministro degli affari
    esteri, prendere con lui gli accordi necessarii, e manifestarmi
    le sue intenzioni. La lunga esperienza dell'E. V.
    supplirà alle lacune che può presentare questa mia lettera,
    affinchè si possano raggiungere gli scopi che io mi
    son prefisso, e nei quali è consenziente il Cancelliere
    germanico.

    E dopo ciò accolga i miei più cordiali saluti.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Devotissimo
    :small-caps:`F. Crispi.`»

[pg!14]


    .. class:: right small

    «Vienna, 10 dicembre 1890.

    .. vspace:: 1

    Le confermo mio precedente telegramma. Esposi a
    Kálnoky il contenuto della lettera. Egli d'accordo in
    massima con V. E. e Caprivi,....

    Quanto alle questioni commerciali prevede un intoppo
    nell'articolo XI del Trattato di Francoforte. [#]_ Chiede
    tempo per studiare le due questioni. Intanto si vedrà
    fra non molto su quali basi si potranno fare concessioni
    commerciali fra l'Austria-Ungheria e la Germania,
    il che faciliterebbe la soluzione anche per l'Italia. Nell'esame
    delle due questioni Kálnoky apporterà vivo desiderio
    d'accordo completo. Divide poi l'opinione di
    V. E. sulla convenienza di una direzione diplomatica
    uniforme per la difesa delle istituzioni monarchiche.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra.`»

.. [#] *Art. XI del trattato definitivo di pace concluso a Francoforte sul Meno
   il 10 maggio 1871 tra l'Impero di Germania e la Repubblica francese (Scambio
   delle ratifiche. Francoforte, 20 maggio):*

   «Les traités de commerce avec les différents États de l'Allemagne ayant été
   annulés par la guerre, le gouvernement français et le gouvernement allemand
   prendront pour base de leurs relations commerciales le régime du traitement
   réciproque sur le pied de la nation la plus favorisée.

   Sont compris dans cette règle les droits d'entrée et de sortie, le transit, les
   formalités douanières, l'admission et le traitement des sujets des deux Nations,
   ainsi que de leurs agents.

   Toutefois, seront exceptées de la règle susdite les faveurs qu'une des parties
   contractantes, par des traités de commerce, a accordées ou accorderà à des États
   autres que ceux qui suivent: l'Angleterre, la Belgique, les Pays-Bas, la Suisse,
   l'Autriche, la Russie.

   Les traités de navigation, ainsi que la Convention relative au service International
   des chemins de fer dans ses rapports avec la douane, et la Convention
   pour la garantie réciproque de la propriété des oeuvres d'esprit et d'art seront
   remis en vigueur.

   Néanmoins, le gouvernement français se réserve la faculté d'établir sur les
   navires allemands et leurs cargaisons des droits de tonnage et de pavillon, sous
   la réserve que ces droits ne soient pas plus élevés que ceux qui grèveront les
   bâtiments et les cargaisons des nations susmentionnées.»
..


    [*Telegramma*]

    .. class:: right small

    «Roma, 15 dicembre 1890.

    .. vspace:: 1

    Il barone de Bruck mi ha letto una nota del conte
    Kálnoky con la quale dichiara che il ministro austriaco
    [pg!15]
    è meco d'accordo in tutte le quistioni le quali furono
    oggetto del colloquio col conte Caprivi e che riassunsi
    a Lei con mia particolare del 4 corrente. Chiede intanto
    che io concreti le mie idee sulle modificazioni alla convenzione
    del 1887, il che sarà fatto.

    Discorrendo col Bruck intorno al miglioramento delle
    relazioni commerciali ed economiche, si cadde d'accordo
    sulla necessità della proroga, di un anno almeno, del
    diritto alla denunzia del trattato 7 dicembre 1887, affinchè
    le due parti avesser agio a studiare la grave
    quistione. Bruck scrive oggi stesso a cotesto scopo a
    Kálnoky affinchè fosse autorizzato ad uno scambio di
    note. Voglia parlargliene e fare le debite sollecitazioni,
    stringendo il tempo e dovendo io rispondere ad interpellanze
    parlamentari sull'argomento.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..

    [*Telegramma*]

    .. class:: right small

    «Vienna, 16 dicembre 1890.

    .. vspace:: 1

    Ho vivamente impegnato Kálnoky allo scambio di
    note per proroga di un anno del diritto di denunzia del
    trattato di commercio. Kálnoky consente pienamente
    con V. E.; ha subito telegrafato a Pest ed ha fatto la
    proposta al Ministero austriaco d'agricoltura e commercio.
    Egli crede che non vi sarà ostacolo, ma forse bisognerà
    sottomettere scambio di note alla sanzione del
    Parlamento, che secondo Kálnoky potrebbe essere data
    anche dopo il dicembre.

    Kálnoky mi ha promesso che non porrà indugio alla
    soluzione ed io lo solleciterò più che posso.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

[pg!16]




:small-caps:`Capitolo Secondo.` — La Tripolitania e la Francia.
===============================================================


.. class:: small

La Triplice Alleanza e gl'interessi italiani nel Nord-Africa. — La Francia sulla
frontiera tripolo-tunisina sino al 1890. — Una memoria del generale Dal Verme
sul confine storico tra la Tunisia e la Tripolitania. — L'accordo anglo-francese
del 5 agosto 1890. — Rimostranze di Crispi presso il governo inglese. — Nota di
Said pascià su l'*hinterland* tripolitano. — Come si potevano impedire le ulteriori
usurpazioni della Francia. — Crispi e il governo francese; questo nega di aver
delle mire sulla Tripolitania. — Una nuova carta francese dell'Africa. — Dichiarazioni
del ministro Ribot alla Camera. — Protesta di Crispi. — Stato della questione
al 1894. — La convenzione franco-germanica. — La Francia tenta avanzarsi
nel Sudan egiziano. — Fascioda. — Nuovi accordi anglo-francesi a danno dell'*hinterland*
tripolitano. — L'Italia rinunzia senza compensi ai suoi diritti in
Tunisia. — L'accordo franco-italiano del 1902. — L'opera di Crispi nel Marocco. — L'occupazione
italiana della Tripolitania e un cattivo presagio.

.. vspace:: 2

Dai documenti che precedono — i quali, per quanto si riferisce
alle precise stipulazioni della alleanza dell'Italia con la
Germania e con l'Austria, sono necessariamente reticenti, un
dovere elementare vietandoci di rivelare segreti di Stato — si
deduce tuttavia quali fossero, alla fine del 1890, gli obiettivi
della politica estera di Crispi. Il trattato d'alleanza non era
lontano a scadere; l'esperienza aveva dimostrato che se esso
garentiva la pace, l'Italia era esposta per questo beneficio comune
alle tre potenze, a sopportare da sola i danni della guerra
accanita che la Francia le faceva nel campo economico e,
fuori d'Europa, anche nel campo politico. La teoria che i rapporti
economici e i rapporti politici non debbano influirsi scambievolmente,
non poteva convenirci perchè era innegabile che
a cagione dell'alleanza noi subivamo danni ingenti dalla ostilità
francese, con la rottura delle relazioni commerciali e coi colpi
incessanti al nostro credito internazionale.
[pg!17]

Crispi aveva dimostrato al Cancelliere germanico che le
grandi alleanze politiche non possono essere limitate a categorie
d'interessi e che il trattato della Triplice per arrecare
tutti i suoi benefici doveva comprendere, oltre la garenzia territoriale,
la difesa d'ogni interesse essenziale di ciascuno degli
alleati nelle complesse relazioni della vita internazionale. E il
generale Caprivi aveva aderito a tali vedute e domandato che
il ministro italiano concretasse le sue proposte.

Ma l'argomento sul quale Crispi richiamò più vivamente
l'attenzione del suo collega, come quello che racchiudeva un
pericolo imminente e grave per l'Italia, fu la condotta della
Francia nel Nord-Africa.

Crispi aveva nei mesi precedenti denunciato ai gabinetti di
Londra, Berlino e Vienna il progetto francese di convertire
nell'annessione il protettorato sulla Tunisia, ed era riuscito a
promuovere le rimostranze delle tre Potenze a Parigi contro
quel progetto. [#]_ Ma egli non s'illudeva sulla efficacia duratura
di una pressione diplomatica e cercò di giovarsi senza indugio
di questa per ottenere dalla Francia una maggiore considerazione
degli interessi italiani. Posto che prima o poi la Francia
si sarebbe resa padrona della Tunisia, Crispi pensò di trarre
vantaggio da un evento ineluttabile, transigendo sui diritti garentiti
dai trattati che l'Italia vantava nell'antica Reggenza.
Il compenso non poteva essere che il dominio italiano sulla
Tripolitania.

.. [#] Cfr. Francesco Crispi: *Politica Estera*, Cap. XII.

Le difficoltà però non erano lievi. I francesi aspiravano essi
a estendersi ad oriente. Come avevano occupato la Tunisia col
pretesto di assicurarsi il pacifico possesso dell'Algeria, l'occupazione
della Tripolitania avrebbe dovuto assicurare il possesso
della Tunisia, e l'impero francese nel Mediterraneo sarebbe
stato un fatto compiuto. Le prove che queste aspirazioni imperialistiche
erano entrate nel programma positivo del governo,
non mancavano.

L'accordo anglo-francese, che porta la data del 5 agosto 1890,
per la delimitazione delle sfere d'influenza della Francia e
dell'Inghilterra in Africa, dimostrò chiaramente il piano della
Francia d'insignorirsi dell'*hinterland* della Tripolitania. Quell'accordo
[pg!18]
rappresentò il corrispettivo che l'Inghilterra dava
alla Francia pel riconoscimento che questa faceva del protettorato
inglese sullo Zanzibar — e fu ventura che lord Salisbury
resistesse alle pretese francesi di concessioni a Tunisi.
Probabilmente il Primo ministro della Regina avrebbe ceduto
se Crispi, appoggiato dalle Cancellerie di Berlino e di Vienna,
non avesse fatto a Londra vive rimostranze. Egli fece dire al
Salisbury

    «che il governo del Re, nelle varie occasioni presentatesi
    per discorrere delle cose di Tunisi fra Roma e Londra,
    credeva essersi accorto che nel gabinetto inglese
    esistesse una tendenza a fare delle concessioni alla
    Francia a scapito d'interessi italiani che l'Italia riteneva
    comuni coll'Inghilterra e sui quali nè il governo
    italiano intendeva transigere, nè l'opinione pubblica lo
    avrebbe permesso; che, in conseguenza di ciò, era nell'interesse
    del mantenimento e sviluppo delle intime relazioni
    fra i due paesi, sul quale riposava principalmente
    la pace europea, che l'Italia doveva far conoscere al
    governo inglese che non sarebbe disposta a seguirlo in
    una via che conducesse a modificare politicamente o
    materialmente lo *statu-quo* nella Tunisia a favore della
    Francia.»

Allorquando la Francia occupò la Tunisia, nel 1881, la linea
frontiera fra la Tripolitania e la Reggenza di Tunisi passava
ad ovest della baia di El Biban, sul mare. Se ne ha facilmente
la prova consultando le carte francesi più autorizzate, quella
dei Signori Prax e Renou, e quella del «dépôt de la guerre»
con le osservazioni del capitano di vascello Falbe. L'occupazione
francese non era ancora un fatto compiuto che l'attenzione
dell'esercito d'occupazione si volgeva verso la frontiera
tripolitana.

Durante i mesi di agosto e settembre 1881, tre spedizioni
militari si diressero simultaneamente verso il sud-est tunisino.
I generali Logerot, Philibert, Jamais comandavano i tre corpi
di spedizione. Il primo aveva ai suoi ordini circa 13000 uomini.
La sua marcia non fu scevra di difficoltà; fu ostacolata presso
Fum-el-Bab dalla tribù degli Slass, ma dopo un combattimento
vittorioso il generale Logerot arrivò a Gafsa e la occupò. Da
[pg!19]
Gafsa cotesto generale si diresse verso Gabes, dove ebbe luogo
la riunione dei tre corpi di spedizione. Egli percorse tutto il
sud della Tunisia, senza tuttavia — cosa importante a rilevarsi — oltrepassare
lo Uadi-Fessi.

In seguito a questa spedizione, le tre grandi tribù tunisine
degli Slass, Hamamma, Beni-Zid con altre dissidenti delle vicinanze
di Sfax, complessivamente circa 260000 persone, passarono
sul territorio tripolitano sotto il comando supremo di
Ben Khalifa, il capo che aveva organizzato la difesa di Sfax.
Cotesti ribelli costituivano, presso la frontiera tunisina, un focolare
permanente di rivolte e di torbidi.

Il governo francese si preoccupò di questo pericolo e tutti
i suoi sforzi furono da allora diretti a favorire la pacificazione
dei ribelli e il loro ritorno in Tunisia. Il Console Generale di
Francia a Tripoli, Féraud, e il generale Allegro, soprannominato
Jusef Negro — che i francesi avevano fatto nominare dal
Bey governatore della provincia di Arad in ricompensa dei servizi
resi nel tempo dell'occupazione — si adoperarono a raggiungere
tale risultato, e a poco a poco vi riuscirono.

Nel mese di aprile 1885, il Féraud era sostituito a Tripoli
dal Destrées, il quale continuò a seguire la linea di condotta
del suo predecessore e facilitò il ritorno in Tunisia degli ultimi
dissidenti.

In grazia di questo felice risultato la Francia poteva oramai
avanzare verso l'Est.

Nel mese di maggio del 1885 il Ministro residente di Francia
a Tunisi, Cambon, visitò il sud della Tunisia. Oltrepassando
la frontiera egli si avanzò sino all'Oglad Djemilia. Più tardi,
nel mese di luglio del 1887, egli dichiarò al nostro ministro a
Madrid, marchese Maffei, che quell'escursione gli aveva permesso
di convincersi che la vera frontiera della Tunisia è l'Uadi-Mochta.
Il nome del largo torrente al quale il Cambon dava il
nome di Uadi-Mochta era stato sino allora quello di Uadi-Sigsao,
mentre in arabo «mochta» significa «frontiera».

Nel mese di ottobre 1886 tre navi francesi si presentavano
sulla costa tripolina fermandosi presso il capo Macbes, donde
cominciarono a fare i rilievi delle coste vicine. Il governatore
generale di Tripoli, avvertito, inviò sui luoghi una corvetta
turca sotto gli ordini del comandante la stazione marittima di
[pg!20]
Tripoli. Cotesto ufficiale superiore chiese al comandante francese
con qual diritto e con quali intenzioni procedesse ai rilievi
di una costa appartenente alla Turchia. Il comandante francese
eccepì la propria ignoranza: egli credeva di rilevare una costa
tunisina, della quale doveva fare la carta idrografica. Il turco
avendo insistito nell'affermazione che la costa era tripolitana,
le navi francesi si ritirarono, lasciando tuttavia eretta, a Ras
Tadjer o Adjir, una colonna in muratura. Il Console Generale
di Francia, signor Destrées, poco dopo si presentò al Governatore
Generale di Tripoli e gli chiese per quali motivi il
Comandante turco avesse imposto al Comandante francese di
allontanarsi dal capo Macbes. Il Governatore Generale dette
le spiegazioni richiestegli, alle quali il Console di Francia
oppose che la proprietà del punto del quale si trattava era
dubbia.

Nel mese di dicembre 1887, il Bollettino della Società di
Geografia di Parigi annunciava che un accordo era stato concluso
tra la Turchia e la Francia per la delimitazione della
frontiera tripolo-tunisina, e che la nuova frontiera era portata
a Ras Tadjer, a 32 chilometri al di là dell'antica demarcazione.
Il Governo del Re comunicò immediatamente questa notizia
all'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, Blanc, il quale si
recò tosto dal Gran Visir. Il Gran Visir smentì perentoriamente
l'esistenza della pretesa convenzione e dichiarò inammissibile
che la Turchia, la quale non riconosceva il protettorato francese
sulla Tunisia, potesse entrare in *pourparlers* colla Francia circa
una delimitazione della frontiera tunisina. L'indomani il Sultano
faceva al barone Blanc una dichiarazione non meno categorica:
Sua Maestà assicurava che non avrebbe tollerato nè
lo spostamento della frontiera, di cui parlava il Bollettino
della Società francese di Geografia, nè alcun accordo che potesse
implicare il riconoscimento del protettorato francese a
Tunisi. Secondo il Sultano, gl'intrighi e le informazioni francesi
non avevano altro scopo che quello di spingere l'Italia a
impegnarsi in una «questione tripolitana».

Le medesime notizie continuavano a stamparsi sui giornali e
l'ambasciatore italiano a Costantinopoli insistè di nuovo presso
la Sublime Porta e ottenne da Said pascià, allora Gran Visir,
che l'ambasciatore del Sultano a Parigi, Essad pascià, fosse
[pg!21]
incaricato di chiedere al governo della repubblica il richiamo
del generale Allegro e la smentita categorica di qualsiasi modificazione
di frontiera.

Verso la stessa epoca il Governo ottomano aveva deciso di
cacciare dalla Tripolitania la frazione degli Uargamma, che
erasi stabilita nella regione situata tra le antiche frontiere della
Tunisia, regione denominata Giufara el Garbia e che è tra le
più fertili e le più ricche di pascoli della Tripolitania. La presenza
di cotesti tunisini nel territorio tripolitano poteva fornire
alla Francia un pretesto per pretendere che cotesto territorio
appartenesse alla Reggenza di Tunisi, dacchè una tribù tunisina
vi si era pacificamente stabilita e vi faceva atto di proprietà.

Una spedizione partì da Tripoli sotto gli ordini del generale
di brigata Mustafà pascià. Il corpo di spedizione si componeva
di 1400 uomini, dei quali 800 di fanteria, 320 cavalieri, il resto
di artiglieria. Ma si arrestò a Zuara e non andò oltre. Il generale,
a mezzo d'intermediarii, fece intimare ai capi degli
Uargamma l'abbandono del territorio abusivamente occupato,
concedendo loro di stabilirsi, se lo volessero, nelle grandi Sirti.
Gli Uargamma, poco curandosi della intimazione ricevuta, si
stabilirono in parte a Gibel Nalut, in parte a Djemilia, restando
così sul territorio tripolitano.

Il Console di Francia a Tripoli, avvertito ufficialmente della
spedizione dal valì, si affrettò a informarne il Residente francese
a Tunisi. Una commissione composta del segretario generale
della Residenza e del segretario francese per gli affari
indigeni, partì tosto su di una nave da guerra per raggiungere
a Zarzis il generale Allegro che l'aveva preceduta. Costui, sulla
fede di informazioni inesatte, ovvero con lo scopo di prevenire
un fatto possibile, aveva avvertito il Destrées di una pretesa
marcia di Mustafà pascià sopra Djemilia. Il Console si presentò
al valì e non senza emozione, vera o finta, gli domandò se la
notizia fosse esatta. Aggiunse che Djemilia apparteneva alla
Tunisia e dichiarò che qualsiasi altro tentativo da parte della
Turchia sarebbe stato considerato dalla Francia come un *casus
belli*. Il valì, intimidito, si affrettò a rassicurare il signor Destrées
circa la falsità della notizia, affermando tuttavia nuovamente
i diritti incontestabili della Turchia su Djemilia, come
appartenente alla tribù tripolitana degli Huail.
[pg!22]

Il 31 dicembre 1887 l'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli
interrogò di nuovo il gran visir per conoscere con precisione
le intenzioni della Turchia. In un promemoria mandato a Photiadès
pascià, ambasciatore del Sultano a Roma, la Sublime
Porta spiegò le sue vedute. L'ambasciatore italiano aveva fatto
osservazioni su quattro punti:

1. La Porta, malgrado le macchinazioni francesi, non aveva
occupato l'antica linea di confine della Tripolitania, nè aveva
inviato colà degli ufficiali commissari;

2. La Porta non aveva domandato la sconfessione ufficiale
e pubblica delle carte dello Stato maggiore francese;

3. La Porta non aveva dichiarato pubblicamente che il territorio
ad est di El-Biban era e resterebbe tripolitano;

4. La Porta non aveva domandato l'allontanamento del
generale Allegro, sebbene suggerito dal valì.

Il governo ottomano rispose che non sapeva spiegarsi la
prima osservazione, giacchè le autorità imperiali della provincia
non avevano giammai abbandonato un solo dei punti posti
sotto la loro amministrazione, la qual cosa rendeva inutile
l'invio sui luoghi di commissari speciali.

In secondo luogo il governo ottomano aveva creduto superfluo
domandare la sconfessione ufficiale e pubblica della
carta dello Stato maggiore francese, dopochè il Ministero
degli Affari Esteri di Francia, precedentemente interpellato,
aveva dichiarato di ignorarne l'esistenza (!) e aveva soggiunto
che, se anche tale carta fosse esistita, essa non avrebbe avuto
valore che dal momento in cui i due governi ne avessero approvato
il tracciato, dichiarazione questa della quale la Porta
aveva preso atto.

Sul terzo punto la Porta rispose di aver fatto smentire dai
giornali di Costantinopoli l'esistenza della convenzione di delimitazione
menzionata in uno dei bollettini della Società geografica
di Parigi, e che i giornali francesi stessi avevano pubblicato
un comunicato di smentita di tutte le voci lanciate
circa negoziazioni che su quell'argomento avrebbero avuto
luogo tra la Francia e la Sublime Porta. Vi era stata altresì
una promessa che il bollettino successivo della Società avrebbe
contenuto una rettifica.

Finalmente per l'allontanamento del generale Allegro, la
[pg!23]
Porta assicurava di averlo domandato, senza tuttavia dare un
carattere ufficiale alle comunicazioni fatte a Parigi, non potendo
riconoscere lo stato di cose creato in Tunisia dall'occupazione
francese.

In conclusione, la Turchia rivendicava come tripolitano il
territorio ad est di El Biban, ossia manteneva l'antico confine.

Nel 1888, dopo la spedizione turca, il resto dei rifugiati
tunisini in Tripolitania ritornava in Tunisia.

La Francia si mise allora a fortificare il Sud della Tunisia,
ossia Zarzis, Matamma, Tatauin, Duirat, dopo aver portato
l'effettivo di Gabes a 2650 uomini e inscritto nel bilancio tunisino
una somma di circa 900 000 franchi per le fortificazioni
delle prime tre località suindicate.

Verso la fine del 1887 il giornale officioso della Residenza,
*La Tunisie*, pubblicava un comunicato ufficiale circa le frontiere
della Tunisia. In esso era detto che l'Italia «aveva sollevata
una questione di rettificazione della frontiera tripolitana
e parlato di negoziati aperti con la Porta, sotto pretesto di non
lasciar distruggere l'equilibrio del Mediterraneo, ma in realtà
perchè l'Italia, precocemente forse, considerava la Tripolitania
come sua propria». Era necessario, dunque, descrivere esattamente
la frontiera tripolitana; la quale, secondo *La Tunisie*,
partendo dal mare, era nettamente stabilita col Mochta e lo
Chareb Saonanda, sino all'Oglat-ben-Aisar, da una linea che
parte da questo punto, passa per ben-Ali-Marghi e quindi al
nord di Uessan, e in fine dall'Ued Djenain, che si perde nel
Sahara.

Il comunicato continuava così:

«È noto quanto i turchi siano gelosi della difesa del territorio
tripolitano; ora, i loro forti sono tutti al sud di questa
linea che i soldati turchi non oltrepassano mai e sulla quale
essi consegnano alle autorità tunisine i dissidenti che rientrano.
Tale frontiera, del resto, conquistata or sono quattro secoli
dagli Uargamma sugli Uled-Debbar, è stata consacrata verso
il 1815 da un trattato intervenuto tra la Reggenza di Tunisi
e la Porta. Salem Ben Odjila, capo degli Uderna, possiede altresì
un atto recante i sigilli dei magistrati tunisini e tripolitani,
nel quale è descritta dettagliatamente la frontiera da noi
indicata. Quest'atto rimonta alla fine del secolo scorso. Il viaggiatore
[pg!24]
Barth nel 1849 dà ugualmente il Mochta come limite
della Tunisia e della Tripolitania.

«Ricorderemo il viaggio fatto nel 1886 dal signor Cambon
in compagnia del signor Fernand Faure, deputato, e del comandante
Coyne. L'esercito stesso il quale, ingannato al momento
dell'occupazione, si era arrestato all'Ued-Fessi, non tardò
a sapere dagli stessi indigeni che la vera frontiera doveva essere
riportata ad una trentina di chilometri più al sud.

«La Turchia non avendo giammai contestato cotesta frontiera
alla Reggenza, ha fatto smentire l'accordo franco-turco
del quale si è parlato alla Camera italiana. Non vi era materia
a negoziati, nè ad accordo su di una questione che non è contestata
e che soltanto gl'italiani han cercato di far nascere.

«E affinchè l'opinione pubblica non sia traviata terminiamo
dicendo che si lavora all'organizzazione militare e amministrativa
della suddetta regione-frontiera. Lo stabilimento di posti
militari su cotesto territorio, garentendone la sicurezza, avrà
altresì il vantaggio di porre i possedimenti francesi al riparo
da ogni cupidigia nel caso in cui una potenza Europea si stabilisse
in Tripolitania.»

È facile rilevare gli errori di questo comunicato. In esso è
affermato che la Turchia non aveva mai contestato alla Reggenza
la frontiera del Mochta, e qui sopra abbiamo riferito il
linguaggio tenuto dal Sultano e dal suo Gran Visir all'ambasciatore
d'Italia. Vi si parla di un trattato del 1815, che non
è mai esistito e che non era neppur possibile, poichè la Porta
non occupava allora la Tripolitania, dove regnò la dinastia dei
Karamanli sino al 1835; e l'atto recante i sigilli degli Sceicchi
degli Uderna non esiste, o se esiste non può essere che falso.
Quanto al Mochta, che il viaggiatore Barth vide nel 1849, non
può trattarsi dello *chott* al quale i francesi hanno attribuito
quel nome, mentre esso è stato sempre precedentemente chiamato
Uadi-Sigsao; era (e il Barth lo dice chiaramente) un
pendìo leggero ch'egli vide a due ore dalle rovine di El Medeina,
e quindi molto avanti l'Uadi-Sigsao. Dal punto dove
arrivò gli sarebbe stato difficile scorgere lo *chott* ora chiamato
Mochta dai francesi, poichè si tratta di un bassofondo situato
a circa trentacinque chilometri dalle suddette rovine.

Al principio del 1887, dopo il ritiro di Mustafà pascià, la
[pg!25]
Turchia cominciò a ritirare le sue guarnigioni dalla frontiera
ovest. Richiamò da Remada, punto importante incluso nella
nuova demarcazione tunisina, i venticinque uomini che vi teneva.
Fece lo stesso per la guarnigione di Kasr-Fazua, presso il capo
Tadjer, la quale si ritirò nel forte di Bu-Kammech. Anche la
guarnigione di Zuara fu diminuita di 400 uomini. Cosicchè la
Turchia non solamente s'indebolì sulla frontiera minacciata,
ma cedette volontariamente e di fatto i territori che poco prima
rivendicava in diritto.

Il rimanente del 1887 e il 1888 passarono senza fatti notevoli;
non vi furono che delle razzie fra tribù tripolitane e tunisine.
Nulla faceva presagire altri cambiamenti, quando nel
mese di febbraio del 1890 il Console italiano a Tripoli venne a
sapere che alcune tribù del caimacanato di Nalut, dette Oglad
Dahieba, avevano inviato dei commissari al valì per reclamare
protezione contro nuove invasioni dei francesi. Alcuni *spahis*
francesi erano comparsi sul loro territorio e l'avevano dichiarato
appartenente alla Tunisia; quindi, avevano voluto obbligarli
a pagare le decime al Bey, cessando di pagarle alla
Turchia. Secondo le stesse informazioni il governatore generale
aveva dichiarato ai capi di coteste tribù che si trattava di una
questione da discutere tra Francia e Turchia e che essi non
avevano a preoccuparsene. E aveva finito con l'invitarli a ritornare
nel loro territorio senza comunicare ad alcuno il reclamo
che avevano fatto.

Tali prime informazioni furono in parte confermate, in parte
modificate in seguito. Realmente, nel mese di maggio di quell'anno
il valì, alle interrogazioni del console generale d'Italia,
aveva risposto che due o tre mesi prima nella parte del territorio
tripolitano che era in contestazione (il valì ammetteva
l'esistenza di una contestazione) i francesi avevano obbligato
un arabo tripolino il quale aveva seminato un campo, a esibire
il suo titolo di proprietà (*hoget*). Essi avevano affermato che, conformemente
alle loro carte geografiche, quel territorio apparteneva
alla Tunisia. L'arabo avendo ottemperato alla loro domanda
e presentato il suo *hoget*, i francesi se n'erano impadroniti
e non avevano voluto renderglielo. Venuto a conoscenza
del fatto, il governatore, per evitare che si rinnovasse, aveva
chiamato i capi della tribù cui apparteneva il coltivatore tripolino,
[pg!26]
e li aveva invitati a recargli i documenti attestanti i loro
diritti di proprietà. Venuto in possesso di quei documenti, il
valì ne aveva fatto fare delle copie che aveva rimesse ai proprietari,
e aveva trattenuto gli originali. Il governatore dichiarò
altresì che una tribù tripolitana, stabilita da circa 60 anni in
Tunisia, l'aveva fatto pregare per il rilascio di una dichiarazione
dalla quale apparisse che essa era originaria di Tripoli
e, in conseguenza, non obbligata a pagare le decime al Bey.
Aveva risposto di non poter consentire a tale domanda e invitato
la tribù a ristabilirsi sul territorio tripolitano.

Contemporaneamente il valì aveva informato il console generale
d'Italia che i francesi avevano anche tentato di guadagnare
alla loro causa i Tuaregs, di averli incitati ad avvicinarsi
a Gadames, e ad annettersi il territorio che, per effetto della
nuova frontiera, si estende dall'Algeria da una parte, e la Tripolitania
dall'altra, sino alla Tunisia. Nei loro intrighi i francesi
erano aiutati dalla tribù algerina degli Sciamba.

Questi furono i fatti riferiti dal valì, dai quali si desume che
la Turchia, o almeno il suo rappresentante a Tripoli, ammetteva
che vi fosse contestazione su di un territorio dalla Sublime
Porta e dal Sultano dichiarato appartenente alla Turchia,
e che il valì riconosceva che potessero esistere dei diritti della
Tunisia su territorii situati all'ovest dell'Uadi-Sigsao, che i
francesi volevano chiamare Mochta.

Un altro fatto non deve passarsi sotto silenzio. Nel mese di
novembre del 1888, la Francia fece in modo che la tribù tunisina
degli Akkara si stabilisse a Djemilia. Circa cento tende di
cotesta tribù rimasero durante un mese in quella località. Evidentemente
si voleva creare uno stato di fatto per potere, a
momento favorevole, rivendicare la proprietà di quel territorio
e occuparlo facilmente. La Turchia non protestò, nè sollevò
obbiezioni.

Mentre la questione della frontiera tripolo-tunisina era allo
stato acuto e l'Italia ne informava le potenze interessate, una
rivoluzione scoppiò nel territorio di Ghat. Essa venne suscitata
da un preteso sceriffo che si disse francese, non avendo punto il
tipo arabo, e che il pascià di Tripoli ritenne per un emissario del
governo della Repubblica. Lo sceriffo predicava la guerra contro
i turchi e contro i francesi. I Tuaregs si ribellarono contro i
[pg!27]
turchi, occuparono Ghat, uccisero il caimacan, imprigionarono
il cadì. Quaranta soldati della guarnigione perirono combattendo;
gli altri furono passati per le armi. Il governo dei
Tuaregs a Ghat si sostenne per poco, ossia sino a quando il
governatore di Tripoli inviò in quella città, come governatore
del Fezzan, un arabo di Tripoli che godeva di una grande influenza
e che riuscì a ristabilire l'autorità della Turchia. È da
notarsi che cotesta rivoluzione fu eccitata dalla fazione del
capo Knuken, amico fedele della Francia, quello stesso che
stabilì l'accordo tra i Tuaregs e il maresciallo Mac-Mahon nel
1870 col trattato che fu detto di Gadames. È evidente che la
Francia, stabilita allora da sessant'anni in Algeria e da nove
anni in Tunisia, possedeva mezzi d'azione i più diversi ed efficaci
per esercitare sulla Tripolitania, sul Fezzan, sulle popolazioni
del deserto l'influenza più funesta.

Nè vanno passati sotto silenzio altri fatti, come le frequenti
incursioni dei francesi in Tripolitania. Nel 1886 il generale Allegro
percorse le vie di Tripoli accompagnato da due sceicchi
tunisini, senza far visita al valì, ma intrattenendosi lungamente
col console di Francia. Fatti analoghi si ripeterono più volte
sotto gli occhi delle autorità turche. Anche in luglio 1890, il
valì informava il Console Generale d'Italia di nuovi intrighi
francesi nella regione di Gadames. Testimonianze sicure non
lasciavano dubbio circa l'esattezza delle informazioni ricevute.
Agenti francesi, partiti dal sud dell'Algeria, si recarono a Tamassinin,
capitale dei Tuaregs Ajasser, e trattarono coi capi
per la cessione di quella città alla Francia, o quanto meno per la
sua occupazione temporanea. Tamassinin è punto d'importanza
capitale per le carovane che vanno da Gadames al Tuat e di
là al Sokoto. I Tuaregs ricevettero il prezzo della cessione, ma,
come accade di frequente con quella gente, disparvero senza
mantenere la loro parola. Degli *spahis* furono inviati dal governo
francese a Gadames alla ricerca dei Tuaregs fuggitivi.
Essi portavano altresì lettere per i notabili di Gadames e tra
gli altri per uno dei più ricchi commercianti di quel centro, il
quale aveva pure domicilio a Tripoli, tal Toher Bassiri, antico
agente segreto del console Féraud. Il caimacan di Gadames
sorprese cotesta corrispondenza e la spedì al governatore generale.
Bassiri fu arrestato e condotto a Tripoli, dove però fu
[pg!28]
rimesso in libertà. La sera stessa dell'arrivo di Bassiri a Tripoli,
il valì si recava secondo l'abitudine dal console di Francia
per passarvi la serata e vi restò sino a notte tarda. È noto,
del resto, che i rapporti tra il valì e il signor Destrées erano
intimi.

In conclusione alla metà del 1890 la situazione era questa:
la frontiera tunisina si era, di fatto se non di diritto, estesa
al sud-est di qualche migliaio di chilometri quadrati; e i punti
principali del sud-est tunisino erano stati fortificati, mentre la
Turchia aveva diminuito i suoi effettivi sulla frontiera. Tutto
era pronto in Tunisia per una rapida concentrazione di truppe
sulla frontiera tripolitana. Grazie alla ferrovia Bona-Guelma,
aperta all'esercizio il 1.º maggio 1887, forti contingenti di
truppe potevano essere trasportati dall'Algeria sino a Tebessa,
e da qui una strada militare conduceva per Feriana e Gafsa
a Gabes. Dinanzi ad un movimento offensivo in tal modo preparato,
il valì di Tripoli non avrebbe potuto opporre una resistenza
seria.

A meglio chiarire lo stato della questione quale si presentava
al governo italiano alla fine del 1890 giova riferire la seguente
memoria che per incarico di Crispi fu redatta dal
compianto generale Luchino Dal Verme:

.. vspace:: 2

.. container:: small

   «I) prescindendo da qualsiasi argomentazione desunta
   da documenti diplomatici, il solo esame delle carte
   della regione dimostra che il confine storico fra la Tunisia
   e la Tripolitania non è quello preteso dalla Francia,
   ma un altro 30 chilometri all'incirca più a ponente; e
   così pure che la Tripolitania ha un deserto proprio a
   mezzodì del Suf algerino;

   II) l'usurpazione del territorio interposto fra l'antica
   e la nuova frontiera danneggia la situazione strategica
   della potenza che sta in Tripolitania, sia pel fatto
   dell'avvenuta occupazione come per l'usurpazione ulteriore
   a cui quella ha additata ed aperta la via;

   III) l'accordo anglo-francese del 5 agosto 1890, pur
   avendo l'apparenza del rispetto all'*hinterland* tripolino,
   lascia alla Francia, all'atto pratico, libertà d'azione verso
   levante, con grave danno della potenza che è padrona
   della Tripolitania.

   [pg!29]

   .. vspace:: 1

   .. class:: center

      | I.

   .. vspace:: 1

   Della contrada in contestazione si sono prese in esame
   nove diverse carte, la più parte francesi, tutte ufficiali
   meno una, due inglesi ed una tedesca, nessuna italiana.
   Di tutte si espongono qui, per ordine cronologico, le
   risultanze in ordine alla vertenza.

   1.º *Chart of the gulf of Kabes, 1838.* È questa la carta
   idrografica dell'ammiragliato inglese (n. 249) sulla quale
   appare distinta la linea di confine di cui è questione,
   colla leggenda *Boundary between Tunis and Tripoli*. Il
   *Mediterranean Pilot* (*official*) la illustra colle seguenti parole:
   «Within ras el Zarzis is a fort of the same name.
   A short distance west of the fort is the boundary between
   the States of Tunis and Tripoli».

   2.º *Carte de la Régence de Tripoli, dressée par M. M. Prax
   et Renou*, Paris, 1850 (scala 1 a 2 000 000), la più antica
   ed una delle più attendibili, perchè redatta dietro osservazioni
   fatte ed informazioni raccolte sul luogo, e
   perchè costruita in un'epoca in cui non eravi alcun interesse
   a spostare sulle carte le frontiere naturali a
   scopo politico; reca il confine sud-orientale della reggenza
   di Tunisi dal forte El Biban sul mare direttamente
   al Gebel Nekerif. Da questo, continuando per
   poco nella stessa direzione, volge poi a nord-ovest, quindi
   a ovest e poscia a sud-ovest, lasciando a settentrione
   la contrada algerina del Suf. Viene così a comprendere
   nella Tripolitania un territorio che, per quanto deserto,
   si estende a nord-ovest verso il Suf per circa 180 chilometri
   da Ghadames, e va verso ponente ben oltre il
   3.º meridiano orientale di Parigi.

   3.º *Carte de la régence de Tunis, dressée au dépôt de la
   guerre d'après les observations et les reconnaissances de M. Falbe,
   capitaine de vaisseau danois et de M. Pricot de St. Marie, chef
   d'escadron d'état major français, étant directeur le colonel
   Blondel* — Paris, 1857 (scala da 1 a 400 000). Questa, che è
   la prima carta di fonte governativa francese della Tunisia,
   non porta nessun confine politico nè a sud nè ad
   est; ma termina a sud-est col uadi Fissi (altrove scritto
   Fessi), oltre il quale, a mezzodì del lago Biban, e precisamente
   in quella plaga che le carte odierne dello stesso
   [pg!30]
   stabilimento del governo comprendono nella reggenza di
   Tunisi, sta scritto a grandi caratteri *Ouled Houeil*, e
   fra parentesi, immediatamente sotto: *Tribu de Tripoli*.

   4.º *Côte septentrionale d'Afrique entre Zarzis et Tripoli;
   levée en 1871 par le capitaine de vaisseau E. Mouchez, membre
   de l'Institut; publiée au dépôt des cartes et plans de la
   marine en 1878; corrigée en novembre 1880.* In questa, che
   è la carta ufficiale idrografica della marina francese,
   pubblicata un ventennio più tardi della precedente, si
   scorge l'identica ubicazione degli Ouled Houeil e la loro
   qualificazione di *Tribu de Tripoli*.

   5.º *Karte des Mittelländischen meeres*, Dr. Petermann;
   edita da J. Perthes, Gotha nel 1880 e 1884 (scala da 1
   a 3 000 000). Il confine in discorso vi si vede tracciato
   dalla estremità occidentale del lago Biban alla catena
   montana del Duirat, in un punto che dista da Nalut
   da 70 a 75 chilometri. Il uadi, che scorre a una trentina
   di chilometri più a levante dell'accennata frontiera,
   è denominato *uadi Segsao* in tutto il suo corso.

   6.º *Wyld's Map of Tunis*, senza data, ma anteriore
   al 1886 (scala da 1 a 1 107 532). Porta il confine tra la
   Tunisia e la Tripolitania ben definito con una retta che
   dal forte El Biban attraversando il lago omonimo, va
   alla catena del Duirat ad un punto presso a poco alla
   stessa distanza da Nalut indicata sulla carta precedente.
   Pure come in questa (colla sola sostituzione della *z*
   alla *s*), è nella carta del Wyld detto *Zegzao* il uadi che
   scorre più a levante.

   7.º *Carte des itinéraires de la Tunisie, dressée et publiée
   par le service géographique de l'armée*; due edizioni, 1885-87
   (scala da 1 a 800 000). Sull'edizione del 1885 si ritrova
   per la prima volta la denominazione di Mokta data al
   uadi, che per lo addietro tutte le carte chiamavano
   *Zegsao*, *Sigsao*, *Segzao*. *Makatà* in arabo significa linea,
   trincea, fossato, ed implica il concetto della frontiera.
   *Moktà*, riferisce l'illustre Barth, vale *grenzgebiete*, ossia
   «paese di frontiera». Lungo cotesto uadi, altra volta
   *Segsao*, oggi *Mokta*, è tracciato il confine politico.

   8.º *Carte d'Afrique (F.lle n. 6) publiée par le service
   géographique de l'armée, 1887* (scala di 1 a 2 000 000). In
   questa sono naturalmente riportate tutte le novità introdotte
   nella precedente, uscita dal medesimo istituto
   governativo. Come però si estende maggiormente in ogni
   [pg!31]
   direzione, lascia scorgere tutto l'andamento del nuovo
   confine; il quale, passando in prossimità di Oezzan, rimasto
   alla Tripolitania, si dirige al deserto che contorna
   sino all'oasi di Ghadames, a nord della quale s'arresta,
   a 24 chilometri dalla città.

   9.º *Carte de la Tunisie, par le service géographique de
   l'armée; édition provisoire*, 1890 (scala di 1 a 200 000). È
   questa la carta più recente della Tunisia edita dal *Service
   géographique de l'armée*. In essa è ben particolareggiato
   il nuovo confine partente dal mare a Ras Adjir,
   seguendo il uadi detto Mokta fino al confluente del
   Khaoai Smeida e che corre poi verso ponente e quindi
   verso sud-ovest in modo da lasciare Oezzan alla Turchia,
   sulla frontiera. Non si può vedere come sia definito il
   confine più al sud, non essendo ancora pubblicati i due
   fogli meridionali. In sostanza, conferma il confine dato
   dalle precedenti due carte pubblicate dallo stesso stabilimento
   governativo. Soltanto è da notarsi che la distanza
   lungo il littorale, fra l'antico confine al forte El Biban
   e il nuovo a Kas Adijr, appare in questa carta ridotta
   a 25 chilometri.

   Riepilogando, dall'esame di tutte queste carte evidentemente
   risulta:

   *a*) Che in nessuna di esse, nè francese (ufficiale o
   privata) nè tedesca nè inglese, anteriori al 1885, si trova
   segnato l'attuale confine e neppure altro che vi abbia
   qualche punto di contatto, dal mare alla catena del
   Duirat. Così pure in nessuna si trova il nome di *Mokta*
   applicato al uadi Segsao o Zegzao.

   *b*) Che il territorio considerato nelle carte del *service
   géographique de l'armée* 1885-87 siccome appartenente
   alla Tunisia e perciò soggetto al protettorato francese,
   è l'identico che nel 1857 dallo stesso stabilimento governativo
   e nel 1878 dall'analogo istituto della marina, veniva
   esplicitamente dichiarato «territorio di Tripoli».

   *c*) Che la denominazione di *Mokta* data dalla carta
   del *service géographique de l'armée* (1885-87) all'uadi Segsao,
   presumibilmente fu intesa a giustificare il tracciamento
   della frontiera lungo il medesimo. A tale proposito giova
   rammentare come l'esploratore Barth si sia servito del
   vocabolo arabo *mokta* per indicare il paese di frontiera
   (*grenzgebiete*) dove egli si trovava, a ponente del forte
   El Biban. Con ciò, anzichè designare la frontiera fra la
   [pg!32]
   Tunisia e la Tripolitania lungo l'attuale El Mokta, come
   si pretese in Francia, egli l'indicava là dove tutte le
   carte anteriori al 1885 la portavano, a El Biban.

   Come se tutto ciò non bastasse, si può ancora aggiungere
   l'avviso del più autorevole geografo vivente, Eliseo
   Réclus, il quale nel suo volume XI pubblicato alla fine
   del 1886, quando cioè da un anno era apparsa la *carte
   des itinéraires de la Tunisie*, anzichè riconoscere la nuova
   frontiera del Mokta, scriveva a pag. 174: «L'îlot du
   cordon litoral situé entre les deux passages est occupé
   par le fortin des Biban ou *des portes*, ainsi nommé des
   ouvertures marines qu'il defend; en outre il est aussi
   *la porte de la Tunisie, sur la frontière tripolitaine*».

   Che più? Lo stesso governo della repubblica, quando
   si sollevarono obiezioni in Italia e a Costantinopoli contro
   il nuovo confine segnato sulla carta del *service géographique
   de l'armée* ebbe a sconfessare quella carta e quel
   confine [#]_ affermando che non aveva carattere ufficiale.
   Una tale sconfessione era del resto assurda, perchè non
   si saprebbe davvero immaginare quale altra carta possa
   avere quel carattere, se non lo si riconosce in una
   «dressée, gravée et publiée par le service géographique
   de l'armée, étant chef du service géographique le général
   Perrier». [#]_

   .. [#] L'ambasciatore francese a Costantinopoli dichiarò al ministro degli esteri
      che non esisteva alcuna carta ufficiale sulla quale la frontiera in questione fosse
      segnata (dicembre 1887).
   ..

   .. [#] Così sta scritto nel margine inferiore dei fogli.

   ..

   La Turchia, com'è facile immaginare, non ha riconosciuta
   la nuova frontiera. Se ne ha una prova nella
   dichiarazione fatta il 27 novembre 1890 dal governatore
   generale di Tripoli al reggente il consolato d'Italia.
   «La Francia — così egli si espresse — oggi tratta per
   conoscere la nostra linea di confine verso la Tunisia.
   Ma noi non possiamo aderire a simili trattative, perchè
   sarebbe riconoscere il governo del protettorato. Anzi ho
   già protestato contro una carta di confine tracciata dal
   genio francese e che mi fu presentata per la debita ratificazione».
   [pg!33]

   .. vspace:: 1

   .. class:: center

      | II.

   .. vspace:: 1

   Da quanto si è precedentemente esposto, si avrebbero
   elementi per provare come il confine storico fra la Tunisia
   e la Tripolitania fosse, sul mare, in vicinanza al
   forte Zarzis, e nell'interno seguisse, in parte almeno,
   il corso dell'uadi Fessi. In ogni modo volendo considerare
   come antico confine quello dato dalla carta francese
   di Prax e Renou e confermato dal Wyld, dal Petermann
   e dal Réclus, il confine cioè che dal forte El
   Biban va alla catena del Duirat ad un punto distante
   da 70 a 75 chilometri da Nalut, la superficie usurpata
   misurerebbe all'incirca 3000 chilometri quadrati; senza
   tener conto, si noti bene, di quanto è avvenuto a libeccio
   della catena stessa, di cui si dirà in seguito.

   Ma questo non è il peggior male, poichè si potrebbe
   dire che una tale distesa di territorio è improduttiva e
   pressochè deserta. Il danno che sotto il punto di vista
   strategico deriva alla potenza che è padrona della Tripolitania
   sta in ciò, che anzitutto il confine tunisino,
   s'accosta alla capitale di 30 chilometri circa, cioè una
   tappa; inoltre, che il confine attuale si trova dove è
   maggiore la distanza dall'altipiano al mare, in modo che
   la difesa ne riesce più difficile. Fra le altre difficoltà
   poi a cui l'andamento della nuova frontiera dà luogo,
   vi è questa principalissima, che la piazza di Oezzan
   sulla catena di Nafusa, anzichè difendere la frontiera
   stessa, siccome sarebbe suo ufficio, viene col trasporto
   della medesima a ritrovarsi in posizione eccentrica rispetto
   a Tripoli, cosicchè riuscirebbe agevole a truppe
   francesi stabilite sin dal tempo di pace sul Mokta, d'impossessarsi
   appena rotte le ostilità di Nalut o d'altre
   posizioni sul ciglio dell'altipiano, in quella plaga, tagliando
   fuori per tal modo Oezzan e tutta la frontiera
   che si stende a ponente sino al deserto.

   Senonchè, per quanto sotto il rispetto militare gli
   accennati inconvenienti sieno gravi, perchè non è cosa
   di poco momento l'accostare alla frontiera la capitale
   di uno Stato di un milione di chilometri quadrati che
   si trova già tanto spostata da quella parte, ed altresì
   [pg!34]
   perchè padrone di Nalut e del ciglio dell'altipiano, il
   nemico può agevolmente piombare su Tripoli, pure v'ha
   un altro inconveniente ancora più grave.

   L'oasi di Ghadames per effetto della nuova frontiera,
   che contornando il margine orientale del deserto fu
   condotta a passare appena a 24 chilometri dalla città,
   si trova ora all'estremo angolo sud-ovest del possedimento
   turco, mentre altra volta questo si estendeva,
   come già s'è veduto, a mezzodì del Suf algerino fin oltre
   il 3.º meridiano orientale di Parigi. Ora, per questa sua
   posizione e per effetto dell'accordo anglo-francese (come
   si vedrà in appresso) l'oasi di Ghadames è divenuta
   un'appendice della Tripolitania, unita alla stessa soltanto
   a nord-est e ad est.

   Il trasporto della frontiera verso levante, che lascia
   esposte le posizioni militari di Oezzan e l'altre sul ciglio
   dell'altipiano, minaccia pure nella sua esistenza
   Ghadames. Difatti, quando il nemico sia padrone di
   Nalut, le comunicazioni della capitale con Ghadames
   sono in mano sua, e riesce pertanto senza colpo ferire
   in suo potere Ghadames stesso, accerchiato da ogni altra
   parte com'è dal deserto francese. Ora, come il possesso
   di quella importantissima oasi, l'antica Cydamus dei
   Romani che vi dominarono per 250 anni, punto di partenza
   necessario delle carovane provenienti da Gabes e
   da Tripoli e dirette al lago Tciad, al Bornu e al Niger,
   e quindi centro ed emporio commerciale, è da tempo
   vivamente ambito dai francesi, si deve scorgere in quell'avanzata
   di frontiera verso levante, il fine ultimo, essenziale,
   di disgregare l'unità del possedimento, accostarsi
   alla capitale, minacciarne le comunicazioni colla
   sua più importante oasi e ridurla a tale isolamento che
   un dì abbia a finire per cadere nelle loro mani. La sospensione
   del tracciato della frontiera [#]_ a 24 chilometri
   a nord di Ghadames, quale si vede sulla carta del *service
   géographique de l'armée* (1887), è un evidente indizio
   che dai Francesi non si vuol riconoscere il dominio
   turco appena ad ovest e neppure appena a sud dell'oasi.
   Gli è questa, nel concetto francese, come una sentinella
   turca perduta nel deserto, che si molesta, si accerchia,
   [pg!35]
   si minaccia, tanto da giungere ad obbligarla a ritirarsi
   per lasciare ad altri il suo posto.

   .. [#] «Ghadames située à 25 kil. à peine de la frontière idéale qui sépare les
      possessions de la France et celles de la Turquie.» (:small-caps:`Réclus`, tome XI, p. 114.)

   ..

   È superfluo il dire che la perdita di Ghadames sarebbe
   per la potenza che sta a Tripoli un gravissimo
   colpo, oltrechè sotto il punto di vista commerciale anche
   sotto quello strategico; innanzitutto perchè è nodo
   di comunicazioni allaccianti nientemeno che due mari,
   il Mediterraneo e il golfo di Guinea, e il bacino interno
   del Tciad; e poi perchè la sua perdita trarrebbe seco
   quella di tutto il territorio fino alle oasi di Dergi e di
   Sinaun, alle quali sarebbe in progresso di tempo riservata
   la stessa sorte. Al quale proposito giova ricordare
   come nelle sterminate regioni dei deserti africani, le
   oasi ritraggono dall'acqua che le creò una capitale importanza,
   giacchè fuori di esse non vi è vita; di guisa
   che a buon dritto possono dirsi i punti strategici del
   deserto.

   .. vspace:: 1

   .. class:: center

      | III.

   .. vspace:: 1

   Fu accennato or ora come l'accordo anglo-francese
   del 5 agosto sia una minaccia per l'oasi di Ghadames.
   E difatti quell'accordo riconosce la zona d'influenza
   francese a sud dei possedimenti mediterranei fino ad
   una linea determinata da Say sul Niger a Borruva sul
   lago Tciad, senza che vi sia in nessuna guisa indicato
   il limite orientale di questa immensa contrada. Soltanto
   si può dedurlo col riunire il punto estremo orientale del
   confine dei possedimenti mediterranei con Borruva, sul
   lago Tciad, avendo cura di lasciare intatti a levante i
   diritti spettanti alla Porta in forza della dichiarazione
   di Waddington in risposta alla richiesta (5 agosto) di
   lord Salisbury.

   E così la linea verrebbe a riuscire il prolungamento
   di quella che rasenta l'oasi di Ghadames e che passando
   a ponente di quella di Ghat o Rath, anche appartenente
   alla Tripolitania, dovrebbe andare direttamente a Borruva.

   Or quando si consideri che siamo in pieno Sahara, con
   distanze enormi, rarissime vie di comunicazione, ancor
   più radi centri abitati, cioè le oasi; che quindi le notizie
   dell'interno impiegano mesi a giungere alla costa, quando
   [pg!36]
   giungono; che i francesi hanno il diritto, in forza dell'accordo,
   di stabilirsi sulla sponda occidentale del lago
   Tciad; che essi hanno proclamato il confine sud-orientale
   dei loro possessi mediterranei scorrente a soli 24 chilometri
   dalla città di Ghadames; che la Turchia non ha
   trovato la vigoria di contestarlo, la Turchia che ne riceve
   il danno immediato e che si prepara a sottostare
   alla perdita di Ghadames od almeno, quasi preludio alla
   perdita, alla deviazione dei commerci tendenti a Tripoli,
   ai porti francesi; che infine l'oasi di Rhat così lontana
   ha una dipendenza non certo diretta dal valì di Tripoli;
   quando si sia considerato tutto ciò, si può chiedere:
   che v'ha di più facile pei francesi di divenire di fatto
   poco a poco gli arbitri, se non i diretti padroni e di Ghadames
   e di Rhat e quindi di tutto l'*hinterland* tripolitano?
   Poichè occorre rammentare che in regioni di deserto
   come queste di cui è questione, il padrone effettivo
   è chi si trova sul luogo in forze e con denari in modo da
   disporre dei commerci e delle vie di comunicazione; ed
   inoltre che la dichiarazione supplementare all'accordo del
   5 agosto, non garantisce che i diritti del Sultano, e riesce
   assai dubbio lo stabilire se siasi voluto comprendere fra
   questi anche i diritti sorti dalla recentissima teoria dell'*hinterland*.
   V'ha anzi molta ragione per ritenere che si
   sia inteso di salvaguardare soltanto i diritti sui territori
   riconosciuti parte integrante della Tripolitania, di guisa
   che pur volendo ammettere il rispetto di quelli per parte
   della Francia, cioè di Ghadames e di Rhat, nessuna
   esplicita garanzia si ritrova nè nell'accordo, nè nella dichiarazione
   supplementare, che valga ad arrestare i francesi
   nella loro lenta, pacifica ma costante marcia verso
   levante, dove oggi possono procedere a sud della Tripolitania,
   senza incontrare nessuna linea di delimitazione.

   .. vspace:: 1

   .. class:: center

      | :small-caps:`Conclusione.`

   .. vspace:: 1

   Si è veduto che la Francia ha addirittura abolito l'antica
   frontiera fra l'Algeria e la Tripolitania (v. Carta di
   Prax e Renou) dichiarando francese tutto il deserto che
   si stende a ponente di Ghadames, a mezzodì del Suf algerino,
   assai prima ancora che intervenisse l'accordo
   del 5 agosto 1890. Si è pure veduto che ha arbitrariamente
   [pg!37]
   avanzato la frontiera della reggenza di Tunisi
   verso levante ai danni della Tripolitania, col fine di avvicinarsi
   alla capitale, girare le difese verso nord-ovest
   sull'altipiano e tagliar fuori Ghadames.

   Quest'opera di lenta demolizione la Francia l'ha iniziata
   non appena posto il piede in Tunisia, e la continua.
   Oggi è la volta di Ghadames. Per ora semplicemente
   attratto nell'orbita del commercio francese, cadrà
   necessariamente di poi nelle mani della Francia, e con
   esso cadranno le dipendenti oasi di Dergi (Derdj) e Sinnaun
   e la lontana di Rhat. E quando la Francia sarà
   l'arbitra di tutto l'*hinterland* tripolino e padrona delle
   vie carovaniere dal Tciad a Tripoli, e quindi del commercio
   di tutto quel vasto bacino centrale africano, che
   ne sarà dell'equilibrio del Mediterraneo?

   Il potere ottomano ridotto alla regione costiera, diverrà
   poco a poco una larva di potere anche in Tripoli
   stesso, finchè, alla prima circostanza propizia, non cadrà
   definitivamente in mano alla potenza che, stringendola
   da ponente e da sud, ne avrà già l'effettivo dominio. E
   allora la Francia estenderà il suo non interrotto dominio
   dall'Atlantico e dal Mediterraneo al lago Tciad su di
   una sterminata distesa di territorio, quasi un terzo del
   continente africano. Padrona del littorale dal Marocco
   all'Egitto, avrà rotto l'equilibrio del Mediterraneo; arbitra
   del vastissimo paese fra i due mari e il bacino
   interno del Tciad, giungerà al Uadai, al Darfur, alla
   valle del Nilo.

      | Roma, 2 dicembre 1890

   .. class:: right white-space-pre-line

   Generale :small-caps:`L. Dal Verme`.»

----

Dati i precedenti, è naturale che alla Consulta si desse importanza
ad ogni notizia che veniva dal confine tripolo-tunisino.
Il ricordo del modo col quale la Francia aveva iniziato la occupazione
della Reggenza di Tunisi, faceva pensare che ogni
incidente di frontiera potesse offrire un pretesto ad una invasione
del territorio tripolitano. Il 31 luglio Crispi aveva telegrafato
alle ambasciate di Londra, Berlino e Vienna:

    «Il nostro console a Tunisi mi telegrafa la notizia di
    un serio combattimento alla frontiera della Tripolitania
    fra tribù tunisine e tripoline.
    [pg!38]

    Non vorrei fosse una ripetizione della favola dei Krumiri
    che diede pretesto al 1881 alla occupazione della
    Tunisia. Ora è la volta della Tripolitania.»

In quei giorni avevano termine tra i gabinetti di Parigi e di
Londra i negoziati per la delimitazione delle zone d'influenza
della Francia e dell'Inghilterra nel Sudan e veniva firmato
l'accordo anglo-francese più volte innanzi citato e che porta
la data del 5 agosto 1890.

Tanto il Ministro francese Ribot, che il ministro inglese
lord Salisbury dichiaravano che in quell'accordo erano stati
rispettati i diritti della Turchia, ma in realtà l'*hinterland* della
Tripolitania era abbandonato alla invadenza francese, siccome
dimostrava il Dal Verme nella memoria che precede.

Crispi prima della firma del detto accordo, cioè il 2 agosto,
telegrafava a Londra:

    «Ho più volte avvertito cotesta ambasciata degli sconfinamenti
    che si fanno o si tentano dalla Francia dalla
    Tunisia nella Tripolitania.

    Or sento il dovere d'informarla, che in un colloquio
    su cotesto argomento tenuto il 31 luglio dal generale
    Menabrea col ministro Ribot, questi dichiarò che, nello
    *hinterland* preteso dalla Francia, essa intende comprendere
    la grande strada delle carovane che unisce il Sudan alla
    Tripolitania. Ove ciò fosse, la Francia verrebbe a prendere
    quasi tutto l'*hinterland* tripolino, togliendo qualunque
    avvenire a quella provincia.

    Ne prevenga il *Foreign Office*.»

E il conte Tornielli rispondeva l'indomani, 3, col seguente
telegramma:

    «Ogni volta che codesto Ministero ha avvisato questa
    ambasciata di sconfinamenti francesi a danno della Tripolitania
    o di atti tendenti a preparare ingrandimento
    a pregiudizio di quella provincia ottomana, non ho mancato
    di parlarne al *Foreign Office* ed anche lasciare memoria
    dei nomi delle località segnalate. Ho reso conto
    a V. E. di quelle comunicazioni e dell'accoglienza fatta
    alle medesime. Non era forse ancora pervenuto a V. E.
    il mio telegramma d'ieri 8 pom. allorchè Ella ha telegrafato
    [pg!39]
    circa pretesa confessata da Ribot a Menabrea
    in abboccamento del 31 luglio. Dalle cose dettemi da
    Salisbury circa l'*hinterland* tripolitano risulta che accordo
    stabilito lascia che Francia arrivi toccare soltanto riva
    occidentale lago Tciad. Sua Signoria mi ha detto espressamente
    che tutti i diritti del Sultano erano stati salvaguardati.
    La trattativa non essendo ancora stata chiusa
    ieri nel pomeriggio e Salisbury essendosi trasferito in
    campagna per tre giorni, gli scrivo oggi stesso un privato
    biglietto per avvisarlo che pretese Ribot tendono
    mettere in mano della Francia strade carovane del Sudan,
    che, in circostanze date, possono essere importantissime
    e utili allo Stato che possiede l'Algeria e la
    Tunisia, anche per operare nascostamente sovra altre
    parti di Africa. Sua Signoria comprenderà certo l'allusione
    all'alto Egitto e se un impegno positivo non è già
    stato preso, sono persuaso che porterà la sua attenzione
    più scrupolosa ad evitare che le strade suddette passino
    alla Francia.»

Naturalmente, le nuove preoccupazioni del governo italiano
erano partecipate a Costantinopoli, come le precedenti. In ottobre
la Sublime Porta finalmente si decise a intervenire nella
questione e diresse la seguente Nota ai suoi ambasciatori a
Parigi e a Londra:


    .. class:: right small

    «Octobre 1890.

       | *Sublime Porte à ses réprésentants*
       | *à Paris et à Londres.*

    Votre Excellence sait qu'en signant le 5 Août dernier
    les arrangements intervenus entre eux au sujet de
    l'Afrique, le Gouvernement Britannique et le Gouvernement
    Français ont échangé des notes pour constater
    leur parfait accord de respecter scrupuleusement les
    droits appartenant à S. M. I. le Sultan au sud des provinces
    de ses possessions Tripolitaines.

    Cependant, afin de prévenir toute équivoque le Gouvernement
    Imperial croit devoir déclarer que dans la
    partie méridionale de la Tripolitaine du côté du Grand
    Sahara en dehors des districts de Gadames, de Gah
    (Rhah) d'Argar (Asdser), Touareg, de Mourzouk (chef
    lieu du Tsezzan), de Ghatroun, de Tidjerri et de leurs
    [pg!40]
    dépendances qui sont tous administrés par les Autorités
    Impériales, les droits de l'Empire doivent d'après
    les anciens titres et la doctrine même du *Hinterland*
    s'étendre sous les territoires compris dans la zone determinée
    ci-après. La ligne de cette zone partant des environs
    de la frontière méridionale de la Tunisie du point
    connu sous le nom de Bin Turki au N. E. de Berresok,
    descend vers Bornou en passant à l'O. de Gadames et
    d'Argar, Touareg et en comprenant les oasis de Djebado
    et d'Agram. Elle passe ensuite entre les limites
    de Sokoto et de Bornou pour aboutir à la frontière
    septentrionale de Cameroun, et suit de là vers l'Est
    la ligne du partage des eaux entre le bassin du Congo
    et celui de Tchad de façon à englober le territoire de
    Bornou, Baghirmi, Ouadaï, Kanem, Ouanianga, Borkou
    et Tibesti, laissant ainsi en notre possession la grande
    route des caravanes qui va de Morzouk à Kouka par
    les oasis du Yat de Kaouar et d'Agadem.

    V. E. verrà par le tracé de la ligne décrite ci-dessus
    que la localité de Barrowa sur le lac Tchad reste dans
    la sphère d'action du Gouvernement Imperial.

    Les raisons qui militent en faveur de notre point de
    vue consistent dans le fait que la route des caravanes
    de Mourzouk à Kouka devant nécessairement rester à
    l'Empire, on ne peut laisser en d'autres mains la susdite
    localité de Barrowa qui se trouve précisément sur la
    même route des caravanes et non loin de Kouka.

    Il est vrai que l'art. 2 de la déclaration franco-anglaise
    du 5 août semble comprendre Barrowa (sur le lac
    Tchad) dans la zone d'influence de la France, mais outre
    la double considération que cette localité n'a pas, que
    nous sachions, appartenu jusqu'ici à une puissance quelconque
    et que géographiquement même, ainsi que d'après
    la doctrine du *Hinterland*, au lieu de faire partie de la
    zone française elle revient à celle de l'Empire pour les
    raisons plus haut exposées; il y a lieu de ne pas perdre
    de vue que le texte même de l'article sus visé porte
    dans son second alinéa que la ligne doit être tracée de
    façon à comprendre dans la zone d'action de la C\ :superscript:`ie` du
    Niger tout ce qui appartient équitablement au royaume
    de Sokoto. Or comme le tracé contourne Sokoto sans y
    toucher et englobe seulement Bornou, et comme d'autre
    part Bornou est bien en deçà de Sokoto, nous sommes
    [pg!41]
    en droit de croire que le tracé ne pourra pas donner
    lieu à une objection fondée.

    Je prie V. E. de vouloir bien notifier par écrit ce qui
    précède au gouvernement près duquel Elle est accréditée
    afin que lors de la délimitation de la ligne à determiner
    suivant l'art. 2 susmentionné, il ne soit point
    empiété sur notre zone d'influence et tenir mon département
    au courant des phases futures de cette question
    et du résultat de ses démarches.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Said`.»

Lo zelo dell'Italia nella difesa dell'integrità della Tripolitania
era appreso a Costantinopoli con diffidenza, e a tener
viva questa diffidenza contribuivano gli agenti e i giornali
francesi, i quali per stornare l'attenzione del governo turco
dall'azione costante della Francia, parlavano continuamente
delle mire italiane. Il 14 agosto il Sultano faceva telegrafare
a Zia bey, ambasciatore turco a Roma:

    «Un dispaccio privato annunzia che l'Italia preparerebbe
    una spedizione militare. Benchè questa notizia ci
    sembri inverosimile prego informarci.»

Zia bey rispondeva subito non esservi in Italia indizio alcuno
di una spedizione militare in preparazione.

In novembre, i giornali francesi stamparono che nei colloqui
tenuti a Milano tra Crispi e Caprivi, si erano presi accordi in
vista di un'occupazione italiana di Tripoli. Ma l'ambasciatore
turco a Berlino, invitato ad assumere informazioni in proposito,
telegrafava:

    «J'ai eu une entrevue avec le baron Marschall. S. E. m'a
    dit que le Chancelier avait rapporté la meilleure impression
    de son entrevue avec Monsieur Crispi. Il a
    ajouté à ce propos que la Sublime Porte était eclairée
    pour n'attacher aucune importance aux versions mensongères
    relatives à la Tripolitaine. Le nom même de
    cette province de l'empire ottoman n'ayant pas été prononcé
    dans l'entrevue.»

Ma il sospetto era sempre vigilante. Il 15 dicembre Zia bey
telegrafava al proprio governo:
[pg!42]

    «Osman bey addetto militare ha saputo da fonte sicura
    che il colonnello Ponza di San Martino è partito
    per la Tunisia e per Tripoli allo scopo di constatare segretamente
    il preteso incontro delle truppe imperiali
    colle truppe francesi e di indagare quali siano i mezzi
    di difesa di cui la Turchia dispone nella Tripolitania.
    Avendo io smentito la voce sparsa su quest'incontro
    tanto nella stampa, quanto nelle mie conversazioni con
    S. E. Crispi, credo piuttosto che si tratti di constatare
    se abbia fondamento la notizia delle usurpazioni della
    Francia avanzate da S. E. Crispi in base al rapporto del
    Console di Italia che avrebbe particolarmente studiato
    l'*hinterland* della Tunisia.»

Constatato il pericolo della usurpazione francese dell'*hinterland*
tripolitano per la situazione creata dall'accordo 5 agosto 1890,
si pensò dal governo italiano al modo di portarvi rimedio. E il
modo si era trovato, come appare dalla memoria che trascriviamo
e che porta la data del 19 gennaio 1891. Ma pochi giorni
dopo, il 31 gennaio, avveniva la crisi ministeriale che allontanava
Crispi dal potere, e i suoi successori abbandonarono la
questione:

    «A ricercare il modo col quale portare rimedio alla
    situazione, occorre prendere in esame l'accordo anglo-francese
    del 5 agosto 1890, che solo ha dato origine alla
    stessa, sia con quanto ha stabilito, sia, e più ancora,
    con ciò che ha ommesso di stabilire.

    Infatti, con quell'accordo fu concesso alla Francia di
    arrivare sino a Borruva sul lago Tciad, e quindi assai
    più a levante di quanto un'imparziale applicazione della
    teoria dello *hinterland* le avrebbe assegnato. D'altra parte,
    nel medesimo accordo venne ommesso di determinare il
    limite orientale della zona d'influenza francese, lasciando
    così aperto il campo ad arbitrarie interpretazioni ed alle
    conseguenti usurpazioni nell'avvenire.

    .. vspace:: 1

    Che l'estensione della zona d'influenza francese sino
    al Tciad oltrepassi la misura che l'equa applicazione
    della novella teoria indicherebbe, riesce evidente a
    chiunque esamini una carta del continente africano colle
    recenti frontiere politiche. Salvo il caso della presenza
    di fiumi, il cui corso possa venire di preferenza seguito,
    [pg!43]
    per regola la delimitazione dello *hinterland* fra due potenze
    vicine si fa per mezzo di una linea normale all'andamento
    generale della costa.

    Se pertanto si prolunghi l'attuale confine fra la Tunisia
    e la Tripolitania (sia pure quello voluto dalla
    Francia) e che è appunto nel suo generale andamento
    normale alla costa, si vedrà come la nuova linea dovrebbe
    correre in direzione di sud-ovest o quanto meno
    di sud-sud-ovest, in guisa da lasciare allo *hinterland* della
    Tripolitania un'immensa distesa di Sahara oggi assegnata
    alla Francia.

    Senonchè, una tale spartizione, quantunque fatta in
    base alla regola generale rispettivamente alla costa da
    Tripoli a Gabes, non sarebbe equa per riguardo al littorale
    algerino; e neppure lo sarebbe sotto un punto di
    vista più complesso, imperocchè trattandosi d'una sterminata
    regione nella quale pochissimi sono gli obbiettivi,
    questi più che la superficie del territorio debbono
    essere equamente divisi fra i contendenti. Giustizia pertanto
    avrebbe richiesto che la linea di divisione si fosse
    fatta scendere *direttamente a sud*, per meridiano, in guisa
    da consentire alla Francia di raggiungere la frontiera
    del Sokoto dal Niger insino all'incontro del Bornu, e
    alla Tripolitania quella del Bornu e il lago Tciad.

    Invece, l'accordo del 5 agosto ha fatto avanzare la
    Francia assai di più verso levante, per modo da confinare
    essa sola col Bornu, escludendone la Tripolitania
    che vi aveva diritto e per ragioni geografiche in base
    alla nuova giurisprudenza dello *hinterland*, siccome fu testè
    dimostrato, e per ragioni di dominio commerciale, dappoichè
    è da Ghadames e da Tripoli che si esercita da
    secoli il traffico col Bornu, così da poter dire che la
    Tripolitania ne ha di fatto il monopolio. Inoltre, l'accordo
    del 5 agosto ha portato la Francia a quel lago
    Tciad che si trovava intero nello *hinterland* del possedimento
    turco. Nè è da passare sotto silenzio che l'avere
    acconsentito alla Francia di giungere al lago, significò
    l'aggiudicazione alla stessa di un triangolo della superficie
    di 200 000 miglia geografiche quadrate a levante
    del meridiano che avrebbe dovuto segnare il limite;
    tutto territorio che non è quindi situato *au sud des possessions
    méditerranéennes*, come dice la lettera dell'accordo,
    ma bensì *au sud-est*.
    [pg!44]

    Oggi poi, come se la porzione toccata alla Francia
    nel modo così poco equo ora veduto, non bastasse, si va
    per mezzo di carte, di articoli, di conferenze, infiltrando
    nel pubblico la convinzione che la zona d'influenza
    francese s'estende a mezzodì della Tripolitania, tanto
    da comprendere gran parte della carovaniera che da
    Tripoli per Murzuk va al Tciad, l'oasi di Bilma e gran
    parte della sponda settentrionale del lago. Le carte del
    *Temps* e del *Petit Journal* del dicembre scorso lo dicono
    chiaro, alla breve distanza di cinque mesi dalla data
    dell'accordo. E lo possono dire, e il pubblico può crederlo,
    dacchè nell'accordo non venne determinato il
    limite orientale della zona d'influenza francese se non
    nei due punti estremi, uno dei quali non esplicitamente
    indicato, lasciando, come s'è detto sin dal principio,
    aperto il campo vastissimo a svariate interpretazioni,
    che non possono non condurre ad ulteriori arbitrarie occupazioni.

    Nè vale il dire che la dichiarazione del signor Waddington
    a lord Salisbury in data 6 agosto precisi l'incerto
    confine col garantire i diritti del Sultano, dappoichè
    il ministro degli affari esteri semplicemente dichiara
    salvaguardati «les droits qui peuvent appartenir
    à S. M. I. le Sultan dans les régions situées *sur la frontière
    sud* de ses provinces tripolitaines»; il che non
    implica affatto che sieno guarentiti quei diritti sulle
    regioni che costituiscono l'*hinterland* del possedimento
    turco, le quali avrebbero dovuto in tal caso venire indicate
    con frase ben diversa nella sostanza, quantunque
    poco dissimile nella forma, e cioè «les régions situées
    *au sud de la frontière* méridionale de ses provinces tripolitaines».

    Con una siffatta dizione si sarebbe esclusa la Francia
    da qualsiasi usurpazione al sud della Tripolitania, incominciando
    da Ghadames, mentre colla dizione contenuta
    nel documento diplomatico citato, nulla si garantisce,
    salvo ciò che sta sulla *frontiera tripolina*; il che può
    anche limitarsi a significare quanto sta *entro il territorio
    turco* lungo la frontiera.

    Non sarà egli possibile trovare oggi un rimedio alla
    situazione creata dall'incompleto accordo del 5 agosto,
    situazione esiziale (siccome venne dimostrato nella precedente
    Memoria I) all'Italia, all'Inghilterra ed alle potenze
    [pg!45]
    centrali cui interessa il mantenimento dell'equilibrio
    nel Mediterraneo?

    Il rimedio si presenta facile, poichè non si tratta di
    rinvenire sul già fatto, ma soltanto di chiarirlo e delinearlo;
    d'altra parte non si chiede alla Francia se non
    la sanzione precisata di ciò che essa per bocca del suo
    ministro degli affari esteri reiteratamente dichiarò d'intendere
    quale lo s'intende da noi. Null'altro pertanto
    si vuole all'infuori di una dichiarazione supplementare
    del ministro francese, nella quale venga specificata quella
    del 6 agosto, col designare nettamente quel limite orientale
    della zona d'influenza francese che fu ommesso nell'accordo
    del 5.

    Basterebbe a tale effetto che si dichiarasse come il
    limite orientale di quella zona, indicato soltanto ed anche
    imperfettamente nei suoi punti estremi, sia determinato
    secondo una linea che partendo dal confine tripolo-tunisino
    a ponente dell'oasi di Ghadames, corra
    direttamente a rasentare, pure a ponente, l'oasi di Ghat,
    donde con altra linea retta raggiunga Borruva sul lago
    Tciad.

    Non si saprebbe invero come impugnare l'equità di
    una tale delimitazione, dacchè nell'accordo 5 agosto sta
    scritto: «la zone d'influence de la France au sud de ses
    possessions méditerranéennes». Ora, come il punto estremo
    orientale di tali possessi entro terra si ritrova (pure
    ammettendo il confine delle carte del «service géographique
    de l'armée») sul lembo occidentale dell'oasi di
    Ghadames, così gli è da quel punto che devesi condurre
    la linea a Borruva, designato esplicitamente nell'accordo;
    la quale linea dovrà essere retta se nel suo andamento
    non risultasse intaccare l'oasi di Ghat, possedimento
    turco; sarà invece spezzata, se al giungere a
    quest'oasi la posizione geografica della medesima lo richiedesse.

    Con una tale precisa delimitazione s'impedirebbe qualsiasi
    arbitraria interpretazione sin d'oggi; si garantirebbero
    effettivamente i diritti del Sultano a sud dei suoi
    possedimenti; s'arresterebbe qualunque velleità d'avanzata
    a levante per parte della Francia, la quale del resto
    non avrebbe a lagnarsi di questo assetto definitivo che
    è in massima quello acconsentito coll'accordo del 5 agosto,
    col quale, è d'uopo ripeterlo, il governo della repubblica
    [pg!46]
    ha ottenuto ai danni della Tripolitania assai
    di più di quanto l'equa applicazione della novella teoria
    dell'hinterland le avrebbe assegnato.»

In quali termini la questione fosse trattata a Parigi, risulta
da due telegrammi del generale Menabrea:


    .. class:: right small

    «Parigi, 3 gennaio 1891,

       | *Signor Ministro,*

    Il colloquio che io ebbi col Sig. Ribot in occasione
    del suo ultimo ricevimento ebdomadario del 30 dicembre
    prossimo passato, fu alquanto animato per non dire vivissimo.
    Al primo momento egli con parole concitate
    mi accennò la polemica aperta sulla questione Tripolitana
    ed in cui si attribuisce alla Francia l'intenzione
    d'occupare quella Reggenza, accusa questa sostenuta dai
    nostri giornali qualificati di ufficiali e supposti ispirati
    da codesto Ministero. Secondo il suo dire l'Eccellenza
    Vostra avrebbe denunziato quelle intenzioni della Francia
    ad altre potenze e fra queste all'Inghilterra, come risulterebbe
    da rapporti che gli pervengono. Il signor Ribot
    chiudeva la sua arringa col pregare Vostra Eccellenza
    di smettere la continuazione di una tale accusa che potrebbe
    suscitare interpellanze in Parlamento e dare luogo
    a spiacevoli incidenti.

    Ascoltai con molta calma il discorso appassionato del
    signor Ribot, il quale protestava contro le mire che si
    supponevano alla Francia di assorbire anche la Tripolitania,
    mentre essa non pensava che a valersi delle vie
    aperte colla recente convenzione Anglo-francese relativa
    all'Hinterland nel Soudan per volgere una parte
    del commercio di quella regione verso la Tunisia dove
    le si stanno creando nuove facilitazioni.

    Prendendo a mia volta la parola, dissi al signor Ribot
    che potremmo con ben maggiore ragione rivolgere a lui
    o per meglio dire al suo Ministero i rimproveri che egli
    mi esprimeva sul nostro contegno verso la Francia riguardo
    alla questione Tripolitana, poichè non v'è giorno
    in cui l'Italia ed il suo primo Ministro non siano svillaneggiati
    dai giornali francesi che hanno note aderenze
    col Ministero degli Affari Esteri e ci attribuiscono in
    modo persistente l'intenzione di occupare Tripoli, benchè
    si debba sapere che ciò non è vero: eppure siamo
    [pg!47]
    informati che un ammiraglio francese, il Duperré, recatosi
    non ha guari a Costantinopoli, ebbe dal Sultano
    una udienza in cui cercò di mettere quel Sovrano in
    grave sospetto contro di noi, a proposito di Tripoli.
    Soggiunsi che io ignoravo quali comunicazioni Vostra
    Eccellenza potesse aver fatte ad altre Potenze riguardo
    a quella Reggenza, ma che se ciò per avventura ebbe
    luogo eravamo nel nostro diritto di portare la loro attenzione
    sopra una tale questione che non ci può essere
    indifferente, come non lo deve essere a qualsiasi Potenza
    che abbia interessi nel Mediterraneo ed alla quale
    importi che l'equilibrio in quel mare non sia turbato a
    benefizio di qualche potenza invadente. All'Italia poi
    più che ad ogni altro importa quella questione, e la
    Francia deve assuefarsi a riconoscere che l'Italia costituisce
    oramai una nazione di trentadue milioni di abitanti,
    con duecentomila *veri marinai* inscritti, con uno
    sviluppo di seimila e più chilometri di litorale Mediterraneo.
    Percui, benchè non aspiri alla Tripolitania, è
    però naturale che essa possa inquietarsi di una Potenza
    vicina solita a chiamare il Mediterraneo *lago francese*, e
    che sotto un futile pretesto s'impossessò se non di nome,
    almeno di fatto della Tunisia, la quale ogni giorno è
    maggiormente assorbita dalla Francia, al punto che,
    sotto pretesto di protettorato, il Bey ha perduto ogni
    libertà d'azione sino a quella di scrivere e spedire una
    lettera senza l'autorizzazione del Residente Francese.

    Bisogna adunque aspettarsi a che se alcuno tentasse
    di attribuirsi la Tripolitania, incontrerebbe un serio
    ostacolo nella resistenza delle alte Potenze interessate.
    Io dichiaravo che con ciò non intendevo giustificare
    il linguaggio dei giornali, ma nello stesso modo che
    non abbiamo mai pensato a fare il signor Ribot mallevadore
    di tutte le sciocchezze e di tutte le falsità di
    cui sono ripieni i giornali francesi che si pretendono
    organi ufficiosi del suo Ministero, fra i quali primeggia
    il *Siècle* diretto da un antico funzionario di questo Ministero
    degli Affari Esteri, che figura tuttora nell'annuario
    diplomatico di Francia, riteniamo che sia cosa
    ingiusta lo attribuire alle ispirazioni di Vostra Eccellenza
    le elucubrazioni dei nostri giornali sulla Francia.

    Soggiunsi poi che in Francia si ha una falsa idea
    della posizione politica di Vostra Eccellenza. La si considera
    [pg!48]
    come il rappresentante di una *fazione*, mentre il
    risultato delle elezioni dimostra che Ella è l'espressione
    del pensiero dell'opinione generale del Paese. Infatti
    Ella, nata in Sicilia, nell'estrema Italia del mezzodì,
    trovò il suo più serio trionfo nell'estremo nord, in Torino,
    capitale di quel Piemonte che rinunziava volontariamente
    alla sua preponderanza in favore della unità
    d'Italia. Vostra Eccellenza dopo di aver combattuto con
    Garibaldi e sofferto l'esiglio, si associava al gran Condottiero
    nel salutare la Monarchia di Casa Savoia come
    quella che doveva sancire e mantenere l'indipendenza
    e l'unità d'Italia. Il coraggio politico e civile dimostrato
    da Vostra Eccellenza provano ch'Ella ebbe sempre quel
    doppio scopo di mira tanto col mantenere le nostre alleanze,
    che col ricondurre ad un sistema uniforme le
    varie amministrazioni, avanzo di quelle degli antichi
    Stati in cui la Nazione era divisa, e col fare sparire i
    molti abusi che deturpavano alcune di esse.

    Conchiusi questa digressione col dire che conveniva
    lasciare ai giornalisti la responsabilità del loro dire senza
    farlo risalire ai capi del Governo, che talvolta sono vittime
    delle indiscrezioni dei proprii dipendenti.

    Sul finire della conversazione il signor Ribot mi parlò
    della delimitazione dei nostri territori rispettivi presso
    Assab e Obock; io risposi che dipendeva da lui di riprendere
    i negoziati accettando le basi stabilite dall'Eccellenza
    Vostra e dalle quali Ella non poteva recedere.
    Soggiunsi che questo suo Ministero coll'opporre a quelle
    condizioni trattati antiquati e colpiti da prescrizione e
    contratti più recenti passati con *Sultanetti* vassalli del
    Negus, sembrava volere ripetere le *gherminelle ideate per
    Massaua*.

    Ciò bastava per una volta specialmente ora che in
    quelle regioni un Sovrano effettivo costituito aveva accettato
    la nostra alleanza protettrice; e conchiusi che
    con un poco di arrendevolezza per parte della Francia
    quella quistione sarebbe stata sciolta.

    In questa lunga discussione parlai con molta fermezza
    e precisione, senza però mai uscire dai limiti di una somma
    cortesia. Percui il colloquio ebbe fine con pacatezza e
    con una reciproca stretta di mano.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Il R. Ambasciatore
    :small-caps:`Menabrea`.»

[pg!49]


    .. class:: right small

    «Parigi, 13 Gennaio 1891.

       | *Signor Ministro,*

    In seguito al mio colloquio col signor Ribot del quale
    resi conto a codesto Ministero col mio rapporto del 3 corrente
    N. 24-7 portai particolarmente la mia attenzione
    sulla carta d'Africa testè pubblicata dal giornale il *Temps*
    la quale fa oggetto del pregiato dispaccio di V. E, in
    margine citato. Osservai come la delimitazione dell'*Interland*
    tra l'influenza rispettiva di Francia e d'Inghilterra
    sulle regioni costituenti il *Sudan* al nord dell'Algeria
    e della Tunisia da una parte e della Tripolitania
    dall'altra, non corrisponde esattamente a quella fissata
    dall'accordo anglo-francese del 5 agosto u. s. Infatti la
    linea di delimitazione toccava un punto solo del littorale
    occidentale del lago *Tchad* a *Borruva* dove la sponda
    tende a volgere a settentrione, mentre la carta estende
    a tutto il littorale settentrionale del lago la tinta rossiccia
    alquanto allargata, che sembra volere indicare l'estensione
    della influenza francese. Quella medesima tinta
    rossiccia si estende anche sulle oasi *Rath* e *Chadames* le
    quali posizioni appartengono alla regione Tripolitana.
    Questa incertezza di delimitazione è fatta per eccitare
    o per lo meno per segnare una direzione agli appetiti
    di protettorato che invadono facilmente l'opinione francese
    la quale, non contenta dei varii territorii sui quali
    la Francia estende la sua autorità più o meno solida e
    incontestata, ambisce ad ampliare il dominio nel nord
    dell'Africa e si prepara ad allestire imprese per volgere
    il commercio assai importante del *Sudan* verso la Tunisia.
    Così alcuni portano già le loro mire sul lago *Tchad*
    che considerano come il gran porto interno di quella
    regione. Queste tendenze mi spiegano il linguaggio tenutomi
    dal signor Ribot in occasione del suo ricevimento
    ebdomadario del 30 Dicembre u. s. (vedi mio rapporto
    suaccennato). Respingendo l'accusa fatta dalla stampa
    alla Francia di voler invadere la Tripolitania, egli confessava
    però che mentre negava tale proponimento, la
    Francia tuttavia intendeva trarre il miglior partito possibile
    dalla regione lasciata nel Sudan all'influenza francese
    per condurre il commercio Sudanese verso l'Algeria
    e la Tunisia.
    [pg!50]

    Ciò essendo, le due oasi precitate di Rath e Chadames
    sono i punti principali di sosta delle carovane: *Chadames*
    sopratutto si può considerare come il punto *strategico
    commerciale* che domina le due vie principali dirette l'una
    verso Tunisi e l'altra verso Tripoli. Se si vuole evitare
    che questa ultima Reggenza non cada tosto sotto il protettorato
    francese e che, in seguito, Tunisi non sia definitivamente
    annesso all'Algeria, è necessario che le due
    anzidette oasi e specialmente *Chadames* non vengano in
    mano dei Francesi. I pretesti per occupare Chadames
    non mancherebbero certamente: tutti i Krumiri non sono
    ancora spariti; per evitare che risorgano e porgano un'occasione
    alla Francia di impossessarsi delle sovradette oasi
    occorrerebbe che fossero custodite con truppe mandatevi
    dal Sultano; una piccola guarnigione sarebbe sufficiente;
    la vista della bandiera ottomana basterebbe a
    frenare le velleità che si suppongono nei francesi. La
    forza turca però dovrebbe essere sufficiente per resistere
    a qualche attacco dei mahdisti.

    L'Inghilterra più d'ogni altra, poscia l'Italia, hanno
    interesse grandissimo a che il commercio sudanese non
    diventi il monopolio di una Potenza che già possiede
    una parte estesissima del littorale africano del Mediterraneo;
    epperciò mi pare che l'Inghilterra specialmente
    ed anche l'Italia dovrebbero concorrere in qualche modo
    alla occupazione sovraccennata delle truppe turche, sussidiando,
    ove d'uopo, il Governo ottomano per il loro mantenimento.
    Il concorso così prestato dall'Italia avrebbe
    per risultato di dissipare i sospetti che si cercò di suscitare
    presso il Sultano circa le nostre aspirazioni Tripolitane,
    e di acquistare maggior influenza nell'Asia minore
    per contrastare la guerra che vi è fatta alla nostra
    lingua, ai nostri stabilimenti, al nostro commercio dalla
    ostile concorrenza francese.

    Se al contrario si lascia che le oasi di *Rath* e principalmente
    di *Chadames* rimangano esposte in balia della
    Francia, dovremmo fin d'ora pensare a non lasciarci cogliere
    all'improvviso come avvenne per la Tunisia e prepararci
    ad opporci con tutti i mezzi a che la Francia
    estenda il suo dominio anche sulla Tripolitania, il che
    sarebbe forse *Finis Italiae*, almeno come Potenza marittima
    di primo ordine.

    Dò fine a questo rapporto col conchiudere che mi
    [pg!51]
    pare esser necessario che il R. Governo si concerti coll'Inghilterra
    circa le eventualità sovraccennate e nel
    caso che questa vi si voglia disinteressare, l'Italia potrebbe
    passare oltre ed intrattenersi direttamente della
    quistione col Governo turco.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Il R. Ambasciatore
    :small-caps:`L. F. Menabrea.`

    .. vspace:: 1

    P.S. La soluzione precedentemente indicata rispetto
    alla oasi di *Chadames* si può dire soluzione pacifica; però
    si potrebbe pensare ad un'altra più radicale come sarebbe
    quella dell'occupazione della Tripolitania per parte
    dell'Italia che, a difetto della Turchia, è la potenza più
    indicata per prendere quella Reggenza sotto il suo protettorato.
    Ma una tale soluzione potrebbe dare luogo a
    conflitti armati, sull'opportunità e le conseguenze dei
    quali io non sono chiamato a pronunciarmi.

    .. class:: right

    \ L. F. M.»

Il gabinetto di Berlino, tenuto al corrente delle mene francesi,
appoggiava a Parigi e a Londra l'azione italiana. Il seguente
telegramma è del 21 gennaio:


    .. class:: right small

    «Berlino, 21 gennaio 1891.

    .. vspace:: 1

    In questi ultimi giorni, al suo passaggio per Berlino,
    vennero confermate al Conte di Münster istruzioni d'intrattenersi
    col Ministro degli affari esteri francese sopra
    la Tripolitania e sue frontiere verso la Tunisia. Ambasciatore
    di Germania telegrafò iersera che il Ribot
    avevagli categoricamente dichiarato che le apprensioni
    italiane su Tripoli sono affatto senza fondamento e che
    le notizie sparse in proposito sono false. Francia non
    mosse neppure un soldato in quella direzione e non
    pensa tagliare strada delle carovane traverso Sahara. Ministro
    aggiunse esser vero che le frontiere tra Tunisia e
    la Tripolitania sono mal tracciate; ma a scopo di evitare
    ogni contestazione non volere che le frontiere fossero
    meglio fissate. Egli non intende in nessun modo
    creare difficoltà all'Italia; se lo volesse, ben lungi sceglierebbe
    come oggetto di litigio, nè Tripoli, nè attinente
    deserto, ma troverebbe terreno più propizio in
    [pg!52]
    Abissinia. Egli stesso, allo scopo di calmare certe preoccupazioni
    in Italia, aveva provocato alla Camera una
    interpellanza alla quale risponderà domani. Quantunque
    Conte di Münster avesse ordine di parlare anche di Biserta,
    suo telegramma non ne fa cenno: forse egli avrà
    stimato migliore partito tacere in presenza delle dichiarazioni
    ricevute, qualunque possa esserne il valore, o di
    rinviare ad altro colloquio questione di Biserta. Intanto
    Segretario di Stato stima che ha importanza il fatto solo
    che il governo della repubblica deve dedurre dalle spiegazioni
    chieste dalla diplomazia tedesca come Germania
    invigila politica francese verso il Mediterraneo; d'altronde
    schiarimenti che Ribot darà domani alla Camera
    dei Deputati nel senso qui sopra indicato, costituiranno
    sino ad un certo punto impegno della Francia. Al Conte
    Hatzfeld furono pur confermate istruzioni di conversare
    sull'argomento con Lord Salisbury che segue con vivo
    interesse mosse della Francia in quelle regioni, ma non
    crede giunto il momento di accentuare il suo contegno.

    Per ciò occorrerebbe appoggio opinione pubblica, che
    si commuoverebbe soltanto se si producessero fatti più
    palesi sulle intenzioni francesi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Launay`.»

Il 22 gennaio alla Camera francese si parlò della Tripolitania.
Interrogante era il signor Pichon — divenuto dipoi ministro
degli affari esteri — «Sulle voci sparse da giornali italiani,
anche ufficiosi, relative a mire della Francia sulla Tripolitania».
Il Pichon — avvertiva in un primo telegramma il Menabrea — «esprimendosi
in termini assai simpatici verso l'Italia, *sorriso
della civiltà latina*, [#]_ disse desiderare che i sentimenti della
Francia verso l'Italia siano palesi, dissipandosi le insinuazioni
ostili il cui solo movente era, a suo avviso, di rendere popolare
in Italia la triplice alleanza». Rispose il Ribot «brevemente
riferendosi alle precedenti sue dichiarazioni sulla cordialità
dei rapporti tra la Francia e la Turchia, ed aggiunse
[pg!53]
che il governo non doveva preoccuparsi della campagna mossa
dalla stampa italiana, tantoppiù dopo le esplicite assicurazioni
fatte dall'E. V. nel suo discorso di Firenze. L'atteggiamento
della Camera durante la discussione fu piuttosto favorevole».

.. [#] L'on. Crispi, nel discorso di Firenze (8 ottobre 1890), riferendosi alla
   Francia aveva detto: «.... nessuno pensa e mai potrebbe pensare ad una Europa
   priva della missione di quella Francia ch'è *il più geniale sorriso della moderna
   civiltà*.... » L'intenzione ironica della frase «sorriso della civiltà latina», pronunziata
   dal Pichon, era evidente.


Ma il generale Menabrea, che forse non aveva assistito alla
seduta, leggendo il testo ufficiale delle parole pronunziate dai
due oratori, le giudicò diversamente in successivi telegrammi:


    .. class:: right small

    «Parigi, 23 gennaio 1891.

    .. vspace:: 1

    Si vede chiaramente che la scena parlamentare di ieri
    tra Ribot e Pichon venne concertata, perchè quest'ultimo
    non fece che ripetere i discorsi più volte fattimi da Ribot.

    Il *Journal des Débats* di questa mattina consacra a
    quella discussione un lungo articolo la cui origine ministeriale
    è manifesta.

    Siccome queste aspirazioni della Francia su Tripoli
    hanno incontrato una marcata opposizione presso le
    grandi potenze, si cerca, mediante una risposta ironica,
    di dare il cambio all'opinione pubblica sulle intenzioni
    di questo Governo per ora paralizzate. Ma la gente di
    buon senso non si lascierà cogliere da tali discorsi. Basti
    rammentare il modo di procedere della Francia colla
    Tunisia. Finora non ha ancora trovato i Krumiri per
    la Tripolitania e così questo Governo vuole dissimulare
    la sua delusione scherzando contro l'Italia.

    Non conosco ancora telegramma Stefani cui allude
    V. E.»

..


    .. class:: right small

    «Parigi, 23 gennaio 1891.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Ecco secondo il testo ufficiale il solo periodo
    mordace del brevissimo discorso di Ribot: «Quant
    à cette campagne, dont vous a parlé tout à l'heure monsieur
    Pichon, quant à tous ces articles de journaux dont
    la fréquence et la similitude peuvent en effet attirer
    l'attention, c'est peut-être leur faire beaucoup d'honneur
    que de s'en occuper ici. Ce n'est pas le Gouvernement
    français qui doit se plaindre de ces articles; c'est, il me
    semble, le Gouvernement italien, car, dans un discours,
    que vous n'avez pas oublié, l'honorable monsieur Crispi a
    déclaré qu'il tenait à l'amitié de la France».

    L'ironia era più spiegata nel discorso Pichon che perfino
    in una frase di calde proteste di amicizia, chiamando
    [pg!54]
    l'Italia il più simpatico sorriso della civiltà latina, sembrò
    rinviare a V. E. il complimento di Firenze.»

L'on. Crispi il 22 stesso, ricevendo dall'Agenzia *Stefani* il resoconto
telegrafico della interpellanza Pichon e della risposta
del ministro Ribot, aveva notato l'ironia che contenevano e se
ne era lagnato come di una sconvenienza col Menabrea. Il 26
telegrafava a quest'ultimo:

    «(*Personale*). Ieri al ricevimento ebdomadario venne
    da me il Signor Billot. Dopo parlato di vari argomenti,
    egli cominciò insistere nel voler conoscere la mia opinione
    sulla interrogazione del signor Pichon. Avendolo
    io più volte pregato di non toccare quello increscevole
    tema ed egli seguitando a parlarne gli dissi: «Vous français
    vous aimez faire de l'esprit et monsieur Pichon en
    a fait parlant de l'Italie, comme monsieur Ribot en parlant
    de moi». Allora l'ambasciatore tentò scusare il suo
    Ministro osservando che forse non conoscevo testualmente
    le parole da lui pronunciate. Risposi e gli mostrai
    che ne avevo il testo ufficiale sotto gli occhi e lo pregai
    nuovamente di cambiar discorso. Non aderendo egli a
    questo mio desiderio dissi: «Eh bien, comme homme je
    me sens supérieur à votre monsieur Ribot, parce que
    j'ai fait pour la cause de la liberté, ce qu'il n'a fait
    jamais; comme ministre je suis son égal et par conséquent
    j'ai droit à son respect». E avendo il signor Billot
    esclamato: «c'est de la susceptibilité italienne» replicai:
    «non, c'est l'effet de l'attitude de vous français,
    d'autant plus que l'interpellation avait été combinée
    entre monsieur Pichon et monsieur Ribot. Or je comprends
    que dans une improvisation un ministre puisse
    sortir de la juste mesure. Je ne comprends pas que cela
    arrive lorsque le discours a été preparé d'avance».

    Il signor Billot non seppe che rispondere ed io allora
    per mutare argomento gli chiesi del signor Desmarest,
    e di altro; così la conversazione procedette e finì amichevolmente
    come al solito.

    Di quanto precede ho voluto informare Vostra Eccellenza
    per sua norma personale, non già perchè Ella
    prenda occasione d'intrattenerne il signor Ribot.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!55]

Gl'incidenti di frontiera, come le esplorazioni militari nell'*hinterland*
tripolitano, continuarono negli anni seguenti. Le
autorità turche o lasciavano indisturbati i francesi o fiaccamente
mostravano di ostacolarli. Al principio del 1894, quando
Crispi riassunse il governo, la Francia aveva allargato il suo
già vastissimo dominio africano a danno della Tripolitania, e
continuava a sopraffare le timide resistenze della Turchia, con
silenziosa pertinacia, impedendo ai viaggiatori di altre nazioni
europee d'inoltrarsi verso il sud [#]_ affinchè mancasse ogni accertamento
delle voci, che pur correvano a Tripoli, di nuove
usurpazioni, in aprile di Kuka, in giugno delle oasi di Gadames
e di Ghat, più tardi di Zuara e della baia di El Biban, oltre la
quale avevano portato il confine sul litorale.

.. [#] Al viaggiatore italiano Sebastiano Martini, che da Gabes in gennaio 1894
   si proponeva partire pel Sud tripolitano, fu vietata la partenza dalle autorità
   francesi.


Rinnovando proteste ed esortazioni ad agire diplomaticamente
per impedire che l'equilibrio del Mediterraneo fosse ulteriormente
turbato, Crispi trovò indifferente l'Inghilterra e tepide
la Germania e l'Austria. Il 4 aprile, l'ambasciatore Tornielli
telegrafava:

    «Lord Kimberley non ha ancora ricevuto avviso della
    occupazione di Kuka, ma non mette dubbio che i francesi
    sieno in cammino per raggiungere il Bar-el-Ghazal.
    Gli domandai se a suo avviso la Turchia non avesse
    nulla a dire in proposito, e rimase silenzioso. Credo che
    malgrado che qui si continui a credere che Francia non
    potrà tenere un paese così vasto, tuttavia la marcia
    verso il Sudan egiziano inquieta Governo.»

E da Costantinopoli avvertiva l'ambasciatore Collobiano:

    «La Sublime Porta sembra non dimostri interesse per
    la questione dell'*hinterland* tripolino dopo insuccessi delle
    pratiche fatte nel 1890.»

L'attività e la fermezza della Francia nell'estendere i confini
del suo impero africano erano davvero sorprendenti. Grande
era lo slancio dei suoi ufficiali e funzionari coloniali, i quali
[pg!56]
avrebbero voluto inalberare il vessillo francese su tutta l'Africa;
ma anche il governo di Parigi nel suo spirito d'intraprendenza
non vedeva ostacoli. Il 4 febbraio 1894 fu stipulato un accordo
tra la Francia e la Germania per la delimitazione dei rispettivi
territorii del Camerun e del Congo, la quale partiva dalla intersezione
del parallelo della foce del fiume Campo col 15º meridiano
Est Greenwich e seguiva una linea spezzata i cui lati
principali erano il 13º longit. E. Greenwich, il 10º lat. N. e il
*thalweg* dello Sciarì, sino al lago Tciad.

La Francia riuscì con quell'accordo a congiungere i suoi possedimenti
del Congo coll'*hinterland* riconosciutole dall'Inghilterra
nel 1890 e che s'estendeva dall'Algeria e dalla Tunisia al
lago Tciad. Praticamente le sponde di quel lago, dalla foce
dello Sciarì girando a destra fino a Barruva (limite anglo-francese),
divennero francesi; e verso oriente la Francia non aveva
altri impedimenti alla sua espansione che quelli che potessero
esserle suscitati dall'Inghilterra il giorno in cui volesse penetrare
nel bacino del Nilo. [#]_ Parve allora che tutto l'*hinterland*
tripolino cadesse in balìa della Francia, e sebbene nell'accordo
del 1890 l'Inghilterra riservasse i diritti della Porta, si prevedeva
che la Turchia non avrebbe sollevato resistenze, e neppure
l'Inghilterra, allorquando la Francia, impadronitasi del
Wadai e del Baghirmi, si fosse avanzata verso la frontiera
tripolina meridionale.

.. [#] La Francia tentò di metter piede nella valle dell'Alto Nilo tra il 1895 e
   il 1898. Impotente a far uscire l'Inghilterra dall'Egitto, volle con mosse caute
   e lente avvicinarsi al Sudan Egiziano. Il governo britannico avvertì subito i
   disegni francesi e non esitò ad ammonire per bocca di Sir Edward Grey (seduta
   della Camera dei Comuni del 28 marzo 1895) che avrebbe considerata una spedizione
   francese nella valle del Nilo come un «atto nemico (*unfriendly*)».
   Tuttavia, essendo ministro degli affari esteri in Francia l'Hanotaux, fu affidata
   segretamente al capitano Marchand la missione di raggiungere Fachoda, capoluogo
   del Bar-el-Ghazal, e di alzarvi la bandiera francese. Il Marchand raggiunse
   l'obbiettivo il 10 luglio 1898. Ma il 19 settembre giunsero dinanzi a Fachoda
   anche gl'inglesi e intimarono al Marchand lo sgombero della posizione. Il bravo
   ufficiale dovette rassegnarsi quando da Parigi gli giunse un ordine conforme.

   La Francia cedette, pur credendo che il suo diritto fosse leso, dinanzi alla
   forza, poichè l'Inghilterra era decisa a far valere la propria volontà.

   L'Hanotaux, il quale era stato sostituito al ministero degli affari esteri dal
   Delcassé quando l'incidente ebbe quella soluzione dolorosa per l'orgoglio francese,
   ha esposto nel suo volume «\ *Le partage de l'Afrique: Fachoda*» le
   ragioni che a proprio avviso giustificavano la condotta della Francia, dolendosi
   che l'opinione pubblica del suo paese non confortasse il governo a resistere:

   «.... l'impérialisme (britannico) faisait feu de toutes pièces.... il prenait position
   en vue d'une rupture et agitait le spectre de la guerre. A ce degré d'exaltation,
   il ne trouvait plus de contre-partie dans l'opinion française:.... une
   véritable panique, emportait les esprits; cette panique, accrue par tant de moyens
   dont dispose l'Angleterre, s'exagérait par elle-même et donnait à cette puissance
   toujours admirablement renseignée, la mesure de ce qu'elle pouvait tenter. La
   France ne trouva pas à cette heure, dans son droit, dans sa bonne foi, dans
   ses intentions aussi raisonnables qu'honorables, une de ces impulsions unanimes
   et chaleureuses qui, en d'autres circonstances, ont réchauffé et animé les
   gouvernements» (pag. 147).


Per dare un'idea dell'attività usurpatrice della Francia riferiamo
[pg!57]
due memorie che in giugno 1894 e in giugno 1895
l'Ufficio Coloniale del Ministero degli Affari Esteri faceva a
Crispi:

    «Con rapporto 2 corrente il regio console generale a
    Tripoli riferisce intorno ad una corrispondenza comparsa
    sul giornale francese *La Dépêche Tunisienne* del 26 maggio,
    nella quale, sulle traccie di un articolo del *Journal des
    Débats*, si raccomanda la prossima occupazione delle oasi
    di Ghadames e di Ghat da parte della Francia. Con altro
    rapporto del 3 corrente il cav. Grande dice d'averne parlato
    al governatore di Tripoli, il quale non dubita punto
    che i francesi mirino ad impadronirsi di quei due villaggi
    e che presto o tardi vi riescano.

    Le oasi di Ghadames e di Ghat si trovano sulla carovaniera
    che parte da Tripoli, e biforcandosi a Ghat, conduce
    per Agades al Sokoto, oppure per Bilma al lago
    Tciad. La ricchezza della Tripolitania è esclusivamente
    commerciale, e privata delle carovaniere che mettono
    al Sokoto, al Bornù, ai Baghirmi e al Wadai, la Tripolitania
    potrebbe paragonarsi ad «uno scrigno vuoto».
    Ora, lo stabilimento della Francia a Barruva sul lago
    Tciad, permesso dalla delimitazione anglo-francese del
    5 agosto 1890, taglierà le comunicazioni fra Tripoli ed
    il Sokoto, e renderà difficili quelle col Bornù; la occupazione
    francese di Ghadames e di Ghat lascierebbe alla
    Tripolitania la sola strada Bengasi-Kufra, la quale però
    perderebbe ogni sbocco colla conquista, pur troppo non
    impossibile, del Wadai da parte della Francia.

    A Ghadames i turchi hanno una guarnigione d'oltre
    [pg!58]
    500 soldati, e dominio effettivo; gli stranieri non possono
    risiedervi ed un algerino che intrigava apertamente
    a favore della Francia venne ultimamente espulso.

    L'incidente relativo provocò la destituzione del kaimacan
    di Ghadames, che la Turchia promise, *pro bono
    pacis*, all'ambasciatore Cambon.

    Adesso la Francia vuol ottenere a favore degli algerini
    la facoltà di risiedere a Ghadames, e ottenutala, ne
    approfitterà per mandarvi emissari i quali facciano deviare
    su Tunisi il commercio della regione del Tciad.

    A questo si aggiunga che una esplorazione francese
    semi-ufficiale, condotta dal giovane de Maistre, è partita
    in questi giorni dall'Algeria nella direzione di Ghat.

    Venne chiamata sulla questione l'attenzione dei governi
    di Berlino e di Londra, come interessati, al pari
    del nostro, a conservare l'equilibrio del Mediterraneo.
    Ma quelle pratiche, non formali, trovarono poco ascolto.
    La Germania non vuole contrastare alla Francia i suoi
    progressi africani, e l'Inghilterra, minacciata nel bacino
    del Nilo, cerca adesso un aggiustamento a Parigi, e tutto
    lascia credere che per ottenerlo sacrificherebbe di buon
    grado l'*hinterland* tripolino.»

..

    «La *Carte générale des possessions françaises en Afrique
    au 1er janvier 1895* edita in Parigi da Augustin Challamel
    (Librairie coloniale, 5 rue Jacob) a cura di quel
    Ministero delle Colonie, e destinata ai membri del Parlamento
    francese, è tale da richiamare la generale attenzione.

    Affinchè l'occhio di coloro ai quali è destinata non
    sia distratto dallo scopo cui si è mirato, sulla distesa
    in bianco del continente africano sono colorati con due
    diverse tinte rosee solo i paesi ed i territori considerati
    in Francia come possessi francesi, i quali (come si apprende
    dalla leggenda della carta stessa) vengono distinti
    in due categorie; cioè:

    1.ª Possessions et pays de protectorat proprement
    dits;

    2.ª Zone d'influence politique;

    quelli, segnati con fitte righe orizzontali continue; questi,
    con punteggiatura; segni che danno all'occhio l'impressione
    di un colore vivo per i primi, più attenuato per i
    secondi.
    [pg!59]

    La carta è stata costruita prendendo per meridiano
    di base quello di Parigi.

    Or, ciò che nell'esaminarla colpisce, a prima vista,
    l'osservatore, è oltre all'aver fatto della Tunisia una
    semplice continuazione, una cosa sola col diretto possesso
    dell'Algeria, la franchezza con la quale vi si accenna
    a costituire in un grande insieme, senza soluzione
    di continuità, tutta la sterminata distesa di territorii
    che va dal capo Bon a Brazzaville sul Congo, dal Capo
    Verde al Bahr-el-Ghazal, con tentativo di limitare alla
    costa, senza alcun *hinterland*, il Marocco ed i possessi
    europei di qualunque nazionalità scaglionati sull'Atlantico
    fin verso le foci del Congo.

    La gran macchia rosea s'avanza così con una larga
    curva, che va dal golfo di Gabes al 5º di latitudine
    nord, donde s'insinua nel territorio del Bar-el-Ghazal.

    Nè basta: altra macchia parte dalla baja di Tagiura
    con sfumatura che accenna all'intendimento di congiungersi
    alla precedente, in modo da avvolgere a sud la
    valle del Nilo, tagliandole tutte le comunicazioni con
    l'Africa australe.

    Quando si rifletta alla tenacia dei propositi con cui
    la Francia continua a rodere gli *hinterlands* ancora rimasti
    al Marocco ed alla Tripolitania; al diritto di prelazione
    che si arroga sul territorio dello Stato indipendente
    del Congo, col quale, in questi ultimi tempi, ha
    stretto una convenzione in antitesi con la precedente
    stipulata dal Congo coll'Inghilterra circa la zona fiancheggiante
    l'Alberto-Nianza, disponendo così in favore
    del Congo di un territorio posto nella valle del Nilo; e
    si pensa, inoltre, all'opposizione non dissimulata contro
    l'azione inglese in Egitto, nonchè ai tentativi fatti in
    Etiopia a danno dell'influenza italiana sancita dai trattati;
    dinanzi a questa carta così recente ed ufficiale,
    risulta evidente che la Francia prosegue il disegno grandioso
    di ridurre al suo dominio ed alla sua influenza il
    continente nero, a partire da oltre il 10º parallelo di latitudine
    sud, per giungere fino alle rive del Mediterraneo.

    Quando poi da una osservazione sommaria si passa
    ad un esame minuto della carta, ciò è eloquentemente
    confermato da significanti particolari.

    Infatti, mentre per i paesi dell'Africa australe fin
    [pg!60]
    verso l'Equatore gli scompartimenti territoriali sono indicati,
    segnando e i rispettivi confini e la potenza che
    ne ha il possesso diretto od il protettorato, per quelli
    a settentrione non avviene altrettanto. In tutta l'Africa
    orientale non si trova nessun segno di confine e nessuna
    indicazione di possesso, tranne sulla costa dell'Oceano
    indiano, che va dal confine N. e N.-E. dei possedimenti
    tedeschi nell'Africa orientale, al capo Guardafui; costa
    divisa dalla foce del Giuba in due parti. Su di essa e
    ben prossime al mare si trovano le due leggende: «\ *Possessions
    anglaises de l'Est africain*» ad ovest del Giuba,
    e «\ *Possessions italiennes*» ad est di detto fiume.

    Ma più a nord non si trova nessuna traccia dei confini
    fissati dal protocollo anglo-italiano del maggio 1894
    per le rispettive zone d'influenza nella penisola dei Somali.
    E peggio ancora avviene risalendo al golfo d'Aden
    ed al mar Rosso; che, mentre il confine di sud-est del
    possedimento francese di Obock viene spinto sin presso
    alla città di Harar, nessunissimo cenno reca la carta sui
    possedimenti italiani del mar Rosso, sull'Eritrea, sul nostro
    protettorato in Etiopia e sui protocolli anglo-italiani
    del marzo ed aprile 1891, che fissano i confini occidentali
    della nostra sfera di influenza.

    Solo confine segnato nella vasta zona d'influenza italiana
    ed inglese nell'Africa orientale è quello suaccennato,
    che fu stabilito con la nota convenzione anglo-francese
    del febbraio 1888; ma, senza far altri nomi o
    dare altre indicazioni, che potevano riuscire incomode,
    il confine stesso viene — come s'è già rilevato — spinto
    vicino alla città di Harar, la quale è lambita a nord dal
    colore roseo sfumato indicante i paesi d'influenza francese,
    invece di fermarsi a nord-est di Gildezza, come è
    fissato nel detto protocollo.

    Ma non la sola Italia è trattata, in questa carta ufficiale,
    in modo fantastico.

    Sulle coste del mar Rosso, come lungo tutta la valle
    del Nilo, è vano ricercare qualsiasi punto che accenni
    ad un qualche interesse od influenza inglese o d'altra
    potenza; così pure lungo le spiaggie africane del Mediterraneo
    fino al golfo di Gabes, fin dove, cioè, incomincia
    il *roseo vivace* del dominio francese.

    Nel Mediterraneo è degno di nota il fatto che, mentre
    alla indicazione «I. de Malte» fa seguito fra parentesi
    [pg!61]
    quella di (A) «anglaise», e così avviene pure per
    «Gibraltar», non avviene altrettanto per l'«Ile de
    Chypre».

    Mentre poi il compilatore della carta ha sentito vivo
    scrupolo di far conoscere che l'*Ile de Malte* e *Gibraltar*
    sono inglesi, dimentica invece di segnare che sullo stretto
    di Gibilterra, e precisamente sulla sponda africana, la
    Spagna ha da secoli dei possedimenti; e del pari dimentica
    d'indicare essere la costa dell'Atlantico che corre
    da capo Bojador al capo Bianco pure possesso spagnuolo,
    conosciuto col nome di governo del Rio dell'Oro, e riunito
    alla capitaneria delle isole Canarie.

    Nè minori sono le sorprese che riserva allo studioso
    l'ispezione degli altri paesi segnati in colore di rosa, e
    che a parere dell'autore della carta, formano le «Possessions
    françaises en Afrique».

    Con lo stesso metodo con cui si è fatta giungere
    l'influenza francese sino alla città di Harar, si fanno
    lambire dalle varie tonalità del delicato colore, Figuig,
    finora marocchino, Ghadames e Ghat (sulla carta Rhât)
    appartenenti senza contestazione all'*hinterland* tripolino;
    e così Jat, donde la linea sfumata della influenza francese
    volge arditamente a sud-est, per terminare, come
    si disse, sul Bahr-el-Ghazal al 5º grado di latitudine
    nord. Ivi si congiunge al colore più denso, segnale di
    possesso effettivo, che dall'Ubangi e dal M'Bomu a sud,
    va a nord ed a nord-ovest, abbracciando tutto il bacino
    dello Sciarì superiore fino al 10º di latitudine nord e da
    questo punto la destra soltanto, recingendo il lago Tciad
    dalla foce dello Sciarì ad est, nord ed ovest fino a Cuca,
    rasentata, al solito, dal colore di rosa.

    Dalla parte occidentale, una linea retta che parte dai
    possessi algerini, segnati come effettivi fino a sud di
    Figuig, taglia lo incrocio del 5º di longitudine occidentale
    da Parigi col 30º di latitudine boreale, e va a terminare
    al 21º 20' pure di latitudine nord, sul prolungamento
    della linea di divisione fra il Senegal ed il governatorato
    di Rio dell'Oro, togliendo al medesimo ogni
    *hinterland*.

    Con queste due linee sono congiunti i possessi francesi
    del Mediterraneo a quelli del Senegal, della Guinea
    francese, della Costa dell'Avorio e del Congo francese;
    e la congiunzione si termina, dal Niger al lago Tciad, con
    [pg!62]
    altra linea, che, nonostante la convenzione anglo-francese
    dell'agosto 1890, va direttamente secondo il 12º 30' di
    latitudine nord, lasciando Barruva e Sokoto alla Francia.

    Dal vasto aggregato rimarrebbe tagliato fuori il territorio
    del Dahomey poichè gli *hinterlands* rispettivi della
    costa d'Oro inglese, del Togo tedesco, del Dahomey francese
    e del territorio del Niger anche inglese, non furono
    mai oggetto di convenzione fra le potenze interessate,
    i cui interessi potrebbero essere in antagonismo; ma
    l'ingegnoso autore della carta non si scoraggia per ciò.
    Prolunga alquanto verso nord i confini che separano il
    Dahomey ad ovest del Togo germanico, ad est del territorio
    del Niger britannico; quindi li fa volgere arditamente,
    il primo a nord-ovest fino poco sopra il 10º di
    latitudine nord, il secondo a nord-ovest fino alla riva
    destra del Niger, il quale fiume è preso da lui per confine
    effettivo a nord-est, poi con una larga fascia del
    solito color di rosa attenuato, limita l'hinterland del Togo
    tedesco e della Costa d'Oro inglese, mentre collega il
    Dahomey all'impero africano francese.

    Il quale impero viene così ad avere, per ora, tre basi
    d'espansione, senza pregiudizio dell'altra a cui si mira
    d'altro lato: la baia di Tadjura. Esse sono Tunisi ed
    Algeri a nord, quello che l'autore della carta chiama
    Sudan francese ad ovest, ed il Congo francese, aspettando
    che vi si aggiunga il Congo indipendente, a sud.

    Così senza parlare dell'oasi di Tuat, che verrebbe ad
    essere considerata come completamente avvolta dalla
    zona d'influenza francese ed in essa compresa, senza
    parlare del modo equivoco col quale figurano Figuig,
    Ghadames e Ghat, modo che può offendere gli interessati
    all'integrità marocchina e tripolina, l'*hinterland* tripolino
    viene a subire un altro ben grave attentato.

    Le due grandi strade carovaniere, le quali da Ghadames
    e da Tripoli per l'oasi di Bilma conducono al
    Tciad, sarebbero, accettando questa nuovissima geografia
    politica dell'Africa, a discrezione della Francia, venendo
    ad essere in suo potere l'oasi di Bilma stessa, ove debbono
    necessariamente far capo. Nè basta: venendo con
    tale sistema anche il Vadai ed il Baghirmi ad essere
    inclusi nella sfera d'influenza francese, questa non troverebbe
    ormai più altri limiti alla sua espansione verso
    est che nel suo beneplacito stesso.
    [pg!63]

    Quando nella convenzione anglo-germanica del 20 novembre
    1893 sul lago Tciad, l'Inghilterra proponeva e
    la Germania accettava che quest'ultima non avrebbe
    estesa la sua influenza ad est dello Sciarì, e quando nell'accordo
    del 4 febbraio 1894 fra la Germania e la Francia
    si ripeteva ancora che lo Sciarì era il limite dell'espansione
    tedesca ad est, non poteva essere certo nell'intenzione
    di tutte le parti Contraenti che quello che non
    veniva consentito alla Germania dovesse senz'altro essere
    considerato come concesso alla Francia.

    Tutt'al più la questione potrà essere oggetto di ulteriori
    accordi fra le potenze interessate, anche per il fatto
    evidente che, in rapporto alla Francia, detti paesi sfuggono
    alla sua influenza secondo la teoria degli *hinterlands*,
    e che, rinunziandovi per parte loro e la Germania
    e l'Inghilterra per i possessi rispettivi sull'Atlantico
    (compagnia Niger e Cameron), la teoria stessa starebbe
    in favore della Tripolitania, anche senza tener conto dei
    diritti della Turchia.

    Nè va omesso che, a norma di quanto venne stabilito
    dall'Atto Generale della Conferenza di Berlino, le affermazioni
    di protettorato debbono essere notificate alle
    potenze firmatarie, alle quali fu riconosciuto il diritto
    di fare le proprie eccezioni.

    Ora nulla di simile è avvenuto per il Vadai e per
    il Baghirmi, e per tante altre delle regioni summenzionate.

    .. vspace:: 1

    Riassumendo, la carta che abbiamo esaminato, mentre
    segna vere usurpazioni di territori per parte della
    Francia, sia perchè la presa di possesso non ne fu mai
    notificata alle potenze firmatarie dell'Atto Generale di
    Berlino, sia perchè essi formano parte integrante di legittimo
    dominio di altre potenze, non tiene alcun conto
    dei diritti acquistati dall'Italia in Africa in virtù di
    regolari trattati, non accenna neppure a quelli dell'Inghilterra
    lungo il corso del Nilo, e porta un fiero colpo
    all'equilibrio del Mediterraneo, con una arbitraria determinazione
    degli *hinterlands* tripolino, tunisino, algerino
    e marocchino. Così anche i possedimenti spagnuoli del
    Mediterraneo, i possedimenti tedeschi e portoghesi dell'Atlantico
    e quelli dello stesso Stato libero del Congo
    sono, come si è visto, arbitrariamente delimitati.»

[pg!64]

La marcia della Francia attraverso le vie carovaniere che
congiungono Tripoli al centro dell'Africa non si arrestò più.
Una nuova convenzione franco-britannica (14 giugno 1898), completata
con una dichiarazione addizionale del 21 marzo 1899 dopo
l'urto di Fascioda, estendeva ancora la zona d'influenza francese.
La difesa che l'Italia tentò dei diritti della Turchia fu
fiacca e senza effetto. A Costantinopoli si dava più importanza
al sospetto che l'Italia meditasse l'occupazione di Tripoli, anzichè
alla realtà delle usurpazioni della Francia.

Questa non aveva più preoccupazioni per la sua conquista
tunisina. Finchè il governo italiano tenne fermo ai diritti e ai
privilegi che godeva in Tunisia in virtù di trattati che la Francia
aveva nel 1881 dichiarato di volere rispettare, l'Italia era in
grado di proteggere gl'interessi italiani nell'antica Reggenza,
e teneva una posizione che imponeva alla Francia, e l'avrebbe
costretta, desiderosa com'era di consolidare la sua conquista,
a scendere a patti. Ma il ministero Rudinì-Visconti Venosta, al
desiderio di disarmare i malumori francesi sacrificò quella posizione
senza compenso.

Già il 15 agosto 1895 il governo francese aveva denunciato
il trattato di amicizia, commercio e navigazione concluso l'8 settembre
1868 tra l'Italia e la Tunisia, dichiarando di agire in
nome del Bey e in virtù del trattato di Kassar-Said (detto
anche del Bardo) del 12 maggio 1881. Il Ministero Crispi aveva
risposto, per mezzo del conte Tornielli ambasciatore a Parigi,

    «essere bensì vero che, con nota del 9 giugno 1881, il
    signor Rustan portava a notizia della R. Agenzia e Consolato
    Generale d'Italia in Tunisi il trattato di Kassar-Said;
    ma che di tale comunicazione non fu da noi preso
    atto e nemmeno segnata ricevuta. Epperò mentre fo le
    più ampie riserve in merito all'argomento cui si riferisce
    la nota del signor di Lavaur, prego Vostra Eccellenza
    di voler significare, verbalmente per ora, a codesto
    Governo, le eccezioni del Governo del Re al procedimento
    seguito.»

Il governo della Repubblica rispondeva come risulta dal seguente
telegramma del Tornielli:

    «Ministro degli Affari Esteri mi disse che la clausola
    di riconduzione tacita per 28 anni non gli lasciava
    [pg!65]
    per così dire libera scelta di condotta, e gli imponeva
    di denunziare il trattato italo-tunisino perchè nessuno
    presentemente acconsente a lasciare impegno per così
    lungo periodo. Fortunatamente, egli soggiunse, previdenza
    dei negoziatori di quel trattato ci lascia un anno di
    tempo, durante il quale avremo tempo scambiare insieme
    molte idee, e di vedere insieme il miglior assetto da
    dare alle cose. Il Ministro non suppone che in Italia il
    Governo abbia potuto attribuire alla denunzia del trattato
    un effetto diverso da quello che è nell'intenzione
    del Governo francese di darvi, cioè, di un atto reso necessario
    eventualità clausola di riconduzione anzidetta;
    ma egli tiene ad escludere che altri concetti abbiano
    guidato il Governo francese in questa occasione. Dissi
    che io non avevo ricevuto istruzioni a tale riguardo, e
    che avrei trasmesso a Vostra Eccellenza questa dichiarazione.»

Crispi non era disposto a rinunziare senza compenso ai benefici
che le capitolazioni e le convenzioni anteriori — richiamate nel
trattato del 1868, non annullate — assicuravano all'Italia, e
la Francia avrebbe dovuto tenere conto degli interessi italiani.
Vi era un anno di tempo per discutere e negoziare; ma ai primi
di marzo 1896 il ministero Crispi si dimise, e il negoziato fu
condotto dal Ministero Rudinì-Caetani, il quale volle trattare
contemporaneamente la questione tunisina e il ristabilimento
delle relazioni commerciali franco-italiane. In realtà le due
cose erano estranee l'una all'altra; in Tunisia avevamo una
posizione giuridica eccellente e diritti da far valere, mentre
non era sperabile che, cedendo su quelli, la Francia ci avrebbe
accordato tariffe di favore.

Infatti in Francia, dove la considerazione dei nostri diritti
non entrava in mente a nessuno, anche l'idea di tornare al
regime convenzionale nei commerci con l'Italia sembrò una
concessione eccessiva, cioè senza corrispettivo. Il governo francese
sapeva l'opinione pubblica così prevenuta contro di noi
che scongiurò il ministro italiano di non insistere. Passarono
alcuni mesi; il ministero Rudinì si ricompose, alla Consulta il
duca Caetani fu sostituito dal Visconti-Venosta. Quest'ultimo
trovò la situazione peggiorata, poichè mancata la vigilanza del
[pg!66]
governo italiano, l'Inghilterra — la quale in agosto 1895 aveva
assicurato che avrebbe proceduto d'accordo con l'Italia — aveva
consentito a negoziare con la Francia, rinunziando al trattato
perpetuo che aveva col Bey; e anche l'Austria-Ungheria, in
luglio 1896, aveva ceduto alle istanze francesi, riservandosi in
Tunisia il trattamento della nazione più favorita. Insistere
nella via tracciata da Crispi era, ormai, impossibile, poichè
l'Italia non avrebbe trovato nelle potenze amiche e alleate
l'appoggio sul quale Crispi aveva fatto assegnamento. L'on. Visconti-Venosta
non insistette neppure per un accordo commerciale;
e il 28 settembre 1896 furono firmate le convenzioni con
le quali l'Italia riconosceva senza compensi, dopo quindici anni,
la conquista francese della Tunisia con tutte le sue conseguenze.
«Nous y gagnions — ha scritto recentemente [#]_ l'ambasciatore
che la Francia aveva allora in Italia, il signor Billot — de
libérer notre protectorat des entraves qui en paralysaient
l'exercice.... l'Italie renonçait à y demeurer avec nous sur un
pied de complète égalité et reconnaissait implicitement les consequences
des événements qui nous y avaient conféré une situation
privilegiée.»

.. [#] :small-caps:`A. Billot`: *La France et l'Italie. Histoire des années troubles*, vol. II,
   pag. 372.


Nel 1902 avvenne il noto accordo franco-italiano pel quale
l'Italia si disinteressò del Marocco a favore della Francia, e
la Francia ci lasciò mano libera in Tripolitania e in Cirenaica.

Il governo della Repubblica fece con cotesta combinazione
un buon affare, poichè mentre il valore commerciale di quei
due *vilayets* era di molto ridotto per le erosioni fatte dagli
stessi francesi nei loro *hinterlands*, il ministro Delcassé — che
concluse l'accordo col ministro italiano Prinetti — abbandonava
all'influenza italiana un territorio dove la Francia non
aveva interessi e che mai avrebbe potuto far suo; l'Italia non
avrebbe subìto quest'altro colpo, e non sarebbe rimasta sola a
pararlo.

L'abbandono del Marocco all'esclusiva influenza francese fu
un notevole sacrificio degli interessi italiani e pregiudicò irrimediabilmente
l'avvenire della nostra politica mediterranea.
Una Francia troppo forte nel mare che ci circonda è un pericolo
[pg!67]
permanente per noi. Crispi intendeva che la Tripolitania
divenisse italiana come compenso all'ingrandimento già avvenuto
della Francia con la occupazione della Tunisia; il Marocco
allora indipendente, non poteva formare oggetto di accordi che
avessero relazione col passato. Per questo egli lavorò a creare
interessi italiani e influenza italiana nell'impero sceriffiano e
prese intelligenze con la Spagna che, purtroppo, i suoi successori
non seppero mantenere.

Durante il suo primo ministero, Crispi colorì il suo disegno
con importanti successi. Il Sultano Mulei Hassan dette a italiani
consenso e denaro per l'impianto di una fabbrica d'armi
a Fez e di una zecca, e giunse nella sua deferenza ai consigli
del nostro governo sino a risolversi alla creazione di una marina
da guerra e ad ordinare ad un cantiere italiano, quello
degli Orlando di Livorno, la costruzione della sua prima nave. [#]_

.. [#] Questa nave, alla quale fu imposto il nome di *Bascir*, era già pronta da
   tempo (la commissione era stata data con contratto del 19 giugno 1890) quando
   il Sultano Mulei Hassan, superando gl'intrighi francesi, si decise a farne prendere
   la consegna, come risulta dal seguente documento. Disgraziatamente Mulei
   Hassan morì quindici giorni dopo gli ordini dati al Vizir Garrit, e il successore
   Mulei Abd-el-Aziz mutò idea:

      | «\ :small-caps:`Il Vizir Garrit al R. Ministro in Tangeri.`
      | (*Traduzione letterale*)

   .. class:: right white-space-pre-line

      20 Caada 1311.
      (25 maggio 1894).

   .. vspace:: 1

   Lode a Dio. Non havvi forza e possanza se non in Dio Altissimo, Onnipotente.

   Abbiamo ricevuto la tua lettera con la quale ci informi che la nave da
   guerra costruita per Sua Maestà Sceriffiana nel vostro paese è pronta e che i
   costruttori che la costruirono desiderano farne la consegna, ed in questo senso
   rivolsero domanda al tuo eccelso Governo. Che il tuo Governo ti ha ordinato
   di interessarti a tale cosa e ci inviasti, entro la tua lettera, le note della spesa
   annua occorrente per la nave, siccome te ne aveva fatto richiesta Sua Maestà
   Sceriffiana — che Iddio esalti. Ci inviasti altresì entro la tua lettera la nota
   della spesa occorrente per l'acquisto delle munizioni per i cannoni che saranno
   collocati su questa nave, perchè ogni nave da guerra è provvista di tali munizioni
   e l'acquisto di esse è a carico del Makhzen (governo Marocchino). Ci hai
   infine domandato di farti conoscere l'epoca che S. M. Sceriffiana designerà per
   ricevere la nave suddetta e chi sarà incaricato da parte di S. M. di riceverla
   perchè tu ne renda informato il Governo del tuo augusto e potente Sovrano, e
   quando arriverà in Italia il delegato del nostro Signore — che Iddio renda vittorioso — il
   tuo Governo si occuperà con lui dell'affare della scelta degli ufficiali
   che dovranno andare sulla nave suddetta.

   Ho portato il contenuto della tua lettera e delle note annessevi a cognizione
   del nostro sceriffiano Padrone — che Iddio renda vittorioso. — Sua Maestà
   prese conoscenza di tutto ed emanò ordine sceriffiano ai Governatori dei porti
   di mare, menzionati in margine, di scegliere a mezzo del tuo rappresentante, che
   tu invierai presso di loro, trentaquattro marinai fra i marinai di quei porti e
   sedici artiglieri. Manda presso di loro (dei Governatori) il tuo rappresentante
   perchè li scelga egli stesso. S. M. ha altresì ordinato agli amministratori delle
   Dogane dei porti suddetti di provvederli (i marinai e gli artiglieri) del necessario
   e di imbarcarli per Tangeri. Ha ordinato al Governatore di Tangeri di
   alloggiarli convenientemente, e agli amministratori della Dogana di quest'ultima
   città di dar loro il vestiario d'uso e di somministrar loro la muna d'uso (un
   tanto al giorno per il vitto) fino a che partiranno per l'Italia. — Le lettere
   sceriffiane per i Governatori e gli amministratori dei suddetti porti e quelle per
   il Governatore, gli Amministratori di Tangeri ed il Naib (rappresentante) Sid
   Mohamed Torres arriveranno a tue mani dentro questa lettera. Il nostro Signore — lo
   esalti Iddio — ha designato El Agi El Arbi Briscia quale rappresentante
   della S. M. Sceriffiana per ricevere la consegna della nave suddetta,
   consegna formale siccome è detto nel relativo contratto. S. M. — la sua gloria
   sia duratura — ha eziandio designato l'Amministratore Sid Omar ben el Medhi
   Ben Gellun di Rabat quale amministratore sulla nave da guerra. Entrambi arriveranno
   presso di te con la risposta circa la spesa annua per la nave e circa
   la spesa per l'acquisto delle munizioni per i cannoni.

   .. class:: right white-space-pre-line

   *firmato:* :small-caps:`Mohammed-el-Mufadde Ben`
   :small-caps:`Mohammed Garrit`.»
   (Dio siagli propizio).

..

[pg!68]

La Spagna aveva nel Marocco una tradizione da continuare
e ingenti interessi, sia per i possessi effettivi tenuti in quell'impero,
sia per i diritti che vantava per il trattato di Wad Ras
e per la stessa sua posizione geografica. Era quindi sana politica
quella seguita da alcuni suoi statisti, come il duca
di Tetuan, di procedere di conserva con l'Italia per resistere
alla invadenza francese. Crispi sinchè fu al governo dette alla
Spagna l'appoggio della sua autorità presso le grandi potenze
e dei suoi consigli, e le sorti dell'influenza spagnuola nel Marocco
sarebbero state più propizie se Spagna e Italia avessero
continuato quell'indirizzo.

L'accordo franco-italiano del 1902, sebbene oneroso per l'Italia,
ebbe contraria una gran parte dell'opinione pubblica francese.
Non v'è scrittore francese di questioni internazionali che non
l'abbia deplorato, considerandolo da un angolo visuale esclusivo
[pg!69]
come se la Francia sola esistesse e gli altri popoli non avessero il
diritto di provvedere al loro avvenire. «Lo *statu-quo* nella Tripolitania — hanno
scritto sino a ieri — non è la migliore garenzia
della durata delle buone relazioni tra la Francia e l'Italia
nel Mediterraneo? Quando l'Italia si sarà stabilita a Tripoli,
le buone relazioni non potranno durare!» [#]_

.. [#] Cfr. :small-caps:`R. Pinon`: *L'Empire de la Méditerranée*.

E pochi mesi or sono, in febbraio 1912, quando l'Italia già
guerreggiava contro la Turchia, Gabriele Hanotaux, ex-ministro
degli affari esteri, ha scritto che l'occupazione italiana
della Tripolitania «apre un grande conflitto tra l'Italia e la
Francia!» [#]_

.. [#] Cfr. nel giornale *Figaro*: «Il pericolo punico».

Se il senso dell'equità non riuscirà a penetrare nelle menti
dei nostri vicini d'occidente, se il governo della Repubblica
non saprà rendersi superiore alla latente ostilità del popolo
francese per ogni interesse italiano, se la Francia non dimenticherà
la storia del suo predominio e della sua influenza
al di qua delle Alpi, le parole di Gabriele Hanotaux saranno
un vaticinio. E sarà un triste giorno per i due popoli, i quali
anche nell'opera d'incivilimento dell'Africa potrebbero giovarsi
di una solidarietà che sarebbe gloriosa per entrambi.

Ma se l'avvenire ci riserba il «grande conflitto», siamo sicuri
che non sarà l'Italia ad accenderlo.

.. vspace:: 1

.. class:: small

La Porta accettò soltanto nel 1910 di trattare una delimitazione di frontiera,
ma chiese ed ottenne, affinchè non fosse implicito, per tale suo atto,
il riconoscimento del trattato del Bardo, che i commissarii tunisini fossero
nominati dal Bey e non dal Residente francese.

.. class:: small

La Commissione si riunì a Tripoli in aprile 1910. Dapprima i commissarii
ottomani sostenevano una linea che da El-Biban, sul mare, va all'oasi
di Remada, rivendicando alla Tripolitania le usurpazioni compiute dai francesi.
Poi, chissà per quali influenze, ripiegarono, e il 10 maggio venne firmato
un atto che indicava sulla carta il tracciato della frontiera. Cotesto
tracciato si sviluppa dal Mediterraneo a Gadames su di una lunghezza di
480 chilometri; parte da Ras Adjedir (o Adijr), tocca Dehibat, passa tra
Dehibat e Uezzen, volge verso i due pozzi di Zar, dei quali uno rimane alla
Tripolitania e l'altro alla Tunisia, quindi si dirige verso il pozzo di Mechiguig
(o Imchiguig) che rimase in Tripolitania. A partire da questo pozzo,
la frontiera resta equidistante tra le carovaniere Djeneien-Gadames e Nalut-Gadames,
[pg!70]
gira la Sebkhat-el-Melah e va a finire a 15 chilometri al sud di
Gadames, che rimane alla Tripolitania. (Cfr. :small-caps:`Leon Pervinquière`: *La Tripolitaine
interdite — Ghadamès*.)

.. class:: small

La commissione franco-turca doveva poi proseguire i suoi lavori per la
delimitazione delle zone d'influenza oltre Gadames, rimaste incerte anche
negli accordi anglo-francesi che, del resto, la Turchia non riconobbe. La
guerra italo-turca impedì quella riunione; così che la questione è aperta e
dovrà trattarsi tra l'Italia e la Francia, se il governo italiano non ha già
commesso la debolezza di cedere alle pretese francesi, senza vagliarle, cominciando
dal riconoscere legittima l'occupazione di Gianet, compiuta dalla
Francia durante quest'ultima guerra, in ispregio alla dichiarazione di
neutralità.

[pg!71]




:small-caps:`Capitolo Terzo.` — Le fortificazioni di Biserta.
=============================================================


.. class:: small

Biserta, la «maggiore posizione strategica del Mediterraneo». — Crispi impedisce
alla Francia di fortificarla. — Gl'impegni del 1881, confermati da vari ministri
francesi, sono da Ribot dichiarati senza valore. — Sorpresa della Germania per
la teoria di Ribot. — Lord Salisbury presta fede alle dichiarazioni della Francia
che non fortificherebbe Biserta. — Pro-memoria di Crispi a Salisbury. — Il cancelliere
Caprivi e il reclamo italiano. — Possibilità di guerra. — Il ritiro di Crispi
dal Governo lascia libera la Francia. — Lo Stato Maggiore germanico e Biserta. — Una
lettera angosciosa di Crispi al Re Umberto. — Biserta fortificata è l'orgoglio
della Francia e una minaccia per l'Italia.

.. vspace:: 2

La questione di Biserta, accesa, si può dire, fin dal 1881, si
fece viva e ardente più che mai, sotto il primo ministero
Crispi (1887-91).

L'on. Crispi, nella qualità di ministro per gli affari esteri,
tenne costantemente rivolta la propria attenzione a siffatta vertenza,
e non si stancò mai:

*a*) di far tener dietro, con vigilante cura, sul posto, al
progresso e alla natura de' lavori che si venivano compiendo
a Biserta:

*b*) di denunziare alle potenze amiche, alleate, o interessate,
siffatti progressi ed ogni lieve fatto che meritasse di essere
rilevato;

*c*) di chiedere schiarimenti e ottenere assicurazioni dal
governo francese;

*d*) e sopratutto, di interessare l'Inghilterra a prendere
l'iniziativa e ad associarsi a noi e ai nostri alleati in una
azione diretta ad impedire il proseguimento di que' lavori.
[pg!72]
che si rivelavano contrari agl'impegni presi dalla Francia all'epoca
dell'imposizione del suo protettorato in Tunisia, e che
minacciavano di turbare l'equilibrio e lo *statu quo* nel Mediterraneo.

Il gabinetto britannico, dietro nostre replicate sollecitazioni,
con memorandum 10 gennaio 1889 ammise e dichiarò al nostro
governo di riconoscere che Biserta era la *maggiore posizione
strategica nel Mediterraneo*, e fermamente ammonì, in conseguenza,
il governo della Repubblica francese rammentando
gl'impegni da esso presi nel 1881. La Germania fece altrettanto
a Parigi per mezzo del proprio ambasciatore. E risulta
così che la Francia non dette esecuzione ai suoi progetti perchè
l'Europa teneva gli occhi rivolti a Biserta. La Repubblica
francese, infatti, — (essendo ministro degli esteri il Goblet) — si
affrettò a rassicurare Londra e Roma che non aveva intenzione
nè di ampliare nè di fortificare il porto di Biserta, e che
trattavasi soltanto di scavi necessarii e periodici.

A nuove insistenze del ministro Crispi in data 29 gennaio 1889,
Salisbury risponde confermando che la questione di Biserta interessa
non meno la Gran Brettagna che l'Italia, e avvertendo
che fa esercitare sul luogo continua vigilanza e manda ogni
tanto una nave della flotta a constatare il vero stato delle cose.

Incessante dopo d'allora fu lo scambio di comunicazioni in
proposito con Londra, con Parigi, Vienna e Berlino. Ancora il
5 novembre 1889 lord Salisbury trova giustificate le apprensioni
nostre rispetto al porto e ai lavori che cautamente si eseguono
a Biserta.

Il 25 giugno 1890 l'ambasciatore Tornielli telegrafa a Roma:

    «Salisbury mi ha detto che il signor Waddington
    [ambasciatore francese a Londra] nega che i lavori di
    Biserta abbiano carattere militare.»

Ma in ottobre il ministro degli affari esteri della Francia,
Ribot, mentre assicura che non sono in corso studi per l'erezione
a Biserta di opere militari, afferma che la Francia ha facoltà di
erigervene, e alla obiezione mossagli dall'ambasciatore italiano
che per bocca dei ministri suoi predecessori la Francia ha assunto
impegno di non fortificare quel porto, risponde che qualunque
[pg!73]
dichiarazione precedente non lega il governo francese,
e che il Bey, in ogni caso, ha piena libertà di premunirsi.

Questa arditissima teoria del ministro Ribot, comunicata
alle Cancellerie amiche col rapporto del generale Menabrea
che la riferiva, parve ed era una sfida. La Cancelleria germanica
l'accolse severamente, secondo si legge nella lettera che
segue dell'ambasciatore di Launay:


    .. class:: right small

    «Berlino, 5 Novembre 1890.

       | *Signor Ministro,*

    Nel ricevimento ebdomadario di ieri ho dato lettura
    al Segretario di Stato del dispaccio di V. E. del 30 ottobre
    scorso num.... Mi sono giovato dell'allegato per
    redigere un promemoria confidenziale che rimetterò in
    copia, omettendo le due ultime frasi che concernono
    l'attuale attitudine dell'Inghilterra. Ma nel senso di esse
    mi sono espresso verbalmente.

    Il barone de Marschall criticò vivamente la dottrina
    enunziata dal signor Ribot sul non valore delle dichiarazioni
    scritte e verbali fatte dai suoi due predecessori
    circa il porto di Biserta. Una dottrina simile sarebbe
    contraria a tutte le regole adottate nelle relazioni internazionali
    ed in opposizione con la buona fede, dalla
    quale nessuno saprebbe fare astrazione. Sarebbe altresì
    un atto cinico ed una vera mistificazione il porsi dietro
    la sovranità del Bey di Tunisi, ridotto a rappresentare
    una parte da marionetta, per mascherare i progetti della
    Francia. È questa una nuova goffaggine da aggiungere
    alle altre commesse dal ministro degli affari Esteri della
    Repubblica. Egli avrebbe fatto meglio dal suo punto di
    vista limitandosi a sostenere che la natura dei lavori
    progettati o in corso di esecuzione a Biserta, e il loro
    scopo, non hanno e non avranno che un carattere commerciale.

    Il Segretario di Stato m'ha promesso di scrivere all'ambasciatore
    di Germania a Londra affinchè parli al
    *Foreign Office* nel senso del promemoria predetto e ne
    richiami l'attenzione sul contenuto del medesimo. Se
    lord Salisbury — forse perchè l'opinione pubblica del
    suo paese non si appassiona ancora a tale questione — non
    crede che sia venuto il momento per ricordare al
    gabinetto francese i suoi impegni formali, questo ministro
    [pg!74]
    è però animato da buone intenzioni verso di noi e
    sorveglia da vicino le mene francesi. Nondimeno è utile
    dare al marchese di Salisbury una spinta.

    Il Cancelliere dell'Impero, che ho accompagnato ieri
    alla stazione per prendere congedo da lui nel momento
    che partiva per l'Italia, mi ha confermato in termini
    generali quello che mi ha detto il Segretario di Stato.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Launay`.»

Lord Salisbury, in verità, si dimostrava proclive a prestar
fede alle assicurazioni francesi, e all'Incaricato d'affari della
Germania esprimeva il parere

    «non essere opportuno risolvere la questione a Parigi
    finchè non si produca qualche fatto palese sulle intenzioni
    del governo francese, mentre il Waddington l'aveva
    assicurato in modo positivo che il suo governo non
    mirava a fare di Biserta un porto fortificato.»

Dovette Crispi dimostrare a Londra l'irrefutabile carattere
militare dei lavori, la gravità della questione e le irreparabili
conseguenze che sarebbero per derivarne.

Il *pro-memoria* che fece presentare a lord Salisbury è questo:

    «Bizerte ou Benzert, l'ancienne Hippo-Zarytos des
    Phéniciens, située sur la côte de la Tunisie, là où le
    continent africain s'allonge vers la Sicile, est à cheval
    sur le bras de mer qui mène au lac du même nom. Ce
    lac a une étendue et une profondeur suffisantes pour
    offrir aux plus gros navires, à l'achèvement des travaux,
    cinquante milles carrées de mouillage. Ainsi placée sur
    la Mediterranée, favorisée par la nature qui lui a donné
    un port très vaste et parfaitement à l'abri des colères
    de la mer et des attaques des flottes ennemies, et se
    trouvant aujourd'hui aux mains d'une puissance maritime
    de premier ordre, Bizerte est un élément de grande
    valeur dans le calcul des ressources défensives et offensives
    actuellement à la position des différentes puissances
    européennes.

    Cette nouvelle situation, créée par les événements
    de 1881, attira immédiatement l'attention des cabinets
    [pg!75]
    intéressés au maintien de l'équilibre dans la Mediterranée,
    et il en vint cet échange de notes, de remontrances
    d'un côté et de vagues assurances de l'autre,
    qui, commencé dès la descente des Français en Tunisie,
    n'a pas encore pris fin.

    Il appert de cet échange de notes qu'au commencement
    de 1889 le premier ministre de S. M. Britannique
    paraissait avoir pris un grand intérêt à cette affaire, à
    cause de laquelle de pressantes démarches avaient été
    faites auprès de lui, même de Berlin; mais que, plus
    tard, des explications fournies à Paris l'avaient persuadé
    que «les travaux projetés n'avaient point de grande
    importance». Une année après, le 3 juin dernier, toujours
    convaincu que ce qu'on était en train de faire ou de
    projeter pour Bizerte n'offrait qu'une mediocre importance,
    il disait à l'ambassadeur du Roi que «si, comme
    il le désirait et l'espérait, l'Angleterre et l'Italie restaient
    unies, leurs forces navales suffisaient à leur donner
    la supériorité sur toute autre puissance, et n'avaient
    rien à redouter des *fortins* de Bizerte». Plus tard, en
    septembre, le sous-secrétaire d'Etat aux affaires étrangères
    déclarait que «les travaux en voie d'execution
    ne paraissaient pas encore avoir un but militaire».

    Les considérations suivantes pourront démontrer que
    l'avis exprimé par le *Foreign Office* n'est guère conforme
    à l'état réel des choses.

    En creusant de quelques mètres le port actuel de
    Bizerte et en élargissant le canal d'entrée moyennant
    la démolition de la Kasba, on répondrait suffisamment
    aux exigences du commerce qui est à peu près nul,
    comme il est démontré à l'evidence par les récettes de
    la douane qui n'atteignent jamais 50 000 fr. par an. Or,
    comme il n'est guère admissible qu'on songe à faire de
    Bizerte le port commercial de la Tunisie, de grands
    travaux étant en même temps en cours d'exécution dans
    le port de Tunis, [#]_ à 32 milles de Bizerte, il est facile
    [pg!76]
    d'en conclure que tout ouvrage visant non pas à améliorer
    le port actuel, mais à en créer un nouveau de
    grands proportions, a un but essentiellement militaire.
    Et les travaux qu'on est en train d'executer à Bizerte
    ont précisément en vue un port immense, l'un des plus
    grands du monde, pour lequel on creuse un canal d'entrée
    de 200 mètres de largeur et de 12 de profondeur.

.. [#] M. Ribot, ministre des affaires étrangères dans un rapport presenté le
   15 octobre 1890 au président de la République, expose qu'il y a en voie de
   construction: 1º un avant-port à la Goulette; 2º un canal de 8 kilomètres de
   longueur et 6 m. 50 de profondeur de la Goulette à Tunis à travers le lac de
   ce nom; 3º un *bassin* à Tunis. Le tout devant étre achevé en juillet 1894. La
   dépense prévue est de 13 millions.
..


    Il est à remarquer que quand même le mouillage serait
    de beaucoup plus limité, la profondeur que l'on
    veut donner à ce canal suffit à prouver qu'il est destiné
    aux grands navires de guerre. En effet, il n'y a pas
    aujourd'hui de navire marchand ayant un tirant d'eau
    de 8 ou 9 mètres, qu'atteignent seulement les navires
    de combat de 1\ :superscript:`re` classe, jaugeant de 12 à 14 000 tonnes.
    Le canal de Suez qui interesse tous les pays, qui a
    été creusé exclusivement pour le commerce et donne
    passage aux plus grands steamers de toutes les marines
    marchandes du monde, n'a qu'une profondeur
    de 8 mètres.

    Il existe d'ailleurs des preuves directes que dans ce
    que l'on fait ou qu'on compte faire a Bizerte, on s'est
    proposé pour but non le commerce mais la guerre. On
    trouve ces preuves dans la construction d'une grande
    caserne pour laquelle on a publié dès le mois de mai
    dernier le décret d'expropriation du terrain nécessaire;
    dans la construction déjà achevée de baraques pour le
    génie militaire; dans l'augmentation de l'effectif de la
    garnison qui a eu lieu ces derniers jours; dans la construction
    imminente d'ouvrages de fortification en vue
    desquelles le gouvernement tunisien vient de publier (le
    3 de ce mois) un décret du Bey portant constitution de
    servitudes militaires. [#]_ En dernier lieu la fondation d'une
    grande compagnie appelée du *Port de Bizerte* [#]_ avec un
    capital de neuf millions, prouve qu'il ne s'agit point de
    travaux de petite importance, mais bien de travaux
    grandioses dans lesquels, d'après ce qu'on vient d'exposer
    et malgré le caractère privé qu'on leur a artificiellement
    [pg!77]
    donné, on peut, selon toute raison, reconnaître
    l'intention de faire de Bizerte un port militaire.

.. [#] L'art. 1 du décret, vue par le ministre résident général de la République,
   fixe la zone de servitudes au «polygone exceptionnel du village des Andalous»
   qui est un faubourg au bord de la mer, immédiatement au nord de Bizerte.
..


.. [#] Dans son rapport précité M. Ribot dit que «la Compagnie est fondée, ses
   statuts sont publiés et les travaux sont en cours d'exécution».
..


    Il est inutile d'objecter qu'il faudra de plus grandes
    sommes et beaucoup d'années pour que cette transformation
    s'accomplisse; on ne sait que trop que lorsqu'il
    s'agit de pareils travaux, qui intéressent la défense nationale,
    les crédits sont toujours accordés aussitôt qu'ils
    deviennent nécessaires. Il faut au contraire remarquer,
    ce qui n'est pas aussi universellement connu, qu'il ne
    faut point de travaux de grandes proportions pour faire
    de Bizerte un port de guerre, mais qu'il suffit relativement
    de peu de chose, de façon que le temps et les
    dépenses nécessaires ne seraient rien moins que proportionnés
    aux résultats que l'on obtiendrait. [#]_ Il ne faut
    d'ailleurs pas oublier que quand même la place ne serait
    point fournie de tout le nécessaire dès le commencement
    des hostilités, elle n'en serait pas moins une grande
    ressource pour la France et une menace sérieuse pour
    ses ennemis, si seulement le canal en était rendu praticable
    aux grands navires sous la protection de quelques
    puissantes batteries côtières, et si la place contenait
    les approvisionnements indispensables de charbon,
    vivres et munitions de guerre et les moyens nécessaires
    pour radouber des navires.

.. [#] Le canal aurait un kilomètre et demi de longueur dont un tiers seulement
   à creuser dans toute sa profondeur, dans la langue de terre qui sépare le lac
   de la mer.
..


    Il n'y a par conséquent rien que de vraisemblable
    dans la supposition que la France si elle veut (et tout
    nous prouve qu'elle le veut) possédera à Bizerte, dans
    un peu plus de cinq ans, un port militaire vaste et sûr
    qui lui servira de base pour des expéditions maritimes
    dans la Mediterranée meridionale, et de port de refuge
    en cas d'insuccès. Et quand même cela n'arriverait que
    dans dix ans, y a-t-il moyen de ne pas voir que sa puissance
    sur mer en serait énormément augmentée?

    La France ne possède actuellement sur la Méditerranée
    qu'un seul port militaire, celui de Toulon, qui
    occupe par rapport à l'Italie méridionale et à la mer
    Jonienne, une position tellement excentrique qu'un gros
    convoi de troupes de débarquement ne pourrait mettre
    à la voile de ce port pour le sud de la péninsule ni pour
    [pg!78]
    la Sicile, sans courir de graves dangers, soit à cause de
    la distance à franchir, soit à cause de la flotte italienne
    qui, de la Madeleine, surveillerait ce mouvement. Mais
    lorsque Bizerte sera devenue accessible aux grands navires
    et ceux-ci pourront y trouver du charbon, des vivres,
    des munitions de guerre et des moyens pour réparer
    leurs avaries; lorsque cette place sera munie de
    fortifications maritimes et terrestres, les Français seront
    alors en mesure de menacer, de la côte tunisienne, les
    escadres ennemies manoeuvrant dans le bassin méridional
    de la Méditerranée, et pourront se porter en 20
    heures sur Naples, en évitant les eaux surveillées de la
    Madeleine par la flotte italienne, et se jeter en 8 heures
    sur Cagliari et sur la Sicile.

    Il n'y a rien d'exagéré dans l'importance que nous
    attribuons plus haut aux difficultés provenant de la distance
    à la quelle Toulon se trouve des côtes de l'Italie
    méridionale. Il ne s'agit, en effet, ni d'une escadre ni
    d'une flotte qui peuvent naturellement parcourir la Méditerranée
    quel que soit l'état de la mer; il s'agit d'un
    convoi de navires de transport (plus de cent) qui doivent
    naviguer de conserve sous la protection d'une escadre
    et par conséquent marcher lentement.

    Ce convoi, au surplus, ne serait pas en mesure d'opérer
    le débarquement par un mauvais temps et devrait,
    dans ce cas, chercher un abri, ou rebrousser chemin,
    jusqu'à Toulon, en s'exposant, dans le deux hypothèses,
    au danger d'une attaque de la part de la flotte italienne
    s'appuyant sur la Madeleine. Ces difficultés ne proviennent
    donc pas de la distance, mais des dangers que le
    convoi doit courir pendant cette longue traversée, et
    qui peuvent venir de deux differents côtés, — de la mer,
    l'état de laquelle peut rendre impossible d'atteindre à
    temps le point d'atterrissage, ou empêcher l'opération
    même du débarquement, — et de la flotte ennemie, à laquelle
    on offre de cette manière une occasion favorable
    pour attaquer en route le convoi.

    Bizerte, étant donnée comme point de départ, tous ces
    dangers disparaissent. On y concentre le corps de débarquement
    (la France n'est pas obligée de faire venir,
    à cet effet, des troupes d'Europe attendu qu'elle a en
    Algérie un corps d'armée permanent et pourvu de tout
    ce qu'il faut), on y rassemble et on y tient prêts les
    [pg!79]
    transports, on attend ensuite que les conditions générales
    de la guerre soient favorables à l'opération, et par un
    soir de calme le convoi met à la voile, se présente le
    lendemain au point du jour, sans avoir été signalé, sur
    la côte de Sicile, et opère le débarquement bien avant
    que le forces destinées à la défense de l'île aient eu le
    temps d'accourir.

    Il est inutile d'ajouter que la descente en Sicile d'un
    gros corps d'armée (35 à 40 000 hommes) aurait une grave
    influence sur le sort de la guerre. Un pareil évènement
    serait un désastre matériel et moral et pourrait même
    entraîner une défaite définitive. Il faut plutôt faire remarquer
    que si la France voulait renforcer, dès le début
    des hostilités, ses garnisons d'Algérie, ses ressources maritimes
    et le nouveau port de Bizerte lui permettraient,
    la traversée étant très courte et la Madeleine bien éloignée,
    de porter en Sicile jusqu'à deux corps d'armée,
    c'est-à-dire 60 000 hommes, en s'assurant par là la supériorité
    numérique sur les troupes chargées de la défense
    de l'île. [#]_

.. [#] Les études pour la défense de la Sicile en cas de guerre avec la France,
   sont fondées sur l'hypothèse d'un débarquement de deux corps d'armée. Le
   transport d'une pareille force sur les côtes occidentales de la Sicile pourrait
   s'effectuer de Bizerte en plusieurs fois, grâce au voisinage de ce port, et sans
   qu'il soit par conséquent nécessaire de rassembler un nombre immense de
   transports ainsi qu'il le faudrait s'il s'agissait d'amener ces mêmes troupes de
   Toulon, en un seul convoi.
..


    Cependant l'accroissement énorme de force que la
    France tirerait, le cas échéant, de la possession d'une
    nouvelle base d'opérations maritimes dans la Méditerranée,
    n'est pas fait pour préoccuper seulement l'Italie
    et ses alliées, les puissances centrales; cela regarderait
    aussi de très près l'Angleterre, quand même l'alliance
    de cette puissance avec l'Italie serait un fait accompli.
    Ce ne sont pas en effet, les «fortins de Bizerte» qu'on
    aurait à craindre, mais la nouvelle situation qui serait
    créée par l'existence, sur la côte d'Afrique, d'un port
    militaire français, d'où la France pourrait aisément attaquer
    l'Italie du sud et la Sicile sans avoir à redouter
    les mouvements de la flotte italienne opérant de la Madeleine.
    Ce nouveau port militaire paralyserait l'action
    de la Madeleine dans la Méditerranée méridionale, rendrait
    [pg!80]
    nécessaire le maintien d'un gros corps d'observation
    en Sicile et d'autres forces considérables dans les
    villes maritimes de l'Italie du sud. Il deviendrait par
    conséquent nécessaire de diminuer d'autant les troupes
    à porter au delà des Alpes, et cela même si l'Angleterre
    et l'Italie étaient alliées.

    Telles sont les conséquences de la création, à Bizerte,
    d'un nouveau Toulon; tels sont les dangers que l'Italie
    doit redouter bien plus que les attaques directs sur ses
    navires pouvant partir des fortifications du nouveau
    port. Ces fortifications ne seraient que le complément
    nécessaire de toute place maritime, et doivent être considérées
    comme telles, et non comme des ouvrages placées
    sur un bras de mer par où il serait indispensable
    de passer.

    Mais ceci n'est pas tout. Si la création du nouveau
    port militaire nuit directement à l'Italie et indirectement
    à ses alliées à cause de la diminution de la puissance
    offensive du royaume et du danger que courrait
    la Sicile, l'Angleterre aussi, bien qu'elle soit, ou plutôt
    parce qu'elle est la première puissance maritime du
    monde, en ressentirait un préjudice sérieux, même si
    elle était l'alliée de l'Italie et indépendamment du dommage
    indirect auquel elle serait exposée en cette dernière
    qualité.

    Il suffit, en effet, de se rappeler quelle est la situation
    respective de Gibraltar, Bizerte, Malte e Port-Saïd
    pour voir que le jour où Bizerte sera un port militaire,
    elle occupera une formidable position offensive sur le
    flanc de tous les navires se rendant de l'orient à l'occident
    et viceversa. Elle sera parfaitement en mesure
    de harceler et même d'arrêter complètement le commerce
    de Gibraltar à Malte et à la mer Rouge, c'est-à-dire
    le commerce de l'Angleterre avec les Indes, et d'empêcher
    la jonction des flottes anglaises ou anglo-italiennes
    dans la Méditerranée méridionale. Ce qui forcerait
    l'Angleterre, si elle était l'alliée de l'Italie aussi bien
    que si elle demeurait neutre, a augmenter ses forces
    navales dans la Méditerranée, en restant néammoins menacée
    dans son commerce, qui est pour elle la vie, et en
    dégarnissant nécessairement la Manche où, en cas de
    conflagration européenne, il lui faut absolument être
    maîtresse de la mer.»

[pg!81]

Nel colloquio di Milano dell'8 novembre 1890 Crispi aveva
detto al Conte di Caprivi non poter permettere che Biserta
divenisse un porto militare, e al Cancelliere germanico non era
sfuggita tutta l'importanza che la questione aveva per l'Italia.
In gennaio 1891, essendo evidente che la Francia non si curava
delle proteste italiane e tirava diritto nell'attuazione di un piano
prestabilito, Crispi reclamò l'appoggio delle potenze alleate e
dell'Inghilterra per una comune azione a Parigi la quale imponesse
l'abbandono dei lavori iniziati a Biserta e li vietasse
per l'avvenire. L'*ultima ratio* di questo passo poteva essere la
guerra, e Caprivi ne ammise l'eventualità. Egli infatti diceva
al nostro ambasciatore che, pur sperando si raggiungesse lo
scopo senza conflitti,

    «nondimeno bisogna tenersi preparati ad ogni peggiore
    eventualità e, questa presentandosi, avere in mano tutti
    i possibili elementi politici e militari di successo. Ora,
    l'armamento della fanteria germanica col fucile a piccolo
    calibro sarà compiuto soltanto nella primavera ventura
    e la formazione dei due nuovi corpi d'esercito soltanto
    nel prossimo inverno. Tutto, dunque, consiglia di
    camminare adesso con prudenza e sicuramente.»

Pochi giorni dopo il ministero Crispi cadeva, e l'energica sua
azione veniva abbandonata. L'Inghilterra e la Germania avvertirono
subito ch'era mutata la mano al timone della politica
italiana, e ne profittarono. Lord Salisbury sentiva in tutta la
questione tunisina la prevalenza degl'interessi italiani su quelli
inglesi, e aveva opposto alle premure di Crispi un contegno di
cortese passività, senza tuttavia osare di opporsi alla logica
stringente del ministro italiano e sconfessare le sue proprie precedenti
dichiarazioni. Alla Cancelleria germanica la scomparsa
della pressione esercitata da Crispi in base ad argomenti validissimi,
sembrò una liberazione.

D'altronde, il successore di Crispi, on. Di Rudinì, recando al
governo scarsa coscienza degl'interessi d'Italia, prevenzioni mal
fondate e minore autorità personale, si adattò alle risposte evasive
del *Foreign Office*, il quale facendo propria la teoria dell'Ammiragliato
Britannico finì con l'affermare che dalle fortificazioni
di Biserta l'Italia e l'Inghilterra nulla avevano a
[pg!82]
temere, e altresì che Biserta, operando una diversione delle
forze navali francesi, sarebbe stata una debolezza e un danno
per la Francia. [#]_

.. [#] Strana teoria questa dell'Ammiragliato britannico! Lo Stato Maggiore
   germanico giudicava ben altrimenti l'importanza di Biserta, come risulta dai
   seguenti brani di una sua relazione:

   «La costa d'Algeria non offre propriamente alcun porto naturale. Veramente
   alcuni luoghi importanti vennero ridotti ad uso di porto; astrazione fatta, però,
   che questi luoghi non possono sempre prestare soddisfacente appoggio, sono in
   tale posizione da poter permettere dal mare di bombardare la città, gli stabilimenti
   e le navi. Tale circostanza rende la situazione di un porto di guerra
   molto critica. Presso a Biserta non vi sono difficoltà di tal sorta. I cantieri, i
   doks, i depositi, ecc., ecc., si possono collocare talmente entro terra da rendere
   impossibile un bombardamento, quando si proibisca però l'ingresso nel porto
   al naviglio nemico. Ottenere questo è un po' difficile mediante i mezzi stazionari
   di difesa. Le fortificazioni esistenti intorno a Biserta sono senza dubbio di nessun
   valore, e quelle verso mare e verso terra non sembra siano ancora state
   incominciate. La costruzione di opere utili non incontrerebbe difficoltà, e la
   configurazione della costa favorisce la difesa del porto in modo eminente, poichè
   le alture circostanti permettono di dare alle opere una posizione dominante, e
   il curvamento della costa permette un fuoco concentrico sul nemico. Tutti questi
   pregi di Biserta, principalmente la facilità con cui si può ottenere un buon porto,
   sono noti ed apprezzati sia dai francesi, sia dagli inglesi. Per scopo di guerra
   il porto però si può solamente rendere utile, quando le navi in esso ricoverate
   siano esse pure appoggiate, quando cioè la città sia sufficientemente fortificata.

   Biserta acquista speciale importanza dalla sua posizione avanzata nella parte
   nordica dell'Africa. Sicilia e Sardegna da qui possono essere raggiunte in 8 ore,
   Napoli in 20 ore, e da qui a Malta vi sono 16 ore. Biserta ha una azione fiancheggiante
   su tutte le navi dirette in oriente ed occidente, che navigano tra il nord
   dell'Africa e le isole italiane. Biserta ha quindi una grandissima importanza
   strategica. Nel caso di complicazioni di guerra nel Mediterraneo da parte della
   Francia, una volta che Biserta fosse convertita in un porto di guerra permanente,
   verrebbe questa ad avere una parte importantissima, creando sovratutto
   all'Italia gravi svantaggi. Sino a che Tolone sarà il solo porto di guerra del
   Mediterraneo di cui la Francia possa disporre, e sino a che i porti dell'Algeria
   della parte orientale non possano servire che per soli punti d'appoggio, l'Italia,
   colla Spezia e colla Maddalena, è coperta da qualsiasi mossa offensiva. Gl'italiani
   sarebbero pure nella condizione di turbare dalla Maddalena le coste dell'Algeria
   e molestare il collegamento tra la colonia francese e la sua madre
   patria. Altrimenti avverrà quando Biserta diventi stazione della flotta e possa
   essere un saldo appoggio per una ritirata.

   Da qui saranno minacciate le coste del mare Tirreno, le isole e le Calabrie,
   e l'Italia a sua difesa non avrà alcun punto capace nel sud della Sardegna,
   ovvero nella parte occidentale della Sicilia. Quanto guadagnò l'Italia colle fortificazioni
   della Maddalena, creando una forza armata vicino alle coste francesi,
   altrettanto guadagnerà la Francia fortificandosi ed armandosi vicino alle coste
   italiane con Biserta.

   Anche la posizione marittima dell'Inghilterra nel Mediterraneo ne risentirebbe
   grandemente. Il passaggio sinora libero tra il Capo Bon e la Sicilia può essere
   sorvegliato comodamente da Biserta, divenuta base d'operazione dei francesi;
   ed in caso di guerra coll'Inghilterra il commercio tra Gibilterra e Malta, e per
   relazione con Suez, potrebbe essere grandemente danneggiato. Anche piccole
   navi che non avrebbero potuto opporsi ad una flotta inglese nel Mediterraneo,
   sarebbero nella condizione di poter chiudere alle navi inglesi mercantili, di passaggio
   pel Mediterraneo, la via da o per le Indie; ed una forte flotta potrebbe
   benissimo impedire la unione di due squadre inglesi, ovvero di una squadra
   inglese ed una italiana. Per le operazioni verso l'oriente, la Francia acquisterebbe
   una solida tappa, che non potrebbe essere senza conseguenze per Taranto e
   per Malta.

   Da ciò appare come le fortificazioni di Biserta e la posizione di un porto di
   guerra sposti grandemente la potenza militare della Francia a suo vantaggio,
   e per conseguenza a danno della potenza dell'Inghilterra e dell'Italia. Se la
   Francia aduna una flotta a Biserta, l'Italia deve attendersi dal sud o dall'occidente
   dell'Africa e da Tolone un colpo di mano od uno sbarco sulle sue coste;
   sarà da necessità costretta a fare stazionare nelle acque di Sicilia e di Napoli
   parte della sua flotta, e a formare un forte corpo d'osservazione sulle coste meridionali
   e centrali. L'esercito d'operazione e gli altri mezzi di guerra verranno
   quindi ad essere indeboliti assai più che se l'attacco si fosse fatto da una sola
   parte. L'Inghilterra viene ad essere minacciata nelle relazioni tra le Indie orientali
   ed il mare Mediterraneo, e dovrebbe rinforzare grandemente la sua flotta
   nel Mediterraneo quando essa coll'offensiva deve essere forte abbastanza per
   sorvegliare Biserta. Mentre un accordo tra l'Inghilterra e l'Italia assicurerebbe
   all'istante un predominio sul mare agli alleati, più tardi potrebbe essere dubbioso
   se sia possibile una completa difesa delle coste.»


Cosicchè la Francia preso coraggio dalla remissività del nuovo
ministero italiano che si preoccupava di fare una politica estera
diversa da quella di Crispi — caduto dal potere con grande
e non dissimulata gioia della Francia — dopo avere raccolto
a poco a poco i materiali necessarii, iniziò nel 1892 le fortificazioni
sull'estremo punto nord dell'Africa, dissimulandone con
[pg!83]
la lentezza dei lavori il valore bellico per poter negare l'opera
che andava compiendo in dispregio degl'impegni presi dinanzi
alle potenze, quando nel 1881 impose il suo protettorato al
Bey di Tunisi.

L'on. Crispi, ritornato privato cittadino aveva continuato a
seguire la questione con cuore di patriotta. Qualche amico lo
informava di quanto avveniva nella Reggenza in fatto di armamenti.
[pg!84]

Ecco un saggio delle notizie che gli pervenivano:

«\ *29 maggio.* — Arrivarono col postale francese *Ville de Naples*
80 casse polveri.

*31 maggio.* — Arrivarono col postale francese via Algeri
casse 50 cartucce.

*3 luglio.* — Arrivarono col postale francese *Ville de Bône*
750 barili polveri.

*6 luglio.* — Arrivarono col postale francese *Ville de Rome*
27 casse cartucce.

*10 luglio.* — Arrivarono col postale francese 350 barili polvere;
peso di ogni barile cg. 5».

In settembre 1891, in seguito a informazioni allarmanti pubblicate
da qualche giornale intorno a una intensa preparazione
militare dei francesi in Tunisia, il ministro Rudinì ordinò al
Console generale Macchiavelli di recarsi a Biserta per verificare
quali lavori si facessero in quel forte. Il Macchiavelli fu respinto
dal Comando militare perchè non aveva un permesso da Parigi!
Parecchi giornali osservarono che quella mortificazione poteva
esserci risparmiata, giacchè non occorreva mandare a Biserta
il rappresentante ufficiale d'Italia per apprendere ciò che in
Tunisia era noto a tutti. Un giornale ispirato da Crispi, la *Riforma*,
scriveva il 1.º dicembre:

«Non sa il Governo italiano che le fortificazioni di Biserta
sono in opposizione con gl'impegni assunti formalmente dalla
Francia?

E non pensa a richiamare quegli impegni alla memoria del
Governo di Parigi?

Non potendo far altro, il 14 febbrajo 1892 Crispi espresse al
Re la sua angoscia con la seguente lettera:


       | «\ *Sire!*

    Qual'è la miglior politica, lasciar fortificare Biserta
    o impedire che sia fortificata? Delle due vie l'Italia, sotto
    il mio ministero, scelse la seconda.

    La questione fu trattata a Londra e a Berlino.

    Lord Salisbury in conseguenza dei nostri reclami interpellò
    due volte Waddington su cotesto argomento:
    e l'ambasciatore francese assicurò Sua Signoria in modo
    positivo che il suo governo non mirava a fare di Biserta
    [pg!85]
    un porto militare. Ciò risulta da un telegramma giuntoci
    da Berlino il 28 gennaio 1891.

    Da due dispacci del 5 e del 13 agosto 1890 fummo
    informati che circa la questione tunisina Caprivi aveva
    detto al nostro Incaricato d'affari che «la Germania non
    trascurerebbe gl'interessi italiani e saprebbe *all'occasione*
    fare onore agli impegni contratti verso di noi».

    Alla sua volta il conte di Kálnoky il 5 agosto 1890
    faceva al conte Nigra, sullo stesso argomento, la seguente
    dichiarazione: «Il governo Austro-Ungarico è disposto
    associarsi a qualunque azione diplomatica, insieme alle
    altre potenze amiche, in favore dell'Italia».

    Io devo credere che nulla fu fatto negli ultimi dodici
    mesi che il mio successore ha tenuto il Ministero degli
    affari esteri. Dovrò anche supporre che sia rimasto senza
    risposta un dispaccio giunto da Londra alla Consulta
    dopo il 31 gennaio 1891. Intanto è constatato che a Biserta
    son cominciate le opere di fortificazione!

    Con Biserta e Tolone i Francesi diverrebbero gli assoluti
    padroni del Mediterraneo. [#]_ A lord Salisbury io
    scrissi un giorno che, ciò avverandosi, l'Inghilterra non
    sarebbe più sicura in Malta e che potrebbe essere cacciata
    dall'Egitto.

.. [#] Sulla questione, vedi il discorso pronunziato alla Camera dei deputati, nella
   tornata del 6 febbraio 1893, dal generale Dal Verme.
..


    Sarebbero maggiori i pericoli per noi, e ci si renderebbe
    necessario munire potentemente la Sicilia e la
    Sardegna, le quali, in caso di guerra, sarebbero le prime
    ad essere minacciate. Nè basta: dovremmo tenere forti
    eserciti nelle due grandi isole del Regno, ed occupata la
    nostra flotta nelle acque africane.

    Per munire potentemente la Sardegna e la Sicilia
    vuolsi una enorme spesa, per la quale al Tesoro italiano
    mancano i mezzi. Comunque, in un momento in cui il
    governo di V. M. è obbligato a fare dolorose economie,
    è strano che per una falsa politica il governo medesimo
    debba esser causa di una nuova spesa.

    Quello che importerebbe Biserta fortificata fu fatto
    palese a Berlino, e fu aggiunto che qualora scoppiasse
    la guerra, e la Germania fosse attaccata, noi non potremmo
    disporre di tutte le nostre forze, imperocchè
    saremmo costretti a localizzare la maggior parte delle
    [pg!86]
    truppe per prevenire gli attacchi che sicuramente verrebbero
    dal mare, ed in conseguenza per difenderci.

    Quando la Francia occupò Tunisi promise che non
    ne avrebbe fatto una piazza di guerra. Oggi, fortificando
    Biserta, il governo della Repubblica non solamente manca
    alla promessa, ma muta lo *statu-quo* nel Mediterraneo.
    Con gli accordi del 12 febbraio e del 24 marzo 1887, la
    Gran Brettagna, l'Italia e l'Austria-Ungheria s'impegnarono
    a non permettere che questo mutamento avvenisse
    e, in ogni caso, si obbligarono a procedere d'accordo.

    Io non porto la questione alla Camera perchè una
    pubblica discussione su così grave argomento nuocerebbe
    agl'interessi nazionali. Io poi personalmente ne raccoglierei
    nuovi odii dai Francesi senz'alcun beneficio pel
    nostro paese: e mi taccio.

    Il silenzio del Parlamento e l'inerzia dei Ministri, mi
    permetta, Sire, di dirlo schiettamente e lealmente, non
    salvano il Re dalla sua responsabilità verso la Patria
    comune.

    Costituzionalmente V. M. non è responsabile di quello
    che avviene, ma lo è moralmente dinanzi alla Nazione
    della quale è il Capo e il tutore. Or l'avvenire della Nazione
    può essere compromesso dalla politica attuale.

    Questa lettera da parte mia non sarà comunicata ad
    anima viva; rimarrà segreta. È scritta per V. M. e per
    V. M. soltanto.

    Ho creduto un dovere di coscienza di scriverla. Ho
    voluto anche questa volta testimoniare la mia piena
    fede nel Re, nel quale è personificata l'unità nazionale.

    Al Re dunque doveva rivolgere la franca parola.

    Ho l'onore di ripetermi di V. M.

    .. class:: right white-space-pre-line

    L'umil. Dev. Servit. e Cugino
    :small-caps:`Francesco Crispi`.»

Non risulta che il governo italiano facesse opera diplomatica
efficace. I lavori furono incessantemente proseguiti, e quando
Crispi ritornò al potere, nel dicembre 1893, essi erano giunti
a tal progresso che ogni contrasto sarebbe giunto tardivo. Il
7 marzo 1894 l'ambasciatore Ressman, in seguito ad una pubblicazione
che annunziava l'inizio dei lavori ch'erano, invece,
molto innanzi, interpellò il Presidente del Consiglio, Casimir-Périer;
[pg!87]
il quale, abbandonato il sistema di denegazioni seguito
in passato dai ministri francesi, dichiarò la realtà, giustificando
però la decisione di fortificare Biserta col concentramento di
truppe italiane in Sicilia, come se questo, invece che determinato
dalle condizioni allora allarmanti dell'ordine pubblico in
quell'isola, nascondesse il proposito di un colpo di mano sulla
Tunisia!

Ma ecco la lettera del Ressman:


       | «\ *Signor Ministro*,

    Sotto il titolo «Bizerte et la Spezia» il Figaro pubblica
    stamane in prima pagina un articolo che principia
    colle parole:

    «Ci si assicura che sono stati testè dati ordini per
    cominciare i lavori militari di Biserta: felicito il Governo
    di questa patriottica risoluzione».

    Riferendomi a quest'asserzione del *Figaro*, ho nell'odierna
    udienza domandato al signor Casimir-Périer
    se vi fosse alcun che di vero, non senza premettere che
    più volte i suoi predecessori, interpellati sui lavori che
    il Governo francese faceva eseguire nel porto di Biserta,
    avevano dichiarato che quei lavori avevano per solo
    scopo di facilitare alle navi mercantili l'accesso del lago
    interno e che erano intrapresi esclusivamente per ragioni
    e scopi di commercio.

    Il Ministro degli Affari Esteri mi rispose che egli
    diede difatti gli ordini di proteggere l'entrata del canale
    di Biserta, dietro ripetuta richiesta del Bey di Tunisi
    e del signor Rouvier, circa sei settimane addietro. Egli
    ebbe la franchezza d'aggiungere che a tale risoluzione
    lo avevano determinato le apprensioni che allora qui si
    manifestarono per il sì considerevole accentramento di
    truppe italiane in Sicilia. Mi disse poi che i lavori militari
    a Biserta si limitavano all'armamento di due batterie,
    una sulla destra e l'altra sulla sinistra della entrata
    del canale, per le quali già da tempo erano state
    costruite le spianate e tracciati gli accessi, e che l'ammontare
    della spesa incontrata, che fu di soli 600 000
    franchi, prova non essersi fatto nulla di eccessivo. Gli
    pareva d'altronde che non vi fosse ragione di giudicare
    questi lavori diversamente dai lavori di fortificazione di
    Tunisi pei quali si erano spesi 300 000 franchi.»

[pg!88]

A poco a poco la verità non fu più negata; anzi il lavorìo
dissimulato divenne aperto e le opere di fortificazione e di armamento
furono accelerate.

La *Dépêche Tunisienne* dell'11 giugno 1895 pubblicava:

    «Paroles significatives:

    En réponse aux souhaits de bienvenue que lui adressaient
    à Bizerte le vice-consul de France et les députations
    du conseil municipal, du syndicat de Bizerte et
    de la compagnie du port, M. le vice-amiral de la Jaille,
    commandant l'escadre active de la Méditerranée, a exprimé,
    nous apprend le *Courrier de Bizerte*, toute sa satisfaction
    de voir arriver à bonne fin, et en un si court
    laps de temps, ces travaux qui font de Bizert un port
    si précieux pour la France.

    Jusqu'ici, a-t-il ajouté, retenue par de vains prétextes,
    la flotte française avait évité d'y jeter l'ancre. Mais le
    charme est maintenant rompu, car dédaignant certaines
    susceptibilités ménagées jusqu'ici, la marine française
    vient de prendre définitivement possession de Bizerte.
    Comme le croiseur *Suchet*, dit-il, les cuirassés de mon
    escadre auraient pu entrer dans le canal et le lac, n'eût
    été ce banc de rocher qui reste à enlever sur une cinquantaine
    de mètres et qui rétrécit à 37 mètres le chenal
    navigable; mais ce n'est que partie remise, puisque ce
    travail n'est plus qu'une affaire de semaines. A sa prochaine
    tournée l'escadre de la Méditerranée commandée
    alors par l'amiral Gervais, ne manquera certainement
    pas de venir y jeter l'ancre et de séjourner dans le lac.»

Quanto fossero fondate le ansie di Crispi e colpevole l'indifferenza
dei suoi successori dinanzi al pericolo che sorgeva con
la creazione del porto militare di Biserta, lo desumiamo dall'orgoglio
col quale autorevoli uomini politici e scrittori francesi
hanno esaltato dipoi l'accrescimento di potenza che n'è
derivato alla Francia.

Un ministro della marina francese, il signor Pelletan, con
poca diplomazia, ma con grande sincerità, affermò nel 1902 che
Biserta assicurava al suo paese il dominio del Mediterraneo.

E Gabriele Hanotaux, ex-ministro degli Affari Esteri, in un
libro intitolato *La Paix latine* si compiacque nell'enumerare
[pg!89]
le difficoltà superate e magnificare la conquista compiuta. Giova
riprodurre e meditare alcune pagine di quel libro:

.. vspace:: 1

.. class:: small

«.... Du côté de l'Italie, enfin, sous le ministère de M. Crispi les relations
étaient telles que l'on pouvait tout craindre.

.. class:: small

Cette situation générale, qui résultait d'une accumulation de circonstances,
pour la plus part indépendantes de la volonté des hommes, était franchement
mauvaise. Je n'avais qu'à suivre les exemples qui m'étaient laissés
par mes prédécesseurs, pour m'efforcer d'y porter remède. J'eus le bonheur
d'y réussir, L'incident franco-congolais fut promptement réglé..........
Enfin, entre la France et l'Italie, après une période difficile qui eût son
point de tension extrême au moment du rappel de l'ambassadeur Ressman,
les dispositions se modifièrent. Une grave difficulté était en perspective:
l'échéance des conventions qui engageaient la Tunisie à l'égard des puissances
européennes. Le sort de la Régence et celui de la Méditerranée
étaient en suspens. Mais, par une volonté réciproque, l'orage menaçant se
dissipa. Un esprit de conciliation et de concessions dû surtout à l'influence
de M. le marquis de Rudinì et de M. le marquis Visconti-Venosta, inspira
les pourparlers qui eurent finalement pour résultat les divers arrangements
qui confirmèrent le protectorat de la France sur la Tunisie, qui laissèrent
à celle-ci la disposition pleine et entière de la puissante position maritime
de Bizerte.... [#]_

.. [#] Gabriel Hanotaux, *La Paix latine*, Intr., pag. IV.

..

.. vspace:: 1

.. class:: small

Le vaste établissement militaire qui s'achève à Bizerte intéresse à la
fois l'Europe et l'Afrique. Il commande un des grands chemins du monde.
Il est place dans une région où l'antiquité a toujours connu de grands
ports, Utique, Hippone, et surtout Carthage. Plus d'une fois, les destinées du
monde ont basculé sur cette pointe de terre où la nature a creusé — comme
un abri et comme une menace — ce double lac dont les dimensions et la profondeur
sont faites pour l'armada des léviathans modernes.

.. class:: small

La mer Méditerranée est divisée en deux parties nettement définies: l'une
forme la tête du lion, l'autre le corps; l'une, à l'Occident, baigne l'Espagne
et le Maroc, la Provence et l'Algérie; l'autre, dans la partie orientale, réunit
les trois continents: Europe, Asie, Afrique; elle caresse, de son flot bleu,
la Grèce et ses îles, l'Asie-Mineure et l'Égypte: elle se prolonge par les
détroits, jusque dans la mer Noire; elle débouche sur le reste du monde
par le canal de Suez.

.. class:: small

Or, ces deux parties, se rejoignent en un point qui forme comme le col
de la bête; c'est à l'étranglement qui se produit entre la Sicile et la terre
d'Afrique. L'île de Malte, un peu en arrière de ce détroit, en surveille la
[pg!90]
sortie; mais Bizerte est mieux située encore, car elle le domine. Bizerte
prend la Méditerranée à la gorge.

.. class:: small

En ce point décisif, une volonté de la nature a creusé ce lac offrant une
surface de 15.000 hectares sur lesquels 1.300 sont assez profonds pour recevoir
les plus grands bâtiments. Un des plus beaux ports du monde se
trouve donc dans un des points les plus importants du monde. *Il fallait
avoir le point et il fallait avoir le port.*

.. class:: small

Telle est l'entreprise à laquelle la France s'est consacrée depuis vingt
ans et qu'elle a réalisée avec une ténacité et un esprit de suite qui peut-être,
un jour, seront comptés à notre pays, si méconnu par les autres et
si souvent calomnié par lui-même.

.. class:: small

Pour avoir Bizerte, il fallait avoir la Tunisie: ce fut la première partie
de l'entreprise. Au début, il ne fut guère question de Bizerte: on était
tout aux Khroumirs. Seules, les puissances européennes, connaissant à merveille
l'importance de la partie qui se jouait, prétendirent mettre un veto
sur l'entreprise éventuelle d'un grand port à Bizerte, et M. Barthélemy
Saint-Hilaire, alors ministre des affaires étrangères, agit sagement, en remettant
à l'avenir le dessein d'un établissement militaire au sujet duquel
on l'interrogeait.

.. class:: small

Contre vents et marée Jules Ferry en vint à ses fins; l'occupation française
imposa notre protectorat à la Régence. La question de la défense
militaire fut posée du même jour. Elle se combinait naturellement avec
celle de l'Algérie. La Tunisie, faisant l'effet d'un bastion avancé vers la
mer et vers l'Orient, attira donc toute l'attention.

.. class:: small

En quel point établirait-on la citadelle et l'arx de la nouvelle conquête?
Quelques-uns, songeant à l'esprit turbulent des populations indigènes et
aux difficultés que rencontrerait éventuellement une expédition venue du
dehors, si elle était obligée de pénétrer dans les terres, désignaient comme
nœud de la défense, cette antique ville de Tébessa qui avait été longtemps
le refuge de la domination romaine en péril. D'autres, prévoyant le développement
africain de l'Empire colonial français vers les régions centrales
et vers le lac Tchad, insistaient pour qu'on utilisât l'angle et le port naturel
que fait, au coude de la Syrte, derrière l'île de Djerba, la baie de
Bougrara.

.. class:: small

Mais Bizerte s'imposa: Bizerte, point propice, à la fois, à la défensive
et à l'offensive, également bien situé si on envisage la terre et si on envisage
la mer, dominant la capitale, Tunis, sans être entravé par elle, aboutissant
presque immédiat du plus grand fleuve de la Tunisie, la Medjerda,
et de la plus importante voie ferrée du Nord de l'Afrique, celle qui réunit
Alger à Tunis.

.. class:: small

Quant aux avantages militaires de ce port, véritablement unique, ils sont
exposés, avec la plus grande précision, dans une étude du lieutenant-colonel
Espitalier: «Le rayon tactique d'action, d'un cuirassé filant 18 nœuds,
[pg!91]
autour d'un point d'appui, est de 180 milles environ, si l'on veut qu'il
puisse revenir à son port d'attache. Dans ces conditions, le cercle tactique
de Bizerte coupe le rivage de la Sicile et couvre tout le passage entre ce
rivage et la côte africaine. Il coupe aussi le cercle d'action des navires
anglais de Malte. Si l'on combine le cercle d'action de Bizerte avec ceux
de Mers-el-Kébir, d'Alger, d'Ajaccio et des ports métropolitains, il est facile
de voir que tout le bassin occidental de la Méditerranée est sous notre
dépendance tactique et que Bizerte est la clef de notre action du côté
de l'Est».

.. class:: small

Ces raisons confirmèrent les impressions favorables que la situation géographique
et la convenance du site avaient fait naître dans les esprits.
Mais comment rompre les engagements, comment déjouer la surveillance
étroite des diplomaties rivales qui tenaient en suspens l'avenir de Bizerte?
L'histoire éclairera un jour, ces points. [?]

.. class:: small

On n'eut, d'abord, d'autre dessein patent que de transformer la vieille
station à demi abandonnée de «Benzert» et qui remontait à la conquête
espagnole, en un port de pêche et un port commercial à tout le moins
abordable. Ce fut ainsi que, le plus simplement du monde, on mit, pour
la première fois, la pioche en terre et qu'on commença à élargir et à régulariser
le chenal.

.. class:: small

Même, pour ces premiers travaux, si insignifiants qu'ils parussent, il
fallait de l'argent; une combinaison ingénieuse le procura. C'est Bizerte
lui-même qui subventionna l'avenir de Bizerte.

.. class:: small

Dans ces lacs ouverts sur la Méditerranée comme des viviers immenses,
le poisson, à des époques et à des heures régulières, monte et descend.
L'armée innombrable des dorades, des loups, des rougets, des bars, entre et
sort par un mouvement régulier et se précipite comme un torrent alternatif
et vivant par l'étroit passage du goulet.

.. class:: small

Le monopole de la pêche maritime à Bizerte fut un des avantages principaux
de la concession qui fut consentie à la maison Hersent et Couvreux,
à charge de commencer les premiers travaux du port commercial.

.. class:: small

Ainsi, l'inépuisable richesse que le flot emporte et ramène a redressé le
chenal, aligné les premiers quais, poussés au loin, dans la mer, les rocs des
premières jetées. La chair s'est faite pierre, et c'est sur cette fondation
animée que Bizerte s'élève maintenant.

.. class:: small

La conception initiale se transformait progressivement, ou plutôt, poursuivie
longuement dans le silence, elle put, sans inconvénient, se manifester
au grand jour.

.. class:: small

En 1897, l'Europe était, comme elle l'est aujourd'hui, attentive au problème
oriental qui paraissait sur le point de se poser. Parmi les difficultés
et les lenteurs du concert européen, l'affaire crétoise évoluait péniblement
vers une solution pacifique. Cette heure parut opportune pour régler définitivement
la question tunisienne et pour délivrer Bizerte.
[pg!92]

.. class:: small

Ainsi, de ce conflit redoutable de sentiments et d'intérêts, la France
tirait du moins un avantage positif. Son autorité navale dans le Méditerranée
se multipliait, en quelque sorte, par ce «doublet» de Toulon. Selon
le mot de l'amiral Gervais, «près de Tunis la Blanche on aurait désormais
Bizerte la Forte».

.. class:: small

Depuis lors, une immense activité règne sur les lacs. Le chenal se trouve
porté de 100 mètres de large à la surface, à 200 mètres. Les jetées sont
prolongées en mer, couvertes par un môle construit par 17 à 20 mètres
de profondeur; elles font un immense avant-port et permettront, en tout
temps, l'entrée et la sortie aux bâtiments français, interdisant, par contre,
à une flotte étrangère de forcer le passage comme à Santiago et «de mettre
en bouteille» la flotte française, abritée sans être enfermée.

.. class:: small

Dans le port, de vastes bassins de radoub sont achevés; plus loin encore,
l'arsenal maritime s'élève, plus loin encore les fortifications construites
partout sur la ceinture des collines, défendent la terre, menacent la mer.
Il faudrait un siège en règle, soutenu par une flotte et une armée formidables
pour venir à bout de la résistance qu'offrirait, dès maintenant, Bizerte.
Je ne connais pas de spectacle plus imposant et, si j'ose dire, plus
merveilleux, que celui que présente à la tombée du jour, sous les lueurs
du soleil couchant, cette immense nappe plane et glauque que dominent,
au loin, les défenses formidables du Djebel-Kébir, et du Djebel-Rouma. [#]_»

.. [#] \ G. Hanotaux: *La Paix latine*. Bizerte. Pag. 275 e seguenti.

[pg!93]




ITALIA E AUSTRIA.
=================


[pg!95]

:small-caps:`Capitolo Quarto.` — Le relazioni italo-austriache e l'irredentismo.
================================================================================


.. class:: small

Come nacque l'irredentismo anti-austriaco. — La campagna del 1866. — Il punto
di vista di Andrássy e il compito della diplomazia. — Il movimento irredentista
nel 1889. — Dichiarazioni parlamentari e parallela azione diplomatica di Crispi. — Scioglimento
del «Comitato per Trento e Trieste». — Un giudizio di Francesco
Giuseppe su Crispi. — L'imperatore deplora di non poter venire a Roma. — Il
processo Ulmann; come fu abbandonato dal governo austriaco. — Lo scioglimento
della Società *Pro Patria* e la *Dante Alighieri*. — Protesta di Crispi. — Corrispondenza
Crispi-Nigra. — Agitazioni irredentiste. — Scioglimento dei Circoli
*Oberdank* e *Barsanti*. — La Società *Pro Patria* può ricostituirsi sotto il nome
di *Lega Nazionale*. — Le dimissioni di Crispi nel 1891 e l'Austria. — L'agitazione
dell'Istria nel 1894. — Crispi domanda l'intervento dell'imperatore Guglielmo
e l'ottiene. — L'ambasciatore Lanza. — Il ritiro di Kálnoky.

.. vspace:: 2

L'irredentismo anti-austriaco nacque all'indomani della disgraziata
campagna del 1866. Ognuno sa che il 25 luglio di
quell'anno Garibaldi fu fermato sulle balze del Trentino e obbligato
a ripassare la frontiera da un telegramma del Capo
dello Stato Maggiore, e ministro presso il Re, generale Lamarmora,
nel quale era detto che «considerazioni politiche esigevano
imperiosamente la conclusione dell'armistizio» e il ritiro
dal Tirolo delle schiere garibaldine. Garibaldi obbedì a malincuore
e nel paese rimase l'impressione che si sarebbero allora
ottenuti i confini naturali d'Italia alle Alpi Giulie se la guerra
non fosse stata condotta con incoerenza inesplicabile e se la
pace non fosse stata conclusa affrettatamente.

    «Una sera — ha lasciato scritto Crispi — il discorso
    cadde sulla guerra del 1866. Io gli chiesi [al principe di
    [pg!96]
    Bismarck] perchè non levò la sua voce per fare avere
    all'Italia il Trentino. Egli mi rispose: la questione della
    cessione dei territorii fu trattata e definita tra i due
    imperatori, Napoleone e Francesco Giuseppe, prima della
    conchiusione della pace, senza il nostro intervento.

    Appare chiarissimo — soggiunge Crispi — che l'intervento
    di Napoleone nelle cose nostre fu anche nel 1866
    funesto all'opera della unificazione italiana. Nè noi, nè
    la Prussia potemmo spiegare la nostra volontà. Fu dato
    il Veneto entro i limiti delle frontiere amministrative
    impedendoci di ottenere le Alpi orientali.»

Altrove abbiamo narrato le vicende del movimento irredentista,
che ebbe dapprima (1868) a suo centro il comune di Palmanova
presso la frontiera austriaca, e un giornale, *Il Confine
orientale d'Italia*, che cominciò le sue pubblicazioni a Udine in
gennaio 1870; abbiamo altresì accennato incidentalmente all'azione
esercitata da Crispi in favore dei sudditi austriaci di
nazionalità italiana. Qui vogliamo documentare con dati precisi
l'accorgimento col quale l'on. Crispi regolò durante il suo governo
le relazioni italo-austriache, difficili e delicate tra le agitazioni
irredentiste e le esorbitanze della polizia politica dell'Austria.

Non si deve tacere che Crispi non pensò mai che gl'italiani
potessero rinunziare ad ottenere la loro frontiera naturale coll'impero
austriaco. Egli pensava che è debole uno Stato le cui
frontiere sieno aperte e deplorò più volte che i ministeri italiani
non avessero saputo cogliere le occasioni favorevoli per
definire la questione rimasta insoluta nel 1866. Una lettera
privata del 1.º luglio 1891 ci rivela che Crispi contava di affrontare
quella questione in occasione del rinnovamento del trattato
della Triplice Alleanza. Dopo avere risollevato il prestigio
dell'Italia e acquistato personalmente autorità e fiducia presso
il governo austriaco, Crispi sperava di riuscire. Ma, come è noto,
egli lasciò il governo (31 gennaio 1891) circa un anno e mezzo
prima che il trattato scadesse (30 maggio 1892). Nella citata
lettera Crispi scriveva:

    «Al 1882 non ci volevano nella lega perchè non avevamo
    un esercito importante; perchè si diffidava di noi,
    [pg!97]
    e per gli elementi irredentisti nel gabinetto e pei ricordi
    del 1866.

    Oggi ci vogliono, e l'alleanza con l'Italia è festeggiata
    a Berlino e Vienna. Perchè? Pel milione dugentomila
    soldati che possiamo mettere in campo, e per la sicurezza
    che faremo il nostro dovere.

    Nel rinnovamento del trattato potevamo far sentire il
    peso delle nostre forze. Lo si poteva e si doveva, chiedendo
    per compenso almeno una rettificazione delle frontiere.
    E l'avremmo potuto ottenere, sapendo agire. A
    Vienna se l'aspettavano; e Berlino avrebbe pesato sopra
    Vienna.»

È certo che l'Austria non rinunzierà al Tirolo italiano se non
sotto la pressione di circostanze eccezionali. Ma al 1891 quando
Crispi cedette all'on. di Rudinì la direzione della politica estera
si era già lontani nelle sfere ufficiali austriache da quello stato
d'animo che ispirava al Cancelliere dell'Impero, conte Andrássy,
la lettera del 24 marzo 1874 all'ambasciatore imperiale
a Roma, conte Wimpffen.

In essa l'Andrássy scriveva:

    «Rapporti provenienti da fonti diverse ci hanno segnalato
    il partito preso col quale certi giornali italiani incoraggiano
    le speranze di alcuni malcontenti a Trieste
    e nel paese di Trento. Il colloquio che recentemente
    avete avuto col signor Visconti-Venosta sull'argomento
    e del quale m'informate nella vostra lettera particolare
    del 18 aprile offrendomene l'occasione, ne profitto per
    indicarvi le mie vedute.

    Io sono convintissimo della riprovazione che incontra
    e incontrerà in avvenire, tanto presso il Re che presso
    i ministri, ogni velleità d'annessione, e noi non possiamo
    che essere riconoscenti al Governo italiano della premura
    messa nello sconfessare qualsiasi agitazione in tal senso.
    Non mi sembrerebbe meno conforme al nostro comune
    interesse d'intenderci per impedire un movimento sostenuto
    da una parte della stampa italiana, del quale
    uno dei più grandi inconvenienti è di fornire le armi al
    partito che non vede di buon occhio il consolidamento
    dei rapporti d'amicizia tra l'Austria-Ungheria e l'Italia.

    Trattando di tale argomento con gli uomini di Stato
    [pg!98]
    italiani, mi sembra opportuno che noi ci poniamo non
    al nostro punto di vista, ma a quello dell'Italia. È questo
    lato della questione che tengo a chiarire con le osservazioni
    che seguono.

    Il partito esaltato in Italia, sperando di ottenere un
    rimaneggiamento territoriale a spese nostre, sembra che
    confonda la situazione esistente quando fu compiuta
    l'unificazione dell'Italia, con quella oggi esistente.

    Dal tempo in cui l'imperatore Napoleone era sul trono
    e dava la mano alle aspirazioni nazionali, allorchè l'Austria,
    trovandosi isolata, senza alleanze, di fronte ad una
    Prussia mal disposta e ad una Russia ancora irritata
    per la nostra attitudine durante la guerra di Crimea,
    era obbligata a difendere contro il sentimento nazionale
    le Provincie che possedeva in Italia, non era difficile
    provocare una crociata contro l'occupazione straniera,
    la quale, si diceva, calpestava il suolo della patria, e la
    parola d'ordine dell'Italia libera sino al mare poteva
    infiammare gli spiriti anche oltre i confini della Penisola.

    Di tutti i motori che alimentavano allora tale movimento,
    non ne esiste più alcuno. Non occorre entrare in
    spiegazioni minute per mostrare che la situazione è
    cambiata da cima a fondo.

    L'Austria-Ungheria, da parte sua, non pensa a rivendicare
    i suoi antichi possessi italiani.

    Oggi le relazioni fra i due paesi riposano sul mutuo
    riconoscimento delle circoscrizioni territoriali quali sono
    state stabilite dai trattati. Bene o male che siano stati
    tracciati, i confini esistenti sono la base invariabile della
    conservazione dei buoni rapporti fra i due paesi. Se un
    partito qualsiasi, col pretesto della comunanza di lingua,
    volesse domandare la cessione del Tirolo meridionale o
    d'una parte del nostro litorale, non sarebbe l'Austria
    anch'essa in diritto di reclamare il quadrilatero come
    indispensabile alla buona difesa del suo territorio? Ritornare
    su tale questione significherebbe dare *a priori*
    ragione al diritto del più forte.

    Dinanzi ad una situazione così pienamente mutata,
    la persistenza d'una agitazione simile a quella che il
    Governo imperiale e reale dovette combattere in altri
    tempi, non è più motivata nè dai bisogni, nè dagli interessi
    dell'Italia.

    Ciononostante, non è ancora raro veder sorgere delle
    [pg!99]
    opinioni che denotano una tendenza a disconoscere l'inviolabilità
    del nuovo stato territoriale. Taluni giornali,
    specialmente, sembra che si propongano lo scopo d'incoraggiare
    le velleità di coloro che guardano con occhio
    di cupidigia una contrada situata al di qua delle nostre
    frontiere.

    Taluno di questi giornali, è vero, fa appello non già
    ad una soluzione con la forza, ma ad un accomodamento
    amichevole. Ma anche per questa via, è necessario ch'io
    dica che non potremmo consentire a modificare l'ordine
    di cose consacrato dai trattati? Ce lo impedirebbe, innanzi
    tutto, il principio stesso che sarebbe messo in
    questione. Il giorno che ammettessimo un mutamento
    siffatto sulla base di una delimitazione etnografica, analoghe
    pretese sorgerebbero e sarebbe quasi impossibile
    respingerle. Non potremmo infatti cedere all'Italia popolazioni
    affini per lingua senza provocare artificialmente,
    presso le nazionalità poste sulle frontiere dell'Impero,
    un movimento centrifugo verso le nazionalità
    sorelle prossime ai nostri Stati. Cotesto movimento ci
    porrebbe nell'alternativa di rassegnarci alla perdita di
    quelle provincie, ovvero, sempre conformemente al sistema
    delle nazionalità, d'incorporare nella monarchia
    le contrade limitrofe. Consentire ad un principio siffatto
    sarebbe lo stesso che sacrificare l'integrità della monarchia
    o essere trascinati a deviare dalla politica di conservazione
    della pace e dello *statu-quo* che seguiamo nell'interesse
    nostro e dell'Europa in generale.

    Si consideri, d'altronde, dove condurrebbe l'idea delle
    frontiere etnografiche se potesse generalizzarsi. Se una
    questione di tale natura si volesse sollevarla tra l'Austria-Ungheria
    e la Germania, dove si troverebbe il *punto d'arresto*,
    e non sarebbe una sorgente dei più gravi conflitti?
    Che cosa avverrebbe se delle rivendicazioni analoghe
    nascessero tra la Germania e la Russia, tra le razze
    slave incuneate nello stesso territorio tedesco, tra le popolazioni
    di diversa origine che abitano nell'Impero ottomano,
    le quali, *frazionate* e commiste come sono, formano
    le configurazioni territoriali più bizzarre e più
    ribelli a qualsiasi tracciato di una razionale frontiera?
    Evidentemente la guerra di tutti contro tutti sarebbe
    la conseguenza di simili discussioni.

    Un lavoro di decomposizione e di ricostituzione, quale
    [pg!100]
    lo sognano taluni utopisti non farebbe altro adunque
    che dar campo a innumerevoli competizioni e comprometterebbe,
    così, il riposo e la sicurezza generale.

    Certamente, la corrente da cui sono derivate le grandi
    agglomerazioni nazionali, ha avuto la sua ragion d'essere;
    ma se oggi ch'esse sono costituite si pretendesse
    riprendere questo lavoro *en sous œuvre* e proseguire, sino
    nei minimi dettagli, l'applicazione dell'etnologia alla
    politica, si metterebbe imprudentemente in questione
    l'ordine europeo formatosi attraverso tanti dolori e si
    evocherebbe il caos.

    Gli uomini di Stato che trovansi ora al potere in
    Italia sono troppo illuminati perchè occorra entrare con
    essi in ampie spiegazioni su tale argomento.

    Oggi che non esiste in Austria-Ungheria nessun partito
    importante che aspiri a rivendicare le antiche possessioni
    italiane dell'Impero; oggi che tutti nel nostro
    paese, obliando i dissensi del passato, riconoscono l'Italia
    unita quale esiste attualmente, come una garanzia essenziale
    della pace e dell'equilibrio europeo; oggi quello
    di cui l'Italia potesse voler appropriarsi a nostre spese,
    non potrebbe avere per essa un valore comparabile ai
    vantaggi assicuratile dalle buone intelligenze con la
    Monarchia austro-ungarica. Io ho la convinzione che
    S. M. il Re, al pari de' suoi consiglieri, si trovino in
    quest'ordine d'idee. E quindi non v'è ombra di rimprovero
    al loro indirizzo nelle osservazioni che precedono.
    Vi ho insistito unicamente per impegnarli a unirsi a
    noi nello scopo di combattere d'accordo i pericoli derivanti
    dalle agitazioni annessioniste per il mantenimento
    dei buoni rapporti tra i due paesi.

    Noi siamo lontani dal chiedere garanzie contro siffatte
    agitazioni al Governo italiano: la nostra Monarchia trova
    nelle sue proprie forze il rimedio contro il male ch'esse
    potrebbero cagionare. E neppure pensiamo a imputare
    al Governo del Re il linguaggio della stampa indipendente:
    sappiamo per esperienza che sarebbe irragionevole
    prendersela con le autorità di un paese per tutte
    le aberrazioni dei giornali che vi si pubblicano.

    Tutto quello che noi desideriamo è, che i ministri italiani,
    nella misura dell'influenza che sono in grado di
    esercitare su taluni organi, vogliano adoperarsi a far
    cessare le agitazioni di cui si tratta. Io penso che basterà
    [pg!101]
    di richiamare la loro attenzione sulle considerazioni
    che ho segnalate, perchè provvedano ai mezzi
    d'imprimere allo spirito pubblico una direzione conforme
    alla nuova situazione.»

L'argomentazione del conte Andrássy non era senza valore
dinanzi alle rivendicazioni più larghe dell'irredentismo, a quelle
cioè che si estendono a tutti i paesi di lingua italiana dell'Impero;
era, invece, poco efficace dinanzi al reclamo del confine
che la natura stessa ha segnato all'Italia. [#]_ E Crispi riteneva
che su questa base più limitata l'intransigenza di un tempo
non esistesse più, e che fosse possibile alla diplomazia italiana
di condurre l'Austria a una considerazione più equa del problema,
gli eventi aiutando.

.. [#] Giova osservare, circa la *unità* geografico-storica del paese oggidì denominato
   «Tirolo», che questa unità non ha mai esistito. Ben altra è l'*unità
   politica*, la quale data appena dal 1802, quando si fece la grande razzia dei
   principati ecclesiastici e fu interrotta dal 1808 al 1815, durante gli anni nei
   quali il Trentino fu annesso al napoleonico regno d'Italia, sotto la denominazione
   di «Dipartimento dell'Alto Adige». Nel 1180 la casa bavarese dei
   Wittelsbach teneva il Tirolo tedesco, cioè il Tirolo propriamente detto, ed
   esercitava l'*avvocatura*, quindi non la sovranità, pei principi vescovi di Trento
   e di Bressanone. Nel 1363 il Tirolo tedesco passava ad Alberto III d'Absburgo
   e suoi fratelli per successione di Margherita Maultache; nel 1395 al duca Federico
   IV del ramo di Stiria; nel 1496 all'imperatore Massimiliano I, finchè chiamata
   all'impero la linea Stiria-Tirolo (1619), nel 1665 restò definitivamente all'imperatore
   Leopoldo I. In tutti questi passaggi di dominazione non havvi mai
   parola del Trentino, nè come parte integrante, nè come dipendenza del Tirolo,
   al quale paese fu annesso, come s'è detto, appena nel 1802 nella ricordata soppressione
   dei principati ecclesiastici. È opportuno avvertire che nel medesimo
   incontro l'Austria acquistava anche il principato arcivescovile di Salisburgo, ma
   invece di incorporarlo al finitimo arciducato d'Austria, ne conservò il territorio,
   a differenza dei principati vescovili di Trento e Bressanone, come dominio o
   provincia autonoma, quale è tuttodì, con Dieta propria e propria amministrazione.
   Infine, a sempre più dimostrare che il Trentino non fu mai prima del 1802
   considerato, nè geograficamente, nè politicamente, siccome parte integrante del
   Tirolo, è da aggiungersi che nell'art. 93 del Trattato finale di Vienna del 1815,
   enumerandosi le provincie e territori, dei quali si riconosceva la sovranità nell'imperatore
   d'Austria, suoi eredi e successori, sono citati separatamente e singolarmente,
   non già come un corpo solo, «i principati di Bressanone e Trento
   e la Contea del Tirolo».


Ma se egli assegnava alla diplomazia cotesto compito, era
ben convinto che le agitazioni popolari allontanavano la soluzione
[pg!102]
desiderata, compromettendo interessi superiori. E combattè
l'irredentismo irresponsabile, non soltanto nelle sue rumorose
manifestazioni e nei suoi disegni segreti, ma anche
negli eccitamenti che spesso, per reazione, venivano dall'Austria
stessa, da una polizia politica irritante e poco accorta. Ispirando
fiducia nella fermezza e nella lealtà del governo italiano, Crispi
lavorava a realizzare l'obbiettivo di un illuminato patriottismo.

Nel 1889 il movimento irredentista, traendo pretesto da ogni
incidente e impulso dagli atti di rigore o di arbitrio delle autorità
austriache, dilagò in buona parte d'Italia. Centri dell'attiva
propaganda erano Roma e Milano, e ad essa partecipavano i
più noti del partito radicale; ma, taluni per amore all'idea di
nazionalità, altri, francofili a tutti i costi, per la speranza di
creare tra l'Italia e l'Austria tali antipatie e dissensi che imponessero
lo scioglimento della Triplice Alleanza.

In maggio e in giugno i deputati Imbriani e Cavallotti trovarono
modo di fare per alcuni giorni dell'irredentismo dalla
tribuna parlamentare a proposito della condotta tenuta dal
Console generale a Trieste, Durando, verso un notaio italiano.
Avendo l'on. Crispi ordinata un'inchiesta, sulla relazione di
essa si discusse lungamente alla Camera nella tornata del
10 giugno, e poichè gli oratori d'opposizione avevano toccato
abilmente la corda patriottica e l'assemblea ne era impressionata,
Crispi credette opportuno che la discussione terminasse
con un voto chiaro ed esplicito, il quale ebbe luogo su di una
mozione di fiducia nella politica del governo, presentata dal
venerando deputato Cavalletto. La prudenza dell'uomo di Stato
e l'intimo sentimento di Crispi risaltano nei brani seguenti del
discorso ch'egli pronunziò in quella occasione:[#]_

.. [#] Cfr. Atti parlamentari.
..

    «... Gli onorevoli autori della mozione comprenderanno
    dalla lettura di questa risposta del Piccoli, come
    cada interamente l'accusa che si faceva al Durando.

    Essi sono dolenti dei risultati negativi. Avrebbero
    voluto, e non so con qual beneficio, che il Durando fosse
    apparso delatore, e che il Piccoli fosse appunto un irredentista.

    La questione tra il Durando e il Piccoli non è questione
    [pg!103]
    di fiscalità; e benissimo disse il Piccoli che neppure
    il Durando, in quel dissidio, era animato da venalità.

    La questione, o signori, è questione giurisdizionale.
    Trattavasi di vedere se, rispetto ai nostri cittadini morti
    all'estero, debba reggere la legge italiana o la legge del
    luogo. Questa è la tesi e la vera tesi. (*Commenti.*)

    Con la Convenzione del 15 maggio 1874, che i predecessori
    del Durando fecero male a non applicare, era
    stabilito ed è stabilito (del resto, uguali convenzioni
    consolari abbiamo con tutte le potenze del mondo) che
    quando un cittadino muore nell'Impero austro-ungarico,
    agli atti di apertura della successione e agli atti consecutivi
    debba essere presente il console, o chi lo sostituisca,
    e gli atti debbano farsi in concorrenza con lui,
    il quale ha la suprema tutela dei nostri concittadini.

    Che cosa si voleva dalla parte opposta? Che la legge
    austriaca (e questo per fine di uguaglianza) debba imperare
    anche sui cittadini italiani. Bel sistema d'irredentismo,
    o signori, e proprio mi congratulo con coloro
    che difendono questa tesi! Ma per i principii generali
    di diritto, per il principio della dignità nazionale, in
    tutte le questioni in cui è impegnato lo stato personale,
    è la legge del paese di origine quella che impera.
    *Civis romanus sum* in qualunque parte del mondo che io
    sia, è la legge nazionale che deve essere rispettata, e il
    console Durando, in questo caso, difendeva l'Italia e le
    leggi sue. (*Bene!*)

    .... Il corpo consolare ha, in parte, abitudini che non
    posso tutte lodare. Vi sono in esso dei valorosi, degli
    intelligenti, degli uomini i quali sentono la dignità nazionale
    e s'interessano, come ogni altro italiano, alle
    cose nostre. Ve ne sono di quelli che hanno abitudini
    antiche e antichi pregiudizi.

    Il nostro corpo consolare, signori, nelle sue varie persone,
    discende in parte dagli antichi corpi consolari delle
    distrutte amministrazioni italiane, nelle quali ebbe un'educazione
    che non è la nostra. Quindi non v'è nulla di
    strano che vi sia in esso chi possa commettere, credendo
    di essere zelante, e di fare opera utile nei paesi
    dove sia accreditato, atti che offrano il fianco a qualche
    censura. (*Commenti.*)

    Quante di queste false abitudini non ho trovato, che
    io ho fatto di tutto per distruggere!
    [pg!104]

    Al Ministero degli Esteri non si parlava che francese
    prima che io vi arrivassi. Era francese il cifrario, francesi
    le corrispondenze. Cominciai per distruggere tutto
    ciò: il cifrario è ora italiano, le corrispondenze sono
    italiane: ed in questo io non faccio che seguire quello
    che fanno le altre potenze: gl'inglesi, i tedeschi, gli
    spagnuoli, tutti scrivono nella loro lingua; è giusto che
    noi scriviamo nella nostra.

    I cifrari della Germania e delle altre potenze, sono
    nelle loro lingue rispettive, è regolare che anche il nostro
    sia nella lingua che possediamo.

    Questo riguarda la forma, ma è una forma la quale
    tiene alla sostanza. La lingua nazionale è il gran fattore
    della nazionalità. L'obbligo di scriverla ricorda anche
    ai nostri rappresentanti la loro patria nella sua
    forma più nobile e più grande, che è quella della lingua.
    (*Benissimo!*) Vado un poco più in là, o signori.

    In alcuni luoghi i nostri consoli, i nostri rappresentanti,
    danno educazione non italiana ai loro figli, li
    mandano in collegi stranieri, e capirete benissimo come,
    dopo ciò, difficilmente possano avere sentimenti italiani.

    .... La pace dell'Europa ha base nei trattati. Noi, da
    uomini onesti, rispetteremo questi trattati, e, se avvenga
    che qualcuno li violi, sapremo fare il nostro dovere.

    L'illustre Marco Minghetti, sedendo su questi banchi,
    in una discussione politica alla quale ei fu chiamato e
    nella quale seppe rispondere con fulgore di parola e con
    quella chiarezza d'idee che gli erano particolari, disse
    che per la questione della nazionalità bisogna scegliere
    tempi ed anche momenti opportuni, ma che, se mai
    questa questione risorgesse, se mai le guerre portassero
    a modificare la carta geografica di Europa, non sarebbe
    l'Italia quella che dovrebbe temere, perchè noi nulla
    abbiamo a dare, molto potremmo avere a raccogliere.
    (*Bene! Bravo!*)

    Ma, se questi sono i principii che devono animare ogni
    patriota, segga a quei banchi [accenna ai banchi dei deputati]
    od a questi [accenna a quelli dei ministri], la virtù principale, e
    degli Stati, e degli uomini politici, è la prudenza. (*Bene!
    Bravo! a Destra e al Centro.*)

    :small-caps:`Marselli`: — E la fede.

    :small-caps:`Crispi`, *presidente del Consiglio*: — La virtù della prudenza
    [pg!105]
    è quella che ci condusse a Roma; (*Bene! Bravo! a
    Destra e al Centro*) la virtù della prudenza è quella che
    valse a costituire questa grande unità che tutti invidiano,
    e non tutti oggi ancora rispettano. Noi abbiamo
    molti nemici che insidiano la nostra posizione; e ne abbiamo
    uno più operoso di tutti, che è nel seno stesso
    della patria nostra, e che sarebbe lieto se, con le arti
    sue, potesse giungere a rompere quel fascio delle tre
    potenze che mantiene la pace del mondo. È un lavoro
    continuo, è una insidia implacabile che ci viene da quel
    lato; e, sventuratamente, talora, ha le lusinghe, e talora
    gli aiuti di qualche potenza. (*Commenti, interruzioni*).

    Aspettiamo dunque gli eventi, e, aspettandoli, rispettiamo
    i trattati, che sono la base della pace del mondo.
    Questo è il nostro primo dovere: lo abbiamo adempiuto
    e lo adempiremo. (*Bravo! Bene! Vive approvazioni.*)» [#]_

.. [#] La mozione dell'on. Cavalletto era del seguente tenore:

   «La Camera confida che il Governo, seguendo l'impulso già dato, provvederà
   a che i nostri rappresentanti ed agenti consolari all'estero, coltivando l'amicizia
   degli Stati presso i quali sono accreditati, esercitino incessantemente
   sui nostri connazionali quella efficace tutela e quella benefica e giusta influenza
   che li mantengano sempre fiduciosi e affezionati alla madre-patria.»

Altra discussione fu fatta alla Camera nella tornata dell'8 luglio,
su interpellanza del Cavallotti. Questi si occupò specialmente
di due fatti: del divieto posto dalle autorità austriache
di Riva di Trento allo sbarco di una comitiva di gitanti italiani,
e dell'arresto prolungato di un giornalista, certo Ulmann. Al discorso
violento del Cavallotti il presidente del Consiglio rispose
calmo, conciso. Non aveva notizie esatte sull'Ulmann, che affermò
essere suddito austriaco, mentre aveva ottenuto la cittadinanza
italiana; giustificò il divieto opposto allo sbarco dei
gitanti perchè, secondo un telegramma dell'ambasciatore Nigra,
una comitiva di essi, sbarcata a Riva il 23 giugno, non aveva
rispettato le leggi del luogo gridando per le vie della città
«Viva la repubblica. Viva Trento e Trieste irredente». Ma
mentre pubblicamente scagionava la condotta del governo austriaco
dalle accuse, comunque esagerate, che gli si muovevano,
e affermava il dovere della dignità e della prudenza ricordando
che l'on. Cavallotti aveva «cantato in versi e in prosa, prima
e dopo il 1875 l'alleanza con la Germania, e nel 9 aprile 1878
[pg!106]
aveva consigliato al conte Corti un'alleanza con l'Austria»,
l'on. Crispi non rinunziava a compiere il suo dovere patriottico
presso il governo austriaco:


    .. class:: right small

    «2 luglio 1889.»

       | *Ambasciata Italiana*
       |   Vienna.

    (*Riservato*). I giornali pubblicano essere stato proibito
    lo sbarco a Riva di Trento ad una comitiva di regnicoli,
    organizzata a scopo di gita di piacere. Questo fatto essendo
    contemporaneo a quello della sospensione delle
    corse dei vapori tra Venezia e Trieste preoccupa sfavorevolmente
    la pubblica opinione in Italia e non è certo
    l'Austria che ci guadagna; mette inoltre il Governo del
    Re in una difficile posizione, tanto più se verrà portato
    innanzi alla Camera. Voglia dunque chiedere schiarimenti
    intorno al medesimo, e qualora i relativi ordini
    sieno stati dati da Vienna, voglia fare i passi opportuni
    perchè la proibizione sia revocata. Sono atti di polizia che
    ricordano tempi che io credeva per sempre tramontati. Il
    Governo del Re ha lasciato correre atti ben altrimenti
    importanti, come le manifestazioni a favore del papa-re.

    Gradirò una pronta risposta.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 13 luglio 1889.»

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). Ho chiesto a Kálnoky di procurare informazioni
    sull'andamento del processo Ulmann. Egli mi
    ha promesso domandarle al Ministero di Grazia e Giustizia
    e di comunicarmele, ma mi ha fatto osservare che
    i consoli, all'infuori del levante, non hanno diritto di
    chiedere alle autorità giudiziarie comunicazioni di processi
    criminali pendenti. Quanto alle ragioni svolte nel
    telegramma di V. E., io le esposi amichevolmente al
    conte Kálnoky, il quale si rende perfettamente conto
    della situazione e apprezza gli sforzi da Lei fatti per
    fare cessare agitazioni irredentistiche, ma d'altra parte
    egli mi disse che sarebbe ingiusto e di pessimo esempio
    risparmiare i rei unicamente perchè protetti dal partito
    ostile all'alleanza.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`».

[pg!107]

Il 17 luglio il Comitato irredentista radicale per Trento e
Trieste diramò il seguente manifesto firmato da Giovanni Bovio,
Matteo Imbriani, Antonio Fratti e da altri:

       | «\ :small-caps:`Italiani!`

    Quando governi e parlamenti — obbliano i diritti ed i doveri della Nazione — dalla
    grande anima del popolo sorge una voce, che i diritti ed i
    doveri tutti del presente raccoglie e compendia in un motto: *Trieste e
    Trento*.

    È l'istinto dell'ente collettivo, è la coscienza nazionale, che proclama alto
    questi nomi, nel momento storico necessario.

    E il pericolo è grave, immediato.

    Patti che non conosciamo ci vincolano. Sappiamo solamente che una odiosa
    alleanza ci lega ai nemici nostri.

    L'Italia è minacciata da una guerra che dovrebbe sostenere per interessi
    di altri — contro i proprî — e dalla quale, vinta o vincitrice, uscirebbe
    mancipio dello straniero.

    E frattanto mancipii viviamo, quasi fossimo condannati a servire sempre.

    Ma dei fatti nostri noi soli siamo arbitri.

    Avvaliamoci di tutti i mezzi che ci vengono consentiti; l'opinione pubblica
    può impedire grandi sciagure — la volontà determinata del popolo
    s'imporrà a tutti.

    Scongiuriamo i pericoli sovrastanti; stringiamoci in un patto nei sacri
    nomi di Trieste e Trento. — Questo motto e grido che scuote — è squillo
    che unisce — è monito che avverte.

       | *Roma, 17 luglio 1889.*

..

.. class:: center

       | :small-caps:`Avvertenze.`

..

    Le associazioni operaie, patriottiche e politiche, le Società dei Veterani
    e reduci dalle patrie battaglie, Circoli popolari e quanti fra i patrioti
    curanti la causa nazionale aderiscono al presente appello, sono vivamente
    pregati d'inviare sollecita dichiarazione e di costituire immediatamente
    nelle rispettive località Comitati e nuclei con identico programma, mettendosi
    tutti in diretta comunicazione con questo Comitato di Roma, per le
    opportuna intelligenze sul lavoro da compiersi in comune.

    Tutte le comunicazioni dovranno essere inviate al seguente esclusivo
    indirizzo:

    Comitato per Trieste e Trento — :small-caps:`Roma`.»

[pg!108]

L'on. Crispi ordinò che s'impedisse l'affissione di questo manifesto
e sciolse il Comitato, con grande sdegno del partito
democratico che moltiplicò le proteste e votò anche una querela
contro l'autorità di pubblica sicurezza, la cui redazione fu
affidata ai 24 avvocati del Circolo radicale, tra i quali erano
Barzilai, Gallini, Vendemini, Pellegrini.

Con circolare del 19 luglio Crispi proibì i Comizii che la
Commissione esecutiva segreta del Comitato irredentista aveva
predisposti dovunque. L'agitazione, tuttavia, promossa dai Comitati
«pro Trento e Trieste» sorti dai fianchi delle Associazioni
radicali, era vivace, e i tentativi di dimostrazioni contro
l'Austria continui. Crispi era risoluto a prevenirle e a reprimerle.
Al prefetto di Ravenna telegrafava il 22 luglio dolendosi
che a Conselice non fossero state deferite all'autorità giudiziaria
grida sediziose emesse in una dimostrazione irredentista,
perchè «questo nuoceva al prestigio del governo e accresceva
l'audacia dei perturbatori dell'ordine pubblico».

Dopo quest'atto di rigore, l'on. Crispi telegrafava a Berlino:


    .. class:: right small

    «Roma, 29-7-89.

       | *Ambasciata Italiana*
       |   Berlino.

    (*Riservato*). Nel suo telegramma del 25 luglio V. E. accenna
    che costì fece buona impressione il decreto di
    scioglimento del Comitato per Trento e Trieste. Ho
    fatto quello che era mio dovere. Ma non posso celare
    il mio pensiero, che nel regolarsi cogli italiani dell'Impero
    le autorità austriache non sono nè sapienti nè prudenti.
    Sevizie e processi a nulla giovano, ed inaspriscono
    gli animi. Desidero quindi che V. E. preghi il Principe
    Cancelliere a nome mio di far giungere a Vienna consigli
    di prudenza e di temperanza. Il Governo austriaco
    comportandosi paternamente verso gli italiani della Monarchia
    renderebbe più facile il mio compito verso gli
    irredentisti.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi.»`

[pg!109]

Il principe di Bismarck non ricusò il suo intervento:


    .. class:: right small

    «Berlino, 7 agosto 1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Riservato*). Cancelliere, cui venne riferito sul messaggio
    contenuto nel telegramma di V. E. 29 luglio,
    volendo per quanto è possibile tener conto del desiderio
    da Lei espresso fece trasmettere al Principe Reuss istruzioni
    confidenziali di parlare in tempo opportuno ed in
    via privata al conte Kálnoky sull'argomento delicato
    riguardo contegno prudente e moderato da osservare
    dalle Autorità austriache verso Italiani dell'Impero.
    Quell'Ambasciatore dovrà dunque nei suoi colloquii evitare
    perfino apparenza d'intervento ufficiale come dal
    dare appiglio a sospetto qualunque che il Gabinetto di
    Berlino miri ad esercitare anche indirettamente una pressione
    sul Governo Austro-Ungarico, e ciò appunto per
    non correre rischio di ottenere risultati contrarii al compito
    di V. E. verso gli irredentisti.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Launay`.»

Frattanto la causa dell'irredentismo, sostenuta dal partito
radicale, continuava ad agitare il paese. Quale rapporto vi fosse
tra cotesto movimento e l'ingerenza che segretamente il governo
francese non ha mai cessato di esercitare in Italia, è difficile
stabilire. Le autorità politiche delle maggiori città ritenevano
che gl'irredentisti avessero accordi in Francia e probabilmente
anche pecunia.

Il 9 e 12 agosto il prefetto di Napoli, senatore Codronchi,
telegrafava al ministro dell'interno:

    «Imbriani — d'accordo con Cavallotti — lavora per
    arruolare un numero di giovani, e tentare un'invasione
    nel territorio austriaco al solo scopo di turbare le relazioni
    fra lo Stato e l'Impero Austro-Ungarico. Si raccolgono
    armi.»

    .. vspace:: 1

    «In aggiunta miei precedenti telegrammi comunico che
    deputato Imbriani fu recentemente in Francia per prendere
    [pg!110]
    accordi sugli arruolamenti clandestini che dovrebbero
    servire a gettare alcune bande sulla Dalmazia....
    Tra Parigi e Milano è vivissimo lo scambio di corrispondenze
    e di visite.»

L'on. Crispi fece quanto era possibile per mandare a monte
gli insensati progetti, dispose buona guardia al confine e convinse
i capi del movimento della vanità dei loro sforzi.

Il 13 settembre un certo Enrico Caporali attentò alla vita
di Crispi, colpendolo al viso con un grosso selce. Si disse che
dall'istruttoria penale fosse risultato che il Caporali aveva frequentato
le riunioni segrete tenute dall'Imbriani. Comunque,
simili atti di violenza sono ordinariamente il frutto delle intense
agitazioni politiche, e la campagna che da mesi si faceva
contro Crispi a cagione del suo fermo governo verso gl'irredentisti,
non fu di certo estranea all'attentato.

L'8 di ottobre in un banchetto offertogli a Firenze, Crispi
fece dichiarazioni recise sull'irredentismo:

    «Da qualche tempo, con parole seduttrici, una pericolosa
    tendenza cerca adescare l'animo delle popolazioni:
    quella che grida la rivendicazione delle terre italiane
    non unite al Regno. I nostri avversari vi cercan materia
    di agitazioni, ed è materia che può appassionare le menti,
    sia pur generose, ma deboli ed irriflessive.

    Circondato, però, in apparenza, dalla calda poesia della
    Patria, l'*Irredentismo* non è meno oggi il più dannoso
    degli errori in Italia.»

E svolse questo tema dimostrando che il principio di nazionalità
non poteva essere la norma esclusiva della politica italiana, — che
disarmo e guerra, cui miravano gl'irredentisti,
erano termini antitetici che avrebbero condotta l'Italia a perdere
unità e libertà, — che l'alleanza con l'Austria, togliendoci dall'isolamento,
ci garentì nel 1882 dall'Austria stessa e ci garentiva
la pace; e invocando, infine, la fede ai trattati, accennò
altresì alla «virtù del silenzio» imposta dalla politica che ci
conveniva.

In Austria, mentre si apprezzava la politica ferma e leale di
Crispi, non s'ignorava ch'egli, venuto dalla rivoluzione, era
uomo d'idee tenaci, e che non avrebbe subordinato gl'interessi
[pg!111]
del suo paese al tornaconto austriaco. E lo stimavano e l'onoravano
per la sua abilità, come pel suo patriottismo. In un
telegramma del 14 agosto, l'ambasciatore de Launay facendo
una relazione del soggiorno dell'imperatore Francesco Giuseppe
a Berlino, riferiva di un colloquio col Segretario di Stato:

    «Imperatore d'Austria dichiarò quanto sia soddisfatto
    che il nostro augusto Sovrano abbia un primo ministro
    di tanta vaglia. S. M. imperiale è convinta di tutta l'importanza
    dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento
    della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo
    al contegno da osservarsi verso gl'Italiani dell'Impero.»

Il *Fremdenblatt*, giornale officioso della Cancelleria austriaca,
scriveva il 18 settembre in occasione dell'attentato Caporali:

.. vspace:: 1

.. class:: small

«Il criminoso attentato alla persona del ministro presidente italiano, del
quale per fortuna le conseguenze non sono gravi, diede occasione ad un
numero straordinariamente grande di dimostrazioni di simpatia per l'illustre
uomo di Stato. Sovrani e ministri attestarono al mondo colle parole
di loro condoglianza quanta stima egli possegga all'estero. Nell'Italia stessa
le principali rappresentanze civiche, le società, e persone private diedero a
conoscere con telegrammi e con indirizzi di saper apprezzare condegnamente
l'alto valore d'un Crispi, seguendo in ciò l'esempio dello stesso Re,
le cui affettuose e ripetute domande sulla salute del ministro, onorano in
egual misura il monarca ed il ministro stesso. Il giovane che lanciò il sasso
contro del Crispi per ucciderlo, siccome egli medesimo confessa, ha con ciò
provocato una corrente di simpatia, tale da mettere appunto in piena luce
l'importanza del personaggio, ch'egli erasi prescelto a vittima. L'importanza
di Crispi non è già riposta nelle sue eminenti doti politiche, o nella sua
intelligenza, o nella presenza di spirito, o nella sua risolutezza ed infaticabile
attività; no: essa è riposta in ciò, che egli tutte queste qualità le
mise al servizio di una grande causa, che egli (e ciò appartiene senz'altro
in prima linea al talento politico) è l'ardita guida su quella via, che egli
stesso, uno fra i primi, riconobbe per la retta....

.. class:: small

*È questa l'epoca d'un'Italia veramente indipendente, vincolata a nessun
patronato, che da vera grande potenza* entra libera di se in una lega di
grandi potenze. Il nome di Crispi è strettamente congiunto a questa evoluzione;
più strettamente che quello d'alcun altro. Egli è il rappresentante
dell'Italia novissima, e la sua posizione fra i personaggi politici d'Europa
segna qual posto tenga l'Italia in Europa.»
[pg!112]

.. vspace:: 1

Dal *Diario* di Crispi:


    .. class:: right small

    «1890 — 13 ottobre.

    .. vspace:: 1

    Verso le 11 ant. è venuto il barone de Bruck di ritorno
    in Roma dopo la villeggiatura.

    Dichiarò aver visto due volte l'Imperatore Francesco
    Giuseppe, in luglio ed in questo mese prima della sua
    partenza per l'Italia.

    L'Imperatore gli manifestò il desiderio di poter vedere
    spesso il nostro Re. Se il nostro Re lo invitasse
    alle manovre militari, l'Imperatore vi andrebbe volentieri.
    Queste visite potrebbero essere annuali, e ricambiarsi
    anche, andando il nostro Re alle manovre militari
    in Austria.

    I Sovrani dovendo essere accompagnati dai rispettivi
    ministri, ne verrebbe che tra questi si renderebbero facili
    le comunicazioni e lo scambio delle idee. Grande
    sarebbe il beneficio che si otterrebbe da ciò e per le relazioni
    che diverrebbero cordiali fra i due monarchi e
    per la intimità che si costituirebbe fra i due ministri.

    Venendo l'Imperatore alle manovre non intenderebbe
    aver soddisfatto all'obbligo della restituzione della visita
    al Re, dovuta dopo il viaggio di S. M. a Vienna nel 1881.

    La restituzione della visita, lo comprende l'Imperatore,
    dovrebbe farsi a Roma. Egli non può farla nella
    posizione in cui si trova col Vaticano. S. M. I. e Reale
    se venisse in Roma non sarebbe ricevuto dal Papa; e
    il Monarca austriaco non potrebbe subire questo affronto:
    dovrebbe rompere col capo della Chiesa ed egli deve
    evitare un avvenimento di tanta importanza.

    Francesco Giuseppe parlò di me al de Bruck con parole
    lusinghiere. Disse che il mio contegno, tenendo saldi
    i vincoli di alleanza fra i due Stati, assicura la pace e
    garantisce il benessere dei due popoli. L'Imperatore incaricò
    il de Bruck di portarmi i suoi saluti e le sue speciali
    felicitazioni.

    Alle 7 di sera il de Bruck ritornò da me per darmi
    lettura di un dispaccio di Kálnoky, ricevuto nel pomeriggio.
    Il ministro si felicita del mio discorso di Firenze,
    dandone il più lusinghiero giudizio.»

[pg!113]

Il testo del telegramma del conte Kálnoky è questo:

    «Io prego Vostra Eccellenza di esprimere al signor
    Crispi le mie più fervide congratulazioni per il suo discorso
    di Firenze e di dirgli che egli, colla sua geniale
    e logicamente inconfutabile esposizione degli interessi
    politici d'Italia, ha dimostrato al suo Paese non solo,
    ma a tutta Europa la rettitudine [*die Richtigkeit*] della
    sua politica. La qual cosa giova all'Italia e alla sua situazione
    internazionale.

    Il suo linguaggio coraggioso e da vero uomo di Stato
    può, dagli alleati d'Italia che hanno iscritto sulle loro
    bandiere il rispetto ai trattati ed ai principii monarchici,
    essere considerato come una nuova prova che la Triplice
    alleanza così necessaria alla pace d'Europa, poggia sopra
    una solida base e possiede nella prudente ed energica
    personalità del Crispi un custode fedele preparato ad
    ogni eventualità.»

La corrispondenza che segue dimostra l'interessamento che
Crispi metteva nell'eliminare le cause di dissenso tra l'Italia e
l'Austria, e il buon volere del conte Kálnoky, e anche della
Cancelleria germanica, nel secondarlo:


    .. class:: right small

    «Roma 3-9-1889.

       | *Ambasciata Italiana*
       |   Vienna.

    (*Riservato*). Prego Vostra Eccellenza far pratiche, adoperando
    tutta sua influenza personale, perchè il Governo
    Imperiale solleciti per quanto sta in lui l'azione della
    giustizia nell'affare Ulmann. Comunque debba essere la
    sentenza, è interesse politico dei due paesi che si termini
    presto un processo che rimane causa permanente
    di disagio, e che ad un dato momento potrebbe provocare
    nuovi serii imbarazzi. Vorrei Ella ottenesse prima
    di partire un impegno formale. Pregola telegrafarmi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!114]


    .. class:: right small

    «Vienna, 3-9-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Riservato*). Appena ricevuto il telegramma di V. E. mi
    recai da Kálnoky e gli rinnovai l'istanza anche a nome
    di V. E. perchè facesse tutto ciò che dipendeva da lui
    per sollecitare esito del processo Ulmann. Feci notare
    a S. E. esser di grande interesse politico per i due Stati
    il tôr di mezzo questa causa permanente d'imbarazzo
    per ambedue. Kálnoky mi promise di fare passi solleciti
    presso il Ministero della Giustizia nel senso desiderato
    e di farmi conoscere l'esito che non mancherò di telegrafare.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 10-9-1859.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Riservato*). Kálnoky mi ha detto che la istruzione relativa
    ad Ulmann è finita, e che il giudizio è ora deferito
    alla Magistratura ed al Giurì d'Innsbruck. Egli
    crede che il processo sarà terminato prima della riunione
    del nostro Parlamento e mi ha promesso che farà
    tutto ciò che dipende da lui per accelerarlo attivamente.
    Ho preso atto della sua promessa.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 2-10-89,

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Segreto*). Attenendomi istruzioni impartitemi dall'E. V.
    col telegramma di ieri, ho toccato oggi al conte Kálnoky
    colla dovuta prudenza e nel modo che ho creduto
    più confacente allo scopo, la questione dei recenti provvedimenti
    presi contro sudditi italiani a Trieste. Ricordando
    poscia a S. E. le promesse da esso fatte all'ambasciatore
    di S. M. l'ho pregato caldamente di volersi
    [pg!115]
    adoperare perchè il processo Ulmann fosse terminato al
    più presto possibile.

    Il conte Kálnoky mi ha risposto che ignorava i particolari
    dei fatti a cui io avevo fatto allusione, e che
    avrebbe assunto presso il conte Taaffe le necessarie informazioni,
    ma mi ha soggiunto che da quanto aveva
    potuto apprendere dai giornali, quei provvedimenti riguardavano
    sudditi italiani che avrebbero preso parte
    al getto di petardi di cui si avrebbero le prove, e che
    tali provvedimenti non avevano certamente nulla di rigoroso.
    Osservai al conte Kálnoky che nell'interesse di
    tutti e due i paesi sarebbe però necessario di evitare
    ogni misura che potesse servire di pretesto a qualsiasi
    agitazione, ma S. E. mi replicò che detti provvedimenti
    non avevano un carattere vessatorio e che non costituivano
    altro che una semplice misura di sicurezza pubblica
    che incombe ad ogni Stato di prendere. In quanto
    al processo Ulmann il conte Kálnoky mi ripetè quanto
    aveva già fatto conoscere all'ambasciatore di S. M. e
    disse che esso aveva fatto tutto il possibile per accelerarne
    la soluzione e che era a tale proposito in trattative
    con il conte Taaffe. Avendo io accennato alla urgenza
    che tale processo fosse terminato prima di novembre,
    cioè prima della riunione del Parlamento italiano,
    S. E. mi rispose che non dubitava che esso sarebbe già
    terminato per quella data e che il ritardo attuale proveniva
    dalla solita procedura giudiziaria indispensabile.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


    .. class:: right small

    «Berlino, 3-10-89.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Riservato*). Il Sottosegretario di Stato scrisse ieri al
    principe Reuss di parlare al conte Kálnoky nel senso
    del telegramma di V. E. del 1º ottobre riguardo al contegno
    delle autorità austro-ungariche a Trieste. Non
    occorre notare che condizione essenziale di riuscita di
    tale entratura sia di osservare segreto il più assoluto
    sull'istruzione trasmessa dal Governo imperiale al suo
    rappresentante a Vienna.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Launay`.»

[pg!116]


    .. class:: right small

    «Vienna, 22-10-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    Nel ricevimento ebdomadario di oggi ho fatto presso
    S. E. il conte Kálnoky nuove insistenze nel senso delle
    istruzioni impartitemi dall'E. V. con telegramma del 12
    relativamente processo Ulmann. Egli ha detto che s'era
    anche recentemente occupato di questo affare, che ne
    aveva parlato col Ministro della Giustizia, perchè si
    adoperasse per sollecitare al più presto la soluzione del
    medesimo, e che sperava sempre che avrebbe potuto essere
    terminato prima della fine del mese. Nel caso contrario,
    egli ha aggiunto che si sarebbe provveduto perchè
    si riunisse per questo processo una sessione straordinaria.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 27-10-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    Kálnoky mi ha pregato oggi di recarmi da lui per
    parlarmi del telegramma di V. E. da me comunicato ieri
    a Szögyeny relativo al processo Ulmann. Egli ha detto
    che, malgrado desiderio che qui si ha di corrispondere
    ai desideri di Lei, non era possibile accordare al R. Console
    la facoltà di assistere, nella sua qualità ufficiale, a
    quel processo, giacchè la concessione di tale facoltà, che
    non venne mai data ad alcun console estero, era contraria
    alla legislazione austriaca. Se questa fosse ora
    accordata al R. Console, il Governo sarebbe costretto
    concederla pure ai consoli degli altri Stati, ciò che non
    potrebbe ammettere. Feci nuovamente osservare a Kálnoky,
    che simile facoltà era però accordata ai consoli
    esteri in Italia e che sarebbe stato opportuno per i legami
    d'amicizia esistenti fra i due governi, essa fosse
    concessa ai RR. Consoli in Austria-Ungheria; ma il
    Ministro rispose che ignorava essa fosse stata accordata
    ai consoli austro-ungarici in Italia e da quanto a lui risultava
    essi non ne avevano almeno fatto mai uso. Del
    [pg!117]
    resto, egli aggiunse che il Ministro di Grazia e Giustizia
    austriaco erasi già pronunziato contrariamente a questa
    concessione nel progetto di dichiarazione (di cui mi diede
    lettura e che verrà in seguito comunicato alla R. Ambasciata)
    da esso preparato in contrapposto a quello del
    R. Governo relativamente all'interpretazione dell'articolo
    16 della Convenzione consolare del 1874. Kálnoky
    mi pregò infine d'esprimere a V. E. suo rammarico che
    la legislazione austriaca impedisse al Governo Imperiale
    di soddisfare in questa occasione la di Lei domanda.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


    .. class:: right small

    «Berlino, 7-11-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Riservato*). Prima di ricevere telegramma di V. E. del
    5 corr. avevo domandato per ben due volte a questa
    Cancelleria imperiale quale fosse il risultato delle istruzioni
    trasmesse al principe di Reuss in conseguenza del
    desiderio espresso nel telegramma di V. E. del 1.º ottobre.
    Mi fu risposto che era in corso a Trieste una inchiesta
    la quale avrebbe già messo in rilievo seri gravami contro
    Ulmann ed altri imputati politici di quella città: mi
    fu d'altronde assicurato che verso l'epoca della gita dell'Imperatore
    Guglielmo a Monza, furono da noi esposti
    gli inconvenienti che il giudizio non avesse luogo prima
    della riunione del nostro Parlamento. Supponeva che di
    ciò fosse stata fatta menzione nei colloqui di V. E. col
    conte di Bismarck. Mi feci premura di parlare colla voluta
    prudenza al sotto-segretario di Stato e d'insistere
    nel senso del telegramma giuntomi ieri sera; egli ne
    riferirà a Friedrichsruhe, il Principe Cancelliere non essendo
    aspettato a Berlino che verso metà di questo mese.
    Intanto il S. S. di Stato non taceva quanto riuscirebbe
    malagevole di tornare con Kálnoky sopra argomento così
    delicato e che sta fuori della sua competenza. Il Gabinetto
    di Berlino per quanto gli spetta evita di sporgere
    querela sia in Austria-Ungheria che in Russia per certe
    amministrazioni che sicuramente non procedono coi dovuti
    riguardi per gli interessi dei tedeschi nei due Imperi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Launay`.»

[pg!118]


    .. class:: right small

    «Vienna, 7-11-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    Kálnoky non dovendo tornare a Vienna che domani, ho
    comunicato stamane a Szögyeny telegramma di V. E. in
    data di ieri, relativo processo Ulmann. Ho insistito presso
    lui sugli inconvenienti risultanti dal ritardo frapposto
    nel terminare quel processo, specialmente in vista della
    prossima riunione del Parlamento italiano. Egli mi ha
    risposto che avrebbe riferito a Kálnoky, appena fosse
    tornato, la mia comunicazione, e che oggi stesso avrebbe
    parlato a Taaffe perchè si adoperasse altrimenti per fare
    dare un pronto compimento al giudizio, che egli disse
    non essere infatti ancora cominciato, malgrado le promesse
    state fatte al Ministero Imperiale e Reale. Szögyeny
    ha aggiunto che si rendeva perfettamente conto degli
    inconvenienti da me accennati, e che per ciò qui si metteva
    ogni impegno per accelerare la soluzione del processo,
    che sperava avrebbe potuto essere terminato prima
    della riunione del nostro Parlamento.

    Appena avrò potuto vedere Kálnoky, non mancherò
    di far nuove insistenze nel senso delle istruzioni di Lei.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 10-11-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    Ho profittato dell'udienza datami oggi da Kálnoky
    per insistere nuovamente presso di lui perchè il processo
    Ulmann fosse terminato prima della riunione del
    Parlamento italiano. Egli mi ha risposto che, subito dopo
    il suo ritorno da Friedrichsruhe, aveva in questo senso
    adoperato tutta la sua influenza personale presso il Ministro
    di Giustizia, il quale però avevagli rappresentato
    le difficoltà che tuttora si opponevano a che il processo
    potesse essere terminato nel termine desiderato, giacchè
    era necessario procedere alla traduzione dall'italiano al
    tedesco di tutti gli atti voluminosi del processo. In tale
    [pg!119]
    stato di cose Kálnoky mi ha pregato di annunziare all'E.
    V. che egli per far cosa gradita e per togliere di
    mezzo questa causa d'imbarazzi tra i due Governi aveva
    proposto che non si desse più seguito al processo Ulmann
    e che questi fosse rinviato in Italia. Egli sperava
    che l'Imperatore avrebbe acconsentito a tale sua proposta.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


    .. class:: right small

    «Vienna, 16-11-1889.

       | *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    (*Personale*). Kálnoky mi annunziò oggi che fedele alla
    promessa fattami e tenendo conto speciale delle istanze
    di V. E. di abbandonare il processo contro Ulmann e di
    espellerlo in Italia, S. M. diede il suo consenso e l'ordine
    relativo è stato impartito. Ho ringraziato in di Lei
    nome il Conte Kálnoky di questo provvedimento che fa
    testimonianza di moderazione governo imperiale e di
    deferenza verso il governo del Re.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

..

    «Come fulmine a ciel sereno — annunziava il 19 luglio
    1890 il giornale slavo *Narodni List* di Zara — è scoppiata
    la notizia che il governo ha sciolto la Società *Pro
    Patria* la quale aveva la sua sede a Trento e diramazioni
    in tutte le terre «irredente» della nazione italiana
    in Austria.... Si racconta che nell'ultimo Congresso tenuto
    a Trento, *inter-pocula* se ne intesero tante e tante
    che obbligarono il governo allo scioglimento della Società.
    Benedetto vino che compromise Noè....»

La notizia che con gioia non dissimulata dava l'organo dei
croati, era vera. I motivi del decreto di scioglimento erano
questi che trascriviamo testualmente:

    «La Società non politica *Pro Patria* la quale, a mezzo
    di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al Litorale
    ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi
    il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del socio
    [pg!120]
    Carlo Dr. Dordi e fra vivi applausi ha deliberato a voti
    unanimi di comunicare in via telegrafica alla Società
    *Dante Alighieri* in Roma, nonchè al presidente della
    stessa, Bonghi, la piena adesione e le più sincere felicitazioni;

    Essendo notorio che la Società *Dante Alighieri* in Roma
    osserva un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica
    ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche,
    portate a generale conoscenza mediante la stampa periodica
    italiana, che le aspirazioni di quella Società sono
    rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato austriaco,
    la Società *Pro Patria*, col summenzionato deliberato
    ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi
    scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea,
    mira anche ad altri scopi e precisamente a scopi politici,
    i quali secondo le circostanze potrebbero cozzare
    con le disposizioni del codice penale;

    Questa tendenza sleale ed anti-patriottica della Società
    *Pro Patria* si è palesata anche in modo indiretto col
    fatto, che il comitato, costituito per l'organizzazione di
    festività in occasione del Congresso generale della Società
    *Pro Patria* in Trento, a capo del quale era il presidente
    del gruppo locale di Trento, l'avvocato Carlo
    Dr. Dordi, tralasciò di imbandierare la città, come era
    progettato ed anche notificato all'Autorità, in seguito
    al decreto di quell'i. r. Commissario di polizia, a tenore
    del quale l'imbandieramento non venne concesso che a
    condizione che contemporaneamente venisse pure inalberata
    in posizione distinta una bandiera dai colori dell'impero
    austriaco....»

Lo scioglimento della *Pro Patria* di una associazione cioè che
si proponeva fini non politici, ma di cultura, era stato da parecchi
mesi deciso, da quando, in aprile, l'idea di un monumento
a Dante in Trento veniva accolta e suffragata in Italia da numerose
sottoscrizioni come affermazione d'italianità. La pubblica
sottoscrizione per l'erezione della statua era stata permessa
in Austria dall'Imperatore; in Italia, quando ad essa
vollero partecipare Consigli Comunali e provinciali con esplicite
deliberazioni politiche, fu vietata da Crispi. Ma ciò non bastò
al governo austriaco, il quale credette opportuno di colpire il
sentimento italiano, come se questo potesse mortificarsi o distruggersi
[pg!121]
con una misura di polizia. Il pretesto non era neppure
ben scelto, poichè non era vero che nell'incriminato e non
trasmesso telegramma alla società *Dante Alighieri*, allora costituitasi,
il congresso della *Pro Patria* avesse fatto «piena adesione»,
mentre invece aveva soltanto espresso «la propria soddisfazione
per la costituzione» di quella Società. Ed era anche
infondato che la *Dante Alighieri* «osservasse un contegno ostile
alla monarchia austro-ungarica» e che le aspirazioni di essa
fossero «rivolte direttamente contro lo Stato austriaco». Il secondo
motivo del decreto era anch'esso insussistente, perchè a
Trento, in occasione del congresso, non era stata esclusa la
bandiera dell'impero essendosi dal Comitato locale — che nulla
poi aveva da fare con la presidenza della Società *Pro Patria* — rinunziato
all'imbandieramento della città.

La *Dante Alighieri*, chiamata in causa nel decreto dell'i. r. Ministero
dell'interno, protestò con la seguente lettera diretta a
Crispi, quale Presidente del Consiglio e ministro degli affari
esteri:


       | «\ *Eccellenza*,

    Nel decreto di scioglimento della Società *Pro Patria*,
    dal Governo austriaco è dato a prova della condotta
    sleale e antipatriottica di essa — così dice — il seguente
    principale motivo:

    «La Società non politica *Pro Patria*, la quale, a mezzo
    di gruppi locali, estende la sua attività al Tirolo, al
    litorale ed alla Dalmazia, nel Congresso generale tenutosi
    il 29 giugno 1890 in Trento, dietro proposta del
    socio Carlo Dott. Dordi e fra vivi applausi, ha deliberato
    a voti unanimi di comunicare in via telegrafica
    alla Società Dante Alighieri in Roma, nonchè al presidente
    della stessa. Bonghi, la piena adesione e le più
    sincere felicitazioni;

    «Essendo notorio che la Società Dante Alighieri in
    Roma osserva un contegno ostile alla monarchia austro-ungarica,
    ed emergendo da ripetute comunicazioni pubbliche
    portate a generale conoscenza mediante la stampa
    periodica italiana, che le aspirazioni di quella Società
    sono rivolte direttamente contro l'interesse dello Stato
    austriaco, la Società *Pro Patria* col summenzionato deliberato
    ha dato a conoscere che essa, oltre agli scopi
    [pg!122]
    scolastici, messi dallo statuto sociale in prima linea,
    mira anche ad altri scopi, e precisamente a scopi politici,
    i quali, secondo le circostanze, potrebbero cozzare
    con le disposizioni del codice penale».

    Il Consiglio centrale della Società Dante Alighieri
    non può scegliere migliore testimone della erroneità
    patente di tali asserzioni che il Presidente dei ministri
    del Regno d'Italia.

    La Società Dante Alighieri non si è tenuta segreta;
    ha operato e discorso alla luce del giorno; ha comunicati
    i suoi intendimenti al Governo e dal Governo ha
    ricevuto conforto e aiuto.

    Ciò basta a provare che nessuno dei fini che le attribuisce
    il decreto austriaco le si può legittimamente attribuire;
    ed è obbligo, non diciamo soltanto nostro, ma
    del nostro stesso Governo, di protestare contro asserzioni
    che impugnano la lealtà nostra e la sua.

    La Società Dante Alighieri non si è proposta di esercitare
    altre influenze in ogni paese dove vivano italiani,
    se non quelle che Società della stessa natura esercitano
    dappertutto, senza nessun sospetto di adoperarsi ad altro
    che a mantenere vivaci e fecondi alcuni vincoli intellettuali,
    morali e storici.

    In Austria stessa i Tedeschi e gli Slavi fuori dei suoi
    confini le esercitano rispetto a' Tedeschi e agli Slavi dentro
    i suoi confini. Perchè solo agli Italiani, che non sono
    retti dal Governo austriaco, dovrebbe esser vietato di
    esercitarle rispetto a quelli che sono retti da esso? Gioverebbe
    al Governo austriaco stesso mostrare al mondo
    che solo gli Italiani considera come nemici, e dove per
    gli altri popoli il Governo austro-ungarico è monarchia,
    solo per essi non schiva di parere tirannide?

    Noi non entriamo a giudicare l'atto altamente rincrescevole
    per il quale è stata sciolta la Società *Pro Patria*,
    che aveva comuni i fini con noi, fini supremamente civili,
    razionali e degni di osservanza e rispetto. Noi sappiamo
    che non potremmo dirigerci al nostro Governo
    se intendessimo chiedergli che esso comunicasse all'austriaco
    un nostro giudizio e suo. La libertà e l'autonomia
    dei governi, o bene o male usate, sono un principio supremo
    di condotta per tutti.

    Questo soltanto ci preme di accertare: che cotesto atto
    di scioglimento di una Società tanto benemerita, fin
    [pg!123]
    dove presume di avere avuto motivo dalle sue relazioni
    colla nostra, da telegrammi supposti che non abbiamo
    mai ricevuti, da giornali italiani dei quali nessuno è
    organo nostro, e da simili altre accuse in tutto fantastiche,
    non ha in realtà motivo di sorta o almeno nessun
    motivo che si confessi apertamente.

    Sicuri che Ella vorrà tener conto di questa nostra
    protesta e usarne nei modi che Ella creda meglio opportuni,
    le attestiamo il nostro ossequio.

    Dell'Eccellenza Vostra

    Dev.mi

        *I Membri presenti in Roma del Consiglio*
        *Centrale della Società Dante Alighieri*:
        :small-caps:`Ruggero Bonghi`, deputato al Parlamento,
        presidente — :small-caps:`G. Solimbergo`,
        deputato al Parlamento, vicepresidente — :small-caps:`Giulio`
        :small-caps:`Bianchi`, deputato al Parlamento — :small-caps:`Ferdinando`
        :small-caps:`Martini`, deputato
        al Parlamento — Avvocato :small-caps:`Pietro`
        :small-caps:`Pietri` — Dottor :small-caps:`Gaetano Vitali`,
        segretario.»


L'azione diplomatica che in quella circostanza spiegò l'onorevole
Crispi risulta dai seguenti documenti:

    «[*Telegramma*]

       | *Conte Nigra ambasciatore d'Italia*
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 22 luglio 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato-personale*). Che il conte Taaffe abbia sciolto
    il *Pro Patria*, nulla ho da obbiettare, perchè trattasi di
    un atto interno di governo. Quello che dovrò osservare
    a V. E. è che il ministro austriaco ha commesso due
    gravissimi errori nella sua ordinanza: il primo nell'aver
    asserito esser stato spedito dal presidente del Congresso
    un telegramma alla Società *Dante Alighieri*, il che non
    fu; il secondo, nell'aver detto che questa abbia scopi
    politici ed irredentisti.

    La *Dante Alighieri* è un'associazione meramente letteraria,
    e basta conoscere i nomi del suo Presidente e dei
    [pg!124]
    suoi socii per convincersi come essi sian di opinioni
    temperate e come nulla farebbero che potesse suscitare
    al Governo italiano imbarazzi internazionali.

    Non posso intanto nasconderle che l'ordinanza austriaca
    ha prodotto una dolorosa impressione negli elementi
    più moderati del nostro paese, i quali si domandano
    se questo sia il modo col quale si possa mantenere
    tra l'Italia e l'impero vicino quell'alleanza che tanto
    ci è necessaria.

    Qui tutti sospettano che il Taaffe, devoto al partito
    cattolico, sia contrario alla triplice alleanza e che vedrebbe
    di buon occhio lo scioglimento della medesima.

    Voglia tener per sè queste informazioni e se ne serva
    col conte Kálnoky qualora lo crederà opportuno.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Conte Nigra*
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 24 luglio 1890.

       | *Signor Ambasciatore,*

    La Luogotenenza di Trento ha sciolto la Società *Pro
    Patria*. Il Governo del Re nulla ha da dire circa un atto
    di amministrazione interna che in sè stesso sfugge al suo
    giudizio, ciascuno Stato essendo padrone di governarsi
    con i criteri che gli sembrano più opportuni.

    Debbo però affermare nell'interesse dei rapporti internazionali,
    che la notizia del fatto ha prodotto nel Regno
    la più penosa impressione, sovratutto per i motivi che
    dicesi abbiano ispirato il decreto di scioglimento.

    In questo, difatti, si dichiara che due sarebbero le ragioni
    dell'atto luogotenenziale. La prima è che il Presidente
    del Congresso tenutosi a Trento il 29 giugno
    avrebbe inviato alla Società italiana *Dante Alighieri*, per
    mezzo del telegrafo, la sua piena adesione e le più sincere
    felicitazioni per l'opera della Società medesima.
    La seconda sarebbe, che la Società *Dante Alighieri* osserverebbe
    un contegno ostile alla Monarchia Austro-Ungarica
    e che le aspirazioni di detta società sarebbero
    rivolte direttamente contro gli interessi dell'Impero.

    Or mi permetto di osservare, Signor Ambasciatore.
    [pg!125]
    che codeste considerazioni sono prive di fondamento.
    Anzitutto la Società *Dante Alighieri* presieduta dall'Onorevole
    Ruggero Bonghi, non ricevette alcun telegramma
    dal Congresso Trentino e per conseguenza la Luogotenenza
    imperiale e reale è stata male informata. È deplorevole
    che per un atto di tanta importanza s'invochino
    a motivo due notizie false.

    Passo a ciò che più giova conoscere e che interessa
    un'associazione nazionale, quale è la Società *Dante Alighieri*.

    La Società *Dante Alighieri* non ha scopi politici. I soci
    che la compongono appartengono al partito moderato e
    non vanno confusi — sarebbero i primi a sdegnarsene — con
    coloro i quali fanno professione d'irredentismo. La
    Società *Dante Alighieri* si propone il culto della lingua
    italiana in tutte le regioni in cui questa è parlata e
    non oserebbe far cosa che potesse influire sulla politica
    internazionale del Governo o pregiudicare l'azione di
    questo all'estero. Le relazioni della Società *Dante Alighieri*
    col Governo sono tali e così notorie che ritengo
    come un'offesa fatta a noi ogni imputazione che le si
    possa fare di tendenze faziose, o di atti che in qualunque
    modo o misura potessero ledere le buone relazioni
    che l'Italia mantiene coll'Impero vicino.

    Voglio sperare che il Conte Taaffe, presa notizia delle
    cose come realmente sono avvenute, saprà correggere
    l'opera della imperiale e reale Luogotenenza di Trento.
    Non intendiamo con ciò influire sugli atti amministrativi
    del governo austriaco, ma solamente osservare che
    a nessuno è dato, ancorchè pubblico funzionario, offendere
    gratuitamente con ingiustificate imputazioni un
    governo amico. Il contegno del Luogotenente non è
    certamente di tal natura da mantenere quell'accordo
    che noi cerchiamo e ci sforziamo di tener saldo, a costo
    anche della nostra popolarità.

    Allorchè io seppi che a Trento volevasi innalzare una
    statua a Dante e che il Governo austriaco aveva permesso
    non solo questo omaggio all'altissimo poeta, ma
    anche l'istituzione di una Società che tende a favorire
    il culto della lingua italiana, me ne compiacqui e rallegrai,
    vedendo in quell'atto di buona politica un fatto
    reale che alla nazionalità italiana guarentiva nel poliglotta
    Impero gli stessi diritti che sono guarentiti ai
    [pg!126]
    Tedeschi, agli Slavi, agli Ungheresi, ai Boemi, ai Rumeni
    ed a tutti gli altri popoli che fanno parte dell'Impero.

    Ora sono dolentissimo di dover constatare le condizioni
    difficili che vengono fatte al Ministero Italiano in
    questa occasione. Finchè la fiaccola dell'Irredentismo si
    trovava accesa dai radicali, io non li temevo. Ma l'atto
    ultimo, il quale ravviva la memoria di altri atti non
    pochi che ogni tanto rivelano l'intolleranza di codesto
    governo, basterà, temo assai, a turbare o per lo meno
    a raffreddare la gente moderata e tranquilla, sul cui appoggio
    il governo sapeva di potere sino ad ora contare.

    Non so se Ella riuscirà a far comprendere tutto ciò
    al Governo austro-ungarico e se il Conte Kálnoky dispone
    di sufficiente autorità per richiamare il suo Collega
    dell'Interno a migliori consigli. Dirò soltanto a Vostra
    Eccellenza come l'alleanza con l'Austria, che solo
    io potevo difendere, avrebbe contro di sè un maggior
    numero di nemici, e che non so se al 1892 o il mio successore
    od io avremmo la forza necessaria a rinnovarla.

    Comprendo che il Conte Taaffe, che è cattolico convinto,
    potrebbe venire dalle ispirazioni del Vaticano indotto
    ad atti che lo obbligassero a combattere l'alleanza
    delle potenze centrali. Però al di sopra di lui sta S. M.
    l'Imperatore e Re, che si distingue per tanto buon senso
    e per tanta esperienza di governo, ed all'Augusto Sovrano
    non può sfuggire la considerazione che l'opera
    nostra, la quale è utile alla Monarchia, è resa oltremodo
    difficile se il suo Ministro non agisce d'accordo con noi
    per raggiungere lo scopo cui tutti miriamo.

    Con ciò fo seguito al mio telegramma dei 22 sera. Le
    accludo copia della protesta direttami il 21 luglio dalla
    Società *Dante Alighieri*, e desidero che Ella si ispiri alle
    considerazioni che sono contenute in questa lettera per
    discorrere del delicato argomento con quelle riserve ed
    in quei modi che crederà più opportuni, avvertendo sempre
    che è mio intendimento evitare ogni causa di dissapori
    col Governo Imperiale e Reale.

    Gradisca, signor Conte, gli atti della mia alta considerazione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!127]


       | «\ *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 27 luglio 1890,

       | *Signor Presidente,*

    Mi pregio di segnar ricevimento della lettera che V. E.
    mi fece l'onore di dirigermi il 24 corr. relativamente
    allo scioglimento della Società *Pro Patria* la quale fa
    seguito al telegramma ch'Ella mi diresse il 22 corrente,
    ricevuto il 23, e redatto nel medesimo senso; nonchè
    della copia di lettera annessa, diretta a V. E. dal Consiglio
    Centrale della Società *Dante Alighieri*.

    Al suo telegramma ebbi l'onore di rispondere col mio
    telegramma del 25 corrente che mi pregio di confermare
    e di qui trascrivere:

    (*Riservato*). «Ringrazio V. E. della informazione che mi
    dà rispetto alla Soc. *Dante Alighieri*. Essa sa che il Governo
    Austro-Ungarico non ammette alcuna ingerenza
    estera per ciò che riguarda i sudditi italiani dell'Austria.
    Io non posso perciò parlare della soluzione della Società
    *Pro Patria* a Kálnoky, tanto meno dopo che un telegramma
    da Roma inserito nella *Neue Freie Presse* annunzia
    che io fui incaricato di far passi in proposito.
    Ora mi permetta di rilevare un'espressione del suo telegramma.
    Ella sembra credere che la dissoluzione sia
    stata fatta per sentimenti clericali del Ministero. La
    quistione non è clericale, giacchè nella società disciolta
    vi erano parecchi preti e d'altra parte fra quelli che
    applaudirono alla dissoluzione vi è la stampa liberale
    tedesca dell'Austria. Il fatto è che la dissoluzione è dovuta
    a certe imprudenze della detta società, a proposito
    delle quali il Governo Austro-Ungarico non ammette che
    noi siamo meglio informati di lui, trattandosi di società
    esistente in Austria».

    \ V. E. mi rispondeva col telegramma seguente:

    .. class:: right small

    «Roma, 26 luglio 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Non ebbi mai in mente ch'Ella reclamasse
    presso codesto Governo contro il Decreto *Pro Patria* ed
    i giornali che lo scrissero fantasticarono. Nella mia lettera
    del 24 che non tarderà a ricevere, le ho dichiarato
    [pg!128]
    che ogni Governo entro i confini dello Stato ha pienissimo
    diritto e nessuno può ingerirsi negli atti della sua
    interna amministrazione. Lo scopo per il quale a V. E. mi
    diressi col telegramma e con la lettera fu d'informarla
    delle impressioni sentite in Italia dal decreto per lo
    scioglimento del *Pro Patria* e del contegno e degli scopi
    dell'associazione italiana *Dante Alighieri*, che non mira
    alle provincie italiane dell'Austria, ma estende la sua
    azione in tutti i paesi nei quali sono italiani, questa istituzione
    completa l'opera iniziata dal Governo coll'istituzione
    delle scuole italiane all'Estero».

    Confermandole che io non posso fare dello scioglimento
    della Società *Pro Patria* e delle circostanze in cui
    si produsse, l'oggetto di una conversazione col conte Kálnoky,
    mi riservo però la prima volta che avrò occasione
    di vedere il conte Taaffe, senza entrare nel merito della
    questione, di fargli notare l'errore di fatto in cui cadde
    nelle considerazioni che precedono il decreto relativamente
    alle comunicazioni della Società *Pro Patria* con
    quella della *Dante Alighieri* di Roma, e intorno agli scopi
    di quest'ultima. Ma quest'errore è già stato rilevato da
    una parte della stampa, ed il miglior modo di metterlo
    in rilievo è quello di dare la maggior pubblicità possibile
    alla lettera che in proposito fu diretta all'E. V. dal
    Consiglio Centrale della Società *Dante Alighieri* in Roma.

    Per quanto mi risulta da ogni fonte il Vaticano ha
    potuto bensì compiacersi dell'accaduto come di cosa
    che possa nuocere alle buone relazioni tra i due paesi,
    ma non ebbe nessuna parte nella determinazione di cui
    si tratta. La questione, ripeto, non è clericale, ma essenzialmente
    politica ed irredentista. L'E. V. tocca, nella
    sua lettera, una questione assai grave, quella della continuazione
    dell'alleanza dell'Italia all'Austria-Ungheria,
    che sarebbe, a di lei giudizio, resa più difficile dalla cattiva
    impressione che l'atto di cui si tratta fece in Italia
    e si può aggiungere dall'impressione non meno cattiva
    che produssero in Austria-Ungheria alcuni atti della
    Società *Pro Patria*. Non è certo intenzione di V. E. come
    non è la mia, di trattare una simile questione per incidenza.
    Mi limito soltanto a ricordare qui ciò che a Lei
    è ben noto, cioè, che tale alleanza, la quale del resto
    non fu fatta da Lei nè da me, fu consigliata all'Italia
    da circostanze imperiose che ignoro se siano modificate,
    [pg!129]
    che fu chiesta dall'Italia, non dall'Austria-Ungheria;
    che fu mantenuta con lealtà da ambe le parti, e suppongo
    con reciproco vantaggio. Spetterà alla saviezza
    dei Governi che presiederanno più tardi alla direzione
    politica dei due Stati lo esaminare se convenga rinnovarla
    nel 1892.

    Gradisca, signor presidente, i sensi della mia alta considerazione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

..


       | «\ *S. E. Conte Nigra*
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 31 luglio 1890.

       | *Signor Conte,*

    (*Personale*). Ho la sua del 27.

    Nulla ho da aggiungere alla mia lettera del 24 ed ai
    telegrammi del 22 e del 26. Sento quanto ella mi scrive
    nella sua del 27, e sul decreto per lo scioglimento del
    *Pro Patria* ritengo inutile per ora ogni ulteriore discussione.

    Mi permetta, però, che io spenda poche parole sovra
    un argomento che scivolò quasi per incidente nella nostra
    corrispondenza e che è della massima importanza.

    Io non voglio riandare le origini del trattato d'alleanza.
    Ammetto che se ne deve all'Italia l'iniziativa.
    Posso però giudicare la situazione quale essa è, ed in
    questo giova alle due parti parlarne senza preconcetti
    e con vero disinteresse.

    Io sono di parere che l'alleanza sia utile all'Italia
    ed all'Austria.

    L'Italia deve aver sicure le sue frontiere. Non potendo
    pel momento aver amica la Francia, ed è una sventura,
    deve ad ogni costo tenersi stretta all'Austria, e non comprometterne
    l'amicizia.

    Se l'Austria ci sfuggisse, si alleerebbe subito alla Francia
    in difesa del Papa. Le conseguenze sarebbero incalcolabili.

    L'Austria alla sua volta ha bisogno dell'Italia, la quale,
    in certe occasioni, potrebbe renderle segnalati servizii.
    L'Austria, sicura alle Alpi e nell'Adriatico, avrebbe
    piena libertà d'azione verso l'Oriente, dove sono i suoi
    [pg!130]
    veri interessi e donde può essere assalita dai suoi veri
    nemici.

    L'Austria è quella che è, e se volesse modificarsi correrebbe
    il rischio di andare in rovina. Per vivere però
    è obbligata a rispettare tutte le nazionalità racchiuse
    entro i confini dell'Impero.

    Dalla parte nostra dirò che l'Italia è interessata perchè
    l'Austria non si sfasci. Per noi essa è una grande
    barricata di fronte ad eventuali e più pericolosi avversarli,
    che giova tener lontani dalle nostre frontiere.

    Posto ciò, tra l'Italia e l'Austria non ci dovrebbero
    essere quistioni. Quella dei confini sarà, un giorno o
    l'altro, risoluta amichevolmente.

    Vuolsi intanto osservare che in Italia l'alleanza coll'Austria
    non è simpatica, essendo pur troppo recenti
    i ricordi delle lotte nazionali e del mal governo imperiale.

    Necessario, quindi, che l'Austria faccia dimenticare il
    suo passato, e che negli atti di governo eviti di ferire
    il sentimento di nazionalità, che è ancora vivo negli
    italiani.

    Queste considerazioni, signor Conte, le proveranno che
    le mie opinioni sono abbastanza concilianti, e che quando
    io chiedo qualche cosa da cotesto Governo, lo fo sempre
    nell'interesse dei due paesi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Dev.mo suo
    :small-caps:`F. Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi*
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 7 agosto 1890.

       | *Signor Presidente,*

    (*Personale*). Ho il suo autografo del 31 luglio e ne La
    ringrazio. Il suo linguaggio è da uomo di Stato, e la
    sua lettera dalla prima all'ultima sillaba è oro di coppella.
    Ella stima l'alleanza utile all'Italia e all'Austria.
    Posso assicurarla che tale è pure l'opinione di Kálnoky
    e di tutto il Ministero austriaco. Questi Ministri si rendono
    perfettamente ragione della cattiva impressione
    che produce in Italia la dissoluzione della Società *Pro
    Patria*. Ma fra i due mali essi preferiscono quello che
    credono il minore per loro. Preferiscono, cioè, che la cattiva
    [pg!131]
    impressione si produca in Italia, anzichè in Austria.
    Vogliono l'alleanza e sono pronti a eseguirne fedelmente
    gli obblighi, ma a condizione che non si voglia imporre
    l'irredentismo in casa loro. La situazione è tale; e nessun
    Ambasciatore o Ministro può cambiarla.

    Certo, sarebbe desiderabile che ai sudditi Italiani dell'Austria
    fosse concessa una posizione eguale nel fatto
    a quella accordata alle altre nazionalità dell'Impero. Ma
    per ottener ciò converrebbe che gl'Italiani sudditi dell'Austria
    si mettessero dal loro canto nella situazione
    delle altre nazionalità, ciò che non fanno. Bisognerebbe,
    cioè, che rinunciassero all'irredentismo.

    Invece non lasciano passare occasione senza affermarlo;
    e la Società *Pro Patria* spinse il suo zelo fino
    ad una dimostrazione contro la bandiera austriaca. Io
    non mi arbitro di giudicarli. Accenno il fatto. E constato,
    una volta di più, che ogni indizio d'un'immistione
    da parte del Governo italiano in questi affari, peggiora,
    invece di migliorarla, la situazione degl'Italiani sudditi
    dell'Austria. E viceversa, ogni atto di questi che miri
    all'Italia, rende più difficile la situazione del Governo
    italiano verso l'Austria-Ungheria.

    E qui potrei terminare la mia lettera, attesochè in
    sostanza Ella comprende perfettamente la situazione, e
    sa che non c'è da insisterci.

    Ma non posso dispensarmi dal ripeterle qualche altra
    considerazione, già toccata in precedente corrispondenza.
    Ella sembra credere che le disposizioni contro il *Pro
    Patria* si debbano in parte al clericalismo del Conte Taaffe.
    Ora mi preme il levarla da questo errore. Anzitutto in
    questo paese sono tutti, più o meno, clericali. Ma nel
    caso presente il clericalismo non ha nulla che fare. Se
    invece del Conte Taaffe, il Ministro dell'Interno fosse
    il più liberale degli Ebrei di Vienna, la situazione non
    cambierebbe d'un punto solo intorno a questo affare.
    Ella ha visto gli applausi con cui la dissoluzione fu accolta
    dalla stampa liberale viennese. Non è dunque questione
    di clericalismo. Ma bensì questione politica irredentista.
    Per carità. La supplico di non vedere i Gesuiti
    là dove proprio non ci sono.

    Mi preme inoltre di ben constatare un altro punto.
    Io non vorrei ch'Ella credesse che io rifugga dal fare a
    Kálnoky o agli altri Ministri imperiali comunicazioni
    [pg!132]
    sgradevoli. Abbia la bontà di persuadersi che io da questi
    signori non ho nulla, ma proprio nulla, da sperare,
    nè da chiedere, nè da temere; e che non tengo punto a
    restar qui. Nella posizione mia posso dire molto liberamente
    a loro, come a Lei, come ad ognuno, quello che
    penso, anche quando ciò che penso possa tornar sgradevole.
    Ma non amo dar colpi di spada nell'acqua e far
    passi non solo inutili, ma dannosi, tali, cioè, da raffreddare
    senza profitto le relazioni fra i due Stati.

    Ancora una parola sull'alleanza coll'Austria, ch'Ella
    mi scrive non esser popolare in Italia. Anzitutto io penso
    ch'Ella renderà a Kálnoky la debita giustizia. In ogni
    questione che finora si presentò, il concorso dell'Austria-Ungheria
    non ci fece mai difetto, e fu talora più pronto
    e più largo di quello della Germania.

    Deploro che quest'alleanza non sia popolare presso di
    noi, e che non se ne comprenda la necessità. Le mie
    simpatie per la Francia datano da un pezzo e non le
    ho mai celate; e, certo, se avessi visto la possibilità di
    un'alleanza tra la Francia e l'Italia, io non sarei ora
    qui. Ma anche quando la direzione delle relazioni fra
    l'Italia e la Francia era in mano d'uomini notoriamente
    amici alla Francia, come Cairoli e Cialdini, non solo
    non fu possibile un'intesa fra i due Governi, ma ci fu
    lo schiaffo di Tunisi.

    Se, ciò non ostante, non vi è simpatia fra noi per
    l'alleanza Austro-Italica, questo prova che il nostro povero
    paese non è ancora stato abbastanza miserabile, e
    che ha bisogno di altre lezioni più disastrose e più umilianti.
    Si scosti dall'alleanza attuale, e le avrà. All'Italia
    nella situazione presente dell'Europa si presentano tre
    alternative:

    O l'alleanza attuale, con tutti i suoi pesi, ma con la
    sicurtà; o in ginocchio dinanzi alla Francia; o diventare
    un grande Belgio, senza l'industria. E ancora, non
    è ben certo che il grande Belgio, mercè le divisioni e
    le amputazioni, non diventasse piccolo.

    Mi creda, signor Presidente

    .. class:: right white-space-pre-line

    Suo devotissimo
    :small-caps:`Nigra`.»

[pg!133]

       | «\ *Il R. Console Generale d'Italia a Trieste a Crispi*

    .. class:: right small

    Roma.

    .. class:: right small

    Trieste, 3 agosto 1890.

       | *Signor Ministro*,

    Anzichè riferire e necessariamente ripetere le notizie
    già pubblicate e diffuse dalla stampa, mi sembra di dover
    piuttosto riassumere e considerare i fatti di maggior rilievo
    e d'interesse per il R. Governo.

    L'ordinanza ministeriale che pronunciò la dissoluzione
    del *Pro Patria* è stata dappertutto e con estremo rigore
    applicata ed eseguita.

    Chiuse le scuole e gli asili d'infanzia dipendenti dalla
    Società, il Governo con una lunga serie di provvedimenti
    che i più giudicano errori, se ne appropriò i documenti
    ed i fondi: vietò le collette, proibì ogni pubblica
    adunanza e manifestazione e tutti quasi sequestrò
    i giornali del Regno.

    Ma queste severe misure non fecero che accrescere i
    malumori nazionali ed inasprire una situazione già per
    se stessa difficile, nè scevra di pericoli: offesero ma non
    sgominarono gli italiani; dispiacquero ai tedeschi, inquieti
    della parte d'influenza che lo Stato concede agli
    Slavi; nè i Croati e Sloveni contentarono, perchè parvero
    miti troppo e insufficienti.

    Impensierisce per vero il loro contegno e l'aggressivo
    linguaggio della stampa slava la quale fin d'ora proclama
    il proprio trionfo e la rovina di nostra nazionalità.

    Rassicura invece il calmo e dignitoso atteggiamento
    degli italiani regnicoli e non regnicoli.

    I cittadini del Regno, infatti, provano tuttodì d'intendere
    non solo le esigenze della politica internazionale,
    ma di sentire quanto importi, nell'interesse dei connazionali
    soggetti all'Austria, di starsene assolutamente
    da parte; i non regnicoli hanno saputo resistere al partito
    che tentò trascinarli più in là del dovere, e non
    colle dimostrazioni nè con clamorose proteste, ma servendosi
    dei mezzi legali forniti dalla costituzione, seriamente
    rivendicano l'uso dei diritti, che la stessa costituzione
    loro consente.
    [pg!134]

    A Trieste frattanto di giorno in giorno si aspettano
    le decisioni del supremo Tribunale dell'Impero, e tali si
    sperano da permettere che il soppresso sodalizio su altre
    basi risorga.

    Nell'Istria, dove sono più numerose che altrove le scuole
    italiane, l'agitazione è maggiore: e le fiere parole pronunciate
    dal Podestà di Rovigno nell'ultimo recente
    Congresso della Società Politica Istriana (V. E. potrà leggerne
    il testo nell'accluso foglio) tutta ne rilevano la
    gravità e l'importanza.

    In Dalmazia, e secondo risulta dal pur qui compiegato
    rapporto, gli Slavi danno quasi per finita la lotta,
    e dettano a dirittura patti e condizioni.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Malmusi`.»

L'atto del governo del conte Taaffe suscitò in Italia un vivo
malumore, del quale naturalmente profittarono i radicali. L'agitazione
irredentista divampò, e l'on. Crispi dovette adoperare
tutta la sua autorità ed energia per frenarla.

Ecco un saggio delle istruzioni ch'egli dava ai prefetti:


       | «\ *Commendator Basile Prefetto*
       |   Milano.

    .. class:: right small

    26-7.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Ripeto a lei quel che telegrafai al suo collega
    di Bari:

    Il decreto per lo scioglimento del *Pro Patria* è un
    atto di politica interna di un governo straniero, contro
    il quale non abbiamo il diritto di agire.

    Rispettiamo l'indipendenza degli altri Stati, se vogliamo
    rispettata la nostra.

    La dimostrazione popolare che si minaccia di fare
    costà sarebbe un reato ai termini dell'articolo 113 del
    codice penale, il quale punisce con la detenzione da tre
    a trenta mesi ogni atto che possa turbare le relazioni
    amichevoli del Governo italiano con un Governo straniero.

    Faccia modo di persuadere i promotori della dimostrazione
    a starsi tranquilli. Qualora i consigli non giovino,
    esegua la legge.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!135]


       | «\ *Commendatore Basile Prefetto*
       |   Milano.

    .. class:: right small

    31 luglio 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). I comizi e le dimostrazioni contro il decreto
    di scioglimento del *Pro Patria* sarebbero atti antipatriotici
    che darebbero ragione al Governo austriaco
    del preso provvedimento.

    I soci del *Pro Patria* affermavano che il loro era un
    sodalizio che aveva solo per iscopo la cultura nazionale
    e la diffusione della lingua patria nelle provincie nelle
    quali si parla l'italiano.

    Le dimostrazioni ed i comizi indicherebbero che il *Pro
    Patria* era realmente un'associazione irredentista, siccome
    la disse la luogotenenza di Trento. Ne verrebbe danno
    ai soci, ai quali sarebbe tolta anche la possibilità di ricostituirsi
    sotto altro nome.

    Veda Missori, Antongini ed altri patrioti e tenti di
    valersi dell'opera loro per dare sani consigli a coloro
    che con un preteso patriottismo turberebbero l'ordine
    in Italia e nuocerebbero a quelle popolazioni che dicono
    di voler redimere.

    Invoco da tutti che sentano i doveri di patria e li
    adoperino.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Nella seconda metà di agosto Crispi fu costretto ad adottare
un provvedimento che diremo dimostrativo della sua ferma volontà
di troncare l'agitazione irredentista: sciolse (decreto
22 agosto) le Associazioni, i Comitati, i Circoli e i Nuclei (denominazioni
diverse di enti che si proponevano scopi identici)
intitolati a Guglielmo Oberdank e a Pietro Barsanti.

Non vi furono contumelie che i radicali non lanciassero a
Crispi, pel suo «servilismo austriaco». Ma egli, in verità, compiva
un dovere penoso, e dei suoi sentimenti fanno testimonianza
i telegrammi scambiati col Re Umberto, il quale era in
grado di apprezzare il patriottismo del suo primo ministro:
[pg!136]


       | «\ *A S. M. il Re*
       |   Montechiari.

    .. class:: right small

    25 agosto 1890.

    .. vspace:: 1

    Oggi contemporaneamente in tutte le città nelle quali
    esistevano, furono sciolti i sodalizii intitolati *Barsanti*
    ed *Oberdank*.

    I funzionari della pubblica sicurezza fecero il loro dovere
    e però le operazioni riuscirono.

    In Roma furon trovate delle bombe.

    Gli atti furono mandati all'autorità giudiziaria.

    Sempre agli ordini di V. M.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Il devotissimo servo
    :small-caps:`F. Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Cav. Crispi Pres. Cons. Ministri*

    .. class:: right small

    Montechiari, 28 agosto 1890.

    .. vspace:: 1

    Ho ricevuto il suo telegramma di avant'ieri sera.

    I provvedimenti presi per lo scioglimento dei Circoli
    *Oberdank* e *Barsanti* sono ottimi, essendo tali da far cessare
    una equivoca tolleranza indegna di paese reputato
    civile e liberale. La schietta energia di lei varrà a persuadere
    i facinorosi che hanno da fare con un Governo
    deciso a farsi rispettare e lo rispetteranno. Spero che
    d'altra parte un Governo alleato non renderà più difficile
    il patriottico compito di lei con atti eccessivi ed
    inutili.

    Ad ogni modo di tutto la ringrazio di cuore.

    Qui procede ogni cosa bene. Sono molto soddisfatto
    dello spirito delle truppe, come pure dell'accoglienza che
    dovunque ricevo dalle popolazioni.

    Con sentimenti di viva amicizia

    .. class:: right white-space-pre-line

    aff.mo
    :small-caps:`Umberto`.»

[pg!137]


       | «\ *A S. M. il Re*
       |   Montechiari.

    .. class:: right small

    28 agosto 1890.

    .. vspace:: 1

    L'Austria faccia la sua via. La deploro, ma non devo
    inquietarmene.

    Facendo il nostro dovere e governando fortemente
    l'Italia, potremo a suo tempo aver ragione di dichiarare
    che non fu nostra la colpa se le sorti dell'impero vicino
    precipiteranno.

    Sempre agli ordini di V. M.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Il devotissimo servo
    :small-caps:`F. Crispi`.»

Nel settembre un incidente del quale un suo collega del Ministero
fu piuttosto vittima che responsabile, contrariò vivamente
Crispi e rese inevitabile un provvedimento che lo addolorò
molto.

In un banchetto offerto in Udine all'on. Seismit-Doda, ministro
delle Finanze, uno dei commensali, l'avv. Feder, brindando
al Doda e ricordando che nel 1848

    «udita la rivoluzione di Vienna che fece scappare S. M.
    Cattolica Apostolica Romana» da Trieste si recò a Venezia
    per «partecipare a quell'Assemblea gloriosa che
    votò la resistenza ad ogni costo», augurò che «Sua
    Eccellenza chiudesse la sua laboriosa carriera.... con il
    viaggio inverso, su nave italiana, col tricolore italico
    spiegato vittoriosamente al vento.»

L'on. Seismit-Doda sentì l'augurio e tacque; ma la stampa
s'impossessò dell'avvenimento e gli attribuì il valore che aveva,
quello cioè di una manifestazione irredentista, presente e presunto
consenziente un ministro del Re.

Crispi telegrafò subito al Doda meravigliandosi del suo contegno,
e rimproverandolo perchè lui e il prefetto non avevano
abbandonato la sala del banchetto.

    «Rimanendo indifferenti — soggiungeva — avete implicitamente
    aderito agli oratori e agli applausi. Capo del
    Governo, non devo permettere che si dubiti della lealtà
    [pg!138]
    con la quale vengono eseguiti i patti internazionali, nè
    far sospettare che uno solo dei miei colleghi sia contrario
    alla mia politica.»

L'on. Seismit-Doda non poteva più rimanere ministro. Ma invece
di persuadersene s'irritò, fece comunicazioni ai giornali
d'opposizione e non si arrese all'invito amichevole di dar le
dimissioni; cosicchè Crispi fu costretto a proporre al Re un
decreto di esonerazione dall'ufficio.

La questione fu portata alla Camera e discussa nella tornata
del 19 dicembre. Crispi reclamò un voto e la Camera, su di
una mozione presentata dall'on. Angelo Muratori, approvò la
condotta di Crispi con 271 *sì*, contro 10 *no* e 16 astenuti.

La sentenza della Corte suprema dell'Impero sullo scioglimento
del *Pro Patria* fu pronunziata il 28 ottobre. Essa dette
un colpo al cerchio e l'altro alla botte: approvò l'ordinanza governativa,
ma permise che la Società disciolta si ricostituisse
sotto la denominazione di *Lega Nazionale*. In conclusione al decreto
del 16 luglio si volle dare il valore di un monito: che la
Società italiana non si occupasse di politica.

L'ultima fase dell'azione diplomatica di Crispi è rappresentata
dai seguenti telegrammi:


       | «\ *Ambasciata Italiana*,
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 26 ottobre 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Le parole dell'avvocato del governo imperiale
    regio riferentisi società *Dante Alighieri* innanzi al
    supremo tribunale dell'Impero ed il giudizio dato sul
    signor Bonghi non avrebbero grande importanza se fossero
    stati pronunciati da chi non avesse avuto l'obbligo
    di conoscere le cose italiane. Dette a Vienna producono
    fra noi impressione così strana da costringerci a chiedere
    che almeno non ne resti traccia nella sentenza che
    emanerà il 28 corrente il Tribunale contro il *Pro Patria*.
    Il nostro onesto desiderio dovrebbe essere assecondato
    poichè, altrimenti, il falso concetto ove si ripetesse in
    un atto officiale, farebbe pessimo senso in Italia, specialmente
    in questo momento. Del resto, lo stesso conte
    Kálnoky, parlando al conte Nigra, avrebbe già riconosciuto
    l'errore di avere nella questione del *Pro Patria*
    [pg!139]
    citato la *Dante Alighieri*. Nell'intrattenere d'urgenza su
    quanto precede il signor Szögyeny, Ella vorrà inoltre
    adoperarsi perchè il *Fremdenblatt* non continui co' suoi
    comunicati intorno la corrispondenza vaticana col Nunzio
    Galimberti, poichè diversamente ci troveremmo obbligati
    a pubblicare i documenti pontifici nella loro integrità,
    il che nuocerebbe a tutti, salvochè a noi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 26 ottobre 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Ho comunicato a Szögyeny telegramma di
    V. E. di iersera relativo nota *Fremdenblatt*. Szögyeny mi
    ha detto che detta Nota era stata pubblicata soltanto
    per rispondere alle domande che da varie parti erano
    state dirette al Ministero a tale riguardo, e che essa non
    aveva altro scopo che di constatare che qui non si aveva
    notizia alcuna della corrispondenza scambiata tra il Vaticano
    e Monsignore Galimberti. Szögyeny aggiunse che
    sarebbe stato dolentissimo se si attribuisse un'intenzione
    qualsiasi sfavorevole verso l'Italia al governo austro-ungarico,
    il quale non desiderava punto ingerirsi in
    questione siffatta. Szögyeny mi pregò di assicurare l'E. V.
    che, per quanto era in suo potere, avrebbe provveduto a
    che pubblicazioni ufficiose in tal senso non avessero luogo
    in avvenire.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi.*

    .. class:: right small

    Vienna, 27 ottobre 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Confidenziale*). Szögyeny è partito stamane di buon
    mattino per la caccia e non sarà di ritorno che sul tardi
    nella sera.

    La comunicazione, di cui Ella m'incarica, non potrà
    quindi essergli fatta che domani.

    Profitto occasione per sottometterle alcune considerazioni.

    Il principale capo di accusa contro il *Pro Patria* è.....(?)
    di essa con la *Dante Alighieri*.
    [pg!140]

    Questa accusa fu ribattuta dall'avvocato Lovisoni che
    difese vittoriosamente la *Dante Alighieri* e l'on. Bonghi,
    dimostrando i loro scopi leali. Contro ciò il rappresentante
    del Governo mantenne l'accusa con parole ch'Ella
    desidera non ne resti traccia nella sentenza.

    I passi di cui Ella m'incarica, ove fossero bene accolti,
    metterebbero questo Governo in contradizione e giustificherebbero
    la domanda sporta dal *Pro Patria* di essere
    riabilitato, ciò che il Governo austro-ungarico non sembra
    disposto a fare.

    Qualora l'E. V. giudicasse che, malgrado ciò, io faccia
    a Szögyeny la comunicazione in discorso, io non mancherò
    di eseguire col maggior impegno e premura le di
    Lei istruzioni. In tal caso io la pregherei di telegrafarmi
    di urgenza i suoi ordini.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

..


       | «\ *Ambasciata Italiana*,
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 27 ottobre 1890.

    .. vspace:: 1

    (*Urgente*). Il fatto d'avere noi lasciato sussistere la *Dante
    Alighieri*, dovrebbe bastare di prova a codesto Governo
    che quella società non ha scopi politici, ma solamente
    letterari. Altrimenti sarebbe stata sciolta come sciogliemmo
    altri sodalizi. Voglia quindi dar corso alle mie
    istruzioni facendo conoscere anche quanto precede al signor
    Szögyeny.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 28 ottobre 1890.

    .. vspace:: 1

    Ho comunicato a Szögyeny i due telegrammi di V. E.
    relativi alla *Dante Alighieri*, esponendogli le varie considerazioni
    in essi svolte. Szögyeny mi ha detto che
    Kálnoky non aveva mancato di far conoscere a Taaffe
    il colloquio da esso avuto col R. Ambasciatore relativamente
    ai falsi apprezzamenti qui portati sopra la *Dante
    Alighieri* e sopra l'onorevole Bonghi. Szögyeny ha aggiunto
    che, siccome il Ministero degli Affari Esteri non
    [pg!141]
    aveva alcuna azione diretta sul Presidente della Corte
    Suprema, egli si sarebbe oggi stesso recato d'urgenza
    dal Conte Taaffe per parlargli nel senso dei due telegrammi
    di V. E. da me comunicatigli, manifestandogli
    il desiderio di lei. Szögyeny mi ha detto che, a parer
    suo, la sentenza non conterrebbe alcuna cosa che potesse
    essere spiacevole al governo del Re e alla E. V.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

Le elezioni generali del dicembre 1890 venendo dopo un
lungo periodo di agitazioni promosse dal partito radicale, furono
per questo una grande sconfitta. Tra le felicitazioni giunte
d'ogni parte a Crispi non mancarono quelle austriache. Il
conte Nigra in un telegramma dell'11 gennaio 1891, interessante
anche perchè toccava altro argomento spinoso, si faceva
eco delle felicitazioni di Francesco Giuseppe:

    «Ieri essendo a pranzo dall'Imperatore, S. M. si congratulò
    con me delle ultime elezioni in Italia e rese in
    termini calorosi testimonianza della fermezza e abilità
    con cui è condotta la politica interna ed esterna dell'Italia.
    Le ripeto le stesse frasi perchè l'Imperatore è in
    generale molto sobrio di apprezzamenti. Aggiunse che
    la Triplice alleanza costava sacrifici, ma che era riuscita
    ad ottenere il fine di preservare la pace in Europa.
    Passato il discorso alla questione economica spiegai a
    S. M. la vera ragione della prorogata facoltà di denunciare
    il Trattato vigente, che è di dare ai due Governi
    la possibilità di esaminare la nuova situazione quale
    uscirà dai negoziati in corso fra l'Austria-Ungheria e la
    Germania allo scopo di migliorare possibilmente il Trattato
    per ambo le parti.

    L'Imperatore s'informò poi con interesse del Re e
    della Regina. L'Imperatrice mi disse che era dolente di
    non avere avuto occasione nel suo viaggio in Italia di
    far visita alla Regina, della quale parlò nei termini i più
    lusinghieri e mi domandò se le sarebbe possibile visitarla
    altrove che a Roma.

    Io risposi che credevo che la Regina sarebbe stata
    per parte sua sempre felice d'incontrarsi coll'Imperatrice
    in qualunque luogo, ma che vi era qualche cosa più potente
    [pg!142]
    che la volontà dei Re e delle Regine, e questa era
    la pubblica opinione del paese, la quale non avrebbe approvato
    la visita altrove che a Roma.»

E quando pel voto di dispetto del 31 gennaio 1891 Crispi fu
lasciato andar via da chi avrebbe avuto dovere e interesse di
mantenerlo al governo, il Cancelliere d'Austria-Ungheria telegrafava
al suo ambasciatore a Roma, barone de Bruck, come
segue:


    .. class:: right small

    «5 febbraio 1891.

    .. vspace:: 1

    Je prie V. E. de chercher sans tarder une occasion
    pour exprimer à Mr. de Crispi mes plus vifs regrets sur
    sa decision de se retirer et de lui dire que pendant tout
    le temps qu'il était au pouvoir, la manière loyale et caracteristique
    d'un homme d'état superieur avec laquelle
    il a su conduire d'une main énergique les affaires politiques,
    était d'un avantage inappreciable pour la cause
    de la paix européenne et pour les rapports entre nous
    et l'Italie.

    Je doute que l'Italie possède un autre homme d'état
    qui sache juger et mener les affaires intérieures et extérieures
    de son pays d'une façon aussi éminente que
    Mr. de Crispi, ce qui me porte à admettre qu'il ne se
    retirera pas de la scène politique sur laquelle il occupe
    un rôle aussi prépondérant.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Kálnoky`.»

E l'organo della Cancelleria, il *Fremdenblatt*, dedicava all'avvenimento
un articolo di fondo (4 febbraio) di cui riferiamo
solamente le prime righe:

.. vspace:: 1

.. class:: small

«Con Francesco Crispi è caduto un grande ministro. Crispi è uno dei più
eminenti fra i personaggi che nell'odierna Europa rappresentano una parte
politica; è una figura sorprendente, caratteristica, superiore. Egli portò seco
nella vita pubblica il temperamento del siciliano; uno spirito vivace e bollente,
ma insieme avveduto, calcolatore, che in lui si accoppia a sommi
talenti e ad una indomabile energia. È in questi ultimi anni che il mondo
imparò a conoscere in quest'uomo, che fin'allora aveva sostenuta una parte
soltanto nel ristretto cerchio della politica interna italiana, un personaggio
singolare ed importante.»

[pg!143]

In dicembre 1893 Crispi riassunse il governo del paese nelle
note gravi condizioni, e il barone de Bruck, tuttavia ambasciatore
a Roma, fu tra i primi a recargli, coi suoi, i saluti
del Cancelliere Kálnoky e i migliori augurii «pour la grande
tâche» che si era addossata. E il conte Nigra, ancora da Vienna
con le «sincere congratulazioni per il suo ritorno al potere»
gli telegrafava:

    «Vostra Eccellenza avrà visto che la di Lei presenza
    al Governo è salutata con fiducia dall'opinione pubblica
    di questo paese, conforme a quello del Governo imperiale.»

L'opera di Crispi per ristabilire l'ordine pubblico, turbato
specialmente in Sicilia e in Lunigiana, era seguìta con simpatia
anche in Austria; e quando in giugno 1894 l'energico ministro
fu oggetto di un secondo attentato, quello di Paolo Lega
che gli sparò contro a bruciapelo, fortunatamente senza colpirlo,
il conte Nigra scrivendo al Ministro degli affari esteri
attestava che il fatto aveva suscitato «l'indignazione contro
l'assassino e la calorosa simpatia verso l'illustre patriotta
italiano».

Ma in ottobre di quell'anno, Crispi ebbe motivo di forte lagnanza
contro il governo imperiale per un'ordinanza che imponeva
agl'italiani dell'Istria l'uso delle iscrizioni e diciture anche
in lingua croata, facendo nascere una grande agitazione in tutti
i paesi austriaci di lingua italiana, la quale si ripercuoteva in
Italia. Le difficoltà contro le quali Crispi lottava allora strenuamente
erano così gravi, che la nuova vessazione austriaca
l'irritò. Al conte Nigra egli scriveva in lettera privata:

    «Procediamo con difficoltà nel governo del paese, ma
    procediamo.... Giunge intanto inopportuno il movimento
    dell'Istria. Esso è argomento di agitazione per gli avversari
    del Governo.... L'Austria intanto avrebbe potuto
    essere più prudente. Impero poliglotta, la sua potenza
    verrebbe dal rispetto di tutte le nazionalità, delle quali
    si compone lo Stato. E poi parmi che mal cotesto Governo
    si fidi degli Slavi, i quali tengon fissi gli sguardi
    a Pietroburgo. Aggiungasi, che l'opera di annullare la
    lingua italiana nelle opposte sponde adriatiche è difficile,
    [pg!144]
    e con la violenza diviene impossibile. È più facile italianizzare
    gli Slavi, che slavizzare gl'Italiani.

    Cotesta politica, praticata prima del 1848, aveva la
    sua ragione d'essere. Oggi manca di scopo, perchè il Governo
    italiano mantiene lealmente l'amicizia col vicino
    Impero.

    Io non oso far proposte, ma se Ella potesse dire una
    buona parola a Kálnoky, farebbe opera saggia. Accordino
    agl'Italiani gli stessi diritti accordati alle altre nazionalità
    e conserveranno la pace all'Impero, e l'eco dei
    disordini non si ripercuoterà nella penisola nostra.»

Come in passato, dopo aver fatto direttamente al governo
austriaco le sue rimostranze, sul successo delle quali non poteva
avere una fiducia assoluta per lo spirito tenacemente sospettoso
di quell'ambiente governativo, Crispi chiese l'intervento
a Vienna della potenza ch'era interessata alle buone relazioni
italo-austriache, e si rivolse all'imperatore Guglielmo:


       | «\ *Conte Lanza Ambasciatore d'Italia*,
       |   Berlino.

    .. class:: right small

    Roma, 5 novembre 1894.

    .. vspace:: 1

    La condotta del Governo austriaco nella Istria manca
    di ogni buon senso.

    L'Impero essendo poliglotta, è necessità di vita per
    esso rispettare tutte le nazionalità e specialmente l'italiana
    e la tedesca che sono le sole civili.

    La preferenza per gli slavi è a danno suo e a danno
    di tutti. Non devo nascondere che quella agitazione
    mette il Governo italiano in una difficile situazione e
    rende nel popolo sempre più antipatica la nostra alleanza
    con l'Austria, che non è punto amata nel paese.

    Io farò il mio dovere, ma non mi si ponga in condizione
    da essere obbligato a dimettermi.

    Vegga subito l'Imperatore e lo scongiuri ad interporsi
    perchè cessi cotesta questione delle lingue e si rispetti
    l'italiana come la slava.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!145]

L'ambasciatore forse non indovinò l'animo di Crispi e gli
parve che l'incarico che gli veniva dato non potesse eseguirsi
con la rapidità richiestagli; certo, rispose in maniera che a
Crispi parve accusasse tepidezza:

    «Non posso, naturalmente, vedere Imperatore quando
    voglio, ma devo aspettare propizia occasione, oppure
    chiedere udienza, cosa troppo insolita e lunga non essendo
    S. M. mai ferma.

    In tutti i modi, se non direttamente almeno per mezzo
    Cancelliere farò oggi pervenire orecchio S. M. Imperiale
    condizioni in cui politica Austria-Ungheria in Istria
    mette Italia.

    Non dubito S. M. Imperiale farà, come meglio potrà,
    pervenire consigli a Vienna.»

Crispi replicò:

    «Dopo ventisette mesi che ella, generale del nostro
    esercito e ambasciatore, è di residenza a Berlino, mi stupisce
    che non abbia ottenuto il benefizio di vedere l'Imperatore
    tutte le volte che l'esigenza della politica internazionale
    possa richiederlo.

    Non posso nasconderle che il di lei telegramma è molto
    sconsolante.»

A questo brusco rimprovero l'ambasciatore inviò telegraficamente
le sue dimissioni. Crispi non le accettò: «Faccia il
dover suo innanzi tutto e poscia vedrò come convenga provvedere».
Ma nel mentre si svolgeva questa concitata corrispondenza,
l'imperatore, informato, ordinava al conte Eulenburg,
ambasciatore germanico a Vienna che si trovava in quei giorni
a Berlino, di raggiungere subito la propria residenza e di dar
consigli nel senso desiderato da Crispi e nell'interesse della
saldezza dell'alleanza.

Il 7 novembre l'ambasciatore di Germania a Roma, de Bülow,
si recava a visitare Crispi per assicurarlo che l'imperatore
aveva esaudito il di lui desiderio. Lo pregava altresì a nome
del suo Sovrano di non accettare le dimissioni del Lanza. Il
generale Lanza era molto stimato a Berlino e l'imperatore ne
apprezzava il tatto e le qualità di perfetto gentiluomo. L'incidente
fu risoluto come risulta dai seguenti telegrammi:
[pg!146]


       | «\ *S. E. Lanza*,
       |   Berlino.

    Stassera è venuto il signor De Bülow e mi ha pregato
    di non accettare le di lei dimissioni. Ha soggiunto che
    lasciando lei a Berlino avrei fatto un favore all'Imperatore.
    Ho risposto che giammai ebbi in mente di fare
    cosa sgradita all'augusto sovrano della Germania ed or
    dichiaro a lei che ciò mi è tanto più grato inquantochè
    il fatto mi assicura ch'ella potrà essere utile al nostro
    paese presso S. M. I. R.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Berlino, 8 novembre 1894.

    .. vspace:: 1

    Ringrazio l'E. V. telegramma di questa notte, in seguito
    al quale metto naturalmente ogni decisione nelle
    sue mani.

    Segue lettera particolare.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

..


       | «\ *Generale Lanza Ambasciatore Italiano*,
       |   Berlino.

    .. class:: right small

    Roma, 8 novembre 1894.

    .. vspace:: 1

    Quello che a me preme è soltanto questo, ch'ella mi
    faccia conoscere i risultati delle sue pratiche di cui
    la incaricai col mio telegramma del giorno 5.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


       | «\ *S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Berlino, 11 novembre 1894.

    .. vspace:: 1

    (*Riservato*). Avendo fatto esprimere a S. M. l'Imperatore
    mio desiderio di parlargli, Egli, che oggi era a
    Potsdam, mi mandò invito recarmi colà, e, cosa insolita,
    [pg!147]
    in giornata di festa. Mi trattenne varie ore nel circolo
    di famiglia. Gli ripetei le cose fattegli esporre dal Cancelliere.
    S. M. mi ha tenuto presso a poco seguente discorso:

    «Dite a Crispi che ammiro energia che spiega in servizio
    del Re e della Patria rispetto patti internazionali.
    Deploro vivamente difficoltà che gli suscita condotta Governo
    austro-ungarico in Istria, come ne suscitò a me
    nelle provincie polacche. Vi ho fatto già comunicare ordine
    che ho personalmente dato mio ambasciatore a
    Vienna. Insisterò in quel senso, dolente non potere, come
    vorrei, agire direttamente verso l'Imperatore Austria,
    dal quale non soffrirei menomo accenno a mie cose interne
    e al quale, quindi, non posso toccare argomento
    sua politica interna. Continuerò, però, a fare quanto sta
    in me per mettere Governo austro-ungarico in guardia
    contro pericoli che la sua condotta verso nazionali italiani
    può fare correre saldezza alleanza.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`»

..


       | «\ *Conte Lanza Ambasciata Italiana*,
       |   Berlino.

    .. class:: right small

    Roma, 12 novembre 1894.

    .. vspace:: 1

    La ringrazio del telegramma di stanotte, il quale mi
    prova che io non avevo torto quando la spinsi a vedere
    l'Imperatore. Ella, soldato e patriotta, mi comprende e
    spero che sempre andremo di accordo.

    Faccia arrivare allo Imperatore l'espressione dei miei
    sentimenti di gratitudine e vedendolo o scrivendogli
    manifesti a S. M. I. R. che la tranquillità delle provincie
    italiane dello Impero austriaco è necessaria alla sicurezza
    dell'alleanza.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

È fuori di dubbio che facendo una politica interna severa e
leale, Crispi potè ottenere dall'Austria tutto quello che era
possibile, costringendo la stessa Cancelleria dell'Impero a temperare
prevenzioni e sistemi di polizia inveterati del governo
austriaco. Quando il conte Kálnoky giunse alla fine della sua
[pg!148]
carriera, abbandonando l'eminente posizione tenuta durante i
due periodi del governo di Crispi, espresse al conte Nigra il giudizio
ch'è riferito qui appresso:


       | «\ *S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 18 maggio 1895.

       | *Caro signor Presidente*,

    Il conte Kálnoky, nel prendere oggi congedo da me,
    mi incaricò espressamente di farle sapere come esso porti
    il migliore ricordo delle relazioni ufficiali e personali che
    ebbe con Lei. Egli rese in termini commossi testimonianza
    della lealtà di procedere del Governo da Lei diretto
    verso Austria-Ungheria, e degli eminenti servizii
    che Ella rese e rende alla causa della Triplice Alleanza,
    e a quella, che ne dipende, della pacificazione europea,
    mediante la sua autorevole e ferma azione all'interno
    e all'estero. «L'Imperatore, mi disse egli, divide con me
    questo modo di vedere e posso assicurarvi che il mio
    successore, interprete della volontà del suo sovrano, seguirà
    verso l'Italia le tradizioni di amicizia sincera e di
    fiducia reciproca, che formano uno dei principali legati
    della mia successione».

    Compio l'incarico affidatomi scrivendole queste proprie
    parole del conte Kálnoky, e aggiungendo soltanto
    che esse hanno tanto maggior valore, quanto più grande
    è, per indole, la riserva in chi le pronunziò nell'abbondare
    in dimostrazioni di tal natura.

    Voglia credermi, come le sono di cuore,

    .. class:: right white-space-pre-line

    Dev.\ :superscript:`mo` amico
    :small-caps:`Nigra`.»

[pg!149]




ITALIA E FRANCIA.
=================

[pg!151]


:small-caps:`Capitolo Quinto.` — Le relazioni franco-italiane dal 1890 al 1896.
===============================================================================


.. class:: small

L'ambiente e gli statisti in Francia. — Gli ambasciatori De Moüy e Mariani
e il ministro Spuller. — Come fu ricevuto il signor Billot. — La sua *azione
conciliante*. — Il varo della *Sardegna* e la mancata visita della squadra francese
alla Spezia. — Illusioni francesi su l'on. di Rudinì. — La Triplice alleanza
rinnovata. — Secondo Ministero Crispi. — Strascico dei fatti di Aigues-Mortes. — Politica
di conciliazione. — Una missione segreta di Maurizio Rouvier. — Corrispondenza
dell'ambasciatore Ressman. — Il richiamo di Ressman e le sue vere ragioni.

.. vspace:: 2

Sino al 1890 le relazioni franco-italiane erano state difficili.
L'ostilità della Francia per la nostra alleanza con la Germania
si era manifestata in tutti i modi e in tutti i campi, cagionando
incidenti che avevano sempre più rafforzato la posizione dell'Italia
in Europa e stretto i vincoli che la legavano ai due
imperi centrali pel trattato rinnovato il 20 maggio 1887.

Deve però riconoscersi che nella lotta accanita che il governo
francese aveva fatto ad ogni interesse italiano, gli uomini
erano stati talvolta sospinti agli eccessi dall'ambiente, esagitato
da una stampa che non ignorava alcuna intemperanza. L'ambasciatore
conte de Moüy, ponendo fine alla sua missione a Roma,
scriveva privatamente a Crispi, da Parigi, il 6 aprile 1889:

    «J'avais à Rome la conviction d'avoir obtenu votre
    sympathie et votre estime: vous avez toujours compris,
    au cours des affaires que j'ai été chargé de suivre, *combien
    souvent ma tâche m'était pénible, et combien aussi je
    m'efforçais d'y apporter de conciliation et cordialité*.... Je
    [pg!152]
    n'oublierai jamais nos derniers entretiens qui m'ont si
    vivement ému; mon eloignement de Rome a été la grande
    douleur de ma vie diplomatique.»

Il de Moüy era stato il rappresentante di una politica irritante
che nel 1888 s'impersonò nel ministro Goblet, del quale
lo stesso de Moüy scrisse in un suo libro [#]_ ch'era «mal preparé,
par son caractère raide et irascible, au maniement des
choses diplomatiques qu'il traitait pour la première fois; on
lui reprochait ses opinions anguleuses et son style peu engageant».

.. [#] Cfr. *Souvenirs et causeries d'un diplomate*. Paris, Plon, 1909, pag. 257-258.

E. Spuller, che succedette al Goblet come ministro degli
affari esteri (febbraio 1889) e il Mariani che venne a Roma
dopo il richiamo del de Moüy, non riuscirono ad agire contro
la corrente ostile che in Francia travolgeva tutti, [#]_ ma non si
[pg!153]
astennero da dichiarazioni ch'erano la condanna di quell'ostilità
senza misura.

.. [#] Per la storia della interruzione delle relazioni commerciali franco-italiane
   è interessante conoscere anche il seguente telegramma 7 marzo 1889 dell'ambasciatore
   Menabrea:

   «(*Riservato*). A mente del telegramma quattro corrente informai ieri il
   sig. Spuller delle favorevoli disposizioni di V. E. per aprire nuove trattative,
   se non per un trattato di commercio, almeno per un accordo circa un «modus
   vivendi» proprio a migliorare i rapporti di commercio dei due paesi conformemente
   a quanto si era fatto con la convenzione del 15 gennaio 1879. Spuller
   si mostrò disposto a secondare le mire di V. E. nei limiti del possibile senza
   dover ricorrere al Parlamento che diventa ogni giorno più protezionista, se
   non per convinzione, per ragioni elettorali. Spuller mette però per condizione ai
   nuovi accordi per il commercio che questi siano subordinati alla regolarizzazione
   della questione tunisina. Al che io risposi che le due questioni erano del tutto
   distinte e che io non aveva mandato per trattare quella riflettente Tunisi; che
   tuttavia avrei informato V. E. di questa esigenza. Spuller tosto mi rispose non
   intendere che l'una fosse subordinata all'altra, ma che fossero trattate simultaneamente.
   Non credetti dover insistere su quell'argomento; mi limitai a ricordare
   al sig. Spuller i precedenti della nostra posizione in Tunisia di fronte al
   protettorato che vi si è attribuito la Francia. Da quell'inaspettata esigenza del
   sig. Spuller io vedo comparire di nuovo la medesima influenza che ci prometteva
   un aiuto per occupare definitivamente Tripoli in cambio di alcune nostre
   concessioni a Tunisi. Quel sistema rimonta al sig. Ferry quando, per ben due
   volte, ci offriva l'aiuto della Francia per occupare la Tripolitania alla condizione
   di rinunziare ai nostri diritti in Tunisia.

   Scriverò a V. E. risposta ufficiale sul colloquio, nel quale Spuller si mostrò
   assai benevolo, ma però obbediente ad una pressione.

   .. class:: right white-space-pre-line

   :small-caps:`Menabrea.`»


Nel diario dei ricevimenti diplomatici di Crispi,
sotto la data del 5 gennaio 1890 è scritto:

    «Il signor Mariani mi legge una lettera dello Spuller.
    Il ministro scrive all'ambasciatore di dirmi ch'egli è rimasto
    sensibile alle parole da me pronunziate in Parlamento
    in occasione della legge che aboliva le tariffe
    differenziali. Incaricò quindi il Mariani di volermi ringraziare.

    Lo Spuller desidera che le relazioni fra i due paesi
    divengano cordiali, ed egli farà tutto il possibile perchè
    le cose migliorino nel campo economico.

    Il Mariani mi lesse una lettera fatta da lui a Spuller
    contro il corrispondente dell'*Havas* in Roma. Egli ne rileva
    il contegno strano, e fa considerare al suo ministro
    come cotesto sia un metodo che non può riuscire a vantaggio
    dei due paesi.

    Il signor Lavallette, oltre essere qui per l'*Havas*, è qui
    pel *Matin*, di cui tutti riconoscono il contegno ostile
    all'Italia. Il Mariani vorrebbe che il detto individuo servendo
    un'agenzia semi-ufficiale, lasciasse di collaborare
    in un giornale a noi nemico.»

Lo stesso Spuller, ricevendo il 10 ottobre precedente l'ambasciatore
italiano a Parigi, aveva inveito «in termini violentissimi»
contro il giornalismo francese, [#]_ e il 4 dicembre seguente
non aveva taciuto al generale Menabrea i suoi sentimenti:

.. [#] Cfr. :small-caps:`Francesco Crispi`: *Politica Estera*, pag. 344.
..


    .. class:: right small

    «Parigi, 5-12-1889, ore 2.10 s.

    .. vspace:: 1

    Il telegramma del 1.º corr. che mi riferisce la conversazione
    di V. E. col Mariani, venne da questi confermato
    allo Spuller, il quale me ne espresse ieri la di lui viva
    soddisfazione. Egli mi disse essere vivamente contrastato
    da un partito che lo vorrebbe rovesciare coll'accusarlo
    di mostrare troppa condiscendenza verso l'Italia a detrimento
    della Francia stessa. Cionondimeno egli non tralascerà
    di lavorare attivamente per migliorare i rapporti
    fra i due paesi e stabilire fra loro un *modus vivendi*, proprio
    [pg!154]
    a soddisfare i rispettivi interessi. Un violento articolo
    del *Figaro* di oggi si fa interprete dei sentimenti
    ostili che sono tuttora attizzati contro l'Italia; tuttavia,
    contro il gruppo opposizionista, che ci è il più contrario,
    sorge un nuovo gruppo assai più mite, capitanato da
    Léon Say, che propugna una politica economica più liberale!

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Menabrea`.»

Il signor A. Billot, nominato dallo Spuller ambasciatore a
Roma alla morte del Mariani, aveva ricevuto istruzioni di adoperarsi
ad «appianare ogni screzio». Egli ha narrato in un
libro [#]_ non scevro di prevenzioni, di errori e di reticenze, le
vicende della vita politica italiana dal 1881 al 1899. Appena
giunto fu informato che il giorno precedente erano stati espulsi
dall'Italia i corrispondenti dell'*Agenzia Havas* e del *Figaro* (uno,
il Lavallette, era appunto quello la cui condotta era stata biasimata
dal Mariani) e cotesto atto di rigore gli fece cattiva
impressione, sebbene contemporaneamente fosse stato espulso
anche un giornalista tedesco. [#]_ Il Billot manifesta ingenuamente
con quale animo mettesse il piede in Roma raccogliendo
la malignità che non fosse estraneo alla decisione di Crispi il
fatto che quei giornalisti avevano annunziato il fallimento
«d'une banque particulière, à la prospérité de laquelle Crispi,
disait-on, avait des motifs de s'intéresser. C'en était assez pour
motiver leur expulsion!» [#]_

.. [#] *La France et l'Italie. Histoire des années troubles.* Paris, Plon, 1905.

.. [#] Il Sindacato della Stampa parigina mandò una sua delegazione a reclamare
   presso il ministro degli affari esteri, Ribot, contro quella misura di rigore
   adottata dal governo italiano. Ribot dovette rispondere non esservi luogo ad
   azione diplomatica; ma ricevendo il Ressman, incaricato d'affari d'Italia, lo intrattenne
   sulle circostanze nelle quali avvenne l'espulsione del corrispondente
   dell'*Agenzia Havas*. Il Ressman rispose che da lungo tempo erano state segnalate
   al governo francese le tendenze ostili di quel corrispondente e che ogni
   avvertenza essendosi dimostrata inutile, la misura di rigore s'imponeva; soggiunse
   per parte sua esser più di quei calunniatori pagati degni di compatimento
   i numerosissimi italiani che giornalmente e d'un tratto, per condanne
   lievissime, si espellevano dalla Francia dopo lunghi anni di residenza, lasciando
   le loro famiglie nella miseria.


.. [#] *Ibid.*, pag. 177.

[pg!155]

Il nuovo ambasciatore chiese udienza e fu ricevuto il giorno
stesso del suo arrivo. L'on. Crispi informava di cotesta visita
l'ambasciata a Parigi col seguente telegramma:


       | «\ *Ambasciata Italiana*,
       |   Parigi.

    .. class:: right small

    Roma, 13 aprile 1890.

    .. vspace:: 1

    Il signor Billot è giunto questa mattina; mi ha subito
    domandato udienza e l'ho ricevuto alle cinque.

    Mi narrò le vicende della sua nomina, spiegando il
    ritardo della sua venuta a Roma. Disse aver esposto a
    Ribot ciò che si proponeva di dire a Spuller quanto alla
    sua linea di condotta verso l'Italia: circa la politica coloniale
    italiana, non intralciare la nostra espansione;
    circa la questione tunisina far sì che gli Italiani dovessero
    trovarsi nella Reggenza ed esservi trattati come a
    casa loro. Su tutte le altre questioni disse proporsi di
    procedere amichevolmente per appianare ogni screzio,
    nel quale compito la via gli era stata facilitata da Mariani,
    alla cui memoria era grato. Gli dissi, a mia
    volta, che ero animato da intenzioni identiche alle sue;
    che la stampa francese non ci era amica, il che non mi
    impedisce di amar la Francia, di amarla anzi come un
    francese, senza cessare di essere conscio dei doveri che
    mi impone la mia qualità di Ministro, ossia di difensore
    degli interessi italiani. Gli ricordai che ho trovata la
    Triplice Alleanza fatta e che da uomo onesto devo esservi
    fedele. Gli dissi che mi si imputavano colpe che
    non sono mie, come gli incidenti di Firenze e di Massaua,
    nei quali la ragione era nostra, come tutta Europa
    riconobbe. Gli narrai come nel 1877, essendo non ministro,
    ma presidente della Camera, fossi andato a Berlino
    ed a Gastein per vedervi il Principe di Bismarck, con
    cui avevo già rapporti; come, per andarvi, fossi passato
    per Parigi e là avessi veduto Gambetta; come Gambetta
    mi avesse pregato di far aperture a Bismarck in vista
    di un disarmo; come, tornando dalla Germania, fossi
    nuovamente passato da Parigi ed avessi riferito a Gambetta,
    a Emilio di Girardin e ad altri quanto avevo
    detto ed udito, e che, circa al disarmo, Bismarck lo
    avrebbe desiderato, ma non lo riteneva possibile. Soggiunsi
    [pg!156]
    che, venuto al potere, il mio desiderio e la mia
    speranza erano stati di poter servire di tratto d'unione
    tra la Francia e la Germania e di curare che la Triplice
    Alleanza non riuscisse alla Francia di pregiudizio; che
    queste erano tuttora le mie intenzioni e che egli mi troverebbe
    sempre disposto a far tutto il possibile per riavvicinare
    maggiormente l'Italia alla Francia, a cui sarebbe
    follìa voler muovere guerra e che, come ogni italiano,
    considero necessaria all'Europa ed al nostro paese,
    per la sua posizione geografica, per le sue tradizioni, per
    la sua affinità con noi, ecc. Ho trovato nel signor Billot
    una persona ammodo e simpatica, e credo non errare
    dicendo che ci lasciammo egualmente soddisfatti l'uno
    dell'altro.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

In realtà la politica francese verso l'Italia non accennò a
mutare sebbene Crispi non tralasciasse occasione di manifestare
le sue intenzioni amichevoli, e l'ambasciatore Billot non fece
nulla per eliminare gli screzi, non solo, ma s'impose il compito
ch'egli stesso confessa nel suo libro:

«Le discours de Florence [#]_ laissait l'impression générale que
Crispi était plus que jamais convaincu de la nécessité de la
Triple-Alliance et décidé dès lors à en renouveler les engagements
à l'échéance ou même auparavant.... Tant que Crispi
resterait aux affaires, notre diplomatie n'aurait qu'à s'appliquer
patiemment, par une *action conciliante, à faciliter l'évolution*
que les intérêts réussiraient sans doute à déterminer avec le
temps.» [#]_

.. [#] Dell'8 ottobre.

.. [#] *Ibid.*, pag. 248.

*L'azione conciliante* fu dimostrata dalla diplomazia francese
in tutte le questioni che si presentarono, a cominciare dalla
conferenza anti-schiavista di Bruxelles, dove non si prese la
pena di dissimulare il suo astio per la posizione che l'Italia
aveva acquistato in Etiopia; e quanto a *facilitare l'evoluzione*,
il Billot non esitò a ricorrere a mezzi poco corretti, dei quali
Crispi si lagnava nel seguente telegramma del 12 novembre 1890:
[pg!157]


       | «\ *General Menabrea Ambasciata Italiana*,
       |   Parigi.

    Il Governo francese, continuando le tradizioni della
    prima Repubblica, fa propaganda repubblicana in Italia,
    spendendo danari per la stampa ostile a noi. Al palazzo
    Farnese vanno continuamente a confabulare giornalisti
    nemici della Monarchia e da parecchi mesi vengono da
    Parigi emissarii a scopo di favorire coloro che combattono
    le istituzioni. Ultimamente è venuto anche il signor
    *M....* della *P....* il cui contegno fu assai biasimevole.

    La mia condotta corretta, irreprensibile verso i Bonaparte
    congiunti della nostra famiglia reale, quando le
    discordie politiche in Francia erano ardenti, prova che
    io non uso di armi insidiose contro il Governo della
    Repubblica.»

Il Billot, naturalmente, afferma che il governo italiano non
secondasse il desiderio del governo francese di rannodare relazioni
di benevolenza e di affari, e cita, a prova della sua
asserzione, l'incidente del varo della *Sardegna*.

Il varo di questa corazzata — egli racconta — doveva farsi
a Spezia nella seconda metà del settembre; i giornali italiani
avevano annunziato che probabilmente vi avrebbe assistito il Re.
Il ministero francese volendo ricambiare la visita a Tolone di
una squadra italiana, fatta in occasione della presenza colà del
Presidente della Repubblica, «decise prontamente» di mandare
a Spezia, per ossequiare il Re Umberto, una squadra
francese; e il 28 agosto l'ambasciatore di Francia fece analoga
comunicazione alla Consulta, domandando quale fosse la data
fissata pel varo. Ma Crispi si affrettò a rispondere «qu'il ne
croyait pas que sa Majesté eût l'intention» di recarsi alla
Spezia e tre giorni dopo faceva pubblicare dall'Agenzia Stefani
il seguente comunicato:


    .. class:: right small

    «Spezia, 31 agosto.

    .. vspace:: 1

    Il varo della *Sardegna* avrà luogo il 21 settembre.

    S. M. il Re, dovendosi trovare in quel tempo a Firenze
    per assistervi, come fu già annunziato, all'inaugurazione
    [pg!158]
    del monumento di Re Vittorio Emanuele, ha delegato
    a rappresentarlo al varo della *Sardegna* S. A. R. il Duca di
    Genova.»

Il Billot nel trascrivere questo comunicato salta le parole
«come fu già annunziato». E registra tutte le ipotesi che furono
fatte in Francia e in Italia per spiegare «la decisione
improvvisa di Crispi», mostrandosi incerto se credere a quella
che accennava al proposito di evitare un avvenimento favorevole
al ravvicinamento franco-italiano per non fare dispiacere
alla Germania, o all'altra che si riferiva a considerazioni di
politica interna. Comunque, egli conclude, «personne n'hésitait
à en rejeter sur Crispi la responsabilité exclusive».

La verità non è quella narrata dal Billot. Il governo italiano
sarebbe stato lieto dell'atto di cortesia della Francia, ed era
assurdo credere altrimenti, dopochè l'Italia aveva spontaneamente
per la prima mandato una squadra a Tolone. Quello che
dispiacque al Re fu la discussione fatta dalla stampa francese
circa l'opportunità di quell'atto, discussione nella quale l'idea
della visita era stata aspramente criticata, e, come allora soleva,
le ingiurie all'Italia e al suo Re erano state dispensate
a piene mani.

Quando il governo francese annunziò la sua decisione, questa
era passata attraverso tali dissensi che aveva perduto il profumo
della spontaneità; non era la prima volta che i giornali rendevano
un cattivo servizio alla politica della Francia. E fu proprio
il Re, senza alcun suggerimento di Crispi, che decise di non
recarsi al varo della *Sardegna*. Infatti è del 27 agosto — e non
del 28, come narra il Billot — la domanda che questi fece alla
Consulta, e porta la data del 27 il seguente telegramma:


       | «\ *S. E. generale Pallavicini, primo aiutante di campo di S. M.*
       |   Montechiari.

    Ambasciatore di Francia mi ha fatto chiedere epoca
    nella quale S. M. il Re si troverebbe alla Spezia, accennando
    intenzione suo Governo di mandarvi parte squadra
    francese per ossequiare la Maestà Sua. Attendo gli
    ordini di S. M, per la risposta da dare al signor Billot.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!159]

Questo telegramma era appena partito quando giunse a Crispi
una lettera del Rattazzi, ministro della real Casa, datata da
Montechiari, 26 agosto, nella quale riferiva in questa guisa la
volontà del Re:

    «I giornali francesi continuano a discorrere della visita
    della squadra francese alla Spezia in occasione del varo
    della *Sardegna*. Per norma di V. E., è intenzione di S. M.
    di astenersi dall'assistere al varo della *Sardegna*.»

Crispi approvò la decisione del Re di non recarsi alla Spezia,
ne fece avvertito il Billot e telegrafò a Parigi il 28:


       | «\ *Ambasciata Italiana*,
       |   Parigi.

    Ringraziando il signor Ribot della cortese intenzione,
    Ella può prevenirlo — quando le occorra vederlo — che
    S. M. il Re non è per recarsi alla Spezia per il varo
    della *Sardegna*, nè che a tale gita potrebbero offrire occasione
    le manovre della nostra flotta, essendo queste
    terminate.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Il ritiro dell'on. Crispi dal governo pel voto parlamentare
del 21 gennaio 1891, se fu salutato unanimemente dalla stampa
francese come un fausto avvenimento, non migliorò punto la
condotta della Francia verso l'Italia. Non era da attendersi il
ritorno immediato ai rapporti commerciali convenzionali tra i
due paesi, poichè sussisteva nel protezionismo dominante in
Francia l'ostacolo che aveva reso impossibile, al principio del
1888, la stipulazione di un nuovo trattato di commercio; ma
una prova di migliori disposizioni e un incoraggiamento alla
presunta francofilia del Ministero Rudinì poteva esser data con
la rinunzia alle tariffe differenziali che Crispi aveva abolito,
per parte nostra, sin dal 1.º gennaio 1890. La Francia, in fondo,
attraverso Crispi, aveva combattuta l'Italia perchè alleata con
la Germania, e non era disposta a contentarsi delle dichiarazioni
amichevoli del nuovo gabinetto italiano, come non si era
arresa alle ripetute dichiarazioni amichevoli di Crispi; essa
[pg!160]
esigeva che l'Italia si ritirasse dalla Triplice alleanza. E il suo
ambasciatore a Roma aspettava fidente la scadenza del trattato,
cioè il 20 maggio 1892:

    «Si M. Rudinì s'abstenait, par une réserve bien explicable,
    de manifester ses intentions relativement à la
    prolongation de la *Triplice*, divers motifs permettaient
    de supposer qu'il était, au fond, d'accord avec ceux qui
    désiraient, à l'échéance, rendre à l'Italie sa complète
    liberté d'action.» [#]_

.. [#] *Ibid.*, pag. 287.

Ma l'illusione non fu di lunga durata; l'on Rudinì, che aveva
chiamato alla Consulta come suo collaboratore il conte d'Arco,
anti-triplicista dichiarato, dopo qualche mese di ambiguità rinnovò
(giugno 1891) il trattato che aveva ancora quasi un anno
di vita.

Rinnovato il trattato del 1887 senza portarvi alcuna modificazione.
l'on. Rudinì iniziò quella politica «in partita doppia»
il cui primo effetto fu di alienarci l'appoggio incondizionato
degli alleati, senza disarmare l'inimicizia della Francia. L'unico
vantaggio raggiunto da questa politica fu di mitigare il linguaggio
della stampa francese; ma lo spirito pubblico in
Francia non mutò a nostro riguardo, e i deplorevoli eccessi di
Aigues-Mortes lo dimostrarono. Perchè i nostri vicini d'oltre
Alpi ci guardassero con occhio meno arcigno, l'Italia dovette
abbandonare senza compensi la difesa dei suoi diritti in Tunisia,
e fu l'on. Rudinì che si assunse questa responsabilità tra il
primo e il secondo suo ministero, con la rinunzia al nostro veto
per le fortificazioni di Biserta e con le convenzioni italo-tunisine
del 28 settembre 1896.

Sembra che facesse dippiù. Il 13 ottobre 1891 il signor Giers,
Cancelliere russo, trovandosi di passaggio in Italia fu invitato
dal Re Umberto a recarsi a Monza. Presente al colloquio era
il marchese di Rudinì. Si discorse della situazione politica
europea e della necessità di adoperarsi al mantenimento della
pace. Il Re avrebbe detto al barone Blanc che si sarebbe
convenuto in quell'incontro l'intervento della Russia in nostro
favore, ove mai avvenisse un *casus foederis*. Non si comprende
[pg!161]
bene la possibilità di un tale intervento se non supponendo
che l'Italia, offesa dalla Francia, rinunziasse al *casus foederis*
in vantaggio dei suoi alleati, o che questi facessero altrettanto
nel caso che il *casus foederis* si verificasse nel loro interesse.
Nell'un caso o nell'altro la Russia interverrebbe come mediatrice
e sarebbe l'arbitra della pace in Europa. Ma è da osservarsi
che si sarebbe fatta astrazione dall'importanza del litigio,
e la pacificazione sarebbe sempre a danno del più debole.

-----

Crispi compose il suo secondo ministero in dicembre 1893,
all'indomani dei tristi fatti di Aigues-Mortes, dove molti operai
italiani erano stati uccisi o feriti determinando in Italia un
vivo risentimento, accresciutosi dipoi pel verdetto della Corte
di Angoulême che assolse gli uccisori. Si presentò subito una
questione delicata per l'indennità dovuta alle vittime o alle
loro famiglie. Il governo francese si dichiarò pronto a presentare
alle Camere un progetto di legge pel pagamento della
somma di 420 000 franchi, ma esigeva che anche da parte del governo
italiano si riconoscesse dovuta una indennità di 30 000 franchi
ai cittadini francesi residenti in Italia, i quali erano stati
danneggiati durante le dimostrazioni popolari provocate da quei
fatti. Cotesta esigenza era ingiustificata, e senza precedenti;
tuttavia, per troncare l'increscioso incidente, Crispi ordinò che
i 30 000 franchi fossero pagati, senza indagare circa l'esistenza
degli asseriti danni.

L'emozione prodotta in Italia per le manifestazioni di odio
che avevano determinato e accompagnato le uccisioni di Aigues-Mortes,
dette occasione al governo francese ad apprestamenti
militari alla frontiera italiana. E quando Crispi fu obbligato,
appena ripreso il potere, a richiamare una classe sotto le armi
e a rimandare in Sicilia navi della R. Marina, che aveva dapprima
richiamate, per ristabilire l'ordine pubblico gravemente
compromesso, la stampa francese volle vedere in quelle misure
nientemeno che i prodromi di una prossima dichiarazione di
guerra! L'ambasciata d'Italia a Parigi riferiva che la nuova
campagna giornalistica suscitava inquietudini anche nei circoli
parlamentari francesi, e Crispi dovette far dire direttamente e
per mezzo delle Cancellerie delle potenze amiche che quelle
inquietudini erano davvero assurde e quasi puerili.
[pg!162]

Il 19 marzo 1894 il duca di Cambridge, il venerando capo
dell'esercito britannico, trovandosi di passaggio a Madrid, esprimeva
all'ambasciatore Maffei la profonda impressione che aveva
ricevuto osservando sulla frontiera franco-italiana alle Alpi
marittime «uno straordinario aumento di truppe in pieno assetto
di guerra» come se quel paese, da Cannes a Ventimiglia,
«fosse attualmente oggetto di una occupazione militare».

Il portafoglio degli affari esteri era stato affidato al barone
Blanc, già ambasciatore a Costantinopoli e bene al corrente
della situazione internazionale. La Francia, come si è
detto, stava tuttavia in armi, mentre le relazioni con la Germania,
l'Austria-Ungheria e l'Inghilterra, da ottime che erano
state sino al 1891, si erano fatte tepide durante i tre anni seguenti.
Pur cercando, per quanto era possibile, di rinnovare la
intimità che aveva dato eccellenti risultati governando in Germania
il principe di Bismarck, l'on. Blanc volle fare il tentativo
di troncare la politica di dispetti della Francia, mostrandole
il sincero desiderio nostro di amicizia.

Occorreva per ciò un ambasciatore di grande autorità a Parigi,
e l'on. Blanc ebbe l'idea che cotesto rappresentante potesse
essere il conte Nigra, il quale si trovava a Vienna, ed era stato
ambasciatore in Francia per lunghi anni, sotto l'Impero e anche
con la Repubblica, sino al 1876. La corrispondenza che segue
fa testimonianza del proposito del Blanc, cui non mancò l'appoggio
di Crispi:


       | «\ *Conte Nigra Ambasciata Italiana*,
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    Roma, 18-3-1894.

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). D'accordo col Presidente del Consiglio, La
    prego rendere un grande servizio al Re e al Paese accettando
    di ritornare a Parigi. Conoscendo il Suo alto
    patriottismo sono convinto che nessuna considerazione
    secondaria la farà esitare, potendo Ella meglio di chicchessia
    assecondarci in una opera di pacificazione che
    richiede speciale autorevolezza. Pensi alle gravi circostanze
    del Paese che più che mai domandano l'incondizionata
    abnegazione già da Lei tante volte dimostrata
    per il bene pubblico.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Blanc.`»

[pg!163]


       | «\ *S. E. Blanc*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 18-3-1894.

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). Se fossi persuaso che la mia presenza a
    Parigi potesse giovare all'opera di pacificazione che è
    nelle intenzioni del R. Governo, non esiterei, malgrado
    ogni convenienza personale, ad accettare la proposta
    fattami in termini così lusinghieri; ma io sono convinto
    che i miei precedenti ben noti devono precludermi per
    sempre l'ambasciata a Parigi. Le ricorderò che questi
    stessi precedenti impegnarono il Ministero Depretis nel
    1876 a richiamarmi da quel posto. In tale convinzione,
    debbo ricusare un incarico che io so positivamente di
    non potere disimpegnare. Ho poi qualche ragione di credere
    che il mio trasloco farebbe cattiva impressione qui
    dove la mia azione sembra essere apprezzata. Non insisto
    su quest'ultimo motivo non avendo io la presunzione di
    credere che altri non possa fare in questo posto quanto
    io fo. Insisto invece sulla mia incompatibilità a Parigi,
    circa la quale la mia convinzione è inconcussa.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

..


       | «\ *Conte Nigra Ambasciata Italiana*,
       |   Vienna.

    .. class:: right small

    19-3-94.

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). Sua accettazione avrebbe alto valore di
    confermare programma suo e del Conte Kálnoky che
    alleanze pacifiche sono conciliabili con buone relazioni
    con Francia come con Russia. Suo rifiuto porrebbe in
    gran dubbio possibilità di tale programma.

    Il Governo, giudice delle necessità attuali, deve insistere
    nel fare appello al suo patriottismo ed alla sua
    deferenza ai desideri di Sua Maestà.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!164]


       | «\ *A S. E. Crispi*,
       |   Roma.

    .. class:: right small

    Vienna, 19-3-1894.

    .. vspace:: 1

    (*Personale*). Il programma cui Ella accenna può e dev'essere
    tentato, ma appunto perchè l'esito è difficile e
    dubbio conviene scegliere per un tale tentativo la persona
    adatta. Io non sono questa persona e i miei precedenti
    mi rendono incompatibile col posto di Parigi.
    Voglia farmi l'onore di credermi perchè so positivamente
    ciò che le affermo. Sarei lieto se potessi impiegare le
    forze che mi restano nel modo desiderato dal Re e da
    Lei, ma il mio ritorno a Parigi è da me considerato
    come una impossibilità storica e morale e nuocerebbe
    anzichè giovare all'attuazione del programma che si ha
    in vista. Scrivo questo all'amico più che al ministro. La
    prego di non insistere e di non rendermi più dolorosa
    la necessità in cui Ella mi mette di negarle qualche
    cosa. Io la servo qui con fedeltà e devozione e amo credere
    con soddisfazione dei due Governi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Nigra`.»

Il proposito del ministero Crispi di migliorare le relazioni
franco-italiane era ben accetto a taluni uomini politici influenti
della Francia, quali Léon Say e Maurizio Rouvier, ex-ministri.

In aprile il Rouvier venne segretamente a Roma, ed ebbe due
colloqui con Crispi, il 14 e il 16 di quel mese, nei quali fu convenuta
un'azione simultanea a Parigi per indurre il governo
francese e la stampa parigina a cooperarsi per un riavvicinamento
tra le due nazioni, il quale avrebbe avuto per base la
riattivazione dei rapporti commerciali mediante la concessione
reciproca della condizione della nazione più favorita, e la cessione
della ferrovia Tunisi-Goletta alla Francia. Naturalmente,
il primo ostacolo da superarsi era l'ostilità dell'opinione pubblica
francese, della quale era schiavo il governo, presieduto
allora dal signor Casimir-Perier. Questi, informato dal Rouvier
dei colloqui avuti con Crispi, si dichiarò favorevole in massima;
disse anzi al suo interlocutore: «la politica che noi seguiamo
non ha altro risultato che di *éterniser et aggraver la
Triplice*, la quale non è causa, ma conseguenza dei malintesi.
[pg!165]
«E aggiunse che se a stipulare un accordo poteva rattenerlo
prima la considerazione ch'esso avrebbe rafforzato la posizione
di un uomo considerato in Francia come gallofobo, doveva ora
convenire che tale prevenzione era vinta dal procedere leale
di Crispi e riconoscere che questi poteva fare in Italia ciò che
altri non avrebbe potuto, nè osato. Circa l'accordo commerciale
il Casimir-Perier disse che la corrente protezionista in Francia
aveva ecceduto i limiti, e che v'era qualcosa da fare per modificare
un indirizzo anche politicamente nocivo; ma che temeva
l'opposizione dei meridionali per i vini. Concluse che era necessario
assicurarsi della Camera.

Il gabinetto Casimir-Perier rimase in minoranza alla Camera
il 30 maggio; lo sostituì un gabinetto Dupuy, nel quale
il signor Hanotaux ebbe la direzione degli affari esteri. Il
24 giugno un anarchico italiano, Caserio, uccise a Lione il presidente
della Repubblica, Sadi Carnot. Il governo e il popolo
d'Italia, sinceramente commossi per quel delitto, manifestarono
il loro cordoglio con tale solennità che a molti in Francia parve
rivelare sentimenti non sospettati. Disgraziatamente, il buon
effetto di quella manifestazione fu in gran parte perduto per
i maltrattamenti usati in Francia a italiani colà residenti e
per la ripercussione che essi ebbero in Italia.

In luglio il Rouvier riprese l'opera sua presso il ministro Hanotaux,
dal quale ebbe la promessa che durante le prossime
vacanze parlamentari gli si sarebbe affidata la missione di venire
in Italia per discutere con Crispi le basi di un accordo.
Ma quando venne a concretare i suoi *desiderata*, l'Hanotaux
chiese che l'Italia riconoscesse senza restrizioni il protettorato
francese in Tunisia e accettasse una convenzione per la neutralizzazione
dell'Harrar. Come corrispettivo offriva di non sollevare
questioni per l'occupazione italiana di Kassala, che non
interessava la Francia, e di non prendere partito in Etiopia
nè pro, nè contro l'Italia. Nulla circa le relazioni commerciali;
nulla circa la Tripolitania.

Il signor Rouvier pensò bene che non si voleva un accordo
con l'Italia e rinunziò alla propria iniziativa.
[pg!166]

Sulla politica francese verso l'Italia gettano luce le lettere
private che a Crispi scriveva il Ressman, succeduto al generale
Menabrea come ambasciatore a Parigi. Ne riferiamo alcuni
brani, avvertendo che il Ressman, per la sua lunga permanenza
in Francia e pel suo carattere conciliante, era un ottimista:

    «Qui la situazione è molto chiara. La Francia non
    vuole per ora la guerra. In tutti i casi, non avendo un
    Trattato formale colla Russia, avendo soltanto o la fede,
    o la promessa d'essere assistita dalla Russia se fosse
    attaccata, non vuole attaccare ed evita possibilmente
    ogni provocazione. Profondamente turbata da un continuo
    lavorio sotterraneo, essa guarda da ogni parte, è
    facile ai sospetti e sospetta noi più di tutti. Su Lei in
    ispecie ha fermi gli occhi, diffidando ma non sapendo
    ancora se debba sperare o temere. Epperò le più strane
    interpretazioni di ogni suo atto sono ammesse, discusse e
    influiscono talvolta sullo stesso atteggiamento degli uomini
    del Governo» (*24 gennaio 1894*).

..


       | «\ *Illustre Presidente ed amico carissimo*,

    Non volli dopo il mio ritorno a Parigi attediarla con
    lettere vuote e non Le scrissi, ma agii indefessamente
    con anima, per secondare nel limite delle mie attribuzioni
    l'opera di pacificazione ch'Ella sì magistralmente
    va compiendo all'interno e che deve anche nei rapporti
    con questo paese produrre i risultati ai quali mira la
    Sua politica. Non v'è dubbio che l'orizzonte qui, verso
    il confine italiano, si rischiara a poco a poco, che v'è
    intransigenza molto minore e che si comincia a renderle
    giustizia, l'ingiustizia in fondo non essendo mai
    consistita che nei timori che in diverse circostanze il
    suo patriottismo ed il suo valore ispiravano. Fu un buon
    sintomo anche il modo con cui le due Camere votarono
    l'accordo monetario. In altri tempi sarebbe bastata l'idea
    che ciò potesse giovare all'Italia per suscitare proteste.

    Già un paio di volte, in conversazioni puramente confidenziali
    col signor Casimir-Perier, esprimendogli il voto
    che si potesse qui darci qualche prova di buon volere
    lo condussi a parlarmi per il primo dei rapporti commerciali.
    La sua personale influenza sulla Camera è
    [pg!167]
    grande, e le sue intenzioni sono buone. Ne ho la prova
    anche dal fatto che in un recente convegno coi Ministri
    delle Finanze, del Commercio e dell'Agricoltura, egli accampò
    la questione se fosse possibile di trovare una
    maggioranza in caso d'accordi con noi, almeno parziali,
    sulla base della tariffa minima. Senza parlarmi di questo
    convegno, egli ieri mi disse che non si fiderebbe di
    presentare alla Camera un accordo con noi, se non fosse
    preceduto un accordo più facilmente accettabile con altra
    Potenza (la Svizzera), e che rispetto a noi una insormontabile
    difficoltà verrebbe sempre dai vini, giacchè
    coll'eccesso della presente produzione nel mezzogiorno
    della Francia tutti i viticoltori si alzerebbero come un
    solo uomo contro il Ministro che proponesse di riaprire
    più larghe le porte della concorrenza italiana.

    Gli risposi che forse a questo punto, abbassando pure
    alquanto la tariffa massima, potrebbe esservi modo d'intendersi
    mediante altri compensi. A questo proposito
    Vostra Eccellenza stimerà senza dubbio utile, come lo
    chiesi costì al conte Antonelli, di far studiare in confronto
    della tariffa minima francese le concessioni da
    noi offribili nell'eventualità di una futura trattativa.
    A me, ora per allora, gioverebbe d'essere informato delle
    intenzioni del E. Governo e del limite delle possibili
    sue concessioni.

    Il signor Casimir-Perier, che ha agito in un senso
    conciliante verso di noi sopra una buona parte della
    stampa, mi disse d'avere visti personalmente otto Direttori
    a tal fine e m'espresse il suo compiacimento per il
    linguaggio che ora tien verso la Francia la stampa italiana.
    A ciò il Quai d'Orsay bada molto» (*22 marzo*).

..

    «Malgrado l'atteggiamento preso da questa miserabile
    stampa nella questione economica dopo il viaggio
    del Re a Venezia e dopo la delusa speranza di vederci
    ridurre l'esercito, malgrado le dichiarazioni mezze negative
    e mezze dilatorie fattemi da Casimir-Perier, io non
    rinuncio alla speranza di approdare ad un accordo commerciale
    quando le nostre più gravi questioni interne
    saranno regolate. Abbiamo nel Consiglio qualche ministro
    favorevolissimo, e più di tutti Burdeau. Egli già
    da tempo incaricò il Direttore generale della dogana di
    preparargli uno studio comparativo della nostra tariffa
    [pg!168]
    convenzionale colla tariffa *minimum* francese. Il Direttore
    signor Pallain che lo fece e me ne informò confidenzialmente,
    mi disse che secondo i suoi calcoli la tariffa
    minima francese sarebbe notevolmente più vantaggiosa
    per noi, che la nostra convenzionale per la
    Francia.

    E mi espresse l'avviso che in previsione della possibilità
    di future trattative gioverebbe che un lavoro simile
    fosse preparato anche da noi. Ella vedrà se non
    convenga seguire il consiglio per essere pronti se mai....
    matureranno le nespole. Ad ogni modo, si perde il tempo
    anche peggio negli uffici. Intanto spinge attivamente
    ad un'intesa anche Rouvier, che de' suoi convegni con
    Lei riportò qui la migliore e la più utile impressione.
    Oltre ai protezionisti arrabbiati ed agli *chauvins*, abbiamo
    da lottare anche contro ogni specie d'intrighi stranieri,
    d'ordine politico e d'ordine economico. Gli Svizzeri e
    gli Spagnuoli tengono l'orecchio alle porte. Bisognerà
    dunque, venuta l'ora, fare presto e segretamente e fino
    a tanto che venga mi augurerei che la nostra stampa,
    la quale già abbastanza accentuò il voto del nostro paese
    e le buone disposizioni del nostro Governo, serbasse un
    prudente e dignitoso silenzio. M'illudo forse persistendo
    a credere alla possibilità d'una non lontanissima intesa;
    ma so quanto facilmente qui si passa dal bianco al nero
    e l'ardente mio desiderio di mettere questa vittoria al
    Suo attivo mi mostra gli ostacoli meno insormontabili
    che taluno non creda.

    E quantunque in questo Gabinetto vi sia un paio di
    giannizzeri di Méline (i ministri del commercio e dell'agricoltura,
    questo secondo ferocissimo), a noi conviene
    desiderare che si mantenga il Presidente del Consiglio,
    essendo uomo di pronta risoluzione e in tali disposizioni
    che la parte a noi più favorevole potrà trascinarlo. Pur
    troppo, già battuto in breccia dai socialisti e dai radicali,
    egli ora deludendo nei clericali le speranze che la
    proclamazione dello «spirito nuovo» di Spuller aveva
    fatte risorgere, si espone anche alle congiure pretine.

    I nostri nemici vollero sfruttare contro di noi anche
    gli atti addebitati al Generale Goggia, l'arresto e l'espulsione
    del quale fecero qui non poca impressione.
    Ma fra otto giorni nessuno ne parlerà più ed il savio
    e giustissimo linguaggio di Lei nella nostra Camera fu
    [pg!169]
    un'opportuna prova che non cerchiamo discussioni irritanti....

    L'altr'ieri ho messo in vettura il nostro Verdi che si
    diportò qui come un uomo di quaranta anni e fu instancabile
    dalla prima ora all'ultima. Ogni pomeriggio, durante
    cinque ore, egli dirigeva le ripetizioni del suo
    *Falstaff*, e quando lo ebbe condotto in buon porto e ottenuto
    un vero trionfo, volle darsi anche un po' di divertimento
    e salì fino alla lanterna della Torre Eiffel!
    È vero che nella lanterna il celebre ingegnere aveva
    fatto mettere fino dal 1889 un pianoforte in previsione
    di visite simili. Nell'aprile del prossimo 1895 il grande
    maestro farà dare qui il suo *Otello* e spera di ritornare
    a metterlo in scena. Non si potè dargli, come pure si
    sarebbe voluto, il Gran Cordone della Legion d'Onore
    perchè non lo ebbe mai nessun maestro nazionale. E
    Rossini morì semplice «commendatore dell'ordine rosso»
    (*26 aprile*).

..

    «Ho ringraziato Iddio con tutta l'anima di averla
    anche questa volta preservata dal colpo d'un miserabile
    assassino e di non aver lasciato distruggere da una palla
    la rinascente speranza del nostro paese. Se potè esservi
    nell'istante dello scoppio un baleno di amarezza nel suo
    cuore, se Ella sentì, una volta di più, a quanta ingratitudine
    le imbecilli passioni possono far scendere la
    bestia umana, ho per certo che grande deve essere
    la Sua consolazione, immenso il Suo conforto vedendo
    come dall'insano attentato scaturisca un vero plebiscito
    europeo che proclama e consacra la sua altissima missione
    e trova rispetto anche nelle file degli avversari.

    Ho immediatamente ringraziato, nei termini stessi del
    Suo telegramma, il Presidente del Consiglio ed il Ministro
    degli affari esteri della Repubblica.

    Il primo mi aveva espressamente detto che nel felicitarla
    lo faceva in nome di tutto il Governo francese.
    Vari altri Ministri che incontrai ieri alle corse di Longchamp,
    ov'era invitato da Carnot al pari degli altri membri
    del Corpo diplomatico, mi manifestarono anche individualmente
    sentimenti di simpatia per Vostra Eccellenza.

    Non contento di averle telegrafato, il Conte d'Aquila
    venne pure a pregarmi di felicitarla scrivendole. E così
    [pg!170]
    fece Lord Dufferin che serba il migliore ricordo dei rapporti
    avuti con Lei» (*18 giugno*).

..

    «Jersera il Presidente della Repubblica [#]_ invitò a
    pranzo tutti i Rappresentanti esteri qui accreditati e
    gl'inviati speciali ch'erano stati incaricati dai loro Sovrani
    d'intervenire in nome loro ai funerali Carnot. Sedendo
    alla sinistra del Presidente, che continua a trattarmi
    da amico, parlai a lungo con lui cercando con
    ogni parola ad agire sull'animo suo nel senso dei voti
    da Lei espressi nel telegramma direttomi in data del
    29 giugno. Il signor Casimir-Perier è uomo di mente
    molto aperta, uomo di iniziativa e di risoluzione, e lo
    ha già provato. È sincero nel desiderio che i nostri due
    paesi si ravvicinino. È sensibile al favore col quale la
    sua nomina fu accolta in Italia. (E credo sarà buona
    politica quella d'inspirare alla nostra stampa note simpatiche
    per lui e gli elogi che merita il suo atteggiamento).
    Mi parlò con apprezzamenti giusti ed in termini
    eccellenti dell'opera già da Lei compita e ch'Ella andava
    continuando. Confessò che nello scorso dicembre
    non avrebbe osato credere ad una sì felice riuscita. Le
    rese ampia giustizia» (*4 luglio*).

.. [#] Casimir-Perier fu eletto presidente della Repubblica il 27 giugno 1894.
..

    «L'occasione di discorrere delle cose nostre col Presidente
    della Repubblica s'è offerta naturalmente e l'ho
    afferrata a volo. Invitato da lui, andai ieri a Pont-sur-Seine
    (due ore e mezza di ferrovia da Parigi), ove passa
    le sue vacanze in una vasta e splendida proprietà di
    sua madre, per presentargli la risposta del Re alla lettera
    notificante la sua elezione e per riverirlo prima
    della mia partenza in congedo. Fu meco quant'era possibile
    gentile e cordiale, mi tenne a colazione e dall'ora
    del mio arrivo fino a quella della mia partenza, dalle
    11 ½ fino alle 4 ½ non mi lasciò un momento, compiacendosi
    a farmi visitare da un'estremità all'altra l'esteso
    dominio (seicento ettari) di casa Perier.

    Le do in poche parole il sunto della parte politica
    de' nostri lunghi colloqui. Il Presidente non vede nessun
    punto nero pericoloso all'orizzonte e confida nel mantenimento
    della pace. Egli constata con soddisfazione il
    [pg!171]
    procedere corretto e cortese della Germania verso la
    Francia e ne attribuisce il merito, oltrechè alla saviezza
    dell'Imperatore, alle concilianti disposizioni del mio vecchio
    collega ed amico Münster, sempre disposto ad evitare
    attriti. Non è ancora ufficialmente informato di chi
    succederà all'ambasciatore d'Austria-Ungheria, conte Hoyos,
    che per ragioni di famiglia decise di ritirarsi nella
    vita privata, ma crede anch'egli probabile la nomina di
    Wolkestein, ora ambasciatore austriaco a Pietroburgo.

    Di Vostra Eccellenza mi parlò rendendo omaggio all'opera
    da Lei compita, riconoscendo quali fossero le
    difficoltà di questa e notando come anche la stampa
    ostile, soggiogata dai fatti, poco a poco disarmava di
    fronte a Lei. Caddero pure tra noi alcune parole sulla
    visita fattagli da Bonghi, il quale non gli lasciò una....
    grande impressione. Fece un'allusione, ma senza rancore,
    alla frase allora attribuitagli circa la triplice alleanza,
    mostrandosi contento che Bonghi stesso la avesse poi
    smentita.

    I due capitoli principali su cui mi premeva di conoscere
    il sentimento presente del signor Casimir-Perier
    erano, s'intende, la questione commerciale e quella della
    delimitazione africana. Come in conversazioni confidenziali
    recenti già me l'avevano detto il Ministro degli
    affari esteri e il Direttore generale delle Dogane, così
    anche il Presidente crede che sarà possibile, prima che
    finisca l'anno, di rifare un accordo commerciale colla
    Svizzera, una buona parte degli stessi meno arrabbiati
    protezionisti desiderandolo. Il Direttore delle Dogane,
    come altre volte lo scrissi all'Eccellenza Vostra, era stato
    personalmente d'avviso che intavolando prima trattative
    coll'Italia si avrebbe più facilmente ragione delle esigenze
    della Svizzera; ma il Governo segue la corrente
    dell'opinione parlamentare e non si fida di poterla dirigere
    o non osa tentarlo. «Quantunque sia più facile un
    accordo colla Svizzera, mi disse il Presidente, le condizioni
    politiche esistenti fra le due repubbliche consigliandolo
    anch'essa, non dovete credere che per motivo
    politico si indugi a trattare coll'Italia: le difficoltà sono
    veramente e puramente d'ordine economico e dipendenti
    da ragioni di concorrenza». E menzionò ad esempio il
    vino. Gli risposi che considerando da un lato quanto
    sia protezionista la stessa tariffa *minima* francese e osservando
    [pg!172]
    d'altra parte che la Francia l'applica ormai a
    quasi tutti gli Stati, sarebbe tanto più difficile di vedere
    sole ragioni economiche nell'esclusione dell'Italia inquantochè
    il danno economico era reciproco. E gli citai,
    in quanto al vino, le continue rimostranze della Camera
    di commercio francese di Milano la quale in più articoli
    del suo bollettino diede la prova del vantaggio che
    vi sarebbe per la Francia di prendere in Italia, anzichè
    in Ispagna, quel vino di cui pur sempre abbisognava
    l'industria di Bordeaux.

    Quand'egli era Ministro degli affari esteri, io già tante
    volte aveva espresso di mia iniziativa al signor Casimir-Perier
    il desiderio che mediante una concordata delimitazione
    intorno ad Obock fosse eliminata la possibilità
    d'attriti fra noi in Africa, che un nuovo mio suggerimento
    a tal fine non poteva nè sorprenderlo, nè parergli
    inopportuno. Gli raccontai ciò che da ultimo era accaduto
    tra il signor Hanotaux e me e come la questione
    fosse rimasta in sospeso, non senza mostrargli i pericoli
    d'una situazione abbandonata al caso o alle conseguenze
    di fatti compiuti. Gli dissi che per il Ministro degli affari
    esteri di Francia le vacanze parlamentari mi sembravano
    specialmente favorevoli per iniziare una trattativa
    senza la pressione quotidiana della Commissione
    coloniale ed aggiunsi d'essere certo che le entrature non
    sarebbero respinte da Vostra Eccellenza. Il Presidente
    non si addentrò in una discussione, nè recriminò contro
    il protocollo anglo-italiano; mostrò invece buona volontà
    e prese l'impegno di parlarne con Hanotaux. Non dubito
    che lo farà e che lo farà con buona intenzione;
    ma Hanotaux già in precedenza m'aveva dichiarato che
    prima di trattare egli avrebbe voluto assicurarsi della
    possibilità di un'intesa. Allora egli non era preparato
    a formolare un programma e disse che avrebbe ripresa
    la questione in serio esame: ma se il risultato di quest'esame
    lo condusse a scoprire un diritto della Francia sulla
    *città* di Harrar, come recentemente affermò a Lord Dufferin,
    prevedo che la buona volontà del Presidente della
    Repubblica lascierà il tempo che trova. Non è però meno
    vero che la persistente migliore intuonazione della stampa
    francese a nostro riguardo rende poco a poco il terreno
    più arabile, e se con ciò le tendenze generali si modificheranno,
    crescerà pure l'influenza più benefica degli
    [pg!173]
    amici nostri e degli uomini savii sui politicanti *chauvins*
    e intransigenti.

    Per ora la grande preoccupazione del Governo francese
    sono gli anarchici. Si avvedono un po' tardi d'aver
    lasciato fare al male progressi enormi. Le minacce piovono
    su tutti i membri del Governo e ciò che rivelano
    arresti, perquisizioni ed interrogatorii non diminuisce
    le apprensioni. La sua naturale arditezza e noncuranza
    del pericolo espone l'attuale Presidente molto più che
    non fosse esposto l'infelice suo predecessore» (*24 agosto*).

..

    «Profittai dell'occasione per invocare il suo intervento
    presso il Ministro degli affari esteri cui la dimane (come
    difatti ieri feci) io doveva parlare degli intrighi sempre
    continuati dei signori Chefneux e consorti in Etiopia.
    Gliene potei discorrere tanto meglio inquantochè già sovente,
    quand'era Ministro degli affari esteri, io mi era
    con lui querelato di quegli intrighi. Protestò, come sempre
    fece, che il Governo non c'entrava per nulla e non
    incoraggiava punto i maneggi di alcuni speculatori o
    negozianti, e mi promise di raccomandare al signor Hanotaux
    ogni possibile vigilanza.

    La gioia del vecchio amico di Verdi, del signor Ambroise
    Thomas, nel ricevere dalle mie mani il Gran Cordone
    Mauriziano che Vostra Eccellenza m'inviò per lui,
    non ebbe limiti. Egli mi creò perfino *barone* nella lettera
    di ringraziamento che mi pregò e che ho l'onore
    di trasmetterle qui unita. Peccato che non sia più vegeto,
    e con ciò più capace di propaganda attiva, il caldo
    amico francese che Ella ha nell'illustre decano di questi
    compositori.

    Sapendo di fare cosa grata a Verdi, io suggerii a questo
    Ministro dell'Estero di dare la croce anche a Ricordi
    ed a Boito. La mia proposta fu immediatamente accolta,
    talchè sono in fatto compensate anche le decorazioni
    da Lei accordate ai Direttori ed al Capo d'orchestra
    dell'Opera» (*1 novembre*).

Molti francesi vennero in quell'anno 1894 a Roma e furono
ricevuti da Crispi: i deputati Deloncle, Mermeix, Pichon, Léon
Bourgeois, Ferdinando Brunetière, il senatore R. Waddington,
Emilio Zola e altri. Tutti promisero di adoperarsi presso i loro
[pg!174]
amici per una pacificazione tra la Francia e l'Italia, ma tornati
in patria o non tennero parola o constatarono la loro impotenza.
«Il Billot — scrisse Crispi nel suo diario — invece di aiutare
l'opera mia, ha cospirato e continua a cospirare coi miei nemici.
Egli fa al suo governo dei rapporti velenosi.»

In gennaio 1895 sollevò grande scalpore il richiamo da Parigi
dell'ambasciatore italiano. Il Ressman era da lunghi anni
devoto personalmente a Crispi; maggiore fu quindi il rammarico
di questi quando dovette constatare che dinanzi alla condotta
malevola e insidiosa dell'Hanotaux, l'azione del Ressman
era inefficace. Nel diario di Crispi, sotto la data di *giovedì,
6 gennaio 1895*, si legge:

    «Del resto, sono otto mesi da che Ressman doveva
    essere allontanato da Parigi. Io l'ho impedito difendendolo
    presso il barone Blanc. Ora ho dovuto convincermi
    che Ressman non poteva rendere utili servigi all'Italia....
    Egli non ha influenza presso il Governo francese.»

Il Billot, nel libro più volte citato [#]_, ha scritto a proposito
del richiamo del Ressman molte inesattezze. Lo ha attribuito
a Crispi — «car nul ne songeait à imputer au baron Blanc
la responsabilité de la décision prise» — e per motivi personali,
cioè perchè il Ressman non seppe ottenere dal governo
francese soddisfazione per alcuni articoli del *Temps* ingiuriosi
contro il presidente del ministero italiano. È certo che Crispi
fu irritato dell'ingerenza di quel giornale ufficioso del governo
francese nella campagna personale condotta allora contro di
lui dal Cavallotti e compagni, ingerenza la quale gli confermava
che quella campagna di denigrazione aveva ispiratori e
collaboratori francesi. Egli aveva rilevato in uno degli articoli
del *Temps* talune dichiarazioni fatte imprudentemente in Roma,
con parole quasi identiche, dal Billot, il 13 dicembre precedente,
a un collega del corpo diplomatico che glie le aveva
riferite. A conferma di cotesto legittimo risentimento valga il
seguente telegramma:

.. [#] *France et Italie*, vol. II, pag. 96 e seguenti.

[pg!175]


       | «\ *Ressman ambasciatore Italia*
       |   Parigi.

    .. class:: right small

    Roma, 1.º gennaio 1895.

    .. vspace:: 1

    Il *Temps* del 30 dicembre conferma la mala volontà
    ed il contegno in questi ultimi tempi dell'ambasciatore
    di Francia in Roma. Il signor Billot è stato una eccezione
    nella diplomazia straniera presso il Quirinale, cospirando
    coi nostri avversarii e riferendo cose strane al
    suo Governo. Il suo linguaggio con alcuni suoi colleghi
    è stato sconveniente, e prova che nulla è possibile tra
    la Francia e l'Italia quando coloro che dovrebbero cooperarsi
    ad un accordo fra i due paesi lavorano a sempre
    più inimicarli.

    Vi scrivo ciò per vostra norma, convinto come io sono
    che anche voi sarete impotente nella missione conciliatrice
    che vi avevo affidata.

    Sbagliano però Billot ed il suo Governo nei loro giudizii
    e nelle opere loro; il Governo italiano resisterà
    alle congiure comunque favorite dallo straniero.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Ma se in quella circostanza la debolezza del Ressman potè
dispiacere a Crispi, le ragioni del richiamo erano più lontane
e furono sostanzialmente quelle indicate nel brano di diario
qui avanti riferito.

È poi insussistente, anzi è contrario al vero, ciò che il Billot
ha affermato circa la cattiva impressione che il provvedimento
del governo italiano avrebbe prodotto presso gli *alleati* e circa
i consigli di prudenza che da essi sarebbero stati dati.

Nel *Diario* di Crispi troviamo:

    «\ *6 gennaio ore 16 ½* — Visita del barone de Bülow.
    Felicitazioni per richiamo di Ressman. Non godeva la
    fiducia nè dell'ambasciatore inglese, nè del germanico.»

Al posto del Ressman fu inviato a Parigi il conte Tornielli,
ambasciatore a Londra, il quale il 18 febbraio 1895 presentò
[pg!176]
le lettere credenziali al Presidente della Repubblica, Félix
Faure, succeduto a Casimir-Perier, dimissionario il 15 gennaio
di quello stesso anno. Il Tornielli, ricevuto con freddezza, potè
grazie al suo tatto vincere dappoi le diffidenze e tenere degnamente
la rappresentanza del suo paese. Le relazioni italo-francesi
non mutarono, sebbene si evitassero nuovi incidenti. L'alleanza
franco-russa, proclamata per la prima volta il 10 giugno
alla tribuna parlamentare dai ministri Hanotaux e Ribot, non
giovò davvero a ispirare idee pacifiche alla politica della Francia,
la quale divenne più che mai altezzosa e attivamente malefica
in Etiopia agl'interessi italiani.

Di quest'azione parleremo altrove.
[pg!177]




:small-caps:`Capitolo Sesto.` — La Francia contro il credito italiano.
======================================================================


.. class:: small

Tutto il mondo finanziario francese ostile. — La guerra ai titoli italiani. — Crispi
chiede l'intervento della finanza germanica. — Bismarck e gli accordi del 1888. — La
campagna al ribasso del 1889. — La stampa francese unanime consiglia l'espulsione
dalla Francia dei titoli italiani. — Nuove difese dei banchieri tedeschi
che si uniscono in Sindacato nel 1890. — Fondazione dell'*Istituto Italiano di
Credito Fondiario*. — Fondazione della *Banca Commerciale Italiana* sotto gli
auspicii di Crispi.

.. vspace:: 2

Una delle armi, la maggiore forse, che l'ostilità francese
adoperasse per punire l'Italia di essersi alleata alla Germania,
fu il discredito col quale colpì il Consolidato e gli altri valori
italiani quotati alla Borsa di Parigi.

La cospirazione ai nostri danni si estendeva a tutto il mondo
finanziario francese, ed era popolarizzata da una letteratura
impressionista che descriveva sui giornali la miseria delle popolazioni
italiane, *costrette ad emigrare in massa quando erano
stanche di nutrirsi d'erba*, e contristate dal brigantaggio; denunziava
la precarietà delle condizioni del Tesoro italiano, che
affermava prossimo al fallimento; e attribuiva tale stato spaventevole
alle spese militari, imposte da una politica estera
anti-francese.

La speranza di «prenderci per fame», come dicevano, di costringerci
ad abbandonare la Triplice Alleanza col ritiro dei
capitali investiti in valori italiani e di determinare la sfiducia
internazionale verso l'Italia, era sicuramente mal fondata. Ma
il danno di questa guerra senza quartiere raggiungeva proporzioni
[pg!178]
considerevoli, poichè, dagli inizii del Regno, la finanza
nostra era orientata verso Parigi, e in mani francesi si trovavano
miliardi di rendita italiana. Gli avversari interni dell'alleanza
italo-germanica si giovavano, naturalmente, del malumore
che ne derivava e che si aggiungeva all'altro provocato dalla
rottura del trattato di commercio e dall'applicazione di tariffe
differenziali quasi proibitive. Il Governo italiano aveva il dovere
di preoccuparsene e di esigere che il Governo germanico
si adoperasse a neutralizzare, nella misura del possibile, questo
effetto doloroso per l'Italia di una politica che alla Germania
non arrecava che beneficii.

Il principe di Bismarck interessato dall'on. Crispi nei primi
mesi del 1888, influì premurosamente a decidere l'alta banca
germanica a intervenire in favore dei valori italiani. In una
lettera del 18 febbraio di quell'anno il ministro Magliani scriveva
a Crispi:

    «Non ho risposto subito perchè desidero vedere la
    comunicazione fatta dai banchieri berlinesi alla nostra
    Banca Nazionale. Questa non è ancora giunta. Frattanto
    mi pare che possa rispondersi mostrando la soddisfazione
    del nostro Governo, e dichiarando che saranno
    prontamente spediti articoli, documenti e notizie perchè
    la stampa tedesca faccia una campagna a favore del
    credito italiano, e che si farà anche nota la forma che
    a noi sembra più conveniente per un'operazione finanziaria
    a Berlino.

    Indicheremo con precisione l'opinione nostra, dal punto
    di vista tecnico, su quello che meglio corrisponde allo
    scopo nelle condizioni attuali. Fin d'ora si può dire che
    mezzi efficaci sono:

    1.º Ricomprare sul mercato di Parigi quanto più sia
    possibile di rendita italiana;

    2.º Indurre le Banche tedesche a scontare gli effetti
    cambiarii del commercio italiano, mostrando di avere in
    noi la fiducia che la Francia ci nega nel momento attuale.

    Col più affettuoso ossequio etc.»

Il sindacato costituito da Bleichroeder, Disconto Gesellschafft
e Deutsche Bank, cui si associarono i banchieri inglesi Baring
[pg!179]
e Hambro e le maggiori banche italiane, raggiunse lo scopo
di arrestare la discesa del nostro Consolidato alla Borsa di Parigi.
Il Tesoro italiano compensò tale servizio coll'impegnarsi
ad affidare al Sindacato l'emissione di obbligazioni ferroviarie.

-----

Nel 1889 la campagna al ribasso riprese a Parigi nuovo vigore.
Il 28 luglio l'on. Crispi telegrafava all'Ambasciatore d'Italia
a Berlino:

    «Da venti giorni a Parigi con manovre organizzate
    dal Governo della Repubblica si lavora a far ribassare
    il prezzo della nostra rendita tanto che da 96 siamo
    giunti a 92 e 90.

    Voglia pregare il Principe affinchè impegni il solito
    banchiere amico a comprare siccome fece al 1888, onde
    arrestare una discesa la quale moralmente influisce sul
    nostro paese e della quale nessuno sa darsi conto.»

Il 2 agosto giungeva la seguente risposta:

    «Iersera solamente il sottosegretario di Stato, dopo
    avere riferito a Varzin, mi comunicò che il Cancelliere
    accolse di buon grado la domanda di V. E. ed impartì
    istruzioni per reagire contro il ribasso del prezzo della
    nostra rendita verificatosi nel luglio. Alcuni giornali
    impegneranno l'azione, anzi uno di loro l'ha già iniziata
    sino dal 24 dello stesso mese, ma ciò avrà luogo nella
    misura richiesta dal fatto che da qualche giorno si manifesta
    un rialzo della rendita. Un'azione più determinata
    ed un eventuale concorso dei finanzieri di Berlino
    sarebbero meglio indicati allorchè non si mantenesse
    l'attuale rialzo.»

Queste assicurazioni erano confermate a Roma dall'Ambasciatore
germanico, come si rileva dal seguente telegramma
diretto da Crispi al conte de Launay a Berlino in data 6 agosto:

    «Il 4 corrente il conte di Solms è venuto ad assicurarmi
    che S. E. il Principe di Bismarck aveva fatto pratiche
    affinchè si arrestasse il movimento di ribasso provocato
    contro la rendita italiana alla Borsa di Parigi.
    Soggiunse che i banchieri ai quali S. E. si era diretta
    [pg!180]
    vorrebbero che ci valessimo di loro per le operazioni di
    credito alle quali l'Italia potrebbe ricorrere. Risposi che
    per il momento non abbiamo bisogno di prestiti, i servizi
    della Tesoreria essendo pienamente assicurati; ma
    che all'occorrenza ed in ogni occasione ci varremmo dei
    banchieri tedeschi. Voglia confermare questa mia assicurazione
    al Principe prevenendolo che il lavoro al ribasso
    ha ripreso nuovamente alla Borsa di Parigi e
    dicendo essere ormai necessario che da Berlino si provveda
    ad arrestare la manovra dei nostri avversari, come
    già fu fatto con successo lo scorso anno.»

Ma l'intervento dei banchieri berlinesi ritardava. Il 10 settembre
l'Ambasciata italiana a Parigi telegrafava ripetutamente:

    «Un malevolo articolo del *Matin* dice imminente in
    Italia il decreto che ristabilisce il corso forzoso come
    fatale conseguenza dell'autorizzazione data al ministro
    del Tesoro d'emettere per 90 milioni di biglietti consorziali
    da 10 e da 5 lire. I bollettini finanziari dello stesso
    e di altri giornali spingono con crescente accanimento
    alla vendita ed espulsione dei titoli italiani.

    Il fatto che la rendita italiana ribassò qui oggi fino
    a 91 produce molta impressione nella nostra Colonia,
    taluni membri della quale vorrebbero che dal R. Governo
    in qualche modo si provvedesse per impedire un panico
    che potrebbe diventare dannosissimo al nostro credito.»

E Crispi incalzava a Berlino lo stesso giorno:

    «Dal Gabinetto germanico fummo assicurati che l'azione
    dell'alta Banca tedesca a favore della nostra rendita
    si spiegherebbe allorchè fosse discesa al disotto del
    corso di 93. Essa è attualmente a Parigi scesa a 91 ed
    a Berlino a 92 e frazioni. Il momento è dunque giunto.
    Desidero che V. E. riprenda immediatamente le pratiche
    presso cotesta Cancelleria acciocchè i signori Bleichroeder
    ed altri siano interessati ad entrare in campagna
    per il rialzo dei nostri fondi.

    In seguito mio telegramma odierno la prego far notare
    a codesta Cancelleria come la cospirazione alla Borsa di
    [pg!181]
    Parigi contro il nostro 5% sia evidente. I bollettini finanziari
    dei giornali francesi lo dimostrano tale, ed ormai
    bisogna esser ciechi per non vedere che la guerra che
    per il momento non ci si fa militarmente, ci vien fatta
    deprezzando il nostro credito. La rendita in pochi mesi
    è ribassata di sei punti e continua a ribassare per le
    false notizie diffuse dalla stampa.»

Contemporaneamente Crispi telegrafava all'on. Giolitti, succeduto
al Magliani nel Ministero del Tesoro:

    «La rendita continua a discendere a Parigi, e siccome
    il movimento di ribasso in quella Borsa colpisce solamente
    il nostro 5% e non gli altri titoli stranieri, bisogna
    provvedere senza ulteriore indugio. Al 1888 Magliani
    ed io abbiamo resistito alla guerra che ci si voleva
    fare.

    Parmi che si potrebbe oggi fare lo stesso. Ho telegrafato
    a Berlino. Chiamate Grillo ed Allievi, e ricostituite
    altra volta il Sindacato. Allora c'eravamo anche
    rivolti a Londra con buon successo, siccome potrete sapere
    dal Cantoni.»

L'on. Giolitti si affrettava a rispondere:

    «Dopo conferenza avuta con V. E. quindici giorni fa
    incaricai comm. Grillo scrivere Berlino al banchiere
    Bleichroeder. Questi gli rispose parergli cause ribasso
    attuale diverse da quelle del 1888, perchè più generali.
    Mostrossi preoccupato disavanzo bilancio italiano che
    credeva maggiore di quanto è; inoltre temeva vendita
    rendita Cassa Pensioni; tuttavia dichiaravasi pronto intendersi
    con Banca Nazionale. Giorno stesso in cui si
    conchiuse accordo circa crisi, diedi al comm. Grillo elementi
    necessari per dimostrare a Berlino condizioni bilancio,
    e lo incaricai trattare con Bleichroeder 126 milioni
    obbligazioni ferroviarie d'accordo col gruppo che fece precedente
    emissione, con dichiarazione che trovando concludere
    a buoni patti tali operazioni, non venderei più
    rendita Cassa Pensioni, ma proporrei creare titolo netto
    da imposta, da collocare a Berlino e Londra. Così sarebbe
    tolta difficoltà principale creazione Sindacato, e
    assicurata azione efficace di questo.
    [pg!182]

    Aspetto risposta. Appena la riceva agirò subito e informerò
    Vostra Eccellenza.»

Il giorno 11 settembre l'on. Crispi ricevette a Napoli l'Incaricato
d'affari germanico, conte de Goltz, che gli fece la seguente
comunicazione:

    «Impegno del Governo Germanico di far intervenire
    le Banche tedesche quando il corso della rendita italiana
    fosse discesa al disotto di 93.

    Negli ultimi giorni tale corso essendo disceso a 92 e 91
    e frazioni, il gruppo finanziario berlinese, composto della
    *Berliner Handelsgesellschaft* e dalla *Deutsche Bank*, si è
    dichiarato pronto a formarsi un nuovo portafoglio di
    cinquanta milioni di lire di rendita italiana, nonchè a
    facilitare i «reports» e la «Lombardirung» (imprestiti
    su depositi).

    Considerando però che quelle operazioni non lasciano
    sperare profitto, mentre potrebbero esporre a qualche
    rischio, il gruppo suddetto desidera che, in compenso,
    il Governo Italiano nelle sue future eventuali operazioni
    all'estero s'indirizzi ad esso prima di far capo ad altri.
    Il gruppo in parola si appoggia su buone case inglesi e
    sul *Crédit Mobilier* di Francia.

    Qualora S. E. il cav. Crispi si dichiari pronto ad accettare
    la condizione suespressa, il gruppo bancario tedesco
    si farà premura di negoziare i particolari dell'operazione
    direttamente con Roma.

    Quando occorra al Governo Italiano di fare, in avvenire,
    qualche emissione nuova, il gruppo accennato interesserebbe
    in essa, d'accordo col Governo Imperiale, le
    principali case bancarie tedesche.»

L'indomani, 12 settembre, l'onor. Crispi telegrafava all'onorevole
Giolitti:

    «Ieri sera è venuto espressamente da Roma l'Incaricato
    d'affari di Germania per dirmi che il gruppo dei
    banchieri tedeschi è pronto ad entrare in campagna
    contro i ribassisti francesi a condizione che il Governo
    Italiano in caso di un prestito si rivolga a preferenza
    ad esso gruppo. Ho accettato, e mi fu risposto che il
    [pg!183]
    Bleichroeder si sarebbe subito posto in relazione con la
    nostra Banca Nazionale per operare a siffatto scopo.

    Bisogna lavorare in guisa da emanciparci dalla tirannide
    del mercato francese, pericoloso tanto più per la
    mobilità di quella popolazione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Con l'intervento del Bleichroeder il nostro Consolidato ebbe
qualche sostegno a Berlino, sebbene non tutti i milioni promessi
fossero stati investiti in rendita italiana e alcuni membri del
Sindacato non trascurassero il giuoco di borsa per conto proprio,
rivendendo, cioè, la rendita comperata appena vi era un
piccolo margine di utile. A Parigi la campagna contro di essa
era diretta da un Comitato di ribassisti, che la chiamava nei
suoi manifesti «la rente de M. Crispi». Si trattava senza dubbio
di una campagna politica, e Crispi non si stancò di metter
ciò in evidenza presso il Governo Germanico per reclamarne
l'interessamento.

-----

Nel 1890 le principali banche tedesche si associarono per
la difesa del credito italiano.

In Francia persistevano le ostilità.

    «La campagna — scriveva il Menabrea — aperta in
    questa piazza contro il credito dell'Italia, che sembrava
    alquanto smessa, si è di nuovo ravvivata sotto diverse
    influenze. Anzitutto vi ha il nuovo prestito di 700 milioni
    che sta per aprirsi dal Governo Francese, per il
    quale si richiede che il danaro, anzichè portarsi sui valori
    esteri e specialmente sui nostri che avevano ripreso
    un poco di favore, si riservi al contrario per il sovradetto
    prestito. Indipendentemente da questa circostanza,
    vi ha sempre la dominante passione d'inceppare il Governo
    Italiano in tutti i modi, specialmente nelle cose
    economiche, colla speranza di ridurlo ad arrendersi in
    balìa della Francia.»

L'ambasciatore germanico, conte Solms, scriveva a Crispi il
3 aprile:
[pg!184]


       | «\ *Mon cher Président*,

    Comme je vous l'avais promis hier, j'ai télégraphié au
    Ministère des Affaires Étrangères à Berlin en lui communiquant
    votre désir au sujet de M. de Bleichroeder, à
    qui j'ai en même temps adressé une lettre particulière.

    J'ai aujourd'hui la satisfaction de vous informer qu'on
    m'a télégraphié de Berlin que dès qu'on a pris connaissance
    de l'intérêt que vous témoignez à cette affaire
    financière, on a exercé, avec le consentement de M. le
    Chancelier, une vive pression sur M. Bleichroeder pour
    créer avec son concours et celui de la «Disconto Gesellschaft»
    un puissant consortium allemand en faveur
    de l'entreprise financière italienne; que le succès, quoique
    pas encore assuré, était néanmoins vraisemblable.

    Je suis chargé de communiquer cette nouvelle très
    confidentiellement à Votre Excellence et je suis heureux
    que ma démarche promet un bon résultat.»

Lo stesso giorno il banchiere S. Bleichroeder, amico personale
del Principe di Bismarck, telegrafava a Crispi:

    «Je suis heureux de pouvoir annoncer à Votre Excellence
    entente établie entre moi et groupe des banques.»

Ancora nel 1890 l'on. Crispi appoggiò diplomaticamente la
creazione dell'*Istituto Italiano di Credito Fondiario* col concorso
di un Sindacato finanziario germanico. Esso fu un fatto
compiuto il 25 agosto di quell'anno. Il comm. Giacomo Grillo,
direttore generale della Banca Nazionale, inviava in quel giorno
da Lucerna il seguente telegramma a Crispi:

    «Protocollo per creazione nuovo Credito fondiario italiano
    sottoscritto oggi Lucerna fra Sindacato Italo-tedesco,
    Banca Nazionale e Società Immobiliare. Nuovo
    Istituto che avrà cento milioni di capitale comincierà
    con trenta milioni versati, assunti metà Banca Nazionale
    e metà Sindacato e Immobiliare.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Grillo`.»

[pg!185]

Tornato alla fine del 1893 al Governo, l'on. Crispi trovò a
Parigi le stesse cattive disposizioni nel mondo finanziario e
bancario. La visita del Principe ereditario d'Italia a Metz, avvenuta
sotto il Ministero precedente, era stata considerata in
Francia come un oltraggio, e la Borsa di Parigi ne aveva profittato.
Il programma dei ribassisti francesi era in quei giorni di
portare la rendita italiana a 75, cioè al corso di quella spagnuola,
e l'aggio al 20%, per mettere il Governo della Repubblica
in grado d'infliggere all'Italia un grosso scacco con la
denunzia della Convenzione monetaria. Il Sindacato Italo-Germanico
fu ricostituito, ma alla testa del governo di Germania
non vi era più il principe di Bismarck, e la sua efficacia fu
scarsa.

-----

Alla metà del 1894 fu fondata in Italia la *Banca Commerciale
Italiana* con capitali germanici, austriaci, svizzeri e italiani,
cinque milioni in tutto, ed ecco in quali circostanze.

L'idea di fondare una banca italo-germanica fu una conseguenza
dell'interessamento dell'alta finanza della Germania al
credito italiano, reclamato da Crispi e incoraggiato dalla Cancelleria
di Berlino.

Sollecitati ad occuparsi degli affari italiani, i banchieri tedeschi
furono naturalmente portati a considerare la convenienza
della creazione in Italia di un istituto col quale potessero esercitare
più facilmente il controllo su quegli affari.

Ritornato appena al governo e informato del progetto, ancora
vago, manifestato dal capo della casa Bleichroeder, sig. Schwabach,
all'ambasciatore conte Lanza, il 21 dicembre 1893 Crispi
fece mandare parole d'incoraggiamento. Come l'idea divenisse
realtà risulta dai documenti che seguono:


    .. class:: right small

    «Berlino, 3 giugno 1894.

       | *Signor Ministro*,

    Esce da casa mia questo momento il signor Schwabach,
    Capo della Casa Bleichroeder, il quale più di noi forse
    desidera creare una Banca in Italia col concorso di capitali
    tedeschi ed austriaci, e che sempre fu trattenuto
    dai suoi soci in quest'affare, in attesa della soluzione
    [pg!186]
    delle nostre questioni finanziarie pendenti davanti al
    Parlamento. Egli vorrebbe, se ancora il R. Governo avrà
    un voto favorevole in questi giorni, tentare di nuovo
    trascinare i suoi compagni ad una sollecita decisione e
    crede farsi forte di ottenere lo scopo se solo potesse aver
    fra mani un documento che provi il R. Governo vedrebbe
    con piacere l'istituzione della Banca in discorso.

    Che questo sia il sentimento del R. Governo ebbi già
    a dichiararlo in tutti i modi, in conformità agli ordini
    ricevuti; il signor Schwabach però insistè nella sua domanda,
    dicendomi che gli basterebbe una parola del
    Presidente del Consiglio, la quale confermasse il discorso
    che S. E. avrebbe, pare, tenuto a certo signor Veil [#]_
    venuto qui ultimamente, il quale rientrato in Italia
    avrebbe appunto parlato a Roma con Sua Eccellenza
    Crispi. Ignoro quanto siavi di vero in ciò che il Veil ha
    riferito qui dopo quel discorso; ad ogni modo non potendo
    la cosa impegnare a nulla, io sarei del remissivo
    parere volesse Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio
    spedirmi un telegramma che io possa far vedere allo
    Schwabach e concepito all'incirca così: «Ringraziola comunicazioni
    fatte: come Vostra Eccellenza sa, R. Governo
    vedrebbe con sommo piacere l'istituzione di una Banca
    tedesca in Italia e spera che i signori Banchieri tedeschi,
    i quali paiono disposti a concorrere coi loro capitali alla
    creazione della Banca, si persuaderanno che sia, anche
    nel loro interesse, giunto il momento di prendere una
    decisione.»

.. [#] Si allude al comm. Federico Weil che, presentato a Crispi dal banchiere
   A. Weill-Schott di Milano, potè portare a Berlino l'incoraggiamento del Presidente
   del Consiglio. Il quale messaggio costituì un titolo dippiù per l'ufficio
   di direttore generale del nuovo istituto, che gli fu affidato e che ancora tiene.
..


    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

..


       | «\ *Ambasciata Italiana*,
       |   Berlino.

    .. class:: right small

    Roma, 7 giugno 1894.

    .. vspace:: 1

    [*Telegramma*]

    Ringraziola comunicazione fatta. Come V. E. sa, R. Governo
    vedrebbe con sommo piacere l'istituzione di una
    Banca tedesca in Italia e spera che i signori banchieri
    [pg!187]
    germanici, i quali paiono disposti a concorrere coi loro
    capitali alla sua creazione, si persuaderanno che anche
    nel loro interesse, sia giunto il momento di prendere
    una decisione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

..


    .. class:: right small

    «Berlino, il 9-6-1894.

    .. vspace:: 1

    Capo della Casa Bleichroeder, con lettera di iersera,
    m'informa che 15 corrente saranno Milano delegati per
    costituzione nota Banca italo-germanica. Di là si porteranno
    a Roma. Aggiunge sperare Banca possa essere
    costituita fine corrente. Segue rapporto.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

..


    .. class:: right small

    «Berlino, 10 giugno 1894.

       | *Signor Ministro*,

    (*Riservato*). Facendo seguito al mio telegramma di ieri,
    pregiomi trasmettere qui unito a V. E. copia della lettera
    direttami dal signor Schwabach, capo della Casa
    Bleichroeder, per comunicarmi la decisione presa dal
    gruppo da lui rappresentato, di fare incontrare il 15 corrente
    a Milano i propri delegati con quelli dell'Austria-Ungheria
    e della Svizzera, per risolvere le questioni le
    più importanti di massima, e venire in seguito a Roma.
    Egli soggiunge sperare una prossima favorevole soluzione
    della questione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

..

    [*Annesso*]

    .. class:: right small

    «Berlin, le 9 juin 1894.

       | *Excellence*,

    Mon intention était de vous faire personnellement la
    communication qui suit, mais la conférence a duré si
    longtemps que je n'ai plus pu arriver à temps pour me
    présenter à V. E. Comme d'un autre côté nous avons
    demain dimanche et que je voudrais bien pouvoir me
    reposer un jour sur ma propriété à la campagne, mes
    nouvelles ne vous parviendraient que Lundi très tard,
    de sorte que je me permets de choisir la voie épistolaire.

    Les amis ont pris note avec satisfaction des informations
    [pg!188]
    que V. E. a bien voulu nous faire, et ont décidé
    par suite d'envoyer des délégués en Italie. Délégués qui
    se rencontreront à Milan le 15 juin a. c. avec leurs collègues
    Austro-Hongrois et Suisses pour résoudre en Italie
    même les questions les plus importantes, telles que: qui
    du côté Italien devra participer à l'affaire, et ce qui
    concerne la question du personnel.

    Aussitôt que l'on se sera entendu par rapport au
    Groupe à former, tous les Délégués ou quelques uns
    d'eux, se rendront à Rome pour les négociations avec
    monsieur le ministre, de sorte que j'ose espérer que la
    fondation de la Banque pourra se faire avant la fin du
    mois.

    Tout en laissant à V. E. le choix si elle veut porter
    cette information confidentielle à la connaissance de
    S. E. le président du Ministère Crispi, je prie V. E. d'agréer
    (ecc.)

    .. class:: right white-space-pre-line

    (*Signe*): :small-caps:`Schwabach`.»

..


    .. class:: right small

    «Berlino, il 23 giugno 1894.

    .. vspace:: 1

    Constami che Casa Bleichroeder ha versato Banca
    Imperiale nome fondatori *Banca Commerciale Italiana*
    somma marchi quattro milioni ottocento sessantamila a
    disposizione Banco Sicilia in Milano.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

Con cinque milioni, adunque, fu fondata in Milano la *Banca
Commerciale Italiana*, che ha oggi centocinquanta milioni di capitale
e un larghissimo giro d'affari in tutto il Regno.

A questo Istituto è legato il nome di Crispi, che gli creò
l'ambiente propizio e gli dette l'impulso a nascere.
[pg!189]




L'ITALIA E IL VATICANO.
=======================


[pg!191]

:small-caps:`Capitolo Settimo.` — Un incidente italo-portoghese.
================================================================


.. class:: small

Il Re Fedelissimo a Roma pel Re d'Italia. — L'annunzio ufficiale della visita. — Il
Vaticano mette il *veto*. — Imbarazzo e indecisione del Re Carlo e del suo governo. — Re
Carlo si raccomanda a Crispi. — Linguaggio severo della stampa
portoghese. — Re Carlo prega di essere ricevuto a Monza; rifiuto di Re Umberto. — Rinunzia
alla visita. — Crispi rompe le relazioni diplomatiche col Portogallo. — Colloquio
Crispi-Vasconcellos. — Giudizii di diplomatici sulla condotta del Ministero
portoghese. — Le origini remote della caduta del regime monarchico
nel Portogallo.

.. vspace:: 2

Il primo di ottobre 1895 il Sotto-segretario di Stato del Ministero
degli affari esteri, on. Adamoli, partecipava all'on. Crispi:

    «Il Ministro di Portogallo presso la Real Corte è stato
    oggi alla Consulta per annunciarmi ufficialmente che
    S. M. il Re di Portogallo verrà far visita in Roma al
    nostro Augusto Sovrano.

    Il signor di Carvalho e Vasconcellos ha soggiunto
    che l'arrivo di S. M. il Re di Portogallo in Roma avrà
    luogo tra il 15 ed il 20 del corrente mese di ottobre.
    Egli si riserva di indicarlo con maggior precisione».

Per fare analoga comunicazione al Re, il Ministro Carvalho
e Vasconcellos partiva per Monza lo stesso giorno primo di
ottobre.

Don Carlos, Re di Portogallo e figlio di Maria Pia, sorella
del Re Umberto, muoveva dal suo paese un giorno dopo per
[pg!192]
fare la prima visita dacchè era salito al trono ai capi degli
Stati amici. Da Lisbona, in una corrispondenza in data 3 di ottobre,
si annunziava:

    «Il Re è partito ieri a mezzogiorno. Oggi sarà a San Sebastiano,
    ospite della Reggente di Spagna e dopo dimani
    giungerà a Parigi. I giornali dicono che vi si tratterrà
    una diecina di giorni, ma ho motivo di credere che egli
    prolungherà oltre quel termine la durata della sua permanenza
    in Francia. Verrà in seguito la visita di Sua
    Maestà alla nostra Real Corte, d'onde proseguirà per
    Berlino terminando il suo giro con un breve soggiorno
    in Inghilterra. È commentata l'esclusione della Corte
    Austro-Ungarica dal programma di questo viaggio ufficiale,
    tanto più che la stampa ispirata dai circoli di
    Corte lo dichiara provocato dal solo desiderio di visitare
    i Sovrani e Capi degli Stati *amici*. In quanto alla Russia,
    la lontananza e le scarse relazioni che passano tra
    l'uno e l'altro Stato bastano a spiegare in modo più o
    meno soddisfacente, come non sia compresa nell'itinerario
    una visita alla Corte di Pietroburgo.»

Lo stesso giorno 3 di ottobre un telegramma dell'Incaricato
d'affari italiano a Lisbona, di Cariati, avvertiva:

    «Mi consta da fonte sicura ed in via strettamente
    confidenziale, che il Nunzio apostolico ritiene che la
    Santa Sede romperà probabilmente le sue relazioni diplomatiche
    col Portogallo in conseguenza della visita
    del Re a Roma, dove Sua Santità ricuserà, in ogni caso,
    di riceverlo.»

Un altro telegramma dello stesso Ministro, in data 5 ottobre,
era così concepito:

    «Ministro degli affari esteri, col quale ho avuto una
    conversazione mi ha confermato poc'anzi che la visita
    del Re di Portogallo a Roma sarebbe certamente seguita
    dal richiamo del Nunzio, il che avrà conseguenze gravissime
    per questo paese. Governo portoghese, egli ha
    detto, è pronto a tutto per compiacere al Re e al Governo
    italiano, ma non può considerare senza grave apprensione
    [pg!193]
    una simile eventualità che l'Italia non può
    desiderare, giacchè invece di creare un precedente favorevole,
    non farebbe che precludere definitivamente
    ogni ulteriore possibilità di visite di Sovrani e Capi di
    Stato a Roma. È nello interesse del Governo italiano
    di lasciare questa questione impregiudicata, tanto più
    nel caso presente essendo abbondantemente noti i sentimenti
    di profonda affezione che legano le due Corti e
    la simpatia tradizionale delle due Nazioni.»

Il viaggio a Roma del re Carlo, spontaneamente deciso e annunziato,
incontrava dunque un ostacolo che inconsideratamente
non era stato preveduto. Il signor Pinto de Soveral, ministro
degli affari esteri del Portogallo, si scusava rigettando
la responsabilità della decisione della visita a Roma sul defunto
suo predecessore, ma egli era già in carica il 1.º ottobre quando
di quella visita ne fu dato l'annunzio ufficiale. Crispi, informato
esattamente di quanto avveniva in Vaticano, il 7 telegrafava
al Primo Aiutante di Campo del Re, generale Ponzio Vaglia:

    «Il Papa si oppone al viaggio di Re Carlo a Roma.
    La Segreteria di Stato pontificia ha scritto a Lisbona
    protestando che ove le sue domande fossero respinte
    richiamerebbe il Nunzio accreditato presso la Corte portoghese.

    Pregola informare S. M. il Re.»

Contemporaneamente il re Carlo, ch'era giunto a Parigi, pregava
il re Umberto di toglierlo dall'imbarazzo ricevendolo in
incognito a Monza. Ma questa soluzione non era possibile dopo
la partecipazione ufficiale della visita a Roma e la pubblicità
che se n'era fatta. Alla comunicazione ricevuta della negativa
fatta da Umberto al suo reale nipote, Crispi rispondeva:


       | «\ *S. E. Ponzio Vaglia*
       |   Monza.

    .. class:: right small

    Roma, 9 ottobre 1895.

    .. vspace:: 1

    Il contegno del nostro Augusto Sovrano non poteva
    essere che quello che dalla M. S. mi attendevo. Noi non
    abbiamo bisogno di questo minuscolo Re di Portogallo,
    il quale non ha importanza alcuna in Europa. Se egli
    [pg!194]
    non può venire in Roma, che resti a casa sua — e siccome
    il pentimento suo e del suo Governo indica una
    manifestazione di principii a noi contraria, ritireremo
    il nostro Ministro da Lisbona, come risposta alla sua
    condotta.

    La prego di voler rassegnare a S. M. i miei devoti
    omaggi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Il re Carlo, tra la negativa dello Zio di riceverlo altrove che
a Roma e l'annunzio da Lisbona che il Papa avrebbe considerato
la sua andata a Roma come «un insulto personale», da
Sovrano «cattolico e fedelissimo» quale era, prese la risoluzione
di rinunziare al suo viaggio in Italia. Ma poichè doveva preoccuparsi
delle conseguenze di essa, fece giungere a Crispi la
preghiera di considerare benevolmente la sua posizione e per
mezzo dell'ambasciatore italiano a Parigi, gli fece pervenire
l'assicurazione che sarebbero state date dal suo governo «le più
amichevoli spiegazioni».

A questa comunicazione Crispi obbiettava:


       | «\ *S. E. Tornielli*
       |   Parigi.

    .. class:: right small

    15 ottobre 1895.

    .. vspace:: 1

    Le notizie ch'ella mi dà col suo telegramma di ieri
    non sono segrete: esse furono contemporaneamente mandate
    col telegrafo ai giornali di Roma.

    Ringrazio S. M. Fedelissima delle comunicazioni di
    cui l'ha incaricato. Ma non posso nascondere che ciò
    ch'è accaduto è abbastanza deplorevole, e non sarebbe
    avvenuto se il Governo portoghese avesse ben valutato
    il progetto del viaggio del Re in Italia, ed avesse saputo
    prevederne le conseguenze.

    La spiegazione che S. M. ha voluto dare del mancato
    viaggio, se testimonia della sua personale delicatezza e
    del suo desiderio di evitare penose impressioni in Italia,
    dopo le polemiche delle quali da dieci giorni sono pieni
    i giornali di tutta Europa non può contentare la pubblica
    opinione in Italia.

    E fatalmente ieri stesso, dal Gabinetto di S. M. il
    [pg!195]
    Re Carlo, usciva una conversazione, riferita dai giornali
    di qui, che la spiegazione sovrana mette un po' in dubbio.

    Un complesso di circostanze, come si espresse S. M. di
    Portogallo, ma tutte all'infuori di noi, hanno reso la
    posizione assai difficile.

    Per quanto personalmente deferente alla persona di
    Re Carlo, io devo preoccuparmi della pubblica opinione
    del mio paese, la quale nello sgradevole incidente non
    può non vedere offeso il sentimento nazionale.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

L'intervista alla quale alludeva Crispi era stata accordata
dal ministro di Portogallo a Parigi e dal Segretario particolare
del re Carlo al corrispondente della *Tribuna* di Roma, e in essa
i due personaggi avevano dichiarato che il re Carlo non faceva
l'annunziata visita in Italia perchè non poteva prolungare
la sua assenza dal Portogallo. D'altronde, il Nunzio pontificio
a Lisbona aveva fatto sapere ai giornali cattolici di quella
capitale il vero motivo della decisione del Sovrano portoghese.

Un grave fermento si notava frattanto in Portogallo che faceva
temere delle sorti della dinastia. Nella stampa, anche in
quella più ligia alle istituzioni monarchiche, e nei circoli politici
della capitale portoghese, il biasimo diveniva ogni giorno
più acerbo. Il *Jornal do Commercio*, autorevole e diffuso organo
del partito monarchico-progressista, pubblicava nei numeri del
15, 16 e 18 ottobre articoli violenti, dei quali citiamo qualche
brano:

    «.... Abbiamo posto in dubbio, fin da principio, la
    convenienza politica di tal viaggio, ma eravamo lungi
    dal poter prevedere gli incidenti, che si vanno manifestando
    e che non sono solo un disdoro pel Re, ma altresì
    un obbrobrio per la Nazione che egli rappresenta.

    Chi lasciò partire così alla ventura di quanto potesse
    succedere, il Re di Portogallo?

    Chi doveva essere, se non questo Governo senza scrupoli...?
    Giacchè consigliò il viaggio reale o lo consentì,
    gli incombeva di formularne il programma di completo
    accordo coi Governi delle Nazioni che il Re proponevasi
    di visitare.
    [pg!196]

    Non fece ciò, lo trascurò interamente, ed il risultato
    eccolo, senza parlare del rimanente: — un conflitto col
    proprio zio Umberto, o col Santo Padre, a scelta, il quale
    può tosto risolversi in una rottura di relazioni, o, nel
    migliore dei casi, in un *fiasco* di più pel Portogallo; e,
    questa volta, ricadendo sulla stessa corona del suo Sovrano,
    al cospetto dell'intera Europa.»

    «.... Il Governo non ha neppure il decoro di tentare
    una difesa; e neppure ha l'alterezza di assumere le rispettive
    responsabilità.

    Aspettavamo oggi alcune spiegazioni alla vergognosa
    situazione in cui trovasi il real viaggio, tanto preconizzato,
    allorchè fu annunziato, come sommamente benefico
    pel paese.... Il Governo nega l'esistenza dell'incidente
    diplomatico nel quale si avvolse colla Curia e col
    Governo del Quirinale, non si difende della propria imprevidenza,
    non assume la minima particella di responsabilità,
    ed al contrario, la scarica sopra.... chi? Sul Re,
    sullo stesso Re.

    Dubitate?

    Aprite il *Diario de Noticias* e leggete:

    «Nulla è ancora deciso circa l'andata di S. M. il Re
    a Roma, questo viaggio dipendendo dai piani che farà
    Sua Maestà....»

    Ciò che sembra incredibile, è scritto, e scritto col tono
    di una informazione ufficiale. E, infatti, è noto essere
    il *Diario de Noticias* uno dei ricettacoli delle informazioni
    del signor Presidente del Consiglio.

    In detta piccola notizia, d'apparenza così innocente,
    contiensi tuttavia questa enormità: *di ciò che succede, la
    colpa non è del Governo, poichè i piani del viaggio non sono
    suoi, ma del Re*.

    Sono del Re?

    Lo saranno! Il *Diario de Noticias* che lo afferma, lo
    saprà ed in tal caso è da deplorarsi che il Re non sia
    stato all'altezza da delinearli. Ma non è a lui che legalmente
    si possono far risalire responsabilità, poichè l'articolo
    della Carta che lo fa irresponsabile è tra quelli
    che la Dittatura non revocò....»

    «.... I sorrisi ironici cominciano già a spuntare nella
    stampa straniera, diretti specialmente contro i consiglieri
    responsabili del Re di Portogallo, i quali gli preparano
    quest'avventura, ma striscianti già sulla stessa persona
    [pg!197]
    del Capo della Nazione Portoghese, per modo che
    potrà benissimo avvenire quanto prima, che i cronisti
    parigini comincino a ingrandire la già troppo pesante
    leggenda della *gaité* delle cose portoghesi.

    Ma il Governo più nulla sente di ciò...!

    Sconcertato dall'inatteso incidente, conscio del suo
    grave errore e delle sue enormi responsabilità, sta come
    se fosse stato spaventato da un fulmine; perdette la
    facoltà di sentire, di pensare, di deliberare e di procedere.

    È in stato di completa paralisi, di sincope; e per
    quanto si riuniscano a consiglio i dittatori, poco più
    conseguono, che di guardarsi gli uni gli altri, e di grattarsi
    automaticamente la testa, senza che ciò valga a
    dissipare la prostrazione in cui trovasi il suo contenuto.

    E mentre i ministri non risolvono, il Re Don Carlos,
    in attesa che risolvano, si mantiene in Parigi, nel non
    interrotto rinnovarsi di caccie, corse e teatri, come se
    estraneo agli avvenimenti, nei quali è implicata la sua
    personalità, ed in una evidenza, in faccia all'Europa, secondo
    noi poco propizia ai suoi interessi ed a quelli
    del Paese.

    È indispensabile dunque, che il Governo si svegli, e
    prenda una deliberazione, che tronchi prontamente l'incidente,
    il quale se non può ormai essere soppresso, conviene
    non ingrossi e non si protragga, poichè il Portogallo
    ed il suo Sovrano nulla hanno da guadagnare in
    ciò; al contrario.

    Il male è fatto, lo scandalo è dato e tutto ciò è ormai
    irrimediabile; il Re non può andare in Italia....»

Il governo portoghese, in realtà, rimase per parecchi giorni
indeciso sulla via da prendere; o meglio, deciso a non affrontare
le ire del Vaticano, non sapeva quali potessero essere le
«spiegazioni amichevoli» che il re Carlo avevagli ordinato di
dare a Crispi. Il 17 ottobre, l'Incaricato d'affari italiano a Lisbona
si recò dal ministro degli affari esteri per domandargli
quanto vi fosse di vero nell'affermazione di parecchi giornali
che S. M. Fedelissima avesse deciso di astenersi dalla sua visita
a Roma. Il signor de Soveral rispose che «l'idea del viaggio
a Roma non era definitivamente abbandonata» e affermò che
«il Governo portoghese non si era impegnato con la S. Sede a
[pg!198]
rinunziarvi». Ed esprimendo il profondo rammarico suo per le
spiacevoli complicazioni sorte dal viaggio del Re, aggiunse che
quel viaggio aveva «una grande importanza politica, specialmente
nei rapporti con la Germania e l'Inghilterra, date le
pendenti questioni coloniali».

Poco tempo prima il de Soveral aveva assicurato il rappresentante
di un'altra grande potenza che il Re si era messo in
viaggio «per distrarsi»!

Due giorni dopo un giornale ufficioso del gabinetto portoghese,
*La Tarde*, pubblicava un comunicato del tenore seguente:

    «Ci consta che il Re non andrà per adesso in Italia,
    proseguendo invece il suo viaggio per la Germania e
    l'Inghilterra.»

Il *Diario de Noticias*, anch'esso governativo, riproduceva cotesto
comunicato facendolo seguire da un telegramma del suo
corrispondente parigino così redatto:

    «Parigi 19. — Essendo stato impossibile ottenere dal
    Governo italiano che il Re di Portogallo fosse ricevuto
    altrove che a Roma, e visto l'atteggiamento del Papa,
    Sua Maestà ha deciso di rinunziare alla sua visita in
    Italia, proseguendo da qui per la Germania. È giunto
    il signor Visconte de Pindella (Ministro di Portogallo
    a Berlino) il quale accompagnerà il Re a Berlino».

L'ispirazione ufficiale di questa notizia era indiscutibile, ma
intanto la Legazione italiana non riceveva alcuna comunicazione.
Il ministro de Soveral era così imbarazzato, che per
qualche giorno rimase invisibile al Ministero degli Affari esteri
oltrecchè al di Cariati, anche ai rappresentanti degli altri Stati.
La partecipazione dell'abbandono del viaggio a Roma fu fatta
il 21 ottobre, contemporaneamente a Lisbona e alla Consulta.

Il governo italiano non volle aggravare la situazione. Speciali
riguardi erano da esso dovuti alla Corte portoghese imparentata
con la Casa reale d'Italia, ma non poteva d'altronde rinunziare
a precisare dinanzi all'opinione pubblica italiana ed
all'Europa come lo spiacevole incidente fosse nato e si fosse
svolto. Cosicchè quando il 21 ottobre il ministro Carvalho diresse
[pg!199]
una nota al nostro Ministro degli Affari esteri nella quale
si partecipava che la visita del re Carlo era aggiornata indefinitamente
«per l'assenza da Roma del re Umberto e per
l'impegno del re Carlo di trovarsi a giorno fisso presso altra
Corte», Crispi dovette, a salvaguardia della responsabilità
e dignità del governo italiano, esporre in un comunicato dell'*Agenzia
Stefani* la verità e annunziare che all'Incaricato d'affari
d'Italia a Lisbona era stato dato l'ordine di interrompere le relazioni
diplomatiche col governo portoghese e di limitarsi alla
trattazione degli affari correnti. Una frase del comunicato fece
impressione, quella che «augurava cordialmente al Portogallo
di recuperare la propria indipendenza». [#]_

.. [#] Le relazioni diplomatiche tra Italia e Portogallo furono ristabilite in ottobre
   1896 dal Ministero Rudinì, in occasione del matrimonio del Principe di
   Napoli. Nessuna soddisfazione dette il Portogallo per l'incidente dell'anno prima,
   nè forse poteva darne continuando il governo di quello Stato ad appoggiarsi
   sul partito clericale. La causa della rottura delle relazioni fu dimenticata dinanzi
   ad un avvenimento dinastico.


Nel *Diario* di Crispi, sotto la data del *21 ottobre ore 21 ½*
si legge:

    «Visita di Carvalho e Vasconcellos in casa mia. Il Vasconcellos
    è una mia vecchia conoscenza. Lo conobbi a
    Lisbona nell'ottobre 1858. Dopo i saluti consueti, egli
    accennò all'incidente del viaggio del Re Carlo. Risposi:

    \ — Quello che è avvenuto è deplorevole. Amico vostro
    sin dal 1858, vi ricevo quale amico e non quale ministro
    di S. M. Fedelissima presso il Re d'Italia.

    E quale amico vi dirò che il vostro Governo ha agito
    con molta leggerezza. Noi non avevamo chiesta la visita
    del vostro Re, e non ce n'era bisogno.

    \ — È vero, e sono io che il primo ottobre venni a comunicare
    l'avviso ufficiale al sottosegretario di Stato,
    Adamoli. Venni qui da voi, ma non vi trovai. Andai
    poscia a Monza per darne partecipazione a S. M. il Re
    Umberto.

    \ — Or bene, fatto ciò, il vostro Governo doveva andare
    sino al fondo, e non doveva cedere alle minaccie
    del Papa. Voi lo sapete, il Vaticano fa guerra alla monarchia
    italiana, non ostante il nostro contegno benevolo
    e corretto verso il medesimo. È una questione interna
    [pg!200]
    italiana, e voi vi avete dato carattere internazionale.

    Noi non ci adonteremo per questo. Ma innanzi al
    mondo, voi avete preferito il Papa al Re d'Italia, avete
    soddisfatto il nostro nemico, il quale ritiene l'azione
    negativa di Re Carlo quale vittoria della Santa Sede.
    Per ora ci limitiamo a non mandarvi alcun ministro.
    Vedremo dappoi quello che a noi converrà.

    \ — Fo appello alla vostra amicizia di comporre il dissidio.
    Non ve lo domando per me, ma pel mio povero
    paese.

    — Comprendo la vostra premura; ma nulla ho che
    fare per ora. Ve lo ripeto, quale ministro del Portogallo
    non avrei dovuto ricevervi. Vi ho ricevuto e parlato
    come amico e questo nostro colloquio non ha nulla di
    ufficiale.

    Dopo un breve silenzio, il Vasconcellos si è levato e
    ci siamo divisi cordialmente.»

La rottura delle relazioni diplomatiche con l'Italia ferì l'amor
proprio del popolo portoghese e fu un grave colpo al prestigio
del Governo e della Dinastia. Il *veto* del Vaticano raggiunse
lo scopo di turbare ancor più un paese le cui condizioni interne
erano già difficili. Il Papato, il quale non si preoccupò del male
che sapeva di fare, fornì la prova della sua politica nefasta
che ogni considerazione subordinava alla cieca ostilità all'Italia.
Ma nessun giornale portoghese potè dolersi della decisione del
governo italiano. I fogli liberali, al contrario, giustificarono
questo con un linguaggio che non era mai stato adoperato. Il
*Jornal do Commercio* interpretava fedelmente il sentimento della
grande maggioranza del suo paese nel seguente articolo del
26 ottobre:

    «Si è veduta mai maggiore incoscienza?

    Il Governo di S. M. il Re d'Italia, di un Sovrano che
    è nè più nè meno che fratello di S. M. la Regina Donna
    Maria Pia, interrompe le sue relazioni col nostro Governo.

    E qual è l'atteggiamento del Governo Portoghese?

    Si limita a far inserire nel giornale officioso *La Tarde*
    quanto segue:
    [pg!201]

    «Il *Diario de Noticias* che accenna a questa nota la
    commenta nei termini seguenti:

    .... «Sembra pertanto dal modo in cui la stessa stampa
    italiana apprezza i fatti, che questo raffreddamento sarà
    di breve durata».

    .. vspace:: 2

    «Concordano pienamente colle nostre le informazioni
    del nostro collega».

    Questo, in poche parole, vuol dire semplicemente quanto
    segue:

    «Il Governo italiano sta di cattivo umore? Non c'è
    da preoccuparsene: gli passerà!»

    Tali sono le soddisfazioni che il Governo crede di
    dare al Re Umberto, cioè al monarca più strettamente
    imparentato col Re Don Carlos, per la sconvenienza
    [semcerimonia] del procedimento che adoperò verso di Lui.

    Perchè la verità è questa: Il Governo portoghese — secondo
    le sue dichiarazioni — volle usare verso il Re
    d'Italia ogni cortesia ed amabilità, ma — in conclusione — ciò
    che si osserva è che l'effetto di tale cortesia e
    di tale amabilità fu semplicemente quello di lasciare il
    monarca italiano perfettamente paralizzato dinanzi al
    Papa e di far constare che Roma è appena la capitale
    d'Italia.... *in partibus*.

    Ciò fatto, il Governo portoghese poco si cura del giustissimo
    risentimento dell'Italia e telegrafa al Re di
    Portogallo che non se ne dia pensiero, che il risentimento
    dell'Augusto suo zio non è che un capriccio infantile
    perchè non fu fatta la sua volontà, che il capriccio
    gli passerà e che, frattanto, Sua Maestà può continuare a
    divertirsi per avere una distrazione dai mali che il paese
    sta soffrendo e per non preoccuparsi soverchiamente
    delle notizie che ci giungono dall'Affrica e dalle Indie.

    Lo diciamo in coscienza: tanta insensatezza, tanto sconoscimento
    dei proprii doveri, tanta inconsideratezza,
    verso il paese e pei sagrificii che esso fa, non possono
    che essere precursori di gravi avvenimenti perchè sono
    sintomi indubitabili di uno stato di dissoluzione dei poteri
    dirigenti che ne preannunziano già chiaramente
    l'ora estrema.

    No! Le cose non possono continuare così. Il paese
    può pagare col suo danaro e col suo sangue le aberrazioni
    dei suoi governanti, ma non può tollerare che in
    [pg!202]
    faccia all'Europa, la sua onestà, il suo decoro, la sua
    dignità, la sua fierezza siano resi solidali delle spregevoli
    manovre nelle quali si tenta involgerlo.

    No! l'opinione protesta ed è necessario che il Re intenda,
    ed intenda bene, che se acconsente a lasciarsi trascinare
    alla sconsiderazione universale alla quale lo conducono
    gli errori dei suoi Ministri ed i suoi propri errori,
    il paese — lo stesso paese monarchico — non vuol
    essere travolto in questa fiumana ed altamente protesta
    contro questi procedimenti di governo e di diplomazia,
    nei quali l'illegalità, la violenza, la leggerezza ed il solo
    desiderio di godere — al coperto della più pazza incoscienza — si
    dànno la mano per annichilirci e disonorarci.

    Noi non vogliamo mancare al rispetto dovuto al Re,
    ma è indispensabile convincerlo che questo stato di cose
    non può continuare. Non v'è una voce sola che non lo
    dichiari. Nobili e plebei, vecchi e giovani, ricchi e poveri,
    tutti sono unanimi nel riconoscere e nel lamentare
    che il Re ed il suo Governo non soddisfano le aspirazioni
    politiche e morali della nazione.

    Il tedio incomincia ad invadere tutte le classi, già
    spunta il disprezzo e se il Re non capisce l'urgenza di
    retrocedere sulla via che ha presa liberandosi dal nefasto
    suo governo ed ispirandosi a migliori e più serii esempi,
    male gliene avverrà, rovinerà nel dispregio pubblico e
    sè stesso e la Corona gloriosa di cui fu erede.

    Lunedì scorso partì per l'India la spedizione comandata
    dal proprio fratello del Re e le tristi notizie che
    ci giungono da Goa non sono tali che possiamo avere
    piena fiducia sull'esito finale della lotta e dei sacrificii
    cui vanno incontro i nostri soldati.

    Non sarebbe stata questa una propizia occasione perchè
    il Re tornasse direttamente in Portogallo, ponendo
    a tempo un termine dignitoso all'incidente italiano?

    Tutto lo indicava, ma tanto il Re quanto il suo Governo,
    ciechi l'uno al par dell'altro, non lo videro, e la
    vigilia di quella giornata grave e penosa Sua Maestà
    non trovò nulla di più opportuno che di andarsi a distrarre
    nel teatro della «Gaité» dagli alti suoi doveri di
    capo dello Stato, e di rammentare le pagine della nostra
    epopea indiana.... ascoltando i «couplets» dei «Vingt
    huit jours de Clairette».

    Che ufficiali e soldati abbandonino le loro famiglie,
    [pg!203]
    offrendo in sacrificio alla patria la miglior parte del loro
    sangue; che il contribuente sparga il suo sudore per
    soddisfare le esigenze della nazione....

    In cima a tutto ciò passa trionfante il Re di Portogallo,
    violando i suoi giuramenti, calpestando le leggi,
    senz'altro pensiero ostensibile se non quello di menar
    vita allegra e senza fastidi.

    Per quanto sia duro a dirsi, vi sono due cose che nessuno
    negherà: cioè la verità fotografica del quadro che
    abbiamo tracciato, l'opportunità di gridare ad alta e
    chiara voce ciò che tutti nell'intimità riconoscono.

    Siccome non chiediamo dalla Corona la soddisfazione
    di alcuna ambizione e poichè, al contrario, siamo mossi
    da un irresistibile impulso di civico dovere, assumiamo
    di buon grado questa ingrata missione di dire la verità
    al Re, e non la tradiremo perchè non siamo mossi da
    odii, nè da timore.

    Monarchici e conservatori liberali quali siamo, noi sappiamo
    che il nostro posto è questo!»

La soluzione data all'incidente dal Governo italiano fu giudicata
favorevolmente da quasi tutta Europa (fece eccezione,
naturalmente, la stampa clericale), e raffreddò le accoglienze
che il re Carlo ebbe in Germania e in Inghilterra.

Da Berlino, l'ambasciatore conte Lanza scriveva in data 20
e 31 ottobre:

    «.... Il barone Marschall si espresse, fin d'allora, meco
    in termini sdegnosi per l'incapacità, la debolezza, del
    resto ben note, del Gabinetto di Lisbona. S. M. Fedelissima
    arriverà qui il 1.º novembre. Essa aveva fatto chiedere
    di anticipare di una settimana il suo arrivo, ma
    S. M. l'Imperatore rispose che non poteva riceverlo prima
    di quell'epoca, già precedentemente fissata. Di feste a
    Corte non si parla finora e Sua Maestà non farà col re
    Carlos, che si tratterrà qui pochi giorni, molti complimenti,
    tanto più dopo l'incidente del viaggio a Roma....»

..

    «Segretario di Stato dipartimento Esteri quasi volendo
    scusare ricevimento Re del Portogallo, mi disse iersera
    confidenzialmente che, stante l'incidente viaggio Roma,
    feste sono state ridotte stretto limite convenienza, non
    [pg!204]
    vi sarà ricevimento ufficiale Berlino, ma solo al *Neuen
    Palais* a Potsdam ove Re del Portogallo alloggia. Sabato
    pranzo a Potsdam senza invito Corpo diplomatico. Domenica
    Loro Maestà interverranno *Opera* ove avrà luogo
    non la così detta rappresentazione di gala, ma soltanto
    teatro *paré*. Giornali parlano appena arrivo Re del Portogallo.»

Al teatro l'Imperatore fece rappresentare l'opera *Rienzi*, divertendosi
a far vedere al suo ospite Roma sulla scena.

In Inghilterra non fu meno avvertito il danno che l'incidente
aveva prodotto, e l'ambasciatore Ferrero riferiva:

    «Salisbury, mostrandosi vivamente preoccupato di
    quanto potrebbe avvenire in Portogallo, qualora nel
    Parlamento italiano qualche interrogazione intorno al
    noto incidente della visita suscitasse espressioni vivaci,
    mi ha chiesto caldamente di pregare il Regio Governo
    di evitare possibilmente ogni interpellanza al riguardo
    nella Camera. Egli giunge perfino a temere che il contraccolpo
    nel Parlamento portoghese potrebbe condurre
    alla caduta di quella dinastia.»

Alla caduta della monarchia portoghese, avvenuta dopo l'inaudita
strage della famiglia reale, non fu estranea la supina
subordinazione dello Stato all'influenza clericale, che determinò
l'incidente del quale abbiamo narrato le fasi. È giustizia
ricordare che il malcontento popolare aveva origini remote, ed
era andato sempre crescendo. Quando penetrò nell'esercito decise
delle sorti del regime monarchico.

Sin dal dicembre 1889 si scriveva a Crispi da Berlino:

    «Fortunatamente non esiste alcun generale abbastanza
    in vista per mettersi, come al Brasile, alla testa
    di un pronunciamento simile a quello che ha rovesciato
    Don Pietro II con un colpo di mano che ha avuto quasi
    le proporzioni di un *escamotage*. Altrimenti, al primo tentativo
    di adoperare a Lisbona un tale procedimento, la
    Dinastia «crollerebbe come un castello di carta». Una
    rivoluzione popolare sembra in Portogallo tanto poco
    inverosimile come era a Rio de Janeiro; l'esercito, nel
    [pg!205]
    suo insieme, è senza dubbio animato da sentimenti di
    onore e di disciplina, ma a condizione che abbia un capo
    di sua fiducia. Del resto, la rivoluzione o evoluzione
    operatasi recentemente nel Brasile prova che i mestatori
    non hanno bisogno del concorso delle masse, purchè dispongano
    di generali come i capi del *pronunciamento* brasiliano.
    Importa quindi che il Sovrano sappia guadagnare
    le simpatie dell'esercito, circondarsi di ufficiali di provata
    fedeltà, e sopratutto ch'egli possa fare assegnamento
    sul comandante militare di Lisbona....

    Se il movimento repubblicano avesse, come al Brasile,
    trionfo in Portogallo, e in seguito forse anche in Spagna,
    tale avvenimento sarebbe un danno grave per il principio
    monarchico in Europa e un vantaggio per le istituzioni
    della Francia, che vorrebbe trovare dappertutto
    alleati contro la Germania e l'Italia.»

Crispi non aveva mancato di dare consigli al governo portoghese,
e si era adoperato con successo presso l'Inghilterra
per una soluzione amichevole del conflitto sorto per le colonie
anglo-portoghesi nell'Africa occidentale. In una lettera — si
noti — dell'11 gennaio 1891, il ministro d'Italia a Lisbona
scriveva a Crispi:

    «Dopo il mio ritorno fui ricevuto in udienza particolare
    da S. M. il Re, il quale mi espresse il suo gradimento
    pei buoni uffici prestati da V. E. al Portogallo
    nella sua vertenza coll'Inghilterra.

    Il Ministro degli affari Esteri mi incaricò di ringraziare
    V. E. pel benevolo e costante concorso prestato
    dal R. Governo in questi difficili momenti al Governo
    Portoghese.

    Colsi l'occasione per eseguire le istruzioni datemi verbalmente
    da V. E. ed esposi al signor Du Bocage la penosa
    impressione che desta la soverchia indulgenza del
    Governo Portoghese verso il partito repubblicano per
    gli inconvenienti che ne possono risultare a danno delle
    istituzioni, e sovratutto per la rilassatezza della disciplina
    nell'esercito.

    Il Ministro mi assicurò che la condizione interna si
    era molto migliorata e che il Gabinetto si studiava di
    mantenere l'ordine e che il partito repubblicano non era
    [pg!206]
    da temersi che in caso di nuovi aggravii da parte dell'Inghilterra,
    che desterebbero grande irritazione nel
    paese, la quale sarebbe poi sfruttata a suo pro dal partito
    repubblicano. Le notizie poi circa allo spirito dell'esercito
    essere esagerate.

    Non devo celare a V. E. che il mio discorso non sortì
    molto effetto. Il signor Du Bocage accolse le mie parole
    come espressione della premura che dimostra il R. Governo
    verso il Portogallo, ma parmi che egli non si
    renda conto dei pericoli di una simile condizione di cose.
    Tale è la fiacchezza degli ordini di Governo e dei costumi
    politici in questo paese, che ben difficilmente si
    muteranno le cose ed il mio collega di Spagna, il quale,
    per incarico del suo Governo, tenne un simile linguaggio,
    ha la stessa opinione.

    Il Re mi parve maggiormente impressionato e mi disse,
    e forse con ragione, essere ora assai difficile di prendere
    provvedimenti contro ufficiali, ai quali finora si era lasciata
    la più sconfinata libertà di parola e di azione.

    Intanto, malgrado che gli spiriti siano ora più calmi
    e che i partiti apparentemente mettano a tacere i loro
    dissensi, il partito repubblicano continua la sua propaganda.

    Si tenne in questi giorni un Congresso del partito
    repubblicano a Lisbona, con piena libertà, e si addivenne
    alla nomina di un nuovo Direttorio, nel quale figurano
    due Maggiori Generali in servizio attivo, sebbene non
    provvisti di comando di truppe, i signori Latino Coelho
    e Souza Brandão.

    Altro sintomo poco rassicurante circa la disciplina
    dell'esercito si è l'adesione di molti ufficiali all'associazione
    della «Lega Liberale», fondata sotto parvenza di
    un'associazione patriottica dal signor Fuschini, deputato
    del gruppo parlamentare detto della Sinistra dinastica.
    L'associazione non ha carattere repubblicano, ma è certo
    cosa poco consentanea allo spirito di disciplina militare
    questa partecipazione di ufficiali a manifestazioni politiche.

    Nel riferire le condizioni attuali del Portogallo mi
    giova ripetere quanto ho già esposto nella mia corrispondenza
    in proposito, cioè che i costumi e l'indole di
    questo popolo attenuano la gravità della situazione e
    rendono forse più remoto lo svolgimento di avvenimenti
    [pg!207]
    che altrove sarebbero la conseguenza immediata delle
    cause di pericoli per le istituzioni da me enunciate.

    Il componimento della vertenza colla Gran Bretagna
    gioverà molto a rendere più sicuro il mantenimento
    dell'ordine vigente e toglierà al partito repubblicano
    l'arma più potente di cui dispone per agitare il paese.»

Date le cause molteplici del malcontento del paese contro
la dinastia, la propaganda repubblicana, facilitata dalla debolezza
del governo, doveva portare i frutti che ha portato.
[pg!208]
[pg!209]




L'EUROPA E LA QUESTIONE ORIENTALE.
==================================


[pg!211]

:small-caps:`Capitolo Ottavo.` — La questione balcanica.
========================================================


.. class:: small

Nel 1879 Crispi esprime la sua fede nel riordinamento della penisola balcanica
sulla base delle nazionalità. — Critica del Trattato di Berlino nei riguardi della
Balcania. — Tre colloqui inediti tra Crispi e il principe di Bismarck. — La seconda
fase della questione bulgara e la Triplice italo-anglo-austriaca. — La Turchia
dichiara al principe Ferdinando l'illegalità del suo soggiorno in Bulgaria. — Insuccesso
della politica russa. — Stambuloff ringrazia Crispi in nome del popolo
bulgaro. — Riconciliazione russo-bulgara. — Due indirizzi a Crispi della «Confederazione
Orientale». — La questione di Creta e il malgoverno turco. — Crispi e
l'Albania. — Crispi trova nel Montenegro la sposa pel futuro re d'Italia. — La Confederazione
balcanica con Costantinopoli capitale. — «Il Sultano se ne vada in Asia».

.. vspace:: 2

Le idee di Crispi intorno al complesso problema della sistemazione
dell'Oriente europeo non mutarono mai; che fossero
conformi ai diritti dei popoli balcanici e della civiltà, e politicamente
rispondessero agl'interessi essenziali di tutta l'Europa,
è dimostrato dalla guerra di liberazione mossa alla fine del 1912
dai quattro Stati alla Turchia, — guerra fatale, preferibile anche
a qualsiasi soluzione che avesse potuto escogitarsi e imporsi
dalle grandi Potenze. Soltanto le armi, infatti, possono col loro
taglio netto dipanare siffatte intricate matasse, e operare le supreme
rivendicazioni. Questa volta esse hanno altresì reso un
notevole servigio alla diplomazia, riscattandola dalla politica
ipocrita e umiliante che ha sostenuto per tanti decenni un regime
spregevole e spregiato.

Per rimanere nel tempo a noi più vicino, ricordiamo che
in occasione della discussione circa la politica estera fatta alla
[pg!212]
Camera nel febbraio 1879, nella seduta del 3 l'on. Crispi, trattando
della questione orientale, disse:

    «Io, o signori, ho la convinzione che la penisola dei
    Balcani può essere ricostituita sulla base della nazionalità.
    Io ho fede profonda che fra quelle genti non vi
    sia che il soffio della libertà il quale possa vivificarle,
    incivilirle, metterle in quella grande via in cui sono da
    parecchi secoli le altre nazioni di Europa.

    La Bulgaria, signori! ma quanti atti di eroismo non
    furono fatti in quel paese? Avete dimenticato il libro
    di Gladstone, *Bulgarian orrors*, dove si ricordano gli alberi
    convertiti in forche per impiccarvi coloro che erano
    insorti in nome della patria e della religione?

    Come mai si può dire che quei popoli fossero contenti
    del dominio turco, mentre hanno lottato per tanti secoli
    contro il medesimo?

    Dimenticheremo l'eroismo di quella forte razza, la quale
    vive nel Montenegro, e la quale per lungo tempo, mentre
    altre popolazioni cedevano alla forza brutale, seppe resistere
    con miracoli di eroismo all'invasore straniero?

    Signori: Non vedete voi che questi atti di coraggio,
    tanta virtù e tanta potenza di volontà, provano indiscutibilmente
    quella vitalità che è l'indizio vero della
    esistenza dei popoli?

    Come volete che si affermi una nazione nei momenti
    della lotta di fronte ad una forza superiore che le sovrasta,
    e, dopo la lotta, dinanzi al carnefice? Non abbiamo
    forse uguali esempi nel nostro paese dal 1820
    al 1860? E mettendo a paragone quello che fu fatto
    dall'Italia durante il lungo servaggio e che fu fatto nella
    penisola balcanica dalle soggiogate popolazioni dal principio
    del secolo in poi, avremo noi il coraggio, noi nazione
    costituita da ieri, di imprecare a tanto eroismo e
    a tanta virtù? (*Bravo! Bene, a Sinistra.*).

    Dunque gli elementi pel riordinamento della penisola
    balcanica sulla base della nazionalità esistono, e bisogna
    fidare nel tempo perchè fruttino e si svolgano.»

Crispi non fu soddisfatto del trattato di Berlino del 1878 che

    «smembrò la Rumania, tradì la Grecia, ruppe il fascio
    delle forze rivoluzionarie le quali sin dal giugno 1875
    [pg!213]
    si erano levate per la redenzione della razza slava.
    Al 1878, come al 1875, fu disconosciuta la ragione dei
    popoli. Quello che si volle e si convenne nella capitale
    tedesca fu detto nel Parlamento inglese. Lord Beaconsfield,
    questa incarnazione del vecchio spirito britannico,
    dichiarò alla Camera dei Pari che i congregati sentirono
    la necessità di mantenere ancora il dominio degli Osmani.
    Ma neanco questo è definitivo, esso è piuttosto un componimento
    provvisorio e — siccome scriveva Lord Salisbury
    nella sua circolare la quale era unita al trattato — dipenderà
    dai ministri del Sultano se sapranno
    usare degli accordi conclusi, o se sprecheranno questa
    probabilmente ultima opportunità offerta alla Turchia.

    E tutti prevedono che la Turchia non farà senno, e
    che tosto o tardi verrà scossa da nuove convulsioni,
    ond'essa andrà irremissibilmente a rovina. Pertanto l'Inghilterra
    si è impossessata di Cipro, la Russia riprese
    la Bessarabia, e l'Austria occuperà l'Erzegovina e la
    Bosnia. Sono tre potenti stazioni militari, le quali mentre
    indicano la reciproca diffidenza dei gabinetti di Londra,
    Pietroburgo e Vienna, fanno presumere un forzato compromesso,
    cioè che nulla verrà stabilito nell'Oriente senza
    il loro consenso. È chiaro che sono nelle mani di coteste
    potenze i termini della grave questione, e che dipenderà
    dalla prudenza dei tre governi la fortuna delle
    popolazioni, le quali vivono nella penisola balcanica.»

In altra circostanza Crispi disse:

    «Al 1878 l'Europa ebbe una tregua e non la pace. In
    Oriente il problema nazionale è ancora insoluto. Si dice:
    o la Russia sino all'Adriatico, o l'Austria sino all'Egeo.
    Non accetto il dilemma. L'Italia deve essere amica dell'Austria
    e della Russia, ma non dobbiamo voler mai
    che l'una o l'altra escano dai loro confini. L'Austria
    ebbe a Berlino con la Bosnia e l'Erzegovina una invulnerabile
    frontiera all'Oriente [#]_ e dev'esserne contenta.»

.. [#] Questo giudizio sul valore delle due provincie fu dato anche dal giornale
   ufficioso della Cancelleria austro-ungarica, il *Fremdenblatt*:

   «Allorchè avremo reso la Bosnia e l'Erzegovina un baluardo ed un antemurale
   dell'Austria-Ungheria, la Serbia ed il Montenegro non ci potranno più
   dar noia».

[pg!214]

A questo programma Crispi rimase fedele anche da Ministro.
Ostacolò i tentativi della Russia di esercitare un'influenza preponderante
in Bulgaria e in Rumania, temperando il russofilismo
del principe di Bismarck, e legò l'Austria all'impegno
di garantire lo *statu-quo* nei Balcani. Tale politica ha mantenuto
la pace ed ha dato tempo ai popoli balcanici di prepararsi a
risolvere la loro partita secolare con la Turchia, con le proprie
forze e nel proprio interesse. Oggi la Russia non può più pensare
ad alcuna supremazia sugli Stati balcanici, usciti con quest'ultima
guerra dalla minore età, nè a stabilirsi a Costantinopoli;
e neppure l'Austria può ragionevolmente coltivare ancora
la speranza d'inorientarsi. È finalmente avvenuto quello
che Crispi auspicava nel 1879: le genti balcaniche, postesi sulla
grande via del progresso civile, costituiscono oggi un baluardo
insuperabile alle ambizioni russe e austriache.

Quello che Crispi pensasse della politica russa in Oriente, e
come agisse per ostacolarla, risulta dai colloqui col principe
di Bismarck e dai documenti sulle questioni bulgara e rumena
da noi pubblicati in un precedente volume. [#]_

.. [#] Cfr. :small-caps:`Francesco Crispi`: *Politica Estera*.

Qui riproduciamo dal *Diario* di Crispi tre dialoghi ancora
inediti tra il gran Cancelliere e Crispi del maggio 1889. In
quel mese, come è noto, il re Umberto, accompagnato dal suo
primo ministro, si recò a Berlino a restituire la visita ricevuta
dall'imperatore Guglielmo l'anno innanzi:

    *22 maggio.* — Alle 4.45 pom. vo dal principe di Bismarck.

    Trovo nel salone il Re, il quale conversa con la principessa
    di Bismarck. Dopo 5 o 6 minuti il Re si congeda
    con queste parole: «Vi lascio col signor Crispi».

    Il principe ritorna al discorso fatto altre volte sulla
    Russia, e sui suoi progetti nella penisola balcanica.

    \ — Bisogna — egli dice — non impedire alla Russia
    di andare a Costantinopoli. Collocata quale è oggi, essa
    è inattacabile. Sul Bosforo diverrebbe debole e potrebbe
    facilmente esser battuta.

    \ — E la Rumania e la Bulgaria diverrebbero sua preda.
    [pg!215]
    Comprendo che, con un Sultano russofilo, l'impresa sarebbe
    facile; ma l'Europa ci perderebbe.

    \ — Lasciando la Russia libera, la Francia se ne distaccherebbe;
    ed avremmo anche evitato una grande guerra.
    Al contrario, se non si lasciasse alla Russia di avanzarsi,
    essa entrerebbe in Galizia, ed avremmo una crisi
    generale.

    \ — Quanta è la truppa russa sulle frontiere?

    \ — 200 mila uomini sono verso la nostra frontiera,
    300 mila verso i possedimenti austriaci, nulla verso la
    Rumania. Siete stato mai alla caccia? Bisogna attendere
    gli animali al varco per ucciderli. Non abbiate fretta,
    e lasciate che le cose si svolgano da sè. La Russia vuol
    Costantinopoli, e bisogna lasciar che ci vada. Del resto,
    non vale la pena di occuparci del Sultano. Che si lasci al
    suo destino. Una volta i Russi a Costantinopoli, il Sultano
    si contenterà del loro protettorato; purchè gli lascino
    l'harem egli non domanderà altro.

    \ — Sarebbe un danno pei piccoli Stati danubiani, i
    quali sarebbero assorbiti.

    \ — No, la Russia non li toccherebbe. Il suo proponimento
    è quello soltanto di avere dei principi ortodossi.

    \ — Ed in Rumania pare che si avvii a ciò, la potenza
    del principe Carlo essendo scossa ed il partito russofilo
    manifestando l'antico desiderio di mettere sul trono uno
    degli antichi ospodari.

    \ — I rumeni vanno anche più in là; distruggerebbero
    l'unità, e rifarebbero i due piccoli Stati con Jassy e Bucarest
    capitali.

    Mentre il principe pronunziava le ultime parole, l'orologio
    segnava le 5.30 pomeridiane.

    Mi alzo, pregandolo a permettermi di riprender domani
    il discorso. Alle 6 essendovi il gran pranzo a Corte,
    ero costretto ad andarmene.

..

    *23 maggio.* — Alle 2 e mezzo giungo alla casa del
    principe di Bismarck. Egli era in un salone del pian
    terreno.

    Chiesi scusa di esser giunto mezz'ora dopo dell'ora
    stabilita. Il principe rispose che nulla vi era di male,
    egli dovendo restare tutta la giornata in casa.

    Entrai subito in argomento, e ripresi il discorso al
    punto in cui ieri era stato interrotto.
    [pg!216]

    \ — Orbene, Altezza, le cose dettemi ieri io le sapeva.
    Me ne avete parlato altre volte. Ora vi domando: le
    avete mai fatte conoscere a Lord Salisbury?

    \ — No; ma ne ho parlato all'Imperatore d'Austria.

    \ — E quale è stata la sua risposta?

    \ — L'Imperatore crede che non bisogna lasciar passare
    la Russia, ma impedirle di andare a Costantinopoli.
    L'Imperatore teme degli Ungheresi, i quali sono contrarii
    a che la Russia si stabilisca sul Bosforo. Ed han
    torto! La Russia sul Bosforo s'indebolirebbe, finirebbe
    come tutti gli altri che vi stettero altre volte.

    \ — Ma gl'Imperatori romani vi stettero per molti secoli,
    ed il Turco v'impera anche da secoli, e quantunque
    debole, nissuno ha potuto spodestarlo.

    \ — Non l'han voluto spodestare, perchè l'Europa si è
    sempre opposta alla marcia dei Russi. La Russia questa
    volta non andrà per terra a Costantinopoli. Essa farà
    una spedizione per mare.

    \ — Credete voi, che la flotta russa sia forte nel mar Nero?

    \ — Lo diviene; e fra un paio d'anni avrà raddoppiato
    il suo naviglio. Essa potrà riunire subito da 30 mila a
    40 mila uomini e gettarli in Rumelia. Bisogna lasciarla
    fare, e porre l'Inghilterra in condizione da gettarsi nella
    lotta.

    \ — Ma voi non ignorate che ci siamo concordati con
    l'Inghilterra di non permettere alcun mutamento allo
    *statu-quo* del Mediterraneo e dello Egeo.

    \ — Non basta. L'Inghilterra potrebbe trovar modo a
    sfuggire all'adempimento delle fatte promesse. Bisogna
    comprometterla, ed allora, essendo impegnata a far la
    guerra, saremo in quattro.

    \ — Credete voi, che la Francia farà presto la guerra?

    \ — Non lo credo. Non è pronta. La sua polvere non
    dura sei mesi.

    \ — Ma l'Inghilterra anch'essa ha bisogno di tempo.
    Avrà bisogno di 3 o 4 anni per compiere il naviglio.

    \ — Basterà un paio d'anni. Ma avendola anche oggi
    con noi, le nostre navi riunite alle inglesi potranno
    tener fronte alla squadra francese.

    \ — Conoscete un signor Tachard?

    \ — Lo conosco. Stette da me alcuni giorni. Le mie
    signore lo chiamavano sempre *Crachard*, perchè sputava
    sempre, anche sui tappeti.
    [pg!217]

    \ — Che ne dite del suo progetto, di fare dell'Alsazia
    e della Lorena uno Stato autonomo neutrale.

    \ — Per darlo a chi?

    \ — Anche ad uno dei vostri principi.

    \ — È finito il tempo degli Stati neutrali. Lo vedete
    con la Svizzera, la quale arresta i miei agenti. Bisogna
    che lo Stato, come l'uomo, sia responsabile degli atti suoi.

    \ — Si toglierebbe un motivo di guerra con l'Alsazia
    e la Lorena neutrali. Che ne dicono in Francia?

    \ — Il Governo francese l'accetterebbe; ma anche con
    questo, la guerra non sarebbe evitata. Sarebbe tolto a
    noi di attaccare la Francia per terra, mentre la Francia
    ci attaccherebbe per mare.

    \ — Avete fede nel Governo austriaco?

    \ — Ho fede nell'Imperatore. Ma non certamente nel
    Conte Taaffe.

    \ — Taaffe non è amico vostro, siccome non è amico mio.

    \ — Bisogna aggiungere che in Austria son molte le
    simpatie per la Francia, e si fa tutto il possibile per
    distaccarla dall'Italia e dalla Germania.

    \ — L'Austria vivrà finchè sarà con voi. L'Imperatore
    tiene alla nostra alleanza, perchè tiene all'esistenza dell'impero.
    Lo Czar sarebbe contento del distacco dell'Austria;
    egli non vorrebbe che la nostra neutralità, ed
    allora l'Austria sarebbe distrutta. La sua posizione non
    è come la vostra e la nostra. L'Italia e la Germania
    vivono delle forze proprie, perchè hanno il cemento
    della nazionalità.

    \ — Lo comprendo. Ma l'Austria com'essa è, è necessaria
    all'equilibrio europeo, e giova mantenerla.

    \ — Anch'io sono di questo avviso. Ed ho lavorato sempre
    a mantenerla. Al 1866 non volli annientarla. Oggi
    dobbiamo mantenerla.

    \ — Sta bene, ma è necessario che quel Governo non
    turbi la nostra esistenza.

    \ — L'Imperatore lo sa; e con lui nulla havvi da temere.

    \ — Taaffe è troppo cattolico, e per poco che s'intenda
    con la Francia, potrebbe suscitarci molestie. Globet negli
    ultimi giorni del suo governo tentò di risuscitare la Convenzione
    di settembre.

    \ — Globet non è un uomo abile; ma parmi inverosimile
    che abbia potuto usare un tal contegno. Il domandare
    [pg!218]
    il ristabilimento della Convenzione di settembre
    sarebbe lo stesso che far occupare una parte del territorio
    italiano con un esercito. Sarebbe la guerra; e la
    Francia non commetterebbe cotesto errore.

..

    *25 maggio.* — Alle 5 e mezzo pomeridiane il principe
    di Bismarck è venuto a trovarmi. Il discorso versò sull'argomento
    del giorno, cioè il ritorno del Re in Italia,
    e perciò sulla via da seguire.

    \ — Siccome saprete, disse il principe, tutto è accomodato.
    L'Imperatore, spontaneamente, ha rinunziato al
    viaggio a Strasburgo; solamente ha espresso il desiderio
    che restiate fino a domani, domenica, e credo che S. M.
    il Re avrà consentito.

    \ — Vi ringrazio della presa risoluzione. Io ho bisogno
    di ritornar presto a Roma; le Camere sono aperte, ed
    il lavoro, che ci resta ancora, è molto.

    \ — Domani, domenica, credete voi che il Re abbia bisogno
    di un prete?

    \ — È un affare che lo riguarda ed in materia di religione
    io non entro. Quando siamo a viaggiare in Italia
    nei palazzi reali è la cappella, e Re e Regina vanno a
    messa. A Roma, la domenica, vedo il Re dalle 10 alle 12
    per la firma dei decreti e delle leggi; e non mi occupo
    d'altro.

    \ — Avete ancora questioni col Turco?

    \ — Quegli è una bestia; e non sa quello che fa.

    \ — Avete ragione; ma le bestie bisogna addomesticarle
    e non batterle.

    \ — E i suoi governatori bestie come lui....

    \ — No, più di lui; ma non bisogna tenerne conto.
    Quando avrete bastonato un cane, sarete per ciò più
    forte di prima?

    \ — Io credo che sono mal consigliati quei governatori,
    perchè li trovo sempre insolenti ad ogni occasione, e
    suscitano brighe senza motivo alcuno. Nell'affare di
    Hodeida mi tennero a bada per oltre due anni. Avevamo
    convenuto che per la ingiuria fatta al mio console,
    il governatore avrebbe dato soddisfazione. Un giorno
    ebbi da Costantinopoli la notizia che tutto era finito,
    che la soddisfazione era stata data. Io, per togliere nuovi
    contatti tra il governatore ed il console, richiamai quest'ultimo.
    Quale non fu la delusione! Ero stato ingannato;
    [pg!219]
    era una menzogna quello che mi era stato assicurato
    dalla Porta Ottomana. Più tardi nel gennaio di quest'anno,
    alcuni artiglieri turchi scompongono la tomba
    di un cittadino italiano e ne violano il cadavere. Reclamiamo
    e ci vien risposto che si aspettano ordini dal Governo
    centrale. Domandiamo che li sollecitino per telegrafo
    e ci vien detto che il telegrafo era rotto. Anche
    questa era una menzogna. Allora diedi l'ordine al general
    Baldissera che mandasse le navi. Nel mar Rosso non
    potevo permettere che l'Italia fosse trattata così male.
    La Turchia, con le sue follìe, può essere scusata altrove,
    ma non nel mar Rosso.

    \ — Andrete in Africa?

    \ — Sventuratamente vi siamo, Altezza. Soltanto bisogna
    trovar modo di starvi bene. All'Asmara, nel paese
    dei Bogos e altrove vi sono terreni da coltivare; e anche
    potremo avere una frontiera naturalmente strategica.

    \ — Gl'inglesi però, dopo aver conquistato l'Abissinia,
    l'abbandonarono. Se fosse stato possibile colonizzarla, vi
    sarebbero rimasti.

    \ — Agl'inglesi bastò di imporvi il segno della loro
    potenza, e non ebbero altro scopo con la loro spedizione.
    Noi, l'Italia e la Germania, siamo venuti tardi. Abbiamo
    trovate occupate nell'Asia, nell'Africa e nell'America le
    regioni coltivabili e ci resta poco a fare.

    \ — Volete comperarvi i possedimenti tedeschi dell'Africa?

    \ — Altezza, io sono pronto a vendervi i possedimenti
    italiani!»

Se la Bulgaria ha potuto ordinarsi e sviluppare le sue risorse
sotto il savio governo di Ferdinando di Coburgo, non
piccolo merito spetta a Crispi che, dal giorno dell'elezione di
quel principe, sostenne con successo nei consigli d'Europa il
*non-intervento*, in omaggio al principio di nazionalità. L'Inghilterra
dapprima si era disinteressata delle sorti dell'elezione
fatta dall'assemblea bulgara di Tirnovo, e non si opponeva
alla pretesa russa che il Sultano rifiutasse di confermarla,
come, mancando il consenso unanime delle grandi potenze,
gliene dava diritto il trattato di Berlino. Mutò atteggiamento
dipoi, associandosi alla proposta italiana che si rispettasse il
volere del popolo bulgaro.
[pg!220]

Senza riprodurre qui documenti già da noi pubblicati, giova
tuttavia, a esporre esattamente il pensiero di Crispi, che ricordiamo
poche frasi contenute in telegrammi di quel tempo:

Crispi al Re (16 agosto 1887):

    .... Aggiungerò che l'Italia per essere fedele alle sue
    tradizioni, ai suoi principii, ai suoi interessi, deve mirare
    a che la Bulgaria, come tutti gli Stati balcanici, si
    avvii all'indipendenza.»

Crispi all'ambasciatore italiano a Costantinopoli (18 agosto):

    «Due fini essenzialmente ci proponiamo: l'uno immediato,
    cioè il mantenimento della pace; l'altro mediato
    ed a più lunga scadenza, che è l'assetto definitivo su
    basi salde e razionali, di popolazioni europee e cristiane
    non ancora costituite a nazioni, benchè aventi tutti gli
    elementi etnici e morali che valgono a determinare la
    nazionalità.»

Crispi all'ambasciatore italiano a Costantinopoli (31 agosto):

    «I bulgari, sotto un principe di loro scelta, il quale,
    malgrado gli errori che ha potuto commettere, dispone
    certamente di un partito non indifferente, sono in procinto
    di organizzare un governo. Il meglio è di non
    intralciare l'opera loro. Un tentativo d'ingerenza, o
    peggio d'intervento, esporrebbe l'Europa o a dover confessare
    la propria impotenza a dar soluzione alla crisi,
    oppure, se si ricorresse alla violenza, a provocare essa
    stessa il conflitto che si vuole appunto evitare.»

La questione non ebbe termine nel 1887; ma alla fine di
quell'anno l'*entente* italo-anglo-austriaca era un fatto compiuto
ed esercitava a Costantinopoli una grande influenza. Quello che
avvenne dipoi, tra la Russia irritata e irremovibile nella sua
avversione al principe Ferdinando e le tre potenze concordi
nel mandare a monte i suoi disegni, fu un giuoco di abilità
dal quale la Russia non trasse alcun vantaggio.

Il governo russo non volendo confessare il vero motivo del
suo contegno, si lagnava di pretese relazioni esistenti tra i capi
[pg!221]
del potere a Sofia ed i nihilisti. Il signor Stambuloff stesso,
presidente del gabinetto bulgaro, era accusato di essere stato
espulso dal seminario di Odessa a cagione dei suoi principii
ultra-socialisti; e si affermava altresì la scoperta di una corrispondenza
tra un membro del medesimo gabinetto e un ufficiale
di marina compromesso in un attentato contro la vita
dello Czar. Tali accuse venivano considerate come molto pericolose
per la pace europea, poichè lo spettro del nihilismo
era agitato nello intento di mantenere viva l'ansietà dello Czar
e di spingerlo a risoluzioni estreme.

Il terreno legale sul quale la Russia si era posta, era questo.
La Turchia, invitata ad agire, esitava per due ragioni: 1.ª perchè
mancava l'unanimità delle Potenze; 2.ª perchè si preoccupava
di quello che sarebbe avvenuto in Bulgaria tanto se il principe
di Coburgo avesse obbedito all'intimazione di ritirarsi, quanto
se avesse disobbedito.

Il Cancelliere russo non ammetteva che potesse esservi divergenza
tra le potenze sul primo punto. Il trattato di Berlino
era stato violato dal Principe il quale aveva assunto la carica
prima che la sua elezione fosse confermata. Su ciò nessuna potenza
dissentendo, a tutte s'imponeva, all'infuori di ogni altra
considerazione, l'obbligo di ristabilire l'ordine giuridico e di
manifestare la loro solidarietà a Costantinopoli.

Sulla seconda ragione delle esitazioni del Sultano, il Cancelliere
Giers si limitava a protestare che le intenzioni della
Russia erano pacifiche: lo Czar non voleva spingere il Sultano
a misure militari, nè ricorrervi esso medesimo. La dichiarazione
che si chiedeva al Sultano di fare a Sofia avrebbe raggiunto
pacificamente lo scopo di togliere alla questione ciò che aveva
di minaccioso per la penisola balcanica e per la pace europea.

Appare evidentemente evasiva la risposta che la Cancelleria
di Pietroburgo dava al secondo quesito.

Il 17 e il 19 febbraio 1888 l'ambasciatore di Russia sig. Uxkull,
conferiva sul detto argomento con Crispi. Leggiamo nel *Diario*
di questi:

    «Viene d'ordine del suo Governo a chiedere che l'ambasciatore
    italiano a Costantinopoli si associ all'ambasciatore
    russo di quella città allo scopo di ottenere dal
    [pg!222]
    Sultano che dichiari al principe Ferdinando illegale il
    suo soggiorno in Bulgaria.

    Rispondo che l'Italia ritenne sempre legale l'elezione
    del principe Ferdinando, illegale la sua presenza sul
    trono bulgaro. In quanto alla domanda russa soggiungo
    non comprenderne lo scopo. Chiedo tempo a rispondere.
    Stabiliamo d'accordo che ci saremmo riveduti domenica
    19.»

    «Uxkull viene a chiedermi la risposta promessagli
    venerdì.

    Rispondo: vi ripeto che noi riteniamo legale l'elezione
    del principe Ferdinando, illegale la sua presenza in Bulgaria.
    Questa mia opinione l'ho manifestata alla Turchia,
    verbalmente dicendola a Photiadès-pascià, e per
    nota scrivendola sin dal 17 agosto 1887 al barone Blanc,
    che la comunicò alla Porta. Mi par inutile, ozioso, ripeterla
    oggi e non so comprendere lo scopo cui mira la
    Russia.

    \ — La chiediamo perchè senza l'assentimento di tutte
    le potenze, la Porta non farebbe la dichiarazione.

    \ — Ma quando la Porta avrà fatto cotesta dichiarazione,
    quale conseguenza ne trarrete? Prima di decidermi,
    avrei bisogno di conoscere quali sarebbero gli
    ulteriori propositi della Russia. Voi lo sapete: noi siamo
    contrari a qualunque azione militare in Bulgaria.

    \ — Noi non intendiamo agire con la forza contro il
    principe Ferdinando.

    \ — Benissimo. E allora è inutile l'opera mia in Costantinopoli.
    Mi deciderò quando avrò conosciuto le vostre
    intenzioni. Ma perchè non convocate una conferenza?
    Sarebbe il solo modo di uscire dall'imbarazzo.

    \ — Le conferenze non riescono senza un accordo preventivo.

    \ — È vero. Ma io non vedo nulla di meglio.»

..


    .. class:: right small

    «Londra, 18 febbraio 1888.

    .. vspace:: 1

    L'ambasciatore di Russia ha fatto oggi a Salisbury
    una comunicazione verbale analoga a quella fatta a
    V. E. Salisbury ha risposto che prendeva in considerazione
    la domanda russa, ma che si riservava di rispondervi.
    Egli sin d'ora credeva che l'allontanamento del
    principe Ferdinando potrebbe avere le più gravi conseguenze
    [pg!223]
    e produrre dei disordini in Bulgaria. Occorrerebbe
    d'altronde sapere chi la Russia proporrebbe di mettere
    al posto del Principe.

    .. class:: right small

    :small-caps:`Catalani`.»

..


    .. class:: right small

    «Londra, 19 febbraio.

    .. vspace:: 1

    Ho comunicato a Salisbury il telegramma di V. E. di ier
    sera. Sua Signoria mi ha risposto come segue: «Aspetto
    di conoscere la maniera di vedere di Crispi e di Kálnoky,
    che ho consultati oggi, ma io son disposto a far sapere
    in sostanza alla Russia che il Governo inglese non può
    rispondere alla sua proposta senza conoscere che cosa il
    Gabinetto di Pietroburgo conti di proporre nel caso in
    cui, come risultato dell'azione delle potenze, il principe
    Ferdinando sia mandato via e la Bulgaria rimanga senza
    governo.»

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Catalani`.»

Il conte Kálnoky dette alla comunicazione russa, fattagli
dall'ambasciatore principe Lobanow, risposta preliminare analoga
a quella di Crispi e di Salisbury, che sviluppò dipoi in
una nota. In essa il gabinetto imperiale e reale, dopo essersi
associato con sincera soddisfazione e con spirito di conciliazione
al desiderio espresso dal Governo della Russia di ricercare una
soluzione pacifica della questione bulgara basata sull'autorità
del diritto e sul corso naturale delle cose, e con esclusione di
qualsiasi impiego di forza, chiedeva che le potenze s'intendessero
su questi due punti:

    «1.º Dato il caso che il principe Ferdinando abbandonasse
    il paese, quale sarebbe il governo provvisorio e
    la reggenza che sarebbero riconosciuti e dichiarati legali
    sino all'elezione di un principe?

    2.º Dato il caso che il principe Ferdinando e il suo
    governo resistessero o minacciassero di proclamare l'indipendenza
    della Bulgaria, che cosa si dovrebbe fare per
    ovviare ai pericoli reali che ne risulterebbero per la
    Turchia e per la pace d'Oriente? Escluso l'impiego della
    forza militare, come potrebbero le potenze esporsi a una
    sfida della Bulgaria, senza far valere la loro autorità?»

[pg!224]

La risposta del signor Giers alle obbiezioni austriache, comunicata
a Crispi dal barone Uxkull, fu la seguente:

    «Sulla prima, il Governo russo è convinto che la dichiarazione
    categorica della Porta, appoggiata dai rappresentanti
    delle potenze a Sofia, finirà con l'indurre il
    principe Ferdinando a ritirarsi. In caso contrario, la
    Russia riserverà la sua attitudine cercando, se occorresse,
    d'intendersi con le potenze circa i passi ulteriori.

    Sulla seconda: il Governo russo dichiara non avere
    alcuna intenzione d'imporre i suoi partigiani al governo
    provvisorio, e regolerà la propria attitudine in conformità
    delle disposizioni che tale governo gli dimostrerà.»

Crispi precisò la sua risposta con la nota seguente:

    «In conformità a ciò che il Ministro degli affari esteri
    ha di già avuto l'onore di far conoscere a S. E. l'ambasciatore
    di Russia in data 17 e 19 corrente, il Governo
    del Re ha dichiarato, sin dal mese di agosto decorso,
    per mezzo dell'ambasciatore d'Italia a Costantinopoli,
    che secondo la sua opinione, il principe Ferdinando
    prendendo possesso del trono bulgaro ha contravvenuto
    alle prescrizioni del trattato di Berlino, l'elezione di cotesto
    principe non avendo avuto preventivamente l'approvazione
    della Porta, nè il consenso delle Potenze.

    Ciò premesso, si tratta ora di esaminare se, pronunziata
    la dichiarazione d'illegalità, l'allontanamento del
    Principe potrà avvenire senza un'azione militare, sia
    della Porta, sia di altra potenza, e se potrà stabilirsi
    facilmente in Bulgaria un nuovo governo, secondo la
    volontà del popolo liberamente manifestata.

    Delle due previsioni, quella che la partenza moralmente
    o materialmente forzata del principe Ferdinando
    provocherebbe disordini in Bulgaria, è ai nostri occhi
    molto più fondata che l'altra di una soluzione pacifica
    della questione. In conseguenza, il Governo del Re, giustamente
    preoccupandosi di quel che può seguirne, non
    crede di dover prestare il suo concorso a un passo diretto
    contro uno stato di cose, il quale, sebbene difetti
    di legalità, ha garentito sin'ora al principato un'amministrazione
    relativamente organizzata.

    In ogni caso il Governo del Re prende atto con la
    [pg!225]
    più viva soddisfazione delle assicurazioni date dal Governo
    imperiale di astenersi dall'impiego di qualsiasi
    mezzo coercitivo contro i bulgari e che la volontà di
    S. M. l'Imperatore è di vedere la questione risolversi
    pacificamente.»

Dopo pochi giorni l'ambasciatore russo a Costantinopoli fece,
d'ordine del suo governo, la seguente comunicazione alla Porta
Ottomana:

    «L'assentiment des Puissances prévu par le traité de
    Berlin n'a pas été obtenu pour la confirmation du Prince
    Ferdinand de Coburg comme Prince de Bulgarie. Dès
    lors, la présence à la tête de la Principauté vassale est
    illégale et contraire au traité de Berlin. Le Gouvernement
    Imperial de Russie demande en conséquence à
    la Sublime Porte de notifier officiellement ce qui précède
    au Gouvernement bulgare et de porter officiellement
    cette notification à la connaissance des grandes Puissances.»

Questa comunicazione fu appoggiata dagli ambasciatori di
Germania e di Francia, in omaggio al trattato di Berlino. Il
principe di Bismarck non negò la platonica assistenza chiestagli
dalla Russia, alla quale aveva interesse di dar prove di amicizia;
ma è legittimo pensare ch'egli la concedesse sapendo
che non poteva nuocere alla politica seguita dall'entente italo-anglo-austriaca,
che aveva incoraggiato a formarsi.

Alla comunicazione russa, seguì una dichiarazione di Said-pascià,
così concepita:


       | «\ *Son Altesse le Grand Vézir*
       | *à Monsieur Stambouloff*,
       |   Sofia.

    Lors de l'arrivée en Bulgarie du Prince Ferdinand de
    Cobourg, j'ai déclaré a Son Altesse par un télégramme
    en date du 22 Chewal 1887 que son élection par l'Assemblée
    Générale Bulgare n'ayant pas réuni l'assentiment
    de toutes les Puissances signataires du Traité de
    Berlin et que cette élection n'ayant pas été sanctionnée
    [pg!226]
    par la Sublime Porte, sa présence en Bulgarie était
    contraire au Traité de Berlin et n'était pas légale.

    Aujourd'hui, je viens déclarer au Gouvernement Bulgare,
    qu'aux yeux du Gouvernement Impérial, la situation
    est toujours la même, c'est-à-dire que la présence
    du Prince Ferdinand à la tête de la Principauté est
    illégale et contraire au Traité de Berlin.

    Je vous prie de porter ce télégramme à la connaissance
    du Gouvernement auprès duquel vous êtes accrédité.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Said`.»

Photiadès-pascià portando a conoscenza di Crispi questa dichiarazione,
lo assicurò che la Porta non avrebbe fatto altri
passi senza essersi prima intesa con tutte le potenze.

Tutte le potenze presero atto puro e semplice della dichiarazione
di Said-pascià, la quale lasciò il tempo che trovò.

Il principe Ferdinando non si mosse; il suo governo, presieduto
dall'energico Stambuloff, si limitò a sorvegliare e colpire
i numerosi agitatori e rifugiati russi i quali lavoravano a fomentare
sollevazioni, sventando così l'accusa, la quale sarebbe
stata portata dinanzi all'Europa, che la Bulgaria fosse in preda
all'anarchia.

Per qualche tempo dipoi la questione bulgara cessò dall'essere
preoccupante per le Cancelliere delle grandi potenze: il
governo principesco continuò a organizzare il paese; la Russia,
pur non dichiarandosi vinta, prese un'attitudine di attesa. Alla
fine del 1889 qualche timore risorse. Il mancato riconoscimento
del principe Ferdinando indispettiva i patriotti bulgari e nuoceva
al prestigio della Bulgaria specialmente presso i popoli
vicini, allora diffidenti e ostili verso il nuovo Stato. Si attribuiva
al governo del signor Stambuloff l'intenzione di proclamare
la legalità della costituzione e l'indipendenza del suo
paese, e questo atto era considerato come una sfida alla Russia
e ancora inopportuno. Crispi, sebbene ritenesse che la situazione
anormale della Bulgaria si dovesse regolare, non credeva
ne fosse giunto il momento, e dette a Sofia il consiglio di attendere.
Egli credeva preferibile il tentare di persuadere il
governo russo a desistere dalla sua opposizione. Infatti il 1.º novembre
1889 telegrafava:
[pg!227]


       | «\ *R. Ambasciata*,
       |   Pietroburgo.

    Nel colloquio col Barone Uxkull essendosi parlato
    della Bulgaria e del principe Ferdinando, espressi il convincimento
    del R. Governo che non si debba mutare lo
    *statu-quo*, ma non nascosi che l'esperimento fatto dal
    Principe ci sembra soddisfacente, avendo egli dimostrato
    contegno serio e saputo governare con lode il Principato
    in circostanze difficili.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Del resto, nulla vi era nella situazione che consigliasse di
affrettare una soluzione che non avrebbe potuto mancare.
Appunto al principio di novembre i Cancellieri imperiali di
Austria-Ungheria e di Germania avevano avuto la consueta
conferenza annuale e avevano fatto le constatazioni che risultano
dal seguente telegramma:


    .. class:: right small

    «Vienna, 10-11-1889.

    .. vspace:: 1

    Kálnoky non ha potuto ricevermi che oggi soltanto,
    dopo il suo ritorno da Friedrichsruhe. Egli mi ha detto
    che aveva trovato il principe di Bismarck in ottime
    condizioni di salute e che era molto soddisfatto dei colloqui
    con lui avuti, ed aggiunse che essi si trovavano
    in perfetto accordo in tutte le questioni pendenti. Il
    principe di Bismarck si era compiaciuto che gli sforzi
    delle potenze alleate avessero potuto assicurare la pace
    per un anno e sperava che avrebbero continuato ad assicurarla
    anche in seguito. Però Kálnoky aggiunse che
    Bismarck aveva riconosciuto con lui che la situazione
    non era cambiata e che, quantunque pacifica, poteva
    dar luogo da un momento all'altro a nuove inquietudini.
    In quanto alla Bulgaria, Bismarck aveva ammesso che
    bisognava conservare un piede nel Principato, cercare
    di mantenerlo dal nostro lato per impedire che la Russia
    vi sorgesse di nuovo. Per quanto riguarda la Grecia, la
    situazione sembrava tendere a divenire alquanto critica,
    perchè si cercava di fare risorgere la questione di Candia.
    Tricupis accennava ad agire e ad assumere un contegno
    [pg!228]
    ostile contro la Turchia, verso la quale dichiarava voler
    mettersi in istato di guerra. Kálnoky spera che egli
    verrà a migliori consigli. Sua Eccellenza aggiunse che
    lo stesso imperatore Guglielmo, nella sua recente dimora
    ad Atene, aveva dato a Tricupis dei consigli di moderazione
    e che i governi di Germania e di Austria-Ungheria
    avevano fatto altrettanto; ed egli non dubita che
    V. E. farà altresì parlare in questo senso ad Atene. In
    quanto alla Serbia e alla Rumania, Kálnoky disse che
    le questioni che potrebbero per avventura sorgervi non
    sembravano tali da far temere per la pace europea e
    che era da sperarsi che avrebbero potuto essere localizzate.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Avarna`.»

In gennaio 1891 Crispi ebbe nuova occasione di dimostrare
il suo interessamento alla Bulgaria. Il governo russo si lagnava
che la maggior parte degli anarchici russi che riuscivano ad
emigrare, trovassero buona accoglienza in Bulgaria, ed anche
degli impieghi. L'ambasciatore Uxkull fu incaricato di un passo
confidenziale e amichevole presso Crispi. «Noi non dubitiamo — così
scrivevano da Pietroburgo all'ambasciatore — dell'effetto
salutare che raccomandazioni energiche provenienti da
Roma eserciteranno a Sofia, per metter fine ad uno stato di
cose che sarebbe impossibile lasciar sussistere senza prevederne
conseguenze funeste.»

Crispi non indugiò a secondare il desiderio del governo russo,
e inviò questa lettera al Ministro d'Italia a Sofia, Gerbaix de
Sonnaz:


    .. class:: right small

    «Roma, il 16 gennaio 1891.

       | *Signor Conte*,

    Il barone Uxkull, nel ricevimento ebdomadario dell'11
    corrente mi partecipò le lagnanze del suo Governo
    contro il Ministero bulgaro per la protezione usata da
    costui verso alcuni nichilisti russi. Il giorno 13, ritornando
    sullo stesso argomento, mi diede notizia officiosa
    di un dispaccio.

    Cotesti emigrati non solamente godrebbero i favori del
    Governo di Sofia, ma parecchi sarebbero stati impiegati
    nella amministrazione del Principato.
    [pg!229]

    Nelle condizioni politiche nelle quali è la Bulgaria,
    prudenza esige che si allontani una nuova causa di malumori
    tra il Principato ed il potente Impero, al quale
    cotesto paese deve la sua indipendenza. Veda il signor
    Stambuloff e veda anche il principe Ferdinando e li
    consigli a liberarsi di cotesti ospiti incomodi.

    La parola di un Governo amico e disinteressato, quale
    il nostro, dovrà giunger gradita a cotesti signori. Noi,
    sin dalla costituzione del Principato, abbiamo esercitato
    a Sofia con amicizia cordiale un'opera di pace; e tale
    sarà il nostro compito anche in avvenire.

    Le ho telegrafato nei medesimi sensi.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Quando Crispi alla fine del 1893 tornò al potere, il riconoscimento
del principe Ferdinando da parte delle potenze
non era ancora avvenuto. Crispi ebbe occasione di accennare
alla Bulgaria nella discussione del bilancio degli affari esteri
fattasi alla Camera in maggio 1894, e ne parlò con simpatia.
Le sue parole provocarono lo scambio dei seguenti telegrammi:


       |   «\ *Mr. Crispi*
       | *Président du Conseil des Ministres*,

    .. class:: right small

    Sofia, 6 mai 1894.

    .. vspace:: 1

    Le discours prononcé par Votre Excellence dans la
    Chambre à l'occasion de la discussion du budget du
    Ministère des affaires étrangères a produit une grande
    joie parmi le peuple Bulgare qui a vu que dans les moments
    difficiles et critiques que notre patrie a traversé
    le gouvernement italien, ayant à sa tête un champion
    éprouvé dans les luttes pour l'indépendance et l'unité
    de l'Italie, a pris la défense des droits d'un Etat qui
    venait d'être appelé à une vie politique, en le sauvegardant
    de l'intervention étrangère dans ses affaires
    intérieures. Je remplis un agréable devoir en présentant
    en cette occasion à Votre Excellence les remerciements
    sincères et chaleureux du Gouvernement Bulgare et je
    prie le Gouvernement de Sa Majesté le Roi d'Italie de
    [pg!230]
    continuer à l'avenir son bienveillant soutien à un peuple
    qui lutte pour son existence dans l'unique but de son
    paisible développement.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Le Président du Conseil des Ministres
    :small-caps:`Stambuloff`.»

..


       |   «\ *Son Excellence M.r Stambuloff*
       | *Président du Conseil des Ministres*,
       |     Sophia.

    .. class:: right small

    Rome, le 5 mai 1894.

    .. vspace:: 1

    Je remercie Votre Excellence de son télégramme,
    heureux de savoir appréciés les sentiments que j'éprouve
    pour le peuple bulgare et les principes que j'ai invoqués
    en sa faveur.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Stambuloff cadde dal governo poco dopo, si disse per influenza
dell'Austria alla quale dava ombra la politica attiva
che quell'eminente uomo di Stato faceva in Macedonia. Quello
che fece traboccare il vaso dell'indignazione austriaca sembra
fosse la coincidenza tra lo scambio di felicitazioni sopra riferito
tra Stambuloff e Crispi — quest'ultimo sospettato a Vienna
di mene nei Balcani — e il vanto che lo Stambuloff si faceva
di avere con la nomina di vescovi bulgari in Macedonia, ottenuta
dalla Sublime Porta, assicurato l'avvenire della Macedonia
stessa alla Bulgaria.

Un anno dopo (luglio 1895) lo Stambuloff venne assassinato
per vendetta politica.

Lo stato provvisorio del principato bulgaro ebbe termine nel
1896, senza ulteriori lotte. La Russia, siccome Crispi aveva sperato,
disarmò per stanchezza. Era impossibile negare che la
Bulgaria sotto il governo del principe Ferdinando fosse diventata
un elemento d'ordine nella penisola balcanica e che progredisse
mirabilmente. Dovendo rinunziare al proposito di dominarla,
parve saggio consiglio al governo russo adattarsi alle
mutate circostanze e limitarsi a una politica più modesta. La
Bulgaria non voleva essere una provincia russa, ma era disposta
[pg!231]
a dimostrare alla Russia tutta la deferenza dovutale, specialmente
per essere stata da essa sottratta al giogo turco.

Alla tranquillità e all'interesse dello Stato il principe Ferdinando
sacrificò la sua fede religiosa, aderendo alla conversione
all'ortodossia del suo primogenito, Boris. Venne a Roma
il 27 gennaio 1896, fu ricevuto dal Papa e ottenne la licenza
che invocava. L'8 febbraio lo Czar telegrafava al Principe per
felicitarlo della «patriottica risoluzione» comunicatagli e per
dirgli che accettava di essere padrino al battesimo di Boris.
Lo stesso giorno l'organo ufficiale russo dichiarava cessato il
conflitto con la Bulgaria, osservando che «la conversione del
principe Boris alla ortodossia dimostrava aver la nazione bulgara
compreso la necessità di affermare la sua fede religiosa
come pegno dei legami spirituali che la univano alla Russia
emancipatrice».

Conseguenza naturale di questo mutamento della Russia, fu
l'invito della Sublime Porta alle Potenze di volere riconoscere
il principe di Bulgaria in conformità dell'articolo 3.º del Trattato
di Berlino. Tutte le Potenze aderirono: l'Italia potè rispondere
che l'adesione dell'Italia a cotesto riconoscimento da
parte della Turchia era acquisita sin dal 1887, da quando cioè
dichiarò di considerare valida la manifestazione della volontà
del popolo bulgaro.

-----

In tutto l'Oriente europeo il nome di Francesco Crispi si
identificò per lungo tempo con le aspirazioni all'indipendenza
dei popoli oppressi dal Turco. Egli difese tutte le nazionalità,
una dopo l'altra; fu capo di Comitati filelleni e parlò in ogni
occasione, dalla tribuna parlamentare e nei comizii, in favore
di una più grande Grecia; propugnò l'autonomia e l'indipendenza
dell'Albania; cercò e trovò nell'eroico Montenegro la
sposa del principe ereditario d'Italia; fece, da ministro, quanto
potè per sottrarre Candia e l'Armenia ai periodici massacri
turchi.

Merita in questo momento storico in cui l'idea della federazione
militare dei popoli balcanici si è concretata nel fatto,
speciale menzione l'ausilio chiesto a Crispi da un Sillogo ateniese
per la Confederazione Orientale, con le seguenti due
lettere le quali portano una firma illustre:
[pg!232]

    CONFÉDÉRATION ORIENTALE.

..

    .. class:: center

    «\ *All'Illustre Uomo di Stato Crispi.*

    .. class:: right small

    Atene, 24 ottobre 1885.

       | *Illustre Maestro*,

    Il Comitato e la Direzione della *Confederazione Orientale*,
    i quali or è più che un anno avevano fondato in
    Atene un giornale di questo titolo, devoto all'idea di
    stabilire un'alleanza federale dei popoli della penisola
    balcanica, hanno l'onore di domandare la vostra alta e
    potente protezione allo scopo di riprendere l'opera sospesa
    per mancanza di aiuti efficaci.

    Noi abbiamo tutto sagrificato a quest'idea, convinti
    che la sua realizzazione condurrà alla liberazione di
    questi popoli per la sola via logica e pacifica desiderata
    dall'Europa. Ma dal momento della comparsa del nostro
    giornale la Turchia e l'Austria ci hanno combattuto
    senza quartiere: la prima perchè noi parliamo di libertà
    ai cristiani dell'Oriente; la seconda perchè domandiamo
    l'autonomia per i Macedoni, unico mezzo, secondo noi,
    di conciliare le pretese delle razze diverse abitanti questa
    provincia.

    Il nostro giornale, proibito e perseguitato negli Stati
    dei Balcani, la nostra opera era colpita a morte. Invano
    noi tentammo di lottare: ci è stato giocoforza soccombere.

    Questa situazione ispirerà forse qualche interessamento
    a voi, illustre Maestro, le cui idee liberali e l'alta
    intelligenza si volgono a tutti i problemi politici e sociali,
    e il cuore generoso si commuove dinanzi ad ogni
    ingiustizia e ad ogni disgrazia.

    D'altronde, l'opera nostra aveva prodotto qualche
    frutto in Oriente, e degli spiriti lungoveggenti, in comunione
    d'idee con noi, c'incoraggiavano a perseverare
    nella ferma credenza che la confederazione dei popoli
    orientali è la soluzione più equa del problema posto, da
    più di quattro secoli, alla giurisdizione dell'Europa.

    Non è forse anche di un interesse capitale per le potenze
    mediterranee che l'Oriente non diventi preda delle
    [pg!233]
    cupidigie austriache o russe? Questi grandi imperi, una
    volta stabiliti sulle rive del Bosforo e del Mar Egeo,
    minacceranno l'indipendenza degli Stati mediterranei.
    Ci sembra dunque utile reagire contro questi progetti e
    aprire gli occhi agli sventurati cristiani dell'Oriente.

    Questo è il programma seguito dal nostro giornale per
    il quale osiamo, pieni di confidenza nella vostra alta
    intelligenza, sollecitare il vostro prezioso e benevolo
    concorso.

    Abbiamo l'onore di essere, illustre e venerato Maestro,
    vostri rispettosi e riconoscenti servitori

    .. class:: right white-space-pre-line

    per il Comitato
    il Dir. della «Confederazione Orientale»
    :small-caps:`Leonidas A. Bulgaris`.»

..


       |   «\ *A S. E. Il signor Crispi*
       | Roma.

    .. class:: right small

    Atene, 8-20 novembre 1887.

       | *Eccellenza*,

    L'idea della Confederazione Orientale di tutti i popoli
    della Penisola Balcanica che non è punto nuova, è il
    risultato di profonde meditazioni di uomini di Stato
    che l'accolgono come la sola soluzione possibile della
    questione d'Oriente senza scuotere l'equilibrio europeo.
    Durante lunghi secoli si sono fatte guerre terribili per
    risolvere questa questione con la violenza, ma è stato
    provato che questo metodo è inefficace poichè invece di
    avere fatto un passo verso la sua soluzione, questa questione
    si è ancor più complicata e i disgraziati popoli
    dei Balcani rimangono l'oggetto delle cupidigie delle
    potenze e dei loro antagonismi. Ne segue che la questione
    d'Oriente non può essere risoluta che con mezzi
    pacifici, cioè con una Confederazione di tutti gli Stati
    della Penisola Balcanica, poichè questa è la sola soluzione
    che non dia ombra ad alcuna delle grandi potenze.

    L'associazione greca della Confederazione Orientale,
    fondata tre anni or sono, proclamò altamente queste
    idee e le sostiene nel suo giornale; ma, come era da
    [pg!234]
    attendersi, essa fu combattuta da tutti coloro che hanno
    interesse che la discordia regni in Oriente.

    La stampa di Vienna si è distinta in modo speciale
    col suo accanimento nel combattere le idee sostenute
    nel nostro giornale, poichè esse inceppano la politica austriaca
    ponendo ostacoli ai suoi disegni di conquista
    nella penisola dell'Hemus, poichè lo scopo principale
    della nostra associazione è il protestare contro ogni conquista
    straniera della Turchia Europea.

    Ma per riuscire nell'opera che noi perseguiamo sono
    necessari sforzi costanti e pratici, e le circostanze attuali
    ce ne fanno un dovere, giacchè nessuno dei governi degli
    Stati dell'Hemus può prendere l'iniziativa di proporre
    la Confederazione agli altri Governi, prima che
    questa idea non sia maturata in Oriente. Però non si
    potrà arrivare a questo risultato che fondando in tutti
    gli Stati della Penisola Balcanica delle associazioni della
    Confederazione Orientale, le quali diffondendo tra i loro
    connazionali i grandi vantaggi di una Confederazione,
    si mettano d'accordo per trovare la maniera di condurre
    in porto quest'opera di grande interesse.

    E poichè, felicemente, negli Stati Balcanici cominciano
    a formarsi partiti potenti, i quali, prevedendo i pericoli
    dai quali questi Stati sono minacciati, mirano alla Confederazione
    come all'unico mezzo di salute, l'associazione
    greca che aveva interrotto i suoi lavori in seguito agli
    avvenimenti di Bulgaria, considerando che gli odii di
    razza si sono calmati e prevedendo che talune potenze
    sono pronte a irrompere in Oriente, riprende i suoi lavori
    con maggiore energia per la difesa della autonomia
    minacciata della Penisola.

    Prima d'impegnarsi più avanti la nostra associazione
    ha bisogno di domandare il patrocinio morale di coloro
    che dividono i loro principii e sopratutto di coloro che
    reggono i destini di uno Stato al quale l'Associazione
    greca della Confederazione Orientale si rivolge oggi facendo
    appello al suo potente appoggio.

    Voglia gradire, Eccellenza, l'espressione dell'alta nostra
    considerazione.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Leonida A. Bulgaris`
    Membro delegato della «Confederazione Orientale».

[pg!235]

Sin dal 1877, in un colloquio col principe di Bismarck, il concetto
che le grandi Potenze dovessero astenersi da ogni conquista
sulle Provincie balcaniche [#]_ era stato difeso da Crispi;
il quale essendo ministro nel 1889 propose altresì quella federazione
militare balcanica che i popoli hanno ora stretto di
loro iniziativa. [#]_

.. [#] Cfr. :small-caps:`Francesco Crispi`: *Politica Estera*, pag. 24.

.. [#] *Ibid.*, pag. 317 e seguenti.

Tale proposta sta ad attestare una convinzione salda della
necessità, una proba valutazione del diritto dei popoli e insieme
degl'interessi della pace europea. Ma i tempi non erano maturi;
l'Austria, che non voleva l'egemonia russa nei Balcani
soltanto perchè le preferiva la propria, si oppose alla proposta
di Crispi, protestando di non volere sollevare la suscettibilità
della sua competitrice.

-----

La questione cretese, dall'indomani del Congresso di Berlino,
ha richiamato periodicamente l'attenzione dell'Europa. Se le
Potenze fossero state concordi nell'esigere buon governo dalla
Turchia, questo focolare di rivolte e di preoccupazioni sarebbe
stato spento, perchè le aspirazioni dei cretesi a congiungersi
con la Grecia hanno trovato sempre il maggiore incentivo nel
malcontento contro la tirannide turca. Ma le potenze, gelose
l'una dell'altra, anche a proposito di Candia si sono preoccupate
soltanto del loro giuoco d'influenze a Costantinopoli, astenendosi,
per non dispiacere il Sultano, dall'unica azione che sarebbe
stata efficace. Valga un esempio. Nel 1889, Crispi telegrafò
alle ambasciate italiane di Londra, Berlino e Vienna:


    .. class:: right small

    «31 luglio.

    .. vspace:: 1

    L'agitazione in Candia non sembra provocata dal di
    fuori, bensì causata dal malgoverno turco. Un accordo
    fra le potenze amiche ed alleate ci parrebbe necessario
    per consigliare alla Porta i mezzi migliori onde far fronte
    situazione. Crediamo che a pacificare popolazioni siano
    preferibili mezzi conciliativi anzichè violenti, questi ultimi
    lasciando germi di nuove insurrezioni. Esprimendosi
    [pg!236]
    in tal modo con cotesto ministro degli affari esteri voglia
    chiedere se e quali istruzioni siano state date al
    rappresentante di codesto Governo in Costantinopoli.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

Ed ecco i risultati di questa onesta iniziativa. Il principe
di Bismarck fu contrario ad ogni pressione sulla Sublime Porta.

    «Secondo il modo di vedere di Sua Altezza una simile
    pressione, anche semplicemente platonica, non farebbe
    che aumentare man mano le pretese dei cretesi.
    Una delle conseguenze più spiacevoli della ingerenza sarebbe
    quella di dare incremento alle malevoli insinuazioni
    franco-russe a Costantinopoli.»

Il conte Nigra da Vienna telegrafò che Kálnoky avrebbe desiderato
procedere d'accordo con le Potenze alleate e con l'Inghilterra,
ma che preferiva tenersi in seconda linea. «La Francia
sembra essersi pronunziata in favore della Turchia.» Il Nigra
concludeva:

    «Io penso che V. E. non vorrà imitare Robilant e
    mettersi troppo ostensibilmente in prima linea. La prevengo
    per ogni ottimo fine che la di lei proposta del
    30 luglio, secondo ciò che mi ha detto Kálnoky, venne
    a notizia del Sultano, il quale, sospettoso com'è, se ne
    mostrò inquieto.»

Da Londra: Risposta di Salisbury:

    «Simpatizzo completamente colle vedute, colle apprensioni
    di Crispi circa le cose di Candia. Sarei favorevole
    ad una azione comune delle potenze, ma non è facile
    scorgere la via da seguire praticamente. La occupazione
    militare fatta da qualsiasi delle grandi Potenze o dalla
    Grecia, getterebbe completamente la Turchia nelle braccia
    della Russia e produrrebbe nel momento eccitamento
    assai pericoloso nella penisola balcanica.»

In conclusione, Crispi non proponeva un intervento armato,
ma un'azione diplomatica, la quale, fatta collettivamente da
[pg!237]
quattro grandi potenze, avrebbe raggiunto lo scopo. Si lasciò
cadere la sua proposta perchè non si volle dispiacere il Sultano
richiamandolo all'adempimento dei suoi doveri. E questa
astensione interessata si è ripetuta sempre per le riforme in
Macedonia, in Armenia, in Albania, ed è la vera causa della
durata di un regime nefasto che, divenuto un male estremo,
doveva finire coll'essere distrutto coll'estremo rimedio della
guerra degli oppressi contro gli oppressori.

-----

Le simpatie di Crispi per l'Albania avevano fondamento anche
nel ricordo delle origini della sua famiglia, emigrata nel secolo
XV dall'Albania appunto e stabilitasi, dopo lunga peregrinazione,
a Palazzo Adriano, in Sicilia. Ma, devoto al principio
delle autonomie nazionali, egli augurò sempre alla nazionalità
albanese di sottrarsi al dominio turco e di formare uno
stato indipendente; e quando alla vigilia del Congresso di Berlino,
il principe di Bismarck e il conte Derby gli accennarono
all'Albania come ad un possibile compenso per l'Italia dell'occupazione
austriaca della Bosnia e dell'Erzegovina, Crispi non
si mostrò soddisfatto dell'offerta. Non si può dire quello che
egli avrebbe fatto se fosse stato al governo quando il Congresso
affidò all'Austria «l'amministrazione a tempo indeterminato» di
quelle due provincie turche; ma il fatto è che nei successivi
accordi che da ministro prese con l'Austria-Ungheria e con
l'Inghilterra, l'indipendenza dell'Albania fu considerata come
la definitiva sistemazione di questo paese nell'eventualità di
un suo distacco dall'Impero Ottomano.

Nel *Diario* di Crispi troviamo un accenno all'Albania nelle
note di un colloquio da lui avuto il 26 ottobre 1896 con Domenico
Farini, presidente del Senato.

    «Al 1877 — tu lo saprai — noi eravamo contrarii a
    che l'Austria si prendesse la Bosnia e l'Erzegovina.
    Esposi cotesto pensiero, a nome del governo italiano, a
    Derby e a Bismarck, i quali con un accordo che a me
    parve meraviglioso, mi risposero: *Prenez l'Albania*.

    Naturalmente, io replicai: *Qu'est-ce que nous devons en
    faire?*

    E Derby allora: *C'est toujours un gage*.
    [pg!238]

    E Bismarck: *Si l'Albanie ne vous plaît pas, prenez une
    autre terre turque sur l'Adriatique*.

    Il senso delle parole dei due uomini di Stato era chiaro
    a me che avevo motivato il mio rifiuto di dare all'Austria
    la Bosnia e l'Erzegovina, dal punto di vista
    della difesa militare dell'Italia. Le frontiere orientali
    sono aperte all'invasione nemica, e rinforzando l'Austria
    con nuovi territorii il danno era tutto nostro.

Ma se realmente Crispi non ebbe nel suo programma positivo
l'annessione dell'Albania all'Italia, neppure ammetteva che
quel territorio turco potesse cadere nel dominio di un'altra potenza.
In un suo scritto del 1.º maggio 1900, egli manifestò la
sua mente su tale argomento colle seguenti parole:

    «In questi ultimi tempi si è asserito, con molta leggerezza,
    che la diplomazia viennese meditava l'occupazione
    dell'Albania. L'asserzione è delle più singolari.
    L'Albania non è slava; è una nazione che ha una personalità
    propria, che ha lingua ed usi a sè, ricordanti
    le origini pelasgiche.

    Così essendo, si comprenderebbe che, accogliendo un
    lungo ed antico voto, si consentisse all'Albania di proclamare
    la sua indipendenza — ma sarebbe gravissimo
    errore pretendere di incorporarla con i paesi slavi d'Europa.

    L'Albania fu quella che, più d'ogni altra, resistette
    alle occupazioni turche. E se al secolo XV, dopo la morte
    di Giorgio Castriota, vinta, dovette subire il giogo ottomano,
    essa non fu mai doma; e in questo secolo fu
    la prima ad insorgere vigorosamente. Albanesi sono le
    più nobili figure degli eroi che illustrarono il risorgimento
    ellenico — e se la Grecia avesse avuto virtù di
    assimilazione, queste popolazioni, che tanti punti di contatto
    avevano con essa per aspirazioni politiche e per
    fede religiosa, oggi forse farebbero parte della Grecia. Invece,
    gran numero di Albanesi venne a prendere stanza
    nell'Italia meridionale e in Sicilia.

    Concedere oggi l'annessione dell'Albania all'Austria
    non sarebbe un vantaggio per questo impero e sarebbe,
    invece, un danno incalcolabile per l'Italia che vedrebbe
    così cancellata e per sempre ogni traccia di sua influenza
    [pg!239]
    sull'Adriatico. Tanta offesa alle nostre ragioni, ai nostri
    diritti che una gloriosa e secolare tradizione consacra,
    non sarà compiuta.

    L'Albania ha in sè tutti gli elementi per uno Stato
    autonomo, meglio che non li avessero Serbia e Bulgaria — e
    consentendole uguale autonomia di governo,
    l'Europa compirebbe opera civile. Le relazioni di intima
    e cordiale amicizia, coltivate per ben cinque secoli, la
    rendono assai più affine a noi che non all'Impero austriaco,
    dove l'annessione sua non farebbe che aumentare
    dissidii di razze e confusione di lingue.»

Tuttavia, in varie epoche, a Crispi sono dall'Albania pervenute
invocazioni senza che egli le incoraggiasse o anche mostrasse
di gradirle. Ne citiamo una sola registrata nella seguente
lettera:


    .. class:: right small

    «Jannina, 6 gennaio 96.

       | *Signor Ambasciatore*,

    In questi giorni è ritornato da Argirocastro, dove si
    era recato per affari professionali, il Dr. Fanti, nativo
    di Argirocastro e regio suddito. Il Dr. Fanti, appena di
    ritorno dal suo viaggio, mi fece chiedere un colloquio,
    nel quale mi manifestò quanto segue:

    Egli mi disse che non appena giunto in Argirocastro
    venne tosto visitato dalla maggior parte dei bey albanesi,
    non solo mussulmani, ma bensì cristiani, i quali
    lo pregarono caldamente, appena ritornato in Jannina
    di recarsi tosto dal Cav. Millelire perchè egli volesse far
    giungere sino al Governo Italiano le loro idee.

    I bey albanesi dissero al Fanti che oramai non vi era
    più dubbio come le sorti della Turchia fossero per precipitare,
    e che in mezzo allo sfacelo imminente gli occhi
    di tutti i veri albanesi, sia mussulmani che cristiani,
    sono incessantemente rivolti al di là dello Adriatico,
    all'Italia. Essi hanno pure dichiarato che giammai si
    uniranno alla Grecia, che piuttosto bruceranno il paese
    ed uccideranno i loro figli; che tutte le loro aspettazioni,
    i loro desiderii sono concentrati nei fratelli italiani, a
    capo dei quali sta la degna persona di S. E. Crispi, di
    cui già conoscono la energia, l'abilità ed il cuore albanese.
    Aggiunsero ancora che il giorno in cui il vessillo
    [pg!240]
    italiano apparisse sulle sponde dell'Epiro, un grido di
    gioia all'unisono accoglierebbe lo stendardo di civiltà e
    che i fratelli italiani dovunque sarebbero accolti colle
    braccia aperte.

    Credo mio dovere di sottomettere a V. E. quanto mi
    fu trasmesso dai bey albanesi per mezzo del Dr. Fanti,
    per iscarico di ogni mia responsabilità. Io però non ho
    ad essi trasmesso in risposta che parole vaghe e generiche,
    onde non impegnare in modo qualsiasi nè la mia
    azione, nè quella del R. Governo.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Il R. Console
    :small-caps:`Millelire`.»

Nell'ottobre del 1896 fu celebrato in Roma con solenni festeggiamenti
il matrimonio tra il principe di Napoli, erede della
Corona d'Italia, e la principessa Elena del Montenegro, ora felicemente
regnanti.

Il primo pensiero di cotesto matrimonio era stato di Francesco
Crispi; rimontava al 1894 e fu forse l'unico legato della
politica sua che il successore, marchese di Rudinì, non abbia
cercato di mandare in malora. Al Rudinì, anzi, ne fu attribuito
il merito, e nella circostanza delle nozze gli fu conferita dal re
Umberto la suprema onorificenza italiana, cioè il Collare dell'Annunziata.

Perchè tra le possibili spose delle case reali d'Europa la
scelta di Crispi cadesse su Elena Petrovich, è scritto nel *Diario*
brevemente e lucidamente.

Il 5 dicembre 1896 Crispi visitò il re Umberto.

    «Dopo pochi minuti di attesa entrai nel gabinetto
    del Re.

    Il Re mi baciò ed abbracciò, ed io presi a discorrere:

    \ — Ricevuto il libro sul Montenegro, che Vostra Maestà
    si è degnato mandarmi, ho sentito il bisogno di venirla
    a ringraziare del prezioso dono e nel tempo stesso
    a spiegarle i motivi pei quali io proposi il matrimonio
    della principessa Elena con l'augusto figlio di V. M., il
    principe di Napoli.

    I motivi erano tre:

    apparentarsi con una famiglia che non potrebbe
    avere influenza su noi;

    prendere una principessa di buon sangue;
    [pg!241]

    in caso di guerra in Oriente avere un punto di appoggio
    nella penisola balcanica.»

Sino agli ultimi giorni della sua vita, Crispi augurò che il
popolo turco fosse respinto in Asia e che i popoli balcanici,
liberati dalla secolare barbara dominazione e collegati, formassero
un forte Stato.

Ecco come in febbraio 1897, in una consultazione del *Figaro*
di Parigi, riassunse le idee sempre professate:

    «Il Turco in Europa è una permanente offesa al diritto
    delle genti. In quattro secoli e mezzo non ha saputo
    naturalizzarsi, nè fondere in unità di nazione le
    razze sulle quali ha esercitato ed esercita il suo crudele
    impero.

    La sua lingua non ha letteratura, e sul suolo maledetto
    le arti belle non sorgono ad allietare la vita. Colà
    non è possibile l'ordinamento del comune; il municipio
    è nella Chiesa o nella sinagoga e le genti si distinguono
    per la religione che professano e non per la civiltà che
    sola potrebbe essere il pungolo alle azioni benigne ed
    oneste.

    Sul luogo istesso, nella stessa città, — se tal nome
    potessero meritare quegli ammassi di case luride che
    l'incendio di tanto in tanto ripulisce e fa rinnovare — coabitano,
    non convivono, il greco, lo slavo, il rumeno,
    l'albanese, sospettosi e senza amore, e su tutti sovrasta
    il turco con la brutalità di un selvaggio, al quale
    l'islamismo ispira odii e vendette.

    Abdul Hamid Can, ricco di vizii e di paure, essendo
    il califfo, cioè re e supremo pontefice, capo dello Stato
    e capo della religione, è inetto ai civili miglioramenti
    nel governo dei popoli, perchè ad ogni riforma nello
    interesse dei cristiani si trova l'ostacolo di un versetto
    del Corano.

    Questo disordine morale si perpetua per l'antitesi che
    domina le esigenze politiche di ciascuna delle grandi potenze.
    Io non so quali siano i patti dell'alleanza franco-russa.
    Ricorderò soltanto che quando a Tilsit Napoleone
    ed Alessandro trattavano la ripartizione del vecchio continente,
    il grande imperatore era pronto a cedere le Provincie
    danubiane, ma si rifiutava di dare Costantinopoli
    [pg!242]
    allo Czar. Si parla di accordo europeo per la soluzione
    della questione d'Oriente. Illusione! Questo accordo è
    affatto negativo. Lo scopo costante delle potenze finora
    è stato d'impedire al russo il possesso di Costantinopoli.

    Al 1854 le potenze occidentali invasero la Crimea e
    lo czar Nicolò dovette sospendere la marcia delle sue
    truppe. Al 1878 lo czar Alessandro, minacciato dalle
    navi inglesi, dovette fermarsi a Santo Stefano. L'impero
    turco era salvo, l'ambizione moscovita veniva arrestata
    nel suo periodico svolgimento; ma la quistione
    d'Oriente non era risoluta.

    È un pericolo che bisogna rimuovere una volta per
    sempre, è un problema che dobbiamo avere il coraggio
    di sciogliere, e non rimandarlo di anno in anno alle future
    generazioni.

    Al 1856 a Parigi, salvo la proclamazione di alcuni
    principii di diritto internazionale per la libertà dei mari,
    tutti gli sforzi, tutte le cure delle potenze raccolte in
    Congresso, furono diretti a garantire la vita dell'impero
    ottomano. Sangue e danaro perduti, perchè la Conferenza
    di Londra del 1871 restituì allo Czar quello che
    gli era stato tolto; premio dovuto dalla Germania alla
    Russia per la neutralità mantenuta nella guerra franco-prussiana.

    Oggi siamo da capo colla quistione d'Oriente. Le stragi
    degli Armeni, che da due anni si ripetono, sono seguite
    da quelle dei Cretesi. L'Europa si commuove, le grandi
    potenze mandano le loro navi nelle acque greche, il furore
    turco si rivela come prima, le genti balcaniche minacciano
    una insurrezione.

    Come finirà questa brutta tragedia? Le grandi potenze
    continueranno a curare con rimedii empirici questa
    piaga orientale, che ogni giorno più incancrenisce?

    Domando ai francesi: avete una soluzione? Avreste il
    coraggio di dare Costantinopoli al giovine Czar per ricostituirvi
    l'impero bizantino? Ciò sarebbe contrario alle
    vostre tradizioni, le quali v'impongono di difendere i
    popoli oppressi. Pel mio amico, il principe di Bismarck,
    che non sacrificherebbe un solo soldato della Pomerania
    pro o contro il Sultano, la risposta sarebbe facile. Egli
    crede che lo Czar, padrone di Costantinopoli, diverrebbe
    più debole di quello ch'è oggi, chiuso entro i suoi ghiacci,
    e che l'Europa potrebbe batterlo con sicuro successo.
    [pg!243]
    Io, in verità, non vorrei fare la prova, e la mia soluzione
    è diversa. Il partito nazionale italiano, del quale
    io sono stato un modesto soldato, vorrebbe una Confederazione
    balcanica con Costantinopoli sua capitale. Gli
    elementi di questo nuovo ordinamento politico esistono
    nei cinque Stati, la cui indipendenza è stata riconosciuta
    dall'Europa: la Rumania, la Bulgaria, la Serbia, la Grecia,
    il Montenegro. Costituite altri Stati, se volete; od
    aggiungete a quelli esistenti le popolazioni della stessa
    razza, della stessa lingua, della medesima religione e
    l'ordine sarà ristabilito per sempre in quelle regioni. I
    mussulmani potrebbero trovarvi posto, se lo volessero,
    ma da fratelli, non da signori. Ma lo Czar resti entro
    le attuali sue frontiere, ed il Sultano se ne vada in
    Asia. E la Grecia non pensi a disseppellire Bisanzio, che
    ricorda la decadenza e non la vita di un impero. E così
    la quistione d'Oriente sarebbe definitivamente risoluta
    e conservata la pace d'Europa.

    La Confederazione balcanica dovrebbe essere neutrale.»

[pg!244]




:small-caps:`Capitolo Nono.` — Le stragi d'Armenia e il concerto europeo.
=========================================================================


.. class:: small

Gladstone e le stragi d'Armenia. — Le Potenze esigono un'inchiesta internazionale. — L'Italia
e la Commissione d'inchiesta. — Il Sultano scongiura che i delegati
delle Potenze non interroghino i testimoni. — Risultati dell'inchiesta e
rifiuto del Sultano di concedere le riforme propostegli. — La Russia si oppone
alle misure coercitive contro il Sultano. — Nuovi massacri. — Gli ambasciatori
chiedono un secondo stazionario a Costantinopoli. — Le squadre europee in Levante. — L'Inghilterra
vorrebbe spodestare il Sultano. — Le stragi rimangono
impunite; la Russia protegge il Sultano.

.. vspace:: 2

Le stragi d'Armenia del 1894-96 riempirono il mondo di orrore.
Guglielmo Gladstone — la cui voce potente tuonò contro
ogni tirannide — scrisse essere sue opinioni:

    «che l'Assassino (e non i suoi sudditi maomettani) è
    stato l'autore deliberato delle stragi armene dal principio
    alla fine: che queste atrocità non hanno confronto
    nella storia recente: che il concerto dell'Europa di fronte
    alla Turchia è stato una miserabile, una brutta irrisione;
    che il metodo delle rimostranze a cui si attengono le
    potenze di fronte all'evidenza estrema che non si può
    riuscire a nulla senza la forza, è stato una colpa morale
    ed uno sbaglio politico: che alcuni sovrani e governi
    hanno protetto apertamente e sostenuto l'Assassino e che
    la presenza delle ambasciate a Costantinopoli in sostanza
    si rivolvette in uno scherno ed appoggio dato a lui ed a'
    suoi misfatti: che la coercizione da un pezzo si sarebbe
    [pg!245]
    dovuta adoperare e potrebbe anche oggi riescire ad
    evitare un'altra serie di eccidii peggiori ancora di quelli
    di cui già fummo spettatori.»

Di quelle stragi un chiaro pubblicista italiano, in una relazione
presentata a Crispi in dicembre 1895 sulla situazione
della Turchia, scriveva:

    «V. E. sa meglio di me che le stragi d'Armenia, come
    quelle di Bulgaria nel 1875, sono un natural portato della
    politica tradizionale turca, la quale ogni volta che ha
    visto gli elementi cristiani in qualche parte dell'impero
    prevalere su quelli turchi pel numero, per la ricchezza
    o per la cultura, ha ristabilito l'equilibrio col metodo
    primitivo della decimazione. Quando l'applicazione del
    regolamento di Midhat-pascià, che aveva fatto del vilayet
    di Bulgaria un paese amministrativamente quasi
    autonomo, portò i suoi frutti, e i bulgari cominciarono
    a fondare scuole, a mandare i loro figli a studiare in
    Europa, e accennarono per altre vie a svegliarsi e a riscuotersi
    dalla barbarie, venne da Costantinopoli la parola
    d'ordine; e cominciarono i massacri che condussero
    alla guerra turco-russa e alla liberazione della Bulgaria.

    Lo stesso è accaduto in Armenia. Appena per la trasformazione
    del Patriarcato in una istituzione elettiva e
    per la costituzione a Londra di un Comitato armeno
    che propugnava l'idea, se non della indipendenza politica,
    almeno dell'autonomia amministrativa, il Sultano
    ha incominciato a vedere che gli armeni, i quali avevano
    già nelle loro mani i tre quarti della ricchezza
    dell'impero, acquistavano la coscienza della loro superiorità
    morale sui turchi e dei loro diritti, l'idea del
    massacro si è presentata al suo spirito.»

Alla fine del 1894 l'opinione pubblica di Europa, esasperata
per le notizie d'immani eccidi di cristiani commessi dai Kurdi
in Armenia — notizie che trapelavano nonostante il terrore e
gli sforzi delle autorità ottomane — reclamò l'intervento delle
potenze e una inchiesta internazionale.

Il governo inglese era il più designato per presentare il
reclamo; gli armeni erano i protetti dell'Inghilterra, avendone
questa, con la convenzione anglo-turca seguita al Trattato di
[pg!246]
Berlino, assunto ufficialmente la tutela. D'altronde il Comitato
anglo-armeno di Londra, del quale facevano parte parecchie
notabilità britanniche, era riuscito a creare un movimento del
quale il Governo non poteva non tener conto.

La Sublime Porta, soltanto con lo scopo di gettare polvere
negli occhi, mandò in Armenia dei funzionari ottomani per
fare un'inchiesta. Ma poichè s'accorse subito che nessuno
avrebbe prestato fede ai risultati di essa, Said-pascià cominciò
coll'offrire al ministro degli Stati Uniti a Costantinopoli di aggregare
un americano alla Commissione ottomana; poi, si dichiarò
pronto ad accettare anche un vice-console inglese.

Ma il Governo d'Inghilterra impose che la Commissione fosse
internazionale e consigliò alla Porta d'invitare la Francia e la
Russia a parteciparvi con loro delegati. L'invito fu fatto e i
Governi di Pietroburgo e di Parigi l'accettarono. Il Governo
italiano, allora, domandò che della Commissione facesse parte
anche un suo console.

L'ambasciatore d'Italia, Catalani, telegrafava il 15 dicembre:

    «Nel nostro colloquio, Nelidow [ambasciatore russo]
    si è espresso nel modo più deciso contro la partecipazione
    Console d'Italia inchiesta. Ha detto che Italia non
    ha interessi in Armenia, che il nostro concorso darebbe
    carattere politico all'inchiesta, ed ecciterebbe popolazioni
    ad insorgere. Ho ribattuto inutilmente argomenti trattandosi
    di risoluzione già presa.»

Se l'Italia non aveva interessi diretti in Armenia, il suo
concorso all'inchiesta era, per questa considerazione, più indicato,
poichè dava maggior guarentigia alle popolazioni, alla
Porta e all'Europa, d'imparzialità e di giustizia. D'altronde il
Catalani, sapendo che la partecipazione dell'Italia era desiderata
dall'Inghilterra, insistette e, nonostante gli intrighi russi
e francesi presso Said-pascià, riuscì nell'intento di fare aggregare
alla Commissione un proprio delegato.

Era stato convenuto tra gli ambasciatori d'Inghilterra, di
Russia e di Francia che i Consoli europei ad Erzerum avrebbero
fatto accompagnare la Commissione d'inchiesta turca da
loro delegati; a questi era data facoltà d'indicare alla Commissione
[pg!247]
i luoghi da visitare e le persone da interrogare e, in casi
speciali, d'interrogare essi stessi i testimoni. Il 20 dicembre
Catalani telegrafava:

    «Sublime Porta non ha sinora risposto alla nota identica
    dei tre ambasciatori e nulla è quindi concluso circa
    rapporti che dovranno avere i delegati colla Commissione
    turca. Jeri Sultano inviò un ex-Gran Visir dall'ambasciatore
    di Francia dichiarando essere pronto a
    destituire immediatamente tutte le autorità implicate
    nei recenti massacri, a condizione che i delegati non
    accompagnino Commissione turca od almeno che non
    abbiano facoltà d'interrogare in caso di bisogno i testimoni.
    Il fatto è che il Sultano teme che Zechi pascià,
    comandante in capo delle truppe, non produca firmano
    col quale ricevette da S. M. ordine dei massacri. Proposta
    del Sultano è stata respinta. Tre ambasciatori
    hanno invitato Sublime Porta ordinare Commissione
    turca fermarsi dovunque essa si trovi, dichiarando nulla
    e non avvenuta inchiesta fatta senza presenza delegati.
    Ambasciatore d'Inghilterra crede che saranno necessarie
    due settimane prima che delegati possano raggiungere
    Commissione.»

I tre ambasciatori non potevano infatti — neppure quelli di
Russia e di Francia più favorevoli al Governo ottomano — decentemente
cedere; e il Sultano, temendo che l'Inghilterra
sarebbe rimasta sola e avrebbe fatto una inchiesta per suo
conto, non parlò oltre di limitazioni ai poteri dei delegati europei.

In seguito all'inchiesta, che assodò responsabilità gravissime
delle autorità ottomane e del sistema, fu redatto dagli ambasciatori
un progetto di riforme e proposta una Commissione
europea di controllo per l'applicazione delle medesime. Il delegato
italiano fece una inchiesta indipendente pel suo Governo.

Che cosa fece il Governo ottomano? Si affrettò ad accogliere
i saggi consigli che gli si davano?

Il 4 giugno 1895 Catalani [#]_ telegrafava:

.. [#] L'ambasciatore Tommaso Catalani morì improvvisamente a Terapia il
   28 luglio. Era uomo accorto ed energico, profondo conoscitore così delle finalità
   palesi e dissimulate della politica delle grandi potenze, come di tutte le risorse
   del giuoco diplomatico; e la inaspettata sua scomparsa fu grave danno.
   Aveva percorso la carriera grado a grado, accaparrandosi dovunque esercitò il
   suo ufficio simpatia e fiducia. Il lungo soggiorno in Inghilterra (1869-1889) temprando
   il suo carattere e affinando le naturali sue qualità, aveva contribuito a
   far di lui uno dei migliori rappresentanti che l'Italia avesse all'estero. Crispi lo
   stimava e l'amava moltissimo.

[pg!248]

    «Contrariamente ad ogni aspettazione, risposta Sultano
    ai tre ambasciatori fu un rifiuto. Sua Maestà dichiara
    che le riforme da lui promulgate anteriormente
    saranno applicate a tutta l'Armenia, ma senza alcun
    controllo estero. Tre ambasciatori decisero ieri sera riferire
    risposta ai loro governi ed aspettare istruzioni.»

Il 17 giugno la Porta assicurò che le riforme sarebbero state
attuate in base all'art. 61 del Trattato di Berlino, sotto la sorveglianza
di un Alto Commissario «degno di fiducia» — e che
alle ambasciate sarebbero state date informazioni circa l'esecuzione
delle riforme medesime.

La Russia e la Francia, che avevano accettato di partecipare
all'inchiesta soltanto per sorvegliare l'Inghilterra, furono felici
di separarsi da questa nell'apprezzamento dell'affronto ricevuto.
«Mentre l'ambasciatore britannico è molto irritato — si
telegrafava a Roma — l'ambasciatore di Russia prende la cosa
quasi con indifferenza». E a lord Salisbury — ritornato allora
al Governo — non rimase che raccomandarsi a Berlino affinchè
l'ambasciatore di Germania a Costantinopoli suggerisse alla
Sublime Porta l'accettazione del maggior numero possibile
delle riforme proposte «per non rendere difficile la situazione
del nuovo Gabinetto inglese di fronte all'opinione pubblica».

Nel dissenso delle Potenze è naturale che il Governo turco
continuasse nel suo sistema di mancare alle promesse. Il 1.º di
ottobre una moltitudine di armeni, riunitasi al Patriarcato armeno
di Costantinopoli, si diresse per varie vie alla Sublime
Porta con lo scopo di presentare un memoriale relativo alle
riforme. In vari punti di Stambul la gendarmeria assalì quella
gente pacifica, ferendo e uccidendo parecchi, e facendo numerosi
arresti.

Dall'ambasciata d'Italia si mandavano a Roma queste informazioni:
[pg!249]

    «Folla armeni continua stazionare presso Patriarcato
    protestando non volere disperdersi se non hanno garanzie
    per loro sicurezza.

    Nuovi particolari sui fatti di ieri confermano ferocia
    repressione, prigionieri trattati con crudeltà inaudita.
    Oggi altri fatti isolati si produssero in diversi punti
    della città. Anche in Galata situazione considerata assai
    grave.»

Le ambasciate delle grandi potenze furono di nuovo concordi
nel richiamare l'attenzione della Porta sulla eccezionale gravità
di quel che avveniva sotto i suoi occhi, affermando risultare
loro da informazioni sicure «che privati musulmani hanno percosso
e ucciso dei prigionieri armeni condotti da agenti di polizia,
senzacchè questi vi si opponessero, — che si sono prodotti
attacchi di privati contro persone assolutamente inoffensive, — che
i prigionieri feriti furono uccisi a sangue freddo nelle
corti della polizia e nelle prigioni».

Il 4 ottobre il Patriarca armeno invocava la protezione degli
ambasciatori per i suoi connazionali terrorizzati; egli affermava
di non potere persuaderli ad uscire dalle chiese ove si erano
rifugiati. In seguito a questo appello, gli ambasciatori presentavano
alla Porta una nota collettiva nella quale, insistendo
sulla gravità degli avvenimenti passati, si chiedeva al Governo
ottomano quali misure contasse di prendere per calmare l'agitazione
musulmana e armena, prevenire il ripetersi dei deplorati
incidenti e proteggere cristiani e stranieri. Reclamavano
inoltre una inchiesta immediata e severa; e frattanto risolvevano
di far avvicinare a Costantinopoli le navi stazionarie.

L'8 e il 10 ottobre da Trebisonda telegrafavano:

    «Terribile massacro Armeni; tutt'oggi città in balìa
    del popolo turco armato, truppa scarsissima impotente
    lasciò fare, anzi soldati presero parte massacro e saccheggio.
    Vittime molte. Consolato, chiesa, scuola protette,
    ma pericolo ancora immenso. Indispensabile immediato
    invio truppa da Costantinopoli.»

    «Massacro ieri l'altro durato dalle undici alle quattro,
    seguìto completo saccheggio case, negozi armeni. Morti
    sopra cinquecento (?). Notte seguente, lo stesso accadde
    [pg!250]
    villaggi armeni vicini. Ieri, calma relativa salvo nuovo
    panico rumore sparso arte; Consolati tuttora quantità
    rifugiati. Positivamente, massacri concertati connivenza
    autorità civili e militari. Valì, contro formale promessa,
    chiese truppa solo dopo massacro. Jersera, arrivò battaglione
    con maggior generale nominato presidente tribunale
    guerra. Stato d'assedio oggi proclamato. Aspettasi
    corazzata russa.»

Diminuita, ma non sedata l'agitazione, la Sublime Porta si
persuase a riprendere il programma, proposto dai tre ambasciatori,
delle riforme armene, le quali il 17 ottobre furono
promulgate con un *iradè* del Sultano. Non erano tutte le riforme
sulle quali l'Inghilterra specialmente aveva insistito, ma lord
Salisbury dovette pel momento contentarsene, sebbene senza
speranza che raggiungessero lo scopo della pacificazione.

La comunicazione del testo delle riforme deliberate era stata
fatta ufficialmente soltanto ai tre ambasciatori. L'Italia, insieme
alla Germania e all'Austria-Ungheria, dovette reclamare
in base al Trattato di Berlino uguale trattamento, per trovarsi
sullo stesso terreno delle altre potenze nella sorveglianza dell'adempimento
da parte della Porta degl'impegni assunti dinanzi
all'Europa.

La questione, in verità, era tutt'altro che chiusa: i massacri
di cristiani continuavano in Armenia; fu proposto un altro
passo collettivo delle Potenze presso la Porta per invitarla ad
esercitare la sua autorità pel mantenimento dell'ordine pubblico;
ma gli ambasciatori russo e francese dissentirono, giudicando
quel passo inutile e inopportuno. In realtà il Governo
imperiale, dopo avere scatenati gli odii e il fanatismo religioso,
era impotente a trattenerli; e il peggio era che l'anarchia si
estendeva in altre provincie dell'Impero ottomano. Le cose
giunsero al punto che i sei ambasciatori non poterono, dinanzi
ai pericoli che sovrastavano, non accordarsi in un atto di protesta,
che fu una diffida. Il Sultano licenziò tutti i ministri, allontanò
Kiamil-pascià, di cui diffidava, relegandolo ad Aleppo;
ma con la scelta dei nuovi suoi consiglieri accrebbe le diffidenze
sulle sue intenzioni. Che cosa di Abdul-Hamid si pensasse
in quel momento (novembre 1895) nelle sfere diplomatiche
di Costantinopoli, si legge in queste righe:
[pg!251]

    «Ambasciatore di Germania a Costantinopoli opina
    che il Sultano si sostiene soltanto per rete inestricabile
    spionaggio, organizzato da tutte le parti, che rende tutti
    reciprocamente diffidenti, ed impedisce congiure. Marschall
    ritiene situazione sempre più grave. Russia ed
    Inghilterra assicurano non volere intervenire, ma avvenendo
    catastrofe, possono eventi essere superiori buon
    volere. Si prevede eventualità di dover spodestare Sultano
    attuale e mettere al posto successore naturale. Ad
    ogni modo Marschall confida nella stretta unione delle
    Potenze della triplice alleanza.»

Intanto, mentre il nuovo ambasciatore italiano in Turchia,
Pansa, telegrafava:

    «Kiamil partito oggi per Smirne, ove ottenne essere
    destinato, invece di Aleppo. Corre voce possibili nuovi
    cambiamenti ministeriali. Temesi ripetizione dimostrazione
    armena in Pera, il che creerebbe gravissimo pericolo.
    Sultano in preda morbosa esaltazione, che rende
    possibile qualunque sorpresa. Tutti gli ambasciatori si
    sono oggi riuniti per combinare misure eventuale protezione.»

Crispi ordinava l'invio della flotta italiana nelle acque turche.
Contemporaneamente il Governo francese decideva che una divisione
della sua squadra del Mediterraneo si recasse in Levante.

Le navi *Re Umberto*, *Doria*, *Stromboli*, *Etruria*, *Partenope* partirono
da Napoli il 16 novembre.

Frattanto gli ambasciatori presso il Sultano telegrafavano
ai rispettivi Governi che, in vista del crescente malcontento dei
turchi e di qualche possibile catastrofe a Palazzo, era opportuna
la presenza nel Bosforo di un secondo stazionario, con
marinai da sbarco per la protezione delle ambasciate. Avutane
l'autorizzazione, gli ambasciatori richiesero il *firmano* per l'entrata
negli Stretti della seconda nave; ma, nonostante il parere
del Consiglio dei Ministri, il Sultano, temendo che l'Europa
preparasse la sua deposizione, rifiutò di accordarlo. Riunitisi
i rappresentanti delle grandi potenze, quello d'Inghilterra,
Currie, propose che se il *firmano* richiesto non fosse accordato,
[pg!252]
i secondi stazionarii entrassero nei Dardanelli sotto la protezione
delle squadre; dissentirono gli ambasciatori di Russia e
di Francia dichiarando di non avere istruzioni dai loro Governi.

La proposta di Currie combinava col parere del Cancelliere
austro-ungarico, conte Goluchowski, comunicato ai Gabinetti
delle Potenze il 15 novembre. Il Goluchowski opinava che
tutte le Potenze tenessero in Levante squadre, dalle quali gli
ambasciatori a Costantinopoli potessero in breve tempo distaccare
navi per la protezione della vita e della proprietà dei
connazionali. Non si sarebbe dovuto, in caso di necessità, fermarsi
dinanzi alle proteste della Porta per l'entrata delle navi
da guerra nei Dardanelli.

Vi fu allora un vivo scambio di comunicazioni tra i Gabinetti,
il cui risultato fu che la Russia, temendo che Inghilterra,
Austria e Italia avrebbero agito ugualmente, finì col dare ordine
al proprio ambasciatore di associarsi alla intimazione proposta.
La Francia, che in tutta la questione seguiva fedelmente
la condotta della Russia, fece altrettanto. E il 10 dicembre i
firmani imperiali erano concessi a tutte le sei grandi Potenze.

Ma il Governo russo non mancò di far sapere che non sarebbe
andato più oltre, e non si sarebbe associato ad altre
misure di coercizione, come quelle indicate da Goluchowski,
sostenendo che bisognava sorreggere il prestigio del Sultano e
non indebolirlo, se si voleva che egli riuscisse a ristabilire
l'ordine nell'Impero.

Rotto così il concerto europeo, Crispi avrebbe voluto che in
Oriente, come nel Mediterraneo, la politica dell'Inghilterra,
dell'Austria e dell'Italia riprendesse il corso che aveva avuto
durante il suo primo Ministero, in base agli accordi del 1887.

Della decisione di Crispi a prender parte in prima linea ad
un'azione contro il malgoverno ottomano, che alla metà del
novembre 1895 sembrò inevitabile, abbiamo più di un documento.

L'Italia, cercando di procedere d'accordo con l'Inghilterra,
si era dichiarata pronta ad unire le proprie forze navali a
quelle britanniche. Quando la squadra italiana al comando del
vice-ammiraglio Accinni ebbe ordine di salpare per il Levante,
l'on. Crispi ricevendo (16 novembre) l'Accinni e l'on. Bettolo,
allora capitano di vascello, fece loro augurii di vittoria:
[pg!253]

    «Facciamo il dover nostro — egli disse — e teniamo
    alta la bandiera d'Italia. Ho piena fede in voi. La bandiera
    nazionale è affidata in buone mani. Iddio vi benedica.»

Nello stesso *Diario*, dal quale trascriviamo queste parole,
Crispi prese le seguenti note:

    «\ *21 novembre.* — Alle 9.15 i Reali giungono a Roma
    provenienti da Monza. Avendomi il Re invitato a recarmi
    da lui al Quirinale, sono ricevuto alle 10.

    Espongo al Re lo stato delle cose in Oriente. Le potenze
    sono d'accordo nella loro azione verso la Porta
    Ottomana. Il passo dell'Austria fu inopportuno. Non era
    possibile che la Russia consentisse il passaggio degli
    Stretti alle flotte europee. Essa non poteva permettere
    un condominio, anche temporaneo, nel Mar Nero. Doveva
    quindi rifiutarsi. Il rifiuto però non ha rotto gli
    accordi. La posizione del Sultano è grave. Si trova tra
    due fuochi: il fanatismo musulmano e la volontà dell'Europa
    decisamente espressa. Sarà gran fortuna per
    lui e per le grandi potenze, se giungerà a ristabilire
    l'ordine nel suo impero.

    La nostra flotta è a Smirne. Il vice-ammiraglio Accinni
    ebbe ordine di essere cortesissimo coi Francesi.
    L'ammiraglio Seymour offrì alla nostra squadra un comodo
    ancoraggio a Salonicco. Non ne abbiamo ancora
    profittato. Lord Salisbury dichiarò di ritenere in vigore
    gli accordi del 1887. Dichiarò che vuol procedere d'accordo
    con noi e che in caso di occupazione dei Dardanelli
    toccherebbe all'Italia la espugnazione delle fortezze
    turche.

    Spero nella pace, ma ho preveduto il possibile caso
    della guerra.»

Delineatosi il dissenso tra le Potenze, lord Salisbury visse
e fece vivere giorni di grande indecisione. Mentre il 15 novembre
egli dichiarava all'ambasciatore d'Italia, generale Ferrero,
di «voler profittare, anche in prossime evenienze, della
nostra collaborazione» — mentre il barone Marschall assicurava
risultargli da rapporti giuntigli da Londra che il nobile
[pg!254]
lord era «deciso ormai a rientrare nella linea della sua antica
politica», e il 17 l'ammiraglio sir Seymour, comandante della
squadra inglese ancorata a Salonicco, faceva premure affinchè
lo raggiungesse colà la squadra italiana — quando, pel rifiuto
russo di associarsi ad una dimostrazione negli Stretti, sembrava
che pel suo precedente atteggiamento l'Inghilterra avrebbe
dovuto passar oltre, — lord Salisbury non solo non si risolvette
a muoversi coi suoi alleati, ma alla fine di novembre avanzò a
Pietroburgo, isolatamente, senza prevenirne i Gabinetti di Roma
e di Vienna, una proposta formale per stabilire una specie di
tutela sull'Impero ottomano, che il Governo russo declinò.

Data da quell'epoca la lenta conversione dell'Inghilterra
verso la duplice alleanza.
[pg!255]




LA TRIPLICE ALLEANZA E L'INGHILTERRA.
=====================================


[pg!257]

:small-caps:`Capitolo Decimo.` — La crisi delle alleanze e degli accordi.
=========================================================================


.. class:: small

La politica estera dei successori di Crispi dal 1891 al 1893. — Conseguenze immediate
dell'inerzia italiana negli affari d'Oriente avvertite dal Blanc. — Germania
e Austria desiderano il ritorno di Crispi al governo. — Colloqui di Crispi
con gli ambasciatori di Germania e d'Austria-Ungheria. — I torbidi interni del
1893-94 deprimono il credito dell'Italia all'estero. — Guglielmo II e Crispi. — Motivi
del ritiro di Caprivi dalla Cancelleria germanica. — Nomina di Hohenlohe. — Favorevoli
disposizioni di Guglielmo II verso l'Italia. — Crispi e il dissidio anglo-germanico
pel Transvaal. — L'Italia nella politica internazionale al principio
del 1896. — La crisi delle alleanze e degli accordi. — I tentativi per ristabilire le
antiche intelligenze con l'Inghilterra falliscono. — Dal Diario di Crispi. — Necessità
di estendere i patti della Triplice alla protezione degl'interessi italiani nel
Mediterraneo e in Oriente. — Energiche rimostranze di Crispi. — L'imperatore di
Germania annunzia un suo viaggio in Italia per conferire con Crispi, ma questi
prima della venuta dell'imperatore deve abbandonare il governo.

.. vspace:: 2

Abbiamo notato in questo stesso volume che quando riprese
le redini del Governo, Crispi trovò tutta mutata la posizione
dell'Italia in Europa. La Triplice era stata rinnovata, ma era
tornata ad essere come nel primo periodo, dal 1882 al 1887, un
legame oneroso; e gli accordi speciali con l'Inghilterra e con
l'Austria-Ungheria, che formavano il complemento della Triplice,
erano caduti nel nulla.

Sia perchè mancasse ai successori di Francesco Crispi l'elemento
prezioso dell'autorità personale, sia perchè la loro azione
fosse pregiudicata da dichiarazioni pubbliche accennanti a preferenze
per un diverso orientamento della politica italiana, l'edificio
innalzato con tante fatiche crollò. Germania e Austria cominciarono
[pg!258]
a guardarci con diffidenza; — la Francia, tra le proteste
di amicizia a lei e il mantenimento dell'alleanza con le
Potenze centrali, non vide chiaro e continuò le sue ostilità; — l'Inghilterra,
convintasi della nostra incostanza e debolezza,
accentuò la sua tendenza a intendersi a tutti i costi con la sua
antica nemica, la Francia. Cosicchè si andò formando questa situazione:
le nostre alleanze ci garentivano l'integrità territoriale,
ma ci attiravano nello stesso tempo tutti i danni della
guerra tenace che i francesi, sapendoci indifesi, ci facevano dovunque;
e inoltre eravamo tenuti in disparte dalle combinazioni
della grande politica europea.

Uno dei nostri migliori diplomatici, il barone A. Blanc, che
fu ministro degli affari esteri nel secondo ministero Crispi,
aveva veduto subito nel 1891, dall'osservatorio importantissimo
che era allora Costantinopoli, i danni del nuovo indirizzo e li
aveva segnalati:


    .. class:: right small

    «Terapia, 30 giugno 1891.

    .. vspace:: 1

    .... Non si può più dissimulare al pubblico, il quale
    qui incomincia a scandalizzarsi dell'impotenza della diplomazia
    anche per la protezione dei nazionali esteri,
    che, distruttosi il concerto europeo, del che le ambasciate
    di Russia e di Francia accusano le potenze alleate, non
    vi fu sostituita la preponderanza effettiva di queste ultime,
    onde anarchia in un governo che senza ingerenza
    europea non può compiere i suoi obblighi interni ed internazionali.
    Il Sultano non crede il gruppo anglo-austro-italiano
    capace d'una vera e seria azione solidale; è convinto
    non potersi più riunire gli ambasciatori in conferenze;
    li oppone, più che non potè far mai pel passato,
    l'uno all'altro, sfidandoli, finchè osa, tutti.

    I ministri ed il Palazzo in piena balìa di finanzieri,
    il Sultano che investe personalmente in Inghilterra ed
    in America quanti più capitali può, aspettano la preveduta
    fine; ed il Sovrano diceva testè ad un suo famigliare:
    «Che direste se accettassi la protezione russa?»
    Per ciò militarmente il Bosforo è aperto alla Russia e
    i Dardanelli sono chiusi a noi. Non vi sarebbe resistenza
    armata nè reazione di popolo contro la Russia, se questa
    sbarcasse una divisione a tre ore dalla capitale. Sarebbero
    allora in tempo le squadre inglesi o le squadre
    [pg!259]
    alleate a rinnovare la dimostrazione fatta nel 1878 a
    Santo Stefano? Non è probabile. O può dirsi che una volta
    a Costantinopoli la Russia sarebbe in una trappola, in
    condizioni insostenibili? Al punto di vista militare e
    navale, può darsi: al punto di vista politico, da nessuno,
    neppure dagli uomini di Stato bulgari si nega
    che intorno a Bisanzio, restituita alla ortodossia, tutti
    gli Slavi dei Balcani saranno trascinati da irresistibile
    impulso, come nel 1861 tutti gli Italiani si unirono al
    grido di Roma capitale. Che avverrà allora dell'ideale
    nostro delle autonomie, la cui unica guarentigia sarebbe
    stata la preponderanza politica e navale dell'Inghilterra
    e dell'Italia sui porti della Turchia europea? Che avverrà
    allora della teoria germanica dell'inorientazione dell'Austria-Ungheria?
    e della possibilità di soddisfazioni,
    a meno d'un'altra gran guerra, nell'interesse anglo-italiano
    d'equilibrio nel Mediterraneo? Non è forse abbastanza
    valutato dalla Germania e dall'Austria-Ungheria
    il fatto che in certi momenti la presenza d'un principe
    di loro fiducia a capo di tale o tal altro Stato balcanico
    non è punto sufficiente ad impedire rivolgimenti di volontà
    popolare? Basti ricordare come trionfò la causa
    della riunione della Rumelia orientale, tanto avversata
    e temuta a Vienna e a Berlino, per dimostrare che,
    anche in Oriente, si deve pur tener conto delle tendenze
    dei popoli.

    Questa regia ambasciata s'inspirò fin dal 1887 al convincimento
    che a tale situazione è pericoloso applicare
    la massima *inertia sapientia*; che la pace e lo *statu-quo* legale
    non sospendono il corso della evoluzione delle nazioni;
    che in piena pace, in pieno regime d'alleanze, se l'Egitto
    diventò inglese e se il versante sud dei Balcani diventò
    bulgaro, più facilmente ancora possono stabilirsi nel
    Mediterraneo nuove condizioni propizie o contrarie agli
    essenziali interessi italiani; che il programma di pace
    essendo per sè negativo, non si doveva esporre l'Italia
    a non vedere più altri scopi positivi per l'alleanza se
    non quelli odiosi che le attribuiscono i nostri avversari,
    cioè un appoggio cercato all'estero per le istituzioni monarchiche,
    o un pegno preso sulla eredità d'una Francia
    minacciata di smembramento; e che in conclusione,
    perchè l'alleanza diventasse popolare e proficua, e fosse
    nella coscienza italiana non un espediente necessario
    [pg!260]
    alla sicurezza, ma una base di fruttuosa operosità, dovessimo,
    dopo aver rifiutato disgraziatamente quel primo
    premio dell'alleanza che era l'Egitto, rifarci almeno con
    una legittima influenza in Oriente, fondata sopra un
    liberale sviluppo di autonomie nella penisola balcanica
    e sopra la preponderanza navale e politica delle quattro
    potenze sugli scali del Levante.

    Perciò quest'ambasciata proponeva nel 1887 quelle intelligenze
    che furono adottate senz'altro a Vienna e a
    Londra. Queste, che i miei colleghi amici chiamarono
    il patto fondamentale della nuova politica europea in
    Oriente, e che sir W. White diceva segnare una data
    storica, colla quale si poneva termine al secolo di guerra
    caratterizzato dagli spartimenti della Polonia e della
    Turchia; questo punto di partenza d'una nuova êra d'influenza,
    consentitaci in Oriente, ove col fatto si decide
    la questione se una potenza sia grande o piccola, dall'Inghilterra
    o dall'Austria-Ungheria, ambedue allora
    per ragioni diverse disposte ad appoggiarci per ingerenze
    per noi più naturali e più facili, a favore delle
    autonomie e della libertà degli stretti; questo programma,
    infine, la cui pratica attuazione, studiata in ogni
    particolare, ci avrebbe costato assai meno oro e meno
    forza della nostra politica militare nel mar Rosso, è desso
    rimasto finalmente lettera morta! Fin dal 1888 i miei
    colleghi dichiaravano non spettar più all'iniziativa di
    essi e mia qui, bensì a diretti concerti tra i gabinetti,
    la pacifica ma efficace attuazione di quelle intelligenze.
    Havvi luogo ancora di sperare che intervengano simili
    concetti, estesi, cioè, ad altri interessi pacifici nel Mediterraneo,
    oltre a quelli della sicurezza delle nostre coste!

    Succede ora un fatto capitale, che fu appena avvertito
    in Italia, il riparto virtuale dell'Africa tra l'Inghilterra,
    Germania e Francia, le quali sole si inoltrano
    verso i decisivi punti centrali, ove fra le sorgenti dei
    grandi fiumi verrà decisa un giorno la preponderanza
    sul continente nero, — mentre la Tripolitania senza l'*hinterland*
    non è più, per le relazioni che a noi premono
    tra il Mediterraneo e l'Africa, che quasi un *non valore*,
    secondo l'espressione del signor di Radovitz. Mentre durano
    la pace e l'apparente *statu quo*, sipario calato davanti
    agli spettatori, velo protettore dietro il quale altri
    opera mutamenti di scena d'importanza mondiale, vedremo
    [pg!261]
    noi troppo tardi verificarsi qui altre trasformazioni
    per noi non meno gravi, di cui forse oggidì i preludi
    passano dalla nostra diplomazia inosservati?»....

..


    .. class:: right small

    «Costantinopoli, 2 settembre 1891.

    .. vspace:: 1

    Il 26 luglio informavo Vostra Eccellenza che questo
    incaricato d'affari d'Inghilterra aveva, d'ordine del *Foreign
    Office*, avvisato la Porta che le condizioni dell'isola
    di Candia vanno peggiorando pei numerosi misfatti; al
    punto da far temere che ne approfitti a scopi politici
    chi è interessato a fomentare una nuova insurrezione
    nell'Isola.

    Il 20 agosto sir W. White, tornato da una breve escursione
    in Germania, aveva con me un colloquio particolare
    nel quale egli mi faceva prevedere che mi avrebbe
    diretto prossimamente una comunicazione sugli affari
    cretesi in seguito ad «uno scambio d'idee avvenuto tra
    i gabinetti di Londra e di Parigi». Egli era in possesso
    della relativa corrispondenza, piuttosto voluminosa, tra
    lord Salisbury ed il signor Ribot, non conosciuta dai
    nostri rappresentanti a Parigi e a Londra. Il 23 agosto
    sir W. White parlò pure al signor di Radovitz di una
    comunicazione che gli avrebbe fra breve fatta circa le
    cose di Candia, ma senza spiegarsi, che io sappia, altrimenti.

    Per altro Vostra Eccellenza mi segnalava il 22 agosto la
    coincidenza, che non le sembrava fortuita, tra l'annunzio
    a noi fatto dal signor de Giers con dimostrazioni di
    fiducia, che la Russia intende insistere presso la Porta
    per provvedimenti acconci alle condizioni aggravate di
    Candia, e una domanda fatta al regio Ministero da codesto
    Incaricato d'affari di Grecia, se cioè l'Italia sarebbe
    disposta ad associarsi alle rimostranze di alcune
    grandi potenze al Governo ottomano circa i casi di Candia,
    anche quando Austria e Germania non vi prendessero
    parte. Il rappresentante ellenico a Roma rinnovava
    l'invito il 26 agosto, chiedendo più precisamente a Vostra
    Eccellenza se l'Italia avrebbe voluto associarsi non
    solo alla Russia, che ce n'aveva avvisati, ma alla Francia
    e all'Inghilterra, che verso di noi mantenevano il
    silenzio, per ottenere un migliore Governo per Candia.

    Vostra Eccellenza avendomi pregato il 28 agosto, in
    [pg!262]
    base a tali comunicazioni della Russia e della Grecia,
    di assumere informazioni circa la notizia pervenutale
    «da altra parte» che l'Inghilterra, d'accordo colla Francia
    e *coll'Austria-Ungheria*, aveva fatto passi presso la
    Porta a favore di Candia, Le risposi ricordando che già
    il 26 luglio precedente io aveva riferito a Vostra Eccellenza
    come l'Inghilterra avesse fatto presso la Porta
    il passo che ho accennato di nuovo più sopra, e non
    altro passo qualsiasi. Prima e dopo di quelle date,
    il mio collega d'Austria-Ungheria non ha comunicato
    alla Porta, mi dice egli, se non, come al solito, le informazioni
    dei consoli locali austro-ungarici sulle cose
    cretesi; anch'egli per altro aveva ricevuto l'annunzio da
    sir W. White d'una prossima comunicazione sulle cose
    di Candia, e dopo ciò sir W. White si era limitato, aggiungevami
    il barone di Calice, a colloqui confidenziali
    coi soli ambasciatori di Francia e di Germania. Così
    l'Austria-Ungheria dimostrava a noi essere rimasta estranea
    a tutto il negoziato, cosa degna di nota dopo le
    circostanze segnalate nel mio rapporto del 30 giugno
    scorso, indicanti una diminuzione di fiducia dei gabinetti
    di Londra e di Vienna verso la politica italiana.

    Trovandomi il 28 a sera all'ambasciata d'Inghilterra,
    sir W. White mi disse avere aspettato l'occasione d'incontrarmi
    per notificarmi il risultato delle sue conferenze
    col collega di Francia. Egli aveva avuto, in conformità
    d'istruzioni del suo Governo, un ultimo colloquio
    col conte di Montebello sulle presenti condizioni di Candia,
    la quale da recenti rapporti dei consoli inglesi e
    francesi risultava un poco più tranquilla. Nè egli, nè il
    conte di Montebello si erano trovati in grado di proporre
    alcun passo che non si riducesse ad ufficiose osservazioni
    alla Porta nel senso di conservare la pace e l'ordine
    dell'isola. Il conte di Montebello avevagli dichiarato
    non essere propenso ad alcuna ufficiale osservazione
    alla Porta, disposizione questa nella quale sir W. White
    conveniva pienamente. Quanto precede era stato portato
    a cognizione di lord Salisbury. Sir W. White mi
    disse inoltre che per conto suo non avrebbe fatto,
    salvo ordine del suo Governo, alcun passo formale dopo
    quello già fatto, come le avevo riferito il 26 luglio, e aggiunse
    non poter prevedere se questi rappresentanti di
    Francia e Austria-Ungheria avranno istruzioni per analoghi
    [pg!263]
    passi più o meno confidenziali, ma ritenere che
    ad ogni modo risulteranno passi isolati; non esservi
    luogo a concerti tra i rappresentanti in Costantinopoli,
    ogni concerto al riguardo, non potendo e non dovendo
    stabilirsi se non direttamente tra i gabinetti stessi. Tutto
    ciò mi parve nuovo sintomo dell'isolamento, conseguenza
    di anteriori divergenze di indirizzo dell'Italia rispetto all'Inghilterra
    e all'Austria-Ungheria, isolamento del quale
    volta per volta, ed ultimamente col mio rapporto del
    30 giugno, era stato mio dovere segnalare le origini.

    Il 29 agosto, ulteriori mie informazioni mi davano certezza
    che l'ambasciata d'Austria-Ungheria, anzichè rimanere
    inoperosa quando l'incaricato d'affari d'Inghilterra
    faceva il suaccennato passo, aveva, nelle sue comunicazioni
    al Gran Visir, dimostrato preoccupazioni perchè
    si fosse sguarnito Candia di truppe, e desiderii perchè
    venissero rimosse le cagioni di complicazioni provenienti
    da disordini nell'Isola; ed il signor di Radovitz mi confermò
    poi avere il barone di Calice tenuto un tale linguaggio
    «in espresso appoggio» al passo formale dato
    dall'incaricato d'affari d'Inghilterra. Ne emergono due
    conclusioni per noi: in primo luogo, la conferma delle
    notizie giunte all'Eccellenza Vostra di intelligenze dell'Inghilterra
    non solo colla Francia, ma coll'Austria-Ungheria
    per Candia, senza partecipazione al regio Governo;
    in secondo luogo, la conformità del linguaggio
    del barone di Calice con quello del signor de Giers, il
    quale, secondochè fu telegrafato a Vostra Eccellenza da
    Pietroburgo, si dimostrava preoccupato perchè il Governo
    ottomano continuava a sguarnire Candia di truppe per
    portarle allo Yemen ove la situazione si fa più critica,
    il Governo russo cercando di rimuovere ogni cagione
    di complicazione internazionale circa Candia.

    Così risultava ad evidenza che le due potenze alle
    quali ci eravamo legati con speciali intelligenze di massima
    per interessi comuni nel Mediterraneo, l'Inghilterra
    e l'Austria-Ungheria, si occupavano, insieme ai
    gabinetti di Russia e di Francia, e senza che Vostra Eccellenza
    ne avesse notizia se non da Pietroburgo e da
    Atene, delle cose di Candia.

    In questo corpo diplomatico si spiegava ciò col fatto
    che in seguito a conferenze avute dal signor Tricoupis
    a Sofia, il Re di Grecia avesse ottenuto dai gabinetti
    [pg!264]
    di Londra e di Parigi, notoriamente ravvicinatisi nei
    negoziati che precedettero la visita della squadra francese
    a Portsmouth, un qualche compenso in Candia ai
    progressi dei Bulgari in Macedonia; l'Inghilterra era
    supposta non aliena dal favorire la concessione ai Candioti
    d'un governatore cristiano personalmente grato
    alla Francia, la quale così avrebbe desistito dal premere
    per lo sgombro dell'Egitto; l'Austria-Ungheria poi
    era evidentemente desiderosa ad un tempo di evitare
    ogni passo collettivo che ponesse, come desideravano i
    Greci, la questione di Candia davanti all'Europa, e di
    apparire ciò nullameno per conto proprio facilitare ai
    Greci il vantaggio di un'influenza francese in Creta,
    vantaggio anche per gli interessi austro-ungarici, poichè
    diventava così meno esclusiva la preponderanza russa
    in Atene, aggiungendovisi la francese.

    Intanto mi giungeva inaspettatamente una lettera del
    signor di Radovitz dalla quale emerge che, secondo il
    mio collega di Germania, l'Italia potesse disinteressarsi
    insieme alla Germania dai negoziati iniziati dalle altre
    grandi potenze circa Candia. Vi era una tale coincidenza
    tra l'invito di lui a non unire l'Italia ai passi dell'Inghilterra
    e dell'Austria-Ungheria in una questione pur
    mediterranea, e le ripetute dichiarazioni di sir W. White
    a me e al barone di Calice non avere più pratico valore
    le intelligenze stabilite fra i tre gabinetti nel 1887,
    che non esitai ad alludere a tal punto delicato nella
    mia risposta al signor di Radovitz a proposito di lui
    evidente tentativo d'isolare l'Italia nella questione di
    Candia, della quale sole Russia e Grecia avevano fatto
    parola a Roma.

    Sir W. White passò nell'ambasciata di Germania la
    serata del 29, quando già il signor di Radovitz aveva
    in mano detta mia lettera; e venne da me l'indomani
    mattina, a dirmi che credeva non esservi nulla da fare
    per ora circa Candia. Io gli esternai il desiderio di tenermi
    in ogni caso in intima relazione come per il passato
    con lui e con il collega d'Austria-Ungheria, a scopi
    comuni. Egli mi rispose non esservi base a concerti in
    tre in tali questioni. Io m'ispirai allora al rapporto del
    conte Nigra del 4 agosto, e dissi a sir W. White che il
    conte Kálnoky, secondo le mie informazioni, continuava
    a credere che le intelligenze prese nel 1887 coll'Inghilterra
    [pg!265]
    non solo debbono essere considerate in pieno vigore,
    ma costituiscono una base preziosa ed importante
    dell'azione eventuale delle tre potenze alleate in Oriente.
    Sir W. White mi domandò se il conte Kálnoky avesse
    fatto qualche speciale allusione all'una o all'altra delle
    tante questioni che in Oriente sono criterio di una voluta
    e sincera comunanza d'interessi ed intenti, la quale,
    se manifestatasi nelle opere della pace, può tanto meglio
    poi esternarsi negli eventuali periodi d'azione. Replicai
    io non avere mai cessato dal segnalare non solo al mio
    governo, ma ai colleghi d'Austria-Ungheria e di Germania,
    le occasioni ed i mezzi di pacifica ed effettiva
    attuazione, per parte delle tre potenze mediterranee
    amiche, del convenuto scopo di benefica ed operosa preponderanza
    nostra comune; ma che delle tante questioni
    presentatesi, economiche, religiose, o puramente politiche,
    nelle quali antiche divergenze tra l'Italia e Austria-Ungheria
    erano da togliersi di mezzo, ignoravo se alcuna
    fosse stata trattata col conte Kálnoky, il quale
    menzionava soltanto l'interesse della consolidazione del
    principe Ferdinando, argomento sul quale in verità le
    tre potenze, come le tre ambasciate, non hanno per un
    momento mancato di dimostrare la più completa e favorevole
    comunanza d'apprezzamento. Ma ad ogni modo,
    osservai io a sir W. White, le anteriori asserzioni di
    lui stesso al barone di Calice e a me circa la caducità
    delle intelligenze tra l'Italia, Inghilterra ed Austria-Ungheria
    per le cose d'Oriente erano ritenute dal conte Kálnoky
    non conformi alla realtà delle cose. Sir W. White
    mi replicò dubitare che il conte Kálnoky avesse attualmente
    confermato le intelligenze del 1887 quali vigenti
    ed esecutorie; mi narrò aver egli, in una recente
    sua conversazione col conte Kálnoky, chiamatane l'attenzione
    sui pericoli per la conservazione dello *statu quo*
    in Oriente del sistema di doppio governo vigente qui,
    ove la Porta impotente è incaricata d'intrattenere le
    volontarie illusioni delle potenze alleate, mentre il solo
    vero potere è nel Palazzo, ostile alle potenze stesse; nè
    avergli taciuto il suo pensiero, essere funesto il sistema
    della diplomazia austro-ungherese di assicurare l'impunità
    al Sultano e lusingarne l'arbitrario a scopi di apparente
    influenza, ed a detrimento dei più essenziali interessi
    comuni delle potenze amiche in Oriente.
    [pg!266]

    Tali gravi affermazioni dell'ambasciata d'Inghilterra,
    alle quali egli aggiungeva, all'indirizzo della politica italiana,
    altri rimproveri, sui quali la mia precedente corrispondenza
    mi dispensa dal ritornare, traevano per me
    chiaro significato da amichevoli sue confidenze relative
    a quella questione di Macedonia che, inseparabile per
    la Grecia dalla questione di Candia, è tuttora il nodo
    delle difficoltà balcaniche. Sir W. White deplorava che
    l'ambasciata d'Austria-Ungheria, approfittando degli intrighi
    turco-russi del Palazzo contro lo sviluppo degli
    interessi anche commerciali e ferroviari inglesi ed italiani
    nella penisola balcanica, continuasse in Turchia
    la politica di esclusivismo economico che le era mal
    riuscita in Rumenia ed in Serbia; che a Vienna si fosse
    osteggiata la riforma del Consiglio del debito ottomano
    e della banca ottomana, istrumenti di monopolio politico-finanziario
    avverso all'Inghilterra e all'Italia; favorito
    in Macedonia i Serbi quando Re Milano era sul
    trono, i Bulgari solo dopo che il principe Ferdinando
    venne a Sofia; sostenuto il principio francese e russo
    delle protezioni religiose a pro di protezioni austro-ungheresi
    sui cattolici dei Balcani, contrariamente al principio
    anglo-italo-tedesco delle protezioni di ciascuno sui
    propri nazionali; rifiutato di ammettere passi collettivi
    presso la Porta contro il brigantaggio sulle ferrovie ottomane
    sottoposte alla protezione austro-ungherese fino
    a Costantinopoli ed a Salonicco; dimostrato inquietudini
    ad ogni comparsa di squadre inglesi od italiane a
    Salonicco o a Smirne; ammesso la teoria russa per il
    passaggio di truppe russe nel Bosforo; evitato ogni adesione
    ai reclami inglesi e italiani contro la complicità
    del Palazzo col brigantaggio e contro la spoliazione sistematica
    dei rispettivi nazionali a beneficio della lista
    civile, abusi coperti dalla incondizionata protezione accordata
    dall'Austria-Ungheria al Sultano.

    Pure malgrado tanti gravami, osservai io, l'Inghilterra
    aveva negoziato coll'Austria-Ungheria per l'attuale situazione
    di Candia, e coll'Italia no. Eravamo dunque
    in presenza di qualche nuova combinazione a nostro
    danno, come nel Congresso di Berlino? Sir W. White
    non rispose.

    Anche il mio collega di Germania, come per dimostrarmi
    al pari di sir W. White non essere diminuita la
    [pg!267]
    nostra reciproca fiducia personale, si recò da me il 31 agosto
    ed intavolò francamente la conversazione sul grave
    argomento delle scosse intelligenze fra gli alleati in
    quanto all'Oriente. Sorvolando sulle divergenze verificatesi
    fra i gabinetti di Roma e di Berlino circa gli affari
    di Candia ed alludendo a disposizioni che negli
    ultimi tempi si erano, secondo il signor di Radovitz, dimostrate
    a Roma a favore della Russia, disse non potersi
    sperar nulla dal collega di Austria-Ungheria ormai
    per gli interessi politici ed i diritti privati compromessi
    dalla *curée finale* che si fa in Palazzo degli ultimi elementi
    di vitalità dell'impero ottomano; il barone di Calice
    considerare successo bastante alla propria situazione
    l'aver fatto prevalere nel recente incidente di Uskub il
    principio di protezione religiosa non ammesso nè dalla
    Germania, nè dall'Italia, nè dall'Inghilterra; non potersi
    sperare il concorso del delegato austro-ungarico al disegno
    di eliminare dal debito ottomano il noto sindacato
    speculatore; perfino riguardo al brigantaggio, che
    assume nella Turchia la stessa indole politica che in
    Creta, avere egli, Radovitz, quale decano, in assenza del
    barone di Calice, chiesto al suo Governo l'autorizzazione
    di riunire i rappresentanti delle grandi potenze per deliberare
    circa i passi da farsi presso la Porta a beneficio
    anche dei sudditi di potenze minori, ma essersi il
    gabinetto di Vienna opposto a qualsiasi collettività anche
    ristretta in proposito. Passando alla quistione di Candia
    il signor di Radovitz mi confidò che le istruzioni di
    lord Salisbury a sir W. White ordinavano a quest'ultimo
    non solo di conferire col conte di Montebello ma «di
    trovar modo di porsi d'accordo con lui», lo che produsse
    in essi, Radovitz e White, profonda sorpresa e
    preoccupazione. Le mire delle rispettive potenze essere
    così apparse tanto oscure che il signor di Nelidow, sospettoso
    contro le tendenze francesi ad accordarsi coll'Inghilterra,
    aveva consigliato al suo collega di Francia
    a non spingere più oltre il negoziato. In conclusione
    il mio collega di Germania aggiunse che la questione
    di Candia sarebbe risorta fra breve, ma che per ora era
    meglio lasciarla cadere. E questa conclusione è concorde
    col telegramma di Berlino che Vostra Eccellenza mi comunicava
    iersera.

    In sostanza, un principio d'accordo franco-inglese
    [pg!268]
    avendo avuto luogo per gli affari di Candia quale compenso
    per l'occupazione dell'Egitto, il regio Ministero
    venne escluso per volontà dei nostri alleati da tutto il
    negoziato relativo. Tale fatto è sintomo assai chiaro del
    ritorno alla situazione del 1884, nella quale l'Italia, per
    aver sistematicamente agito negli affari d'Egitto in senso
    contrario allo spirito delle alleanze da essa concertate,
    vide sciogliersi di fatto il fascio delle alleanze stesse e
    rimase nell'isolamento. Vengono anche confermate da
    tale fatto le previsioni espresse nel mio rapporto del
    30 giugno, circa la situazione disastrosa per i nostri interessi
    mediterranei, che risulta per l'Italia dal tornare
    ad essere lettera morta le intelligenze di massima coll'Inghilterra,
    programma che io ho pur ordine, finora
    non revocato, di seguire in Costantinopoli e sul quale
    non ho cessato di essere in pieno accordo coi miei colleghi
    d'Inghilterra e di Germania....»

Alla fine del 1893 l'inerzia politica dell'Italia aveva già dato
tutti i suoi frutti, e non era facile cosa riprendere la posizione
perduta e rimuovere le altre potenze dalle nuove combinazioni
nelle quali si erano impegnate. Caprivi e Kálnoky, Cancellieri
dei due imperi centrali quando Crispi nel 1891 lasciò il governo
d'Italia, erano tuttavia in carica e si deve credere che desiderassero
il ritorno di lui al potere, poichè mentre Crispi ne
sembrava ancora lontano, gli ambasciatori conte Solms e barone
De Brück gli recavano messaggi e voti.

Il Solms fece visita a Crispi il 13 ottobre 1893. Dal *Diario* più
volte ricordato riferiamo qualche nota:

    «L'ambasciatore germanico, dopo qualche accenno
    sulla politica generale, mi racconta con visibile soddisfazione
    che l'Imperatore lo aveva invitato a pranzo a
    Potsdam, e che con lui ragionando delle sue relazioni
    col Papa, lo aveva incaricato di riferirmi, appena tornato
    in Roma, che non aveva dimenticato le osservazioni
    da me fattegli sulla politica pontificia e che non si lascerebbe
    prendere dal Vaticano.

    \ — Il Papa — dissi — è nemico della Triplice perchè
    questa è un ostacolo al ristabilimento del potere temporale
    ed assicura a noi il possesso di Roma.
    [pg!269]

    \ — L'Imperatore non lo ignora e sa quello che fa.
    Avete visto come l'Imperatore si è condotto col principe
    di Bismarck? In Germania ha fatto magnifica impressione
    l'offerta che il nostro Sovrano ha fatto al
    Principe di un Castello imperiale per ristabilirsi in salute.
    È una riconciliazione tra l'Imperatore e il suo antico
    Cancelliere che ha davvero consolato il popolo tedesco.
    E voi che cosa fate? Continuerete con l'attuale ministero?
    Quale sarà il vostro contegno?

    \ — Io? Sono fuori dalla politica militante....

    \ — Ma l'Italia non può continuare con un ministero
    come l'attuale.

    \ — Non ho alcun giudizio da emettere. Sto a guardare!»

Il De Brück si recò da Crispi il 25 ottobre. Leggiamo nel
*Diario*:

    «Visita del barone De Brück alle 3.45 pom.

    Il barone è preoccupato delle condizioni d'Italia. Soggiunge
    che ne sono preoccupati anche a Vienna....

    \ — Bisogna che vi occupiate delle cose del vostro
    paese. Che volete? Questo linguaggio parrà singolare in
    bocca di un austriaco, ma tanto più dovete ascoltarlo.
    Noi abbiamo bisogno che l'Italia sia ben governata e
    tranquilla; e lo stato attuale c'inquieta.

    \ — Me ne duole; ma io non ho che farci. È la disgrazia
    d'Italia. È il nostro un paese cui manca la continuità
    nella politica; ed è la ragione per la quale all'estero non
    abbiamo la dovuta considerazione. Ai tempi di Mancini,
    non ostante il trattato della Triplice, il Principe di Bismarck
    non aveva fede in lui. A Berlino ed a Vienna
    si cominciò ad aver fede nel governo d'Italia con Robilant....

    \ — Dite piuttosto con voi. Con Robilant ci fu una
    fiducia relativa. Con voi a Berlino ed a Vienna non si
    dubitò mai. E bisogna che ritorniate al potere.

    \ — .... Io vengo dalla rivoluzione. Io ero repubblicano,
    ed accettai la monarchia perchè con essa potevamo acquistare
    l'unità. Sono stato fedele alla forma di governo
    che ho adottato, e deputato e ministro non ho mancato
    ai miei doveri. Il Re avrebbe dovuto comprendere tutto
    ciò, ed avrebbe dovuto sentire l'importanza della mia
    [pg!270]
    devozione.... Se non amassi il mio paese, mi sentirei legittimato
    a ritirarmi completamente dalla politica....

    \ — E fareste male. Voi bisogna che continuiate a servire
    il Re ed il vostro paese. Io non vedo un uomo che
    possa giovare all'Italia e servirla come voi; ed il Re lo
    sa, e più d'una volta me lo ha dichiarato....»

Affidando al barone Blanc il ministero degli Affari esteri,
Crispi non rinunziò ad avere una diretta ingerenza nella politica
estera. Portare nella trattazione delle maggiori questioni
internazionali il suo criterio e l'autorità del suo nome era un
dovere ch'egli sentiva come presidente del Consiglio, e non
avrebbe saputo mancarvi anche perchè la politica estera era
stata sempre prediletto oggetto dei suoi studî.

Nei primi mesi del 1894 le condizioni interne d'Italia erano
così gravi che richiesero tutta la sua attenzione. In Parlamento
non vi furono per qualche tempo dissensi; le ambizioni tacevano;
tutti i partiti, dominati dal timore, seguivano ansiosamente
l'azione di Crispi rapida, energica contro un movimento
anarchico che minacciava un caos sociale e politico. Ristabilito
l'ordine pubblico, risollevato il morale del paese e restaurata
la finanza, Crispi potè, nonostante che cominciassero ad addentarlo
le ire di parte, dedicarsi maggiormente alla situazione
internazionale.

La politica estera dell'Italia non poteva non risentirsi delle
difficoltà interne. Dovunque eravamo meno considerati. L'Ambasciatore
a Londra, conte Tornielli, scriveva l'8 gennaio 1894:

    «Le notizie tendenziose della stampa francese, ripercosse
    nella inglese, l'opera dei pochi corrispondenti speciali
    di quest'ultima residenti in Italia, cospiravano
    negli ultimi mesi ad accrescere le prevenzioni e le diffidenze
    alle quali il mio linguaggio ufficiale e privato
    non bastava certamente a porre argine. Poche volte
    Lord Rosebery mi parlò delle nostre difficoltà interne e
    sempre con quella misura che gli è propria, piuttosto,
    se ben io ne intesi l'intenzione, per dare a me l'occasione
    di spiegare o di smentire le altrui esagerazioni.
    Egli accolse sempre con benevolo interesse le spiegazioni
    e le smentite mie.»

[pg!271]

In Germania la fiduciosa amicizia degli anni del primo ministero
Crispi, che aveva avuto una manifestazione solenne
nel 1889 in occasione del viaggio a Berlino del Re Umberto,
era un ricordo del passato. Il ritorno di Crispi ridestò la speranza
che potessero tornare i giorni della intimità italo-germanica.
«L'imperatore Guglielmo — riferiva l'Ambasciatore
Lanza — non dubita che passeggere sieno le nubi che passano
sulla nostra povera Italia, e che il senno del Re e l'energia
del suo governo sapranno presto dissiparle». In data 5 marzo
lo stesso generale Lanza riferiva:

    «Ieri sera ad una rappresentazione di beneficenza ebbi
    l'onore di conferire con S. M. l'Imperatore, che sedeva
    in palco a me vicino.

    S. M. si degnò esprimermi le sue felicitazioni per la
    vittoria riportata dal Regio Governo nelle ultime discussioni
    parlamentari, per la splendida votazione avuta
    in suo favore, ed ebbe parole improntate, come sempre,
    a grande amicizia per la famiglia Reale, a stima e benevolenza
    grandissima per l'Italia, augurando che l'energia
    e l'autorità da lui molto apprezzate del Capo
    attuale del Gabinetto, l'alto senno del Re, riescano a
    superare tutte le difficoltà della crisi che attraversiamo.

    S. M. ebbe anche parole di grande lode per la condotta
    dell'esercito nelle luttuose circostanze in cui ebbe
    a trovarsi in Sicilia, e nella Provincia di Massa e Carrara;
    mi parlò con vivo compiacimento del valore dimostrato
    dai nostri nel combattimento di Agordat, del
    quale, mi disse, si era fatto spiegare tutti i particolari
    dal Capo del Grande Stato Maggiore, particolari che egli
    infatti conosceva meglio di me.»

Ai primi di aprile Guglielmo e Umberto s'incontrarono a
Venezia. Il Re si compiacque di telegrafare a Crispi:


       |   «\ *A S. E. Cav. Crispi*
       | *Presidente del Cons. dei Ministri.*

    S. M. l'Imperatore lascerà Venezia domattina portando
    seco la migliore impressione di questa Città che ha così
    degnamente rappresentato l'Italia nell'onorare l'augusto
    [pg!272]
    nostro alleato e amico. L'Imperatore nei varî colloquî
    avuti con me mi ha parlato di Lei e sempre con sentimenti
    di viva simpatia e di alta considerazione.

    Mi compiaccio di esprimerle la particolare e meritata
    benevolenza di S. M. l'Imperatore e di confermarle la
    mia cordiale amicizia.

    .. class:: right white-space-pre-line

    Affezionatissimo
    :small-caps:`Umberto`.»

In ottobre la Cancelleria germanica era in crisi. Il generale
Caprivi, il successore di Bismarck, col quale Crispi stava per
riannodare i rapporti che un'altra crisi, quella del 1891, aveva
interrotti, si dimise dall'altissimo ufficio. Le cause immediate
che determinarono quell'avvenimento furono narrate a Crispi
nei seguenti termini:

    «L'accordo fra il Cancelliere e il Ministero prussiano
    nella questione delle misure da adottarsi per combattere
    i partiti sovversivi era fatto; le misure stesse erano
    state concretate (non se ne conoscono ancora i particolari),
    ed avevano ottenuto l'approvazione dei Governi
    confederati, il decreto d'apertura del Parlamento per il
    15 novembre era già pubblicato; Sua Maestà l'Imperatore
    doveva ripartire ieri sera per le caccie di Blankenburg;
    quando nel pomeriggio egli riceveva successivamente
    a Potsdam il Conte Eulenburg, Presidente del
    Ministero Prussiano, e il Cancelliere Conte Caprivi, e
    dopo tali visite contromandava la sua partenza. Nella
    sera si spargeva la notizia che quei due alti funzionari
    avevano rassegnato le loro dimissioni e queste erano
    accettate!! Che cosa era avvenuto?

    Una breve conversazione avuta iersera col Conte Eulenburg
    che, come se nulla fosse avvenuto, incontrai in
    una *soirée*, mi pone in grado di desumere come siansi
    passate le cose.

    Quando il Conte Caprivi, a proposito della legge scolastica,
    lasciò la carica di Presidente del Ministero Prussiano,
    che fu assunta dal Conte Eulenburg per deferenza
    ai voleri sovrani, questi era già convinto che la separazione
    delle due cariche di Cancelliere e di Ministro
    Presidente Prussiano non poteva durare a lungo, come
    non durò ai tempi di Bismarck senza dar luogo ad inconvenienti,
    [pg!273]
    ad attriti gravi. Questi attriti giunsero al
    colmo, fra il Conte Caprivi e il Conte Eulenburg, a proposito
    delle misure sovraccennate e solo per intromissione
    dell'Imperatore un accordo fu possibile. Fu però
    un accordo, per così dire, forzato, concluso il quale e
    terminata la preparazione dei provvedimenti legislativi
    che ne erano la conseguenza, ambedue posero subito
    ieri i loro portafogli a disposizione di Sua Maestà. La
    quale dovette convincersi che realmente si doveva venire
    ad una soluzione radicale prima della convocazione
    del Parlamento. Non potendo naturalmente lasciar partire
    il Conte Eulenburg senza profondamente ferire il
    partito conservatore, già tanto ostile al Conte Caprivi,
    e d'altra parte non sentendosi questi, che sì frequenti
    volte dimostrò desiderio di ritirarsi, di assumere il peso
    delle due cariche, nè di difendere davanti il Reichstag
    delle misure cui in massima si era sempre mostrato
    ostile, Sua Maestà decise di dar corso alle dimissioni
    di ambedue e mandò ad effetto, colla sua solita rapidità
    di decisione, il provvedimento.

    Il posto di Cancelliere dell'Impero e Ministro Presidente
    Prussiano è stato offerto al principe Hohenlohe,
    attualmente Governatore dell'Alsazia-Lorena. Se accetterà
    sarà il regno dei *Segretari di Stato*, giacchè egli non
    ha più, a mio parere, l'energia, la vigoria necessaria per
    sì alta e grave carica. Il suo nome però, il suo passato,
    raccoglierà su di lui i voti dei partiti conservativi e
    specialmente della nobiltà prussiana che in Parlamento
    e fuori si mostrarono sì ostili al Conte Caprivi.»

Il 29 ottobre il principe di Hohenlohe fu nominato Cancelliere
dell'Impero e Presidente del ministero prussiano. Crispi
inviò al Lanza il seguente telegramma:

    «Il nome di Hohenlohe, già amato in Italia, viene
    oggi salutato con la più viva simpatia. Voglia far sentire
    al Gran Cancelliere che il nostro paese si felicita
    insieme al Governo di una nomina che siamo sicuri gioverà
    ai comuni interessi delle due nazioni.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi`.»

[pg!274]

Hohenlohe mandò dapprima il barone Marschall, poi si recò
lui stesso dall'ambasciatore d'Italia a ricambiare il saluto:

    «Hohenlohe — telegrafava l'ambasciatore al ministro
    Blanc il 30 ottobre — venuto in persona casa mia, vuole
    rinnovi a V. E. e al Presidente del Consiglio vivi ringraziamenti
    e ricambi loro i sentimenti espressigli, lieto
    poter cooperare interessi comuni due paesi. Più che sue
    parole, la sua visita fattami oggi fra tante altre cure e
    prima di aver potuto ricevere la mia e quella di altri
    ambasciatori, dimostra il conto nel quale egli tiene il
    capo del R. Governo che egli disse esser lieto già conoscere,
    nonchè V. E. e ciò mi è di buon augurio per
    l'avvenire.»

Le buone disposizioni dell'Imperatore Guglielmo verso l'Italia
erano confermate dal Lanza in un suo rapporto del 5 marzo 1895,
del quale riferiamo questo interessante brano:

    «Al suo ritorno da Vienna S. M. l'Imperatore mi
    onorò di una sua visita personale per esprimermi, come
    disse, la sua soddisfazione di aver potuto stringer la
    mano a S. A. R. il Duca d'Aosta in occasione dei funerali
    dell'Arciduca Alberto. La visita durò a lungo e S. M.
    parlò un po' di tutto.... Fermandosi a discorrere specialmente
    dell'Austria, della sua impolitica condotta nell'Istria,
    ecc., S. M. mi disse aver trovato il conte Kálnoky
    meno inquieto per le nostre relazioni con la Francia,
    ma pur sempre alquanto preoccupato, che noi possiamo
    considerare la Triplice Alleanza non sufficientemente
    vantaggiosa per noi sol perchè non ci dà subito in piena
    pace il mezzo di giungere alla realizzazione dei nostri
    desiderii, delle nostre aspirazioni sui territori del Nord
    africano e altri. Sua Maestà avendo soggiunto: «Aspettate,
    lasciate che venga l'occasione e avrete tutto quel
    che volete», mi affrettai, non volendo per avventura
    che le parole del conte Kálnoky lasciassero cattiva impressione
    sull'animo del mio Augusto interlocutore, ad
    osservare che S. M. e il suo Governo conoscevano troppo
    bene la nostra politica, l'attitudine presa dall'attuale
    Gabinetto verso l'Inghilterra nelle cose d'Africa, il nostro
    [pg!275]
    desiderio di farci veramente il tratto d'unione fra
    l'Inghilterra e le Potenze della Triplice Alleanza, per
    dubitare che noi vogliamo con intempestivi conati suscitare
    complicazioni, che anzi facciamo sacrifizî per
    evitarle. Soggiunsi che siamo sempre stati e siamo consci
    dei nostri doveri e dei nostri diritti, che ci premeva
    anzitutto lo *statu quo* nel Mediterraneo minacciato dalla
    Francia, e non sapevo spiegarmi la preoccupazione del
    conte Kálnoky. Se ci allarmiamo dei continui tentativi
    della Francia per estendersi in Africa, questi allarmi
    non sono infondati, chè quei tentativi, non mai ostacolati,
    potrebbero un giorno condurre ad uno stato di fatti
    compiuti — e citai il porto di Biserta — cui la guerra
    sola, che vogliamo tutti scongiurare, potrebbe riparare.
    S. M., che mi sembra persuasa di queste cose, apprezza
    la nostra politica verso l'Inghilterra, è sempre disposta
    ad appoggiarla, e fa voti perchè sotto i successori di
    Rosebery e di Kimberley, i quali non possono tardare
    molto a venire al potere, essa trovi quella favorevole
    accoglienza e quella cooperazione che finora abbiamo
    indarno cercato....»

Le buone relazioni tra l'Inghilterra e la Germania erano
state per molti anni un elemento importantissimo della nostra
situazione internazionale. È noto che gli accordi nostri con
l'Inghilterra pel mantenimento dello *statu quo* e la difesa dei
comuni interessi nel Mediterraneo e in Oriente, completavano
le stipulazioni del trattato della Triplice alleanza. La tendenza
della politica inglese a comporre i dissidi anglo-francesi mediante
compensi nel Mediterraneo e a modificare in Oriente il
suo atteggiamento intransigente verso la Russia, allontanando
ogni giorno dippiù l'Inghilterra dalla Triplice, giustamente allarmava
il governo italiano. Il 1.º marzo 1894 Gladstone si ritirava
definitivamente dal governo in seguito al voto contrario della
Camera dei lords al progetto sull'*Home Rule*. Il suo ministero
però rimaneva sotto la presidenza di lord Rosebery, che cedeva
il ministero degli affari esteri a lord Kimberley. Il ritiro di
Gladstone fu accolto con soddisfazione nelle sfere governative
di Berlino, presso le quali fece poi anche buona impressione la
caduta di Rosebery, avvenuta il 22 giugno 1895. Col ritorno al
potere dei conservatori la Cancelleria germanica concepì qualche
[pg!276]
speranza nella ripresa, da parte dell'Inghilterra, dell'antica politica.
Il barone Marschall, segretario di Stato al ministero germanico
degli Affari esteri, divideva tale speranza:

    «Potremo — diceva egli — aver divergenze coll'Inghilterra,
    e ne prevedo ancor molte nelle questioni coloniali,
    ma queste sono cose secondarie che non impediranno
    mai l'accordo sui grandi problemi che possono
    sorgere nel Mediterraneo e che toccano gli interessi dei
    nostri alleati; quelle divergenze daranno ragione all'Imperatore
    che, di recente, parlando con me su questi argomenti
    diceva: *Bah! wer sich lieb hat, neckt sich* (qui s'aime,
    se querelle).»

Ma sorse poco dopo a creare malumori la questione del
Transvaal, venne il telegramma dell'imperatore Guglielmo al
presidente Krüger nel quale felicitava questi «che senza ricorrere
all'aiuto delle Potenze amiche fosse riuscito a ristabilire
la pace contro le bande armate che avevano invaso il suo paese
e a difenderne l'indipendenza», venne l'acre polemica tra la
stampa inglese e la germanica. Crispi, a dimostrazione di sentimenti
amichevoli verso i due Stati, appena dichiaratosi il dissidio
che fortunatamente fu subito composto, aveva accennato
a una mediazione dell'Italia con questo telegramma all'ambasciatore
a Berlino:

    «Il dissidio anglo-tedesco è una sventura internazionale,
    e bisogna trovar modo di comporlo. Esso giova ai
    nemici della Triplice e nuoce a noi. Il nostro Augusto
    Sovrano se ne preoccupa, e mi ha espresso il desiderio
    d'intervenire con una parola amica fra le due parti, ove
    questa possa esser efficace. Ne parli al barone Holstein
    in mio nome, e qualora egli le dia speranza di successo,
    ne parli al Gran Cancelliere.

    Qualunque sia il risultato delle nostre pratiche,
    avremmo per lo meno dato prova della nostra buona
    volontà e della nostra amicizia.»

Nei primi due mesi del 1896 apparve chiara la crisi delle
alleanze e degli accordi ai quali l'Italia aveva affidato la sua
sicurezza e la garanzia dei suoi interessi.
[pg!277]

In breve, la situazione era la seguente: col peggioramento
delle relazioni anglo-germaniche la Germania nostra alleata,
facendo una politica a sè, riguardosa verso la Turchia, aveva
agevolato alla Russia la preponderanza a Costantinopoli, e verso
la Francia aveva iniziato una politica di concessioni, della quale
uno dei frutti era stato l'accordo franco-germanico, risultante
dal protocollo firmato il 4 febbraio 1894, che aveva riconosciuto
l'*hinterland* della Tripolitania nella sfera d'influenza francese.

La Francia, che nel 1891 aveva iniziato trattative per la delimitazione
dei possedimenti franco-italiani nell'Africa Orientale
e per una convenzione che avrebbe assicurato nella Tunisia
un regime economico soddisfacente ai cittadini e ai commerci
italiani, ritirò le sue proposte quando e perchè fu rinnovato il
trattato della Triplice Alleanza; e continuava ad osteggiarci
anche in Africa, inviando all'Harrar e allo Scioa denari e armi
che dovevano essere rivolte contro di noi.

L'Inghilterra, lasciata libera di trascurare gli accordi che
aveva con l'Italia per l'Oriente e pel Mediterraneo, si preoccupava
soltanto della contestata sua posizione in Egitto e tendeva
a cedere in Africa alla Francia, in tutte le questioni nelle
quali era interessata l'Italia, così per l'Harrar e Zeila, come
per Tunisi.

La Russia, come si era fatta guardiana degli Stretti, per difendere,
insieme al suo dominio incontrastato nel Mar Nero, la
propria influenza sulla Turchia, e aveva, rompendo il concerto
europeo, impedito che anche l'Italia riprendesse, a fianco dell'Inghilterra,
posizione in Oriente, intrigava, insieme alla Francia,
in Abissinia, avanzando altresì la pretesa di un protettorato ortodosso
con lo scopo di ostacolare l'influenza italiana.

L'Austria-Ungheria, infine, nonostante l'alleanza con l'Italia,
si era sentita così libera da iniziare trattative commerciali col
governo francese per la Tunisia, senza prevenirne nè informarne
il governo italiano.

Da questa situazione risultava che l'Italia legata all'Inghilterra,
alla Germania e all'Austria-Ungheria da convenzioni di
reciproca garenzia, era, a causa di quelle convenzioni, combattuta
dalla Francia in questioni vitali e, nella lotta, lasciata sola
dalle alleate. Cosicchè la Francia, pur non conoscendo i patti
della Triplice alleanza, era giunta con un processo intuitivo di
[pg!278]
eliminazione, a conoscerne la portata, e procedeva quindi brutalmente
nella sua guerra coperta a tutti gl'interessi italiani,
avendo la sicurezza di non incontrare ostacoli da parte della
Germania e dell'Austria-Ungheria. Si può anche aggiungere
che a nostre spese essa si era indennizzata della perdita dell'Alsazia-Lorena,
acquistando preponderanza in tutto il Mediterraneo
occidentale e negli *hinterlands* delle regioni del Nord-Africa,
dall'Atlantico sino all'Alto Nilo.

Esposta per tal modo l'Italia nello stato di pace a tutti i
danni della guerra, al governo italiano, per la salvaguardia
degl'interessi nazionali, si presentavano due vie: sciogliersi
dalla Triplice alleanza cedendo alle pressioni francesi, o denunziare
il trattato per sostituirlo con un altro che non prevedesse
soltanto la guerra, ma fosse una garanzia per l'Italia
anche nello stato di pace.

La prima via era irta di pericoli: seguendola, l'Italia sarebbe
ritornata nelle condizioni d'isolamento nelle quali si era trovata
sino al 1882, cioè prima della sua accessione all'alleanza austro-germanica,
in balìa delle sopraffazioni francesi e della irritazione
delle ex-alleate. La seconda via era più conveniente, e
Crispi la preferì.

D'altronde, egli che non aveva mai ammesso che l'alleanza
dell'Italia con le potenze centrali fosse una dedizione degl'interessi
italiani, doveva nei precedenti della sua azione diplomatica
attingere la fede di potere rompere il ghiaccio del particolarismo
austro-germanico formatosi nei tre anni della sua
lontananza dal Governo.

I documenti che seguono hanno un altissimo interesse storico:
essi contengono i termini del problema che s'imponeva,
l'ansietà patriottica del governo di Crispi e i suoi propositi.

    *Diario — 20 gennaio 1896.*

    .. vspace:: 1

    Il barone Pasetti, ambasciatore d'Austria-Ungheria,
    giusta la fatta domanda, giunse alle ore 15.

    Egli cominciò a discorrere degli accordi del 1887, della
    insufficienza dei medesimi per lo scopo cui si riferiscono.
    Il barone si espresse con diffidenza del Ministero britannico,
    e si lagnò del medesimo per aver agito a Pietroburgo
    senza averne avvertito i due alleati. Soggiunse,
    [pg!279]
    che bisognerebbe render più precisi gli accordi, modificandoli
    od ampliandoli, per renderli più sicuri.

    Risposi, rifacendo la storia dei fatti che ci condussero
    ai suddetti accordi. Dissi che per me non hanno cessato
    di aver vigore le obbligazioni allora assunte. Ricordai
    che essendo stati trascurati tali accordi sotto Rosebery,
    all'avvento di Salisbury abbiamo interpellato questi, e
    ci fu risposto ch'egli riteneva ancora esistenti quegli accordi.
    Soggiunsi, che avevo fede nel ministro inglese,
    quantunque incerto talora ed esitante.

    Il barone Pasetti fu lieto della opinione mia favorevole
    a lord Salisbury. Ripetè che, nondimeno, era necessario
    dare alle note del 1887 maggiore precisione.
    Espose dei dubbi sul contegno del Governo tedesco.

    A questa osservazione dovetti rispondere, che gli accordi
    del 1887 erano stati fatti coll'intesa di Berlino e
    conseguentemente con l'approvazione del Principe di
    Bismarck, il quale dichiarò che stava al di fuori degli
    accordi. Egli voleva che gli obblighi fossero limitati tra
    l'Austria, l'Inghilterra e l'Italia. La Germania, pel momento
    in disparte, entrerebbe quando la Francia avesse
    preso parte diretta nelle cose d'Oriente e del Mediterraneo.

    Certamente oggi in Berlino non potrebbe prevalere
    una politica diversa; e non bisogna diffidarne.

    Conclusi, che noi stiamo fermi agli accordi del 1887;
    se giova renderli più precisi, noi vi ci presteremo. In
    questo caso ne avverta Vienna affinchè l'ambasciatore
    italiano e quello dell'Austria-Ungheria a Londra facciano
    le pratiche necessarie presso lord Salisbury.

    Se lord Salisbury ha proceduto solo, ciò ha fatto
    per precauzione, e nel dubbio che i due alleati non lo
    seguissero. Non dobbiamo dimenticare la condotta nostra
    al 1878 ed al 1882. Tanto nella guerra contro la
    Russia, quanto per la insurrezione egiziana, l'Inghilterra
    fu lasciata sola. Aggiungete che in questi ultimi anni,
    dopo il mio ritiro al 1891, dei tre Governi ciascuno ha
    fatto a modo suo, e noi nelle quistioni del Mediterraneo,
    a Tunisi per esempio e nell'Eritrea, ci siamo trovati
    soli; la Francia ha fatto quello che ha voluto.

    E che si è fatto in Oriente? Le flotte presenziarono
    le carneficine turche, e nissuno se n'è impensierito.
    Anche l'Austria fece da sè.
    [pg!280]

    \ — Dica al suo Governo, che l'Italia procederà lealmente
    coi suoi alleati. Mettiamoci d'accordo, e il mio
    Governo non mancherà al dover suo.

    .. vspace:: 1

    *Diario — 21 gennaio.*

    .. vspace:: 1

    Il conte Nigra ed il barone Blanc giungono a casa mia
    alle ore 15 e 10 minuti.

    Il discorso si è aggirato su gli accordi del 1887. Dissi
    al nostro ambasciatore come in fatto quegli accordi siano
    rimasti inefficaci. Anche nella quistione orientale, tanto
    l'Inghilterra quanto l'Austria, ciascuna ha agito isolatamente
    senza averne prevenuto i due Governi alleati.

    Riferii al conte Nigra il mio colloquio di ieri col Pasetti.

    Il barone Pasetti manifestò che a Vienna diffidano di
    lord Salisbury, e chiedono che agli accordi del 1887 si
    dia precisione negli obblighi e negli scopi.

    Osservai che, se vi è potenza che debba lagnarsi del
    modo come si son condotte l'Inghilterra e l'Austria, è
    l'Italia. Il nostro Governo, da parecchi anni in quà non
    ebbe l'ausilio dei due alleati. Tanto dalla triplice continentale,
    quanto dalla orientale, siamo stati lasciati soli.
    Ciò non avvenne mai prima del 1891 e specialmente
    quando Bismarck era al potere. Accetto quindi che gli
    accordi del 1887 si rivedano e si rendano più precisi;
    ma chiedo innanzi tutto che i firmatarii eseguano quanto
    avran pattuito.

    Il conte Nigra affermò che non bisogna dubitare che
    l'Austria possa avvicinarsi alla Russia, e n'è garentia il
    fatto che a Vienna il ministro degli affari esteri è un
    polacco. Ciò posto, dobbiamo ritenere che l'Austria è
    interessata a rispettare la nostra alleanza.

    Il ministro Blanc espose alcune sue osservazioni sulla
    condotta dell'Austria verso di noi. Conchiuse anche lui
    che gioverebbe al mantenimento della alleanza il rivedere
    gli accordi del 1887.

    Partito Blanc verso le ore 15 e 45, siamo rimasti,
    Nigra ed io, un'altra buona mezz'ora insieme.

    Il conte perorò la buona fede dell'Austria verso
    di noi.

    Ci rivedremo.
    [pg!281]

    .. vspace:: 1

    *Diario — 22 gennaio.*

    .. vspace:: 1

    Il barone de Bülow giunge alle ore 18.

    Il barone cominciò col chiedere notizie dell'Africa,
    felicitandosi della condotta dei nostri soldati. Venendo
    poi alle cose di Europa, affermò che la Germania sarebbe
    stata sempre con noi. Su questo feci qualche osservazione.

    Dissi che dei beneficii dell'alleanza, io mi accorsi ai
    tempi di Bismarck, non dopo coi successori. Prima del 1890
    appena una questione sorgeva, ne avvertivo Bismarck,
    ed egli, tanto in Londra, quanto a Parigi faceva sentire
    la sua parola e tutto andava pel meglio. [#]_ Della Triplice
    [pg!282]
    Alleanza noi soli abbiamo sentito il peso. Alle frontiere
    della Francia, nostra accanita nemica, noi abbiamo quotidianamente
    a provare fastidi d'ogni genere.

.. [#] Il ricordo dell'aiuto efficace dal principe di Bismarck dato alla politica
   italiana era per Crispi un argomento del quale i successori del gran Cancelliere
   non potevano non tener conto. E come qui sopra si legge se ne valeva.

   Il Principe non trovò mai nè esagerate, nè fastidiose le domande di Crispi,
   e l'animo suo sinceramente amico continuò a manifestare anche quando ebbe
   lasciato la direzione politica della Germania. Eccone qualche prova.

   In una lettera del 26 dicembre 1891 (Crispi non era più ministro) Bismarck
   gli scriveva:

   «Je vous prie d'agréer mes voeux chaleureux, pour vous et pour tout ce
   qui vous est cher, au début de la nouvelle année. Je serais enchanté si l'année,
   dont nous allons franchir le seuil, me pouvait fournir l'occasion de vous serrer
   la main et de vous répéter de vive voix tous mes remerciments pour le cadeau
   que vous m'avez fait des meilleurs produits de votre patrie ensoleillée.... Croyez
   toujours, cher ami, à mes sentiments les plus dévoués et affectionnés, qui résultent
   de nos sympathies personnelles et politiques.

   .. class:: right white-space-pre-line

   Tout à vous de coeur
   :small-caps:`v. Bismarck`.»

   .. vspace:: 1

   .. class:: right

   «Friedrichsruh, 31 dicembre 1895.

   .. vspace:: 1

   Agréez, cher et illustre ami, au jour de l'an, mes voeux les plus sincères pour
   votre santé et pour vos succès politiques.

   .. class:: right white-space-pre-line

   :small-caps:`v. Bismarck`.»

   .. vspace:: 1

   .. class:: right

   «Friedrichsruh, 22 febbraio 1896.

   .. vspace:: 1

   Très touché, cher ami, de ce que vous ne m'oubliez pas au milieu de vos
   graves occupations, je vous remercie cordialement de l'aimable envoi de votre
   vin excellent et vous prie d'agréer mes meilleurs voeux pour le succès de votre
   politique et pour la gloire de l'armée italienne.

   .. class:: right white-space-pre-line

   :small-caps:`v. Bismarck`.»
..


    Il barone non potè negarmi che ai tempi di Bismarck
    le cose procedevano in miglior modo per noi. Soggiungeva
    però che il suo Governo si interessa delle cose
    d'Italia, e che noi l'avremmo al nostro fianco tutte le
    volte che ne sorgesse il bisogno.

    Parlammo delle cose di Oriente, e non volli lasciar
    passare l'occasione per dichiarargli che l'Europa, con le
    sue navi tenute inerti nelle acque della Turchia, ha dato
    prova della sua impotenza.

    Ritornati alle cose di Francia, ripetei che gran danno
    noi proviamo per gli odii di quella nazione e per le insidie
    di quel Governo.

    .. vspace:: 1

    *Diario — 9 febbraio, ore 17.*

    .. vspace:: 1

    Sono andato dal barone de Bülow alle 5 pomeridiane.
    Lo scopo era di parlargli delle relazioni tra l'Italia e
    la Francia.

    Dissi all'ambasciatore tedesco:

    \ — Più di una volta ci son venuti consigli da Berlino
    perchè trovassimo modo di accordarci con la Francia
    in tutte le speciali quistioni che interessano i due
    paesi.

    Non ci siamo riusciti! Sono pochi giorni ancora,
    avendo mandato a Parigi un nostro funzionario, ci servimmo
    di questa occasione per esplorare l'animo del signor
    Bourgeois, il quale, come sapete, è il presidente dell'attuale
    Ministero francese. Questo funzionario parlò
    delle varie quistioni pendenti tra noi e la Francia, e
    disse che giammai come oggi potrebbe trovarsi un accordo
    fra i due Governi, essendo Crispi al potere.

    Il Bourgeois rispose a un dipresso nei seguenti termini:

    «Un accordo tra i due paesi non è possibile, finchè
    l'Italia fa parte della Triplice. Il popolo francese vi si
    ribellerebbe. Tutti qui tengono gli occhi rivolti alle provincie
    perdute, e sanno che l'Italia alleata della Germania
    è di ostacolo al ritorno delle medesime alla madre
    patria. Assicuratevi che finchè voi farete parte della Triplice
    non è possibile intenderci».
    [pg!283]

    Siccome vedete, caro barone, il signor Bourgeois fu
    molto esplicito e noi vediamo in tutto il contegno di
    lui verso di noi una asprezza tale che non lascia speranza
    di venire ad un accordo.

    La Francia ci fa la guerra dappertutto. In Europa ed
    in Africa noi ci troviamo il Governo francese di fronte
    in ogni occasione e sempre malevolo. Dicesi che la Triplice
    fu stipulata per mantenere la pace. Per noi è il
    contrario. La Triplice per noi è la guerra. In Italia
    siamo insidiati per mezzo del Vaticano, e fuori con tutti
    i mezzi che può adoperare una diplomazia astiosa e sottile.
    I nostri commerci sono interrotti, e nessun trattato
    è possibile, nè in Tunisia, nè tra Francia ed Italia.
    Sventuratamente la Francia è alle nostre frontiere, e
    non possiamo fare a meno di avere rapporti con essa.

    Ai tempi di Bismarck le cose erano meno difficili,
    perchè la parola del principe spesso si faceva sentire a
    Parigi.

    E tutto ciò avviene perchè ci s'imputa a colpa di far
    parte della Triplice. Vi prego scriverne al principe di
    Hohenlohe, e far giungere queste mie dichiarazioni all'Imperatore.
    È una posizione intollerabile la nostra. Ve
    lo ripeto, per noi questo stato di cose è peggiore della
    guerra.

    Il barone de Bülow parve impressionato delle mie
    parole e mi promise che ne avrebbe scritto a Berlino.

Crispi all'ambasciatore d'Italia a Berlino:


    .. class:: right small

    «Roma, 9 febbraio 1896.

       | *Signor Ambasciatore,*

    Parmi utile che Vostra Eccellenza abbia notizia di
    una conversazione da me avuta oggi stesso con questo
    ambasciatore di Germania.

    Ho creduto conveniente che il rappresentante di S. M.
    l'Imperatore Guglielmo in Roma fosse, al pari del rappresentante
    di S. M. il Re in Berlino, a perfetta conoscenza
    del pensiero del Governo italiano sulla situazione
    che ci è creata dalla ostilità della Francia e insieme
    dalla triplice alleanza. A conforto quindi di quanto
    già il barone Blanc aveva avuto occasione di esporre
    al signor de Bülow, ho richiamato sopra tale situazione
    l'attenzione del signor de Bülow stesso.
    [pg!284]

    Gli dissi che, desiderosi anche noi, come sempre, di
    evitare complicazioni e di consolidare la pace, avevamo
    completamente diviso il modo di vedere, espressoci replicatamente
    dal Governo germanico, circa alla convenienza
    di venire tra Francia ed Italia ad accordi sopra
    le speciali questioni riguardanti i due paesi. Il regio
    ambasciatore a Parigi aveva quindi ricevuto istruzione
    di cogliere — ed aveva colto infatti — tutte le occasioni
    per rendere noti al Governo francese i nostri intendimenti
    più concilianti. Così è che, approfittando delle
    espressioni di simpatia e quasi di solidarietà civile contro
    la barbarie, dirette al regio ambasciatore dal presidente
    del Consiglio, dal ministro degli affari esteri e
    dal Presidente della Repubblica Francese a proposito
    della nostra guerra d'Africa, il Conte Tornielli era stato
    autorizzato a lasciar comprendere, ancora una volta, il
    nostro desiderio di venire ad accordi concreti per tutte
    le questioni ancora insolute tra Francia ed Italia, come
    la delimitazione nell'Africa orientale, il regime commerciale
    e personale in Tunisia, ecc.

    Ancora una volta il Governo francese aveva mostrato
    a tutta prima di comprendere e di apprezzare il valore
    delle importantissime concessioni che noi ci chiarivamo
    disposti a fare; ma, ancora una volta, al momento di
    venire a qualche conclusione positiva, il Governo francese
    ne declinava ogni possibilità.

    Aggiunsi al signor de Bülow che, mentre il Governo
    italiano aveva fatto così quanto gli era ufficialmente
    possibile, per venire agli accordi che la stessa Germania
    aveva mostrato di desiderare, io non aveva voluto
    darmi per vinto; e, approfittando della circostanza che
    un mio alto ed egregio funzionario, godente insieme
    di tutta la mia fiducia e dell'amicizia personale del signor
    Bourgeois, da lui stesso altra volta presentatomi,
    si recava a Parigi incaricato di una missione tecnica,
    gli avevo detto che, vedendo il Presidente del Consiglio
    francese, ne approfittasse per fargli presente che
    il momento non avrebbe potuto essere più favorevole
    per risolvere, d'accordo col Governo italiano, ogni questione
    irritante; che egli sapeva essere il Governo italiano
    in ottime disposizioni per ciò, mentre, d'altro lato,
    il paese avrebbe accettato, a questo proposito, da un
    Ministero da me presieduto, anche ciò che con altri
    [pg!285]
    Ministeri gli sarebbe sembrato costituire un atto di debolezza.

    Ora, la risposta del signor Bourgeois era stata questa:

    «Sentite, gli animi di tutti i Francesi sono sempre
    volti alle Provincie perdute, e nulla, checchè avvenga,
    varrà mai a distornerli; nessuno accetterà mai la separazione
    dell'Alsazia e Lorena dalla Francia come
    un fatto definitivo ed irrimediabile; a quella separazione
    tutti i Francesi riferiranno sempre le altre questioni;
    non vi potrà dunque essere mai accordo alcuno
    tra noi e l'Italia, finchè questa, essendo alleata della
    Germania, contribuirà a quella separazione».

    Il signor de Bülow parve molto impressionato da ciò
    che io gli esponeva. Gli feci allora considerare come
    tutti gli sforzi nostri per la consolidazione della pace
    s'infrangessero contro una volontà che è stata ed è in
    Francia comune a tutti i ministri e a tutti i gabinetti;
    che fatti e dichiarazioni l'hanno patentemente chiarito;
    e come quella volontà annullasse per noi quei benefici
    della pace che ci dovevano essere garantiti dalla triplice
    alleanza, poichè, per la triplice appunto, la Francia si
    credeva in diritto di considerarsi di fatto in guerra con
    noi e ce lo dimostrava in ogni questione, col maggiore
    nostro danno; quanto è avvenuto e quanto avviene ora
    in Abissinia non ne era che un esempio.

    Ricordai a questo proposito al signor de Bülow che,
    mentre era cancelliere dell'Impero il principe di Bismarck,
    quando i rapporti franco-italiani minacciavano
    di peggiorare vieppiù per le intolleranze, la indebita
    ingerenza e l'ostilità della Francia, il Governo germanico
    non esitava a far comprendere a Parigi che non
    si doveva passare il segno; e a Parigi lo si comprendeva.
    Così avevano potuto risolversi pacificamente, secondo il
    diritto e la convenienza internazionale, incidenti come
    quelli dei Greci di Massaua, del consolato francese di
    Firenze, della spedizione Atchinoff, delle istituzioni italiane
    in Tunisia, ecc. Il Governo francese aveva allora
    dovuto persuadersi che l'alleanza italo-germanica era
    un patto efficace non solo pel caso di guerra, ma per
    prevenire la guerra, garantendo anche in tempo di pace
    alle potenze alleate la difesa reciproca dei rispettivi interessi.

    Ora, aggiunsi, sembra che la Francia siasi formata
    [pg!286]
    della triplice e specialmente dell'alleanza italo-germanica
    un concetto tutto diverso: un concetto, cioè, per
    cui la Francia potrebbe offendere impunemente l'Italia,
    perchè alleata della Germania, sicura, d'altro lato, che
    la Germania non le opporrebbe ostacolo di sorta.

    Quindi, io conclusi, desideravo che il signor de Bülow
    facesse presente tutto questo a S. M. l'Imperatore e a
    S. A. il cancelliere, avendo io la fiducia che tutto ciò sarebbe
    tenuto da essi in amichevole considerazione.

    Queste mie dichiarazioni mi parvero tanto più opportune,
    visto che ci avviciniamo al mese di maggio, all'epoca,
    cioè, in cui si dovrà da una parte e dall'altra
    decidere sulla opportunità di confermare o meno, puramente
    e semplicemente, il trattato di alleanza.

    Del linguaggio da me tenuto al signor de Bülow Vostra
    Eccellenza potrà mostrarsi edotta presso codesto
    Governo.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Crispi.`»

I negoziati intavolati a Londra per stabilire un'intesa concreta
negli affari di Oriente e nel Mediterraneo tra l'Italia,
l'Austria-Ungheria o l'Inghilterra, erano paralleli alle rimostranze
che Crispi faceva alla Germania. Se i primi fossero
riusciti, le seconde sarebbero divenute meno urgenti e perentorie,
poichè l'Italia avrebbe trovato nella solidarietà inglese
una garenzia degli interessi ai quali era estranea la triplice
alleanza. In verità, la Cancelleria germanica esercitò tutta la
sua abilità per indurre lord Salisbury a ritornare alla politica
anteriore al 1891; l'ambasciatore Hatzfeldt in quei giorni era
continuamente al *Foreign-Office*, ma v'incontrava sempre il signor
de Courcel, ambasciatore francese. L'esito del duello tra
la triplice e la duplice franco-russa fu favorevole a quest'ultima:
lord Salisbury confermò il mutamento della politica
estera britannica. Il 10 febbraio, infatti, il conte Nigra telegrafava:

    «Goluchowski mi ha detto essere stato informato da
    Deym che Salisbury gli ha dichiarato lealmente che non
    poteva assumere coll'Austria-Ungheria e coll'Italia nessun
    impegno più preciso di quello del 1887».

[pg!287]

Il che voleva dire che non s'intendeva dare pratico seguito
a quell'impegno, dimostratosi inefficace quando sopraggiunse
la cattiva volontà, e solo per cortesia si esprimeva una platonica
intenzione di procedere d'accordo, la quale non escludeva ogni
dissenso.

Non rimaneva al governo italiano che rivolgersi agli alleati.
Ma in Germania si era poco ben disposti a considerare la difficile
posizione dell'Italia; anzi il vecchio e stanco principe
di Hohenlohe [#]_ si mostrava allarmato delle esigenze di Crispi.
Da Berlino si scriveva:

.. [#] A titolo d'onore per Crispi citiamo le seguenti parole del Diario del principe
   di Hohenlohe:

   «Le Ministère Crispi, inquiète aussi bien Caprivi que Marschall et Holstein,
   parce qu'on ne peut prévoir ce dont cet homme agité est capable; à cela s'ajoute
   qu'il a choisi une tête chaude comme Blanc pour ministre des Affaires étrangères.
   Pour le moment, il s'agit d'envoyer à Rome un ambassadeur habile, et
   Holstein me paraît très sensé en songeant a Bernard Bülow pour ce poste.»
   (Cfr. *Mémoires du prince Clovis de Hohenlohe*, volume III.)
..


    «Il timore che si ha qui che noi cerchiamo di forzar
    la mano alla Germania, contribuisce certo a rendere il
    Governo Imperiale più restìo a parlar alto a Parigi a
    tutela dei nostri interessi. Io mi sono astenuto dal parlar
    di *diritti* nostri e di doveri della Germania nello stretto
    senso della parola, ma non ho tralasciato d'insistere sul
    fatto che tutte le difficoltà che incontriamo a Parigi,
    tutte quelle che ci vengono create in Abissinia, dipendono
    dall'essere noi membri della Triplice Alleanza e
    il solo fra quei membri sul quale i nemici di essa possano
    sfogare le loro ire. Il barone Marschall, che di ciò
    conviene meco pienamente, si dimostra anche disposto
    ad assisterci; ma come farlo efficacemente senza andar
    incontro a pericoli, a danni maggiori e d'ordine generale?
    A Pietroburgo gli ordini dati al Principe Radolin,
    le recenti dichiarazioni stesse del Principe Lobanoff
    circa il Leontieff, non lasciano dubbio che quel rappresentante
    germanico agisce, con prudenza ed energia, in
    nostro favore, d'accordo col conte Maffei. Ma più che a
    Pietroburgo noi vorremmo, noi avremmo bisogno che la
    parola autorevole della Germania si facesse sentire sulla
    [pg!288]
    Senna e qui cominciano le *dolenti note*. Ho avuto lunghe
    e ripetute conversazioni col barone Marschall e col barone
    Holstein in tutti questi ultimi giorni; essi hanno
    studiato, con amichevole premura devo dirlo, la questione
    sotto tutti i rapporti, ma la risposta che mi si
    fa è sempre la stessa: «A Parigi non si ignorano le
    simpatie della Germania per l'Italia, si sa benissimo che
    la Francia non potrebbe attaccar l'Italia senza che la
    Germania accorra in sua difesa; ma intervenire ora, *fare
    pressioni* sulla Francia in questioni come quelle delle
    trattative per le delimitazioni in Africa, per le relazioni
    commerciali in Tunisi, senza la certezza che quell'intervento
    sorta immediato effetto favorevole, la Germania
    non può. In altri tempi, come quelli cui allude S. E. Crispi,
    in cui esisteva in Germania una forte corrente per
    la guerra, e la Francia non era forte come oggi, nè resa
    più baldanzosa dallo appoggio della Russia, poteva la
    Germania permettersi di *tenir le verbe haut*. Esporsi ora ad
    un rifiuto o ad una semplice *fin de non recevoir* per parte
    della Francia, la Germania non può; e non deve, senza
    essere esposta a subirne le conseguenze e rompere *en
    visière* col Governo della Repubblica. Il Presidente del
    Consiglio italiano e il barone Blanc, concludeva il barone
    Marschall, da veri uomini di Stato, devono comprendere
    quanto sia delicata la posizione della Germania
    verso la Francia e come un nulla possa turbare le nostre
    relazioni con essa e provocare complicazioni che è
    anche interesse dell'Italia di evitare.

Alle obiezioni, delle quali si faceva organo l'ambasciatore
Lanza, rispondeva Crispi:

    «Il barone Blanc mi comunica la di Lei lettera del
    23 corr. nella quale è fatto cenno della mia del giorno 9....

    Noi possiamo comprendere la delicatezza della posizione
    che la Germania deve considerare di fronte alla
    Francia, nella attuale condizione di cose internazionali;
    il fatto che non esiste più in Germania una forte corrente
    per la guerra, che la Francia è oggi più forte di
    un tempo e resa più baldanzosa dall'appoggio della Russia,
    non ci pare dispensi la Germania dal dover considerare
    il danno che alla forza ed alla autorità della
    triplice alleanza deriva da tutto ciò che viene a colpire
    [pg!289]
    l'Italia, ad onta della triplice stessa, e può ben dirsi
    pel fatto della sua esistenza.

    Non ho d'uopo di ripeterle che, in realtà, le difficoltà
    contro cui dobbiamo ora combattere ci derivano in gran
    parte dai vincoli che ci uniscono alla Germania; e se
    non è pensier nostro pretendere dalla lettera e dallo
    spirito del trattato di alleanza conseguenze che a Berlino
    possano sembrare eccessive, non è men vero che
    noi dobbiamo chiederci ora più che mai se ed in qual
    grado e modo tuteli i nostri interessi un trattato che
    ha bensì lo scopo principale di prevenire ed impedire
    la guerra in Europa, ma che non si dovrebbe veramente
    poter considerare come estraneo a ciò che, in forma più
    o meno larvata, equivalga ad una guerra mossa fuori
    di Europa all'una o all'altra delle potenze alleate.

    A Parigi — le si è detto dal barone Marschall e dal
    barone Holstein — non si ignorano le simpatie della
    Germania per l'Italia, si sa benissimo che la Francia
    non potrebbe attaccare l'Italia senza che la Germania
    accorra in sua difesa. Ma il fatto certo è che questi
    attacchi della Francia non sono più una ipotesi da considerarsi
    per un incerto futuro, sono un fatto ormai esistente,
    che mira, non solo a combattere l'Italia in Africa,
    ma ad indebolirla in Europa.

    Non comprendo come possa ritenersi a Berlino che
    ciò sia in realtà destinato a rimanere senza influenza
    su quella situazione internazionale che ha la sua base
    principale per la Germania stessa nella potenza della
    triplice, poichè indirettamente i due imperi non possono
    non risentirsi di ciò che tocca la forza dell'Italia; come
    l'Italia si risentirebbe di ciò che in Europa o fuori d'Europa
    toccasse alla forza della Germania e dell'Austria-Ungheria.
    Comunque, se a Berlino si è risoluti a non
    escire assolutamente da quella riserva che induce la
    Francia a ritenere di poter considerare l'Italia come
    isolata, è ben naturale che da noi si consideri il trattato
    di alleanza nei suoi rapporti, non più soltanto di
    una conflagrazione generale, ma benanche della situazione
    speciale che esso produce fra Italia e Francia isolatamente.

    E poichè s'avvicina il momento in cui una decisione
    sul patto che le unisce può esser presa dalle tre potenze
    alleate, ho voluto richiamare sul grave argomento tutta
    [pg!290]
    l'attenzione di V. E. perchè Ella ne prendesse norma
    nel suo linguaggio presso codesto Governo e anche presso
    S. M. l'Imperatore.

    Ella mi si dichiara profondamente convinto dell'importanza
    e dell'utilità del trattato, anzi, della sua necessità,
    malgrado gl'inconvenienti che possa avere. Su
    ciò le ho espresso già in parte il mio pensiero, e mi
    riservo di scrivere ancora all'E. V.

    Un trattato di alleanza, sia pure concluso allo scopo
    d'impedire la guerra, perde gran parte del suo valore
    quando si dimostra nella pace inetto a tutelare gl'interessi
    dei contrattanti. Senza dire che nella mente dell'Italia
    e degli Italiani, oltre e più che di un patto scritto
    e limitato a certe date evenienze, si tratta di una solidarietà
    morale e politica, che, trovando la sua ragione
    nella storia, nella geografia, nella logica internazionale,
    ha fatto sì che quel patto non avesse quasi oppositori,
    mentre se tale solidarietà venisse a mancare
    per parte della Germania, il giudizio sulla convenienza
    di quel patto verrebbe certo a modificarsi in molta parte
    del popolo nostro.

    Ora, non può ignorarsi a Berlino la forza che oggi
    deriva ai patti diplomatici dal suffragio delle masse;
    tanto più quando quei patti implicano la reciproca fratellanza
    delle armi e del sangue. Le alleanze hanno infatti
    oggi tanto maggiore efficacia, quanto più sono
    popolari, e non possono essere popolari se non si dimostrano
    utili.

    Il popolo italiano non è ancora disilluso dell'alleanza
    con la Germania; ma chi può assicurare che non lo sarà
    domani, così seguitando le cose? E se il Governo italiano
    venisse dalle circostanze chiamato all'adempimento
    dei suoi impegni verso la Germania, quando l'alleanza
    fosse divenuta impopolare, certo esso non mancherebbe
    ai suoi doveri internazionali, qualunque fossero gli uomini
    al potere; ma esso si sentirebbe ben debole di
    fronte al suo stesso paese, e lo sarebbe per conseguenza
    anche di fronte al suo alleato.

    Non posso quindi a meno d'insistere sopra la gravità
    di uno stato di cose che si fa per noi sempre meno tollerabile,
    poichè facendoci subire in una pace formale i
    danni di una guerra a cui l'alleanza non provvede, senza
    gli eventuali vantaggi che in una guerra dichiarata l'alleanza
    [pg!291]
    dovrebbe assicurarci, rende incerta e mal sicura
    la base stessa della nostra posizione internazionale».

Il problema era posto in tali termini che l'Imperatore stesso
sentì l'opportunità di studiarlo per cercare una soluzione. E
poichè aveva grande stima di Crispi, decise di venire in Italia
per conferire con lui:


    .. class:: right small

    «Berlino, 29 febbraio 1896.

    .. vspace:: 1

    «S. M. l'Imperatore venne oggi casa mia per pregarmi
    far conoscere al Re suo vivo desiderio incontrarsi con
    lui profittando occasione per far prima un viaggio in
    mare coste italiane che i medici giudicano necessario
    per salute Imperatrice. S. M. l'Imperatore avrebbe quindi
    progettato giungere con S. M. l'Imperatrice a Genova
    nel più stretto incognito ed imbarcarsi subito colà nel
    suo *yacht*. Da Genova andrebbe a Napoli a visitare fratello,
    quindi coste Sicilia e di là a Venezia. A Venezia
    potrebbe essere non più incognito e aver luogo, se S. M.
    il Re consente, ricevimento e incontro ufficiale.

    .. class:: right white-space-pre-line

    :small-caps:`Lanza`.»

Disgraziatamente, tre giorni dopo Francesco Crispi era obbligato
ad abbandonare il Governo.

Scomparso il ministero Crispi per una battaglia perduta in
Africa, cadde nel nulla anche il suo programma di politica
estera. I patti della Triplice alleanza non furono modificati
secondo la nuova situazione internazionale, e i ministeri italiani
che seguirono si abbandonarono a quella politica di concessioni
e di compensazioni che fruttò soltanto sospetti, danni
e nessun vantaggio. Vennero le convenzioni franco-italiane per
la Tunisia del 28 settembre 1896, le quali non garentirono i
nostri interessi economici e morali, e la convenzione marittima
del 1.º ottobre, che giovò soltanto alla marina mercantile
della Francia; venne «la pace commerciale», del 21 novembre
1898, che fu difesa con la «ragione politica» e che in
realtà fece riprendere al commercio francese parte del terreno
perduto, e ben poco giovò al commercio italiano. Poi, il primo
viaggio all'estero del nuovo Re d'Italia, dopo la tragedia di
[pg!292]
Monza, ebbe per méta Pietroburgo e non Berlino. Poi, ancora,
l'Italia accettò l'egemonia francese al Marocco, in cambio di
una ipotetica libertà d'azione in Libia, col conseguenziale contegno
ad Algesiras, favorevole alla Francia, nel conflitto sollevato
dalla Germania.

Il principe di Bülow parlò a proposito della condotta della
nostra diplomazia alla Conferenza di Algesiras, dei *tours de
walzer* dell'Italia. Ma la sua ironia non fu equa. I *tours de walzer*
erano stati consigliati dalla Germania, siccome abbiamo
documentato, per sottrarsi al ballo essa medesima. E dettero
quella garenzia che potevano dare agl'interessi dell'Italia nel
Mediterraneo.

.. vspace:: 2

.. class:: center large

FINE.

[pg!293]




INDICE ALFABETICO *dei nomi citati nel volume.*
===============================================

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Abdul-Hamid, sultano turco, [pg 250]_.
Accinni, ammiraglio italiano, [pg 252]_.
Adamoli Giulio, sotto segretario di Stato, [pg 191]_.
Alberto, arciduca d'Austria, [pg 274]_.
Allegro, generale tunisino, [pg 19]_, [pg 21]_, [pg 22]_.
Andrássy conte Giulio, cancelliere dell'impero austro-ungarico, [pg 97]_.
Antongini, [pg 135]_.
Aosta (duca d') Emanuele Filiberto, [pg 274]_.
Atchinoff, ufficiale dei cosacchi, [pg 285]_.
Avarna, duca, incaricato d'affari italiano a Vienna, [pg 115]_, [pg 228]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

*Banca Commerciale Italiana*, [pg 185]_, [pg 188]_.
Barsanti Pietro, [pg 135]_.
Barth, viaggiatore tedesco, [pg 24]_.
Barzilai Salvatore, [pg 108]_.
Bassiri, notabile di Gadames, [pg 27]_.
Bettólo Giovanni, capitano di vascello, [pg 253]_.
Bianchi Giulio, deputato italiano, [pg 123]_.
Billot Alberto, ambasciatore di Francia a Roma, [pg 54]_, [pg 66]_, [pg 154]_, [pg 160]_, [pg 174]_.
Bismarck (di) principe Ottone, cancelliere dell'impero germanico, [pg 3]_, [pg 9]_, [pg 155]_, [pg 178]_, [pg 214]_, [pg 219]_, [pg 225]_, [pg 235]_, [pg 236]_, [pg 237]_, [pg 279]_, [pg 281]_, [pg 283]_.
Blanc barone Alberto, ambasciatore d'Italia e ministro degli affari esteri, [pg 20]_, [pg 160]_, [pg 162]_, [pg 258]_, [pg 268]_, [pg 270]_, [pg 280]_, [pg 288]_.
Bleichroeder S., banchiere tedesco, [pg 181]_, [pg 183]_, [pg 188]_.
Boito Arrigo, musicista, [pg 173]_.
Bonghi Ruggero, deputato italiano, [pg 123]_, [pg 125]_, [pg 171]_.
Boris, principe ereditario di Bulgaria, [pg 231]_.
Bourgeois Leone, presidente del Consiglio dei ministri di Francia, [pg 282]_, [pg 285]_.
Bovio Giovanni, deputato italiano, [pg 107]_.
Bruck (barone de), ambasciatore di Austria-Ungheria a Roma, [pg 11]_, [pg 14]_, [pg 15]_, [pg 112]_, [pg 142]_, [pg 268]_, [pg 269]_.
Bulgaris Leonida A., [pg 232]_, [pg 234]_.
Bülow conte Bernardo, ambasciatore germanico a Roma, [pg 145]_, [pg 146]_, [pg 175]_, [pg 281]_, [pg 286]_, [pg 292]_.
Burdeau, ministro francese, [pg 167]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Caetani Onorato duca di Sermoneta, ministro italiano degli affari esteri, [pg 65]_.
Calice, ambasciatore austro-ungarico a Costantinopoli, [pg 263]_, [pg 264]_, [pg 267]_.
Cambon, residente francese a Tunisi, [pg 19]_, [pg 24]_, [pg 58]_.
Cambridge (duca di), [pg 162]_.
Cantoni C., direttore generale del Tesoro, [pg 181]_.
Caprivi (di) conte Leone, cancelliere dell'impero germanico, [pg 3]_, [pg 15]_, [pg 17]_, [pg 81]_, [pg 85]_, [pg 268]_, [pg 272]_.
Caporali Enrico, [pg 110]_.
Cariati (di), incaricato d'affari, [pg 192]_.
Carlo, re di Portogallo, [pg 191]_, [pg 194]_.
Carvalho e Vasconcellos, ministro del Portogallo, [pg 191]_, [pg 199]_.
Caserio, [pg 165]_.
[pg!294]
Casimir-Périer, presidente del Consiglio e presidente della Repubblica francese, [pg 86]_, [pg 164]_, [pg 166]_.
Catalani Tommaso, ambasciatore italiano a Costantinopoli, [pg 246]_, [pg 247]_.
Cavalletto Alberto, deputato italiano, [pg 102]_.
Cavallotti Felice, deputato, [pg 7]_, [pg 8]_, [pg 102]_, [pg 105]_, [pg 109]_, [pg 174]_.
Codronchi conte Giovanni, prefetto, [pg 109]_.
Collobiano, ambasciatore d'Italia a Costantinopoli, [pg 55]_.
Coyne, ufficiale francese, [pg 24]_.
Courcel (de), ambasciatore francese a Londra, [pg 286]_.
Currie, ambasciatore britannico a Costantinopoli, [pg 51]_, [pg 252]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Dal Verme Luchino, generale, [pg 28]_, [pg 85]_.
*Dante Alighieri*, Società italiana, [pg 120]_.
Delcassé, ministro francese degli affari esteri, [pg 56]_.
Derby (lord), ministro britannico degli affari esteri, [pg 237]_.
Desmarest, avvocato francese, [pg 54]_.
Destrées, console francese a Tripoli, [pg 19]_, [pg 20]_, [pg 21]_, [pg 28]_.
Dordi dottor Carlo, [pg 120]_.
Dufferin e Ava (lord), ambasciatore inglese, [pg 170]_, [pg 172]_.
Dupuy, presidente del Consiglio in Francia, [pg 165]_.
Durando, console italiano, [pg 102]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Elena Petrovich, principessa montenegrina, [pg 240]_.
Elisabetta, imperatrice d'Austria-Ungheria, [pg 141]_.
Essad-pascià, ambasciatore di Turchia a Parigi, [pg 20]_.
Eulenburg (conte di), presidente del Ministero prussiano, [pg 272]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Fanti, [pg 239]_.
Faure Fernando, deputato francese, [pg 24]_.
Feder, avvocato, [pg 137]_.
Féraud, console francese a Tripoli, [pg 19]_, [pg 27]_.
Ferdinando di Coburgo, principe di Bulgaria, [pg 219]_, [pg 231]_.
Francesco Giuseppe, imperatore d'Austria, [pg 111]_, [pg 112]_, [pg 141]_, [pg 216]_.
Fratti Antonio, [pg 107]_.
*Fremdenblatt*, giornale austriaco, [pg 111]_, [pg 142]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Galimberti, nunzio del Papa, [pg 139]_.
Gambetta Leone, [pg 155]_.
Garibaldi Giuseppe, [pg 95]_.
Garrit Mohammed, visir marocchino, [pg 67]_.
Gervais, ammiraglio francese, [pg 88]_.
Gladstone Guglielmo, [pg 244]_, [pg 275]_.
Giers, cancelliere dell'impero di Russia, [pg 160]_, [pg 221]_.
Giolitti Giovanni, ministro del tesoro, [pg 181]_.
Girardin (de) Emilio, giornalista francese, [pg 155]_.
Goggia, generale italiano, [pg 168]_.
Goltz (de), incaricato d'affari di Germania, [pg 182]_.
Goluchowski, cancelliere austro-ungarico, [pg 252]_.
Grey sir Edward, ministro britannico degli affari esteri, [pg 56]_.
Grillo Giacomo, direttore della Banca Nazionale, [pg 181]_, [pg 184]_.
Guglielmo II, imperatore di Germania, [pg 146]_, [pg 204]_, [pg 271]_, [pg 274]_, [pg 276]_, [pg 291]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Hanotaux Gabriele, ministro francese degli affari esteri, [pg 56]_, [pg 69]_, [pg 88]_, [pg 165]_, [pg 172]_.
Hatzfeldt, conte, ambasciatore di Germania a Londra, [pg 52]_, [pg 286]_.
Hohenlohe (de) principe Clodoveo, cancelliere dell'impero germanico, [pg 273]_, [pg 287]_.
Holstein (barone de), funzionario superiore della Cancelleria germanica, [pg 287]_, [pg 288]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Kálnoky (conte di) cancelliere dell'impero austro-ungarico, [pg 11]_, [pg 14]_, [pg 15]_, [pg 85]_, [pg 106]_, [pg 111]_, [pg 113]_, [pg 142]_, [pg 143]_, [pg 147]_, [pg 227]_, [pg 236]_, [pg 264]_, [pg 268]_, [pg 274]_.
Karamanli, principe di Tripoli, [pg 24]_.
Kiamil-pascià, ministro turco, [pg 250]_, [pg 251]_.
Kimberley, lord, ministro britannico degli affari esteri, [pg 55]_, [pg 275]_.
Krüger, presidente della repubblica del Transvaal, [pg 276]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Imbriani Matteo, [pg 102]_, [pg 107]_, [pg 109]_, [pg 110]_.
[pg!295]

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Jaille (de la), ammiraglio francese, [pg 88]_.
Jamais, generale francese, [pg 18]_.
*Jornal do Commercio*, [pg 195]_, [pg 200]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Lamarmora Alfonso, generale, [pg 95]_.
Lanza, generale, ambasciatore italiano a Berlino, [pg 144]_, [pg 185]_, [pg 274]_.
Launay (de) conte, ambasciatore d'Italia a Berlino, [pg 5]_, [pg 6]_, [pg 51]_, [pg 73]_, [pg 115]_, [pg 117]_, [pg 179]_.
Lavallette, giornalista francese, [pg 153]_.
*Lega Nazionale*, società italiana d'Austria, [pg 138]_.
Lega Paolo, [pg 143]_.
Lobanoff, ambasciatore russo a Berlino, [pg 287]_.
Logerot, generale francese, [pg 18]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Macchiavelli, console italiano, [pg 84]_.
Mac-Mahon, maresciallo di Francia, [pg 27]_.
Maffei, marchese, ministro e ambasciatore d'Italia, [pg 19]_, [pg 162]_, [pg 287]_.
Magliani Agostino, ministro del tesoro, [pg 178]_.
Maistre (de), viaggiatore francese, [pg 58]_.
Malmusi, console italiano, [pg 133]_.
Mancini P. S., ministro italiano, [pg 269]_.
Marchand, capitano francese, [pg 56]_.
Mariani, ambasciatore di Francia a Roma, [pg 152]_, [pg 153]_, [pg 154]_.
Marschall di Biberstein, ministro germanico degli affari esteri, [pg 41]_, [pg 73]_, [pg 203]_, [pg 274]_, [pg 276]_, [pg 287]_, [pg 288]_.
Martini Ferdinando, deputato italiano, [pg 143]_.
Martini Sebastiano, viaggiatore italiano, [pg 55]_.
Méline, deputato francese, [pg 168]_.
Menabrea L. F., generale, ambasciatore d'Italia a Parigi, [pg 38]_, [pg 46]_, [pg 52]_, [pg 53]_, [pg 73]_, [pg 153]_, [pg 183]_.
Millelire, console italiano, [pg 239]_.
Missori Giuseppe, [pg 135]_.
Montebello (conte di), ambasciatore francese a Costantinopoli, [pg 262]_, [pg 267]_.
Moüy (conte de) Carlo, ambasciatore di Francia a Roma, [pg 151]_, [pg 152]_.
Mulei Abd-el-Aziz, imperatore del Marocco, [pg 67]_.
Mulei Hassan, imperatore del Marocco, [pg 67]_.
Münster (conte di), ambasciatore di Germania a Parigi, [pg 51]_, [pg 52]_, [pg 171]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

*Narodni List*, giornale slavo, [pg 119]_.
Nelidow, ambasciatore russo a Costantinopoli, [pg 246]_, [pg 267]_.
Nigra conte Costantino, ambasciatore d'Italia a Vienna, [pg 11]_, [pg 15]_, [pg 85]_, [pg 105]_, [pg 106]_, [pg 119]_, [pg 128]_, [pg 130]_, [pg 141]_, [pg 143]_, [pg 148]_, [pg 162]_, [pg 164]_, [pg 236]_, [pg 280]_, [pg 286]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Oberdan Guglielmo, [pg 135]_.
Orlando (fratelli), proprietari del cantiere navale di Livorno, [pg 67]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Pasetti, ambasciatore austro-ungarico a Roma, [pg 278]_, [pg 280]_.
Pelletan Camillo, ministro francese della marina, [pg 88]_.
Pervinquière Leone, scrittore francese, [pg 70]_.
Philibert, generale francese, [pg 18]_.
Piccoli, notaio, [pg 102]_.
Pichon Stefano, deputato francese, [pg 52]_, [pg 53]_, [pg 54]_.
Pinon R., scrittore francese, [pg 69]_.
Pinto de Soveral, ministro portoghese degli affari esteri, [pg 193]_, [pg 197]_.
Ponza di S. Martino, colonnello, [pg 42]_.
Ponzio-Vaglia generale, primo aiutante del Re, [pg 193]_.
*Pro-Patria*, società italiana d'Austria, [pg 119]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Radolin, principe, ambasciatore di Germania a Pietroburgo, [pg 287]_.
Radowitz, ambasciatore germanico a Costantinopoli, [pg 260]_, [pg 261]_, [pg 263]_, [pg 267]_.
Rattazzi Urbano, ministro della R. Casa, [pg 8]_, [pg 159]_.
Ressman Costantino, ambasciatore d'Italia a Parigi, [pg 86]_, [pg 154]_, [pg 166]_, [pg 173]_, [pg 175]_.
Reuss (principe di), ambasciatore di Germania a Vienna, [pg 11]_.
Ribot, ministro degli affari esteri di Francia, [pg 38]_, [pg 39]_, [pg 46]_, [pg 49]_, [pg 51]_, [pg 52]_, [pg 53]_, [pg 54]_, [pg 72]_, [pg 73]_, [pg 75]_, [pg 154]_, [pg 155]_, [pg 159]_, [pg 261]_.
Ricordi, editore di musica, [pg 173]_.
Robilant (conte di) C., ministro degli affari esteri, [pg 269]_.
Rosebery (lord), ministro britannico, [pg 275]_.
Roustan, console francese, [pg 64]_.
Rouvier Maurizio, deputato francese, [pg 164]_, [pg 168]_.
[pg!296]
Rudinì marchese Antonio, presidente del Consiglio e ministro italiano degli affari esteri, [pg 64]_, [pg 65]_, [pg 81]_, [pg 84]_, [pg 89]_, [pg 159]_, [pg 160]_, [pg 199]_.

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.. class:: no-indent white-space-pre-line

Sadi-Carnot, presidente della Repubblica francese, [pg 165]_.
Said-pascià, ministro degli affari esteri di Turchia, [pg 20]_, [pg 39]_, [pg 72]_, [pg 225]_, [pg 246]_.
Salisbury (lord), primo ministro d'Inghilterra, [pg 18]_, [pg 35]_, [pg 38]_, [pg 39]_, [pg 52]_, [pg 74]_, [pg 81]_, [pg 84]_, [pg 85]_, [pg 204]_, [pg 216]_, [pg 222]_, [pg 236]_, [pg 248]_, [pg 253]_, [pg 261]_, [pg 262]_, [pg 279]_, [pg 286]_.
Say Leone, deputato francese, [pg 164]_.
Schwabach, [pg 185]_.
Seismit-Doda Federico, ministro delle finanze, [pg 137]_.
Seymour, ammiraglio britannico, [pg 253]_.
Solimbergo Giuseppe, deputato italiano, [pg 125]_.
Solms (di) conte, ambasciatore di Germania a Roma, [pg 6]_, [pg 179]_, [pg 183]_, [pg 268]_.
Spuller E., ministro francese degli affari esteri, [pg 152]_, [pg 153]_, [pg 155]_.
Stambuloff, presidente dei ministri di Bulgaria, [pg 221]_, [pg 226]_, [pg 229]_.

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.. class:: no-indent white-space-pre-line

Taaffe, conte, ministro austriaco, [pg 115]_, [pg 123]_, [pg 128]_, [pg 131]_.
Tachard, [pg 216]_.
Tetuan (duca di), ministro degli affari esteri di Spagna, [pg 9]_, [pg 68]_.
Thomas Ambrogio, musicista francese, [pg 173]_.
Tornielli conte Giuseppe, ambasciatore d'Italia, [pg 38]_, [pg 55]_, [pg 64]_, [pg 72]_, [pg 175]_, [pg 271]_, [pg 284]_.
Tricupis, uomo politico greco, [pg 263]_.

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.. class:: no-indent white-space-pre-line

Ulmann, giornalista italiano, [pg 105]_, [pg 119]_.
Umberto I, re d'Italia, [pg 84]_, [pg 136]_, [pg 157]_, [pg 158]_, [pg 159]_, [pg 160]_, [pg 193]_, [pg 214]_, [pg 240]_, [pg 253]_, [pg 271]_.
Uxkull, ambasciatore russo a Roma, [pg 221]_, [pg 228]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Vega de Armijo, duca, ministro degli affari esteri di Spagna, [pg 9]_.
Verdi Giuseppe, [pg 169]_, [pg 173]_.
Visconti-Venosta marchese Emilio, ministro italiano degli affari esteri, [pg 64]_, [pg 65]_, [pg 66]_, [pg 89]_, [pg 97]_.
Vittorio Emanuele, principe ereditario d'Italia, [pg 240]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Waddington, ambasciatore di Francia a Londra, [pg 35]_, [pg 44]_, [pg 72]_, [pg 74]_, [pg 84]_.
Weil Federico, [pg 186]_.
White, ambasciatore britannico a Costantinopoli, [pg 260]_, [pg 261]_, [pg 262]_, [pg 264]_, [pg 266]_.
Wimpffen, ambasciatore austro-ungarico a Roma, [pg 97]_.

.. vspace:: 1

.. class:: no-indent white-space-pre-line

Zechi-pascià, generale turco, [pg 247]_.
Zia-bey, ambasciatore di Turchia a Roma, [pg 41]_.

.. vspace:: 2

.. footnotes:: NOTE
   :class: small

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.. pgfooter::
