.. -*- encoding: utf-8 -*-

.. meta::
   :PG.Id: 39541
   :PG.Title: Donna Paola
   :PG.Released: 2012-04-26
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Matilde Serao
   :MARCREL.ill: A. Terzi
   :DC.Title: Donna Paola
   :DC.Language: it
   :DC.Created: 1897
   :coverpage: images/cover.jpg

.. style:: title
   :class: center

.. style:: subtitle
   :class: center

.. role:: small-caps
   :class: small-caps

.. role:: title
   :class: xx-large small-caps

.. role:: x-large
   :class: x-large

.. role:: large
   :class: large

.. role:: small
   :class: small

.. role:: gesperrt
   :class: gesperrt

.. role:: smallit
   :class: small italics

.. role:: xlargescap
   :class: x-large small-caps

===========
Donna Paola
===========

.. pgheader::

.. container:: coverpage

   .. image:: images/cover.jpg
      :align: center

.. container:: titlepage center white-space-pre-line

   *Piccola collezione «Margherita»*

   .. vspace:: 2

   :large:`MATILDE SERAO`

   .. vspace:: 2

   :title:`Donna Paola`

   .. vspace:: 2

   Disegni di :small-caps:`A. Terzi`

   Incisioni del prof. :small-caps:`Orlando`

   .. vspace:: 2

   :gesperrt:`ROMA`

   :small-caps:`Enrico Voghera, Editore`

   :smallit:`Via Nazionale, 201`

   —

   :small:`1897`

.. clearpage::

.. container:: verso center white-space-pre-line

   *La presente opera*
   *è messa sotto la tutela*
   *delle vigenti leggi e trattati*
   *di proprietà*
   *letteraria ed artistica.*

.. clearpage::

.. image:: images/ill_010.jpg
   :align: center

.. clearpage::

[pg!11]

.. image:: images/ill_011.jpg
   :align: center

.. container:: center x-large

   **INDICE**

   .. vspace:: 1

   `Donna Paola.`_

   `Molti anni dopo.`_

   `Il mio segreto.`_

[pg!12]

----

[pg!13]


.. _`Donna Paola.`:

Donna Paola.
============

[pg!14]

.. image:: images/ill_014.jpg
   :align: center

.. clearpage::

[pg!15]

.. image:: images/ill_015.jpg
   :align: center

I.
--

Fulvio s'inchinò, prese dalla
mano di Paola il gelato che
ella, sorridendo dolcissimamente,
gli porgeva, e le disse,
guardandola negli occhi:

— Vi amo.

— Non dovete amarmi — mormorò
lei senza scomporsi,
seguitando a sorridere.

— E perchè?

[pg!16]
— Perchè ho marito — ribattè
ella, ma placidamente.

E gli occhi di Fulvio, di
un tetro azzurro, lampeggiarono
di passione. Ella restava
innanzi a lui, senza mostrare
alcun turbamento, sorridendo
ancora, tutta rossa, con le
belle braccia bianche e prosciolte
sotto il merletto nero
delle maniche. Sul merletto
nero e sulle bianche braccia
scintillavano i braccialetti
gemmati: erano ricaduti sui
polsi, ella si occupò a risollevarli
verso il gomito, con
molta cura, giocherellando
con le catenine d'oro, coi
cerchiolini sottilissimi. Irritato,
Fulvio batteva col cucchiaino
sul piattello del gelato:

[pg!17]
— Andatevene — mormorò
a un tratto, soffocando
di collera — siete una donna
odiosa, io vi detesto.

Paola crollò lievemente il
capo, come si fa per un malato
incurabile, e si allontanò
da Fulvio. La brigata si aggruppava
attorno al pianoforte,
dove un maestro giovane,
pallido, con un grosso
ciuffo di capelli neri sulla
fronte, accompagnava il canto
di una fanciulla gracile, biancovestita,
con un filo di voce
simpatica, che cantava una
romanza di Bizet. La romanza
era di carattere orientale, una
nenia bizzarra, a volte piena
di strilli allegri, a volte piena
di lunghi singulti: e due o
[pg!18]
tre signore s'illanguidivano,
lasciavano liquefare il gelato
nel piattello, prese dal delicato
lamento della fanciulla
orientale: il marito di Paola
si dondolava in una poltrona,
fumando, tranquillo, guardando
con occhio distratto
la svelta figura di sua moglie,
tutta vestita di nero,
tutta scintillante di perline
nere. La freschissima brezza
marina entrava dalle quattro
finestre di quel lungo salone:
appoggiato alla finestra, Fulvio
guardava il mare, come
assorbito. Ora Paola offriva
le sigarette ai giovinotti e
alle signore che osavano fumare.
E la mano che porgeva
il porta-sigarette era così
[pg!19]
bianca, così pura di linee,
che Fulvio sentì distruggersi
di tenerezza.

— Perdonatemi — fece lui
levandole in faccia gli occhi
supplichevoli.

— Amico, non ho nulla
da perdonarvi — disse Paola,
soavemente.

— Sono un brutale: voi
siete buona.

— No, no — e fece per
ritirarsi.

— Non restate mai un
momento accanto a me — mormorò
lui con voce di
pianto.

— Non posso, amico; questi
signori hanno bisogno di
fumare. Ecco là mio marito
senza sigarette.

[pg!20]
S'involò, leggiadra, offrì
le sigarette a suo marito, sorridendogli.
Il marito la guardava
quietamente, con un'aria
soddisfatta di uomo dalla felicità
imperturbabile e sceglieva
la sigaretta, a lungo
scherzando con le dita della
moglie. Pareva che si dicessero
tante cose, marito e moglie,
tante cose d'amore: ed
erano così giovani, così belli,
così ben accoppiati, che i loro
amici li consideravano con
compiacenza, come si guardano
due fidanzati. Tutto solo
appoggiato alla finestra, Fulvio
fissava la scena e impallidiva:
fece due o tre passi
avanti. Ma, ecco, ella veniva
di nuovo a lui, snella, leggiera.

[pg!21]
— La sigaretta è spenta,
volete del fuoco?

— Non temete voi — fece
lui, a denti stretti, ma col più
amabile fra i sorrisi — non
temete voi che io uccida vostro
marito?

— La spagnoletta è spenta...
guardate...

— Vedrete che lo uccido,
signora.

Senza più dirgli nulla, fattasi
un po' seria nella faccia,
Paola si allontanò da lui, a
rilento, come se l'avesse colpita
una parola dolorosa. Ora
tutti complimentavano la signorina
Sofia che aveva cantato
così bene *les adieux de
l'hôtesse arabe*: e la gracile
fanciulla, tutta malinconica,
sorrideva mestamente.

[pg!22]
— Vi piace Bizet? — chiese
Sofia a Fulvio, che si era accostato
al resto della brigata.

— Bizet? — fece lui come
trasognato.

— Sì: vi domandavo se vi
piace.

— Assai — mormorò lui
distratto.

La fanciulla gracile e mesta
lo guardò e ripetette,
come fra sè, le prime parole
della romanza francese:

— *Puisque rien ne t'arrête...*

Ma egli non udì, concentrato
nei suoi pensieri.

— *... adieu bel étranger* — finì
Sofia pianissimamente.

Attorno al pianoforte, ora
si rideva. Il maestro giovanetto,
pallido, col grosso
[pg!23]
ciuffo di capelli neri sulla
fronte, arrivato da poco da
Londra, raccontava a quei
suoi amici napoletani l'ostinazione
delle *misses* e delle *mistresses*
inglesi a voler imparare
le patetiche romanze italiane;
ne rifaceva le smorfie e le
contorsioni, vivacemente, col
brio del napoletano che si
vendica della lunga stagione
di nebbia sopportata a malincuore.
Tutti ridevano, specialmente
il marito di Paola:
Paola, ritta in piedi, si sventolava
col grande ventaglio
di raso nero, dove un pittore
fantastico aveva dipinto un
paesaggio lunare. E Fulvio,
non potendo parlare, guardava
Paola: la guardava con
[pg!24]
tanta intensità, con una fissità
così ardente, che a lei le
palpebre batterono, due o tre
volte, quasi per fastidio. Ma
lui non si scosse, avvinto,
ipnotizzato, bevendo dagli occhi
di lei che non lo guardavano,
il fascino invincibile:
ed ella, naturalmente, come
se la luce soverchia la infastidisse,
levò l'ampio ventaglio
di raso nero e si nascose
il volto. Ora Fulvio non vedeva
che il busto scintillante
di perline nere e la mano sottile
levata, premente le stecche
nere del ventaglio: una
vela di raso nero gli celava
la faccia di Paola: tutti ridevano
per le caricature del
maestro di musica. Fulvio
[pg!25]
aveva gli occhi pieni di lacrime.
Sofia lo guardava, con
un lievissimo, malinconico
sorriso.

Ma un delicato suono di
mandolino entrò dalle finestre
che davano sul mare: le
risa tacquero, tutti tesero gli
orecchi. Il suono si avvicinava:
e la brigata, come attratta,
si affollò alla porta
che dava sul terrazzo. Nero
era il mare, nella notte nera:
altissime, tremolavano le stelle
sul cielo nero. Attraverso l'oscurità
del mare una barchetta
passava, portando a
prora una fiaccola sanguigna
che si rifletteva nell'acqua e
vi metteva una vampa; sulla
barchetta qualcuno suonava
[pg!26]
il mandolino, ma non si distingueva
chi fosse; qualche
cosa biancheggiava, come il
vestito d'una donna. E la facella
sanguigna rifletteva la
sua luce sul mare, e il mandolino
invisibile si lamentava,
e l'ombra bianca era immobile,
e la barchetta filava; un
silenzio aveva colto la lieta
brigata.

— È una romanza in azione — disse
il maestro di musica
rompendo il silenzio.

— Duetto d'amore — strillò
un giovanotto.

— Non li disturbiamo — disse
soavemente Paola.

— Ehi, della barca! — urlò
il marito di Paola, come
per contraddire sua moglie — buonasera,
[pg!27]
buonasera, divertitevi!

Tutta la brigata ripetette:

— Buonasera, buonasera,
divertitevi!

Subito, immergendosi nell'acqua
marina, la fiaccola
sanguigna si spense, il mandolino
tacque, la barchetta
vogò nella tenebra e nel silenzio.

— Troppa superbia, o innamorati! — strillò
il marito
di Paola.

— Beati loro! — disse Fulvio.

— Perchè li invidii? — chiese
il maestro di musica. — Napoli
ha le sue spiaggie piene
di barchette e le sue case
piene di vestiti bianchi.

[pg!28]
— Nè vi è scarsezza di
mandolini — aggiunse il marito
di Paola.

— Che m'importa della
barchetta e della musica e del
vestito bianco! quelli si amano:
io li invidio.

— Oh il sentimentale, il
sentimentale! — esclamarono
due o tre.

— L'amore è una bellissima
cosa — disse Fulvio,
con una convinzione profonda.

— Che scoperta, perdio! — gridò
il marito di Paola.

— Bisogna ammogliarsi — disse
il maestro di musica. — Fulvio,
guardò la signora
Paola e suo marito: bisogna
ammogliarsi.

[pg!29]
— Bisogna ammogliarsi — ripetette
soavemente Paola.

— Bisogna morire — mormorò
Fulvio.

Ma gli amici e le amiche
rientravano nel salone: si
combinava per la sera seguente,
una gita per mare,
con due barchette, con musica.
Non era meglio aspettare
che venisse la luna? Ma
no, le gite con la luna sono
volgari, non si ha paura di
nulla, ci si vede troppo chiaro:
è meglio andare nella
notte, come la barchetta degli
amanti. Questo dicevano le
signore; i signori proponevano
di portare la cena. Sulla
soglia della porta, verso il
terrazzo, Paola disse a Fulvio,
da lontano:

[pg!30]
— Siete anche voi della
gita?

— No, no, sentite... — disse
lui con voce soffocata.

Ma ella non uscì sul terrazzo.
Qualche signora parlava
di andar via: ma per
trattenere gli invitati ancora
un poco, Sofia si mise a cantare
il *valtzer* dell'*Ombra* nella
*Dinorah*. La gente, in piedi,
ascoltava; ma la breve voce
simpatica della fanciulla non
arrivava a eseguire quei trilli
complicati, quelle risposte dell'eco.
Sibbene ella cantava
quel *valtzer* come se piangesse,
e invero quella musica,
che è il pianto di una illusione,
pareva un singulto di
dolcissima follia.

[pg!31]
— Datemi il mio ventaglio — disse
Paola dolcemente
a Fulvio, che se ne
stava solo solo sul terrazzo.

— No, se non mi sentite — disse
lui, tenendosi il ventaglio
stretto alle labbra.

— Datemi il mio ventaglio — ripetette
ella con fermezza
e con dolcezza.

— Sentitemi, sentitemi, ve
ne scongiuro, è una cosa gravissima...

Paola non gli diede più
retta, rientrò nel salone; ora
il cameriere portava attorno
dei bicchieri pieni di malaga
dove un pezzo di ghiaccio
galleggiava, ed ella girava
premurosa, sorridente, serena.
[pg!32]
Quando ebbe compiuto il suo
giro, naturalmente si rammentò
dell'altro suo ospite
che stava solo, nell'ombra,
sul terrazzo, fra la nerezza
del cielo e quella del mare.

— Datemi il ventaglio,
amico.

— Sentitemi... — disse
lui, ancora.

E la voce era così piena
di dolore, che ella si arrestò.

Nella sala, adesso, con la
nova allegria del vino, cantavano
un coro napoletano.
Ella ascoltava le parole di
Fulvio.

— Sentite. Io debbo parlarvi.
Debbo dirvi delle cose
gravissime. Non m'interrompete,
[pg!33]
Paola, ve ne prego.
Ascoltate: ho da dirvi, da dirvi
tante cose. Ma le dico presto,
non dubitate. Ora non posso
dirle. Vi è gente di là, gente
felice; io sono infelicissimo,
Paola, se voi non ascoltate
quello che ho a dirvi. Siate
paziente, ve ne prego. Io soffro
assai. Voi non soffrite, lo
so; ma siete assai compassionevole.
Ho da parlarvi, dunque.
Dobbiamo esser soli. Sentite.
Io non lascio questo terrazzo.
Chiudete la porta, crederanno
che io sia andato via. Ve ne
prego, chiudetela. Vostro marito
andrà a letto..... e io
voglio parlarvi. Aspetterò qui
fuori, quanto vorrete. Quando
egli dorme, venite.

[pg!34]
— Non verrò — disse lei,
soavemente.

— Sentite, Paola, io sono
come in punto di morte. Di
là cantano e ridono; qui vi
è un agonizzante.

— Io non verrò — ripetette
lei, senza turbarsi.

— Sentite ancora. Ve ne
scongiuro, in nome della vostra
coscienza di donna onesta,
per la vostra virtù di fanciulla
e di sposa, per la vostra
dolcezza e per la vostra pietà,
non mi negate quest'ultimo
favore.....

— Non verrò.

— Se non venite, io mi
ammazzo, Paola.

Ella lo guardò un minuto
secondo.

[pg!35]
— Io mi ammazzo, Paola,
se non venite. Siete una cristiana.
Non lascerete morire
un uomo così.

— Verrò — disse lei.

[pg!36]

II.
---

E venne. La notte era alta,
oramai, sul golfo napoletano
e lontanissime, scintillavano
le tremolanti stelle; sulla deserta
strada di Posillipo, che
sovrastava alla terrazza della
villa, una fila di lumi correva
sino a Napoli; alta la solitudine,
alto il silenzio. Le imposte
del balcone che davano
sul terrazzo si schiusero pianissimamente
e un'ombra
bianca, lieve lieve, scivolò
sino a Fulvio che aspettava
da tre ore.

[pg!37]
— Grazie — disse lui, cercando
di vedere il volto di
Paola all'oscuro.

— Noi siamo in fiero pericolo
di morte — rispose lei
con molta dolcezza.

— Lo so — e chinò il
capo.

Egli non parlava. Invece,
nel momento che aveva strappato
a Paola la fatale promessa,
la sua passione era
in uno stato di esaltamento.
Nella prima ora di aspettativa
egli non aveva fatto altro che
ripetere a sè stesso, affannosamente,
turbinosamente,
quello che voleva dire a Paola;
e certe parole, certe frasi,
mormorate sottovoce a sè
stesso, lo avevano affogato
[pg!38]
di emozione. Ella non veniva
ancora. Sentiva che andavano
e venivano, per casa, i servi,
riordinando le stanze, chiudendo
le finestre; sentiva le
voci tranquille di Paola e di
suo marito, che discorrevano;
ma non poteva udire le parole.
Poi tutto fu chiuso, si
spensero i lumi, un grande silenzio
regnò. Egli cominciò
a tremare d'impazienza, non
osando muoversi, raggricchiato
al suo posto, coi nervi
che vibravano, ripetendo confusamente,
a brani, quello che
voleva dire a Paola, come un
bimbo disperato cerca invano
di raccapezzarsi nella lezione
imparata a mente. Paola non
veniva. Egli aveva contato
[pg!39]
cento volte i lampioni a gas
sulla via di Posillipo; erano
trentatre, gli altri si perdevano
in una fila di luce. Per
ingannare il tempo pensò di
contare le stelle; ma ci si
perdette. Quante ore erano
passate? Quella notte era
dunque eterna? E una disperazione
rassegnata lo colse,
lo abbattè; forse Paola non
sarebbe mai venuta. A lui non
restava che buttarsi di sotto,
nel mare; giammai si sarebbe
fatto cogliere dal giorno, dal
sole, su quella terrazza. E tale
idea, tale soluzione lo quietò.
Un accasciamento profondo
lo cinse e non seppe più nulla
del tempo e del luogo. Tanto
che lo schiudersi del balcone
[pg!40]
e l'ombra di Paola lo fecero
appena trasalire. Ora, non
trovava più nulla da dirle.
Tutto era finito, egli poteva
buttarsi di sotto, nel mare
nero.

— Che avete a dirmi,
amico?

— Che vi amo.

— Me lo avete già detto.
Null'altro? — e fece atto per
andarsene.

— Vi amo, vi amo, vi amo.

— Amico, mio marito è di
là che dorme. Se una zanzara
gli fa udire la sua canzoncina,
se un mobile scricchiola, se
la vostra voce o la mia si levano
un poco, egli si sveglia.
Egli verrà qui e noi moriremo.

[pg!41]
— Questo cerco — mormorò
con voce cupa.

— Morirei per voi, se vi
amassi. Ma non vi amo.

— E perchè vi esponete
alla morte?

— Per pietà.

— Non sentite altro, per
me?

— Amicizia e pietà.

— Voi altre donne siete
infami.

— Povero Fulvio! — fece
ella con dolcezza.

— Vi proibisco di compatirmi.
Dovete amarmi, capite?
Questo sono venuto a dirvi.

— Non posso amarvi.

— Dovete. Ho il diritto
di essere amato! Ah voi credete
che sia nulla la esistenza
[pg!42]
di un uomo? Credete che sia
nulla passare accanto a un
uomo e togliergli tutto? Credete
che sia nulla farlo agghiacciare
di freddo e farlo
avvampare, dandogli una febbre
che mai non si placa?
Credete voi che una donna
possa impunemente guardare
con dolcezza, sorridere con
dolcezza, parlare con dolcezza,
come voi guardate, sorridete,
parlate? O maledetta dolcezza,
maledetta dolcezza!

Malgrado che le fosse
molto vicino e quasi intuisse
l'espressione del volto di Paola,
egli non vide le lagrime
che salivano agli occhi.

.. image:: images/ill_043.jpg
   :align: center

— Perchè, infine, io ero
una creatura felice. Io godevo
[pg!45]
la giovinezza e il sole e la
lietezza del mio paese e la
giocondità dei miei amici! Io
avevo la serena indifferenza,
la più grande felicità umana,
io ero egoista, ma tranquillo;
io mi lasciavo amare, e non
cercavo che mi amassero. Sereno,
sereno come Giove!

— Dio vi possa ridare la
serenità — sussurrò lei, con
dolcezza.

— Dio... io non lo prego!

— Lo prego io, sempre,
perchè vi dia la pace.

— O femmina ipocrita!
non vi burlate anche del Signore,
come vi burlate di me.
Sentite. Voi dovete amarmi,
per forza. Vi amo troppo, per
non essere amato. Sarebbe
[pg!46]
una enorme ingiustizia. Non
vi sono queste ingiustizie, nel
mondo. Il mondo è equilibrato,
tutto si pareggia. La
mia fiamma è troppo viva,
perchè non v'infiammi. Dovete
amarmi. Lascerete vostro marito,
vostra madre, la vostra
casa, i vostri servi, tutto
quello che avete amato, tutto
quello che avete adorato: e
verrete con me. Andremo lontano.
Saremo assai felici, assai
felici, vedrete. Saremo anche
infelici, lo so; ma non
importa, così è la vita. La
passione è più forte di noi.
Io vi adoro, Paola, andiamo
via!

— Voi siete pazzo, amico — disse
lei, appoggiando il
[pg!47]
gomito sul parapetto e guardando
il mare, sotto.

— No, o se vi piace, sono
pazzo. Questo non importa.
Sta che non posso vivere senza
voi. Sta che ho bisogno di
voi. Sta che vi voglio. Nessuno
vi vuole come me; ora
nulla resiste al magnetismo
della volontà, essa liquefarebbe
il diamante e spezzerebbe
il ferro. Siete una donna,
avete viscere umane, sentite,
amate, odiate, sentirete il magnetismo
dell'anima mia che
vi vuole. Vostro marito vi ha,
ma non vi vuole; è una bestia.
Io l'odio ferocemente.
Volevo ucciderlo stasera; lo
ucciderò domani, se non venite
via con me. Ma voi verrete.
[pg!48]
Siete venuta sul terrazzo,
verrete via con me. Andiamo.

E le prese la mano, risolutamente,
per portarla via.

— No — disse lei.

— Venite via.

— No.

— Perchè?

— Perchè non vi amo.

— O Paola, o Paola, non
parlate così — proruppe Fulvio,
con voce di pianto.

— Come volete che io
parli?

— Tacete piuttosto. Il
suono della vostra voce, così
dolce e così fredda mi fa disperare.
Tacete ve ne prego.

Ella tacque. Fulvio si era
buttato con le braccia e col
capo sul parapetto, soffocando
[pg!49]
i singhiozzi. Ella aveva chinato
la testa sul petto, come
se pensasse profondamente.
Una carrozza passò sulla via
di Posillipo, al trotto, un
suono di risa squillanti arrivò.
Paola levò il capo.

— Non piangete, Fulvio.

— Non piango — disse
lui, disperatamente.

— Siate forte.

— Sono assai forte.

— Sentite, sentite quello
che vi dice l'amica. Voi guarirete
facilmente.

— No, mai.

— Guarirete. Siete onesto,
voi?

— Sono onesto.

— Ebbene, guarirete. La
passione è una cosa disonesta.
[pg!50]
Io ho marito, vedete.
Questa sembra una risposta
volgare; è onesta, invece.
Quando siamo giovanette, la
madre ci dice; l'uomo che
sposate dovete amarlo. Se
non potete amarlo dovete almeno
rispettarlo, dovete essergli
fedeli e obbedienti, conservargli
il vostro corpo e la
vostra anima, anche a costo
di morire di dolore. E queste
parole non solo le dice la
madre, ma ce ne dà l'esempio
quotidiano. Questo dovere
di onestà, questa tradizione
di fedeltà, questa eredità di
virtù, ci si trasmette nel sangue
di madre in figlia. Non
vi è nulla di sublime, vedete;
è un dovere, si compie.

[pg!51]
— E si muore, Paola.

— Non si muore. La passione,
cieca, insulta il marito,
il buon marito che dorme di
là, calmo, fidente, senza un
sospetto. Questa è la grande
ingiustizia. Perchè, infine,
l'uomo che si sposa, anche
quando fa un matrimonio di
interesse o di ambizione, fa
un sacrificio grave. Egli ci
affida il suo nome e il suo cuore;
egli ci dà la sua fede e la
sua libertà; egli si lega a un
vincolo indissolubile; egli si
mette a lavorare per noi e per i
nostri figli, umilmente e gloriosamente.
Noi siamo la sua
consolazione e la sua gloria;
noi rappresentiamo per lui le
più dolci e più sicure soddisfazioni:
[pg!52]
la sua giornata passa
nel desiderio di ritrovarci, di
vederci; le sue ore più care
sono nella casa, nelle nostre
braccia. O che tesoro di
piccoli e grandi sacrifici è
l'amore di un marito! Voi li
ignorate. La passione ignora
tutto; non conosce neppure
sè stessa.

— I mariti tradiscono le
mogli — mormorò lui, come
trasognato.

— Le tradiscono, ma le
amano. Nulla vale a vincere
quel legame profondo, intimo,
fatto di parole e fatto di lacrime,
fatto di baci e fatto
di sospiri; nulla vale a spezzare
questo vincolo penetrato
nel cuore e nei sensi. Ma,
[pg!53]
ecco la passione; vuol vincere
il sacro legame, vuole
spezzare il sacro vincolo. Chi
siete voi? Un giovanotto, un
uomo, un essere qualunque,
della infinita umanità; lontano
da me, estraneo a me.
Passate per la mia strada:
io, forse, passo per la vostra.
E subito mi amate. Che
avete fatto per me? Nulla.
Che potete fare? Nulla. Cioè
molto. Ho un nome, volete
togliermelo; ho un onore, voi
volete che lo butti via, come
un cencio; ho la stima degli
amici, debbo disdegnarla; ho
la fede del mio sposo, debbo
tradirla; ho la pace della mia
coscienza, debbo perderla, per
sempre. Perchè? Perchè voi
[pg!54]
mi amate? Anche colui che
dorme di là, così tranquillo,
mi ama.

— Non è vero!

— Che ne sapete voi? Noi
sole donne conosciamo chi
ci ama. Parlate di diritti, voi?
O povero uomo che dormi,
va, adora una donna sino a
sposarla; dà a costei la miglior
parte della tua vita, riponi
in costei tutta la tua
speranza, siile fratello, padre,
marito, amante, amico,
consigliere, infermiere; soffri
per lei, nel corpo e nell'anima!
Ecco che un estraneo, un
bell'egoista avvampante di
capriccio, un uomo che non
ha fatto nulla, che offre alla
tua donna una vita di disonore,
[pg!55]
ecco che costui, per
forza di violenza, vuol toglierti
tutto! Parlate d'ingiustizia
voi? Che fate qua?
Perchè mi degno di ascoltarvi,
di difendervi, di darvi delle
spiegazioni? Non so chi siate,
non vi conosco. Levatevi
dalla mia strada. Andatevene.

— Voi non mi amate,
Paola, ecco tutto.

— Questa è la verità, non
vi amo.

Ma una fuggevolissima
luce, venuta dalla stanza del
marito li colpì entrambi. Un
lampo brevissimo; poi l'ombra
di nuovo. Fulvio e Paola
si guardarono, s'intesero.
E quietamente, dolcemente,
come se fosse sul punto di
morire, ella disse:

[pg!56]
— Madonna benedetta, vi
raccomando l'anima mia.

Sottovoce, orò. Fulvio taceva,
aspettando. Ma nessun
rumore si fece udire, nessuna
luce comparve, nessuno venne.
Era stato un inganno.
Restarono così, per del tempo.
Egli non osava interrompere
quel silenzio, non osava dire
l'ultima parola. Tutto gli sembrava
crollato, intorno, nella
notte nera; e non poteva
camminare fra le rovine. Pure,
levando gli occhi, sentì che
gli occhi di lei lo interrogavano
desiderosi della fine.

— Che debbo fare? — egli
domandò glacialmente.

— Andarvene — fece lei,
con dolcezza imperturbabile.

[pg!57]
— Andar dove?

— Dove volete; non qui,
insomma.

— Assai lontano?

— Assai lontano.

— Posso ritornare?

— No.

— Fra qualche anno?

— No, mai.

— Che farete, voi, qui?

— Passeranno gli anni;
poi, morirò.

— Non vi vedrò mai più,
Paola.

— Mai più.

— È la morte, questa, per
me.

Ella aprì le braccia, come
se nulla avesse ad aggiungere.

— Addio, dunque.

— Addio.

[pg!58]
Non si diedero la mano.
Egli voltò le spalle, rientrò
nel salone oscuro, camminando
come un sonnambulo.
Ella tendeva l'orecchio, come
a sentirne il passo attraverso
la casa; e restava immobile,
bianca. Poi lo vide, dalla
terrazza, camminare solo,
sulla via di Posillipo, perdersi
solo nella notte, nell'ombra,
come un morto. Allora solo
Paola si volse. Una voce alle
spalle le aveva detto:

— Paola tu ami Fulvio.

Ella rispose al marito:

— Sì.

E le due disperazioni si
guardarono in faccia.

[pg!59]


.. _`Molti anni dopo.`:

Molti anni dopo.
================

[pg!60]

.. image:: images/ill_060.jpg
   :align: center

.. clearpage::

[pg!61]

.. image:: images/ill_061.jpg
   :align: center

.. vspace:: 2

Francesco II aveva dato la
costituzione e quindi l'amnistia;
gli emigrati napoletani,
a cui l'esilio era duplice dolore,
ritornavano, dopo dodici
anni, in patria, vinti da una
irresistibile nostalgia. Il quindici
di agosto, giorno dell'Assunzione,
era tornato in
Napoli un emigrato di Terra
di Lavoro, partito studente,
nel '48 e da paesi assai
[pg!62]
lontani portava seco la moglie
giovane, straniera, e
una figliuolina di quattro anni.
Ora, a Napoli, egli prevedeva
rivolgimenti, tumulti
e sangue; e pensò a mettere
in sicuro la moglie e la bambina.
Così le condusse in Terra
di Lavoro, a Ventaroli,
nella casa paterna, le raccomandò
ai suoi parenti e ripartì
per Napoli.

Nè voi troverete Ventaroli
sulla carta geografica. Ventaroli
è anche meno di un
villaggio, è un piccoletto borgo
sulla collina, più vicino a
Sparanise che a Gaeta. Vi
sono duecento cinquantasei
anime, tre case di signori,
una chiesa tutta bianca e un
[pg!63]
cimitero tutto verde: vi erano
allora un gobbo idiota,
una vecchia pazza e un eremita
in una cappelluccia, nella
campagna: il nome del paese
era inciso grossolanamente
sopra una pietra: i protettori
sono i SS. Filippo e Giacomo,
la cui festa ricorre il primo
di maggio; la protettrice è la
Madonna della Libera, che sta
nella cappelluccia dell'eremita.
A Ventaroli ci si alza alle
sei del mattino, si mangia a
mezzogiorno, si dorme, si
passeggia, si cena alle sette
e si ridorme alle otto. Alla
mattina vi è la messa; alla
sera il vespro e il rosario.
Verso l'imbrunire è un gran
grugnito di maialetti che ritornano
[pg!64]
dal pascolo; e un
mormorio di voci umane,
strilli di donna e pianti di
fanciulletti. Il parroco, don
Ottaviano, uomo bruno e segaligno,
era propriamente cugino
dell'emigrato e capo della
prima famiglia del paese.

[pg!65]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

:subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

.. vspace:: 1

Ora, dopo tre giorni, la fortezza
di Capua si chiuse e le
comunicazioni fra Napoli e la
Terra di Lavoro furono interrotte.
L'emigrato non seppe
più nulla della sua famiglia;
e la moglie e la figliuolina
restarono nel villaggio,
straniere, parlanti male l'italiano,
tra parenti non malevoli,
ma rustici. A Ventaroli
arrivarono notizie vaghe, paurose:
si avanzavano i Garibaldini,
si avanzavano i Piemontesi,
ma le truppe borboniche
[pg!66]
tenevano tutta la campagna.
Il parroco, che era
anche consigliere comunale,
cominciò ad intimidirsi: la
moglie dell'emigrato, sua cognata,
la dama straniera, Cariclea,
dovette dargli coraggio,
ogni sera nelle conversazioni
dopo cena; ma ogni
mattina ricominciavano i terrori
di don Ottaviano. Nè
aveva torto: verso i venti di
settembre s'intese nella valle
un gran rumore di trombe,
di cavalli, di soldati, e un
distaccamento di Svizzeri venne
ad accamparsi in Ventaroli.
Nel cortile dell'unico
palazzo, quello di don Ottaviano
accamparono duecento
fra soldati e ufficiali.

[pg!67]
Furono ospiti terribili. Gli
ufficiali svizzeri erano buoni
e cortesi, assuefatti oramai
alla dolcezza della vita napoletana,
avendo lasciato a Napoli
casa, famiglia, figliuoli,
amici: addolorati di quella
guerra che sentivano inutile,
addolorati per quella causa
che sentivano perduta: ma i
soldati non tolleravano più
freno di disciplina, erano diventati
ribelli a ogni ordine,
si abbandonavano alla ubbriachezza,
al gioco. Dopo
tre giorni avean consumato
tutto il vino, tutto l'olio, tutta
la farina di don Ottaviano:
e chiedevano ancora, insolentemente,
bastonando i contadini,
sgozzando le galline.
[pg!68]
Le vecchie zie, le donne antiche
di casa, stavano chiuse
nello stanzone di famiglia;
tacevano, non osando neppure
filare, pregando mentalmente.
Le serve erano in cucina, intorno
a certi caldaioni dove
cuocevano i maccheroni che
non bastavano mai. Tutta la
notte era un cantare, un urlare,
un litigare: don Ottaviano,
chiuso nella stanzetta, leggeva
ad alta voce i salmi penitenziali,
per quietarsi o per stordirsi,
ma non poteva dormire,
il poveretto. Ma la più forte,
sebbene la più minacciata,
era la signora Cariclea, la
moglie dell'emigrato. Lo sapevano
bene, i soldati, che
era la moglie di un cospiratore,
[pg!69]
di un nemico, di uno che
aveva tolta Napoli a Francesco
II: e ogni volta che
ella compariva sulla terrazza
o attraversava il cortile, vi
era un mormorio crescente
di ostilità. Ella passava, quieta,
serena, come se niente
fosse, e pareva non udisse
che la chiamavano *moglie di
brigante*, *moglie di assassino*. Se
ne lagnava, ella, con qualche
ufficiale, specialmente con un
maggiore, alto, biondo, robusto,
un colosso.

— Signora mia — le diceva
costui in inglese — io
non so che farvi. Badate alla
vostra vita, io non posso garantirvela.
Non garantisco
neppure la mia.

[pg!70]
Ella non temeva per sè,
temeva per la sua creaturina.
La bimba aveva un cappellino
rotondo, chiamato allora
alla *Garibaldi*, con un *pompon*
tricolore: e la bimba voleva
portarlo sempre, quel
pericoloso cappellino. Quando
i soldati la vedevano passare,
tutta fiera di quel pomo di
seta tricolore, era come una
rivolta:

— Tagliamo loro la testa,
a questa razza di briganti,
tagliamo la testa di questa
creatura, così imparerà a portare
il pomo tricolore!

La madre tirava un poco
a sè la bambina e fingeva di
sorridere, e quando era sola,
in camera sua, soltanto allora,
[pg!71]
abbracciava la bimba,
con una stretta frenetica. Don
Ottaviano urlava:

— Ci farete ammazzare
tutti, con quel vostro pomo
tricolore!

Ma la bimba non voleva
lasciarlo, gridava, gridava,
glielo aveva dato il suo papà,
quel cappellino col pomo tricolore.
Infine, i viveri cominciando
a mancare, i soldati
diventarono più rabbiosi e
chiesero quattrini: il maggiore
portò la imbasciata a
don Ottaviano. Costui un
giorno dette ai soldati trenta
ducati messi da parte per le
feste di Natale: ma di notte,
aiutato dalla cognata donna
Cariclea, dalla zia Rachele
[pg!72]
e dalla serva Ottavia, seppellì
in un angolo dell'orto,
il *tesoro della Madonna*, collane
di oro, anelli, orecchini,
*ex-voto* di argento, pissidi, calici,
candelabri, altri arredi
sacri. L'altare famigliare, che
era nel grande salone di famiglia,
dedicato alla Vergine,
restò spoglio di ogni ornamento.
Il seppellimento fu
fatto misteriosamente:

— Benedetto, benedetto! — diceva
don Ottaviano, baciando
piamente ogni arnese
sacro, prima di sotterrarlo.

E singhiozzava, il povero
prete.

Poi dette ai soldati altri
venti ducati, che erano una
dote da estrarsi, il primo di
[pg!73]
novembre, per far maritare
una zitella del paese: ma
non bastarono. Donna Cariclea
dette loro venti marenghi
che il marito le aveva
lasciati; ma non bastarono.
Zia Rachele dette a questi
svizzeri furiosi quindici ducati
di economie fatte, in
molti anni, *a grano a grano*;
ma non bastarono. Ottavia,
la serva, aveva diciotto *carlini*:
li dette. In breve, nel
palazzo non ci fu più un
soldo, nè un pizzico di farina,
nè una goccia di vino. Gli
ufficiali svizzeri si vergognavano:
specialmente il maggiore,
che era una persona
assai gentile, chinava il capo,
offeso nel suo orgoglio di
[pg!74]
militare. Ora i soldati volevano
il *tesoro della Madonna*:
lo volevano giuocare a carte.

— La Madonna non ha
tesoro — diceva don Ottaviano: — ditelo
voi, donna
Cariclea.

— La Madonna non ha
tesoro — ripeteva la coraggiosa
signora.

Il maggiore andava e veniva,
parlamentando fra i soldati
e la famiglia.

— Se non ci danno il tesoro
ammazziamo la bimba — mandavano
a dire i soldati.

— Raccomandiamoci alla
Vergine, cognata mia — mormorava
il prete.

Così, prevedendo imminente
la morte, tutta la famiglia
[pg!75]
si raccolse nello stanzone,
innanzi all'altare denudato,
e si mise a pregare.
Don Ottaviano aveva vestito
i paramenti sacri e stava inginocchiato
sui gradini dell'altare.
Era una settimana,
dieci giorni di accampamento:
nessuna notizia, nessun soccorso.
Ora l'umore degli svizzeri
era cambiato. Chiedevano
un banchetto: volevano che
nel cortile s'imbandisse una
grande mensa, volevano i
gnocchi, se no, mettevano
fuoco alla casa. Il parroco
giurava di non aver nulla,
nulla da dare, neppure un
tozzo di pane, il maggiore
con le lacrime agli occhi lo
scongiurava, che cercasse,
[pg!76]
che mandasse, per pietà della
vita di tutte quelle donne,
vecchie e giovani. Furono
spediti corrieri a Carinoia, a
Casale, a Cascano, per trovar
farina. Ma intanto i soldati
andarono nella legnaia,
ne cavaron fuori tutte le fascine
e le disposero attorno
alle mura del palazzo. I corrieri
che erano andati per
farina tardarono assai: forse
erano stati arrestati, forse
erano morti. Un mormorio
crescente saliva dal grande
cortile. Nel salone le donne
dicevano le litanie, salmodiando.
L'ora passava lenta.

— Se fra dieci minuti non
arriva il corriere con la farina,
i soldati danno fuoco — venne
a dire il maggiore.

[pg!77]
— Non potete fare più
nulla per noi? — chiese donna
Cariclea.

— Più nulla, signora.

— Portar via questa piccolina?
Io non mi dolgo di
morire; vorrei salvare la
bimba.

— Mi ucciderebbero con
lei, signora.

— Che Dio ci assista,
dunque — mormorò donna
Cariclea.

E Dio li assistette. Un
corriere da Cascano ritornò.
Portava farina: poca, insufficiente,
ma ne portava. Così
le serve lasciarono di pregare
e scesero in cucina, a fare i
gnocchi, per i soldati.

Ma i soldati non vollero
[pg!78]
togliere le fascine: e la morte
parve solo ritardata di qualche
ora; si capiva che dopo
il banchetto i soldati sarebbero
diventati più feroci; non
avrebbero conosciuto più ragione.
Essi, nel cortile, tumultuavano;
le povere serve,
in cucina, manipolavano la
pasta, instupidite; su, nello
stanzone, il parroco aveva
confessato e dato l'assoluzione
a tutti i suoi parenti.
La piccolina di donna Cariclea
spalancava gli occhi,
spaventata: ma non piangeva.

A un tratto il pesante
martello del portone risuonò,
tre volte sonoramente. Un silenzio
profondo. Ma nessuno
[pg!79]
aprì. Tre altri colpi: e il battito
del piede ferrato di un
cavallo risuonò innanzi al
portone.

— Chi va là? — chiese
la sentinella, senz'aprire.

— Viva Francesco II! — gridò
una voce affannosa.

— Viva, viva! — urlarono
i soldati.

Era una staffetta: un soldato
pallido e grondante sudore.
Chiese del colonnello,
del maggiore, di un capo;
non aveva che due parole da
dirgli. Il maggiore alto e
biondo, il colosso affettuoso
e fiero accorse; la staffetta
si rizzò, gli parlò all'orecchio.
Il maggiore restò imperterrito,
assentì col capo; la staffetta
[pg!80]
ripartì, precipitosamente.
Il maggiore salì sul terrazzino
interno che dava sul
cortile, fece suonare la tromba,
due volte.

— Soldati — disse con
voce tonante — abbiamo innanzi
a noi Garibaldi, alle
spalle arriva Vittorio Emanuele.
Facciamo il nostro dovere.
Viva Francesco II!

— Viva! — disse qualche
voce.

E lentamente si misero
in tenuta di partire. Andavano
fiacchi, lenti, molli, attaccandosi
la giberna, visitando
i fucili: e il maggior loro dolore,
per quei mercenari brutali,
era di non poter banchettare,
di non poter mangiare
[pg!81]
i gnocchi che le povere
serve facevano in cucina.
Gli ufficiali andavano, venivano,
gridavano; ma inutilmente.

— Consolatevi, signora — disse
il maggiore a donna Cariclea,
entrando nel salone — ora
vengono i Garibaldini.

Ella non osò consolarsi.
Stringeva la piccolina sul
petto e non parlava. Il parroco
non levava la testa.

— Addio, Signora, non ci
vedremo più — disse il maggiore. — Noi
andiamo alla
morte.

E non tremava la sua
voce. Uscì, si pose alla testa
dei soldati, marziale, bellissimo
a cavallo, camminando
[pg!82]
serenamente alla battaglia;
dietro di lui i soldati svizzeri
andavano, come pecore, stretti
stretti, taciturni, torvi. Nessuno
osò levare la voce, nel
palazzo deserto, devastato;
per un'ora tutti tacquero,
innanzi all'altare, subendo
ancora l'incubo di quell'assedio.

— Ora vengono i Garibaldini — disse,
a un tratto,
la bambina.

E vennero. Portavano la
camicia rossa, ma erano coperti
di polvere, con le scarpe
rotte, stanchi, sfiniti; volevano
bere, volevano mangiare,
non ne potevano più.

— Che daremo loro? — diceva
don Ottaviano, disperandosi.

[pg!83]
I Garibaldini non credevano
che non ci fosse nulla.
Erano una quarantina, estenuati;
avevano trovato la devastazione
dappertutto. Dappertutto
i Borbonici avevano
mangiato tutto, bevuto tutto,
non vi era più nulla; come
potevano dunque battersi?
Un ufficiale, buonissimo, parlamentava
con donna Cariclea
e col parroco; era inutile,
non vi era nulla, nulla.
Ma un clamore venne dal
cortile; i Garibaldini avevano
scoperto la cucina e il caldaione
dei gnocchi.

— Ah, Borbonici, canaglia!
Avevate da mangiare e
ce lo negavate! Borbonici
della malora, che vi porti via
il diavolo!

[pg!84]
Ma fra quelle voci irritate,
furiose, una vocina sorse:

— Viva Garibaldi!

La piccolina, in mezzo ai
Garibaldini, agitava il suo
cappelluccio col pomo di seta
tricolore. Mentre la baciavano,
levandola su in trionfo,
ella strillava sempre. La madre
piangeva.

[pg!85]

.. image:: images/ill_085.jpg
   :align: center

[pg!86]

[pg!87]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

:subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

.. vspace:: 1

Il cannoneggiamento cominciò
alle tre del pomeriggio.
Ventaroli è sulla collina,
l'eco dei cannoni vi si ripercuoteva
fortemente. Donna
Cariclea era salita sopra una
torricella, donde si vedeva
tutta la valle; ma nulla si
scorgeva. Dove si battevano?
Con che esito? Era impossibile
saper nulla. I quaranta
Garibaldini erano andati via
allegramente, dopo aver pranzato,
coi loro scarponi rotti,
coi loro vecchi fucili; e tutte
[pg!88]
le case di Ventaroli si erano
chiuse, i portoni erano sbarrati.
Quando cominciò il cannone,
Pasqualina Cresce, che
aveva paura dei tuoni, aveva
cacciato il capo sotto i cuscini;
il vecchio Nicola Borrelli,
che aveva fatto il soldato,
tendeva l'orecchio per
sentire donde venisse; e la sorella
dell'emigrato, Rosina,
una fiera donna, era venuta
nello stanzone e aveva accese
due altre candele alla
Vergine, per conto suo, perchè
vincessero i Garibaldini.
Donna Cariclea fremeva: invano
aguzzava gli occhi, sulla
torricella, ma non un'anima
passava nella valle, non un
carro, non un contadino; un
[pg!89]
deserto, un paese morto. Il
cannone si arrestava, talvolta,
per cinque minuti, ma dopo
riprendeva con più vigore.
Stette tre ore lassù, sino all'imbrunire.
E sempre il cannone:
talvolta allegro, talvolta
lungo e lugubre. Poi
tacque. Era notte. Nessuna
notizia. Era perduta o salvata
la patria?

Ma don Ottaviano, le vecchie
zie, le giovani spose, le
serve erano stanche di quella
tremenda giornata; e, malgrado
il terrore dell'indomani,
malgrado la suprema incertezza,
che era anche un supremo
pericolo, andarono a
dormire. Donna Cariclea si
ritirò nella sua stanzuccia,
[pg!90]
che era proprio sopra l'arco
del portone. Aveva appena
appena congiunte le mani
della piccolina per la preghiera
della sera, quando, nel
silenzio profondo del villaggio,
si udì un galoppo di cavallo;
veniva verso la casa.
E subito dopo un fievole colpo
di martello risuonò. Donna
Cariclea trasalì. Che doveva
fare? Si affacciò senza far
rumore alla finestra: nell'ombra
si vedeva un cavallo e
un cavaliere, ma non si distingueva
altro. Erano immobili,
aspettavano. Ma passò
qualche minuto; il cavaliere
non picchiò di nuovo, aspettando,
pazientemente.

— Chi sarà mai? — pensava
[pg!91]
donna Cariclea, tutta
trepidante.

E richiuse la finestra, senza
far rumore. Ma quel cavaliere,
là innanzi al portone, nella
notte, le dava tormento. Riaprì,
domandò sottovoce:

— Chi è?

— Sono io — disse una
nota voce.

— Voi, maggiore?

— Aprite, signora, per
carità!

Ella prese un lume, attraversò
due o tre stanze, scese
per le scale, andò a tirare i
grossi catenacci. Silenziosamente
il maggiore era disceso
da cavallo e se lo trasse
dietro, nel cortile; lo legò a
un anello di ferro. La signora
[pg!92]
andava innanzi e il maggiore
dietro; quando furono nella
stanzetta, il maggiore le fece
cenno di chiudere la porta, a
chiave. La bimba, già in letto,
guardava tutto questo con un
par d'occhioni spaventati.

— Signora — disse il
maggiore — io sono nelle vostre
mani.

Ella lo guardò, sgomenta.
L'ufficiale svizzero era in uniforme,
tutto gallonato, tutto
scintillante di oro: ma teneva
il capo abbassato sul petto.

— Che avete fatto? — chiese
ella duramente.

— Sono scappato, signora.
Fuggo da tre ore; due ore
siamo stati nascosti in una
macchia, il mio cavallo e io.

[pg!93]
— Non avete preso parte
alla battaglia?

— No, signora, vi dico
che sono scappato.

— E perchè? — chiese
ella a quel colosso.

— Perchè avevo paura — disse
lui, semplicemente.

— Oh! — fece soltanto
lei, celandosi il volto per ribrezzo.

— Avete ragione — disse
lui, umilmente. — Ma la paura
non si vince: sono fuggito.

— Non vi vergognate, non
vi vergognate? — chiese ella,
tremando di emozione.

Egli non rispose. Si vergognava,
forse. Stava buttato
sulla sedia, grande corpo accasciato
dalla viltà.

[pg!94]
— E i vostri soldati?

— Chissà! — disse il
maggiore, levando le spalle.

— Chi ha vinto, dunque?

— Non lo so. Avranno
vinto gli Italiani.

— E siete fuggito?

— Già. Vi ripeto, avevo
paura. Che m'importa della
battaglia? Voi dovete salvarmi
signora.

— Io?

— Sì. Dovete farmi fuggire.
Voglio ritornare a Napoli,
in sicurezza. Ho famiglia
io: ho figli io: che me ne importa
di Francesco II? Salvatemi,
signora, ve ne scongiuro.

— E perchè dovrei farlo?

— Perchè siete donna,
[pg!95]
perchè siete buona, perchè
anche voi avete una figlia...
e capite...

— Siete un nemico, voi.

— V'ingannate, sono un
disertore.

— Ebbene?

— Significa che io temo
egualmente i Borbonici, come
i Garibaldini. Se mi trovano
i vostri, sono un nemico e mi
fucilano; se mi trovano i Borbonici,
sono un disertore e
mi fucilano. Ecco perchè vi
chieggo di salvarmi.

— Se rientrate a Napoli
vi fucileranno.

— Garibaldi è buono — disse
umilmente il maggiore
svizzero.

— È una vergogna — ripetette
lei duramente.

[pg!96]
— Lo so; ma che posso
farci? Salvatemi voi.

— Stamane avreste lasciato
morire la mia bambina.

— Che potevo fare?

— Eppure il re contava
su voialtri! Che uomini siete
dunque?

— O signora mia, per
carità, non ne parliamo; se
avete viscere di madre, trovatemi
un mezzo per fuggire.

— Io non ne ho.

— Lasciatemi stare qua,
in questa stanza.

— Se vi ci trovano, siamo
perduti tutti.

— È vero — disse lui,
dolorosamente.

La bambina aveva ascoltato
[pg!97]
tutto il discorso, guardando
ora sua madre, ora il
maggiore. Adesso, ambedue
tacevano. Egli era immerso
nel più profondo avvilimento;
ella era combattuta da tanti
sentimenti diversi.

— Ho anch'io un bimbo
di questa età — mormorò il
maggiore. — Non lo vedrò
più, forse.

— Aspettatemi qui — disse
donna Cariclea, decidendosi.

E uscì. Il maggiore si era
inginocchiato vicino al letto
e aveva baciata la piccolina.
Donna Cariclea tardava. Alla
fine, muta, lieve come un'ombra,
ritornò. Portava un involto
di panni:

— Smorzerò il lume —
[pg!98]
disse, con voce breve, superando
ogni ritrosia di donna — toglietevi
l'uniforme e
mettete questi abiti.

Così fece. Dopo pochi momenti
ella riaccese il lume;
il maggiore era vestito da
contadino e l'uniforme giaceva
per terra. Egli se ne
stava tutto umile, tutto contrito.

— Bisogna nascondere
quest'uniforme e questa spada — disse
lui, — trovandosi,
sareste perduta.

— È vero — disse lei. — Spezzate
dunque la spada.

Senza esitare, egli tentò
di spezzare la spada sul ginocchio.
Ma la buona lama
resisteva. Alla fine, con la tensione
[pg!99]
dei suoi muscoli robusti,
la spezzò.

— Scucite i galloni dall'uniforme — ordinò
donna
Cariclea.

Pazientemente, il maggiore
strappò i galloni del suo
uniforme. Ella raccolse tutto.

— Andiamo a buttarli via.

Egli la seguì per le scale;
essa lo guidava con un fioco
cerino. Scesero nel cortile
macchinalmente, ella buttò i
frammenti della spada nel
profondo pozzo, che era in
mezzo al cortile. Il maggiore
sospirò di sollievo. Poi passarono
vicino alla conserva
dell'olio; ella vi buttò l'uniforme
disadorna di galloni.
Alla fine, passando presso un
[pg!100]
mucchio di letame, ella vi
buttò i galloni, rivoltandoli
con una pala, per farli andare
sotto.

— Dio mio, ti ringrazio! — esclamò
il maggiore.

— E il cavallo? che facciamo
del cavallo? Se lo trovano
siamo perduti.

— È vero — mormorò
lui — Bisogna farlo scomparire.
Ora lo ammazzo.

— Con che?

— Non ho armi, è vero.

Andarono presso il cavallo.
La buona bestia nitrì; il
maggiore fremette di paura.
Poi, sciolse le redini dall'anello,
trasse il cavallo fuori
del portone e rinchiuse il portone.
Stettero a sentire, il
[pg!101]
maggiore e donna Cariclea.
Per un pezzo il cavallo scalpitò
sulla soglia, battè col
capo contro il legno della
porta; ma poi ne sentirono il
galoppo furioso e pazzo per
la campagna.

— Domani la campagna
sarà piena di cavalli fuggenti — mormorò
il disertore.

— Andiamo su — fece lei.

Risalirono. La bimba era
sempre sveglia. Donna Cariclea
si chinò e baciò sulla
guancia la sua figliuola. In
atteggiamento confuso il
maggiore aspettava.

— Sentite — disse donna
Cariclea. — Io ho fatto svegliare
Peppino, il boaro. È
una creatura bestiale, ostinata
[pg!102]
e fedele. Farà tutto quello
che gli ho detto. Ha messa
una scala alla finestra del
grande salone. Dà sull'orto.
Voi scenderete per quella
scala; siete forte, mi pare?

— Fortissimo.

— Bene; andrete a traverso
i campi, ma senza affrettarvi,
dovrete avere il
passo dei contadini che vanno
al mercato. Parlate poco con
Peppino, i contadini non parlano.
Avete i baffi di un signore
e di un militare; ecco
le forbici, tagliateveli.

Egli eseguì senz'esitare.

— Bene. Andrete a passare
il Volturno, molto al disotto
di Capua; là troverete una
scafa, passerete il fiume e vi
[pg!103]
recherete a Napoli. Peppino
vi lascierà, tornerà indietro,
non dirà mai una parola con
nessuno. Noi, probabilmente,
non c'incontreremo più. Tanto
meglio. Ma se ci dovessimo
mai incontrare, badate bene,
non mi ringraziate, non mi
tendete la mano, non mi salutate,
non mostrate di conoscermi.
Se lo faceste, vi darei
del disertore sulla faccia. Addio,
dunque, signore.

— Addio, signora.

E fece per accostarsi al
letto, donde la bimba lo guardava,
e voleva baciarla.

— No — fece la madre
opponendosi.

Egli uscì. Donna Cariclea
lo sentì scambiare una parola
[pg!104]
con Peppino che l'aspettava
pazientemente, seduto nell'ombra
dello stanzone; udì lo
scricchiolìo della scala sotto
quel corpo pesante; udì i due
passi quasi allontanarsi. Allora
si accostò al letto della
sua piccolina, si curvò su lei:

— Pensa che questo sia
un sogno, Caterina: dimentica,
dimentica tutto, piccolina
mia.

.. vspace:: 1

.. class:: center

.  .  .  .  .  .  .

.. vspace:: 1

Ma Caterina non ha potuto
dimenticare.

[pg!105]


.. _`Il mio segreto.`:

Il mio segreto.
===============

[pg!106]

.. image:: images/ill_106.jpg
   :align: center

.. clearpage::

[pg!107]

.. image:: images/ill_107.jpg
   :align: center

.. vspace:: 2

Sentite ora il mio segreto,
uno spaventoso segreto che
rode l'anima. L'ho taciuto sinora
per l'orrore della mia
mostruosità. Ma dentro, lo
spasimo mio assume mille
forme, io sento due martellini
battermi sul cuore mortificandolo
di colpi; io ho una
vite d'acciaio che mi rotea
nel petto come un cavaturacciolo;
[pg!108]
io ho un migliaio di
spilli ficcati sotto il cranio;
io ho un chiodo confitto nella
tempia dritta. Eppure in questa
lunga agonia, io non posso
morire; dalla febbre il mio
sangue si rinnovella, dalla
tortura le mie fibre si disseccano,
ma si rinvigoriscono
dall'incitamento; la forza dei
miei nervi si raddoppia. Morire
no, non mi è concesso. Altri
dovrebbero morire, meco.
Scrivo il mio segreto non per
sollievo, perchè non ne spero,
ma perchè si sappia la verità
del caso mio.

Sentite. Non è vero che io
sia pazza; io vivo, sento, ricordo
e ragiono. Quelli che
mi tengono imprigionata nel
manicomio, s'ingannano.

[pg!109]
Mai ho posseduto tanta
lucidità di mente, tanta solidità
di cervello; mai ho contemplato
con tanta serenità
di dolore la mia sventura.
Non sono pazza... È inutile
la doccia sulla testa, il camerotto
foderato di materassi, il
bagno caldo, la sorveglianza
continua. Questo non può
guarirmi, perchè non sono
pazza. Per me non ci vuole
il medico, ma il prete. Deve
venire il prete con il libro
santo dei Vangeli, con la
stola ricamata d'oro, con l'acqua
benedetta. Deve leggere
le preghiere per scongiurare
gli spiriti maligni, mettermi
sul capo la stola e aspergermi
di acqua santa; deve
[pg!110]
battersi il petto, inginocchiarsi,
pregare l'aiuto del Signore
su me. Poichè io non sono
pazza, ma qualcuno si è impossessato
di me: io non sono
pazza, ma qualcuno è entrato
in me, vive con me. Dentro
l'anima mia vi è un'altr'anima.
Dentro la mia volontà
vi è un'altra volontà. Dentro
la mia ragione vi è un'altra
ragione. Bisogna esorcizzarmi,
bisogna cacciar via la mia
nemica, togliermi quest'altra
anima che mi riempie di terrore.
Noi siamo due..

[pg!111]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

:subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

.. vspace:: 1

Quanto tempo è che ho
veduto lei, l'altra, per la prima
volta? Non so, la data
non potrei dirla, perchè mi
sfugge. Certo era un tramonto
più rosso d'autunno; io
correva nelle vie infangate,
affrettandomi a una casa dove
qualcuno che mi amava moriva.
Correvo col capo chino
sotto la pioggia mormorando
le parole di consolazione e
di perdono prima di giungere.
D'un tratto, alzando gli occhi
sotto la luce rossastra di un
[pg!112]
fanale a gas, vidi camminarmi
accanto una figura femminile.
Era una donna di mezza statura,
col volto pallido e allungato,
sciupato dall'età,
dalle sofferenze; ma in quel
volto consumato ardevano gli
occhi neri, bruciavano di sangue
le labbra. Era vestita
tutta di nero, il nero dei suoi
occhi; portava al collo, come
spillo, un ramoscello di corallo
rosso come le labbra.
Camminava accanto a me,
guardando la terra; un sol
momento mi alzò gli occhi in
viso, ma li riabbassò subito.
Io fui colpita da questa apparizione
e distesi la mano
quasi per toccarla, ma ella si
allontanò rapidamente. La seguii
[pg!113]
quasi per istinto senza
saper perchè, presa da necessità
di andare dove andava
lei, di fare quello che lei faceva.
La seguii con gli occhi
fissi nella sua figura bruna,
raggiungendola ogni tanto
per vedere quello sguardo
nero e ardente, quelle labbra
febbricitanti, quell'abito nero
come l'occhio, quel ramo di
corallo rosso come le labbra.
Ella se ne andò per le strade
con il suo passo ritmico, fermandosi
innanzi alle mostre
delle botteghe, salutando
qualche creatura ignota, fermandosi
a discorrere con
qualche essere volgare. Io
feci, dietro a lei, tutto quello
che essa fece. Ella prese la
[pg!114]
via del teatro, salì le scale,
entrò in un palco e si pose
immediatamente a dardeggiare
la folla col suo sguardo
nero. Si pose subito a ridere
con le sue labbre di sangue;
io in un palco dirimpetto a
lei, imitandola, guardai sfacciatamente
la folla e risi, risi
sempre. D'un tratto ella scomparve,
io m'abbandonai in una
atonia come se mi mancassero
gli spiriti, poi mi risvegliai
nell'amarezza saliente dei rimorsi.
L'amico che m'aspettava,
a cui dovevo portare le
parole di consolazione e di
perdono, era morto, solo, mentre
io rideva al teatro.

[pg!115]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

:subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

.. vspace:: 1

Io non amavo quell'uomo.
Anzi non amavo nessuno in
quel tempo. La mia indifferenza
in fatto di sentimento
era serena; non amavo, non
avevo il rimpianto dell'amore.
Poi quell'uomo era un essere
volgare e miserabile di cui io
vedeva tutta la miseria, tutta
la volgarità. Il suo amore fatto
di vanità, di capriccio, di
puntiglio, non aveva il potere
di irritarmi, ma aveva il potere
di nausearmi. Le sue parole
[pg!116]
mi lasciavano inerte, le sue
lettere non mi scuotevano, le
sue mani che stringevano le
mie non mi facevano impallidire.
Odiarlo non potevo, e
amarlo neppure: tutta la meschinità,
tutta la bassezza del
suo spirito, la misuravo. Egli,
divorato dal desiderio, ch'era
vanità, fremeva di rabbia, fremeva
di falso amore e pregava
e scongiurava, versava
lagrime di dispetto. Io mi rifiutava;
tranquilla, immobile,
sorridente, quasi insolente,
m'immergevo sempre più in
quella indifferenza che è il
dono dei forti. Finchè lui un
giorno, in una scena di collera,
mi disse:

— O domani o mai più.

[pg!117]
— Mai più — dissi io freddamente.

Il domani, nel pieno meriggio
d'inverno, io passeggiava
nella campagna, trasalendo
d'emozione per la maestà
del fiume che se ne andava
lento al mare, per gli
anemoni crescenti nell'erba
umida, per i piccoli salici neri
che si piegavano brulli, quasi
spinosi, per gli uccelli che
stridevano sul mio capo nella
profondità dei cieli. Queste
sensazioni giungevano squisite,
soavi ai miei nervi equilibrati.
Ero quieta. Quand'ecco
nelle lontananze della sponda,
nella gialla lucentezza meridiana,
ella m'apparve col suo
viso smorto, disfatto, dove
[pg!118]
vivevano soltanto i carbonchi
dei suoi occhi e la bocca rossa
come un granato; vestita di
nero, portando al collo un
ramo di corallo rosso. Questa
volta non mi guardò. Tutto
il mio essere sobbalzò a lei.
Mentre si dirigeva lentamente
alla città, io la seguii passo
per passo come una bestia
ubbidiente. Vedevo con paura
che ella andava al luogo
del convegno con quell'uomo,
ma istintivamente non
potevo manifestare questa
paura. Vidi con spavento
che quell'uomo era là, che
mi aspettava, che sorrideva
di orgoglio. Egli non vedeva
il fantasma che gli si accostava,
vedeva me che mi
[pg!121]
accostavo a lui per seguire
il fantasma.

.. image:: images/ill_119.jpg
   :align: center

— Grazie — disse l'uomo
trionfante.

Il fantasma sorrise dolcemente,
ed io che volevo urlare
di dolore, sorrisi di dolcezza.

— Tu mi ami? — chiese
l'uomo.

— Ti amo — mormorò il
fantasma.

Io, cui sulle labbra si affollavano
gli insulti, dissi a
voce alta:

— Ti amo.

— Mi amerai sempre?

— Sempre — rispose il
fantasma.

Io, che agonizzavo, risposi:

[pg!122]
— Sempre.

— Lo giuri sulla Madonna?

— Lo giuro sulla Madonna — susurrò
l'ombra.

Io, che avevo il terrore
del sacrilegio, bestemmiai:

— Lo giuro sulla Madonna.

[pg!123]

.. vspace:: 1

.. class:: center large

:subscript:`*`:superscript:`*`:subscript:`*`

.. vspace:: 1

Ora mi dicono pazza. Pensate
che ho trascinato due
anni la catena di un amore
falso e volgare, che ho mentito
due anni, che ho tollerato
due anni la menzogna,
perchè non mi amava, come
io non l'amavo. Pensate al
disgusto, al ribrezzo, alla
stanchezza di due anni, ai
giuramenti bugiardi fatti e
ricevuti, ai trasporti fittizii,
ai baci inutili e fiacchi, agli
entusiasmi posticci, a questa
commedia piena di fango.
[pg!124]
Era per lei tutto. Per fare
quello che ella faceva, per
dire quello ch'ella diceva,
per seguirla, per imitarla. Era
l'incantesimo di questa fata,
di questa strega, di questa
maliarda. Era il fascino, il
filtro; avvinghiata ad essa
che rappresentava la bugia e
il tradimento, io sono stata
la bugia e il tradimento.

Nel tempo, accadde altro.
Un altro uomo mi amava veramente,
con la lealtà spirituale
delle anime elette; io
lo amava con l'umiltà profonda
del cuore che cerca
riabilitarsi. Le nostre anime
vibravano all'unisono nell'armonia
potente dell'amore; si
fondevano meravigliosamente
[pg!125]
nell'armonia dell'amore;
era un effetto solo, completo,
tutto divino e tutto umano.
Ma la celestiale fusione durò
poco. In un'ora suprema,
mentre egli mi parlava soavemente,
vidi comparire tra
noi la donna dall'abito nero,
che portava al collo un ramoscello
di corallo rosso.
Questa volta i soavi occhi
lampeggiavano malignamente,
le sue labbra di garofano
sogghignavano. Egli mi parlava
d'amore ed ella ghignava,
ghignava.

— Non ti credo — rispose
a quell'uomo che diceva la
verità.

Così l'amore nostro divenne
uno spasimo. Dietro
[pg!126]
il volto di lui, onesto e buono,
io vedeva l'ovale sciupato
della donna che ghignava;
egli diceva un *sì*
franco, sincero, e l'eco del
fantasma era un *no* duro;
egli mi accarezzava col suo
sguardo innamorato, ed ella
lampeggiava ferocemente gli
occhi.

— Non ti credo, non ti
credo — ripetevo a quell'uomo,
io diventata malvagia e
scettica.

Poi egli non credette più
a me, mi vedeva sempre distratta,
assorbita, scossa da
subitanee paure, o perduta
in esaurimenti mortali.

— Tu non mi ami, tu sei
lontana di qui: la tua anima
[pg!127]
è assente; oh ritorna, ritorna! — egli
mi supplicava.

Eppure ci amavamo: la
maga pallida dalle labbra di
carminio, che ci scherniva,
si metteva fra noi e ne faceva
gelare il sangue, e rendeva
deboli i nostri baci e
fioche le voci. Io soffriva infinitamente
più di lui, io che
vedevo la maga sedersi accanto
a noi, io che sentivo
lo spavento di questo spettro
salirmi al cervello e farmi
delirare. Io che giunsi fino
ad essere gelosa di quel fantasma,
a cui mi sembrava che
egli dirigesse le sue parole
di amore: io, che in uno scoppio
di gelosia furiosa, gridai:

— Tu m'inganni, tu ne
[pg!128]
ami un'altra, tu ami una donna
pallida, sfinita, cogli occhi
neri, le labbra sanguigne, la
veste nera, il ramo di corallo
rosso. Tu m'inganni, tu mi
tradisci, tu ami un'altra!

Egli mi guardò trasognato.

— Tu sei quella — disse
semplicemente.

Mi condusse allo specchio;
vidi nel cristallo una faccia
smorta, consunta dall'età, dalla
sofferenza, due occhi neri,
ardenti, due labbra brucianti,
una veste nera, un ramo di
corallo rosso. Vidi la sua figura,
che era la mia figura;
urlai come una bestia:

— Non sono pazza, non
è la mia testa che devono
curare, ma è la più fiera nemica
[pg!129]
che è entrata in me; il
fantasma si è messo nell'anima
mia. L'altra non vuole
andarsene, vuol vivere in me,
così siamo due; bisogna esorcizzarmi;
chiamate un prete,
e dica sul mio capo le parole
sacre della preghiera che libera
le anime.

.. vspace:: 2

.. image:: images/ill_011.jpg
   :align: center

[pg!131]

.. clearpage::

.. class:: center x-large

**Piccola Collezione «Margherita»**

.. vspace:: 2

.. container:: center

   Ogni volume illustr. Una lira

   Volumi pubblicati:

   .. vspace:: 1

   **1ª Serie.**

   :small-caps:`Edmondo De Amicis` — *In America.*

   :small-caps:`E. Scarfoglio` — *Il Cristiano errante.*

   :small-caps:`Giuseppe De' Rossi` — *Le due colpe.*

   :small-caps:`Matilde Serao` — *Donna Paola.*

   :small-caps:`Ugo Ojetti` — *L'onesta viltà.*

   :small-caps:`Cesare Pascarella` — *Il Manichino.*

   :small-caps:`A. G. Barrili` — *Una notte d'estate.*

   :small-caps:`V. Bersezio` — *La parola della morta.*

   :small-caps:`Paolo Mantegazza` — *Un bacio in tre.*

   :small-caps:`Scipio Sighele` — *La donna nova.*

   .. vspace:: 1

   **2ª Serie.**

   :small-caps:`E. Panzacchi` — *Le donne ideali.*

   :small-caps:`Egisto Roggero` — *L'eredità del genio.*

   :small-caps:`Cesare Imperiale` — *L'ultima crociera.*

   :small-caps:`Michele Lessona` — *Memorie d'un professore.*

   :small-caps:`Giustino Ferri` — *Il castello fantasma.*

   :small-caps:`L. Stecchetti` — *Dal primo all'ultimo amore.*

   .. vspace:: 1

   In corso di stampa:

   :small-caps:`Corrado Ricci` — *L'ebreo errante.*

   :small-caps:`E. Panzacchi` — *Poeti innamorati.*

   :small-caps:`Diego Angeli` — *Guida sentimentale di Roma.*

   :small-caps:`L. A. Vassallo` — *L'arte di farsi fotografare.*

   :small-caps:`L. Capuana` — *Bestia.*

   :small-caps:`Giovanni Faldella` — *La fiducia in Dio.*

   Neera — *Donne dell'altro secolo.*

.. clearpage::

.. class:: center

Recenti pubblicazioni
della
Casa Editrice E. Voghera.

.. vspace:: 2

.. container:: center white-space-pre-line

   JACK LA BOLINA
   (*A. V. Vecchj*)

   .. vspace:: 1

   :x-large:`MEMORIE`
   :x-large:`DI UN`
   :x-large:`LUOGOTENENTE DI VASCELLO`

   .. vspace:: 1

   *Prezzo L. 3,50*

   .. vspace:: 1

   ROMA
   ENRICO VOGHERA
   tipografo-editore

.. clearpage::

.. container:: center white-space-pre-line

   *ENRICO SIENKIEWICZ*

   .. vspace:: 1

   :xlargescap:`Il Protettore`

   .. vspace:: 1

   ROMANZO

   .. vspace:: 1

   Prima traduzione italiana
   con prefazione
   di
   :small-caps:`Domenico Ciàmpoli`

   .. vspace:: 1

   *Prezzo L. 2*

   .. vspace:: 1

   ROMA
   ENRICO VOGHERA
   tipografo-editore

.. clearpage::

.. container:: center white-space-pre-line

   DOMENICO CIÀMPOLI

   .. vspace:: 1

   :x-large:`L'INVISIBILE`

   .. vspace:: 1

   ROMANZO

   .. vspace:: 1

   *Prezzo Lire 3,50*

   .. vspace:: 1

   ROMA
   ENRICO VOGHERA
   tipografo-editore.

.. clearpage::

.. container:: center white-space-pre-line

   I DRAMMI
   :small:`DELLA`
   :x-large:`SCHIAVITÙ`

   .. vspace:: 1

   DI

   .. vspace:: 1

   *EMILIO SALGARI*

   .. vspace:: 1

   con
   Illustrazioni di :small-caps:`G. G. Bruno`

   .. vspace:: 1

   *Prezzo Lire 3*

   .. vspace:: 1

   ROMA
   ENRICO VOGHERA
   tipografo-editore

.. clearpage::

.. container:: center white-space-pre-line

   *NEERA*

   .. vspace:: 1

   :x-large:`LYDIA`

   .. vspace:: 1

   ROMANZO

   .. vspace:: 1

   II EDIZIONE.

   .. vspace:: 1

   *Prezzo Lire 2,50*

   .. vspace:: 1

   ROMA
   ENRICO VOGHERA
   tipografo-editore

.. clearpage::

.. container:: center white-space-pre-line

   **Prossime pubblicazioni:**

   .. vspace:: 1

   *Giuseppe De Rossi*
   SANT'ELENA
   *Emilio Del Cerro*
   COSPIRAZIONI ROMANE
   *Adolfo Giaquinto*
   SONETTI ROMANESCHI

.. vspace:: 2

.. pgfooter::
