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   :PG.Id: 39658
   :PG.Title: Novelle
   :PG.Released: 2012-05-08
   :PG.Rights: Public Domain
   :PG.Producer: Carlo Traverso
   :PG.Producer: Claudio Paganelli
   :PG.Producer: Barbara Magni
   :PG.Producer: the Online Distributed Proofreading Team at http://www.pgdp.net
   :PG.Credits: This file was produced from images generously made available by The Internet Archive.
   :DC.Creator: Cesare Balbo
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   :DC.Created: 1877
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   :large:`BIBLIOTECA D'AUTORI ITALIANI.`

   Tomo III.

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   :xx-large:`NOVELLE`

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   DI

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   :x-large:`CESARE BALBO.`

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   :small:`EDIZIONE CONSENTITA DALL'EDITORE PROPRIETARIO.`

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   LEIPZIG:

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[pg!1]




QUATTRO NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.
================================================

.. epigraph::

   | E venutomi innanzi
   | Un che di stampar opere lavora,
   | Dissi: stampami questa alla mal'ora.
   |   :small-caps:`Berni`.

[pg!3]

.. vspace:: 2

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PREFAZIONE DELL'AUTORE

.. vspace:: 2

Alla edizione delle :small-caps:`Quattro Novelle` stampata in Torino,
per Giuseppe Pomba, nel 1829.

Se vuoi fare a modo mio, cortese discreto leggitore, tu
hai nel presente libretto a distinguer bene due persone; il narratore
autor delle novelle, e lo scrittore editore di esse. Il primo
è un mio amico maestro di scuola in una terra non molto discosta
di qua, ma che tu chiederesti invano qual sia, non volendotene
io dir nulla per ora, se non ciò che troverai innoltrando
due facciate in capo alla prima novella. Del resto,
innoltrando più lo conosceresti anche meglio per le sue proprie
parole; che quando non si può per le azioni, è pur il miglior
modo di conoscere un uomo; miglior assai che per qualunque
cosa se ne possa udire da chicchessia altrui, anche da un amico.
Così facendo, spero tu abbia a voler po' di bene al maestro;
benchè sarà difficile tu gliene voglia mai tanto quanto io. Che
se le sue narrazioni ti andassero a genio, vedrei di averne
altre, e forse anco un giorno ti scriverei la vita di lui, ch'egli
ha narrata a me, ed alcuni altri privati suoi; ma al pubblico
dice, che è un'impertinenza far la vita di tale, che non importi
se sia vivuto. Perciò è che voglio vedere d'accattarmi prima
un po' d'amor tuo. E parendomi che possa conferir a ciò la
sua figura, che è buona ed amorevole, sì te la dono sul frontispizio,
*gratis*, come si usa oggidì. Or lasciolo stare, e vengo
all'editore, che, come vedi, sono io. Nè debbe calerti chi io sia.
Ma forse mi dimanderai come, o perchè io mi mettessi a ciò?
Or dirotti: ascoltator trovaimi di novelle per ozio; scrittor fecimi
[pg!4]
per ozio, ora editor divengo per ozio. Nè da te voglio altro, se
non che leggitor mio ti faccia tu anche per ozio. Ma se, passate
due ore così, tu ti trovassi d'alquanto migliore, od anche non
peggiore; credimi, l'hai a tenere per tanto guadagno, e perciò
ad avermene tanta obbligazione. E lascia poi tacciar le mie
novelle di classiche, o romantiche, storiche, immaginate, miste,
o che so io; tieni buona ogni cosa che non t'annoi, e non ti
guasti. E così tu voglia tener me; ed io chiamerotti di nuovo,
discreto, cortese, benigno, e benevolo leggitore.

[pg!5]




FRANCESCA.
==========

.. epigraph::

   | La calunnia è un venticello.
   |   :small-caps:`Rossini`, *Il Barbiere di Siviglia*.


In una villa dove già vissi alcuni anni, fu da maestro
di scuola un prete molto buono e sociabile; del quale, come
aveva detto messa e finita la scuola o l'ufficio, e se
occorreva qualche confessione, ogni sollazzo era alla state
ir a diporto su per que' colli, od a sonar gli organi e i
gravicembali ne' castelli all'intorno; e il verno poi entrar
nelle case de' signorotti e de' villani di quel contado, ed
ivi, come si dice, fare stalla, che tant'è come in città far
conversazione. E perchè virtuoso e pio e pacifico uomo egli
era, ogni suo conversare tendeva a ispirare pace e pietà.
Ond'egli poi solea con gli altri preti suoi amici darsi vanto
di non far altro là, che continovar lo insegnamento della
dottrina cristiana incominciato alla scuola e spiegarla con
gli esempi, che fanno più impressione, ma che non tutti
starebbero bene in chiesa. — E veramente, egli aggiugnea
sorridendo, anche queste vecchierelle usano così, e volendo
dar insegnamenti alle giovani, subito vengono agli esempi;
ma questa differenza è tra esse e me, che elle li scelgono
presso le vicine e contemporanee, io sempre li cerco in tempi
antichi e luoghi sconosciuti. Nè so se nel modo loro sia più
efficacia, ma nel mio certo è più carità. — Ed una sera che
c'ero pur io, ed a suo malgrado s'era appunto sparlato
della gente, il buon maestro incominciò così:

[pg!6]
Donne mie, lo sparlare della gente è una brutta cosa:
e' si fa senza badarci, e chi l'ha fatto la sera, talor non se
ne ricorda la domane, nè mai più di sua vita; e intanto
quella parola così leggermente uscita di bocca cresce e fa
danno, e talor perde un uomo o una donna nell'onore e
nella roba, e talor anco nella vita; e chi l'ha detta, anche
pentito, non la può più riavere. Del calunniar poi per malignità
non ne dico, perchè voi altre siete tutte buone; ma
nelle città e paesi grandi è altrimenti. In una di queste,
ch'io non vi nomerò, perchè non la conoscete, e se la conosceste,
ve la nomerei anche meno, e' fu già una fanciulla
chiamata Francesca, nobile, bella, e che era nata ricca
e grande quasi sopra ogni altra della città. Ma per il parteggiare
che si faceva a que' tempi (gran disgrazia, figliuoli
miei, queste parti e nimicizie in un paese!) erano
stati uccisi in guerra, ed anche in piazza a furia di popolo,
o di supplizi, o morti in esiglio, tutti i suoi, padre, avo,
zii, fratelli; che tutti erano stati della parte perdente, ed
ella sola e meschina rimanea colla madre vedova e ridotta
a povertà. E in che trista vita s'allevasse la fanciulla, pensatelo
voi. Non feste, non divertimenti, non gaio e giovanile
vestire, che non si convenivano a tal povertà e vedovanza;
nemmeno quasi un passeggio, per orrore ch'avea
la madre d'incontrare or l'uno or l'altro degli uccisori o
persecutori di suo marito o de' suoi figli; non compagne,
nè amiche, che poche lor ne restavano, e quelle per timore
si schivavano l'una l'altra più che non si cercavano. Ma
sole, e il più del tempo la madre a piagnere; la figliuola a
piagner con lei, a lavorar dell'ago o della rocca, o al più
al più a leggere qualche libruccio di divozione, o qualche
cronaca o leggenda, e poi di nuovo a veder piagnere la
madre, ed uscir ogni domenica a messa molto per tempo,
e a vespro molto tardi per non esser vedute, sempre vestite
di un cambelotto nero, che la madre quasi credette far un
peccato a lasciarlo poi mutar in bigio dalla fanciulla. Nè
tuttavia crediate che fosse del tutto disconsolata la vita di
questa. Non ella avea conosciuto padre nè fratelli, sendo
tuttavia al petto della madre quando si rivolse lor fortuna.
[pg!7]
Ed, oltrechè il non rammentar tempi felici gran diminuzione
è di miseria, la prima gioventù ha nel sangue stesso
la felicità, ed a lei piovono le consolazioni. Ora era un bel
giorno di primavera, e la madre lasciavala pur uscire all'alba
colla servuccia a raccor fiori, ed ella riportavale un bel
mazzo di mammole, che poi faceva sotto il povero tetto
soave fragranza tutto quel giorno; ora comprato da qualche
monello un bel cardellino, ella poi se l'allevava con un
amore che se ne faceva un compagno; ora anche, perchè
ella era tanto buonissima come bella, con quella poca moneta
che poteva avere, sollevava ella meschina qualche più
meschino di lei, il quale ne durava grato, meno a lungo
forse che non ella felice. Nè era tutto, perchè forza è pur
dirlo. Non compiuto avea il sedicesimo anno, una consolazione
le venne troppo maggiore delle mammole e del cardellino,
ed anche della sua amorevole carità; una consolazione
da lei prima inavvertita e che ella nè consolazione nè
altro di niun nome chiamava: ma era una vista, un pensiero,
una occupazione continova, anzi una vita del tutto
nuova e dolcissima.

Nè a voi che accorte siete è mestiero dirvi che fosse.
Dicovi solo il nome del giovane che la vide un giorno a
caso in quelle sue gite mattutine a' praticelli fioriti, e sotto
il povero e tristo abito pur la trovò bella più di niuna altra,
e tornò il domane e ogni giorno, poi molti giorni senza incontrarla,
e talor anco la incontrò, e la trovò più bella
ogni volta, e pur non le si accostò; ma la seguì da lungi e
fino a casa, e seppe chi era; e saputolo, perchè quantunque
nascosta mal era ignota sua bellezza e sua bontà e miseria,
subitamente con gran passione di lei s'innamorò. Il
qual giovane adunque si chiamava Manfredi, ed era pur egli
bello e nobile giovine, e pur egli di casa stata ricca e de'
perdenti, e il suo padre era morto in esiglio: ed egli era
povero e solo rimasto, e benchè di assai ingegno e virtù, e
molto destro in armi e cavalli, pure, perchè odioso a chi
reggeva la repubblica, non era adoprato in nulla, nemmeno
nella milizia, onde languiva in grande ozio. E, come sapete,
dicesi l'ozio padre de' vizi, ma io ben credo che sia
[pg!8]
l'ozio de' felici; perchè gl'infelici e poveri mal possono
darsi a' piaceri e alle gozzoviglie, e a' vizi che ne vengono.
Sì confesso che gli oziosi infelici troppo sovente cadono poi
in amore; e così cadde Manfredi. E l'amore di uno povero
ozioso che non abbia altro a pensare il dì e la notte è poi
tutt'altro che quello de' giovani occupati ne' piaceri e maneggi
pubblici e privati. E in una parola Manfredi era, come
si dice, perduto d'amore; che vuol dire che non avea più
altro pensiero al mondo; od anzi, che tutti i suoi pensieri
antichi e nuovi riferiva al suo amore; e se pensava a
riacquistar lo stato e le ricchezze, o a farsi un nome o mostrarsi
pro', non era più niente per sè stesso, ma tutto per
la fanciulla ch'egli avrebbe voluta far ricca, e allegra, e
onorata, e propria moglie. E in questi pensieri poi tanto
andava d'uno in altro innanzi, che ne perdeva il pensiero
e la ragione. E badate, che la perdeva non solo per l'altre
cose di che non gl'importava più, ma in quella stessa di
che sola gli caleva, che era il suo amore. Così succede a
chi troppo si logora la fantasia in vece di far subito quello
che talor sarebbe facile per conseguire il proprio desiderio.
Ma così fanno gl'innamorati; e quante storie io n'ho lette,
sempre ho veduto ogni lor miseria venire dalla propria stoltezza.
Che invece di dir subito il loro amore alla loro innamorata,
e saper se ella pure gli ama, e s'è così, domandarla
al padre o alla madre, e poi sposarla e menarsela a
casa; ora per una sofisticheria, ora per un'altra, o indugiano
la dichiarazione, o la domanda a' parenti o le nozze;
e allora è che nasce l'uno o l'altro malanno che gli fa tanto
tempo patire, e tanto allungarsi lor triste vicende, prima
che si trovino a quello onde avrebbero dovuto cominciare;
che son le nozze. E pur troppo anco talor non ci si trovano
mai più. Ed è perciò che io sempre vi esorto, voi altri
giovinastri, se mai siete innamorati, a non indugiare
nè allungar le storie; ma seguir quel modo mio di parlarne
oggi alla fanciulla, dimani a' parenti, ed alla prima domenica
al signor Preposto per le pubblicazioni. E così avesse
fatto Manfredi! Nè, a dir vero, altro aspettavansi se non
ciò, o la figlia ch'io non dirò innamorata lei, ma sì compiacentesi
[pg!9]
dell'amore di lui, o la madre già per la fedel
serva, e poi per sè stessa fatta accorta non che dell'innamoramento
dell'uno, ma del compiacimento dell'altra. E
se Manfredi avesse chiesta la fanciulla, ed ella gli sarebbe
stata non che volentieri conceduta, ma con gran gioia donata.
Che se povero egli era e non in fortuna, povera ella
e diserta; e la madre non era di quelle che a fanciulle povere
pur vogliono sposi ricchi, e le lascian morir zitelle.
Oltrechè, avendo avuti tanti guai, e sofferte tante crudeltà
da quelli che erano allora in gran fortuna; e non se ne potendo
vendicare: e la disperanza di vendetta troppo sovente
diventando, principalmente nelle donne, amarissimo
odio e furore; non per tutto l'oro del mondo o per tutta la
potenza dell'Imperadore avrebbe voluto far ciò che le pareva
viltà: veder la figlia in grande stato, ma nelle braccia
d'uno de' persecutori, anzichè in quelle d'uno poverissimo
de' perseguiti. Ora potete scorgere se fu stolto Manfredi,
che in vece di parlarne a persone così ben disposte come
madre e figlia erano, incominciò a sragionare, quasi ella
fosse stata una principessa, e non in fortuna eguale alla sua.
Troppo peccato se così bella, così buona, così celeste fanciulla,
fosse moglie mai d'uno uomo sì povero, sì abbandonato,
di così poche speranze com'era egli. Perchè questo
era il peggio, non l'esser un nulla, ma fin adesso non aver
nemmeno fatto il minimo che, per trarsi da quel nulla. Ed
egli avea pur compiuti i vent'anni; e quanti a tal tempo
hanno, non che date speranze, ma effettuatele? fatta o rifatta
lor fortuna, acquistatosi un nome, o aggiunto a quello
de' maggiori? Egli, misero! che sforzo avea fatto, che tentare?
Egli che avea pure così poco, anzi nulla a perdere?
egli a cui talora del suo stesso nascere era incresciuto? E
sua trista vita non avea pur saputo nè adoperare nè perdere?
In breve, il giovine tanto e tanto malamente pensò,
che prima immaginò, e poi si compiacque nella immaginazione,
e in ultimo per fermo deliberò d'irsi a Terra Santa.
Dove, non so se abbiate udito dire, si facevano allora grandi
guerre, le quali ora non si usano più, contro i Turchi, e
questi allora si chiamavano infedeli, e le guerre si dicevano
[pg!10]
sante e crociate, e non è famiglia grande di signori o
principi nostri che non ne sieno iti alcuni a combattervi,
ed anche a morirvi contenti per la divozione che allora
avevano. Gli è vero che molti anche andavano per acquistarvi
signorie o rinomanza: e di questi, forza è confessarlo,
fu Manfredi. Perchè si pensava che là con sua valentia,
e dispregiando la vita come faceva, il meno che gli
podesse accadere era far qualche bella prodezza dinanzi a
qualche gran principe o signore, che il prenderebbe in
amore, e tornando poscia in Europa, o gli farebbe restituir
lo stato in patria, o lo si terrebbe in corte sua; ed egli
allora verrebbe a toglier Francesca, e la si avrebbe in modo
non tanto indegno di lei, come damigella e gran signora. E
fatta questa bella risoluzione, anche fece quella di finalmente
parlare alle donne: e trovato modo di andar loro in
casa, che fu per li due giovani uno innamorarsi l'uno dell'altro
peggio che mai scoperse loro tutto il suo mal pensato
divisamento. Alle donne, per le cagioni dette, credo
che avrebbe più satisfatto se nè di Terra Santa, nè di gloria,
nè di futuri tempi avesse parlato. Ma, o vergogna di
mostrar più fretta di lui, o dispetto, e perchè poi la giovane
era molto tenera, e ad ogni modo queste imprese lontane
andavano a genio delle donne a quel tempo, la madre ne
lo lodò, e la figliuola si tacque ed egli a partir si dispose.
Accomandate a un vecchio servo, che l'avea allevato, le
poche masserizie, e la cameretta che teneva a pigione in
un sesto rimoto della città, portava seco in armi e cavallo,
il meglio del pochissimo avere restatogli. Solo una croce
d'oro che era stata di sua madre, ed egli, non che cara,
tenea sacra, lasciò alla fanciulla, pregandola di portarla fino
che lo sapesse morto, o cinque anni almeno, per suo amore.
Ella piangendo se la metteva al collo, e davagli una fascia
trapunta di sua mano, ed egli se ne partiva.

Due anni passarono, e perchè non erano allora le
poste ordinate nè le lettere facili a scriversi come ora sono,
non ebbero l'uno dell'altro novelle mai. Finalmente per un
romeo, che facendo il gran pellegrinaggio di tutti i luoghi
santi, di Gerusalemme veniva a Roma, Manfredi scrisse
[pg!11]
brevemente alle donne com'egli era vivo e giunto e ogni
dì combatteva su quella terra sacra, e alcuni infedeli avea
uccisi di sua mano, ed anche alcune lodi da' compagni conseguite;
ma che di acquistar nome e grazia di niun signore
non gli era venuto fatto fin allora. Là pure tutto esser
parti, e scandali di potenti tra sè; e chi non era piaggiatore,
nè violento, mal farsi strada appresso a quelli; e temeva
di non farla mai, e forse il Signor Iddio lo voleva
castigare d'esser ito con umani fini a quella santa guerra;
pur domandava che fino al termine detto gli si serbasse
la promessa fedeltà. E le donne, alcuni mesi appresso, per
un fraticello che andava a Gerusalemme, gli risposero facendogli
cuore, e la fanciulla di soppiatto aggiunse alla lettera,
che non solo pel tempo detto, ma sempre finchè vivrebbe,
gli sarebbe fedele, e che in qualunque tempo, o
prima o dopo lui, morrebbe sua. Intanto giunta ella a diciott'anni
s'era tanto d'ogni maniera abbellita, che non
fu più povero vestire o romito vivere che la potesse nascondere
agli occhi vaghi de' giovani di quella città. Uno
principalmente, nobile, ricco, figlio di potenti, potente egli,
e se non bello quanto Manfredi, ornato di quella allegria
e bravura giovanile che talor supplisce a bellezza, la vide,
l'ammirò ed a suo modo l'amò. Dico a modo suo, che è il
mio, perchè a nozze egli in breve pensò. Nè ad amarla per
meno onesto fine, o gli era possibile averne qualche speranza,
o l'avrebbe voluto egli stesso. Che Rambaldo, così
chiamavasi il giovane, era di quelli nè tutto buoni, nè tutto
cattivi, che forse sarebbero tutto buoni, se non gli avesse
guasti troppo costante felicità. E, quantunque a sposare sì
povera fanciulla, reliquia di parenti condannati e vilipesi,
egli avesse a vincere prima la propria ambizione, e poi la
difficoltà de' parenti, pure tanto potè l'amore, che prima
sè stesso risolse, e dopo alcun tempo, fece acconsentire anche
i genitori e i parenti; e allora credette finita ogni cosa.
Perchè di dubitare che sì povera e trista madre volesse
negare a lui, così grande e ricco, la fanciulla, o che questa
così sola avesse pure posto amore a nessuno, non gli
venne pensiero mai. E perchè era uomo tutto all'incontro
[pg!12]
di Manfredi, e non che in pensieri, nemmeno in opere inutili
non solea perdersi, e se ne dava vanto; non avea voluto
andar mai per la casa alle donne, finchè non si fosse
assicurato dei proprii parenti; e quando fu, pensò d'esser
ricevuto non come uomo, ma come angelo di paradiso che
scendesse a sollevarle, ed anzi tutto della propria generosità
e di lor grazie si compiacea. Pensate ora voi se restasse
avvilito, quando, presentatosi, non ebbe da madre e figlia
altra risposta che di muto e quasi sdegnoso stupore. Scambiollo
pur prima per mal avveduta modestia; e volendo
loro lasciar tempo a riprender gli spiriti, non senza alcune
mal composte parole, dicendo di non volerle troppo
pressare, e che tornerebbe la domane, le lasciò. Allora consigliavansi
madre e figliuola, se consiglio dee dirsi tra una
risolutissima, e l'altra che volea pur parerlo, ma invero
cominciava a dubitare e per la lettera di Manfredi, e per
l'amor alla figlia che in lei vincea tutto, anche l'odio ai
potenti. Benchè il medesimo amore, siccome sincerissimo,
facendole cercare la felicità della figliuola, gliela faceva
cercare quale desideravasi da questa; non come solete voi
troppo sovente nel dar le figlie a marito, che pare voi dobbiate
maritarvi e non esse. Perciò disse alla figlia quanto
le parve, non a rimuoverla da sua fedeltà duranti i cinque
anni, che a lei sarebbe paruto gran fallo; ma perchè s'indugiasse
la risposta fin dopo a quel tempo, non sapendosi
mai che potesse succedere, e che so io. Ma rispondendole
la fanciulla molto caldamente, che se non avesse mai conosciuto
Manfredi, ella non avrebbe pure sposato Rambaldo mai!
e che se le fosse stata offerta la mano non che di Rambaldo
ma di qualunque maggior principe della terra, ed ella avesse
poi conosciuto Manfredi, Manfredi pure avrebbe sempre
voluto, ed altre simili cose; l'amorosa madre non pensò
ad altro più che a cansarle la pena d'avere a riveder
Rambaldo; e il dì appresso, mandata la figliuola da una buona
vecchia loro vicina, ella sola lo ricevette; e perchè costumata
era in ogni cosa, come meglio seppe, gli diè pure il
necessario commiato.

Che ne sentisse Rambaldo, chiaro debb'esservi, se
[pg!13]
avete atteso alla sua natura, più che innamorata, superba.
Dolsegli della perduta fanciulla; ma più dell'aversi a ricredere,
co' genitori e parenti ed amici, delle anticipate confidenze
fatte loro di suo amore: nè seppe altro modo, per
non parer ributtato egli, che di far credere avesse egli ributtate
le nozze. Cominciò a dire che avendola veduta più
da presso non gli era paruta così bella, ma perchè questo
non lo poteva a nissuno che l'avesse veduta una volta
persuadere, aggiugnea che parlandole l'avea conosciuta
molto semplice e sora; e nè ciò avendo ombra di verità,
mutò un'altra volta discorso, e così, con una certa aria
misteriosa, e con quel tacere più perfido che le istesse parole,
fece intendere ch'egli avea sue ragioni per non ir
oltre alle nozze ideate; ed avrebbe avuto facilità a ben altro
anche che nozze, ma a lui non era piaciuta mai la soverchia
facilità; e non sapea qual malinconia gli fosse già
entrata in capo di pensar mai a coteste donne; le quali a
dir vero, non erano molto dappiù che non fossero stati lor
uomini, tanti anni innanzi ben degnamente cacciati e condannati.
E così, come dicesi una parola traendo l'altra,
anzi una bugia facendo un'altra necessaria, venne a chiaramente
far intendere, che avendo la fanciulla per amanza
ei non si curava più d'averla per moglie. Aiutollo la serva
di quelle povere donne, a cui non pareva vero che un signore
sì ricco e sì grande avesse voluto sposar la padrona,
ed ella l'avesse così stoltamente ributtato. Onde, il giorno
ch'egli ebbe il commiato dalla madre, la serva lo seguì per
la via; e dicendogli di non disperare, se gli era profferita
non per nulla di male, ma per vedere se pur vi fosse verso
di rannodar il rotto trattato. Rambaldo tutto turbato allora
non le avea risposto altro se non che venisse a trovarlo;
ma venuta dopo alcuni giorni, le incominciò a dar moneta,
e ragionarle del suo amore. Nè si conviene poi supporre
ogni cosa alla peggio; forse qualche speranza dettata da
sua medesima superbia rimaneva a Rambaldo. Ma se l'aveva,
non istette molto a perderla quando la serva gli narrò
degli incontri mattutini di Manfredi e Francesca, e poi delle
visite di quello e della sua dipartita per Terra Santa, e della
[pg!14]
croce e della fascia, e in somma tutti i particolari del loro
dolcissimo amore. Allora invase il petto di Rambaldo una
subitanea gelosia; e gelosia di superbia tanto più feroce ed
accanita, che non gelosia di vero amore. Perchè, badate
bene, figliuoli miei, i gelosi innamorati o serbano tuttavia
qualche tacita speranza, ed han riguardi all'amata, o la
loro disperazione più contro sè stessi che contro lei si rivolge.
Ma i gelosi per superbia, questi sono che non la
perdonano alle povere donne, e fanno poi gli scandali e i
guai che vediamo troppo sovente. Rambaldo era di questi;
rivide più volte la serva, ed una volta che ella pareva più
che mai impietosita, e pronta a fare ogni cosa per lui, egli
le chiedette che involando la croce d'oro della fanciulla
glie la recasse come a consolazione e sollievo della sua
sventurata passione. La serva dubitò; disse che per nulla
al mondo non vorrebbe far male alla padrona, nè cosa illecita
mai, e questo era rubare, ed altre cose simili; ma egli
pressando e dicendo che l'avrebbe poi restituita, o datone
una più bella, finalmente n'ebbe la promessa, e in breve
la croce. Perchè una notte che la fanciulla era in profondissimo
verginal sonno immersa, e forse i dolci giorni del
ritorno sognava, accostasi al lettuccio la traditrice serva
pian piano, le recise la nera benda che teneale la croce dì
e notte appesa al bianchissimo collo, che più pietà sarebbe
stato, cred'io, in quel punto trafiggerglielo. Perchè svegliata
appena all'alba la meschina, e volendo, come solea,
prima d'ogni cosa baciar la croce, e farvi sopra la preghiera
mattutina, invano la cercava al collo ed al petto,
invano tra i veli e i panni e nella camera e in tutta la
casa, e diceva che era certissima d'essersi alla sera coricata
con quella, e che le era stata involata, e piagnendo
miseramente si disperava. Nè tuttavia aveano in sospetto
la serva stata loro sempre fedele, nè Rambaldo, di che mai
più non aveano udito, nè niun altro; ma credettero o che
la fanciulla si fosse ingannata credendo di averla al collo
la sera innanzi, e l'avesse smarrita per via; o forse, perchè
in quell'età facilmente credevasi a prodigi ed augurii,
che succeduta qualche disgrazia grande, forse la maggiore,
[pg!15]
a Manfredi, si fosse la croce sua miracolosamente perduta.
E così aiutando la solitudine siffatte immaginazioni, tanto
ci si internò la Francesca, che la sua nativa ma fin allora
dolce malinconia incominciò a farsi amarissima, e tristi i
suoi giorni, e irrequiete le notti, e grave il capo, or tutto
ristretto or tumido e palpitante il cuore, impallidito il bel
volto, languidi gli occhi, e fievole tutta la gentile persona.
Non si figurava tanto Rambaldo; nè mai si figura gli strazii
dell'infelice l'uomo felice che li causò. Anzi, avuta la croce,
e fattane alcun tempo menzognera mostra ai compagni,
presso i quali era nota anzi famosa la croce d'oro e il
nastro nero e il collo bianco della bella Francesca, in breve
non se ne diede più pensiero di sorta alcuna, e trovò consolazioni
e distrazioni in altri amori, e poi ne' maneggi e
negozi pubblici dov'era molto adoprato. A' quali attendendo
egli con nuovo ardore, accadde che avendo la repubblica a
mandare un ambasciadore al Papa, egli fu scelto, e molto
volentieri, e lietamente con un grande e nobile accompagnamento
a Roma se n'andò.

Non era allora per anco il quarto anno compiuto dalla
partenza di Manfredi. Ma vedendo egli troppo mal arridergli
la fortuna, e disperandone oramai, e pungendolo il desiderio
della amata vista, e ridotto poi anco dalla sperienza
a più prudenti pensieri, lasciati i sogni e le immaginazioni,
facea ritorno alla patria con animo di offerirsi quale era
povero cavaliero a povera fanciulla, e colle poche sostanze
e il molto amore, viversi insieme felici. Baciò approdando
dalla nave genovese il dolce suolo d'Italia: palpitavagli il
cuore cavalcando ad ogni terra ed ogni luogo ch'egli veniva
riconoscendo per via; e come riconobbe i paesi all'intorno
di sua città, e i campi testimonii di sua fanciullezza
e del suo amore, e poi le torri e le mura, e finalmente le
case, e quella dell'amata, poco mancò che non potesse
proseguire e cadesse. Pur facendosi cuore, giunse, e precipitò
di sella, e montò le scale, e fu nella cameretta delle
donne, che diedero un grido, e la fanciulla cadde, e la madre
sclamando: «Siete voi dunque? voi già? voi che morto
quasi tenemmo? deh perchè a questo modo?» e simili tronche
[pg!16]
parole, correva alla figliuola e sorreggevala sulle braccia
e la soccorrea. Soccorrevala Manfredi, e a poco a poco
facevanla riavere; ed ella apriva gli occhi e buttava le braccia
al collo a lui, e pendendone dava in un dirottissimo
pianto. Piangeva egli, e diceva: «Non quale promettevo già,
fo io ritorno; povero, ignoto com'io mi partiva;» e poi miravala,
e quasi non la riconoscea, tanto mutata era da
quella ch'egli avea lasciata; e meravigliandosi e rimirandola
più e più, mise gli occhi al bel collo e non gli venne
veduta la croce. Ritraevasi allora alquanto, e ricompiangea
sua mala ventura, e mostrava la fascia del proprio sangue
invano macchiata, e chiedea della croce, e le donne glie
ne dicevano la storia, ora meno che mai intesa da esse; e
come, avendola perduta, aveanlo tolto ad augurio quasi
certo di morte; e questo era che avea tanto afflitta e martoriata
la povera Francesca, che quasi n'era per morire.
«Deh non sia ora troppo tardi!» e ricominciava la madre
a dolcemente dolersi della sua venuta troppo repentina rispetto
alla debolezza della fanciulla; e dicendo la fanciulla
di no, e che ella or si riavrebbe, ora tornerebbe quella di
prima, ed altre cose simili, finalmente il cavaliero si partì
da esse, e fece alla propria casa ritorno. Nè dirovvi come
e quanto bene vi fosse accolto dal fedel servo; benchè meravigliato
anch'egli del ritorno improvviso del padrone, e
men lieto forse che questi non s'aspettava. Nè è cosa poi
che tanto accori quanto, tornando in patria, trovar le cose
e gli uomini diversi non solo da ciò che s'era lasciato, ma
anche da ciò che di quella diversità s'era immaginato. Che
se io fossi uno di questi narratori di novelle, che so io, io
qui vi ridirei tutte le ciarle del buon vecchio, e le risposte
del padrone, e come di una in altra cosa, od anzi da ogni
cosa tornando sempre alla medesima, cioè all'amore, ed a
Francesca, in ultimo venne a dire, aveva saputo dalla
serva che, assente lui, s'era presentato Rambaldo, e l'avea
chiesta in isposa, e veramente era stato ributtato, ed egli
credeva assolutamente; pur la serva aggiugnea che non
era tutto finito, massimamente che Manfredi tenevasi morto,
ed elle n'avean preso quasi certo segno la croce, che
[pg!17]
dicevano sparita; ma egli non ne aveva mai creduto nulla
ed aveva pensato che la madre l'avesse forse tolta ella per
isviar la fanciulla dall'antico amore, e rivolgerla al nuovo.
Della figlia si vedeva dal suo languire la sincerità; tuttavia
le donne son sempre donne; pensasse egli bene prima
di risolversi; gran carico in povertà donna e fanciulli; e
tornava a dire, che prendesse informazioni, badasse bene,
e che so io; cose e reticenze, che quasi fecero impazzire
lo infelicissimo giovane. Nè ebbe posa che uno o due giovani
compagni suoi antichi non trovasse; ma uno già del
suo amore confidente, parea nol volesse più essere; e
schermivasi dal rispondere, o rispondea come il vecchio.
L'altro che non ne sapea nulla, messo in discorso sopra
Francesca, e come così bella fanciulla non avesse per anco
marito, e che dovea almeno aver amatori, rispose più apertamente;
essersi non so che detto di lei e di Rambaldo, e
non sapeva a che ne fossero; ma certo questi aveva a lui
ed altri giovani mostrato loro una tal croce, che tutti
aveano per l'innanzi veduto sempre al collo di lei. «Menti»
fu per dire il trafitto Manfredi, e per trarre il ferro, e vendicar
l'ingiuria fatta all'amata. Ma troppo chiara la verità,
troppo inutile la disdetta, troppo certo, troppo scellerato il
tradimento, troppo inevitabilmente infelice egli. Tennesi
quindi un istante; poi, per non isvelar l'angoscia, partì
dall'amico, e tornò a casa; e fatta ripor la sella al cavallo,
ed indossate l'armi di nuovo, senza rispondere parola al
buon vecchio, abbassata la visiera, molle il volto di cocenti
lacrime, quasi senza scorgere sua via, nè saper dove andasse,
per deserti calli, la sera del medesimo giorno ch'era
giunto, ripartì.

Intanto Rambaldo avea felicemente compiuta l'ambasceria,
ed era per tornare molto lieto alla città; se non
che essendo allora il tempo della settimana santa, egli
volle per anco fermarsi a Roma, dove sempre fecersi quelle
funzioni bellissime più che in niun paese della cristianità,
ed anche poi per far sua pasqua. Perchè ricordatevi quello
che io vi dissi di Rambaldo; e tutti poi ne conosciamo di
questi che più di undici mesi si divertono col demonio, e
[pg!18]
per un quindici dì rifanno pace con Dio; ed altri peggiori che
tutto l'anno vanno dall'uno all'altro; ed altri pessimi, che
in verità sendo sempre del demonio, fingono essere tutti
di Dio. Rambaldo poi era solamente de' primi, e cercando
un prete da confessarsi; s'accusò sinceramente de' suoi
peccati, anche di quelli che credea più veniali, e fra gli
altri di questo che erasi dato vanto su una fanciulla, e le
avea fatto involare certa croce per mostrarla; ma era
pronto a fargliela restituire. «E 'l onor tolto siete voi pronto
a restituirlo?» disse il buon religioso. E Rambaldo: «Come
si fa? Nè io 'l dissi deliberatamente per torle l'onore, nè
credo glie l'abbia potuto tôrre, nè saprei come ora raccapezzare
tutti i giovani appo i quali io me ne facea bello,
nè parmi cosa da meritare disdetta, ed è di quelle che rimescolandole
peggiorano.» Ma rispondea il religioso: grave
peccato la calunnia anche piccola; non il calunniatore, ma
il calunniato solo giudice del danno arrecato; essere la
riparazione necessaria, urgente; doversi intiera finchè è
possibile; gridar vendetta al tribunale di Dio la morte dell'innocente
calunniato; stolto il credere gl'innocenti satisfatti
della propria coscienza; la quale è tutto, sì, dinanzi
al sapientissimo Iddio, ma presso agli uomini ingiusti ed
ignoranti è un nulla; anzi i più teneri di coscienza tanto
più teneri dell'onore; epperciò tanto più crudele loro involarlo. — Colle
quali parole, e con di molti begli esempi
tratti dalla Scrittura e dalle vite dei Santi, sforzavasi il
buon prete trarre il peccatore alla dovuta risoluzione, ed
alla disdetta ch'egli ponea pure quasi sola penitenza. Ma
non vi fu verso che Rambaldo vi si volesse ridurre. E
partitosi non assolto, andò poi da un altro prete, e poi da
un altro, e tutti gli dicevano il medesimo e la medesima
penitenza gli davano. Ed egli non la volendo pur fare; e come
era uomo di guerra, poco dotto in teologia e casi di coscienza,
pensando che il Papa, il quale può tutto nella Chiesa,
potesse pure assolverlo da questa penitenza; e perchè avea
con esso trattato molto amichevolmente, sperando averne
questa grazia, fu da esso, e domandollo che lo volesse
confessare. Il Papa, che molto santo uomo era, e non che
[pg!19]
questo od ogni altro gran signore, ma qualunque più misero
peccatore avrebbe confessato, disse, che volentieri; e
l'udì. E venuto alla penitenza, pur gli pose la medesima
che gli altri confessori. Allora disse Rambaldo: «Santo Padre,
come avete potuto udire, ei non è stato nella mia
confessione peccato così grave, nè caso riservato ch'io
non potessi a qualunque più umile fraticello dire, e averne
facilmente l'assoluzione: nè per altro mi sono io, voi isturbando,
a' vostri piedi santissimi prostrato, se non per ciò
che per questo peccato, dell'aver mal parlato di quella
fanciulla, tutti i confessori mi vogliono dare la medesima
penitenza: la quale io veramente per ora non mi sento
molto disposto di fare; onde bramerei che la vostra Beatitudine,
usando la sua suprema potestà, me ne dispensasse,
e mutassela in qualunque altra; ch'io son pronto a
fare, di preghiere, opere pie, limosine, e se fosse mestieri,
che veramente non parmi, di pellegrinaggi; i quali con
gran disagi intraprenderei, anzichè ridurmi a quella umiliazione
della disdetta, troppo dura a un cavaliero.» Il
Papa udendo questo, benchè molto gli dolesse rimandar
un amico suo non contento, e più un cristiano non assolto,
pur gli disse che non poteva, e volle fargli intendere la
distinzione tra le regole di giustizia e quelle di disciplina;
e come ei poteva dispensare da queste, non da quelle. Ma
il cavaliero o non intendeva o non voleva intendere, e
contendeva col Santo Padre. Il quale in ultimo, quasi da
celeste ispirazione compreso: «O figliuolo», diceva, «sallo
Iddio quanto mi dolga vedere in questa ostinazione un cavaliero
altrimenti così buono, e della Chiesa Romana così
meritevole. Deh che non posso far io per voi questa penitenza,
e per me servo de' servi del Signore prendere questa
umiliazione che a voi tanto incresce, ed è pure la sola
che possa oramai darvi pace con Dio, e con voi stesso?
Perchè queste sono umiliazioni che innalzano; e chiamata
dal mondo viltà, questa è fortezza. Ma posciachè non è
conceduta tal efficacia a mie parole da potervici persuadere,
io ben credo che Iddio pietoso per la salute vostra, e
in considerazione dell'altre vostre bontà mi spiri di darvi
[pg!20]
ora un'altra penitenza, la quale compiuta, io confido, Egli
voglia perdonarvi questo e gli altri vostri peccati. E fia la
penitenza che, come siate tornato alla vostra città, la prima
notte che vi passerete, poi la passiate intera vegliando,
e divotamente pregando nel duomo. Or faretelo voi?»
«Certo sì» rispose il cavaliero, al quale non parea vero
uscirne a sì poco costo. «Ed io» disse il Papa «così vi
dono condizionale assoluzione; e quando abbiate compiuto
la penitenza, vi fieno rimessi i vostri peccati; e vi prolungo
la pasqua a quel tempo, che allora la potrete fare.» E così,
dette le solite parole, e fatte le solite preghiere, e baciato
il piede al Papa, partivasi molto lieto di aver il suo intento
ottenuto Rambaldo dal santo tribunale, e poi di Roma; e
col suo séguito alla sua città si avviava.

E così colla coscienza leggera e il cuore allegro cavalcando
co' suoi compagni alcuni giorni, giunse presso
alla città per una bellissima sera d'aprile, e di modo per
tempo, che parendogli pure di potersi sbrigare fin da quella
notte della penitenza, pressati i cavalli, appunto suonavano
le ventiquattro come egli toglieva il piè dalla staffa, ed era
stretto nelle braccia della madre e degli altri congiunti ed
amici ragunati a sue case. Ed era in mezzo a quegli abbracciari
tuttavia sulle porte, quando usandosi fare appunto
a quell'ora i mortorii, egli udì da lungi un fioco salmeggiare,
e vide alcuni lumicini attraversar la via e lenti
rivolgersi al duomo. E benchè duro gli paresse lasciar in
quel punto la casa e i parenti, pur dicendo non so che di
alcuni negozi privati e della repubblica, che il traevano
subitamente altrove, e non l'aspettassero altrimenti, di
mezzo a loro, che tutt'altro veramente immaginarono, si
tolse; e perdendosi tra la folla raggiunse il mortorio, e con
esso dentro al duomo entrò. Era questo, come vedete tuttavia
le chiese antiche, fatto a modo di gran croce, coll'altare
in mezzo, e due gran cappelle ai lati, e con tre navate,
e molti pilastri e colonne; dietro una delle quali
mettendosi Rambaldo, vide posar la bara dinanzi all'altare,
e continuati alcun tempo i salmi, spegnersi poscia i
lumi, salvo uno lasciato a capo del morto, e dileguarsi
[pg!21]
poco a poco l'accompagnamento, che era come di mezzana
e quasi bassa persona. E parendogli pure di voler sapere
chi fosse costui ch'egli aveva a vegliar così, accostatosi a
un vecchierello degli ultimi che uscivano di chiesa, il dimandò:
«Chi è questo morto?» Rispondeva: «Una fanciulla
che volle far all'amore, e lasciata morì di dolore e vergogna.»
Rambaldo si rappiattava nuovamente, e il sagrestano
veniva a far la visita della chiesa, e serrava i cancelli degli
altari e la porta della chiesa; dove così rimase solo
Rambaldo e la morta e un lume alla bara, e uno all'altare
del Sacramento. Erasi alquanto stretto il cuore a Rambaldo
in udir, una fanciulla svergognata; poscia, benchè egli non
solesse nè di morti nè di vivi aver paura, parvegli al
tutto men tristo ufficio vegliare intorno a lei, che se fosse
stato qualche invecchiato peccatore, o qualche mal convertito
eretico, o mal racconcio scomunicato. Accostossi in
breve alla bara, e, al lume della funeral lampada, vennegli
veduta un'arma cavalleresca che mostrava nobile la
fanciulla, ma non potè discernere quale fosse; ed accrescendoglisi
la curiosità, anzi già forse l'ansietà; e ripetendo,
fanciulla, e svergognata, e insieme ricordandosi che
avello fosse lì sotto, e tremando, da grande angoscia tratto,
o da celeste impeto spinto, tutto in un punto sulla bara
si precipitò, alzò il velo, prese la mano che gli era sopra
incrocicchiata al petto, mirò il volto tutto tremante che
Francesca fosse, ed era Francesca. Che divenne? Quale
strazio, quale orrore sentì in quel punto? E quale inesprimibile
terrore quando, lasciando cader la mano morta, la
sua propria cadde con essa; e volendola pur ritrarre nol
potè, e se la sentì stretta e tenuta; nè per dolce o duro
sforzo che facesse, non la potette ritrarre? Diè un grido,
precipitossi a terra in ginocchio, e rimbombò l'avello, che
era quello dei parenti di Francesca, e parvegli rispondesse
come un altro grido per il tempio, e uscisser l'ombre, ed
alcuna si ravvolgesse fra le colonne, e s'accostasse a passi
risonanti di ferro, e poco a poco si dileguasse. Tornato il
silenzio universale, nuovi sforzi facea per ritrar la mano,
e credè talora non fosse morta Francesca, e la mirò; ma
[pg!22]
vide appassiti i fiori che la incoronavano, appassite, spente
le bellezze ch'egli avea vedute così fiorite, lunghi dolori e
celeste pazienza ritratti sul dolcissimo volto, pallido questo,
bianco e freddo come la fredissima mano. Fu per morirne,
fu per infuriare e trarre il ferro e recider la mano
vendicatrice; ma sentivala allora strigner la sua, e quasi
addentrarsi, non più fredda ma ardente e cocentissima.
Pensò uccidersi; ma, quasi ad ammonimento dell'inferno,
sentiva la mano stillargli fuoco, e passar nelle vene e nelle
midolle delle proprie ossa. In ultimo si diè pace, se così
può dirsi, e si compose ginocchione al lato della bara,
prostrato sovra essa, e la mano sua abbandonata alla mano
vendicatrice. Incominciò poi dolcemente a pregare, e la
mano a farglisi quasi più dolce, e senza dolore, ma pur
sempre teneva stretta la sua; pregò lunghe ore, e finalmente
si dispose come a morire, pensando che la mano
non lo lascerebbe mai più, e trarrebbeselo seco lì sotto all'avello;
ma sentendosela più e più dolce, ed una fragranza,
e quasi un'aura di paradiso sollevarsi del corpo, e di
nuovo mirando la celeste pace del bel volto, e parendogli
che nuovamente s'abbellisse e tornasse quale egli l'aveva
altre volte lasciata, venne anche a lui come una pace di
moribondo che ben finisca; e chiesto a lei e a Dio sincero
perdono, non altro desiderava che, prima di morire, venisse
alcuno ad udir la sua confessione, e la riparazione
dell'onor mal tolto alla fanciulla. In questi pensieri finalmente
rivide il giorno spuntar tra le variopinte invetriate;
e udì il suono dell'avemaria, e finalmente aprir le porte
ed accostarsi il sagrestano; e fatto cuore, a sè lo chiamò.
Ma questi che non credea fosse persona in chiesa, e parevagli
la chiamata venir dall'avello, non che appressarsi,
fuggì, e tornò in breve con un prete, e la croce e l'acqua
benedetta; e il prete chiamato venne e riconobbe Rambaldo,
e udendogli dire: «Io sono l'uccisor di questa fanciulla,
io calunniatore, io gran peccatore, io castigato da Dio
al modo che vedete;» e vedendo anch'egli, diè indietro,
e incominciò a gridar miracolo; e a poco a poco altri preti,
e aperte le porte molti del popolo accorrevano, circondavano
[pg!23]
la bara e il misero peccatore; ed egli ripeteva:
«Io l'ho uccisa e mal calunniata;» e il popolo gridava miracolo.
E in breve venuto col suo clero il Vescovo, che
prudente e santo uomo era, dispose che intorno alla defunta
ed all'inginocchiato peccatore, si facesse come una
corona de' suoi cherici in istola, e colle torce in mano; ed
egli salito all'altare intuonò la messa, e giunto al vangelo
si rivolse al popolo, e fece una molto semplice esortazione:
che ammirassero tutti le vie del Signore, ed imparassero
quanto grave peccato sia la calunnia che a taluni
par sì leggeri; e questo peccato abborissero e detestassero;
ma il meschino peccatore compassionassero, e con esso
pregassero da Dio misericordia, qualunque fosse quella
ch'Egli volesse a lui fare o in questa vita ancora, o nell'altra.
Così riprese la messa, e finitala venne alla bara, e
disse a Rambaldo, che avendogli Iddio lasciato tanto di
vita, e non sapendo quanti pochi momenti fosse per lasciargliene
forse, egli facesse sua pubblica confessione; e
allora Rambaldo s'alzò in piedi, e colla mano che avea
libera accennando, incominciò la confessione; e disse da
principio il suo amore, la gelosia, e prima le voci calunniatrici
incertamente sparse, e in ultimo la croce involata,
e da lui fatta sacrilegamente testimonio falso della calunnia.
E allora sovvenendogli di essa, e come egli, dopo la
sua confessione in Roma, sempre se l'era recata indosso
con intenzione di restituirla segretamente: ora così pubblicamente,
finita la confessione, se la tolse di seno, e mostratala
al Vescovo ed al popolo, la ritornò, aiutandolo il
Vescovo, al collo della fanciulla. Nè fu compiuto l'atto che
parve quasi di verginal gioia il celeste volto suffondersi; e
la mano vendicatrice dolcemente cadendo s'aprì, e lasciò
libera quella di Rambaldo. Allora a gridarsi nuovamente
miracolo, a prostrarsi Rambaldo, a precipitarsi il popolo
intorno; e ricomposto l'ordine, ad intuonarsi dal Vescovo
le sante ultime preci. E dicendo *requiescat in pace*, s'udì
a un tratto da una cappella come un grande stramazzio
d'armi sul pavimento; e accorsi, trovaron dietro all'altare
[pg!24]
un cavaliero caduto, e tolta la visiera il videro morto; e
miratolo, riconnobbero Manfredi.

Credesi che questi anch'egli da divina mano ricondotto
in patria il giorno innanzi, anch'egli passasse la notte
in quella chiesa, e s'accostasse al primo grido di Rambaldo;
ma riconosciutolo, e durando sua credenza che Francesca
avesse questo amato il quale qui fosse a piagnerla,
e potendo in lui sempre più che l'ira l'amore, si ritraesse
ad orare dietro l'altare, onde poi udì tutta la terribile confessione
di Rambaldo, conobbe il proprio errore, e la propria
stoltezza, e sè accusando della morte della fanciulla,
gli si strinse il cuore, e all'udir l'ultimo *requiescat in pace*,
gli si ruppe, e morì. Fu sepolto non lungi là della sua
amata. La madre di questa non sopravvisse intero l'anno.
Di Rambaldo, altri dice che si fece monaco di San Benedetto,
i quali allora vivevano tutti come ora i Trappiti, in
un deserto; altri che fu anch'egli a Terra Santa non come
cavaliero, ma pellegrinando a piè nudi, e facendo grandissime
penitenze, e che santamente morì tornandone, e per
via, a San Giacomo di Gallizia.

Qui finiva la storia del buon maestro; nè finiva egli.
Perchè voleva aggiugnere la moralità, e incominciava di
nuovo a dir della calunnia; e che sempre era punita in
questo mondo o nell'altro; e che per essa v'ha di tali che
credendosi di vivere mezzi santi, e d'ir dritto in paradiso,
si risvegliano morti in inferno; e Dio guardasse di ciò anche
chiunque avesse mal parlato di lui; perchè a lui non
ne importava nulla; ma ei v'ha di tali, e non solamente
fanciulle, ma talor uomini, anche dei valorosissimi, che
sono così stolti che muoiono accorati d'una bugia; gran
pazzia e dabbennaggine veramente; ma l'errore di chi ne
muore non iscusa chi fa morire; «E quando taluno di voi
parlando al signor Sindaco incomincia a dir del compare,
che gli è pur peccato meni sì mala vita, ed è giuocatore,
ubbriacone, donnaio, e chi sa dove finirà, e simili cose;
credete voi che cada questo discorso, e sia finita così? No
signori; mai no; che poi se vi è nella terra un chiasso, uno
[pg!25]
scandalo, un ladroneccio, o una morte, ecco il giudice
mette mano prima d'ogni altro su questo di che ha avuto
le male informazioni o false o esagerate, e il povero uomo
va in prigione, e corre rischio della vita; chè anche i migliori
giudici quando sono preoccupati possono errare. E
se il povero uomo campa dalla giustizia e dalla prigione,
e torna al paese, ei torna rovinato, diffamato, che nessuno
non ne vuol più nè per mezzajuolo, nè per lavoratore; e
talora entrato galantuomo in carcere, per ira e per disperazione,
e per mala compagnia n'esce briccone. E la povera
moglie, e i fanciulli....» Ma essendo l'ora tarda, e già
spegnendosi la lucerna, e la buona gente avendo meno pazienza
alla moralità che alla storia, e dicendo l'un dopo
l'altro buona notte, ed andandosi; anche il maestro ed io
ci accomiatammo da' padroni della stalla, ed usciti, l'uno
dall'altro poi, dicendoci buona notte.

[pg!26]




TONIOTTO E MARIA.
=================


«E voi qual è il parer vostro?» disse uno de' più giovani
della brigata rivolgendosi al maestro. «Io?» rispose, «io non
parlo mai di politica. Le donne e i preti ne sono dispensati;
ed io non voglio lasciar perdere il privilegio, che mi par
grandissimo.» «Tuttavia...» riprese il giovane. Ma un altro
alzò la voce, e poi un altro, e molti insieme, e in breve
la disputa diventò caldissima, finchè tra 'l chiasso e la confusione
si udì uno dire: «Almeno al tempo de' Francesi...»
«Al tempo de' Francesi,» interruppe allora agitato oltre al
solito il maestro, «al tempo de' Francesi eravi la coscrizione.»
«E v'è anche adesso,» dissero due o tre. «Al tempo
de' Francesi,» riprese il maestro, e lo ripetè la quarta volta,
«al tempo de' Francesi v'era la coscrizione, che era tutt'altro
vedersi strappar figli, sposi e fratelli dalle braccia,
legati come animali immondi, per andare mille miglia lontano
a un macello.... che era un macello almen per noi, cui
non importava, nè doveva importar nulla di quelle guerre.
E quelli che le hanno fatte non son quelli che ne abbian
forse patito più; ma quelli che vi hanno perduto, così senza
pro nè consolazione di proprio principe o propria patria,
quanto essi amavano. Benchè ed anche di quelli che vi
hanno forse preso gusto, quanti l'hanno crudelmente pagato
poi?» E qui si fermava, e parea pure voler dir altro.
E perchè era ben voluto dalla brigata, ed udito volentieri
[pg!27]
al solito, ed or tanto più, come succede a qualunque si
tace durante una lunga disputa, e non parla se non quando
egli n'ha il cuor pieno, e l'han votato gli altri; certo tutti
si tacevano, e parevano aspettassero ch'ei pur continovasse.
Onde egli ricominciando: «Se non credessi di attristar la
festa che facciamo, io vi direi quello che dinanzi a me
stesso è succeduto; e vi ho avuto parte, che ne porto, e
credo ne porterò tutta la mia vita i segni nel cuore. Ma non
è novella piacevole di niuna maniera; è storia di poveri contadini,
che non la direi a contadini. A voi altri forse servirebbe
a mettervi d'accordo su queste dispute; chè in altro
modo io non vi voglio entrare.» E dicendo tutti che dicesse,
e due o tre soli uscendo a giocar alle *bocce*, gli altri sedettero
intorno al maestro, ed egli incominciò così:

Al tempo de' Francesi, sendo io da maestro in una
terra dell'alto Monferrato presso alle Langhe, vi connobbi un
giovane e una giovane, che avean nome egli Toniotto, ella
Maria. Le due famiglie credo fossero un po' parenti, ed erano
buoni vicini; e i due fanciulli così amici, così compagni,
così sempre insieme, che chi non li conosceva credevali
fratello e sorella, e quelli che li conosceano, e così li
vedean crescere, incominciarono tutti a dire, farebbero la
più bella coppia di marito e moglie che potesse essere al
mondo. Toniotto a' diciott'anni era uno de' più bei giovani
del paese, ed uno de' più belli ch'i' abbia pur veduto mai;
benchè ho dimorato molt'anni in Roma, e in quel mezzodì
d'Italia dove si trovan le più belle figure d'uomini che sieno.
Maria era una vera madonnina; bionda, tenera, pura
e semplice come una colomba. Nè l'uno, nè l'altra non
s'infingevano. E' si volevan bene, che tutti il sapevano, e
tutti ne li amavano; e non era di essi che una voce, e per
essi che un desiderio, che andasse loro bene il loro amore.
La fanciulla avea sedici anni; e il matrimonio era accordato;
e sarebbesi fatto quando che sia, se non che i parenti
di lei volevano aspettare di veder se Toniotto non cadesse
forse nella coscrizione. A che servirebbe maritar così la
povera Maria, che tant'era come non maritarla o vederla
vedova subito appresso? i parenti di Toniotto ancor essi
[pg!28]
consentivano. Non troppo i due giovani. Maria diceva che
se fosse moglie sua, ella gli andrebbe appresso da lavandaia
del reggimento, o che so io; e Toniotto, benchè siffatta
idea non gli entrasse, dicea che dovendo mai lasciar lei,
amerebbe meglio lasciarla moglie sua; ma tutti e due poi
per ispensieratezza contadinesca e facilità giovanile a sperar
bene, speravano che pur non toccherebbe a Toniotto un
cattivo numero; e intanto continuavano ad amarsi, od anzi
ogni dì s'amavano più.

Un giorno che nessuno si aspettava tuttavia, ricordomi
quanto me ne sentii strignere il cuore, venne il bando
della coscrizione. I poveri giovani facevan pietà. Avreste
veduto Maria, che prima era una vera rosa sbocciante, languire
come appassita, dimesso il collo, e il viso pallido, e
gli occhi languidi con due gran cerchi lividi intorno, che
accusavan le notti più di pianto che di riposo. Toniotto
all'incontro compariva ogni dì il volto più acceso, e le
labbra tumide, e la bocca chiusa o a mordersi il dito, e gli
occhi larghi larghi a mirar rabbioso in faccia ad ognuno, come
se ognuno fosse il gendarme che lo dovea diveller dalle
braccia dell'amata. Chiaro era; apriva la mente ad alcuno
di que' pensieri, che appena entrati e' ti mutano e rovesciano
tutto un uomo. Il povero giovane che fin allora era
stato de' più casalinghi e tutt'altro che discolo, incominciò
a star i due o tre dì fuori, ch'ei dicea d'averli passati
alle feste all'intorno: ma non era anima che gli credesse,
perchè non era ita fuor di casa Maria. E s'ho a
dirvi ciò che credevan molti ed io pure, egli cominciò a
mettersi in cattive compagnie, e relazioni con alcuni banditi
che erano allora là intorno, rimasugli di quel Majino,
che s'era fatto chiamare poc'anni innanzi Imperadore delle
Alpi. Tuttavia questa forse fu voce falsa. E venuto il
giorno che si dovean tirare a sorte i nomi de' giovani, Toniotto
si trovò al capoluogo del distretto; e fu osservata
Maria che l'accompagnò parlandogli molto caldamente, come
di cosa che durasse fatica a persuaderlo, ed egli ascoltava
tacito e truce anzi che no. Venuto al luogo dell'estrazione,
lasciò a un tratto il braccio di lei; ella fu ad appiattarsi in
[pg!29]
un cantuccio onde poteva udir pronunziare i numeri; ed
egli come d'un salto, cacciossi in mezzo agli altri giovani
che aspettavano. E ne furono alcuni, tanto era ben veduto,
che gli dissero: «Toniotto, noi preghiamo Iddio che tu tiri
un numero buono anzichè noi. Che tutti abbiamo veramente
o padre o madre o sorella o qualche persona, che
ci fa un dovere restar loro appresso, se Dio vuole. Ma se
ci vien la sorte di partire, non è poi colpa nostra; e vedrem
paese, e chi sa poi si diventerà ufficiali ed anche generali.
E quanti ne sono ora usciti di contado non altrimenti che
noi? Ma tu, povero Toniotto, con quella tua bella innamorata
che piange, e' sarebbe pur peccato.» Toniotto non rispondeva,
e venne il prefetto e il comandante del dipartimento,
e quel della gendarmeria, e incominciò ogni giovane
ad esser chiamato ed avanzarsi e tirar suo numero. Ben
potete pensare come palpitasse il cuore della povera Maria
quando toccò al suo Toniotto. E palpitava a questo pure,
benchè si facesse forza. Accostatosi alla tavola tirò uno de'
primi numeri. Non rimaneva dubbio, dovess'essere de' partenti.
La povera fanciulla fu portata via semiviva. Toniotto
non profferì parola, e finita l'estrazione, e visitati gli atti
e inetti al servigio, intimato a quelli, fra cui non poteva
non esser Toniotto, di ritrovarsi al medesimo luogo al terzo
dì, e lette le leggi penali su' renitenti, quando tutti gli altri,
così Toniotto si partì. E volendolo i suoi parenti ricondur
seco, egli non volle; e disse che s'accompagnerebbe
con gli altri giovani, ed andassero. Ma l'aspettarono invano
quel giorno intero e la notte, ed ei non tornò. Allora
immaginatevi che spavento li prendesse tutti, e come vedessero
già l'infelice giovane e sè stessi caduti in tutte
quelle terribili pene, che, in difetto de' coscritti fuggitivi,
perseguitavano anche i parenti. Stettero i tre dì in quelle
angosce, sperando sempre veder tornar Toniotto. Al quarto
veniva il sotto ufficiale di gendarmeria a riconoscere l'assenza;
e perchè erano buona gente per cui tutti avrebber
risposto, e' fu loro dato due altri giorni per avvisare o
trovare il renitente; ma ei non sapevano dove cercarne, e
pur si disperavano. Al quinto giorno vennero due soldati,
[pg!30]
che in francese dicevansi *guarnisarii*, e ben potrebbe tradursi
sicarii, sulle spese del padre di Toniotto. La medesima
sera furono vedute certe cattive facce girar per il paese;
e alle due ore di notte un ragazzo domandò del padre di
Toniotto che venisse dietro la parocchia a parlare con uno;
e andato, trovò il figliuolo; e stettero da tre ore a ragionare
insieme molto caldamente. Furono osservati da molti;
e credettesi poi che Toniotto avesse voluto persuader a suo
padre, il quale era stato altre volte buon soldato, ed era
verde tuttavia, che s'unisse con esso e con suoi ma' compagni
i banditi; ma che il padre non volesse assolutamente.
Certo il mattino appresso fu veduto comparir Toniotto in casa
al padre, e volendo i due guarnisarii mettergli le mani addosso,
egli disse, che non era mestieri; e, mostrando loro
non so che alla cintura, sotto la giubba, che si guardassero
di toccarlo; ma che, fatta colazione, e dato un buon dì a sua
gente, egli da sè andrebbe al capoluogo a consegnarsi. E
così fece. Io mi ricordo, fu chi venne a dirmelo, ed io accorsi
e trovai Toniotto che usciva di casa sua, ed entrava in
quella di Maria; onde ebbi agio appena a dirgli: «Dio tel
rimeriti; tu fai da buon figliuolo.» Ed egli: «Quest'è;» ed
entrò da Maria. Nè so che dicessero, parola per parola; ma
ella mel narrò poi cento volte, che Toniotto le aveva voluto
restituir sua libertà, e la parola che s'erano data reciprocamente
sovente, e che ella fu che non volle, e promettea che
pur l'aspetterebbe. E' si vuol dire che a quel tempo, non
avendosene ancora la sperienza, credevasi a quella promessa
delle loro leggi; che i coscritti si prendevano solamente per
quattro anni, finiti i quali sarebbero restituiti a casa. E' si
sa poi come fosse mantenuta; e che non ne tornò uno mai,
se non era con qualche membro mozzo che 'l mettesse fuor
di servizio. Ad ogni modo avendo io passeggiato forse da
venti minuti lì fuor della casa, udii dare un grande strido
addentro, e vidi uscire Toniotto col viso tutto rovesciato;
che rientrato in casa sua, e statoci di nuovo forse due minuti,
udii che diceva a' parenti di non accompagnarlo assolutamente,
e solo uscì, e s'avviò. Il povero giovane sapeva
che l'aspettasse; e perchè il sapevo pur io, me gli
[pg!31]
misi appresso da lungi, e lasciatolo solo sfogarsi poco più
d'un miglio, a poco a poco me gli accostai, e seco poscia
mi accompagnai, ed egli me l'aggradì in modo che prendendomi
la mano vidi una grossa lagrima che gli scendea
per le guance; ma appena accortosene, egli indurò il viso,
e si parlò di tutt'altro. Giunti al capoluogo, io voleva pure
che mi lasciasse andar a parlare al sotto prefetto, che conoscevo;
ma non volle, e domandata udienza egli stesso,
disse: «Io sono Toniotto tale, che ho tirato il tal numero
l'altro giorno, e ho avuta un po' di difficoltà a risolvermi
di venir con gli altri; e a dir vero, credo che non vi sarei
mai venuto se non era di mio padre, e miei fratelli; ma ad
ogni modo eccommi qua.» M'avanzai io, e testimoniai di sua
buona vita e costumi al sotto prefetto, che molto ne lo lodò,
e mandò pel maresciallo d'alloggi della gendarmeria, e fattoselo
entrare nell'uffizio, gli parlò alcun tempo, che credo
glie lo raccomandasse; e udimmo il maresciallo d'alloggi
dir uscendo: «E' si farà quello che si potrà,» e poi accennò
al giovane, e sel condusse al quartiere. Toniotto mi disse
partendo un addio, credo men per me che per altrui; ed
aggiunse, che per quanto aveva caro al mondo, vedessi
d'impedir suoi parenti e Maria di non venir più a cercarlo,
e massimamente quando dovesse partire. Io ben intesi, e
saputo poi da que' gendarmi, con cui pur mi diedi a conversare
per ciò, che dovea partire la domane, sì m'avacciai
a casa disconsolato ad adempir il mandato del giovane, che
se me l'avesse dato sul letto di morte, ei non mi sarebbe
stato più sacro. E giunto, e trovata appunto Maria co' parenti
di Toniotto, feci loro la commissione; e pur dicendo
Maria che pur voleva andarvi domattina, e dicendo io che
nol potrebbe vedere, ed ella: «Dunque è in prigione;» ed
io: «Non credo; ma non vuole che il vediate partire;» ed
ella: «Dunque e' parte domani;» e sapendosi poi da ognuno
come fosser condotti i renitenti, la fanciulla venne in chiaro
di tutto, che credo veramente il più segreto ministro che
sia al mondo non glie l'avrebbe saputo celare.

Al mattino molto per tempo uscì Maria con un panieretto
sotto il braccio; che in casa non la videro uscire, e
[pg!32]
per la via credettero che andasse a mercato. Ma i suoi,
come se n'avvidero, stupiti prima che n'avesse il cuore
quel mattino, e poi non vedendola tornare, s'avvisarono
che fosse pur ita a veder partire Toniotto; e là furono suoi
due fratelli, e trovarono lui partito, e di lei udirono che non
erasi veduta. E in vero ella, che s'era apposta la verrebbero
quivi a cercare, non vi era venuta; ma erasi avviata
sulla strada che sapeva avevan fatto altri coscritti; e a
forza di domandare qual fosse la prima posata, ella vi fu; e
vi si trovò come arrivò Toniotto scortato da due gendarmi
quasi un malfattore, ma non legato; e i gendarmi che la
riconobbero glie la lasciarono accostare; ed ella facendo
parte ad essi delle provvisioni, potè darne a Toniotto, e
dimorarsi con lui quelle poche ore. Nè per isforzo ch'ei
facesse la potè persuadere che non venisse seco quella
sera, e non l'accompagnasse alla prima nottata; dov'ei fu
rinchiuso, ed ella andò da una povera donna a domandar
albergo per carità, e la domane si trovò alla porta della
prigione ad aspettar che uscisse Toniotto. Pensate che dolore
le fosse vederlo uscir di là le mani legate, i pollici
stretti, ed attaccato per una lunga fune insieme con una
ventina d'altri, due a due così tratti come galeotti od
animali; ed eran soldati di quel principe, che pure innalzava
il mestiero dell'armi sopra ogni altro. Gli altri poi
quasi non sentivano quell'affronto che sapevano non durerebbe
oltre a pochi giorni quando avessero passato le
Alpi, o al più raggiunta la riserva; ma pensate che dolore
si accrescesse al povero Toniotto al vedersi veduto in
questo stato dalla innamorata! La quale camminandogli
allato, egli domandavala che pur si volesse, e che facesse
conto di fare, seguitandolo così! Ed ella rispondea, che
non vi aveva pensato; ma l'avea pur voluto rivedere ed
accompagnar alquanto; e tornava a riparlare di quella sua
idea di venir da lavandaia col reggimento; ed egli non volea,
e parlavale de' parenti; ed ella piagnea; e i compagni, i
più, si facevan beffe di loro; e i gendarmi che non eran
più que' primi, li malmenavano. Alla posata del pranzo e'
fu peggio; perchè ei furono tutti rinchiusi in una rimessa
[pg!33]
d'un'osteria, e quella serrata; e la povera fanciulla cacciata
dalla porta, dove voleva rimanere, rimase poco discosta
senza pur prendere un tozzo di pane o un sorso
d'acqua finchè vide di nuovo uscire i prigioni legati come
il mattino; e allora rimisesi al fianco di Toniotto, e gli accostò
alla bocca un frutto che il rinfrescasse; e continovò
la via con essi; e ricominciarono i preghi di Toniotto che
lo lasciasse; ed ella pur continuava senza saper che si facesse
o si volesse. Finalmente alla sera, prima d'arrivar
alla posata, e' furono raggiunti da' due fratelli di lei, che
pensando finalmente dove era, l'avean seguita e così arrivata;
e perchè erano buoni giovani, e non lungi pur essi
d'aver a correre i medesimi casi, impietositi di lei non la
ripresero altrimenti che pregandola tornasse indietro con
loro; nè ella schermivasi, e Toniotto pur unì sue preghiere;
onde tutti furon d'accordo di andar fino alla nottata,
ed ivi tutti riposare, ed al mattino vegnente darsi ancora
un addio, e poi separarsi, tornando ella indietro co' fratelli.
E così fecero; e passarono la notte egli in prigione,
ed ella co' fratelli all'osteria. Dove appena messa in letto
la povera fanciulla, e per la fatica e la grande arsura, e lo
stento, e più che per ogni cosa, per le grandi angosce sofferte,
fu colta da una ardentissima febbre, e dal delirio;
onde, alla mattina vegnente, rimanendole appresso uno
de' fratelli, l'altro fu alla porta della prigione, e disse a
Toniotto in parte dello ammalarsi di Maria, e poi l'abbracciò;
e Toniotto non potendo, cacciato innanzi cogli altri,
così si separò dall'ultimo de' suoi. Più di quindici dì stettero
Maria ammalata, e i fratelli, e poi la madre venuta
anch'essa a curarla. E sendo alquanto guarita, insieme si
partirono e tornarono al paese; che nessuno potea riconoscere
la fanciulla; ma nessuno fu che per quella sua fuggita
ne dicesse una parola cattiva; tanto era ella amata e
stimata da tutti, e tanto conosciuto il loro amore e la sua
grandissima innocenza.

A poco a poco pur si riebbe alquanto, principalmente
quando i parenti ebbero di Toniotto la prima lettera, la
quale, povero giovane! io la so tutta a memoria, e diceva
[pg!34]
così: «Caro padre, questa che vi scrivo è il primo uso
che fo delle mie mani, ed è per dirvi che del resto siamo
felicemente giunti qui alla riserva, che è in una città che
si chiama Besansone, e si dice che ci resteremo molto poco
tempo. Mi hanno già tutto vestito alla militare che voi non
mi riconoscereste, e abbiamo il numero del reggimento e
delle compagnie su tutto il corpo, che sembra che siamo
come le pecore da noi, che portano tutte la marca del padrone.
E appena vestiti abbiamo incominciato a far l'esercizio,
cioè ci fanno imparar a camminare e voltar la testa
in qua e in là, e fra due o tre giorni ci daranno lo schioppo.
Dicono poi che non si fa altra vita dal levar del sole
fin dopo che è tramontato. E tutti speriamo che si faccia
la guerra, perchè allora finiscono queste seccature, e un
po' più un po' meno fanno andar tutti, e non ci è più coscritti,
che qui è come una ingiuria che ce la dicono tutto
il giorno. Io vorrei però che vi consolaste, e principalmente
saper delle nuove della povera Maria, che mi è tanto
incresciuto abbia voluto accompagnarmi quei due giorni:
ma vi posso giurare, caro padre, che è stato come se fosse
mia sorella, e quand'anche io avessi voluto, non avrebbe
potuto esser altrimenti. Spero perciò che nessuno glie ne
avrà voluto male, e io vi prego di abbracciarla per me,
che nemmen questo non è stato possibile; e saluto i suoi
fratelli e sua madre, e poi il fratello mio e voi, ed ultimamente
il signor Maestro, che sia benedetto d'avermi insegnato
a scrivere, che mi dà questa gran consolazione di
poterlo far oggi. E vi domando vostra benedizione. Il vostro
figliuolo Toniotto.» La seconda lettera fu da sotto a
Magdeburga, e diceva che s'era trovato alla gran battaglia
di Iena; e che aveva udito dire che il primo fuoco faceva
gran paura; ma a lui era stata la sola consolazione che
avesse avuta dopo esser partito di casa; e che da quel
giorno nessuno de' camerati gli diceva più coscritto, ed era
anzi passato a' granatieri. Se ne ricevette poi una l'inverno
appresso, di non so più che luogo di Polonia, e un'altra
la state che seguì, da Aranda de Duero in Ispagna;
e sempre raccontavano nuove battaglie, e si vedeva che prendea
[pg!35]
gusto al mestiero, ed era stato fatto caporale, e poi
sergente, ed aveva avuta la croce; e di nuovo mi benediva
d'avergli insegnato a scrivere, e diceva che questo lo portava
avanti tanto, e forse più di qualunque azione sul campo.
Finalmente, essendo scorsi due anni da sua partenza,
io mi stava una sera facendo scuola al solito, quando
entrò uno de' bimbi e incominciò a dire una parola a uno
de' compagni, e questo al vicino, e poi corse dall'uno all'altro,
e tutti s'alzarono, e via, senza che io potessi
trattenerli, gridando tutti: «È giunto Toniotto, andiamo a
veder Toniotto;» onde anch'io uscii, e fui alla casa di suo
padre, e sì lo trovai con una figura di felicità e di trionfo
che non ho veduta mai la pari, seduto tra suo padre a un
lato, e Maria dall'altro che piangeva e singhiozzava come
una fanciulla quand'è tolta di penitenza, senza poter pronunziare
parola; e poi i fratelli dell'uno e dell'altra, e i
parenti e tutti, che l'accerchiavano e l'abbracciavano. Ed
ei pure, come mi vide, s'alzò e mi buttò le braccia al collo
stringendomi; e in breve seppi che il suo reggimento, venendo
di Spagna all'armata d'Italia, passava in Piemonte,
ed egli aveva avuta una licenza di tre giorni per venire a
vedere i suoi parenti e ... ma non disse altro, e presa la
mano di Maria la copriva di baci con una franchezza e disinvoltura
che veramente non aveva partendo, e mi fece temere
non fosse mai mutato da quello che era. Ma io 'l vidi
e gli parlai il giorno appresso, e i due altri giorni che rimase
con noi; e non è a dire che buono, eccellente giovane,
anzi che uomo e' si fosse fatto in quel poco tempo; e
se il suo amore era forse alquanto diverso, ei non era
certo meno amore; ed anzi togliendo pur esso di quella
sua nuova natura virile, più non si sprecava in lamenti e
piagnistei, ma tutto tendeva al suo fine, e faceva il conto
delle speranze, e formava progetti fissi di nozze. Diceva
che se gli andava così, e grazie al suo saper iscrivere,
avea ferme speranze di diventar un giorno o l'altro ufficiale;
e quando il fosse, non gli sarebbe tanto difficile aver
licenza d'ammogliarsi; e quando non l'avesse, anche lasciar
il servigio: «Tanto più» aggiugnea sorridendo «che
[pg!36]
delle busse se ne prende da tutti, ed io ho pur le mie che
non ho consegnate nelle mie lettere; e se ne prendo ancor
due o tre, a' venticinque anni potrò pur essere de' veterani,
e mandato, come dicono essi, a' miei focolari.» E in somma
quei tre giorni furono un giorno di festa a tutto il
paese, e di vacanza alla scuola; e credo i tre più bei giorni
della vita della povera Maria. Ripartì lasciando tre luigi
d'oro a suo padre, uno al fratello, che era uno de' miei
scolarucci, e un bel fazzoletto e un anello a Maria: e giunto
a Venezia le mandò in una lettera una catenella, che mai più
poi non si sciolse dal collo della fanciulla.

Allora succedette la guerra d'Austria, la terza che
fece Toniotto; e siccome in ognuna guadagnava busse ed
avanzamenti, ebbe una ferita sul capo che questa si seppe
a casa, e molto turbò la povera Maria: ma pure ei ne guarì,
e fu fatto passare nella Guardia Imperiale. Quando ne
scrisse, ei non avrebbe potuto dir più se fosse stato fatto
maresciallo, tanta gioia ne mostrava. Alla pace fu a Parigi,
e ne scriveva sovente, ed anche ne mandava ora una cosuccia,
ora un'altra alla Maria; e diceva che era passato
allo stato maggiore, e più sperava esser fatto ufficiale,
e allora! allora tutti sarebbero felici. Così andarono
due altri anni, e facendosi la guerra di Russia, Toniotto
partì per essa più speranzoso che mai; e tanto più quanto
scrisse di Smolensko, che era stato fatto aiutante sotto ufficiale,
ed aveva avuta l'altra croce della corona di ferro,
e nessuno dubitava che non fosse ufficiale prima del finir
di quella guerra; e che questa molti credevano dovesse
essere l'ultima che farebbe l'Imperadore; ma, quando non
fosse, egli si teneva ufficiale, ed ogni cosa anderebbe bene.
Pensate allora che invidia incominciasse a far la Maria alle
altre, che prima molte n'aveano quasi pietà, come se a
forza d'aspettare avesse a morire fanciulla. E la Mariuccia
intanto, io pur dimenticava di dirlo, aveva imparato a scrivere
molto bene, e scriveva al futuro sposo, e tutto in
somma pareva felicissimo. Quando venuto l'inverno incominciò
a mormorarsi che l'esercito francese era stato tutto
distrutto; ed io fui alla città, e pur seppi ch'era vero in
[pg!37]
gran parte, e non si ricevevano più lettere di nessuno, e
men di Toniotto; e finalmente essendo già avanzato l'anno,
scrissero alcuni Piemontesi della guardia che era morto
al passaggio terribile della Beresina. Immaginatevi che dolore
fosse al vecchio padre e al giovinetto fratello suo che
aveva posto tutto il suo amore al fratello maggiore, e più
di tutti poi alla infelicissima Maria. Nè io descriverovvi
il suo dolore, e come ammalò e fu per morire, e i pianti
e la disperazione de' suoi parenti e suoi fratelli, di cui uno
appunto in quel tempo fu levato nella coscrizione, e partì
per Germania; e l'altro pochi mesi dopo, perchè s'incalzavano
allora dappresso le levate, fu pur portato a Francia.
E che dirovvi io più? Quando incominciano in una
casa le disgrazie, elle si succedono che fa spavento per sè
stessi anche agli indifferenti. I due fratelli di Maria furono
ammazzati l'uno ad Hanau, il secondo sotto le mura
di Parigi, all'ultime schioppettate di quella guerra che a
noi fu così straniera, e costò tanto. Rimase sola a reggere
i due parenti infelicissimi, e quasi istupiditi dal dolore, la
povera Maria; a cui quel dovere di sorreggere la loro vecchiezza,
e la volontà speciale di Dio, che la serbava ad altro,
diedero forza di sopravvivere.

La povera fanciulla aveva allora poco più di ventidue
anni, ed era d'una bellezza fatta così celeste dal dolore
celestemente portato, che io non ho mai veduto nulla da
pareggiarle in terra. Dolor siffatto innalza e nobilita qualunque
persona più volgare: ed ella nè contadina, nè tenera
fanciulla, ma quasi gran donna, ed a me anzi come
santa od angelo parea. Io non l'ho veduta da quel tempo
ridere mai più; nè tuttavia era sul suo volto o tristezza
aspra, o sopracciglio di sorta alcuna; ma una mesta semplice
compostezza che era di lei sola. L'anno 1814, tornati
i nostri Principi, e quindi alcuni pochissimi de' soldati
già dell'esercito francese, e' si seppero gli ultimi particolari
di Toniotto; che durante tutta quella terribile ritirata
era stato uno de' pochissimi che serbasse imperterrito il
coraggio; e quando tutti morivan di freddo, ei diceva che
tenea sul cuore due cose che gliel serberebbero caldo, quando
[pg!38]
anche ei vi avesse sopra tutti i diacci di quella Russia.
Non sapevano ben dire se fosse stato fatto ufficiale; ma
certo, egli era che conducea sempre la compagnia, e marciava
alla testa; e così era stato a quel terribile ponte
ch'egli avea varcato de' primi; e appena passato s'era precipitato
come un lione su' nimici, e côlta una palla in mezzo
al cuore, era caduto senza vita. «Povero Toniotto! era
l'amore del reggimento, e l'onor poi de' Piemontesi di
tutto l'esercito.» «Povera Maria!» diceva io, «ben altra è
la tua disgrazia di aver a vivere ancora così.» Nè io stesso
sapeva tutte le sue pene. Tre anni erano dalla morte di
Toniotto, ed io vidi mutarsi quel suo volto così composto
a dolore, e diventar inquieto, e sue fattezze mutarsi ogni
dì; onde più volte le mi accostai presentandomi a udir suoi
casi, se volesse dirmeli. Ma non l'interrogava io, ed ella
non mi rispondea. Un giorno pure ch'io l'avea trovata per
via, e ci accompagnavamo insieme, ed ella mi parve più
agitata che mai, io non potetti dopo un lungo silenzio non
esclamare: «Povera Maria!» Ed ella allora diè in uno scoppio
di pianto, e quasi fu, credo, per buttarsi nelle mie
braccia; ma si coprì il volto con ambe le mani, e pur singhiozzando:
«O maestro», disse, «ei mi vogliono maritare!»
Io 'l confesso: il pensiero non me n'era venuto in
mente mai; non più che se fosse stato un delitto, o una
impossibilità. Ora venutomi per quelle poche parole, ei fu
come un lampo che mi scoprisse un paese nuovo; e vidi
come la cosa fosse venuta, come andava, e come anderebbe;
nè altro potei soggiungere se non «povera Maria!» Poco
appresso mi fermai, e feci seder la fanciulla; ed aspettato
che ella alquanto si riavesse, e cessassero i singhiozzi: «E
tu ti mariterai, povera Maria! E poscia che il vecchio padre,
e la orba madre te l'han chiesto, e vogliono sostegno
e consolazione agli ultimi loro giorni, tu non la negherai
loro. A ciò hai sopravvissuto: perciò non ti sei abbandonata
al tuo dolore, e ti sei trattenuta di morire. Quelli furono
gli sforzi maggiori, quello il maggior sacrifizio. Nè il
vorrai ora far inutile e perderne il frutto per non sottoporti
a questo di più. Virtuosa Maria, buona Maria, santa,
[pg!39]
forte fanciulla; compirai il debito tuo, il tuo ufficio su questa
terra; e compiuto che tu l'abbia, padre, madre, fratelli
ed anche marito ti porteranno insieme a raggiugnere
il tuo amore là, dove tutti gli amori si confondono e uniscono
in uno immenso, solo, universale.... O Maria, non
sono fole, non sono parole vane, vote di senso, quelle parole
di Dio, che noi siamo qua giù per soffrire. Non si fa
il proprio dovere, non si fa bene mai senza patire più o
meno; e a chi il dovere, il bene si porge con più patimenti,
quello è il figliuolo prediletto dal padre, a cui son dati
più meriti ad acquistare, e destinati più premii.» Io diceva
ciò interrottamente e strignendo la mano alla fanciulla, che
metteva gli occhi in cielo, e ad ogni istante gli innalzava
più, e il suo volto tornava quello celeste e sereno di prima,
anzi più che mai; e disse finalmente: «Ben lo sapevo
che sarebbe così, e che voi pure il vorreste.» Ci alzammo,
e non si fece più parola fino a casa.

Il padre e la madre di Maria erano veramente disgraziatissimi
ancor essi; ed essendo poveri, il diventavano
più, per non poter più andare a giornata, nè coltivar per
bene il poderuccio; e benchè Maria vi si affaticasse, tanto
più che avrebbe voluto non s'accorgessero di ciò che mancava
in casa, tuttavia ogni giorno era peggio, e n'erano a
stentare. Io mi stupiva come non mi fosse venuto in mente
prima; ed ora avrei dato volentieri la metà del mio pane
per supplire a ciò che mancava in quella famiglia, e lasciar
a Maria sua libertà. Ma io poteva morire; e Dio sa
come allor mi dolse di non aver mai saputa far masserizia,
e metter a parte alcun che della mia pensione di frate, e
dell'assegnamento da maestro. Ma più ci pensavo, più vedevo
che non ci era verso. E se ne fece capace anche Maria.
Onde fra i molti che sempre gli avean offerta la mano,
scelse uno chiamato Francesco; buon giovane, già da bambino
grande amico di Toniotto, de' pochissimi non istati
levati per la guerra, e che non era mai uscito di casa, e
sempre aveva amata Maria; e benchè sapesse non esser
riamato d'amore, e non n'avesse speranza, mai non avea
voluto tor altra moglie. Ora Maria gli disse schiettamente
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il perchè prendeva marito; e ch'egli ben sapea, che d'amar
mai nessuno com'ella aveva amato Toniotto, anzi di trarsi
mai quell'amore dal cuore non le era possibile; ma che
s'egli pur voleva lei come una vedova a cui fosse lecito
amar il primo perduto amore, ella fra ogni vivente amerebbe
lui solo, e le sarebbe buona moglie sempre. E il
buon giovane, che altro non isperava, molto volentieri accettò;
e ne fu l'uomo più felice del mondo; e di più offerendosi
ella di farne ciò ch'ei volesse, le concedette di non
tôrsi dal collo la catenella di Toniotto; e poi fecero le nozze
senza gran chiasso; e quello che si sarebbe speso in mangiari
e balli, Francesco che era ricco e solo con sua madre,
lo mise mezzo a riattar la casa propria, e farci una
camera bella per li due vecchi, che ve li portò il medesimo
dì delle nozze; e mezzo ce lo diede al parroco e a me,
che ne fecimo distribuzione a' poveri; e fu una benedizione,
e una festa universale, ma tutta quieta e diversa da
qualunque altre nozze. Nè vi dirò che buona casa facessero
le due famiglie; chè quell'istesso mettersi insieme, e
il non aver paura di vivere molti sotto a un tetto, ci potea
far giudicare che eran tutti buona gente; come il volersi
dividere, e il non poter molti mangiar della medesima minestra,
mostra cattivi cuori, e gente che amano l'indipendenza
propria, come dicono, e vuol poi dire qualche comoduccio,
più che la compagnia e l'amore degli altri. E
non andò l'anno che la famiglia s'accrebbe pur anco di
un figliuolo maschio che tutti d'accordo lo nominarono
Toniotto, e fra altri diciotto mesi d'un altro ancora; ed
era tornata a Maria non pur tutta quella sua composta serenità,
ma talor anche qualche dolcissimo sorridere al marito
e a' figliuoli; e benchè avesse allora da ventisei o ventisette
anni, ella non era stata mai così bella; e la sera
talvolta in mezzo a que' vecchi e a que' bambini e il marito,
tutti pendenti da un suo sguardo, allor sì che pareva
proprio una Madonna di Rafaello in una santa famiglia. Ma
anche ciò aveva a non durare.

Una sera all'annottare io camminava su e giù dinanzi
alla porta di casa dicendo ad alta voce, come io soleva,
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l'ufficio, quando mi sentii venir dietro uno, e poi gridar
«Maestro mio» ed abbracciarmi quasi levandomi di terra.
E parendomi una voce che conoscessi, e volgendo il viso
e quasi toccando il suo, occhi ad occhi fra quel barlume,
ei mi venne veduto e riconosciuto Toniotto. S'io avessi
avuta fede mai agli spiriti, certo allora avrei creduto che
fosse quello di lui che mi venisse a pigliare, per la parte
avuta da me nel matrimonio di Maria. E dirò il vero, il
pensiero, benchè mi durasse un attimo, pur me ne venne.
Ma ravvedendomene subito, mi colpì, ed annientò la realità
non meno di quello che mi avesse potuto far qualunque
soprannaturale apparizione. Allora il solo pensiero od
atto che facessi, fu macchinalmente prendere pel braccio
Toniotto, e meco cacciarlo entro casa. Egli ben s'avvide
dell'impressione fattami, e a un tratto mutandosi il volto,
e la voce tremando: «Mio padre?» disse «mio fratello?»
«Son vivi,» risposi, «ma si vuol temperar la gioia al vecchio....»
«E Maria.» «Son morti, poco dopo che si credea
voi, i due fratelli di Maria.» «E Maria?» «Vive.» E
si fece un silenzio di forse due minuti. Io 'l ruppi: «Non
avete mai potuto scrivere da sei anni in qua!» «Ho scritto
più volte, ma ben temetti non riceveste mie prime lettere;
sì l'ultime, da due anni, le avete dovuto ricevere.» «No
no, diss'io, non le ricevemmo. E da due anni....» Toniotto
m'interruppe: «Dunque m'avete creduto morto da
più di sei anni in qua? Ciò temeva io sovente. E allora....
allora mi veniva un pensiero, ch'io pur cacciai sempre
come una suggestione del demonio per farmi morir di dolore.
Oh! io giugnea testè così allegro! come se si avesse a
tornar a casa allegramente dopo dieci anni. Povero Giovanni,
povero Filippo, povera Maria!» «Maria....» diss'io,
e sperava ei m'interrogasse. Ma non ci fu verso, ei
non disse parola. Nè per salvar la vita a un fratello, credo
che avrei potuto mai finir la mia, e dir: «Maria non è più
vostra.» Finalmente ei ripigliò: «E se aveste avute mie
lettere due anni sono?» «Elle sarrebbero state tardi.» E
respiravo, quasi felice d'esserne uscito; se non che, alzando
gli occhi sul viso del soldato, il vidi mutato in modo, e
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scolpitevi sopra tutte le sue fatiche, e i suoi dolori passati
e presenti e futuri, che ne agghiacciai. Di nuovo si tacque
alcuni minuti; poscia egli s'alzò, e diè un crollo, alzando
il capo, e disse: «Andiamo a veder mio padre, e
poi....» Io gli tenni dietro, e fummo insieme a casa sua.

Ora io non vi dirò nè le accoglienze e la gioia di suo
padre e suo fratello, nè le lagrime pioventi sull'indurito
volto del soldato, quando la tenerezza ebbe aperta la via al
dolore; nè poi come io fui da Francesco, ed egli s'incaricò
di dar la nuova a Maria, ed anche meno come egli facesse;
chè questo fu sempre un segreto loro, e mai non se ne
parlò. Sì fui io che tre giorni appresso, chiamato da Francesco,
portai Toniotto la sera a casa loro. Il più accigliato
era Francesco. Maria s'avanzò con un sorriso angelico sul
volto, che pur era scomposto, e porse la mano a Toniotto,
dicendo: «Benedetto sia il cielo! Chi aspettava rivedervi
prima del paradiso? là sì l'abbiamo sempre sperato, Francesco
ed io.» Al soldato tremavano sotto manifestamente
i ginocchi, nè ebbe forza di parlare; ma prese la mano di
Maria e quella di Francesco, ed ambe le tenne in ambe sue
mani, e più volte insieme le baciò; poi veduto a un tratto
i due bimbi in un canto lasciò le mani d'un colpo, e fu ad
essi, e li baciò, ed abbracciò, molto vivamente più volte, e
poi preso il maggiore se 'l pose sulle ginocchia. E gridando
ritrosamente il fanciullo, e Maria chiamandolo «Toniotto,»
il soldato credeva prima esser chiamato egli, e poi apponendosi
che era stato dato il suo nome al bambino, di nuovo
il prese, e sì l'abbracciò, e gli mise il proprio volto tra
i capegli ricciuti, ch'io ben m'accôrsi come prorompesse in
pianto e 'l nascondesse. A poco a poco si ricomposero tutti,
e Francesco mise il discorso su' casi di Toniotto, domandandolo
come si fosse salvato dopo quel colpo che si diceva
avesse avuto nel cuore al passaggio della Beresina; e allora
Toniotto narrò molto semplice e breve; come il colpo
l'aveva avuto alla spalla, che gli era stata rotta, ed ei
n'era caduto senza sentimento, nè s'era riavuto se non
quando i nimici spogliando i cadaveri, lui pure avean quasi
nudato; e allora per gran caso passando un ufficiale giovinetto,
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s'era mosso a pietà, e l'avea fatto mettere in uno
spedale e curar alcuni giorni, e restituirgli, se non il resto,
almeno le sue due croci, ch'egli avea portate poi, attaccate
or alla camicia, ora a qualunque altro cencio onde
s'era potuto ricoprire. E che guarito dopo alcuni mesi, e
venuta la bella stagione, egli avea ricalcata con una colonna
di prigioni, tutta quella miseranda via fatta già coll'esercito
fuggitivo, ed era tornato a Mosca; ed indi poi
n'avea fatta più che altrettanto assai, fino ai confini della
Siberia. Dove dispersa la colonna, e mandati i prigioni chi
qua chi là, con pochi soldi da vivere, ognuno s'era messo
a servizio, e a lavorare d'una o un'altra sorta; ed egli
aveva in casa a un signore di que' paesi fatto da giardiniero
e soprastante per la campagna. Onde quel signore
gli avea posto grande amore, e s'era malcontentato assai
quando, al principio del 1815, erano stati liberati tutti i
prigioni. E che, quando non essendo essi ancora usciti di
Siberia, venne il contraordine che si fermassero per la
nuova guerra di Francia, il signore gli era corso appresso,
e se l'era rimenato al suo castelluccio; e d'allora in poi
egli s'era accorto che gli erano intercette le lettere, e nascosti
i successi che seguirono. Ma che egli avendone pur
udito alcun che a forza d'interrogare, era fuggito e ricorso
al governatore della città vicina. Qui si fermò, e ben indovinai
che volea dire, e poi se ne trattenne, che allora fu
che avea scritto e sperato giugnessero sue lettere. Sì aggiunse
che tra il dubitare e domandar ordini, il governatore
l'avea trattenuto più d'un anno, ed ora erano da sei mesi
che gli aveva data licenza; ma perchè in quell'anno avea
speso ogni suo guadagno, avea dovuto venire a piedi col
poco soldo da prigione; e perchè le ferite gli dolean troppo,
sovente avea dovuto fermarsi per via, ed anche, nascondendo
in que' casi le due croci, accattare. Qui parve nuovamente
intenerirsi, e Maria pur essa; ond'io m'alzai, e
preso commiato uscimmo insieme.

E quella poi fu la sola volta che io vedessi, anche
così per poco, intenerirsi o l'uno o l'altro di que' due infelici.
Perchè infelici egli erano certamente. Ma ambidue
[pg!44]
lo portavano con un cuore da farne vergogna a tanti filosofi
che scrivono libri sulla pazienza; ed anche poi a tutti
quelli, perdonatemi, o signori, che della loro qualità ed
educazione si servono a scusare quella che dicono sensibilità,
ed è arrendevolezza al dolore, non, come dovrebbero,
a sostenerlo tanto più fortemente. Ei dicono grossi ed insensibili
questa povera gente, che non sente meno, ma
sopporta più. E il vero è che nati e cresciuti tutti più o
meno tra qualche stenti, ed avvezzi a veder felicità cui
non possono arrivare, i poveri contadini tutti naturalmente
e di buona fede s'imbevono di quel principio, che s'è quaggiù
per patire e lavorare; mentre voi altri l'udite dire dai
preti, e lo leggete talora da voi; ma veramente persuasi
non ne siete; e certo vivete, scusatemi di nuovo, ed operate,
e v'affaticate, e vi disperate, che si vede vi credete
destinati a godere, e se vi son tolti i godimenti, la credete
ingiustizia, e peggio se avete a patire. E quest'è che fa
poi portar così malamente le disgrazie, succombendovi disperati
alcuni, o facendo altri viltà per fuggirne. Ma forse
io mal conosco i signori; e volevo solamente farvi intendere
che se quei due poveri contadini non fecero scene
nè disperazioni, ei non erano meno infelici per ciò. Di Maria
v'ho detto che cosa avesse fatto per quel pensiero del
dovere, ch'io pur troppo avea contribuito a metterle innanzi.
Giudicate ora, che il dovere era tanto più stretto,
come il seguisse. E non dico del dovere grosso della fedeltà
di corpo o di cuore o di ogni minimo pensiero; ma il
dovere stesso di star allegra e far felice lo sposo; anzi, per
così dire, e quanto era possibile, d'esser felice ella stessa,
e non pensar ad altro. Questo seguiva. E quanto a Toniotto,
io il conobbi sempre ottimo anche da fanciullo. Pure
nel primo fuoco di gioventù, vedeste come ei si fosse lasciato
andare a quella tentazione, per fuggire un mal necessario
e che non dipendea da lui, di far egli un mal volontario
e scellerato mettendosi co' banditi di Majino. Ma
ora la lunga vita da soldato l'avea sì avezzo a rispettare
il dovere, e la guerra gli aveva sì insegnato ad indurirsi
contro la disgrazia, che io ci metterei quanto ho al mondo,
[pg!45]
che suo cuore non fu macchiato mai nè d'un pensiero. Ed
io l'ho creduto sempre che quest'educazione della guerra
sia pure la più bella e buona educazione che possa avere
un uomo; nè honne veduto tornar nessuno se non migliore.
Ma ciò non importa; e so che molti tengono anzi il contrario,
e guardano quei vecchi guerrieri come scomunicati.
Sono opinioni; e confesso che la mia mi è principalmente
venuta dal veder quel così schietto e così forte e così buono
dolore del povero Toniotto. Non una parola mai d'ira,
d'invidia o di disprezzo, nè una celia pure contro il buon
Francesco. E se niuni anzi di questi che avean veduto
paese e guerre si volean burlar di lui o far con esso i bravacci,
egli era il primo senza affettazione a prender sue
parti. Se erano amici prima, ora parean fratelli; e Francesco
era sempre il primo a cercar Toniotto in piazza, e
voler andar insieme all'osteria, e sarebbe stato in questo
se avesse voluto essergli tutto il giorno in casa anche solo.
Ma Toniotto non vi andava mai se non la sera talvolta con
Francesco; e vi stava poco, e il più del tempo teneva i
putti fra le braccia; ed egli e Maria si parlavano con tanta
naturalezza e semplicità, che tutti credettero, e Francesco
più di niuno, che nè l'un nè l'altra non vi pensassero più.
E quasi quasi vi credevo pur io.

Un giorno tuttavia, che erravo su per quelle vette, e
salendo su per un castagneto, entravo di quello in una vigna
del padre di Toniotto, ei mi venne veduto egli che credendosi
solo in quel luogo discosto, era seduto colla marra
tra le gambe, e le mani appoggiate sopra, e il volto sopra
esse; ed io stetti alcun tempo a mirarlo. E perchè al solito
si vedeva lavorare che pareva allegramente, mi vergognai
come se gli avessi sovrappreso e involato il suo segreto; e
me ne sentii stretto il cuore, e mi rivolsi per di nuovo imboscarmi.
Ma facendolo in fretta mossi alcune frasche, e il
romore lo riscosse, e il fè rivolgere e alzarsi e chiamarmi,
onde che io pur mi rivolsi: «E siete stanco» dissi, «mio
caro Toniotto.» «Sì stanco appunto. Perchè, vedete voi,
avevo alquanto disimparato il mestiero di zappare; facendo
quell'altro. Ma a poco a poco di nuovo s'imparerà.» Io
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fui contentissimo, e credo anch'egli, di poterci mettere in
questa conversazione; nè v'ha cosa che faccia parolai sopra
un soggetto, come il non volersi mettere in un altro: «Ma»
dissi, «l'avevate già di nuovo imparato là in Siberia con
quel vostro signore; che, Dio gliel perdoni, era pure un
tiranno di voler regolar vostro carteggio.» E m'accôrsi che
m'ero involontariamente accostato troppo a ciò che si voleva
fuggir da tutti e due; nè egli rispose. «E non ci
sono vigne là, dite un poco?» «No» disse Toniotto, e lasciò
cascar il discorso; ed io m'accôrsi d'essermi discostato
troppo. «Povero Toniotto,» dissi, «voi siete sempre
buono in ogni fortuna; e come siete stato buon figliuolo e
buon soldato, ora siete buon contadino di nuovo e buon
figliuolo.» Allora io aveva côlto nel segno; e Toniotto mi
rispose com'altre volte già: «Quest'è, maestro mio, quest'è.
Bisogna fare quel che Dio ci mette a fare, e prender quello
che ci manda, ora una buona giornata, ora una cattiva;
ora una vittoria, ora una sconfitta, ora un avanzamento
o una croce alla parata, ora una palla alla battaglia; e qui
pure, ora un buon anno, ora un cattivo; ora un buon raccolto
o una bella vendemmia, ora una grandine. E così è
che ogni giorno pur ci trovo somiglianza tra questi due
mestieri.» «Dite bene, questa somiglianza io pur la trovo:
epperciò forse ho sempre udito dire che i buoni contadini
fanno i migliori soldati. Ma voi non eravate più soldato; e
vi mancava pur poco a diventar ufficiale. Dite un po', se
non era della palla, lo sareste stato certamente tornando.»
«O se non era della palla....» diss'egli, e si fermò, ed io
m'accôrsi d'aver di nuovo malaccortamente inciampato;
pure volendomi valer dell'occasione per effettuare un mio
disegno. «E non v'incresce» gli aggiunsi, «di quel mestiero?
Così avanti già quando il lasciaste? forse il potreste
riprendere con vantaggio.» Allora sì davvero ci trovammo
su terreno franco, ed egli mi rispose che ci avea pensato,
ed avea prese informazioni nel paese; ma tutti gli avean
detto che era troppo difficile, e non gli riuscirebbe entrar
altrimenti che come soldato: che invero gli faceano sperare
diventerebbe presto sotto ufficiale, e forse anco ufficiale;
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ma che a dire il vero non gli dava il cuore di ricominciar
da capo così; e se fosse tempo di guerra, potrebbe sperar
di riaver i gradi come gli avea avuti, e ad ogni modo
avrebbe soddisfazione in combattere almeno una volta presso
alla propria patria, e pel proprio principe; ma in tempo di
pace il mestiero militare non gli era mai parato il medesimo,
e il quartiere anche a Parigi, e l'esercizio anche
della guardia imperiale, due seccature. Dolevagli una cosa,
d'aver dovuto alla frontiera nasconder quelle due croci che
gli erano state lasciate fin sulla camicia e sugli stracci
quando era in Siberia; e perchè sapeva che glie le muterebbero
in un'altra prendendo servizio, più volte per
questa ragione avea ripensato entrarci. Ma non se ne sentiva
il cuore, e poichè Iddio l'avea rimesso presso al suo
padre, tant'era vivergli allato e servirgli finchè Dio volesse;
benchè a suo padre non era necessario.... e qui parve
accasciarsi sotto il peso de' dolorosi pensieri, e finì con dire:
«Dura cosa, o maestro, a trent'anni il veder sparire e come
annientarsi per un uomo tutta la vita passata. A trent'anni
non si ricomincia più.» Egli avea ragione, ed io non
gli volevo nè consentire, nè contraddire, e m'avviavo a partire.
Egli mi prese la mano, non so se per serrarmela o
per trattenermi; e poi tolta la marra in ispalla venne accompagnandosi
con me.

Da quel giorno ei mi ricercò molto più, e avendo trovato
il tono giusto su cui andar insieme, ci misimo a parlare
molto sovente; e benchè egli fosse rozzo e senza educazione
di libri, non è a dire come l'educazione della
sperienza e della vita attiva gli avessero conformato tal
cuore e ingegno da svergognare i più colti uomini; nè io,
benchè di vita e professione così diversa, ho trovata persona
mai con cui mi confacessi tanto come con lui. Povero
Toniotto! Mi rimanevano sempre fitti nell'animo que' due
pensieri che avrei voluti tôrre dal suo; che era inutile a
suo padre, e che a' trent'anni non si ricomincia. Ma questo
principalmente mi parea tanto più vero che l'aveva veduto
anche negli altri tornati; chè quelli che erano intorno a'
venticinque anni si facevano facilmente come una vita nuova,
[pg!48]
e quasi non pensavano al passato; ma quelli che eran tornati
co' trent'anni addosso, difficilmente si eran adattati a
mutar vita; e chi non sapeva altro che appiccicarsi senza
profitto al passato, e tentar di rifar la medesima vita, e
scioccamente lamentarsi del presente; ed altri anche rimaner
nell'impresa e morire, ch'eglino stessi non sapean forse
di che, ed io ben credo che era di seccatura. A tutti questi
io aveva sempre consigliato prender moglie, e mi era messo
a far matrimonii, non badando alle celie di coloro che mi
chiamavano il gran matrimoniero. Ed io lasciava dire,
perchè questa credo che sia la sola maniera di rivivere diverso
da quello che si è vivuto; e la moglie se s'incontra
buona, e i figliuoli, che tutti son buoni, sono un balsamo
e un rinnovellamento che farebbe rivivere i sepolti. Ma al
povero Toniotto come si facea? Dico il vero, il pensiero
me ne venne: ma non glie lo seppi mai dir chiaramente;
e girandovi intorno due o tre volte, ei non l'intese; e un'ultima
volta che l'intese, mi lasciò con un aspetto aspro e
di mal umore, che non gli ho veduto mai; e stettimo quindici
dì senza che il potessi raccapezzare a riparlare insieme.
Io vedeva il povero uomo mutarsi di dì in dì, e indurirsi a
un tempo ed accasciarsi sempre più; ben pensai che non
potea durare. Fui, senza dirgliene nulla, in città, e per
certe mie relazioni con un colonnello tentai avergli un posto
di sotto uffiziale; e mi si fece sperare; e tornando gliene
riparlai. Ma egli con un mestissimo sorriso mi ringraziò,
ma non volle; e vidi che il corpo infiacchito gli diminuiva
anche la risoluzione, e benchè ora sarrebbe stata buona e
necessaria a prendersi quella di partire, non gli dava più
il cuore seguirla. Del resto io solo credo, e forse forse
Maria, ci accorgevamo di questo suo infiacchirsi ed ammalarsi.
Non si lagnava mai, non lasciava nè scemava il
lavoro, e questo anche contribuì a farlo peggiorare; mai
non si riposava se non quando potea credersi solo, come
io l'avea sorpreso quella prima volta, ed ora seguendolo
lo sorpresi più altre. Sei mesi passarono; era diventato
come uno scheletro; venne l'inverno; non voleva rimanere
in istalla ozioso; da Maria andava più di rado che
[pg!49]
mai. Appena era qualche giorno scoperta di neve la terra,
egli riprendeva la zappa, e andava a lavorar a un fossato
di viti nel tufo, che era una fatica peggio che mai. Io vi
feci capitare una volta come a caso il medico, che s'informò
di sua salute, e gli disse di lasciar quella fatica, e si
curasse. Ma egli rispose allora, e poi: «Quand'io mi metta
a letto son morto.» E così fu; preso un raffreddoruccio o
che so io, che il tenne in casa, gli venne una febbre violenta,
e mandò chiamare a un tempo il medico e me che
il confessassi, e io 'l confessai, benedetta anima; e poi mi
chiese di veder Maria con Francesco. E dicendo io: «Povera
donna? a che serve?» rispose: «Avete ragione, anzi
fate che non venga; io sono pur un uomo senza forza; ma
ora me ne vuol poca più.» Fu sagramentato, e al terzo
giorno gli si dava l'estrema unzione; trovammogli appesa al
collo una treccia de' capelli di Maria: «Levatela» disse,
«forse ho fatto male di continuar a portarla dopo il mio
ritorno qua; questa, e questo libro di preghiere cristiane
datomi da voi già, mi hanno accompagnato sempre, e tenuto
caldo il cuore in Russia; prendetelo voi con le croci.»
E si tirò il libretto e le croci di sotto il capezzale; mezza
ora dopo perdè cognizione; e un'altra ora, e poi morì.
Quest'è che m'ha fatto lasciar quel paese; e fui poscia da
cappellano in quel regimento dove io aveva voluto far entrare
Toniotto. «E Maria?» dissero alcuni degli ascoltanti.
«Maria visse tranquilla altri quattr'anni; e or sono sei
mesi, assistita da me, che là fui chiamato, e tornai per ciò,
è morta in pace.»

Detto questo, il maestro s'alzò e s'avviò al giardino!
e gli uni dopo gli altri tutti gli uditori, che alcuni mi parvero
commossi dalla storia; altri all'incontro dicevano che
di queste cose, se ci si volesse badare, ne accadono tutti
i dì, e questo non si chiamava nè storia nè novella. Ma
il vero è che nessuno riprese la disputa di prima; nè era
stato altro l'intento del buon maestro. Poco dopo, già non
essendo più persona nel salotto, vi tornava egli, ed io
l'udii che preludiava sul gravicembalo, e intuonava come
[pg!50]
una cantilena d'improvviso molto semplice, e poi incominciava
a cantare a mezza voce, onde io m'accostai, e udii
questa canzone:

   |   Tratto alle pugne oltre all'ignota Moscova
   | Dell'italo guerrier tai fur gli accenti,
   | Mentre ei forbiva al sorger del sol nordico
   |     L'armi lucenti.
   |
   |   Nordico sol, fa, che da lungi splendano
   | L'italiche armi in mezzo all'armi franche;
   | Del sangue ostil oggi fien prime a tingersi,
   |     L'ultime stanche.
   |
   |   Nordico sol, oggi per te dimentico
   | Il chiaro italo sole e l'alma terra,
   | Ove nodrito io fui, che parte Eridano,
   |     E l'Alpe serra.
   |
   |   Ardito e lieto al giorno di battaglia
   | Me veda il Franco, che pur me deride,
   | Primo al giuoco, alla mensa, ai vani cantici
   |     Quando s'asside.
   |
   |   Alle mense, alle danze il pregio tolgasi
   | Il Franco pur: ma sull'arduo ridotto
   | Me segua il Franco, quando il passo sgombrogli
   |     E l'oste ho rotto.
   |
   |   Dimesso il capo, basso il crine ed umile
   | Serba alla stalla l'Arabo destriero.
   | Squilla la tromba? — Ei chiama co' suoi fremiti
   |     Il cavaliero.
   |
   |   Quando scomposto stuolo indietro timido
   | Fugge del soverchiante oste l'incontro;
   | Ditelo, o duci, chi si ferma, e impavido
   |     Si volge contro?
   |
   |   Quando la schiera spalle a spalle accumula
   | Irta di ferro, ed i cavalli aspetta;
   | Chi figge i piè, chi tiene il posto immobile,
   |     O l'arma stretta?
   |
   |   Or ben, terso è l'acciar, la squadra s'ordina,
   | Batte il tamburo, omai suona ogni tromba;
   | Cresce il frastuono; odi, di guerra il fulmine
   |     Da lungi romba.
   |
   |   Ve' come a passo egual marcia terribile
   | Schiera cui duce guidar sembra morte.
   | Ecco i verde-vestiti; or deh proteggavi
   |     L'itala sorte.
   |
   |   Felici voi cui diede il ciel combattere
   | Itali tutti l'un a l'altro accanto:
   | Felici almen, cui resta d'una patria
   |     Il nome e il vanto.
   | [pg!51]
   |
   |   Col Franco, o col German misto, o col Belgico,
   | Franco di nome io pur divido il letto.
   | Ma invano, italo cuore invariabile
   |     Mi balza in petto.
   |
   |   «Giorno verrà, dall'Alpi all'Adriatico,
   | Una favella unirà Italia, e un nome;»
   | Tu 'l promettevi c'hai le man, tu Italo,
   |     Entro sue chiome.
   |
   |   Folle chi in te sperò; te il cielo vindice....
   | Me chiama il duce, ecco la pugna ferve.
   | Si pugni e vinca, e serva il mondo al perfido,
   |     Se Italia il serve.

Finita che fu, ricominciò il maestro ad arpeggiare in varii
toni minori, finchè alzandomi ei si avvide di me, ed io che
ei non mi voleva bene d'averlo a suo malgrado ascoltato.
Domandaigli pure se la canzone era sua, o forse di qualche
ufficiale tornato da Mosca, o forse di Toniotto. Ma egli
non me ne volle dir altro; ond'io credo che sia di lui.
Perchè in gioventù so che fu pastore d'una colonia arcadica,
sonettista, e schiccherator di versi sciolti nelle raccolte.
Ora, colpa o grazie all'età, ei se ne vergogna e non
vuol che si dica.

[pg!52]




LA BELLA ALDA.
==============


Al tempo d'una delle discese de' Francesi per la *comba*
di Susa, che qual sia non lo potrai accertare, avvenne, che
rimasta a guardare il passo importante delle Chiuse una
schiera d'uomini d'arme, questi, secondo il consueto di
tutti gli uomini d'arme, invasori antichi e nuovi, e più
dei distaccati e lasciati indietro, incominciarono in varii
modi a taglieggiare ed opprimere il paese all'intorno. Benchè,
essendo alleati del Duca e provveduti da lui d'ogni
bisogna; ed avendo ordine da' proprii capi di vivere co' terrazzani
come amici; e solendo poi i Francesi, a differenza
di altre genti, e ad eccezione di alcuni scellerati che si
trovano in tutte, essere ladri solamente per necessità, o
tutt'al più per a tempo, e quando, come dicono essi medesimi,
l'occasione fa il ladrone; certo i ladronecci erano
men frequenti che non sarebbesi temuto; e se n'erano
fatti alcuni da qualche mal soldato, e dalla gentaglia dell'esercito,
per lo più anche erano da' cavalieri e da' capitani
severamente castigati; e la riparazione sborsata o da
essi, o dai delinquenti, o tavolta dal Duca. Ma se per soldati
erano radi i loro peccati contro il settimo e il decimo
comandamento di non pigliare e non desiderar la roba d'altri;
tanto più frequenti, forza è pur confessarlo, erano
quelli fatti contro il sesto e il nono, di non usurpare e
non desiderare la donna altrui. È vizio antico e noto de'
Francesi. Noto il famoso macello de' Vespri Siciliani al tempo
di Carlo d'Angiò. Carlo VIII ne perdè il regno. A' tempi
[pg!53]
nostri ne durano vive le memorie, che i posteri cercheranno
nelle storie, e forse nell'opuscolo de' Romani in Grecia,
nelle belle canzoni milanesi del Porta e del Grossi, e
nelle piemontesi del Calvo, e mille altre canzoni, anche
troppe; chè gl'Italiani così d'accordo in cantare, ben
avrebbero dovuto esserlo più in resistere. Come poi in tutte
queste invasioni, così in quella di cui è la nostra istoria, i
Francesi, che qualunque sia il merito personale di ciascuno
di essi, ognuno se lo porta come in mano, e subito lo fa
vedere, e per così dire lo spende e scialacqua in moneta
piccola, dovunque arrivassero incominciavano a farsi ben
volere; nè eran dimorati due o tre dì in una terra o in
una casa che non paressero esservi da gran tempo; ed entravano
a parte de' negozi e de' divertimenti domestici, e
si facevano come della famiglia; e se non era di quella
loro eterna frase del *chez nous*, che monta a ciò, a casa
nostra si fa così, e si fa meglio che da voi; quasi che ognuno
di essi sarebbe paruto nato e cresciuto della famiglia
e del paese dove era arrivato poc'anzi. Ma che valeva?
Tutto ciò era perfidia, e mentre cotestoro parevano aiutare,
adulare, compiacere al padrone di casa, non ad altro miravano
che alla padrona o alla padroncina, di cui insidiavano
la fede e l'amore. Gran vantaggio almeno hanno sopra
questi Francesi, e gran preferenza meritano gli altri invasori.
I quali mostrandosi subito schiettamente e generosamente
quali sono, nè si fanno mai da maschi nè da femmine perfidamente
amare, nè ingannano i popoli soggetti, e dal primo
all'ultimo giorno con ammirabil costanza, non sono un'ora
mai da sè stessi diversi.

I giovani francesi lasciati da' loro capitani a presidio
delle Chiuse nelle terre di S. Ambrogio, S. Antonio, Avigliana,
Giaveno, e l'altre all'intorno, solevano, grandemente
lagnarsi della propria sorte; che mentre i compagni
erano scesi a' ricchi piani, e ridenti colli, e alle popolose
città dell'Italia (e l'Italia per quanto sia bella in realtà, è
più ancora all'immaginazione di tutti i popoli settentrionali),
lagnavansi, dico, i giovani francesi d'essere stati lasciati
in mezzo a quelle rupi, e que' nudi sassi, e que'
[pg!54]
neri boschi, e que' poveri tugurii; «dove» aggiugnea taluno
con un dispettoso sorriso «difficile sarebbe dire se
più sia guardata la onestà di queste misere Alpigiane dalla
loro bruttezza, o più la bruttezza dall'onestà.» E in ciò si
vuol dire che que' Francesi fossero veri conoscitori, e ben
s'apponessero. Perchè le Alpigiane sogliono essere sane e
fresche sì, ma piccole, grosse e tarchiate; e qualunque ne
sia la ragione, di rado è che ritraggano le nobili e regolari
fattezze delle altre Italiane. Immaginate adunque che novità
fosse a que' Francesi sfaccendati, e che stavano ogni
giorno di mercato meno a vagheggiare che a maledir le
donne e le fanciulle sulla piazza di S. Ambrogio, il vedervi
un mattino comparir soletta una fanciulla d'intorno
a' sedici anni, alta, svelta e ben formata della persona;
con mani e piè, che ne avrebbero disgradata qualunque
più gentile fra le damigelle della Reina di Francia; e un
volto! un volto, che all'allegrezza degli occhi, alla leggiadria
della bocca, al color cinerino de' capegli, e più di
tutto alla vivezza d'ogni impressione ed alla grazia dell'acconciatura,
avresti detto francese, se non che la regolarità
del bel profilo dall'alta e piana fronte al rotondo mento
la mostravano veramente italiana; e l'abito snello e corto
poi, lo stretto busto di velluto nero, e il fazzoletto rosso
e grossolano, che mal gli copriva, ma graziosamente le
inquadrava per così dire il viso, la mostravano schietta
Alpigiana. Fu un sussurrio, un accostarsi l'uno all'altro,
un accennar di dita, un affollarsi a lei, un comprarle, in
men d'un ave, latte, ova, e quanto avea nella sporta, e
un vagheggiarla e farle cerchio attorno, e interrogarla, e
volerla seco trarre, che non s'era mai più veduto, ed
avrebbe bastato a confondere una delle suddette sperimentate
donzelle della corte reale, non che una tenera e timida
foresozza com'era questa. Ma ella, benchè alquanto
arrossisse e chinasse gli occhi, e non dando retta, poche
oneste parole rispondesse ad ognuno; non mostravasi tuttavia
troppo confusa; e pareva quasi persona che là venendo,
avesse aspettato tanto, e vi fosse venuta ben apparecchiata,
e che all'incontro di quell'altre sue paesane
[pg!55]
difese da loro bruttezza, ella lo fosse da sua bellezza ed
alterigia. In breve, avendo ella così prestamente finito
di vendere quanto avea recato; senza fermarsi altrimenti,
ma alzando il capo e mirando intorno in atto quasi maestoso,
e messo lo sguardo su un giovane che era in un
canto del mercato, e non avea mai levato gli occhi da lei;
ella, aprendo la folla de' vagheggiatori, dritto a lui s'avviò,
ed egli a lei; ed ambidue poi uscieno della piazza, e s'avviavano
per lo sentiero alpestro che sale alla Sacra o Monistero
di S. Michele. Nè è a dire come tutti la seguitassero
con gli occhi, e alcuni pure co' passi. Ma perchè era il sentiere
molto cospicuo, e l'ora non lontana dal meriggio, e il
mercato grosso, e presenti i capi, niuno s'ardì farle oltraggio,
o nemmeno troppo lungi seguirla. Ed ella a raddoppiati
passi, leggeri e veloce salendo, ora scomparendo, ora
ricomparendo per gli alpestri andirivieni, finalmente svanì del
tutto agli occhi di quegli stessi, che erano rimasti più costanti
a mirarla. I quali forse, per poco di poesia che
avessero in capo, l'avrebbero comparata a qualche Angiolo
di Paradiso risalente al cielo fra le nubi; se non che quel
compagno che traeva seco, dovea guastar la comparazione,
e tarpar l'ali a qualunque più poetica o più amorosa immaginazione.

Ora che che dicessero e pensassero costoro, i due giovani,
perchè giovane era pure il compagno, dicevano in salendo
molte cose distesamente riferite in certa cronaca da me veduta,
ma che io sforzerommi ridurre in brevi parole. Diceva
egli dopo un silenzio di forse un buon quarto d'ora: «Bel
piacere veramente quella calca che ci ha affogati; e quel
chiasso che ci ha assordati; e quei visacci stranieri impertinenti,
che Dio perdoni al signore Duca d'essere alleato di
tal gente sicuramente eretici o pagani od anche peggio.
Avete voi veduto che al sonar di mezzo giorno nemmeno uno
non s'è alzato, nè ha fatto il segno della croce? Maledetti!»
«Non ci avea badato,» rispose Alda. «Ma tu hai ragione,
Giacometto; questi sono visacci e figure come non se ne sono
mai più veduti al mondo; e come forse non si vedranno mai
più, subito che il signor Duca non ne abbia più bisogno; e
[pg!56]
li abbia mandati via. Epperciò appunto è, che io avea tanta
voglia di vederli una volta. Senti, Giacometto; quando fossimo
marito e moglie, e avessimo figliuoli, e figliuoli poi,
udendo da tutti narrare di questi Francesi, ci domandassero:
gli avete voi veduti? com'eran fatti questi Francesi? e noi
non avessimo che rispondere?» «Pah!» riprese Giacometto
allungando e rinforzando il suono, che ne fece rimbombar le
rupi, e prendendo poi tanto più animo egli a sgridare che
vedeva lei ridotta a scusarsi; «che previdenza lunga! che pensiero
di buona mammina! prima del matrimonio pensare alle
storie che s'avranno a contar a' figliuoli che hanno ancora
da nascere e crescere.... Ma ringraziate il cielo, Alda, di
non aver bell'e ora qualche storia a narrare a spese vostre,
di qualcheduno di questi demonii che vi saltasse addosso a
portarvi via, come parevano tutti essere lì lì per fare. E sì
che io li stava adocchiando; e con l'aiuto del nostro santo
Arcangelo san Michele, un po' più che avessero accennato,
soldati, o demonii, o Francesi che sieno, io ne facevo pentire
almeno un paio alla prima con questo mio bastone, che
mai più non mi possa servire contro orso nè lupo, se io, per
San Michele Arcangelo....» «Giacometto, Giacometto» diceva
Alda raddolcendo la voce, «per carità non giurare, e principalmente
non pel nostro santo Arcangelo, che non si adiri
contro voi e contro me, e ci voglia aiutare in ogni nostra
bisogna. Ed io vi confesserò, se volete, che ancor io quando
mi sono trovata là in mezzo a quella calca, ancor io me
ne sono sbigottita; che non avrei voluto esservi venuta mai
più. E, a dirvi il vero, anche prima nello scendere, appunto
quando giungevamo qui presso, già me n'era ripentita. Ma
voi con quel vostro eterno contraddire e lagnarvi, me n'avevate
fatto prender l'impegno; che se non era.... or bene,
è finita, non se ne parli più.» «È finita? Non se ne parli
più? No, che non è finita; e sì che ne voglio parlare; e
che non mi piace quel fare le cose a modo suo, sempre voler
girare il mondo, or qua or là, e poi dire, è finita, non
se ne parli più.» «Girar il mondo? vi par egli, Giacometto?
incominciate voi a dirmi ingiurie? Povera me! Meschina
me! Girar il mondo, perchè una volta sono andata al mercato
[pg!57]
a Giaveno, ed una volta ad Avigliana, e sempre con voi,
Giacometto; e voi mi dite che voglio girar il mondo, e mi
trattate come una cattiva donna. Povera me! che sarà di
me?» E qui la fanciulla si diede a piagnere e singhiozzare,
e Giacometto a intenerirsi; ma non essendo tanto ben educato
da domandarla con delicata tenerezza: «Alda, tu piangi!»
le disse più alla grossa: «Alda, tu sai ch'io non voglio che
tu pianga. A che serve? quello che è fatto è fatto; e poichè
il cielo ce ne ha salvati, ringraziamolo pure, e pensiamo
a non rimetterci a' medesimi pericoli. Vedi, Alda;» e in
ciò le prese la mano, e finchè durò largo il sentiero, camminarono
così lato a lato, e mano in mano. «Vedi, Alda; se
io ti sgrido, e mi sdegno per questo tuo capriccio di girar
il mondo; voglio dire d'andare così una volta a Giaveno, una
volta ad Avigliana, ed ora a Sant'Ambrogio, gli è perchè
penso anch'io all'avvenire; e se abbiamo veramente a sposarci
a questa Pentecoste, ed io poi andar su a' pascoli alla
montagna, e lasciarti sola a casa ogni anno tutta la state;
vedi, Alda, che pena sarebbe pensare io solo di là su: chi
sa s'ora Alda non è a casa, ma a girar il.... voglio dire, chi
sa a Giaveno, chi sa ad Avigliana, e chi sa in mezzo a que'
maledetti Francesi con que' loro occhi spiritati! nè io allora
sarò lì ad impedire ciò che potrebbe succedere, nè a saperlo
nemmeno. O Alda, Alda, io vorrei che tu amassi il paese
come lo amo io, che non vo mai volentieri più in là di cento
braccia dal bel campanile del monistero, e della casa di
tuo padre.» E qui dice la storia che anche a Giacometto
scesero alcune più poche, ma più grosse lacrime sulle guance.
Ma essendo questo non dubbio segno del loro vicinissimo
rappacificarsi, noi non seguiremo più oltre la cronaca, nè essi:
che insieme arrivarono, e poi si lasciarono alla casa de'
genitori di Alda. I quali, servi o contadini che si dicano
della badia, erano di quei pochissimi che abitavano lì vicino;
non essendone mestieri più a coltivare quelle poche e povere
terre alpestri là su; troppo diverse dalle molte e ricche, possedute
da' monaci per munificenza de' principi, ne' piani di
Piemonte e Lombardia. Là intorno poi quanto era di terre,
case ed uomini, tutto era della badia; e così anche Giacometto,
[pg!58]
orfano e solo, adoprato nell'interno del monistero alla
cura degli armenti. I quali riducendosi all'inverno nelle
stalle, alla primavera pascevano i prati all'intorno; ed alla
state eran poi condotti a quegli altissimi piani, o somme valli
che si trovano in quasi tutte le alpi, ed Alpi sono dette per
antonomasia da' paesani. Nè vi ha terra, casa od abitato colà;
ma ad ogni pascolo una bassa capanniccia, che mentre
l'armento consuma l'erbe, serve al pastore a raccoglier sè
talvolta e il latte e il vasellame da fare il cacio. Nè, durante
que' pochi mesi, finchè è finito il pascolo o la stagione, il
solitario Alpigiano scende mai da quella sua terrazza, dov'è
quasi un San Simone Stilita sospeso tra cielo e terra; nè
vede viso d'uomo più di tre o quattro volte, che la donna
o i parenti vengono a rinfrescar sue provvissioni, e riportar
giù i caci fatti. All'autunno, prima delle prime nevi, ei
s'affretta a discendere. Che se i ghiacci ingombrassero i passi
già per sè pericolosi, e frequenti di rozze croci, segni di non
radi accidenti succeduti nell'istessa state; vi avrebbero a
perire inevitabilmente gli armenti, e mal potrebbe salvarsi,
quantunque destro e di sicuro piede oltre ogni credere, l'istesso
Alpigiano.

Due o tre giorni passarono dopo quella, non so s'io dica
con Alda innocente gita, o con Giacometto dannevole scorreria
per il mondo, senza che in quel mondo della Badia succedesse
cosa degna di memoria, o che turbasse la pace solita
del monistero, o quella anche più solita de' poveri abituri.
Ma una sera, come cadeva il sole chiarissimo dietro il Monginevra
e il giogo dell'Altaretta, s'udì un certo tocco di
campana, che era la chiamata a concistoro delle principali
dignità del cenobio. E perchè non era il giorno nè l'ora
solita a ciò, meravigliandosene i villanelli, incominciarono a
sbucar fuori ognuno dalle loro casucce, ed a mirar prima al
campanile, e poi chi qua, chi là in aria e in terra; come se
mirando, avessero a scoprire che cosa fosse quella che avea
data occasione alla straordinaria chiamata. E sì che delle
cento volte, novantanove avrebbero potuto mirare da mattina
a sera, senza per ciò indovinare, nè dai moti della campana
nè da nessun altro segno visibile, quale o quanto fosse il
[pg!59]
soggetto delle importanti deliberazioni di quel consesso. Ma
questa volta fu l'una delle cento che potè essere satisfatta
lor curiosità. Perchè tutti quelli che mirarono in aria non
iscoprirono nulla, nulla quelli che mirarono in terra verso a
ponente, nulla a settentrione, nulla a levante; ma coloro che
a caso rivolser gli occhi a mezzogiorno verso il pendio più
lene da quella parte, e la via più larga che dalla Sacra scende
a Giaveno, questi, dico, credettero prima vedere, e poi certo
videro e chiaramente distinsero venir su per la via una fila,
che chi diceva di dugento, chi di cinquecento ed anche più,
ma in vero erano da sessanta cavalli francesi, con innanzi il
trombettiere che di tempo in tempo s'udiva far risonare le
valli, ed alla testa il capitano, le armi di cui più brillanti si
vedevano luccicare a' raggi orizzontali del sol cadente, e in
ultimo la bandiera vivamente sventolata dall'aria notturna
che sorgeva. «Che sarà? Che vengono egli a fare? Che
succederà?» Siffatte questioni generali, e sminuzzate in cento
altre parziali ed incidenti, colle loro rispettive risposte, agitavansi
a un tempo dentro e fuori il sacro recinto senza conclusione;
finchè a un tratto ed or vicinissima s'udì la tromba
intonare come un ingresso trionfale, e si vide la schiera alla
sfilata passar tra le casucce, e seguita da tutti i loro abitanti,
arrivare alla porta grande del monistero. La quale aprendosi,
compariva addentro un'altra schiera più numerosa, che
trattandosi di resistenza avrebbe potuto farne una gloriosissima;
se non che era schiera di pace, e tutt'altro che militarmente,
addobbata a processione; tanti monaci, due a due,
co' visi bassi, le mani dentro alle larghe maniche, e l'abate
innanzi a tutti in rocchetto, il volto tra umile e maestoso,
una barba lunga e bianca più del bianchissimo abito, ed accanto
un fraticello che gli portava l'acqua benedetta. Veduti
i quali dal capitano, che giovane e di gentil apparenza era
subitamente sceso da cavallo, e rispettosamente inchinato,
prese dell'acqua benedetta, e in lingua francese molto ben
intesa dall'abate, dissegli poi: come essendo giù nella valle
gran carestia di fieni e d'altre vettovaglie, ed anche essendosi
udito di certe mosse de' nemici del Re di Francia e del
Duca per le parti di que' monti, i capitani superiori suoi aveano
[pg!60]
pensato mandar alcune truppe a stanziare al monistero
per difenderlo; ed egli per divozione al santo Arcangelo, e
per aver cura che la sua gente non facesse cosa men grata
ai reverendi monaci o al reverendissimo padre abate, avea
voluto egli stesso condur la schiera, e dimorar con essa finchè
fosse d'uopo. L'abate rispondeva nella medesima lingua:
che quantunque piacevole fosse a lui personalmente l'aver ad
esercitar l'ospitalità verso un gentil cavaliero, e compiacere
al signor Duca, o al Re di Francia; tuttavia come abate di
quel santo privilegiato monistero, era dover suo principalissimo
serbarne illese le immunità, nè concedere che, lui vivente,
contro l'esempio degli antecessori, a danno di tutti i successori
s'infrangessero quelle. Così dicendo faceva un cenno,
ed avanzavansi due monaci, probabilemente l'archivista e
il segretario, con una dozzina di rotoli di pergamena, i gran
suggelli pendenti; e mentre l'uno teneva il fascio, l'altro
incominciava a srotolare, e leggeva dal Noi per la Dio grazia
re o imperadore, fino alla firma, senza perdonarne parola.
Finito il primo diploma, afferrava il secondo, e s'apparechiava
a darne, non meno che de' dieci altri, distesa lettura.
Ma il giovane francese, seccato di quelle lungaggini, soverchiatore
come ogni conquistatore, e in particolare come quell'altro
Francese o Gallo, forse antenato suo, che mentre si
stava pesando o disputando l'oro a lui pattuito, buttò la spada
di soprappiù al contrappeso su la bilancia; il giovane, dico,
ch'avea altrettanta furia, ma pur un po' più di cortesia,
avanzata la mano, impedì dolcemente che si srotolasse la seconda
pergamena, diè per conceduto e riconobbe qualunque
privilegio avesse o potesse avere il monistero, e ne allegò
egli all'incontro uno solo; il privilegio della guerra, e della
necessità che dovea scusare chi gli avea dato quel comando.
Perchè, quanto a lui non gli abbisognava nemmeno quella
scusa, bastandogli l'ordine ricevuto, che ei doveva e farebbe
eseguire. Molte altre parole passarono poi in questo negoziato.
Il quale, come tutti quelli dove sta da una parte tutto
il diritto e dall'altra tutta la forza, incominciò con proposizioni
differentissime, anzi contrarie; ma la parte giusta già
sapendo di dover cedere, ogni suo sforzo suol essere di cedere
[pg!61]
il meno possibile, onde quando si crede a tal punto, ella
s'affretta a conchiudere per paura di riperdere quello che ha
pur salvato. E in somma tra il vecchio padre e il giovane
capitano e' si conchiuse: che non potendo quegli acconsentire
a niuna diminuzione di privilegi, ma non avendo forze
da difenderli, nè concedeva nè impediva che i soldati si alloggiassero
fuor delle mura del monistero, come potessero.
Ma fu poi tacitamente, e quasi articolo segreto, stipulato che
al mattino appresso ne ripartirebbero la metà, e il capitano,
non come capitano, ma come ospite e divoto del Santo, con
quattro o cinque de' suoi, fin da quella notte albergherebbe
entro il sacro recinto. Fatto l'accordo, i frati a un cenno
dell'abate, i soldati al comando del capitano, fecero ognuno
dalla lor parte un *dietro fronte*, spargendosi quelli nelle lor
celle, questi nelle casupole de' contadini: mentre i due alti
contrattanti se ne furono insieme amichevolmente a più lauta
cena nelle camere dell'abate; e fu poi il capitano condotto
alle sue, nella ben apparecchiata foresteria.

Il mattino appresso all'alzarsi del cavaliero, mentre stava
a comporsi non senza arte la bionda chioma e la barbetta
ricciuta, e vestire il *sottabito* di pelle di camoscio, e cinger
la spada, abbigliamento solito de' cavalieri, quando non essendo
in marcia nè in battaglia non vestivano a ferro; entrò
in camera a lui uno de' suoi uomini d'arme, una tal figura
che non sapresti dire se le sue fattezze fossero scolpite a
ritrar più grossezza o più astutezza, più rozzezza o più corruzione.
Eravi ogni cosa insieme, ma l'astutezza pareva essere
soverchiata da ciò che il furfante aveva in animo o stava
per dire. «Son partiti i nostri uomini, Uberto?» incominciò
il cavaliero vedendolo entrare. «Signor sì» rispose colui. «Il
vostro esercito è ridotto a metà. Grande imprudenza, se
m'è lecito dire, a un capitano che abbia a difendere questi luoghi
dai nemici di sua Altezza il Re di Francia e de' suoi
alleati. Trenta cavalli soli....» «Uberto, lascia tue celie,
che sei cattivo giullare, il sai nè t'ho menato qui, nè ti pago
per ciò; trenta cavalli sono anche troppi per l'impresa che
siam venuti. A tali cacce basta e soverchia un solo bracco
come tu. Hai tu tracciato nulla?» «Signore! signor mio,»
[pg!62]
riprese lo scaltro che voleva innalzar i proprii meriti, «per
carità, signor mio, com'è possibile? Giunti ieri notte, stanchi,
senz'albergo; mentre vossignoria stava qui a cenar grassamente
da monsignor l'abate, noi fuori a far gli alloggi,
governar i cavalli, veder ognuno che si potesse avere per un
po' di cena da questi villani. E in verità che pare ci sia
passato tutto l'oste col *banno* e l'*arrier banno* di Francia,
tanto son rasi e tosi, e fra due giorni se non ci fa provveder
la signoria vostra, e' sarà forza disalloggiar tutti. E' si
sta troppo male; e per quanto dicessi io, i soldati incominciano
a mormorare.» «Bene bene, si provvederà, e si manderà
via l'altra metà; ma io qui solo senza pretesto non vi
potevo venire; e se tu non fossi un poltronaccio, e m'avessi
scoperto alcun che, come dovresti, invece di dormire....»
«Così tardi come vossignoria, eh! Ma la mi perdoni, io non
ho detto di non aver fatto niente; ho detto che era difficile;
pareva impossibile. Tuttavia....» «Tuttavia, tuttavia, vuoi
tu finirla, sguajato, e non farmi anelar così. L'hai tu trovata
o non trovata? C'è o non c'è? S'avrà o non s'avrà?»
«Eh, eh, signor mio, che fretta! ma poichè ella mi fa
l'onore di paragonarmi a un can bracco, ella rimane il cacciatore,
e mi scusi se le dico che ad ogni caccia ei ci vuol
flemma; e a questa poi credo ce ne vorrà più del solito. In
somma è scoperta, è qui presso la fanciulla; ogni cosa bene,
se non fosse d'un innamorato indemoniato, quello stesso che
l'altro giorno ci fece mancar la starnotta, e me la tolse come
di gola. Benchè jeri sera il buon uomo m'ha pur fatto servizio.
Pensi vossignoria che gli uomini erano già tutti alloggiati;
io solo no, perchè non avendola veduta svolazzare,
sperava pure che qualche caso m'avesse a far iscoprire il
nido; ed ecco a notte già quasi buia tornar cogli armenti lo
scioccone, le braccia pendenti, e l'aria smemorata; finchè
veduto su una porta uno de' nostri soldati, fermavasi innanzi
tutto stupidito, apriva gli occhi e più la bocca a mirare, riscuotevasi,
lasciava andar vacche e buoi, ed entrava precipitando
per quella porta. Io l'aveva adocchiato già, e senz'altro,
qui è, diss'io; e fui là, ed entrai, e vidi la fanciulla,
e il gonzo appresso, con un'aria fra truce e sbigottita, che
[pg!63]
si faceva raccontar il gran caso del nostro arrivo, e voleva
dar nelle smanie, e non s'ardiva, che era uno smascellarsi
dalle risa.» «Bene» disse il cavaliero, «hai tu subito mandato
via il soldato, ed alloggiatovi tu?» «Mai no; la mi perdoni;
avrei fatt'io mai siffatto errore? Disalloggiar quello? ficcarmi
io a luogo suo? che maniera di metter sospetto nella casa,
e fuori in tutta la compagnia? Massimamente, che sapendosi
da tutti oramai la fiducia di cui m'onora la signoria
vostra, e la fiducia de' superiori essendo sempre invidiata....»
«In somma diraimi tu a che ne siamo?» «A ciò:
che il soldato fu naturalmente questa mattina di quelli ordinati
per partire; ed io che apposta non avea preso alloggio
stanotte, ed ero stato a dormire con un altro, gli sono sottentrato
stamattina; e sto là fermo e stabilito, come sarebbe
appunto un cane coricato alla bocca del covile ad aspettar
il coniglio, o una serpe nel nido; benchè la serpe, licenza
parlando, è vossignoria, che s'ha a mangiar ella l'uccelletto.»
«Bene, finisci l'impertinenze, ed ecco il primo degli scudi
d'oro promessi.»

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe
cose brutte e sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma
io non sono di quelli che vi si dilettano, e se hanno a spiegarti
qualche squisita scelleratezza, e' non te ne sanno perdonare
la menoma particolarità. E benchè il parer intendersene,
e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son
tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù,
or non più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa
apparenza d'ingegno e maestria oltre il comune; ed all'incontro
sembri cosa volgare e dabbenaggine il sovente ammirare
e compiacersi della bontà altrui; tuttavia lo confesso, io
non narro con amore, e non mi piace dire i particolari se
non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E ricordomi
che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder
tanti bei monumenti, e per una certa natural disposizione che
credo avrei avuta alla professione d'antiquario, avendo preso
a studiare il Winkelmann delle arti degli antichi, fui lietissimo
di trovarci fin da principio questo bellissimo precetto
troppo mal seguitato dalla maggior parte de' così detti conoscitori,
[pg!64]
professori o dilettanti; che incominciando a giudicare
dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire, conoscere
e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare
e studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando
le bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e
diventano capaci di riprodurne altre simili; dove avendoli
sempre fermi sulla brutezza, benchè si faccia con pensiero
di fuggirla, sovente per forza d'abito ci si intoppa. Quando
anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la brutezza, nol
sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo
e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così
credo sia de' costumi degli uomini; che chi cerca, studia e
contempla i dolci e buoni, addolcisca e migliori i suoi proprii
naturalmente; dove chi s'avezza a contemplar sempre i
costumi cattivi e feroci, non può a meno di non oscurare ed
abbruttire i suoi. Nè è questa poi, ben sollo anch'io, tutta
scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in
una parte della loro vita, od anche in tutta sembrano per
destino collocati sì fattamente da non iscorgere mai dappresso
nulla di veramente bello o buono o grande. Ma so
pure che questo è caso più rado che non si pensa; e il maggior
numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con
poco diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella,
ovvero alla scura e brutta della umana natura. Le mie
narrazioni sono dirette a' primi, o de' secondi a chi abbia
buona intenzione di passare, come gli sia possibile, tra'
primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva
impressione il leggitore abbia dal riferito colloquio potuta
prendere del cavaliero; questi tuttavia non era, nè uomo interamente
corrotto, e, come se ne trovano, vecchio peccatore
in giovane età; nè nemmeno un ragazzaccio senza parenti,
nè educazione o scappato di casa. Era di nascita ed educazione
gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una
sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un
anno innanzi partito da lei candido quasi come ella stessa.
Nè era poi stato mandato all'oste solo, e senza altra cura
dei genitori, come fanno taluni che finchè hanno i figliuoli in
[pg!65]
casa li tengano attaccati alle gonne della mamma o della balia;
e il dì che li rilasciano, non ne prendono più pensiero.
Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore
di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori
della corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto
per via mezzo infermo, mezzo disgustato, ed era a lui
sottentrato nella fiducia del giovane quello scellerato d'Uberto.
Il vecchio amico non avea potuto fare che il giovane non istesse
più volentieri co' giovani che con lui, e non prendesse
loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi erano
cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come
di conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori
e d'invasori è di natura sua così perfida e maligna,
da guastare anche gli uomini che sarebbero buoni per
natura sua. Onde Toniotto, quell'amico mio che servì in
Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo veduti
i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, nè possiamo
dire averli conosciuti in generale, nè immaginare quanto
diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro.
Così è, diceva egli, che quella facilità che hanno, e ci par
incomoda talvolta, di stabilirsi senza complimenti a casa altrui,
li fa al lor paese aprir le proprie case ed esser ospitali,
con una grazia che non è di nessun'altra gente. Così quello
sprecar e buttar via i quattrini per vanità e spensieratezza
che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur confessarlo,
senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa, quando
sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori;
onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio
farsi onore con la metà di quello che ci vorrebbe ad ogni
altro. Così quell'arroganza impertinente a casa d'altri di
dirsi il primo popolo del mondo, si riduce a casa loro, dove
non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad una tal qual
giusta alterezza ed una fiducia di sè stessi, che non istà male
agli uomini, nè uno ad uno, nè come nazione. Finalmente
quel loro stesso peccato capitale, di che fanno conquistando
sì grande scandalo, non comparisce di gran lunga tanto a
casa loro, e quasi direbbesi che ne sieno rei meno che nessuno.
E si vuol anzi confessare che non è forse paese dove
[pg!66]
si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie di
parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne
bene occupate de' maneggi di casa e della buona educazione
de' figliuoli. E perchè le lingue e principalmente le parole
e le frasi che si trovano in una e non nell'altra, sempre mi
parvero indizio non disprezzabile de' costumi delle nazioni;
io osservava poi che i Francesi sono i soli che abbiano la
parola *ménage*, che comprende tutta la famiglia vivente insieme
al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche
la materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma
che è sotto al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano
due belli e dolcissimi modi di dire, *bon ménage* e *bonne ménagère*.
Voci anche queste che non suonano se non in Francia,
e di cui la realità vi si trova, al dir di Toniotto, più
frequente che altrove. Nè potrei dire io poi quanto mi satisfacessero
questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il
divino precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia
propria natura amorevole o forse molle, mi portavano ad
amar tutti gli uomini e a trovar in tutte le nazioni da me
conosciute, insieme con alcuni vizi o difetti proprii, molte
qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra poi non
solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso
e promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e
barbaro, e nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati
da noi stessi mi additavano in ogni straniero, con qualunque
nome d'amico o d'alleato si chiamasse egli, un nimico
da combattersi per tutti i miei concittadini secolari, e
per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e conceputa
da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra
o a casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli
occhi, e intesi come quei due sensi d'amore e di nimicizia
possano amendue esser giusti e stare insieme. D'allora in
poi, satisfatto del mio cuore, senza ritegno e senza scrupolo
mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù particolari
d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e
senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e
carico di vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice
qualità di conquistatore.

[pg!67]
Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura
di digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir
la storia, torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato,
e Uberto il tentatore, e il Francese giovane e fragile alla
tentazione. Era pensiero di questi due ultimi, venuto al
primo, e approvato dal secondo, ora che Uberto s'era ficcato
in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli andamenti,
e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e
adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche
deserto pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a
qualunque faccenda in qualche simile solitario luogo, tendervi
un agguato; e tra Uberto ed un suo fidato compagno rapir
la fanciulla imbavagliata, e nasconderla fino a notte, e poi
portarla giù in una cascina deserta già apparecchiata a ciò
nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe raggiunta
il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse
nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra,
ora dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato
il momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro
in parte fallito per l'amorosa gelosia di Giacometto. Il
quale non solo trovò modo di far sottentrare alcuno de' suoi
compagni nella cura de' pascoli, ed egli rimanersi alla stalla
del monistero; ma lasciando pressochè del tutto stalla e monistero
ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi intero
il dì e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda,
o guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al
segreto luogo dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce
starvi troppo appresso per paura di svelarlo, ma non ha cuore
di perderlo d'occhio; e va e viene e lascia, e mira da lontano
e torna, e di tempo in tempo trova qualche pretesto di
seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente è appieno
tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della
porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte
le faccende fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella
stessa, che, se era alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima
fanciulla: e benchè rozza ed inesperta, e benchè non ne
dicesse nulla a persona, s'era pur accorta di qualche scellerata
intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi andar
[pg!68]
fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa,
e, come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla
a poco a poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con
intenzione di riuscir a due colpi in un tratto, provò a farle
intorno l'innamorato. Ma quand'anche la fanciulla non fosse
stata virtuosa, ella era troppo altiera da dover dare orecchio
a costui non giovane, non bello, non tenero la metà come
Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a cui
mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente
si ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella.
Aveva osservato che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto
a malgrado della sua gelosia era sforzato di lasciar la
guardia de' posti interni ed esterni della casa di Alda, per
ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e si disponeano
per la nottata. In seguito della quale osservazione
lo scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi là
su. Erano tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar
in un angolo del camino; il padre dall'altro lato a bere insieme
con Uberto il vino d'Asti che questi avea recato; Alda
ad apparecchiare la cena, epperciò ora affaccendata in questa,
ora in quella parte della cameruccia, ora rannicchiata
presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara
quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir
presso alla porta un susurrare e disputare insieme come di
due o tre soldati, ed Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi!
è questa l'ora di star fuori e turbar la pace della
buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il signor capitano....
Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io....» Ma lo
sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco
uno strido: «Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta;
e precipitarsi addentro due soldati, facendo chiasso come di
quattro e sei; ed Uberto ad alzarsi, ed alzandosi dare una
spinta alla pentola e scompigliar il fuoco; e in quella mezza
luce, e quella confusione, uno de' soldati afferrar la fanciulla
e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio, e portarla
via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in
parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada
[pg!69]
e far lo spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener
loro dietro come per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento.
I due rapitori non avean dato tempo ad esser conosciuti;
Uberto avevo fatto sembiante non che d'innocente, ma
di soccorritore; e i contadini credendola una baruffa di soldati,
non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così la
meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento
passi, quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e
stancando perciò colui che la portava, egli la mise un momento
in terra per legarla, o meglio prendersela e portarla
in due. Ma ella, come fu su' suoi piè, valendosi dell'istante,
fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a saltare e volare
su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e
pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la
seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto
i compagni, e senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi,
aiutava ad inseguirla, e chiuderle i passi. Così è che ella
non volendo mettersi nella campagna più che mai deserta a
quell'ora, si sforzava nella sua fuga non allontanarsi dall'abitato
e vi girava intorno e s'accostava al monistero, dove
sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso il
passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva
incontro alla parte opposta della cinta e si metteva per un
ciglione scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un
piè tra le altissime mura sovrapposte e il precipizio più alto
e non meno a dirupo che sta di sotto. Quivi innoltrandosi
con pericolo, a malgrado della sua destrezza, grandissimo, la
inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori; appunto
come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia
di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii,
finchè vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma
egli e lo guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che
allora si è appunto, quando il cacciatore gli pone sopra a
bell'agio gli occhi e lo schioppo, e lo fa morto precipitare
nella frapposta valle. Così la meschina Alda giunta molto
innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove
questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la
rôcca sotto non fanno più che una sola superficie diritta a
[pg!70]
piombo, fermavasi quatta quatta e senza gridar nè fiatare,
sperando non essere in quello spaventoso luogo seguita. Ma
quale orrore, qual brivido di morte fu il suo quando le parve
vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi scellerati tentennanti
avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser più
d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime
strida per chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano
aiuto, quand'anche fosse udita, poteva impedire che quelli
non la raggiugnessero ed afferrassero, e la portasser poi via,
o la precipitassero. Meglio precipitar sè stessa; e mirava in
giù se scorgesse luogo meno diroccato, o rovo o ginepro che
la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva vedere.
Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva
mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore
speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza,
combattitor de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi
a un tratto compresa di sovraumana fede e fiducia, guatò,
fissò gli scellerati; e «Fermatevi», disse, «o ad ogni modo
non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già essendo a
dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un
altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto
anima; già sentendoseli incontro, già sendone come
tocca, nomò San Michele, incominciò: «Nelle tue mani,
o Signore....» e finì in aria la preghiera dell'ultime speranze.

Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la
vergogna de' tre birbanti; e massimamente quando comparvero
sopra le mura del monistero prima una e poi un'altra,
e poi cento fiaccole; e sendo scoperti, e pensando alla ritirata,
temettero fosse loro recisa, e a dispetto del pericolo si
affrettarono anche più che non venendo. Nè dirò di Giacometto,
il quale, come era sempre colla paura addosso che
succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse
il chiasso destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e
udito il caso, senza sostare od aspettare un compagno, erasi
avviato dove gli si accennava; benchè essendo notte scura, e
la fuggitiva cogli inseguenti molto innanzi, non sapeva dove
andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida di Alda sopra
[pg!71]
il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di volo.
Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre
che tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di
uno contro tre, ed all'arma che aveva in mano, una lunga
forca da stalla, egli sperava o per forza o capitolazione riavere
l'amata, e presentando il triplice ferro al petto del primo,
gliela domandò. Esitando questi, e non rispondendo
altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di ferire;
Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza,
gli diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio,
come avrebbe fatto d'un mucchio di fieno o di paglia,
lo scagliò. Intanto giugneano due o tre de' suoi compagni
stallieri con simili armi, e il combattimento essendo troppo
disuguale, i due soldati superstiti, uno de' quali Uberto, ebbero
per forza ad arrendersi, gettar le spade, e lasciarsi legar
dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che essendovi
già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener
Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva
ammazzar gli scellerati, e dava in furie, e voleva sè stesso
precipitare, quando incominciò uno a dire che giù, nella valle
si vedevano lumi e si udiva un gran gridare e sclamare, e
poi crebbero i lumi e le grida, e ben s'apposero, che era
venuta gente intorno ai due precipitati. Nè sorgea perciò
speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo
l'orecchio in terra, incominciò a dire che là giù gridavano
miracolo, e tutti a far come lui, e Giacometto principalmente.
Furonvi di quelli che udivano, e di quelli che no, e Giacometto
era ora uno de' più creduli, ora de' più increduli; ma
in breve tutti s'accordarono in dire, che il grido là giù era
certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che fosse,
incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare,
e tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i
sentieri che andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i
prigioni. Ma fatti alcuni passi, e venuti dove s'allargava la
via, erano fermati e ricacciati indietro dalla schiera de' Francesi
che venivano in buona ordinanza, e le spade in mano ad
aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una parte:
«Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;»
[pg!72]
e dall'altra: «\ *Man bassa sulla canaglia, man bassa*, ammazza,
ammazza.» Facevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento
del succeduto, o timore di quello che potea succedere,
sforzavasi in ogni maniera per rimetter pace; e solo che
gli dessero i delinquenti, prometteva di farli egli castigare, e
che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da' terrazzani
furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano
per incominciar le ferite, quando comparì la processione de'
monaci colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando.
I quali, ristando ognuno per rispetto, si misero tra le
due schiere opposte, e finito tranquillamente il salmo, che
diè tempo alquanto a sostarsi l'ire, incominciò l'abate una
esortazione alla pace, dicendo: che sarebbe gran peccato e
grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al signor Re
e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati
tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di
bravi soldati d'accordo in punir i delinquenti si combattessero
e scannassero senza profitto; che sarebbe ora tanto peggio,
e l'ingratitudine degli uni e degli altri tanto più grave
e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva fatto, come egli
udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui ammirare
ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste
ire. Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto
quel chiasso non era così per rimanere, se non uno degli
scellerati già punito, i due altri serbati a castigo ed esempio,
e la vittima, la innocente insidiata vittima miracolosamente
salvata a maggior gloria di Dio, del santo Arcangelo e della
sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il santo
abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa
de' contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero
in mezzo i due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi
dietro, si raccolsero al monistero, mentre i contadini si dispergevano
e si precipitavano co' lumi in mano giù per li sentieri
verso alla valle. Dal fondo della quale poi in breve
videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi
raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora
farsi un solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte
parti a mezzo cielo. Nè Giacometto aveva aspettato il fine
[pg!73]
dell'*allocuzione* dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo
oramai non si combatterebbe, e del resto poichè
sperava salva l'amata, avendo più fretta di rivederla che di
vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri, ed era venuto giù
per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

Nè io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui
descrivere o l'affanno crescente del giovane quanto più
s'appressava a quella folla là giù; o il suo palpitare quando
chiaramente udì ridire miracolo, e udì nomar Alda, ed egli
gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era risposto,
ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si
precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo
egli, viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai
bella, alzata in braccio da' circostanti, portata a cielo dalle
loro lodi, e cospersa di un rossore che non sapevi se era
resto di quello animosissimo e santo sforzo fatto da lei, vergogna
delle ben meritate lodi, piacere e gloria di esse, o
finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore,
tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed
affetti insieme e molti altri erano probabilmente. In breve
si avviarono tutti quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della
Chiusa su per lo monte, con quelli detti di San Michele, e
insieme giunsero alla porta del monistero. E benchè l'ora
fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in quella, tutti
pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale schierati
là innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali
ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente
tocca dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando
il *Te Deum* entrarono in chiesa e cantarono poi il
*Magnificat* e la *Salve Regina*, e molti altri salmi e cantici
in onore della Santissima Vergine e del Santo Arcangelo
combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e gli
altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono,
passò così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già
partiti i Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse
ricondotta da' parenti, dagli amici e dall'amante la bella e
forte fanciulla, così miracolosamente uscita pura dalle zanne
del leone e dalle zampe de' lupi insidiatori.

[pg!74]
Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica,
non a passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto
stile, come succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari
di luoghi e di processioni, dice a modo di compendio:
che il medesimo anno (ella non avea detto quale) la
bella Alda e Giacometto si sposarono, nè li nomina mai più.
Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto grandissimo
romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in
Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di
Francia, che facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte
del Re non che rendersi giustizia e far satisfazione al Duca
e all'Abate (perchè alla fanciulla e a' suoi parenti non par
che il cronachista le pensasse dovute), alla corte di Francia
s'era negato, nefando a dire, lo stesso miracolo; onde poi
molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce questa storia
nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore
possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani
vivessero poi lungamente e felicemente insieme, e finissero
in pace. Notizia, che cercatissima da me intorno alle
persone per cui ho preso interesse in una storia, e pur tralasciata
troppo sovente non solo da questi rozzi annalisti, ma
talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè dopo
aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante
quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine.
A me all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta
la felicità di nessuno senza quel *finiva in pace*. Qui poi il
mio rincrescimento che l'autore, se il poteva, non ce l'abbia
detto, è tanto maggiore, che forza è pur confessarlo, altre
leggende e tradizioni narrano tutt'altrimenti il fine di questa
storia.

E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina nè
punto nè poco Giacometto o suo amore. In secondo luogo,
fanno Alda precipitata non dal dirupato ciglione, ma da una
finestra. Terzo, aggiungono, che insuperbita ella tentò Iddio
e rifece per danari il medesimo salto, ma vi rimase degnamente
punita e morta. In ultimo una certa breve notizia
della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel
secolo o nel precedente. Ora io non voglio entrare in una
[pg!75]
discussione critica della preferenza che merita la cronaca
mia, benchè ne sarebbe a far una bella dissertazione accademica
di storia patria; e lascio anche la disputa di Giacometto,
e quella della finestra o del ciglione. Sì dico, mi
pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque
insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare
il pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi
pare si debba, ammettere le universale tradizione di questo
secondo salto fatto per motivi umani; questi forse sarebbero
molto probabilmente trovati, seguendo la narrazione mia, e
ponendo poi tutta la storia verso il 1200 o 1300. Perchè
qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo non
meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una
religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza
profondo per non tentarlo. Ondechè non approvati mai
dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di
alcuni ecclesiastici erano appunto quelli che si chiamarono
*Giudizii*, ma furono vere tentazioni *di Dio*. Quindi è che
raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe
dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola
i Francesi, e il principal argomento del primo essendo
l'asserire il miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero
poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare,
e la fanciulla, inclinata alquanto come vedemmo a vanità, vi
si lasciasse persuadere. La qual interpretazione mi par naturale
e buona, e non vi posso vedere difficoltà, se non una;
ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata fare dall'innamorato
Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega.
Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello
sposo ire a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero
succedere tutte quelle brighe che condussero la giovinetta a
sua morte. Anzi poi non sarebbe da dubitare di questa
spiegazione se fosse vero ciò che mi disse un amico, e di
che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di
que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora
nè vivi nè morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a'
viaggiatori col nome di tomba di Giacometto; e dicono che
fu d'un montanaro che rimasto là durante una state, e
[pg!76]
invano aspettato e poi pregato che scendesse l'autunno, fu
lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed alla
primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu
poi seppellito e lasciato là nella solitudine dove aveva voluto
morire.

[pg!77]




MARGHERITA.
===========


Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere i miei
scolari, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi
tutti mi vengono arrecando dalla casa paterna. Delle quali,
ogni volta che io volli chiedere ragione agl'ignoranti genitori,
il più sovente trovai che non davano credenza essi
medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a
quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli.
Ma dicono non potersi educare bambini, nè far loro
fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole
senza queste paure. Stolta pigrizia di questi, come di molti
altri educatori! che studiano diminuire le difficoltà non a'
loro fanciulli, ma a sè stessi; e quando loro è chiesta una
spiegazione, danno invece una bugia; e invece d'una correzione
una bussa o una paura. Molte di queste poi, principalmente
se il luogo aiuti colla spaventosa apparenza,
rimangono anche negli adulti, e passano d'una in altra
generazione, asserite finalmente come cose vere, e credute
ab antico. Tuttavia, perchè uso andar cercando quel po' di
bene che si trova quasi sempre anche nel male, credo che
di quella non mal intenzionata origine delle superstizioni
popolari venga che quasi tutte hanno in sè qualche insegnamento
virtuoso; ed alle novelle di esse rimane siffatto
vantaggio sopra molte di quelle immaginate dagl'ingegni
più colti, ma più corrotti.

[pg!78]
Questi, e molti altri pensieri nati di essi, io andava
seguendo sta sera come il sole cadente dietro le alpi di Susa
veniva cogli obliqui raggi allungando le ombre, ricercando
i chiari-scuri, e distinguendo con infinite mezze tinte giallognole
ogni vetta, ogni paesuccio, ogni castello di questi
Appennini, Astigiani e Monferrini; i quali all'altr'ore del
giorno non sembrano che onde indistinte di un mare di colli.
Aggiugnevasi nel cielo, rasserenatosi dopo un grosso temporale,
quell'umido trasparente che accresce la luce, avviva
i colori, e diminuisce le distanze apparenti di ogni
oggetto. Così è che io distingueva chiaramente il castello
di C., detto anche volgarmente il castello Verde e le sue
torri; cui niun moderno novelliere dubiterebbe dire romantiche,
solo a vederle spiccar di mezzo a' neri boschi, campo
adattatissimo a tal quadro. Quanto più poi, se fermandosi
all'ombra dell'une o degli altri, e interrogando qualche romito
là presso, o qualche pastore o pastorella sbigottita, od
anche un parroco, o un vecchio nonno, ne avessero la narrazione
popolare seguente!

Ei fu già nel castello Verde un vecchio e potente signore,
che dopo molte vicende di guerra e di corte ritrattosi
là a viver solo con una moglie giovinetta, e avuto poi
un figliuolo unico, ambi lo educavano con quello sviscerato
amore e quella cieca arrendevolezza, solita in chi cerca
nell'educazione più piaceri che doveri, nociva sempre all'infelice
educato. Peggio è se la vita solitaria della famiglia
accresca nel bimbo l'idea della potenza de' genitori, e
dell'importanza di sè stesso, e gli tolga le occasioni di
emulazione, e gli incoraggiamenti de' compagni. Tra i molti
danni di sì fatte educazioni, uno de' più frequenti, ed a
parer mio de' peggiori, è, che fatto adulto il mal amato
giovinastro, come prima va a mettersi fra gli uomini, il
mondo e i negozii, ei trova uomini, mondo e negozii troppo
diversi per lui da ciò che gli erano tra le mura paterne.
Ondechè, non reggendo all'impensata contrarietà, non mira
ad altro che a tornare a quelle mura dov'egli è libero e
signore, e se il può, vi corre in fretta: ed ivi poi tra i servi
e i rozzi adulatori da campagna vive vita inutile, e poltrisce
[pg!79]
nell'ozio e in tanti vizii, quante forse avrebbe avute
virtù vivendo vita attiva ed occupata. Così accadde a Manfredi,
rimasto per più disgrazia orbo del padre intorno ai
diciotto anni. Pochi o niun uomo nacque mai con tanti
buoni favori del cielo. Così i mali favori degli uomini non
glieli avessero guasti! Alto, ben formato della persona, membra
erculee per la forza, ma per le proporzioni piuttosto simili
a quelle snelle ed eleganti del gladiatore Borghese o
del Meleagro; capelli ed occhi come corvo; naso più romano
che greco, ma qual s'addiceva, con bocca un po' ampia ad
esprimer forza ed impero, benchè la bocca sapeva volgersi
in un tratto a una espressione soave di dolcezza e d'amore,
che avrebbe, potuto essere angelica; ma fu detta indemoniata
da chi la conobbe. Così era del suo ingegno alto,
pronto, aspirante; onde aggiungendovi la forza, che vien
dall'uso buono e costante di quelle qualità, sarebbe stato
ottimo; ma lasciato avvezzarsi ad intraprender molto, seguir
poco, adempir nulla; indifferentemente poi avviarsi
alle cose buone e alle mediocri, e talor anche alle cattive
cui (dicevasi) il tempo e gli anni insegnerebbergli a discernere;
ma gli anni non facendogli discernere se non il dolcissimo
pendio delle cattive, e non insegnandogli se non
passioni nuove e crescenti; fu sprecata così, menomata e
corrotta l'opera, che era uscita pur bella, della mano del
Creatore. Il primo pensiero di Manfredi, signore di sè e
della fortuna paterna, fu lasciar il castello e la villa, e recarsi
alla corte de' duchi di Milano, dove il padre aveva già
avuta intenzione di mandarlo. Erane poi stato trattenuto
gran tempo da quel cieco amore, che non gli concedea scostar
da sè il figliuolo così tenero; poi dal pensiero migliore
di voler pur morir nelle sue braccia; ma in ultimo morendo
avea ordinato che ei non tardasse più. Nè la vedova
madre, svisceratemente e anche essa irragionevolmente tenera
del figliuolo, ma avvezza a seguire la volontà del marito,
seppe contraddire a quest'ultima sua. Ondechè, compiuto
appena il tristo ufficio delle esequie del marito, diedesi
senza intervallo a quello degli apparecchi per la partenza
del figliuolo. E perchè il pensiero di questi apparecchi,
[pg!80]
del corteggio, delle cavalcature, e degli equipaggi
del giovine, quantunque frivolo possa parere a noi, era
pure stato l'estremo del morente barone, che n'avea date
minute instruzioni alla moglie; questa anche in ciò non fu
se non esatta esecutrice; e in breve ogni cosa fu in pronto;
e fermato il giorno, e sparse molte lagrime prima rattenute,
poi dirotte all'istante della partita, ella gli diè l'ultimo
abbraccio; e risalita sulla torre settentrionale mirò alla
cavalcata, finchè la potè discerner fra gli andirivieni de' boschi
vicini, sulla via a Casale e a Milano.

Quanto breve poi a descrivere e facile a immaginare è
il dolor rassegnato d'una madre che faccia il primo sacrificio
al figliuolo, tanto numerosi, varii, intricati, ed anche
opposti sono i pensieri del giovane, che, rotti per la prima
volta i lacci della casa paterna, corre tutto speranza e presunzione
ad incontrar quel turbine, quella bufera del mondo,
quantunque pericoloso, oscuro e nemico glielo abbian
dipinto i disingannati genitori. Qual giovane è allora che
non creda anzi questi ingannati, o forse ingannatori; e più
o meno dentro a sè non li accusi, o di animo stato sempre
poco atto a godere, condurre, e per così dire possedere il
mondo, o di spiriti ora invecchiati e depressi, che faccian
loro dimenticare i piaceri avutivi a lor tempo? «Ed io pur
ne vuo' il mio satollo» diceva Manfredi, come uscito appena
dalla vista del castello, e non avendo più a rispondere
a' segni lontani della madre, smetteva con quelli ogni pensiero
del passato, e precipitava sull'avvenire, fantasticando
tacito contro l'uso suo, e senza rispondere alle adulazioni
degli otto o nove scudieri e donzelli che il seguivano:
«Ed io pur ne vuo' il mio satollo. E me l'avrò; se mai
ricchezze, se gioventù, se bellezza, se cuore ardito e mano
pronta e buona spada il possono o per amore o per forza
procacciar a nissuno. E vengano pure opposizioni, rivali,
contrarietà. Non io forse sono avvezzo a vincerle? Chi era
ugual mio negli esercizii cavallereschi tra i vicini signori?
Chi appresso le damigelle, o le villanelle all'intorno? Chi
di queste poi troppo ritrosa? Or bene. Sieno pure più gentili
costumi là in corte; ei non saranno più schivi. Sieno
[pg!81]
più rivalità, saran più vittorie. Quanto più mi si è venuto
allargando il mondo finora, tanto mi si sono moltiplicati
piaceri ed applausi. Or mi si allarghi, ed apra pur quant'è
grande. Qui sono io corpo, animo e volontà da abbracciarlo
tutto intero.» E così dicendo, con uno di que' moti involontarii
che chiamano il cavallo a parte, e come alla confidenza
de' pensieri del cavaliero, od anzi fanno dei due
quasi una sola creatura, ei se lo spingeva insensibilmente
fra le gambe; e il cavallo partiva di trotto e galoppo, a portar
veloce il suo signore a quel mondo agognato.

Io poi non verrò descrivendo l'arrivo di Manfredi, la
sua presentazione al Duca, ed in corte, o quella delle lettere
commendatizie lasciategli dal padre per li molti amici
che credeva avervi. Sì è necessario avvertire che di questi
amici trovò, che alcuni erano morti, senza che il vecchio
barone nella sua solitudine ne avesse pur saputo nulla;
altri erano caduti in disgrazia del Duca, o s'erano ritratti
per istanchezza, e quando il giovane presentava loro le lettere,
rispondevano: «Dio volesse che potessi giovarvi ad
alcuna cosa; ma vedete come elle vanno; io non m'impiccio
in nulla;» e poi davansi a far tali orazioni in bigoncia
contro la corte e il principe ed ogni cosa, che il giovane, se
avesse loro creduto, sarebbene partito di volo. Degli altri,
gli uni, abbracciato il giovane, e invitatolo a pranzo, credevano
aver pagato il debito dell'amicizia; altri gli davan
commiato dicendo: «Se posso giovarvi mai, fate conto di
me:» ed alcuni, fingendo durar fatica, o durandola in effetto
a ricordarsi suo vecchio padre, finalmente con un
«Povero uomo! adunque è morto? mi duole assai;» facevano
intendere chiaramente che erano seccati di quell'appello
ad una troppo antica amicizia. Nè tuttavia questi furon
tutti. E ne furono pure che aprirono a Manfredi come
a proprio figliuolo non solamente le braccia e la casa, ma
ciò che è più, e più assimila un amico ad un padre, i consigli,
i conforti, e gli aiuti, di che ad ogni ora abbisogna
un giovane quando viene dimesticandosi col mondo. Benchè
difficilissime a darsi e riceversi sono siffatte cure. Difficile
a un padre stesso l'adoprarvi efficacemente or l'amore or
[pg!82]
l'autorità, e sempre l'esempio necessario con amendue.
Quanto più a chiunque supplendo il padre, per far ch'ei
faccia, non può arrecare nè tanto amore nè tanta autorità,
e mette poi anche meno impegno in aggiugnervi gli esempi.
Nè è dunque da stupire che de' pochissimi amici vecchi trovati
da Manfredi arrivando a Milano, o colpa loro che presto
si stancarono di quell'ufficio di dar ammonimenti non
o mal seguiti, o colpa sua che si stancò di andar a udir ciò
che non voleva fare; non è a stupir, dico, che nè anco uno
a capo di pochi mesi gli rimanesse. Sì invece sottentrarono
appresso a lui una mano di amici giovani più grati
assai, più facili, più allegri, e come ei non dubitava, più
adattati. E tanto bene s'adoprarono nelle lor cure questi
nuovi educatori, e tanto naturali disposizioni poi, tanto
buon volere vi arrecò per parte sua l'educato, che in capo
a que' pochi mesi egli era addottrinato, e fatto a tutti gli
andamenti della vita cittadinesca, a tutte le sguaiatezze
delle corti, e a tutte le sfrenatezze delle brigate giovanili,
quasi come s'ei fosse lor nato in mezzo. Tuttavia la differenza
si scorgeva sempre, e qualunque lode i compagni gli
dessero apertamente, ei continovavano di nascosto e dietro
a lui a farne le beffe, e trattarlo di ragazzaccio nuovo, e
gentiluom campagnuolo.

In realtà Manfredi era dappiù di essi, non solamente
per quelle qualità native che ben coltivate sarebbero state
virtù, ma anche per molte di quelle che fanno primeggiar
uno stesso vizioso in mezzo a' viziosi, come bellezza,
ingegno, facondia naturale, destrezza, coraggio. Ma gli mancavano
poi cento di que' minori, anzi minimi pregi, che
pur sono tanto lodati nel mondo, forse perchè il solo
mondo li può dare; come il vestirsi, il porgersi, l'andare,
il cavalcare, il salutare, ed anche parlare alla maniera che
in quel dato luogo e tempo si chiama eleganza; e non era
tale ieri, e non lo sarà domani, e non è altrove; onde chi
non v'è nol può indovinare; ancora certi modi di dire ed
esprimersi che non sono di niuna lingua, ma quasi un gergo
di quella corte o di quella brigata; e chi non ne è non li
può sapere, e chi non li sa vi fa tuttavia la più trista
[pg!83]
figura, e udendo non intende, o volendo parlare non è
ascoltato, e vede un sorriso che il fa ammutolire. Finalmente
mancavagli la cognizione delle persone e delle storie
d'ognuno e d'ognuna; onde ad ogni tratto era costretto
a dimandar chi è costui, o costei, e che è ciò? I quali
tutti, benchè non paiano, pur sono arresti e difficoltà da
sgomentare qualunque più ardito principiante. Nè i compagni
li sogliono risparmiare; e tanto meno, quante più qualità
invidiabili scorgono in uno, e quanto più temono esserne
un giorno soverchiati. Ma se Manfredi avesse allora avuta
la coscienza delle proprie virtù, e fattosi innanzi con buono
orgoglio avesse detto a sè stesso: «Or ben ti sta; che vai
gareggiando con cotestoro? o che indegno arringo è egli
questo? ma vengano ad uno di prodezza, di fortezza, di
sapienza, di virtù; e ben m'affido vincere tali omicciattoli;»
se a tali pensieri poi avesse aggiunto i fatti, non sarebbe
andato gran tempo che tutti que' suoi indegni, pur
fortunati emuli, rivali, e soverchiatori sarebbero stati sforzati
a riconoscere la sua superiorità. Sforzati, dico, da quell'istesso
mondo che non è poi così gramo e scemo come
si va dicendo, e che se non riconosce le virtù solamente
asserite, più o meno presto poi riconosce quelle rivendicate
coi fatti. Ma è necessario per ciò pazienza ad aspettare il
tempo e le occasioni, ardire ad afferrarle, e principalmente
animo e cuor virile a fecondarle. Nè erano siffatte qualità
in Manfredi, avvezzo a trovar lisciati e fioriti i sentieri
della vita; a disperdere, quando non a mal usare, gli spiriti
giovanili; principalmente poi a non aspettare mai ciò
che voleva, nè voler mai ciò che gli era d'uopo aspettare;
onde non poteva bene eseguire niuna impresa aspra, nè
spiritosa, nè lunga, che son pur le gloriose. Così è che
essendo entrato in certe compagnie armate dal Duca, ei vi
si portò sì con valore, e due o tre volte fu lodato da' compagni,
ed anche dal condottiero; ma perdeva il frutto d'ogni
cosa, mal reggendo ai disagi, alle fatiche, alle seccaggini
della guerra; mal obbedendo ai superiori; mal comandando
agli inferiori; mal tollerando i compagni; ond'era mal tollerato,
e tanto peggio che era straniero e nuovo, due peccati
[pg!84]
dificili a farsi perdonare nella milizia. Finalmente,
perchè l'invidia genera invidia, e troppo sovente a forza
di patirne s'impara a sentirla, Manfredi, cui non pareva
esser tenuto quanto valeva, cominciò ad esser emulo, e
poi geloso, e finalmente invidioso degli immeritati successi
altrui; e allora non reggendo più all'odio eccitato e sentito,
tormentato di fuori e di dentro, tolse la prima occasione
di tregua o pace, e tornò in fretta a Milano.

Ivi trovò nuovi tormenti, nuove seccaggini, nuovo malcontento
di sè, d'altrui, d'ogni cosa. Partinne, e fu a Savoia,
a corte di que' Reali, e guerreggiò per essi. Ma mutando
corte e guerre, non mutò modi nè fortuna. Intanto
tornò due o tre volte al castello Verde a riveder la madre;
e ad ogni volta ritrovando là le tenerezze, le arrendevolezze
materne, e poi le ammirazioni de' vassalli, e de' signorotti,
e la alterezza baronesca; veniva riprendendo amore
a quella vita, e pensiero di ritornarvi. La madre tanto più
folleggiante che il figlio, il quale campagnuolo alla corte,
pareva cortigiano alla villa, e narrava imprese e fatti o non
suoi o non tutti suoi, ma creduti là con riverenza; la madre
mal accorta, gli faceva premura di rimaner a posare
delle fatiche, fermarsi seco, e prender moglie. Nè egli contrastava
a questo pensiero; che pochi anni innanzi, per
esempio quel dì che iva galoppando sulla via di Milano,
sarebbegli paruto un vero peccato, o un danno fatto all'intera
società in seppellire un così gran tesoro, come credeva
sè stesso. Ora poi veniva affettando sperienza, disinganno,
sapienza matura; i principi mali apprezzatori del merito,
le corti guaste, le guerre empie, le imprese malmenate;
nulla oramai valer gli sforzi di un semplice gentiluomo,
quanto meno di uno, che grazie al cielo poteva dirsi signor
di qualche terra, di qualche fortuna e qualche importanza
per sè, senza aver a dipender da que' principi, quelle corti....
e qui rinnovellava la infilzatura d'ingiurie; e conchiudeva
una volta con promettere alla madre di tornar in breve;
un'altra volta di risolutamente abbandonar le corti e
le guerre; e all'ultima con pregarla che il provvedesse
oramai d'una moglie, primo e più importante arredo d'un
[pg!85]
castello e d'una vita castellana baronesca. La madre che
in tutti quegli anni non aveva avuto altro pensiero, che di
cercar all'intorno, ed anche nelle altre provincie d'Italia,
tutte le fanciulle, che prima per nobiltà, poi per ricchezza,
in terzo luogo per beltà, quarto per ingegno, e in ultimo
anche per virtù paressero degne spose del figliuolo; la madre
contentissima, non se lo fece ridire: ma aperto un certo
scrigno di tartarughe e lapislazzuli, dove teneva ogni sua
cosa più cara, ne tolse la lista o rosa di quelle fanciulle,
ed anche due o tre ritrattini che si era procacciati. «E
vedi, figliuolo,» diceva, «benchè semplice barone, l'amore
e le cure materne pur ti trattano da principe. Ora, non
meno che se lo fossi, io t'ho disposta ogni cosa in modo
che puoi a tuo talento scerre tra tutte queste; chè qualunque
tu scelga, ben ti posso dire appunto, non disdirebbe a
niun principe.» E qui fecesi a recitare le genealogie, a far
i computi delle eredità, e poi a comunicar tutti i contrassegni
di corpo e d'animo avuti per danari, dalle balie o
dalle cameriere; ed a bilanciare i quartieri dell'una co' tanti
mille scudi di più dell'altra, e col buon naturale della terza:
mentre il giovane toglieva d'ognuna il ritratto, e metteva
anch'egli nella bilancia il più o meno di beltà. E qui saranno
ingannati coloro che credono essere il mondo sempre
e quasi unicamente retto dalla sacra fame dell'oro. Perchè
nè madre nè figliuolo non anteposero, come crederebber
costoro, la più ricca; e fu dato il pomo concordemente dai
due ad una donzella in cui erano sì nobiltà e ricchezze
sufficienti, ma non preponderanti; e la qualità preponderante
agli occhi della madre fu l'esser quella per quanto
sapevasi, la più dolce, la più gentile, la più arrendevol
fanciulla di tutte, onde era a sperare crescerebbe ad ottima
nuora; e pel giovane fu la bellezza che vedevasi al ritratto,
e dicevasi dagli amici, e finalmente conobbe egli andandovi
co' proprii occhi; bellezza od avvenenza così pura e semplice,
e direi quasi così virtuosa, che mirandola un uomo
e desiderandola, diceva inevitabilmente a sè stesso: costei
per quanto desiderata non sarà isperata mai se non da
uno; grande e doppia ragione poi di voler essere quell'uno.
[pg!86]
Che più dirovvi? Io mi sono allungato tanto in queste
deliberazioni di Manfredi e sua madre, che m'è forza abbreviare,
anzi passar del tutto la conclusione del matrimonio,
lo splendido viaggio dei due al paese ed alla casa
della sposa, le feste grandi che vi si fecero, il ritorno al
castello Verde, le feste ivi rinnovate, gli addobbi nuovi, ed
ogni altra cosa che si suol fare più o meno sempre, ma tanto
più quando, ognuna delle parti essendo contentissima, pare
che la gioia non possa capire in pochi, e chiami amici e parenti,
a sollevarne come d'un peso.

E tuttavia, appunto da questi giorni di gioia incomincia
la dolorosa istoria, che ho preso a narrare. Manfredi
era allora di poco più che ventidue o ventitrè anni; e, come
udiste, affettava senno e sperienza da più di trenta.
Ma il vero è che non n'aveva per venti, nè per quindici.
E il vero è che s'io avessi una fanciulla da maritare, meglio
vorrei uno di questi giovinotti quasi bambini, che non
sogliono esser guasti tuttavia: ovvero uno di quegli uomini,
che se sono stati guasti, hanno avuto tempo da disguastarsi;
anzi che uno di quell'età e virtù intermedia pericolosissima,
che già accostato sovente il labbro alla incoronata
coppa de' piaceri, non n'hanno tracannato tanto da provar
gli amari effetti del veleno; e a cui la nuova proibizione di
que' piaceri venuta col matrimonio, non è se non, come ogni
altra proibizione, nuovo stimolo a' desiderii, nuovo gusto a
riaccender le voglie spente e fastidite. Manfredi aveva
avute sovente in casa, men sovente, ma pur talvolta anche
in corte, di quelle che altri dicon buone, ed io dico male
fortune d'un giovinotto. E 'l dico non solamente come prete,
e maestro di scuola, o precettore che fui un tempo
d'un giovane gentiluomo; ma in quel po' di mondo ch'io
vidi allora mi accertai che, anche umanamente parlando,
il guadagno portato seco da siffatte qualunque sieno fortune....
Benchè questo è assunto che menerebbe in lungo,
e per avere speranza di correggerne il mondo, ei vi si vorrebbe
trattare *ex professo*, ed io ho da gran tempo in pensiero
un opuscolo, che sarebbe intitolato: *De' Cavalier serventi
e patiti; loro storia, vicende e rivoluzioni; de' danni
recati da essi all'Italia ec. ec.* [pg!87] Finora poi non l'ho fatto
perchè fui sbigottito dalla mole dell'argomento; ed anche
poi perchè mi fu detto che sarebbe un'anticaglia, e che ora
non s'ode più dire nemmeno il nome de' serventi. Ma io
ho certe ragioni di credere, che se non il nome, dura almeno
non molto diverso il vizio; e durando, l'opera sarebbe
pur utile, solo che non fosse tanta fatica averla a
fare. Ma di ciò altrove; e farò allora una *nosografia morale*,
o descrizione delle malattie che rimangono negli animi
corrotti da quella sguaiata vita giovanile. Qui il mio
assunto è dir d'una sola, la quale chiamerò poi *misoginomania*;
ed è uno vero o talor affettato disprezzo delle
donne, che suol rimanere in molti di coloro che ebbero,
e in tutti quelli poi che vogliono far credere aver avute
molte delle dette buone fortune. I quali van dicendo prima
agli amici, e cresciuti i sintomi, anche per le vie e
per le piazze, e fino innanzi alle stesse donne, che tutte
le donne sono questo e sono quello, e si assomigliano
quante vivono, e non ce n'è una buona, ed altri siffatti
discorsi evidentemente maniaci. Segue poi, a forza di dir
queste cose, il crederle, anche quando non si vorrebbe
nè dovrebbe; l'esser geloso senza la menoma ragione, e
il non voler parerlo; il fuggir come la maggior vergogna
qualunque apparenza, qualunque segno di amore o di troppo
rispetto alla propria donna; e così il render questa infelice
e disgustarla. E se per gran bontà ella non si disgusta,
il marito ad ogni modo ne teme; onde crescono di
nuovo le gelosie, i sospetti, e poi i mali discorsi e i mali
atti, e di nuovo i malcontenti; e così via via, che è un
circolo vizioso ed un accrescersi ed infilzarsi di difficoltà,
disgrazie e malanni, che tutti vengono dalle sopra lodate
buone fortune. E questa fu la colpevole, pur quasi io dicea
compassionevole storia di Manfredi. Perchè io compatirei
a sue colpe, conseguenza della mala educazione; se
non che queste colpe erano scontate dalla pura paziente
vittima datagli indifesa nelle mani. Ahi povera Margherita!
Sola, lontana dai parenti, senza sostegno, nè consiglio,
nè conforto; aggiogata ad uno impuro, violento, e
[pg!88]
non per natura ma per ozio diventato grosso e maligno
uomo; queste e tutte altre disgrazie sarebbero state nulla;
se non che, incauta infelice Margherita! ella era innamorata.
Fu egli Manfredi falso dissimulatore de' suoi brutti
vizii, fingitor di virtù simili alle purissime della vergine
ne' dolci mesi che precedono e seguono le nozze? Ovvero
fu ella colpa di lei, cuore troppo aperto all'amor comandatole,
ingegno troppo facile a fidarsi e a creder bene;
od anche forse quando incominciò ad accorgersi delle male
qualità del marito, femminil superbia e stolta speranza di
averlo a convertire? Nol so; certo è che si vedono sovente
accoppiate contro natura dall'amore persone troppo
dissimili; e quelle che si potrebbero pur paragonare a tenere
e bianche agnelle, ricercare d'immeritato affetto certi
uomini, che son veri lupi neri ed immondi. Così è che
Margherita la prima volta che era respinta; respinta essa!
dalle braccia dello indegno marito, altro refugio non trovava
che le medesime braccia, e sè stessa accusava, chi
sa? di non bastante tenerezza, non bastante avvenenza,
non bastante gentilezza, o spirito o grazie per quell'uomo
che a lei era più che uomo, e come uno Iddio che non
poteva aver colpa, nè far male nulla mai, nemmeno lo
affliggerla. Ella raddoppiava così la tenerezza e le dimostrazioni
d'amore e da soli e in compagnia; egli fuggendole
in pubblico, avvezzavasi a non apprezzarle in privato.
Ella aveva dimenticato ogni cosa, ogni affetto al
mondo, per lui, e ne faceva gloria; egli avrebbe creduto
vergogna confessare un amore appassionato, e ridurre i suoi
pensieri a lei sola. Ella già ricercata e risplendente nel
mondo, non altro desiderava nè amava come trovarsi nella
solitudine con lui; egli già noiato e lasso del mondo, ora
non voleva parer lasciarlo per amore o per gelosia. Condussela
più volte seco alle due corti di Savoia e di Milano,
e talora udendo lodare la bellezza e l'aggraziata modestia
di lei ne tolse vanità; ma la celava al mondo per non parere
innamorato, e alla donna per non accrescere in lei la vanità,
e le occasioni di ciò a cui egli credeva e diceva già
troppo inclinate le donne. E in somma in corte come alla
[pg!89]
villa, fra gli uomini e solo a sola, benché fin allora non
paresse farle torto di nulla, pur fraudava lei di ciò che è
diritto, e forse più che lo stesso amore, bisogno femminile,
le dimostrazioni pubbliche e private della stima del marito.
E di tal froda una donna quanto più è gentile, tanto più si
risente; a spese del marito, se non la regge virtù contro il
desiderio di vendetta; a spese proprie, se oltre all'essere
gentile la natura sua è insieme virtuosa.

Vedeste voi mai una giovane poc'anzi fiorente di età,
di bellezza, d'allegria, senza niuna ragione che si sappia,
senza grave malattia, senza dire a persona che o come sia,
senza lamentarsi, né pianger che si veda, ma tacita, e con
gli occhi rossi, e la voce infievolita, ad un tratto dimagrare,
impallidire, e sparire ed accasciarsi tutta? Costei, dite,
langue d'un virtuoso amore. E languiva Margherita; e il
languore togliendole il brio, e le forze, e parte della bellezza,
ella stessa s'affliggeva di dover parere men gentile al
marito; e questo affliggersi le accresceva il languore; e così
ella ancora entrava in una progressione crescente di pene,
mentre egli innoltrava in quella sua delle colpe. Nè andò
guari ch'egli arrivò alla peggiore, e incominciò ad esser
marito infedele. Non se n'avvide dapprima la troppo semplice.
Nè poteva avvedersi di cosa ch'ella era incapace,
non dico di fare, ma di fermarvi poca ora il pensiero; nè
poteva pensar turpitudine di niuna donna; nè forse meno,
colpe gravi del divinizzato marito; meno di niuna poi quella
che la propria purità le faceva parer gravissima di tutte.
E poi, come vi dissi, Margherita era innamorata; epperò
cieca. Un anno o due era durato Manfredi ad affligger sua
donna, pur senza tradirla. Tre o quattro durò poi a tradirla,
che il sapevano tutti, fuorchè essa. Finalmente la semplicità
e quasi incapacità di lei ad accorgersene accrescendo
la fiducia al traditore e alle traditrici; e fors'anco taluna
di queste non essendo, come succede, contenta di rapire
la persona e il cuore altrui, se la legittima posseditrice non
lo sapeva; finalmente la meschina udì e vide cose che ad
altre sarebbero state certezza, a lei non poterono non dare
sospetti. Ma che serville! se i sospetti le furono così crudeli,
[pg!90]
quanto sarebbe stata ad ogni altra la certezza. Nè era
più oramai un lento languire e penare, ma un dolor pugnente,
angoscioso, che le metteva come un ferro rovente
al cuore, un cerchio di piombo al capo, un fascio di spine
in letto; il letto, dove ora nemmeno un po' di riposo non
potea trovar più! I giorni lunghi, le più lunghe notti, cuore,
animo, pensieri, affetti di lei tutta, si consumavano in
inutili deliberazioni. Come, che fare? aprirebbesene ella al
traditore, o tacerebbe? E se parlava, come parlerebbe?
Dolcemente? ma s'ei negava? Con rimprocci? ma s'ei
s'offendeva? E se non fosse vero? Vorrebbesi prima verificar
più; ma, come verificarlo? Osservando? ma oltreché
sentivasi inesperta, che affanno, che crepacuore, incominciare,
seguire una vita di sospetti, di spiagioni? Ma che
dolore anche rimanere in quel dubbio! E fattesi queste e
molte altre interrogazioni senza risposte, senza ragionamento
finito, senza conclusione; non avendo pur mai una
volta il pensiero, che sovente viene alle più virtuose, di
fidarsene altrui: ma fidando al solo Iddio, finiva il più sovente
con una preghiera di abbandono in lui e di rassegnazione;
e cadeva poscia spossata in un sopore agitato, onde
in breve si svegliava calda ed affannata a rinnovare i dolori.
Povera, infelice creatura! il solo rimedio ch'ella avesse
era quello di chi non ne sa trovare, e troppo debole per
resistere fugge, e chiude gli occhi per non vedere. Sforzavasi
tôrre il marito dalle corti, e tornar alla solitudine; e
le riusciva facilmente, perchè quelli vi vedeva un modo di
liberarsi da lei. Appena tornati al castello Verde, egli, o
apposta per esser lasciato ripartire, o naturalmente perchè
tolto di mezzo dalle male compagnie, dalle gozzoviglie,
da' vizii usati, era come sviato, e sempre di mal umore, e
più contro lei che gliel'impediva; certo è che egli la maltrattava
in modo da farle quasi desiderare d'essere lasciata.
Lo desiderasse poi ella o no, egli ve la lasciava sovente,
ed ella talora, non resistendo a' gelosi timori, gli tornava
appresso alla corte. Poi, non resistendo alla certezza sempre
crescente, fuggiva di nuovo, e sola al castello. Così
andò più volte, e s'accrebbero i suoi dolori per la morte
[pg!91]
dell'amorosa suocera. La quale benchè non fosse fatta mai
confidente de' suoi dolori, e morisse come era vivuta cieca
ammiratrice del figliuolo, pur era di qualche conforto talora
all'abbandonata.

Un gran conforto pur ebbe ella: grande per sè stesso,
grandissimo poi per la speranza che se n'avesse a riaccender
l'amore male spento del marito. Dopo parecchi anni
d'infecondo matrimonio, ella era incinta. A malgrado dell'abito
preso di tacere ed affogare i proprii affetti, pur non
potè, dandone novella al marito, non prorompere in uno
scoppio di pianto, buttandosi nelle sue braccia. Nè egli potè
non aprirle, e poi strignerla con un moto e un affetto che
a lei parvero, e forse furono vero amore; o che quel pianto
primo e solo rimproccio di lei, e quanto tenero in quell'occasione!
isse a ricercare in fondo al cuore gelato le ultime
scintille di affetti buoni; o che anche l'uomo più freddo,
più insensitivo, e, per così dire, più sasso, sia come sforzato
ad un pietoso amore verso colei che gli dà quella
nuova a lui tutta gioia e speranza, a lei principio di dolori,
di fatiche e di pericoli, con piacer pure portati per
amore di lui. Ed era tanto maggiore il piacere di Manfredi,
che la pena della infecondità di lei eragli accresciuta
da quella superbia e quel senso di propria importanza baronale,
che gli faceva stimare quasi pubblica calamità il non
avere successore del proprio sangue. Tuttavia nè la riconoscenza,
che sempre è poca cosa in un cuor per natura o
corruzione dappoco, nè l'amor rinnovato, nè niuno buono
sentimento durarono in lui gran tempo. Margherita erasi
valuta di quell'istante per domandar al marito di ritornar
con esso lui al castello, e rimanervi durante la gravidanza
ed il parto. Manfredi aveva acconsentito d'andarvi, e data
speranza di rimanervi: ma anche in quell'istante d'involontaria
tenerezza, temendo d'impegnarsi troppo, aveva
tolto pretesto di negozii o che so io per non promettere: ed
ella, usata sempre ad accontentarsi di ciò che le era dato,
era così partita seco, e poi stabilitasi meno disconsolata al
castello.

Ed egli o per vergogna o per riguardo rimasevi pur
[pg!92]
più a lungo del solito. Ma non reggendo al vizio preso, in
capo a pochi mesi sfuggì, e lasciolla di nuova sola. Allora,
perchè, infermiccia com'era, non s'ardiva a cavalcare per
tenergli dietro, e l'abbandono poi le si facea tanto più crudele,
quanto meno l'avea sperato; ella ammalò. E forse
poi con un poco di quell'artificio che la più semplice, donna
usa a richiamarsi appresso il suo amore, ella ne scrisse al
marito; e 'l marito, benché mal volentieri, tornò, e più mal
volentieri rimase fino al momento che ella più che mai rifinita
pur gli partorì una bellissima fanciulla. Manfredi parvene
come ingannato o beffato, e mostrò essere di quelli,
che finchè hanno figliuole sole, assolutamente non credono
aver figliuolanza. Il qual sentire, quantunque innaturale,
pur troppo sovente cape ne' cuori affazzonati di alcuni padri;
in cuor di niuna madre non può, troppo essendo dalle
medesime pene insegnato loro essere l'un parto non dissimile
dall'altro. E talor anzi, principalmente le donne infelici
nel marito, sperano più felicità da una figliuola, che
s'immaginano come compagna e consolatrice, che non
da' figliuoli cresciuti a somiglianza del padre. Con le quali
speranze Margherita s'andava consolando delle pene antiche
e nuove, quando lo scellerato (perché oramai parmi
meritasse tal nome) scelse appunto quell'istante a dargliene
una troppo più crudele d'ogni altra. Nè era la prima volta
che avesse pensato a chiamare al castello le gioiose brigate
di compagni e di donne, che troppo gl'incresceva lasciare,
ed a cui gli premeva compiacere con questo variato divertimento.
Ma fin allora Margherita, così facile a soverchiare
ed opprimere in ogni cosa, era pure riuscita a
difendersi, e, per così dire, a rispingere i nemici da quel
ridotto, quell'estremo rifugio d'ogni donna tradita, l'albergo
coniugale. Allora poi, accendendosi tanto più forte
quanto più erano state represse le male voglie di Manfredi,
e valendosi dell'occasione che la donna era confinata al
letto, con un pretesto tal quale le annunciò l'arrivo d'una
numerosa brigata, fra cui erano più d'uno di quegli oggetti
della gelosia di Margherita. Margherita, solita soffrire, ed
or tanto più che era più avvilita, e che ogni resistenza era
[pg!93]
inutile, soffrì senza dir parola, non senza lagrime. Le quali
pur avrebbero potuto esser vedute dal marito se egli avesse
voluto; ma non volendo, o non gli calendo, ella era ridotta
a spargerle più che mai abbondanti, sul letto più che mai
doloroso, e in solitudine più che mai assoluta, quando arrivò
l'infame stuolo. Non salvavansi oramai più le apparenze
nè dallo impazzito Manfredi, nè principalmente dalle
impudenti persone, che appena introdotte signoreggiavano
là, fors'anco oltre a quello che non avrebbe voluto egli.
Era un continuo banchettare, gozzovigliare, danzare, cantare
e far chiasso dì e notte, che contrastava colla buia, trista,
solitaria e muta, ma di tempo in tempo assordata stanza di
Margherita. Avrebbe accorato anche un indifferente. La misera
non vi resse più. Non che rinforzarsi e riacquistare
salute, andava infiacchendosi e peggiorando ogni dì, e traendo
seco una febbriciattola mal avvertita dai fisici, e meno
dal marito; se non che nel prolungarsi la malattia di essa
egli vide nuova ragione di prolungar il soggiorno delle sue
compagnie. Pure aggravandosi il male di lei, ei ne fu avvertito
da un buono e savio medico. Il quale, essendo di
quelli che sanno scorger le cause morali de' morbi, e credono
quanto il possano dover pur a queste rimediare, accennò
a Manfredi, come forse il romore, il sossopra, il
chiasso della casa poteva nuocere alla inferma. Ma egli era
già guasto fracido a segno, che non solamente non volle dar
retta al buon fisico, ma poco meno che nol cacciò di casa;
ed apertamente poi gli diè il torto, e disse queste essere
sciocchezze, e cose che non se ne doveva egli impacciare;
e che del resto non era Margherita così male, nè assolutamente
male, come sel figurava, e, chi sa perchè, voleva far
credere costui; e che gli altri medici non sentivano così.
E di vero ei ne trovò, come succede, che gli dieder ragione,
e prestarono autorità. Ed in somma fu conchiuso che
Margherita stava bene, o quasi bene, e che si continuerebbe
la vita allegra, e il consueto festeggiare. In mezzo
al quale dicesi, che una buona vecchia, cameriera già della
madre di Margherita, e che l'amava come propria figliuola,
[pg!94]
e s'affliggeva, ma non dolcemente com'essa, anzi mal
tratteneva i rimprocci su tutto ciò che andava scorgendo,
scorgesse una sera ciò che non poteva lasciar dubbio dell'infedeltà
del padrone; ed anzi l'udisse, bagordando colle
indegne, indegnamente sparlare, e farsi beffe della propria
moglie. E s'aggiugne la donnicciuola non sapesse soprastar
l'ira; e tornata alla padrona non gliela nascondesse; e questo
fosse il coltello che andandole a cuore l'ammazzò. La sera
appresso erasi apparecchiata una nuova festa bellissima;
erano giunti convitati nuovi d'intorno, e da lungi; illuminate
a centinaia di fiaccole, addobbate di ricchi parati le
sale; allestita lautissima una cena; lietamente vestite ed
adorne di fresche rose le danzatrici; incominciate al suono
di numerosa allegra musica le danze; quando, udite uno o
due strida, spalancata una porta, ecco in mezzo sparuta,
torva gli occhi, ansante il petto, e avvolto il capo nelle
bende, e la persona nelle lenzuola lunghe striscianti, fuor
di sè furibonda la morente Margherita. Strillava con una
voce acuta non più sua, nè quasi umana: «Manfredi, Manfredi,
Manfredi,» e adocchiatolo, precipitò su lui, lo abbracciò
e strinse tutto, e traevaselo seco appresso con uno
sforzo ultimo; ma ivi morì. Il frastuono, il turbamento,
la fuga universale che seguirono, non dirò io. Portata,
adagiata in letto, nulla fu che la facesse rinvenire. Fuggì
prima d'ogni altro lo spaventato, non pentito, nè sè stesso
accusante, Manfredi; chè non gli restava cuor da tanto. E
dissero anzi egli e tutti i suoi e le sue, essere Margherita
stata sempre di poco senno, e debol cervello; morta ora
impazzita. Com'era andata per la vita, così andò al sepolcro,
abbandonata.

E abbandonato rimase non pochi anni il castello. E
Manfredi, qua e là correndo per diversi paesi e corti, si
distrasse interamente, e dimenticò non dirò la perduta moglie;
chè a ciò non gli abbisognava aiuto; ma il modo pure
spaventoso in che l'aveva perduta. E il dimenticò tanto in
capo a cinque o sei anni, che tornato al castello Verde;
prima a tempo per provvedere alle cose sue, poi più a
[pg!95]
lungo con qualche compagnia, poi con altre più e più numerose,
e di nuove allegre e non dissimili da quelle già
avutevi; come succede a' viziosi ostinati per quanto ammoniti
od anche puniti dal cielo, ricominciò ad immergersi
nella medesima mala vita consueta. E tanto andò innanzi
in questa, e nell'obblio della morte della sua donna, che
durando le feste e le gozzoviglie quasi ogni giorno dell'anno,
fecersi pure alla medesima notte di quella morte.
Succedette poi, che battendo l'ora fatale di lei, il tocco
dopo le dodici, o reminiscenza e rimorso a caso o in qualche
modo miracolosamente destato, o accidente naturale, o
castigo espresso del cielo, Manfredi cadde in mezzo a quella
festa in modo quasi così pronto, come era caduta Margherita,
e fu com'essa portato via al suo letto per morto. Nè
era morto tuttavia. Ma durati alquanto lo svanimento, e
poi i dibattimenti maniaci e furiosi, rinvenne; pur non
tanto da continuar nella vita allegra e tra le compagnie.
Anzi d'allora in poi o le cacciò egli di propria volontà, od
elle stesse fuggirono, come sogliono quelle che venute a
cercar allegria trovino tristezza. Certo è che rimase infermo,
languente, abbandonato anch'egli sotto al medesimo
tetto, e non lungi dalla stanza abbandonata di Margherita.
Nè durò a lungo. Pare che ogni notte intorno alla medesima
ora si rinnovassero i medesimi accidenti o castighi, e
lasciandolo così più esausto ogni giorno, finalmente lo spegnessero.

Spiegano le vecchierelle qui intorno molto più particolarmente
le cause della sua morte, dicendo: che in quella notte
dell'anniversario di Margherita, e a quell'ora fatale, lo
spirito di lei, non veduto da nessun altro, comparì ad un
tratto a Manfredi, e a lui corse abbracciandolo e baciandolo
come soleva in vita, ed avea fatto all'ultima notte; poi l'accompagnò
quando il portarono al suo letto, ed ivi con lui
giacque quasi mogliera tutta la notte. E vogliono anzi talune,
che non quella notte sola, ma tutte l'altre poi tornasse
ella ad abbracciare il marito, e seco giacesse finchè
egli visse. Tutte poi s'accordano in ciò, che ogni anno
[pg!96]
alla notte della morte di lei, e talora in altre, s'odono anche
oggidì concerti di musici stromenti, e canti, e grida allegre
di spiriti che ballano e banchettano. I quali poi quando
batte il tocco e s'ode uno strillo acuto, tutti cessano, e dicono
che è Margherita che li caccia, e torna a giacer con
Manfredi.

[pg!97]




IMILDA.
=======

.. class:: center small

NOVELLA QUINTA

.. vspace:: 1

.. class:: center large

DI UN MAESTRO DI SCUOLA.

.. vspace:: 2

..

   .. class:: small

   [Stampata separatamente a Torino (per Chirio e Mina) nel 1834 a pro
   del Regio Ospedale de' Pazzarelli.]

[pg!99]

.. vspace:: 2

.. class:: center large bold

AL SIGNOR MARCHESE DI RORA

.. vspace:: 1

.. class:: center

Direttore della Lotteria per il Regio Ospedale de' Pazzarelli
in Torino.

.. vspace:: 2

Pochi mesi sono, eravamo due ad attendere, ognuno
nell'arte sua, a due lavori per la vostra lotteria. Uno
de' due lavori non fu compiuto; e l'altro, non è stato
possibile nemmeno a me di continuarlo. Ora per adempiere,
quanto ancor posso alla promessa, ed avendo da
parecchi anni alcune Novelle, per un secondo volume
del MAESTRO DI SCUOLA, ne tolgo, e vi mando questa
in questo modo, pregandovi di compatire la tenue offerta,
e tenermi per

   :small-caps:`Torino`, 18 marzo 1834.

   .. class:: right white-space-pre-line

   Amico vostro
   L'AUTORE.

[pg!100]

[pg!101]

.. vspace:: 2

.. class:: center x-large bold

IMILDA.

.. vspace:: 2

Tornando io già una sera in sull'imbrunire alla mia terra
da alcuni casolari dove avevo a balia un mio bimbo, vennemi
incontrato il buon maestro, che tornava credo da suonar
l'organo di quella pieve, a' piè d'una scoscesa via, anzi quasi
un burrone scavato tra due altissime sponde dall'acque.
Dove, oscurandosi tra lampi e lampi il cielo a un tratto, e
incominciando a cader larghe goccie annunziatrici di temporale,
e a scivolare il lubrico terreno, e a non più reggerci i
piè, ci sforzavamo pure amendue d'andar innanzi ed arrivare
prima che franasser l'acque ad una casupola a mezza costa,
solo abitato che sia o si scorga in quella vallea. Quando a
dispetto della fatica che si durava incominciò il loquace
maestro: «Non vi par questo vero agguato da ladri? Mirate,
muro di qua, muro di là, non un'uscita; un uomo ne fermerebbe
dieci.» «Sì», diss'io, «ma il maggior pericolo per
ora è di cadere tra questi fanghi; nè i ladri sono sì mal
accorti da mettere bottega in tal deserto, dove non passano
tre lire al giorno; e poi c'è là la casupola che guarda il
passo dai ladri, e così ci salvi dall'acque.» «O quanto alla
casupola», disse il maestro che appunto per a ciò avea messo
il discorso, «sapete voi chi l'abita? Un brav'uomo che
n'ha ammazzati tre egli solo in un giorno.» «Come?» diss'io.
Ed egli: «Al tempo della sua gioventù ei fu già....» ma
non ebbe tempo, chè appunto il padrone della casa, avendoci
veduti, era venutoci incontro, e sorreggendo il buon maestro
ci faceva entrare nella casupola, dove già donna e fanciulli
[pg!102]
avevano acceso il fuoco di fuscelli e fogliacce di gran turco,
e poi recatoci il vin bianco, che è in quel paese, come il
pane e il sale degli antichi, primo e sacro segno di ospitalità.
E non era bevuto il primo bicchiere, che il contadino, il
quale aveva udito le ultime parole del maestro: «Io credo»
disse, «che avevate incominciato a narrare a questo signore
il gran fatto della mia gioventù; e perchè non è cosa ond'io
abbia ad arrossire io stesso la narrerò.» E incominciò
ab ovo una lunga storia di certe dispute tra l'arciprete e il
sindaco di quel paese, accadute trent'anni addietro, ma così
nuove in sua memoria come se fosse stato ieri, e vi si
riscaldava sopra come allora; ma intanto il compagno mio
che fin da principio dimenavasi sulla sedia, forse per dispetto
che gli fosse tolta di bocca la narrazione, ora non
potendo più reggere al modo in che era fatta, e meno alle
millanterie del bravo: «A che monta tutto ciò? Io dirollo in
due parole. Il sindaco e l'arciprete eran due uomini senza
cervello, che disputavano su non so che; anzi credo che nol
sapessero nemmeno essi, e la prova è che ci voglion tante
parole a farlo capire. Avean torto tutti e due; ma più il
prete, perchè prete. Nimici essi, nimici tutti gli uni con gli
altri nel paese; i quali poi aveano tanto più torto, che si
facean nimici pe' fatti altrui. Questo qui fece la scioccheria
di prender una delle parti, non so nemmeno quale, e non me
ne curo; e perchè era più giovane e più bravo, e come dicono
qui, più *bullo* degli altri, egli avea nome, forse senza
colpa sua, di capo di parte. Tre de' contrarii lo assalirono
un giorno allo uscir di Messa; certo è, essi furono gli assalitori;
egli a dar mano a un coltello, e metterne in terra uno;
poi a fuggire inseguito dai due, e vedendogli discosti l'un
dall'altro, a rivolgersi al più vicino, ucciderlo; ed aspettato
il terzo, questo pure uccise.» «Oh», interruppi io, «questo
l'è pure un bel fatto, e tal quale come quello...» Ma riprese
più forte il maestro: «A che servono comparazioni?
Quest'uomo non sa le storie vostre; e se volete parlare di
un antico che ammazzò in guerra tre nimici del suo re, la
comparazione non istà; perchè questi uccise in pace tre sudditi
del nostro. Scappò, uscì del paese, fu giudicato contumace;
[pg!103]
poi, consigliato tornare, tornò e fu assolto come dovea,
perchè l'avea fatto in propria difesa; e del resto, come
vedete, ha moglie e figliuoli, ed è vivuto sempre da galantuomo,
e lo è. Ed è tanto più da lodare, che al solito chi
mette mano al sangue anche con ragione, continua poi a torto,
e diventa facinoroso. Ma ad ogni modo, figliuol mio,
l'uccidere, se non fu delitto, è almeno disgrazia; e non si
vuol darsene vanto, ma compiangerla, e principalmente dinanzi
a questi vostri figliuoli. Che se non avete avuto altro
torto, avete avuto quello di mettervi in cose che non
toccavano a voi, in vece di vivere in pace con tutti. E
queste parti a che conducano ne' paesi grandi come ne' piccoli
ve lo voglio dir io; e perchè è cosa antica, dirovvi
oggi tutti i nomi, che questo signore li potrà andar a riscontrare
ne' libri, e dirvi quanto sia vero l'esempio. E
venite qua, voi altri fanciulli; che la pioggia fa un chiasso
che assorda.

In una gran città d'Italia detta Bologna, ei fu già, come
in molte altre, questa medesima gara tra preti e secolari,
che sindaci o podestà o signori si chiamassero; i preti volevano
far quello che era de' signori, e questi quello che era
de' preti; e i cittadini mal accorti se ne dividevano in parti.
Erano principali in ognuna delle due parti due famiglie dette
dei Lambertazzi e de' Gieremei, gran nimici perciò gli uni
con gli altri; principale poi ne' Lambertazzi, Orlando un
vecchio signore potentissimo di ricchezze, e per la moltitudine
de' parenti e de' figliuoli. Fra' quali ultima d'età, ma
non nei pensieri del padre era Imilda; che cresciuta bellissima
oltre ogni altra della città, egli sperava che per averla
in moglie tutti i giovani s'accosterebbero a lui, ed egli poi
al più caldo e pro' partigiano suo la concederebbe. E in
vero essendo ella giunta così intorno ai diecisette anni, e
sempre più venuta crescendo in bellezza, ed anche poi, come
dalle stesse donne e compagne sue dicevasi, in bontà, incominciò
a correrne voce non pure tra i giovani de' Lambertazzi
e loro partigiani, ma anche tra quelli de' loro nimici i
Gieremei. Nei quali era allora appunto uno di poco più di
vent'anni, il quale Fazio o Bonifazio avea nome, giovane
[pg!104]
d'indole pronta ed audace, ond'erasi anche troppo fatto già
noto all'opere nella sua parte; ma che sarebbe stato degno
di miglior campo, e miglior fama; perchè, ostinato e caldissimo
quando i suoi erano perdenti, ad ogni volta poi che
erano superiori, egli tornava benigno ed avrebbe voluto far
pace. Non so se gli venisse questo da retta e buona natura,
per sè stessa abborritrice di quegli scandali; o da prematura
ragione che gliene facesse scorgere il danno comune a tutti;
o forse non da altro che da giovanile disposizione, più che
alle brighe, rivolta a' piaceri e all'allegria. Certo è che a
questi attendendo il più che potea, e talor più che non avrebbe
dovuto, fra l'altre scappataggini volle un giorno far
questa, di assolutamente vedere e per sè conoscere, se pur
fosse tanto bella ed accorta e cortese come si dicea la Imilda
de' Lambertazzi sua nimica. E così essendo il tempo di carnovale,
e sapendo che si dovea far una gran festa in casa ad
Orlando Lambertazzi, Fazio senza dirne a persona, messa
una bautta o non so che maschera, che non si facea scorgere,
cacciossi nella folla, e sconosciuto entrò e incominciò a mirare.
Era per avventura quella notte la giovane più che mai
di bellezza ed anche di femminili grazie ed ornati risplendente,
siccome quella a cui era la festa dedicata dal padre
appassionato di lei, e vago di mostrarla, e più che mai
accenderne quella innamorata gioventù. Era poi la non sua
adornatezza dalla tutta sua semplicità rattemprata così, e la
eleganza dalla modestia, che in mezzo a tutte le altre comparendo
ella sola, non pure l'avreste detta principal donna
o regina di esse, ma quasi angelo di paradiso sceso in un
coro di belle e pure fanciulle, più bello e più puro e di più
celestiale natura. All'ardentissimo giovane, vederla, ammirarla,
invaghirsene, anzi impazzirne e volerla risolutamente,
fu un punto, un pensiero, un affetto. E con quella grazia e
naturalezza poi, che viene da un vero e giovanile ardore, non
andò guari che trovò modo di accostarsele, e colla eloquenza
che dà l'amore, l'amor dichiararle, ed accenderla, se non
altro, della vaghezza di sapere chi questo nuovo amatore
fosse, e questa sconosciuta voce. Perchè, agli accenti di cortese
e rispettosa adorazione ella era per volontà di suo padre
[pg!105]
non poco avvezza; ma appunto ella fin allora aveali uditi, più
che per altro, per obbedienza; ed ora o che le cose non
comandate anche ai migliori pajan più dolci, o che più dolce
veramente fosse questa nuova non più udita voce, o le
parole più acconce, o gli affetti più gentili, certo ella oltre
al consueto se ne compiacque, o domandò al giovane chi egli
fosse? sollazzevolmente pregandolo si discoprisse. A cui egli
benchè a siffatto caso non avesse nel venire posto mente:
«O donna», disse, «quello che imponete è accompagnato forse
di maggiori difficoltà che voi nol vi pensate; pure non fia
disobbedito mai nessuno comandamento d'Imilda a Fazio
Gieremei.» E così detto, levò la maschera dal viso. Immaginatevi
che paura corresse per ogni vena alla fanciulla,
udendo il nome del maggior nemico che fosse di sua casa,
un nome non mai dinanzi a lei pronunciato senza qualche
aggiunto di scellerato o maledetto, o se v'è peggio, e vedendolo
audacemente così palesarsi in mezzo a tanti, di cui non
era uno che se il riconoscesse non avesse volentieri fittogli il
pugnale nel cuore, e lei dell'odiato sangue cospersa. Fu
stupore, fu pietà, timore per sè, per lui, per tutti, che la
fecero impallidire, e in assai meno tempo che non dissi io,
dir ella: «Per l'amor del cielo, che fate voi? copritevi, copritevi.»
Ma egli, senza altrimenti turbarsi, ed anzi dolce e
lietamente sorridendo: «O donna! troppo crudeli ed assoluti
sono i vostri comandi. Che non avendo io fatto conto veramente
per questa sera di mostrare il mio volto, voi me lo
faceste scoprire; ed appena scoperto, ne siete già pentita,
e così alterata che mel volete far ricoprire. Ondechè, io
voglio mi perdoniate, se ad obbedirvi in questo secondo comando
io ci pongo un patto; ed è, che non potendo io oramai
vivermi senza la vista di voi, mia dolcissima nimica, e
volendo ogni sforzo fare per tornarvi a vedere, voi, non che
opporvici, farete da parte vostra, quando io ve ne richiegga,
ogni sforzo perchè ci possiamo onestamente ritrovare.» E
rispondendo ella molto affannata e ripetutamente che non si
potea, «Nè io posso questa volta assolutamente obbedirvi.»
E faceva atto con allegro volto di buttar in terra la maschera,
e rivolgersi dal cantuccio ove erano in mezzo al ballo,
[pg!106]
quando ella dall'ostinazione di lui vinta con femminil dispetto
disse brevemente, che lo farebbe. Allora, datogliene
con uno sguardo degli innamorati occhi le dovute grazie, egli
rimetteva la maschera; ed ella di là si fuggiva, ed egli, perchè
incominciava ad essere osservato, dileguandosi tra la calca,
non molto dopo se ne uscì.

Il giovane era di quelli che si vedono tutto dì, i quali
meglio amano arrampicarsi per una costa ritta che passeggiare
per lo piano, montar un cavallo bizzarro che uno mansueto,
passare per lo ciglione di un precipizio che per la
strada maestra, e in somma quando si potrebbe far come
tutti gli altri, voler sempre far diverso, e in vece delle facilità
cercare le difficoltà. Pazzi da catena, dico io! chè quando
si cercano, le difficoltà le si trovano; e principalmente in
questo punto del matrimonio ei ce ne sono tante per sè, che
il volerne aggiungere delle inutili è una vera scempiaggine;
ed al principio, prima d'innamorarsi, se pensasse ognuno
ch'ei potrebbe facilmente ottenere tante che vaglion quella
ch'ei prosiegue con difficoltà e pericoli, io credo ch'ei
piglierebbe una di quelle. Ma signor no; ei si vuole appunto
quella che non si può. La giovane anch'ella avea nella sua
benchè dolce natura alcun che di questa stessa caparbieria
e amor delle cose strane; oltrechè soprammodo erale andato
a genio quell'audacia dello scoprirsi, e quella ostinazione
del voler rimanere scoperto finchè avesse il suo intento. Le
quali due qualità dell'audacia e dell'ostinazione ben so che
vanno a genio malamente al più delle fanciulle, che poi maritate
ne incresce loro molto sovente. Ma io, non approvandolo
nè troppo intendendolo, non ispiegherovvi altrimenti
l'amore di que' due; sì dicovi, che se fin allora la Imilda
aveva avuto nome di alquanto ritrosa verso a' pretendenti,
ora in breve acquistò quello di superbissima, e quasi non fu
nissuno che non ne disperasse. E riprendendonela il padre,
e dicendole che ora s'appressava il tempo che ella si dovesse
decidere; ella diceva che no, e domandava tempo, e
voleva prima d'ogni cosa aspettare l'inteso abboccamento,
e fra sè dicea, che quand'anche avesse a prendere un partito
poi, assolutamente nol potea nè dovea prima d'aver
[pg!107]
adempiuta la ingaggiata promessa. Perchè, vedete, anche
questo è un vizio solito della gioventù: mettersi in capo certi
doveri immaginarii che son tutt'altro che doveri; e per essi
i veri doveri di figliuoli rispettosi ed obbedienti e confidenti
trascurare. Pareva sì alla giovane che Bonifacio molto tardo
fosse a domandar egli quell'adempimento: e talora dubitò
della sincerità o costanza di lui; e il desiderio e il dispetto
le mettevano allora in cuore non so che d'amaro, che tuttavia
non vi scemava la passione. Nè pensava ella in che
difficoltà si fosse messo pur egli Fazio; il quale, passata
quell'occasione della festa, non che tornar addentro alla casa,
non potea nemmeno andarle intorno. Perchè era usanza
di quei nimici, assalirsi quando incontravansi per le vie, e
più se gli uni ardissero passare dinanzi alle case degli altri,
che toglievasi per bravata ed insulto; ed egli che l'avea
fatto cento volte, nol volea far più; e non che esser vago di
siffatti incontri, li cansava ora con più prudenza che i prudentissimi
d'ambe le parti. E pensate se ora gli venissero
a noia le parti, che mai non avea seguito se non per mal
esempio altrui, ed ora ei le trovava quasi insuperabile muro,
o interminato mare tra sè e la sua disiata donna. Venne
alcune notti in abito mentito di giullare o menestrello sotto
il verrone, dove lei sapeva dormire, e intuonava sul liuto or
l'una or l'altra canzone in lingua volgare. Ma questi erano
istanti, e il più sovente non finiva nemmeno la canzone, e
dileguavasi non solamente se udiva uscir dalle case alcuna
persona, ma anche più se vedeva aprir il verrone e spuntarvi
la fanciulla; che, non essendo comodo quel luogo a parlarsi,
non volea sprecar così il promesso appuntamento, e
temeva udir da lei cosa che non avesse qui agio a risponderle,
e ridurla a' suoi desiderii ed a' suoi già fermati
disegni.

In ultimo sendo così due o tre mesi passati, ed o per il
ritorno di primavera che invitasse, o più probabilmente perchè
le brighe e le guerre loro particolari così richiedessero,
i Lambertazzi si ridussero a un castello che aveano molto
forte e presidiato, non discosto dalla città. Quivi parve a
Fazio gli si porgesse occasione di veder la sua amata. Perchè
[pg!108]
avendo già, siccome molto destro a siffatti maneggi, messo
dalla sua una delle donne che servivano ad Imilda, seppe da
quella come poco prima era stato cacciato di casa Lambertazzi
per non so quali mancanze un povero donzello. Onde
Fazio vestitosi a quel modo capitò un mattino alla capanna
di una buona vecchierella; la quale molto povera essendo, e
la capanna non molto discosta dal castello, la Imilda or con
l'una or coll'altra delle sue donne vi veniva sovente come
a diporto, e ad arrecarle qualche men rozzo cibo, o panno,
o monetuccia.

Ora a costei presentandosi Bonifazio le venne dicendo, sè
esser quel meschinello caduto in mala gracia di messer Orlando,
e che uscito di quella casa non avea più avuto una
buona ora, ed era anzi in gran miseria caduto; e così avendola
impietosita, aggiunse, che se potesse vedere un momento
Imilda e parlarle, egli non dubitava di poterla muovere, tanto
era buona, a domandare la sua grazia, e che domandata da
lei al padre, ei la crederebbe ottenuta. La donna, che come
sogliono tutte, nulla aveva caro al mondo quanto potere spacciar
protezione, entrò molto volentieri nel pensiero; e rispose
che la signora Imilda veniva sovente a sua capanna, e bastava
che le facesse dire che abbisognava di lei, perchè ella
venisse; e che l' farebbe. A che riprese il finto donzello,
povero essere, ma pur rimanergli una catenella d'oro datagli
da una sua innamorata, e che egli le darebbe volontieri, e
quanto potesse avere, se ella gli agevolasse questo modo di
ingraziarsi di nuovo co' suoi buoni signori, e principalmente
colla buonissima Imilda. Adunque la vecchierella fece avvisata
la Imilda; la quale poc'ora appresso ci venne; e la
donna compra da Bonifazio trovò modo di venirci con lei.
Se fosse stupita la fanciulla di trovare Bonifazio nella capanna,
pensatelo voi; e sua prima mossa veramente fu verso la
porta per tornarsene, ma ne fu trattenuta dalla promessa sì
ben tenuta in cuore, e fors'anco dal proprio amore, e poi
dalle cortesi preghiere, e dalle eloquenti, innamorate parole
del giovane. Che fossero siffatti discorsi nol vi verrò io sminuzzando;
montavano a ciò, che egli dicea di grandemente
amarla; ella mostrava che l'amerebbe, se non che non potea
[pg!109]
sperare un felice fine a quell'amore per la nimicizia di lor
parenti. Ma Bonifazio era venuto ben apparecchiato a ciò;
e quanto volentieri poi ci si cacciava nelle difficoltà, tanto
agevolmente sempre gli parea poterne uscire. Adunque in
mezzo a molto amoroso parlare dall'una e dall'altra parte,
egli le venne dispiegando, e non in breve, tutto il pensiero
ch'egli avea tra sè lungamente maturato; ed era, in poche
parole poi, che egli tra i suoi compagni e tutti i Gieremei,
ella per via di suo padre tra i Lambertazzi s'adoprassero
d'ogni maniera a riaccostarli gli uni e gli altri, e lor odii
scemare, e lor guerre finire, e ricondur pace nelle due case
ed in tutta la città. Così in proprio pro e della loro passione
operando, opererebbero il bene anche dei concittadini;
e il loro dolcissimo amore sarebbe fine alle crudeli inimicizie
di lor case, ed ai guai della città, e lor nozze principio
a nuova età tutta di pace. E unite tutte le parti in quella
concordia, che potenza di fuori non se ne accrescerebbe a
tutta la città, e che gloria? E così d'una in altra immaginazione
avanzando, e la Imilda lui ascoltando quasi un profeta
o un angelo che fosse venuto a parlarle, ed ardentissimamente
bevendosi tutte le idee di lui, non è a dire a quanti
e quali sogni s'abbandonassero i due giovani inesperti. Ma
che volete voi? la imprudente gioventù se mette gli occhi a
uno scopo alto e bello a mirarsi, non guarda mai alla via che
vi ha per arrivare, e non tien conto nè di burroni, nè di
precipizii, nè di acque, nè di fuoco che la possano fermare.
In breve, quando Bonifazio ed Imilda si lasciarono, non che
lasciarsi afflitti ed avviliti come sogliono gli amanti disgraziati,
voi gli avreste veduti quasi di celeste fiamma accesi lor
volti; e uditi allegramente dirsi addio per poco tempo, e
darsi appuntamenti a questa medesima capanna per insieme
adoprarsi alla loro immaginata opera divina.

Che ne succedesse poi, già vi può essere conto se vi siete
trovati mai a vedere la commare mettersi tramezzo a due
donnicciuole che garriscano in mercato, o un amico commune
in senno tra due furiosi ubriachi, o un monello in piazza tra
due cani combattenti; che donnicciuole ed ubriachi e cani,
lasciando la prima contesa e facendo pace o almeno tregua,
[pg!110]
si rivolgono a mordere e straziare gl'imprudenti pacieri.
Perchè Bonifazio, primo già tra' compagni allorchè era uso
condurli alle gare ed agl'incontri, quando incominciò a ritrarsene,
incominciò pure a perdere ogni autorità e credito; ed
ora volendo dire che queste contese erano già durate troppo,
e che facevano più male che bene a tutti e principalmente
al comune, e che bella cosa sarebbe, in vece di straziarsi
gli uni e gli altri, combattere tutti insieme per la città e
contro a stranieri, ed altri simili argomenti di pace, ora non
fu più inteso per nulla; e vennero a poco a poco a dire gli
altri Gieremei, che novità, che mutazione, che tradimento era
questo? Sempre s'era mostrato dappoco e paciere Bonifazio;
quante volte nella vittoria non li avea già impediti di proseguirla
e valersene, e spegnere del tutto e cacciar quel mal
seme de' Lambertazzi? ma pur pure se non valeva nulla fin
d'allora a' negozii, valeva almeno in guerra e col ferro in
mano; ora poi nè in un modo nè in un altro. E che credeva
egli? era un bambino col latte in bocca e voleva dar
consigli; tutta superbia, gran superbia; credevasi dappiù
degli altri, ma vedrebbe bene; e cento altre cose che erano
false, ma egli, per la sua grande imprudenza, quasi si può
dire che si meritasse. Perchè se egli aveva dalla sua diritta
natura l'orrore alle civili discordie, e dal suo amore l'ardente
brama di racconciarle, forza è poi confessare che la
prontezza e schiettezza, a lui non meno naturali, lo facevano
meno di niuno atto a ciò. Al solito si vede chi vuol racconciar
due disputanti ir all'uno e dir tu hai ragione, e
all'altro tu pur l'hai; ma egli all'incontro non sapea d'un
capello scostarsi da ciò che credea vero; e volendo dar ragione
o torto secondo che l'avea ciascuno, perchè i furiosi
parteggianti sempre hanno più torto che ragione, egli dava
così più sovente torto, e veniva in ira a ciascuno. Peggio
era della debole Imilda; perchè, vedete voi, quanto più uno
è debole, tanto più peggio quell'ufficio di paciere si fa. Che
se in vece della commare tra le donnicciuole garrenti vengono
i mariti, o tra due ubriaconi la giustizia, o tra i cagnotti un
can grosso, allora sì che si fa pace per forza o per amore,
che allora vuol dire paura. Ma chi usa e non può usare se
[pg!111]
non preghiere, non fa far pace a chi vuol pur combattere,
ed egli ne sta sotto. Pensate dunque che bel profitto potessero
fare o le corte parole, o le lontane esortazioni della
fanciulla; le quali poi altro non potevano essere se non quando
si parlava di queste cose, un dir talora molto in generale,
che ella amava la pace, e vorrebbe veder finite queste guerre,
ed altre cose simili. E sì che il solo argomento che avrebbe
fatto colpo, sarebbe stato forse quello di dire che ella non al
più acre combattitore, ma a chi più si fosse adoprata a far
fare la pace si sarebbe donata. Ma questo nè lo voleva dir
ella, nè lo voleva lasciar intendere nemmen per ombra; fra
le altre virtù avendo questa ancora tutta giovanile della gran
sincerità, e del non pensare nemmeno a lasciarla per danno
che le venisse. Così con tutte queste virtù, meno quella della
prudenza, i due giovani non fecero altro che venire l'uno e
l'altro in sospetto ognuno a' suoi, e più volte rivedendosi
alla capanna ebbero a scambiare di ciò mutue lagnanze, già
troppo diverse dalle speranze di quel primo abboccamento.
All'ultimo avvisarono i Gieremei, che Bonifacio per certo
dovesse aver qualche interesse ne' Lambertazzi; e questi, che
la Imilda, già così aliena or così pronta a' discorsi di pubblici
affari, dovea pur avere qualche interesse ne' Gieremei.
Il padre, principalmente, e i tre fratelli, ruminandoci sopra,
si ricordarono della festa e di quella maschera incognita che
avea parlato a loro sorella, ed era poi sparita, ed ella non
avea mai voluto dire chi fosse; onde a poco a poco dubitarono
che dovesse essere alcuno di lor nimici; e non vedendo
più Bonifazio così pronto alle risse, e udendo che egli pure
facea il paciere, finalmente s'apposero al vero. E benchè
non credessero che quella cosa fosse ita più in là, nè che la
Imilda avesse più veduto Bonifazio, od avesse altro per lui
che una prima disposizione d'amore, tuttavia arsero di
grand'ira contro lei e contro lui; e tenuto consiglio insieme,
deliberarono di non farne rumore, ma lasciato ogni altro
pensiero, guardar molto dappresso la Imilda, e tutti adoprarsi
poi contro Bonifazio. E fuvvi chi disse aver da certe spie
saputo come questi appunto per la nuova o cresciuta moderazione
era venuto a noia a tutti i suoi, e che se al consiglio
[pg!112]
grande della città si mettesse il partito di cacciar Bonifazio,
egli credeva che si vincerebbe a pieni voti o pochissimi discordanti;
e così fecero, e così successe. Intanto la Imilda,
fattasi accorta de' sospetti in che era venuta ancor essa, e
temendo meno per sè che per l'amante se più venisse alla
capanna, l'avea per la fedel serva avvisato, che assolutamente
non venisse più, e che per ora non si poteano più vedere;
ma che se egli era dell'animo di lei, nè tempo, nè fortuna,
nè morte, li avrebbero l'un dall'altro disgiunti. Ed egli che
non l'avrebbe mai voluta trarre a questa risoluzione, pur vedutagliela
prendere da sè, avea risposto impegnando sua fede,
e gli avea mandato l'anello. Ma ora poi udendo il proprio
esiglio, e che gli si davano sole ventiquattro ore a partire,
non volendo trarre sua donna a niuna disperata risoluzione,
senza altrimenti vederla, solo e tutto amore per lei ed ira
contro gl'ingrati concittadini, solo con uno scudiero per gli
Appennini alla volta di Firenze s'avviò.

E prima non mettendo mente che le ingiustizie son sempre
fatte da pochi, e che le vendette pur toccano a molti; nè
a questo, che quand'anche fosse tutta ingrata e scellerata la
patria, non è lecito contro a lei, quasi madre, vendicarsi, furono
i pensieri dello infelice giovane tutti di vendetta. Riandò,
scusò, anzi ammirò tutti gli esempi di coloro, che cacciati
dalla patria tornarono a lei con in mano il ferro e il
fuoco, ed a capo de' suoi nemici. E proruppero siffatti pensieri
non di rado in feroci discorsi, quando s'abbatteva in
persone che volessero scusare or l'una or l'altra delle parti
scellerate. Ma avendo una volta parlato in cotal modo innanzi
ad alcuni capi del Popolo Fiorentino inimico del Bolognese,
e questi rallegratine avendogli proposto di mettersi
con essi contro la sua città, tanta vergogna gliene prese, che
mai più all'ira sua non si abbandonò. Anzi, perchè anche
Firenze era divisa nelle medesime parti, ed egli nè voleva
accostarsi a quella già contraria, che gli sarebbe paruto tradimento,
nè a quella già sua da cui pareagli essere stato
tradito, lasciò Firenze, e incominciò a vagare a Siena, a Pisa,
a Pistoia e l'altre città di Toscana; ma trovò in tutte le
medesime parti e i medesimi furori; onde a Firenze si
[pg!113]
raccolse, ma senza più voler vedere nè udire degli uni nè
degli altri; e tutto in sè ristretto e solingo poi visse. E
passato così tutto l'anno e non pochi mesi dell'altro, cessata
l'ira, incominciò il rincrescimento della patria, accresciuto
dal desiderio dell'amata. Usciva talora soletto dalla
città, e senza accorgersi s'avviava per gli Appennini in verso
a Bologna, e talor andava fin sulle vette onde potesse scorgere
da lungi, o immaginare il vietato suolo della patria. E
vedendo non che i viandanti, ma gli augelli o le nuvole o i
venti avviarsi là, gli si stringeva il cuore, e tornava. Ma
peggior disconforto eragli pure camminare solo e diserto tra
la calca del popolo, per le vie brulicanti ed allegre della
città; veder affaccendarsi ognuno ai proprii piaceri o negozii,
egli disoccupato e senz'altra fretta che della sera, la
quale terminasse quella giornata di più, e l'accostasse al
fine qualunque fosse dell'esiglio. Allora, sentendosi cadere
in siffatti pensieri, egli stesso se ne sarebbe voluto distrarre;
ma desiderando un amico, non trovava nè un compagno in
mezzo a quella moltitudine. Vedeva accostarsi gli uni agli
altri, disgiungersi, tornare, affaticarsi, sorridere, insomma vivere;
egli solo misero non vivea, ma di rivivere o di morire
aspettava. Allora gli tornava in cuore il dolce tempo, e gli
si facea questo più amaro; allora bramava, e forse meditava
la propria morte. E forse n'era trattenuto meno dal dovere
di religione, che dalla disperazione di lasciar l'ossa così
fuori della patria, e non più rivedere la sua donna. Perdurando
arriverebbe, chi sa? a giorni migliori; ammansa il
tempo i più duri uomini; e quelli che non ammansa, muta.
Così entravano nell'animo del fuoruscito i pensieri di morte;
così computava i giorni proprii e quelli de' suoi nemici; e
forse forse, infelice, anche questi con inavvertiti iniqui desiderii
accorciava, o con preghiere empie li chiedeva da Dio.
Allora di sè inorridito sè stesso scoteva, e domandavane perdono
a Dio, e tornava al solitario suo albergo, e lunghi
giorni e interminate notti vivea. Venivangli di tempo in
tempo non frequenti lettere della sua donna, quanto meno di
speranze, tanto più d'amore e di costanza e virili conforti
piene. Perchè voi altre donne sempre mi siete parate divise
[pg!114]
in due qualità: le une, che amate l'allegria, le faccende, il
brio, e cercate gli uomini felici, allegri, affaccendati; e se
questi o per sè o per fortuna mutano, voi, o li lasciate a un
tratto senza vergogna, o almeno a poco a poco e salvando le
apparenze, ma rivolgendo l'amore in pietà. Le altre poi
son tutte all'incontro, che mettono amore naturalmente più
ai non fortunati che ai fortunati; e quanto più s'accresce
l'infelicità, tanto più anche cresce il loro amore e la loro
abbandonata devozione; e se son capaci d'impazzire o di
perdersi, egli è per uno che sia del tutto caduto ancor egli
e perduto. Che se niuna mai, Imilda certo era di queste.
E mentre ogni dì più acquistava voce di ritrosa e superba,
disprezzando i voti, e negando la mano de' maggiori uomini
e de' più briosi giovani della città, ella scriveva al fuoruscito
che mandasse a toglierla, od ella, anche sola ed a piè, lo
verrebbe a raggiugnere; e che ella volentieri abbandonava
casa, padre e fratelli per lui, che ad ogni modo era signor
suo, ed ella sua donna innanellata da lui, e che lo dovea e
voleva ad ogni modo e in ogni luogo seguire. Bonifazio che
innamorato e per ciò generoso giovane era, quando il rapivano
di contento queste parole, tanto per altra parte l'accoravano,
e più volte scrivevale che non voleva. Ma non la
potendo pure dissuadere, e vedendo il suo esiglio allungarsi,
e le speranze scostarsi, e dal proprio desiderio mosso finalmente,
di soppiatto partì di Firenze, e per discosta via a
Pistoja, e poi a Modena, e finalmente presso a Bologna alla
capanna della vecchierella ne venne. La quale, se vi ricorda,
avea la prima volta ricevuto Bonifazio in abito mentito, e
credutolo quel donzello cacciato di casa dai Lambertazzi; ma
in ultimo, così essendo necessario per rivedersi l'altre volte,
era stata messa nella fiducia de' due amanti, e avendone di
molti e grandi regali ricevuti, li avea sempre fedelissimamente
aiutati e serviti. Per la quale fatto saper prima ad
Imilda la sua venuta, e che non movesse sino a nuovo cenno,
ne fece poi anco avvisato uno amico suo e compagno dall'infanzia,
e quasi solo di tanti rimastogli fedele. E con questo
abboccatosi più volte alla capanna, disposero, che raccozzando
una ventina de' suoi scudieri e uomini d'arme, con tre
[pg!115]
buoni palafreni si trovassero tre giorni appresso all'annottare
in una macchia molto vicina alla capannuccia; dove poi
Bonifazio ed Imilda, con quella donzella consapevole de' loro
amori, verrebbero, e tutti insieme per la via più presso ai
confini si caccerebbero di corsa. In ultimo, per la vecchia,
fecene avvisata Imilda, ed ella la sua donzella. Onde, venuto
il giorno appuntato, queste due insieme, quasi a diporto
uscendo non attese, alla capanna vennero, e inosservate
giunsero.

Dove immaginate voi che abbracciarsi, che gioie, che dolcissime
parole fossero tra i due innamorati giovani, orbi
tanto tempo di così fatti conforti. E la Imilda, facendosi
promettere e giurare nuovamente, che alla prima posata che
potessero fare, e' cercherebbero di qualche prete che desse
loro la benedizione, e li facesse legittimi marito e moglie,
alla sua guida tutta s'abbandonò. Aspettavano il suono
dell'Ave Maria, e uditone il primo tocco, la Imilda alzatasi
da sedere con un atto di mestizia insieme e di dolcissima
arditezza porgendo la mano a Bonifazio si moveva a lui
seguire. Ma aperta a un tratto la porta alla capanna videro
avventarsi addentro, seguiti da altri, tre armati furiosi che,
nè a Imilda, ne all'altre donne attendendo, quasi a devota
preda sovra l'infelice Bonifazio si precipitarono. Trasse il
ferro, e pur credendo di aver a difender la donna tenevala
per l'altra mano e parava i colpi; ma in breve ebbe riconosciuto
i tre Lambertazzi fratelli di lei, che gridando: «A te,
Fazio, a te: lascia costei; a te, a te; tu sei morto;» in lui
solo le loro tre spade e i tre pugnali rivolgevano. Onde,
lasciata la donna, rotava pure il ferro contro loro, ed attendeva
a difendersi; ma uno rivolgendoglisi a spalle immergevagli
al destro fianco il pugnale fino al manico, e gridava:
«Sei morto.» In quello udivasi un grande frastuono d'armi
e cavalli, e un azzuffarsi fuor della porta. Onde Bonifazio,
immaginandosi che fossero, com'erano, i suoi, benchè ferito
faceva pure ogni sforzo per raggiungerli; e rivolgendosi ed
affrettandosi pur essi fuori i Lambertazzi a sostenere lor
gente assalita, gli riuscì in parte. Ma erano più forti i
Lambertazzi, e gridando: «Morto egli è, lascialo pure, morto
[pg!116]
egli è;» tutti insieme sforzandosi contro gli amici di Bonifazio,
li ricacciavano verso la macchia, ed ivi assalendoli li incalzavano
poi fino alla città.

Intanto Bonifazio traeva a stento il ferito fianco, e sforzavasi
d'arrivare alla macchia e pure arrivava; ma ivi rifinito
ed esangue cadde, ed in breve i sensi perdè. Imilda
meschina avea pur tentato frammettersi nella zuffa, e principalmente
tener quello de' suoi fratelli che avea ferito lo sposo;
ma trattenuta ella stessa dalle donne, e principalmente da
quella sua che era stata la traditrice, non se ne era potuta
disimpacciare, se non quando all'accorrere de' Gieremei era
diventato universale il terrore o la fuga. Allora precipitossi
pur ella fuori della capanna, e cercando di Bonifazio e non
vedendolo, e dileguandosi poi i combattenti, gli uni a fuggire,
gli altri ad inseguire, vennerle finalmente vedute le traccie
di sangue, onde il trafitto Bonifazio avea segnata sul terreno
la via. Le quali tutta d'affanno e dolore palpitante, seguendo,
giunse la misera Imilda alla macchia, e ivi ebbe veduto
giacente, e immobile, e pallido come morto il suo Bonifazio.
Credettelo spento dapprima; e cadendo boccone sopra di lui,
e volto a volto, e bocca a bocca accostando, vennele pure
sentito un lento respiro, e un debole palpitare che la rinfrescò
di qualche speranza. Pensò cercar acqua là intorno,
e lavandogli la piaga e il capo, farlo rinvenire; ma sovvenendole
come troppo sovente in mezzo a quelle scellerate nimicizie
non bastando il ferro a straziarsi, solevasi aggiugnere il
veleno, e n'erano per lo più contaminati i pugnali, e temendo
i fratelli seguissero quel nefando uso, e pensando che, ferito
Bonifazio, avean gridato: «Sei morto», e lasciatolo per finito;
di nuovo spavento compresa, senza aspettare o pensare altro,
snudò la piaga e raccogliendone i lembi colle dita e poi colla
bocca, a succiarli incominciò. E trattenendo il proprio alito
e i sensi, e tutta più e più volte empiendosi del corrotto
sangue la bocca, tanto fece che a poco a poco si riebbe lo
sposo suo, e mirolla, e subitamente affacciandoglisi alla mente
che facesse ella, ne la volle colla mano debole trattenere,
chè colle parole non potea. Ma ella con tanto più ardor
continuando quanta più speranza le si aggiugnea, e più chiaro
[pg!117]
il pericolo le si accennava, nuova sangue pur gli veniva
traendo, e nuovo tossico forse bevendo. Finalmente riavutosi
meglio Bonifazio: «Donna, donna,» le potè dire: «per
quell'amore ch'io vi portai, per l'anima mia, pregovi, tralasciate
questo ufficio inutile a me, letale a voi. Imilda...
Imilda mia... nelle tue braccia morendo... tue braccia
tanto tempo desiderate....» Nè poteva dir più, nè la donna
di sovrumana possa e di nuovo celeste animo accesa o udiva
lui o restavasi un momento; e tanto con tal ansia ed affanno
fece, che anche a lei venner meno le forze, e semiviva appresso
a lui riposare dovè. Due o tre volte pure, ripresa
lena, ricominciò. All'ultimo potendo, più che l'amor suo
a tenerla viva, il bevuto veleno o forse il dolore ad ucciderla,
sentissi venir meno, e le si aggiugnea la disperazione di non
aver pure potuto far riavere lo sposo; e allora componendosi
accosto a lui, e lui tenendo nell'amorose braccia, e la intrisa
bocca pur riaccostando alla piaga, nuovi sforzi fino all'ultimo facendo, così morì.

Era la vecchierella accorsa intanto, e testimone stata
di quegli ultimi istanti; nè per preghiere o sforzi avea potuto,
non che trattenere Imilda, ma neppur quasi farsene
udire. Diè in istrida vedendola spegnersi; accorsero dopo
alcun tempo reduci dallo inseguimento i Lambertazzi, i fratelli
di lei, e poi suo padre istesso. E dicono gli uni che
infiammati del medesimo furore non altro dicessero tutti
che «Ben le sta.» Altri pure ne li scusano, e dicono che
amaramente piagnendo li facessero insieme quasi marito e
moglie sotto a quelle piante seppellire. Questo è certo che
le nimicizie, non che spegnersi od ammorzarsi, di nuovo
ardore arsero, ed infuriarono peggio che mai.»

Non avea finito per anco la sua narrazione il maestro,
quando entrarono nella casupola un ragazzuccio mandatomi
innanzi colla lanterna da mia moglie, e il sagrestano
venuto propriomoto a cercare il maestro. Perchè, sapendone
le usanze, era venuto domandandone ad ogni casa giù
per la via, e così trovatolo. Il maestro, che era nel più
caldo della narrazione aveva accennato loro, tacessero; ma
finita appena, perchè l'ora era tarda e il temporale finito,
[pg!118]
e l'acque scolate, insieme ci levammo per partire; nè ci fu
verso, aggiunti due ospiti nuovi, che non si bevesse tutti
un altro bicchiere di vino, e bevendo disse il padrone di
casa: «La storia del signor maestro è bella, e quanto alle
nimicizie tutto è vero e buono quel che n'ha detto; ma io
non consento in ciò che Bonifazio si avesse a disperar tanto
di star fuori di paese. Io per me ci sono stato pure io; e
se non era che qui avevo la casa e il podere, che facendoli
vendere da lungi, Dio sa s'io ne vedeva più un quattrino,
credo pure che non ci sarei tornato mai, perchè, vedete voi,
come si dice, tutto il mondo è paese.» Ed aspettava la risposta;
ma il maestro o fosse stanco di parlare, o avesse
fretta di partire, o che, come mi parve anche altre volte,
quanto era vago di narrazioni, tanto lo fosse poco di dispute;
e facendo in cotal modo suo quando era udito senza
contraddizione, gli si strozzasse la parola al contrastare,
certo questa volta non rispose altro se non «De' gusti e
de' colori et cetera;» e partì, ed io appresso, e i due lumi
che ci corsero innanzi. Ed io pur vedendolo tacere e in sè
ristretto, e quasi come accorato, pur mi vi accostai prendendogli
la mano, e dicendo: «Gli è vero che i gusti sono
diversi, ma quelli dei buoni s'incontrano talvolta.» Nè credo
che quando il Papa apre la bocca a' cardinali nuovi,
egli lo possa fare con effetto più pronto che fecero le mie
parole al buon maestro; che incominciò a dire dell'amore
al paese; come somiglia ad ogni altro amore, che talvolta
può essere iroso, indispettito, furioso, e rivolgersi per a
tempo anche in odio e nimicizia; ma che quando è vero, pur
torna sempre ad essere amore, e che il peggio è l'indifferenza
degli uomini; e molte altre cose. Dalle quali l'una
all'altra venendo, e tornando alla novella: «Maestro,» gli
diss'io, «a me non dispiacciono le vostre novelle, ma vorrei
sapere perchè voi le rivolgiate così sovente a dir di
parti, e gare, e nimicizie, facendole voi dinanzi a questa
buona gente di sì piccolo paese, che nemmeno ci son tanti
da potersi dividere in due parti, nè ci è poi donde parteggiare,
così son poveri e semplici.» Ma egli: «Sempre e' ci
ha bastante gente da disputare quando e' sono due uomini
[pg!119]
insieme; ed errate grandemente se credete che ne' paesi piccoli
si disputi meno che ne' grossi; e si vede che non ci ha
molto che voi siete in questo, in quale pure è de' meno
disputanti, ed io ne conosco degli altri troppo peggiori.
Voi vi credete quasi vecchio, ma non siete. Del resto, forse
è vero che in siffatti discorsi io ci cado troppo sovente; ma
la lingua batte dove il dente duole; e, non che le novelle,
ci ho fatto sopra a questo soggetto anche una predica.» Ma
sendo noi giunti presso alla scuola, a quella senza altro
commiato prendere si rivolse, ed entrò.
[pg!120]

[pg!121]




I DUE SPAGNUOLI.
================

.. class:: center small

NOVELLA SESTA

.. vspace:: 1

.. class:: center large

DI UN MAESTRO DI SCUOLA.

.. vspace:: 2

..

   .. class:: small

   [Pubblicata la prima volta nel *Mondo illustrato* (Torino, per Giuseppe
   Pomba e C., 1847).]

[pg!122]

[pg!123]

.. vspace:: 2


I.
--

«Narrereteci voi una novella, maestro?» disse una gentildonna
che era con noi in una di quelle ultime lunghe
sere di novembre, che quando s'ha buona compagnia io
le conto per uno de' migliori piaceri della villa. «Narrereteci
voi una novella? Io ho lette quell'altre scritte dall'amico
nostro che è qui; ma dicono che narrate da voi sieno troppo
più piacevoli, ed io, dopo che vi ho conosciuto, volentieri
lo credo. Se non che, ei mi pare vi dilettiate soverchio cogli
spiriti e colle apparizioni; che io ben vi posso dire non
mi danno paura, ma troppo ripetute forse mi darebbero
noia. Oltrechè dei tempi antichi abbiamo novelle che ne
avanzano; e se molte sono sconce, molte pure sono da
leggersi per tutti; e il novellare di quelle cose e que' costumi,
è proprio un portar acqua al mare, o chiocciole in
Astigiana.» «Signora,» disse il maestro, «io novello a modo
mio, come mi viene il destro, di cose vecchie o nuove
senza distinzione, e senza intenzione di far novelle nè all'antica
nè alla moderna. E certo, dette così come le dico
io, nel nostro dialetto piemontese, anzi nel mio tra astigiano
e langaruolo, ben credo che elle non possano nè olezzare
nè putire mai d'imitazione del Lasca, o di messer
Giovanni Boccacci. Che se poi l'amico volendole scrivere,
e nol sapendo fare, come pur dovrebbe, nel dialetto in che
[pg!124]
son dette, le scrive in italiano, egli ci pensi; purchè non
le scriva io; chè fuor della scuola io non intingo mai penna
in calamaio.» «Non so» disse la gentildonna «chi s'abbia
a dir più pigro dei due; o voi, maestro, che avete votato
odio alla penna, o voi, amico, che avendo il vizio di tôrla
in mano, la usate poi così scioperatamente in baie di questa
sorta. E quasi direi che voi siate il peggiore dei due;
perchè niun uomo ha l'obbligo di scrivere; sì bene, volendo
pur iscrivere, di farlo, o tentar di farlo almeno, sopra
qualche cosa che serva.» «E' mi pare» diss'io «che
voi non v'abbiate il torto; e già me n'ero avvisato da me,
che che io dicessi a' miei leggitori sull'utile di passar meco
un'ora d'ozio; ond'io mi vo' pur correggere, e più non
iscriverò.» «Ecco,» disse la gentildonna, «conclusione a
rovescio: io vi diceva, scrivete qualche cosa utile; e voi
concludete, non iscriverò.» «Perchè» ripresi io «per iscrivere
qualche cosa utile, e' si vuol avere, primo, qualche
cosa utile in capo; secondo, scienza di scriverla; terzo,
volontà; quarto, agio; quinto, stampatore; sesto, libraio;
settimo, leggitori. Vedete quante cose, oltre forse le dimenticate.»
«Or certo, eccovi al solito degli autori, a lagnarvi
di stampatori, librai, e leggitori; dovreste vergognarvene,
voi principalmente autor dilettante, principiante....»
«Or principian elleno le ingiurie?» «Signor no, ma
senza ingiuria io vi dico che non mancano stampatori nè
leggitori agli autori, ma più sovente....» «Bene, bene,
mancherammi altro, mancherammi altro. Ma io non entro
in dispute, e vi rispondo, o novelle o nulla. Non novelle?
dunque nulla.» «Ma volete voi la mia?» interruppe il maestro
che da mezz'ora dimenava la lingua in bocca, «volete
la mia? Dirovvene una modestissima che ce la disse un ufficiale
amico di Toniotto, una volta che lo venne a vedere
al paese, e incominciarono a parlare della guerra di Napoleone
contro alla Spagna ch'egli avean fatta amendue, ma
più lungamente l'ufficiale, ed ambi erano come innamorati
de' lor nemici spagnuoli. E dicendo io che ce n'era de'
buoni e de' cattivi, l'ufficiale rispondeva, che anzi ce n'era
di quelli buonissimi e cattivissimi a vicenda, od anche a
[pg!125]
un tempo. Ed osservando io che tutti i popoli meridionali
sono così, l'ufficiale mi rispondeva che non tutti, e poi ci
disse questa storia, che l'aveva udita da una delle persone
interessate. Onde, avendola io udita da lui, e voi da me,
l'avrete passata per tre bocche solamente. Vedete perciò
quanta credenza le dobbiate dare. Or la volete voi?» «Sì»
disse la gentildonna.

«Ma voi questa non la scriverete, spero?» disse rivolto
a me. Ed io: «Chi sa?»

Raccoltosi allora alquanto in sè il maestro: «Io cercava»
riprese «onde principiar la novella che l'ufficiale
principiò, e poi intarsiò con tante descrizioni ed ammirazioni
di Spagna, Spagnuoli, e principalmente della bella
Andalusia, che il volerlo seguire a questo modo sarebbe
un non finire mai più. Ma il fatto sta che il bello della
storia incomincia solamente da una certa sera, non mi ricordo
se di luglio o d'agosto dell'anno 1806, in casa d'una
cittadina benestante di Siviglia, chiamata Donna Ramona.
Nella qual città, capitale de' quattro regni d'Andalusia, e
bella poi, diceva l'ufficiale, quasi tanto come Firenze,
usasi, da chi può, avere in mezzo alla casa un cortiletto
molto pulito, lastricato a bei quadretti di marmo bianco e
nero che vengono di Carrara, con sovente una fontana in
mezzo, e sempre un portico che ricorre per li quattro lati
all'intorno, ed è sorretto da colonne molto sottili, su cui
posano gli archi leggermente, contra le regole, il so, del
Vignola e del Palladio, ma secondo quelle rimaste là dell'architettura
moresca, che ad ogni modo fa bella ed elegantissima
vista. Sogliono poi ogni mattina le serve largamente
inaffiare e lavar bene con ispugne i pavimenti;
operazione che con parola araba chiamasi tuttavia *aljofifar*,
e ch'elle rinnovano talora nel giorno e alla sera. E aggiuntavi
la precauzione di tener, durante il sole, coperto il
cortile con una spessa tenda che si ritrae all'imbrunire,
ben vedete che in tutti i climi, le genti civilizzate, o molli
che si voglian dire, hanno saputo trovar modo di viver
benino, anzi di rivolgere in comodi e piaceri gli stessi inconvenienti
naturali. E certo è che pochi piaceri al mondo
[pg!126]
sono da pareggiare a quello, dopo una giornata calda, di
prender il fresco una sera d'estate. Sì credo che sia piacere
pericolosissimo per ogni verso; e ci abbia sovente
scapitato la severità non solamente dei costumi privati,
ma quella delle intiere nazioni. A Siviglia è come un incanto
passeggiar per le vie buie della città, e veder per li
cancelli delle case questi bei cortili eleganti, puliti, rinfrescati,
illuminati e addobbati qua e là di vasi e fiori, e tra'
fiori alla rinfusa le molli avvenenti Andaluse. Perchè là è
il salotto dove s'aduna la famiglia, e la conversazione
ch'essi dicono *tertullia*; e non usano averne, come altrove,
di quelle che empiano, anzi non possano capire negli intieri
palazzi; ma sono per lo più tra dieci o venti persone
tutte amiche, e vi vengono e ci stanno senza soggezione;
e il maggior vanto di che ci si pregino è la «franchezza
castigliana» così franca, che a certi svenevoli stranieri
par anzi grossa ed incivile. Eravi dunque *tertullia* quella
sera in casa da Donna Ramona; e s'io vi facessi un romanzo,
sarebbe una bella occasione, descrivendovi le persone
adunate là, quattro mamme, due fanciulle, tre giovani maritate,
sette uomini ed un frate; sarebbe, dico, una bella
occasione di farvi un abbozzo di costumi nazionali, che è
oramai un accompagnamento obbligato di qualunque romanzo,
o una velatura per dargli, come dicono, la tinta locale.
Ma io che fo una storia verissima, non mi voglio impacciare
in questi particolari; e chi non conosce gli Spagnuoli,
li vada a vedere: io descriverò quelli soli che importano a
me; e se dirò alcuna cosa che non intendiate, mi ammonirete
voi, ed io tornerò addietro.

Adunque, in poche parole, erano in un angolo del
cortile le quattro mamme che parlavano a voce bassa non
so di che, forse delle tertullie vicine, e due o tre uomini,
che, ascoltandole, fumavano gli uni un lungo nero *sigarro*
dell'Avana, e gli altri una gialla *pajita* di Guatimala, e gli
uni sbuffavano il fumo francamente sulla faccia a chiunque
avessero innanzi, gli altri il tenevano riposto lunga pezza
in bocca, e vel dimenticavano, finchè parlando usciva bel
bello dalle labbra socchiuse. Quasi in mezzo al cortile, incontro
[pg!127]
alla fontana, era un altro crocchio delle tre giovani
donne e delle due fanciulle; e al centro quasi preciso del
cerchio, dove per ciò capitavano dalla periferia tutti i raggi
visuali, era un giovane solo, seduto, con una chitarra in
mano che cantava. I rimanenti uomini ivan venendo ora
all'un cerchio, or all'altro, quasi che più vaghi dell'uno,
ma più vagheggiati dall'altro, non sapessero risolversi a
nissuno. Il vero è che tutta l'attenzione del cerchio di
mezzo era usurpata dal sonator di chitarra. Nè tuttavia la
musica e il metodo di lui eran tali da farsi dir bravo da
un maestro italiano, o peggio anche da un dilettante francese
o tedesco. La musica era una di quelle canzoni che
gli Spagnuoli chiamano *tiranas*, e sono appunto al solito un
lamento della tirannia della loro bella con parole monotone,
ed una melodia anche più monotona; quasi una specie
d'improviso e di cantilena, che pur quando è ben maneggiata
dal cantore ella s'adatta a varie espressioni, e non
è certo senza grazia. Il metodo poi dell'accompagnamento
di chitarra era anche più rozzo; accordi semplicissimi, meno
pizzicati che non istrappati a un tratto con un graffiar di
tutte le dita, o tutte l'ugne su tutte le corde insieme; graffi
o busse replicate or rade or prestissime, or interotte con
altre busse sul legno dello strumento.

E qui, mia cara gente, vi dirò che l'ufficiale mi cantò
la canzona o *tirana*, spagnuola, che è graziosissima; ma
voi non intendete lo spagnuolo;.... e quanto a tradurla....
io non voglio più intarsiar versi italiani nella mia prosa
piemontese, per paura che questo mio benedetto editore
non istampi poi di nuovo ogni cosa insieme, e non mi faccia
scorgere come ha già fatto una volta.

Ad ogni modo, finita la canzone, il giovane prese la
chitarra per la cassa, e la presentò, senza far parola, ad
una delle giovani che gli erano intorno; quella fra esse
che, caso od arte, erasi trovata più direttamente innanzi a
lui durante la canzone, epperciò pareva averne avuta come
la dedica. Supponendo vera la qual congettura, e mettendo
insieme le parole cantate e l'atto di presentar così
la chitarra, come un tacito invito a rispondere, ben potete
[pg!128]
indovinare che il giovane doveva essere antecedentemente
innamorato della giovane, e che avendo avuta qualche disputa,
e sendo guastati, era nella buona intenzione di rifar
pace, nè isdegnava perciò far i primi passi. Ma la giovane,
che se volete sapere si chiamava Marichita, era figliuola
della padrona di casa, aveva un sedici o diciasette anni,
piccola, ben fattina, con mani e piè già rinomati per bellezza
in Andalusia, dove son tutti belli, viso bruno, capelli
neri, occhi nerissimi, duri e dolci a vicenda da fare
spiritare; la Marichita, dico, s'alzò senza rispondere, con
un certo strigner del labbro inferiore contro il superiore,
che volgarizzato dalla lingua muta alla parlata voleva dire:
non me n'importa, ovvero, lasciatemi stare. Certo è, che
il giovane l'interpretò così, e alzatosi, e posata la chitarra
sulla sua sedia con sì poco garbo che quella ne rimbombò
e questa ne gemette, si rivolse per le logge del cortile a
cercare la cappa e il cappello che v'aveva lasciati, non
sapeva più dove, come parve dal tempo che fu a trovarli;
e trovatili finalmente, senza complimenti, o forse senza creanza,
se n'andò.

Ora duolmi così al principio della vostra conoscenza
con Marichita, d'avervene a dar un'impressione men buona,
o come di persona leggeri e cattivuccia. Ma forza è
dire il vero; e il vero è che non solo ella non si dolse del
dolore del suo innamorato, ma nemmeno non s'indispettì
del suo dispetto; ed anzi, appena uscito esso, ella parve
rasserenarsi tutta, come se s'allegrasse d'averlo fatto partire.
Gliene fu fatto il grugno dalle compagne, quasi che
dicessero: — peccato trattar così un così bel giovine. — Una
delle vecchie chiamò il frate, e disse: «Peccato che quel
giovane abbia sì poca flemma, e si precipiti sempre per non
saper tollerare.» Altre all'incontro, fra cui Donna Ramona,
la madre di Marichita, s'allegrarono evidentemente di questo
caso; e Donna Ramona avanzatasi verso la figliuola, propose
alle giovani che andassero a far un passeggio al chiaro
della luna fino al ponte di Triana.

Accettata la proposizione, passò Marichita in uno stanzino
a tor l'abito spagnuolo, senza il quale nessuna là esce
[pg!129]
per via, e così vestì prima un giuppone stretto e corto
chiamato *baschigna*, che in regola dovrebbe esser nero sempre
ma le giovanette il portavano allora, per vezzo, d'un
calor quasi pavonazzo che chiamavan *caciuccia*; con una
bella guarnizione di trina nera che facea risaltare le fine
calze di seta, e le pulitissime scarpette di raso bianco, che
si portano là per le vie, epperciò dalle ricche ed eleganti
si mutano nuove più volte al dì. Sul capo già ornato d'una
rosa fresca, non isbocciata e mezzo nascosta tra la ricca
capigliatura, pose un velo di trine bianche, stretto sì che
non arrivava a velare nè volto, nè capelli, nè rosa, ma
lungo in modo, che, aprendosi giù per le guance, veniva a
incrocicchiarsi innanzi al petto, e scendeva poi lungo la
vita snella svolazzando. Chiamano questo velo *mantiglia*,
e senza esso, o grosso o fino, da Bajona a Cadice non vedresti
una donna fuor di casa mai. L'ufficiale, originario
narrator della storia, estendevasi assai su tutta questa acconciatura
delle Spagnuole, e principalmente delle Andaluse, e
la metteva innanzi alla eleganza delle stesse Parigine; e paragonando
in particolare la mantiglia al mesaro genovese,
ne sapeva spiegare tutte le somiglianze e le differenze; e
diceva che un pittore doveva anteporre il panneggiarsi del
mesaro; ma ogni altro doveva lodar più l'aggraziato portarsi
della mantiglia. Io poi non ne so niente; ma ho voluto dirvi
che quantunque l'eleganza di quel paese non sia come quella
dei nostri, Marichita era sempre, e si fece quella sera più
che mai, alla moda loro elegantissima.

Finita la qual vestitura della giovinetta, e tornata fra
le compagne, si presero due a due per le braccia, e seguite
da tre o quattro degli uomini, uscirono a diporto per le vie
e per le piazze della città, or dinanzi all'Alcazar e alla
Giralda, ora all'Alameda, or al detto ponte sul Guadalquivir;
senz'altro scopo nè con altro pensiero, come pareva,
che di prender il fresco, e passar due ore all'aperto sereno,
ridendo, parlando, e talor cantando accompagnati dalla chitarra
che uno degli uomini avea tolta, riaccordata e portata
seco. Dico che la brigata, in generale, non avea disegno
nè scopo fisso; non già che una ad una ogni persona di essa
[pg!130]
non avesse, e non proseguisse forse nascostamente qualche
pensiero suo. E di Marichita in particolare, volendovela più
e più ritrarre, dirovvi schiettamente: che ella aveva uno di
questi pensieri, e che le male grazie fatte aposta a Perico,
quel primo sonator di chitarra che voi sapete, e l'incollerirlo
per farlo partire, il farsi poi con una occhiata alla
mamma proporre il passeggio, la particolar attenzione nello
abbigliarsi, e l'andar ora per una e un'altra via della città,
tutto aveva uno scopo. E lo scopo era di veder d'incontrare
quella sera Don Luis, un grande di Spagna ricchissimo,
che essendo oltre a ciò anche giovane, anche bello, anche
amabile, pareva alla scellerata Donna Ramona ed alla perfida
Marichita un innamorato da preferirsi al povero Perico; il
quale aveva sì in grado eccelso le tre ultime virtù, ma in
quanto a nobile e ricco, benchè si credesse l'uno e l'altro,
non poteva certo competere col suo fortunato rivale. Gli è
vero che invece avrebbe potuto addurre il diritto d'anzianità,
e dire: che erano oramai sei mesi che egli era apertamente
innamorato, e gli si davano non dubbie speranze;
mentre il rivale s'andava mostrando alla sfuggita e di soppiatto
solamente da pochi giorni. Ancora, in una discussione
fatta a sangue freddo su questo punto, avrebbe potuto addurre
come un vantaggio la sua stessa mediocrità più proporzionata
alla fortuna anche mediocre di Marichita. Avrebbe
potuto dire che suo padre era Castigliano vecchio e di
sangue azzurro, che vuol dire non misto con sangue ebreo
nè arabo, e non degenere per niun esercizio di mestieri disonoranti;
e suo nonno era Asturiano, epperciò nobile come
sono tutti i naturali di quella provincia, in memoria dell'essersi
soli difesi e non lasciati mai conquistare dai Mori undici
secoli fa. Egli stesso era impresario e come affittaiuolo
de' ricchi pascoli che sono nelle isole alla bocca del Guadalquivir;
e avvezzo a vivere in sella fra que' numerosissimi
armenti, non era giovane in Andalusia che stesse meglio a
cavallo, e maneggiasse meglio la picca e i dardi, od anche
la spada contro a un toro furibondo; onde avea nome di cavalcatore
e toreadore eccellente, e majo, che è come noi
Piemontesi diciamo *bulo*, e vuol dire bravo e bello in ogni
[pg!131]
cosa. Finalmente, comparando la propria fortuna a quella
di Marichita, avrebbe potuto farle intendere che dei due egli
era che faceva onore a lei, anzi che ella a lui. Perciocchè
Donna Ramona era vedova, e Marichita era figliuola unica
d'uno che era stato sì annoverato nella tabelle dei notari
o procuratori esercitanti nel fôro dinnanzi alla Real Udienza
di Siviglia; ma le male lingue dicevano di lui, che i suoi
padri aveano solamente scorticati cavalli ed animali; volendo
far intendere che egli, benchè vivesse da cittadino onorato
e pari ad ogni altro, fosse tuttavia, orrendo a dire, di quella
razza poco onorata ogni dove, e maledetta in Ispagna dov'è
pur numerosa; razza detta in Italia degli zingari, in Francia
de' boemi, e in Ispagna de' *gitanos*. Benchè questa era
forse voce di maligni. Ma tant'è; all'orgoglio di Perico
sarebbe bastata non solamente la certezza, ma anche il dubbio,
anche il menomo sospetto di tal macchia, per non volerne
deturpare il puro azzurro del proprio sangue di cui
tanto si gloriava. Se non che, povero Perico, erano, come
v'ho detto, da sei mesi che toreando egli per diporto una
sera ad Alcalà de los Panaderos, e sendo già in mezzo alla
piazza od arena in ricco abito tutto seta ed oro, in qualità
di *matador* dilettante, per affrontar la spada in mano un
toro furibondo, alzati per sua disgrazia gli occhi e veduta a
un balcone, bella e briosa oltre ogni credere, la Marichita,
e, benchè non sapesse chi era, vedendosene adocchiato, gli
entrò il mal pensiero di dedicarle il colpo che egli stava per
fare. Ondechè, senza badare all'animale che ora scavando
la rena coi piè furibondo minacciava colle corna, ora mugghiando
e sbuffando correva per la piazza, con intorno tutti
i *ciurlos* e *banderilleros* o toreadori minori a trattenerlo;
fattosi innanzi tranquillo il giovane davanti al balcone, e
tratta la *montera* o berretto che avea sul capo, e messo un
ginocchio in terra, ed abbassata la enorme spada, le domandò
licenza di ammazzar quel toro per amor di lei. È
galanteria là molto usata, e perchè tutti gli spettatori rivolgendo
gli occhi videro belissimi e *guapi*, come dicono essi,
tanto il giovane come la bella, ci fu uno scoppio grandissimo
[pg!132]
d'applausi che assordò l'aria, e infuriò il toro più che
mai. Il quale, quasi conscio di ciò che offeriva il bello inginocchiato,
fece a un tratto una punta contra lui che quasi
lo arrivò, e fu un nuovo grido universale di timore per tutta
la piazza. Ma il giovane balzato destrissimamente in piè,
tenendo nascosta la spada, e tolta di mano ad uno de' serventi
della piazza una *muleta*, che è un gran panno di scarlatta
pendente da un bastoncino di forse un braccio e mezzo,
incominciò con gran posa a mostrarla da lungi al toro; e il
toro ad investirla capo basso con ambe le corna; ed egli ad
alzar la muleta a un tratto, lasciando passar il toro, e a
mostrargliela di nuovo poi; e il toro a rivolgersi ed investir
di nuovo; ed egli di nuovo ad alzare, quattro o cinque volte
al medesimo modo; finchè, veduto come entrava il toro, e
che entrava benissimo, dato un crollo del capo come un segno
agli spettatori, e principalmente alla bella spettatrice, tenendo
colla manca la muleta la mostrò un'ultima volta al toro;
ma, investito, non la levò; e dietro e sopra la muleta presentava
colla destra la punta della larga e doppiamente affilatissima
spada; onde il toro furibondo investendo s'accecò
a un tempo avvolgendosi il capo nel panno, e s'infilzò nella
spada così forte, così destramente diretta, che s'inguaino
fino all'elsa per la nuca; e il toro, senza far un passo, senza
spargere una stilla di sangue, morto, secondo tutte le
regole, cadè. S'alzò un nuovo grido universale de' contentissimi
spettatori. Perico passò portato quasi in trionfo sotto
il balcone; sorrise ella, meno che non arrossì e non si turbò;
dieci e venti persone s'offrirono a portar il vincitore nel
palco; ed ei vi fu; e da quel punto s'erano innamorati disperati
l'un dell'altro, ma con troppo più abbandono e più sincerità,
anzi più innocenza, per parte di lui che non di lei.
E dico dunque che questi, vedendola frascheggiare con altri,
avrebbe potuto e dovuto ricordare a lei e a sua madre queste
e molte altre cose; ma, come aveva osservato quella vecchia,
Perico precipitava sempre ogni cosa per troppa furia e troppo
orgoglio; e invece di domandare subito una spiegazione che
sovente fa finir bene una disputa amorosa, o se no almeno
[pg!133]
fa finir l'amore, racchiuse in sè il suo dolore, e così incominciò
a patir inutilmente; e quando si risolvette a parlare,
era poi troppo tardi.

Ma lasciamolo stare; che degli amanti infelici è come
dei maestri di cappella fischiati, o de' generali battuti, che
quanto meno se ne parla, tanto meglio è. E seguiamo invece
per le vie di Siviglia l'allegra brigata delle giovani,
che girando e rigirando, e dando coi canti e coi suoni non
dubbi cenni della via percorsa, finalmente riescirono a quello
a che tendeva la conduttrice; a chiamar l'attenzione e in
breve poi la presenza di Don Luis. Furono all'accostarsi
di lui sospesi un momento suoni e canti ed anche il ridere
e conversare; come succede ogni volta che s'aggiugne alla
brigata una persona straniera e superiore. Ma Don Luis
era di quelli, che in breve ora si fanno famigliari con tutti,
e in pochi istanti non che restituire, accrescono l'allegria di
qualunque più allegra brigata. Insomma Don Luis era un
giovane signore, che avendo avuto dal cielo tutte le più belle
qualità del corpo e dell'animo e della fortuna, ma non
essendo stato allevato a usarle in nulla di buono, le usava
a ciò che il tempo, il paese e l'ozio gl'insegnavano, cioè
a divertirsi; e aciò riusciva più che uomo non che di Siviglia
o de' quattro regni d'Andalusia, ma di tutta Spagna o
del mondo. Solo, senza parenti, egli aveva palazzi, egli
ville, gran servitori, tiri di mule e cavalli da sella senza
fine; egli cacciava un dì e banchettava l'altro, e talora
anch'egli combatteva i tori, e dava festini e balli e villeggiature,
ed aveva poi quadri e libri e facea versi benino, e
riceveva forestieri ed esercitava nobilmente l'ospitalità; mostrando
così ogni buona qualità compatibile colla educazione
avuta, e colla scapataggine che ne era seguita. Aggiuntosi
egli dunque alla brigata, raddoppiarono in breve i piacevoli
discorsi e i canti, prima nelle vie, e in breve poi tornando
alla casa e nel fresco cortile di Donna Ramona. Dove fatti
venire da Don Luis alcuni sonatori che ei teneva sempre
all'uopo in casa, e confetti, e gelati, e bevande, così in
festa si passò tutta la notte. E allora la perfida Marichita,
la quale poco innanzi aveva al suo primo amatore negata
[pg!134]
una sola canzone, allora si diè ella a cantare e ballare in
modo da innamorare non solamente Don Luis, sempre ed or
più particolarmente disposto a ciò, ma qualunque più fredda
e più grave persona fosse là per sua disgrazia capitata.
Cantò *tiranas*, *boleri*, *seguidiglie*, *caciuccie*, con quella
grazia e quel brio che vi sa mettere ogni donna e peggio
una Spagnuola, e più che mai una Andalusa, anzi una Gitanuccia,
quando vuol far la musica tramezzatrice d'amore;
poi, mentre Don Luis quasi fuor di sè andava facendone le
lodi alla mamma, ella inavvertita uscì dal cortile, e in brevissimo
tempo rientrò con un nuovo abbigliamento che s'usa
apposta per li balli spagnuoli ed è per la forma quella medesima
*baschigna* portata nelle vie: ma non più nera: è
allora color di rosa o celeste o di qualunque altro gaio colore,
e s'adorna di trine e frange d'oro a più file, che non c'è
più bel vedere. E così cominciò col rapito Don Luis un fandango,
e poi da sola una caciuccia, che è un ballo che chi
ha veduto la tarantella n'ha veduto appena un cenno ed
un'ombra, secondo che narrava l'ufficiale, il quale ne faceva
una descrizione, che io assolutamente non ve la voglio
fare. E dicovi in una parola che albeggiava quando finì la
festa, e Don Luis che non credeva poter dormire quel mattino
fu a tuffarsi prima nel Guadalquivir e poi a correr per
li campi su un allegrissimo e meraviglioso suo cavallo, il
più bello della famosa razza della Certosa di Xeres. E intanto
raccoglievasi al letticciuolo la vergine non innocente;
nè dormiva pur ella, o si compiacesse nel pensiero del primo
tradimento, o le rimordesse quello del primo amore.

I giorni che seguirono s'assomigliarono a quella notte.
Or si pranzava in casa a Don Luis; or si merendava o si
cenava in casa a Donna Ramona; or si facevano passeggi e
serenate per le vie e sul Guadalquivir, di giorno e di notte;
e sempre si cantava e ballava e rideva; e Don Luis sempre
si trovava allato a Marichita, per quella sguaiata compiacenza
che in Ispagna e in Italia si usa verso gl'innamorati,
con danno d'ogni creanza, d'ogni buon costume, e perfino
dei troppo facili piaceri. E il vero è che non pur la brigata
o le brigate riunite di Donna Ramona e di Don Luis,
[pg!135]
ma tutta Siviglia oramai era conscia di quegli amori. Parlavasene
come potete pensare in varii modi; e certo più male
che bene. Il frate amico di Donna Ramona andò a discorrerne
con lei stessa facendole intendere, badasse bene alla
virtù di sua figliuola ed al suo proprio interesse; non era
probabile, un così gran signore come Don Luis volesse sposar
Marichita, e se non era per isposarla.... Ma Donna
Ramona interrompeva i consigli e i consiglieri, sclamando: — non
sapeva ella, perchè supponessero Don Luis con sì
cattive intenzioni, o sua figliuola indegna di un grande di
Spagna, o chicchessia. — E qui citava le comedie e i romanzi,
ed anche alcuni esempi attuali, su quali fondavansi
le sue speranze.

Marichita lasciata a sè stessa avrebbe forse avuto più
senno. Ma in fatto di senno noi altri vecchi diciamo così sovente
a' giovani che n'abbiamo più di essi, e che ci lascino
fare, che ei sono scusabili se se ne rimettono a noi, e si
esentano d'averne per sè. Ma nè in giovani, nè in vecchi
non è scusabile il mancar di buon cuore, e il maggior mancamento
di tal sorta è l'incostanza in amore. E badate, io
non parlo dell'incostanza unita coll'infedeltà tra sposi o promessi;
che le leggi divine ed umane ne parlano e l'hanno
chiamato delitto. Ma quell'altra incostanza più leggieri di
appiccicare il fuoco del proprio amore ad altrui, e farnelo
ardere tutto, e poi spegnerlo in sè o rinnegarlo, benchè non
sia posta fra i peccati gravi, dico che è pur gravissimo per
le conseguenze. E so che vogliono alcuni sia più danno contro
a una fanciulla; perchè dicono che, avendo meno distrazioni
e meno facilità a rifar un altro amore, ella s'accora
più facilmente; e sovente n'ammala e langue e talor muore.
Ma perchè peggio che morbo o morte sono i delitti che
troppo sovente vengono dal disperarsi un giovane innamorato
e tradito, io dico che è peggio disperar questo, che far languire
ed anche morire una fanciulla. Nel caso presente gli
è vero che Perico incominciò non come uomo e giovane a
disperarsi: ma, non altrimenti che se donna o tenero fanciullo
stato fosse, a languire. Quella prima notte da me
descritta, il povero Perico, come potete pensare non andò
[pg!136]
a dormire; ma prima seguì da lungi la brigata nei suoi diporti,
e poi tornò, e due o tre volte si fermò allo scuro rimpetto
al cancello, onde non veduto vedeva quanto era o si
faceva addentro. Più volte fu per entrare come un forsennato,
e co' rimprocci, od anche colla sola presenza turbar i
perfidi piaceri della traditrice. Più volte fu per avventarsi
contro al fortunato rivale. Più volte all'incontro compose il
suo volto e gli atti a dolcezza, e volle, entrare a prender sua
parte della festa; e volle persuadersi che fosse tutta imaginazione
propria quanto da alcuni giorni avea veduto, e quella
sera peggio che mai, contrario al suo amore. Ma appressandosi
al cancello, or vedeva Marichita sorridere al nuovo
amatore o ballar con esso; or la udiva cantare con un'espressione,
ch'ei ben conosceva, nè dubitava più del tradimento.
Fuggivano allora sue risoluzioni di pace; e sentendosi gonfiare
il petto, e batter precipitoso il cuore, ed infiammarsi
il volto, e girare il capo, gli rimaneva tanto senno solamente
da trattenersi da far una scena, e avendo talor già la
mano alla spranga del cancello ritraevasi come un'ombra che
sparisse nell'oscurità. Una volta, avendolo già aperto a mezzo,
il buttò sì forte chiudendolo, che ne rimbombò il cortile,
e tutti si rivolsero; ma non vedendo nulla, credettero fosse
il vento o che so io, salvo una a cui balzò il cuore, riconoscendo
bene l'atto dispettoso del tradito amatore.

Cinque o sei giorni dopo, una sera che o per riposarsi
o perchè era sabbato, e quel giorno s'osserva in Ispagna
come in Italia il venerdì, non vi erano stati canti nè balli,
e le donne erano ite a letto più per tempo; Perico, che non
era capitato in casa loro più mai, deliberò aver pure una
spiegazione con Marichita. Tolto un largo cappello, e la
cappa o mantello, che là si porta, benchè più leggeri, di
state come di verno, ed avviluppatovisi addentro, verso la
mezzanotte quando rimasero solitarie le vie, provò ad ire
sotto la finestra di Marichita, come più volte era andato
già. È usanza là di qualunque innamorato ir così all'inferriate
della casa della sua bella; e questa scende e vien dietro,
e parlano e stanno insieme lunga ora: nè è tenuto per
atto disonesto, se non quanto sia meno onesto l'amore. Avea
[pg!137]
Perico un segno accordato colla bella che era canticchiar la
prima strofa di una sua favorita canzonetta detta il Polo del
contrabbandiero, ed interrompendosi ad un tratto batter le
mani tre volte poi. Nè per immersa che fosse in profondo
sonno la fanciulla, era succeduto mai che, rinnovato al più
una volta il segno, ella non l'avesse udito, e non avesse in
breve l'impazienza di lui soddisfatta, comparendo desiderata
dietro le sbarre. Ma ora troppo mutata era ella; e dormisse
sognando del novello amore, o svegliata udisse ma temesse
i rimprocci, o ad ogni modo fosse deliberata rompere con
Perico; tre volte e quattro e sei passò questi e ripassò inutilmente,
e diè i segni, e ultimamente anche un grido di
furore. Invano fu ogni cosa. Chiusa inesorabilmente mirò
gran tempo la finestra, nè gli rimase altra alternativa che o
far uno scandalo che il sapesse tutta la città, o tornarsene
addietro più che mai umiliato, beffato e disperato. Ed ebbe
pur anche questa volta pazienza. Dico che l'ebbe in quanto
al non far pubblicità; che del resto, rivolgendo l'ira contro
a sè, mordeva sue dita, e battevasi il capo e faceva gesti da
spiritato; che incontrato a quell'ora da alcuni *sereni*, che
son quelli che van gridando nelle vie il tempo che fa, e facendo
da polizia notturna, gli furono addosso e gli volser le
lanterne negli occhi per prenderlo, credendolo qualche fuggito
da' pazzarelli; se non che, uno di coloro, oltre al suo
mestiere notturno, avendo nel giorno qualche ufficio nella
piazza de' tori, conosceva molto bene Perico; e domandatolo
che fosse questo, e indovinatolo da sue rotte parole, e fattogli
far largo, seco a casa l'accompagnò; aggiungendo le
consolazioni solite darsi da tal gente in tali casi: che perduta
una donna se ne trovan cento, che egli non s'era mai
disperato per siffatte cose, che chi non ti vuol non ti merita;
ed altre ragioni, ragionevolissime a giudizio di chi le
dà e non è innamorato, inutilissime per lo più a coloro cui
si danno.

I pensieri di Perico erano oramai di vendetta e di sangue.
Nè per allora contro a lei; parendogli viltà, finchè non
era fatta contro a lui. Eppure avrebbe dovuto giudicare lei
colpevole, e lui quasi innocente. Ma non giudicava, nè ragionava,
[pg!138]
nè pensava egli. Arrabbiava, e non altro; ed or
lo sentiva, or credeva ragionare o far progetti a sangue freddo.
Ed uno di questi bei progetti fu di scrivere un biglietto
di sfida a Don Luis dicendogli in istile ch'ei credeva anche
freddissimo e civile, ma in vero era da impazzito: «Che egli
Perico era innamorato di Marichita, e non voleva nè era
per patire che niun altro al mondo lo fosse. E che se egli
Don Luis vi pretendeva nulla, venisse a decider la quistione
battendosi con lui alla spada o al coltello, o allo schioppo
o in qual altro modo volesse. Del resto, pensava bene
che Don Luis, grande di Spagna o che so io, non vorrebbe
forse battersi con lui; nè a lui Perico, benchè più nobile
di Don Luis e di qualunque grande di Spagna, importava
un fico d'avere o no siffatto onore. Ma se non voleva questi
venire a siffatta spiegazione, rimanesse almeno avvertito
di non mettere più i piè in casa a Marichita. La quale
del resto era oramai indegna d'esser più moglie di Perico,
o amata da lui; e meritava anzi averne qualche mal trattamento.
Ma il signor Don Luis non se ne doveva impacciar
nè pro nè contro; se no avrebbe parte ampia e principale
del castigo. E insomma, di nuovo, ed una volta per mille,
badasse bene a non mettervi mai più i piè.» La qual lettera,
essendo anche scritta d'un carattere alterato ed arrabbiato
corrispondente allo stile, ben potete intendere che Don
Luis la tolse per lettera d'un pazzo da catena; e tanto più,
che non avea veduto o almeno non avvertito mai Perico in
que' pochi giorni che avrebbe potuto incontrarlo in casa alle
donne; ed ora, domandando alla mamma che fosse questo,
gli fu risposto con gran sussiego che era un poveraccio, bovaro
del Guadalquivir, impazzito per Marichita una volta che
l'avea veduta a una corsa di tori; e che avendo tentato poi
ficcarsi in casa, e non ci avendo riuscito se non due o tre
volte per arte, e all'ultimo messo fuori, ne avea perduto il
cervello. Non si doveva dire a Marichita per non penarla:
del resto, non vi badasse altrimenti che per guardarsi di
qualche mal colpo di colui. Benchè il meglio forse sarebbe
che sua eccellenza ne parlasse al corregidore, che lo farebbe
racchiudere o cacciare. — E Don Luis, a cui la storia parve
[pg!139]
probabilissima, credette ogni cosa: e salva l'ultima parte,
della persecuzione, seguì il consiglio della donnaccia. Ma
guardatosi un dì o due, e non veduto capitar nulla, non vi
pensò altrimenti; e attese a darsi buon tempo, e continuar
senza pensiero e forse senza scopo l'amore, che fra quanti
n'aveva avuti gli pareva dolcissimo, colla incantatrice Marichita.

E continuarono non interrotte le feste in Siviglia alcuni
altri giorni. A variar le quali s'apparecchiò una villa di
Don Luis a San Lucar di Barrameda; una terra molto amena
alla bocca del Guadalquivir. Scendevisi ora di Siviglia
molto comodamente sopra una barca a vapore; ma non n'essendo
allora, s'usavano altre grosse barche a vela e remi.
Che se io fossi poeta, o narratore in prosa poetica, vi potrei
far qui una comparazione di questa navigazione con
quella famosa della regina Cleopatra sul Cidno. Perchè,
quantunque nè le vele fossero di seta, nè le sarte d'oro,
nè forse di Persia o d'India i tappeti sul palco; per tutto
il rimanente, cioè per la buona compagnia e per la buona
musica, e per li balli che si fecero, e per li buonissimi
mangiari apparecchiati da mattina a sera, non credo che la
brigata andalusa avesse nulla ad invidiare, e per l'allegria
poi, aveva certo a rivenderne alla corte tutta intera della
regina d'Egitto o a qualunque altra. Del resto, non è che
fosse del tutto senza intoppi lor navigazione. Dovendo salir
sulle barche la mattina, i barcaruoli non si trovarono in
punto, e fu ritardata di più di due ore la partenza. A mezzo
la giornata, una delle barche, e poi un'altra arenarono
in certi secchi, che fu più d'un'altra ora che si perde. Ondechè
invece di arrivare allo sbarco rimpetto a San Lucar,
come si pensava, alle ventidue o alle ventitrè, non vi si
giunse se non dopo l'un'ora di notte; e non essendo sorta
la luna era buio assai. Nè il ritardo aveva avuto altro inconveniente
che di far fare una merenda di più; o il buio,
che di far fare una luminara nei battelli. Se non che a
quell'ora incominciando a salire la marea, dal luogo ove
ancorano le barche alla vera proda asciutta e' ci hanno da
quaranta o cinquanta passi con un piè d'acqua e più; onde
[pg!140]
non si può varcare se non tuffando i piè nell'acqua, o facendosi
portare sulle spalle da' marinaj che si offrono a ciò,
appunto come fanno i ciceroni alla grotta della Sibilla a
Baia, se niuno di voi c'è stato mai. Il buio avrebbe poi
anche accresciuto la seccatura di doversi far portare così; se
non che ciò che sarebbe seccatura altrui, suole alle allegre
brigate essere nuova occasione di allegria. Così è, che scendendo
ognuno dall'orlo della barca sulle spalle dell'uno
o dell'altro marinaio, incominciò una delle donne mezzo a
ridere, mezzo a gridare; e un'altra a far il medesimo; e
gli uomini a contrafarle per celia e insino a' barcaiuoli; onde
in breve fu un chiasso e un ridere e gridare che non si vedeva,
nè udiva più nulla distintamente da nessuno. Don Luis
era in ispalle a un forte e nerboruto uomo che lo portava
molto leggieri, ma pur pareva temer di lasciarlo cadere,
tanto lo stringeva forte per le gambe. Onde dolendone al
portato, due o tre volte dandogli una bussa leggera sul collo
e ridendo: «Cavallo mio,» diceva, «tu hai pure il trotto
duro, va più adagio alla malora, ma non mi strigner tanto.»
E un'altra volta: «Finirai tu di strignermi così? Men
che uomo o bestia, tu pari un demonio che si voglia portar
via un cristiano; e tema che qualche buon angelo, ricordando
qualche buon'opera, venga a ritoglierlo dalle zampe;
finirai tu di graffiare, dico io? demonio!» E finalmente:
«Lascia lascia, che io n'ho assai; e parmi che siamo sull'asciutto;
e quando non fossimo, meglio è bagnarsi le gambe,
che averle strette così.» Ma rispondeva l'altro: «Eccellenza
no; e' ce n'ha più di mezza gamba; e s'ha da fare
un salto, che chi non conoscesse il guado potrebbe annegare.
Qui è, qui è. Tengasi fermo vostra eccellenza.» «Ma
se gli altri non passan qui! Maledetto, ove vai tu a passare?
Già non abbiamo anima intorno; io ti dico che mi
posi.» «Ed io dico che vostra eccellenza si vuol annegare;»
e così continuando il discorrere e il disputare un tratto. Finalmente
Don Luis s'accorse che era discosto del tutto da
ogni altro; e incominciando a temere, benchè meno per sè
stesso che per l'amata, diè un grido: «Marichita, Marichita!»
Ma appena l'ebbe detto, parve come se avesse un
[pg!141]
vero demonio evocato dall'abisso; e sentì stringersi più che
mai le gambe ne' graffi, e dar un crollo in tutta la persona;
onde in meno ch'io nol dico, egli allora pensò seriamente
a difendersi, e diè d'un pugno sul capo a quello qualunque
fosse che era suo portatore: e questi allora lasciando
a un tratto le gambe e tutta sua soma, lo lasciò, e battè
d'un colpo stramazzone per terra. Trovossi allora Don Luis
in tal situazione, che assolutamente poteva dirsi penosissima,
ed anche pericolosa. Rotte già le stinche da quel terribile
graffiare, che aveva durato non pochi minuti; rotte anzi ora
tutte le ossa dallo stramazzio; trovandosi solo, senz'armi,
senza saper dove, nè come, nè nulla, se non che era disteso
per terra, ed aveva innanzi uno evidentemente mal intenzionato,
epperciò probabilmente apparecchiato; egli sentivasi
senza ricorso in mano di costui, e non aspettavasi ad altro
oramai che a vederselo venir incontro senza poterlo scansare.
Ma costui, ei lo vide nell'ombra ritirarse due passi indietro,
e metter sì la mano alla cintola come per afferrare un pugnale
o che so io; ma pur restarsi immobile a mirar il caduto,
e finalmente con una voce cupa e rabbiosa l'udì dire,
lasciando oramai l'eccellenza: «Uomo, che fai tu costì; che
fai tu costì? T'ha ella assiderato o impietrito la paura?
Alzati su, alzati su, se sei uomo; e mira che non hai altro
che un uomo dinanzi a te.» Sforzavasi allora d'alzarsi Don
Luis; e continuava l'altro: «Un uomo è vero che hai negato
incontrare, sdegnato forse incontrare, o forse temuto;
ma ora è incontrato. Ora l'hai dinanzi. Ora nol puoi disprezzare,
chè sei nelle sue mani, nè il dèi temere, chè egli
non vuol da te altro che un incontro da uomo a uomo.» E
mentre egli s'andava rialzando, «Senti, uomo, senti, tu ti
chiami Don Luis, e sei grande; ed io mi chiamo Perico senza
titoli e senza nemmeno il don. Ma ho sangue, nelle vene
che è nobile quanto e più del tuo. E quando non l'avessi
udito da mio padre, e non l'avessi veduto sulle pergamene,
e quand'io non avessi nè padre nè pergamene, ei sarebbe
tutt'uno, io lo so e lo sento; e sento bollire questo mio sangue,
per le due ingiurie che tu m'hai fatto, la prima di rubarmi
mia bella, mia scellerata bella che detesto; anzi no
[pg!142]
non detesto, ma disprezzo; ma ancorchè io la disprezzi, tu
non me la dovevi rubare; e poi me n'hai fatta un'altra, non
rispondendo nè una parola alla mia sfida, nè alle mie minacce.
E ti direi che sei un vigliacco, che sei un poltrone....
sì sì te lo direi.... non fremere.... ti direi che sei
un poltrone.... ma lo voglio prima provare....» Don Luis
aveva intanto ripresa quella positura verticale che è assolutamente
necessaria a un uomo per poter parlar a un altro
di siffatte cose; e benchè fosse ancora alquanto sbalordito ed
anche dolente, e poi assolutamente inerme; avanzandosi d'un
passo verso Perico, non senza dignità, colle braccia incrocicchiate
sul petto: «Uomo,» rispose, «or bene che vuoi tu
fare? Se m'hai qui strascinato ad assassinarmi, ben vedi
che 'l puoi. Che mi stai proverbiando come farebbe una pettegola
contro un'altra? Un uomo che odia un altro si soddisfa
combattendolo.... od anche ammazzandolo.» «E t'ho
io potuto combattere? Hai tu risposto a mia disfida? ti
aveva io a cercar per le vie della città attorniato sempre
de' tuoi musici e di tue donne e tuoi servi? E' c'è voluto
arte per ridurre la tua grandezza a mia umanità, per averti
uomo contro uomo.... Or siamo così. Ora io voglio combatterti,
combatterti dico; volentieri, se 'l vuoi tu.... Ma
se non vuoi, od anche se non puoi, uomo, uomo, io ti dico,
non dobbiamo uscire tutti due vivi di qua: uno solo di noi
dee ritrovare i suoi compagni; o tu tue donne dandoti vanto
d'esserti salvato col tuo valore di mano a' banditi; od io,
ammazzato te, raggiugnerò i miei bovari e servitori poco
tempo; chè avendo ucciso un gran signore come tu, ben so
non aver altro rimedio che farmi bandito davvero. E vedi
che i rischi non sono uguali, ma pur vivere tutti e due non
si può.... E difenditi, io te ne avverto, o sarai ammazzato
senza difesa.» «Con che m'ho io a difendere? Non
ho armi!» diceva Don Luis, e continuava imperturbabile in
quella sua positura colle braccia incrocicchiate. «Vedi vedi,»
ripigliò Perico; «vedi Spagnuoli guasti, profumati, infrancesati;
che vanno per via di notte senza nemmeno il coltello
che non dovrebbe abbandonare un uomo mai. Togli il coltello.»
E in così dire gliene buttava a piè un largo e lungo
[pg!143]
come l'usano i popolani, e talor anche le popolane di tutta
la Spagna; quel coltello spagnuolo, arma ignobile e traditrice
per sè; ma che fu poco dopo nobilitata e fatta famosa
se non altro per la famosa risposta di Palafox, quando sulle
rovine fumanti della sua Saragozza, chiamato ad arrendersi,
rispose con bandire agl'invasori della sua patria *guerra a
coltello*. Ma Palafox, benchè gran signore, era allora capo
de' popolani e parlava a modo loro; chè del resto, quest'arma
prima della guerra era arma tutto popolana. Pur Don
Luis appena sentitalasi cadere ai piedi sciolse le braccia, e
si buttò su essa; ed aperta la lama, si mise in difesa non
altrimenti che se fosse stato avvezzo sempre a maneggiarla.
«Or bene,» disse Perico, «or ben istà; uomo, bada a te;»
ed era per investire, ma al lume della luna che sorgeva potè
vedere Don Luis che buttato il coltello lontano da sè, e ripresa
le sua positura freddamente rispose: «Nè ignobile, nè
impossibile è a un grande di Spagna l'essere a tradimento
sovrapreso e scannato da un bandito. Ma venire contro un
bovaro con tali armi a tal cimento, non è fattibile ad uno
che speri ancora aversi a coprir il capo dinanzi al re nostro
signore. Odi, uomo, se non sei pazzo come quella forse
pazza di Donna Ramona me l'ha voluto far credere, e se
sei veramente nobile come mel vuoi far credere tu, lasciami
stare oramai, e aspetta la luce del dì, e mostrami poi le tue
carte e i tuoi titoli, ed io ti giuro che, solamente che tu
non sia ebreo nè marrano, e ti possa mostrare cristiano vecchio,
io ti renderò ragione a quell'arma, a quel giorno, e
in quel luogo che vorrai tu.» «Uomo, uomo,» strillò allora
Perico; «non mi far perdere il senno; nè mi far fare un'azione
ch'io non voleva fare; piglia il coltello e difenditi, se non
vuoi morire indifeso; che per tutti i santi, io te lo ridico,
noi non abbiamo tutti due vivi a rivedere i nostri compagni.»
E brandendo il suo coltello avanzavasi contro Don Luis.
Poi fermatosi il buttava anch'egli via con un atto disperato
come per torsi la tentazione. E rimasto a mirar fisso fisso
un instante, di nuovo s'avventò; ma invece delle labbra chiuse,
e gli occhi furenti, e un pugno serrato, e l'altro a brandire
il ferro, aveva bocca e occhi e tutto il volto composto
[pg!144]
a disprezzo e quasi a schifo, e la mano aperta, e già il
braccio teso verso il volto del suo disprezzato avversario per
fargli villania. Allora, scompostosi tutto Don Luis, e fatto
furente, dava indietro un passo, e due, e brancolando in
terra cercava uno de' due coltelli. Nè Perico instava contro
lui; ma datosi egli pure a far il medesimo, in breve tutti
e due riebbero i ferri in mano, e s'appressarono, e misuraronsi
cogli occhi senza più dir parola, e s'investirono.
Ingannerebbesi poi chi credesse, che tra due arrabbiati, con
in mano due armi così micidiali e così corte, finisse in breve
il combattimento per la ferita o la morte d'amendue. Così
succederebbe tra due tali combattenti di qualunque altra nazione.
Ma là il combattere a coltello è ridotto ad arte; ed
ha sue finte, sue botte, risposte e difese, in modo che può
durare più minuti senza colpo efficace; non meno che se
fosse alla spada o colle sciabole. Perico era maestro e vero
professore di quell'arte; e Don Luis di quei dilettanti che
talor n'insegnano ai maestri. E di fatti fosse egli più destro,
o più di sangue freddo, od arte o caso, in ogni modo
tolse egli sì la prima ferita, ma non profonda, in un'anca,
e quasi a un tempo rispose con una coltellata sulla spalla
dell'avversario, che se gli era ficcato sotto troppo imprudentemente;
e ferì sì forte che parve essere andato al cuore,
e fece zampillare il sangue e stramazzare per terra l'infelice
Perico, dicendo: «Son morto.» Fermavasi Don Luis un
istante, e gli era sopra l'istante appresso per soccorrerlo;
ma Perico o credesse che fosse per finirlo, o si volesse vendicare,
o non volesse morire nelle sue mani, alzatosi sur un
braccio, coll'altro diè di piglio al fischietto usato dai bovari,
e diè un gran fischio, e all'istante s'udirono da lungi rispondere
due o tre altri. Quindi Don Luis vedendosi peggio che
mai in mano altrui, e che non vi era tempo da perdere;
senza pensare ad altro che a scampare, abbandonò il suo infelice
ma arrabbiato rivale.»

Qui il maestro tolse l'orologio; e vedendo che già era
mezz'ora dopo la mezzanotte, lo rivolse a noi mostrandoci
com'era tempo d'andar a letto; e promettendoci, se ci
piaceva, di ripigliar la narrazione la sera appresso; e
[pg!145]
dicendo noi che anzi ci piaceva moltissimo, tolto ognuno il
nostro lumicino, ci ritraemmo a nostre stanze, ed egli uscì
del salotto e di casa, per tornare a casa sua.


II.
---

«Io v'ho lasciati ieri» riprese il Maestro, «che Don Luis
si era salvato col valore dalle mani del suo insidiatore, e
colla fuga poi da quelle dei seguaci e complici di lui, i quali,
usciti d'agguato, gli eran corsi dietro; ma perchè egli
aveva da cento passi innanzi, e non era poi in tutta Spagna
uomo più leggeri alla corsa, non potè essere arrivato; e salvo,
benchè ferito, giunse a San Lucar le donne e i compagni.
E pensate che accoglienza gli fosse fatta, principalmente....
Benchè io penso, amici miei, che ieri v'ho allungata
troppo la narrazione: e contro il mio stile, che è di
non far durar mie novelle oltre a una sera, non v'ho detto
di questa se non il principio; e se allungassi il resto allo
stesso modo, se ne avrebbe per più d'otto dì. Epperciò, lasciato
San Lucar, e la villa, e Don Luis e sua guarigione,
e tutti i particolari, dirovvi sommariamente gli eventi principali
saltando dall'uno all'altro, e passando le attaccature
che non sono necessarie, e voi potete benissimo supplire.

Erano dunque passati già più mesi dalle scene ultimamente
descritte, quando per un bel mattino di decembre il
popolaccio di Siviglia correva ad una di quelle feste di che
il popolaccio di tutti i paesi è così vago, un'esecuzione a
morte di tre o quattro condannati. Era poi anche maggiore
quella volta l'accorrere, non solamente pel numero insolito
de' condannati, ma anche per varie circostanze particolari
atte a destar la pubblica attenzione, attutata del resto dalla
frequenza di quegli spettacoli. E prima, uno dei condannati
era un bellissimo giovane, il più *guapo* fra i sette *niños di
Ecija*; che sono una compagnia di ladri famosissima ne' contorni
di quella città onde essi tolgono il nome. Dicesi che
sieno sempre sette, e non mai più; benchè quando ci è un
posto vuoto, che accade sovente, e' vengono loro sempre numerose
suppliche e brighe per sottentrare; ma non si tolgono
[pg!146]
mai se non tanti quanti sono i posti vuoti fra i sette,
e sempre si scelgono i più bravi e provati ladri; e dura
quella compagnia da molti anni e forse da secoli. Fu spenta,
è vero, al tempo che il maresciallo Soult reggeva l'Andalusia;
ma so che risorse poi, benchè non sappia se duri
e sia in fiore oggidì. Ad ogni modo, per far ragione a tutti,
e' si vuol dire che costoro, i quali certo non hanno scrupolo
di uccidere quante persone sia loro mestieri per venir a capo
di loro assassinii, od anche per ispegnere la voce; quando
poi non è loro necessario, hanno molti riguardi per le persone
che fermano in via, e talor lasciano loro danari da
finirla, e se metton le taglie ai ricchi possidenti, che è il
grande stile di queste masnade, dicesi che talora poi facciano
carità a' poverelli, e lascin borse sotto a' loro usci, e
che so io d'altre simili generosità, vere o inventate da coloro
che in ogni dove, principalmente in Ispagna, hanno
amore a questa specie infima in grado, ma da essi tuttora
favorita di eroi.

Un altro poi dei condannati chiamava anche più del
primo l'attenzione de' buoni Sivigliani. Accusato per ladro
o assassino, o che so io di peggio, non aveva alle numerose
prove recate contro a lui opposto mai nulla; e s'era
lasciato indifeso condannare. Ma, condannato che fu, sorse
a suo cenno l'avvocato, e dispiegò sul tavolino dinanzi ai
giudici un gran fascio di carte e pergamene che provavano
senza replica la sua antica nobiltà; la quale riconosciuta,
l'avvocato chiese, e i giudici accordarono, non per grazia,
ma per diritto, che il suddetto nobile condannato fosse nobilmente
strozzato, o, come dicono, *garottado* da seduto, in
vece di essere, come s'usa ed è buono per li semplici cittadini,
appiccato in aria ignobilmente penzoloni. E così fu
effettivamente eseguita la sentenza. Ma di questi due a noi
non importa nulla, se non che, tolto il corpo di quel secondo
giustiziato, fu in vece sua attaccato un figuraccio o
spauracchio da uccelli; e fu affissa sotto uno lunga condanna
che io non vi dirò minutamente; ma in sommario dicea
così: Che citato il nomato Perico (e seguivano poi gli
altri nomi suoi e la sua qualità d'Asturiano, epperciò nobile)
[pg!147]
a comparire dinanzi alla Reale Udienza di Siviglia; e col
non comparire mostrandosi contumace o defunto, che non si
sapea quale dei due; sulle deposizioni dell'eccellentissimo
signor Don Luis, con dieci altri nomi e l'etcetera, Grande
di Spagna di prima classe etcetera; le quali unite coll'altre
prove evidentemente provavano aver il detto Perico teso insidie,
agguati e tradimenti per proditoriamente e senza ragione
ammazzare il detto eccellentissimo signor Don Luis;
la Reale Udienza l'aveva all'unanimità dichiarato assassino
e condannato a morte; e fosse tenuto quasi effettivamente
giustiziato; e se era vivo, rimanesse bandito col taglio di ducento
scudi e la grazia a chi lo consegnasse; ed altre siffatte
cose poi che seguivano secondo le formole. Perchè poi Perico
era conosciutissimo ed anche amato in Siviglia, perciò,
contradizione o no, la folla fu grandissima a leggere la sua
condanna. In mezzo alla folla poi ei ci fu uno in abito di
alguazil che accostatosi allo scartafaccio, e trattone un altro
di sotto al mantello, lo affisse sul primo in modo da coprirlo;
e mentre gli si riapriva innanzi e poi gli si serrava dietro
e riaccostavasi a leggere la calca, egli sparì. Sorse allora
un susurrìo che chiamò l'attenzione dei veri alguazili che
stavano passeggiando pochi passi discosto; s'accostarono, e
lette le prime parole, si rivolsero ad inseguire il falso compagno.
Ma questi era lungi e non fu trovato. Il nuovo
scartafaccio dicea così: «Don Luis è un mentitore; Perico
non fu mai assassino, e volle solamente da uomo a uomo
combattere un nemico vile traditore. Se la Reale Udienza
fosse meglio informata, potrebbe sapere che Perico è vivo
e vivissimo, e si fa beffe de' suoi tagli e de' suoi dugento
scudi. Con cinquanta soli per testa ei potrebbe aver quella
di Don Luis, e di tutti i membri della Reale Udienza. In
prova di che ha fatto affiggere la presente qui alla barba
loro, e dinanzi alla porta dell'eccellentissimo, e sotto la
Girada ed altri luoghi publici, dove li potete andare a
vedere.»

Ora di questo scandalo che che si dicesse in tutta Siviglia,
io non ve ne dirò nulla, volendo, secondo mia promessa,
[pg!148]
portarvi a un tratto a un'altra scena che succedè pochi
altri mesi dopo, verso l'aprile o il maggio del 1807, in
Ciclana. È questa, non lungi da Cadice, una piacevolissima
terra presso che tutta formata delle villette di que' ricchi
cittadini, i quali chiusi nelle loro mura in mezzo al mare,
quasi marinari d'un vastissimo vascello, scendono ogni volta
che il possono a goder la terra; e perciò tengono là ed abbellano
le loro casuccie e gli orticelli con un amore e una nettezza
non consueta nel rimanente delle Spagne. Così Ciclana,
un villaggio di ricchi, unisce in sè i piaceri tutti della villa
e della città. Dei quali volendo Don Luis godere e far godere
le sue brigate, tolse a pigione uno dei più graziosi di
que' casini, e fattolo con meno ricchezza che comodi, e meno
pompe che attente e minute cure, riattare ed addobbare per
le due donne, ve le portò come a caso, e, stupite e contente,
ve le stabilì a dimora; e poi fece incominciare un corso di
feste nuove ogni dì, ed egli andava e veniva, ma per lo più
stava, e tutti vivevano allegramente. Benchè, l'allegria era
più apparente che vera, come lo potete udire da una conversazione
che passò tra le due donne, dopo il tocco o le due
d'una notte che ritrattesi stanche, rifinite di piaceri, a loro
stanza e ne' letti che avevano allato l'uno all'altro, e spento
già il lume e rimaste amendue, benchè assonnate, senza dormire
alcun tempo, incominciò la madre a bassissima voce
così: «Marichita, Marichita, dormi tu? dormi tu? Dimmelo
almeno se non dormi; dimmelo almeno, in vece di sospirare
come fai, e forse pianger soletta.... Marichita, per amor del
cielo!» «Ebben, mamma, non dormo, gli è vero, non dormo.»
«Oh figlia mia, viscere mie, e che hai tu? passerai tu di
nuovo un'altra notte come l'ultime, senza dormire, affannata,
sospirando; chè il mattino poi ti si leggono queste perfide
notti negli occhi cavi, lividi, aggrinzati? O cielo! a sedici
anni, non è egli peccato guastarsi la bellezza così, non
saper godere la vita la più felice del mondo; che se io avessi
avuto tanto alla tua età.... E che dirà Don Luis quando
s'accorga di questa tua ingratitudine? Il più bello, il più
giovane, il più ricco signore di Andalusia e di Spagna, anzi,
[pg!149]
credo, del mondo, per innamorato, e non saper godere di una
sorte!...» «Sì, per innamorato, per innamorato, e non per
marito. O mamma! chè non mi dicevi tu anche allora, per
innamorato, le prime volte ch'io l' vedeva, quando tu mi
facevi cuore ad adescarlo, a innamorarlo, e mi dicevi che
sarei la più gran signora di Spagna? Or vedi invece, per
innamorato....» «Per innamorato ora, figliuola mia, per innamorato
ora. Quanto sei cocciuta e permalosa verso tua
madre che ti vuol tanto bene, eppur tu interpreti male sempre
quanto ella dice! Per innamorato oggi, ma per marito domani.
Per marito domani, se tu il volessi. Ma con fare il
grugno ed essere stizzosa e ritrosa, non s'invischiano gli
uomini. Io te l'ho detto le cento volte: non si piglian le
mosche coll'aceto, ma....» «Così avess'io fatto la ritrosa
fin da principio! così non avessimo strascinatoci in casa
questo tuo gran signore! Così non avessi io tradito il mio
povero Perico! Chè quello sì mi voleva bene davvero, quello
mi sposava, quello avrebbe fatto di me una donna onorata.
Ed io l'ho tradito, meschino! Io l'ho innamorato, e poi
lasciato senza amore; io ho voluto il suo cuore, e non gli ho
dato il mio! Io gli ho fatto travedere un paradiso, e l'ho
precipitato in un inferno! Io ho fatto di un galantuomo un
assassino, io gli ho messo i pugnali in mano, io ho fatto
attaccare il suo nome al patibolo, io sono che vel trarrò un
giorno lui stesso, infelice! ma meno di me!..» «Figliuola,
figliuola mia; è egli possibile che tu pensi ancora a uno scellerato,
condannato dalla giustizia divina e umana? che tu
voglia disonorar te stessa con infami rincrescimenti, chi sa,
con un resto d'infame amore? Sciagurata! che ti vai tu tormentando
e rimprocciando vanamente? Nascono gli uomini
ciò che debbono essere, e si perderebbe la vita intiera in
esami di coscienza e rimorsi inutili, se si volesse andar ricercando
ciò che avrebbe fatto, o ciò che sarebbe diventato
tale o tal altro, se non fosse di noi o se non avessimo noi
fatta o detta tal cosa, o che so io. Questi son pensieri a
che io non mi sono fermata mai; e vedi, son vecchia. E tu
meschinella, vuoi tu alla bella età di sedici anni, a quell'età
[pg!150]
che non torna più mai, vuoi tu far te stessa infelice così, e
con te la tua vecchia madre? Figliuola, viscere mie!» «Io
qui, qui in un letto molle, adagiata sulle piume, coperta di
seta, di trine, con tesori d'addobbi intorno, e di gemme deposte
qui allato, inebbriata ancora di cibi e bevande e profumi
deliziosi, più anche di quei suoni e quei canti e quel
continuo parlare, quell'aure d'amore che soffiano in questa
Ciclana, inebbriata più di tutto pur troppo di queste vane,
perfide adorazioni, vane, perfide, dolci.... Egli a quest'ora
in una caverna buia, fetida, sul suolo umido, con intorno
scellerati compagni indegni di lui, a riposare delle cattive
giornate, men cattive per la fatica che per li pericoli, e meno
per li pericoli che per li rimorsi che stancano e rovinano, io
il so, più d'ogni cosa. Ma io, me li sono procurati io
questi rimorsi; i miei sono giusti; i suoi all'incontro, i suoi
dovrebbero essere tutti miei. O Perico, Perico, io mi sento
morire, io morrò; ma così potessi prima vederti una volta ed
assolverti de' tuoi rimorsi e prenderli io, e io sola averne
ogni pena!» «Marichita, per amor di Dio!» «Non profanare
il nome di Dio, nè de' suoi santi, nè di quella principalmente
che nemmeno io non m'ardisco più nomare; ma io te l'ho
detto e te lo ridico assolutamente, io non voglio che duri così,
non può durar così; mi son fidata a te troppo tempo:
oggi una famigliarità, oggi un'altra, ogni dì un avvilimento
di più, ogni dì una cosa nuova accettata, una nuova accordata.
Oh ci vendiamo ogni dì; vergogna! vergogna! Ecco,
il buon frate non ci capita più se non di rado, e con un viso
che par voler dire: io ci vengo pur anco a vedere se è il
tempo della conversione e della penitenza. Oh sì verrà....
Vergogna, vergogna!... scandalo e vergogna pur troppo!»
«Ebbene, io gli parlerò, io lo persuaderò; vedrai, egli ti sposerà,
ma e' ci vuol tempo, e' ci vuol pazienza, ei ci vuol
amore, e non disgustarlo anzi come fai.» A questo modo
continuava il discorso loro due o tre ore, e così succedeva
quasi ogni notte. Al mattino, coll'aiuto dell'acqua e delle
pillole e della gran fatica, s'addormentavano le donne.
Dormivano fino a mezzo il giorno. Ma appena deste, trovavansi
di nuovo l'una volentierissima, l'altra invita, ma
[pg!151]
pur cedente, in mezzo agli incanti, ai piaceri ed all'ebbrezza.
Non pensavano ad altro fino a notte avanzata; ed
ogni notte ivan crescendo le angoscie dell'infelice Marichita.

Cinque o sei n'eran corse così. E Marichita più che
mai malcontenta della vita che le era fatta fare, e di sè stessa,
e volendo meditare da sè, stava una notte contro al solito
cheta, e faceva vista di dormire, quando le parve udire giù
nella via un canto che più amari fece i pensieri in che
appunto era immersa: era il Polo del contrabandiero, cantato
da una voce e con un'espressione tutta simile a quella di
Perico. Si riscosse nel letto, ma pur pensò che fosse o casual
somiglianza, o parto dell'esaltata imaginazione. Ma
abbrividì tutta, e fu per isvenire, quando, finita la canzone,
seguì quel batter di mano raddoppiato, a lei già così noto.
Sorse a mezzo sul letto; ma, cessando il canto e il segno, in
breve si ripose sotto le coltri, e pensò di nuovo che assolutamente
fosse un'illusione sua, e temè che le angoscie non
incominciassero a guastarle il senno ed i sensi. Ma ricominciò
il canto e la medesima voce; e ben distinti, ben uditi
da lei risorta sul letto, i battimenti di mano. Allora, non
potendo regger più, detto alla madre che quella notte si sentiva
meglio del solito, e sperava in breve dormire, ma voleva
prima riprendere un po' d'aria sulla terrazza; e la madre
acconsentendo a quella, come a ogni cosa che ella volesse,
vestitasi, anzi, velatasi appena, pian piano scese al terreno
in un salotto discosto da ogni camera dove si dormisse, ed
aperta la finestra diessi dietro l'inferriata a guardare là onde
le pareva che il canto venuto fosse, e non scorgendo persona
ripetè ella il segno, e di nuovo mirò. Allora, di dietro all'angolo
della casa vicina, vide spuntar come un'ombra, ed
appressarsi quatta quatta tutta involta nel mantello, e passar
dinanzi a lei tacendo, ma sforzandosi, come pareva, di scoprire
chi fosse dietro all'inferriata. Ed ella volendo terminar
le incertezze: «Povero contrabandiero», diss'ella «a
chi vai cantando tu?» «A te, a te» disse, e quasi gridò
l'ombra, e s'appressò a un tratto, e buttò le braccia all'inferriata,
come se attraverso quella avesse potuto afferrare o
[pg!152]
portarsi via la fanciulla; e questa, come se fosse stato possibile,
tremandone si ritrasse addietro due passi. «Perico!»
«Marichita!» fu detto insieme in un istante, e poi durò un
silenzio di forse uno o due minuti, e ricominciò la fanciulla:
«Sei tu dunque, Perico? Che vai tu facendo qui? Sei tu
vivo, Perico, tu, o sei tu lo spirito di lui che venga a vendicarsi?
Benchè, se il fossi, non ti fermerebbero queste
mura e questi cancelli, e già da più notti io t'avrei veduto
sedere al capezzale del misero mio letto, quando io ti chiamava
a godere della mia disperazione.» «Io l'ho udita, io
la so la tua disperazione; infelice fanciulla!» ripigliò l'ombra,
e Marichita abbrividita diè indietro involontariamente di
nuovo. «Io la so. Epperciò son venuto d'onde che io mi
sia, più morto che vivo, ed io pure non meno di te disperato.
Chiamato da te, venni e son pronto a menarti meco,
se l' vuoi, accada poscia che può. Vieni, vieni ad unire almeno
le nostre disperazioni. Marichita, vuoi tu venire? Vuoi
tu venire? Dì su.» «Dio buono, Dio santo, Vergine santissima,
che è egli questo? E sarebbe egli vero che tu venissi
dall'altro mondo a trarmi....» «No, Marichita, non son
morto; vedi, vedi pure, io vivo, appressati, toccami.... benchè
no, per l'amor del cielo non toccarmi, non mi rimettere
nelle vene tutto il fuoco ond'io ho arso tanto tempo, onde
io ardo pur troppo, finchè non abbi detto che verrai con me.
Ma vien con me, Marichita, vieni con me; posciachè costui,
questo nobile, questo ricco ribaldo tuo non ti fa felice; posciachè
t'incresce del tuo tradito, abbandonato Perico; posciachè
gl'invidii l'umido letto della caverna, tu coricata tra
le piume, le sete e i profumi. Traditrice tradita, vien con
me, vieni unire le nostre disperazioni.» «Uomo, spirito, che
sei tu? Che sei tu che sai le parole mie sommesse, e i miei
nascosti pensieri? Che sei tu? di nuovo io ti scongiuro.»
«Io sono un infelice, il più infelice uomo del mondo, che ti
disprezza, ti abborre, ti maledice a tutte l'ore del dì e delle
notti, e maledicendoti pensa a te, null'altro che te, sempre
te. Maledetto il seno che ti portò, maledette l'arie che respirasti,
maledetti gli occhi che ti videro, e il cuore, l'indegno
cuore vilissimo che non ti può cacciare, e il pensiero
[pg!153]
che sempre è con te.» e «Oh! ti riconosco, iroso, feroce amante!
tu sei, tu certo sei. E maledici pur quanto vuoi. Tu
benedetto sii che sei venuto a udire i miei pentimenti una
volta prima che io mi muoia. Odi, Perico! Io ti ho tradito,
tradito, è vero, scelleratamente, indegnamente; io t'ho anteposto
un altro, io t'ho voluto abbandonare per sempre ed
avermi lui. È verissimo, io sono un'indegna, una colpevole
creatura. Nè voglio scusarmi, te accusando. Ma pur forse
lo potrei, te così orgoglioso, così iroso, che non facevi uno
sforzo vero mai per richiamarmi a te.» «E non venni io?»
«Sì, una volta dopo parecchi giorni, e una volta sola senza
instare con altro che con minacce e vendette; ma non accuso
io te, no. Me sola accuso, benchè non sola, io giovane,
io nuova a tutto, io inesperta, precipitata dalla madre. Oh
le perdoni Iddio; io debbo, io voglio perdonare, io perdono
a lei, a te, ma sono pure la più infelice creatura, e così
possa la morte fra breve....» «La morte, la morte, sempre
la morte! Ei sembra che sia un rimedio a tutti i mali. Ei
si pensa a una disgrazia? La morte la finirà. Si pensa a
una ingiustizia? La morte ti vendicherà. Si pensa alle ingiurie,
alle oppressioni? La morte agguaglia tutti. Alla
propria scelleratezza? La morte la sconterà. La morte,
sempre la morte! E perchè non vivere? Perchè non soddisfarsi?
Perchè non vendicarsi, ed esser felici così un momento
almeno? Senti, Marichita.... È inutile ch'io te lo
dica, e lo potresti indovinare oramai da te. Io t'ho messo
intorno una persona tutta mia che ti vede ed ode ad ogni
ora, e cacciata questa te ne porrei intorno cento altre. Ed
altre ancora ne ho già disposte da gran tempo qui intorno,
ed io t'avrei potuto rapire, ed aver meco.... Se non che,
a che t'avrei io tolta? Avutati nelle mie mani, che avrei
fatto di te? Io meditava da gran tempo su ciò, e finchè non
mi fosse fatta una risposta satisfacente, tu ti potevi viver
tranquilla, nè me l'ero fatta mai.... L'altra sera ebbi la
relazione che a te, sveglia o sognando, incresceva del povero
tradito Perico. Da quell'ora, da quell'istante io ben seppi
che far di te. O dimmi, dimmi, Marichita, dimmi....» «Se
io t'amo, Perico? Se io t'amo? È egli questo che vuoi
[pg!154]
sapere? Se io t'amo? Oh credimi, non solamente t'amo
adesso, ma t'amai sempre, t'amavo quando, seguendo i consigli
della madre, aiutati dalle tue ire, mi sforzavo cacciar te
e chiamar colui; t'amavo quando, volendo sorridere a lui,
ero ridotta a richiamar a mente ed imitare i sorrisi e le
dolci parole che io già aveva apprese con te, che tu mi sapevi
inspirare, tu solo, ed io non le seppi mai dire veramente
se non a te, e t'amavo in quelle notti che facevo ogni sforzo
per dimenticarti. Ora non più, no, mi sono capacitata che
non è possibile, ora so e sento che senza te non posso vivere.»
«Oh benedetta, benedetta Marichita mia, tu sarai mia;
ed ascolta, chè abbiam poco tempo a discorrere. Di qui a
tre notti.... benchè avrai tu cuore di venir a viver meco la
vita di un contrabandiero, di un bandito? Cacciati dalla società
degli uomini, fuggiti come bestie immonde da chi vogliamo
accostare, tracciati come fiere da chi vogliamo fuggire,
non dormir mai se non a mezzo; per passatempo di veglie
discorrer di sbirri, confortatorii e patiboli, scellerati per
compagni, amici niuni, niune leggi che il timor comune, niune
difese che il proprio ferro.» «Io lo so, io lo so. Ma chi ti
ha cacciato in questa vita? Chi ti ci debbe seguire? Chi
l'addolcirà, se è possibile? Chi ritrarrattene forse mai?
Dov'è l'amore, là è il dovere della misera Marichita. E
dov'è l'amor suo, là ella potrà forse ritrovar posa de' suoi
strazi, e refrigerio di questi fuochi. Impossibile oramai rimaner
qui innocente fanciulla; là anche in mezzo agli scellerati
sarò donna virtuosa.... del mio amore. Perico, Perico
dammi la mano, qui attraverso a queste sbarre, in mezzo a
questo buio, con Iddio solo per testimonio, chiamami tua; e
poi vieni a levar quando vorrai la tua sposa, vieni a trarla
dove vuoi, vieni a farne quel che vuoi, vendetta se vuoi....
Perico, mio Perico! avanza, dammi la mano attraverso queste
sbarre, dammi tua fede, odi la mia, chè io son tua.... Oh
non rispondi tu, Perico? Che ti ritrai? Dove vai?... Dove
vai, Perico? Perico! Che non rispondi, e dove vai? Rispondi!»
E con queste ed altre angosciose grida, fuor di sè la infelice
fanciulla perseguiva il tacito, sordo amante. Il quale, senza
rispondere, senza dar una voce nè un cenno, spariva; così,
[pg!155]
nella disennata e superstiziosa fanciulla entrò di nuovo il
dubbio non fosse stata mai un'apparizione dello spirito solo
del suo amante. E tanto più si fermò in questo pensiero, e
quasi il credette certo, che uscita in fretta dalla porta, e
corsa al luogo dove era stato fermo Perico, ed a quello poi
ond'era sparito, non trovò, nè udì, nè vide, nè da lungi persona
od ombra o nulla, se non oscurità e silenzio universale.

Tuttavia, ridotta nella sua camera, e riflettendovi quella
notte e quelle che seguirono, ella si capacitò che era stato
Perico, non solo a malgrado de' pericoli vivo e vivissimo, ma,
a malgrado de' suoi tradimenti, innamoratissimo di lei, e che
aveva fatto il disegno di venirla fra tre notti a rapire. E
così era difatti. Nè occorre che niuno dica se Perico facesse
bene o male, secondo o contro la ragione; ch'ei si sa fin
da' bimbi che l'amore non si lascia metter freno da lei. Sì
talvolta sel lascia mettere dall'altre passioni compagne sue.
Onde poi veggiamo l'avaro innamorato sacrificar all'amore
ogni cosa, tranne i quattrini; il beone, tranne il vino; il giocatore,
tranne le carte e i dadi; e l'iroso, tranne la vendetta.
E mettetevelo pur bene in capo, voi fanciulle, per non
isperar poi troppo dai vostri sposi. E voi donne, se mai
niuna ebbe dal suo il sacrificio di qualche passione, tenetelo
pure per il più bel presente ch'ei potesse farvi in prova
d'amore, e tenete lui poscia per marito non dozzinale. Nè
vorrei dir io che Perico non avesse potuto forse un dì diventar
buon marito, e, se la sua amante l'avesse meritato, non
fosse stato capace di sacrificarle un dì anche l'orgoglio, passione
principalissima non solo delle sue, ma di tutte quelle
che son plasma dei sette peccati capitali. Ma intanto, fosse
colpa di lui o di lei, certo è che per allora Perico non era
disposto a far quel sacrificio. Era venuto, come udiste da
lui stesso, sull'avviso avuto da una camerista di Marichita
che questa passava le notti intere a piagnerlo e desiderarlo;
era venuto prima a verificare la verità di siffatta relazione,
vedendo se risponderebbe a' suoi segni; poi, in caso che
rispondesse e scendesse e confermasse il rinato suo amore,
a prender appuntamento con lei per poi rapirla, e trarla
[pg!156]
seco, senza pensare per allora allo sposalizio. Ma quando
Marichita pronunziò quella parola di sposa, ed attraverso alle
sbarre tese la mano come a congiungerla in legittimo matrimonio
a quella di lui, ridestossi allora ad un tratto nell'animo
suo, e ridestato vi ridivenne signore l'orgoglio così crudelmente,
così constantemente offeso fin dal principio de' loro
amori; e fu per dettargli qualche crudel risposta, che pronunziata
avrebbe forse troncato l'amore o l'istessa vita di
Marichita. Ma non la pronunziò, e invece si ritrasse; e di
corsa, anzi di volo, fuggì da lei, dall'occasione, e avrebbe
voluto da sè stesso. Ondeggiò poscia in pensieri e disegni e
risoluzioni fatte e disfatte mille volte in quei tre giorni; chè
sono indicibili i combattimenti interni di un uomo per natura
forte, ma, per passioni d'ira e d'amore annidate in suo
cuore, fatto imbelle. L'ultima risoluzione a cui s'appigliò,
non come migliore, nemmeno a sua mente, ma come quella
che, senza decider nulla, lo metteva pur in caso di satisfar
tutte le sue passioni, fu quella di tornare a Marichita, e assolutamente,
senz'altre spiegazioni, senza darle agio a riparlar
di matrimonio, portarsela via. Perciò, invece di nuovamente
chiamarla all'inferriata, deliberò coll'aiuto della compra
cameriera entrar nella casa, e con quello poi de' compagni
suoi invaderla e occuparla di soppiatto od a forza, e giunti
alla camera di Marichita, volonterosa o no, portarsela via. E
com'era stata disegnata ogni cosa, così s'effettuò. Guidati
dalla donnicciuola, inavvertiti da ogni altro, piano piano entrarono,
e camminando alla sfilata, giunsero alla camera delle
due donne, ed aprirono la porta, e furono al letto, e rivolsero
su quello a un tratto le lanterne per vederla e pigliarla;
ma videro vuoto il letto, e la mamma che dormiva nel suo,
e si rivolsero alla cameriera, e questa giurava non intender
che fosse, e tra il chiasso che seguì, si svegliò la Romana,
e incominciò a gridare, e, interrogata, giurò il medesimo. Ma,
disperdendosi gli uomini a frugare, benchè invano, nella casa,
in breve fu desto Don Luis e tutti i suoi servidori, che
armati, e conoscendo meglio i luoghi, incominciarono a difendersi,
poi ad assalire gli assalitori, e gli uni e gli altri a
tirar pistole e schioppi, e ad accorrer gente di fuori, che fu
[pg!157]
una confusione da non vedersi mai più l'eguale. Due o tre
furono morti d'ambe le parti, ed altri feriti; ma scamparono
gli altri contrabandieri, e fra essi, strascinato e quasi a
forza portato via, Perico, il quale, coperto di sangue e ferite,
ma più che mai ebbro e furente, voleva rimanere finchè
trovasse pure ad accozzarsi col rivale, ora più odiato
che mai.

Del resto, come fosse succeduto tutto il caso di quella
notte, e lo sparire di Marichita, nol seppero mai nè Perico
nè Don Luis; e nol sapendo, s'accusarono ognuno d'aver,
per paura o gelosia o vendetta dell'altro, rapita e poi nascosta
od anche spenta l'infelice fanciulla. E così, come
succede tra appassionati, non era scelleratezza di che non si
credessero l'un l'altro capaci, e di che non s'accusassero
poi ogni dì più. Quindi ad accanirsi, ad arrivar agli ultimi
segni la loro inimicizia. Perico a riannodare i suoi masnadieri,
ad aizzarli a una nuova impresa contra la casa di Don
Luis. Don Luis, avvisatone, a lasciar questa a Ciclana, e
correndo poi a Siviglia, a Cordova, a Granata e al campo di
Gibilterra, a far nuove pressanti istanze presso i tribunali e
i governatori di provincie e i comandanti di truppe, a far
crescer le taglie al capo di Perico, a mandargli contro intiere
masnade di sbirri, alguazili, doganieri ed anche fanti e cavalli.
Quindi poi, minacciati così tutti i contrabandieri che
al solito vivono quasi tranquilli in quelle parti, ad unirsi
tutti sotto la condotta di Perico, che avea nome del più bravo
e destro; ed ora tutti insieme ad investire ed opprimere
qualche squadra de' loro persecutori, ora a disperdersi e
scampare sminuzzati, ora a riaccozzarsi e proteggere sulle
coste lo sbarco di qualche nave di contrabando, ora a scortar
poi per li monti le lunghe salmerie di muli che portano
quelle merci proibite nelle provincie interne della Spagna.
Perciocchè, diceva l'ufficial francese (non so poi se a torto
o a ragione, chè io non sono stato in Ispagna, e non m'intendo
di sifatte cose), diceva che a quel tempo essendovi
rigorosissime le proibizioni di merci straniere, e più di quelle
che men si fabbricavano nel Regno, e tuttavia gli Spagnuoli
avendo bisogno di alcune di queste merci, e tanta più vaghezza
[pg!158]
di alcune altre che eran proibite, ed offrendo perciò
il doppio od anche due doppi del loro valore, ne nasceva
che le merci in un modo o in un altro entravano; e diceva
anzi che entravano per tutti e singoli i quattro lati del quadrato
delle Spagne, e in quantità non minor forse che se
fossero state lasciate legittimamente entrare; e con questa sola
differenza che ne scapitava l'erario che non n'aveva un
quattrino di diritti, vi scapitavano i privati onesti che compravano
caro due o tre volte più del valore, vi scapitavano
i mercanti che vendean carissimo, ma aveano anche comprato
caro, e in somma vi scapitava tutta l'onesta gente, e vi guadagnavano
solo quelli che, nazionali o stranieri, grandi o
piccoli, a forza o per inganno, si chiamavano o doveano
chiamarsi contrabandieri. Nè so io poi se sia esagerata o
no questa descrizione; bensì dico ed aggiungo all'osservazioni
dell'ufficiale, che se era veramente così, il danno maggiore
da lamentare non era quello delle borse dei privati, nè
dei mercatanti, nè dell'erario, sì era quello della onestà di
tutti quelli che più o meno facevano gl'illeciti guadagni. E
tanto più mi confermo in questa opinione, che dall'essere
così universale, e, come dicea l'ufficiale, quasi necessaria
questa frode, ella s'era fatta nell'opinione innocente, e i
grandi e i maggiori signori l'aiutavano, e se ne rideano e
davan vanto di farla per destrezza, e i popolani poi teneano
per bravura ed eleganza a farla per forza; così il nome stesso
di contrabandiero, che suona male altrove, era là quasi tenuto
in onore. Del resto, l'esser tenuti in questo onore, ne
dava lor pur un certo tal quale. In quella notte che invasero
la casa di Don Luis non fu tolto da nessuno uno spillo;
e il mattino appresso pareva come se una brigata d'amici,
non di masnadieri davvero, fossero entrati a metter ogni cosa
a soqquadro.

Tuttavia piovvero più che mai su Perico e suoi compagni,
non solamente le condanne e le ingiurie meritate da essi
come contrabandieri, rapitori e insidiatori della pace privata,
ma, con ingiustizia consueta, anche quelle immeritate di ladri
ed assassini. Chè troppo sovente ei succede, o per odio o
per non curanza, e talor anche per uno zelo esagerato della
[pg!159]
giustizia, che si confondano i delitti e i delinquenti, ed a chi
ha colpe troppo reali se n'aggiungano delle imaginarie, ed
ogni cosa si carichi sulle medesime spalle. Onde poi troppo
sovente anche avviene, che il colpevole il quale o con alquanto
di compassione, od anche con una giustizia severa,
ma non oltrepassante, avresti tratto a confessare e riparar
le proprie colpe, o per ira o vendetta o per quel calcolo così
solito ai delinquenti che incorsa una pena tanto val meritarla,
ei si precipita ed ingolfa poi in quegli stessi delitti, che
gli sono stati ingiustamente apposti. A me poi la sperienza
del nostro ministero mi ha sempre dimostro, che se la luce
della intera morale cristiana è sola buona, sola vera, sola che
possa avviar bene su questa terra gli uomini, i quali senza
essa errano come in una notte buia senza luna nè stelle;
tuttavia tant'è la necessità e il desiderio di questa luce, che
gli uomini, i quali non la conoscono o l'hanno perduta,
s'accendono poi da sè qualche tenue lampada o facella da
guidare i lor passi vaganti. Ondechè, chiunque voglia ridurli
a miglior via, non dee spegnere queste facelle quantunque povere
od inette, ma valersi di esse, e torle in mano per mostrar
agli errati l'orlo de' precipizii, e fermarveli finchè sia
risorta qualche più efficace e vera luce celeste. E sarebbe
intorno a ciò a dire fino a domani; se non che chi m'ascolta
per solazzo, troppo già temo abbia a lagnarsi di tante
serie riflessioni. Onde lasciandole, vengo a mostrarvi coll'esempio
quali fossero gli animi di que' compagni di Perico,
posciachè furono, a forza di condanne dei tribunali, d'istanze
e di spese di Don Luis, e d'inseguimenti delle truppe, ridotti
dalle coste di Algesiras e di Marbella che sono il loro
paradiso, a' monti di Ronda, dell'Alpujarras e della Sierra
Nevada che son loro rifugio; e da questi poi, a ciò che si
può dire loro esiglio, i colli di Jaen, poveri, nudi e quasi deserti,
e quel che è peggio per contrabandieri, tutti interni
senza coste, nè frontiera.

Stanchi di molte, lunghe e infruttuose marce, coi guadagni
antichi già consumati, e senza speranza di nuovi, erano capitati
una sera ad una *venta* od osteria isolata, sul cammino
a Madrid, e finito lor *rancio* o pasto più parco che mai,
[pg!160]
eransi adagiati intorno al camino da quindici o venti a passar
quell'ore dopo la cena, che gente di siffatta condizione, ma
di qualunque altra nazione d'Europa, avrebbe passato bevendo
e gridando; ma gli Spagnuoli le passan fumando e
tacendo. Tuttavia, dopo una mezz'ora, levatosi uno degli
assistenti col sigaro ancora in bocca, ed ito all'uscio, ed
apertolo, e veduto che non ci era persona nella camera allato,
e tornato a riprender suo seggio, ma appressatolo in mezzo
agli altri: «Uomini», disse finalmente, «che vi par egli oramai
di questa bella vita che meniamo da due mesi in qua?»
«Vita da cani», disse uno; «anzi», disse un altro, «da fiere
che i cani tracciano;» «e che fiere!» disse un terzo; «nè lupi
nè volpi; che nè per forza nè per inganno non abbiamo nemmeno
un buon boccone mai. Vita da cervi o conigli, o se
niuno animale più vile si trova.» «No, no», disse un altro,
«anzi vita da gran signori. Non far niente.... niente mai
fuorchè passeggiare.» Seguì un riso, smoderato per Spagnuoli,
altrove sarebbe stato appena sorriso. «Vita da porci»,
disse poi uno che aveva tenuto le labbra tanto più
chiuse, quanto più avea veduto disserrarsi le altrui; «vita da
porci destinati al macello.» «Or bene, signori», disse quegli
che aveva nel consesso il posto d'onore, lo scanno al lato
al camino, anzi sotto al cappello di esso: «or bene, signori;
sta bene ridere, e può anche star bene adirarsi d'una cattiva
situazione, ma finchè non c'è rimedio, parmi stia meglio
di tutto tacere.... ed aspettar tempo migliore. Signori!
serenità! serenità! e non importa, due grandi parole, due
gran santi protettori di uomini Castigliani.» «Serenità e non
importa», ripigliò il primo che avea parlato, «ottime cose
quando non c'è' altro a fare; ma se io avessi altro?» «Bravo,
bravo», disser tutti, «che hai studiato tu? Bravo tu, se ci
fai far qualche cosa; se non altro per torci la seccatura di
questo tanto menar le gambe, e non le braccia più mai.»
«Oltrechè», disse una, «in breve non meneremo nemmeno i
denti, e già n'abbiamo sta sera un assaggio.» «Uomini»,
disse l'oratore, «o parlate voi o io, tutti insieme non serve.»
«Parla, parla tu», disser tutti, «benchè finora ci eri paruto
più bravo esecutore che parlatore.» «Ancora?» disse egli; e
[pg!161]
non rispondendo persona: «Udite», proseguì, «l'onore è una
bella cosa, ed io vorrei anzi trarmi di bocca la lingua, che
dirvi o proporvi cosa mai che fosse contro all'onore; sì dico,
l'onore di qualunque più scrupoloso contrabandiero.
Tuttavia, su quest'onore ei si vuol ragionare, e non prenderlo
bell'e fatto, come lo fanno certe persone che so io; e
sempre ce ne sono di tali in ogni compagnia, che fanno
l'onore e la regola come vogliono essi, e gli altri a seguirli
come pecore. Tanto sarebbe pure seguir alla cieca l'onore
e le regole delle città che abbiam lasciate, e dei giudici che
ci hanno condannati, e degli sbirri che ci perseguitano, e dicono
che sia disonorante cosa far il contrabandiero. Eppure,
noi siam tutti onorati contrabandieri. Parlate adesso, ditemi
voi. Siamo noi onorati contrabandieri, sì o no?» «Sì siamo,
sì siamo» disser tutti. Ed egli: «Dunque vedete che l'onore
l'ha da intendere ognuno a modo suo, e non rimettersene a
chicchessia venga poi dire con una gran voce e un gran
sussiego: signori, non si può, non si dee fare, non istà bene,
od altre simili cose. Ei si vorrebbe essere bimbi per lasciarsi
dir le cose così. Ma gli uomini debbono rispondere: noi
siamo giudici, noi soli sappiamo che stia bene e che no.»
«Orsù», disse il capitano, «a che monta tutto ciò?» «A nulla»
disse l'oratore, «a null'altro che aver per giudice voi
stesso, ma voi con tutti gli altri, d'una proposizione che
interessando voi e gli altri debb'essere giudicata da tutti.
Sentite. Noi moriamo di fame, di sete, di stento, di fatica,
di seccatura; e perchè? Perchè ci siam fitti in capo questo
bell'onore di non rubar mai se non una sola persona, che
questa.... sì signori, lo ripeto.... questo nostro mestiere è
rubar ogni dì una persona; e questa persona è il re nostro
signore. Ora dite, perchè prendiamo noi la robba del re?
Perchè non possiamo fare altrimenti; perchè senza quella
non possiamo vivere, perchè la nostra, quella che ognuno di
noi vorrebbe, dovrebbe avere, ci è tolta. Or non sono queste,
tante ragioni di prendere anche la robba di qualche privato?
dico, non di qualche povero cavalliero, o mercatantuccio che
se ne vada con un mulo o due, facendo via tranquillamente
senza intender male a persona, e che spoglio di quel poco
[pg!162]
avere sarebbe ridotto a povertà. No, non vorrei toccar un
capello a costui. Ma supponete; dico così per supposizione
solamente, se per esempio il presidente della Real Udienza
di Siviglia che ha così ingiustamente chiamato ladro ed
assassino il nostro capitano qui, il bravo Perico; e per un
altro esempio, se mai capitasse qui per via quell'istesso Don
Luis,... o supponiamo un altro dei nostri persecutori, il
vicerè di Granata, o il capitano generale del campo di San
Rocco!...» «Il capitano generale?» interruppero qui alcuni
«l'oste ha detto che doveva passar domani, l'oste ha detto
che doveva passare con tre tiri di mule; ha dieci uomini di
scorta, porta seco il tesoro per pagare il soldo di sei mesi.»
«E di chi è questo tesoro?» ripigliò l'oratore: «Del re
Nostro Signore; quel medesimo di che ogni dì prendiamo la
robba senza scrupolo. Dunque vedete....» «Per Dio» disse
finalmente alzandosi, ed alzando la voce sopra quella d'ognuno,
il capitano, «per Dio che non dirai una parola di più.
E se t'ho lasciato dire fino adesso era per vedere, anzi per
far vedere a tutti questi cavallieri dove avevi a capitare.
Ora è chiaro; a farci diventar ladri; ladri, assassini di strada.»
«Non ladri, non assassini, non è vero» disse l'oratore.
«Non ladri, non ladri» disser tutti; «non ladri;» riprese
il primo «ma solamente prender in un modo nuovo quella
medesima robba del re.» «E questo altro modo non è egli
rubare?» «Non rubare, non rubare», gridaron tutti. «Io ne
appello al vostro onore» disse l'oratore. «Sì sì, il nostro
onore è chiaro, non è rubare, non è rubare. Dì su, dì su
quando, come, dove passerà il capitano generale.» «Giuro al
cielo!» disse Perico, e mise la mano sotto la giubba e trasse
il pugnale. «Armi, armi» gridaron gli altri e fecero il medesimo;
ma ognuno ristette per rispetto, od anzi pel timore
che sopraviveva al rispetto e all'autorità pur troppo perduta
da Perico, come succede ad ogni capitano anche di truppe
più regolari quando le cose e principalmente le ritirate van
troppo male. E così seguì una scena, in cui l'uno gli rimproverò
l'aver tirata la vendetta di Don Luis, l'attenzione
del governo, e gl'inseguimenti delle truppe su tutti i contrabandieri,
che prima vivevano in pace tollerati e quasi assicurati;
[pg!163]
gli altri gli ricordarono d'averli tratti a quella fazione
pericolosissima di Ciclana, dove non avevano guadagnato
nulla se non busse ed alcuni anche la morte. Egli
poi ben potè con alterigia ricordare le fazioni fatte sotto la
sua condotta, le navi prese, le ricchezze acquistate, le promesse
fattegli d'obbedienza; ma le passate fazioni felici erano
fatte dimenticare dalle presenti infelicissime, dalle ricchezze
già consumate; e le promesse parevano annullate dalla
sua ostinazione contro il parer comune. E in breve, dopo
un'ora di chiasso, grida, minacce, ed ire soppresse ma impossibili
oramai a più trattenere, rasserenatosi a un tratto
Perico, e inguainato lentamente il suo pugnale, ed estesa
anzi aperta la mano in mezzo ai compagni taciti e stupiti
del suo atto: «Or bene», disse; «cavallieri, voi siete padroni;
io solo contra tutti non posso. Finita già la mia autorità,
io ve ne assolvo.... ed assolvo me d'ogni dovere, o responsabilità....
e d'ogni compagnia con voi. Cavallieri, addio:
molte parole sarebbero inutili oramai; io non ebbi a lagnarmi
di voi, nè voi credo di me, finchè siam durati insieme.
Or segua ognuno il suo destino. Ognuno a modo suo. Io
solo, e morto prima che.... Addio, cavallieri;» e così dicendo
e toccando la mano a ognuno, salvo all'autore dell'infame
proposta, passò in mezzo a tutti; ed aperto l'uscio, sparì
nell'oscurità.

E così farò io, aggiunse il maestro prendendo il cappello;
e chi vuol venire alla terza parte, che sarà l'ultima, venga,
e chi non vuole, resti.


III.
----

Voi avete tutti udito senza dubbio le origini e il modo
di quella sollevazione che fecero a' dì nostri gli Spagnuoli
contra Napoleone. Ondechè, confortandovi solamente a richiamare
a vostra mente que' fatti che sono necessarii pel
resto di questa istoria, io dico continuando che.... «Maestro,
maestro, fermatevi, se vi piace» disse una delle gentildonne;
e voi pensate sempre che tutti sien vecchi quanto voi. In
che anno dite che incominciò quella guerra?» «L'anno 1808,
[pg!164]
che seguì quello in che io vi lasciava ieri.» «Or bene; con
licenza vostra, non ero nata.» «Ed io», disse un'altra, «non
era guari che avevo lasciato il petto di mia mamma.» «Ed
io», disse una terza, «avrei pur potuto incominciar ad udirne
parlare; ma non so perchè non se ne parlava allora come
delle altre guerre dell'imperadore.» «Perchè» disse uno
degli uomini, «le altre gli andavano bene e questa male. E
per la medesima ragione, i Francesi che hanno scritto tanto
e tanto bene dell'altre guerre, hanno scritto assai meno di
questa. E perchè poi i Francesi sono i soli, con perdono
del signor editor delle novelle, che sappiano scrivere di cose
e in modo che si faccian leggere popolarmente....» «Oh
oh!» gridai io editore. «Oh oh!» gridò un altro, e poi un
altro; e incominciò una disputa e una contesa che non c'intendevamo
troppo, e in men d'un minuto uscirono venti
proposizioni che avrebber bastato a tenerci bene o male tutta
la notte. Ma quel paciero del maestro, gridando «la novella,
la novella», riuscì pure a far tacere a poco a poco tutti, e
così ricominciò.

Or bene! quantunque la tromba della storia mi stia troppo
male in bocca, pure, perchè vedo non saputi da tutti voi i
fatti storici necessari sapersi per il séguito di mia narrazione;
io ve li dirò quali li andai raccapezzando dai discorsi
di Toniotto e dell'ufficiale, e poi anche d'un signore spagnuolo
racchiuso in Fenestrelle insieme con un prelato romano
che andavo in quegli anni a vedere. Voi avete dunque
a sapere, che prima del 1808 la Spagna fu retta da un re
che tutto il giorno, ed ogni giorno, non faceva altro che cacciare,
e una regina che non faceva nulla di buono, ed un
favorito che facea tutto, ed a cui i ministri ricorrevano, egli
ministro, egli generalissimo, egli almirante, egli ogni cosa.
Chiamavasi il principe della Pace, e sarebbesi detto meglio
della servitù; tale e tanta era quella in che teneva soggetti
a sè ed a Francia, gli Spagnuoli. Fremevano essi, pur più
della servitù esterna. E fosse che gli appiccicassero
quest'ira, o che in uno Spagnuolo anche corrottissimo l'ira
contro ai soverchiatori stranieri sopraviva all'altre virtù, o
che il principe temesse di Napoleone, o Napoleone sospettasse
[pg!165]
di lui, certo è che nel 1807 si guastò la loro scellerata amicizia;
e il principe fu il primo a minacciar Napoleone, che
era allora mille miglia lontano impiccato nella guerra di
Prussia. Non rispose questi per allora; ma tornato vincitore
minacciò a sua posta, e spaventò l'incauto; e fu fatto un
convegno perfido tra le due parti, a spese, come succede,
d'un terzo inferiore, il Portogallo. Ma fu in quegli scellerati
negozii finta talora la stessa perfidia. Il vero vantaggio
che Napoleone voleva trarre di questa, era aver suoi eserciti
introdotti e sparsi nella penisola; avutolo, più non si parlò
di quell'accordo così invecchiato in pochi mesi; sì di altri
così bui che non furono mai bene svelati, ma in che certo
trattavasi di dividere o menomare la Spagna, od anche di
far migrar per America il re e tutta la famiglia reale, lasciando
il Regno, quasi casa diserta da legittimi padroni, al
primo occupante. Fosse poi vera o no questa disegnata fuga
del re e del principe, certo fu loro apposta dal popolo di
Aranjuez; una villa regia dove erano allora, e d'onde credevasi
che fossero per partire alla volta di Cadice e d'America.
Questo popolo d'Aranjuez erano tutte creature del
Principe; ma perchè i beneficii degli usurpatori non fruttano
gratitudine vera mai, tutti si sollevarono contra lui, per impedire
la partenza della corte. E fuggendo egli e nascondendosi,
lo vegliarono due o tre dì e notti come una fiera
nella sua tana; e trovatolo, lo avrebbero scannato, se non era
di Ferdinando principe dell'Asturie, figliuolo primogenito ed
erede del re. Il quale, essendo stato più di niuno altro perseguitato
dal favorito, pur lo salvò in quel giorno, che credo
fu il più bello di vita sua. Seguinne lo scendere dal trono
il vecchio re, il salirvi Ferdinando, e tornar subito a Madrid
tra le acclamazioni e l'amore universale; ma quasi a un tempo
lo arrivar di Murat generalissimo coll'esercito francese; il
non voler questi riconoscere il nuovo re; l'incamminarsi a
Bajona, quasi ricorrendo alla mediazione ed al supremo giudizio
di Napoleone imperadore, prima il re padre e la regina
madre; poi, tratto da scellerati allettamenti e da inetti consigli,
anche Ferdinando, e suo fratello Don Carlos. A Bajona
furono vere scene di comedia e tragedia, che finirono colle
[pg!166]
rinuncie universali di tutti quanti a Napoleone, e il nominarsi
da questo il suo fratello Giuseppe a re di Spagna; come
avrebbe nominato a una prefettura vacante. Intanto, Murat
voleva far partir di Madrid gli ultimi principi legittimi, Don
Antonio zio, Don Francesco fratello ultimo, e la regina
d'Etruria sorella di Ferdinando re. Erano allestiti i cocchi,
attaccate le mule, pronte le scorte nel cortile e sotto gli
atrii del palazzo. Fu veduto da alcuni popolani. Incominciarono
a far calca, a tagliar le corde delle mule, ad esser
respinti, a respingere, a gridar gli uni e gli altri all'armi,
ad assalirsi improvisi, inavvertiti nelle vie; i Francesi colle
spade e i fucili da guerra, gli Spagnuoli con gli schioppi da
caccia e i coltelli da tasca; in ultimo, i Francesi a schiere
arrivanti in ordinanza dal campo di fuor la città, gli Spagnuoli
anche in ordinanza al quartier dell'artiglieria sotto
la condotta di Daoiz e Velarde, due giovani capitani, che in
breve poi parlamentando furono trucidati su' loro pezzi.
Uscirono allora in processione ed in pompa il consiglio di
Castiglia e gli altri magistrati, e persone autorevoli, fra' combattenti,
e fu sedata la sollevazione. La notte che seguì,
stabilironsi una commissione militare nella casa de' corrieri,
e due o tre picchetti di gendarmi o soldati, al Prado e alla
porta del Sol; e poi furono arrestati per via, tratti in giudicio,
condannati e trucidati in poche ore, chi dice alcune
dozzine, chi centinaia di popolani; ad esempio od a caso,
certo non a giustizia, che a questo modo non potè cader
su' colpevoli, se pur tale potea dirsi nessuno. Ma tutti coloro
che temevano essere sospettati, partirono poscia il mattino
appresso, e si dispersero per tutta Spagna; e come arrivava
uno di essi, o la novella dell'infame ed immortale 2 di maggio,
sollevavasi ogni città, ogni terra o contado, giurando
guerra e vendetta. Trovaronsi così gli invasori confinati e
pressati sulla strada maestra da Francia a Madrid, e volendo
allargarsi e far punte, spinsero colonne su varie direzioni.
Una su Saragozza, in cui entrarono fino a mezzo, e furono
respinti poi a colpi di tegole e mattoni fuor della porta; e
allora solamente si pensò a chiuder questa; e poi a trarre i
cannoni sulle mura; e far terrapieni, e tutto il rimanente di
[pg!167]
quell'assedio, anzi que' due assedii che sono forse la più
bella fazione militare che niuna città antica o nuova abbia
fatta mai. Andò un'altra colonna su Valenza; e fu anche
respinta di sotto alle porte; ed una terza nell'Andalusia.
La quale, capitanata dal generale Dupont, inoltrò inoffesa
fino al ponte dell'Alcolea sul Guadalquivir; nè ivi pure trovò
dura resistenza; e superatolo in una zuffa di poche ore, entrò
l'istessa sera in Cordova, capitale di regno, e città potente
e ricca, che fu la Capua di quell'esercito francese fermatovisi
a predare e gozzovigliare.

La zuffa dell'Alcolea, la cannonata del ponte, il passaggio
a guazzo del fiume, la fuga degli Spagnuoli per il piano,
l'inseguimento dei nemici, la mala ed anzi niuna difesa della
città, e l'ingresso trionfale de' Francesi erano stati meglio
che d'ogni altro luogo veduti (quasi scena di teatro da' palchi)
da certe rôcche che fan terrazza o bel vedere sopra la
città di Cordova, e suoi contorni, e il corso magnifico del
Guadalquivir. La sù era, e credo che sia per anco, una
congregazione di romiti secolari, che non hanno voto ma una
regola durissima di silenzio, solitudine e penitenze, così dura,
che pochi vi reggono vivi oltre ad un anno o due. Tuttavia,
a malgrado della regola, e della segregazione loro dal
mondo, già da più giorni erano informati delle publiche calamità;
e tanto in chiesa dove solo s'adunavano, come nelle
loro solitarie e discoste celle, facevano preghiere e mortificazioni
e penitenze nuove, che a' quei santi uomini parevano
allora il solo aiuto che nella loro condizione potessero tributare
alla patria pericolante. Un giovane novizio particolarmente,
o avesse più di questo zelo verso la patria, o che
ogni zelo sia maggiore in gioventù, non accontentandosi nè
delle penitenze consuete, nè delle straordinarie imposte, ne
aggiungeva ancora delle sue volontarie, e vi spendeva tutto
il dì e la notte. E così è che, fosse desto prima degli altri,
o meglio degli altri conoscesse il rombo del cannone, e il
precipitato ripetersi delle schioppettate, certo è ch'ei fu il
primo quel mattino ad udirle. E perchè poi a chi ha udito
una volta quella musica, niun altra, dicea Toniotto, è che
paia così interessante, o che faccia tanto palpitare il cuore,
[pg!168]
interruppe egli a un tratto le devozioni, che avrebbe dovuto tanto
più rinnovare in quel punto; ed uscito della cella o
capanna, si fermò sull'uscio a mirare ed udire, con orecchi
ed occhi e tutti i sensi rivolti a ciò. Appressando il rumor,
vedevansi poi anche gli altri romiti, ora l'uno ora l'altro,
far capolino al medesimo modo fuori de' loro uscii: ma poi
rientrare più obbedienti al loro istituto a ripregare. Solo il
giovane novizio rimase lunghe ore; finchè, adocchiato dal priore
da lungi, fu per uno squillo particolare di campana ammonito,
che badasse a sè e tornasse a sue preci, e tornovvi.
Ma in breve, non resistendo alla tentazione, di nuovo uscì,
e si rimise quasi involontario a quella così poco ascetica
contemplazione delle cannonate e delle schioppettate e degli
investimenti e delle cariche di fanti e cavalli che si succedevano.
Finalmente, a mezzo il giorno, vidersi su per gli andirivieni
delle rôcche dirigersi all'eremo, prima una o due
e poi a dozzine molte persone, uomini, donne, e principalmente
gente di chiesa, carichi di ogni sorta d'arredi sacri
e profani, che fuggiaschi recavano a nascondiglio nel segregato
e povero romitorio. Allora il priore, che non voleva
tutto solo rimaner esposto a siffatto caso tutto nuovo, sonando
a congregazione la campana, chiamò tutti i fratelli alla chiesetta.
Dove in breve arrivando i fuggiaschi ognuno colle sue
salmerie, stanchi le ponevano in terra sulla piazzetta e sotto
il portico; dove erano così alla rinfusa, qua ricchi abiti e
parati di palazzi e di chiesa, e calici, e pissidi, ed altre
argenterie, ed anche addobbi da uomini e da donne, arme
preziose, e gioie femminili; che gli uni di quei poveri romiti
ne togliean gli occhi per timor di pensieri mondani rinascenti,
gli altri per la gran pietà rompevano il voto del silenzio,
sclamando peccato! al vedere così sconce e rotte tante sacre
preziosità; e intanto il giovane novizio, quasi Achille in
Sciro, non sapea tor gli occhi, già non più bassi nè composti
ad umiltà, ma torvi, biechi, rabbiosi, da certi schioppi e
certi pugnali che gli splendeano oramai troppo vicini. Ben
se n'appose il priore, e gli commandò di ritirarsi; ma già
era una confusione da non udirvisi i comandi di qualunque
esercitato capitano, non che d'un povero prior di romiti; e
[pg!169]
il novizio ammonito obbedì la prima fiata sinceramente; ma
per poco, e tornò; alla seconda, non obbedì che di vista, e
data una volta fu a un altro lato senza ritirarsi; alla terza,
resistette apertamente al comando, e forse guatò bieco l'istesso
priore. Certo è che questi con un alzar di spalle, od
anzi un abbassar di capo tutto dolcezza ed umiltà, non insistette,
nè più espose a tal cimento l'autorità. Alla sera,
chiamato il novizio alla cella priorale, accorse questi, e in
breve ora poi non uscì.... non più novizio nè frate o romito
di niuna maniera, ma abbigliato da *majo* Andaluso; la
giubba, i calzoni corti a bottoni d'oro, le calze di seta, e i
calzari di cuoio abbottonati, il cinto rosso con due paia
di pistole e il pugnale, la montera in capo sull'orecchio
sinistro, e sulla spalla destra il buono schioppo inglese a
due colpi.

Io credo bene sia già mezz'ora che voi avete pensato,
che il novizio disfratato non era nè poteva esser altri che
il nostro Perico. E così era difatti. Ed io ho apposta lasciato
di dirvi per quali miserie e quali angoscie egli passasse,
da quella notte che abbandonati i compagni contrabandieri,
egli aveva per selve e rupi fatto vita da sè, or ricevendo
per nulla l'ospitalità, ora spendendo que' pochi
scudi che gli rimanevano, e poi trovando modo di farne venire
di casa sua. E così è, che non gli mancava nè la sussistenza,
nè nemmeno una tal qual tranquillità che gli era lasciata
da' suoi persecutori, o che essi avesser perduta la traccia di
lui, o che, principiando già i pubblici scompigli, ognuno avesse
a pensare a sè. Tuttavia, venutogli a noia quel viver così
cacciato d'ogni società, e quell'aver da difendere la propria
vita col prender l'altrui, che appunto, per essere stato costretto
a ripensare a queste cose, gli pesava ora più di prima;
e più d'ogni cosa poi essendo accorato di non saper
più nulla di Marichita, anzi essendo da sue spie o relazioni
informato che non se ne sapeva niente nemmeno da Donna
Ramona, nè da Don Luis; perchè egli aveva posto in quell'amore
tutta la sua vita, e mancando quello, questa gli pareva
troppo pesante; in ultimo s'era risoluto di andarla a
finire in quel romitorio dove testè l'abbiamo trovato. E
[pg!170]
così è che, essendo questa vocazione falsa, venuta tutta per
motivi umani, ella per altri motivi umani in breve se n'andò.
Onde io tengo, che il priore fece benissimo di non serbar
oramai in convento così mal frate. E tanto più che egli,
avuto il commiato suo, invece di torlo a penitenza od ingiuria,
ed andarsene quasi cacciato col viso basso; appena ebbe un
piè fuor della porticella del recinto, parve anzi quasi aquila o
nibbio a cui s'apra la gabbia, ed esca, e parta, dritto dritto
e d'un trar d'ali, il più lontano che può dalla prigione, e
non si fermi nè scenda se non quando gli manchi la forza
d'aleggiare. Così fece Perico, e credo bene che invidiasse
agli uccelli lor ali, o a' caprioli lor leggerezza; sì ratto veniva
egli giù saltando, anzi precipitando di rôcca in rôcca,
fino al piano, ed indi camminando verso la città, senz'altro
pensiero che della gioia di sentirsi nuovamente addosso l'abito
leggero e le buone armi ch'ei faceva risuonar camminando,
come fa un cavallo addobbato a battaglia, o un sottotenente
il primo dì che si va ingalluzzando colla divisa militare.
Così andò Perico per una bella chiara notte fino alla porta
di Cordova. Dove essendo già per entrare, finalmente gli
venne pensato se pur entrar vi dovesse; e fermatosi, pur
pensò che in una città testè occupata da' nimici, un uomo
armato com'egli non vi sarebbe il benvenuto; e tanto meno
che anche in una città più pacifica ei non avrebbe potuto
render conto troppo buono di sè. Quindi, tornando indietro
sulle sue pedate, venne a un casolare solitario in mezzo al
piano; dove fu creduto uno dei fuggitivi, tanto più facilmente
ch'ei poteva meglio di niuno narrare i particolari della
giornata; e che, imbanditogli poscia il *pucero* o pentolone
d'ogni sorta di carni lesse e condite con ispezierie, che è la
vivanda più cara agli Spagnuoli, egli che da più mesi non
n'avea sentito nemmeno l'odor del fumo, gli fece allora tale
accoglienza da confermar chicchessia nel pensiero, che egli
avesse dovuto combattere e fuggire tutto quel giorno senza
un momento da riposare nè restaurarsi. Finita così non
brevemente la cena, gli fu poi dato ancora un letto, anch'esso
quantunque rustico troppo migliore dei nudi assi usati al
romitorio. Ondechè, messovisi addentro il giovane, sarebbe
[pg!171]
stato in pochi minuti immerso in profondo sonno, se i casi
suoi non fossero stati tali da farlo invece immergere in profondi
pensieri.

A lui il passato, tranne un affetto, era nulla; il presente,
nulla; e il futuro.... ciò ch'era per farne egli stesso: situazione
d'animo questa in che più o meno s'è trovato chiunque
s'è mai avventurato sul mar degli eventi. Situazione
poi, da disperare chiunque mancando di cuore si perda in
rincrescimenti invece di afferrare speranze o almeno doveri.
Perico era di quelli che per natura mirano più volentieri
innanzi che indietro. Tuttavia i suoi pensieri errarono sull'uno
e sull'altro alcun tempo; finchè, vinto o dalla lauta
cena, o dal buon letto, o dalla fatica, o dalla gioventù che
chiama anche involontario il sonno, prima che avesse finita
la deliberazione a cui s'era accinto, egli s'addormentò.
Ma la continuava poi, per così dire, anche addormentato, e
nei sogni. Passavano pingendosi alla rinfusa nella disordinata
fantasia, ora le scene di sua infanzia, gli scherzi, i giuochi
sulla rena del mare, su' prati fioriti, e tra gli armenti
paterni; ora la scuola e i compagni, e la spensierata allegria
dell'adolescenza; or con più vivi colori la prima gioventù,
il primo amore e quegli altri che seguono, quasi variati lievi
preludii ad annunziar l'amor vero; il quale è poi il motivo,
il canto principale, reggitore e talora sovvertitore di tutta la
vita. Passava e ripassava allora l'imagine dell'amata, or
tenera, ora briosa, or appassionata, ora traditrice; e chiamate
da questa ultima amara tutte le dolorose ricordanze, gli
spenti affetti, gli amici traditori, i fiacchi, i morti. Allora,
stretto affannato il petto, arso il capo, svegliavasi a mezzo,
e si riaddormentava, e vedeva armi, armati, agguati, e zuffe,
e battaglie, dove si precipitava con una gioia e un ardor
tutto nuovo; e destavasi con un grido di guerra. E così
tornava egli a sua prima deliberazione; e lasciando oramai
il passato inutile, davasi tutto cuore al futuro. Ma, per fissar
che ei vi volesse gli occhi della mente, fuggiva quello; come
quelle figure di nebbie e nuvoli, che mentre le miri si sciolgono.
Allora, tutto impazienza e desiderio di qualche realità
qualunque fosse, alzavasi, usciva al sereno, e vedendo albeggiare
[pg!172]
dietro la città, nascoste le armi in casa a' suoi ospiti,
e mutati in più grossi e villerecci i suoi abiti troppo appariscenti,
all'ora che incominciavano ad entrare i villani, egli
pure inavvertito entrò in Cordova, e diessi inosservato ad
osservare.

Osservò eserciti che la fama avea detti di veterani, ed
ei chiaramente li vedea di reclute; che la paura avea detti
innumerevoli, e li vedea compresi in una città; detti giganti,
ed erano omiciattoli; detti infaticabili, e già svenivano delle
marce e del caldo; detti in ultimo disciplinatissimi, ed ognuno
vi faceva a modo suo, sbrancandosi, predando, e mal
guardandosi. «Or bene,» dicea Perico, «io so che non sono
stato altro che un povero contrabandiero. Ma se ci fossimo
tenuti a questo modo, certo non avremmo durato gran tempo
contro a' doganieri, che eran le dieci e venti volte forti
quanto noi. Ma noi andavamo ognuno per proprio conto, e
i doganieri per conto altrui. Costoro, paiono doganieri. E
se lor potessi metter contro solamente una ventesima o trentesima
parte dei buoni contrabandieri come vo' dir io, combattenti
per proprio conto; che bei colpi, che sorprese, che
ficcarsi in mezzo e prendere ed amazzare e poi sparire, che
si potrebbe fare! miei buoni contrabandieri, dove siete
voi? dove vi potrei io trovare?» E in questi ed altri simili
pensieri girando per le vie della città, e vedendo sempre
più cose che lo confermavano nella sua deliberazione, venne
a quella di trovare i compagni antichi, ed aiutando l'occasione,
ritrarli dalla vita perduta ch'ei facevano, e farli di
nemici amici e difensori della patria e del principe. E perchè
poi Perico era di quelli che non sognano nè dubitano
nè aspettano se non quando è impossibile di operare; venuto
subito all'eseguimento, cominciò ad entrare or qua or là
nelle taverne, e fermarsi per le piazze, destramente raccapezzando
dagli uni e dagli altri quante notizie potette avere
non solamente della forza e della posizione di quell'esercito,
ma di tutti gli altri eserciti nemici sparsi nella penisola, e
delle sollevazioni popolari; e insomma d'ogni cosa publica
a cui egli mai fin allora non aveva guari badato. Poi, tornato
al suo casolare, e passatavi un'altra notte quasi tutta
[pg!173]
sveglia a combinare e anticipar colla vigorosa fantasia il
futuro, or non più fuggente, or afferrato; la mattina molto
per tempo indossate le armi, partì; e lasciando poi le strade
maggiori, ficcatosi ne' sentieri e nelle rôcche della Sierra Morena,
passò verso Baylen, e sceso a Menjibar guazzò il
Guadalquivir; e lasciata Jaen a destra, e Granata a sinistra,
verso i monti d'Alhama capitò una sera ad una *venta* od
osteria isolata, il primo de' luoghi di convegno di contrabandieri
che fosse da quella parte. Nè trovavane là nissuno per
allora. Ma seppe dall'oste i luoghi dove poteva trovarli, e
quanti e quali in ogni luogo; e qual vita avean fatto dopo
che gli avea lasciati, e tutti gli altri particolari che gli eran
d'uopo per l'ordinamento da lui premeditato. E così in
un'altra notte di deliberazione ebbe fermato tutto il suo
disegno, e come e quando e dove ed a quali se ne doveva
aprire. E qui poi forza è confessarlo. Egli che, per contrabandiero,
era stato così timorato di coscienza ed avea
rotta ogni compagnia coi meno scrupolosi; all'incontro, come
capo di parte fu tutt'altro che minuto o difficoltoso, e scelse
ad aiuto non i più puri di coscienza ma i più arditi e più
destri e più spiritosi; anzi, dicono taluni, quell'istesso briccone
che egli avea avuto per contrario, pensando che chi
mal ispirato aveva avuta forza ed autorità per mal fare,
diretto od anche precipitato al bene avrebbe forza a ben
fare. Del resto, l'ufficiale che tanto parteggiare avea veduto
in Francia ed in Ispagna diceva, che in que' paesi le parti
son sempre così; che al principio e nel pericolo elle fanno
d'ogni erba fascio, e mai non temono insudiciarsi; ma al
fine ed alla distribuzione dei premii diventano schizzinose,
sanno trovare il pel nell'uovo, e sogliono molto scrupolosamente
purificarsi. Anzi aggiungeva egli poi, che così debb'essere.
Ma lasciamo stare. Ad ogni modo Perico, trovati
quelli che cercava, ed infiammatili del proprio ardore, cioè
fattili capaci, prima che era interesse loro, e poi anche che
sarebbe lor gloria il seguirlo; usando argomenti e modi e
stimoli adattati a quelli cui parlava, tanto e così ben fece,
che in un otto o dieci dì ebbe ragunati da cento di que' vagabondi
contrabandieri, o che so io, che per l'onor di Perico
[pg!174]
non si vuol verificare; e in un'adunanza generale tenuta in
mezzo a una valle scura della Sierra di Ronda fu riconosciuto
e gridato lor capitano.

Allora entrò in una nuova carriera d'imprese e faccende.
Mandò due de' più fidati suoi nelle isole del Guadalquivir,
che vi recassero la nuova ampliata e abbellita dell'essere
stato egli Perico col consenso universale di tutta la brava
gente de' due Regni di Granata e Jaen alzato al grado di
capitano di tutte le truppe leggeri destinate contra Francesi.
Egli intanto co' suoi cento bravi che ogni giorno diventavano
più, ma pur li chiamava solamente la vanguardia, s'avanzava
verso San Roque, dove s'andava raccozzando un vero esercito
sotto il comando del famoso Castaños. Il quale, essendo
già capitano generale di quel campo contro agli Inglesi di
Gibilterra, come seppe la sua patria invasa, il suo principe
prigione, ogni autorità cacciata o sciolta, sè stesso autorando,
fermò pace cogli Inglesi; ed aiutato da essi, e poi dalla
Giunta di Siviglia anche sollevata, si diè ad ingrossare l'esercito,
e farlo lesto e pronto a muovere contro Dupont. Perchè
poi anch'egli era di quelli che non perdono il tempo in
troppe sofisticherie quando è quello di operare, accolse molto
bene, anzi accarezzò Perico e i suoi; e non che di grazie o
perdoni, d'altro non si parlò che di premii e gradi ed avanzamenti;
e fece Perico colonnello della gente che avea condotta
seco. E venutagli già quella che aspettava da sue
terre, il nuovo colonnello poi mosse dalla Sierra di Ronda
verso Cordova e Andujar; e unitosi là con altri capi di
schiere irregolari, o come dissersi di *guerriglie*; tutti insieme
tenevano a bada, inquietavano, pizzicavano, tagliavano, ed isolavano
Dupont e i suoi Francesi. Quindi a spaventarsi
questi della sollevazione che pareva universale; avvisatine
all'incontro, a prenderne cuore, Castaños, e Reding, Peña,
Coupigny, altri generali spagnuoli aggiuntisi a lui; e a muovere
poi tutti insieme minaccevoli. Dupont a temere non gli
fosse recisa la ritratta, a lasciar Cordova, a indietreggiare
fino ad Andujar e Baeza, difendendo i passi del Guadalquivir,
e tenendosi a cavallo sulla strada di Madrid; finalmente
ad avanzarsi in fronte a lui l'esercito spagnuolo, e ad occupar,
[pg!175]
come quello la destra, così questo tutta la manca del
fiume. E allora incominciò la guerra in regola da quella
parte.

Di nuovo dico, che ho vergogna di parlar io prete a voi
donne di queste cose; ma è forza che le udiate, se volete
arrivare all'ultimo. Castaños col grosso dell'esercito era
in faccia al ponte d'Andujar su certi colli che si chiamano
Los Visos; Reding con un altro grosso di Spagnuoli a destra
e a monte del Guadalquivir rimpetto al guado di Menjibar.
Seguirono alcuni giorni di zuffe ed incontri; fazioni non gravi,
ma che pur portarono gli Spagnuoli ad assalir davvero,
i Francesi a davvero ritirarsi. Fecersi le due mosse a un
tempo. Reding, passato il detto guado, e volgendo a manca,
si recò a Baylen sulla strada di Madrid per tagliar il passo.
Dupont partì la medesima notte di Andujar ed arrivò all'aggiornare
a Baylen, ed incontrò Reding che già l'occupava.
Castaños, avvisato che Andujar era vuota, passò il
ponte, e inoltrò finchè trovossi a spalle di Dupont; e intanto
dall'altra parte arrivava da Madrid, capitanato da Vedel, un
nuovo corpo di Francesi mandati in aiuto. Così trovavansi,
strano accidente, incastrati quattro corpi nemici l'un nell'altro;
prima, incominciando da mezzodì, Castaños spagnuolo
ad incalzare; secondo, Dupont francese incalzato
dietro, ed investente innanzi a lui; terzo, Reding che facea
due fronti, a vicenda contra Dupont e contra Vedel; quarto
ed ultimo, Vedel che scendea correndo dalla Sierra Morena.
Che dirovvi io più? I particolari di questa famosa battaglia
di Baylen sono disputati anche oggidì in Ispagna e fuori;
disputando i vincitori tra sè per attribuirsi ognuno la parte
maggiore; e i vinti per buttarla ognuno sopra altrui. Il
risultato fu, che Dupont, a mezzo del giorno, più spossato
che vinto, entrò in trattato per arrendersi: che Vedel si ritrasse,
che gli Spagnuoli rimasero superiori e perciò dettarono
le condizioni; le quali essendo durissime, il trattato stette
poi tre giorni interi a conchiudersi, ma si conchiuse, capitolando
tutti i Francesi.

Ora di queste fazioni lasciando le cose che a' politici e
militari sarebbero più importanti, vengo a quello che importa
[pg!176]
a noi, alla parte che v'ebbe Perico. Trovandosi già da
qualche tempo intorno a Menjibar, e conoscendo que' luoghi
meglio di nessuno, egli era stato di quelli che avean passato
il guado con Reding, anzi, innanzi alle truppe di lui; e
n'avea poi fatto come la vanguardia, o il battitor di strada
fino a Baylen. Nè ivi pure erasi fermato; che, occupata la
terra dal grosso di Reding, questi l'avea spinto anche più
in là ad unirsi con altre guerriglie e bande leggeri di sollevati
che vedevansi sopra i monti, dalle parti di Cordova.
Fazione importantissima, perchè compiuta quell'unione, era
così compiuto il cerchio dentro al quale volevasi racchiudere
Dupont, e fuor del quale escluder Vedel. E Perico eseguì
l'incarico con gran brio e prestezza, e in breve pe' suoi
corridori fu in comunicazione con quell'altre guerriglie; e
fermossi allora a prender posto. Ma poco andò, e scôrse
appressarsi una schiera di Vedel; e temendo allora non bastare
a resistere, chiamò pressato aiuto a quelle guerriglie,
e intanto, siccome era uomo stato sempre valorosissimo anche
nelle sue male imprese, or tanto più nelle buone, credendo
importantissimo il posto che teneva, senza contare i nemici
nè i suoi, colle forze che aveva, entrò, come si dice, in ballo,
e incominciò bravamente a difendersi. Tuttavia, incalzati
da' nemici che erano superiori e pur s'andavano via via
accrescendo, egli e i suoi sarebbero stati costretti a cedere;
se non che in breve videro da lungi staccarsi da quegli altri
guerriglieri, e prontamente dirigersi verso essi, e allegramente
avanzare una buona schiera di quelli; e tosto li udirono
dar liete grida, e rispondendo a quelle, finalmente li
videro arrivare a due tiri di schioppo, e il capitano che pareva
più di niuno ardente, fermarsi pure e rivolgersi, e
fermare sua schiera pochi istanti per riordinarla; e, riordinata,
di nuovo poi a passo raddoppiato muoverla fin quasi
a toccar le spalle de' combattenti di Perico, ed ivi di nuovo
fermarla. Allora, perchè in mezzo al fuoco e al fumo non
si potea distinguere, il nuovo capitano chiedendo dove fosse
il colonnello o comandante del posto, ed essendogli additato,
pieno d'ardore si avanzò verso lui, ed abbassata, come a
superiore, la spada: «I miei superiori» diceva, «mi mandano
[pg!177]
agli ordini vostri...» e volea dir, colonnello; ma mettendo
gli occhi in lui, ed incontrandoli, e riconoscendosi, disse
l'uno: «Perico!» e l'altro: «Don Luis!» e diedero indietro
un passo, e quasi furono per rivolger i ferri l'uno contra
l'altro. Ma riprendendo i sensi primo Don Luis: «Colonnello,»
disse franco allora, «io sono agli ordini vostri; e,
benchè nuovo qui, niun subalterno mi passerà in obbedienza.
Parmi poi non abbiate tempo a perdere in farne pruova.
Qual posto è il mio?» «Qui, accanto a me» disse Perico
rasserenato già, «qui, accanto a me; io scelgo sempre il
miglior posto, e voi ne dovete avere vostra parte. Fate
avanzare vostra schiera in buon ordine, ben formata....
com'ella è, che sta bene. Fatela avanzare a prender il posto
di questa brava gente che incomincia ad essere stanca,
e un po' scomposta per que' vuoti un po' numerosi che fa
il cannone. Avanti, avanti, in buon ordine. E voi altri
figliuoli, adagio, indietro tra gli intervalli, e sostenete il fuoco
finchè principii l'altro ben caldo.... Bene così, bene così
adagio, indietro, adagio. E quando siate a dugento passi, tu
il Nero e tu il Rosso, e tu il Guapo, li farete riposare alcuni
minuti, e distribuirete nuovi cartocci; e poi riformerete i
pelottoni, che ce ne sien pur meno, ma non sieno così piccoli
come sono qui ora; che fa troppo mal vedere, e troppo piacere
ai nemici.... Bene, bene così. E voi altri: passo di
carica, avanti.... Ed ora, alto là; incominciate il fuoco.»
E così dicendo ed afferrando la sua buona carabina, e più
di niuno lesto caricandola, solo de' suoi, non ritraevasi a
riposare; ed andava porsi allato a Don Luis, e a combattere
con lui. Don Luis ancor egli, vedendo ciò inguainava la
spada e prendeva uno schioppo, e faceva da buon soldato
In breve, riposati e riordinati quelli primi di Perico rientravano
in linea; e allora, tutti insieme già più forti del nemico,
avanzarono arditi contra lui, e sforzaronlo a ritrarsi,
benchè in ordine, e fermatosi di tempo in tempo a resistere.
Comandò allora Perico che avanzassero ad inseguire prima i
suoi, e poi quelli di Don Luis, e poi di nuovo i suoi, e gli
altri sottentrando a vicenda; fuori che egli e Don Luis
sempre erano di quelli che avanzavano, anzi, alla testa
[pg!178]
amendue, senza lasciarsi mai un momento, quasi che all'antiche
mal augurate disfide fosse tra i due una nuova più
opportuna sottentrata, a spese de' nemici della loro patria.
In ultimo, rivolta già in fuga la ritratta di questi, tutti
insieme gli Spagnuoli diedersi ad inseguirli di corsa fino al
grosso dell'esercito francese; ed allora solamente fermatisi
Perico e Don Luis, ed entrati in comunicazione co' proprii
generali, ebbero ordine di rimaner insieme e guardare i
Francesi quella notte, e finchè finissero i trattati incominciati.
Ed essi così fecero, e disposero a ciò la loro gente;
e, a notte già avanzata, si ridussero poi al medesimo fuoco
ed al medesimo *rancio*, insieme co' loro principali.

E finita poi la cena, e ritrattisi gli ufficiali a loro posti,
rimasero finalmente là soli i due avversari a quattr'occhi;
che è un momento desiderato e temuto da chiunque, avendo
cuor franco e ardito, vorrebbe, ma non sa se dovrebbe far
pace, e ad ogni modo desidera finir il dubbio e rimaner
amici o nimici. Appena furono scostati i subalterni, incominciò
Don Luis: «Uomo, egli è gran tempo che non ci
siamo veduti soli. All'ultima volta, tu avesti forse ad esser
mal contento di me; come io forse potetti essere di te poi.
Ma, che che sia di tutto ciò, e di quanto io udiva dire di te;
certo, io non avevo pur udito il più importante, quello che
or veggo co' miei occhi: te colonnello e condottiero per la
nostra patria, e per l'infelicissimo nostro signor re, che Dio
guardi, Don Fernando; e condottiero poi certo buono e
pro', quanto niuno che militi per questa santissima causa.
Nè io sono uomo, dopo ciò e in questi tempi, da serbare i
pregiudizii della nascita o della educazione, o che creda non
si possa acquistar nobiltà colle nobili gesta, o non veda che
nobilissime sono ora le tue.... Così è, cavaliero; e d'ora
in poi, te considerando come pari e non indegno di qualunque
maggior signore, te terrò.... Ecco mia mano, se ti
piace; te terrò d'or innanzi sempre.... per mio degno nimico.»
Perico aveva già al primo invito fatta innanzi la mano;
ritrassela, come involontario, all'inaspettata proposta
ma poscia, in un attimo e con un lieve sorriso, più altiero
forse che non le altiere parole di Don Luis, sporsela di
[pg!179]
nuovo, anzi afferrò quella di lui; e, tenendola stretta: «Or
bene,» disse, «per nimici sia; ed io così t'accetto; ma te
n'avverto, senza quella gratitudine che tu sembreresti richieder
da me. Io 'l so, io 'l sento, nè ho mestieri di tua
concessione oramai: disuguale a te da principio, sia pure
per condizione; più disuguale certo per la trista vita ch'io
feci alcun tempo: ora tuo uguale, anzi, se vuoi mirare a mie
divise e udir il titolo che mi è dato, tuo superiore divenni
per le mie azioni in campo. Quindi io potrei, come tu già
ricusasti me quasi troppo basso nemico, così, ora io ricusar
te. Nè io te ricuserei tuttavia perciò.... Ma ad ogni modo....
nemmen t'accetto.» E così dicendo respinse indietro
la mano di Don Luis, che sdegnosa e involontaria si
portò a sua spada. Ma continuò Perico, oramai men dal
grado, men dalle azioni in campo, che dalla superior generosità
de' suoi sensi fatto superiore all'avversario: «Odi,
Don Luis, non son tempi da queste gare, nè tempi da far
computi d'ingiurie a chi n'ha date o ricevute più; nè
tempi nemmeno.... da ricordar amori, nè da lasciarsi ammorbidire
il cuore; quando, occupata tutta la Spagna dagli
stranieri, rapito, toltone scelleratamente il re nostro, e Spagna
e re chiamano tutti i nostri sforzi, tutti i nostri pensieri,
nostre spade, nostri coltelli, nostre braccia, anima e corpo,
tutti noi a quella sacra difesa, a quella sacra ricuperazione.
Mira là giù quei reggimenti, que' cannoni, quell'esercito
che dicevano invincibile. Ora il buon Castaños, il buon Reding,
e posso dire, per sua poca parte, anche il buon Perico
il contrabandiero, l'hanno vinto, lo hanno avvilito, l'hanno
chiuso là come un toro furibondo ma spossato e impotente
in una piazza, onde già è destinato a non uscir più se non
morto, e cadavero vile strascinato per la rena. E noi, noi
pur siamo, noi stolti che ci credevamo dammeno di costoro!
Noi che gli abbiamo ridotti a ciò! Or che pensiero aver
fuor di questo? Che altro che far il medesimo a tutti i loro
compagni? e tutti cacciarli non che della bella Andalusia,
ma anche della Mancia e di Castiglia, e di tutta la penisola!
Noi anderemo a liberare i Portoghesi; noi a tor agl'Inglesi
la paura, noi forse a invader Francia, a liberare tutti i
[pg!180]
popoli dall'usurpatore. Or è sonato il giorno della Spagna.
Ora, liberati dall'infame Godoy, abbiamo scosso il collo,
alzato il capo; ora siam tornati Spagnuoli degni di quel
Cortes, di quel Pizzarro, di quel Gran Capitano, di quel
Fernando e Isabella, di quel Cid, di quel Gusman il buono
che cantiamo ognidì, e vanno così nomati e gloriosi.... Oh
forse un dì sarà famoso anche il nome di Perico il contrabandiero.
Uomo, vuoi tu precipitar tutto ciò con pensar
a cose dappoco, a cose che già più non sono? Uomo, ecco
la mano, io te lo dico; ecco la mano d'un amico se la vuoi....
me nemico non avrai se non quando avrò agio a ripensarci,
passata la Bidassoa e sulle terre di Francia.» Don
Luis era stato a udire tacito, ma palpitante: ed anch'egli
giovane, anch'egli Spagnuolo, anch'egli datosi tutto cuore
a quella santissima causa, non aveva potuto non infiammarsi
anch'egli di quei pensieri e quegli affetti caldamente espressi
da Perico, ed accompagnati poi di quella voce e quell'espressione
di verità e persuasione che è degli uomini d'azione,
e che persuade sovente più che non le stesse parole. Ondechè,
sporgendo anch'egli di nuovo la mano, tolse quella di
Perico, e tenutesi pochi istanti congiunte, congiungendosi, e
per così dire toccandosi anche gli sguardi, e per essi i pensieri
e gli animi, ambi a un tempo aperte le braccia, precipitavano
al collo l'un dell'altro; e alcune rade virili lagrime
spargendo, giuravansi eterna amicizia.

E la serbarono, e perchè s'erano pacificati senza nemmeno
spiegazione intorno alla prima causa di lor nimicizia,
che sovente è il miglior mezzo di pacificarsi, spiegaronsene
poi; e videro che avevano tutti e due avuto men torto assai
che non se n'eran creduto; e rispetto alla Marichita, capacitandosi
ognuno che l'altro non ne sapea più di lui, ambi
conchiusero che ella si fosse fuggita in quella stessa notte
dell'invasione de' contrabandieri nella casa di Ciclana. Don
Luis confessò che non sapeva pur egli nemmeno ciò che si
volesse in quella sua passione, ed era innamorato tanto da
non volerle far torto mai di niuna maniera, non tanto poi da
risolversi a farla sua sposa. Onde andava vivendo di dì in
dì, e compiacendosi del vederla ed amarla ed esserne amato,
[pg!181]
come credeva, ma finalmente, vedendola mutarsi e farsi
mesta, era forse per rompere il ghiaccio e probabilmente per
isposarla, quando ella era sparita. Perico narrò la scena
della notte all'inferriata; e i suoi dubbii pure di torla per
moglie, e sua risoluzione poi di rapirla ad ogni modo quell'altra
notte, che ancor egli era stato ingannato in non ritrovarla.
E quindi perdendosi in vane congetture, e talor
rimanendo gran tempo senza riparlarne, talor riparlandone
concordemente, nulla fu mai più che guastasse la loro amicizia.
Don Luis rimase con Perico quasi tenente o secondo
od eguale suo, che non si sapea quale; levando insieme tutti
e due una numerosissima schiera, ed insieme capitanandola
più anni nella prospera e poi nell'avversa fortuna di lor
patria, quasi fratelli. Tanto che la guerriglia, invece di
chiamarsi come prima del contrabandiero, chiamossi poi per
gran tempo la guerriglia de' due fratelli; ed era in tutta
Spagna famosa non solamente per la straordinaria loro prodezza
e disciplina e prontezza, ma anche per quel fratellevole
amore, così per amor della patria succeduto all'accanita inimicizia.

L'ufficiale narrator di questa novella fu prigione de' due
guerriglieri, e vide quella lor virile unione; e trattato umanissimamente,
contro il consueto degli altri guerriglieri, ebbe
da essi medesimi la narrazione. E domandando loro se mai
più non avessero avuto notizia nè sospetto di Marichita, dissero:
che al principio del 1810, quando superata da' Francesi
la Sierra Morena, invasa Andalusia, presa Siviglia, e stretta
Cadice, volò il duca d'Albuquerque a serrarsi in questa città,
essi che erano dell'esercito di quel pro' giovanetto, non
volendo, siccome guerriglieri, andarsi a racchiudere entro una
piazza, lo lasciarono; e insieme poi se ne furono a guerreggiar
alla spicciolata in Estremadura, anzi su' limiti di questa
e di Portogallo. Dove, capitati una sera a una terra che
non vollero dir quale, ma che non era quasi altro che un
convento di donne e sue dipendenze, ed entrati in chiesa in
sull'imbrunire, all'ora dell'ultimo ufficio, udirono nel salmeggiare
dal coro una che risonò in cuore ad ambedue; e
involontarii miser gli occhi in viso l'un all'altro; e sostati
[pg!182]
alquanto, finito l'ufficio uscirono insieme, e datisi le mani
ed abbracciatisi, disse Perico: «Vogliam noi andare al nimico?»
E Don Luis: «Camminando tutta la notte, potrebbesi
sorprenderlo all'aggiornare.» «E così scostarlo» aggiunse
Perico «da questo refugio di pace.» Abbracciaronsi i due
fratelli di nuovo, e chiamato, il tamburo, fecero dare il segno
della partenza.

[pg!183]




NUOVE NOVELLE NARRATE DA UN MAESTRO DI SCUOLA.
==============================================

.. class:: center

(INEDITE.)

[pg!184]

[pg!185]

.. vspace:: 2

.. class:: center large bold

PREFAZIONE ALLE NUOVE NOVELLE.

.. epigraph::

   | Post varios casus et tot discrimina rerum.


Uno scrittore a cui per la prima sua opera sia toccato in
sorte tanto di favor pubblico da superare le proprie speranze,
pare che dovrebbe aver poi tanta più fiducia quando ei si
presenta per la seconda e terza volta al medesimo pubblico
già provato così benevolo. Eppure non succede sempre così.
Siamo come i capitani giovani e vecchi; che i giovani non
avendo che la vita propria ed altrui da esporre, le espongono
allegramente; dove i vecchi avendo una riputazione già fatta
da perdere, la perdono sovente per troppo stare in pensiero
di essa. Il fatto sta che le continuazioni, le appendici, le
ultime sorelle delle opere favorite, hanno cattivo nome, e
sovente lo meritano.

Io temo assai che tale sia il caso delle presenti Novelle.
Quando feci senza pensarci le prime, ero più assai in disposizione
di novellare, e tuttavia moralizzai, e forse troppo,
quantunque sotto il nome del Maestro di scuola. Ora invecchiato
meno dal numero che dalla qualità degli anni passati
intanto, mi sono avveduto fin dalle prime pagine che il mio
novellare si faceva un moralizzare perpetuo; che i fatti men
numerosi e meno strani che mai nelle mie troppo semplici
composizioni, non erano guari più se non come un quadro
riempito poi di discorsi e pensieri serj, gravi e poco abituali
[pg!186]
alle persone le quali sogliono prendere in mano un libro di
Novelle.

Pensai di mutare titolo. La prima parola di un libro è a
parer mio la più importante di tutte sempre per la buona
riuscita di esso. Se è scelta bene, ella ti deve dire che cosa
è il libro, e per conseguenza in che disposizione l'hai da
prendere o lasciare. Coloro che vivono una vita leggitrice
(e se avessimo libri un po' divertenti a sufficienza, certo noi
Italiani che abbiamo tant'ozio in soprabbondanza, vivremmo
tutti volontieri così), coloro, dico, che vivono leggendo gran
parte della loro vita, difficile è che non si trovino successivamente
in tutte quelle disposizioni opportune a leggere ora
l'uno ora l'altro libro più o meno serio. L'essenziale per
essi è non trovarsi ingannati; e quando vorrebbero per esempio
un romanzo, e dal titolo credono prenderne uno, non
trovarsi in mano poi un libro di erudizione, d'economia politica
o di filosofia. La colpa è allora tutta dell'autore, se
il leggitore butta via indispettito il libro; ch'egli avrebbe
forse letto volentieri se non ingannato l'avesse preso meno
a leggere che a studiare, e in disposizione men da romanzo
che d'erudizione, d'economia politica, o di filosofia. Quindi
è che sentendomi cadere in simil colpa, io cercava un altro
titolo al mio libro. Peccato che non lo trovai. *Storie* non
lo sono le seguenti; *narrazioni*, *racconti*, supponeva anche
più fatti che *novelle*; *conversazioni*, non era quello; *pensieri*,
*saggi*, *meditazioni*, *discorsi*, ec. ec., peggio che mai, che
avrebbero mostrato la pretensione contraria di dare un libro
più seriamente fatto che non è questo. Lasciai dunque il
titolo primitivo; riserbandomi solo di fare la presente protesta
o raccomandazione: che queste son Novelle, non so se
morali, ma certo moralizzanti; novelle d'un vecchio di cuor
serio, mesto, e riandatore delle miserie della vita; onde che,
se i leggitori miei non si trovino in disposizione un po' simile,
faranno bene a lasciare questo mio rimbambito cicalare.

A quelli poi che dopo tal protesta continuassero, dirò per
consolazione mutua di essi e di me: che per verità (e quanto
più son vivuto in questi tempi pur così fecondi d'eventi,
tanto più l'ho veduto), gli eventi strani e complicati sono in
[pg!187]
realtà molto più rari che non si crede. Quindi i racconti
fondati sovr'essi mi sembrarono sempre più inverosimili.
Quanti romanzi sono bellissimi e naturalissimi finchè dura
l'esposizione, e si strigne il nodo con eventi usuali, ma diventano
poi improbabili allo scioglimento che l'autore vuol
rendere strano e inaspettato! Quindi i migliori autori di
siffatti racconti hanno fuggito quelle catastrofi ricercate, ed
hanno saputo trovare ne' casi più consueti, e nei termini inevitabili
di questi casi, il matrimonio o la morte, un fonte
ricchissimo d'interesse e d'affetti. Ma non è egli, dopo tanto
scrivere esaurito oramai quel fonte? Certo sì, quando si
prendono a descrivere sempre quegli stessi casi così volgari
nelle stesse circostanze di luogo, di tempi, e di costumi. Ma
mutando tempo o paese, non è dubbio che si muterebbero
le tinte del colorito, e queste basterebbero a quel tanto di
novità che è necessario oramai per li tanti leggitori contentabili
facilmente. Alberi, e case, e prati, e monti, e cielo,
vi sono dappertutto; ma hanno contorni e tinte diverse in ogni
paese, e chi sa queste riprodur sulla tela, fa paesi molto diversi.
Che più dissimile d'un Claudio e d'un Ruisdael?
Benchè sì più dissimile ancora è un Rafaello da un Rubens;
perchè la natura umana è anche più varia che non quella
degli alberi, o delle rupi, o dei cieli. E noi scrittori buoni
o cattivi della natura umana avendo il vantaggio di questa
somma varietà di essa secondo i tempi e i luoghi diversi, se
sapessimo profittare di tal varietà e ben descriverla, potremmo
senza dubbio far quadri sempre nuovi, sempre varj, sempre
interessanti.

Ma poi, a ciò vi sono le sue gravi difficoltà. Gli alberi
e le rupi si lasciano ritrarre sempre con pazienza, a piacimento
del paesista. Ma le nazioni, o certe classi delle nazioni,
e massime le classi più ristrette e ridotte quasi ad individui,
non amano i ritratti dal vero e parlanti. Vogliono,
dico, un po' d'ideale, e non mancano loro argomenti, e parolone
per ciò; le quali ridotte a parole semplici di buona
prosa, vorrebber dire che domandano ritratti abbelliti. Non
hanno tutto il torto. I ritratti non voglion essere presi dalla
parte brutta d'una persona; e mal sia d'un pittore che mi
[pg!188]
voglia ritrarre dalla parte dell'occhio guercio o del naso
storto, sotto pretesto di più somiglianza. Ma il pretendere a
una faccia ovale quando s'ha tonda, o ad occhi neri quando
s'han bigi, è pretender troppo poi da un ritrattista, o almeno
da un ritratto.

Eppure i ritratti sono una gran bella cosa quando son
veri. Lo specchio non è, come dicono alcune madri alle ragazze,
un così cattivo consigliere. Mirati, vo' dire io alla
mia; mirati ogni giorno allo specchio; vedi oggi che sei stata
così buona, così dolce, così amorevole pel vecchio padre tuo,
mira come sei bella, fa d'esser bella così domani e doman
l'altro; fa d'essere così sempre, finchè hai ad amare il padre
tuo sopra ogni cosa terrena. E poi... poi se verrà un
giorno che tu ami un altro più che il padre tuo, mirati di
nuovo nello specchio il giorno che ti sentirai d'amarlo più
che mai; e se ti trovi allora anche più bella, fa i giorni appresso
e poi sempre di rimanere bella così. Quasi che non
darei altro precetto alla mia fanciulla da maritare o maritata.

Imperciocchè belle e virtuose sono le fanciulle che serbano
in volto la purità e tranquillità della nostra celeste origine.
Ma anche a noi uomini che abbiamo sformato e solcato il
viso dalle nostre passioni, dai moti della nostra argilla animale,
anche a noi potrebb'essere buon consigliero lo specchio.
Quando sei infiammato d'un'ira che il tuo cuore agitato
non sa discernere s'è santa o colpevole, mirati fiso e
cerca a' tuoi occhi, alle due labbra, a tutta l'espressione del
tuo volto, se vi sia l'odio, l'egoismo, l'invidia, il disprezzo,
o solamente l'inutile dispetto; ovvero se non vi sia più che
uno sdegno virtuoso contro il vizio o contro l'oppressione
altrui. Credimi; il tuo specchio te lo dirà. E quando credi
di amare con purità, e ti fai di te stesso un romanzo, mirati
che vedrai se ne sei un degno eroe; ovvero se tutt'altro non vi
scopri di quello che vorresti, e credevi forse d'avere in cuore.
E quando ti perverti di giorno in giorno, quando da un
sentimento qualunque, forse virtuoso all'origine, oltrepassi il
segno della virtù e cadi nel vizio sempre limitrofo, mirati
ogni giorno allo specchio solamente con occhi imparziali, se
[pg!189]
puoi, e procura di poterlo; e saprai meglio che con altro
mezzo, a che punto tu sia di quella trista progressione.

I romanzi e le novelle sono specchi dell'età in che si
scrivono ad uso dell'età immediatamente seguente. Quindi è
che, passate due o tre età, l'utilità d'un romanzo, ed anche
l'interesse, suol passare o almeno scemare di molto. Hanno
comune questa sorte colle commedie, coi libri di ritratti (come
i *Caractères de La Bruyère*), e con tutti i libri in generale
che ritraggono le minutezze dei costumi di un tempo. Lo
stesso divino Molière non s'apprezza più alla metà nemmeno
da Francesi che lo tengono a ragione come la più bella perla
della loro letteratura, dappoichè dopo la Rivoluzione sono di
tanto o del tutto mutati i loro costumi, mutato anzi quasi il
loro carattere nazionale. E se mi si conceda qui un'osservazione
propria appunto del tempo, noi stessi abbiamo veduto
farsi siffatta mutazione ai nostri anni. Ai tempi dell'Imperio,
quando erano ancor fresche le memorie del tempo antico
(*l'ancien régime*), ed anzi si volevano dall'imperatore risuscitare
siffatte memorie, ed erano pur anco verdi ancora
molti rimasugli di quel tempo, allora le commedie di Molière
erano vedute e corse anzi con grande impegno da grandi e
piccoli ne' palchi e alla platea. Oramai non si vanno a vedere
se non per così dire istoricamente, per conoscere que' costumi
invecchiati, anzi antichi del tutto. Ma in Molière, e in
La Bruyère, e in Don Chisciotte, e in ogni libro fortemente
fatto, oltre questa parte più speciale di pittura dei tempi, è
poi anche la pittura dei grandi e costanti lineamenti della
figura umana. Epperciò se piacciono meno sulla scena o ai
leggitori superficiali, rimangono, e rimarranno perpetuamente
per quest'altra loro più essenziale virtù. Ma quanto pochi
Molière e Cervantes vi sono eglino nella universa letteratura!

Noi altri novellatori dobbiamo rimanere a mille miglia da
siffatta pretensione. Il nostro genere non la può comportare,
siamo giusti; la nostra fatica non è tanta da poterci meritare
una fama lunga. Non abbiamo grandi sforzi d'invenzione
da fare: nessuno a combinare gli accidenti; pochi a mantenere
inalterati i caratteri; in pochi giorni o in un giorno vediamo
il principio e il fine dell'opera nostra; scriviamo all'avventura
[pg!190]
come ci corre la penna o la dettatura. Possiamo giustamente
pretendere noi alle ricompense di quelle fatiche che
occupano gli anni intieri, tolgono i sonni, usurpano l'attenzione
o la vita d'un uomo? Siamo giusti, non pretendiamo
dai lettori più che non diamo loro. Frutto di poche ore, le
nostre fatiche durino pur pochi anni. Nè è poco se in quegli
anni abbiamo rivolti gli animi della nostra generazione
ad alcuni pensieri che sieno utili ad essa o a quella che segue.
Le generazioni s'incastrano: i pensieri dell'una lasciano
l'addentellato ai pensieri d'un'altra; chi ponga un buono
addentellato, o solamente qualche pietra di esso, può vivere
e morire con qualche pace, con qualche soddisfazione d'avere
adempiuto un debito suo. Tanto almeno come i seguaci di
quella, non so più qual religione d'oriente, ai quali è raccomandato
di piantare almeno un albero nella lor vita per servire
ad ombreggiare i nepoti.

[pg!191]




L'EBREA.
========


Erano anni che il maestro non ci aveva più narrato nulla.
E il maestro era invecchiato, invecchiati noi uditori suoi,
ed in parte anche mutati. Mancava quella persona fra tutte
che era l'anima di tutte, quella che ascoltando ispirava, e
senza fare, senza dir nulla, in mezzo a tutti, spandeva su
tutti come un'aura di pace e di virtù. Così fanno gli angioli
del cielo intorno a noi.

Una sola volta udii il maestro tornare al suo modo antico
di spiegar con un esempio la sua opinione su quello che si
andava disputando. Disputavasi degli ebrei: se si debbano
o no lasciare abitar cogli altri, posseder case o terreni, frammischiarsi
con noi ecc. Chi diceva che son troppo cattivi,
perciò che la lor legge or male intesa da essi li fa nemici
nostri irrevocabilmente; chi rispondeva che noi stessi, più
che le loro leggi, li facciamo tali, rigettandoli come appestati;
chi replicava che debbono, che son destinati a restar
tali fino alla fine del mondo, e per paura della fine del mondo
non gli avrebbe, credo, convertiti quando l'avesse potuto;
in somma, già si veniva alle amarezze, alle imputazioni, alle
ingiurie velate, quando il maestro: «Or vedete voi che siete
così imbrogliati ad accordarvi in parole, che imbroglio dovette
essere il mio alcun'anni sono nel dover decidere di
tutto ciò alla pratica e sul momento. Feci allora ciò che
Dio mi spirava: e se volete ve ne farò come la confessione;
[pg!192]
giudicherete voi se ho fatto bene o male.» — E consentendo
tutti, egli incominciò.

Io mi trovava, come sapete, nella città di..... al tempo
de' Francesi quando volendosi dare, anche per forza, libertà
a tutti, s'erano aperti egualmente conventi e ghetti. Lo
svantaggio era tutto di noi poveri frati, che, aperte le porte,
ci sforzarono ad uscirne; mentre gli ebrei poterono restar
dentro o fuori a piacimento. Ma stivati come baccalà là dentro,
molti, facendo luogo agli altri, affrettaronsi ad uscire;
naturalmente i più ricchi e più educati, e che avean meno
di quell'orrore di noi cristiani che è reciproco del nostro
per essi. Uno di costoro, mercante agiato, e che, se non
fosse stato ebreo, avrebbero detto tutti anche onesto, lasciando
il ghetto, o poco dopo, lasciò pure il commercio che gli
avea fruttati grossi capitali, impiegando questi alla compra
d'un bel poderetto con una casa civile nelle vicinanze della
città. E fatta elegantemente, e quasi splendidamente adobbare
la casa, ed ornare i giardini, e piantarne dei nuovi, e
cingerli intorno d'un muro che li chiudeva gelosamente, ivi
prima si ritrasse, e a poco a poco senza più nulla uscirne si
rinserrò. Non ci andava nessuno nè cristiano nè ebreo, e
dicevasi che ci aveva dentro anche pochissima gente di servizio.
Ma giudicate che scandalo quando si seppe che fra i
pochissimi abitatori di quella casa eravi da segretario, intendente,
o che so io, perchè non si sapeva bene che fosse, un
giovane non solamente cristiano, ma che era stato già al seminario,
e poco prima aveva lasciato la vesta lunga, ed or
si temeva pur troppo non lasciasse anzi indegnamente la fede.
Così almeno dicevano di temere questi scandalizzati; perchè
del resto se non c'è abbastanza d'ebrei che si facciano cristiani,
non c'è poi mai, ch'io abbia udito dire, un cristiano
che si faccia ebreo. Ma in somma lo scandalo c'era, e si
faceva; avrebbero voluto che l'autorità ecclesiastica se n'impicciasse,
e chi n'incolpava di non farlo, chi poi la scusava
sulla miseria dei tempi, e la malvagità del governo che non
la avrebbe lasciata operare. Io poi, non ci avendo che fare,
udivo tutto e non dicevo nulla.

La cosa durò un anno e più, e più non se ne parlava,
[pg!193]
nemmeno dagli scandalezzati. Ma ricominciò più che mai
forte il bisbiglio in città quando si seppe che uno de' principali
medici era stato chiamato a curare il giovane cristiano,
o apostata, o rinegato, come si diceva, il quale era gravemente
infermato, e poco meno già che in punto di morte.
«E ben gli sta,» dicevano; «ha il suo merito; ecco il dito di
Dio.» Perchè già questo terribile dito, che dappertutto è indubitabilmente,
ognuno lo vede a modo suo, e pur troppo
sovente dove, con intenzioni assai meno che divine e che
sante, ognuno or per odio, or per invidia, or per vendetta,
ce lo vorrebbe mettere egli umanamente od anzi scelleratamente.
E chi avrebbe perfino voluto che il medico non ci
andasse, e chi aggiugneva poi anticipando: «Ed ora come
si farà? — ci anderà egli il prete, — ci anderà il curato, il
viatico.... non deve andare.... deve andare....» Ed erano
gli stessi che avevano testè detto che il giovane non era
più cristiano, non badando nè a contradizioni, nè a giudizj
temerarj, per il loro zelo, per la buona opera di.... calunniare.

Giudicate, amici miei, del grande impiccio in che fu tra
breve il sacerdote, il quale, a malgrado di tutti quei giudizj
temerarj, fu due giorni dopo chiamato alla casa dell'ebreo.
E questo sacerdote.... fui io. Mal dissi che fui
impicciato; noiato un po' sì, per cattivo interesse proprio nel
vedermi messo in questo affare, e così fatto oggetto di osservazioni
e di critiche; ma, facessi bene o male, non dubitai
un istante, e andai con più fretta che non avrei fatto dovunque
altrove; e piovendo a dirotta quando fui chiamato, nemmeno
non ebbi scrupolo di salire nel cocchio dell'ebreo ch'egli
mi aveva mandato per ciò. In men d'un'ora fui entro alla
cinta ed alla porta della casa solitaria.

Salii introdotto da un servitore che senza dir nulla mi
precedeva mostrando la via. Una o due altre persone mi
vennero vedute per gli anditi e le scale, ed una fra l'altre
che scendeva com'io salivo; la quale osservai perchè passandomi
a lato rapidamente parvemi arrestarsi un momento, e
quasi volermisi indirizzare, e d'un balzo poi si scartò. Parvemi
una giovane, e giudicai che per orrore al mio ministerio
[pg!194]
ed a me, siccome ebrea, mi volesse fuggire. Ma non ci
ripensai, e quasi non ci badai se non dopo; ero allora troppo
preoccupato di colui che stavo per trovare, in circostanze
così penose, così difficili per lui e per me. E tanto più,
che, apertamisi una porta vicina, mi trovai quasi a un tempo
nella cameretta, pulita, ma modesta e ristretta, dell'infermo
che a prima vista mi parve aggravato benchè non in pericolo
imminente.

Era un giovane che non mostrava venticinque anni: belle
fattezze nel volto, begli occhi, bella chioma; ma le fattezze
mostravano non solamente l'impressione di una grave malattia,
ma pur anche le orme di un lungo patire, che, fisico
o morale fosse stato, mi parve esservi stato indubitabilmente.
Non che ci fosse disperazione o agitazione furiosa su quel
volto; il quale anzi era tutto composto a rassegnazione, e la
rassegnazione mostrava un dolore fortemente combattuto.
M'assisi al capezzale: «E così,» dissi, «siamo un po' malati,
è vero? Molto malati forse? E pensiamo alla morte
forse vicina, alla morte a cui dobbiamo pensar sempre, ma a
cui siamo sempre a tempo di pensare finchè Iddio buono ce
lo concede. N'è vero, dite? Già si vede che ci avete pensato,
e sono qui per udirvi volontieri. E dite un po': come
va che m'avete mandato a chiamar me? Benchè no: che dico
io? ciò non importa; e non si vuol perder tempo. Dite su:
dite ciò che spetta a voi; che io son pronto.»

Il giovane incominciò con alcune parole rotte, e con qualche
ansia di petto; io risposi confortandolo; e in breve parve
farsi cuore intieramente, e aver bisogno d'uno sfogo compiuto,
uno sfogo in seno d'un amico prima anche di sottoporsi
al giudicio del confessore. Ed io, vedendolo ancora
forte e tutto in sè, lo confortai a ciò; ond'egli prese a dirmi
tutta la sua storia, e incominciò.

«Rimasto da bambino orfano di padre e di madre, in tutela
d'uno zio e con poca fortuna, fui senza che entrassi io
nella decisione o nella deliberazione messo giovanissimo in
seminario; d'onde uscendo, lo zio aveva calcolato che mi rimarrebbe
appunto di che farmi il mio patrimonio ecclesiastico,
e così ne avrei una condizione, una carriera sicura, e
[pg!195]
come allor pareva vantaggiosissima. Io non ebbi mai gran
disposizione allo stato ecclesiastico; e quanto migliore fu
l'educazione ricevuta in seminario, tanto più mi venni capacitando
che quello stato rispettabile, ed anzi formidabile,
non istà bene il prenderlo così per motivi puramente umani
e come un'altra carriera. Dissi i miei scrupoli ai superiori,
e furono ascoltati, pur confortandomi ad obbedire a chi teneva
con me il luogo di padre; e dettili a questo, fui aspramente
ributtato. Così venni di giorno in giorno continuando,
pur col pensiero d'aspettare la vocazione, o rinunciare finalmente
allo stato, se quella non veniva. La provvidenza dispose
che non avessi nemmeno bisogno di prendere io la decisione.
Vennero i Francesi, lo stato ecclesiastico non fu più
carriera; e lo zio non si curò più altrimenti che io ci pretendessi.
Quasi che mi venne allora la volontà di continuare,
appunto perchè oramai non essendo carriera svaniva il mio
scrupolo, e lo stato ecclesiastico diventava anzi bellissima occasione
di attività e di sforzi, onde parevami essere capace.
Tuttavia anche in ciò mi pareva ci fosse molto d'umano; e
poi, il contradire di nuovo allo zio, ora ch'egli veniva al
parer mio, mi pareva troppo male assolutamente. Ad ogni
modo lasciai il seminario; ci avevo fatto buoni studj, e principalmente
di lingue greca ed orientali, e parevami con ciò
poter fare mia strada nel mondo. Lo zio voleva pure che io
abbandonassi questi studj, che non mi porterebbero a nulla,
diceva, e voleva che imprendessi la legale e l'avvocatura.
Ma io avevo già compiti venti anni, e mi doleva troppo tornar
da capo sui banchi, e perdere intiero il frutto degli studj
fatti a gran fatica ma con amore. Avemmo nuove contese
collo zio; indugiai, poi provai, poi lasciai disgustato le scuole;
ed ero per lasciare la casa dello zio senza pur sapere
dove o come o con che sarei poscia vivuto. E dettoci oramai
tra lo zio e me quanto avevamo a dirci, e così tacendoci
poco amorevolmente od anzi amaramente l'uno in faccia
all'altro in quegli ultimi giorni di convivenza, ed abbreviando
anzi di mutuo consenso i momenti di stare insieme, avvenne
che un giorno lo zio mi fece chiamare nel suo studio
e mi disse: — La tua ostinazione a non mai voler fare quello
[pg!196]
che voglio io pel tuo bene, meriterebbe che io ti lasciassi
andare alla tua malora senza più impicciarmi di te. Ma non
per te, ma per il mio povero fratello mi son pur risoluto di
fare quanto potevo anche a malgrado della tua ostinatezza;
e poichè come già non volevi fare la tua strada da prete,
ed or non la vuoi fare da avvocato, che è un buon mestiere
ora, come era già quello prima di queste rivoluzioni, vivi,
poichè il vuoi, malamente da letterato, che è un cattivo mestiere
in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Ma ben vedi, che
se t'abbandono, non vivrai da letterato nè ben nè male,
perchè non hai nemmeno pensato come guadagnarti il pane;
e veramente poco te ne potrai guadagnare così. Ora odi:
si presenta un'occasione forse unica per ciò. Non so se durerà,
nè quanto ti frutterà; ma intanto è un'occasione di non
morir di fame per qualche tempo, che è molto per la strada
che batti. Un pazzo, come sei tu, ti porge questa occasione.
Perchè sia non lo so; ma in somma quel Samuele ebreo che
ha presa quella villa, dov'egli abita come un orso tutto solo,
e non so che cosa ci faccia, cerca ora d'un segretario cristiano
che sappia l'ebreo; ed informatosene al seminario, ha
udito di te, ed è venuto per te e per me ieri sera. Io gli
ho risposto che con una testa matta, come sei tu, non gli
potevo risponder nulla, e che te lo direi, e ti lascierei poi
risponder da te. Ora, vuoi o non vuoi? Io non me ne impiccio.
Fa da te la tua decisione, e vagliela dire; che già
so per esperienza che con te i consigli non servono a nulla:
questo solo ti so dire, che, come eravamo all'incirca d'accordo
già, fra tre giorni tu hai ad uscire da questa casa per
andare a casa dell'ebreo, o del diavolo, come vorrai. — La
deliberazione mia non poteva esser lunga, secondo il
termine prefisso; e nemmeno non l'aspettai. Al secondo giorno
venni io stesso qui da Samuele a udire che si voleva da
me. «Scrivermi e tradurmi dall'ebraico quel che vorrò,»
risposemi Samuele. Ed io: «Ma voi sapete l'ebraico e....»
«Questo non è affare vostro. Vediamo.» E in ciò mi porse
un libro ebraico da tradurre. Lo feci per scritto, e poi di
viva voce, e lo contentai. Ei riprese: «Or, se volete, fisserete
voi il vostro stipendio, e avrete casa, vitto, e servizio
[pg!197]
compiuto qui, con due sole condizioni: la prima, che non
uscirete di qui se non un paio d'ore ad ogni festa vostra,
per seguire i doveri della vostra religione; e la seconda, che
non v'impiccierete di nulla in casa mia, e massime non tenterete
mai, non direte parola sulla mia o sulla vostra religione
a nessuna di qua. Tornate a casa vostra, consigliatevi
con voi stesso o con altri, e domani fatemi risposta.» E in
ciò dire, mi riconduceva alla porta, e mi licenziava.

Al domane, naturalmente ritornai. Che avrei io fatto?
L'alternativa era per me tra il non saper come vivere e il
vivere agiatamente e fra i miei studj. Qui giunto, mi fu data
questa cameretta, e poi uno stanzino a lato allo studio
di Samuele, dove subito mi posi a lavorare, e lavorai sempre
poi da otto a dieci ore al giorno; e per lo più a tradurre
dall'ebraico, e massime la Bibbia. Samuele mi parlava
di rado, e tutto al più per farsi spiegare qualche passo
delle mie traduzioni, ch'ei soleva confrontare con altre. All'ora
del pranzo, fin dal primo giorno, ei mi fece passar
seco alla tavola, dove era egli solo colla sua figlia. Questa
era gentile ed accarezzante con lui, tacita e poco meno che
sprezzante con me: onde che, quantunque colpito alquanto
a prima vista della sua bellezza, in breve non ci badai, o
almeno non ci attesi. Anche a tavola la conversazione era
poca e non intima. Alzandoci, e parendomi vedere che padre
e figlia volessero volontieri star soli a quell'ora di tranquilla
e reciproca confidenza, io li lasciavo e me ne andavo
per lo più a diporto tra i viali antichi o nuovi del giardino,
non mal contento d'avere anche io quel poco d'ora di solitudine
e libertà. Lavoravo poi di nuovo fino a sera tarda,
quando salendo nella mia cameretta prendevomi qualche ora
di studio mio particolare, finchè stanco, a giornata compiuta,
non malcontento di me e raccomandandomi a Dio, al Dio
mio che non parevami offendere, ma che pur pregavo ogni dì
più caldamente di volermi difendere da un incognito pericolo
che pur temevo; finalmente ponevomi a letto ed a riposo.
Durommi alcuni mesi sifatta vita.

Parvemi più volte tornando in camera ed a' miei libri che
questi mi fossero stati scomposti, e raccomandai non sì facesse
[pg!198]
al servitore che attendeva a me e alle cose mie. Giurommi
a modo suo di non aver posto mano mai a niuna cosa
mia. Pochi dì appresso, riaprendo un volumetto tascabile
d'un Nuovo Testamento greco, che solevo leggere ogni sera,
vennemi tra foglio e foglio veduto un fiore di mammole, che
essendo raro ancora per la stagione non ce n'erano se non
pochi nel giardino, e quei pochi eran tutti per lo più colti
da Regina, e portati poi nel suo seno. Potete facilmente
immaginare quali sensi e pensieri si destassero in me da quella
veduta, da quella fragranza, da quel che non sapevo se caso
fosse, o segno, o che cosa. Questo solo parvemi chiaro, che
Regina leggesse i miei libri, e probabilmente che venisse,
me assente, nella camera mia. E ben potete anche immaginare
che, senza far parola di ciò nè d'altro, oltre il
solito io feci pure nuova attenzione, trovandomi seco, alla
giovane. E non è a dire come questa mia nuova attenzione
riuscisse tutta a favore, od anzi ad ammirazione di lei, quasi
che non l'avessi prima veduta; mi vennero allora osservate
ed ammirate le sue fine e regolari, quantunque straniere
fattezze, la elegante persona, le nere e lunghissime chiome,
e massime i lunghi, lenti e neri occhi, in cui, quella che
m'era già paruta sprezzatura, già non parevami se non un
modo tutto di loro d'alzarsi al cielo, tirandovi dietro seco
l'occhio e l'animo di chi la mirava. Da quel giorno, no 'l
nego, era un diletto per me il trovarmi seco; ma non me lo
confessavo, e quasi non me ne accorgevo, e tiravo innanzi
senz'altro pensiero.

Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando
se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non
trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che
avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due
pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai
sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver
veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai
non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso,
e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere
tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva
essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami
[pg!199]
paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale,
oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi
persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione,
ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi
e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune
altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione
di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso,
qualche spiegazione.

Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar
quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione,
io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo
sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi
sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi
tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una
persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni
dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore,
nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno,
la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde
per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che
caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non
m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi
ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza,
domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora
eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi
in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto
a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....»
«Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente,
ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti,
«il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta
a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se
n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due,
tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.

Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo
l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e
nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di
notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo,
e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non
vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva
[pg!200]
che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di
nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti
e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che
m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria,
e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando,
per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male
che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere
la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima
per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata
del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando
ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo
tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando
e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente
di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più
un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti
nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era
stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere
come un'aura celeste ch'ella v'avesse lasciata. La solitudine,
il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata,
eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma,
checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo
se non più per lei, e di lei.

E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni,
ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non
giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando,
e mostrandone segni al volto mesto e sparuto.
Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro
alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma
era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei,
già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo
tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua;
anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione.
Ma non trovavo più di prima nessuna occasione;
ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo
più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.

Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone
più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera,
e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi
[pg!201]
di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino,
a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi
a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi
veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe
forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere....
di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure....
sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre
prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne
alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi
il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della
mia salute è meno cattivo forse che non quello....»
«Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è
giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente
patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque
accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina,
se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso
di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare
la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella
ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte,
sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna
di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse,
«pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che
sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi;
non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè
non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi,
e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in
me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri
che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri,
ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano,
dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio
noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile
che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio
in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi
s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire,
abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite
o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili
sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento.
Io son ferma, io voglio assolutamente evitare....
[pg!202]
voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita.
Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo
modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo
i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io
lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino
adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che
il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio;
non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi
per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della
mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia
preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai
di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna
che provo in confessartelo; invano provai a cacciare
dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti,
a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad
ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare
o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore
non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli
è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza
almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella
di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi
alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben
sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti
d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso
da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso
diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla,
io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di
gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi,
ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando
un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una
casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando
solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel
mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè
io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così
ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati
e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure
sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo
intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il
[pg!203]
mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo,
e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere
più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo
a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai
tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu
m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi
al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu
hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di
confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano
in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che
si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te
l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere
amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il
timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu
il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire
e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono
forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io
avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno
se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile
effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare
senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire,
ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro
giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il
tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed
osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il
tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza
essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo.
Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco;
dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi
anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io
le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni;
non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione
di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte
e i giorni che seguirono.

Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele,
mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più
volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e
me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute.
[pg!204]
Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere
di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i
miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina
quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia
famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura,
e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni.
Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua,
con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente
«richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate,
non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni
giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò
troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.

Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi
occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se
non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora
risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed
egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le
mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che
avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta:
fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi
trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e
m'aggravai.

Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice
che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato
o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto,
Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a
vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie
ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua
mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci
cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta
a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad
ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con
dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»

Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò
il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare
l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi
venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che
traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi
[pg!205]
per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in
casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza
di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a
quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando
non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non
altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente
la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile,
nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente
giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno
e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai
alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave
assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza
m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali,
e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità
di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la
morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e
dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra.
Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui
trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo
di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui
tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere,
vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure
così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior
dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore
la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano
morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati,
rimane pure una consolazione, una immensa consolazione
a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì
poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti
alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per
tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza?
oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta,
che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima
non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la
sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia
e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di
tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli
spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie,
[pg!206]
già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero
il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero
è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili
complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora
infiacchita.»

«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti
pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi
dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è
necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di
buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere
tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della
infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire,
voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a
concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere
ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra
religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente
unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio;
un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime
innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza
a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù
ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente
chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato
tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano
alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio,
della espiazione, anche non volontaria, una sorta di
barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente
d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non
lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in
che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol
trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane
dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico,
che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva
di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir
d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale.
L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce
quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno
egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce
spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal
[pg!207]
creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non
solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi
queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere
difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione
in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente
dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con
essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci
dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano
per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha
detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere
oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura
gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa
una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo
rinegare.

Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella
è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente
maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente
e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i
sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo
immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono
e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità
servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani,
il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro.
Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente
all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione
di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha
data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi
sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba,
di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno
all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che
dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando
la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il
cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi
e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed
inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di
dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un
solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata.
Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero
[pg!208]
giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì
comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire,
a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a
cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri
in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente
quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore
padre comune.»

Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle
verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla
educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già
sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a
ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse
portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai:
conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella
parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso
di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella
casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio,
o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno
a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla
almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere
se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a
che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare
di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare
a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi
cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe
fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta
poi la sua volontà.»

Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà,
e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava
evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare;
che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di
dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento
crescevano di momento in momento. Dopo finite le
solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco
a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.

Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante
le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione,
rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo
[pg!209]
o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano
manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla
e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore
non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente
della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre
e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo
poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era
ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato
dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.

Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo
da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo
pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era
stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non
doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione
che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne
facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del
passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da
sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri
prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo,
che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado
ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta
ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero
nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente
in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele,
ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e
incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei
santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come
di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni
modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo
potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi
fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.

Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono
il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi
del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a
me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo;
e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti
e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due
ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero
[pg!210]
materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno
a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi.
Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le
ricominciammo una terza volta.

Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a
lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non
che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e
poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi
pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del
giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla
figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li
persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze,
a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur
promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo
pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono
i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato
l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo
più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe
meno inutile e più obbligatorio il loro officio.

Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi
che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli
tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione
del creatore nelle cose anche materiali di questo
mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si
vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro,
o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non
ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta,
in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura,
sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto
che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe
inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi,
Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio
potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha
pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso
fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino
degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo
mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle
nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci
[pg!211]
solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore
solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando
vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci
mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò
che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di
credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere
che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento
regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa
secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo
le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra
essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura
materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar
miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità
da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà
l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti
dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi
e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati,
sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra
i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così
difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli
infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia
buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli
ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero,
una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una
forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo,
epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia?
Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale,
o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire,
chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In
questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure,
ma rinunciamo a sapere.

Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero,
se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane
segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da
quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo,
incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via
a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente,
a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui,
[pg!212]
e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche
meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto
l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo
nelle buone risoluzioni prese al momento della morte:
e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane!
Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella
casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora
così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente
ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di
tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più
fretta.

Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un
giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino
nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue
nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e
sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno
di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori
che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È
tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non
parlammo. Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente
conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto),
noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci
venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non
è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni,
che farai, dove sarai uscendo di qui...»

Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il
giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia
vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. — Non vi dirò
tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano
nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua
intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e,
come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa
difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata
nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma
le gioie non sono possibili a descriversi.

Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si
fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse
un santo per certe persone che ora gli attribuivano
[pg!213]
tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva
a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore
stesso da Dio.

Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa
l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione,
e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo.
La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da
Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che
diceva quell'innamorato.

[pg!214]




LA MARCHESINA.
==============


«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro,
una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga
del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete
naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo
da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri
serventi?» diss'io per ridestar la conversazione.
«Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso,
se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.»
«Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho
detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma
chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far
un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro
ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon
libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon
soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo
de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e
ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci
sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir
nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;»
dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma
io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando
poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con
qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel
rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò
così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo
ripredicando.

[pg!215]
Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo
soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato,
e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa
ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia
ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto
della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi
che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non
ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro
viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli
stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi
che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi
di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj
belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che
l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando
i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere
d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro
il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza
a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite
calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle
pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che
cadono su una donna già perduta sono parte della infamia
a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e
per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero,
che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere
un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità,
si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche
le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi
antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora
a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti,
che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi
sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a
volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna
pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma
che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo
de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor
mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie
d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate
in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario
[pg!216]
d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso
da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma
di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un
tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli
miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in
presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come
credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò
potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo?
Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a
que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di
narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che
niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo
sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve
l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il
caso.

In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano
un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni,
in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era
la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse.
Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori
che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata
di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata,
tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e
principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una
dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e
qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne
pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni
anche serie, e il valore anche sodo di qualunque
uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque
così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse
antiche, pur quando vediamo attendervi destramente
una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù
prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una
voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere
e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più
sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna,
ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente
e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento
[pg!217]
di tutte quelle di una giovane. — Già si sa — direte
voi altri, — Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo;
e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno
il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere
una donna senza farne un angiolo. — Signor sì, — rispondo
io, — così è, e così debb'essere per varie ragioni.
Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice,
certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di
questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non
che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non
sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì,
ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi,
vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il
bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione
grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su
tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello.
In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che
aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera
nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa,
uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle
mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso
ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or
arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire
ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste
detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più
bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori
di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già
sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento
che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che
ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta
giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone
o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato,
non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di
buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian
maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie
d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona
musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando
usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di
[pg!218]
soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo
vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran
danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere
nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua;
dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator
di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi,
di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato
ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà
di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto
agli altri, di farli passar di moda. [1]_ Benchè, per me, niuno
buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù,
mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza,
me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia
detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi
qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma
torniamo a lei.

.. [1] Il Maestro non conosceva allora nè il *Pirata*, nè la *Straniera* ec.

Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli,
i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser
quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era
tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene,
certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata
e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che
faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che
è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non
aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè
sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe
prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate.
A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì,
approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un
giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi
a dir io ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era
un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi
storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini
delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di
compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni
e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro
[pg!219]
vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da
uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile
e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama
signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero
state belle anche a una donna, e che al più sapevano
destramente far di scherma, giuocar al *trucco*, [2]_ al volante,
od anche condur bene al passeggio una carrettella o un
cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di
latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco
meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese;
ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel
poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile
altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso,
a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi,
una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato
al valore degli uomini in generale, e classificato insieme
con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente
trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese,
in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era
senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a
Cecilia.

.. [2] Bigliardo.

Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo
che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore
furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti,
che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva
a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde
e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro
amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici,
e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era
solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile,
impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi,
accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte
novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli
stranieri chiaman *luna di miele*; amore che è l'oggetto degli
epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo
chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa.
[pg!220]
E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni,
questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da
Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo
d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima
spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono
pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più
buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli
sottentri quello della stima, della pace e della confidenza
reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e
la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia,
da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un
per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto
averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei,
se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove
non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata
la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono
vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono
ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque
donna in qualunque paese del mondo: e sovente
anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed
arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di
filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che
quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più,
non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche
per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della
donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna,
così portando sua natura, è quasi come un compiacimento,
un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza
altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore,
un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho
vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo
confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che
elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse
gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla
agli occhi della gente, per non perder quella grazia
e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a
cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano
mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle
[pg!221]
sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque
amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere.
È infelice la donna che la dappocaggine del marito
o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità
che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a
colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una
volta a un altro uomo.

Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo
stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e
dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria,
al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo
e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla
mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella
comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra
l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere
a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e
le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il
giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar
agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e
le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite.
Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva
nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta
Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende
più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto
più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e
bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese
e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che
le nonne chiamavano ancora il *Cavalier servente*, e le giovani,
pur conservando il verbo *servire*, chiamavano poi l'*Amico*.
Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la
ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi.
«La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna
fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso
nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi
in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!»
«Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo.
«Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo
il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva
[pg!222]
talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo
tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza
di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan
altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la
lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi
so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già
si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è
uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva.
Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno
che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?»
ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto!
Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir
vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello
che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando
volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la
signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir
la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo
veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir
il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è
antipatica!»

Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica,
vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa
cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non
aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza
d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore
tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal
seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti;
e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno
così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione,
da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente
una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa,
accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi
così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se
m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza
e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla
potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza.
Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a
più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E
[pg!223]
una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più
lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse
una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure
sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri
angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che
ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno,
bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il
costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di
quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere,
la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli;
e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque
eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti;
e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa
li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so
donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco
usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto
è mai antipatica!»

Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una
festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una
magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le
frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura,
e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati
ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser
più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori
famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia
s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il
mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si
diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo
che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera
una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al
Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza
di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era
stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I
convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro
per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero
stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva
straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri
più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non
[pg!224]
fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non
là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini;
poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose
di far venir colà la musica del suo reggimento a far
una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì
con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro
quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno
de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi
mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e
nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante
di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese,
uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.»
«Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo
giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede?
chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon
Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli
è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto
ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre
uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per
Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di
trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la
musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono
la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non
ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle
braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli
altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con
franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur
conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar
la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso
degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato
poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva
dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non
s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a
lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona
di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di
Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da
porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa;
che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei,
[pg!225]
aveva o per natura o per acquisto un portamento e
modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri
suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal
profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più
prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua
vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi
tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella
fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo
così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di
ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione,
come uomo del tutto diverso da quanti avea fin
allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi
ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli
stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in
somma che non i suoi compatriotti.

E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi
di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la
virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il
suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere
in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito
e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua
alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello
arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur
troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi
ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere
che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece
tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto,
a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che
non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di
mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro
il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza
di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo....
Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto!
che idea potea prender questi di lei! quale smacco
per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli
far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine
del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di
lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava
[pg!226]
dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava
anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa,
le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse,
fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che
passò.

Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile
di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che
vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito,
or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità.
Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e
guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli
avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella
non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava
pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi
a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più
forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella
mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava
alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava
poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e
l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi,
attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle
tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non
conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne
rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono,
o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per
distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma
fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere,
la portavano sempre più a conoscere la dappochezza
del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati,
tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,»
diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque
io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare
questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei
superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti,
avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma
è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione
non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,»
diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva
[pg!227]
e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma,
se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un
furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso
ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli
esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva
rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti
per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo
udiva lodare; e narrare come, trasportato da sua precoce e
guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di
casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi
aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj
gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto
per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere
dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale
presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo
chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari
suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia,
nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie
virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata
e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera
d'amore.

E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono
cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo
sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era
senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati.
Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente
per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di
sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so
se appunto pel grande amore che le portavo, o per una
ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al
solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a
queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo
la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza
e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti,
e massime alle materne, che sono in una donna
quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non
conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che
la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa.
[pg!228]
E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e
avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e
balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella
sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di
vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle
più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio
potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei,
a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione
che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto
in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva
comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non
so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad
accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire
anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola
con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza,
anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo
cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo,
ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle
mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo
moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal
volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un
cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera
or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela
tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta
furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco
stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne
sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto
d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di
polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente;
ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi
lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico
di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo
egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di
battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di
cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro
legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli
occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè
altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e
[pg!229]
certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava
a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più
nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno
cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non
era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra
a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.

Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei.
Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma
entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che
Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla
che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa
rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel
giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer
sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il
giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato:
e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita
sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E
che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme?
La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice
che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle
cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha
più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo
bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi
affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari,
e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin
all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto
il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso,
pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo
animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od
educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori
sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.»
«Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo
che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai
figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione
che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di
mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una
donna la quale.... E del resto qui non si parla di me....
Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne
[pg!230]
dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare.
Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella
vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del
teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del
corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla,
direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da
giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate
voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete
voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho
pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro
questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri
giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra
vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola
mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò
spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io
pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini
per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui
sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che
essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una
vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste
di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta
bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è
sempre colpa loro se son ridotti a questa vita. Non tutti
possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di
coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano
o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia,
appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son
discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre
bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza,
anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare
oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò
che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo,
non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di
uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè
ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a
cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è
virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in
tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione
[pg!231]
è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima
condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi
tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe
verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui,
non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa:
e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi
pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io
chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia
mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a
tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì,
ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie
e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna,
ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma
il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il
vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà
solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io
m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che
questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi
Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col
latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho
creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero
il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero,
o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua
e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro
partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati....
pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore....
dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od
anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria....
Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non
la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,»
dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza
penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi
è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca
a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....»
«Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare;
voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli
schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò
cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno
[pg!232]
d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga
l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun
che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun
che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante.
Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a
qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre
è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi
dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed
ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi
pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se
l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli
come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori.
Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne,
se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno
gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino
nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»

Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa
mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che
è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,»
sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....»
«E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese,
«che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per
questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini.
Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera
stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io
l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee
nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni
non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste
direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai
state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi?
Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete
mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi
impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca
ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più
importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi,
chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto.
E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè
è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo.
[pg!233]
Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii,
Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono,
sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque
sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè
già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso
reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere.
E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse
andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere
a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro
di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato
l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa....
Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la
Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo.
L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato
quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa
or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito
bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche
lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando
alla cameriera, mi vi sforzò.

Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine
del marito, e della comparazione col seduttore, forse,
non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca
e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li
buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li
avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in
somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li
sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia
povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile
rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati
costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze
di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena
Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo
cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve
come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi
disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia.
Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un
rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una
scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza
[pg!234]
infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni
fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni
ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva
un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea
guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata;
e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore.
«Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una
di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose,
che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate
del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non
lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato
morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane
d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta
di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina
di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano
i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo
spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste
udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra
in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno
non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è
divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito,
il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna
come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei
fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od
esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei
vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa
e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma
ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà
quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi....
Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura,
che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino....
Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un
gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere
e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di
carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello,
tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola
mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non
si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e
[pg!235]
scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli
insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno
allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare
e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il
luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir
tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte
quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri,
che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne.
Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in
nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è
dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed
anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni
città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto,
se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti
sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie.
Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica,
quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che
traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in
que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere
culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma
lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata
con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico
suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir
rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente,
parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale,
e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano;
che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando
ha tolta un'anima al paradiso.

Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non
sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là,
e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che
ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala
e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui
partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava.
E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione,
è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione,
e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì
con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata
[pg!236]
oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli
occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi
potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre
volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo
ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava.
Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai
abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane
d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader
più giù.

Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati
si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è
certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità
ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come
impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e
quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona
n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed
ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla
ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero
ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori;
ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti,
come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore
anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero
tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so
che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono:
che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti
cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a
me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior
peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e,
quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera
non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione,
la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due
cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi
forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione
rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in
que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano
i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi
nella vita che segue di necessità.

Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e
[pg!237]
in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo;
ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da
cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia
m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di
que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori,
l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi
le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in
che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque
altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un
giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti
maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un
po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico
che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che
si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione
di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o
natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro
avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in
pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia;
e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi
generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di
tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse,
e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi
non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo
a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo,
non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi
anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di
generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove
comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari,
e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario
all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia
nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più
presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano
e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più
vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che
apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata;
ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il
nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco
a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti
[pg!238]
d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte
militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni,
e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo,
venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già
non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non
che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose;
e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose
più gravi che mai.

La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora,
turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non
entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non
avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto
geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome
di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile,
così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia
tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua
superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su
lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro.
Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad
ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva
sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e
i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri
proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti
che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille
volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella
era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna
qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro
quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava
che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse
occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era
l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe
con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi
che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa
va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a
precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un
disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era
che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli
scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi.
[pg!239]
Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più
franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti,
avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere
gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima
ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e
fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono.
Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad
abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran
figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello
che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar
la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura.
Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto
ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella
ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione
per lei? In somma avevano allestita ogni cosa;
tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente
per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato
amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto
calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del
male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non
dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre
scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti
scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur
udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi
che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase
che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò
farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie,
ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata
sempre più, sempre più s'abbandonò; e non
avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella
s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza,
quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo
colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da
quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o
gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione,
al destino di Cavalier servente della Marchesina.

Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva
ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di
[pg!240]
Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia
nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America,
egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente
pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la
discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar
Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece
dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato.
E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel
campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era
chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così
ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad
uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria
che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice
forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di
Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle
sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni,
quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti
oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo
fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al
teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse
sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro
pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni
che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito
e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò,
come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò
che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure,
benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener
una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione,
così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito,
non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì
presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse
per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre
il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori.
Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta
ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato
maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia.
L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono
adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna
[pg!241]
col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz,
per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener
registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò
sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque
anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier
servente in titolo della Marchesina.

Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel
paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia,
avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene
col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata
consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della
confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito
per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi
per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre
relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in
tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi
con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel
medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio
signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah,
la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente
rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una
costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che
son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico.
E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto
mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian
servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera
di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà,
mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è
mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza
con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non
vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che
per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li
avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente.
Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo,
per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito
vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran
galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi
quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E
[pg!242]
ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi
l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere....
Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola
cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa,
buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno;
e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito,
perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi,
le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con
chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra.
E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi
vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi
fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una
cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar
tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il
Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore
or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender
quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il
Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata
adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba
ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro;
bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera,
un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani
alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in
convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa,
e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi,
scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un
galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si
deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe
stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder
certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel
che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene
ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati,
scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate;
ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol
vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime
le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste
cose. *Omnia tempus habent.* Non so io pur bene ancora il
mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo
[pg!243]
che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto.
Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili
del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al
collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete
ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto
mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri,
ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete
ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo
così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se
ne faceva pure una sì gran festa! — Guardatela, Maestro, — diceva
ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è
bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io;
e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa
che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno
glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al
mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli
un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente;
ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta
mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando
io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad
ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna;
e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando
piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina;
la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta
la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma.
Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che
ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,»
ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo
di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io,
«non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne.
Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo,
mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone:
è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio!
ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma
poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè
già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi
ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano
la gioventù.... non son mai contenti del presente....
[pg!244]
Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono
adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di
nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone
come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.»
«E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.

E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi
scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia
che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando
le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle
narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la
pruova che uno si ravvede. — Ed essendo già stata recata
la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il
Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal
ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello,
s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva,
«Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che
sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe
sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura
che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le
donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E
s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno
solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono,
impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero
utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime
corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei
contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»

[pg!245]




IL FILOSOFO.
============


Non so perchè, nè veramente se succeda da tutti come a
me: che certi vizj m'accorano più assai, se mi ci abbatto
in contado che non in città. Forse viene da quell'idea, che,
giusta o falsa, tutti pur più o meno abbiamo, delle corruzioni
delle città, e della innocenza della vita villereccia; onde
là i vizj non ci stupiscono, e qua sì. Fra que' vizj poi che
in villa mi paiono, per così dire, più contro natura, egli è
quello di ogni sorta d'ipocrisia. In città, dove ognuno vuole
accostarsi a una parte e per essa alzarsi a far fortuna, è naturale
che si affettino da ogni uomo or queste or quelle virtù
affettate dalla parte. In villa, dove si vive più solo, e dove
ci è meno a perdere e meno a guadagnare a non mostrarsi
quale uno è, pare che sia anche più sozzo: appunto, come
un tradimento par più vile, quanto più vile è il prezzo che
se ne raccoglie.

Delle ipocrisie ce ne sono tante sorta, quante sono le
virtù; anzi, quante sono le qualità anche viziose ma da taluni
tolte a virtù. E così ci ha non sola ipocrisia di costumatezza,
ma anche di dissolutezza; e non solo affettazione
d'indipendenza, ma anche di servilità e finalmente ipocrisia
di religione, ed ipocrisia d'irreligione. Queste due ultime
poi sono così frequenti, che tal uomo di mal umore contro
il mondo avrebbe a dire ch'elle quasi se lo partono. Nol
vo' dir io; e credo che Iddio buono è conosciuto ed amato
[pg!246]
da molti uomini sinceramente pii, e pur troppo anche sconosciuto
da molti sinceramente miscredenti. Infelicissimi questi,
nè innocenti del tutto; perchè io credo ch'Egli si faccia
conoscere qualunque il cerchi con ischietto e puro cuore.
Ma lasciando al buono e sommo, e misteriosamente ma certamente
giusto Iddio, il giudicio di ognuno, noi, con quel
cuore ch'Egli ci ha dato, non possiamo altro che compatir
tanto più a qualunque è più presso alla sincerità, e tanto meno
a coloro che per istolta vanità e rispetti umani affettano
quell'empietà che non hanno. E' ci ha a un di presso la
medesima differenza che tra un musulmano nato e sincero;
ed un cristiano rinegato.

Tra le cose che mi diedero maggior pena nella mia vita,
rispetto a tante altre non disgraziata, ella fu questa. Quando
io venni qua, lasciando il reggimento, e ripigliai la mia
antica professione di maestro di scuola, perchè erano tempi
di turbamenti e guai, ed io era quasi sconosciuto nel paese,
gli uni dissero bene di me, gli altri male: e benchè gli uni
e gli altri sbagliassero, sovente, quando a me stesso non parlavano,
io li lasciava dire. Una sera il fattore del signore
che era stato fuori tutto quel giorno, incontratomi in piazza,
mi si accostò e dissemi che in quella terra dov'era stato,
aveva veduto il sior Domenico che gli avea domandato di me,
e, benchè non mi conoscesse, gli avea imposto che molto mi
salutasse, e mi dicesse ch'*egli pure era filosofo*. Io lo ringraziai
de' saluti; ma quando alla seconda parte della commissione,
non intendendo che significasse, incominciai a domandargli
chi e quale fosse quel sior Domenico, a me affatto
ignoto, il quale mi mandava tal ambasciata. Il fattore risposemi,
il sior Domenico esser il padrone di quella casa là,
una delle più cospicue del paese; e non molto innanzi lo era
pur anco di molti beni or venduti: ed era poi il marito di
quella signora, e padre di quella fanciulla, che dimoravano
in quella medesima casa. E non bastandomi siffatti particolari,
e domandandone più, seppi come il sior Domenico
era già stato il più ricco signorotto della terra e de' contorni,
e felice in casa ed in tutto; finchè, venti e più anni addietro,
al tempo de' primi turbamenti, e' capitò in mano di
[pg!247]
alcuni mal compagni e scellerati uomini, i quali abusarono
di lui, e più della sua fortuna. Ondechè, adulato da costoro,
incominciò a credersi un grand'uomo, e dispregiar sua
casa e sua famiglia, e a poco a poco lasciolla, e lasciò sua
moglie, e tolse casa da sè, ed un'amanza. La moglie ebbe
a vivere sola come vedova; e la figlia riuscì a male, che
avrebbe potuto riuscir a peggio; perchè ella s'incapricciò d'un
suo servitore onesto e lo sposò, che avrebbe potuto farlo di
qualche scellerato uomo che l'avesse messa in piazza e rovinata.
Il sior Domenico, credendosi uomo letterato e sapiente,
ma non sapendo che altrimenti far di sua sapienza,
fece il medico, senza aver mai studiata medicina; ma, perchè
anche mezzo rovinata sua fortuna gli rimaneva onde vivere,
non che farsi pagare da chi veniva a consulta, egli li
pagava; e perchè i contadini, diffidenti, a' medici veri e savj,
sono confidentissimi a' ciarlatani, egli non mancava mai d'accorrenti,
non ostante il cattivo esito che avean avute molte
delle sue cure. Intese le quali cose, incominciai finalmente
ad intendere di che sorta fosse la sua filosofia, e quella che
a me pure attribuiva.

E' m'era certo paruto increscevole altre volte che alcuni
buoni mi avesser tolto per cattivo; ma parevami più allora
l'essere da un cattivo tolto per buono, e degno compagno
suo. E cattivo pur troppo io vedeva essere questo sior Domenico.
Chè il lasciar andar a male i proprii negozj, ed
anche la moglie e i figliuoli, e viver con cattivi compagni e
le amanze, e far il ciarlatano, tutto ciò è malissimo, ma pur
in qualche modo scusabile, finchè l'uomo non sel voglia egli
stesso scusare; ma quando la debolezza e l'amore al vizio
cresce a tanto che il colpevole, anzichè lasciar il vizio, sceglie
lasciar la sua ragione e la sua religione e il suo Dio,
e se ne fa di quelli da sè che possano adattarsi a que' suoi
vizj, allora riman poca speranza che si ricreda, allora è colpevole
di colpa maggiore; e senza giudizio temerario nè difetto
di carità si può dire cattivo. Nè avrei ardito dir tale
il sior Domenico, se fosse stato tacitamente vizioso e stolto;
ma perchè tale essendo, invece di vergognarsene, si diceva
filosofo, e nutriva il vizio e la stoltezza in abito mentito, fra
[pg!248]
me stesso decisi che pur troppo era cattivo. Restava che io
scoprissi perchè, così essendo, egli mi credesse compagno
suo. Ma io era uscito volontariamente dal reggimento a un
tempo che molti ne furon cassati, capitato qui incognito al
tempo che molti si nascondeano; io cattolico sincero, io prete,
ma nemico de' bacchettoni, degli ipocriti; io gran dilettante,
fatto il dovere mio, di solitudine, e di lunghe passeggiate
con un libro in mano; amico delle compagnie, ma di quelle
dove più si parli che non si beva o non si giuochi, dove più
si ragioni che non si mormori, dove più si cerchi a farsi
buoni gli uni o gli altri in particolare, che non a piagnere
sulla perversità del mondo in generale: tanto bastava e forse
sopravanzava, perchè molti per odio e disprezzo mi dicesser
filosofo; e intendesser filosofo cattivo; ed altri poi, come il
sior Domenico, il ridicessero per amore. Perdonando io volentieri
a quelli, io doveva perdonar a questi con tanto più
amore: e così faceva io verso il sior Domenico; e volli tentare
che non gli fosse inutile il saluto ch'egli mi avea
mandato.

Trovata una occasione o pretesto, feci una gita da quelle
parti, e capitai a casa sua. Nè occorre ch'io dica come feci
cadere il discorso a ciò ch'io voleva, nè che discorsi gli feci
poi, che sarebbero cose troppo serie per istar bene qui. Del
resto, o le mie parole non fossero per sè stesse feconde, o
Dio buono non le volesse allora fecondare, o troppo asciutto
o mal apparecchiato il terreno, certo è che allora non fruttarono
nulla, nemmeno a me la speranza che rimanesse nascosto
il seme da germogliare in appresso. Feci in breve al
filosofo la mia professione di fede di buon cattolico apostolico
romano: ma non so s'ei mi credesse, o forse non s'ostinasse
a tenermi, a mio dispetto, per confratello; ed io ci
guadagnassi altro che soprappiù la taccia di timido e vergognoso,
non ardito a confessare le proprie nascoste opinioni.
Ma queste son delle cose dove più occorre il *fiat voluntas
tua*, nè era la prima volta che io me n'era dovuto consolare.

Un anno appresso, un giorno ch'io aveva appuntamento
col detto fattore per non so che, e lo aveva aspettato tutto
[pg!249]
il giorno, l'incontrai la sera ch'egli tornava, in vista molto
affaccendato, e come uomo contento di sè; e appena ei m'ebbe
scorto da lungi, venne a me, e senza dirmi o lasciarmi
dir parola dell'affare che avevamo insieme: «Signor Maestro,
ogni cosa è andata bene; ha fatto tutto ciò che si doveva
fare, ed or ora gli mando la donna, e va benissimo;
ma ci vuol fretta, perchè non può passar la sera, e questa
notte certo ei morrà.» Io non intendeva una parola di tutto
ciò, e volli fermarlo, ma non ci fu verso; ei si fuggì e fu
in casa alla moglie e alla figliuola del sior Domenico, e fecele
partir pur alla volta della terra abitata da questo; ed
allora di nuovo venuto a me, che non richiesto non me n'ero
impacciato, mi fece sapere come essendosi gravemente ammalato
il sior Domenico, egli n'era stato avvisato il mattino
per tempo, e subito ci era corso; ed arrivato, e trovatolo
presso a morire, l'aveva voluto far confessare, ma quegli
dapprima non acconsentiva; ma che avendo poi egli, il fattore,
ragionato con lui, e parlatogli come si dovea, finalmente
questi s'era fatto capace, e chiamato un prete s'era
confessato, e stava per fare le sue divozioni, ed avea fatto
testamento; e dove prima voleva diseredar la figliuola, ora le
perdonava, e lasciavala erede di ogni cosa; anzi, poi erasi
risoluto di voler abbracciare moglie e figliuola, e riconciliarsi
con esse. Il fattore respirava, narrato tutto ciò, e «Ei ci
è pur voluto fatica assai,» aggiugnea; «ma io gli ho parlato
come si deve, ed ha fatto ogni cosa bene; non ha lasciato
in povertà quelle povere donne. Io ci scapito, perchè se si
vendeva la casa sua, io la comprava, e già ne avea la scrittura,
in pagamento di un piccolo credito che ho con lui; ed
ora non avrò la bella casa, e sarò anche gran tempo a riscuotere
i quattrini; ma non importa, amo meglio così; hogli
restituita la scrittura, e son nominato io esecutor testamentario.
Ora addio, signor Maestro; riparto in fretta, e
vado a vederlo morire.» Egli diceva tuttociò in tono frettoloso
ma allegro anzi che no. Io gli prendeva la mano come
per ringraziarlo, o almen lodarlo; ma egli fuggiva in fretta:
poi, fatti alcuni passi, rivolgevasi, tornava a me più grave e
serio assai, e, ripresami la mano e tiratomi appresso, ed
[pg!250]
accostata la bocca al mio orecchio, in tono basso e questa
volta veramente funerale, «Signor maestro,» disse, «egli
era.... C....»

Il mattino appresso vidimi comparire in camera il fattore,
e disse entrando: «Egli è ito, e grazie al cielo ogni cosa par
bene;» poi, scostato alquanto: «s'è abbruciato ogni cosa,
libri, carte e che so io, certe minchionerie che s'è trovato.
Hovvi portato solamente questo libraccio stampato, dove ci
son nomi credo che ben vorrebbero ora non istar qui.» «E
che ne volete far voi?» dissi, «questo prima d'ogni altro
volevasi abbruciare; se no, portatelo al Curato; egli ne giudichi.»
«E se vi han messo lor nomi,» riprese lo schietto
contadino, «perchè non s'hanno eglino a vedere? Benchè
avete ragione, e sarà bruciato.» Il libro stampato mostrava
ch'egli era non C...., ma M.... Io meravigliavami come
siffatte scelleratezze o scempiaggini fossero pervenute a infracidire
anche il contado e le ville; e finiva d'intendere quale
fosse la filosofia di quell'infelice; e sopra ogni cosa poi
ammirava Iddio buono, che pur talora volevasi servire di
tanto più rozzi stromenti, affinchè si veda ogni bene procedere
direttamente da lui.

[pg!251]




L'UFFICIALE IN RITIRO.
======================

.. epigraph::

   | Vidi il mutarsi del destin fugace,
   |   Vidi che gloria in servitù declina,
   |   Vidi che solo nella tomba è pace.
   |
   |     :small-caps:`Diodata Saluzzo`.


Alberto era figliuolo d'un signore ricco; ma più che ricco,
nobile e potente alla corte di.... al tempo dell'invasione
de' Francesi in Italia. Scappato il suo Principe, deposto
egli dei suoi impieghi, e rimasto in sospetto dei repubblicani
possessori della potenza, fu anche in breve arrestato
e tenuto in castello quasi ostaggio. Quei repubblicani utopisti,
come li chiama il Botta, erano così poco sicuri del popolo
sovrano, in nome di cui reggevano, che erano anzi obbligati
a prendere precauzioni contra la sua indocilità a lasciarsi
liberare e far felice. Alberto aveva allora di dodici
in quattordici anni. Allevato signorilmente alla moda d'allora,
cioè, come si dice volgarmente, nella bambagina, aveva
studiato tanto bene che male; ma del resto era indietro
di quattro o cinque anni in ogni cosa rispetto ai figliuoli di
ogni buon borghese od artigiano, che non avessero tre o
quattro persone da mettere intorno al preziosissimo erede.
Usciva poco di casa, non aveva forse mai preso nè pioggia,
nè vento; di rado il sole, non certo quel di febbraio o
di marzo, micidiale, come si sa, ai figliuoli dei signori,
quantunque cercato avidamente, e continuamente provato da
[pg!252]
quelli delle razze più grossolane. Le rivoluzioni mutando
cose più gravi, mutò anche questa, che tuttavia non è forse
così piccola. La madre di Alberto, ansiosa del marito ed
inferma in casa, lo mandava su e giù al castello a portare
e riportare le commissioni; e non c'era a pensare da mandarlo
accompagnato dall'abbate o in carrozza, chè i Giacobini
si sarebbero burlati di questi modi aristocratici, e gli
avrebbero chiuse in faccia le porte. La rivoluzione apportò
dunque ad Alberto la libertà; la libertà forse più effettiva
che apportasse. E bisogna dire che tutte le regole ammettono
eccezioni, perchè Alberto non ne abusò. È vero che
la madre lo faceva seguire e vigilare da lungi, e che il giovane,
anche quando l'avesse voluto, non avrebbe potuto fare
grandi scappate. Ma i sorveglianti non poterono impedire
ch'ei si trattenesse sovente a far conversazione alle porte
del castello coi militari che le guardavano, conversazioni che
si prolungavano sovente assai pel reciproco piacere del fanciullo
avido di quelle novità, curioso e vivo per naturale, e
di quei militari già vecchi di servigj ma giovani d'età, e a
cui perciò era grata per qualche momento la vista, il cicaleccio
d'un bello e vivace giovanetto, il quale ricordava all'uno
il fratello, all'altro il figlio, lasciato come dicevano
ai focolari. Tutti i maestri di studio del fanciullo, ma quelli
principalmente di latino, si lamentarono d'allora in poi
della svogliatezza e della dissipazione del fanciullo. La madre
si lamentava del nuovo chiasso che facevasi in casa.
Non era altro più che tamburi, esercizio, e bastoni rivolti in
fucili, e grida di comandi militari gettati al vento.

Andate giù le repubbliche, prima per le vittorie austro-russe,
poi per quelle stesse del Primo Console della repubblica
francese, cattivissimo repubblicano, come si sa, il padre
di Alberto rimase tranquillo ma disimpiegato, per propria
volontà e fedeltà al suo principe cacciato. Ma uomo
savio ed amorevole del figlio, non era di quelli che come la
vecchia Elspat di Walter Scott vogliano imporre ai figliuoli
i proprii odii od amori, od anche i proprii doveri che mutano
colle generazioni e le età. La smania militare di Alberto
era venuta crescendo cogli anni. Suo padre vedeva
[pg!253]
ciò tanto più mal volentieri, che l'entrare al servigio militare
non era allora una celia come in tempo di pace, nè una
carriera simile alle altre, ma anzi una successione di fatiche
e pericoli gravissimi. Alberto era unico; onde che, non solo
erano raccolti in lui tutti gli affetti paterni e materni, ma
anche quel po' d'egoismo che entra naturalmente e debbe
entrare in ogni affetto anche migliore, e che fa amare tanto
più una persona che sia unico sostegno o conforto o speranza.
Per altra parte, il padre di Alberto era uomo forte e
domatore di ogni esagerazione o debolezza degli affetti suoi
stessi; e provando egli tutto il piacere del riposo in vecchiezza,
non credeva perciò l'ozio utile o nemmeno possibile
alla gioventù; e vedendo il figlio vago della vita militare,
dopo fattegli le dovute osservazioni e raccomandazioni,
finalmente lo lasciò ingaggiarsi e partire, usando quel po' di
credito che gli rimaneva a farlo raccomandare ai suoi superiori.

La vita militare di Alberto fu quella di tanti altri giovani
italiani di quella età. Entrato da semplice soldato, ma
con tutti i vantaggi d'una buona educazione, e con quelli
anche delle raccomandazioni, utili sempre anche dove si avanza
col merito, come certo era il caso nell'armata francese,
Alberto passò rapidamente per tutti i gradi di sotto-ufficiale,
non senza dare indietro una o due volte per qualche scappata
giovanile, ma riprendendo il posto poi alla prima occasione
dove ci fosse a mostrare valore, attività o intelligenza
militare. Diventato ufficiale, decorato, ed avanzato a tenente
e capitano, ebbe la disgrazia di perdere il padre che era
venuto a vedere più volte con licenze nei brevi intervalli di
pace, e che aveva consolato colla sua buona riuscita.

Ripatriato a quella funesta occasione, e giunto già ai venticinque
anni, fu naturalmente pressato dalla vedova madre
e dai numerosi parenti di voler lasciare il servigio ed accasarsi.
Ma egli aveva preso più che mai amore a quella vita
che gli era così ben riuscita; e non solo l'amava per sè
stessa come prima e per isfogo dell'ardor giovanile, ma oramai
anche un po' per l'ambizione che appunto incomincia a
spuntare a quell'età, e che era poi così allettatrice in quel
[pg!254]
tempo, in cui, se non mancava la vita, non potevano mancare
a un prode gli avanzamenti anche più grandi e quasi
infiniti. E un Italiano aveva forse allora una virtuosa ragione
d'ambizione, più che ogni altro. Era bello, era glorioso
mostrare ai compagni francesi che non si valeva men di loro;
era allettante il giungere a comandare quei prodi, il
sollevarsi dalla condizione di vinti a quella di vincitori, il
rivendicare, non colle parole, ma colle azioni il nome troppo
vilipeso d'Italiano. Tuttavia, non volendo Alberto contradir
troppo ai parenti e massime alla tenera madre, non domandava
in grazia se non ancora una guerra, e prometteva tornarne
poi docile al giogo matrimoniale. Eragli conceduta per
forza tal condizione, pure aggiungendovene tacitamente un'altra:
che intanto, e dai parenti, e dalla madre, e da lui istesso
si cercherebbe tra le ragazze della città che venivano su,
quella che tra i due o tre anni accordati gli potesse poi meglio
convenire.

Alberto s'adattò facilmente a sifatta non troppo crudele
condizione. Era il discorso che venivan facendo più sovente
egli e la madre, il discorso di che mostravasi questa più
consolata, quando la sera tornava il buon figliuolo appresso
a lei rendendole conto della giornata e delle persone da lui
vedute. La buona madre vedeva in tale abitudine come una
guarentigia delle disposizioni tranquille e casalinghe del
figliuolo, e si meravigliava, inesperta ch'ella era, che un
giovane dissipato dalla vita militare si riducesse così facilmente
a quelle tranquille e solitarie abitudini. Ma il vero è,
che il maggior vantaggio dell'attività giovanile è appunto
questo, di far meglio e più presto sentire la dolcezza della
vita e degli affetti della famiglia. Quelli soli, i quali non
hanno provato altro, rimangono inquieti e troppo giovani, per
così dire, tutto la loro vita.

Fra le fanciulle della città di cui in quel dolce consiglio
di famiglia s'andavano esaminando e pesando attentamente
i pregj, l'educazione, la fortuna e la bellezza; era una
quasi ancora bambina, ma che appunto perciò conveniva meglio,
figlia di un borghese ricco ed impiegato da quel nuovo
governo il quale soleva trarre a sè tutte le notabilità, e formare
[pg!255]
di esse non solo il corpo governante, ma la stessa sua
nuova ed amalgamata nobiltà. Giulia era dunque figlia dell'or
barone D....; e bella, ricca, bene educata, era già
vagheggiata non solo da quanti giovani, ma da quante madri
di giovani erano nella città, come poi invidiata e veduta di
mal'occhio da alcune delle altre fanciulle, e da quasi tutte
le madri di fanciulle che erano in quella. Alberto, portato
dal barone che teneva una delle più splendide case che fossero
colà, vi si vece osservare in breve per l'eleganza e la
scioltezza de' suoi modi militari, i quali contrastavano tanto
più coi modi ora impediti e goffi ora effeminati ed affettati
degli altri giovani allevatisi intanto all'ombra e nell'ozio
municipale. Non è meraviglia quindi che con quelle intenzioni,
quantunque ancora indeterminate, di piacere, che aveva
Alberto, ei piacesse alla fanciulla più degli altri che si
presentavano come suoi rivali.

Or dimmi tu, lettor cortese; t'è egli succeduto mai di
fare all'amore senza saperlo; di trovare sovente una persona
che non ti pareva d'aver cercato; di rimanere a lungo
con lei senza indovinare che ti piace, di ballare con lei quasi
sola al ballo, di sedere appresso a lei nelle conversazioni,
sempre a caso ti pareva; ed un bel giorno poi, ripensandoci
lungi da lei e tutto solo a una passeggiata, o al canto
del camino, di accorgerti a un tratto che sei e fosti da gran
tempo innamorato? Questo appunto avvenne ad Alberto.
Credeva non far altro che esaminare a sangue freddo la Giulia
come tutte l'altre. Ma ei l'esaminava molto più sovente;
e più volentieri, e con più soddisfazione dell'esame fattone.
Diceva: Non son sì pazzo, d'innamorarmi due o tre
anni prima, che intanto, oltre la morte mia, possono succedere
le mille cose, e fra l'altre questa probabilissima, che
s'innamori e ne sposi un altro. Ricca, bella, bene allevata
e gentile, costei certo non aspetterà ch'io torni o non torni
dalla mia guerra; e poi, io stesso chi sa alla guerra quante
altre ne vedrò, e se non m'innamorerò davvero e non tornerò
io stesso ammogliato. Benchè sarà difficile, lo confesso,
di trovar cosa così graziosa ed avvenente. — Ma in ciò dire
scuoteva il capo, come per iscuotere l'inopportuno e pressato
[pg!256]
pensiero d'amore che gli veniva; e in quell'atto, e al
portare la mano alla fronte e alle chiome accorgevasi d'essere
osservato da lei, quasi che arrossiva, se le appressava
per non far vista di nulla.... e mostrava anzi evidentemente
di non aver pensato se non a lei. La giovanetta non era
tarda; s'accorgeva di sì fatte cose, non dirò meglio ma quanto
ogni altra; sorrideva dove un'altra più avanzata d'arte
e d'età ben si sarebbe guardata di sorridere, accettava i
suoi inviti senza far vista d'essere altrove impegnata; gli
faceva luogo accanto a lei quando le si veniva appressando;
si rallegrava e sorrideva alle sue prime parole; e in somma
non mostrava di capire, nè volere, nè contraccambiare il suo
amore, più che se egli fosse stato suo fratello, o più che se
non ci fosse e ci dovesse mai essere amore tra una fanciulla
di quindici anni, e un giovane di venticinque. Erano i più
sinceri del mondo tutti e due nel non pensare ad amarsi per
un mese intero; il mese appresso erano sincerissimamente
innamorati tutti e due, e se l'erano fatto intendere, o forse,
chè no 'l so bene, chiaramente detto l'uno all'altro.

Allora non fu piccolo imbroglio per Alberto. Stava, od
andava? faceva all'amore, o la guerra? S'ammogliava, o
tornava a riprendere una vita tutta stenti e pericoli? Tornò
a questa, chiamato che fu da una nuova rottura di guerra
che sopravvenne. Gliene dolse, ma non esitò; non erano tempi
allora in che s'esitasse tanto; e chi men esita, men si
duole, ognun lo sa. Era il tempo poi in che più prevalse
quel proverbio, che tra due che si separano il più da compatire
è quel che resta. È naturale, chi partiva allora aveva
immense, veramente strepitose distrazioni. Adunque compatisci,
o lettore, se vuoi, solamente la Giulia; se non che è
pena persa; chi fu mai da compatire a quindici anni? E
meno una bella fanciulla.

Eppure pianse di soppiatto tre o quattro giorni; ricusò
un ballo; otto o dieci giorni non pensò ad abiti nuovi nè a
mode; quindici o venti altri, o forse un mese intiero, prese
malamente tutte le sue lezioni. Se io scrivessi un romanzo,
non direi così; perchè è intenzione mia d'interessarvi alla
Giulia: ma scrivo storie vere; e poi mi piace di fermarvi un
[pg!257]
momento a guardare la figura d'un'allegra e leggera giovanetta;
la mestizia e la serietà degli affetti vengono pur sempre
troppo presto.

La guerra a cui era stato chiamato Alberto, era quella
terribile del 1812 in Russia. Alberto fu di que' pochi che
ne riportarono inconcusso l'animo, salva ed intera la persona.
Ma si succedevano scavalcando l'una su l'altra le
campagne d'estate e d'inverno; dopo quella di Russia, quella
di Polonia e Prussia, poi quella di Vestfalia, poi quella
di Sassonia, poi Leipzig, e Hanau, e finalmente l'ultima
campagna di Francia sempre più presso, e finalmente sotto
le mura stesse di Parigi. Vorrei potervi dire che Alberto fu
dei pochi che ricevettero a Fontainebleau l'ultimo addio del
sommo capitano, che sparsero quelle lacrime virili, che lo
videro abbracciare le aquile così gran tempo vincitrici; vorrei,
dico, potere accrescere la gloria di Alberto con dirvi di
lui tutto ciò. Un romanziere non lascierebbe nemmen qui
passar l'occasione. Io vi dico schiettamente, che Alberto
non si trovò a tutto ciò; e che stanco e ferito egli, fra molti
del suo reggimento, domandò e ricevette facilmente la sua
licenza col suo grado di caposquadrone per ritornarsene in
Italia. Avrebbe potuto rimanere in Francia al servigio; ma
molte ragioni lo fecero partire; fra l'altre questa, che mutar
padrone è sempre spiacente, e gli pareva meglio non farlo,
non essendoci obbligato.

Perchè del resto non avrebbe avuto ragioni urgenti di tornare
a casa. Aveva in quei tre anni perduta la dolce madre,
la tenera compagna e confidente delle ultime serate che
aveva passate nella sua patria. E la patria gli era cara sì,
ma quasi non la conosceva. Quanto poi alla Giulietta, a
quest'ora, chi sa, sarebbe sposa e forse madre. In quegli
ultimi rovesciamenti, e massime dopo la morte della madre,
ricevendo pochissime lettere da casa, non sapeva più nulla
di quanto fosse colà succeduto.

Tuttavia, giunto a casa e pur assestando i suoi affari,
una delle prime cose di che s'informò, fu del padre di Giulia,
del suo impiego, del suo titolo, e massime della figliuola.
Seppe che l'impiego era perduto, il titolo sparito, le
[pg!258]
ricchezze scemate assai, e poi, quasi conseguenza di tutto
ciò, che la figliuola era rimasta, ed oramai rimarrebbe forse
gran tempo, da maritare. «L'ex-barone,» diceva l'interlocutore,
«avrà ancora le pretensioni di prima per la figliuola;
costoro si sono immaginati di diventar nobili davvero.
Ma sì che il pover'uomo se n'avvedrà; i veri nobili non vogliono
certo più della figliuola, e la povera zittella ne rimarrà
in mezzo fanciulla in eterno.» L'interlocutore credeva
di vedere a ciò sorridere Alberto, che in vece mordevasi
sotto i baffi le labbra.

Andò di quel medesimo giorno a far visita all'ex-barone;
trovollo, come uomo di senno ch'egli era, non troppo
diverso nella diversa fortuna. Diversissima sì la fanciulla;
più bella che mai, o almeno gli parve tale; ma seria, soda,
composta, tacita, e timida. Sarebbesi avvilita della disgrazia?
Alberto nè toccò delicatamente con qualche parola; la
fanciulla parve alzarsi come in trono, il trono dell'avversità,
dal quale non meno forse che da ogni altro si mira
ogni cosa dall'alto al basso. Alberto aveva un animo gentile;
è dire che rispettava sopra ogni cosa la sfortuna e la
sua alterezza.

Avrebbero naturalmente avute mille cose da dirsi. Non
se ne dissero una. Anche gli animi più aperti si sentono
imbrogliatissimi al ritrovarsi in situazioni tutto diverse da
quelle in che già si lasciarono. Alberto non poteva più trattare
Giulia come una bambina, e una bambina allevantesi e
sbocciante tra le felicità e gli allettamenti. Forza era trattarla
bene o male da fanciulla matura d'anni e di cuore.
Era forza amarla o disprezzarla. Alberto l'adorò.

Fra pochi giorni si seppe in tutta la città. Alberto non
ne faceva mistero; addobbava la casa, correva i mercanti,
scriveva a Parigi per far venire mode, stoffe e gioielli. Le
nozze parevano dover essere delle più splendide ed allegre.
Tanto più chiasso, tanto più invidia nelle cittaduzze. E quella
città era tale, a malgrado della Corte. Che anzi, la Corte
era quella che faceva il grande impiccio. «Come mai non ci
aveva egli pensato Alberto? La sposa non era nobile. Era
impossibile, sarebbe stato inudito che una pari sua, una borghese
[pg!259]
fosse presentata a Corte. Eppure entrerà ella senza
poter esser presentata una donna nella casa illustre dei....?
«Ma Alberto domanderà la grazia,» dicevan gli uni. E gli
altri: «Non la domanderà.» E i terzi: «Quando la domandasse,
non l'otterrà. Ma se vi dico ch'ei non ci ha pensato.
Che s'è incapucciato come se fosse un giovanetto di
diciott'anni, e n'ha pur vent'otto.» «Gli è quell'astuto ex-barone
che gliel'ha fatta. Quei liberali son più furbi di noi.
Ei se l'è accattato; e la fanciulla anche non sta indietro in
furberia nemmen ella, e chi sa...» Questi ed altri caritatevoli
generosissimi discorsi si tenevano dalle nobilissime e
più brave persone della città.

E dall'altra parte i borghesi, nella cui classe era di nuovo
entrato l'ex-barone, non si restavano nè gridavan forse
men forte. «Costui,» dicevano del barone, «ha sempre avuta
ambizione. S'è fatto titolare negli anni scorsi, ed ora,
distitolato egli, vuol titolare almen la figliuola. Che smania
d'uscire dalla propria condizione! Sempre costui ha praticato,
s'è ficcato co' nobili. Che non fa come noi, che li lasciamo
stare, quanto almeno ci lasciano? Che bisogno abbiamo
noi di costoro? I nostri scudi vagliono i loro, le nostre
donne son belle quanto le loro....» «E per Dio,» aggiugneva
un giovane, «anche le nostre spade, o le nostre
pistole.» Scusa tu, o lettor mio; so anch'io che questi discorsi
non avrebbero dovuto entrarci per nulla. Ma c'entrarono
e si fecero, epperciò io fedelmente te li ripeto. Orgoglio
di qua, orgoglio di là; non so quale il primo o il più urtante.
So ch'è un gran peccato di qua e di là, che le persone
bene educate di ogni città non si veggano, non si parlino,
non si amino, non si maritino, direi così, a perfetta
vicenda, e senza ammetter mai altra distinzione che quella
vera e buona della più o men buona educazione; gran peccato
che di una città, sovente già piccola, si voglian fare e
si facciano, a danno comune, due diverse e troppo piccole
città.

Ad ogni modo, così era a quel tempo in quel paese di
che io vi parlava. Tanto che quelle nozze, che s'erano annunciate
così splendide ed allegre, furono anzi serie e guaste,
[pg!260]
e quasi solitarie. Mancaronci molti parenti di qua e di
là, e fu un disappunto grandissimo per quei pochi che ci
andarono. Quanto poi a Giulia e ad Alberto, essi se ne accôrsero
veramente; che non sarebbe stato possibile non udire
gli strilli, o non vedere le smorfie di tanti intorno ad essi.
Ma se n'accôrsero il meno possibile, e, per così dire, materialmente
soltanto: e quanto alla loro interna gioia, quanto
al reciproco amore principalmente, ei non ne fu guasto nemmeno
d'un atomo, nè per un momento. Gli innamorati hanno
un così buon naturale! Direi che è disprezzo di quanto
può guastare la loro felicità; ma non è nemmeno disprezzo,
che in tal sentimento entra di necessità un poco d'odio, e
di questo nemmeno un briciolo è possibile alle anime veramente
e felicemente innamorate. Giulia ed Alberto erano in
tal felicità da non potersi guastare da nessun pettegolezzo,
e non s'accôrsero se ci fosse poca o molta gente nel salotto,
quando il lasciarono di soppiatto per ritrarsi insieme
amendue.

Ma il male dei pettegolezzi gli è che non restano sempre
pettegolezzi, e, crescendo a poco a poco, prendon forma
e fronde, e portan frutti finalmente d'invidia. Alberto fin
dal domane delle nozze s'era portata via con seco la sposa
novella ad una sua villa discosta quasi una giornata dalla
città, per passare colà, tranquilli o inebbriati d'amore, la
loro *luna di miele*, secondo l'espressione e l'uso straniero,
molto più opportuno certamente che non era l'uso antico da
noi, di passare que' lieti e soavi giorni a salire e scendere
in visite le scale di tutta la città. So che v'ha chi dice,
anche fra gli stranieri, che siffatto uso non è buono, e che
quel trovarsi così faccia a faccia per sì gran tempo l'un coll'altra
ti fa discoprire subitamente i difetti reciproci, ti sfiora
l'amore, ti noia insomma prima che il mese sia compiuto.
Non decideremo la lite; la quale forse non si può
decidere in generale per tutti i casi; benchè, tra uno ed una
di poco amore e di poco divertimento, credo che anche senza
la luna di miele verrà la freddezza e la noia; ma tra uno
ed una in cui sia abondante il capitale d'amore e d'ingegno,
siffatto capitale, col contraccambiarsi, non può a meno che
[pg!261]
aumentarsi. Ma lasciamo ognuno, principalmente in queste
cose, fare a modo suo; anche le visite, se a lui piace.

E il fatto sta che al non farne c'è pure un grande inconveniente.
La gente oziosa, a cui le visite servono pure
(vedete se son da compatire!) di occupazione o di divertimento,
non vi posson perdonare di defraudarle di questo.
Supponete una vecchia vedova solitaria che non ha affari al
mondo, che non lesse o non legge più una parola, che va
in chiesa come andava al teatro, e per tutto conforto vede
nel giorno tre o quattro vecchi, scapoli o vedovi come lei;
non è ella una buona fortuna, una vera festa giustamente
desiderabile per lei, l'aver a vedersi venire in quella camera
solitaria ed invecchiata, due giovani freschi, allegri, agli
abiti, al volto, alle parole, e fino ai passi e al modo d'entrare
ed uscire? Se è buona la vecchierella, è un vero piacere
per lei quello spettacolo dell'allegria e della gioventù,
che le ricorda, senza rimorsi, i suoi giorni più felici. Se è
cattiva, e se tal vista desta in lei amare memorie, rincrescimenti
ed invidia, è pure un piacere vedersi presentare due
novelle prede delle sue triste passioni, ed è perciò un disappunto,
un dispiacere il vedersene frustrare. Potrei moltiplicare
assai siffatti esempj; e vi capaciterei facilmente di questa
nuova massima di politica sociale: che chi non fa visite
s'espone a gran rischj.

Or mettete sul conto di Alberto e Giulia, oltre siffatta
imprudenza, quella tanto maggiore d'aver, a malgrado del
doppio veto reciproco, voluto accoppiare ed effettivamente accoppiato
in loro le due diverse, se non avverse, condizioni di
nobili e borghesi; più il peccato originale in lei d'esser più
bella dell'altre; in lui d'essere, se non più ingegnoso, almeno
di un ingegno più sviluppato, e se non più coraggioso,
almeno d'un coraggio più provato; più il peccato, che era
grosso allora agli occhi di molti, d'aver servito in Francia;
più l'imprudenza con che Alberto ardiva talora criticare alcune
antiche usanze, che gli fece subito dar l'epiteto, allor
novissimo, di liberale; più.... le mille conseguenze e peccati
veniali provenienti o accompagnanti quelli altri mortali
od originali; e facilmente immaginerete che quando Giulia ed
[pg!262]
Alberto tornarono senza pensiero, e tutto preoccupati ancora
dell'unico pensiero che avevano avuto nella loro dolce solitudine
di parecchi mesi, essi furono accolti in città con visi
arcigni, sorrisi sforzati, e scantonate e scarti per le vie, riverenze
composte, ed alzarsi dal loro lato nei salotti, con
cicaleggi poi a bassa voce, ed occhiate, e risi amari, ed esser
ridotti sovente, in mezzo al mondo, a conversar tra l'uno
e l'altra men lietamente che nella loro solitudine.

Tutto ciò non fa piacere a nessuno. Ma già si sa che i
dispiaceri son più sentiti dagli uni che dagli altri. E il maggior
male è, che i naturali i quali sentono più i dispiaceri,
sono appunto i meno capaci di evitarli, o rimediarli. Un
uomo freddo, tardo, serio e poco socievole, non si sarebbe
accorto quasi, o, se mai, avrebbe portato con impenetrabile
dignità quella ingrata situazione. Alberto la sentì forte, e
la portò male. Quando vedeva quelle principianti sgarbatezze,
in vece di parere non avvedersene, ei s'accigliava e
le rompeva, andando francamente incontro ai mezzo sgarbati;
i quali, per lo più, diventavano a un tratto garbatissimi. Fu
detto una volta sola, che uno di quelli perseverasse nella
sgarbatezza; e fu detto allora che s'incontrassero al mattino
appresso, e fosse data al perseverante una lezione di civiltà.
Ma che serve? Si possono impedire le sgarbatezze, non si
possono esigere le amorevolezze; e queste mancavano sole
alla felicità dei due sposi. Tra i due, Alberto era quello
che ne pativa più. Le donne, quegli angeli in terra, quando
amano e sono amate, non vedono più in là del loro amore.
L'uomo, all'incontro, vuol sempre proteggere il suo amore,
e s'esagera sovente siffatto dovere. Vuole che la sua amata
sia amata, rispettata, ammirata, e gli pare di mancare a sè
ed a lei, di non rivendicare per lei ed effettuare i suoi diritti.
Aggiugni che Alberto, vivuto tanto lungi del paese, era
pure amante sviscerato di esso. Era di quelli che in mezzo
ai compagni francesi aveva sempre sostenuto che Napoleone
era italiano di schiatta, di sangue e di nascita; ei l'aveva
servito tanto più volentieri per ciò; non l'avrebbe lasciato
mai, se fosse stato possibile; non l'essendo, aveva molto volentieri
veduto tornare i proprj principi, a cui la propria
[pg!263]
famiglia era sempre stata devota, e aveva veduto poi con
sommo piacere ritornare di provincia a patria indipendente,
sebben piccola, il suo piccolo paese. L'inconveniente
de' grandi, quel non aver più nè lingua, nè memorie, nè interessi,
nè affetti comuni tra i sudditi dell'immenso impero,
quel perdersi ogni individuo tra i milioni accumulati, se gli
erano fatti sentire alla prova, e l'aveano se mai guarito d'ogni
entusiasmo per la gran nazione, il grande impero, la grande
armata, il gran padrone. Aveva, come tanti altri, salutata
d'un inno di gioia l'aurora delle restaurazioni.

Già v'ho detto che Alberto non è un eroe da romanzo,
e che ve lo dò qual era in natura co' suoi vizj, come colle
sue virtù. Alberto era ambizioso. E tanto, che mancandogli
un oggetto o un modo di ambizione, ei s'era facilmente
rivolto a un altro. Aveva troppo ingegno per non vedere a
un tratto che colla caduta di Napoleone eran cadute le gran
carriere, le grandi avventure, erano sparite le larve ed i bastoni
di marescialli, i sogni di glorie europee. Rideva egli
stesso alcuni anni più tardi di que' sogni; ad uno che per
burlarsi di lui gli diceva: «Confessate il vero, voi non speraste
meno già che d'avere un giorno un esercito intiero ai
vostri ordini, e di dare un giorno o l'altro a capo di esso
qualche gran battaglia come maresciallo?» «No,» rispose
sorridendo, «ma come re; ce n'erano allora degli altri venuti
da più lontano.» Ma celiando egli stesso dell'antica
sua ambizione, non celiava della nuova. Aveva pensato, ripatriando,
di riprendere nel suo piccolo paese tutti i vantaggi
che ci avean trovato i suoi maggiori addetti sempre al
servigio del principe, ed aggiugnervi quelli personali che sentiva
in sè del proprio ingegno e della propria esperienza.
S'era consolato, come diceva all'incirca che si consolerebbe
Cesare; aveva mutato le speranze di essere uno
de' grandi d'Europa in quelle d'essere uno de' primi del
suo paesuccio. È vero che l'ambizione d'Alberto non era
di ricchezze, di titoli o di nastri; aveva tutto ciò, e, se non
l'avesse avuto, il suo animo era più ambizioso che di tutto
ciò. Sia meglio o peggio, egli ambiva il potere. Con questo
[pg!264]
voleva fare il bene della sua patria; ma già s'intende a
modo suo; e con ciò urtava i modi altrui.

«Io sono forse quella che v'ho impedito i vostri disegni,
Alberto mio,» dicevagli talora la dolce e non ambiziosa
donna, in quelle ore di reciproca confidenza in che ella era,
anche con vantaggio, sottentrata alla madre d'Alberto. «Se
non aveste sposata me, povera derelitta, senza attinenze,
senza protezioni, senza nemmeno poter andare alla vostra
Corte, avreste un grande ostacolo di meno a que' vostri disegni,
che non capisco ma pure veggo che vi renderebbero
felice.» Alberto non gli lasciava nemmeno terminare quelle
parole, e colla mano od anche meglio gli chiudeva la bocca
strignendosela al seno, l'assicurava, e diceva il vero, che
la felicità di possederla era incomparabilmente superiore a
qualunque altra ch'egli avesse sognata o potuta sognar mai.
«Ma una felicità,» continuava, «non impedisce l'altra. E
vuoi tu negarmi che non fosse una grandissima per me l'accerchiarti
di quello splendore che tu meriti, che ti si appartiene
tanto più che a tutte queste altre? Tu adempi il dovere
che ti sei fatto, il tuo dovere d'immenso amore verso
di me. Adempio io il mio al medesimo modo. Tu giugni
a quest'ora felice della nostra giornata, contenta di te, della
tua giornata, di quanto hai fatto e dovevi fare; hai nudrito
il caro fanciullo; hai tenuta in ordine la casa, ricevuto
gli ospiti, comandato dolcemente nel tuo impero, e trovato
il tempo fra tutto ciò d'adornare per me il tuo ingegno e
la tua persona di quanti vezzi ed incantesimi la tua ambizione
donnesca abbia potuto immaginar mai. Vengoti io a quest'ora
parimente contento di me, parimente adorno di seduzioni
per te? M'avessi tu veduto almeno una volta a capo de' miei
prodi, su un ardente cavallo, condurre almen per celia agli
esercizj di guerra che sono il nostro ballo, il nostro trionfo,
il nostro modo di sedurvi e farci amare da voi! Se tu udissi
almeno ripetuto il mio nome con qualche lode, con qualche
invidia dalle tue compagne! Ma no, mobile inutile,
destriero riformato e mandato al pascolo.... non oso dire
a che altro; l'abbandono, il discredito, la nullità in che giaccio
[pg!265]
e in che ognuno mi vede, finirà per essere veduta pur
da te, mio amore, mio rifugio, mio tutto; ed allora....»

Questa volta era essa a chiudergli la bocca: «E sarò io
dunque a rimproverarti io stessa quella che tu chiami nullità,
e a che ti sarai ridotto in parte per me? Benchè troppo
male mi conosci ancora, e mal conosci noi altre donne;
non è vero che abbiamo questi bisogni, o desiderii, nè per
noi nè nemmeno per voi. Benchè non so dell'altre, e forse
ci son donne ambiziose; ma io certo no 'l sono. Tu, tu certo
basti al mio amore, il tuo amore mi basta.... così bastasseti
il mio, così empiesse il tuo cuore da non lasciarvi
luogo ad altro affetto o pensiero. Oh Alberto, Alberto mio,
tu m'ami, certamente lo so; ma non per anco come t'amo
io. Tu m'ami sopra ogni cosa; io t'amo unicamente, senz'amare
credo altra cosa al mondo, no, nemmeno il mio
bambino, se non per te ed in te, no, mio primo, mio solo
amore.» Il resto della scena lo lascierò supplire dal discreto
leggitore.

E la scena si ripetè più volte con molte varietà; e sempre
finiva molto bene tra i due; ma in somma c'era la differenza
ch'ella era e si mostrava compiutamente contenta e
felice, egli come uno a cui pur manca qualche cosa. E sì
che gli mancava una importantissima cosa, l'attività proporzionata
alle abitudini prese in gioventù. Già si sa; noi siamo
macchine mosse dall'abitudine: questa è per noi ciò ch'è
l'istinto per gli animali. Gli animali non hanno altro in sè
che possa vincer l'istinto; noi, cioè l'animo nostro colla
nostra libera volontà infinitamente superiore, possiamo certo
vincere l'abitudine. Lo possiamo, ma ci è difficile; e sovente
questo o quell'atto, che agli occhi dello spettatore
sembra indifferentissimo, costa una fatica, una lotta grandissima,
a chi lo fa, solamente perchè è contrario alle sue abitudini.
Per esempio, coloro appunto i quali sono venuti su
nella gioventù a quel tempo così attivo dell'Impero, quelli
massimamente, che avendo un po' d'ingegno e un po' d'ambizione
s'erano precipitati volentieri in quella attività, e così
lavoravano otto o dieci ore al giorno (perchè così si lavorava
allora), e poi studiavano forse ancora due o tre altre
[pg!266]
e poi, sendo giovani e in un mondo tutto giovane e vago di
divertimenti, volevano anche divertirsi, immaginate che abitudini
di attività, che economia di tempo, che abito di far
presto ogni cosa dovevano avere! Ora mirate costoro in
tempi, luoghi e condizioni diverse, con poco o nulla da fare,
e in quella che ad altri pare beatitudine del non far niente.
Costoro, dico, non saranno compatiti certamente dai beati
vicini loro. Eppure certo è che compatibilissimi sono e se mostrano
talora seccatura od impazienza; stimabili od ammirabili
forse, se la loro forte volontà fa loro comprimere questi
moti inutili ma naturali della loro parte animale.

Alberto poi era uno di quelli nei quali or vince l'abito,
ora la volontà. Se vedeva in altrui qualche atto troppo
sguaiato dell'abitudine, se sentiva per esempio uno degli antichi
commilitoni *regrettare* la Francia (come dicevano infrancesati
anche nelle parole), e soffocare nel lor piccolo
paese, e non trovarci buono nulla, e unicamente lodare i
modi, la lingua e perfin le donne straniere; allora Alberto
si rivolgeva contro essi, ed usando la superiorità della sua
ragione e della sua eloquenza naturale, li confondeva, e pareva
il più ragionevole, il più tranquillo uomo del mondo, il
più adagiato alle condizioni, alla pace, e se mai anche alla
nullità del proprio paese. Tanto che i brontoloni da lui vinti
se n'andavano sovente biecamente guardandolo e tra lor dicendo:
«Costui, vedete, vuol essere impiegato.» Pochi giorni
dopo, o talora poc'ore, lo stesso giorno, cambiando salotto,
se veniva incontrato da Alberto per esempio una di
que' faccendoni di nulla, gran maestri d'inezie, uomini profondi
nei pettegolezzi, abili nell'arte dell'ozio, della inattività
e della aspettativa; — e qui, come vedete non accenno
se non i men cattivi, e passo gl'intrigantucci e gl'intrigantoni,
gli adulatori e i piaggiatori sfacciati, gl'invidiosi,
le spie e i calunniatori; — allora avreste veduto farsi Alberto
tutt'altro, e in vece di ragionar bene come testè, e
dire tra sè con pazienza: questi son spini naturali del terreno
che produce quegli altri buoni frutti, e si vogliono perciò
prendere con pazienza; in vece, dico, di continuare egli
stesso così i proprj ragionamenti ed il proprio discorso,
[pg!267]
Alberto mutava discorsi e modi, passava dal campo de' ragionevoli
e pazienti agli impazienti ed arrabbiati, ripetendo,
od anche esagerando le cose stesse ch'egli aveva testè combattute.
Una siffatta contradizione sta male e malissimo, lo
so, lo confesso, ma lo dico e lo ripeto, non vi do Alberto
per una perfezione.

Non fa mestieri ch'io dica dopo tutto ciò, che Alberto
osservato dapprima con gelosia, invidiato poi quando si mostrava
felice, criticato quando si mostrava impaziente, diventò
a poco a poco incommodo, sospetto, inviso ai potenti. Del
resto era la condizione di molti a que' tempi. Chi aveva
torto? I malcontenti troppo malcontenti? o i potenti troppo sospettosi
di essi? Gli uni e gli altri avean torto; ovvero nessuno
avea torto. Sosterrei le due tesi a piacimento, appoggiato
per la prima alla teoria che tutti vorrebbero esser buoni;
e per la seconda alla pratica che nessuno lo è mai compiutamente.
Ma ciò ci metterebbe in dispute di politica o
filosofia, e i miei leggitori mi direbbero che non è questo il
luogo da ciò. Lascio adunque la disputa eterna del bene o
del male, e vengo ai fatti.

E il fatto fu, che una sera trovandosi Alberto nella corsia
di mezzo del teatro, e conversando con altri giovani compagni
suoi, di quelli che erano o passavano per malcontenti,
ed udendo una di quelle scappate grosse che gli parevano
troppo sragionevoli, egli, per non compromettere colà in pubblico
colui che la pronunciava, non prese veramente al balzo
la disputa, come avrebbe fatto altrove, ma non potè trattenersi
di non dirgliene a bassa voce una parola di riprensione
quantunque amichevole, e poi se n'andò. Al mattino stavasi
tranquillamente in veste da camera e pianelle, i piedi
al camino e fumando (gran conforto agli oziosi per forza),
quando vide entrare l'amico interlocutore della sera innanzi.
Al quale offerta una bella pipa turca, che è come il calumet
di pace dei selvaggi, tanto seguiamo anche noi il costume
antico romano di prendere dovunque, anche dai barbari,
le nostre usanze, tutti e due incominciarono amichevolmente
a fumare e parlare. «E, scusate» disse tra poco
l'interlocutore, «voi avete fatto ier sera, se non altro....
[pg!268]
una grande imprudenza; non sapete voi chi e quali fossero
tutti quelli che ci stavano intorno ier sera?» «Qualche spia
forse?» disse Alberto, «già s'intende.» «Forse anche ciò;
e così forse feci male anch'io a dir quel che dissi; benchè....
tutt'altro che spie.... erano certo coloro tutti che
ci accerchiavano. Dove diavolo vivete voi, che talora parete
un poeta o un astronomo che non viva a questo mondo? Voi
avete più talento che un altro; eppure talora non ci vedete
un palmo al di là del vostro naso. In somma non vedete
voi tutto ciò che si fa, ciò che succede all'intorno?» «Veggo
di molte cose che non vorrei vedere di qua e di là. Ma
che ci ho a far io? Non ci posso rimediare, nè altro posso
se non esprimere di qua e di là, come n'ha diritto ogni
uomo indipendente, o come anzi ne ha dovere, la mia avversione
a tutte le esagerazioni. Forse lo fo con poca prudenza....»
«E con poco senno,» riprese l'altro. «Il mondo
è sempre andato e anderà sempre tra l'una e l'altra di
quelle che voi chiamate esagerazioni. Non nego che non vi
sia una via di mezzo più giusta tra due. La moderazione è
più giusta che le esagerazioni. Chi ne dubita? È un assioma
in etica, in dottrina cristiana, e se volete anche in filosofia.
Ma in politica, cioè come va il mondo, non è così.
E nel mondo al fatto, al *tandem*, è inutile, e nocivo a sè e
agli altri, è colpevole anzi il voler tenere quella via di mezzo
che nessuno tiene, e dove per conseguenza l'orgoglioso
che la vuol tenere si trova poi solo o con pochissimi. Tu
che pizzichi del letterato, non ti ricordi tu di quella legge
di Solone che faceva impiccare i moderati di Atene, coloro
che non sapevano prendere partito nè di qua nè di là?»
Sorrideva Alberto, e ripigliava: «Solone faceva se non impiccare
solamente coloro, che, quando fossero scoppiate le
parti, non si decidessero per troppo amor di riposo nè per
l'una nè per l'altra. E Solone faceva bene, massime in una
repubblica. Perchè quando sono scoppiate le parti, e si
viene ai ferri, non è possibile che l'una o l'altra non abbia
un po' più di ragione, e allora è dovere di ogni cittadino di
far trionfare quella che n'abbia un po' più, e di dare perciò
la mano e il sangue. Ma bada bene a questa distinzione,
[pg!269]
poichè vuoi disputare; prima che scoppino le parti non c'è
il medesimo obbligo, non c'è ragione di attizzarle perchè
scoppino. E massime se le due parti non fossero buone nè
l'una nè l'altra; che è il caso, vedi, che accade sovente pur
troppo. Dico almeno per colui il quale abbia la disgrazia
di vederle tutte due così nella sua coscienza. Allora è coscienza,
e non orgoglio, di non volere mettersi nè in una
parte nè nell'altra. E, bada bene, è poi anche meno viltà.
Perchè già si sa che chi sta in mezzo così la paga poi in
ogni caso; e non mi negherai che ci sia più coraggio a veder
ciò e perseverare nella propria opinione in coscienza,
che a correre solamente, come fate voi altri esagerati, un
solo almeno dei due rischi, compensato per voi almeno dalla
speranza di prendere la vostra porzione dei frutti della vittoria.
A noi altri moderati non c'è mai questa possibilità
favorevole, epperciò è tanto bello e forte l'essere moderati.»
«Tutto ciò sta bene in teoria,» ripeteva l'altro, cocciuto
come tanti in chiamar teoria tutto ciò che non entra nella
loro pratica, «sta bene in teoria. Ma qui oramai non si
tratta più di tutto ciò; e se aspetti per deciderti che ci siano
i fatti, i fatti ci sono da gran tempo, e tu solo, buon uomo,
non li sai vedere. Odi, io sono amico tuo; e....» e in ciò
lasciava la pipa, s'appressava a lui e parlava più sommesso....
«tutti costoro che ci stavano intorno, e là in mezzo
alla gente, alla folla ed alle spie, sai tu chi fossero e che
facessero? Erano.... tanti membri d'una società segreta,
che per ora a te profano non ti dirò il nome nostro, e là,
e in piazza, ed incontrandoci, e sciogliendoci, o raunandoci
dove il diavolo non ci troverebbe, teniamo alla barba di tutti,
che non ce lo possono impedire oramai, i nostri consigli. E
chi ce lo potrebbe impedire? Se tutti quanti son de' nostri!
Negli ufficii, nei magistrati, nell'armata, ed alla corte, dappertutto
ce n'abbiamo, dappertutto siamo, vediamo, operiamo.
Come diamine con tanto spirito non l'hai veduto fin
adesso? E come diamine colla tua moderazione ti vai tu
mettendo male con tanta gente colle tue strapazzate come
quella che mi volevi fare ier sera, e non mi facesti tu, ben
vidi, per la buona intenzione di non compromettermi, mentr'eri
[pg!270]
tu povero uomo che ti compromettevi tanto più; epperciò
io lasciai stare per riguardo a te.... e fui io allora
il moderato.»

Che una tale scoperta così fatta allora da Alberto lo stupisse
e lo lasciasse muto un istante, non è certo da stupire.
Era come un passeggiero in una nave che tratto dal silenzio
e dalla meditazione del suo camerino in sul ponte vegga inaspettatamente
accumularsi da tutte le parti del cielo una furiosa
tempesta, la quale minacci l'esistenza della nave e di
quanto v'ha dentro. Per quanta prontezza di coraggio egli
abbia, e' ci vuol pure un momento d'intervallo per passare
dalla tranquillità in che era alla attività a cui è chiamato nel
pericolo comune. Nè sa nemmeno a che rivolgere quella attività,
nè quale abbia ad essere il suo ufficio, il suo dovere.
Se il capitano è buono naturalmente, il meglio è porsi a sua
disposizione, e offrirgli due braccia e un cuor forte. Ma se
e il capitano e gli ufficiali principali non han cuore, o l'han
perduto? che, se nell'urgenza appunto si sono di ciò avveduti
i marinaj? Che, se ciò succedesse in una nave dove
fossero tenuti al remo una ciurmaglia nemica già, ed or ribelle?
Raccomandarsi a Dio, è forse la sola cosa che rimanga;
se non che, volendo Iddio che ognuno ne' pericoli
aiuti sè stesso e gli altri, forza è pure far qualche cosa
anche quando non si sa che cosa fare. Ma, già si sa, non
si può fare se non all'occorrenza quando non c'è più ordine
nè ordinanti.

Il caso di Alberto era molto simile a tutto ciò. Mentre
taceva stupito, l'altro ebbe agio a spingerlo e parlare. Questi
momenti di stupore d'un uomo superiore sono buone fortune
per gli uomini da meno che ne sogliono profittare per
trionfare o parer trionfare un momento. Quell'altro espose
le forze, più che i progetti della società. Mostrò la facilità
dei disegni, qualunque fossero all'incirca. Nominò apertamente
persone potenti, e ne nominò forse più che non ce
n'erano in tutto ciò. Tutto ciò non riscoteva Alberto, che
non era di quelli che si muovano perchè gli altri si son mossi.
Mentre l'interlocutore pretendeva mettergli sott'occhio
la facilità dell'impresa, egli ne pesava entro l'animo suo la
[pg!271]
giustizia, e il bene o il male che ne risulterebbe per la patria.
E con quella mente sana e pronta ch'egli aveva naturalmente,
e gli si era ancor più fatta tale nell'esercizio
della professione militare, che avvezza a giudicare freddo e
pronto nell'azione, giudicò di quella giustizia e di quella
utilità, e risolvette di non entrarci assolutamente. Mi scusino
i leggitori, se non do qui le ragioni, buone o cattive,
di Alberto; che oltre al non voler fare un trattato di politica,
non è intenzione mia lasciare scorgere il luogo della scena,
il quale pure risulterebbe chiaro da tal discussione. Questo
sì osserverò: che la risoluzione di Alberto potè essere influenzata
da una sua speciale avversione che aveva sempre
avuta e mantenuta per ogni sorta di società segrete. Si sa
che queste pullulavano nell'esercito francese; e ce n'erano
di quelle che parevano innocentissime, e come fatte per celia
e per ridere e non più, ed altre che erano anzi utilissime
a chi c'entrava, e per avere aiuto ed appoggio dai compagni,
anche nemici, ne' varj casi di guerra, e per aiutarsi
scambievolmente negli avanzamenti. Ma Alberto aveva sempre
avute due ragioni di non voler entrare nelle società; una
che, quantunque non fosse certo un devoto, e nemmeno nel
calore della prima gioventù un esatto osservatore della sua
religione, tuttavia ei ne teneva sempre in cuore la fede e
l'obbedienza; e se le disobbediva, era per passione, e non
mai per disprezzo o per interesse proprio. Onde che, sapendo
che quelle società erano proibite, egli fin dall'infanzia
le aveva abborrite, e continuava ad abborrirle. Perchè
questo è il gran bene de' sentimenti infusi anche per semplice
abito ne' cuori giovanili, che quantunque siffatti sentimenti
siano talora fatti tacere dal bollor dell'età, tuttavia
riman loro sempre come una voce sommessa e continua in
fondo al cuore anche il più sviato. Laddove coloro che sono
stati allevati all'uso di quel sommo scrittore, infimo ragionatore,
di Giovanni Jacopo Rousseau, cioè quelli a cui non
s'è data nè religione nè massima nessuna se non per la via
del ragionamento, epperciò molto più tardi nella loro giovinezza,
a misura solamente che si sviluppava in essi la facoltà
del ragionare, non hanno nè la religione nè niuna
[pg!272]
buona massima infusa come nel sangue, e passata in abitudine;
e sempre sono così durante tutta la loro vita titubanti,
dubbiosi, scettici, come quel loro capo e patriarca lo fu fino
all'ultimo. L'altra ragione di Alberto contro le società segrete
era una di quelle molto semplici, che occorrono a tutti,
e che persuaderebbero tutti, se serbassero quella semplicità
di ragionare che è così preziosa, ma così rara, fra gli uomini
alquanto innoltrati nella vita. Il mistero, la segretezza,
era cosa particolarmente contraria al naturale d'Alberto;
onde che, per gli affari suoi, non faceva mai segreti, e diceva
di volerli condurre tutta sua vita in modo da non avere
mai bisogno di segreto; e quanto a segreti altrui, ei ci si
metteva il meno possibile, e li fuggiva anzi con quel medesimo
ardore che altri usa a cercarli. Ma quanto poi al promettere
il segreto d'una cosa a lui ancora ignota e non ancora
rivelata, come s'usa all'entrare in tutte quelle società,
ei pensava e diceva, che non è lecito assolutamente, che è
assurdo, mettendo al rischio di violar poscia il segreto o di
lasciar scannare, per esempio, il proprio padre. Nè si lasciava
abbindolare da tutte le distinzioni e risposte che gli si
facevano a ciò; che non era probabile nè possibile che l'incognito
segreto tenuto da tanti fosse una simile scelleratezza:
«Simile o no, maggiore o minore, può essere un male;
ed io solo ne voglio giudicare, ne debbo giudicare prima
di prometterne il segreto. Non prendo,» diceva, «in prestito
la coscienza di nessuno; la mia è fatta a modo suo, e
vuol giudicare da sè. In tutte queste vostre società dove ci
son gradi di segretezza, e il gran segreto non è saputo, dicesi,
se non da pochi ne' sommi gradi, o da uno solo, io
non trovo innocente ed in coscienza se non que' pochi o quel
solo, che soli sanno l'ultimo scopo della società. Che più,
se ve l'ho da dire? trovo che questo solo sommo capo ha
senno e ragione, sapendo egli solo dove va; gli altri all'incontro
mi sembrano, scusate, tanti minchioni, andando innanzi
con tutto lo sforzo senza saper dove, e come ad occhi
chiusi, al cenno, all'occhio, secondo il modo di vedere di
uno solo. Che modo è questo illiberale di cercare libertà?
Sacrificare anzi intieramente la propria libertà d'azioni, il
[pg!273]
proprio libero arbitrio, che i peggiori tiranni non ci possono
togliere nemmeno coi ferri e co' maggiori supplizj! Per Dio!
Dio nemmeno non mi ha domandato nè mi domanda mai simile
sacrificio; e certo che nol farò di vita mia a nessuno
uomo al mondo, e che intiero mi porterò meco quel dono di
Dio alla tomba, o, per dir meglio, all'altro mondo a restituirlo
a chi me l'ha dato, che ne farà poi, lo sa egli, quel
che vorrà.... Sentite,» aggiugneva egli poi sorridendo a
quest'ultimo fra quelli che l'avean pressato d'entrare in una
simile società, e dopo avergli risposto con quegli argomenti
generali.... «Sentite, caro mio, per mostrarvi che non ho
paura, nè di coloro da cui vi schermite, nè nemmeno di voi
altri, io vi propongo di queste due cose l'una. L'una d'andare
senza giuramento alla vostra società; mi conoscete abbastanza,
non sono un delatore. Parlerete, parlerò, e c'intenderemo,
o non c'intenderemo; ma almeno, finchè non
c'intendiamo, rimarremo liberi da ambe le parti, io d'agire
a modo mio, voi d'ammazzarmi, se volete e se è ne' vostri
statuti. La seconda proposizione, che, capisco, vi parrà per
parte mia soverchiamente ambiziosa, è di farmi sommo capo
delle vostre società, di porvi a' miei ordini, di lasciarvi condurre
dove piacerà a me, di non aver segreti per me, mentre
io n'avrò uno, e il più importante di tutti, per voi; in
somma, di far voi i minchioni verso di me, mentre io solo
no 'l sarò verso di voi. Capisco che tutto il vantaggio è mio,
che ci avrete le vostre difficoltà a far così verso di me;
ma io assolutamente non voglio così fare per nessuno di
voi, e tanto meno per uno che non so nemmeno chi sia.»
Naturalmente sifatte proposizioni fecero terminare senz'altro
il discorso.

Quella medesima già detta intenzione mia di non accennarvi
altrimenti il luogo della mia istoria, mi fa passare sopra
i varj accidenti della congiura e del suo risultato. E
del resto non importa guari ciò all'istoria istessa, la quale
è di accidenti e sentimenti privati più che di pubblici. Dei
quali ultimi tocco e toccherò sempre quanto solo sarà necessario
a fare intendere i primi. Nè lezioni di politica, nè lezioni
al tutto nemmeno di morale privata, non sono queste.
[pg!274]
Vorrei sì, se l'animo mi reggesse, o in quanto mi regge
ancora, e così narrando e discorrendo senz'arte, senz'ordine,
senza sforzi, riandare nell'ozio della mia mente, e
porgere agli oziosi miei leggitori alcune scene della vita comune
dei nostri tempi; lasciando poi che ognuno a talento
suo ne tragga quelle conseguenze che gli parrà. Quindi, non
mettendo nelle mie narrazioni nè casi strani, nè situazioni
cercate ad arte ed uniche o rare, ma anzi quelle che ho vedute
io in realtà, e di quelle che hai tu pure vedute, o leggitor
mio, tuttodì; ei può succedere che tu ci trovi poco interesse,
e ti paiano pettegolezzi e non più, di quelli che fai
ed odi fare sovente, se hai per fortuna qualche intima persona
con cui conversare in confidenza. Ma e che ci ho a
far io, se, non avendo più tal fortuna, prendo te, leggitor
mio, per mio confidente, e vengo teco così pettegolezzando
nelle mie narrazioni? Non ti lagnare; chè hai almeno questo
grandissimo vantaggio con me sopra ogni altra persona che
ti voglia stancare colle sue confidenze: che sovente non puoi
interrompere o lasciare questi incomodi confidenti di viva voce,
mentre me, ridotto in libro, mi puoi porre da lato quando
t'annoio, e fin d'adesso, se ti parrà. Che se continui,
soffri ancora una avvertenza; è meglio intenderci fin di qua.
Le mie narrazioni sono vere, verissime quant'altre mai ti
siano fatte: ma invano cercheresti gli originali che ho ritratti
dal vivo, o di memoria; che, non volendo ciò, io t'ho
fatta questa sola infedeltà frammischiarti i luoghi, i tempi
e le persone in modo, che invano tenteresti di cavarne il
costrutto. Il principale originale poi di tutti i narratori in
versi o in prosa, dicesi che sia sempre il narratore stesso.
I pittori (secondo dice Leonardo da Vinci in que' suoi meravigliosi
avvertimenti che possono servire d'estetica anche per
gli scrittori), i pittori ritraggono sovente sè stessi, e non solamente
le bellezze, ma i proprj difetti, onde chi ha la mano,
o un'altra parte brutta della propria persona, dee badare
a non far brutta quella parte abitualmente nelle sue
figure. Ma ciò sta bene per li pittori che corron dietro alla
bellezza ideale. Io no, non son di questi; son pittor di genere,
come si dice, tutt'al più; voglio ritrarre la natura,
[pg!275]
bella e brutta com'ell'è, o almen mi pare. Più sovente
brutta o bella poi? Se ne disputa, a creder mio, molto inutilmente,
e se ne disputerà senza fine; perchè in ogni fatto,
in ogni azione umana, c'è quasi sempre il male e il bene
misto; c'è l'oppressore e l'oppresso; il sacrificatore e la
vittima; e l'azione, brutta per l'uno, è bella per l'altro;
onde si può guardare dall'uno e l'altro lato, e dir bella, secondo
quello in che si guarda.

I due sposi furono vittime in quegli avvenimenti. E furono
vittime pienamente innocenti? Certo, ella sì. Egli poi,
se non avesse fatto mai un'imprudenza, se fosse rimasto contento
del suo raro destino di possedere una amorevole ed
innamorata compagna, senza guardare al di là della camera
nuziale, dove per lui si raccoglieva ogni felicità, forse che
avrebbe potuto andar esente da tutti i mali che seguirono per
amendue. Ma poi? Sarebb'egli stato innocente quel raccogliersi
in sè ne' pericoli comuni, quella indifferenza ai concittadini,
alla patria, quel ritrarsi da ogni pensiero comune
per l'interesse della propria tranquillità? Altro è ciò, altro
è ritrarsi dagli affari pubblici perchè uno vede di non potervi
far nulla di buono. Quella è prudenza privata, questa
comune; quello egoismo, questo, anzi, pubblico amore. Questo
fece Alberto; e bastò per non deturparsi nè di qua nè
di là nella propria coscienza; ma fu anzi per lui personalmente,
ciò che già aveva preveduto, la massima di tutte le
imprudenze. Perciocchè, passato quel tempo, come che fosse
di congiure e rivoluzioni, vinte queste, e venuto il tempo delle
vendette, delle indagini, delle persecuzioni, Alberto, già sospetto
da gran tempo, e pei suoi antichi servigj, e pel suo
matrimonio, e pel suo malcontento, e per le sue critiche e
suo libero parlare, e per le amicizie che aveva con tanti simili
a lui nelle circostanze dissimili nell'ultimo operare, fu
confuso, messo insieme con questi, e non meno di questi perseguitato,
e costretto a lasciare la patria.

Alberto e Giulia avevano allora due figli in tenera età.
Lasciarono questi al vecchio barone; perchè Giulia non volle
ad ogni modo lasciare il marito, essendo, come diceva ella,
prima sposa che madre. Non descriverò i disagi della via,
[pg!276]
nè il varcare delle Alpi in stagione impropizia; quel varcare
delle Alpi che sempre strigne il cuore a un Italiano, anche
quando si fa volontariamente; nè poi quell'arrivare al paese
straniero che t'è aperto largo largo dinanzi a te, senza sapere
dove andrai, dove poserai. Tutte queste descrizioni
sono cose volgari che si trovano dappertutto. E poi, in questo
secolo delle emigrazioni e degli esilj da tutti i paesi e
per tutte le cause, un esule sperimentato dice in un suo libro,
che non si vuole sgomentar troppo la gente, dell'esilio.
La terra straniera non è più terra barbara, come al
tempo dei Greci o dei Romani. Per ogni dove si trova incivilimento,
e talora anche più fuori che dentro le frontiere
di certe patrie. Quindi pare a quell'esule che l'esilio moderno
non sia gran cosa. Ma ad altri parrà anzi che la moderna
civiltà, rendendo anzi più cara la casa, la famiglia, la
pace, gli studj e il miglioramento di essa, tanto più amaro
debba essere l'allontanarsi da essa. Il fatto sta, che anche
in ciò v'è la differenza dei gusti.

«Abbi in cuore almeno questa consolazione,» diceva ad
Alberto la dolce donna, mettendogli la mano in mano, mentre
la carrettella li portava lungi d'Italia, «la consolazione
della propria coscienza. Ingiustamente perseguitato, mi pare
che ti debbano essere tanto più lievi le disgrazie che ti
toccano senza che tu ci abbia colpa nè rimorso.» «Giulia
mia, scusa se ti dico che non te n'intendi. Voi altre donne
pare che siate più fatte che noi per sopportar l'ingiustizia.
Destinate pur troppo sovente a ciò, deboli, e senza potere
di resistenza, Iddio ve n'ha data anche meno la volontà; e
così, dico le buone fra voi, siete sempre disposte a patire,
senza quasi disputare nemmen tra voi del diritto o del torto.
Noi altri, all'incontro, non siamo e non dobbiamo essere
così. La resistenza all'ingiustizia è nella nostra natura; la
giusta ira che in noi si desta allora, c'è data, credo, da
Dio stesso, per moverci a quella. Ma l'ira è pure un sentimento
amaro; e più quando è unito all'impotenza di operare.
Togli questo amaro sentimento da una disgrazia qualunque,
ed ella si fa più sopportabile assai. L'altro giorno,
partendo, m'incontrai con N...., sai, il capo dei sollevati
[pg!277]
che ha fatto tutto il male (secondo a me pare), ma l'ha
fatto tanto in coscienza, e credendo pur nell'animo sempre
di far bene. Vedendo ora fallita tutta la sua impresa, egli
porta la sua disgrazia personale non solamente con coraggio
e serenità, ma, per quanto a lui spetta, con vera allegria. — Già
s'intende, mi diceva egli, incominciando, sapevamo che
poteva riuscire a ciò: i vinti la pagano; fu sempre così. Se
avessimo vinto noi.... anche i nostri esagerati avrebbero
voluto far persecuzioni. Io mi sarei sforzato d'impedirle;
ma chi sa se ci sarei riuscito. Chi sa in questo momento
tanti anche de' nostri nemici s'adoprano inutilmente ad impedire
queste persecuzioni contro noi. Dio faccia prosperar
costoro, e perdoni agli altri.» «E tu pure, caro mio, dovresti
dir così. Per quel poco che ho veduto o studiato nel
mondo, mi pare naturale, è succeduto sempre che non solamente
i nemici perseguano i nemici, ma sovente anche gli
amici che confondono con quelli. E poi,» proseguiva sorridendo,
«tu non sei poi nemmeno troppo amico loro; hai voluto
dire le loro verità crudamente agli uni e agli altri. Porti
la pena della tua sincerità. Anche questo mi par cosa
molto naturale.» «Ma molto inutile per parte mia. Che bene
hanno fatto le mie parole? E non le potevo io risparmiare?
Non avrei io fatto meglio, poichè trovavo che gli uni e gli
altri camminavano per una mala via, di lasciar stare gli uni
e gli altri, di tenermi discosto del tutto, di non vivere se
non con te e per te, sola buona credo a questo mondo, sola
che mi capissi o mi volessi capire, sola che mi amassi....
e che pur traggo, misera, nella mia infelicità?» «Che infelicità?
Vivere qua o là con te, non è per me lo stesso a
dirittura? I nostri figli, sola cosa che ci mancherà, ci mancheranno
per poco, e li potremo far venire con noi. E allora
di che t'increscerà? Di quella patria che non ti conosce?
Di quegli amici che ti tradiscono? Oh, Alberto mio, sempre
siamo lì; amami come t'amo io, e non mancherà più nulla
in nessun luogo alla tua felicità. Ma amami come vuoi o
come puoi, nulla intanto manca alla mia.»

E il fatto sta che con tal reciproco sollievo era almeno
portabilissima la loro qualunque fosse infelicità. Giunti in
[pg!278]
Francia, e fatta una gita alla capitale, che Alberto volle mostrare
alla compagna, elessero poi per dimora una delle provincie
meridionali, in cui il clima e la natura più s'accosta
a quella d'Italia; oltre che le loro entrate, scemate ed incerte,
lor ne facevano una necessità. Ivi poi incominciarono
una vita molto tranquilla, ed allora anche felice. I ricchi
che non hanno provato mai nè gli stenti nè nemmeno la necessità
di computare o compensare tutti gli agi della vita, non
sanno i piaceri pur grandissimi della economia. Non conoscono
il diletto di tôrre un agio a sè stesso per dar quello
o un altro alla persona amata; di nascondere la propria privazione,
di fare quel solo inganno a chi non ce ne fece un
altro mai; le dolci dispute che nascono da ciò; il più dolce
rappattumarsi promettendo di non più far così, e ricominciando
il giorno appresso, per rimproverarselo dolcemente di
nuovo. E poi, chi fu in simili circostanze mai in Francia,

   | In Francia dove in pregio è cortesia,

il quale non abbia provata la amorevole ospitalità francese?
L'ho detto altrove, e lo ridico volentieri, non si conoscono
i Francesi se non a casa loro. Quelli che abbiamo avuto in
Italia, erano, salve poche eccezioni, la peggiore spuma della
loro nazione. I francesotti oppressori, soverchiatori, prezzatori
di ogni cosa non loro, così frequenti da noi, non si
ritrovano più a casa loro. Che anzi, là sono amanti degli
stranieri, e d'ogni cosa straniera; vaghi di novità, larghi
d'ogni cosa loro, e massime della loro compagnia: non c'è
gente che usi più delicatezza ad adattarsi ai modi tuoi; e
ciò che pare più strano, essi, gli allegrissimi tra gli uomini,
sono anche quelli che sappiano meglio compatire ed alleviare
i mali altrui. La loro pietà è forse la sola al mondo non
offensiva. L'adattarsi a casa altrui, quasi fosse la loro propria,
che parve forse talora alquanto incomodo da noi, si
rivolge a gran comodo nostro quando ci aprono colla medesima
facilità le loro case, l'interno delle loro famiglie.
Gl'Inglesi ne sono più gelosi assai. La *home*, il *fire side*
degli Inglesi sono di rado aperti allo straniero. Lo Spagnuolo
veramente, appena ti conosce, ti dice: *mi casa está á la
disposición de V. M.*; [pg!279] ma questo per lo più è un complimento
e non più: e poi, la casa d'uno Spagnuolo è cosa
tanto diversa da quella di tutti gli altri Europei, che questi
di rado ci si trovano bene per gran tempo. Il *chez nous* francese
è *confortable* quasi tanto come la casa inglese, ed è poi
molto più francamente offerta che la spagnuola. L'ospitalità
francese è in tutto la più compiuta nell'attuale condizione
della società e dell'incivilimento.

I due anni furono così dolcemente passati da Giulia e
d'Alberto, e sì che una sola cosa mancava veramente alla
loro felicità; i loro teneri figliuoli. Era loro stato assolutamente
impossibile portarli con essi nell'urgenza di quella,
che lascierò incerto anche qui se fosse stata fuga o cacciata.
Ed allora erano tranquilli i due parenti sui loro figliuoli lasciati
in cura al vecchio loro nonno. Ma questi infelicemente
morì; e i due fanciulli passarono in mano ad alcuni parenti
discosti, che non avevano loro il medesimo amore, e che addetti
intieramente al governo condannavano con esso Alberto,
e tenendolo per cattivo suddito, cattivo cittadino, pur lo tenevano
per conseguenza per cattivo padre di famiglia; e pensavano
che nella disgrazia fosse almeno fortuna che i figliuoli,
continuatori futuri della illustre famiglia, rimanessero così
discosti dalla perversa educazione del padre loro. Quando
questi e la madre scrissero ansiosamente per avere i loro
figliuoli, fu loro risposto con indugj, dubbj e difficoltà. La
stagione, i pericoli del viaggio, e poi, chi sa, non s'era
verificato nemmeno se il governo permetterebbe questa espatriazione
dei figliuoli già cresciuti, e in breve giovanotti.
Volevansi dunque educare nell'esilio, agli usi stranieri, all'avversione
della patria? Si contentassero i genitori di ciò che
era toccato loro, se non altro per la loro imprudenza; non
ne facessero portar la pena alla seconda generazione. Del
resto, sarebbe anche peggio per il padre e la madre. Questo
chiamare i figliuoli fuor di paese, questo spiantare la casa e
la famiglia del tutto, li metterebbe in sospetto e in odio più
che mai; allontanerebbe forse per sempre il loro ripatriare.
Pensasserci bene, non s'affrettassero; e via via simili sragionate
ragioni. La disgrazia maggiore di Giulia e d'Alberto
[pg!280]
era quella di non aver più i proprj genitori; che avrebbero
verso essi avuto tutt'altri sentimenti; e, padri, avrebbero
sentito e capito gli affetti di padre e di madre. Non è nella
sola infanzia per li bisogni materiali, non nella gioventù per
li consigli e le direzioni morali; ma anche nell'età più inoltrata,
e quando s'è noi stessi padri di famiglia, la maggior
fortuna è quella di serbare quanto più tardi i proprj genitori;
è una guarentigia, un accrescimento di felicità nella felicità;
il maggior rimedio delle disgrazie, quando queste succedono.

La povera Giulia era quella che ne diceva meno, e ne pativa
più. Volle partire per la casa, e per la prima volta sentì
anch'essa in fondo al cuore quella specie di rimorsi, o se si
vuole di scrupoli, i quali sono tanto più amari nei cuori migliori.
E il vero è, che non c'è forse più grande assurdità
che quella così sovente detta della tranquillità di coscienza
dei giusti. Appunto perchè son giusti, hanno la coscienza più
tenera. Ciò che non costa nemmeno un pensiero, non dirò
allo scellerato, ma allo spensierato ed immorale, costa spasimi
e rimorsi, ed interminati esami di coscienza, e giorni
in ciò logorati, e notti invano passate a cercar sonno e riposo,
e coloro, che, per non avere azioni da rimproverarsi,
si rimproverano le omissioni, i pensieri, e talora gli affetti
stessi. «Non ho,» pensava Giulia tra sè talora le mani incrocicchiate
in grembo, pendente il capo sul petto e lente
sgorgandole le lacrime dagli occhi, «non ho sacrificato forse
il mio dovere di madre al mio piacere, al mio amore di sposa?
Non era il posto mio, primo forse, appresso a quei
derelitti? E poi, come almeno ho ritardato tanto ad andarmeli
riprendere, quando il padre me gli avrebbe donati? E quel
povero vecchio, orbo padre, non l'ho lasciato morir io?».

.. vspace:: 1

(*Non continuata*.)

.. vspace:: 2

.. class:: center

Coi tipi di F. A. Brockhaus, Leipzig.

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.. footnotes:: NOTE
   :class: small

.. clearpage::

.. topic:: Nota del Trascrittore

   Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come
   le grafie alternative (mestiero/mestiere, colta/côlta, seguito/séguito
   e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

.. vspace:: 2

.. pgfooter::

